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Eroica Fenice

La categoria Libri contiene 186 articoli

Libri

Amy Bloom racconta Due donne alla casa bianca, storia di un amore (Recensione)

La giornalista Lorena Hickok è all’apice della sua carriera quando viene incaricata di seguire da vicino l’ascesa alla presidenza di Franklin Delano Roosevelt: qui incontra la moglie Eleanor, e si innamora della futura “First Lady of the World”. Tra migliaia di lettere scambiate, il peso dei pettegolezzi e due vite tanto differenti, Amy Bloom con Due donne alla casa bianca racconta un grande amore probabilmente mai consumato e che divide tuttora gli storici. Appena pubblicato in Italia dalla Fazi editore con la traduzione di Giacomo Cuva. Nel 1933 ancora segnati dalle conseguenze della Grande Depressione, Roosevelt diventa il trentaduesimo Presidente degli Stati Uniti d’America e lo sarà fino alla sua morte nel 1945 per una probabile poliomelite di cui soffriva già da tanto, primo presidente ad essere stato eletto per ben quattro mandati. Grazie alla politica riformatrice del New Deal, il paese visse un forte cambiamento che contribuì alla potenza americana; ma si sa che accanto ad un grande uomo c’è sempre una grande donna, ed Eleanor lo fu senz’altro, non solo per essere rimasta sempre al fianco del suo presidente sostenendolo in tutto, ma anche perché fece tanto per la società più derelitta e ai margini, conquistandosi l’appellativo di “First Lady of the World” dal successore Truman. Pioniera, femminista, attivista, accentratrice, Eleanor Rooselvelt viene ricordata come una leader carismatica e gentile, che metteva in primo piano i diritti dell’uomo prima dei diritti di potere; un’indole che dimostrava anche nella vita privata, un carattere descritto con coerenza da Amy Bloom. La dolcezza e l’empatia mostrata in pubblico sono state caratteristiche che l’autrice ha voluto portare anche all’interno di questa storia mai raccontata sotto forma di romanzo: dove la First Lady è semplicemente Eleanor che, al di là delle apparenze e dei doveri, ama con maturità e per sempre un’altra donna, Lorena, o semplicemente Hick. Tra romanzo e realtà, Amy Bloom racconta una storia d’amore A seguito del ritrovamento di una fitta corrispondenza epistolare tra le due donne, la critica tuttora si divide ipotizzando la vera natura di questo amore. Chi crede che sia stata solo una forte amicizia nata da un sentimento platonico e di fantasia, o chi invece sostenendo il lato erotico delle tante lettere conferma il grande amore di una vita. In questo caso l’autrice (facendo parlare in prima persona Lorena) sceglie esclusivamente di parlare di un amore duraturo nel tempo, tra due donne ostacolate dalle apparenze ma unite da una vita differente: da una parte una donna dell’aristocrazia cresciuta tra gli agi newyorkesi, costretta a legarsi ad un cugino per mantenere l’alto lignaggio della sua famiglia e una futura vita tra la più importante sfera della società. Dall’altra una figlia di un contadino del Midwest, con un’infanzia difficile che la porta giovanissima a fuggire e trovare un posto migliore nel mondo. E ci riesce, diventando una famosa e capace giornalista, fino a ritrovarsi allo stesso tavolo da pranzo del Presidente degli Stati Uniti, Casa Bianca. Lesbica, scorbutica nel suo essere a causa di una vita che l’ha […]

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Libri

John Hemingway, Una strana tribù. Il memoir dell’erede di un mito (Recensione)

Per celebrare i 120 anni dalla nascita di Ernest Hemingway, Marlin editore ha appena pubblicato in Italia Una strana tribù, romanzo biografico e autobiografico, scritto dal nipote John. In queste memorie di famiglia, si delineano interessanti parallelismi tra padre-figlio e nipote, un memoir intimo che va oltre ciò che si potrebbe immaginare su un grande mito della letteratura mondiale. Virile, atletico, un uomo intelligente che visse pienamente, ma anche una persona fragile, sentimentale, amorevole, a volte aggressiva e intimamente attratta da qualcosa che i lettori difficilmente potrebbero intuire dalla energia esteriore dei suoi romanzi. Ernest Hemingway fu un grande scrittore nordamericano, amato per la forza mascolina dei suoi personaggi e per le immagini stoiche che riesce ancora a trasmettere attraverso i suoi scritti. Ma era anche un uomo in carne e ossa, mosso da un’interiorità sensibile, protagonista di una vita privata turbolenta, in lotta con se stesso e i suoi lati più femminili e disturbati, contro cui probabilmente fu sconfitto, a causa della depressione e del conseguente suicidio. Leggendo Una strana tribù di John Hemingway, nipote di Ernest, si comprende come sia piuttosto semplice capire che un uomo che è stato costretto a portare il peso di una leggenda fosse in realtà continuamente in conflitto tra ciò che era davvero e ciò che appariva agli sconosciuti che lo ammiravano. E ancora più comprensibile come tutto questo abbia influenzato il rapporto con le persone amate, a partire dai figli e dalle diverse mogli che ebbe. Tra matrimoni poco duraturi e anch’essi dominati dalla duplice personalità dello scrittore, c’è quello con Pauline, la madre di Gregory, padre di John. La depressione, il denaro, il travestitismo, i rapporti contrastanti: John Hemingway racconta il ritratto di una famiglia Nel memoir ci sono molte considerazioni personali dell’autore nonostante la chiara volontà di voler lasciare al lettore qualcosa di diverso sulla famiglia Hemingway; emergono infatti molte verità che John ha scoperto nel corso del tempo, soprattutto quando è venuto a conoscenza di alcune lettere che suo padre Greg e il nonno Ernest erano soliti scambiarsi durante lunghi periodi di lontananza; lettere violente ma costanti, superficiali ma intime, che hanno dato la possibilità all’autore di redimere la figura del padre, al quale dedica questo libro. Una strana tribù delinea un parallelismo tra Ernest e suo figlio Greg e quest’ultimo con John, un’eredità nei legami che probabilmente giungeva sin da Clarence Edmond Hemingway, padre di Ernest. Ciò che maggiormente si percepisce dai racconti di John Hemingway sono proprio queste uguaglianze, “strane” appunto, ma profondamente sincere e confortanti in un certo senso per l’autore, che grazie alla scelta di dipanare i rapporti più intimi di una famiglia così complessa con un cognome altrettanto pesante, impara a perdonare il padre, per le sue mancanze e i suoi errori da genitore, e a dare ai posteri una diversa visione del figlio scapestrato e folle del grande scrittore americano. Così, compiendo un confronto tra le cronache ufficiali e i suoi più vecchi ricordi, John racconta episodi che richiamano alla mente i suoi […]

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Tra sacro e vegano: il veganismo per Nicola Righetti (Recensione)

Come viene visto il veganismo al giorno d’oggi? In quanto fenomeno, ha una matrice sociale o più religiosa e spirituale? Ce lo spiega Nicola Righetti nel suo ultimo libro Tra sacro e vegano, pubblicato dalla Ferrari editore. “Questo è un libro sul veganismo e prima ancora un libro su di noi, sulla nostra cultura e sulla nostra società. Ma è anche un libro che affronta questi temi da una prospettiva originale […]: quella del sacro.” Già dall’introduzione, Nicola Righetti manifesta al lettore le intenzioni di un libro che parla sì del veganismo ma nella prospettiva del sacro, inserendo il fenomeno tra ideali, a volte spirituali a volte utopici, della nostra cultura di massa e della nostra società, molte volte meschina, altre volte primordiale, in alcuni casi artefice dell’evidenza. È un fatto noto come i vegani e il loro stile di vita in molti casi vengano prematuramente giudicati, considerati fautori di un movimento che sembra più nato da fanatismo che da principi morali; non a caso, un qualsiasi tipo di fanatismo proviene da un ideale religioso, così come “integralista” o “fondamentalista” sono termini che vengono spesso additati ai vegani, membri di una fantomatica “setta” sociale, ovviamente non quando il veganismo meno radicale viene visto semplicemente come una scelta alimentare. Di contro, invece, quello che è il vegano più radicale, trasformandosi spesso in moralista, impone la propria scelta agli altri e condanna chi conduce un differente modo di vivere e di considerare il mondo e l’essere vivente. In entrambi i casi, non si tratta di estremismo? Due diverse facce della nostra società, e il veganismo ne è una componente di disguido. Nicola Righetti compie con cognizione di causa proprio un’analisi di oggi, o comunque di come un ieri sia arrivato al presente, dalla nascita di uno stereotipo alle sue conseguenze, dipanando di capitolo in paragrafo il veganismo sotto forma di morale, e per questo sacra: “cos’è, dunque, sacro al veganismo? La vita in ogni sua forma, anche quella animale”, ma anche creare, con i mezzi possibili, un mondo equilibrato e armonico, e per questo spesso è molto difficile prescindere il fenomeno dalla religione, e Righetti non si astiene dal farlo. Il cibo nella cultura e nella religione per Nicola Righetti Da religioso a sociale, il cibo, tema portante, scandisce i nostri ritmi ed esercita un’influenza fondamentale sulle nostre credenze. Così come il cibo è convivialità, il cibo è tabù, rito o venerazione, e tutte le religioni del mondo possono confermarlo. Il campo alimentare, afferma Righetti, definisce “l’identità di una società o di un gruppo sociale” e per questo è corretto dire che ci identifica. Per questo, rifiutarlo, o rifiutarne una parte come i vegani, può relegarci agli angoli della società, anzi piuttosto della comunità. Secondo l’autore, da ciò non è escluso il sacrificio animale, atto conviviale ma che se rifiutato vieta di partecipare a questa comunione, anche perché giustificato storicamente in quanto l’uomo si trova al vertice di quella che viene definita catena alimentare e non solo: anche in quanto “dominatore del […]

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Recensioni

Peter pan forever – Il musical al Teatro Augusteo

Peter Pan torna a volare nella nostra vita, accompagnato dalla sua magica storia, al Teatro Augusteo di Napoli, dall’8 al 17 febbraio. La regia è quella di Maurizio Colombi con musiche di Edoardo Bennato. Lo spettacolo è sicuramente dedicato a tutta la famiglia, non più adatto ai bambini che agli adulti, anzi. Il mondo che viene messo in scena sul palco è familiare a tutti i bambini in sala, forse un po’ meno agli adulti, che proprio come i genitori della famiglia Darling, presi da mille impegni, sono invitati a intraprendere un viaggio che non ha bisogno di tempo e orari prestabiliti, bensì solo di… fantasia.  La trama di Peter Pan, una storia senza tempo Lo spettacolo teatrale riprende il racconto di J. M. Barrie “Peter e Wendy” del 1911. Ci troviamo a Londra, dove un cantastorie promette a tutti i bambini che lo ascolteranno di farli volare con le proprie parole. “Una moneta per una storia, due per una canzone!”, e sulle note di “Ma che sarà…” inizia il viaggio verso una realtà non molto lontana dalla nostra; il cantastorie non è ben visto dai genitori dei bambini che stanno ad ascoltarlo. Vogliono infatti cacciarlo, perché racconta frottole, deviando i bambini dalla realtà. Inizia così il nostro viaggio; la scena si apre sulla camera da letto di John, Micheal e Wendy Darling. I bambini ascoltano le storie raccontate dalla sorella maggiore e si immedesimano nei loro personaggi preferiti: Peter Pan e Capitan Uncino. L’arrivo del signore e della signora Darling, però, rompe l’incanto; presi dai preparativi per la festa a cui devono partecipare, mettono i bambini a letto e allontanano il cane Nana, che funge anche da bambinaia, e che aveva fino ad allora protetto i bambini da ogni pericolo. Il padre inoltre, stanco delle “fandonie” raccontate da Wendy ai suoi fratelli, afferma che quella sarà la sua ultima notte in quella camera. Deve crescere, basta con le storie. Ma sarà quella la notte in cui Peter Pan, tornato in camera dei Darling a recuperare la sua ombra, precedentemente rubata da Nana, asseconderà il desiderio di Wendy, e condurrà i bambini verso la famigerata Isola che non c’è, sulle note dell’omonima canzone. Wendy dovrà in cambio fungere da mamma e raccontare le sue meravigliose favole ai bambini sperduti, che abitano l’isola. Dopo aver insegnato ai tre bambini il segreto per volare, ovvero quello di avere solo pensieri felici, essi affronteranno un viaggio celeste, accompagnati da Trilli, la fatina compagna di Peter. La scena si riapre sulle note de “Il rock del Capitan Uncino”; ci troviamo sul galeone del famigerato nemico di Peter che, insieme a Spugna, il suo consigliere ubriacone, e la sua ciurma, tramano per vendicarsi di un precedente duello con Peter, che ha visto Capitan Uncino perdere la sua mano, andata in pasto ad uno spaventoso coccodrillo. La scena cambia e ci troviamo immersi nella foresta, accolti da una tribù di indiani pellerossa. Nascosti ci sono i bambini sperduti. Questi vivono senza nessuna costrizione e fanno ciò […]

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Atlante: il libro d’esordio di Vincenzo Scaglione| Recensione

“Atlante” è l’esordio letterario di Vincenzo Scaglione, di recente edito da La bottega delle parole. Sin dalle prime pagine abbiamo la sensazione di entrare all’interno della mente di un’anima spaesata, la cui bussola è impazzita, e il cui dolore è tangibile. Atlante è un racconto frantumato, dove tempi passati e presenti si alternano vicendevolmente, proprio come le emozioni in un cuore deluso. Il protagonista della vicenda, Valerio, ci trascina nel suo flusso di pensieri e di emozioni. C’è il sogno allucinato, ma c’è anche il ricordo lucido e vivo. C’è la delusione per una storia d’amore che, una volta finita, porta via con sé anche tutto il resto, ma al contempo c’è la voglia di rialzarsi con le proprie gambe e continuare a camminare da soli.  Nel cuore del racconto di “Atlante” di Vincenzo Scaglione Il racconto di Vincenzo Scaglione ha un punto focale, al quale, come presi da un vortice, tornano i ricordi più disparati e lontani: il centro dell’uragano è sempre lei. Quell’amore che ci convince a stravolgere la nostra vita, non solo a pensare per due, ma a vivere concretamente in due. Il racconto di Vincenzo finisce per essere una sorta di auto-analisi, di confessione che sgorga inarrestabile da quel centro, da quella delusione che finisce per travolgere ogni cosa le gravitasse intorno.  Il dolore provocato da quella separazione inaspettata e indesiderata, Valerio lo conserva e lo custodisce, come riempitivo di quel vuoto. E proprio come un flusso di pensiero incontrollato, il racconto di Valerio si srotola tra le pagine, passando da un ricordo all’altro. Le frasi proverbiali della nonna morente, ricordate col senno di poi, sembrano quasi rappresentare una sorta di fatale premonizione del suo destino amoroso. È questo l’espediente messo in scena per ricordare l‘inizio della storia d’amore che sembra cambiare le sorti di Valerio: il primo casuale incontro ad una festa, una ragazza che sembra non avere nulla a che fare con l’ambiente circostante, e che proprio per questo risulta essere la più attraente, il primo scambio di battute niente affatto promettenti, ma poi il cambio di scena; una serie forse non casuale di coincidenze che portano i due ad uno pseudo avvicinamento… una favola tutta moderna, insomma. E così i ricordi del passato si alternano al presente, e si fa esplicita la necessità dell’oggi di andare avanti, nonostante la volontà di fissare ancora una volta quello che è stato, perché passato non vuol dire meno importante. Il linguaggio schietto e chiaro dell’autore rende più vivide le emozioni, come le metafore che utilizza, quasi a voler riportare esattamente quello che è il linguaggio del pensiero, e, attraverso la limpidezza delle parole che si susseguono sulla pagina, sembra quasi di vedere chiaramente il riflesso dei pensieri dell’autore. Come anticipato dai paragrafi iniziali, la favola moderna finisce, senza una causa straziante, ma non per questo con meno dolore. Quello stesso dolore è intessuto nelle parole del racconto, ed è vivida la voglia del protagonista di riprendersi ripartendo da se stesso. Forse proprio dalle sue stesse parole. […]

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Recensioni

Il paradiso perduto. Leela debutta al Teatro Grande di Pompei

Un micro cosmo bicolore, fatto di ombre, voci soffocate e corpi. “Il paradiso perduto. Leela”, una produzione del Teatro Stabile di Napoli, con coreografie di Noa Wertheim in collaborazione con la Vertigo Dance Company, ha debuttato l’11 luglio 2019 al Teatro Grande di Pompei e sarà in scena fino al 13. Il titolo, un calco del poema seicentesco del poeta inglese John Milton, ne richiama il tema della caduta dell’uomo dall’Eden, con tutte le conseguenze legate al conflitto individuale tra libera volontà e condizionamento sociale. Le forze primordiali del desiderio e della tentazione esplodono e invadono la platea attraverso una danza che coinvolge ogni parte del corpo, oltre che dell’anima. Un conflitto, che però talvolta è comunione, unione, fusione. La volontà di emanciparsi da una forza esterna e coatta è estremamente evidente. Il paradiso perduto: la danza delle anime La scena si apre con una diagonale di corpi e anime che sfilano lungo un fascio di luce. Il primo contatto è quello del volto, delle menti, degli occhi, prima ancora che quello delle mani. A due a due i corpi si toccano ed è come se il fascio di energia vitale, che parte da ognuno, si scontrasse con quello con il quale viene a contatto, dando vita talvolta ad uno scontro, altre volte a una vera e propria fusione. E quelle mani che si uniscono per scontrarsi, talvolta si fanno da parte, nella ricerca spasmodica di contatti corporali, di abbracci tra corpi che si ritrovano uniti nello stesso destino di caduta e, forse, di perdizione. Prima un uomo e una donna che lottano, unendosi e respingendosi di continuo, poi donna e donna, uomo e uomo. Nelle coppie non v’è distinzione e l’energia che emanano è identica. La lotta è senza tregua, e il cuore, il centro propulsore della forza vitale, batte fino a materializzarsi al di fuori del corpo stesso attraverso un movimento ondulatorio che lo fa precipitare verso il basso. Non sono solo i corpi a vibrare, ma le anime stesse, in movimenti che da fluidi diventano concitati, così interiori da proseguire al di là delle note; la danza, forma d’arte inscindibile dalla base musicale, è spesso in questo micro-cosmo, indipendente, e i movimenti non si interrompono, come a rispecchiare e richiamare una melodia interiore, una danza silenziosa ma mai muta. Il conflitto, da lotta interiore si esteriorizza attraverso il contatto: le mani di tutti vanno a sovrapporsi, e la testa, la mente, il centro propulsore della razionalità, il contrario dell’istinto rappresentato dal cuore che batte, diviene il centro del contatto. Le mani, come fili conduttori, costringono la mente sotto il proprio giogo, e solo per brevi istanti il corpo riesce a distaccarsene, allontanandosi. Ma un’attrazione magnetica lo richiama a sé. La lotta per l’emancipazione dell’io è continua e impervia. Man mano ogni corpo se ne distacca, lasciando perplesso lo spettatore su quanto tale scelta implichi un condizionamento portato a compimento, o un vero e proprio distacco. La scena si colora in un unico momento, quello emblematico della fusione di […]

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Recensioni

A te, Masaniello al Real Orto Botanico con Nico Ciliberti

“Pe’ cheste zizze ianche m’anno afferrata, Masaniè… pecchè nun ce stai tu che me difiende… pe’ zizze Masaniè… pe’ zizze…” mormora Bernardina, “’a reggina d’e sarde”, violata da quel popolo che l’aveva amata solo poche ore prima. Si è chiuso così “A te, Masaniello”, lo spettacolo messo in scena al Real Orto Botanico di Napoli dal 20 al 22 luglio, scritto e diretto da Annamaria Russo in occasione della rassegna Brividi d’Estate 2019. È l’estate del teatro sotto le stelle: su una scenografia piramidale si muovono con naturalezza Nico Ciliberti, Marianita Carfora, Salvatore Catanese, Cristiano Di Maio, Alfredo Mundo, Riccardo Maio, Rita Ingegno, Paolo Rivera, Marige Maya Grasso, Diego Guglielmelli, di fronte ad un pubblico che ha occupato tutte le sedie e applaude, commosso. “A te, Masaniello” si propone come un’opera rigorosa, che unisce la prosa e il canto popolare e suscita nello spettatore le sensazioni più disparate. Tra sorrisi e commozione la platea a stretto contatto con i recitanti, partecipa alla rivolta del ceto povero napoletano, apprezzando in un finale struggente l’interpretazione di Nico Ciliberti, napoletano d’adozione e alle prese con il suo primo spettacolo in dialetto, e di Marianita Carfora che, nei panni di Bernardina, supera se stessa nel monologo straziante ai piedi di Masaniello. Omaggio alla storia del teatro napoletano, “A te, Masaniello” nasce dalla voglia di raccontare il percorso di un sogno, che nasce, splende e muore nelle tenebre della disillusione. Bellissimo e disperato, come una stella cadente in una rovente serata di luglio. È la storia di un popolo oppresso dal potere dispotico che, volendosi ribellare all’imposizione delle tasse, decide di ricorrere alla forza e alla violenza. Annamaria Russo firma la regia affidando all’audace Nico Ciliberti  la complessità del “capopolo” più famoso della storia napoletana, che a soli ventisette anni riuscì a regalare un sogno ai napoletani. Un sogno bello da far paura, tanto che i suoi concittadini decisero di distruggerlo, di rinnegarlo. I giorni sono quelli del vicereame spagnolo, delle insopportabili “gabelle”, della miseria e della rivoluzione del 1647.  Sette giorni sono  bastati a costruire una epopea popolare, una storia di poveri che si ribellano ai ricchi, di ricchi che sanno aggirare e impadronirsi di un potere mai davvero perduto, di voltagabbana dalla doppia faccia, di un clero servile e bugiardo, di entusiasmi e illusioni, tradimenti,  sangue versato e una lotta, mai conclusa, tra nobili e popolo. Il popolo napoletano, ridotto alla fame dalla pressione fiscale del vice regno spagnolo, scatena una rivolta violentissima. A capeggiare l’insurrezione Tommaso Aniello d’Amalfi, detto Masaniello, un pescatore. Napoli lo nomina Generalissimo della popolazione, e lo segue con cieca fede per sette giorni, mettendo a ferro e fuoco la città, costringendo i nobili ed il viceré a riparare a castel Sant’Elmo, per sfuggire alla violenza dell’assalto. Sono i sette giorni della rivoluzione dei “pezzenti”, sette giorni leggendari durante i quali, il governo si arrende alla forza del popolo e accoglie, senza condizioni, tutte le richieste del generalissimo. Tra i vicoli, le strade, le piazze riecheggia un solo grido: libertà. Il […]

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Cinema e Serie tv

Spider-Man: Far from Home, la recensione

Spider-Man: Far from Home | Recensione dell’ultimo film della Cinecomic Marvel  Il Cinecomic Marvel targato Spider-Man ritorna sui grandi schermi a seguito dell’ultimo episodio degli Avengers, che vede schierati i vendicatori nella battaglia finale contro Thanos. Una nebbia di scetticismo ha circondato fino all’ultimo la decisione di concludere la fase 3 del Marvel Cinematic Universe con un film sull’Uomo Ragno, anziché terminare in bellezza con Avengers: End Game. Ma una volta usciti dalla sala si può affermare che la fase finale con “Spider-Man: Far from Home” richiama il suo inizio: la trama saluta l’iconico personaggio di Iron-Man che nel lontano 2008 diede il via a questa chiacchieratissima giostra cinematografica. La Trama di “Spider-man: Far from home” in breve Sono passati alcuni mesi dalla battaglia contro Thanos e la vita sulla Terra riprende il suo normale corso. La storia non manca nello spiegare allo spettatore cosa sia accaduto quando gli esseri viventi cancellati dal Titano sono ricomparsi cinque anni dopo “lo schiocco” alla fine di Avengers: Infinity War. Insieme a Peter Parker si dissolsero anche Zia May, il suo migliore amico Ned e molti compagni di classe, compresi M.J. e Flash. Al suo ritorno Peter dovrà far fronte alla terribile verità sulla morte del suo mentore Tony Stark. Il mondo piange la scomparsa di Iron-Man come quella degli altri Avengers caduti e si risolleva al ritorno di molti di loro dopo la momentanea scomparsa. L’altra faccia di Spider-man tenterà di distrarsi dagli scioccanti accadimenti passati, partendo alla volta del continente europeo in occasione di una gita scolastica. Durante quest’ultima, oltre a far visita a luoghi affascinanti, l’obiettivo primario di Peter sarà il dichiararsi a M.J., purtroppo però il suo dovere come Avenger lo porterà verso altri scopi. Reclutato da Nick Fury, Peter è costretto a fare squadra con Quentin Beck anche detto Mysterio, un guerriero proveniente da un universo parallelo giunto sulla nostra Terra per dare la caccia agli Elementali, mostri giganteschi rispecchianti i quattro elementi che minacciano la distruzione della nostra realtà. Questa sarà la prima battaglia nella quale Spider-man dovrà affrontare il nemico da solo e diventare un Avenger a pieno titolo. Grande potere, grande responsabilità Nella trama di questo nuovo reboot, come in tutti i Cinecomics Marvel, esiste una doppia “anima” . Quella comica e decisamente adolescenziale (almeno in questo film), che coinvolge tutti i personaggi ignari delle vicende che avvolgono la vita di Peter Parker: gli amici, i compagni di scuola, gli insegnanti, insomma coloro la cui vita potrebbe essere definita “normale”. Poi c’è l’anima smaccatamente cinecomic, predominante nel film, che rende Spider-man: Far from Home una delle migliori produzioni Marvel/Disney. Non si parla degli ottimi effetti speciali e dei validi combattimenti che ovviamente non deludono mai, ma di alcune tematiche molto profonde che si intrufolano tra le gag e le insicurezze di Peter Parker, definendo un personaggio che va al di là della morte di zio Ben. In questa storia Peter si ritroverà ad affrontare poteri più grandi di lui e senza l’aiuto di un valido […]

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Libri

Cristina Henríquez, Anche noi l’America. Una storia di speranza e immigrazione (Recensione)

Una storia corale di immigrazione e speranza si intreccia al quotidiano della famiglia Rivera, giunti negli Stati Uniti dal Messico. In libreria la nuova edizione di Anche noi l’America, romanzo di Cristina Henríquez, pubblicato in Italia dalla NN editore e tradotto da Roberto Serrai. Human rights, freedom, justice, equality. Parole che risaltano sullo sfondo a stelle e strisce della copertina italiana di “The book of Unknown Americans”, un titolo che annullandosi raddoppia nella traduzione di Roberto Serrai, ispirato ad una potentissima poesia di Langston Hughes, come si legge nella nota del traduttore: «vedranno la mia bellezza e ne avranno vergogna: anch’io sono l’America». Io sono America, noi siamo America. Un tempo e ancora oggi, purtroppo, dove c’è chi deve ribadire la propria appartenenza e i propri diritti, contro muri immaginari e una politica che sembra andare a ritroso. Una realtà mondiale, come è corale questo romanzo. E quale storia potrebbe essere più attuale di Anche noi l’America? Ci sono Alma, Arturo e Maribel Rivera, una famiglia messicana che compie la traversata guardando indietro con occhi malinconici e in avanti colmi di speranza. La loro scelta però è atipica rispetto alla maggior parte dei latinoamericani che tentano di fare fortuna attraversando illegalmente e disperatamente il confine; infatti, i coniugi Rivera giungono nel Delaware per iscrivere la figlia Maribel ad una scuola adatta alla sua condizione di salute, dopo l’incidente che le ha causato una lesione cerebrale e un conseguente ritardo mentale. Qualsiasi possibile confronto temporale, come afferma il personaggio di Alma nel romanzo, si trova tra il “prima” e “dopo” l’incidente: la gioia della famiglia dipende da Maribel, e tutto vibra nella speranza di guarigione, nella speranza che la sua essenza possa essere restituita al presente. Così, la famiglia varca il confine, segue la legge, compila moduli, aspetta. Difficile non pensare al recente evento di cronaca, la foto che immortala padre e figlia morti nel Rio Grande mentre tentavano di abbandonare il Paese. L’ostacolo è dietro l’angolo, il sapore della sconfitta sembra essere più forte che mai. Gli anni di Anche noi l’America sono però un pochino precedenti agli attuali eventi; è il tempo in cui Obama veniva eletto Presidente, pronto ad inaugurare una nuova era per gli Stati Uniti e il mondo intero, al suono di human rights, freedom, justice, equality, per dare voce all’emarginato, e scrivere un nuovo capitolo della storia in cui al termine “immigrato” l’accezione cambia. A rifletterci, quanto può cambiare il corso del tempo in una manciata di anni? Se questo romanzo fosse stato scritto poco dopo? Cosa ne sarebbe stato della famiglia Rivera e degli altri componenti descritti da Cristina Henríquez? Forse non molto: l’adolescente Mayor Toro, figlio di Rafael e Celia giunti da Panama negli Stati Uniti quindici anni prima, si sarebbe comunque innamorato follemente di Maribel, sarebbe comunque riuscito a guardare nel profondo dei suoi occhi senza giudicarla, accompagnandola nei pensieri e aspettando il suo sorriso come unica ragione di vita. E ad interrompere l’idillio, ad infrangere il sogno americano, la storia d’amore […]

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Recensioni

Una pura formalità di Annamaria Russo, il dramma dei ricordi

Nella cornice del Real Orto Botanico va in scena, per la rassegna “Brividi d’Estate” organizzata da “Il Pozzo e Il pendolo“, il dramma dei ricordi e delle identità sospese di Una pura formalità (regia di Annamaria Russo). Riadattamento teatrale dell’omonimo film di Giuseppe Tornatore, Una pura formalità è un intenso rompicapo che gioca con il tema del ricordo sovrapponendo identità reali e surreali nella dolorosa ricerca della verità. “Per non morire di angoscia o di vergogna, gli uomini sono eternamente condannati a dimenticare le cose sgradevoli della loro vita, e più sono sgradevoli, prima s’apprestano a dimenticarle! … Ricordare, ricordare è come un po’ morire.” Notte fonda e cupa, il silenzio caricato di tensione dal rombo dei tuoni e dall’impetuoso scroscio di una pioggia torrenziale. La luce si accende su una scena spoglia ed essenziale, una solitaria stazione di polizia di un remoto paesino di campagna, il sordo ticchettio della pioggia che gocciola dal soffitto riecheggia esasperando l’ansia dello spettatore. Sulla scena irrompono due figure, un agente di polizia conduce un uomo infreddolito e fradicio di pioggia. L’uomo è stato fermato in un bosco dove vagava sotto la pioggia incessante, l’uomo non ha documenti e fornisce spiegazioni contraddittorie e confuse del suo stato. Poco lontano, nel medesimo bosco e nella medesima notte viene rinvenuto un cadavere dal volto sfigurato. Si apre così quello che all’apparenza è un mistero di cui tutti, spettatore incluso, sembrano conoscere la soluzione tranne l’accusato. Onoff è uno scrittore di grande fama, ad interrogarlo per una “pura formalità” un commissario che ama e conosce profondamente tutte le sue opere. Nella spasmodica ansia di un convulso interrogatorio i dettagli della faccenda emergono con apparente chiarezza facendo risaltare per stridente contrasto i vuoti di memoria e le contraddizioni di Onoff. Le macchie di sangue sugli indumenti dello scrittore, l’inquietudine che traspare da ogni suo gesto, la reticenza ed imprecisione di tutte le sue risposte, il tentativo di fuga dell’accusato, l’arma del delitto, tutti i tasselli sembrano incastrarsi alla perfezione inchiodando Onoff alle sue responsabilità. Ma nel corso dell’interrogatorio, i dubbi dello spettatore invece di dipanarsi si fanno più densi, le identità e i ruoli si confondono e nulla è più come appariva all’inizio. La vittima sconosciuta assume identità diverse, l’editore, l’agente, la seconda moglie dello scrittore diventano personaggi sovrapponibili, volti sconosciuti immortalati in fotografie che lo scrittore scatta per fissare i ricordi della sua vita. Il ruolo di accusatore ed accusato diventano confusi e l’atteggiamento ambiguo del commissario spinge lo spettatore a mettere in dubbio l’intero impianto accusatorio. La stessa identità dell’accusato è messa in dubbio, la sua biografia, che il commissario conosce nei minimi dettagli, è in realtà frutto di una costruzione fittizia funzionale all’immagine pubblica che lo scrittore è costretto a dare di sé. Il suo stesso nome e la sua opera più famosa si rivelano una finzione. Entrambi rubati ad un barbone che lo scrittore considera suo maestro. Il dramma che attanaglia Onoff e tiene con il fiato sospeso lo spettatore troverà la sua soluzione […]

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