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Eroica Fenice

La Tag: voli pindarici contiene 14 articoli

Voli Pindarici

O’Barone del centro storico, piezz’e core

Ricordando Antonio Varvella, o’Barone del centro storico di Napoli Febbraio, 2020 L’ho intravisto oggi fissando nell’interno cinereo del mio trolley, piazzato nell’angolo semioscuro della stanza. Un po’ come quando volgevo lo sguardo oltre la foschia che domina il mare di questa città e riuscivo a scorgere l’isola di Capri. O’ Barone mi si è parato davanti mentre sedevo sul letto a una piazza e mezzo della camera di una casa lesionata dall’umidità di un quartiere senz’aria. Quello che fino a ventiquattr’ore fa era il mio posticino nel mondo, abbarbicato su una delle vecchie arterie che irrorano il petto della mia Napoli, Vico Gerolomini. Ho acciuffato O’Barone e l’ho ficcato in valigia, sotto i panni ammucchiati e pallide tracce di un presente che sta per passare. Per alcuni era stato un nobile. Per altri uno che, da quando si tuffò da “Palazzo degli spiriti”, perse la testa. Per molti, semplicemente un adolescente pieno di vita mai cresciuto dall’aria indisponente. O’Barone, quella sera che… A me raccontò di avere avuto una famiglia e di essere stato innamorato di una signora, da cui ebbe due bambine. Ma il mondo andava alla velocità della luce e lui perdeva tutto. Così divenne l’anima libera del centro storico. A un tetto preferì per sempre il cielo e alle mattonelle di un pavimento i sampietrini. La Terra avrebbe potuto continuare a fuggire indisturbata, casa sua sarebbe passata prima o poi di lì. Voglio portarmi dietro il suo spettro sporco e sbronzo come quella serata ottobrina del 2012, quando lo incontrai per la prima volta in Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, di fronte al “Kestè”. Quella sera, fece un lungo sorso di vino e, con la voce cadenzata dall’alcool, mi chiese una sigaretta. Mi accingevo a pareggiare il tabacco all’interno della cartina, quando mi si sedette accanto, sul muretto di pietra. Gli sorrisi, ma mi sentii affogare nell’oceano di quegli occhi traboccanti di follia che non distoglievano l’attenzione dai miei. “Ho un chiodo nello stomaco”. I riflessi di quelle iridi mi bloccarono il respiro. “Anch’io…ehm…Barone. So che ti chiamano così.” Stavo per rollargli la sigaretta. Poi lasciai perdere. Urgeva un brindisi. Alzai in aria la mia Peroni che giaceva sulla fioriera e sfiorai il cartone di Tavernello che lui imbracciava come un musicista avrebbe fatto con la sua chitarra. “Chest’è, Baro’. Cin!” Caro Barone, arrivai a Napoli con un chiodo nello stomaco dalla terra lucana, in quel lontano 2012, ma oggi lascio questa città serena. Perché la bellezza cambia la vita delle persone e, anche se non so dove andrò a finire ora, “Se ‘o munno gira e va’, ‘a casa mia ‘cca addà passa’” Chest’è, Baro’. “Kestè”.   Foto: https://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/cronaca/18328-napoli-dice-addio-a-o-barone-istituzione-del-centro-storico/

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Passo a perderti…La promessa ad amare completamente

«Passo a perderti. Non tarderò. Aspettami». Tre parole. Una frase semplice. Eppure atipica, inaspettata, mai udita. Una frase che raggela per un istante il cuore, le mani affaccendate, i pensieri confusi. “Passo a perderti” potrebbe suonare come un che di negativo, ascoltandola la prima volta e magari in un momento di distrazione. Ma è così densa di luce, di musica, di coraggio. È colma di bellezza, d’imperfezione, di quell’imperfezione che rende una monotona e triste giornata così perfetta, così nuova. È un’autentica dichiarazione d’amore. Ma non si tratta dell’amore protagonista delle favole o di qualche famoso film romantico. Non quello delle principesse, che attendono il principe azzurro per essere salvate. È l’amore che si sporca, che necessita di rotolare nel fango per riuscire a mirare alle stelle con sicurezza e determinazione. “Passo a perderti” si sostituisce al tradizionale “Passo a prenderti”, la promessa cioè che un ragazzo/uomo rende alla sua donna per trascorrere un’imminente magica serata insieme, colma di aspettative, tra una rosa donata e una romantica cenetta a lume di candela, con una calda musica jazz in sottofondo. Ma se ci si sofferma qualche istante sul verbo “prendere”, lo si potrà analizzare con la giusta obiettività. Il prendere qualcosa o qualcuno determina possesso e talvolta possessione. Certo, appare gratificante sentirsi il centro dell’universo per qualcuno, per quel qualcuno che si ama e che, con determinate attenzioni, dimostra di ricambiare questo sentimento così puro e così complesso. Eppure amare è ben lontano dal “prendere” e più vicino ad “afferrare”, “stringere”, “sfiorare”, in virtù di quella fiamma, quel fuoco che la passione sa bene alimentare. Perché il “prendere” qualcuno suggerisce l’idea egoista del “sei mio/a”, “sei roba mia”, “il tuo corpo e il tuo cuore sono miei e di nessun altro”. Beh sì, l’amore spesso si maschera anche di morbosa simbiosi, del desiderio assoluto di stare insieme ogni istante – quasi manca il respiro all’idea che oggi forse non lo/la vedremo! Ma questa sorta di amore prepara il terreno anche ad un altro sentimento, che spesso insidioso lo accompagna, vale a dire la gelosia. Sì, perché il possesso fa scattare l’irrazionale timore di perdere ciò che si ha tra le mani, nella propria casa, nella propria vita. E così la gelosia innesca il sospetto, poi il turbamento, l’ansia e la smania di oppressione. Ma cos’ha in comune l’amore con tutto ciò? Niente! L’amore richiede rispetto, comprensione, perdono, gentilezza e mai scortesia, arroganza o prepotenza. L’amore presuppone la libertà. Ne è il dogma fondamentale, il primo seme. E spesso si accompagna al sacrificio, all’annullamento del sé egoista, che non significa la sua morte, bensì la sua elevazione a qualcosa di più profondo e genuino, in grado di nutrirlo e dissetarlo, come nessun vizio riuscirebbe concretamente e divinamente. E non è certo un amore per così dire “puritano”: c’è in esso voglia, libido, istinto, desiderio ardente, fuoco, passione carnale e spirituale; ci sono gli abbracci, che sembrano stritolare anche l’anima, nutrendola di vita e bellezza; e poi ci sono quei baci, fusione di […]

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Crisi di certezze assolute e la possibilità di cambiare idea

Nel passaggio epocale tra i secoli Ottocento e Novecento i grandi pensatori del tempo hanno documentato la crisi di valori e postulati fino ad allora ritenuti assoluti. Finita la stagione del grande romanzo realista, finita la fiducia in una realtà oggettiva, univoca, finita la credibilità della parola: il mondo va letteralmente in frantumi. Le assiologie ottocentesche diventano improvvisamente puro anacronismo: il tempo smette di essere misurabile con un orologio da taschino e la vita smette di essere un filo rosso dritto e linearmente percorribile. Crisi di certezze assolute che non irrompe da un giorno all’altro, eppure il suo impatto risulta ugualmente traumatico. Al trauma di un sentire e di un sentirsi diversi si mescola il trauma della guerra che sconquassa le fondamenta di ciò che significava essere umani. Non si torna più indietro e non esistono più direzioni sicure. Il Novecento esordisce con un grande schianto: quello delle guerre che sarebbero divampate di lì a poco, ma anche quello dell’umanità che si scopre relativa, divisibile, disturbata. Allora smette di interessarci quello che avviene fuori e ci si dedica a quel ripiegamento interiore che non è ancora passato di moda: fiorisce l’ossessione per la psicanalisi, fioriscono i primi narcisisti, come narcisi sulle sponde di un lago dove far specchiare le proprie ipocondrie. Grandi e piccoli traumi che ci rendono fratelli e allo stesso tempo nemici. Il Novecento è il secolo della crisi, ma è anche il secolo della crisi come novità: è il primo taglio su una superficie sana e compatta, che si resta a esaminare per la curiosità verso il nuovo e che non fa neanche così male, perché incuriosisce troppo per pensare al dolore. Una fiumana di parole e di invenzioni si è occupata di quella crisi, cercando di indagare lo scandalo dell’umano che si accorgeva dopo tutto di essere disumano. Per la prima volta si sono messe le mani nelle viscere dell’uomo per scoprire che, in fin dei conti, non era niente di che: polvere, vizi e debolezze. Niente da spiegare, niente da idolatrare o da santificare: si deve far conto con la banalità di esistere. Il Ventunesimo secolo sembrava aver restituito alla Terra la propria onnipotenza: grandiose innovazioni, rivoluzioni tecnologiche, conquiste scientifiche. Un benessere generalizzato ingrassa l’ego e gli egoismi, e frena il sentimento di essere umani. Frana l’umiltà di stare al mondo, di starci per l’altro tenendo ben presente la nostra reciproca vulnerabilità. Ci siamo messi il mondo in tasca, credendoci intoccabili, credendoci grandi orologiai capaci di mettere in burla anche il tempo. Abbiamo spostato le lancette avanti e indietro a nostro piacimento, e poi abbiamo infranto il quadrante per gioco, per scommessa, per dimostrare che neanche il tempo era indispensabile. Crisi di certezze assolute che è rimasta tale, perché nella boria di essere sopravvissuti al cambio dei secoli ci siamo convinti di non aver più bisogno neanche di certezze. Sparita la novità e l’adrenalina che ogni crisi, così come ogni guerra dà in consegna, siamo rimasti con il nostro quadrante rotto in mano, e i […]

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Pausa, please! – Diario di una quarantena

Caro Coviddì, una pausa da questa vita in pausa e perennemente in allarme, è ciò di cui avrei bisogno oggi. Perdona il gioco di parole, ma in testa mi sta nascendo lo sterco. Mi perdo nei miei pensieri e immagino un’estate al mare, la voglia di remare (e di fare il bagno al largo per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni), il sapore di sale, il sapore di mare e persino un reggae – in – spiaggia. Sì Coviddì, sssì! Sto delirando, e pure Giuseppe Conte sta invecchiando male, s’impappina mentre parla. Vorremmo tutti una pausa. Oggi al TG ho sentito dire che siamo al picco dei contagi, ma presto ci sarà il calo. Il fatto è che la notizia non ha destato in me il minimo entusiasmo, perché tanto ormai le buone nuove non sono mai durature, né stabili, perché sappiamo tutti che è l’emergenza perpetua il vero modus vivendi attuale. Ma si potrà mai parlare d’immunità di gregge? E le vacanze di Natale le riusciremo a fare? Quanti congiunti potremo invitare? Gli amici li riusciremo a vedere? Boh, io voglio solo tornare al mare. Mi ritrovo ancora una volta a scrollare le foto sul mio Huawei usurato e – voilà! – m’imbatto in foto di tramonti, chiesette, baie, giardini termali, promontori e scorci d’incomparabile bellezza. Ischia! Maledizione, che sofferenza ‘sti ricordi. Andai a Ischia insieme a mia sorella e una mia cara amica, Antonella, e credo sia proprio il posto che farebbe il mio caso oggi. La pausa di cui avrei bisogno Caro Coviddì, sai, se uno si vuole rilassare, a Ischia deve andare. La vita a Ischia scorre piaaaaano piaaaaaaaaaaaaaaaaaano. Il tempo è dilatato e spostarsi da una parte allʼaltra dellʼisola comporta cambi di fuso orario. Gli autoctoni si distinguono dai turisti per il rivolino di bava attaccato al labbro inferiore e si trascinano per via sbadigliando, con il cuscino sotto al braccio. Durante la mia permanenza sull’isola, mia sorella fu fatta prigioniera insieme agli altri visitatori e fu rinchiusa nellʼenorme dedalo del Castello Aragonese. Devi sapere che gli ischitani reclutano schiavi stranieri che si occuperebbero poi della gestione del turismo, di parchi termali e fiorellini colorati: tutte mansioni che toglierebbero ore di sonno agli indigeni, col rischio di risvegliarne lʼindole selvaggia e bestiale. Le ultime parole di Antonella, all’epoca, furono: «Vado in bagno. Torno subito, ragazze!» e io mi rivolsi al bar per un bicchiere dʼacqua. La mia salma disidratata giace ancora nel porto di Ischia, e personalmente credo di essere il fantasma di me stessa. Sai, Coviddì, a Ischia si sta un po’come quei giorni in cui ti svegli e non hai voglia di fare un corno. Io mi sento proprio così oggi, ma vorrei poter SCEGLIERE di non fare niente, e invece tu mi ci obblighi, e così mi togli ogni gusto. Caro Coviddì, vattene via e fammi tornare sull’isola, dai, almeno per portare un lumino alle mie reliquie. Ti do mezz’ora abbondante, il tempo di farmi la valigia. Sciò! Ah? No? Mah. Muori, criaturemme’. […]

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Macaulay Culkin compie 40 anni:cosa resta degli anni ’90?

Macaulay Culkin compie 40 anni. Il piccolo talento del cinema non è più tanto piccolo. Gli anni ’90 sono ormai un lontano ricordo? A long time ago in a galaxy far far away… In un universo parallelo, i Nirvana sono al loro tredicesimo album in studio, Non è la Rai ha sbancato l’ultima edizione del Telegatto e Willy è ancora il Principe di Bel-Air. Ma non qui, non oggi, non pochi giorni dopo il 26 agosto 2020. Può sembrare una data come tante ed invece non è affatto così. Il 26 agosto 2020 infatti, Macaulay Culkin ha compiuto 40 anni. Facendo un rapido calcolo, sono circa trent’anni che Kevin perde lo stesso identico aereo. È arrivato il momento di fare i conti con la dura realtà e accettare che non solo il tempo è passato, ma che niente è andato come ci si aspettava. La nostalgia per una decade che ormai non ci appartiene più non è certo cosa nuova. Fa parte dello spirito umano credere che il meglio sia sempre da ricercare alle spalle piuttosto che davanti a sé e non c’è Gil Pender che tenga. Ma è pur vero che le aspettative degli anni ’90 erano ben altre. Seriamente qualcuno pensava che un giorno Pamela Anderson avrebbe smesso di correre a rallentatore per le spiagge di Los Angeles? O che un giorno, alle 15:40, non ci sarebbe più stato Bim Bum Bam? Questi sono solo alcuni, piccoli esempi di come in realtà gli anni ’90 siano stati per tutti una grandissima illusione. Dalla Generazione X alla The Millennial Generation The millennials, o la “Generazione Y“, così come viene spesso definita, ha spazzato via ogni lascito della “superata” Generazione X.  I nati tra il 1990 e il 2000 sono fiori di un seme diverso. La forte esplosione della rete, gli SMS, Youtube. Nulla in confronto alle grandi emozioni degli anni ’90, con tutte le loro differenti declinazioni. Nel 1994 gli Oasis pubblicano il loro primo disco: “Definitely Maybe“, destinato ad entrare nella storia della musica mondiale. Nello stesso anno, in Italia si piangeva perché Mauro Repetto aveva appena lasciato gli 883. Ma questi sono dettagli. Quel che conta è che il 28 agosto 2009, quando Macaulay Culkin compiva 29 anni e 2 giorni, anche gli Oasis si sciolgono. La rock-band simbolo degli anni ’90 non riesce a reggere il peso dei Duemila. Cosa resta dunque di quegli anni? Primo indizio: non le videocassette. “Blockbuster” è fallita nel 2013. Dal 2019 sopravvive un unico negozio al mondo, presso la cittadina di Bend, in Oregon. Il mercato dei contenuti audiovisivi è oggi totalmente appannaggio delle piattaforme streaming o delle reti televisive. Si pensi solo a spiegare ad un diciassettenne del 1995 come condividere in 4 persone l’account Netflix! Secondo indizio: non la musica, o almeno, non tutta. Forse negli anni ’90 qualcuno si aspettava le Spice Girls in cima alle classifiche per anni, magari con una svolta rock sperimentale alla Beatles. E invece nulla, ifyouwannabemylover e poi il buio. Terzo indizio (che […]

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C’è uno spettro che si aggira per il mondo

2020, uno spettro di morte si aggira per il mondo “Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro della Morte. Tutte le potenze, vecchie o nuove che siano, primo, secondo o terzo mondo, ricchi e poveri, si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: Stati Uniti e Cina, la vecchia e cara Europa, le nuove potenze emergenti. I centri di ricerca anti invecchiamento, i padri della robotica umanoide, gli astronauti diretti su Marte, gli uomini che si congelano in attesa di una nuova vita […]” Ci sono date, scadenze, eventi che segnano in maniera indelebile la storia dell’umanità e che marcano a fuoco l’inconscio collettivo per generazioni a seguire. L’anno domini 2020 sarà ricordato per sempre come l’anno del coronavirus, l’anno in cui il mondo, almeno per qualche settimana, si è fermato. L’anno in cui siamo stati costretti a rivedere le nostre priorità, i nostri piani. L’anno in cui, dopo la predominanza apparentemente eterna di un certo modo di fare aziendale e capitalistico, si è avuto un arresto in tal senso e forse, da secoli, ci è resi finalmente conto di quanto siamo esseri fragili ed esposti continuamente al volere e alla potenza di madre Natura. Ma il 2020 non è stato solo l’anno del coronavirus. È stato anche l’anno della morte di Kobe Bryant, di Emanuele Severino, di Luis Sepulveda, di Carlos Luis Zafon e Pau Donés. Di Mario Corso e Gigi Simoni, di Ezio Bosso e Tony Allen, di Ulay, Max Von Sydow e Ian Holm. Sportivi, musicisti, attori, filosofi, intellettuali, a volte inclassificabili in qualsiasi definizione categorica e certa, dall’identità mutevole come l’acqua che scorre in fiume. Personaggi che hanno colpito, tra gli altri, maggiormente l’immaginario collettivo, basandosi su quel criterio discretivo che, da un punto di vista prettamente classificatorio, permette di stabilire chi fosse entrato con maggiore o minore forza nel cuore della gente: i post di Facebook e le storie di Instagram. Gli immortali C’è chi ne ha avuti dedicati di più e chi meno, ma comunque, ed è un dato di fatto, la maggior parte del mondo ha sentito la necessità di condividere un ricordo personale o no al momento della morte di uno di questi personaggi. Memoria che poi, ma che sarà mai, verrà poi dimenticata qualche ora dopo, quando ci sarà un altro morto o un altro evento a fare da capro espiatorio o da catalizzatore di luci ed attenzioni. Tutti comunque accomunati, questi personaggi, oltre che da questo, come noi, dal fatto di dover condividere la stessa, medesima, unica destinazione: la Morte. Vi è chi deceduto per una fatalità, chi per un male incurabile, chi per sopraggiunti limiti anagrafici. La Spoon River dei Vip nel 2020 è un’ecatombe dall’antologia ricca e complessa e che certamente potrebbe incuriosire un malcapitato Masters dei giorni nostri. Venire però a conoscenza della morte di personalità del genere, che spesso ci hanno accompagnati nella crescita con le loro opere, è diventato come scorrere la galleria fotografica di un qualsiasi smartphone. Tale […]

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La musica ai tempi del coronavirus

Musica e Covid-19 La musica accompagna da millenni la vita degli esseri umani. Scandisce i ritmi di vita delle persone, accompagna i riti religiosi, i sentimenti nazionalistici o semplicemente ha il potere di allietare una pessima giornata. Magari associ un particolare momento, un evento specifico, ad una canzone di moda in quel periodo o che semplicemente frullava nella tua testa in quell’istante preciso. O più direttamente hai conquistato la ragazza dei tuoi sogni grazie ad un disco che era nelle sue grazie. Ma a che punto è la musica nella pandemia più grande di cui l’umanità abbia memoria? Non se la passa benissimo, va detto. Se il coronavirus ha squarciato letteralmente il velo di Maya di alcuni degli aspetti più controversi della nostra società, la musica è uno di quei settori che maggiormente ha risentito della diffusione da Covid-19, specie nella società occidentale. Il virus ci ha messo di fronte a quella che era diventata la nostra odierna concezione di musica. Una semplice compagna di viaggi, della quale perdiamo memoria, nel nostro ippocampo da pesci rossi del XXI secolo, immediatamente dopo l’ascolto. La musica è probabilmente il settore artistico che maggiormente stava risentendo della crescita della società globale e il coronavirus non ha fatto altro che accelerare questo processo di smantellamento. Tutto questo a causa del suo difetto congenito: la musica non si può vedere, né tantomeno toccare. A differenza del cinema, della letteratura, del teatro, carne da macello per frotte di spettatori passivi alle prese con i loro smartphone e le loro fotocamere a condividere con il resto del mondo il loro film o libro preferito. Le piattaforme digitali hanno reso più facile l’ascolto, si dirà. Su Spotify, Tidal o Apple Music è possibile scegliere, in qualunque momento, il proprio artista o disco preferito. Quanto si sta affermando è però testimoniato dal fatto che gli ascolti sulle maggiori piattaforme digitali sono in drastico calo durante questa surreale quarantena globale. D’altronde, il coronavirus ha di fatto svuotato tutti i luoghi nei quali la musica era diventata di casa; i mezzi pubblici, carichi di studenti o pendolari accompagnati immancabilmente dai loro auricolari, le palestre, con le loro casse enormi ormai spente e che prima pompavano musica trap o latino americana a qualsiasi ora. Di concerti, ma è più che normale in un periodo nel quale è giusto salvaguardare in primis la vita delle persone, non se ne parla neanche, probabilmente per mesi se non per anni. I Radiohead, uno dei gruppi più celebri del pianeta, caricano, alla strenua di un palliativo, alcuni dei loro concerti in streaming. Gli artisti che avevano in programma l’uscita dell’ultimo disco in primavera non sanno letteralmente il da farsi. In generale, è l’intera industria musicale, della quale il tuo cantante preferito è solamente la punta dell’iceberg, ad essere stata messa in ginocchio. Eppure è un vero peccato, perché a differenza di quanto si afferma generalmente, in giro per il mondo si continua a produrre musica bellissima. L’ansia nella scelta della canzone da ascoltare, tra migliaia dello […]

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Diario di una quarantena. Il bestiario dell’ipocondria (parte 1)

In quattro settimane di quarantena puoi imparare, capire e osservare tante cose, specialmente il bestiario dell’ipocondria che un piccolo virus è capace di creare. Lunedì 6 aprile 2020, ore 11:46 Oggi inizia una nuova settimana di quarantena. La quinta, per la precisione. A renderla speciale è il fatto che questa domenica festeggeremo Pasqua. Dai, un vantaggio alla fine ci sta: niente pranzi in famiglia, con parenti che credevi sepolti in qualche tomba e che si interessano per una giornata alla tua vita sentimentale e lavorativa. Poi però pensi: «Un’altra settimana recintato tra le mura domestiche. Spero soltanto che internet non si spenga all’improvviso. In quel caso le fondamenta della civiltà crollerebbero inesorabilmente e le strade si popolerebbero di bande di predoni armati fino ai denti a bordo di veicoli truccati in pieno stile Hokuto no Ken (per i profani: Ken il guerriero). Allora sì che sarà la fine». Affinché questi pensieri nefasti non mi tormentino e onde evitare che la pazzia prenda totalmente il controllo del mio cervello fabbricando allucinazioni mostruose, come il pupazzo di Winnie the Pooh che campeggia su una delle casse dello stereo che ho in camera e che mi parla esortandomi a fare cose oltre i limiti del consentito, ho deciso di redigere una sorta di “bestiario dell’ipocondria. Una lista di tutti i tipi umani che, nella mia ignoranza, ho individuato in un mese di reclusione forzata. Perché “ipocondria”? Lo scoprirete alla fine. Bestiario dell’ipocondria L’ossessionato Il primo pensiero di questa figura quando si alza dal letto non è quello di fare colazione o di andare in bagno, bensì di accendere il cellulare o il computer per vedere se ci sono aggiornamenti sull’emergenza santiaria. Fin qui non c’è nulla di male se non che, con la scusa di tenersi informato, questo personaggio entri in uno stato di paranoia totale. Da mezzogiorno fino alle tre e dalle sei del pomeriggio fino alle nove di sera fa il giro di tutti i telegiornali e in alcuni casi ne approfitta per commentare a caldo le notizie, condendole con paroline rivolte al politico che gli sta più antipatico o al personaggio pubblico che può permettersi di stare a casa “perché ha i soldi”. Se poi la sorte è stata così crudele da destinarti come genitore proprio questa figura, la voglia di seguire le orme tracciate da Bugo nei riguardi di Morgan durante l’ultimo Sanremo alzandoti da tavola ogni volta che il televisore viene acceso sul TG1 e di andartene via è veramente tanta. La groupie Questa figura è di genere femminile ed è così chiamata perchè attende il comunicato a reti unificate di Giuseppe Conte alla stessa maniera di un’adolescente che nel 2004 aspettava di veder salire i Blue o Justin Timberlake sul palco di TRL (Total Request Live, un vecchio programma di MTV). Ogni volta che sullo schermo compare il viso del presidente del consiglio che contende ad Alberto Angela il ruolo di sex symbol, non è soltanto la nazione a fermarsi. Anche i volti di tante ragazze e […]

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Diario di una quarantena – Caro amore ti scrivo

Caro amore ti scrivo, per chi non ti scrive mai. Perchè in fondo capisco chi non lo fa. Perché trovarti significa accettare il rischio che tu un giorno possa voltare le spalle. Caro amore ti scrivo, perchè siamo fragili, perchè rischiamo di romperci e di andare in mille pezzi. Caro amore ti scrivo, lo faccio affinchè possa prestarti i miei occhi, le mie orecchie e farti vedere e sentire quello che forse ti è sfuggito. Non so se per distrazione o perchè sei stronzo, in fondo. Caro amore ti scrivo… Lo faccio perchè tu possa tornare indietro a qualche giorno fa, in questo preciso istante: è lʼultima volta che pranzo insieme a due persone che fanno lʼamore da più di mezzo secolo. Non parlo di amore fesso, amore scimmiottato, amore falso, come Giuda. Sto parlando dellʼammore ʼo vero, così lo chiamerebbero a Napoli. «Gʼrass lu monnu pʼtʼtruvaʼla testa ca e pers. Lu monnu!!» Detto ciò, nonno dà una pacca sulla spalla a nonna, riprende in mano la forchetta e si rimette a mangiare. Lei gli posa gli occhi addosso con unʼespressione di ostinata impassibilità, che un attimo dopo scoppia in un sorriso dolcissimo e poi in una risatina quasi demoniaca. Non so quale pasticcio lei avesse combinato poco prima, so però che lʼuomo che lʼaffianca ha sempre avuto il potere di farla ridere, a discapito di tutto. Lui vive per questo da quando un ciuccio che gli scappò di mano mentre caricava dei sacchi fu riportato alla base da nonna, parandosi davanti ai suoi occhi come una specie di allucinazione dalle tinte oniriche. Il fascino indiscreto della sua capigliatura egocentrica, spettinata, nera come la pece, lo folgorò. Mosso da non so quali fili invisibili, lui si mise immediatamente a scavare negli angoli più reconditi del suo cuore e ci piazzò dentro il seme del sentimento nascente per quella donna bellissima e a tratti luciferina, che avrebbe coltivato per tutta la sua vita. Col tempo, la memoria dellʼintrepida selvaggia iniziò a vacillare assieme alla sua bellezza, e oggi a stento ricorda lʼincontro col suo zito. Arrivò il momento in cui piegò la schiena, si mise a braccia conserte e inziò a battere i piedi a terra. Tornò ad essere una bambina. Divenne una “criatura” dal volto leonino e i capricci per chioma. Allora nonno si mise a fare con lei quello che si fa con le cose delicate e preziose, la amò più forte. Fece della loro casa un portagioie, armandola di rivestimenti morbidi per impedire che il suo gioiello si graffiasse, si scolorisse o perdesse di lucentezza. Cucì sulle pareti una fodera dʼamore vellutata e ogni volta che la vita si permise di agitare la loro scatola sacra, la bimba non subì mai alcun danno irreparabile. Caro amore, dopo il mio ultimo pranzo insieme a loro, hai lasciato camminare a piede libero un ictus nel nido di questi due amanti, spalancandogli le porte di casa e permettendogli di scalfire il tesoro di nonno. Lo hai fatto proprio ora che il […]

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Mi vendi un paio di scarpe?

Mi vendi un paio di scarpe? Questa è la triste storia di una giovane donna che vendeva le scarpe e di una ragazza che fingeva di averne impellente bisogno di un paio, nonostante a casa ne possedesse altri cento. Galeotto fu aprile, fugace fu la richiesta. Galeotte furono le scarpe, le stesse che le due si scambiarono per anni. Gli stessi piedi, piccoli. Le stesse mani, piccole. La stessa voglia di camminare, insieme, grande. Furono anni intensi, quelli vissuti dalle due. A volte non basta una vita per conoscersi abbastanza, ma a volte basta che le lancette compiano un giro di sessanta secondi, per riconoscersi come forse non capita in un’intera esistenza. Furono stagioni di viaggi, furono tempi d’amore. Quell’amore che non conosce né tempo, né spazio, né ragioni. Non c’è un senso, ma questa non è una storia d’amore. È la storia di una vendita fallimentare di un paio di scarpe mai giunte in cassa e di uno scontrino che riportava un prezzo davvero salato: 36 mesi da pagare, il prezzo, altissimo. È la storia di quelle scarpe mai vendute e di tutte quelle regalate. La storia di tutte quelle scarpe, insieme, prezzate. È la storia di quelle scarpe appena regalate, che si sono scollate. È solo una banale storia di un paio di scarpe mai cercate. E di una piccola piscina in una grande camera, a luglio, a Napoli. È la storia del primo avocado mangiato. È la storia di due gambe bellissime. È la storia di un neo sul volto e di tanti sul corpo. Mi vendi un paio di scarpe? È la storia degli aerei che volano e non t’importa dove ti portino, purché le scarpe siano sempre quelle quattro, da scambiare. È la storia di cavalli indomabili ma non impossibili da cavalcare. È la storia della pasta e piselli, del ristorante cinese, di Netflix e Leroy Merlin. È la storia di All I need dei Radiohead. È la storia del Vesuvio il 31 dicembre e Teggiano il 20 agosto. È la storia delle gondole a Venezia e della Tour Eiffel. È la storia di Portobello, delle terme Gellert e del gulash, è la storia dei cimiteri infestati, è la storia di Rino Gaetano e di “dove se mangi stai colma”. È la storia di due nonne, è la storia delle donne, è una storia per donne. E le donne amano le scarpe, si sa. Un’ossessione ossessiva compulsiva. Più ne hai, più ne vuoi. Hai due piedi, ma di scarpe ne vuoi cento. E questa è solo la triste storia di un paio di scarpe, perché si sa, alla fine, ne possiedi tante, ma un paio ne ami: le tue. E quando si rompono, ne cerchi un altro paio uguale. E se non ne trovi un altro paio uguale, cammini scalza. Ma poi ti si rompono i piedi, ti escono i calli, devi andare dal podologo, ti viene il mal di schiena, diventi storto, forse inciampi e muori pure. Ah, le scarpe, che malattia.

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