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Eroica Fenice

Interviste

James and The Butcher, rock ed elettronica: intervista

Plastic Fantastic è il disco d’esordio di James and The Butcher, JatB in breve, singolare terzetto rock in cui il pianista “The Butcher” nasconde la sua identità. Composto da The Butcher (pianoforte, sintetizzatore ed elettronica), Giorgio Corna (alle batterie e al pad) e James Dini (voce e chitarre), è all’esordio con la RNC Music. Plastic Fantastic ruota attorno all’introspezione e ad esperienze di vita trasposte in musica, con sonorità che spaziano dall’elettronica abbastanza spinta di Say My Name al rock duro ed aggressivo di 7th Dimension. Nell’album c’è anche spazio per sonorità più calme come in The Invisible Boy, che vi presentiamo qui. James and The Butcher: intervistati da Eroica Fenice Ma ora lasciamo spazio all’intervista con i JatB. Partiamo con una domanda sulla band, come mai la scelta di The Butcher di presentarsi mascherato e non svelare la propria identità? Portiamo tutti una maschera, la sua semplicemente è meno comune! E poi siamo sicuri che abbia una sola identità? Testi introspettivi e temi che spaziano dall’amore all’inconscio, quale si può considerare il filo conduttore? C’è un messaggio nell’album? Il filo conduttore è l’esistenza nelle sue forme interiori, più intime e di relazione con gli altri, quello che crea cioè una società. Il messaggio è da ricercare nel ponte che ogni ascoltatore trova fra questi due insiemi. Ed è un messaggio decisamente personale, esclusivo. Uno stile che mescola rock con elettronica e tonalità del sintetizzatore, da dove deriva questa musica? È difficile, forse impossibile essere originali oggi. Lo si può essere solo nel senso più proprio del termine, cioè risalenti alle origini. Abbiamo tentato di essere il più fedeli possibile agli ingredienti per formare un piatto se non un unico almeno speciale. Nel track by track leggiamo di tracce ispirate al film Taken, ambientate in atmosfere fantascientifiche/fantasy come Queen of the galaxy, messaggi particolari come “ci schieriamo (…) contro gli antibiotici stessi che guariscono persone che non dovrebbero guarire”. Da dove arrivano queste influenze sulle tracce? Da ascolti, letture ed esperienze di tre persone diverse con percorsi molto diversi. Ma la biodiversità è la condizione necessaria di ogni evoluzione. James and The Butcher è un gruppo all’esordio con Plastic Fantastic, progetti per il seguito? Come si è arrivati alla costituzione della band, quali le storie dei suoi membri? Come detto sopra siamo tre musicisti con percorsi diversi e gusti molto diversificati. Stavamo lavorando per conto di terzi e nei ritagli di tempo ci siamo messi a cazzeggiare con suoni, scrittura e idee. Ci siamo accorti che c’era un fil rouge comune anche se non sapevamo bene quale. Ci abbiamo lavorato ed è nato Plastic Fantastic… Per il futuro ci riserviamo di dire qualcosa quando diverrà presente! Nel frattempo stiamo lavorando alla promozione dell’album e annotiamo qualche idea per il secondo album: forse un live di soli strumenti percussivi in ceramica e cori tibetani, oppure un ensemble di sezioni orchestrali e Harley Davidson… le idee non sono ancora chiare! Francesco Di Nucci

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Musica

Rock e distopia in Karma degli Humana

Un futuro distopico, una ribellione per riscoprire la propria vita e il rock sono i temi principali dell’album Karma degli Humana. Il  secondo album del gruppo è uscito il 23 marzo per la DML – Digital Music Label. Il duo composto da Daniele Iudicone (voce, testi e melodie) e Lorenzo Sebastiani (registrazione, musiche e arrangiamenti), esordisce nel 2012 con l’album Humana e in questo nuovo album combina diversi stili di rock, dal più rabbioso di Kaos al confine con l’elettronica di Perfezione. Particolare la scelta di accompagnare l’album con delle tavole grafiche, per illustrare il mondo futuristico in cui è ambientata la storia narrata. Le tavole sono state realizzate da Umberto Stagni (Alias PastaVolante), autore assieme a Umberto Paganoni del videoclip del singolo Kaos. Karma degli Humana, track by track L’album si apre con Perfezione, titolo quasi ironico visto il mondo distopico descritto nel brano. Tonalità metalliche e suoni al limite dell’elettronica tratteggiano rapidamente l’ambientazione del brano: l’ascoltatore si trova catapultato in un universo popolato da cyborg senza emozioni, dediti solo al lavoro e al consumismo. In questo mondo l’omologazione rappresenta l’ideale di perfezione e chi si oppone è, secondo una voce metallica fuori campo, “da disattivare”. Questa “perfezione” inizia ad infrangersi con Karma, quando i protagonisti si imbattono nel karma, qui dipinto come relazione causa-effetto, iniziando a rendersi conto che c’è qualcosa oltre l’esistenza standardizzata che ha conquistato l’universo. Voglio stare qua mostra come in realtà questa società distopica non sia riuscita ad annientare tutte le emozioni degli umani: la vita ripetitiva e omologata porta ovviamente alla frustrazione, rappresentata da un crescendo di musica assordante con un ritmo oppressivo, periodico come una catena di montaggio. La frustrazione culmina nella voglia di evasione di Paura, emozione prevalente in tutte le persone coinvolte in questa società-ingranaggio, ma l’esempio di qualcuno che si è ribellato è sempre presente e alla fine porta le persone a superare i loro timori. Kaos è sicuramente il pezzo più rumoroso e movimentato dell’album: non poteva essere altrimenti dato che rappresenta il momento in cui la frustrazione e l’alienazione dei cyborg li portano a cercare sfogo in locali e club in cui “regna il caos” delle chitarre urlanti. Al Kaos segue poi Il vuoto, dato che il primo è solo uno sfogo temporaneo, in attesa di tornare nuovamente all’omologazione e all’assenza di rapporti personali. Un vuoto esistenziale che accompagna gli umani dal primo all’ultimo giorno e di cui ben pochi si rendono conto. La base di questa sensazione è una musica inizialmente “leggera”, senza eccessi, che parte in crescendo assieme al crescere della percezione di vuoto interiore. Humana e il Karma: dalla distopia alla ribellione Il ritmo sincopato con inserti elettronici di Invisibile avvolge chi ascolta nella descrizione della gabbia di convenzioni in cui sono rinchiusi tutti gli umani. Alcuni iniziano a rendersi conto di ciò ed escono dalla gabbia per iniziare a vivere dopo anni di tran-tran che ha ridotto la loro vita a mera sopravvivenza. Iniziano finalmente a provare emozioni e questo porta anche lati negativi come traumi […]

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Fun & Tech

Incidente mortale durante test auto a guida autonoma di Uber

Il 18 marzo scorso un’auto a guida autonoma di Uber durante un test ha travolto un pedone a Tempe, Arizona. La donna, di nome Elaine Herzberg, è deceduta in ospedale per le ferite riportate nello scontro. L’auto di Uber viaggiava in modalità autonoma, pilotata dall’intelligenza artificiale ma con un guidatore a bordo per intervenire in caso di emergenza. Il veicolo viaggiava a circa 60 km/h, poco al di sotto del limite, quando il pedone ha attraversato la strada in una zona poco illuminata. L’auto non ha nemmeno iniziato una frenata e dai filmati delle telecamere di bordo il guidatore appare distratto fino a poco prima dell’impatto. Resta finora da accertare di chi sia la responsabilità dell’incidente. Auto a guida autonoma investe pedone Sicuramente Elaine Herzberg stava attraversando in una zona in cui l’attraversamento è vietato, ma ciò non scagiona né il sistema di guida autonoma né il guidatore. Nel filmato delle telecamere di bordo la donna sembra “sbucare dal nulla” ma è stato evidenziato come la capacità di visione della dashcam sia inferiore sia a quella del guidatore sia a quella dei sensori di bordo. Per Ryan Calo, docente in legge all’Università di Washington, “L’idea che il video assolva Uber è essenzialmente scorretta”. Secondo la ricostruzione di Brad Templeton (che ha lavorato dal 2010 al 2013 al progetto di auto a guida autonoma di Google) se il guidatore fosse stato attento alla strada sarebbe potuto intervenire in tempo ed almeno iniziare una frenata. Ancora peggiore la posizione del sistema autonomo, dato che parte dei sistemi di rilevamento sono indipendenti dalla visibilità della strada: il veicolo oltre alle telecamere montava un sistema di rilevazione a onde radar ed un lidar (Laser Imaging Detection and Ranging, rilevamento delle distanze basato sul laser). Per Templeton la ragione è da ricercarsi nel sistema lidar e nella gestione dei dati rilevati, dato che il sistema radar non è adatto a rilevare ostacoli in lento movimento come un pedone. La Velodyne, azienda produttrice del lidar installato sulla Volvo XC90 di Uber, ha dichiarato che il loro sistema ha sicuramente individuato il pedone in attraversamento e quindi la ragione dell’incidente sarebbe da imputare al sistema di gestione dei dati rilevati dai sensori (cioè ad Uber che lo ha realizzato). Secondo voci riferite da Templeton, il sistema lidar potrebbe essere stato spento per effettuare test solo con telecamere e radar, ma al momento non ci sono conferme di questa ipotesi. Uber sospende i test delle auto a guida autonoma Al momento Uber ha sospeso i test delle auto a guida autonoma, anche se nessuno Stato degli USA ha per ora imposto regole più restrittive sui test delle automobili a guida autonoma: il governo federale ha emanato solo linee guida ad adesione volontaria. Questo episodio mette in luce come ci siano ancora enormi margini di miglioramento sulle automobili a guida autonoma, che secondo i sostenitori di questa tecnologia dovrebbero ridurre il numero di incidenti. Anche se attualmente, secondo una ricerca della Morgan Stanley, sulle strade statunitensi in media avviene un […]

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Attualità

Morto Stephen Hawking: la sua vita da Cambridge alla Teoria del tutto

Stephen Hawking, il noto cosmologo e astrofisico, è morto questa notte nella sua casa a Cambridge, all’età di 76 anni. Nella sua vita ha coniugato ricerca, con opere tra le più importanti della cosmologia moderna a partire dalla sua tesi Properties of expanding universes, e divulgazione per il grande pubblico con testi come Dal Big Bang ai buchi neri. Breve storia del tempo. Una malattia degenerativa di cui soffriva sin da giovane aveva costretto l’astrofisico alla paralisi e lo aveva privato della voce: non gli ha impedito di divenire un’icona né essere ottimista. Più volte ha dichiarato: “A parte la sfortuna di contrarre la mia grave malattia, sono stato fortunato sotto quasi ogni altro aspetto“. L’intreccio della sua vita con la ricerca e la malattia è stato narrato nel film La teoria del tutto, storia di sofferenza e d’amore per sua moglie e la scienza. Stephen Hawking, vita e morte di uno scienziato Stephen Hawking nasce nel 1942 ad Oxford, nel Regno Unito. Si laurea a soli vent’anni all’università di Cambridge e allo stesso tempo riceve una diagnosi di atrofia muscolare progressiva che l’avrebbe portato alla paralisi: all’epoca gli erano stati predetti soli due anni di vita. Questo non ferma il suo lavoro di ricerca, dedicandosi in particolare alla storia dell’universo e ai buchi neri ossia regioni dello spazio con un’attrazione gravitazionale talmente forte che nemmeno la luce può sfuggirgli. Eppure nel 1974 il cosmologo pubblicò un articolo su Nature dal titolo Black hole explosions? che ipotizzava che in realtà i buchi neri emettessero radiazioni (poi dette radiazioni di Hawking) che avrebbero poi portato alla loro scomparsa (ipotesi confermata in maniera sperimentale nel 2010). Altro settore a cui ha dedicato le sue ricerche è lo studio delle teorie di Einstein, soprattutto di quelle relative alla gravità e alle singolarità (un punto dello spazio con una densità infinita), concetti strettamente correlati ai buchi neri. Negli anni successivi ha anche continuato a studiare i buchi neri e le loro proprietà, lavorando nel frattempo all’idea di una “teoria del tutto”. Questa teoria, tuttora non ancora realizzata, dovrebbe integrare la teoria della relatività e la meccanica quantistica. Morto il divulgatore Stephen Hawking Ricordiamo Hawking anche per il suo lavoro di divulgazione scientifica in campo fisico e cosmologico. Era un fermo sostenitore del fatto che le scoperte in questo campo dovessero essere comprensibili a tutti: “Se dovessimo scoprire una teoria completa per tutto, dovrebbe diventare comprensibile per tutti, non solo per un gruppo di scienziati“. Il suo primo libro di divulgazione è stato Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo, del 1988, seguito da L’universo in un guscio di noce nel 2001 e da La grande storia del tempo nel 2005. Nel 2014 è uscito il film La teoria del tutto di James Marsh dedicato alla sua vita ed alla sua ricerca. Ha partecipato come ospite a svariati programmi televisivi, apparendo tra gli altri in I Simpson, Star Trek e The Big Bang Theory. Francesco Di Nucci

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Attualità

Strage di Parkland, Trump: armi agli insegnanti

Il 14 febbraio negli Stati Uniti per l’ennesima volta uno (ex)studente armato fino ai denti è entrato in una scuola facendo strage, che d’ora in poi verrà ricordata come strage di Parkland. Il diciannovenne Nikolas Cruz è entrato nel liceo di Parkland, California, con un fucile d’assalto AR-15 (praticamente l’equivalente a stelle e strisce di un kalashnikov). Ha ucciso 17 persone e ferito 14. È stato poi arrestato dalla polizia mentre tentava di fuggire. L’FBI ha poi ammesso di essere a conoscenza del pericolo rappresentato da Cruz e di non aver indagato ulteriormente. La sparatoria ha ovviamente riacceso il dibattito sulla sicurezza e sul controllo delle armi negli USA. La legislazione statunitense è estremamente permissiva in fatto di armi: nella maggior parte degli Stati bastano 18 anni (21 per le pistole) ed un documento d’identità per l’acquisto di fucili come gli AR-15. Per fare un paragone, anche per l’acquisto di alcolici sono necessari 21 anni. Nessun controllo viene effettuato sugli acquirenti: in molti Stati è anche possibile girare armati in pubblico senza particolari autorizzazioni, è persino possibile entrare legalmente in aereoporto con un fucile d’assalto con caricatore da 100 colpi. Si legge infatti nel Secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti: “Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto.” A causa delle pressioni delle lobby delle armi (riunite nella NRA, National Rifle Association) questo viene interpretato come esteso a tutti i cittadini seppur non inquadrati in milizie. Come conseguenza chiunque, inclusi squilibrati e potenziali terroristi purché cittadini statunitensi, ha facile accesso ad armi da guerra. Il risultato è che in media negli Stati Uniti c’è almeno una sparatoria di massa (non meno di quattro vittime) al giorno. Strage di Parkland, la risposta di Trump: più armi Numerosi studenti, particolarmente in Florida e a Washnigton, hanno manifestato per chiedere una regolamentazione delle armi. Alcune scuole hanno risposto minacciando sanzioni per chi partecipasse a manifestazioni del genere, soprattutto in Texas. Il presidente Trump ha dichiarato di voler quindi potenziare i controlli sui precedenti (fedina penale, ecc.) al momento dell’acquisto di un’arma. Molti hanno criticato l’iniziativa come insufficiente: le armi da guerra continuerebbero a circolare e sarebbe comunque possibile procurarsele senza controlli (tramite compravendite tra privati, non soggette agli stessi controlli di un’armeria). Altro provvedimento palliatorio proposto dal presidente: regolamentare i bump stock, accessori che permettono di sparare rapidamente con armi semiautomatiche sfruttando il rinculo. Regolamentazione quasi inutile quando è possibile acquistare armi automatiche. Ultima scandalosa proposta di Trump: armare gli insegnanti al posto di diminuire il numero di armi in circolazione. Secondo il presidente, un 40% di insegnanti armati ed addestrati a portare armi e a reagire agli attacchi renderebbe le scuole più sicure. Una soluzione paradossale che vorrebbe quasi militarizzare le scuole e non ha garanzie di efficacia. Basti vedere lo stesso caso della sparatoria di Parkland: una guardia armata è arrivata sul luogo della sparatoria poco dopo l’inizio ma non è intervenuta. Persino […]

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Interviste

Using Bridge: intervista al gruppo grunge-stoner

Gli Using Bridge sono un quartetto rock grunge–stoner, nato nel 2002. A gennaio 2018 hanno pubblicato l’album Floatin’ Pieces. Abbiamo intervistato Manuel Ottaviani, cantante del gruppo. 1) Gli Using Bridge sono in carriera da sedici anni, quattro dischi contando anche l’ultimo: Floatin’ Pieces. Come sono cambiati il gruppo e la sua musica negli anni? Nasciamo con delle forti influenze anni ’90, con tanto grunge. Quella che si è aggiunta negli anni è la vena stoner, lì si parla più di primi 2000. Nel gruppo si sono avvicendati diversi batteristi dietro ai fusti fino ad oggi e abbiamo fatto praticamente un disco con ognuno. 2) Che fanno gli Using Bridge nella vita? Abbiamo un infermiere, Federico Arcangeli (chitarrista), Alessandro Bernabei (il batterista) lavora come tecnico audio, Simone Antonelli (l’altro chitarrista) fa il fotografo ed organizza viaggi, poi ci sono io disoccupato, figlio della crisi che attanaglia i trentenni d’Italia. Oltre a suonare live dal 2009 organizziamo concerti, eventi e feste nella zona di Rimini sotto il nome di Alternative. 3) Come mai la scelta di cantare in inglese? Parlo per me, poiché i testi al 99% li scrivo io: Federico mi aiuta a dare una sistemata. Altre volte li scrive anche lui, ad esempio in questo disco sua è Run to You. Io sono cresciuto ascoltando gruppi che cantavano in inglese: non è stata una decisione in realtà ma una cosa naturale. Mi piace molto la musicalità che ha l’inglese all’interno di un genere come il rock per il tipo di cadenza che ha: le parole inglesi, le frasi all’interno di un pezzo secondo me risultano più musicali, più facili. 4) Passiamo a Floatin’ Pieces, l’ultimo album del gruppo. I temi principali sono interiorità, ricordi, sentimenti: come mai la scelta di insistere su questi temi? Anche questa è stata una scelta più istintiva che ragionata. Quello che scrivo sono “pezzi di me”. A volte sono delle storie vere, a volte delle emozioni che traduco in storie, dei pensieri, dei ragionamenti su tutto quello che mi capita. 5) Quindi non c’è un messaggio da lanciare? Ogni brano ha un messaggio personale, che non è votato al sociale o altro ma è semplicemente un mio modo di vedere la vita, vedere le cose, e di provare emozioni, che cerco di descrivere alle persone. Succede come per pezzi di altri artisti dove il messaggio è intimo, personale. Mi ci ritrovo, mi ci rispecchio, mi fanno capire qualcosa in più di me. Su due piedi posso pensare che un messaggio, se c’è, è più intrinseco che esplicito. Un messaggio di resistenza e resilienza, di riuscire a resistere portandosi dietro tutti i pezzi che ognuno ha nella propria vita e a volte vorrebbe anche abbandonare per liberarsi di alcuni pesi. Invece portarseli dietro fa in modo che questi pezzi non vengano dimenticati ma costruiscano in realtà la tua storia, la storia di chi se li porta dietro e diventino qualcosa di importante su cui costruire il resto. 6) I pezzi dell’album hanno una loro storia diversa, quale […]

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Fun & Tech

Xian: torre contro l’inquinamento atmosferico

Nella città di Xian, nella regione centrale dello Shaanxi in Cina, è stata inaugurata una torre per ripulire l’aria da sostanze inquinanti. Il complesso occupa 2580 metri quadrati, è costituita da una torre alta 100 metri e da una serie di serre: lo smog viene aspirato e convogliato in delle serre alla base della torre. Riscaldato dall’energia solare risale lungo la torre, in questa attraversa dei filtri che rimuovono gli inquinanti. Alla fine l’aria ripulita viene rilasciata nuovamente nell’atmosfera. Secondo i dati dei ricercatori dell’Accademia cinese delle scienze, che hanno progettato il complesso, la torre è in grado di trattare 10 milioni di metri cubi di aria al giorno, e questo dovrebbe influenzare la qualità dell’aria in un’area di 10 chilometri quadrati. La torre di Xian è la versione ridotta di un sistema teoricamente in grado di purificare l’aria di una piccola cittadina. Il sistema completo includerebbe una torre da 500 metri d’altezza e 200 di diametro, con 30 chilometri quadri di serre. Torre di Xian: qual è l’efficacia? Ci sono però dei dubbi sull’efficacia della torre di Xian, espressi ad esempio dall’Independent. Basta considerare che l’inquinamento viene disperso nell’atmosfera a distanze notevoli mentre la torre è in grado di trattare solo l’aria prossima al suolo. Non è in grado di contrastare l’inquinamento a quote più alte che però influenza la qualità dell’aria della città dove si trova la torre. Inoltre la torre ripulisce sì una notevole quantità d’aria, ma questa è piccola se paragonata al volume di smog che avvolge una città. Ad esempio considerando una citta di 10×10 chilometri ed uno strato d’atmosfera alto 1 chilometro abbiamo un cubo di 100 km3. La torre di Xian è in grado di ripulire ogni giorno 10 milioni di metri cubi: 0,01 km3 su 100. Per questo motivo i dati sui miglioramenti della qualità dell’aria sono da prendere con il beneficio del dubbio. È ancora da dimostrare sul lungo periodo che i miglioramenti siano dovuti all’impianto per la depurazione dell’aria e non a fenomeni climatici favorevoli. Per contrastare l’inquinamento è più proficuo investire sulla prevenzione, bloccando le sostanze inquinanti prima che siano disperse nell’atmosfera. Per questo probabilmente la torre di Xian avrà lo stesso destino di altre tecnologie pensate per riassorbire l’inquinamento, abbandonate per scarsa efficienza o effetti trascurabili. Basta vedere la vernice pensata per riassorbire gli ossidi di azoto dall’atmosfera tramite una reazione chimica. Il governo inglese ha pubblicato uno studio per valutare l’efficacia di un eventuale uso a Londra: avrebbe avuto gli stessi problemi della torre di Xian (nessun contrasto all’inquinamento in quota ecc.). Per questo anche utilizzandola in quantità abnormi gli effetti sarebbero stati trascurabili. Francesco Di Nucci

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Recensioni

Black Hammer volume 2: l’evento continuo di Origini segrete

Continua la serie di Black Hammer, di Jeff Lemire, Dean Ormston e Dave Stewart, stavolta con la partecipazione di David Rubìn. Torna con un nuovo volume, L’evento, pubblicato nuovamente dalla Bao Publishing, che include i volumi da 7 ad 11 ed il 13° della serie. Nel volume precedente avevamo visto un mondo rurale nel quale sono bloccati, da un decennio, cinque supereroi: Abraham Slam, Barbalien, Colonnello Weird, Golden Gail, Madame Butterfly. Con loro anche Talkie-Walkie, l’aiutante robotica del colonnello, e Black Hammer, morto poco dopo l’arrivo nel tentativo di lasciare la prigione bucolica. L’evento si apre con l’arrivo di Lucy Weber, figlia di Black Hammer e giornalista. Purtroppo non ricorda com’è arrivata alla fattoria, tantomeno come eventualmente tornare indietro. Dopo aver scoperto che il padre è morto, inizia ad indagare sullo strano mondo in cui si trovano: i supereroi le dicono quel poco che sanno, quasi rassegnati a rimanere lì. Lucy scopre molti dettagli fuori posto in quel mondo, costruito affinché chi vi capita non si faccia troppe domande. Tra i supereroi però c’è qualcuno che non vuole andare via di lì. Anzi, cerca di nascosto di ostacolare la fuga in ogni modo… Black Hammer volume 2: l’evento, continuo di Origini segrete I temi principali sono sempre l’America rurale (o l’illusione che la rappresenta per i protagonisti) ed i supereroi, visti però in una chiave atipica. Hanno infatti numerosi problemi personali: dalla vita quotidiana ad un passato difficile con cui fare i conti. Qualcuno cerca di rifarsi una vita nella “prigione”, in fuga dai fallimenti del mondo reale; altri invece hanno ottimi motivi per cercare di fuggire, e si struggono nell’impossibilità di riuscirci. Lo stile ricorda volutamente i fumetti della Golden Age statunitense, con le storie passate dei protagonisti presentate come albi dedicati. In questi continui flashback vediamo ad esempio come Golden Gail ed Abraham Slam si erano ritirati dalla lotta al crimine prima dell’ultima battaglia per Spiral City. Scopriamo anche la storia di Joseph Weber, che da assistente sociale nei bassifondi diventa Black Hammer. Un supereroe con famiglia, che ha ovvi problemi a conciliare lavoro nel sociale, famiglia e lotte per salvare il mondo. Altro tratto distintivo è la presenza di “cliffhanger”, colpi di scena per tenere alta l’attenzione. Come nel volume precedente, Black Hammer: l’evento non è autoconclusivo. Il volume si chiude infatti con un cliffhanger che sospende la narrazione ad un punto cruciale, che lascia il lettore impaziente di leggere il seguito. Seguito che non tarderà a giungere: sarà pubblicato negli USA dalla Dark Horse a partire da aprile 2018. Stavolta andrà sotto il nome di Black Hammer: Age of Doom, una sorta di nuova serie. Scelta degli autori dovuta al fatto che «Black Hammer commenta il mondo dei fumetti di supereroi. Un mondo dove gli universi dei supereroi sono ricreati e rilanciati ogni anno. Sentivamo che dovevamo trafficare con l’idea, ma mettendoci un tocco di Black Hammer». La nuova serie continuerà infatti a narrare le avventure degli eroi intrappolati dopo il salvataggio di Spiral City. Nel […]

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Attualità

Le sigarette elettroniche fanno male? Risponde la New York University

Le sigarette elettroniche fanno male? Secondo una ricerca della New York University le sigarette elettroniche non sono innocue. Effettuata da un gruppo guidato da Moon-Shong Tang e pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, la ricerca analizza gli effetti dell’esposizione a nicotina e derivati su topi e cellule umane. Nei topi sono stati rilevati danni al DNA, in particolare nelle cellule di cuore, polmoni e vescica. In laboratorio simili effetti sono stati osservati su cellule umane di polmone e vescica, oltre ad un aumento nel rischio di mutazioni e trasformazioni in cellule tumorali. Significa che gli utilizzatori di sigarette elettroniche potrebbero avere un maggior rischio, rispetto ai non fumatori, di sviluppare malattie cardiache e tumori polmonari e/o della vescica. Le sigarette elettroniche fanno male? E il tabacco? Secondo alcuni in realtà i risultati della ricerca sarebbero fuorvianti. Per Riccardo Polosa, docente presso l’Università di Catania, fondatore e direttore scientifico della Lega Italiana Anti Fumo (Liaf) “Il metodo descritto dagli autori non mima le normali condizioni d’uso dei prodotti da svapo. Le condizioni riprodotte in questi esperimenti sono esasperate e favoriscono la produzione di sostanze tossiche alla stessa stregua di un ‘tostapane’ che viene settato per bruciare il pancarrè.” Per altri invece si tratta di osservare i risultati inserendoli nel giusto scenario. Secondo il Professor Fabio Beatrice dell’Università di Torino, Direttore della S.C. di Otorinolaringoiatria e del Centro Antifumo dell’Ospedale S. Giovanni Bosco di Torino: “È necessario individuare la corretta prospettiva dalla quale analizzare lo scenario del fumo elettronico. Le sigarette elettroniche producono una quantità di sostanze cancerogene ed irritanti nettamente inferiore rispetto al fumo tradizionale. La produzione di cancerogeni nel vapore di sigaretta elettronica è stata ampiamente studiata. E quando questa grandezza viene correttamente analizzata, lo si fa mettendola a paragone con la produzione di cancerogeni delle sigarette tradizionali. In questo modo, le evidenze scientifiche hanno dimostrato che le sigarette elettroniche producono sostanze nocive in misura di almeno il 95% inferiore rispetto al normale fumo da combustione dei prodotti del tabacco tradizionale”. Le sigarette elettroniche sarebbero quindi sì dannose, ma meno rispetto al tabacco tradizionale, quindi sempre secondo Beatrice “il fumo elettronico costituisce una formidabile alternativa per tutti i fumatori incalliti che non riescono o che non vogliono smettere di fumare. Si chiama riduzione del rischio”. Commenta inoltre Roberta Pacifici, Direttrice del centro farmaco e tossicodipendenze dell’Istituto superiore di sanità, che “Dobbiamo anche studiare gli effetti sui polmoni degli aromi, come quelli alla vaniglia o al cioccolato, che mandano in circolo microparticelle studiate solo come additivi alimentari e non da inalazione.” In ogni caso è meglio astenersi da ambedue i tipi di fumo, a beneficio della salute e del portafoglio. Ricordiamo infatti che da gennaio 2018 anche i liquidi per sigarette elettroniche sono sottoposti a tassazione da parte del Monopolio di stato. Francesco Di Nucci

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Software libero: le alternative al software proprietario

Spesso si parla di FOSS o FLOSS, sigla dietro cui si nasconde il cosiddetto “software libero”. Un software si definisce tale se garantisce agli utenti delle libertà: libertà di utilizzo, libertà di studio del software (de facto accesso al codice sorgente), libertà di ridistribuire copie e libertà di creare e distribuire versioni modificate del software. Il software libero non coincide con software open source: quest’ultimo è software di cui è disponibile il codice sorgente (l’algoritmo che poi verrà tradotto in linguaggio macchina). Un software può essere open source ma non libero poiché non garantisce le libertà di cui prima. Esistono gli equivalenti liberi di molti software, questa ne è una lista non esaustiva. Software libero: una lista dei più conosciuti Browser I più noti sono Chrome, Opera, Safari ed il “famigerato” Internet Explorer/Edge. L’alternativa principale è Firefox, che dalla recente versione denominata Quantum propone una navigazione veloce e relativamente poco avida di risorse rispetto alla concorrenza, oltre ad una miriade di componenti aggiuntivi disponibili. Non è l’unico software libero per la navigazione: tra gli altri ci sono Iceweasel, GNU Icecat, SeaMonkey, Midori ed altri. Alcuni sono pensati per usare poche risorse, altri per essere compatibili con determinate licenze, in ogni caso hanno quote di “mercato” marginali rispetto a Firefox. Client BitTorrent BitTorrent e μTorrent sono i più noti client per il p2p su protocollo BitTorrent ma esistono numerose alternative. Ad esempio Deluge, KTorrent, qBittorent e Transmission: disponibili per vari sistemi operativi, la scelta dipende dall’utente: cambiano le interfacce, le risorse richieste, l’efficienza nel gestire le connessioni e le funzionalità extra offerte da ogni client. Grafica Bisogna ammettere che i migliori della categoria sono i software della Adobe, Photoshop ed Illustrator, e che le controparti non arrivano allo stesso livello. Nonostante questo il software libero resta un’alternativa valida ed estremamente più economica. Per la grafica raster c’è Gimp, per la vettoriale Inkscape. Se si cerca invece un’alternativa a Paint, possibilmente con più funzionalità, ci sono Paint.NET e Pinta. File compressi Creare file compressi (zip, rar, cab ecc.) permette di risparmiare spazio sul disco: tra i più noti software WinRAR, WinZip e ZipGenius. Numerose le alternative, la più famosa è sicuramente 7-Zip. Leggero, supporta numerosi tipi di archivi (anche se alcuni solo in lettura) tra cui il 7z, basato su LZMA ed estremamente efficiente nella compressione. Unico neo il supporto solo per Windows: su Linux l’equivalente è p7zip, keka su OS X. Lettore multimediale Un lettore multimediale serve a riprodurre file audio/video, ne sono esempi Windows Media Player e Winamp. L’alternativa è VLC media player, sotto licenza GNU LGPL, che consente la riproduzione di pressoché tutte le tipologie di file multimediali più comuni, dischi, flussi di rete ecc. È disponibile per i principali sistemi operativi per computer e smartphone. Sistema operativo Molti sono sorpresi quando scoprono che Windows non è l’unico sistema operativo disponibile per i computer. Esiste una miriade di sistemi alternativi, sia proprietari come OS X che liberi come quelli GNU/Linux o BSD. Fino a qualche anno fa avevano problemi […]

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Fun & Tech

Bitcoin: oltre 20.000$, boom della criptovaluta

Nell’ultimo anno i bitcoin sono saliti prepotentemente alla ribalta, con un utilizzo in vari campi illeciti ed un valore che ha quasi raggiunto i 20.000 dollari. Nel 2010 un bitcoin valeva 7 centesimi di dollaro, nel 2013 ha superato i 100$ ed in quest’ultimo anno è schizzato da 1000$ a quasi 20.000$. Come si spiega una crescita così vertiginosa? Bitcoin: il funzionamento Partiamo dall’inizio: i bitcoin sono una moneta virtuale “open source”. Nascono nel 2009 per iniziativa di Satoshi Nakamoto, pseudonimo di autore ignoto. Scopo del progetto: creare un sistema monetario decentralizzato, libero da ogni controllo esterno e basato sulla crittografia. Per poter utilizzare dei bitcoin basta un software da installare sul computer e diventare così un nodo della rete. Il funzionamento è abbastanza complesso e meritevole di approfondimenti, proviamo a spiegarlo in sintesi. Le transazioni tra gli utenti sono basate sulla crittografia asimmetrica, uno scambio di criptovaluta è praticamente uno scambio di messaggi cifrati. Questo garantisce che il trasferimento possa avvenire solo tra gli indirizzi che hanno concordato lo scambio (ma non ne garantisce l’identità nel mondo reale: non è di solito possibile risalire a chi c’è dietro un indirizzo bitcoin). Poi c’è la blockchain, il libro mastro di tutte le transazioni, di cui ogni utente ha una copia. Affinché una transazione in bitcoin sia valida deve essere inserita nella blockchain, questo è un processo basato sul calcolo di hash SHA-256. Richiede numerosi calcoli ripetitivi, svolti da nodi detti miners, che ottengono una ricompensa in bitcoin se trovano la soluzione (ricompensa che si dimezza ogni quattro anni). Maggiore è il numero di miners, maggiore è la difficoltà di calcolo e quindi la quantità di energia necessaria a risolverli: attualmente i calcolatori della rete bitcoin consumano più elettricità dell’Irlanda in un intero anno. Le transazioni possono includere una commissione che sarà riscossa dal nodo che la inserirà nella blockchain, guadagno aggiuntivo per i miner. Altro fattore da tenere in conto: la criptovaluta è progettata in modo tale da permettere la creazione solamente di 21 milioni di bitcoin. Raggiunto questo limite i miner guadagneranno solamente dalla commissione, portando probabilmente ad un innalzamento dei prezzi delle stesse (le transazioni con commissione più alta avrebbero ovviamente precedenza per l’inserimento nella blockchain). Detto questo, l’idea di moneta indipendente per ora non si è realizzata: attualmente gli intermediari ed i gestori di nodi e/o pool con una notevole capacità di calcolo hanno una notevole influenza sull’andamento del bitcoin. Finiti gli aspetti tecnici si passa a quelli finanziari: da dove arriva il valore record di 20.000 dollari? Non esiste una banca centrale che possa regolare il valore del bitcoin, il cambio dipende dalla volontà degli intermediari e dalla legge della domanda e dell’offerta. Negli anni passati il prezzo del bitcoin era salito grazie all’uso su siti come Silk Road, negozi online di droga e merci illecite di ogni tipo. Un meccanismo anonimo come bitcoin era l’ideale per attività del genere, ma molto probabilmente non sono state quelle a generare l’incedibile aumento di prezzo del 2017. Infatti […]

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Interviste

Ocropoiz: intervista al gruppo alternative rock

Gli Ocropoiz sono un gruppo alternative rock di Telese Terme, nel Beneventano. Quattro ragazzi tra i 17 e i 19 anni, Gianfranco e Giuseppe Aceto, Luca Ruggieri e Bruno Civitillo. Foto Post-Mortem (il nome dalla pratica fotografica d’età Vittoriana) è il loro disco d’esordio, otto tracce con la Labirinto Produzioni: rock, rabbia, disillusione ed un futuro utopico. Intervistiamo qui Gianfranco Aceto, cantante e bassista. Foto Post-Mortem, intervista agli Ocropoiz Come nasce il gruppo degli Ocropoiz? Gli Ocropoiz nascono presto, verso i nostri 16 anni, tra i banchi di scuola. Abbiamo iniziato a suonare un po’ per gioco, un po’ per metterci alla prova: all’inizio avevamo un genere più leggero rispetto a quello attuale che è invece un alternative rock molto spinto, gridato. Come siete arrivati a pubblicare l’album? C’è stato un percorso che ci ha portato dalla saletta di Telese Terme, che abbiamo visto solo noi quattro e qualche amico, a suonare al Meeting del Mare. Da lì un po’ è partito tutto: abbiamo conosciuto molte persone che ci hanno sostenuto, abbiamo avuto l’opportunità di suonare al MEI, il meeting delle etichette indipendenti, al Sicinius Fest (a Sicignano degli Alburni, Salerno), a Torino al Reset Festival… Oggi che fate nella vita? Siamo sempre studenti, uno dei due chitarristi, Giuseppe, è studente liceale; il chitarrista/tastierista, Luca, lavora in proprio; io e il batterista, Bruno, siamo al primo anno d’università: lui studia al Conservatorio, percussioni, e a Benevento, biotecnologie; io al Conservatorio studio musica elettronica, indirizzo fonico. Foto Post-Mortem è un album di esordio, come si è arrivati alla nascita di questo progetto? È un percorso: pensato dai 16 ai 17 anni, arrangiato ai 18 e suonato ai 19. Un concept album, esprime quello che significa per noi la vita. Associamo paradossalmente la morte alla vita: secondo noi senza un finale non può esistere qualcosa di “perfettamente bello”. Per questo ci sono tracce molto tristi, senza speranze, perché guardano ad una civiltà il cui problema principale è trovare lavoro, mentre dovrebbe essere cosa davvero fare in questa vita. Per noi è cercare di seguire la propria felicità, ci piace dire che alla fine vivere è semplicissimo, basta fare ciò che piace, ciò che rende tutti più contenti, senza ovviamente ledere la felicità degli altri. Siamo contrari ad un’idea di vita preimpostata: nasci, vai a scuola, al lavoro, ti sposi, muori. Crediamo che non ci sia una vera destinazione, semplicemente uno deve seguire tutto quello che lo rende felice. Pur essendo un album basato su rabbia e disillusione guarda quindi al futuro? Sì, anche se a primo impatto è un album in cui i testi non portano speranza finale. Questa risiede nel fatto che nella vita tutto può essere cambiato: la foto post mortem, un’immagine retorica, per noi prende il significato di vita, di speranza. A prima vista sembra un album con musiche rabbiose, decadenti, ma parla soprattutto di vita e della bellezza di vivere. Come ci si sente ad essere coinvolti in un progetto del genere? Più che essere coinvolti ne facciamo […]

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Recensioni

Black Metal il fumetto: gemelli Stronghand vs gli Inferi

Due gemelli metallari alla conquista degli inferi: ecco la trama in sintesi di Black Metal il fumetto di Rick Spears e Chuck BB, uscito il 6 novembre per la Diabolo Edizioni. Primo volume di tre, ha per protagonisti i gemelli Shawn e Sam Stronghand, metallari da stereotipo: ragazzi appassionati di black metal, infastiditi dalla vita quotidiana, pagani, sovversivi, violenti e avversi all’igiene. Orfani, hanno un passato difficile ma in fondo sono dei bravi ragazzi, pronti a lottare per salvare il mondo, specie se è quello infernale. Infatti la loro vita prosegue nella routine quotidiana fino all’ascolto un disco dei Frost Axe, che cambierà il loro destino e li coinvolgerà nel compimento di un’antica profezia. Si troveranno così tra band metal, divinità nordiche e demoni a dover combattere contro entità demoniache varie per il controllo dell’inferno. Black Metal il fumetto: metallo per ragazzi A dispetto dei fiumi di sangue e metallo che scorrono tra teste mozzate ed esplosioni, Black Metal è un fumetto per ragazzi. Il tono è generalmente leggero, non da una storia seria: in Black Metal vediamo divinità infernali provocate con insulti infantili e concerti nel profondo dell’aldilà. Resta godibile anche da lettori “più grandi”, che ne possono cogliere il lato ironico e i tratti assurdi: è anche una parodia delle storie ambientate nelle scuole a stelle e strisce quando ne riprende alcuni punti rivedendoli in “chiave metallara”. Al posto dei ragazzi studiosi tormentati dai bulli abbiamo i due gemelli: una carriera scolastica che è una fedina penale, con il bullismo stroncato a suon di vassoi in faccia. Non possono mancare il primo appuntamento con gita in barca, ovviamente sullo Stige e in compagnia di Caronte, o il viaggio on the road, su una macchina rubata in cerca di una band di black metal. Per il resto è un coinvolgente fumetto di avventura, disegnato solo in bianco e nero, perfetto per un ambientazione da “black metal” tra primi piani di chitarre e battaglie all’ultimo sangue. Il tratto di Chuck BB è più che adatto a trasmettere al lettore il frastuono della musica metal, colonna sonora del fumetto e a disegnare scene di combattimenti coinvolgenti quanto appariscenti. La storia di Chuck Spears riesce ad essere leggera senza annoiare il lettore, anzi coinvolgendolo fino al finale con un inatteso colpo di scena. In definitiva Black Metal è un buon fumetto per ragazzi, specialmente se appassionati di musica metal e fumetti d’azione. Francesco Di Nucci

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Fun & Tech

Followine, intervista alla startup innovativa di Caserta

Oggi intervistiamo Giuseppe Garofalo di Followine, startup casertana che ha ideato un sistema di tracciamento da applicare alle bottiglie di vino, per contrastare la contraffazione ed aiutare i produttori nella vendita. 1) Di preciso, come e quando nascono l’idea per Followine e la startup in sé? L’idea viene da un’intuizione di Fabio Guida, durante un suo viaggio in Inghilterra, ormai dieci anni fa. Poi grazie allo sviluppo e la diffusione di nuove tecnologie come NFC e smartphone è stato possibile iniziare a lavorare seriamente al progetto, con la costituzione della società a giugno 2017. 2) Da quante persone è composto il team di Followine? Ci sono già investitori interessati? Il team è attualmente composto da 8 soci più qualche collaboratore esterno con esperienze davvero molto eterogenee, riusciamo a svolgere quasi tutte le attività di ricerca e produzione dall’interno: abbiamo dal sommelier all’avvocato. Inoltre abbiamo un gruppo di piccoli investitori che ha già finanziato la prima parte della fase di startup. 3) Parte dei vostri obiettivi è diffondere la cultura delle nostre eccellenze: in che modo può una piattaforma di distribuzione contribuire? Dopo aver studiato il mercato della contraffazione per due anni e aver girato per il mondo parlando con chi la contraffazione la fa e/o l’ha fatta abbiamo capito che nessun sistema di controllo per quanto sofisticato può riuscire nell’intento di abbattere il fenomeno se non ha come obiettivo primario quello di diffondere la cultura millenaria del mondo del vino. Parlando con i produttori italiani la prima cosa che ci chiedevano era di creare una piattaforma per diffondere i loro prodotti: quindi come primo servizio abbiamo deciso di creare una piattaforma e-commerce multicanale, in grado di soddisfare le richieste dei nostri soci e di garantire loro una crescita sia in termini di immagine che di fatturato del 5-10% annuo. 4) Si può avere qualche dettaglio in più sulla tecnologia di tracciamento? Come garantire che non venga contraffatta a sua volta? Invece di parlare in termini tecnici, vi facciamo un esempio dell’efficacia del nostro sistema. Mettiamo che abbia ordinato una bottiglia di Chianti DOCG in un ristorante di New York, basta una semplice scannerizzazione per sapere se quanto scritto sull’etichetta corrisponde al vero. Ora mettiamo il caso che un contraffattore abbia creato mille copie di quella singola bottiglia (ricordiamo che i nostri codici sono univoci e in più casuali, quindi non si possono generare nuovi codici semplicemente copiando il nostro algoritmo), basta una scansione fatta al di fuori di un locale commerciale, per etichettare quella bottiglia come già venduta e invalidare tutte le altre bottiglie in copiate. 5) Dal sito Angel.co si ricava che il sistema di tracciamento è pensato per essere applicato dal rivenditore, che garanzia hanno il cliente ed il produttore sul ruolo del rivenditore? No, l’attivazione viene fatta dal produttore e né noi né altri possiamo effettuarla. Attivazione prima della vendita si riferisce a quando le bottiglie lasciano la cantina di produzione, non al rivenditore. In più tramite a controlli incrociati possiamo risalire anche a chi era presente […]

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Attualità

La nuova sede EMA è ad Amsterdam, che batte Milano

A causa dell’uscita del Regno Unito dall’UE le istituzioni europee con sede a Londra dovranno lasciare il paese. Ora è toccato a EBA, Autorità bancaria europea, ed EMA, Agenzia europea per i medicinali. Le favorite erano rispettivamente Francoforte e Bratislava, eliminate però al primo turno delle votazioni. Queste si sono concluse con un sorteggio che ha premiato Parigi su Dublino e Amsterdam su Milano. Nuova sede EMA: la votazione L’Agenzia europea per i medicinali ha il compito di vigilare su tutto il mercato europeo dei farmaci, ha 900 dipendenti circa, fondi per 300 milioni di euro ed un indotto da un miliardo e 700 milioni di euro. La votazione per individuare la nuova sede dell’EMA si è svolta in tre turni a scrutinio segreto. Al primo turno ogni paese aveva a disposizione sei voti: lo hanno superato Milano (25 voti), Amsterdam e Copenaghen (parità con 20 voti). Al secondo turno un voto per paese: 12 per Milano, 9 per Amsterdam e 5 per Copenaghen. Ventisei voti su ventisette Stati: astenuta probabilmente la Slovacchia, per l’esclusione di Bratislava. Il terzo turno si è concluso con Amsterdam e Milano in parità con tredici voti. Si è passati così all’estrazione a sorte, che ha determinato l’assegnazione ad Amsterdam: da ricordare che in precedenza sia Italia che Paesi Bassi avevano criticato l’adozione di questo metodo. La modalità di scelta è stata volutamente opaca, con la scelta della votazione segreta. Scegliere la sede di un’agenzia europea non è una questione di coscienza, è una scelta che riguarda tutti i paesi membri. Nessuno di essi ha però il coraggio di rivendicare la propria politica, trincerato dietro lo scrutinio segreto. Lo scopo della votazione teoricamente era di trovare la miglior sede possibile: le candidature erano basate su solidi dossier di dati. La scelta finale non è però dovuta a criteri oggettivi ma ad un intreccio di giochi politici e casualità. Cercando di ricostruire le scelte dietro la votazione si desume che probabilmente la Slovacchia si è astenuta, mentre Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari Europei, ha ringraziato Cipro, Grecia, Malta e Romania per il loro supporto. Ignoti gli altri votanti: secondo alcune ipotesi Francia, Germania e Spagna supportavano la candidatura di Amsterdam, mentre Svezia e paesi dell’est (tra cui la Croazia) sostenevano quella di Milano. L’Italia ha dimostrato di poter portare avanti la candidatura di una sua città, nemmeno capitale, in grado però di fronteggiare quelle europee. Ma, come ha commentato Gozi stesso, “sulla monetina non c’è influenza politica che tenga”, nonostante i buoni risultati di Milano, sia nella verifica dei requisiti che nelle votazioni. Francesco Di Nucci

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Fun & Tech

Generazione Z, tra tecnologia e lavoro

Dopo la Generazione X, anni Ottanta, e la Generazione Y,anni Novanta, siamo arrivati alla cosiddetta Generazione Z, che include i nati tra 1990 e 2010, con fasce diverse a seconda di chi la definisce. Tutti nati e cresciuti tra le tecnologie digitali, che influiscono sui loro stili di vita e abitudini, e in un’epoca di precarietà economica, che ha influenzato le loro aspettative sul mondo del lavoro. La LivePerson, azienda statunitense specializzata in chatbot e piattaforme per l’assistenza clienti, ha svolto la ricerca “The digital lives of Millennials and Gen Z” sui nati 1993-1999 in diversi paesi, il loro rapporto con la tecnologia e con gli acquisti, anche rispetto alle generazioni precedenti. È incentrata soprattutto sugli aspetti commerciali, ma se ne ricavano anche altri dati interessanti, come uno stretto legame con la tecnologia. Più della metà degli intervistati preferirebbe uscire di casa senza portafoglio ma con il telefono. Tra il 50% ed il 70% degli intervistati ogni giorno comunica più virtualmente che di persona, il 70% dorme con il telefono a portata di mano. Nonostante questo la maggioranza non vorrebbe una digitalizzazione totale dei servizi: ad esempio nel rapportarsi ad un’assistenza clienti preferirebbero avere a che fare con un persona piuttosto che con un bot, oppure vorrebbero l’automatizzazione solo di compiti più semplici (come una prenotazione) ma preferirebbero il contatto umano per quelli più complessi (come spedire un pacco alle Poste). Generazione Z al lavoro La Accenture, multinazionale del settore consulenza aziendale, ha pubblicato una ricerca intitolata Gen Z Rising, riferita all’ingresso del mondo nel lavoro dei primi laureati della generazione Z (in questo caso definita come i nati tra 1993 e 1999). Ne risulta che il 60% si considera sottoccupato, impiegato in lavori al di sotto delle proprie qualifiche. Allo stesso tempo i neolaureati sono pronti a tutto pur di lavorare. L’82% non avrebbe problemi a cambiare città e/o regione per lavorare, dato questo che indica flessibilità, ma non negativo. Altre statistiche però non sono entusiasmanti: l’82% dei neolaureati si dichiara pronto a svolgere un tirocinio gratuito pur di avere la possibilità di ottenere poi un lavoro pagato. Ricordiamo che la Costituzione tutela il diritto ad una giusta retribuzione, ma non è solo un problema di diritti. Se buona parte di ogni leva di neolaureati è disposta a lavorare senza retribuzione, le aziende possono sfruttare ciò e impiegare (gratuitamente) ogni anno nuova manodopera, creando un circolo vizioso. I nuovi neolaureati sarebbero disposti a lavorare gratuitamente per un lavoro che però non vedranno mai poiché ci sarà sempre qualcun altro dopo di loro disposto a svolgerlo senza essere retribuito. Stesso problema sugli orari di lavoro: il 52% degli intervistati considera accettabile lavorare anche di sera e/o nei fine settimana. Ovviamente gli unici a guadagnarci da tutta questa disponibilità sono i datori di lavoro. D’altro canto emergono anche numerosi aspetti positivi, come una maggior confidenza con le nuove tecnologie, voglia di migliorare la propria posizione e disponibilità ad apprendere nuove conoscenze. La conclusione è ambivalente: la Generazione Z è abituata ad […]

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Libri

Zucchero filato volante, truce fiaba di Fernando Camilleri

Zucchero filato volante, primo scritto di Fernando Camilleri, è stato pubblicato ad agosto 2016 per Eretica Edizioni. Il libro si apre con il misterioso incontro di Felice, undicenne che vuol diventare astronauta, con un nano in un bosco. Un’apertura da fiaba, ma ben presto i toni virano verso tutt’altro genere: efferati omicidi sconvolgono il paese di Alerte, dove abita Felice. Zucchero filato volante: fantasy angosciante di Fernando Camilleri Zucchero filato volante rientra nel genere della fiaba, visti gli elementi fantastici, ed in quello della favola per la morale esplicita, con una trama che cattura l’attenzione del lettore. Le pagine di Fernando Camilleri volano mentre si rimane intrappolati nel ritmo angosciante della narrazione e non si vede l’ora di arrivare al finale per scoprire tutti i retroscena della vicenda. Una riflessione sullo sfruttamento della natura da parte dell’uomo costituisce la morale della lettura, anche se in realtà è abbastanza scollegata dalla macabra vicenda, incentrata sulle disgrazie dovute al sogno di Felice. “Angosciante” è l’aggettivo più adatto alla trama del libro, poiché i protagonisti sono ancorati al loro destino di morte, senza poter cambiare nulla con le proprie scelte. Spesso sono persone che hanno avuto problemi nella vita e per loro non c’è redenzione: si trovano «al posto sbagliato nel momento sbagliato». Dai primi capitoli si capisce che il libro avrà un andamento tragico che alla fine lascerà con l’amaro in bocca. I personaggi sono bloccati in un meccanismo asfissiante, più grande di loro, e la narrazione sembra bloccata su dei binari. Come una locomotiva, si dirige verso l’impatto finale: solo che in Zucchero filato volante non ci sono binari morti o ingiustizie da riparare, solo persone bloccate in un destino ineluttabile, deciso da una spietata divinità. Il ritmo della narrazione è serrato, si alternano pagine necessarie alla descrizione della vicenda poche pagine descrittive necessarie ad inquadrare di volta in volta i personaggi appena introdotti, già prossimi alla morte o a qualche esperienza che segnerà il resto della loro vita. Tolta la morale che riguarda solo incidentalmente la vicenda, Zucchero filato volante si può definire un fantasy crudele, nel quale i protagonisti sono impotenti ed inchiodati ad un destino già segnato. Una fiaba senza lieto fine, che lascia allo stesso tempo turbati, dalla narrazione e dalla sua ineluttabilità, e soddisfatti, per aver raggiunto il finale ed essere stati così assorbiti dalla lettura.

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