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Eroica Fenice

La Tag: serie tv contiene 14 articoli

Cinema e Serie tv

Stranger Things 3: i bambini sono cresciuti

Stranger Things 3 è l’ultimo capitolo di una serie che ha tutte le carte in regola per diventare un cult. Il 4 luglio Netflix ha rilasciato tutte le puntate dell’ultima stagione. Stranger Things è senza dubbio una delle serie più apprezzate del decennio e la popolarità riscontrata dopo l’uscita di quest’ultima stagione ne è la conferma. La prima stagione aveva suscitato molto clamore grazie alla ricostruzione delle atmosfere anni ’80 ma anche per le innumerevoli citazioni, per una storia molto intrigante e per l’amicizia. Per la precisione, l’amicizia viscerale e totale di gruppo di bambini che con le loro comunicazioni radio provano ad abbattere qualsiasi tipo di distanza temporale e fisica per stare costantemente insieme. E se con la seconda stagione molti di quei temi erano stati riproposti con l’aggiunta di alcuni personaggi, il tutto non era bastato per rendere i nuovi episodi appetibili come i primi. La seconda stagione è stata comunque sempre molto godibile ma si trattava della riproposizione di uno schema già visto e per questo meno entusiasmante della prima novità. Ma con questa terza stagione Stranger Things ci dimostra di essere cresciuto. Preparatevi a salutare i bambini che avete imparato a conoscere perché nelle nuove puntate troverete degli adolescenti. Non sono cambiati solo i loro interessi ma anche i loro modi di relazionarsi. I ragazzi dovranno confrontarsi con nuovi sentimenti e con la necessità di saperli comunicare. Ma a sorprendere saranno anche le dinamiche interpersonali con la nascita di nuove amicizie al femminile, di nuove conoscenze e del consolidamento di alcuni rapporti. Crescere può significare anche dover cambiare e Stranger Things l’ha capito e saputo fare. A crescere, infatti, non sono solo i protagonisti ma anche le minacce da affrontare. Dimenticate il Demogorgone sconfitto da Undi e anche il governo degli Stati Uniti che prova a nascondere la verità perché ci sono nuovi nemici da combattere. In Stranger Things 3 troviamo una minaccia diversa, proveniente sì dal sottosopra ma più evoluta ed intelligente. A ciò si aggiunge la presenza di un nemico straniero, la Russia, che fin dai primissimi minuti si presenta come spietato e determinato a raggiungere l’obiettivo. Solo evocato nelle precedenti stagioni, il concretizzarsi della minaccia russa è un cambiamento che trascina ancora di più la serie nel contesto degli anni ’80 precedenti la caduta del muro di Berlino. Un tassello ulteriore che arricchisce una serie di elementi che caratterizzano perfettamente un’atmosfera già ben definita da acconciature, abbigliamenti, colonne sonore e ambientazioni. Stranger Things continua a saper rielaborare con cura infinite citazioni senza mai sfociare nella banale copia. Per chi conosce i riferimenti è chiaro che i Duffer Brothers hanno attinto senza risparmio da altri cult e continuano a farlo. Fin quando i risultati saranno come questa terza stagione possono però continuare a farlo. In Stranger Things 3, oltre ai personaggi che abbiamo imparato a conoscere nelle precedenti stagioni, troveremo nuovi amici. Insieme alla valorizzazione di alcuni personaggi già noti (Erica, sorellina di Lucas, Murray Bauman, giornalista un po’ stravagante e Billy, fratello di Max) […]

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Cinema e Serie tv

Rolling Thunder Revue, Scorsese racconta Dylan

Rolling Thunder Revue: a Bob Dylan story by Martin Scorsese “Life is about creating yourself, and creating things” A un certo punto di Rolling Thunder Revue, il documentario di Martin Scorsese (Casino, Taxi Driver, Goodfellas) sull’omonimo tour degli anni settanta, Bob Dylan pronuncia questa frase che più dilanyana non potrebbe essere. Ma chi è in realtà Robert Allen Zimmerman? Uno, nessuno e centomila, come il personaggio di pirandelliana memoria. Il menestrello di Duluth, bardo delle utopie sessantine, cantore elevato al rango di poeta, emblema degli eccessi di una generazione, premio Nobel per la letteratura. Nessuna di queste maschere corrisponde minimamente al genio di Dylan. Appena lo si prova a catalogare in una definizione, ecco che è lì pronto ad inventarsi una nuova trovata, pronto ad ingannarci tutti, dall’alto dei suoi quasi ottanta anni e del suo patto con il diavolo per l’eterna giovinezza. Su Netflix è appena uscito un documentario del premio Oscar Martin Scorsese che prova a raccontare uno dei momenti salienti della carriera di Dylan: il Rolling Thunder Revue, il lungo tour itinerante gli States durato quasi un anno, a cavallo tra gli anni 1975-1976. Il regista italo-americano non è nuovo a cimentarsi nel racconto di personalità che hanno fatto la storia della musica: i Rolling Stones di Shine a Light e il George Harrison del bellissimo Living a Material World sono un esempio calzante. Già nel 2005 Scorsese aveva girato un documentario su Dylan, No Direction Home, incentrandosi sul primissimo Zimmerman, il ragazzo che nel 1961 giunse a New York direttamente dal Minnesota. Quello di Rolling Thunder Revue è un però un artista completamente diverso. Ha già pubblicato alcuni tra i più dischi più belli della storia della musica (Blonde on Blonde e Highway 61 Revisisted su tutti), ha cambiato per sempre la musica americana e non solo suonando la chitarra elettrica al Festival di Newport. Bob Dylan on the road Dylan sceglie così, in quel momento della sua carriera, di girare in lungo e largo gli Stati Uniti, in un itinerario on the road alla Jack Kerouac (citato a più riprese nel corso del documentario) durato un anno, con 57 date, suddivise in una fase autunnale e in una fase primaverile. Con l’intermezzo del gennaio del 1976, quando fu pubblicato Desire, tra le gemme della carriera del cantautore di Duluth. Il tour parte da Plymouth, una scelta dai connotati fortemente simbolici e che tanto sarebbe piaciuta al vate Kerouac, di cui peraltro Dylan omaggia la tomba in uno degli intermezzi più commoventi del documentario. La città del Massachusetts è il luogo dove nel 1620 sbarcarono i padri pellegrini, il posto dove partì quel grande romanzo americano di cui Bob Dylan è stato e sarà ancora tra i più grandi narratori. Perché l’America è un po’ di tutti, e non solo degli americani, che l’hanno solo presa in affitto, come direbbe qualcuno. Parte così più che un tour una carovana in stile circense, un circo burlesque di musicisti, poeti e addetti ai lavori. Ci sono Joan Baez, di […]

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Cinema e Serie tv

Johan Renck e Craig Mazin per l’HBO: Chernobyl

Chernobyl, con la regia di Johan Renck, è l’ennesima dimostrazione della qualità che la HBO riesce a garantire. Dopo i pareri contrastanti che hanno accompagnato l’ultima stagione di Game of Thrones, l’emittente statunitense torna con una miniserie di cinque puntate dedicate al disastro nucleare avvenuto il 26 aprile 1986 all’01:23 in Ucraina, all’epoca ancora parte dell’Unione Sovietica, presso la centrale nucleare V.I. Lenin. Ideata e scritta da Craig Mazin, diretta da Johan Renck, Chernobyl è stata prodotta e distribuita da HBO e sarà trasmessa in Italia da Sky Atlantic. Per raccontare il più grave incidente nucleare della storia un cast eccezionale con Jared Harris, Stellan Skarsgård, Emily Watson, e Paul Ritter. Molti elementi sono tratti da Preghiera per Chernobyl di Svetlana Aleksievič, un libro in cui l’autrice provava a ricostruire non tanto gli avvenimenti quanto «le impressioni, i sentimenti delle persone che hanno toccato con mano l’ignoto». Chernobyl è una serie drammatica e non potrebbe essere altrimenti dati i fatti che racconta. Tutta l’atmosfera, fin dai primissimi minuti, sembra confermarci che quello a cui stiamo per assistere è un dramma che ci verrà presentato in tutta la sua cruda realtà. L’ambientazione e le atmosfere ci rimandano all’Unione Sovietica negli anni precedenti alla sua dissoluzione. L’abbigliamento, i colori delle pareti, le decorazioni delle piastrelle, i telefoni, i registratori, le audiocassette, le auto e la fatiscenza dei palazzi rimandano ad un mondo apparentemente lontanissimo ma che è vicino, lontano di soli 33 anni. Unico neo di una serie che lascia davvero poco spazio alle critiche è sicuramente la scelta di Johan Renck di utilizzare comunque l’inglese per i dialoghi. È forse l’unico elemento straniante in una ricostruzione perfettamente riuscita di un’atmosfera. Chernobyl è una storia che viene raccontata da quello che scopriremo presto essere uno scienziato, Valery Legasov. Un racconto registrato su delle audiocassette per capire ciò che è accaduto, ricostruirlo e farlo sapere al mondo. Non un caso perché la serie evidenzierà le dinamiche distorte del potere che portano alla costruzione di narrazioni false e distorte, fatte di omissioni e bugie. Ma ogni bugia ha un debito con la verità e quel debito prima o poi dovrà essere ripagato. Far raccontare quella storia ad uno scienziato significa mettere ulteriormente in evidenza quel debito. La scienza segue un rigore logico, ha una sua razionalità e un suo metodo.  Tutti elementi che in un regime divengono contraddittori perché ci sono altri valori e altre dinamiche da preservare. Chernobyl può essere un ottimo strumento per comprendere meglio una stagione storica.  È difficile capirlo solo attraverso i libri scolastici ma la Guerra fredda ha condizionato migliaia di vite. Questa miniserie è un ottimo modo per scoprire come l’ha fatto. Durante una guerra fredda tante piccole verità possono essere sacrificate per proteggere una rappresentazione. In questo caso è la rappresentazione del potere sovietico ma si tratta di dinamiche rinvenibili in tanti altri sistemi di potere e in tutte le epoche. Chernobyl è un ottimo esempio per dimostrare che il potere ha sempre provato a costruire una sua narrazione […]

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Libri

La narrazione al tempo delle serie tv spiegata con How I Met Your Mother

Edito da Il Terebinto Edizioni, HOW I MET YOUR MOTHER: La narrazione al tempo delle serie tv è il nuovo libro di Francesco Amoruso, una ricognizione dello stato di salute della narrazione che continua ad essere un cardine delle nostre vite seppur attraverso nuove forme. Quali sono le caratteristiche di un buon narratore? Francesco Amoruso prova a capirlo nel suo HOW I MET YOUR MOTHER: La narrazione al tempo delle serie tv ripercorrendo le tappe principali della narrazione e scoprendo che il buon narratore di Walter Benjamin è tutt’oggi vivo nonostante siano cambiati i mezzi attraverso cui racconta le sue storie. La narrazione al tempo delle serie tv: How I met your mother? La narrazione può essere intesa come una nobile falsificazione della realtà dal momento che, parafrasando Pirandello, l’artista idealizza la realtà semplificandola e concentrandola. La narrazione, quindi, è la costruzione di un mondo che è per sua stessa natura «altro rispetto alla vera realtà».  Del resto, se in molti casi alla base della narrazione c’è un ricordo, tale ricordo si basa su una serie di dettagli, di omissioni, ma anche su un insieme di particolari che costruiscono un racconto coerente. Leggendo scopriremo che un buon narratore deve essere un consigliere che sa ascoltare, ricordare e trasmettere con estrema credibilità.  Una credibilità che gli può essere attribuita solo dall’ascoltatore che deve rendersi parte attiva contribuendo alla costruzione di quel mondo che, pur essendo semplificato e concentrato può essere impreziosito con particolari ed esperienze personali. Ma se l’ascoltatore deve essere partecipe per creare una vera narrazione, cioè presuppone che alla base ci sia la voglia di stare insieme e di condividere. La necessità di narrare, del resto, è conseguenza della necessità di stare insieme. La narrazione si sta evolvendo da secoli con la nascita del romanzo prima, con l’arrivo del romanzo d’appendice poi e, infine, con l’arrivo della televisione e delle sue tre grandi ere. Ma come si declina tutto ciò oggi? Il narratore solido, utile e irripetibile di Walter Benjamin, secondo Amoruso, non è scomparso e, anzi, è in ottimo stato di salute e Ted Mosby ne è la dimostrazione. Ma perché prendere in esame How I met your mother? L’autore spiega come le serie tv diventino parte della vita domestica, come riescano a creare legami tra spettatori e personaggi fino al punto da poter far percepire la loro fine come un piccolo dramma. In tal senso, How I met your mother è riuscita a creare un legame unico con gli spettatori. Trasmessa dalla CBS dal 2005 al 2014 con 9 stagioni e 208 episodi, How I met your mother è «pieno di narratività» e caratterizzato dalla presenza di un gruppo fantastico di amici che, ritrovandosi al MacLaren’s per bere una birra e scambiarsi racconti di giornate leggen… darie ci offrono la possibilità di ascoltare storie semplici, divertenti e di cui vorremmo tutti essere un po’ parte. Le serie tv, negli scorsi decenni tanto criticate ed ignorate da parte della critica, assumono oggi un ruolo rilevante sia perché intrattengono […]

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Cinema e Serie tv

Umbrella Academy, recensione della serie tv Netflix

Se non conosci la serie tv in onda su Netflix, The Umbrella Academy, scoprine di più! The Umbrella Academy: la trama Nello stesso giorno del 1989, in diverse parti del mondo, nascono 43 bambini da donne che inspiegabilmente non avevano mostrato alcun segno di gravidanza. L’eccentrico miliardario Sir. Reginald Hargreeves reputa la situazione un evento inspiegabile quanto eccezionale, e decide di adottare quanti più bambini possibile, raggiungendo la modica cifra di sette neonati. Intuisce subito che c’è qualcosa di particolare in loro: la presenza di alcune doti atte a rendere il mondo un posto migliore. Per questo ritenne giusto addestrarli all’arduo compito di protettori, o per meglio dire supereroi. Nasce così l’ Umbrella Academy. Questa è la premessa della nuova serie tv targata Netflix, tratta dall’omonimo fumetto ideato da Gerard Way, cantante dei My Chemical Romance. La serie è molto diversa rispetto ai classici film dei supereroi ai quali siamo abituati. Si basa sull’equilibrio tra dark e humor, tra sovrannaturale e realismo, mostrato attraverso l’analisi dei distinti tratti psicologici di ciascun personaggio. Da supereroi a disadattati, i supereroi di The Umbrella Academy La trama si svolge al contrario: i sette protagonisti passano da un infanzia eroica al perdersi tra le difficoltà della vita, arrivando addirittura a dividersi. Ciò richiamerebbe la dinamica della crescita: da bambini ci sentiamo un po’ supereroi fino a comprendere che l’esistenza ci mette a dura prova. La trama è organizzata su diversi piani temporali: flashback rivolti al passato e richiami ad un possibile futuro post apocalittico. Ma la storia è incentrata principalmente sul presente, quando i membri dell’accademia hanno raggiunto l’età adulta. Il primo episodio si apre con la morte di Sir. Reginald. In occasione del suo funerale gli ex membri dell’accademia decidono di ritornare a casa. Il loro incontro dopo tanto tempo scatenerà una serie di eventi che li poterà a vestire nuovamente i panni dei supereroi, pronti a salvare il mondo da un imminente apocalisse. I ragazzini invincibili però sono diventati il loro opposto, percorrendo strade ed esperienze diverse: uno dei membri muore anni prima, schiacciato dai suoi stessi poteri, un altro esce di casa senza far più ritorno e i restanti sono cresciuti con il risentimento, in parte rifiutando la propria natura, in parte desiderosi di assecondarla, come Luther/Nr.1 (Tom Hopper) dotato di una forza straordinaria e Diego/Nr.2 (David Castaneda) vigilante abile con i coltelli. Altri invece come Allison/Nr.3 (Emmy Raver-Lampman) e Klaus/Nr.4 (Robert Sheehan) rifiutano le proprie abilità, attribuendone la causa di tutte le loro sofferenze. In ultimo troviamo Vanya/Nr.7 (Ellen Page) che non avendo dimostrato alcuna dote particolare cresce insicura, esclusa dai membri del gruppo come da suo padre. A riavvicinare tutti sarà Nr.5 che, avendo la capacità di viaggiare nel tempo come nello spazio, ritornerà dal  futuro, nel quale è rimasto bloccato per più di 50 anni a causa della sua scarsa padronanza dei poteri. Sarà lui a diventare testimone del destino del pianeta, deciso ad impedirne la rovina chiedendo aiuto ai suoi fratelli. Ogni episodio è incentrato sulla storia […]

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Santa Clarita Diet, quando l’horror ha incontrato il genere commedy

Sheila è una donna con una vita semplice, sposata con Joel, un bell’uomo con cui condivide anche la professione di agente immobiliare. Insieme alla loro figlia adolescente Abby, vivono a Santa Clarita in California, il tipico “american suburbs” dal clima mite con staccionate bianche e arredamento standard medio-borghese. La loro esistenza prende una piega inaspettata quando Sheila si trasforma in una zombie che non riesce più a cibarsi di frutta e verdura ma solo di carne umana. Questo è l’incipit di Santa Clarita Diet, una serie tv “dark commedy” di Victor Fresco in onda su Netflix alla sua terza stagione, e ultima, rilasciata a marzo. Purtroppo Netflix ha rilasciato poco tempo fa la notizia della cancellazione della serie; i motivi sono ancora incerti, ma non desta stupore visto le volte in cui la casa di produzione ha preso questa decisione, sconcertando fan e pubblico. Tra le serie prodotte da Netflix, Santa Clarita Diet non ha destato tanta attenzione, né ha ricevuto particolari menzioni, più esaltanti, rispetto a tv series attese come “Sex education” o la nuova stagione de “La casa di carta“; ma si è rivelata comunque un successo perchè si è subito presentata con una trama originale, e sicuramente con un cast all’altezza: nel ruolo della protagonista, Drew Barrymore è perfetta. Divertente e ironica, quando pian piano il corpo della protagonista sembra cadere in decadimento (come un occhio fuori dall’orbita o un dito che non vuole proprio stare al suo posto), capace di far intendere allo spettatore un pregresso, il cambiamento di personalità di Sheila tra il prima e il dopo la trasformazione, quando diventa più sicura di sé e irriverente, alla ricerca di carne umana appetitosa ma sempre amareggiata dalla scarsa morale che comporta uccidere un’altra persona per sopravvivere (spassose le prime scene in cui, insieme alle sue amiche durante un pomeriggio di jogging, beve sangue umano dal suo thermos come fosse un frullato proteico). Splatter, horror o dark commedy? Santa Clarita Diet Questo lato macabro e splatter, che è la horror side di Santa Clarita Diet insieme ai successivi sviluppi che porteranno la famiglia a sapere di più sulla trasformazione di Sheila, è con accondiscendenza e a tratti mista ad un pizzico di sana follia condiviso anche dal marito Joel, un Timothy Olyphant che per la prima volta interpreta un ruolo così vivace, che oscilla tra un ghigno e il baratro di una prossima pazzia. Infatti, l’amore dei due coniugi supera anche quest’ostacolo, perché Joel decide di aiutare la moglie a tenere nascosto il suo segreto al vicinato così come di procacciarle cibo, però decidendo di ammazzare solo chi se lo merita – vedremo i due in fantomatiche avventure, in stile cavaliere e il suo ronzino, dare la caccia ad un gruppo di nazisti. E se la carne dovesse finire ben presto, Sheila porta sempre con sé un frigo bar per mantenerla fresca. Accanto ai due Hammond, troviamo anche la figlia Abby, che scoprirà in seguito il segreto di Sheila ma che, il dna non mente, saprà […]

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Gomorra 4, boom di spettatori per i primi due episodi

Gomorra 4, la serie tratta dal romanzo di Roberto Saviano, ha tenuto col fiato sospeso più di 1 milione di spettatori per il suo debutto su Sky Atlantic. I primi due episodi (prodotti con Cattleya e Fandango, in collaborazione con Beta Film) sono andati in onda venerdì 29 marzo, con un dato di permanenza di spettatori per l’intera serata del 77%, il 12% in più rispetto alla media della terza stagione. Sui social network, hanno generato un totale di 267.700 interazioni e l’hashtag ufficiale #Gomorra 4 è entrato nella classifica dei trending topic italiani su Twitter. Protagonista indiscusso dell’inizio della quarta stagione di Gomorra è Salvatore Esposito, nel ruolo di Genny Savastano. Genny, dopo la morte dell’amico fraterno Ciro, è costretto a ristabilire gli equilibri tra i diversi clan della città e, per farlo, favorisce l’ingresso in scena di un nuovo giocatore, il boss dei “Levante”, potente famiglia dell’area Nord di Napoli, a lui unita da un legame di sangue. Genny, però, lontano dalle guerre sanguinose di camorra, si reinventa come imprenditore, avviando un grandissimo progetto per la costruzione di un aeroporto, ma scontrandosi con tutte le difficoltà del muoversi in modo “pulito”. Ritroviamo alla regia Francesca Comencini, con le musiche dei Mokadelic alternate alla voce di periferia di Franco Ricciardi. Sembra forte il riferimento ai film Il ladro di cardellini di Carlo Luglio nel primo episodio, e Veleno di Diego Olivares nel secondo. Tema centrale della seconda parte, infatti, lo sversamento di rifiuti tossici nell’area tra Napoli e Caserta, la cosiddetta “Terra dei Fuochi”. L’episodio mette in evidenza le conseguenze sulla salute delle persone che il fenomeno ha prodotto, la dinamica che porta allo sviluppo dei roghi tossici e la connivenza di alcuni proprietari terrieri locali con i fautori dell’avvelenamento. Ritroviamo anche dialoghi forti, efficaci, forse privati dell’effetto di quelle frasi che avevano caratterizzato le prime stagioni, quelle che avevano divertito e lanciato veri e propri trend sui social network (anche grazie alle divertentissime parodie dei The Jackal) e molto diffuse anche nel linguaggio dei giovani napoletani (e non solo). Ritroviamo infine, così come li avevamo lasciati, tutti i personaggi di Gomorra 3: da Enzo Sangueblù, interpretato da Arturo Muselli e il suo braccio destro Valerio (Loris De Luca) fino a Patrizia, personaggio della bravissima Cristiana Dell’Anna. Proprio Patrizia è candidata ad assumere un ruolo centrale in Gomorra 4, ristabilendo un protagonismo femminile (come lo era stato per Maria Pia Calzone e Cristina Donadio, interpreti di Donna Imma e Donna Annalisa “Scianel”), che si rifa, però, alle stesse dinamiche di potere, di violenza e di sopraffazione prettamente maschili. Grande assente, Marco D’Amore, che ha interpretato nelle prime tre stagioni Ciro Di Marzio, e che ritroveremo nei prossimi episodi in un ruolo inedito, quello di regista.

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Beverly Hills 90210: Il ritorno dopo vent’anni!

Chi si ricorda di Beverly Hills 90210, la famosa serie che ha fatto sognare un’intera generazione? A distanza di vent’anni, sta tornando ed è pronta a farci emozionare ancora! Non dimentichiamoci che la serie tv dedicata a questo gruppo di adolescenti ha dato il via ad un genere, ad una schiera di cloni più o meno riusciti, che ci hanno accompagnato in questi anni, per citarne una: Dawson’s Creek. Come dimenticare il volto del bravo ragazzo Brandon o l’affascinante Dylan conteso dalle due belle amiche/nemiche Kelly e Brenda? Tutti loro sono pronti a ritornare sul grande schermo, per farci riscoprire quella parte di adolescenza ormai lontana. Non tutto il cast ha dato però il proprio consenso. Shannen Doherty, conosciuta e amata come la famosa ”Brenda”, a causa della sua lotta contro il cancro e successivamente sconfitto, sembrava non aver dato la propria conferma, anche se, dopo la prematura morte della co-star Luke Perry, sembrerebbe voler apparire proprio per ricordare quest’ultimo. Tutto il mondo piange la scomparsa del ”cattivo ma amorevole ragazzo” Dylan, colui che ha fatto battere tantissimi cuori e sognare milioni di ragazze, l’attore Luke Perry, era amato non solo da tutto il cast ma anche da tantissimi fans che non hanno mai smesso di seguirlo in tutti questi anni. Luke era impegnato sul set del telefilm Riverdale, impersonando uno dei protagonisti principali, Fred Andrews, aimè anche quest’altro cast, sta già pensando come rendergli omaggio con i prossimi episodi. L’attore è venuto a mancare il 4 Marzo a causa di un brutale ictus che non gli ha lasciato scampo. Sicuramente Beverly Hills non sarà più lo stesso senza l’indimenticabile Dylan, ma siamo certi che saranno in grado di ricordarlo come merita. Resterà comunque dentro al cuore di ognuno di noi. Beverly Hills 90210, sul plot non ci sono ancora notizie Ma cosa vedremo in questo nuovo Beverly Hills 2.0? Pare che il progetto sarà un’esclusiva della CBS e vedrà una continuazione delle storie con un cast ormai adulto, magari con famiglia e figli, che avrà a che fare con le problematiche degli adolescenti di oggi. Donna e David ci mostreranno nuovamente il loro tormentato amore? O dopo ormai così tanto tempo, si son decisi a vivere felici e contenti? Staremo a vedere! “Beverly Hills 90210”, il telefilm per teenager creato da Darren Star e prodotto da Aaron Spelling, che ha fatto sognare ed emozionare tante generazioni, sta per ritornare e tutti noi non vediamo l’ora.

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I più bei documentari di Netflix, i migliori scelti da noi

In molti conoscono la comodità di possedere un account Netflix, con la possibilità di poter scegliere fra i suoi numerosi contenuti. Dal genere horror al comedy, fino ai film acclamati dalla critica e ai documentari, il colosso dello streaming americano offre una scelta vastissima, senza tralasciare alcun genere. Ma proprio a causa di questa ampia scelta, capita spesso di trovarsi a scorrere file interminabili di proposte, senza riuscire a decidere quale titoli disponibili siano più interessanti. Per questo, noi di Eroica Fenice abbiamo realizzato una lista dei documentari più belli disponibili su Netflix. I migliori documentari di Netflix, le nostre scelte Africa Quando pensiamo ai documentari la prima cosa che ci viene in mente sono paesaggi esotici, animali bizzarri e tramonti mozzafiato. Per questo nella classifica dei documentari pi belli di Netflix il primo posto va di diritto al documentario Africa, targato BBC. La docu-serie, di 5 puntate da circa 50 minuti l’una, porta lo spettatore a scoprire le meraviglie di un continente considerato l’ultimo baluardo del regno animale. Soffermandosi sulle storie di sopravvivenza di singoli animali, la telecamera ci accompagna dalle vette più alte fino alle giungle più fitte, esaltando le meravigliose inquadrature con la musica classica. Dentro l’inferno di W. Herzog Werner Herzog, affermato cineasta tedesco, realizza questo documentario sui vulcani più pericolosi del mondo e del loro legame con i riti delle popolazioni indigene, soffermandosi sull’Isola di Ambrym, nell’Oceano Pacifico, e il Monte Paektu, in Nord Corea. Se da un lato ci viene mostrato come gli abitanti del villaggio di Endu abbiano reso il vulcano dell’isola di Ambryn parte delle loro superstizioni come un oltretomba popolato da fantasmi e spiriti, il Monte Paektu viene invece strumentalizzato a favore della propaganda del regime socialista di Kim Yong-un. L’opera di Herzog si divide così in due tempi: una prima parte scandita dalla sacralità con cui il regista e il resto dello staff approcciano con la maestosa potenza della natura, mentre la seconda mostra allo spettatore la massificazione e il pensiero unico che vigono in Nord Corea. Questi elementi rendono il documentario uno dei più interessanti di Netflix. Wild Wild Country Wild Wild Country è una docu-serie di 6 puntate che racconta le vicende di uno dei personaggi più interessanti del nostro secolo, Osho, il mistico indiano su cui sono stati scritti innumerevoli libri e che continua a far parlare di sé anche da morto. La narrazione ha inizio dalla fondazione della comunità di Rajneeshpuram in Oregon, dove Osho (all’epoca conosciuto come Bhagwan) si stabilisce con l’obiettivo di creare un’oasi di pace spirituale, diventando invece il protagonista di una delle pagine più oscure e complesse della storia americana. Mentre l’ideale di amore della comunità va man mano trasformandosi, gli avvenimenti ci vengono narrati da chi è stato protagonista di questi tristi episodi. La docu-serie (che è stata premiata al Sundance Film Festival) non prende posizione e lascia la possibilità allo spettatore di crearsi una propria opinione. In poche parole Nato da una collaborazione fra la casa produttrice Vox e Netflix, In […]

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Sex Education, la nuova serie originale Netflix (Recensione)

Sex Education è una delle ultime uscite Netflix: la serie originale è stata rilasciata l’11 gennaio ed ha subito riscosso un gran successo presso il pubblico, che ne chiede a gran voce una seconda stagione (da poco confermata), merito della sua innegabile freschezza ed originalità: un teen drama leggero e spontaneo, divertente, autoironica e non banale, nulla di scontato o già visto. Al centro della serie, la sessualità adolescenziale. Ma dimenticate gli esperti e smaliziati protagonisti dei più noti teen drama americani: Sex Education punta a rappresentare la realtà della sessualità inesperta ed immatura di un gruppo di adolescenti alla scoperta di sé e dell’altro, una sessualità fatta di incertezze, insicurezze, approcci spesso goffi e mille domande troppo imbarazzanti da porre, ma delle quali si sente improvvisamente l’urgenza. E a soddisfare quest’urgenza provvederà Otis, protagonista della serie, un sedicenne timido, introverso e sensibile, un ottimo ascoltatore e fidato consulente, tanto inesperto con le ragazze quanto esperto, indirettamente, in materia sessuale, grazie all’imbarazzante ed invadente madre, terapista sessuale di mestiere. Sex Education: uno scorcio di adolescenza reale, tra primi amori ed incertezze Sex Education è una serie schietta ed onesta, autoironica e brillante, che racconta l’adolescenza in tutta la sua complessità, nelle sue contraddizioni, tra la voglia di sentirsi adulti e la paura di fallire, anche e soprattutto in una sfera delicata come quella sessuale. Non è mai semplice raccontare in tv la sessualità, l’adolescenza e tantomeno la sessualità adolescenziale senza cadere nei soliti, stantii cliché. Siamo abituati a vedere, nella stragrande maggioranza dei teen drama, teenagers di navigata esperienza sessuale, sempre infallibili e sicuri di sé: ma siamo davvero sicuri che questa immagine corrisponda alla realtà delle nostre prime esperienze, della nostra adolescenza? Sicuramente no. Ciò che ricorderemo con un sorriso ed un velo d’imbarazzo sarà l’emozione, la curiosità, la voglia di conoscere e conoscersi e, perché no, qualche figuraccia o qualche bugia, che nasconderemo come il più grave di tutti i peccati perché, si sa, in adolescenza la verginità è un taboo. Lo sa bene Otis (Asa Butterfield), un “adolescente represso” (secondo la diagnosi clinica che sua madre ne ha fatto), che ne sente angosciosamente tutto il peso, lo sa bene il suo migliore amico Eric (Ncuti Gatwa), adolescente in lotta con sé stesso e contro la propria omosessualità. Due ragazzi diversi, uno timido e riservato, a suo agio nell’anonimato, e l’altro estroso ed eccentrico, sempre in cerca di attenzioni, ma accomunati dal comune, triste destino degli “sfigati” del college: destino dal quale li tirerà fuori Maeve (Emma Mackey), una ragazza dal look alternativo emarginata dal gruppo per alcune maldicenze sul suo conto, quando proporrà a Otis di fondare insieme a lei, tra le mura scolastiche, un centro d’ascolto di terapia sessuale, resasi conto delle notevoli competenze di Otis in questo ambito, piuttosto insolite in un ragazzo vergine. Ritroviamo nella serie tutti i personaggi, i topòi viventi cui siamo abituati: gli sfigati, il bullo, la cheerleader, il campione della squadra di basket (qui, in realtà, si tratta di un […]

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