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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 231 articoli

Recensioni

Ferrovecchio, in scena al Piccolo Bellini il dramma dell’incomunicabilità

Con Ferrovecchio va in scena il dramma della solitudine e della disperata urgenza di comunicazione che accomuna due individui ai margini della società. In programma dal 11 al 16 Febbraio al Piccolo Bellini, Ferrovecchio è il primo dei testi della Tetralogia del dissenno firmati da Rino Marino e portati in scena dalla Compagnia Marino – Ferracane. Su una scena piena di oggetti ma spoglia di emozioni, un uomo dall’aspetto vinto e rassegnato attende, intorno a lui i segni inequivocabili di un mestiere e di una vita che non gli appartengono più. Un catino, una poltrona sdrucita, imposte scolorite dal tempo sono il desolante scenario dei suoi pensieri tinti. Alle sue spalle il cigolio di una vecchia bicicletta rompe il silenzio preannunciando l’entrata in scena di un vagabondo senza nome e senza identità. Nenti ha canciatu, nelle parole del vagabondo e nel suo incessante elenco di oggetti e dettagli che gli passano davanti agli occhi, lo spettatore riconosce con maggior forza l’assoluta immobilità della scena. Tutto è fermo ad un istante ben preciso del passato, ad una vita che non esiste più e al momento esatto in cui il legame tra i due uomini e il resto del mondo si è irrimediabilmente spezzato. E nell’immobile lontananza del passato, il vagabondo scava tirando fuori in forma confusa frammenti di ricordi in cui la dimensione temporale sembra assolutamente relativa. Un vagabondare avanti e indietro nel tempo che suona come una sfida al diffidente mutismo dell’interlocutore. Ne nasce, tra i due personaggi, un confronto che oscilla costantemente tra il più duro realismo e il più ironico surrealismo, un dialogo che si sparge come acqua alimentata dalla sorgente agitata del vagabondo, un fiume di parole a cui il barbiere progressivamente si abbandona vincendo le iniziali ritrosie. I due personaggi si scambiano la pelle e i ricordi riconoscendo, l’uno nell’altro, attraverso uno specchio, la profonda solitudine che li accomuna. In fondo e in forme diverse sono entrambi due vagabondi, due esistenze perdute che vivono ai margini del mondo reale, rinchiusi dal resto dell’umanità in una gabbia di incomunicabilità e isolamento. Le pareti del carcere come l’isolamento del disagio mentale sono i muri che il mondo ha costruito intorno a loro, relegandoli ad una dimensione surreale e marginale; le parole che il mondo gli nega ritrovano ora vita in un discorso sconclusionato che, nell’estrema necessità di comunicazione cui dà voce, restituisce senso e vitalità alle loro esistenze sbiadite. Nell’essenzialità della scena emerge vivida la potenza del dramma cui Ferracane e Marino danno voce e la scena di colpo non appare più così spoglia, bensì si riempie di quell’empatia che i due attori riescono a comunicare. La solitudine e il disagio, il rifiuto e la diffidenza, infine il bisogno disperato di comunicazione sono sensazioni tangibili, immagini reali che prendono forma attraverso le parole dei due attori in un’autenticità che solo la madrelingua siciliana sa restituire. Fonte immagine: http://www.teatrobellini.it/spettacoli/332/ferrovecchio

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When the rain stops falling: un viaggio genealogico al Teatro Bellini

Al Teatro Bellini, dall’11 al 16 febbraio, va in scena lo spettacolo When the rain stops falling  di Andrew Bovell, per la regia di Lisa Ferlazzo Natoli e con Caterina Carpio, Marco Cavalcoli, Lorenzo Frediani, Tania Garribba, Fortunato Leccese, Anna Mallamaci, Emiliano Masala, Camilla Semino Favro e Francesco Villano. Questo spettacolo ha vinto tre premi UBU nel 2019 (migliore regia, miglior nuovo testo straniero o scrittura drammaturgica e migliori costumi) e riesce a portare sul palco tutta l’energia, la passione, i dubbi e le incomprensioni di una storia di famiglia dal 1959 al 2039. When the rain stops falling: il susseguirsi di eventi che segnano le famiglie ed il tempo La storia di due famiglie, Law e York, si avvicendano in quattro generazioni a partire dal 1959 fino al 2039. Storia di madri, mogli, padri, mariti, donne ed uomini i cui destini si incrociano casualmente per un amore mancato o per un evento macabro. Vite spezzate, morti accidentali, amori per anni curati e mai ricambiati pienamente. I diversi fili che la trama cuce, mescola e rende singolari, riecheggiano dopo anni ed anni di sedute al tavolo di una cucina, all’apertura di una valigia i cui ricordi rimarranno indelebili. La ripetizione di alcune azione narrative sancisce l’attualità del presente nel passato e viceversa ma, soprattutto,  quanto il passato riesca ad influenzare e condizionare il futuro. Ogni protagonista, in fondo, ha dentro sé un comportamento non adeguato, un’inclinazione da non confessare, un desiderio mai avuto, un errore commesso e per sempre ricordato. I nove eccezionali protagonisti si spostano senza flashback da un paesaggio all’altro; da un’epoca all’altra riuscendo a trascinare con sé lo spettatore passando da semplici stanze bianche e sporche ai paesaggi sconfinati dell’Australia; e da un’epoca all’altra rendendo sempre il ritmo straordinariamente incalzante. «Non avere niente da dire è come avere così tanto da dire che non si ha nemmeno il coraggio di cominciare» E questa è una delle frasi chiave che Andrew Bovell inserisce nel  testo e che racchiude lo stare al mondo di tutti i personaggi. Personaggi in eterno conflitto con sé stessi e con un passato che non si chiude mai del tutto. Le cose non dette e i problemi mai affrontati diventano i fantasmi del futuro che continuano ad influenzare le vite dei successori in quell’albero genealogico che tutto collega, ma che poco tiene unito. Magistrale la messa in scena della regista e l’interpretazione dei nove attori in scena. Uno spettacolo, quello di Bovell, che lascia il segno e che riesce a far riflettere su quanto la vita sia fondata su delle scelte delle quali bisogna sempre assumersi le responsabilità per far sì che non rimangano inespresse. Fonte immagine: Teatro Bellini.

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In nome del padre: patriarchi in frantumi

In nome del padre, di e con Mario Perrotta, nel cartellone del Piccolo Bellini dal 4 a 9 febbraio, sancisce l’inesorabile declino del patriarcato. Mario Perrotta, con la consulenza dello psicanalista Massimo Recalcati, con In nome del padre indaga la dimensione del rapporto padre-figlio: tale dimensione complessa e in piena crisi è analizzata con profondità e attenzione per le cause, i sintomi e le conseguenze che tale crisi porta con sé. Perrotta regge da solo l’intero dramma vestendo i panni di tre padri, dando voce ad altrettante dinamiche familiari, spostandosi con la sola lingua su e giù per lo stivale e per la scala sociale. Tre padri ischeletriti si aggirano confusi, disorientati e disarmati su una scena essenziale, tra gli scheletri metallici del Discobolo, del Pensatore e del Galata morente. Perrotta è un caporeparto di una fabbrica, veneto, ignorante, un leader sul lavoro, fragile e insicuro in famiglia. Mortificato e svilito da sua moglie, incapace di instaurare un dialogo con il figlio, indirizzato da un amico, si rivolge ad uno specialista. Le cause del silenzio che regna tra lui e il suo Lessandro, questo padre le rintraccia nel dislivello culturale, nella mancanza di una lingua comune che permetta ad un padre dialettofono di dialogare con un figlio ben istruito, nella mancanza di interessi comuni. Ma il problema non è il veicolo della comunicazione, bensì la posizione degli interlocutori: il timore reverenziale del padre verso il figlio nasconde i cocci di una figura genitoriale andata ormai in frantumi. Questo padre non ha la statura morale e psicologica che gli permetterebbe di essere un modello per suo figlio, una guida: nel tentativo di trovare i confini della figura di padre si affida, allora, allo stesso figlio. Perrotta è il padre di Giada, napoletano, marito tradito e a sua volta traditore. Giovane a tutti i costi, fa serata con la figlia e le sue amiche adolescenti, italianizza l’inglese fino a partorire una mostruosa lingua ibrida, uno slang che lo faccia sentire moderno, al passo con le sue frequentazioni. Guidato solo dai consigli dei tarocchi questo padre perde le coordinate, smarrisce i confini netti e invalicabili del rapporto padre-figlio e produce un cortocircuito, una relazione tra pari pericolosamente equivoca, spaventosamente incestuosa. Perrotta è Sciacca, giornalista e intellettuale siciliano, padre ostentatamente illuminista, comprensivo, presente. Sciacca davanti all’atarassica clausura del figlio Virgilio si interroga, si lambicca in congetture, interpretazioni, indagini diagnostiche improbabili e sconclusionate, per poi fermarsi sulla soglia dei silenzi di suo figlio. Sciacca parla ad una porta chiusa e non osa oltrepassarla: è immobilizzato dal terrore, incapace di entrare nella vita del figlio e farsi da guida.  Alessandro, Giada e Virgilio sono figli orfani di modelli, di guide, figli costretti, di fronte alle continue invasioni di campo dei loro padri, a mettere argini, tracciare confini, innalzare mura e barricate. Sono figli affetti da Hikikomori: la loro difesa è l’isolamento, la chiusura rispetto al mondo, una chiusura che lasci intatta la loro purezza, che lasci loro il tempo per trovare se stessi, per tracciarsi una […]

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Scene da Faust, il mito in pezzi di Federico Tiezzi

Con Scene da Faust, Federico Tiezzi cede nuovamente al fascino del mito classico confrontandosi con l’opera immortale di Johann Wolfang Goethe. Lo spettacolo, in programma al Teatro Mercadante dal 4 al 9 Febbraio, è ispirato alla prima parte del poema di Goethe e riprende le vicende del dottor Faust nella sua spasmodica ricerca del potere e della conoscenza assoluti che lo conduce a firmare un patto di sangue vendendo l’anima al Diavolo. Su una scena bianca e fredda, tre arcangeli penzolano a testa in giù dal soffitto cantando le lodi del creato immersi in un’atmosfera asettica. Si apre così il prologo in cielo, prologo di dodici scene attraverso le quali Tiezzi esplora la vicenda di Faust sezionandone e ricomponendone i significati più profondi. Al centro della scena, uno specchio incrinato presta la sua immagine alla voce cupa di Dio nel suo dialogo con Mefistofele; il demone, che con la sua tentazione scuote l’uomo dal torpore della sua naturale pigrizia, strappa al Creatore la scommessa che riuscirà a corrompere l’anima del dottor Faust. Ed eccolo Faust alle prese con la sua insaziabile sete di conoscenza mentre si strugge in una notte insonne richiuso nel suo laboratorio e circondato da libri. Quei libri che ha divorato nel disperato tentativo di raggiungere l’essenza pura della conoscenza, cadono ora dal cielo completamente bianchi e vuoti a rappresentare la vanità degli sforzi di Faust. E proprio nelle brecce del tormento di Faust si insinua Mefistofele; il diavolo, apparso sulla scena nelle sembianze di una grottesca macchietta, lusinga lo scienziato promettendogli di fargli vivere l’attimo che da solo vale tutta una vita. Come in un gioco di specchi, le promesse di Mefistofele appaiono come proiezioni degli stessi desideri di Faust e sarà proprio il dottore a strappare il patto di sangue al Diavolo facendo riemergere tutti i desideri del suo inconscio. Ma Faust e Mefistofele non sono né antagonisti né complici, sono le due parti della stessa anima, il bene e il male che convivono nel dottore, l’eterno dualismo che si dibatte in ogni uomo incessantemente e senza soluzione definitiva. Il grande fallimento dell’esistenza umana si dipana davanti agli occhi dello spettatore nell’analisi lucida e fredda che ne fa Tiezzi, la beffa del fallito esperimento di meditazione all’inizio della rappresentazione, i libri vuoti, il Creatore come uno specchio in frantumi e il Creato come un mondo sottosopra abitato da arcangeli nudi e privi di grazia. In tutte le scene è palpabile il desiderio di Faust, e attraverso lui dell’uomo contemporaneo, di giungere alla conoscenza assoluta e di vivere un’esperienza che travalichi i confini dell’umano. Ma la vanità di questi tentativi è altrettanto palese e insinuata nel profondo dello spettatore fin dalla prima scena, dove Tiezzi manifesta magistralmente l’ovvietà dell’assurdo, la levitazione è palesemente un tentativo senza speranza ma allo stesso tempo qualcosa verso cui tutti siamo spinti a credere vera. Scene da Faust è un’analisi fredda e distaccata della vicenda di Faust, del tormento della sua ricerca, della sete di esperienze totali e del desiderio carnale che […]

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Libri

Le peggiori paure di Fay Weldon: tra i fantasmi nostri e degli altri | Recensione

Le peggiori paure di Fay Weldon, pubblicato da Fazi Editore e con traduzione di Maurizio Bartocci: viaggio tra i nostri demoni e quelli delle persone che amiamo “Le peggiori paure” di Fay Weldon, edito da Fazi Editore e con traduzione di Maurizio Bartocci, è come uno di quei respiri quando fuori l’aria è gelida ed è tutto ghiacciato; quei respiri che formano una nube talmente fitta che sembra un tiro di sigaretta. La nube evocata da questo libro è greve, vaporosa e dai contorni cupi, e avviluppa il lettore per non lasciarlo andare, tenendolo stretto per i calcagni e ancorandolo alle pagine con forza. Il tema della perdita del proprio compagno, della vedovanza, è stato affrontato molte volte in letteratura: basti pensare al modo magistrale con cui Gabriel Garcìa Màrquez ne parla in “L’amore ai tempi del colera”, quando descrive la prima notte di Fermina Daza senza il contrappeso del marito Juvenal Urbino dall’altro lato del letto. In modo analogo, ma allo stesso tempo antitetico, Le peggiori paure si apre con quest’immagine: Alexandra Ludd, celebre attrice, ha appena assunto lo status di vedova. Alexandra è stata abituata, per dodici anni, a sdraiarsi nuda accanto a Ned, in quel letto striminzito che a lei nemmeno piaceva, perché lei amava i letti grandi e spaziosi; si sdraiavano e dormivano intrecciati fino al mattino, fino a confondere e mescolare le temperature – fredda quella di Alexandra, rovente quella di Ned – e a raggiungere, il mattino dopo, lo stesso grado di calore. Alexandra non si era mai chiesta dove finisse il suo corpo e dove cominciasse quello del marito: un’unica entità, un’unica pelle, un unico amalgama di destini. Un po’ come la Fermina Daza di màrqueziana memoria. Il libro si apre anche con immagini secche, decise e appuntite come spilli; il lettore è infatti catapultato nel freddo asfissiante di un obitorio: All’obitorio, Abbie e Vilna fissavano la salma di Ned. «All’Ospedale di St James andai», cantava Vilna con la sua voce roca, «e il mio amor lì vi trovai. Terreo, gelido e spogliato su una bianca lastra abbandonato». Si erano fermate poco distanti dal morto. Fuori c’era un sole accecante ma l’obitorio, che era una semplice struttura di cemento, non aveva finestre, era molto freddo e illuminato con luce artificiale. «A Ned piaceva sentirmi cantare», osservò Vilna. «Ho una voce bellissima, non trovi?». «Bellissima», rispose Abbie. «Da morto sembra più giovane», disse Vilna. La morte non smette mai di essere compagna antica e nuova, contraltare perfetto della vita: si annida nelle pieghe delle lenzuola a righe del talamo rifatto ad arte, nella gioventù irreale dei volti dei cadaveri, nel vuoto fissato da Alexandra seduta sul letto del marito inerme. Ned muore di infarto mentre Alexandra è via per recitare in Casa di bambola di Ibsen; Ned muore mentre lei è intenta a trasfigurarsi nella “lodoletta” delicata e palpitante che le rimarrà sempre sul volto come una maschera digrignata, quella “lodoletta” che dovrà continuare a impersonare anche dopo il trauma della vedovanza, nella finzione più […]

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Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde al Bellini

Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde. Tre processi, una condanna. Sul banco degli imputati l’arte e la morale nelle vesti di Oscar Wilde. La travagliata vicenda giudiziaria della penna più brillante dell’età vittoriana, in scena al Teatro Bellini di Napoli fino al 2 febbraio, può competere in quanto ad appeal con le riproduzioni televisive dei grandi processi dei nostri tempi. Portata in scena da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, che ne curano scene, costumi e regia, la pièce Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde di Moisés Kaufman, con la traduzione di Lucio De Capitani racconta i tre processi che coinvolsero Oscar Wilde nel 1895. Lo spettacolo racconta il dramma dello scrittore messo alla gogna dal conformismo della società vittoriana, che in precedenza lo aveva osannato. Il primo processo fu quello intentato dallo stesso Wilde per diffamazione contro il marchese di Queensberry, padre del suo giovane amico Lord Alfred Douglas, che lo accusava di atteggiarsi a “sodomita”. Ma al processo le parti si ribaltarono: un abile avvocato mise alla berlina l’arte e la personalità di Wilde. Alla fine la denuncia contro Queensbury fu ritirata, ma Wilde fu sottoposto ad altri due processi per sodomia, che si conclusero con la condanna a due anni di carcere e lavori forzati. Al centro della rappresentazione c’è un’aula di tribunale, ma la scrittura di Kaufmann riesce a travalicare i confini di un’appassionante ricostruzione storica e giudiziaria per trasformarsi in un rito teatrale in cui si parla di arte, di libertà, di teatro, di sesso, di passione e in cui si aprono squarci poetici e incursioni commoventi nell’opera dell’autore. Così il processo a Oscar Wilde diventa il processo a qualunque artista proclami con forza l’assoluta anarchia della creazione. Nove interpreti di Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde – Giovanni Franzoni, Riccardo Buffonini, Ciro Masella, Nicola Stravalaci, Giuseppe Lanino, Giusto Cucchiarini, Filippo Quezel, Edoardo Chiabolotti, Ludovico D’Agostino – per tanti ruoli diversi e per le tante voci e testimonianze di una lunga pagina sociologica prima che giudiziaria. Il grande ideale della bellezza e del “Rinascimento inglese” si schiantano contro la morale bigotta e ipocrita di una società inglese in cui il reato di sodomia resterà in vigore fino agli anni Sessanta. La colpa è quell’incomprensibile e inaccettabile “amore che non osa pronunciare il suo nome”, quel sentimento che lega un uomo adulto ad un giovane uomo. Ma non solo. Alla sbarra non c’è solo l’omosessualità – rigorosamente maschile, ché come ha a far notare la sovrana a chi osa replicare alla sua legge “le donne queste cose non le fanno” – c’è anche l’intera concezione artistica dell’artista e il senso stesso dell’arte. Deposizione dopo deposizione, udienza dopo udienza, ad essere scandagliata non è solo la condotta morale di Wilde ma anche l’opera e il pensiero che fino a quel momento lo avevano reso uno degli artisti più mirabili e ammirati dell’Inghilterra. Questo non è il luogo di indagare lo strano problema della vita di Oscar Wilde. La sua maggior colpa era quella di […]

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Amadeus: la storia di una ferocia gelosia in scena al Teatro Diana

Debutta a partire da mercoledì 29 gennaio fino a domenica 9 febbraio 2020 presso il Teatro Diana di Napoli, lo spettacolo Amadeus di Peter Shaffer per la regia di Andrei Konchalovsky e con Geppy Gleijeses (nelle vesti di Antonio Salieri), Lorenzo Gleijeses (nelle vesti di Wolfang Amadeus Mozart), Giulio Farnese, Gianluca Ferrato, Roberta Lucca, Giuseppe Bisogno, Anita Pititto, Elisabetta Mirra, Agostino Pannone, Brunella De Feudis e Dario Vandelli per una messa in scena di circa due ore in cui si evidenziano quelle che sono le più intrinseche gelosie che stanziavano in quello che era lo scenario della musica viennese di fine 700 in cui i grandi nomi di Antonio Salieri e Wolfang Amadeus Mozart riecheggiavano nei teatri europei più prestigiosi insieme alle loro composizioni e alla loro, ormai storica e soprattutto da parte dell’italiano, rivalità. Amadeus: musica, gelosia e rivalità Ambientato alla fine del 1700, della storica rivalità tra Antonio Salieri ed Wolfang Amadeus Mozart, ma soprattutto del tentativo da parte del musicista italiano di distruggere la reputazione del tanto odiato giovane prodigio che già da bambino riusciva a comporre ed a suonare, facendo cose davvero fuori dal comune e scavalcando la fama ed il prestigio del Salieri. Il compositore italiano più che vero rivale del giovane salisburghese, è visto più come un critico di quella che è la carriera brillante di Mozart. Lui ammira ed apprezza quelli che sono i successi del collega, quelle che sono le “partiture senza nemmeno una correzione”, ma poi basta davvero poco, basta una piccola occasione e lui subito coglie l’insuccesso del rivale per infliggergli un lungo calvario esistenziale, fisico e morale, fino a provocarne la morte. Salieri non è, però, un uomo cattivo; è un uomo frustrato e profondamente deluso da se e da quelli che sono i suoi successi, ma che sono sempre non abbastanza, sempre velati da quel retroscena di insoddisfazione che accompagnerà la sua figura fino alla fine. Cosa che invece è molto lontana dalla figura di Mozart che invece è visto come un giovane rigido, ma allo stesso tempo ingenuo nelle sue convinzioni ed in qualche modo intrappolato in quello che è il suo stesso essere “genio”. Mediocri di tutto il mondo – ora e sempre – vi assolvo tutti. Amen Un testo molto complesso e forte quello di Amadeus scritto fino al 1978 (anno del primo debutto londinese) ed anno in cui Peter Shaffer conobbe il più grande successo della sua vita. Un testo che poi ha continuato a riscrivere per molto tempo, modificandolo completamente per l’edizione americana e per la successiva ripresa londinese del 1981, ma restando comunque immutato nella sua immensità fino a trasformarsi in un film nel 1984 in cui, sul grande schermo, arriva il successo internazionale con la direzione di Milos Forman. Una storia non facile da raccontare, da rappresentare e da far sentire agli spettatori, ma allo stesso tempo una pietra miliare per uno dei più importanti geni che il mondo abbia mai conosciuto: Wolfang Amadeus Mozart. Immagine in evidenza: teatrodiana.it

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Apologia di Andrea Chiodi: carnage al Mercadante

Dal 28 gennaio al 2 febbraio va in scena al Mercadante Apologia: Kristin e i suoi figli sono i protagonisti di un carnage familiare. Andrea Chiodi mette in scena, con grande fedeltà e sapiente ricostruzione, Apologia, un testo di Alexi Kaye Campbell. La quarta parete è quella di una casa di campagna: dentro, in occasione di una cena di compleanno, va in scena lo psicodramma di una normale famiglia inglese. Elisabetta Pozzi, in una performance fuori dall’ordinario, rende tutta la portata ingombrante e asfissiante di Kristin Miller, storica dell’arte, donna colta, appassionata estimatrice della rivoluzione artistica di Giotto, impegnata, salvatrice e redentrice del mondo occidentale. Kristin è, però, agli occhi dei suoi due figli, anche una madre disattenta, giudicante, distante e talvolta assente. Nelle sue parole tutto il disappunto nei confronti di Peter (Christian La Rosa), finanziere che stupra il terzo mondo, nel pieno di una conversione religione, promesso sposo di Trudi (Francesca Porrini), ragazza americana ultra cattolica, perbene, a tratti perbenista, e Simon (Emiliano Masala) scrittore in crisi, da tempo in depressione, prosciugato dall’amore per Claire (Martina Sammarco), attrice di avvilenti soap opera. Il compleanno di Kristin: quale occasione migliore, per figli e nuore, per una resa dei conti. Lei è una madre assente, insensibile, quasi sorda quando presente; è una suocera esigente, intransigente, intollerante di fronte al pressappochismo, spietata nei giudizi e nelle sentenze. Simon e Peter, da sempre sovrastati dall’ombra asfissiante della madre, vedono in questa reunion l’occasione per guardare in faccia il proprio passato come si fa con una vecchia foto. È l’occasione giusta per la vendetta contro una madre da cui si sono sentiti abbandonati e ignorati, una madre che li considera panni sporchi da lavare in famiglia, che tace i loro nomi nei suoi memoires. Dialoghi fitti, pochi e densissimi silenzi, una fiumana di botta e risposta che cela un innesco, un ordigno pronto a saltare: una macchia di vino su un abito da 2000 sterline sarà la scintilla. Da lì in poi il carnage: ingratitudine, rancore, accuse più o meno velate, vecchi attriti che diventano urti devastanti, rivelazioni, scheletri che escono dagli armadi e fanno danni incommensurabili. Kristin, forse paralizzata dal senso di colpa, finge di non capire, davanti alle proprie responsabilità devia, cambia strada, gira lo sguardo per continuare a non vedere. La soluzione arriva da chi meno te lo aspetti: Trudi, ingenua e semplice ragazza americana, che ha trovato in Gesù la strada in discesa, la soluzione per una vita facile, incarnazione della superficialità americana, è colei che riesce a trovare il filo spezzato in un groviglio di risentimenti e sensi di colpa. Il perdono: è il perdono, che Kristin non ha mai concesso a se stessa, la soluzione. foto: https://www.teatrostabilenapoli.it/evento/apologia/#gallery/e4b5e24f52ebc566d006664de03a9005/2828

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Peppe Iodice in Jody Beach Party: l’estate a Gennaio al Teatro Augusteo

Jody Beach Party è lo spettacolo ideato da Lello Marangio e Peppe Iodice, con regia di Francesco Mastrandrea e ha portato con sé l’odore del mare e il suono dei tormentoni estivi  in sala al Teatro Augusteo le sere del 23 e 24 Gennaio, stravolgendo completamente la percezione dello spazio-tempo. Com’è nata l’idea del Jody Beach Party? Ce lo spiega Peppe Iodice in persona all’inizio dello spettacolo. Non è tanto per andare contro o competere con Lorenzo Jovanotti, quanto il desiderio di vivere la vita di tutti giorni, per quanto abitudinaria a volte, con la voglia di divertirsi. Infatti il Jody Beach Party parte dall’essere spettacolo per diventare un’esperienza condivisa. Il pubblico interagisce attivamente e segue e cambia le carte in gioco, ride e risponde. L’atmosfera che si respira appena si entra in sala è elettrica. Le maschere camminano tra le file e le poltrone con cesti pieni di cibo e vivande, tanto da avere l’impressione di essere al Super Bowl negli U.S.A. Il palco è completamente inondato dalla luce dei fari, forti come il sole in Agosto. Alla consolle c’è Daniele “Decibel” Bellini, speaker dello stadio San Paolo che riesce ad interagire con grande alchimia insieme a Peppe Iodice e a divertire il pubblico con il mix e la scelta delle canzoni. La musica non è solo un accompagnamento, ma vero e proprio strumento di viaggio nel tempo. Tra gli ospiti speciali ci sono i Los Locos, duo italiano di musica latino-americana composto da Roberto Boribello e Paolo Franchetto. Il loro beat ci riporta con un battere di ciglia automaticamente all’inizio degli anni novanta e i colori delle camicie fluo stile hawaiano incoronano l’atmosfera. E tra le note di Mueve la colita  e El tic tic tac abbiamo momenti di “serietà” con un pezzo che si avvicina molto per lo stile ai monologhi di stand-up comedy con temi che trattato l’imprevedibilità e la disorganizzazione del sopraggiungere della morte e un monologo che celebra per vie traverse l’importanza della cultura. A dividere il palco con Peppe Iodice, oltre a ballerini, amici e baristi, c’è Lello Marangio, co-conduttore e la voce indispensabile dell’amico razionale nelle serate di festa, quell’amico che non ti abbandona nemmeno durante le serate in cui hai bevuto un po’ di più. Si raggiunge la sublimazione del party con la celebrazione di un matrimonio, l’amore come parte del divertimento e il sentimento che porta con sé la felicità di una semplice e indimenticabile serata estiva, come quella del Jody Beach Party. Per maggiori informazioni sulla stagione teatrale 2020 del Teatro Augusteo, consultate il seguente sito: http://www.teatroaugusteo.it/1/cartellone_2019_2020_1365226.html

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La resa dei conti: gli interrogativi senza tempo in scena al Piccolo Bellini

Arriva al Piccolo Bellini di Napoli dal 21 al 26 gennaio 2020, lo spettacolo di Michele Santeramo, ” La resa dei conti ”  per la regia di Peppino Mazzotta  con Daniele Russo e Andrea Di Casa.  La resa dei conti: enigmi, esistenza, salvezza Il testo di Michele Santeramo porta sul palcoscenico del Piccolo Bellini  interrogativi enigmatici senza tempo e senza risposta in un dialogo tra due uomini che riflettono sull’esistenza e sulla possibilità di salvezza di ogni essere umano. I due protagonisti condividono lo stesso ambiente, senza finestre e porte, per volere di uno dei due che tenta di ”salvare” l’altro credendo di essere Gesù. Giochi d’identità e continue menzogne: due vite di sconosciuti che iniziano ad intrecciarsi e di cui entrambi sentono il tremendo peso e, allo stesso tempo, l’estenuante voglia di liberarsi da un’esistenza che non riconoscono più come propria. Colpevoli e consapevoli dei loro peccati, cercano un’altra ed ultima possibilità di salvezza. Salvarsi per evitare la condanna: la condanna di una vita  priva di scopo. Cercano di capire come sia stato possibile essere arrivati a quel punto e di riprendere la propria esistenza in mano, cambiando identità e facendo in modo che siano in primis loro stessi e poi gli altri. Il cambiamento radicale parte proprio dalla riflessione che ognuno di noi fa con se stesso, proprio dall’esatto punto in cui parte la ”resa dei conti”. Il punto in cui tutte le carte ormai sono in tavola, in cui arriva quel momento preciso in cui si necessita di un cambiamento, di una rivincita sul passato. ”Che fai? Dormi? Qua dormono tutti!” Con questa frase chiave, con questo paragone che fa intendere quanto l’uomo sia cieco nei confronti di ciò che gli accade intorno, inizia lo spettacolo di Michele Santeramo che riesce a trascinare lo spettatore in un vortice di domande, problemi e tentativi di soluzione. Lo scenario è semplice ma ben curato, il che rende ancora più enigmatico il dialogo tra i due protagonisti rinchiusi in questa stanza senza finestre, porte, tempo. Eccezionale la regia di Peppino Mazzotta e l’interpretazione dei due attori (Andrea Di Casa e Daniele Russo) che riescono a mandare segnali forti, a lasciare segni indelebili e, soprattutto, a rendere vive e reali quelle che sono domande esistenziali che si cerca spesso di eludere. Domande e perplessità che ogni persona porta con sé ma che spesso vengono rimandate, soffocate e, in apparenza, dimenticate. Fonte immagine: http://www.teatrobellini.it/spettacoli/329/la-resa-dei-conti

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