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Eroica Fenice

La Tag: voli pindarici contiene 24 articoli

Voli Pindarici

La fine di un ciclo

La fine di un ciclo. Un’asserzione che sa tanto di contraddizione, da un lato. Ma se ci si riflette su, si comprenderà che ogni ciclo è costituito da rette non infinite, con due punti alle estremità chiamati “principio” e “traguardo”, destinate però a rinascere all’infinito! Proprio così. Perché che sia un lavoro, un’esperienza in terra lontana, un’amicizia, un amore, un anno scolastico, colleghi o un progetto, tutto volgerà comunque al termine, talvolta risolvendosi in un “a presto” ma molte altre con un amaro e nostalgico “addio”. E ogni fine trascina sempre con sé gocce di tristezza e malinconia, come una bava di lumaca dietro la sua scia. È vero comunque che in ogni evento o situazione ciclica che si rispetti, ad una fine corrisponde un nuovo principio, con nuove aspettative e nuovi desideri da realizzare. Ma il difficile è proprio rendersi conto di questo: a volte si indugia così a lungo su una porta che si chiude da sembrare sempre impreparati ad aprirne di nuove, per accogliere tutte le meraviglie sorprendenti che la vita in ogni momento può dispensare, specie quando non si è lì ad attenderle come una moglie che aspetta sulla riva il ritorno del suo marinaio! La fine di un ciclo reca sempre con sé qualcosa di magico, di fortemente emozionale, qualcosa che ha molto a che fare con la nostalgia e, di conseguenza, con almeno un pizzico di tristezza. Ma è una tristezza sana, se non ci si lascia trascinare dall’acutezza dell’emozione. È una tristezza sana, perché suggerisce l’idea che qualcosa di bello ha fatto breccia nell’anima. E chiaramente le cose belle, quelle che solleticano il cuore facendolo sorridere, si fa fatica a lasciarle andare. In fondo, chi può amare gli addii! Si prova spesso anzi quasi una sorta di repulsione, di stanchezza reiterata nel farlo e ciò accade quando, pur cambiando e adattandosi agli eventi mutevoli della vita, ci si abitua trovando una sorta di quieta e serena dimensione. Sconvolgerla con una fine crea certamente turbamento. Ma, come tutte le cose destinate ad un termine, come una crisalide che fa divenire il bruco una meravigliosa farfalla destinata presto a morire, anche gli addii possono tramutarsi in nuovi “ciao”, ritrovandosi magari o scoprendone di nuovi, serbando ovviamente sempre nel cuore ciò che ha fatto di sé persone migliori, ciò che ha fatto star bene e anche ciò che ha destabilizzato qualche percorso già programmato. Tutto viene assorbito dal proprio essere, maturando, crescendo e completandosi. La fine di un ciclo Dunque ogni ciclo vissuto nell’esistenza, un anno lavorativo prima temuto, un luogo nuovo inizialmente percepito ostile e freddo per poi divenire caldo e accogliente come una casa e una famiglia; un’amicizia in procinto di sperimentare la crudeltà della distanza, la conoscenza di colleghi e persone che volge al saluto per intraprendere nuove strade; un viaggio che ha colmato l’anima di emozioni intense, al quale però segue sempre il ritorno a casa… Tutto, insomma, vive in maniera ciclica di esperienze. Ci sarà un termine, sì triste e doloroso, […]

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Culturalmente

27 agosto 1950: il terribile addio a Cesare Pavese

Il 27 agosto del 1950 morì suicida a soli quarantuno anni il celebre e tormentato poeta italiano Cesare Pavese. Dopo ben settantuno anni la sua personalità così forte e per tanti versi difficile, taciturna, fragile fa ancora breccia nelle menti di chi lo ricorda attraverso le parole delle opere che scrisse. “Io ci vedo con un occhio solo” è una frase celebre pronunciata dallo scrittore, durante un’intervista. Un’affermazione dura e terribilmente forte, che sottolinea ancora oggi quel velo di tristezza che caratterizzava l’animo di Pavese. Quell’occhio solo rivela quella vocazione al suicidio che Cesare Pavese stesso chiamerà “vizio assurdo”. Ricordiamo che il letterato italiano, di origine piemontese, era ed è ancora oggi uno dei più grandi intellettuali del XX secolo. Tra i suoi tanti capolavori, sicuramente “Lavorare stanca”: una raccolta di poesie all’interno della quale è possibile scorgere alcune delle argomentazioni e dei temi cardine che caratterizzeranno anche le opere successive. Nell’opera emerge una forte solitudine ma soprattutto Pavese ribadisce l’odio nei confronti delle Langhe e dei luoghi della sua infanzia. Nel frattempo inizia a scrivere i racconti che verranno pubblicati postumi, prima nella raccolta “Notte di festa” e poi, nel 1939, completa la stesura del suo primo romanzo breve tratto dall’esperienza del confino intitolato “Il carcere“. In quello stesso anno scrive “Paesi tuoi”. Si tratta della prima opera di narrativa data alle stampe e del primo successo dello scrittore, pubblicato poi dalla casa editrice Einaudi nel 1942. Un’attenta analisi dell’opera giovanile consente di ripercorrere le tappe della maturazione artistica di Pavese: una continua ricerca linguistica e stilistica ma soprattutto l’individuazione di quelle che egli stesso definì “intuizioni letterarie”, di cui si coglieranno i frutti nel periodo della maturità artistica. Era una domenica sera quando gli occhi del poeta si chiusero per sempre, in una stanza d’hotel sito in piazza Carlo Felice, a Torino. Un inserviente, insospettito dal silenzio di “quell’ospite”, aprì la porta della stanza e vide un uomo vestito di tutto punto, senza scarpe, posizionate accuratamente (in modo quasi maniacale) accanto al letto e sul comodino tante bustine di sonnifero aperte. Un suicidio che ha sin da subito suscitato molti dubbi ed interrogativi e che, soprattutto, ha lasciato con l’amaro in bocca. Lasciò un ultimo messaggio sul frontespizio di quello che egli stesso dichiarava di essere il suo libro preferito: “Dialogo di Leucò”. “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene?”. (non fate troppi pettegolezzi). In realtà i pettegolezzi emersero immediatamente: furono diverse le voci dei giornalisti pronti a sentenziare su quel suicidio ma anche dei tanti “curiosi” che giunsero nei pressi dell’Hotel e, che non si sa bene per quale motivo, espressero una serie di allusioni che misero l’accento su una società nella quale chiunque era disposto a dire o inventare, come in questo caso, speculando sulla morte di una persona. Certo è che Cesare Pavese non era una persona qualunque: era il Poeta per eccellenza, un intellettuale seguito ed apprezzato dal pubblico e dai suoi stessi amici. Ma la sua morte, in un contesto molto […]

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Attualità

G8: vent’anni dopo i fatti di Genova

Antonio Gramsci odiava gli indifferenti. Io odio l’odio. Genova, luglio 2001. Mancano poche ore al vertice del G8 e la città ha già assunto le forme di un fortino, soprattutto nei quindici chilometri quadrati comprendenti la zona rossa. Il cuore del vertice è Palazzo Ducale, sede ufficiale dell’incontro. Dunque la zona del porto è praticamente deserta ed è presidiata dalla polizia. A detta dei residenti, almeno di quella parte che ha deciso di non lasciare momentaneamente la città, “sembra di essere sotto assedio durante una guerra”. E in effetti, conoscendo la storia delle ore successive, possiamo dire che non hanno peccato di lungimiranza. L’oggetto della protesta anti-G8 A Genova sono attesi più di centomila manifestanti (se ne conteranno il triplo) con l’obiettivo di realizzare un vero e proprio controvertice fatto di stand informativi, dibattiti e conferenze stampe. Il motivo? Protestare contro la globalizzazione o almeno contro il lato oscuro in essa contenuto: lo sfruttamento e il conseguente impoverimento dei Paesi meno ricchi e industrializzati. Il 19 luglio va così in scena, senza grandi disordini, una prima manifestazione con circa cinquantamila persone. Nel frattempo arrivano in città decine di migliaia di manifestanti e alle buone intenzioni di molti si contrappone il comportamento distruttivo di pochi. Ai balli in piazza dei più, infatti, si affiancano gli scontri del black bloc con la polizia a nord della zona rossa. In poche ore la guerriglia coinvolge l’intero centro della città. Nei pressi di piazza Alimonda una camionetta dei carabinieri resta bloccata fra dei cassonetti dell’immondizia e viene presa di mira da un gruppo di manifestanti: dall’interno Mario Placanica, un carabiniere di vent’anni, spara due colpi di pistola e ferisce a morte Carlo Giuliani. La notizia fa il giro del mondo e gli scontri non si placano. Numerosi manifestanti e giornalisti finiscono sotto i colpi dei manganelli. Ricordiamo, ad esempio, la testimonianza di John Elliot, un reporter inglese che descrive i poliziotti che si accaniscono sul suo corpo come eccitati dalla violenza.   Ecco gli strascichi del G8 di Genova che non riusciamo a scrollarci di dosso: l’eccitazione per la violenza e per l’odio. Lo stato di diritto  Quello che accade nella notte fra il 21 e il 22 luglio all’istituto Diaz sospende in Italia lo stato di diritto. Odio e violenza si abbattono su 93 ragazzi. Ragazzi a cui è stata poi negata o insabbiata la giustizia: nessuno dei rappresentanti della legge presenti quella notte (oltre ai fatti dell’istituto Diaz vanno ricordati anche quelli di Bolzaneto) è stato condannato per tortura, visto che questo reato è stato introdotto in Italia soltanto nel 2017. In ogni caso le condanne, per gli agenti che sono stati riconosciuti, hanno sfiorato al massimo i cinque anni, a fronte delle decine di condanne di 10-12 anni a carico dei manifestanti per reati di devastazione e saccheggio, lesione e resistenza a pubblico ufficiale.   “L’odio è un sentimento autolesionista. Ci toglie dignità e grandezza, è come una catena” ha detto qualche anno fa Ingrid Betancourt, un’attivista e politica colombiana. E […]

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Riflessioni culturali

La parentesi della dad che rischia di non essere più parentesi

Sono piuttosto convinta che dopo la parentesi covid e dopo l’assuefazione che ne è derivata non si tornerà più all’università come l’ho conosciuta all’inizio. Alcuni post sbucati nel web di recente lo confermano e di fatto resta una sconfitta. Mi spiego: è più comodo fare tutto da casa, imbastire lezioni senza il tran tran di doversi trascinare in sede, risentirsi il docente fino allo sfinimento. Davvero, lo è. Diventa più semplice, meno sfiancante, tutto a portata di mano (ma portare le cose alla mano non rischia di rimpicciolirle?) La dad funziona, è stata provvidenziale nelle emergenze, ha permesso a molti di non rimanere indietro e anzi di fare anche passi avanti grazie a tempistiche estremamente ridotte. Però dovrebbe rimanere la via d’uscita e non la via preferenziale. Sarebbe un cortocircuito altrimenti. La scuola è una esperienza totale di socialità, di contatto, di contesto classe non replicabile a casa. Non è solo la lezione, gli appunti, l’esame. È proprio un pezzo di vita, non comodo, emozionante. Il problema è che il covid ci ha fatto pensare che la dad è comoda a che in fin dei conti è pure normale passare 5/6 ore di fila buttati davanti a uno schermo come robottini. Diventa normale ridurre tutto a combo studio-lavoro, trasformarsi in variabili economiche x, avere zero stimoli e il solo pallino del per forza veloce. Qualcuno penserà che sono di parte, che la sto mettendo sul personale e che mi sono laureata con l’università sotto casa, a bere caffè annacquati e subito a studiare. Quando invece ho preso la circumvesuviana per Napoli per tre anni interi, tutti i giorni alle sette, cadaverica e riluttante e non c’è giorno ora che non mi manchi. Non è mai stato comodo però mi ha lasciato un sacco di cose: dalle teste piene di chiacchiere agli appunti smerciati in copisteria, lale piccole scoperte personali. Non le baratterei per la semplicità di una lezione registrata, mi sembrerebbe di sminuirle. Di dire a un pezzo enorme di crescita che vale meno di un esame. E questo neanche meno della promozione di latino 1.     Fonte immagine: https://www.orientamentoeformazione.it/soft-skill-milano/

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Voli Pindarici

TRESY G. – episodio 3: Cagna paisu ca cagni f’rtuna!

“Tresy G.”, la rubrica narrativa seriale lucana ambientata a Tito. Tresy G., Episodio 3 Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale. “*.* SBATTI DUE VOLTE LE CIGLIA :* BACIA LA TUA MANO DESTRA :0 SOFFIA SULLA SINISTRA <3 CHIUDI GLI OKKI ED ESPRIMI UN DESIDERIO. SE NN MANDI AD ALMENO 6 XSN QUESTO MEX, IL TUO SOGNO NN SI AVVERERÀ. ***ATTENZIONE*** NON IGNORARE QST CATENA FUNZIONA VERAMENTE!!“ «Sandandoniu miu, ca t’pozzn…!» Tresy stava andando a scuola di ballo quando squillò il suo Siemens A 55 che era tutto rosso come l’adesivo a forma di coccinella che gli aveva appiccicato dietro il giorno della sua Prima Comunione, occasione in cui le avevano regalato quel suo primo cellulare. Dovette fermarsi e riprendere fiato, sbattere le ciglia, baciare una mano e soffiare sull’altra per non spezzare la catena di Sant’Antonio. Lo aveva sempre temuto, Sant’Antonio, per quello sguardo severo con cui la sua pregevole statua sembrava guardarla dall’altare del Convento, quando lei si affrancava dal far la chierichetta e andava a messa più per “ciarlatare” con le compagne che per partecipare alla celebrazione liturgica. Le venne in mente quell’anno in cui fece la brava e non si perse una sola predica d’ la Nuvena: il 13 giugno, Sant’Antonio la premiò con una tale dose di coraggio da dichiararsi ad Emidio, lu figliu d’Peppu d’la Mundagna – quello con gli occhiali enormi neri della V B! – e riuscì pure a strappargli un timido bacio a stampo nel bel mezzo del Calvario. O meglio, nel chiaroscuro del “triangolo”, vicino alla seconda villetta. (‘Mbò s’abbr’ugnav’n tutti e doi.) Sentì una specie di tarlo rosicchiarle ogni cassettiera della sua anima scricchiolante che custodiva gelosamente i ricordi di quella magica serata di festa. Si sentiva in colpa, sfacciatamente ingrata nei confronti del suo santo protettore. «Sandandò, sa’che t’divu, ì p’sicurezza n’mannu dieci d’messaggi. T’vuogliu bbe’.» Che poi, forse-forse, sandandoniu le aveva dato quel coraggio più per carità cristiana nei confronti di quell’abbonato di Emidio, che per farle un piacere. Quello portava pure il nome di un santo che a Tito veniva celebrato lo stesso giorno di San Donato, il 7 agosto, per motivi di risparmio economico e di organizzazione. Emidio era lo sfigato della V B e il disagio se lo portava stampato a caratteri cubitali sul documento d’identità, di fianco alla sua fototessera, alla voce “NOME”. Lo bullizzavano tutti: lo chiamavano “Quattrocchi” e gli urlavano continuamente appresso che era diventato miope a furia di farsi le pippe e che si faceva le pippe perché lui era innamorato di sé e che lo era in modo così spropositato da non riuscire a farsi amico manco un cane. Tresy era attratta da tutto ciò che era strano, irregolare, rotto. Sovrappensiero più del solito, arrivò a scuola di ballo. “Suavesito para abajo, para abajo, para abajo…” La maestra Pina faceva sgobbare le sue bimbe a ritmo latino-americano, in quel periodo. Tresy odiava ballare, ma le femminucce quello avevano per hobby, mentre i maschietti andavano a […]

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Voli Pindarici

La sopravvivenza dal futuro: Survival

New Orleans 5021. La squadra arruolata dal DOD (Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America), per combattere i disastrosi effetti collaterali degli errori e dei consapevoli danni commessi dalle grandi potenze politiche tremila anni prima, è impegnata nella delicata e coraggiosa “Operazione Resistenza”. Un’iniziativa ideata e sovvenzionata da un ristretto gruppo di civili, determinato a non soccombere e illuminato da una flebile ma viva speranza nella sopravvivenza di ciò che resta della specie umana. Trasferitasi da New York per allontanarsi dal peso delle indiscrezioni, la squadra, guidata dall’ agente Emily Cobb, studia un piano per porre fine alla struggente agonia di un’umanità ormai prossima all’estinzione. New York 2021. L’agente Emily Cobb vive dentro e intorno a sé il dramma del morbo incalzante, della morte, della paura di una fine irreversibile per sua figlia e per milioni di persone che soccombono alla medesima sorte. Il Covid-19 continua a fortificarsi e diffondersi senza tregua, grazie alle mutazioni del virus, che sembrano renderlo sempre più invincibile. La piccola Jo, figlia di Emily, ne attraversa tutte le fasi da ormai due anni: c’è il contagio, la terapia, poi una pseudo guarigione che sembra risvegliare le speranze, purtroppo presto disilluse. Jo viene pesantemente contagiata a soli tre anni. E da allora, seppur apparentemente fuori pericolo, non tornerà più la stessa vivace e solare bambina di sempre. Il suo corpo gracile è sempre più preda dell’affaticamento, pur avendo appena cinque anni. In più subentrano l’asma ed altre complicazioni respiratorie, che colpiscono tutti coloro che hanno contratto il Covid-19 in maniera grave. Le campagne vaccinali non risultano all’altezza, tra errori, rallentamenti e colpe indotte. Così, in preda alla disperazione per sua figlia e per la popolazione mondiale, Emily insieme ai suoi colleghi del DOD organizzano una missione, l’”Operazione Resistenza”. Emily si convince che l’unica speranza di salvezza per Jo e per tutti sia nel futuro: l’idea è quella di riuscire ad arrivare in un futuro in cui sussistano le capacità e gli strumenti tecnologico-scientifici finalmente utili a combattere il virus letale, non affrontandolo faccia a faccia, bensì prevenendone la diffusione! Forte di questa speranza ma con il cuore a pezzi, Emily saluta straziata la sua piccola Jo, promettendole un pronto ritorno e un futuro finalmente roseo. La Cobb e la sua squadra si lasciano ambrare, così da giungere vivi nel futuro e mettere in atto il piano per la sopravvivenza. New York 5021. Un meccanismo di autodistruzione consente all’agente Cobb e alla sua squadra di liberarsi da quella sorta di mummificazione, che ha concesso il ritorno alla vita dopo tremila anni. Fuoriusciti dall’ambra, gli agenti si ritrovano catapultati in un futuro non proprio prossimo, ma parecchio avanti nel progresso, tale da consentire l’attuazione e la risoluzione dell’Operazione Resistenza per la sopravvivenza del genere umano. Lo scenario intorno è a dir poco apocalittico: la popolazione è fortemente decimata, gas e fumi dipingono il cielo di un rossore tenebroso, misto al nero delle polveri tossiche rilasciate dalle poche grandi aziende multinazionali che governano e manipolano uomini e donne improntati […]

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Agnelli di sogni: vittime e prede di sogni inizialmente puri

Agnelli di sogni. Ladri di sogni. Divoratori di sogni. Prede di sogni. Assassini di sogni. Loro vittime. Vittime dei propri sogni! I sogni elevano l’animo umano, lanciandolo nell’iperuranio del possibile che spodesta l’impossibile. I sogni aprono i cuori, nutrono menti e felicità, proiettando l’anima all’immortalità. I sogni hanno a che fare con la parte più intima, fanciulla ed innocente del proprio io. La parte più vera e coraggiosa, quella testarda e un po’ capricciosa. Senza sogni non ci sarebbero conquiste, né ambizioni sane e mature, né speranza. La sfera più pura e trasgressiva insieme, che alimenta i caratteri e nutre la creatività. Che dono meraviglioso i sogni! Ma c’è chi non è in grado di saperli educare e domare quando occorre. C’è chi ne fa sconfitta, più che vittoria. C’è chi vi soccombe, esasperando quei sogni, in nome dei quali si lotta per afferrare e condividere qualcosa di migliore, in una vita troppo spesso crudele e razionale ai limiti dell’indecenza. C’è chi non è fatto per i sogni, pur ergendosi a seguace e paladino di essi. Ci sono gli agnelli di sogni, le vittime, quelli che perdono a un certo punto di vista la realtà, confondendo e mescolando i confini tra innocenza e perversione, tra il sogno e la realtà, tra un’anima pura e una abietta. Semplicemente ci sono coloro impreparati, quelli che non sono pronti a sognare, facendo convergere la propria indole verso la distruzione, più che verso la costruzione. Ma chi o cosa può essere un agnello di sogni? Agnelli di sogni Parigi 1968. Fleur Colette è una giovane universitaria appassionata ed emotiva, come suggerisce il significato dei due nomi che la identificano. È un animo eclettico: ora fortemente rivoluzionario e trasgressivo, ora succube dell’indistruttibile legame fisico-psicologico con suo fratello gemello. Dove va lui, arriva lei. In un istante si ammazzerebbero, ma l’istante successivo l’una prescinde dall’altro e viceversa, come fossero due amanti. Fleur condivide fortemente con suo fratello la passione rivoluzionaria che serpeggia in quegli anni nella capitale francese, fino ad esplodere in uno dei più famosi movimenti sociali del XX secolo. È il cosiddetto “Maggio francese”, una vasta rivolta spontanea di natura sociale, politica, culturale e filosofica, in nome di un’insofferenza contro il tradizionalismo, il capitalismo e l’imperialismo imperanti. Fleur è protagonista di quelle lotte giovanili, insieme a suo fratello e alla miriade di tanti giovani che come loro sognano la liberalizzazione dei costumi, una nuova era che denigra la società dei consumi e la maggior parte dei valori tradizionali. E nell’aria si respira appunto questa frenesia, che man mano raggiunge ogni luogo, città, Paese. La frenesia di un sogno da difendere e da diffondere. Un sogno ampiamente dibattuto in assemblee, comizi e riunioni informali, svolti in strada, nei teatri, nelle università e nei luoghi di cultura. Fleur unisce a questa fede, nella possibilità di una radicale trasformazione della vita, una viscerale passione per il cinema, che intenso, vero e audace riesce a creare una realtà altra, distante dalla corruzione e dal perbenismo, una realtà priva […]

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TRESY GAMBACORTA – episodio 1: Che travagliu!

“TRESY GAMBACORTA” è il nome della rubrica narrativa seriale che – tramite la finzione – andrà a indagare prototipi umani, difetti, pregi e particolarità di un territorio specifico, “lu Titu”. Tito è un piccolo centro, un borgo montano lucano, sito in provincia di Potenza. Un lucano fuori regione si ritrova sempre a puntualizzare: Ma che hai capito?! Non vengo da Lugano… Non sono un “basilichese”! Ma nooo, neanche un “basilico”!!! La Basilicata è, di fatto, una terra ancora tutta da scoprire. Poco si conosce del suo popolo, della sua genuina cultura contadina, delle sue tradizioni, delle sue suggestive lande desertiche e altri paesaggi che si presentano, tutt’oggi, nudi e crudi ai nostri occhi. Tresy Gambacorta, Episodio 1 Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale. Nome: Teresa. Per gli amici: Trёsina. Quelli stretti: Tresy. Cognome: Gambacorta. Età: psicologica. Occhi: azzurri. Pelle: cerea. Pel: di carota. Insofferenza: al pettine. Tresy è stata partorita in casa da Mariannina “la manilunga”, in una notte di febbraio alle 3.00 in punto, mentre fuori scrosciava un acquazzone impetuoso. Il sonno tranquillo de “la manilunga” fu rotto dalle prime contrazioni. Era sola. Era sempre sola quando aveva bisogno di qualcuno, e rubava per questo quando andava a far la spesa, perché in cuor suo si era sedimentata l’idea che il mondo le doveva qualcosa. Aveva sposato un buon uomo, Mariannina; lei ci credeva fermamente. Il problema di mastu Cicciu era il bar della piazza, tutto qui. Quando usciva, beveva sempre abbondantemente e con smisurato piacere, poi tornava a casa e lei non lo riconosceva più, perché diventava un altro: attaccabrighe, arrogante, spavaldo. Si autoproclamava “lu rrè” e iniziava a tiraneggiare senza porsi alcun limite, come se – puntualmente – quella messa in scena nella vita gli servisse per consolarsi un po’, e per ricaricarsi. Mastu Cicciu era conosciuto da tutti come “lu beccamortu” e la morte altrui era per lui fonte di reddito, fonte di vita. Al suo cospetto, i maschietti venivano sempre sopraffatti da un incontrollabile prurito nelle mutande e le fanciulle non facevano altro che molestarsi la tetta sinistra. Nessuno gli dava corda, erano tutti molto freddi con lui. Più freddi del gelo del marmo dei tavoli nei sotterranei dell’ospedale di Potenza, dove il sole “lu beccamortu” non lo aveva mai visto. Mariannina era sola nel letto, quella notte. Come sempre, quando aveva bisogno di qualcuno. Non aveva un telefono fisso, non potevano permetterselo lei e suo marito, e al suo cellulare mancava il credito. Allora si alzò, si rimboccò le maniche e sterilizzò un paio di forbici da cucina. Riempì la vasca da bagno con acqua tiepida e prese due asciugamani – uno da mordere e uno per avvolgere il neonato – e, quando le contrazioni si fecero più fitte, iniziò a spingere. Sapeva benissimo come comportarsi perché la sorella Felina, Internet, ce l’aveva! E quando andava a trovarla ai Calangoni, trascorreva ore ed ore su YouTube a guardare parti, perché aveva sempre sognato di essere mamma, ma il Signore pareva non […]

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Il Novecento è davvero finito? La fine di un’epoca

“É finito il Novecento”. Quante volte l’abbiamo sentito dire, nell’ultimo anno! Ce lo hanno ripetuto (e magari lo abbiamo ripetuto) quasi come una litania, quasi ad esorcizzare il senso di smarrimento che proviamo di fronte a questi cambiamenti epocali, suggellati dalla pandemia da Covid-19. Quasi a trovare un senso storico alla pandemia stessa, a fissare preventivamente nel tempo un futuro che – spiace dirlo – oggi non possiamo essere in grado di fissare in alcun modo. É finito il Novecento con la morte di Luis Sepúlveda, protagonista indiscusso della “letteratura per ragazzi” e di un pezzo di Storia (come civile e come combattente al fianco del Presidente Allende) del Cile, suo paese natìo. É finito il Novecento quando ci ha lasciati Ennio Morricone, autore delle colonne sonore di un Cinema che sembra altro, antico: l’attesa polverosa e quasi dolce della “scena degli spari”, quando Joe-Clint Eastwood torna a San Miguel per la “resa dei conti” con Ramòn (Gian Maria Volontè) in Per un pugno di dollari; le romanticissime note che accompagnano Robert De Niro e il grande amore della sua vita, Deborah (Elizabeth McGovern), nel ristorante sul mare in cui le chiederà di sposarlo in “C’era una volta in America”; l’indimenticabile sottofondo per la pellicola di Alfredo – con tutti i baci censurati da don Adelfio – nella scena finale di Nuovo Cinema Paradiso. É finito il Novecento nell’ultimo sospiro di Rossana Rossanda, ragazza del secolo scorso, “Miranda”, partigiana giovanissima della Resistenza Italiana, responsabile della politica culturale del PCI, fondatrice de il Manifesto, deputata, movimentista e femminista, radiata dal suo stesso Partito per le sue idee, per le quali ha convintamente e duramente lottato. É finito il Novecento con la fine della vita di Diego Armando Maradona, e l’inizio della leggenda di un ragazzino nato nel 1960 nella provincia di Buenos Aires: in sessant’anni ha ispirato il mondo intero, con irriverenza e genio calcistico, con umanità al limiti del disumano, con la rabbia brillante del riscatto sociale e degli schiaffi o, meglio, delle pallonate dritte contro il potere, le ingiustizie, le contraddizioni del pianeta. Che sia il sogno del Cile Socialista brutalmente scomposto dal golpe e dalla successiva dittatura di Pinochet, controfirmata dagli Stati Uniti d’America; che sia la rappresentazione del proibizionismo e del post-proibizionismo Americano; che siano gli ancora difficili conti con la Storia e la Politica del dopoguerra in Italia; che sia la commistione indissolubile tra lo sport popolare e gli uomini, tutti gli uomini, che tifano, gioiscono e creano comunità attorno all’idea di un’altro mondo possibile, la Storia del secolo scorso ci è piombata addosso con tutte le sue contraddizioni, imponendoci di guardarla con l’occhio freddo e distante di chi sta vivendo un tempo completamente nuovo. Il Novecento è finito. E non è l’anno, non è lo scorrere del tempo e il susseguirsi degli eventi, è la conoscenza e la consapevolezza storica degli uomini a determinarlo. É finito il secolo di Roosevelt e Churchill; il secolo in cui nascono il Premio Nobel, il Tour de France, il […]

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Come ci si libera da una persona tossica?

Come ci si libera da una persona tossica? La domanda di una ragazzina di sedici/diciassette anni alla psicoterapeuta, verso la fine di un incontro scolastico sull’educazione all’affettività. Come ci si libera. Se a sedici anni avessi avuto la consapevolezza della tossicità di una relazione, mi sarei risparmiata tanti sforzi, tante lacrime, tanto tempo. Ma dieci anni fa non avevamo contezza nemmeno di qualche pillola di psicologia “spicciola” (quella che ormai si diffonde – con tutte le sue inesattezze e luoghi comuni – sui social network) e nessuno si prendeva la briga di venire in classe a spiegarci cosa stava succedendo ai nostri corpi, alla nostra crescita relazionale. Come ci si libera. Una persona tossica – consapevolmente o inconsapevolmente è indifferente – ti succhia via ogni energia, lasciandoti in un limbo di pensieri ed emozioni “negative” (dolore, frustrazione, incertezza) che a lungo andare riconosci come “rassicuranti”, addirittura piacevoli, perché non ti espongono alla paura delle “cose nuove”. Crea, in qualche modo, un rapporto di “dipendenza emotiva e/o affettiva” (parole della psicoterapeuta): sono il solo/la sola a capirti, che può amarti, che può accettarti per quello che sei. Anche se non ti voglio. Perché una persona tossica desidera, narcisisticamente, nel tempo in cui non può avere, per poi rifiutare, ripetutamente, e tornare, per assicurarsi che tutto sia ancora lì, come lo aveva lasciato. Desiderare ancora, e rifiutare ancora, e tornare ancora. In un ciclo infinito, dal quale è difficili sganciarsi, specialmente se si vivono già condizioni di estrema fragilità (testato: ho avuto due “relazioni tossiche” nella mia vita, entrambe in periodi difficili e di scarsa autostima). Quindi, come ci si libera. Sarebbe stato più facile – sicuramente più “romantico” – dire a quella ragazzina timorosa che un giorno avrebbe incontrato “la persona giusta” e che l’avrebbe “salvata” da ogni relazione tossica. Ma la verità è che incontriamo soltanto persone profondamente affini a noi stessi, che stuzzicano aspetti del nostro passato, dei nostri nodi irrisolti, o del nostro più intimo “io”. Emanciparsi da una persona tossica significa liberarsi della tossicità che è dentro noi stessi, della nostra paura di essere abbandonati, del nostro timor di vivere, di rischiare, di ferirci ancora, e ancora. La liberazione è un atto d’amore verso noi stessi. Fa male? Moltissimo. Si può fallire? Più volte. Cambiare? Certamente. Ma per far sì che il nostro corpo si rigeneri (e viva), è necessario che alcune cellule muoiano. In questo sta il cambiamento, la trasformazione. Imparare a vivere significa imparare a morire. Immagine: Psicoadvisor

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