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Eroica Fenice

La Tag: teatri in campania contiene 222 articoli

Teatro

Pompeii Theatrum Mundi: quest’anno s’ha da fare

Presentazione della Conferenza Stampa del Pompeii Theatrum Mundi Mai come questa volta tornare a teatro segna un possibile ritorno alla vita. Mai come adesso il teatro è il luogo cui è delegata la possibilità di raccontare le mutazioni di cui non siamo ancora consapevoli, e Pompei è lì, a testimoniare, emblematicamente, in ogni sua singola pietra, l’istinto cruciale, il prima e il dopo della nostra storia di uomini.  Venerdì 26 marzo, in modalità online, si è tenuta la conferenza stampa di presentazione del Pompeii Theatrum Mundi, rassegna che, dal 2017, riempie la cavea del Teatro Grande di Pompei.  Presenti il Direttore del Teatro Stabile di Napoli Roberto Andò, il Direttore Generale dei Musei Massimo Osanna, il Direttore Generale del Parco Archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel, il Direttore del Campania Teatro Festival Ruggero Cappuccio, il Direttore Generale per le Politiche Culturali e il Turismo Regione Campania Rosanna Romano. Presenti anche gli artisti che prenderanno parte alla rassegna.  Una grande festa i cui fili conduttori, prima ancora che la presentazione degli spettacoli in cartellone, sono stati l’emozione dei partecipanti, l’entusiasmo, la consapevolezza dell’impossibilità, la speranza. Una grande festa resa possibile dalla sinergia delle Istituzioni della Regione Campania che hanno voluto fortemente questo ritorno, finanziando e investendo nella cultura.  A fare da apripista per la riapertura dei teatri in autunno, cinque spettacoli. Il programma di quest’anno non si ferma al classico antico, come ha affermato Roberto Andò: «Quest’anno tentiamo l’esperimento di ospitare testi non legati alla classicità antica, credendo nel valore prezioso degli autori viventi. I cinque titoli hanno un fil rouge, quello che unisce l’idea di catastrofe con quella di resurrezione, mai tanto attuale». Un programma quindi che, dal 24 giugno al 25 luglio, porterà in scena il nuovo, cinque prime teatrali, con titoli inediti, adattamenti e riscritture di grande interesse.  «Vogliamo affrontare con “l’ottimismo della volontà” – dichiara il Presidente Filippo Patroni Griffi – la sfida della quarta edizione di Pompeii Theatrum Mundi, confidando che da giugno vi sia l’inizio di una nuova stagione per il nostro Paese che possa coincidere con la ripresa di tutte le attività in presenza.» Aprirà la rassegna lo spettacolo Resurrexit Cassandra, testo di Ruggero Cappuccio, regia  e scenografia di Jan Fabre. Seguiranno Il purgatorio. La notte lava la mente di Mario Luzi, con la regia di Federico Tiezzi;  Pupo di Zucchero di Emma Dante e, ancora, Quinta stagione di Franco Marcoaldi. Infine, grande chiusura con Le cerisaie/Il giardino dei ciliegi di Anton Checov, con la regia di Tiago Rodrigues.  Grandi registi e grandi interpreti per cinque prime nazionali: noi siamo pronti!  Fonte foto: Napoli Magazine

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Teatro

Nude verità: nuovo spettacolo per il Tram di Napoli

Nude verità è il nuovo inedito spettacolo in streaming proposto dal Teatro Tram di Napoli; andato in onda venerdì 5 marzo. Lo spettacolo è inscenato dalla compagnia Teatro dell’Osso, da un’idea del direttore artistico Mirko Di Martino, con la regia di Vittorio Passaro. Uno spettacolo particolarmente suggestivo; quattro protagonisti, ognuno con una propria identità e con alle spalle un bagaglio talvolta pesante da sopportare che viene fuori in monologhi così suggestivi da togliere il fiato. Nude verità mette in scena ciò che probabilmente troppo spesso si prova a nascondere, per convenzione, o semplicemente perché “funziona così”. Lo spettacolo si rivela un vero e proprio “atto creativo”, così come uno dei quattro protagonisti afferma con convinzione. I protagonisti, rivelano con passione e dolore, con interpretazioni struggenti e realistiche al tempo stesso, quattro diverse storie. La prima si intitola Eric Live Show: di Francesco Rivieccio, con Angela Bertamino. Un testo fortemente allusivo, ricco di metafore, contraddizioni, usi, costumi, vizi, nel corso del quale viene fuori semplicemente una persona, indipendentemente dalle convenzioni che si ostinano a vederla e classificarla come uomo o donna. Una persona che esiste indipendentemente da tutto e da tutti, che si muove con padronanza e con tono deciso su una scena scarna, essenziale, senza troppi fronzoli. La seconda storia si chiama Invito a cena di Angela Rosa D’Auria, con Guido Di Geronimo. Un personaggio misterioso, a tratti inquietante, che sorride di e con… gusto. Metodico, ossessivo, cinico, coinvolgerà in una riflessione dal sapore amaro, quasi paurosa. Anche in questo caso, la scenografia è essenziale, pochi gli oggetti con cui l’attore si destreggia, oltre ovviamente a quelli utili a delineare la sua “presenza virtuale”, ma anche il suo indomito comportamento. Abel di Michele Danubio, con Vittorio Passaro è la terza storia. Il protagonista Abel, soffre di Gimnofobia, ossia la paura di restare nudi. Immerso tra quadri e quaderni dei quali non riesce a fare a meno, racconterà di sé, a voce alta, come qualcuno che si confida con un amico. Probabilmente è proprio questa la bellezza insita in uno spettacolo in streaming,  la possibilità di osservare i protagonisti di una storia, nella propria confort-zone. Assaporando scena dopo scena, parola dopo parola, tutto ciò che gli occhi, ma anche le gesta, le attitudini degli attori, hanno da rivelare. Ovviamente nulla mette in discussione la bellezza e la suggestione delle sale teatrali o cinematografiche, ma riuscire a creare un ambiente “sicuro”, e arrivare proprio a casa delle persone, è qualcosa di indubbiamente significativo. Il terzo protagonista dello spettacolo Nude verità, si rifugia «nell’arte, che non contamina, in un armonioso rapporto con l’ignoto». Racconta di ciò che è stato e che non doveva essere. Infine, Specchio di Patrizia Di Martino, con Vincenzo Coppola è l’ultima storia. Il quarto protagonista ha sulle proprie spalle una vera e propria eredità da sopportare. Siamo in epoca fascista. Lui è, o almeno così crede il padre, ma anche la famiglia, (in particolar modo l’amata madre) il figlio maschio, l’uomo di casa, soggiogato però all’autorità paterna. Anche in questo […]

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Animali da bar in scena al Teatro Bellini

Martedì 18 febbraio è andato in scena Animali da bar, l’ultimo spettacolo targato Carrozzeria Orfeo al teatro Bellini di Napoli: uno spettacolo divertente, dissacrante, che indaga dentro ognuno di noi ma, soprattutto, mette a nudo le pieghe della società. Sei in sala, seduto, in attesa che lo spettacolo cominci: proprio quando le luci cominciano ad affievolirsi, ecco che una voce fuori campo, maschile e cavernosa, ti avverte con tono di minaccia e utilizzando espressioni molto colorite, di spegnere il cellulare, che lo spettacolo sta per iniziare. Si apre il sipario, e ti ritrovi in uno di quei trasandati e un po’ malfamati bar di provincia, popolato dei suoi tipici animali, o soliti avventori: già Stefano Benni, negli anni 70, con il suo Bar Sport ci aveva illustrato e insegnato tutta l’architettura e la microsocietà presente in questa tipologia di esercizi commerciali e, negli anni, nulla sembra essere cambiato. I personaggi che ruotano attorno a questo bancone sono Mirka, la barista ucraina, appassionata di canzoni e cartoni animati Disney, che per arrotondare affitta il suo utero e fa da badante al vecchio proprietario del bar, un misantropo razzista che ormai non esce più di casa, e del quale, proprio per questo, sentiremo per tutto lo spettacolo solo la voce fuori campo; c’è poi Swarovski, uno scrittore alcolizzato, fallito e nichilista fino all’estremo, costretto dal suo editore a scrivere un libro sulla Grande Guerra; Sciacallo, un giovane ragazzo bipolare storpio che, dietro indicazioni di Mirka, svaligia le case dei defunti; Milo, il nipote del proprietario del bar, imprenditore di un’azienda di pompe funebri per animali di piccola taglia; e infine Colpo di Frusta, un attivista buddista, pacifista e ‘melariano’, padre biologico del figlio che Mirka aspetta, che però subisce le violenze domestiche della moglie. Animal da bar, dal bancone del bar al sottosuolo I sei personaggi ruotano attorno a quel bancone raccontando di sé, delle proprie vite, esperienze, illusioni e speranze per il futuro. Costituiscono un’umanità grottesca, estrema, ma soprattutto cruda. Come in “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij, i personaggi, uniti dal fatto di essere dei ‘perdenti’ e ai margini delle buone consuetudini della società, analizzano in maniera sempre crudele e senza fronzoli, tutte le azioni e le circostanze che li hanno  portati ad essere quelli che sono: reietti, inetti. Persone profondamente infelici e insoddisfatte, di loro stesse e della società che le circonda. «Il teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita» Vale dunque la pena andare a teatro e immergersi in tutto questo? Sì, sì e ancora sì: fatevi prendere per mano da questi strampalati personaggi, veri e propri animali da bar, e fatevi guidare in un viaggio attraverso le pulsioni e i pensieri e i sentimenti più reconditi dell’uomo, mettendo in gioco voi stessi. Magistrale il lavoro degli attori, dei registi, degli autori e di tutti componenti della compagnia teatrale Carrozzeria Orfeo, che annuncia anche un futuro spettacolo in arrivo, in collaborazione proprio con il Teatro Bellini di Napoli. In attesa che […]

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Apologia di Andrea Chiodi: carnage al Mercadante

Dal 28 gennaio al 2 febbraio va in scena al Mercadante Apologia: Kristin e i suoi figli sono i protagonisti di un carnage familiare. Andrea Chiodi mette in scena, con grande fedeltà e sapiente ricostruzione, Apologia, un testo di Alexi Kaye Campbell. La quarta parete è quella di una casa di campagna: dentro, in occasione di una cena di compleanno, va in scena lo psicodramma di una normale famiglia inglese. Elisabetta Pozzi, in una performance fuori dall’ordinario, rende tutta la portata ingombrante e asfissiante di Kristin Miller, storica dell’arte, donna colta, appassionata estimatrice della rivoluzione artistica di Giotto, impegnata, salvatrice e redentrice del mondo occidentale. Kristin è, però, agli occhi dei suoi due figli, anche una madre disattenta, giudicante, distante e talvolta assente. Nelle sue parole tutto il disappunto nei confronti di Peter (Christian La Rosa), finanziere che stupra il terzo mondo, nel pieno di una conversione religione, promesso sposo di Trudi (Francesca Porrini), ragazza americana ultra cattolica, perbene, a tratti perbenista, e Simon (Emiliano Masala) scrittore in crisi, da tempo in depressione, prosciugato dall’amore per Claire (Martina Sammarco), attrice di avvilenti soap opera. Il compleanno di Kristin: quale occasione migliore, per figli e nuore, per una resa dei conti. Lei è una madre assente, insensibile, quasi sorda quando presente; è una suocera esigente, intransigente, intollerante di fronte al pressappochismo, spietata nei giudizi e nelle sentenze. Simon e Peter, da sempre sovrastati dall’ombra asfissiante della madre, vedono in questa reunion l’occasione per guardare in faccia il proprio passato come si fa con una vecchia foto. È l’occasione giusta per la vendetta contro una madre da cui si sono sentiti abbandonati e ignorati, una madre che li considera panni sporchi da lavare in famiglia, che tace i loro nomi nei suoi memoires. Dialoghi fitti, pochi e densissimi silenzi, una fiumana di botta e risposta che cela un innesco, un ordigno pronto a saltare: una macchia di vino su un abito da 2000 sterline sarà la scintilla. Da lì in poi il carnage: ingratitudine, rancore, accuse più o meno velate, vecchi attriti che diventano urti devastanti, rivelazioni, scheletri che escono dagli armadi e fanno danni incommensurabili. Kristin, forse paralizzata dal senso di colpa, finge di non capire, davanti alle proprie responsabilità devia, cambia strada, gira lo sguardo per continuare a non vedere. La soluzione arriva da chi meno te lo aspetti: Trudi, ingenua e semplice ragazza americana, che ha trovato in Gesù la strada in discesa, la soluzione per una vita facile, incarnazione della superficialità americana, è colei che riesce a trovare il filo spezzato in un groviglio di risentimenti e sensi di colpa. Il perdono: è il perdono, che Kristin non ha mai concesso a se stessa, la soluzione. foto: https://www.teatrostabilenapoli.it/evento/apologia/#gallery/e4b5e24f52ebc566d006664de03a9005/2828

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In girum imus nocte et consumimur igni: la deriva dell’uomo postmoderno

In girum imus nocte et consumimur igni, Roberto Castello e ALDES presentano l’epopea dell’uomo postmoderno al ridotto Bellini. Il 3 volte Premio UBU Roberto Castello porta sul palcoscenico del Piccolo Bellini con In girum imus nocte et consumimur igni(Andiamo in giro la notte e siamo consumati dal fuoco), uno spettacolo di danza, cinema e teatro, che prende il titolo da un enigmatico palindromo latino di incerta origine, e che affronta, in modo del tutto inedito e sperimentale, la crisi dell’uomo. ALDES è una sorta di compagnia acefala, priva di un capocomico, una compagnia di artisti e operatori culturali che dal 1993 si occupa di sperimentazione artistica. ALDES, sotto la direzione di Roberto Castelli,  fonde le arti, abbatte i muri tra cinema, teatro, danza, musica nella convinzione che l’arte possa parlare a tutti di tutto. L’arte può e deve parlare di ciò che artistico non è, come la confusione, lo smarrimento e il disorientamento dell’uomo nel presente. Quattro attori vestiti di nero (Alice Giuliani, Mariano Nieddu, Giselda Ranieri, Stefano Questorio) si muovono convulsamente, scompostamente, come in trance. Non c’è colore, non ci sono parole: una luce bianca, fredda, illumina a tratti, taglia la scena, crea immensi bui, vertiginosi coni d’ombra. Una danza frenetica, ritmata ma convulsa occupa la scena: 60 minuti di musica, un loop elettronico, assordante e ossessivo, accompagna il naufragio dell’uomo, della società, dell’Italia contemporanea. Lo spettatore, ipnotizzato dalla musica e dalle immagini, si immedesima negli eroi di una tragedia: una tragedia in cui non c’è violenza, non c’è sangue, ma solo smarrimento, caos, perdizione. Gli eroi di questa tragedia non combattono, non aspirano, non corrono: si muovono a vuoto, sbattono come mosche in un barattolo, cercando un dio nel denaro e nella vanità e stanchi, sfiniti e avviliti smarriscono la strada. In girum imus nocte et consumimur igni è il commovente ed empatico ritratto della misera condizione umana, un ritratto che non vuole condannare, stigmatizzare, che non ha la presunzione di offrire soluzioni, vie d’uscita o di fuga, ma solo vuole testimoniare, riferire, fotografare, gettare luce sul presente. É, dunque, lo spettacolo a dare un senso al titolo e non viceversa: il palindromo latino di incerta derivazione, nello spettacolo di Roberto Castello, prende la forma di un girovagare nelle tenebre, alla vana ricerca di una luce. foto: comunicato stampa

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La panne: l’opera surreale di Friedrich Dürrenmatt al Teatro Mercadante

Al Mercadante dal 27 novembre all’8 dicembre va in scena la surreale trama de La panne Esistono ancora storie possibili? È questo l’interrogativo con cui si apre La panne, opera surreale tratta dall’omonimo romanzo di Friedrich Dürrenmatt. Una storia impossibile, perché non vera, diventerà possibile, quasi reale. La panne, testo riadattato e diretto da Alessandro Maggi, affronta un tema di capitale importanza: la verità. La verità ne La panne diventa un concetto opinabile: può risultare vero anche ciò che non lo è, nemmeno parzialmente. Può risultare credibile, fino al punto da sembrare vero, anche ciò che non è mai accaduto. Alfredo Traps, interpretato da Giacinto Palmarini, è un ordinarissimo agente di commercio, la cui vita è scandita da un modesto lavoro, che conduce non senza ricorrere a mezzucci e piccoli imbrogli, una moglie, quattro figli e qualche adulterio. Traps rimasto bloccato perchè la sua costosa studebaker è in panne, trova ospitalità presso la villa del signor Werge (Stefano Jotti), giudice in pensione che, per sopravvivere al tedio e alla lenta decadenza fisica e mentale alla quale il pensionamento conduce, assieme ad altri ex giuristi ogni sera “gioca al tribunale”. Le cause di solito sono incentrate su personaggi storici: So­crate, Gesù, Giovanna d’Arco, Dreyfus. Ma avere a disposizione “materia viva” sarà per loro un gioco ancora più divertente perchè più perverso e reale. Traps non ha commesso nessun crimine: la verità dei fatti è questa. Ma il gioco dei quattro pensionati non necessita di fatti, evidenze, verità incontrovertibili. Zorn, ex pubblico ministero interpretato da Nando Paone, riuscirà a dimostrare che Traps è un assassino: un assassino così abile da aver ucciso il suo principale, il signor Gygax, senza versare una goccia di sangue. Mentre il gioco, che si svolge durante una cena luculliana, si fa sempre più divertente per gli ex giuristi, per Traps diventa sempre più reale. Traps si sente costretto nella sua ordinaria e modesta vita di agente di commercio e vede in questo omicidio così sapientemente architettato la possibilità di rendere «più difficile, più eroica, più preziosa» la sua meschina vita di imbrogli e adul­teri. L’esito sarà dei più tragici: tanto tragico quanto surreale. In un clima leggero e goliardico, quello di una cena tra uomini, Dürrenmatt pone una domanda all’apparenza facile: esiste una verità unica, oggettiva,  immutabile, oppure ognuno può costruire una propria realtà dei fatti, ricostruire a proprio piacimento il passato e la verità? foto: https://www.teatrostabilenapoli.it/evento/la-panne/#gallery/91f068198a6788320fdec74cd167277c/2991

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Teatro

La ballata del carcere di Reading: lì dove muore ogni speranza

La ballata del carcere di Reading al Ridotto del Mercadante dal 14 al 17 novembre. Roberto Azzurro, a due anni dal processo di Oscar Wilde, torna al Mercadante con La ballata del carcere di Reading. Azzurro Lo spettacolo apre la programmazione 2019/2020 della piccola sala al primo piano del Teatro Mercadante. Il lamento di un prigioniero dal carcere di Reading Una scena essenziale: una sedia rosa, pochi mattoni accantonati da prigionieri costretti ai lavori forzati, scarne tavole di legno. Un Wilde provato da due anni di prigionia guadagna la scena recitando la preghiera eucaristica. Il Wilde in scena non è che la carcassa consumata e logora del dandy dissoluto ed edonista che fu: di quel dandy resta un tight nero e un fiore verde all’occhiello. Da qui in poi si scioglie un lungo e dolente lamento pieno di pena, privo di speranza ma intriso di fede. Wilde davanti all’imminente fine di un condannato, Charles Thomas Wooldridge, che aveva ucciso sua moglie con un rasoio, si interroga sulla condizione umana dei prigionieri, sulla urgenza del perdono e sulla barbarie della legge che, invece, scritta dall’uomo per l’uomo, condanna alla prigionia e alla pena di morte. Roberto Azzurro non interviene su La ballata del carcere di Reading, non la rielabora, ma ci entra dentro, restituendo abilmente, con uno sguardo allucinato e una voce tremante e delirante, ogni sentimento che abbia animato e ispirato questo testo. Lo sgomento, il pentimento misto alla nostalgia per una vita di piaceri e di eccessi, la rabbia furente e l’orgoglio ferito, la sofferenza, la rassegnazione davanti al lento spegnersi del suo spirito, la flebile fede che lo tiene in vita, la consapevolezza che dal carcere non si esce vivi, seppur in vita. Ogni uomo uccide ciò che ama, eppure nessuno di loro deve morire. Quell’uomo aveva ucciso ciò che amava e per questo doveva morire. Eppure ogni uomo uccide quel che ama. Ognuno ascolti, dunque, ciò che dico: alcuni uccidono con sguardo d’amarezza, altri con una parola adulatoria. Il codardo uccide con un bacio, l’uomo coraggioso con la spada. […] L’uomo gentile uccide col coltello, perché più ratto giunga il freddo della morte. […] Ogni uomo uccide ciò che ama, eppure nessuno di loro deve morire. Ognuno di noi uccide ciò che ama, ognuno è un malfattore che va perdonato: se è vero questo assunto, allora, chi ha commesso un più grave delitto avrà bisogno di un più grande perdono. La legge, invece, rinchiude il colpevole in una gabbia dove non c’è possibilità di espiazione, di recupero, ma solo la lenta morte della della speranza prima che sia il corpo stesso a perire. Nel carcere non crescono fiori che possano alleggerire l’animo dei condannati, ma solo erba velenosa. Il carcere non ha colori se non il nero della notte, delle ombre e il grigio acciaio delle sbarre e delle catene. Il carcere, trasforma in paglia il fieno, sfigura nel corpo e nello spirito, arrugginisce la catena di ferro della vita. Nel carcere si vive in una perenne […]

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Il mercante di Venezia: uno scontro tra culture

Il mercante di Venezia: va in scena dal 25 al 27 ottobre alla Galleria Toledo lo scontro tra la magnanimità cristiana di Antonio e la sadica crudeltà dell’ebreo Shylock. Laura Angiulli porta Il mercante di Venezia di Shakespeare alla Galleria Toledo. Venezia, XVI secolo. Una scenografia di un nero cupo, spezzato solo da uno specchio d’acqua che allaga la scena e nel quale si muovono i personaggi. Scene e personaggi diversi, luoghi lontani, vicende varie convivono sulla stessa scena. Bassanio, forse a seguito di commerci non proprio fruttuosi, è rimasto al verde e con un mucchio di debiti. La soluzione ai suoi problemi gli appare quando Portia, giovane e ricchissima orfana, è in cerca di marito. Bassanio, mosso da un amore già vivo nei confronti di Portia nonchè dal desiderio di vedere dissolto ogni suo debito grazie al denaro della bella ereditiera, decide di affrontare la lotteria a cui sono legate le sorti matrimoniali della donna. Per farlo ha bisogno, però, di una cospicua dote. Con l’aiuto del devoto amico Antonio, il mercante di Venezia, Bassanio ottiene un prestito dal sadico e avido Shylock, odioso e odiato usuraio ebreo, che chiederà in cambio la più crudele delle penali: allo scadere dei tre mesi stabiliti per il risarcimento del debito, Shylock, secondo regolare contratto, potrà sottrarre una libbra di carne dal corpo di Antonio. Da questo momento avrà inizio una serie di peripezie che porteranno Bassanio a rischiare di perdere la donna amata e Antonio sul punto di perdere la sua vita per non venir meno al contratto sottoscritto con Shylock. L’antisemitismo nell’opera di Shakespeare Il mercante di Venezia Il dramma di Shakespeare appare come una dark comedy nella quale netto è lo scontro tra personaggi positivi e personaggi negativi. Ma ciò che colpisce del dramma è il fatto che negatività e positività non appartengano ai personaggi stessi, non provengano dal loro animo ma dal popolo e dalla cultura alla quale appartengono. Forte è la sensazione che in Shylock si annidi, non una naturale e personale malvagità, ma un rancore atavico, congenito nel popolo ebraico, plasmato da secoli di pregiudizi e torti subiti, corroborato da uno smodato desiderio di denaro e ricchezza, che porta l’ebreo a comportarsi come un “cane strozzino”, ad assecondare quella “selvaggia e ansiosa brama di rovinare un uomo”. Questi istinti così bassi e meschini che animano le azioni di Shylock lo porteranno al punto da alienarsi anche l’affetto di sua figlia Jessica. Daltronde il sentimento antisemita che pervade già l’originale shakespeariano è figlio del clima giudeofobico dell’Inghilterra elisabettiana: ricorre nella produzione del periodo un’ostilità nei confronti della comunità ebraica inglese, ostilità che si percepisce, ad esempio, anche ne L’ebreo di Malta di Marlowe, che deriva da decenni di persecuzioni ed emarginazione. A fare da contraltare alla sadica malvagità di Shylock c’è una serie di personaggi che portano in scena una vasta gamma di sentimenti puri, disinteressati, delicati e potenti allo stesso tempo. Jessica, figlia di Shylock, rinnegherà suo padre e la sua religione per sposare il cristiano […]

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Teatro

Tirelli al Teatro Civico 14 racconta l’amore in Shakespeare

Emanuele Tirelli, autore e giornalista casertano, è andato in scena al Teatro Civico 14 con lo spettacolo L’amore è bello, l’amore fa schifo (e le donne in Shakespeare). «La fortuna guida dentro il porto anche navi senza guida. Tutto vero, ma in amore ci vuole anche una gran botta di culo». È con questa massima, ironica ma veritiera, che Emanuele Tirelli ha salutato il pubblico di L’amore è bello, l’amore fa schifo (e le donne in Shakespeare), spettacolo rappresentato sabato 19 e domenica 20 ottobre al Teatro Civico 14 di Caserta. L’opera è una lezione-spettacolo sull’amore, sentimento che l’arte, declinato in tutte le sue forme, ha sempre privilegiato. È proprio dall’interpretazione delle tragedie shakespeariane e di alcuni personaggi femminili – come Ofelia, Desdemona, Cordelia, Ermione – che Emanuele Tirelli, autore e giornalista casertano, parte per riflettere sulla complessità dell’amore, capace di renderci felici e incredibilmente forti ma anche, alcune volte, deboli e sofferenti. Questa assurda dicotomia avrà segnato la vita di Ofelia, presa dall’amore verso Amleto fino a quando questo non ritratterà, dicendole di andarsi a chiudere in un convento. Simile l’esperienza di Desdemona, innamorata e sposa del suo Otello, che travolto dalla gelosia finirà per ucciderla nel letto nuziale. Va poco meglio ad Ermione, personaggio de Il racconto d’inverno, al quale Shakespeare destina un lieto fine dal sapore amaro, poiché la donna vivrà una vita di sofferenze. L’affresco su questo nobile sentimento tocca anche Romeo e Giulietta, commedia portata ad esempio dell’amore sincero e puro, «che se non esiste non esiste la vita», afferma l’autore. In realtà, è proprio nel capolavoro shakespeariano che troviamo l’esempio di quanto possa farci del male ed essere una dannazione: i due protagonisti, dal sentimento giovane ma già fortissimo, preferiranno la morte ad una vita pensata senza l’altro al fianco. Alle opere del drammaturgo inglese affianca le riflessioni di filosofi come Deleuze, secondo cui «non si desidera mai qualcuno in assoluto ma in un insieme, cioè vedendosi con l’altro» e il pessimista Schopenhauer, che con il dilemma del porcospino ha mostrato come, quando l’amore avvicina due amanti, li condanna a dover sopportare le spine reciproche. Tirelli porta in scena uno spettacolo intimo e comico al tempo stesso: l’autore, infatti, dissemina vicende amorose – dai tratti paradossali ed esilaranti – che l’hanno visto protagonista, strappando più di qualche risata al pubblico. Merito anche della spalla destra Ciro Staro, sul palco con lui, che si occupa della musica e partecipa alla conversazione con simpatiche gag ed espressioni facciali. Entrambi indossano delle magliette, con illustrazioni di Giuseppe Cristiano, che raffigurano uno Shakespeare in veste pop, con occhiali rosa a forma di cuore. A spiegarne il motivo, in chiusura di spettacolo, è l’autore stesso: «Shakespeare era profondamente pop. Oggi lo consideriamo come alta letteratura teatrale, che può essere compresa soltanto dalle persone più colte, ma all’epoca non era così. Il Globe Theatre si trovava nel quartiere accanto a quello delle prostitute, che andavano a teatro per cercare dei clienti per il dopo-spettacolo e nel frattempo si godevano l’opera. E […]

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Teatro

Spaccanapoli times di Ruggero Cappuccio: tra umorismo e malattia

Spaccanapoli Times di Ruggero Cappuccio (scenografie di Nicola Rubertelli), andato in scena per la prima volta nel 2015, è un’opera in cui la comicità vela il dramma umano di fronte alla globalizzazione, che non tiene conto delle varie identità delle persone; all’insegna dell’umorismo (in senso pirandelliano) si apre la stagione 2019-2020 del Teatro Sannazaro e Spaccanapoli Times rappresenta, in questo senso, il trampolino di una riflessione per riconquistare, magari in un futuro remoto, il proprio spazio nei limiti di un mondo sempre più soffocante. Spaccanapoli Times di Ruggero Cappuccio: l’identità e l’inconscio familiare «Non si può toccare un cuore senza ferirlo». Un Moderno/Giuseppe Acquaviva Sin dalla prima scena Spaccanapoli Times pone innanzi al pubblico la scissione dell’individuo con la società di cui l’uomo si fa portavoce. Entrare nella vecchia casa Acquaviva, ripercorrendo le viscere materne di Spaccanapoli, è un ritorno alle origini, alla genesi della coscienza dei protagonisti. Così Giuseppe (Ruggero Cappuccio) sembra guardare la casa dei suoi avi, la propria casa; a poco a poco, gli altri personaggi appaiono come fantasmi o ricordi di quelle pareti: Romualdo (Giovanni Esposito), Gabriella (Gea Martire), Gennara (Marina Sorrenti); ogni personaggio diventa suono che si armonizza con esse e che contribuisce a delineare quell’identità, singola e collettiva, della famiglia Acquaviva per mezzo della sua presenza nel luogo avito; ciò si realizza anche nella lingua, dell’opera al fine di conferire quel senso di unicità dei quattro protagonisti attraverso un’alternanza di napoletano, siculo ed inglese, tipico della poetica di Cappuccio (si pensi a Shakespea Re di Napoli, Edipo a Colono o Desideri mortali). Da tali presse si svolgono i casi dei protagonisti, che, posti agli estremi della società, tentano di mantenere inalterate le voci della propria identità di fronte alla confusione della modernità: i fratelli Acquaviva sembrano e si dichiarano affetti da psicosi e patologie di tal genere e per continuare a usufruire dei sussidi a loro riconosciuti, è necessario “superare” una verifica da parte dell’ispettore preposto dell’ASL, il dr. Lorenzi (Ciro Damiano; altro esponente della società fredda e imborghesita è anche il personaggio Norberto Boito – Giulio Cancelli –, fidanzato di Gennara). Tale processo si scontra, come si diceva, con la “guerra” della modernità: così come la si definisce nel dramma; attraverso l’imposizione di sovrastrutture estetiche e ideologiche si vuol tendere a omologare gli individui, e in un tale mondo l’unico modo per sopravvivere, cercando di salvaguardare il proprio essere, è fingere: «’e cos’ s’ hann’ ’a fà ch’ over’ pàreno pecché ’a gent’ over’ s’ ’e crer’». Riprendendo un’ idea già esposta di Shakespea Re di Napoli, Giuseppe/Cappuccio mette così in evidenza la contraddizione dei tempi moderni, ovvero l’essere cosciente della marcescenza e della falsità su cui si fonda. Di qui la triste commedia dei protagonisti, che, nel secondo atto, in seguito alla frammentazione delle proprie identità rappresentata dal crollo delle innumerevoli bottiglie di vetro che compongono le antiche pareti della loro casa, in un discorso che si fa meta teatrale, muovono lo spettatore attento a contemplare i loro casi attraverso il filtro […]

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