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Eroica Fenice

La Tag: teatri in campania contiene 217 articoli

Recensioni

La panne: l’opera surreale di Friedrich Dürrenmatt al Teatro Mercadante

Al Mercadante dal 27 novembre all’8 dicembre va in scena la surreale trama de La panne Esistono ancora storie possibili? È questo l’interrogativo con cui si apre La panne, opera surreale tratta dall’omonimo romanzo di Friedrich Dürrenmatt. Una storia impossibile, perché non vera, diventerà possibile, quasi reale. La panne, testo riadattato e diretto da Alessandro Maggi, affronta un tema di capitale importanza: la verità. La verità ne La panne diventa un concetto opinabile: può risultare vero anche ciò che non lo è, nemmeno parzialmente. Può risultare credibile, fino al punto da sembrare vero, anche ciò che non è mai accaduto. Alfredo Traps, interpretato da Giacinto Palmarini, è un ordinarissimo agente di commercio, la cui vita è scandita da un modesto lavoro, che conduce non senza ricorrere a mezzucci e piccoli imbrogli, una moglie, quattro figli e qualche adulterio. Traps rimasto bloccato perchè la sua costosa studebaker è in panne, trova ospitalità presso la villa del signor Werge (Stefano Jotti), giudice in pensione che, per sopravvivere al tedio e alla lenta decadenza fisica e mentale alla quale il pensionamento conduce, assieme ad altri ex giuristi ogni sera “gioca al tribunale”. Le cause di solito sono incentrate su personaggi storici: So­crate, Gesù, Giovanna d’Arco, Dreyfus. Ma avere a disposizione “materia viva” sarà per loro un gioco ancora più divertente perchè più perverso e reale. Traps non ha commesso nessun crimine: la verità dei fatti è questa. Ma il gioco dei quattro pensionati non necessita di fatti, evidenze, verità incontrovertibili. Zorn, ex pubblico ministero interpretato da Nando Paone, riuscirà a dimostrare che Traps è un assassino: un assassino così abile da aver ucciso il suo principale, il signor Gygax, senza versare una goccia di sangue. Mentre il gioco, che si svolge durante una cena luculliana, si fa sempre più divertente per gli ex giuristi, per Traps diventa sempre più reale. Traps si sente costretto nella sua ordinaria e modesta vita di agente di commercio e vede in questo omicidio così sapientemente architettato la possibilità di rendere «più difficile, più eroica, più preziosa» la sua meschina vita di imbrogli e adul­teri. L’esito sarà dei più tragici: tanto tragico quanto surreale. In un clima leggero e goliardico, quello di una cena tra uomini, Dürrenmatt pone una domanda all’apparenza facile: esiste una verità unica, oggettiva,  immutabile, oppure ognuno può costruire una propria realtà dei fatti, ricostruire a proprio piacimento il passato e la verità? foto: https://www.teatrostabilenapoli.it/evento/la-panne/#gallery/91f068198a6788320fdec74cd167277c/2991

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Teatro

La ballata del carcere di Reading: lì dove muore ogni speranza

La ballata del carcere di Reading al Ridotto del Mercadante dal 14 al 17 novembre. Roberto Azzurro, a due anni dal processo di Oscar Wilde, torna al Mercadante con La ballata del carcere di Reading. Azzurro Lo spettacolo apre la programmazione 2019/2020 della piccola sala al primo piano del Teatro Mercadante. Il lamento di un prigioniero dal carcere di Reading Una scena essenziale: una sedia rosa, pochi mattoni accantonati da prigionieri costretti ai lavori forzati, scarne tavole di legno. Un Wilde provato da due anni di prigionia guadagna la scena recitando la preghiera eucaristica. Il Wilde in scena non è che la carcassa consumata e logora del dandy dissoluto ed edonista che fu: di quel dandy resta un tight nero e un fiore verde all’occhiello. Da qui in poi si scioglie un lungo e dolente lamento pieno di pena, privo di speranza ma intriso di fede. Wilde davanti all’imminente fine di un condannato, Charles Thomas Wooldridge, che aveva ucciso sua moglie con un rasoio, si interroga sulla condizione umana dei prigionieri, sulla urgenza del perdono e sulla barbarie della legge che, invece, scritta dall’uomo per l’uomo, condanna alla prigionia e alla pena di morte. Roberto Azzurro non interviene su La ballata del carcere di Reading, non la rielabora, ma ci entra dentro, restituendo abilmente, con uno sguardo allucinato e una voce tremante e delirante, ogni sentimento che abbia animato e ispirato questo testo. Lo sgomento, il pentimento misto alla nostalgia per una vita di piaceri e di eccessi, la rabbia furente e l’orgoglio ferito, la sofferenza, la rassegnazione davanti al lento spegnersi del suo spirito, la flebile fede che lo tiene in vita, la consapevolezza che dal carcere non si esce vivi, seppur in vita. Ogni uomo uccide ciò che ama, eppure nessuno di loro deve morire. Quell’uomo aveva ucciso ciò che amava e per questo doveva morire. Eppure ogni uomo uccide quel che ama. Ognuno ascolti, dunque, ciò che dico: alcuni uccidono con sguardo d’amarezza, altri con una parola adulatoria. Il codardo uccide con un bacio, l’uomo coraggioso con la spada. […] L’uomo gentile uccide col coltello, perché più ratto giunga il freddo della morte. […] Ogni uomo uccide ciò che ama, eppure nessuno di loro deve morire. Ognuno di noi uccide ciò che ama, ognuno è un malfattore che va perdonato: se è vero questo assunto, allora, chi ha commesso un più grave delitto avrà bisogno di un più grande perdono. La legge, invece, rinchiude il colpevole in una gabbia dove non c’è possibilità di espiazione, di recupero, ma solo la lenta morte della della speranza prima che sia il corpo stesso a perire. Nel carcere non crescono fiori che possano alleggerire l’animo dei condannati, ma solo erba velenosa. Il carcere non ha colori se non il nero della notte, delle ombre e il grigio acciaio delle sbarre e delle catene. Il carcere, trasforma in paglia il fieno, sfigura nel corpo e nello spirito, arrugginisce la catena di ferro della vita. Nel carcere si vive in una perenne […]

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Recensioni

Il mercante di Venezia: uno scontro tra culture

Il mercante di Venezia: va in scena dal 25 al 27 ottobre alla Galleria Toledo lo scontro tra la magnanimità cristiana di Antonio e la sadica crudeltà dell’ebreo Shylock. Laura Angiulli porta Il mercante di Venezia di Shakespeare alla Galleria Toledo. Venezia, XVI secolo. Una scenografia di un nero cupo, spezzato solo da uno specchio d’acqua che allaga la scena e nel quale si muovono i personaggi. Scene e personaggi diversi, luoghi lontani, vicende varie convivono sulla stessa scena. Bassanio, forse a seguito di commerci non proprio fruttuosi, è rimasto al verde e con un mucchio di debiti. La soluzione ai suoi problemi gli appare quando Portia, giovane e ricchissima orfana, è in cerca di marito. Bassanio, mosso da un amore già vivo nei confronti di Portia nonchè dal desiderio di vedere dissolto ogni suo debito grazie al denaro della bella ereditiera, decide di affrontare la lotteria a cui sono legate le sorti matrimoniali della donna. Per farlo ha bisogno, però, di una cospicua dote. Con l’aiuto del devoto amico Antonio, il mercante di Venezia, Bassanio ottiene un prestito dal sadico e avido Shylock, odioso e odiato usuraio ebreo, che chiederà in cambio la più crudele delle penali: allo scadere dei tre mesi stabiliti per il risarcimento del debito, Shylock, secondo regolare contratto, potrà sottrarre una libbra di carne dal corpo di Antonio. Da questo momento avrà inizio una serie di peripezie che porteranno Bassanio a rischiare di perdere la donna amata e Antonio sul punto di perdere la sua vita per non venir meno al contratto sottoscritto con Shylock. L’antisemitismo nell’opera di Shakespeare Il mercante di Venezia Il dramma di Shakespeare appare come una dark comedy nella quale netto è lo scontro tra personaggi positivi e personaggi negativi. Ma ciò che colpisce del dramma è il fatto che negatività e positività non appartengano ai personaggi stessi, non provengano dal loro animo ma dal popolo e dalla cultura alla quale appartengono. Forte è la sensazione che in Shylock si annidi, non una naturale e personale malvagità, ma un rancore atavico, congenito nel popolo ebraico, plasmato da secoli di pregiudizi e torti subiti, corroborato da uno smodato desiderio di denaro e ricchezza, che porta l’ebreo a comportarsi come un “cane strozzino”, ad assecondare quella “selvaggia e ansiosa brama di rovinare un uomo”. Questi istinti così bassi e meschini che animano le azioni di Shylock lo porteranno al punto da alienarsi anche l’affetto di sua figlia Jessica. Daltronde il sentimento antisemita che pervade già l’originale shakespeariano è figlio del clima giudeofobico dell’Inghilterra elisabettiana: ricorre nella produzione del periodo un’ostilità nei confronti della comunità ebraica inglese, ostilità che si percepisce, ad esempio, anche ne L’ebreo di Malta di Marlowe, che deriva da decenni di persecuzioni ed emarginazione. A fare da contraltare alla sadica malvagità di Shylock c’è una serie di personaggi che portano in scena una vasta gamma di sentimenti puri, disinteressati, delicati e potenti allo stesso tempo. Jessica, figlia di Shylock, rinnegherà suo padre e la sua religione per sposare il cristiano […]

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Teatro

Tirelli al Teatro Civico 14 racconta l’amore in Shakespeare

Emanuele Tirelli, autore e giornalista casertano, è andato in scena al Teatro Civico 14 con lo spettacolo L’amore è bello, l’amore fa schifo (e le donne in Shakespeare). «La fortuna guida dentro il porto anche navi senza guida. Tutto vero, ma in amore ci vuole anche una gran botta di culo». È con questa massima, ironica ma veritiera, che Emanuele Tirelli ha salutato il pubblico di L’amore è bello, l’amore fa schifo (e le donne in Shakespeare), spettacolo rappresentato sabato 19 e domenica 20 ottobre al Teatro Civico 14 di Caserta. L’opera è una lezione-spettacolo sull’amore, sentimento che l’arte, declinato in tutte le sue forme, ha sempre privilegiato. È proprio dall’interpretazione delle tragedie shakespeariane e di alcuni personaggi femminili – come Ofelia, Desdemona, Cordelia, Ermione – che Emanuele Tirelli, autore e giornalista casertano, parte per riflettere sulla complessità dell’amore, capace di renderci felici e incredibilmente forti ma anche, alcune volte, deboli e sofferenti. Questa assurda dicotomia avrà segnato la vita di Ofelia, presa dall’amore verso Amleto fino a quando questo non ritratterà, dicendole di andarsi a chiudere in un convento. Simile l’esperienza di Desdemona, innamorata e sposa del suo Otello, che travolto dalla gelosia finirà per ucciderla nel letto nuziale. Va poco meglio ad Ermione, personaggio de Il racconto d’inverno, al quale Shakespeare destina un lieto fine dal sapore amaro, poiché la donna vivrà una vita di sofferenze. L’affresco su questo nobile sentimento tocca anche Romeo e Giulietta, commedia portata ad esempio dell’amore sincero e puro, «che se non esiste non esiste la vita», afferma l’autore. In realtà, è proprio nel capolavoro shakespeariano che troviamo l’esempio di quanto possa farci del male ed essere una dannazione: i due protagonisti, dal sentimento giovane ma già fortissimo, preferiranno la morte ad una vita pensata senza l’altro al fianco. Alle opere del drammaturgo inglese affianca le riflessioni di filosofi come Deleuze, secondo cui «non si desidera mai qualcuno in assoluto ma in un insieme, cioè vedendosi con l’altro» e il pessimista Schopenhauer, che con il dilemma del porcospino ha mostrato come, quando l’amore avvicina due amanti, li condanna a dover sopportare le spine reciproche. Tirelli porta in scena uno spettacolo intimo e comico al tempo stesso: l’autore, infatti, dissemina vicende amorose – dai tratti paradossali ed esilaranti – che l’hanno visto protagonista, strappando più di qualche risata al pubblico. Merito anche della spalla destra Ciro Staro, sul palco con lui, che si occupa della musica e partecipa alla conversazione con simpatiche gag ed espressioni facciali. Entrambi indossano delle magliette, con illustrazioni di Giuseppe Cristiano, che raffigurano uno Shakespeare in veste pop, con occhiali rosa a forma di cuore. A spiegarne il motivo, in chiusura di spettacolo, è l’autore stesso: «Shakespeare era profondamente pop. Oggi lo consideriamo come alta letteratura teatrale, che può essere compresa soltanto dalle persone più colte, ma all’epoca non era così. Il Globe Theatre si trovava nel quartiere accanto a quello delle prostitute, che andavano a teatro per cercare dei clienti per il dopo-spettacolo e nel frattempo si godevano l’opera. E […]

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Teatro

Spaccanapoli times di Ruggero Cappuccio: tra umorismo e malattia

Spaccanapoli Times di Ruggero Cappuccio (scenografie di Nicola Rubertelli), andato in scena per la prima volta nel 2015, è un’opera in cui la comicità vela il dramma umano di fronte alla globalizzazione, che non tiene conto delle varie identità delle persone; all’insegna dell’umorismo (in senso pirandelliano) si apre la stagione 2019-2020 del Teatro Sannazaro e Spaccanapoli Times rappresenta, in questo senso, il trampolino di una riflessione per riconquistare, magari in un futuro remoto, il proprio spazio nei limiti di un mondo sempre più soffocante. Spaccanapoli Times di Ruggero Cappuccio: l’identità e l’inconscio familiare «Non si può toccare un cuore senza ferirlo». Un Moderno/Giuseppe Acquaviva Sin dalla prima scena Spaccanapoli Times pone innanzi al pubblico la scissione dell’individuo con la società di cui l’uomo si fa portavoce. Entrare nella vecchia casa Acquaviva, ripercorrendo le viscere materne di Spaccanapoli, è un ritorno alle origini, alla genesi della coscienza dei protagonisti. Così Giuseppe (Ruggero Cappuccio) sembra guardare la casa dei suoi avi, la propria casa; a poco a poco, gli altri personaggi appaiono come fantasmi o ricordi di quelle pareti: Romualdo (Giovanni Esposito), Gabriella (Gea Martire), Gennara (Marina Sorrenti); ogni personaggio diventa suono che si armonizza con esse e che contribuisce a delineare quell’identità, singola e collettiva, della famiglia Acquaviva per mezzo della sua presenza nel luogo avito; ciò si realizza anche nella lingua, dell’opera al fine di conferire quel senso di unicità dei quattro protagonisti attraverso un’alternanza di napoletano, siculo ed inglese, tipico della poetica di Cappuccio (si pensi a Shakespea Re di Napoli, Edipo a Colono o Desideri mortali). Da tali presse si svolgono i casi dei protagonisti, che, posti agli estremi della società, tentano di mantenere inalterate le voci della propria identità di fronte alla confusione della modernità: i fratelli Acquaviva sembrano e si dichiarano affetti da psicosi e patologie di tal genere e per continuare a usufruire dei sussidi a loro riconosciuti, è necessario “superare” una verifica da parte dell’ispettore preposto dell’ASL, il dr. Lorenzi (Ciro Damiano; altro esponente della società fredda e imborghesita è anche il personaggio Norberto Boito – Giulio Cancelli –, fidanzato di Gennara). Tale processo si scontra, come si diceva, con la “guerra” della modernità: così come la si definisce nel dramma; attraverso l’imposizione di sovrastrutture estetiche e ideologiche si vuol tendere a omologare gli individui, e in un tale mondo l’unico modo per sopravvivere, cercando di salvaguardare il proprio essere, è fingere: «’e cos’ s’ hann’ ’a fà ch’ over’ pàreno pecché ’a gent’ over’ s’ ’e crer’». Riprendendo un’ idea già esposta di Shakespea Re di Napoli, Giuseppe/Cappuccio mette così in evidenza la contraddizione dei tempi moderni, ovvero l’essere cosciente della marcescenza e della falsità su cui si fonda. Di qui la triste commedia dei protagonisti, che, nel secondo atto, in seguito alla frammentazione delle proprie identità rappresentata dal crollo delle innumerevoli bottiglie di vetro che compongono le antiche pareti della loro casa, in un discorso che si fa meta teatrale, muovono lo spettatore attento a contemplare i loro casi attraverso il filtro […]

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Teatro

Ennio Coltorti ne Il sogno di Nietzsche al Piccolo Bellini

Il 12 ottobre, il Teatro Piccolo Bellini di Napoli ha spalancato le sue porte a Eroica Fenice, per introdurla nelle vie tortuose della mente tanto controversa quanto affascinante di Nietzsche, inerpicatesi neIl sogno di Nietzsche, lo spettacolo di Maricla Boggio, con la regia di Ennio Coltorti, in scena insieme a Adriana Ortolani e Jesus Emiliano Coltorti. Il sogno di Nietzsche è uno spettacolo che ti droga. Ti lascia sniffare un’atmosfera onirica contenente le visioni allucinatorie di Friedrich Wilhelm Nietzsche, intento a rivivere alcuni dei momenti che hanno segnato la sua gioventù. L’aroma della musica classicheggiante che aleggia nell’aria annebbia la vista e fa battere forte il cuore, fino a farlo esplodere in un irrefrenabile impulso alla vita. Il sogno di Nietzsche mostra il teorico dell’eterno ritorno, incarnatosi in Ennio Coltorti, estremamente simile a lui, attraverso una lente d’ingrandimento che vede il filosofo amare, soffrire e reagire. Ennio Coltorti e Il sogno di Nietzsche: Lou Salomé come figura centrale Lou Salomé, interpretata da Adriana Ortolani, è una donna bellissima, dotta, indomabile, piena di fascino, spregiudicata, anticonformista, distruttiva, quasi demoniaca. Una donna capace di legami appassionati, che sceglie di vivere l’amore fino in fondo, dotandolo di slancio intellettuale oltre che fisico, una donna che seduce e abbandona gli uomini perché l’amore rischia di diventare esigenza di possesso e smania di approvazione. Una donna brillante e dall’intelligenza rara, che scardina i luoghi comuni dell’Ottocento. Una donna promotrice precoce del concetto di libertà individuale come vero scopo della vita. Un vero uragano di vita. L’intesa tra Nietzsche e Salomé è perfetta, ma Lou è una farfalla che non si lascia mai catturare e quando il sole tramonta se lo lascia alle spalle volando più forte, arrivando a toccare il cielo con le ali. Con la sua spassionata libertà, la sua bellezza semplice, ma magnetica, Lou porta scompiglio in Europa infrangendo i cuori di uomini eccezionali, tra cui Nietzsche. Lou intende realizzarsi esclusivamente attraverso lo studio. Approda a Roma, dove conosce il filosofo tedesco Paul Rée (Jesus Emiliano Coltorti), il quale si invaghisce di lei che, però, ricambia l’attrazione solo a livello intellettuale proponendogli, perciò, un sodalizio culturale. Rée parla a Nietzsche di questa donna straordinaria e lo invita a conoscerla. Lou propone ai due filosofi una sorta di collaborazione paritaria dedita allo studio non sbilanciata da rapporti sessuali. Si viene a delineare, così, un triangolo, una sorta di “Trinità” intellettuale che, noncurante della mentalità ottocentesca, decide di andare a convivere. Anche Nietzsche non sarà immune al fascino di Lou e perderà la testa, così Il sogno di Nietzsche ci restituisce un’immagine intima e quasi tenera del filosofo. Nietzsche, filosofo solitario, frainteso sia al suo tempo che dopo, è celebre per la radicalità delle sue tesi. La sua opera, troppo spesso ridotta a slogan fascistoidi e mero “paraculismo” per condotte amorali, è in realtà frutto di un pensiero che ruota tutto intorno all’amore per gli uomini. Un amore duro e tirannico, che si presta a interpretazioni fuorvianti e aberranti, ma un sentimento puro e veramente […]

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Teatro

I Corti della formica, i primi tre spettacoli in gara della XIV edizione

In scena al Teatro TRAM i primi tre corti teatrali in gara nel prestigioso festival di corti teatrali “I corti della Formica” Giovedì, 10 ottobre al teatro TRAM sono andati in scena i primi tre spettacoli in gara dell’ambito festival di corti teatrali, diretto da Gianmarco Cesario ,” I Corti della formica”. Il festival, oramai giunto alla sua quattordicesima edizione, rappresenta un appuntamento fisso per gli amanti del teatro di qualità ed è, altresì, una fucina di talenti, di giovani autori e artisti provenienti da tutta Italia, i quali ogni anno lo arricchiscono di qualità e di magia, una particolare aura magica che è proprio del teatro di qualità. I primi tre spettacoli in gara che hanno varcato la soglia del palcoscenico del TRAM sono stati, in ordine di apparizione, “Pop corn”, testo e regia di Nello Provenzano  con Roberto Ingenito e Laura Pagliara; “In-sanità” di Pietro Fusco con la regia e la interpretazione di Peppe Romano; infine, “Sulle note dell’inconscio”, testo e regia di Filippo Stasi con Anna Bocchino, Emanuele Iovino, Luigi Imperato e Nicola Tartarone. “Pop corn”, “In-sanità”, “le note dell’inconscio”, i primi tre spettacoli in gara Il primo spettacolo che ha anche aperto i battenti di questa nuova edizione de “I Corti della formica” è stato Pop-corn, uno spettacolo con testo e regia di Nello Provenzano. In questo corto teatrale un uomo e un donna rapiscono la scena per una ventina di minuti, rendendo palpabile e materializzando di fatto quello che è l’imbarazzo della timidezza del primo incontro. La scena diviene la sala di un cinema, l’uomo e la donna gli unici due spettatori. In una casuale situazione, più che ideale per tentare un approccio e anche qualcosa di più, la passione e l’erotismo zampillante si annidano sotto una carovana di coltre di timidezza, rendendo l’uomo ( interpretato straordinariamente da Roberto Ingenito) un coacervo di personalità e di maschere incollate timidamente sul suo viso e che al momento meno opportuno puntualmente si scollano facendo fuoriuscire scatti nervosi, istintivi e istantanei di verità e bestialità, i quali per via del pirandelliano “avvertimento del contrario” danno vita ad una esilarante, vivace e spontanea comicità. La donna ( interpretata da Laura Pagliara) risponde all’evidente imbarazzo e al continuo tradirsi dell’uomo con altrettanta rigidità e timidezza, ma lasciando trasparire un sotteso interesse pronto ad esplodere. Lo spettacolo dal testo incalzante e vivace si conclude con una totale esplosione dei sensi e della sensualità, quasi hardcore dell’uomo e della donna, che si lasciano ad un liberatorio amplesso indossando delle maschere, quella dell’uomo ragno e quella di un cavallo. Questo corto iniziale, giocando sul ruolo e sull’identità, mira a evidenziare quella che è l’esigenza dell’uomo nella società, cioè mascherarsi continuamente ponendo questo come conditio sine qua non  per adattamento nel sociale. Per questo, è solo attraverso quelle maschere che l’uomo e la donna riescono a far fuoriuscire la verità della loro passione. Ed è così, come nella vita di tutti i giorni, che noi riconoscendoci in una miriade di personalità imperfette, incarnandoci in molteplici […]

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Comunicati stampa

Centro Teatro Spazio, presentazione della stagione teatrale 2019/2020

Riparte la nuova stagione teatrale del Centro Teatro Spazio, il rinomato teatro di San Giorgio a Cremano fra tradizione e innovazione Giovedì, 3 ottobre ha avuto luogo al caffè letterario “Intra Moenia” la presentazione della nuova stagione teatrale del Centro Teatro Spazio 2019/2020.  Ha moderato la conferenza stampa lo scrittore e drammaturgo  Antonio Mocciola.  Nell’atmosfera alquanto rétro del caffè letterario il direttore artistico del teatro, Vincenzo Borrelli, prima di introdurre la presentazione degli spettacoli, ha voluto sottolineare il ‘nocciolo’ della ragione del suo infaticabile lavoro teatrale.  L’energia preziosa, atavica e che si conserva al  Teatro di via San Giorgio Vecchio, scaturisce da una sorgente infinita di passione, amore ancestrale, ambizione di fare teatro tout court e con professionalità, che nasce da quel lontano 1988, l’anno in cui Vincenzo decise di strappare al logorio incessabile del tempo e della incuria quel palco su cui aveva mosso i suoi primi passi della sua carriera il grande Massimo Troisi. L’ infinito amore per il teatro ha retto sulle molteplici difficoltà, con i quali ogni piccolo teatro deve necessariamente fare i conti nei nostri tempi, e il tempo ha restituito a Vincenzo Borrelli in ogni caso le sue soddisfazioni. Il direttore artistico ci ha tenuto a informarci che l’Accademia teatrale UNO SPAZIO PER IL TEATRO, gestita dallo stesso Borrelli, è stato riconosciuta dalla Regione Campania come scuola di formazione professionale allo spettacolo e a breve anche centro di formazione per la Regione, una scuola che ogni anno forma con professionalità  molteplici giovani, guidandoli attivamente e con consapevolezza verso l’impervio percorso della carriera teatrale e aprendogli le porte dello straordinario e catartico mondo del teatro e dell’arte. Borrelli ci ha tenuto, altresì, anche a spendere due parole sul ruolo culturale che incessantemente svolgono i piccoli teatri, molte delle volte attraverso mille difficoltà. Infatti, è innegabile la straordinaria qualità degli spettacoli che sembra essere inversamente proporzionale al seguito del pubblico. Dunque, Il direttore coglie l’occasione per spendere due parole sui piccoli teatri, sulla urgenza di fare squadra, di cooperare affinché si possa far luce nei meandri di quei palcoscenici, i quali più delle volte rimangono nell’ombra di una ingombrante superficialità, allargando anche il proprio pubblico. Non occorre, come spesso succede, farsi guerra addirittura tra piccoli teatri, ma cercare di lottare con tutte le forze per far luccicare quel vitale diamante prezioso che è il teatro e far rifulgere  in tutta la sua vividezza la vera arte. Gli spettacoli della nuova stagione teatrale del Centro Teatro Spazio Ad aprire le danze a questa nuova stagione teatrale sarà come sempre “O’ Curt” (11-12-13 ottobre), festival di corti teatrali che quest’anno farà parte dell’ambito premio Massimo Troisi. Successivamente, la stagione proseguirà  con: “Questa sera si recita a soggetto”, dall’1 al 17 novembre, per Uno Spazio per il Teatro produzioni, tratto da Luigi Pirandello con Vincenzo Borrelli e Rosaria De Cicco. Adattamento e Regia Vincenzo Borrelli. “Un comico da marciapiede”, spettacolo in programma il 24 novembre, di e con Nando Varriale che impone la sua presenza comica d’autore, sia per […]

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Recensioni

‘A Rota, lo spettacolo teatrale tra humanitas e mito popolare

Martedì, 24 settembre è andato in scena all’interno del Chiostro di San Domenico Maggiore lo spettacolo ‘A Rota con Marianita Carfora e Ramona Tripodi, con testo e regia di Ramona Tripodi.  Lo spettacolo ha avuto luogo nel cortile del chiostro, a ridosso dei porticati, conferendo al luogo un’atmosfera a metà tra la dimensione ancestrale e onirica del mito popolare e la schiettezza tragicomica della commedia napoletana tipica dell’epos popolare. ‘A Rota, l’umanità e il mito popolare si fondono in scena Calate nella fase storica postbellica, in una Napoli dilaniata dai bombardamenti degli alleati e dai soprusi dei nazisti, è nel 1946 che le uniche due protagoniste in scena Telluccia ( interpretata da una straordinaria Marianita Carfora) e la errante Madonna dalle scarpette rotte (interpretata dalla stessa Ramona Tripodi) tessono l’ordito di una vicenda ambientata a ridosso del referendum del 2 giugno. Telluccia, impegnata a recuperare e ad accudire gli infanti abbandonati nella cosiddetta Rota, è allo stesso momento un’anima dilaniata dalle contingenze del fato del suo destino, subendo la atroce realtà dei pargoletti esposti nella Basilica dell’Annunziata, vittime della miseria della guerra, della fame più atroce, tra le macerie dei bombardamenti e il pianto lancinante dell’abbandono. Telluccia è per antonomasia la maschera che incarna in sé tutta quella humanitas che sgorga negli anfratti di una Napoli, pregna di cultura popolare. Il personaggio, disegnato magistralmente da Ramona Tripodi, ha una chiara vocazione filantropica e nasconde sotto il velo ombroso del suo animo una energia esilarante tutta napoletana, che si manifesta in vorticosi scatti tragicomici. Tuttavia, la sua profonda essenza di donna del popolo verace, tenace, colma di umanità raggiunge un’alchimia perfetta con l’incontro del mito, della religione e della leggenda popolare. Infatti, Telluccia ha mille perplessità, dubbi e paure sull’incerto futuro dei pargoletti esposti e con l’animo ferito da due guerre si abbandona in instancabili monologhi pieni di un dolore ancora fresco cercando un contatto con un’ al di là, in una dimensione alta e altra dove risiede la verità, chiedendosi continuamente quei “perché”, interrogando di continuo quelle statue silenziose, mute  sotto agli occhi algidi e forse un po’assopiti di un Gesù, che oramai è divenuto suo amico. Telluccia li interroga e si risponde; e sa anche che in quella cappella le si presenta quotidianamente un prodigioso miracolo: La Madonna dalle scarpette rotte, si muove, esce per strada, balla il tango e le parla come una confidente.  La Madonna errante consuma le scarpe poichè esce per strada con lo scopo di sfamare gli orfani e i poveri  ed è costretta a far ritorno nella cappella prima che Telluccia e i pargoli la possano scoprire. Le scarpette rotte della Madonna sono consunte e logore, consumate da quelle pietre scheggiate, pregne di cultura, dalla quale erompe il mito popolare vasto e infinito. Il dialogo incessante tra la Madonna e Telluccia, scandita dalle confessioni di Tellucicia, dalle sue angosce, dalla difficile vita terrena, dalla sua  premura materna sono il punto d’incontro tra un realismo spietato, innervato da una prorompente verve comica e un mito popolare striato […]

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Teatro

Riccardo III nei meandri del Museo del Sottosuolo

La coscienza è soltanto una parola che sogliono usare i vigliacchi, ed è stata inventata apposta per tenere in soggezione i forti. (Riccardo III) Centotredici scalini. Dal cielo alla terra, dall’aria aperta ai meandri del sottosuolo. Luci calde, soffuse e personaggi immortali, figli della penna del grande William Shakespeare. Il ventre di Napoli infiammato dalla lucida e sanguinaria follia di Riccardo III, incarnazione della cupidigia di potere, rapace in mezzo ai rapaci. Giganteggia sulla scena la sua figura, interpretata con convinzione e grande carisma da Francesco Nappi,  emblema di una società, quella inglese, dilaniata, all’indomani della Guerra delle due Rose, da intrigo, ambizione, paura, sospetto, menzogna. Stratega, attore, dissipatore di menzogne vendute come verità, Riccardo parla, dichiara, convince. E’ attore e pubblico di se stesso: si guarda agire e se ne compiace. Prenderò per moglie la figlia più giovane di Warwick. Si, le ho ucciso marito e padre, ma che importa? Malvagiamente istrionico seduce le sue vittime, prima tra tutte Lady Anna (interpretata da Sara Guardascione), che cade irretita nelle maglie del suo corteggiamento. E seduce il pubblico, che, sebbene inorridito dalle sue azioni, non può non essere risucchiato dai suoi monologhi, con quell’attrazione di cui il male sa essere capace. Riccardo III, re e principi cadono nelle sue trame Ebbro di un delirio di onnipotenza, Riccardo assassina chiunque si gli si frapponga nella scalata al potere, inclusi Lord Hastings (Andrea Cioffi), l’amico Bukingham (Gabriele Formato), e addirittura sua moglie. Tutti contro tutti, senza esclusione di colpi. Crimini su crimini. Sangue su sangue.  E allora il reale si intreccia con il sovrannaturale: sogni premonitori, fantasmi che affollano la notte prima della battaglia, maledizioni profetiche. Dispera e muori, dispera e muori, dispera e muori! E così l’Inghilterra diventa un mondo gotico e inferiore. Riccardo, condannato dai suoi crimini a rimanere solo, si ritrova in mezzo al campo di battaglia, urlando sconsolato il verso tanto citato: Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo. La sua fine è nota ai più. Portare in scena un gigante come Shakespeare è sempre una scommessa rischiosa. Decisamente vincente quella degli attori della compagnia Il Demiurgo che, in una narrazione ciclica, aperta e chiusa da immagini visionarie, ben hanno reso la parabola di Riccardo III, escalation di violenza  e di delirio di grandezza fino al suo cruento epilogo. Cinque attori che raccontano una storia immortale. Riuscitissima anche la scelta della location, congeniale alla voluta immersione in una dimensione altra, onirica e atemporale: i suggestivi meandri del Museo del sottosuolo. Per maggiori informazioni: www. ildemiurgo.it

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