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Eroica Fenice

La Tag: recensione contiene 67 articoli

Libri

I testamenti di Margaret Atwood: Gilead 15 anni dopo

I testamenti, edito nel 2019 dalla casa editrice Ponte delle Grazie, è l’attesissimo seguito del romanzo Il racconto dell’Ancella, capolavoro della Atwood del 1985 e da cui è stata tratta una serie di enorme successo. Dato alle stampe ben 34 anni dopo il primo romanzo, I Testamenti ne ripropone le stesse atmosfere asfissianti e, a tratti, angoscianti. Le costrizioni, gli obblighi, la pressione, la disuguaglianza, la segregazione, la sottomissione, il trauma del non sapere niente del sesso se non in termini di peccato arrivano dritti allo stomaco, come un pugno. Con questa narrazione a più voci, l’autrice non solo catapulta nuovamente il lettore negli abissi profondi di Gilead, ma getta nuova luce su questo universo distopico, mostrando anche che non sempre è tutto come sembra. I Testamenti, femminismo e libertà I Testamenti prosegue idealmente la trama del primo romanzo, mantenendone atmosfere e ideali. Come Il racconto dell’Ancella, anche I Testamenti è ambientato nell’immaginaria Repubblica di Gilead sorta alla fine del XX secolo negli USA. Si tratta, per chi non lo sapesse, di una società fortemente partriarcale e piramidale, di ispirazione biblica, retta dai Figli di Giacobbe, in cui le donne non hanno libertà di parola né di pensiero; sono dei meri oggetti nelle mani degli uomini, siano esse Mogli o Ancelle. Mentre Il racconto dell’Ancella presenta una Gilead nel pieno del suo sviluppo, la società de I Testamenti è impegnata in una rivolta silenziosa, ma non per questo meno fatale. Attrici di questi fermenti sono proprio le donne, esseri  vessati e, allo stesso tempo, venerati. Voci narranti sono una zia, una futura moglie e una adolescente canadese, che offrono tre diversi punti di vista che, unito a quello di Offred per il primo romanzo, offrono un quadro ben più delineato del delirante mondo di Gilead. Partendo dalle due narratrici “minori”, possiamo dire che la futura Moglie, Agnes Jemima, e la ragazza canadese, Daisy, sono due facce della stessa medaglia: pensieri, comportamenti, modi di vivere sono segnati dalle loro differenti origini. Si sa che l’ambiente influenza la persona e il modo in cui essa guarda il mondo, e così quei principii che Agnes percepisce come assolutamente normali appaiono mostruosi a Daisy e a noi lettori. Agnes non sa cosa c’è al di là di Gilead, non conosce altro che la cieca obbedienza alla volontà maschile; Daisy invece è cresciuta nel “nostro” mondo, vede Gilead come un luogo in cui i diritti fondamentali delle donne vengono costantemente violati, è animata da uno spirito ribelle verso una società che percepisce come ingiusta non rendendosi conto di quanto, per certi aspetti, sia simile alla nostra realtà quotidiana. Agnes racconta di una vita di sottomissione, una vita di paura dell’ignoto, una vita in cui, per il solo fatto di essere nata donna, è destinata ad essere considerata inferiore, impura, inetta, fonte di peccato. Delle tre narratrici, tuttavia, quella che più colpisce è Zia Lydia, della quale nel primo romanzo abbiamo conosciuto la crudeltà e l’inflessibilità. Ne I Testamenti vediamo formarsi delle crepe nel granitico muro delle […]

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Libri

Luca Melzi: La calla (petali di parole) | Recensione

La calla (petali di parole) è la seconda raccolta poetica dell’artista e scrittore Luca Melzi pubblicata a novembre 2019 da Giuliano Ladolfi Editore. Quando nel 2010, nel pieno della maturità di un’esperienza artistica trentennale, tra le tele con cui coabita nel suo appartamento di Monza, Luca Melzi inizia la stesura di quelli che ama definire «capricci d’inchiostro», ha già ben chiara la spinta sottesa al suo creare: la necessità di raggiungere l’essenza, intesa come primordiale espressione dell’intimo. L’arte è il recupero di un sentire, sia esso significato per verba o per imagines. La suggestione che anima La calla (petali di parole), seconda raccolta dell’artista monzese, è sussurrata dal cromatismo che è sale di ogni ricordo. La sua poesia intimista, sbocciata in un abbandono ora ascetico, ora mistico, vive di un sensismo volto alla ricerca dell’«eterna bellezza», nascosta tra gli spaccati del quotidiano. Come per la raccolta precedente, I colori della poesia (2017), pittura e scrittura si compenetrano, manifestando la presenza vicendevole dell’una nell’altra. In un andamento chiaroscurale, tra il trionfo della luce e l’incombere del buio, l’ordinario vive una metamorfosi perpetua che il testimone osserva nel confondersi di dimensione umana e naturale. La personificazione diventa espediente cardine per restituire l’immagine di una realtà vivace e vivificata dall’occhio dell’osservatore. Il poeta, attraverso il predominante andamento monologico, rivendica per sé uno spazio libero di creazione. L’io desidera il rifugio del suo atelier, inebriato dalle sequenze di visioni imbrigliate nell’enunciato nominale, in un reticolo poetico che intreccia inquietudine e quiete. La dimensione corporale si esprime sottovoce in un universo pervaso dall’atavico segreto del germogliare del fiore, simbolo al contempo di purezza e di precarietà. Al suo mistero, il poeta si abbandona estatico e sofferente, innamorato di quest’immagine di perfezione, e consapevole della sua fatale delicatezza. Alla predominante solitudine consegue la tensione malinconica volta a una figura materna, trasfigurata nella realtà onirica di una poesia dell’ideale, ma al contempo fisicamente pulsante nelle immagini di una natura radiosa e benevola. La calla, luminosa e dalla fondamentale portata simbolica, è portavoce della passione che da sempre accompagna la produzione artistica di Luca Melzi. L’artista intitola l’ultima raccolta al fiore per eccellenza, vergine nel candore del suo ampio petalo, avvolgente e protettivo. Melzi lo riconosce, osservando una fotografia della madre, nel ciuffo di capelli che scende ampio sulla sua fronte. Se la parola tende a una progressiva essenzialità, assumendo l’immediatezza dell’immagine e liberandosi da un’istintività decadente, l’immagine si contorce, sfogliata in frammenti multiformi, ora tra colori violenti e contorni decisi, in cui si condensano ambiguità e opulenza, assecondando aneliti di disfacimento, ora in sfumature delicate e impressioniste, nell’indefinita dolcezza del ricordo che rievocano. Il percorso poetico di Luca Melzi vive una crescita per la quale la parola dapprima segue l’andamento materico della pittura, nella sua spigolosità irregolare, per poi assumere una posa elativa, portando a compimento l’ardua ricerca dell’essenza, e facendosi latrice di un’istanza salvifica di possibilità. Immagine: Luca Melzi

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Libri

Cristiano Carriero in un progetto editoriale polifonico: Come l’aria

Come l’aria. Cose che ci mancano e ci riprenderemo presto è un progetto editoriale corale nato da un’idea di Cristiano Carriero, diventato poi un ebook edito da Les Flâneurs Edizioni.  Diversi gli argomenti affrontati: l’organizzazione di una nuova quotidianità, la famiglia, la gente, il dolore, la nostalgia e molti altri. Ad aprire la raccolta è la straordinaria prefazione di Cristiano Carriero. L’autore prepara davanti agli occhi del lettore, le cose che andrà ad affrontare. Dalla disperazione della perdita alla gioia dei piccoli momenti. Cristiano Carriero imbandisce in modo esemplare un tavolo ricco di vivande. Nel racconto Piccoli momenti di felicità, Francesco Scarrone, introduce il concetto di attesa. Raccontando di come del prima covid19 ci fossero diverse fasi preliminari al sorseggiare una pinta fresca. Quell’attesa, che in quei momenti appariva una frustrante perdita di tempo, al cospetto di un’attesa di certo più grande e snervante, adesso appare come una lontanissima gioia. In Mancanza si sviscera appunto il concetto di vuoto e mancanza. Per la prima volta, seguite da molte altre, nella raccolta, ci si ritrova dinanzi ad un pendio affacciato sul vuoto. Lo scritto ripercorre le mancanze collettive: la spesa, il chiasso dei bambini, il profumo del pane sfornato e il via vai dei passanti. In un racconto sensazionale in cui Lorena Carrella ci lascia assaporare il sapore delle cose che ci sembrano ormai lontanissime. Giulia Ciarapica regala alla raccolta uno degli scritti più emozionanti. Quel che resta del male pone la sua attenzione su una quarantena fatta di solitudine. Essa introduce il concetto di fretta, la stessa che spesso risulta salvifica e fatale per la vita di molti, in un racconto in cui, dove la fretta quotidiana viene a mancare, ogni male raggiunge la sua vittima, fino a trascinarla verso la fine. Uno dei temi centrali, al di là della morte e del dolore provocate dal coronavirus, è in assoluto quello della solitudine, che in questo racconto viene presentata in modo emozionale ed intenso. In Germogli, di Luciana Brucato, si assiste ad una storia d’amore. Il racconto lascia vedere a tutto tondo, di quanto sia difficile amarsi mantenendo le giuste distanze in un sentimento che non ne ammette alcuna. Silvia Gianatti, nel suo Ritorneremo stila un personale decalogo, regalandoci la semplicità di una lista di cose che torneremo a fare, che nella sua veridicità potrebbe nel modo più assoluto essere la lista di ognuno di noi. A dare un tocco satirico è Giovanni Sasso con Bentornata inciviltà. Il suo è un racconto verace. Le sue righe raccontano di come in momenti come questi, anche l’inciviltà popolare, fatta di sorpassi, mancate frecce, spintoni involontari e affini, sembrano un ricordo lieve, che in ogni caso, non tarderanno ad arrivare. La sua è una visione critica della realtà, e il suo racconto di fatto, diventa l’ago della bilancia che mette in equilibrio l’eccedenza di amore universale degli ultimi tempi. Non è mancato neppure il racconto dal tono caritatevole. La Telefonata di Alida Melacarne, mette in luce i punti focali dell’emergenza. Mentre da una parte c’è […]

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Libri

Arthur Schnitzler: Doppio sogno di fuga | Recensione

La casa editrice Adelphi annuncia quotidianamente, in questo periodo di quarantena, la fruizione gratuita di alcuni libri del suo catalogo. Fra questi, il titolo caldo di fine marzo è stato l’intramontabile Doppio sogno del romanziere e drammaturgo austriaco Arthur Schnitzler. Doppio sogno è la storia in due notti di Albertine e Fridolin, coppia di sposi nella cornice di una Vienna di fine ‘800. Il gioco dialogico tra i due che fin dalle prime pagine accompagna il lettore è un’audace messa a nudo. Pur condividendo una vita insieme, moglie e marito preservano pensieri reconditi di occasioni mancate. Decidono così di aprirsi in racconti sulla malinconia dell’ignoto, di fughe agognate e di incastri imperfetti sullo sfondo della Marina danese dove trascorrono le vacanze, e dove entrambi si affacciano sull’abisso di infinite possibilità. Il motivo del doppio che risiede nel titolo del romanzo breve di Arthur Schnitzler imbriglia i protagonisti in un intrigo surreale e misterioso. Dal momento in cui Fridolin si allontana per assistere un suo paziente in fin di vita, si profilano due strade parallele: la realtà surreale del marito, l’irrealtà percettibile della moglie. Lui, picaro di una notte insonne per le strade di Vienna, sedotto da una variopinta coralità femminile, e infine condotto dalla curiositas a un ballo in maschera esclusivo. Per caso, infatti, Fridolin incontra un amico di gioventù, Nachtigall, che, nella lunga serie di esperienze vissute grazie alla carriera musicale, viene coinvolto in alcune serate segrete durante le quali non gli è dato vedere neanche la tastiera del piano. La storia del pianista bendato affascina il medico, tanto da fargli supplicare l’amico di condurlo con sé. Tra le regole della festa, una parola d’ordine iniziale, significativamente Danimarca, e il volto coperto da una maschera. Arthur Schnitzler metaforizza attraverso il ballo un universo di perversione regolarizzata. I corpi nudi impegnati in lascivi accoppiamenti celano la loro identità dietro una maschera. Il castigo che viene inflitto agli intrusi è quello di mostrare il volto. Fridolin resta presto incastrato in questa realtà scabrosa, fino all’arrivo di una donna sconosciuta, della quale si innamora follemente, e che misteriosamente scompare dalla scena dopo essersi sacrificata per la sua salvezza. Il medico austriaco non è però completamente redento dal suo peccato: fino alla fine del racconto un’ombra nera si staglia sulla sua persona e su quella di coloro che hanno condiviso con lui questa notte, incombente come un sortilegio. A casa, Fridolin trova Albertine in uno stato di incoscienza, in preda a risa scomposte, risvegliata da un sonno tormentato. I parallelismi tra la folle esperienza del marito e l’evanescenza onirica della moglie acuiscono paradossalmente la distanza tra i due. Entrambi, nel mondo reale e in quello onirico, hanno finalmente assaporato il piacere del proibito, sovvertendo i piani di un’interdizione terrena, ed elevandosi verso una dimensione trasfigurata e diabolica. Albert Schnitzler con Doppio sogno apre una strada alternativa per i suoi protagonisti, rientrando nella logica dell’occasione che pochi anni prima aveva animato un altro romanzo breve: Il compimento dell’amore di Robert Musil. La temporanea fuga […]

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Musica

Corde Oblique, The Moon Is a Dry Bone è il nuovo album

Lo scorso 3 aprile, per Dark Vinyl Records (distribuzione Audioglobe), è uscito The Moon Is a Dry Bone, il nuovo album della band dark-folk partenopea Corde Oblique. Corde Oblique: tra neofolk e shoegaze Registrato e mixato da Massimo Aluzzi presso gli Splash Studio (Napoli) e masterizzato da Geoff Pesche presso gli Abbey Road Studio (Londra), The Moon Is a Dry Bone è l’ottavo album in studio del gruppo “folk-gaze”, come amano definirsi, ovvero un miscuglio tra neofolk e shoegaze. Il disco contiene 11 tracce inedite, tra cui una cover degli Anathema: Temporary Peace. A questo nuovo lavoro discografico dei Corde Oblique hanno collaborato diversi artisti, tra cui nomi storici della musica italiana. Oltre a Caterina Pontradolfo, artista lucana sempre presente in tutti i loro lavori, a supportare in questo progetto la band partenopea capitanata da Riccardo Prencipe troviamo anche le voci di Andrea Chimenti e Miro Sassolini (ex cantante dei Diaframma). The Moon Is a Dry Bone: track by track Fedeli al loro stile, lontano dalle mode correnti, anche in questo nuovo album i Corde Oblique deliziano i fan con le consuete sonorità folk. Tuttavia, stavolta queste ultime s’intrecciano a sonorità più estreme e spregiudicate. Il disco si apre sulle note malinconiche di Almost Blue, brano strumentale in cui a farla da padrone è il romantico e struggente suono del violino che ritroviamo anche nel pezzo successivo La Strada, dove si fonde con quello più popolare della chitarra. In questo brano la delicata voce della cantante del gruppo, Rita Saviano incontra quella del cantautore Andrea Chimenti, dando vita ad un emozionante duetto. La terza traccia è The Moon Is A Dry Bone, canzone che dà il titolo al disco e che ne ha anticipato l’uscita. Il pezzo è musicalmente più elaborato; i ritmi si fanno più concitati e decisi. “Sotto la superficie, la luna è secca come un osso. Non puoi spremere il sangue da una rapa e apparentemente non puoi nemmeno strizzare l’acqua dalle rocce lunari”. L’uscita del singolo è stata accompagnata da un video girato dal regista lituano Rytis Tytas, ambientato in Lituania, nella villa dell’architetto Stasys Kudokas (scomparso nel 1988). Il video è stato concepito come un conflitto tra sogno e realtà. L’album prosegue con la soave Le Grandi Anime, interpretata dall’armoniosa voce di Caterina Pontrandolfo. A seguire troviamo l’evocativa Le Torri di Maddaloni, un dolce “lamento” interpretato magnificamente da Denitza Seraphim, che vuole essere un omaggio alla città casertana di Maddaloni e alle sue torri. Riccardo Prencipe, autore del testo e leader del gruppo, nonché insegnante in una scuola di quel territorio, a tal proposito ha dichiarato: “La scuola dove insegno si trova proprio sotto di esse. Il primo anno in cui iniziai a insegnare scrivevo questo brano nelle lunghe ore di pausa. La scommessa era usare solo due accordi, come le torri, con un fraseggio”. Le Torri di Maddaloni è senza dubbio uno dei brani più interessanti e coinvolgenti del disco. L’eterea Il Figlio delle Vergini è la sesta traccia e vede ancora la partecipazione […]

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Musica

Raven Waltz, l’ultimo album di Al The Coordinator non ha confini

Raven Waltz è il secondo album nella carriera solista di Aldo D’Orrico, in arte Al The Coordinator. L’album è il prosieguo naturale del primo lavoro “Join the coordinator” dove continua il suo racconto folk di formazione americana con nuove composizioni scritte e organizzate da Aldo D’Orrico e dal sapore tradizionale. Oltre a chitarra, banjo e mandolino (e qualche percussione), Al The Coordinator si è avvalso della collaborazione del gruppo bluegrass calabrese Muleskinner Boys (Giuseppe Romagno alla dobro, Alessio Iorio al contrabbasso, Mario D’Orrico al mandolino) e del violino di Piero Gallina, del pianoforte Rodi di Paolo Chiaia e del pianoforte, dell’armonium e della Solina di Dario Della Rossa (Brunori Sas). L’album è composto da 10 brani, scritti e arrangiati da Aldo D’Orrico, eccetto The Riddle Song (tradizionale) e Don’t Worry Baby (Beach Boys). La trackist completa, in ordine è: Jumping Red Spiders; The Walker; Little wonder; Stay at home; The Riddle Song; Sigourney Wright; Don’t warry baby; Smile today; mornings; Raven Waltz. Il lavoro è stato registrato e missato presso Kaya Studio (Cosenza) da Vlad “KayaDub” Costabile e Francesco Malizia (entrambi si sono occupati anche dalla produzione per La Lumaca Dischi insieme ad Aldo D’Orrico) e masterizzato da Andrea Bernie De Bernardi all’Eleven Mastering Studio (Busto Arsizio). Al The Coordinator presenta il suo Raven Waltz “Valzer oscuro”, un album che travalica i confini spaziotemporali “Raven Waltz” è un album di dieci tracce che richiama il suono selvaggio degli Stati del Sud e lo strascico ruggente delle bestie da carovana dei pionieri alla conquista dell’Ovest. L’album è il risultato di un impasto di suoni acustici e tipici americani che attingono dal midollo di una tradizione che ha il colore fulvo del deserto del Nevada e richiama i canti ebbri e melodiosi degli spiriti degli antenati irlandesi che ancora girovagano nelle ossa dei monti Appalachi e di un’America selvaggia. I suoni del banjo e della chitarra acustica ricamano un tessuto musicale che è il sostrato all’interno del quale una voce incisiva e rauca, sporcata dalle sonorità ferine dell’old time music, disegna delle melodie semplici e dai ritmi che sanno di libertà e di una malinconica evasione. Quella di Al The Coordinator è una musica che si annida tra le pieghe di un’ispirazione e di un vissuto che ha, tuttavia, i colori grigiastri di una strada di città e la consistenza fosca di un ambiente urbano. E lì, dietro le soglie di una sonorità dal sapore acre e agreste, vi è la vera sorgente del suo lavoro, laddove sorge la fonte dell’ispirazione di un album che è il quadro di una realtà evasa.  Il suono persuasivo del bluegrass in questo lavoro divide un tappeto di note che copre il fondo primigenio da cui scaturisce l’operato artistico che è l’ambiente urbano. Le note sfocate dell’armonium, i suoni delicati del mandolino, le volute sonore del violino sono i segni di una realtà bucolica, a tratti idilliaca con cui Al The Coordinator ridipinge uno scenario dalle tinte cromatiche opposte e si tuffa in un mondo soggettivo che […]

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Libri

Da Vinci su tre ruote: un libro di Alessandro Agostinelli

Da Vinci su tre ruote. In scooter alla scoperta del genio è un recente testo scritto da Alessandro Agostinelli (scrittore, poeta, storico delle arti visive) e pubblicato per la casa editrice Exorma. Da Vinci su tre ruote. In scooter alla scoperta del genio: il testo Come evincibile a chiare lettere dal sottotitolo scelto da Alessandro Agostinelli per il suo testo, Da Vinci su tre ruote. In scooter alla scoperta del genio tratta di Leonardo Da Vinci in una maniera inconsueta: un libro “itinerante”, odeporico, un viaggio nei luoghi – e attraverso i luoghi – di Leonardo da Vinci in sella a un ciclomotore: «Ho deciso che avrei compiuto un viaggio con uno scooter sulle orme di Leonardo da Vinci […] Oltre un anno fa mi sono messo in testa di ripercorrere le tappe importanti della vita di Leonardo da Vinci. Avevo deciso di fare il viaggio con uno scooter e un camper al seguito, con sopra la troupe per girare i video che avrebbero composto il docufilm sul viaggio di Leonardo», ci informa l’autore già dalle prime pagine del suo racconto. Narrazione odeporica, dicevo: si descrive minuziosamente il viaggio, si narrano le vicende occorse, si descrivono in dettaglio i luoghi visitati (naturali, antropici, di ristoro), si ripercorrono con dovizia di particolari gli incontri avvenuti in itinere; «Il viaggio è stato una lunga passeggiata in scooter nel senso della storia, della fama e della fortuna di questo personaggio», ricorda Agostinelli. Le fotografie a testimonianza della sua impresa, sembrano inequivocabilmente suggerire la passione per le moto (di fianco a quella per l’arte), così come i numerosi passi dedicati dallo storico dell’arte ai ciclomotori stessi. Il viaggio di Alessandro Agostinelli lungo i luoghi di Leonardo da Vinci è un viaggio a prima vista molto particolare, inconsueto, in sella al ciclomotore «MP3 500 hpe business» della Piaggio, (percorrendo chilometri su chilometri fra Italia e Francia, andata e ritorno) e con al seguito il suo gruppo di teleoperatori ed assistenti a bordo di un autoveicolo; lo stesso autore di Da Vinci su tre ruote. In scooter alla scoperta del genio ci spiega il motivo di questa scelta, rintracciando un personale tratto d’unione fra Leonardo da Vinci e il costruttore Corradino D’Ascanio: «Se è vero che sappiamo riconoscere un avvertimento, sapremmo stabilire altrettanto bene cosa passa tra una invenzione e un inventario? Difficile dirlo, perché spesso quella che sembra una nuova creazione di un fatto è un inventario di cose messe assieme che in apparenza non sembravano stare assieme. Quando l’ingegnere Corradino D’Ascanio creò la Vespa prese in prestito un pezzo del motore di un elicottero e disegnò una scocca che ricordava il corpo di una vespa. Ne venne fuori – è proprio il caso di dirlo – un miele di scooter. Anche Leonardo da Vinci aveva questa capacità, cioè quella di mettere insieme in maniera performante cose inventate da altri, macchinari e ingranaggi che altri avevano pensato e fabbricato, ma che nella sua inventiva venivano composti insieme in maniera più efficace, erano assemblati finché non […]

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Libri

I conti con l’oste, un viaggio sentimentale tra le nuove trattorie italiane

I conti con l’oste è il viaggio sentimentale di Tommaso Melilli tra le storie delle nuove trattorie italiane, e senza sciorinare ricette ci racconta chi siamo quando mangiamo Tommaso Melilli è un giovane chef, viene dalla campagna della provincia lombarda ed è un narratore eccezionale. Non è esattamente una scoperta, né stupisce: la sua penna era già nota per la rubrica di cucina e costume Tovagliette su Rivista Studio e per Spaghetti Wars, un personal essay in francese sull’identità in cucina. I conti con l’oste – ritorno nel paese delle tovaglie a quadretti, in libreria dal 18 febbraio, è edito da Einaudi nella collana Frontiere ed è il suo debutto nell’editoria italiana. Non un romanzo ma neanche una vera e propria indagine, sul suo profilo Instagram Melilli definisce I conti con l’oste una non fiction – novel, quell’ibrido letterario tra realtà e creatività che risponde all’esigenza, finora un po’ sopita, di parlare a noi stessi del nostro presente. Un viaggio sentimentale nelle nuove trattorie italiane Un viaggio tra alcuni dei ristoranti e delle trattorie più interessanti in circolazione per raccontare “il dietro le quinte dei fuochi” provando a scoprire dove e come nasce quella magia che ci fa sentire a casa quando andiamo a cenare fuori. Non l’ennesimo libro di cucina, non ci sono ricette (solo qualche consiglio nascosto tra gli incisi, tipo il modo migliore per fare il ragù), non c’è il piglio del critico gastronomico: è un libro sulla cucina scritto con l’impronta del cuoco e lo sguardo del narratore. È un archivio di storie e aneddoti tratti dalla sua esperienza professionale e personale perché è soprattutto il racconto di un “viaggio sentimentale”, come dice lui stesso, del rientro in Italia da Parigi, dove Melilli, scivolando un po’ sul modo in cui ciò accade, da studente universitario di lettere diventa cuoco. Sulla soglia dei trenta, il giovane cuoco in terra di Francia ricorda le sue radici italiane e si scopre oste, senza aver mai lavorato in una trattoria o osteria in Italia. Ma quando torna in Italia il vicino di casa lo accoglie dicendogli “Guarda chi c’è, lo zingaro!”, intendendo, forse inconsapevolmente o forse no, che se te ne sei andato via non appartieni a niente, né al luogo dove arrivi e neanche più al luogo da cui vieni. È come se Melilli si fosse posto le supreme domande “chi sono, da dove vengo e dove sto andando” cercando le risposte tra fornelli e fornitori, il mondo che dichiara essergli più familiare. I conti con l’oste è il suo personale romanzo di formazione per conciliare le due identità di oste e di zingaro, fatte di anelli voluminosi, camicie alla Adriano Celentano e bandane in cucina. L’itinerario che sceglie segue quei locali che occupano, ciascuno con la propria filosofia, il nuovo paesaggio delle trattorie italiane, senza avere la pretesa di stilare la guida delle imprescindibili trattorie del momento. I capitoli sono gli incontri che descrivono il cambiamento della scena gastronomica italiana: Passerini è l’unica tappa francese, divenuto famoso per […]

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Aksana Danilcyk e la parola dipinta: Il Canto del ghiaccio

Arriva in Italia Il Canto del ghiaccio della poetessa bielorussa Aksana Danilcyk (Controluce edizioni, 2019), volume bilingue per la traduzione di Marco Ferrentino, in cui l’autrice esprime la profondità di un pensiero indiviso da scarti linguistici attraverso la partitura di immagini pregne di significati intimi confusi ad archetipi letterari classici. La poesia contemplativa Aksana Danilcyk: immagini e silenzi Nella lettura di un libro come Il canto del ghiaccio è opportuno tener presente che la duplice anima poetica di Aksana (italiana e bielorussa) non si riflette semplicemente nella traduzione dei versi da una lingua all’altra. Essa si costituisce a partire da un “noviziato” letterario in cui lo studio della lingua e la cultura italiana in ambito universitario coesistono con l’afflato poetico che caratterizza i suoi componimenti. Oltre che di articoli di letteratura (bielorussa e italiana), Aksana è autrice di traduzioni di alcuni tra nostri più grandi poeti e intellettuali: si ricordino tra le varie, infatti, ad esempio le sue versioni del De vulgari eloquentia di Dante e dei Sepolcri di Foscolo, che, in senso più ampio, hanno conferito al genio bielorusso un lessico che definisce, in una certa misura, un linguaggio icastico di matrice neoclassica. Si legga ad esempio la lirica Rocca Paolina (p. 12), il cui riferimento è da ritrovarsi nell’omonima fortezza perugina di epoca rinascimentale: Passi sempre queste catacombe per vedere che dai colli d’oliveti scende il giorno di serena amarezza nella valle dove il tempo s’è fermato, dove anche i sogni sono quieti, dove marzo scioglie la freschezza, mille nastri alzano il profumo delle primule ancor prudenti. Ogni tanto nella realtà terrena sulle pietre, che il sole accarezza, si abbinano le firme dei maestri con graffiti di pochissima durata. sorge sinfonia dei colombi con solenne musica legata ai misteri dell’immensità celeste. Passi sempre queste catacombe… Dopo un incipit contemplativo e lento, i versi della seconda stanza sembrano esprimere con pacato dinamismo la fugacità del tempo (non scevro da certe implicazioni religiose) e della vita attraverso i “graffiti di pochissima durata” e la “sinfonia di colombi”. Evidente anche il riferimento al magistero di actoritates non direttamente citate (le “firme dei maestri”), che comunque lascia intendere la grande importanza che Aksana attribuisce al exempla del passato e al messaggio che con le loro opere (letterarie, artistiche e architettoniche) essi hanno lasciato ai posteri, messaggio inteso sia in termini letterari che artistici; e in tal senso pare anche notarsi una forte attenzione alla “parola dipinta” dai versi, che trova esplicito riferimento nella lirica Il giorno di Ferdynand Ruščyc (p. 66), dedicata al pittore bielorusso e polacco, nella quale i contorni “tenebrolucenti” dell’immagine evocata si traducono in una riflessione intima sull’immobilità del tempo fisiologico (pur nella sua ciclicità) la mobilità, quasi durata bergsoniana, di quello biologico. Ritornando, poi, a Rocca Paolina e al legame instaurato con le auctoritates, va considerato forse l’incontro che questi versi istituiscono con quelli della lirica Il canto dell’amore di Carducci, riferiti alla medesima costruzione. Inoltre sembrerebbe possibile far risalire una prima intuizione poetica del componimento (o forse la […]

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Libri

Michael Kohlhaas di Kleist torna in libreria con Fazi Editore

“Michael Kohlhaas” di Kleist, amato da Thomas Mann, Kafka e Hesse, torna in libreria con Fazi Editore: un classico della letteratura tedesca da riscoprire. Tra le ultime uscite, Fazi Editore ripropone in libreria Michael Kohlhaas, una delle figure più irrequiete e passionali della letteratura tedesca – dove pure non mancano figure irrequiete e passionali – “uomo strano ma non spregevole” (pag. 91), protagonista dell’omonimo racconto di Heinrich Von Kleist, pubblicato per la prima volta nel 1810. Questo romanzo breve, o racconto lungo, è stato definito da Thomas Mann “il più forte della letteratura tedesca” e Franz Kafka dichiarò che amava leggerlo ad alta voce quasi rapito dall’estasi, tanto da aver dedicato una delle sue due uniche uscite pubbliche per una lettura di alcuni passaggi dell’opera di Kleist. Anche soltanto questi due endorsement possono aiutare a comprendere la straordinaria potenza di quest’opera, di cui tutto ci è detto già nell’incipit, prima di precipitare nel vortice di una sanguinosa vendetta tra roghi, devastazioni e oscure macchinazioni. Prendendo spunto da un fatto di cronaca, come era in voga fare nell’Ottocento, Kleist costruisce la narrazione quasi epica della storia di Kohlhaas, mercante di cavalli di Brandeburgo e cittadino esemplare sotto ogni aspetto: uomo timorato di Dio, padre e marito premuroso, generoso e magnanimo vicino di casa. È l’inganno di un potente, che gli sequestra illegalmente due dei suoi cavalli, ad accecare Kohlhaas tanto da annullare progressivamente il suo spirito caritatevole e trasformarlo in un brigante e assassino. Si autoproclama luogotenente sulla Terra dell’arcangelo Michele, l’Angelo del Giudizio, e insieme ad un manipolo di mercenari mette a ferro e fuoco villaggi e castelli per ottenere giustizia per sé, ma non solo. Kohlhaas: gli estremi di una storia universale L’intensità drammatica della vita di Kohlhaas è tale da passare dal piano personale a quello sociale con la naturalezza propria dei classici della letteratura. Prima dell’abisso della giustizia privata, della faida, Kohlhaas tenterà la strada dei Tribunali, ma la protezione delle leggi gli sarà negata scatenando una serie di nefandezze burocratiche e lutti. L’isolamento dalla comunità e la delegittimazione delle istanze di un commerciante onesto fanno vacillare le basi della convivenza civile, fino a sfociare nella follia e nell’autodistruzione. È così che un uomo mite e innocente diviene artefice dell’inferno morale della sua stessa vita e la sua implacabile ossessione per la giustizia alimenta l’eterno scontro tra classi sociali. I due cavalli di Kohlhaas, sequestrati, sfruttati e denutriti, sono l’incarnazione di tutta la società, sopraffatta dall’arbitrio e dalla violenza dei più forti. Il potere ha ingannato i leali, deriso i giusti, derubato gli onesti, lo Stato è carente e confuso, debole e incerto. Non resta che agire e Kohlhaas agisce, con ostinazione, con ambizione e ardore, anche sfidando Martin Lutero, e diventa un demonio sulla Terra in cerca di giustizia ma assestato di vendetta. Michael Kohlhaas: il più terribile degli uomini onesti La nuova traduzione curata da Federico Ferraguto è agevole senza tradire lo stile implacabile e intransigente che ha caratterizzato Kleist e che è stato forse causa […]

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