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Eroica Fenice

La Tag: serie tv contiene 18 articoli

Cinema e Serie tv

Locke & Key: la graphic novel di Joe Hill su Netflix

Locke & Key, la nuova serie targata Netflix in uscita il 7 febbraio 2020, è tratta dall’omonima graphic novel (genere verso il quale ultimamente la piattaforma sembra essere particolarmente predisposta) scritta da Joe Hill, figlio di Stephen King, e disegnata da Gabriel Rodriguez. Locke & Key: la trama La storia segue le vicende della famiglia Locke, composta da madre e da tre figli reduci dal tragico assassinio del padre, evento che li costringe a trasferirsi nella vecchia casa di famiglia in Massachusetts. Si tratta di una casa antica, sontuosa ed elegante che subito desta all’occhio dello spettatore una sensazione sinistra. Una casa che effettivamente nasconde segreti, non estranei alla memoria del padre di famiglia ormai deceduto. Nella Key House sono presenti molte porte. Ciascuna di esse custodisce un segreto, che può essere svelato solo dalle chiavi giuste. Chiavi nel vero senso della parola: piccoli oggetti di fattura antica ed originale che il piccolo Bode Locke (Jackson Robert Scott) riesce a percepire e a riportare alla luce, insieme alla loro natura magica. Il bambino, dotato di fremente curiosità, inizia ad usare le chiavi con pericolosa disinvoltura, attirando l’attenzione di una misteriosa figura che ne è attratta ed è pronta a tutto per entrarne in possesso. Locke & Key: tra il fantasy e il drama La trama oscilla tra il dramma vissuto dalla famiglia, i cui componenti cercano di affrontare il lutto ognuno a proprio modo, e la fantasia: la madre Ellie (Darby Stanchfield) trova conforto nell’alcool; il fratello maggiore Tyler (Connor Jessup) si rifugia in se stesso, silenziando i suoi sentimenti per adempiere al compito di fratello maggiore; la sorella Kinsey (Emilia Jones) risulta maggiormente ribelle rispetto al fratello e il piccolo Bode trova, invece, consolazione nella ricerca delle chiavi magiche. Sarà lui infatti il primo a sentirle e, dopo una iniziale incredulità ed una serie di espressioni dubbiose, riuscirà ad aprire le porte su questo mistero anche al fratello e alla sorella. Possibile componente metaforica Chissà che non si possa attribuire proprio alle chiavi l’accesso verso una via di conforto per la tragedia della famiglia Locke! Un modo per superare il dramma e l’eco del passato, visto che il nome dell’antagonista è proprio Eco, il cui ruolo nella vicenda ha come unico scopo quello di rincorrere la famiglia per ottenere le chiavi: come se l’ “eco” di un passato non lontano minasse la via di fuga dei Locke (dal sostantivo “lock” – serratura, blocco), permesso proprio dall’uso delle chiavi stesse. Una componente nella trama che suggerisce questa possibile teoria la ritroviamo nella madre Ellie, che tende a dimenticare le chiavi e la loro importanza nonostante la sua presenza in occasioni collegate alle chiavi stesse. Le ricorderà solo sotto l’effetto di una discreta dose di alcool. Ciò potrebbe sottolineare che la via d’accesso verso il conforto, per la signora Locke, è conseguente all’uso (sbagliato) dell’alcool e che è solo in tal modo che la donna può riuscire a percepire il potere delle chiavi. Conclusione  Concludo la recensione di Locke & Key […]

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Dracula: recensione miniserie BBC/Netflix

Dracula, la nuova serie tv in onda su Netflix in co- produzione con la BBC. Leggi qui la nostra recensione!  Mark Gatiss e Steven Moffat con questa miniserie passano dal giallo all’horror, dal lavoro sulla serie Sherlock alla storia misteriosa del vampiro che noi tutti conosciamo, Dracula. La firma dei due è riconoscibile in primo luogo dalla durata: come con Sherlock, anche Dracula prende forma in pochi episodi, solo 3, ma dall’estensione di un vero e proprio film (di 1 ora e 30 minuti ciascuno). In secondo luogo entrambi si dilettano nella scelta di un personaggio iconico a livello mondiale per poi stilizzarlo a proprio piacimento, senza però distanziarsi troppo dalla trama originale di Bram Stoker. Moffat e Gatiss amano giocare con il proprio pubblico seminando piccoli easter egg, indizi, citazioni, momenti sorprendenti e ribaltamenti improvvisi: infatti in Dracula da un inizio che si presenta fedele alla trama originale si passa ad uno svolgimento intrigantemente diverso. Dalle atmosfere lugubri e vampiresche del primo episodio di Dracula, con il suo racconto a ritroso, i cunicoli del castello in Transilvania e la spaventata testimonianza di Jonathan Harker (John Heffernan), inizia ad aprirsi a qualcosa di inconsueto, strano ma plausibile, per poi ricorrere ad un plot-twist che stravolge tutto e dà una nuova dimensione alla serie. Tutto questo senza tralasciare quelli che sono i principi che reggono il personaggio ed il suo mondo. Un gioco di altalene che oscillano tra ciò che il pubblico si poteva aspettare e poteva pretendere da una serie su Dracula e la volontà autoriale di raccontare una storia diversa. Tutto questo è stato possibile grazie ad un buon connubio tra attori talentuosi e la strepitosa qualità dei dialoghi. La serie tv Dracula e il confronto tra due leggende Dracula è un micro-universo costruito ad arte, con una sua visione estetica ben precisa. L’accuratezza degli ambienti, i giochi di luce e i movimenti di macchina vanno a confondere ancor di più il pubblico, che si ritrova ad esplorare generi e tecniche differenti in un continuo gioco di rimandi e citazioni. Tutto ciò fa da impalcatura di contorno a ciò che è il cuore del prodotto: il continuo confronto tra Dracula (Claes Bang)  e suor Agatha (Dolly Wells), trasposizione al femminile di Abraham Van Helsing . Più che una sanguinosa battaglia tra il bene e il male, si tratta di una lotta tra due menti, due personalità, due intelletti simili, ma contrastanti su certi aspetti. Due personaggi impeccabili nella loro interpretazione, di una personalità affascinante, magnetica, che proprio per la qualità della loro scrittura sottolineano quanto poi, dopo ottime idee, il finale finisca per risultare quasi poco convincente. Non tanto per le intenzioni di fondo, che portano al culmine della revisione critica del personaggio, quanto per le modalità di esecuzione, un po’ sbrigative e superficiali, che lasciano ben poco di quello che poteva essere un prodotto di maggior valore. Fonte immagine: https: //bloody-disgusting.com/tv/3599012/bite-photos-netflixs-dracula-series/attachment/0435_dracula_20march19rv/

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Modern Love: tutte le sfumature dell’amore

Amazon Prime Video sfodera una nuova serie tv da un profondo spessore umano, un cast stellato e una storia romantica dai tratti moderni. Si tratta, appunto, di Modern Love, una serie statunitense diretta da John Carney, composta da otto episodi di circa trenta minuti l’uno. Le varie storie narrate sono indipendenti tra di loro e accomunate solo dallo sfondo sempre stupefacente di New York City. Variano fortemente anche nei generi: amori perduti o dal finale incerto, amicizie speciali e passioni ormai mature. Tutti i racconti sono affrontati in maniera lineare e diretta, senza colpi di scena e, soprattutto, senza il tipico tono smielato delle commedie rosa. Le storie si rifanno a una rubrica del New York Times, che di settimana in settimana racconta spezzoni di vite comuni. Così la città diventa anch’essa protagonista: mostra una faccia diversa di volta in volta, allineandosi ai sentimenti dei personaggi, sostenendo ogni loro avventura e confermandosi come lo sfondo perfetto per ogni passione. Il risultato finale appare più che soddisfacente. Il merito è sicuramente dei dialoghi, dal tono colloquiale, ma ricchi di significato, capaci di porci importanti domande sulla vita, ma senza appesantirci o infastidirci. Il cast stellato che questa serie vanta ha fatto il resto: Tina Fey (Mean Girls), Anne Hathaway (Il diavolo veste Prada), Dev Patel (The Millionaire), Cristin Milioti (la Tracy di How I met your mother), Andy Garcia (Il padrino- parte III) e molti altri hanno interpretato alla perfezione il ruolo a loro assegnato, rispettando quella naturalezza che pare circondare tutta la produzione. I vari temi trattati, però, fanno sì che certi episodi appaiano più forti e coinvolgenti di altri. Tra quelli che hanno riscosso più successo c’è sicuramente il terzo, intitolato “Prendimi come sono, chiunque io sia” e interpretato proprio da Anne Hathaway: qui, la storia d’amore tra un uomo e una donna si infittisce di una sensibilità che diventa denuncia di una condizione psichica poco accettata e conosciuta. L’amore passionale diventa, allora, self-love, nel difficile percorso di accettazione che ognuno di noi compie. La stessa profondità vanta l’ultima storia, “La corsa diventa più dolce vicino all’ultimo giro”, che racconta delicatamente la nascita di un rapporto d’amore intorno agli 80 anni, quando la vita ha ormai un sapore maturo ma non ancora stantio. Di puntata in puntata, così, Modern Love tiene forte il filo dell’equilibrio, che non tende né verso un hollywoodiano e banale lieto fine, né verso una drammaticità opposta e quasi scontata. Modern Love centra l’obiettivo, sempre e solo raccontare l’amore, in ogni sua forma, con una lucidità e un realismo che ti fanno venire voglia di conoscerne il seguito, come se anche tu fossi seduto su una panchina di Central Park ad ascoltare un conoscente che si confida.   Foto in evidenza: Locandina serie tv (https://www.cinemagay.it/serie-tv/modern-love/)

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Thirteen reasons why – terza stagione | Recensione ed opinioni

Prima di far luce sulla terza stagione di Thirteen reasons why è bene riassumerne le “puntate precedenti”. Il titolo della serie rinvia alle tredici ragioni per le quali la protagonista della prima stagione Hannah Baker (Katherine Langford) sceglie di togliersi la vita. Queste sono legate principalmente alle difficoltà di essere adolescenti quali il bullismo, le violenze, le molestie e le insicurezze. Tali cause verranno incise e racchiuse dalla stessa Hannah in tredici cassette, ciascuna dedicata alla storia del ragazzo o della ragazza che ha contribuito al nascere della sua decisione. Per queste caratteristiche pressoché uniche, la seconda stagione non era stata accolta con molto entusiasmo, ma nonostante ciò i tredici episodi hanno spiegato la storia dal punto di vista dei “carnefici”, attraverso un processo giudiziario voluto dalla madre di Hannah. In questo modo, sebbene con molta lentezza, la seconda stagione è riuscita ad istillare una profonda riflessione sui comportamenti ed i segreti che un essere umano è in grado di supportare. La terza stagione di 13 (Tredici) e il suo non stare al passo … La terza stagione purtroppo non riesce a stare al passo con le sue sorelle più grandi, sebbene resti fedele alla morale della seconda, dimostrando che nessuno è linearmente buono o cattivo e che non esiste mai una unica e tragica versione della storia. In questi tredici episodi la tematica di base si perde più volte in colpi di scena, twist e segreti di vario genere che distraggono lo spettatore, portandolo a distaccarsi dalle tematiche principali. Inoltre c’era veramente bisogno che il bullo Bryce Walker (Justin Prentice) facesse una brutta fine o sarebbe stato meglio vederlo percorrere una direzione diversa da quella intrapresa sin dall’inizio? Chi ha già visto le prime stagioni sa bene che per far funzionare Tredici è necessaria una voce narrante, una che conosca diversi punti di vista. Ed è qui che entra in scena Ani (Grace Saif) “la ragazza nuova”. Figlia della badante del nonno di Bryce Walker e nuova studente alla Liberty High, Ani convive con “lo stupratore”, riuscendo ad osservarlo al di là delle critiche e degli insulti: vede in realtà un ragazzo con una vita tanto agiata quanto emotivamente complicata, motivo per il quale è riuscito a guadagnarsi un simile soprannome. Per puro caso, Ani viene accolta nel gruppo di Clay, Justin, Jessica e di tutti i protagonisti delle stagioni precedenti. La strategia di introdurre nel sistema qualcuno che non avesse vissuto gli eventi trascorsi garantisce una nuova luce a Clay come a Bryce. Il trailer inganna svelando subito la morte del bullo, mentre la serie si prende più tempo per arrivarci, unendo flashback del passato al presente in modo da scoprire cos’è successo, per far forse innamorare di nuovo Clay, per supportare la rinascita di Jessica dopo le violenze subite, per far scoprire a Tyler un amico in più dopo la tentata e mancata strage e per mostrare a tutti come anche un mostro come Bryce possa nascondere in sé un essere umano. Il cattivo di Thirteen reasons why lo […]

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Stranger Things 3: i bambini sono cresciuti

Stranger Things 3 è l’ultimo capitolo di una serie che ha tutte le carte in regola per diventare un cult. Il 4 luglio Netflix ha rilasciato tutte le puntate dell’ultima stagione. Stranger Things è senza dubbio una delle serie più apprezzate del decennio e la popolarità riscontrata dopo l’uscita di quest’ultima stagione ne è la conferma. La prima stagione aveva suscitato molto clamore grazie alla ricostruzione delle atmosfere anni ’80 ma anche per le innumerevoli citazioni, per una storia molto intrigante e per l’amicizia. Per la precisione, l’amicizia viscerale e totale di gruppo di bambini che con le loro comunicazioni radio provano ad abbattere qualsiasi tipo di distanza temporale e fisica per stare costantemente insieme. E se con la seconda stagione molti di quei temi erano stati riproposti con l’aggiunta di alcuni personaggi, il tutto non era bastato per rendere i nuovi episodi appetibili come i primi. La seconda stagione è stata comunque sempre molto godibile ma si trattava della riproposizione di uno schema già visto e per questo meno entusiasmante della prima novità. Ma con questa terza stagione Stranger Things ci dimostra di essere cresciuto. Preparatevi a salutare i bambini che avete imparato a conoscere perché nelle nuove puntate troverete degli adolescenti. Non sono cambiati solo i loro interessi ma anche i loro modi di relazionarsi. I ragazzi dovranno confrontarsi con nuovi sentimenti e con la necessità di saperli comunicare. Ma a sorprendere saranno anche le dinamiche interpersonali con la nascita di nuove amicizie al femminile, di nuove conoscenze e del consolidamento di alcuni rapporti. Crescere può significare anche dover cambiare e Stranger Things l’ha capito e saputo fare. A crescere, infatti, non sono solo i protagonisti ma anche le minacce da affrontare. Dimenticate il Demogorgone sconfitto da Undi e anche il governo degli Stati Uniti che prova a nascondere la verità perché ci sono nuovi nemici da combattere. In Stranger Things 3 troviamo una minaccia diversa, proveniente sì dal sottosopra ma più evoluta ed intelligente. A ciò si aggiunge la presenza di un nemico straniero, la Russia, che fin dai primissimi minuti si presenta come spietato e determinato a raggiungere l’obiettivo. Solo evocato nelle precedenti stagioni, il concretizzarsi della minaccia russa è un cambiamento che trascina ancora di più la serie nel contesto degli anni ’80 precedenti la caduta del muro di Berlino. Un tassello ulteriore che arricchisce una serie di elementi che caratterizzano perfettamente un’atmosfera già ben definita da acconciature, abbigliamenti, colonne sonore e ambientazioni. Stranger Things continua a saper rielaborare con cura infinite citazioni senza mai sfociare nella banale copia. Per chi conosce i riferimenti è chiaro che i Duffer Brothers hanno attinto senza risparmio da altri cult e continuano a farlo. Fin quando i risultati saranno come questa terza stagione possono però continuare a farlo. In Stranger Things 3, oltre ai personaggi che abbiamo imparato a conoscere nelle precedenti stagioni, troveremo nuovi amici. Insieme alla valorizzazione di alcuni personaggi già noti (Erica, sorellina di Lucas, Murray Bauman, giornalista un po’ stravagante e Billy, fratello di Max) […]

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Rolling Thunder Revue, Scorsese racconta Dylan

Rolling Thunder Revue: a Bob Dylan story by Martin Scorsese “Life is about creating yourself, and creating things” A un certo punto di Rolling Thunder Revue, il documentario di Martin Scorsese (Casino, Taxi Driver, Goodfellas) sull’omonimo tour degli anni settanta, Bob Dylan pronuncia questa frase che più dilanyana non potrebbe essere. Ma chi è in realtà Robert Allen Zimmerman? Uno, nessuno e centomila, come il personaggio di pirandelliana memoria. Il menestrello di Duluth, bardo delle utopie sessantine, cantore elevato al rango di poeta, emblema degli eccessi di una generazione, premio Nobel per la letteratura. Nessuna di queste maschere corrisponde minimamente al genio di Dylan. Appena lo si prova a catalogare in una definizione, ecco che è lì pronto ad inventarsi una nuova trovata, pronto ad ingannarci tutti, dall’alto dei suoi quasi ottanta anni e del suo patto con il diavolo per l’eterna giovinezza. Su Netflix è appena uscito un documentario del premio Oscar Martin Scorsese che prova a raccontare uno dei momenti salienti della carriera di Dylan: il Rolling Thunder Revue, il lungo tour itinerante gli States durato quasi un anno, a cavallo tra gli anni 1975-1976. Il regista italo-americano non è nuovo a cimentarsi nel racconto di personalità che hanno fatto la storia della musica: i Rolling Stones di Shine a Light e il George Harrison del bellissimo Living a Material World sono un esempio calzante. Già nel 2005 Scorsese aveva girato un documentario su Dylan, No Direction Home, incentrandosi sul primissimo Zimmerman, il ragazzo che nel 1961 giunse a New York direttamente dal Minnesota. Quello di Rolling Thunder Revue è un però un artista completamente diverso. Ha già pubblicato alcuni tra i più dischi più belli della storia della musica (Blonde on Blonde e Highway 61 Revisisted su tutti), ha cambiato per sempre la musica americana e non solo suonando la chitarra elettrica al Festival di Newport. Bob Dylan on the road Dylan sceglie così, in quel momento della sua carriera, di girare in lungo e largo gli Stati Uniti, in un itinerario on the road alla Jack Kerouac (citato a più riprese nel corso del documentario) durato un anno, con 57 date, suddivise in una fase autunnale e in una fase primaverile. Con l’intermezzo del gennaio del 1976, quando fu pubblicato Desire, tra le gemme della carriera del cantautore di Duluth. Il tour parte da Plymouth, una scelta dai connotati fortemente simbolici e che tanto sarebbe piaciuta al vate Kerouac, di cui peraltro Dylan omaggia la tomba in uno degli intermezzi più commoventi del documentario. La città del Massachusetts è il luogo dove nel 1620 sbarcarono i padri pellegrini, il posto dove partì quel grande romanzo americano di cui Bob Dylan è stato e sarà ancora tra i più grandi narratori. Perché l’America è un po’ di tutti, e non solo degli americani, che l’hanno solo presa in affitto, come direbbe qualcuno. Parte così più che un tour una carovana in stile circense, un circo burlesque di musicisti, poeti e addetti ai lavori. Ci sono Joan Baez, di […]

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Johan Renck e Craig Mazin per l’HBO: Chernobyl

Chernobyl, con la regia di Johan Renck, è l’ennesima dimostrazione della qualità che la HBO riesce a garantire. Dopo i pareri contrastanti che hanno accompagnato l’ultima stagione di Game of Thrones, l’emittente statunitense torna con una miniserie di cinque puntate dedicate al disastro nucleare avvenuto il 26 aprile 1986 all’01:23 in Ucraina, all’epoca ancora parte dell’Unione Sovietica, presso la centrale nucleare V.I. Lenin. Ideata e scritta da Craig Mazin, diretta da Johan Renck, Chernobyl è stata prodotta e distribuita da HBO e sarà trasmessa in Italia da Sky Atlantic. Per raccontare il più grave incidente nucleare della storia un cast eccezionale con Jared Harris, Stellan Skarsgård, Emily Watson, e Paul Ritter. Molti elementi sono tratti da Preghiera per Chernobyl di Svetlana Aleksievič, un libro in cui l’autrice provava a ricostruire non tanto gli avvenimenti quanto «le impressioni, i sentimenti delle persone che hanno toccato con mano l’ignoto». Chernobyl è una serie drammatica e non potrebbe essere altrimenti dati i fatti che racconta. Tutta l’atmosfera, fin dai primissimi minuti, sembra confermarci che quello a cui stiamo per assistere è un dramma che ci verrà presentato in tutta la sua cruda realtà. L’ambientazione e le atmosfere ci rimandano all’Unione Sovietica negli anni precedenti alla sua dissoluzione. L’abbigliamento, i colori delle pareti, le decorazioni delle piastrelle, i telefoni, i registratori, le audiocassette, le auto e la fatiscenza dei palazzi rimandano ad un mondo apparentemente lontanissimo ma che è vicino, lontano di soli 33 anni. Unico neo di una serie che lascia davvero poco spazio alle critiche è sicuramente la scelta di Johan Renck di utilizzare comunque l’inglese per i dialoghi. È forse l’unico elemento straniante in una ricostruzione perfettamente riuscita di un’atmosfera. Chernobyl è una storia che viene raccontata da quello che scopriremo presto essere uno scienziato, Valery Legasov. Un racconto registrato su delle audiocassette per capire ciò che è accaduto, ricostruirlo e farlo sapere al mondo. Non un caso perché la serie evidenzierà le dinamiche distorte del potere che portano alla costruzione di narrazioni false e distorte, fatte di omissioni e bugie. Ma ogni bugia ha un debito con la verità e quel debito prima o poi dovrà essere ripagato. Far raccontare quella storia ad uno scienziato significa mettere ulteriormente in evidenza quel debito. La scienza segue un rigore logico, ha una sua razionalità e un suo metodo.  Tutti elementi che in un regime divengono contraddittori perché ci sono altri valori e altre dinamiche da preservare. Chernobyl può essere un ottimo strumento per comprendere meglio una stagione storica.  È difficile capirlo solo attraverso i libri scolastici ma la Guerra fredda ha condizionato migliaia di vite. Questa miniserie è un ottimo modo per scoprire come l’ha fatto. Durante una guerra fredda tante piccole verità possono essere sacrificate per proteggere una rappresentazione. In questo caso è la rappresentazione del potere sovietico ma si tratta di dinamiche rinvenibili in tanti altri sistemi di potere e in tutte le epoche. Chernobyl è un ottimo esempio per dimostrare che il potere ha sempre provato a costruire una sua narrazione […]

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Libri

La narrazione al tempo delle serie tv spiegata con How I Met Your Mother

Edito da Il Terebinto Edizioni, HOW I MET YOUR MOTHER: La narrazione al tempo delle serie tv è il nuovo libro di Francesco Amoruso, una ricognizione dello stato di salute della narrazione che continua ad essere un cardine delle nostre vite seppur attraverso nuove forme. Quali sono le caratteristiche di un buon narratore? Francesco Amoruso prova a capirlo nel suo HOW I MET YOUR MOTHER: La narrazione al tempo delle serie tv ripercorrendo le tappe principali della narrazione e scoprendo che il buon narratore di Walter Benjamin è tutt’oggi vivo nonostante siano cambiati i mezzi attraverso cui racconta le sue storie. La narrazione al tempo delle serie tv: How I met your mother? La narrazione può essere intesa come una nobile falsificazione della realtà dal momento che, parafrasando Pirandello, l’artista idealizza la realtà semplificandola e concentrandola. La narrazione, quindi, è la costruzione di un mondo che è per sua stessa natura «altro rispetto alla vera realtà».  Del resto, se in molti casi alla base della narrazione c’è un ricordo, tale ricordo si basa su una serie di dettagli, di omissioni, ma anche su un insieme di particolari che costruiscono un racconto coerente. Leggendo scopriremo che un buon narratore deve essere un consigliere che sa ascoltare, ricordare e trasmettere con estrema credibilità.  Una credibilità che gli può essere attribuita solo dall’ascoltatore che deve rendersi parte attiva contribuendo alla costruzione di quel mondo che, pur essendo semplificato e concentrato può essere impreziosito con particolari ed esperienze personali. Ma se l’ascoltatore deve essere partecipe per creare una vera narrazione, cioè presuppone che alla base ci sia la voglia di stare insieme e di condividere. La necessità di narrare, del resto, è conseguenza della necessità di stare insieme. La narrazione si sta evolvendo da secoli con la nascita del romanzo prima, con l’arrivo del romanzo d’appendice poi e, infine, con l’arrivo della televisione e delle sue tre grandi ere. Ma come si declina tutto ciò oggi? Il narratore solido, utile e irripetibile di Walter Benjamin, secondo Amoruso, non è scomparso e, anzi, è in ottimo stato di salute e Ted Mosby ne è la dimostrazione. Ma perché prendere in esame How I met your mother? L’autore spiega come le serie tv diventino parte della vita domestica, come riescano a creare legami tra spettatori e personaggi fino al punto da poter far percepire la loro fine come un piccolo dramma. In tal senso, How I met your mother è riuscita a creare un legame unico con gli spettatori. Trasmessa dalla CBS dal 2005 al 2014 con 9 stagioni e 208 episodi, How I met your mother è «pieno di narratività» e caratterizzato dalla presenza di un gruppo fantastico di amici che, ritrovandosi al MacLaren’s per bere una birra e scambiarsi racconti di giornate leggen… darie ci offrono la possibilità di ascoltare storie semplici, divertenti e di cui vorremmo tutti essere un po’ parte. Le serie tv, negli scorsi decenni tanto criticate ed ignorate da parte della critica, assumono oggi un ruolo rilevante sia perché intrattengono […]

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Umbrella Academy, recensione della serie tv Netflix

Se non conosci la serie tv in onda su Netflix, The Umbrella Academy, scoprine di più! The Umbrella Academy: la trama Nello stesso giorno del 1989, in diverse parti del mondo, nascono 43 bambini da donne che inspiegabilmente non avevano mostrato alcun segno di gravidanza. L’eccentrico miliardario Sir. Reginald Hargreeves reputa la situazione un evento inspiegabile quanto eccezionale, e decide di adottare quanti più bambini possibile, raggiungendo la modica cifra di sette neonati. Intuisce subito che c’è qualcosa di particolare in loro: la presenza di alcune doti atte a rendere il mondo un posto migliore. Per questo ritenne giusto addestrarli all’arduo compito di protettori, o per meglio dire supereroi. Nasce così l’ Umbrella Academy. Questa è la premessa della nuova serie tv targata Netflix, tratta dall’omonimo fumetto ideato da Gerard Way, cantante dei My Chemical Romance. La serie è molto diversa rispetto ai classici film dei supereroi ai quali siamo abituati. Si basa sull’equilibrio tra dark e humor, tra sovrannaturale e realismo, mostrato attraverso l’analisi dei distinti tratti psicologici di ciascun personaggio. Da supereroi a disadattati, i supereroi di The Umbrella Academy La trama si svolge al contrario: i sette protagonisti passano da un infanzia eroica al perdersi tra le difficoltà della vita, arrivando addirittura a dividersi. Ciò richiamerebbe la dinamica della crescita: da bambini ci sentiamo un po’ supereroi fino a comprendere che l’esistenza ci mette a dura prova. La trama è organizzata su diversi piani temporali: flashback rivolti al passato e richiami ad un possibile futuro post apocalittico. Ma la storia è incentrata principalmente sul presente, quando i membri dell’accademia hanno raggiunto l’età adulta. Il primo episodio si apre con la morte di Sir. Reginald. In occasione del suo funerale gli ex membri dell’accademia decidono di ritornare a casa. Il loro incontro dopo tanto tempo scatenerà una serie di eventi che li poterà a vestire nuovamente i panni dei supereroi, pronti a salvare il mondo da un imminente apocalisse. I ragazzini invincibili però sono diventati il loro opposto, percorrendo strade ed esperienze diverse: uno dei membri muore anni prima, schiacciato dai suoi stessi poteri, un altro esce di casa senza far più ritorno e i restanti sono cresciuti con il risentimento, in parte rifiutando la propria natura, in parte desiderosi di assecondarla, come Luther/Nr.1 (Tom Hopper) dotato di una forza straordinaria e Diego/Nr.2 (David Castaneda) vigilante abile con i coltelli. Altri invece come Allison/Nr.3 (Emmy Raver-Lampman) e Klaus/Nr.4 (Robert Sheehan) rifiutano le proprie abilità, attribuendone la causa di tutte le loro sofferenze. In ultimo troviamo Vanya/Nr.7 (Ellen Page) che non avendo dimostrato alcuna dote particolare cresce insicura, esclusa dai membri del gruppo come da suo padre. A riavvicinare tutti sarà Nr.5 che, avendo la capacità di viaggiare nel tempo come nello spazio, ritornerà dal  futuro, nel quale è rimasto bloccato per più di 50 anni a causa della sua scarsa padronanza dei poteri. Sarà lui a diventare testimone del destino del pianeta, deciso ad impedirne la rovina chiedendo aiuto ai suoi fratelli. Ogni episodio è incentrato sulla storia […]

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Santa Clarita Diet, quando l’horror ha incontrato il genere commedy

Sheila è una donna con una vita semplice, sposata con Joel, un bell’uomo con cui condivide anche la professione di agente immobiliare. Insieme alla loro figlia adolescente Abby, vivono a Santa Clarita in California, il tipico “american suburbs” dal clima mite con staccionate bianche e arredamento standard medio-borghese. La loro esistenza prende una piega inaspettata quando Sheila si trasforma in una zombie che non riesce più a cibarsi di frutta e verdura ma solo di carne umana. Questo è l’incipit di Santa Clarita Diet, una serie tv “dark commedy” di Victor Fresco in onda su Netflix alla sua terza stagione, e ultima, rilasciata a marzo. Purtroppo Netflix ha rilasciato poco tempo fa la notizia della cancellazione della serie; i motivi sono ancora incerti, ma non desta stupore visto le volte in cui la casa di produzione ha preso questa decisione, sconcertando fan e pubblico. Tra le serie prodotte da Netflix, Santa Clarita Diet non ha destato tanta attenzione, né ha ricevuto particolari menzioni, più esaltanti, rispetto a tv series attese come “Sex education” o la nuova stagione de “La casa di carta“; ma si è rivelata comunque un successo perchè si è subito presentata con una trama originale, e sicuramente con un cast all’altezza: nel ruolo della protagonista, Drew Barrymore è perfetta. Divertente e ironica, quando pian piano il corpo della protagonista sembra cadere in decadimento (come un occhio fuori dall’orbita o un dito che non vuole proprio stare al suo posto), capace di far intendere allo spettatore un pregresso, il cambiamento di personalità di Sheila tra il prima e il dopo la trasformazione, quando diventa più sicura di sé e irriverente, alla ricerca di carne umana appetitosa ma sempre amareggiata dalla scarsa morale che comporta uccidere un’altra persona per sopravvivere (spassose le prime scene in cui, insieme alle sue amiche durante un pomeriggio di jogging, beve sangue umano dal suo thermos come fosse un frullato proteico). Splatter, horror o dark commedy? Santa Clarita Diet Questo lato macabro e splatter, che è la horror side di Santa Clarita Diet insieme ai successivi sviluppi che porteranno la famiglia a sapere di più sulla trasformazione di Sheila, è con accondiscendenza e a tratti mista ad un pizzico di sana follia condiviso anche dal marito Joel, un Timothy Olyphant che per la prima volta interpreta un ruolo così vivace, che oscilla tra un ghigno e il baratro di una prossima pazzia. Infatti, l’amore dei due coniugi supera anche quest’ostacolo, perché Joel decide di aiutare la moglie a tenere nascosto il suo segreto al vicinato così come di procacciarle cibo, però decidendo di ammazzare solo chi se lo merita – vedremo i due in fantomatiche avventure, in stile cavaliere e il suo ronzino, dare la caccia ad un gruppo di nazisti. E se la carne dovesse finire ben presto, Sheila porta sempre con sé un frigo bar per mantenerla fresca. Accanto ai due Hammond, troviamo anche la figlia Abby, che scoprirà in seguito il segreto di Sheila ma che, il dna non mente, saprà […]

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