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Eroica Fenice

La Tag: recensione contiene 52 articoli

Cinema e Serie tv

Modern Love: tutte le sfumature dell’amore

Amazon Prime Video sfodera una nuova serie tv da un profondo spessore umano, un cast stellato e una storia romantica dai tratti moderni. Si tratta, appunto, di Modern Love, una serie statunitense diretta da John Carney, composta da otto episodi di circa trenta minuti l’uno. Le varie storie narrate sono indipendenti tra di loro e accomunate solo dallo sfondo sempre stupefacente di New York City. Variano fortemente anche nei generi: amori perduti o dal finale incerto, amicizie speciali e passioni ormai mature. Tutti i racconti sono affrontati in maniera lineare e diretta, senza colpi di scena e, soprattutto, senza il tipico tono smielato delle commedie rosa. Le storie si rifanno a una rubrica del New York Times, che di settimana in settimana racconta spezzoni di vite comuni. Così la città diventa anch’essa protagonista: mostra una faccia diversa di volta in volta, allineandosi ai sentimenti dei personaggi, sostenendo ogni loro avventura e confermandosi come lo sfondo perfetto per ogni passione. Il risultato finale appare più che soddisfacente. Il merito è sicuramente dei dialoghi, dal tono colloquiale, ma ricchi di significato, capaci di porci importanti domande sulla vita, ma senza appesantirci o infastidirci. Il cast stellato che questa serie vanta ha fatto il resto: Tina Fey (Mean Girls), Anne Hathaway (Il diavolo veste Prada), Dev Patel (The Millionaire), Cristin Milioti (la Tracy di How I met your mother), Andy Garcia (Il padrino- parte III) e molti altri hanno interpretato alla perfezione il ruolo a loro assegnato, rispettando quella naturalezza che pare circondare tutta la produzione. I vari temi trattati, però, fanno sì che certi episodi appaiano più forti e coinvolgenti di altri. Tra quelli che hanno riscosso più successo c’è sicuramente il terzo, intitolato “Prendimi come sono, chiunque io sia” e interpretato proprio da Anne Hathaway: qui, la storia d’amore tra un uomo e una donna si infittisce di una sensibilità che diventa denuncia di una condizione psichica poco accettata e conosciuta. L’amore passionale diventa, allora, self-love, nel difficile percorso di accettazione che ognuno di noi compie. La stessa profondità vanta l’ultima storia, “La corsa diventa più dolce vicino all’ultimo giro”, che racconta delicatamente la nascita di un rapporto d’amore intorno agli 80 anni, quando la vita ha ormai un sapore maturo ma non ancora stantio. Di puntata in puntata, così, Modern Love tiene forte il filo dell’equilibrio, che non tende né verso un hollywoodiano e banale lieto fine, né verso una drammaticità opposta e quasi scontata. Modern Love centra l’obiettivo, sempre e solo raccontare l’amore, in ogni sua forma, con una lucidità e un realismo che ti fanno venire voglia di conoscerne il seguito, come se anche tu fossi seduto su una panchina di Central Park ad ascoltare un conoscente che si confida.   Foto in evidenza: Locandina serie tv (https://www.cinemagay.it/serie-tv/modern-love/)

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Libri

Io e il signor Oz (e altri racconti) di Stefano Orlando Puracchio | Recensione

Io e il signor Oz (e altri racconti) è un recentissimo testo (pubblicato lo scorso settembre da Demian Edizioni) scritto da Stefano Orlando Puracchio (alla sua – com’egli stesso afferma – «prima “incursione” nel campo della narrativa»). Io e il signor Oz (e altri racconti): la storia Come evidentemente palesato dal titolo del libro, Io e il signor Oz (e altri racconti) è un libro narrato in prima persona: a raccontare le vicende, come un novello cantastorie, un immaginario sceriffo dal “fosco” passato che fra vari racconti districa pian piano, di pagina in pagina, dubbi e curiosità che spontaneamente sorgono nella mente del lettore (o degli ascoltatori, dato che il testo ben si presta, come ogni fiaba, alla “lettura ad alta voce”). Ciò che colpisce, fra l’altro, è la struttura che Stefano Orlando Puracchio ha dato al suo testo: storie nelle storie, che da un asse orizzontale centrale (la storia del protagonista) si dispongono verticalmente dilungandosi in storie su di esso imperniate; è questo il caso dei racconti scritti dopo la storia principale e nei quali Joe Sneaky Brown (questo il nome di fantasia scelto da Puracchio per il suo immaginario personaggio) spiega l’evoluzione delle proprie vicende personali e dei personaggi che “vivono” intorno a lui. Solo esempi, alcuni, dei vari “altri racconti” di questo testo strutturati lungo orizzontali e verticali secanti il centro della narrazione, che tanto – tantissimo – si avvicinano alla diegesi orale, e per questo fanno pensare al libro come una lunga fiaba che dovrebbe essere cantata e che è stata messa per iscritto. Dal mago di Oz al signor Oz: l’intento narrativo di Stefano Orlando Puracchio Io e il signor Oz (e altri racconti) ha l’intenzione di porsi come proseguimento ulteriore e altro alla storia de Il meraviglioso mago di Oz, come un’appendice a latere, del testo e delle sue varie (fedeli o liberamente tratte dall’originale) prosecuzioni; l’impostazione di fiaba, di storia nella storia, la forte connotazione orale del testo e il richiamo a più riprese di elementi e personaggi del testo di Lyman Frank Baum (la strada lastricata di mattoni gialli, il paese di smeraldi, lo spaventapasseri, le fiere del paese di Oz e le streghe dei regni), fanno del testo di Puracchio un’interessante fiaba che resta fedele all’impianto e alle volontà originali lette nell’opera di Lyman Frank Baum. E il merito di Puracchio, in questo suo testo, dev’essere soprattutto inteso nella messa in opera di un libro che poco si inserisce, di fatto, nella dimensione scritta e nei suoi canoni più veri e propri, per librarsi leggermente nei suoni e nelle consistenze volatili – e al tempo stesso, per taluni versi, solidissime – proprie dell’oralità. E allora Io e il signor Oz (e altri racconti) più che un testo scritto è un fiaba, un lungo racconto trapunto da racconti, a cui mai è possibile mettere la parola “fine”, perché infinita è la facondia e la fantasia dei racconti orali che tramandati lungo le direttrici del tempo (e forse non è un caso che il […]

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Libri

Il giro del Mondo in 40 Napoli: il libro di Michelangelo Iossa

Il giro del Mondo in 40 Napoli è un libro di Michelangelo Iossa pubblicato recentemente (gennaio 2019) per la casa editrice Rogiosi editori. Il giro del Mondo in 40 Napoli: il testo Il testo “geografico” di Michelangelo Iossa è un inconsueto “atlante di viaggio”, una guida “sui generis“: iniziato come «inchiesta che il Corriere del Mezzogiorno pubblicò a puntate tra l’agosto e il settembre del 2017» e divenuto poi libro «grazie all’affettuoso interesse dell’editore Rogiosi», Il giro del Mondo in 40 Napoli è uno sguardo curioso sul mondo, alla ricerca di poleonimi simili o del tutto identici rispetto alla “nostra” campana Napoli. Musica, letteratura, cinematografia, storia, politica, religione: sono molti i riferimenti che Michelangelo Iossa mescola alle pagine della sua “guida geografica” sulle varie “Napoli nel Mondo”; così come molti sono i paralleli che lo stesso autore traccia fra le città: sembra quasi di poter scorgere fra le pagine quell’ideale filo narrativo che di città in città, di viaggio in viaggio, Michelangelo Iossa ha svolto fra le pagine, ha steso, ha annodato, fino a intrecciare complessivamente il composito tessuto geografico-narrativo di cui Il giro del Mondo in 40 Napoli è costituito. Le “40 Napoli nel Mondo” Il viaggio fra le “Napoli del Mondo” si svolge a partire dalle Americhe: è qui, in questo continente, che Iossa ci illustra le “città nuove” statunitensi, canadesi e brasiliane dando, fra l’altro, spazio alla virtuale metropoli Neopolis, «un non-luogo, una città non reale» omonima delle altrettanto immaginarie città e megalopoli di videogiochi e fumetti ricordate dall’autore fra le pagine del suo testo. Il viaggio riprende lungo le linee della realtà e il racconto prosegue nelle città dell’Africa, dell’Asia e dell’Europa; ed è qui, in Europa, nella nostra Italia, in particolare, che il viaggio intorno al Mondo di Michelangelo Iossa giunge alla sua tappa conclusiva (per il momento): con un “volo” dalla siracusana Neapolis, arriviamo a Napoli, nella “nostra” campana Napoli, di cui Michelangelo Iossa riconosce «l’immenso contributo che l’arte, la letteratura e la musica» hanno sempre offerto a Napoli, con chiara visibilità nel mondo. E allora, noi napoletani, ricordando le parole che l’autore ha espresso in procinto della chiusa alla sua “opera itinerante” – «Napoli è una e multipla: non solo sfogliatelle e mandolini ma anche rodeo texano, ouzo ateniese, carnevale brasiliano, malvasia greco-veneziana, testimonianza dei nativi americani, prelibatezze siciliane e pugliesi, villaggi africani e smart city cipriote. Tutto si nasconde e si svela nel nome di Napoli, ad ogni latitudine» – guida di viaggio alle “Napoli nel Mondo” alla mano e consapevolezza geo-storico-etnografica nel cuore e nella mente, possiamo intraprendere idealmente o fisicamente questo sicuramente suggestivo viaggio mossi sempre ed imprescindibilmente da – riprendo una frase di Giancarlo Siani ricordata da Michelangelo Iossa in epigrafe al suo testo – «ricerca, curiosità, approfondimento». Fonte immagine in evidenza: rogiosi.it 

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Teatro

La ballata del carcere di Reading: lì dove muore ogni speranza

La ballata del carcere di Reading al Ridotto del Mercadante dal 14 al 17 novembre. Roberto Azzurro, a due anni dal processo di Oscar Wilde, torna al Mercadante con La ballata del carcere di Reading. Azzurro Lo spettacolo apre la programmazione 2019/2020 della piccola sala al primo piano del Teatro Mercadante. Il lamento di un prigioniero dal carcere di Reading Una scena essenziale: una sedia rosa, pochi mattoni accantonati da prigionieri costretti ai lavori forzati, scarne tavole di legno. Un Wilde provato da due anni di prigionia guadagna la scena recitando la preghiera eucaristica. Il Wilde in scena non è che la carcassa consumata e logora del dandy dissoluto ed edonista che fu: di quel dandy resta un tight nero e un fiore verde all’occhiello. Da qui in poi si scioglie un lungo e dolente lamento pieno di pena, privo di speranza ma intriso di fede. Wilde davanti all’imminente fine di un condannato, Charles Thomas Wooldridge, che aveva ucciso sua moglie con un rasoio, si interroga sulla condizione umana dei prigionieri, sulla urgenza del perdono e sulla barbarie della legge che, invece, scritta dall’uomo per l’uomo, condanna alla prigionia e alla pena di morte. Roberto Azzurro non interviene su La ballata del carcere di Reading, non la rielabora, ma ci entra dentro, restituendo abilmente, con uno sguardo allucinato e una voce tremante e delirante, ogni sentimento che abbia animato e ispirato questo testo. Lo sgomento, il pentimento misto alla nostalgia per una vita di piaceri e di eccessi, la rabbia furente e l’orgoglio ferito, la sofferenza, la rassegnazione davanti al lento spegnersi del suo spirito, la flebile fede che lo tiene in vita, la consapevolezza che dal carcere non si esce vivi, seppur in vita. Ogni uomo uccide ciò che ama, eppure nessuno di loro deve morire. Quell’uomo aveva ucciso ciò che amava e per questo doveva morire. Eppure ogni uomo uccide quel che ama. Ognuno ascolti, dunque, ciò che dico: alcuni uccidono con sguardo d’amarezza, altri con una parola adulatoria. Il codardo uccide con un bacio, l’uomo coraggioso con la spada. […] L’uomo gentile uccide col coltello, perché più ratto giunga il freddo della morte. […] Ogni uomo uccide ciò che ama, eppure nessuno di loro deve morire. Ognuno di noi uccide ciò che ama, ognuno è un malfattore che va perdonato: se è vero questo assunto, allora, chi ha commesso un più grave delitto avrà bisogno di un più grande perdono. La legge, invece, rinchiude il colpevole in una gabbia dove non c’è possibilità di espiazione, di recupero, ma solo la lenta morte della della speranza prima che sia il corpo stesso a perire. Nel carcere non crescono fiori che possano alleggerire l’animo dei condannati, ma solo erba velenosa. Il carcere non ha colori se non il nero della notte, delle ombre e il grigio acciaio delle sbarre e delle catene. Il carcere, trasforma in paglia il fieno, sfigura nel corpo e nello spirito, arrugginisce la catena di ferro della vita. Nel carcere si vive in una perenne […]

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Libri

Il caso Léon Sadorski, il thriller poliziesco di Romain Slocombe

Esce oggi in libreria nella collana Darkside, Il caso Léon Sadorski, un thriller poliziesco che porta la firma di Romain Slocombe pubblicato da Fazi Editore. Siamo nell’aprile del 1942 a Parigi. La capitale francese è soggetta all’occupazione dell’invasore tedesco e nella ville lumière vige un opprimente clima di terrore. Tra i bombardamenti degli inglesi, gli attentati a opera della Resistenza a danno dei nazisti, i continui arresti degli ebrei deportati nei campi di concentramento, i traffici illeciti e le sempre più frequenti delazioni dei cittadini ormai gli uni contro gli altri, i membri delle forze dell’ordine lavorano a pieno regime collaborando con la Germania. Léon Sadorski, ispettore principale aggiunto di polizia, ha deciso da ben prima che i tedeschi occupassero il suo Paese da che parte stare: anticomunista e antisemita fino al midollo, svolge il suo dovere con fin troppo zelo impegnandosi ad arrestare quanti più comunisti, gollisti e israeliti possibili al fine di epurare la Francia da questi soggetti considerati indegni di esistere e verso i quali – soprattutto gli ultimi – Sadorski prova un evidente odio che traspare dalle sue parole durante l’interrogatorio da parte della Gestapo in seguito al suo inspiegabile arresto con conseguente incarcerazione nella prigione berlinese di Alexanderplatz: “[…] i giudei, anziché servire una patria, un paese, fanno come le prostitute, si mettono al servizio di tutti i paesi, dopo aver rifiutato, per duemila anni, d’integrarsi in una popolazione… È la mentalità di questa razza puttana che ha sabotato il nostro esercito e provocato la nostra sconfitta in poche settimane, davanti alla vostra Wehrmacht equipaggiata per bene e liberata dagli ebrei! […]” Sarà in seguito a questa prigionia che l’approfittatore, avido, codardo e corrotto poliziotto, una volta rientrato in Patria, si dedicherà – seppur con delle evidenti incoerenze – con maggiore foga a svolgere il suo lavoro in una Parigi che, in parte, è diventata lo specchio della bassezza di uomini e donne simili a lui. Il caso Léon Sadorski : quando il noir incontra la storia Finalista al Premio Goncourt e Goncourt des Lycéens, con Il caso Léon Sadorski, Slocombe propone ai lettori, attraverso la controversa e deprecabile figura del protagonista, un “cattivo” che ben incarna l’antieroe: un uomo meschino, insensibile al dolore altrui – anche quando sembra mostrare un lato compassionevole e umano, in realtà, pensa unicamente al proprio tornaconto – il cui interesse primario è quello di svolgere al meglio il suo lavoro eseguendo gli ordini – che siano arrivati dai suoi superiori o dai nazisti poco importa – nella più totale noncuranza delle conseguenze che le sue scelte avranno sulle vite di altre persone. Sadorski è un personaggio di fantasia ma che ben rappresenta la realtà di buona parte della polizia francese di quegli anni: individui ossessionati dalla giustizia – intesa, ovviamente alla loro maniera – fino ad arrivare ad accanirsi senza pietà contro i nemici dello Stato; facilmente corruttibili – anche dai favori e dal denaro degli ebrei che tanto odiavano – nonché inclini alla minaccia e alla menzogna pur […]

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Cinema e Serie tv

Let it snow: innamorarsi sotto la neve, un film targato Netflix

Basato sul romanzo young adult dal titolo omonimo uscito nel 2015 – in Italia è edito da Rizzoli – e scritto da Maureen Johnson, John Green e Lauren Myracle, Let it snow: innamorarsi sotto la neve è un film diretto dal regista Luke Snellin con un cast formato da giovani – per lo più famosi – attori e attrici americani, trasmesso a partire dall’8 novembre su Netflix. A Gracetown è la Vigilia di Natale e gli abitanti della città si apprestano a festeggiare questa ricorrenza, quando una tormenta di neve cambia i piani di alcuni dei suoi giovani abitanti. Keon (Jacob Batalon) programma di dare una festa a casa sua ma il ritorno dei genitori, ignari delle sue intenzioni, lo costringe a cercare un altro posto dove farla. Tobin (Mitchell Hope) cerca il momento giusto per dichiararsi all’amica d’infanzia Angie (Kiernan Shipka) della quale è innamorato da sempre ma che sembra essere presa dal bell’universitario JP (Matthew Noszka). Dorrie (Liv Hewson), impiegata presso il Waffle Town, si dichiara a una coetanea che, però, si comporta con lei in maniera ambigua. Addie (Odeya Rush), migliore amica di Dorrie, crede che il fidanzato Jeb (Mason Gooding) la tradisca ed è talmente presa dalle sue paranoie da rischiare di rompere il rapporto che la lega alla ragazza. Julie (Isabela Merced) è rimasta bloccata su un treno dove incontra Stuart (Shameik Moore), celebre pop star in incognito che si unirà a lei e alla sua famiglia per i festeggiamenti. Le storie – che troveranno un epilogo proprio nei locali del Waffle Town – saranno introdotte dalla voce narrante di un altro personaggio, la strana donna che guida il carroattrezzi ricoperta di alluminio (Joan Cusack), in quella che ha tutte le caratteristiche della commedia romantica natalizia. Let it snow: innamorarsi sotto la neve, tre storie d’amore tra imprevisti e risate Luke Snellin è riuscito, grazie a una trama leggera, eppure significativa, e a un cast variegato ma che ben si amalgama nell’insieme narrativo, ad anticipare l’arrivo dell’atmosfera natalizia sul grande schermo. Le tre storie d’amore – tra i due migliori amici, tra le due coetanee gay e tra i due sconosciuti – sono state rese nel film nella maniera più semplice e spontanea, seppure non manchino imprevisti e incomprensioni, e per questo più autentica possibile. I protagonisti – lo sono tutti a turno – sono ragazzi e ragazze alle prese con quelle problematiche che, nella realtà, si ritrovano in molte altre storie: una lunga amicizia che, a volte, per uno dei due o per entrambi, è qualcosa di più e potrebbe diventarlo ma, spesso per paura di perdere sia l’amico/a sia l’eventuale partner, non si esterna; l’ammettere di essere gay rischiando di non essere compresi e, magari, derisi e/o emarginati dagli altri; l’impossibilità di credere che un personaggio famoso possa essersi innamorato di una persona comune; tutte queste storie trovano riscontro nella vita vera. Ed è proprio questo il grande pregio di Let it snow: essere, a una prima impressione, la solita smielata commedia romantica […]

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Libri

Graffi, il romanzo di esordio di Claudia Squitieri | Recensione

Graffi di Claudia Squitieri: un romanzo edito Capponi editore. Leggi qui la nostra recensione! Campana, classe ’71, Claudia Squitieri ha esordito con “Graffi”, un romanzo che racconta la storia di Diana e Serena, amiche sin dall’infanzia unite dallo stesso destino di essere orfane. In Graffi è Diana a ripercorrere le sue memorie in prima persona, alternandole a brevi componimenti poetici, profonde riflessioni e uno scambio epistolare tra lei e Serena, l’ancora alla quale ricorre quando “le onde diventano troppo alte”. Serena è come uno specchio per Diana: è il destinatario di quelle lettere intrise di paure, dubbi, sconforto ma anche di consigli, dritte, rassicurazioni. Forse Serena è Diana stessa, l’altro sé, che riconosce come tale solo alla fine. Graffi ci appare allora come un lungo e urlante monologo con la coscienza necessario per far chiarezza nell’anima e nella mente di Diana che attraverso il percorso romanzato della sua esistenza, riesce finalmente a guardare con oggettività la sua intera vita, sciogliere dubbi irrisolti, ritrovare la pace con se stessa. Claudia Squitieri racconta in Graffi qualcosa che conosce bene: l’adozione La protagonista di Graffi si lascia andare al racconto della sua vita, a partire dall’infanzia, passando per il duro distacco da Serena che viene adottata, riscoprendo l’astio tra sé e sua mamma, ormai morta, per poi essere travolta dalla paura della scoperta di essere stata adottata. Tutto è minato da squarci di analisi personali e ondate di emozioni. Graffi è, per questo, un romanzo scorrevole in cui la semplicità si fonde con profondità riflessiva. Claudia Squitieri è accomunata a Diana e Serena dalla stessa esperienza d’adozione. Con il suo romanzo, ha voluto raccontare qualcosa che conosce bene per descriverne tutte le emozioni che provoca con sincerità, senza filtri né artifici retorici. «L’adozione crea un’interruzione – come quella della spina strappata dall’interruttore. Per creare il contatto ci vuole un po’ di tempo, e non sempre si riesce a recuperare il cavo». Ma cosa vuol dire, scoprire di essere stata adottata? Il confronto con l’abbandono si palesa per Diana quando lei è già adulta. Di fronte a questa notizia, però, si riscopre fragile come una bambina, stordita tra la consapevolezza dell’aver sempre saputo tutto e il rumore di una vita che si disgrega in un istante azzerando e dilatando all’infinito il tempo passato. Schiacciata dalla necessità di reinterpretare le certezze acquisite nella pergamena degli anni passati nell’ansia di perderle del tutto, la protagonista di Graffi acquista lucidità solo attraverso la voce di Serena, l’unica al mondo che riesce a comprenderla. E Claudia Squitieri, portavoce di entrambe, riesce a rendere nitida la sensazione di un abbandono e lo smarrimento di chi non può che vedere la sua intera esistenza come un unico grande inganno. «Un fulmine in testa provocherebbe meno sconquasso di questa notizia. Molti troverebbero esagerato questo paragone, ma gli altri non sanno cosa vuol dire sentirsi morire. Tu e io invece sì, conosciamo la vertigine che ti coglie all’improvviso e la sensazione che ne deriva, lo smarrimento che si insedia nella mente, la […]

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Teatro

Il Maestro più alto del mondo, TSO e abusi al Tram

Recensione dello spettacolo di Mirko De Martino “Il maestro più alto del mondo” con protagonista Orazio Cerino Massimiliano Malzone Giuseppe Casu Giuseppe Uva Franco Mastrogiovanni Lettere. Sintagmi. Morfemi ammucchiati per formare parole, per comporre nomi. E questi nomi, anche se spesso ce ne dimentichiamo, hanno delle storie, delle urla nascoste in cassetti che la coscienza collettiva tende a dimenticare. Da qui l’importanza del riportare in superficie, della denuncia, in qualsiasi forma essa sia fatta. Ci ha pensato e ci pensa il cinema – più mainstream e di facile comprensione – ma negli ultimi anni anche numerosi drammaturghi ci hanno provato, e con ottimi risultati. Un esempio perfetto ci è stato fornito ieri sera da “Il maestro più alto del mondo”, spettacolo di debutto della nuova stagione del Teatro Tram e che ha visto protagonista la storia di Franco Mastrogiovanni raccontata dal copione di Mirko Di Martino e dallo smisurato talento attoriale di Orazio Cerino. Il Maestro più alto del mondo, Franco Mastrogiovanni e il mare Tutto parte dal mare e non può che essere così. Da una fuga verso il sole e la libertà di essere, al di là delle dicerie della gente, anarchici, strambi, smisuratamente insensati. Tutto parte da lì, dall’evitare un posto di blocco per l’ennesimo TSO imposto senza una reale ragione, e finisce nel più atroce e crudele dei modi. Con la contenzione, con la solitudine, con i morsi della fame e gli schiaffi della sete. Legato mani e piedi, Franco Mastrogiovanni spirerà in ospedale il 4 agosto del 2009, dopo 87 ore di ingiustificata agonia. La sua morte ha tanti responsabili ma, come spesso accade, nessun colpevole. Tutti eseguivano ordini, si dirà, nessuno può essere perseguito. In uno spazio scenico sempre più claustrofobico, lo spettacolo segue con precisione le vicende senza mai dare la parola al maestro elementare, le cui urla rimangono in sottofondo. Uno straordinario Orazio Cerino ha dato voce e spessore, infatti, a tutte le figure che hanno gravitato intorno alla terribile vicenda di Franco e ha narrato con passione ed enfasi una tragedia che ha tanti sconfitti e nessun vincitore. Il primo e grande sconfitto di questa vicenda è lo Stato. Uno Stato che nelle sue burocrazie, nei suoi dettami e poi nella sua giustizia, si è dimostrato cieco, sordo e ottuso. E Franco Mastrogiovanni è solo uno delle sue vittime innocenti. Vittime innocenti e poi dimenticate, come se quei nomi, quasi che quei nomi non siano altro che lettere, sintagmi, morfemi ammucchiati così, tristemente a caso.

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Libri

Le mezze verità, un romanzo dell’autrice inglese Elizabeth Jane Howard

È uscito da poco nelle nostre librerie Le mezze verità, un romanzo della prolifica scrittrice inglese Elizabeth Jane Howard – ideatrice della saga de I Cazalet – a cura di Fazi Editore. May si è da poco risposata con il Collonello Herbert, un uomo dal carattere particolare a tratti inquietante e con il quale vive in una grande casa – acquistata dalla donna – nelle campagne del Surrey. Entrambi hanno dei figli dai precedenti matrimoni: Alice, figlia di Herbert, sta per convolare a nozze con Leslie Mount – un uomo con una famiglia ingombrante che, tuttavia, non ama ma che rappresenta per lei l’opportunità per allontanarsi dal padre dispotico – mentre, Oliver ed Elizabeth sono i figli poco più che ventenni di May. Il primo, intelligente e sarcastico, ma incapace di trovare o mantenere un lavoro, è deciso a sposare una donna ricca che lo mantenga; la seconda, invece, prova a rendersi indipendente offrendosi di cucinare per persone abbienti. Ed è proprio grazie a una cena in casa del “nuovo ricco” John Cole che la giovane trova, proprio in quest’ultimo, l’amore nonostante la differenza d’età e l’insofferenza della figlia sua coetanea Jennifer. Le storie dei personaggi, tutti protagonisti, si sviluppano nelle tre parti di cui il romanzo si compone, con un susseguirsi di mezze verità che, alla fine, troveranno ognuna la propria rivelazione. Le mezze verità e la malinconia e ironia dell’amore Come nei suoi altri lavori, anche in questo romanzo Elizabeth Jane Howard riconferma il suo innato talento nel descrivere nella maniera più minuziosa possibile i caratteri dei personaggi da lei creati: la confusione di May; la cattiveria di Herbert; l’immaturità di Oliver; la solitudine di Alice; il bisogno di amore di Elizabeth. Ed è proprio all’amore che la scrittrice rivolge la sua attenzione mostrandolo in tutte le sue forme con quella che è la palese intenzione di distinguere cosa è l’amore da ciò non lo è. Fondendo ironia e malinconia, speranze e realtà, mezze verità e verità intere, il tutto condito da una scrittura scorrevole nella forma, leggera ma non banale nei contenuti, la Howard ha dato vita a una storia che, grazie anche a degli inaspettati colpi di scena, si legge con interesse, piacere e un pizzico di curiosità che cattura e mantiene viva l’attenzione fino alla fine. In Le mezze verità ogni personaggio giunge, a un certo punto, al suo personalissimo bivio dove il fare i conti con se stessi diventa un’esigenza da soddisfare a ogni costo per potersi comprendere, perdonare e accettare così da poter andare avanti serenamente con la propria vita. [Fonte immagine: Sito Fazi Editore]

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Libri

Buongiorno ragazzi, il libro di Valentino Ronchi

Esce oggi per la Fazi Editore il nuovo libro di Valentino Ronchi, “Buongiorno ragazzi”. Tutti gli scrittori, o i poeti, come in questo caso, iniziano spesso a scrivere spinti dalla volontà di “sfogar l’interna doglia” attraverso le parole. La morte inaspettata del professore di greco, che ha indubbiamente influenzato il percorso dell’autore, è la scintilla che spinge il Ronchi a intraprendere un viaggio introspettivo e l’autore, come i grandi poeti che studiava al liceo, lo rende noto nel “proemio”, la sede topica della comunicazione delle intenzioni dell’autore.  La notizia dà “il La” ad un viaggio a ritroso tra i ricordi che legano i giovani adulti, compagni di classe, che si ritrovano insieme dopo aver appena imboccato ognuno la propria strada, “con i figli nei telefonini e nei portafogli”. L‘evento porta però involontariamente a riguardare i propri compagni come una volta, “con il Rocci sotto al braccio, che nello zaino proprio non ci entra”. E così, come nella mente si accavallano pensieri suscitati da stimoli diversi, esattamente allo stesso modo si distribuiscono le parole sulla pagina del Ronchi. La poesia sembra quasi una prosa spezzata, che deve andare a capo e che talvolta deve interrompersi, per continuare alla pagina seguente, o dopo un po’, come a seguire il flusso incostante del pensiero; le emozioni del passato comportano un salto indietro e si alternano al presente, in un continuo tira e molla; sembrano venir fuori e concretizzarsi nei versi come un’esigenza impellente che ha bisogno di essere espressa esattamente come la si prova. I dettagli di un passato neanche troppo lontano, che sembra anzi a portata di mano, sono vividi e si presentano al lettore esattamente come nella mente e nell’animo del poeta. Come spesso accade, è la morte l’unica in grado di spezzare la quotidianità e capace di avvicinare persone altrimenti inevitabilmente distanti. Buongiorno ragazzi, lo stile dell’autore Il linguaggio dell’autore non è distante da quello quotidiano, anzi talvolta si riduce all’ essenziale, come quello di un dialogo interno e personale con se stessi, ridotto all’osso e per niente poetico; la rima è bandita, e qualora ci sia, è scusata dall’autore, come a ribadire la sua inadeguatezza. Nella poesia del Ronchi il passato sembra subire una rilettura a posteriori, come se alcuni momenti fossero premonizioni di ciò che avverrà nel presente, come nel caso del corteo degli studenti che sembra prefigurare quello in cui si ritroveranno insieme molti anni dopo, in nome del professore venuto a mancare.  Il verso diviene prosa libera, che include vecchi discorsi diretti che divengono parte integrante della prosa-verso. E il passato diviene presente nella figlia di un vecchio amore che porta il nome che avrebbero dato alla loro, di figlia. L’incontro tra i vecchi compagni è una continua evocazione di un passato comune, che si fonde con il presente, come fosse accaduto solo un momento fa. E tutto viene letto “alla Omero”, come il professore aveva tentato allora di insegnare, come forse solo oggi, da adulti, riescono a comprendere. E Laura, uno dei personaggi femminili che […]

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