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Eroica Fenice

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Glossario tecnico su Android

Android è il sistema operativo installato sul 60% circa degli smartphone e spesso si sentono termini ad esso legati dei quali non si conosce il significato, come root, OTA, recovery, flash. Facciamo un po’ di chiarezza sui termini più oscuri con questo glossario. Attenzione: alcune procedure qui descritte possono danneggiare, anche irreversibilmente gli smartphone o invalidarne la garanzia. Nel caso decidiate di approfondire e metterle in pratica è a vostro esclusivo rischio e pericolo. Android: il glossario * ADB: strumento incluso in Android Studio, nello specifico serve ad inviare comandi allo smartphone. * Android: è un sistema operativo, del codice che gestisce l’hardware dello smartphone (ormai un vero pc in miniatura) e permette di eseguire dei programmi su di esso. * Android Studio: insieme di software per creare software per Android e fare debug, individuazione e risoluzione di difetti nei software in sviluppo. * Bootloader: software che gestisce l’avvio del telefono. Permette avvio normale, in Fastboot Mode, in Recovery Mode. * Brick: condizione di telefono che è incorso in problemi, solitamente software, tali da renderlo inutilizzabile in modo potenzialmente definitivo. * Driver: software necessario per la corretta comunicazione tra pc e smartphone. * Fastboot Mode: modalità nella quale si possono inviare dei comandi da un pc ad un telefono ad esso collegato via cavo. Richiede l’installazione di Android Studio. * Factory Mode: modalità nella quale si possono effettuare test sull’hardware, ottenere informazioni o cancellare la memoria del telefono. È utilizzata nelle fabbriche a scopo di test, di solito è solo in cinese, è vivamente sconsigliato mettervi mano. * Firmware: insieme di tutto il software installato sullo smartphone: sistema operativo, recovery e parte dedicata alla gestione dell’hardware. * Flash: installazione di una Rom su di un telefono tramite ADB e Fastboot Mode. * Modding: creazione ed uso di software modificato. Ad esempio: installazione di versioni modificate di Android, acquisizione dei privilegi di root. * OTA: Over The Air, aggiornamento del firmware del telefono, distribuito dal produttore. Permette di aggiornare il sistema senza cancellare i dati o usare la Recovery Mode. Prima di effettuarne è comunque d’obbligo un backup. * OTG: On The Go, dispositivi e software che permettono di collegare allo smartphone periferiche quali tastiere e chiavi usb. * Recovery Mode: modalità dello smartphone da utilizzare in caso di problemi. Permette di fare e caricare backup, riportare il telefono alle impostazioni di fabbrica, effettuare aggiornamenti. * ROM: termine usato impropriamente che indica i file per installare una certa versione di Android sul telefono. Può essere una versione modificata con i privilegi di root già attivati, interfaccia riprogettata o altre differenze dalle versioni di Android ufficiali. Si vedano alcuni esempi qui. Normalmente in informatica indica una Read Only Memory, memoria di sola lettura. * Root: utente che ha il controllo totale del sistema operativo e può eseguire ogni tipo di operazione. Su Android di norma non è presente un utente root per motivi di sicurezza poiché un utente root e le app da esso eseguite possono impartire ogni comando, anche dannoso, allo […]

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Ataribox: il ritorno dell’Atari

Negli anni ’70 e ’80 la Atari era una delle compagnie più importanti nell’ambito di computer e videogiochi. Tra i suoi prodotti più famosi vi sono l’Atari 2600, una delle prime console per videogiochi ad avere un’ampia diffusione, e l’Atari ST, serie di personal computer. In quegli anni ha segnato la storia del mercato dei videogiochi, ma a partire dagli anni ’90 è iniziato il declino. Una serie di investimenti andati male seguiti da vari passaggi di proprietà hanno portato l’Atari ad occupare oggi un ruolo marginale. Questo potrebbe cambiare con l’annuncio di un nuovo prodotto, l’Ataribox. Ataribox, console evanescente L’Atari ha annunciato che ritornerà sul mercato delle console con l’Ataribox, di cui però al momento non si sa quasi niente. Le uniche informazioni disponibili, ricavabili dalla newsletter ufficiale, sono relative a due versioni della console, una delle quali richiama la vecchia 2600. Si sa, inoltre, che l’Ataribox avrà una connessione HDMI, 4 porte USB ed un lettore di schede SD. Altra notizia ufficiale è che probabilmente la produzione della console, quando avrà inizio, sarà finanziata con una campagna di crowdfunding. Le informazioni sicuramente non sono molte, si passa poi alle congetture. Partiamo dall’hardware: per alcuni sarà una console in grado di rivaleggiare con Playstation 4 e Xbox One, per altri sarà più orientata verso il retrogaming (l’utilizzo di videogiochi vintage). Sicuramente sfrutta lo stesso filone “nostalgico” già usato ad esempio dalla Nintendo con le riedizioni di NES e SNES, console anni ’90 della società giapponese. Stesso ragionamento per i giochi disponibili: dalle poche notizie rilasciate si evince che la produzione sarà incentrata su riedizioni dei giochi “classici” anche se saranno disponibili titoli moderni, ma non sono stati diffusi esempi né in un caso né nell’altro. Ovviamente non sono stati annunciati data e prezzo di lancio e probabilmente nel prossimo futuro non si avranno altre notizie a proposito dell’Ataribox. Vista questa mancanza di dettagli si può pensare che, nonostante gli articoli ottimisti circolanti, finora l’Ataribox esiste solo come operazione di marketing, sospetto aumentato dal fatto che nessuno l’ha vista realizzata. Le uniche prove dell’esistenza della console sono infatti delle immagini che ne mostrano solo l’esterno e potrebbero essere solo delle “scatole” vuote. Nessuna software house ha affermato di star producendo giochi per l’Ataribox, e del resto non è possibile nemmeno volendo, dato che non sono state pubblicate le specifiche da rispettare ed i software da usare per creare giochi per la console. Se così fosse la pubblicità fatta finora all’Ataribox sarebbe un modo per capire se si tratta di un affare realizzabile e redditizio. Il sospetto diventa certezza quando nei comunicati stampa ufficiali si legge che “Le groupe Atari a annoncé la « (…) préparation d’une campagne de relations publiques et de crowdfunding pour tester la viabilité d’un nouveau produit hardware pour les jeux vidéo ». Le Groupe a depuis diffusé une vidéo dévoilant un premier design de ce nouveau produit, dont les fonctionnalités et les caractéristiques techniques seront annoncées selon l’avancement des travaux.”. Tradotto e sintetizzato significa proprio che […]

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WiFi Italia: rete nazionale gratuita

Questo mese è stato lanciato in pompa magna il progetto WiFi Italia, finanziato da Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero dei Beni Culturali, Agenzia Digitale e Infratel Italia. L’obiettivo è la creazione di una “federazione” di reti WiFi tramite la quale turisti e cittadini si possano connettere gratuitamente ad Internet e ad una serie di servizi utili. Secondo gli ideatori Wi-Fi Italia servirà da incentivo al turismo e diffonderà tra i cittadini la possibilità di connettersi ad Internet. Per il ministro dei Beni e Attività Culturali e Turismo, Dario Franceschini, “La nuova app Wifi°Italia°It è uno strumento indispensabile per il turismo, settore in crescita esponenziale che può e deve essere governato tramite il digitale. Il Wifi può essere uno straordinario strumento per aiutare a promuovere un turismo diffuso, segnalando i siti sovraffollati e suggerendone altri in prossimità, e per fare sempre più dell’Italia una meta di un turismo colto, sostenibile e intelligente”. WiFi Italia: i dubbi Questa è la teoria, con WiFi Italia che è uno strumento fondamentale per il turismo ed i servizi al cittadino. Il problema è nella pratica: innanzitutto i tanto decantati servizi al momento non esistono, né per i turisti né per i cittadini. In molti casi è la stessa rete a non essere diponibile: basta controllare la mappa delle reti federate. I punti di accesso sono pochissimi anche nelle grandi città, al Sud sono praticamente inesistenti, con un solo punto d’accesso a Bari. Quindi è stato fatto un lancio in grande stile per un progetto che è quantomeno in piena fase di sviluppo. Altra problematica è nella modalità di connessione: al momento occorre installare sul proprio cellulare una app che in teoria, dopo una registrazione, ricerca gli hotspot più vicini e permette di passare da un access point all’altro senza perdere la connessione ogni volta. Significa che solo gli smartphone possono connettersi a WiFi Italia, mentre il sito dell’iniziativa recita che “Nelle versioni future della APP, renderemo possibile la registrazione con SPID e l’accesso per i PC portatili e pad”, ma al momento questa possibilità esiste solo sulla carta, come i servizi. Ci sono anche dubbi di tipo “teorico”, a partire da preoccupazioni sulla privacy. Di fatto WiFi Italia costituisce un enorme sistema centralizzato di dati sensibili poiché chi gestisce il sistema ha a disposizione i dati anagrafici dell’utente, la sua posizione e ovviamente i dati di navigazione. Il sito ufficiale rassicura che sarà effettuata solo una “analisi statistica dei dati, opportunamente anonimizzati, per studiare comportamenti e preferenze degli utenti e conseguentemente migliorare i servizi” ma non è possibile reperire in alcun modo le condizioni alle quali è offerto il servizio (i cosidetti TOS, Terms of Service). Altro punto oscuro è la partecipazione dei privati: mantenere una rete WiFi ha un costo. Non si capisce quindi perché dovrebbero partecipare e non è chiara nemmeno la modalità poiché sul sito è presente solo un invito a scrivere una mail per ottenere dei chiarimenti. Per ultimo il dubbio più importante: come può una connessione WiFi invogliare i turisti […]

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Attualità

Edilizia abusiva ad Alessandria d’Egitto

L’abusivismo edilizio è un problema in molti paesi ma in Egitto sta assumendo dimensioni enormi. Un esempio è dato dal crollo di un palazzo nel quartiere “Azarita” di Alessandria d’Egitto. Il 31 maggio (o il 1 giugno, le notizie sono discordi) un palazzo di tredici piani si è inclinato al punto da schiantarsi nell’edificio antistante. Miracolosamente non vi sono stati né morti né feriti e i due edifici sono stati evacuati. Il palazzo crollato, una sorta di “torre pendente” alessandrina, è rimasto in tale stato per 21 giorni finché non è stato demolito da squadre dell’esercito: queste hanno affermato che è stata una delle demolizioni più difficili che abbiano mai affrontato. Secondo i residenti il palazzo è diventato instabile dopo il crollo di un edificio vicino che fungeva da supporto: la “torre pendente” era stata costruita come edificio di quattro piani, aumentati poi a tredici. Secondo l’Egypt Indipendent l’edificio era stato costruito nel 2002 e già nel 2004 era stato oggetto di un’ordinanza di demolizione per motivi di sicurezza, mai eseguita. Ora i residenti sono stati sfollati in una vicina moschea, con un sussidio per provvedere ad un alloggio temporaneo e 21 case sono state finora assegnate ai coinvolti nel crollo. La “torre pendente” di Alessandria d’Egitto Questo crollo è però solo la punta di diamante dell’emergenza edilizia egiziana. Secondo il Built Environment Observatory, gruppo di ricerca egiziano, ogni anno in Egitto ci sono circa 400 crolli, con 200 morti e 800 famiglie sfollate: nella sola Alessandria d’Egitto si stima che gli edifici non sicuri siano oltre 14,000. Le cause di questo disastro vanno ricercate nella corruzione e nell’aumento della domanda di alloggi. Da un lato la popolazione è in crescita e ciò porta ad un aumento della domanda, inoltre spinge anche gli abitanti ad ignorare eventuali illegalità pur di avere una casa. La causa principale è però la corruzione, anche secondo fonti interne agli ispettori edili governativi. In Egitto le normative sull’edilizia esistono e sono anche piuttosto stringenti, ma non vengono applicate. In particolare capita che, spesso dietro mazzetta, i funzionari decidano di infliggere una multa al proprietario dell’edificio non a norma piuttosto che emettere un’ordinanza di demolizione. Il proprietario così ripaga la multa con i soldi derivanti dall’affitto dei piani abusivi e in caso di disastri la responsabilità è del un cosiddetto kahool, un prestanome con nulla da perdere che figura come proprietario dell’edificio in cambio di denaro. Nonostante la risonanza del caso della “torre pendente” d’Alessandria d’Egitto sono però in molti a credere che non cambierà niente e che continueranno ad accadere episodi simili. Francesco Di Nucci

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Attualità

Incendio sul Vesuvio, oltre 100 roghi in Campania

In queste ore un incendio divampa sul Vesuvio con violenza inaudita. Il fronte delle fiamme ha raggiunto i due chilometri, in via precauzionale sono stati evacuati degli edifici a Boscotrecase, Trecase, Torre del Greco, Terzigno. Due gli incendi principali, uno partito da Ercolano, l’altro da Ottaviano, che si sono poi uniti: si sospetta un’origine dolosa. La situazione è grave anche nel resto della regione: sono in corso circa 100 incendi, troppi per non sospettare una matrice dolosa. In totale in Campania sono schierati 600 uomini, elicotteri della regione e mezzi nazionali: Sikorsky S-64 e due Canadair su un totale nazionale di dodici. Nella zona del Vesuvio sono impiegati 200 uomini (SMA Campania e Vigili del Fuoco), due elicotteri (Protezione Civile e Regione Campania) e i due Canadair. La situazione è comunque grave e Luca Capasso, sindaco di Ottaviano, invoca l’intervento del governo e l’invio dell’esercito. Incendio sul Vesuvio: cenere nell’Avellinese Sono interessati i comuni di Boscotrecase, Ercolano, Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Torre Annunziata, Trecase, con effetti che vanno dal fumo che si diffonde in città all’evacuazione preventiva di edifici. Per dare un’idea delle proporzioni dell’incendio: la cenere è arrivata persino nell’Avellinese. La nube è visibile da tutte le località attorno al Vesuvio ed oggi è arrivata quasi ad impedirne del tutto la visione. In più punti sono state visibili fiammate di notevole intensità ed estensione. Finora l’incendio ha già arrecato gravi danni al parco del Vesuvio e si è esteso notevolmente, solo nei prossimi giorni sarà possibile spegnerlo e valutare i danni. Questo evento non può non portare ad alcune riflessioni sul tema della prevenzione. La causa dell’incendio è probabilmente dolosa e non sarebbe nemmeno la prima volta. Possibile che non vi sia modo di arginare il fenomeno? Quali sono gli interessi che portano a scatenare un incendio di tali proporzioni? Inoltre, visto che l’emergenza incendi si ripropone ogni estate, sarebbe forse il caso di potenziare i mezzi a disposizione di Protezione Civile e Vigili del Fuoco, con Canadair ed elicotteri, anzichè acquistare i famigerati F35. Francesco Di Nucci

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Multa da record: Google dovrà pagare 2,42 miliardi

La Commissione europea, organo dell’UE con numerose competenze tra cui quella di antitrust, ha inflitto a Google una multa di 2,42 miliardi di euro per aver abusato della sua posizione dominante nel mercato dei motori di ricerca. Google ora ha 90 giorni di tempo per mettersi in regola con le prescrizioni della commissione. Se non lo farà per ogni giorno di violazione dovrà pagare il 5% del fatturato giornaliero di Alphabet, società che raccoglie gli introiti di numerose attività del gruppo Google. La decisione arriva dopo un’indagine durata sette anni sul servizio ora noto come Google Shopping che permette di confrontare prodotti di ogni tipo. L’infrazione che ha portato alla multa non riguarda il servizio in sé ma il suo posizionamento all’interno delle ricerche effettuate su Google. Infatti se un utente cerca su Google un prodotto i risultati di Google Shopping sono posti in evidenza in alto, mentre altri servizi di comparazione simili si trovano nella colonna dei risultati generici, mettendo così in risalto i risultati di Google. Nelle prove effettuate dalla Commissione risulta che il primo risultato di un servizio di comparazione diverso da Google Shopping si trova a pagina 4 delle ricerche. Ed è provato che la prima pagina totalizza il 95% delle visualizzazioni, la seconda solo l’1% poi sempre a scendere. La multa non è dovuta al servizio in quanto tale ma al fatto di averlo promosso a scapito della concorrenza. La commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager ha infatti dichiarato: «La strategia usata da Google per i suoi servizi shopping non era solo attrarre gli utenti rendendo i suoi prodotti migliori di quelli dei rivali. Google ha invece abusato della sua posizione dominante sul mercato della ricerca per promuovere il suo servizio di comparazione dello shopping nei suoi risultati, declassando quelli dei suoi concorrenti. Quello che ha fatto è illegale per le regole antitrust». 2,42 miliardi: multa record La multa da 2,42 miliardi ha segnato un record poiché è la più alta mai inflitta dall’UE, ma è comunque inferiore al massimo imponibile per legge. Questo è infatti il 10% del fatturato di Google, 80 miliardi nel 2016, quindi 8 miliardi. Dal canto suo Google annuncia di essere in disaccordo con la decisione europea e annuncia ricorso. Sostiene infatti che il suo servizio agevola l’utente negli acquisti rispetto agli algoritmi concorrenti e dunque merita una posizione migliore nei risultati. Si annuncia una lunga causa, anche poiché questa non è l’unica indagine europea a carico di Google: anche su Android e AdSense vi sono infattti sospetti di pratiche illecite per ottenere e mantenere una posizione dominante. In ogni caso questa multa segna la fine del web come far-west dove non esistono regole nemmeno per chi opera in ambiti legali. Francesco Di Nucci

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Attualità

Scuole: nove su dieci non antisismiche

Il MIUR, il ministero dell’istruzione, per la prima volta ha pubblicato i dati riguardanti gli edifici scolastici e il rispetto delle normative antisismiche; sono relativi all’anno scolastico 2015/16, alle scuole statali di ogni ordine e grado, a livello nazionale (escluse le province autonome di Trento e Bolzano: ne risulta che su dieci edifici scolastici ben nove non sono a norma. Partiamo dai numeri: su 50.804 scuole analizzate 44.486 non sono state progettate secondo le normative antisismiche o adeguate ad esse con successivi ammodernamenti. Si tratta dell’88% degli edifici scolastici, mentre solo 6318 scuole risultano a norma, il 12% circa del totale. Ben 8382 edifici hanno più di 50 anni (il 16%) e di questi solo 710 (l’8% degli edifici vetusti) sono stati adeguati alla normativa antisismica. Non finisce qui: in particolare su 37.786 scuole che sono in zone classificate a rischio sismico (3578 in zone ad elevato rischio) solo 5656 sono a norma, di cui 807 in zone ad alto rischio. Per 616 scuole il rischio sismico invece non è stato calcolato o comunicato a chi ha steso la relazione. Scuole e normativa antisismica Cosa significano tutte queste cifre? Innanzitutto che sebbene la normativa cui si fa riferimento sia del 2008, 9 anni fa, quasi tutte le scuole ancora non sono state adeguate: la maggior parte delle scuole non sono sicure da un punto di vista sismico. Il Consiglio Nazionale dei Geologi ha commentato in proposito: “Difficile prevedere quali saranno le conseguenze in caso di un terremoto di una certa intensità, ma certo i precedenti non invitano all’ottimismo.” Il MIUR di certo non ignora il problema: nel piano di edilizia scolastica è presente uno stanziamento di fondi per l’adeguamento antisismico delle strutture scolastiche. Non lo ignora, lo sottovaluta, e di molto, poiché tale fondo ammonta a soli 40 milioni di euro, assolutamente insufficienti a finanziare il numero di interventi necessario ad ammodernare tutte le scuole. Infatti se i fondi fossero egualmente suddivisi tra le 44.486 scuole a rischio ad ognuna di esse spetterebbero circa 900 euro. Puntualmente ad ogni terremoto il tema dell’adeguamento degli edifici e della prevenzione torna improvvisamente alla ribalta e altrettanto puntualmente scompare con il dissolversi del clamore mediatico, senza che siano stati presi provvedimenti per cambiare la situazione. I dati relativi all’edilizia indicano al contrario che al posto di una gestione “emergenziale”, che arriva dopo il sisma, per contare le vittime e riparare i danni, occorre utilizzare un approccio preventivo e mettere in sicurezza gli edifici finché si è in tempo. Francesco Di Nucci

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Recensioni

Killer Loop’S e Kremisi: i nuovi fumetti di Stefano Labbia

La continua ricerca di vendetta accomuna Kimberly e Jackson Moore, personaggi rispettivamente di Killer Loop’S e Kremisi. Creati dal fumettista Stefano Labbia e pensati come graphic novel seriali, esordiranno probabilmente l’anno prossimo, disegnati rispettivamente da Francesco Grieco e Francesco Tosi. Ambedue saranno pubblicati in formato americano 17×24, per Killer’S Loop (stampato in tricromia bianco/nero/rosso) c’è un contratto con la LFA Comics mentre le trattative per Kremisi (stampato a colori) sono ancora in corso. Killer Loop’s e Kremisi: in cerca di vendetta In Killer’S Loop il protagonista principale è Kimberly, sicario su commissione in cerca di vendetta per l’omicidio di sua sorella, uccisa da una gang affiliata al cartello Pauraz. Il genere è azione/black humour, sull’esempio di Deadpool, inclusi protagonisti provvisti di superpoteri. Non Kimberly, che preferisce invece una 9mm silenziata nella sua parabola alla ricerca di vendetta e di riscatto. Antieroe, Kimberly vede la sua storia disegnata in un formato da sei vignette a pagina, in tricromia. Esordirà a fine anno/inizio anno prossimo con un albo di circa 60 pagine per la LFA Comics e sono previsti quattro volumi per completare la serie principale. Sono stati pensati anche spin-off come Killer Loop’S: Kaos, dove sono presentati gli altri protagonisti della serie. Kremisi vede come protagonista Jackson Moore, metalmeccanico che in un incidente acquisisce dei superpoteri: è capace di materializzare ciò a cui pensa. Mentre affronta i suoi problemi personali (vedovo con un figlio adolescente), mette le sue capacità al servizio della lotta contro il crimine (dotato anch’esso di superpoteri) e nel corso della storia cerca il suo posto nel mondo. La sua storia è narrata in un formato più libero, con le vignette che a volte escono dai propri confini per sovrapporsi alle adiacenti. È pensato anch’esso come fumetto seriale ma al momento non si hanno informazioni precise sul numero di volumi previsti e su eventuali spin-off. Le trattative per la pubblicazione sono ancora in corso ma presumibilmente sarà pubblicato l’anno prossimo. Sia Killer Loop’S che Kremisi sono “lavori in corso”, il materiale a disposizione su ambedue non è molto: poche tavole, la trama e la descrizione dei personaggi. Ma le poche informazioni rilasciate lasciano pensare ad un fumetto davvero sorprendente. La trama coinvolge; i personaggi (antieroi o eroi loro malgrado) “hanno carattere” ed i disegno lo riflettono. I presupposti per un fumetto accattivante ci sono, ora bisogna solo aspettare la pubblicazione dei volumi per vedere se le aspettative saranno realizzate. Francesco Di Nucci

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WannaCry: “cavallo di ritorno” informatico

Nel mese di maggio si è parlato molto del ransomware WannaCry (alias WanaCypt0r), a volte in maniera imprecisa. Ma di cosa si tratta? È un virus che colpisce i sistemi Windows e cripta tutti i file del sistema, cioè li rende illeggibili a meno di non possedere apposite “chiavi”. Poi chiede ai malcapitati un riscatto di 300 dollari (da pagare in Bitcoin) per le “chiavi” necessarie allo sblocco del computer: in pratica è un “cavallo di ritorno” applicato ai computer. Non è il primo malware che agisce in questo modo ma è il primo ad avere avuto una notevole diffusione, infatti si è diffuso su oltre 200.000 computer in circa 150 paesi, raccogliendo però solamente 120.000 $ di riscatto. Attualmente la diffusione del virus si è fermata e nella maggior parte dei casi le vittime non hanno pagato, così come consigliato da forze dell’ordine ed esperti di sicurezza: in casi del genere non si hanno garanzie sullo sblocco dei dati dopo il pagamento. WannaCry: da dova arriva? WannaCry si basa su due exploit per Windows, EternalBlue e DoublePulsar, sviluppati da un gruppo dell’NSA. Questi, insieme ad altri strumenti e tecniche per il cyber-spionaggio, sono stati trafugati all’NSA e sono finiti nelle mani del gruppo hacker Shadow Broker, che li ha resi pubblici. Su questo materiale si sono poi basati gli autori di WannaCry, attualmente ignoti. Non è stato finora possibile rintracciare gli autori tramite i riscatti pagati poiché i trasferimenti sono avvenuti in Bitcoin, una valuta virtuale estremamente difficile da rintracciare, inoltre nessun gruppo ha rivendicato la diffusione del malware. Nonostante sia disponibile da marzo una patch che rimedia alle falle sfruttate da WannaCry, il virus si è diffuso notevolmente poiché in molti casi questa non è stata applicata. In alcuni ambiti “strategici” (ferrovie, servizi sanitari ecc.) prima di effettuare aggiornamenti bisogna, per ovvi motivi, accertarsi che questi non interferiscano con il corretto funzionamento dei programmi già presenti sulle macchine. Che succederebbe se ad esempio un aggiornamento del sistema impedisse il corretto funzionamento dei computer di un’intera compagnia telefonica? Il virus non ha colpito solo i privati ma anche enti statali, come il sistema sanitario inglese, o grandi compagnie, come la Telefonica, operatore telefonico. È disponibile uno strumento, “wanakiwi”, che prova a recuperare le chiavi per decifrare i file dalla memoria del computer. Purtroppo questo è possibile solo se il pc non è stato riavviato dopo l’installazione di WannaCry e se le chiavi sono ancora in memoria, altrimenti i file del computer sono irrecuperabili. La diffusione del virus è stata ora bloccata, oltre che con la diffusione della patch di sicurezza, grazie ad un meccanismo di sicurezza interno al virus. Prima di entrare in azione questo controlla se i due domini sono stati acquistati. Se i siti sono attivi WannaCry non cifra i file, probabilmente è un meccanismo introdotto dai suoi creatori per arrestarlo in caso di bisogno. Esperti di sicurezza hanno scoperto questa funzione e hanno registrato i domini, arrestando la diffusione del ransomware. Ora è aperto il dibattito […]

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Libri

Residenza Arcadia: storia di un condominio

Residenza Arcadia, pubblicato da Bao Publishing, è la prima storia lunga del fumettista Daniel Cuello. Argentino di nascita e italiano d’adozione, da tempo pubblica vignette, racconti brevi ed illustrazioni sul web e per due anni ha lavorato su Residenza Arcadia. La storia si svolge in un condominio (la Residenza Arcadia del titolo) alla periferia di una grande città. Le giornate passerebbero tranquille tra liti e battibecchi tra i condomini, come quelle di un palazzo qualsiasi, se non fosse che le vite dei protagonisti si intrecciano con la dittatura militare che controlla il paese. Un non specificato partito unico controlla le vite dei cittadini nel dettaglio, scegliendo persino l’amministratore del palazzo. Un giorno però viene allocata una nuova famiglia a Residenza Arcadia. Questo porterà a scoprire i drammi che si agitano nel palazzo, mentre i giorni passano lentamente tra liti sulle petunie, parate militari e arresti sommari. Residenza Arcadia: uomini e condomini Residenza Arcadia non è un fumetto d’azione: con il suo ritmo placido narra l’umanità che abita nel palazzo, con le sue storie, i suoi drammi, i rapporti interpersonali e con la dittatura. I personaggi includono vecchietti che si lamentano costantemente, vicine pettegole, giovani che amano la musica ad alto volume: chi abita in un condominio li riconoscerà sicuramente. Ma la loro vita non può non intrecciarsi con la dittatura nel paese: i giovani sono chiamati al servizio militare, nel palazzo abitano fedeli funzionari del partito e vedove di oppositori politici. Si alternano quindi momenti di comicità e scene serie: alle indimenticabili liti per la scelta dei fiori per abbellire il palazzo si oppongono arresti di oppositori e la scoperta di inconfessabili segreti dei condomini. La storia di Residenza Arcadia coinvolge il lettore: il ritmo lento non lo annoia ma lo attira sempre più fino al finale che lascia l’amaro in bocca, seppur addolcito da qualche nota d’ottimismo. Gli intermezzi comici riescono a non rendere pesante la vicenda ed alla fine fanno essi stessi parte del racconto della vita in comune, che a volte sembra quasi un gran teatro. Un’altra scelta stilistica è l’alternanza tra mostrare e non mostrare, che dà profondità alla storia. Il partito, i suoi scagnozzi, i nuovi inquilini: nessuno di questi viene mostrato direttamente. La loro esistenza si deduce dagli effetti che hanno nella vita dei protagonisti, sono delle entità estranee ma questo li rende reali. Nei disegni infine dominano i colori caldi che portano un’apparenza di allegria in quella che è in gran parte una storia di chiusura, diffidenza, tradimento e paura degli altri. Francesco Di Nucci

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Fun & Tech

Sistemi operativi bizzarri e insoliti

Un sistema operativo è il software che gestisce l’hardware di un computer e consente di eseguire altri software su quel computer. Tra i più conosciuti ci sono Windows della Microsoft, OS X della Apple, Android e tutti i sistemi basati su Linux (ad esempio Debian ed Ubuntu). Il numero di sistemi operativi in circolazione è enorme e alcuni di loro sono quantomeno bizzarri. Ecco alcuni dei sistemi operativi più insoliti ed originali: * Android x86 Molti conoscono il sistema operativo Android, installato sulla maggior parte degli smartphone in commercio. Ma ne esiste anche una versione non ufficiale pensata per funzionare sui normali computer domestici. La versione “normale” di Android può infatti funziona solo sugli smartphone: i telefono montano dei processori ARM mentre quelli dei computer sono x86. In pratica l’hardware funziona in maniera diversa e qui arriva Android x86 che per il resto funziona allo stesso modo del sistema installato sugli smartphone. * Haiku Haiku è un clone open source di un sistema operativo esistente, cioè dovrebbe funzionare allo stesso modo del sistema clonato, in questo caso BeOS. Negli anni Novanta la Be Inc. tentò di entrare nel mercato dei sistemi operativi con il suo BeOS, in competizione con Microsoft ed Apple. Il tentativo non ebbe successo e finì con il fallimento della compagnia nel 2001, ma degli appassionati di BeOS hanno creato il sistema Haiku che è moderno ma vuole essere compatibile con i programmi pensati per il vecchio sistema. * MenuetOS e KolibriOS MenuetOS ed il sistema da esso derivato KolibriOS (nella foto in evidenza) sono sistemi operativi scritti in Assembly, uno dei linguaggi di programmazione più prossimi al “codice macchina”, cioè quello espresso in binario (usando solo 0 ed 1) ed eseguito dall’hardware. Entrambi i sistemi offrono un interfaccia grafica ed una connessione alla rete pur avendo requisiti hardware minimi: 8 megabyte di ram e per contenerli bastano dei floppy da 1.44MB. * ReactOS ReactOS (in foto) si propone come clone open-source di Windows, in pratica dovrebbe funzionare come i sistemi della Microsoft e consentire di eseguire gli stessi programmi ma sarebbe gratuito e il codice sorgente del sistema sarebbe liberamente accessibile. ReactOS riesce effettivamente a far funzionare molte applicazioni pensate per i sistemi Microsoft, soprattutto per i più vecchi come il DOS, ma l’obiettivo della compatibilità totale è ancora molto lontano. * TempleOS È un sistema operativo a 64 bit creato dal programmatore statunitense Terry A. Davis, che sostiene che Dio abbia voluto la creazione del sistema operativo TempleOS come Terzo Tempio. Il sistema operativo funziona solo con una risoluzione di 640×480 e non può connettersi ad Internet, lo stesso autore lo ha definito come una specie di “Commodore 64 a 64 bit”. Francesco Di Nucci

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Libri

Black Hammer: supereroi ed America rurale

Cinque supereroi bloccati da dieci anni in un mondo “normale”: inizia così “Black Hammer” di Jeff Lemire, Dean Ormston e Dave Stewart. Alla fine della loro battaglia più importante per salvare Spiral City si sono ritrovati intrappolati in un mondo dal quale non possono scappare e dove sono costretti a reinventarsi vite da persone comuni. Ma non tutti credono alla loro morte in battaglia e qualcuno cerca di ritrovarli… Pubblicata negli Stati Uniti dalla Dark Horse la serie è ancora in corso, ed il volume 1 dalla Bao Publishing ne raccoglie i primi sei numeri. Black Hammer: i super-antieroi di Jeff Lemire L’idea per la serie è nata nel 2007/2008, prima che il canadese Jeff Lemire diventasse un fumettista di professione (ha lavorato tra gli altri per DC e Marvel Comics). Black Hammer unisce le due passioni dell’autore: i supereroi di varie “epoche” del fumetto statunitense, di cui i protagonisti della serie sono una sua personale reinterpretazione, e le storie dell’America rurale (ha esordito con Essex County, storie di persone comuni che vivono nell’omonima contea in Canada). Il fumetto presenta i supereroi in un contesto atipico: non impegnati a salvare il mondo ma costretti a cercare di rifarsi un vita “normale”, alla quale nessuno riesce ad adattarsi del tutto: devono fare i conti con le difficoltà di tutti i giorni, il fallimento continuo dei loro tentativi di fuggire da quel mondo, con una convivenza forzata che dura da un decennio e con un passato che seppur diverso è stato travagliato e doloroso per tutti loro. Non sono certo degli eroi “senza macchia e senza paura” ma diventano quasi dei “super-antieroi”, alle prese con la vita quotidiana, con i loro problemi e debolezze: Black Hammer propone quindi un punto di vista molto particolare sui supereroi. Fanno da sfondo alla vicenda le dinamiche della piccola cittadina rurale dove sono costretti e la suspence del mistero irrisolto che li ha condotti lì. Altre particolarità di Black Hammer sono la chiusura di ogni numero con un “cliffhanger”, un colpo di scena per tenere alta l’attenzione, e la rottura della quarta parete, con ad esempio Madame Dragonfly che si rivolge direttamente ai lettori. Anche lo stile del disegno lo differenzia dagli altri fumetti di supereroi: il tratto di Dean Ormston si distingue da quello delle storie di supereroi “mainstream” ma riesce a sottolineare contemporaneamente sia la particolarità di Black Hammer che la sua appartenenza al genere dei fumetti di supereroi. Non si può che concordare con un commento dell’autore: “Rimanete nei paraggi, perché la storia è appena cominciata.” Francesco Di Nucci

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Eventi/Mostre/Convegni

Droni in Mostra alla Mostra d’Oltremare

Nei giorni 10, 11 e 12 marzo al Padiglione 6 della Mostra d’Oltremare si è tenuto l’evento “Droni in Mostra”, pensato per mostrare le possibilità ludiche e lavorative dei droni, piccoli velivoli radiocomandati. I droni, o aeromobili a pilotaggio remoto, hanno numerose applicazioni potenziali poiché possono decollare rapidamente e ad un costo contenuto, trasportare piccoli carichi e/o sensori e coprire rapidamente grandi aree. Ad esempio la Croce Rossa, presente come espositore all’evento, ha mostrato alcuni possibili usi dei droni (in foto) in caso di emergenza, per sorvegliare dei fiumi a rischio esondazione o trasportare dei sensori per trovare persone disperse in situazioni di scarsa visibilità. Droni in Mostra: i piccoli aeromobili a pilotaggio remoto alla Mostra d’Oltremare Il 10 marzo l’esposizione non è stata accessibile al pubblico poiché era rivolta agli addetti ai lavori (presenti tra gli altri l’Ordine degli Ingegneri di Napoli e l’Ordine dei Geologi della Campania) ed è stata incentrata sulle applicazioni dei droni, come il monitoraggio del territorio e l’utilizzo in operazioni di soccorso. Le giornate dell’11 e del 12 sono state aperte al pubblico: nella giornata di sabato alla manifestazione si sono tenute attività pensate per i principianti, domenica invece l’evento era più orientato verso attività per i piloti professionisti. Queste ultime due giornate hanno purtroppo risentito negativamente, per contenuti ed affluenza, delle tensioni per la presenza, proprio in quegli stessi giorni, di Salvini al centro congressi della Mostra (evento non legato all’esposizione sui droni). Durante entrambe le giornate a “Droni in Mostra” erano previste sia attività ludiche che fieristiche ed espositive, ma queste ultime sono quasi tutte saltate. Tra i pochi espositori presenti una scuola per piloti di droni, aziende che rivendono o costruiscono droni, una che li utilizza in campo produttivo e la Croce Rossa. La voliera ed i cinque stand effettivamente presenti sono stati allestiti giovedì, mentre l’installazione del resto degli stand per gli espositori e di altre parti della struttura era prevista per venerdì. Ma proprio venerdì vi sono state le prime proteste per la presenza di Salvini a Napoli e per questi motivi non è stato possibile trasportare i materiali necessari all’allestimento. Inoltre nel pomeriggio della giornata dell’11 le proteste e gli scontri seguiti hanno reso impossibile raggiungere l’evento, anche per scolaresche ed espositori e per questi motivi l’affluenza è stata inferiore al previsto. L’11 sono stati registrati durante tutta la giornata circa 3000 visitatori quando ne erano attesi almeno 2000 in più, il 12 nei momenti di massimo afflusso erano presenti circa 150 persone contemporaneamente. Sui social l’organizzazione di “Droni in Mostra” è stata criticata per tutti questi problemi, anche se questi per la maggior parte non sono dipesi da loro. Il lato “ludico” di “Droni in Mostra” non ha invece avuto problemi particolari e sono stati organizzate attività sia per i piloti professionisti che per i visitatori. All’interno della voliera (nella foto in evidenza, uno spazio circondato da una rete, costruito all’interno del padiglione, per far volare i droni in sicurezza) sono stati mostrati vari tipi di droni. Molto appariscenti quelli […]

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Attualità

Bonus cultura esteso ai ragazzi del 1999

Con la Legge di Bilancio 2017 (L.11 dicembre 2016, n. 232, comma 626) il bonus cultura è stato esteso a coloro che compiono 18 anni nel 2017 cioè anche ai nati nel 1999, le modalità con le quali questi potranno richiederlo devono però ancora essere stabilite. Bonus cultura: cos’è e come si richiede Il bonus cultura, alias 18App, è un bonus del valore di 500 euro che può essere speso in Cultura. In particolare può essere utilizzato per acquistare: biglietti per assistere a rappresentazioni teatrali e cinematografiche e spettacoli dal vivo libri ingresso a musei, mostre ed eventi culturali, monumenti, gallerie, aree archeologiche, parchi naturali Può essere speso sia in esercizi fisici che online purché siano convenzionati. Sono  inoltre disponibili sul sito un elenco delle attività convenzionate e le istruzioni agli esercenti per aderire (questi ultimi hanno tempo fino al 30 giugno 2017 per registrarsi e convenzionarsi). Il bonus cultura può per ora essere richiesto solo dai nati nel 1998 “residenti in Italia, in possesso di permesso di soggiorno dove richiesto“, che hanno tempo fino al 30 giugno 2017 per richiederlo e fino al 31 dicembre 2017 per spenderlo. Il bonus è stato esteso ai nati nel 1999 ma ancora non è stato stabilito come questi ultimi potranno richiederlo. I nati nel 1998 devono dotarsi di credenziali SPID (identità digitale) tramite una delle società convenzionate. Sono necessari: un indirizzo e-mail un numero di telefono cellulare un documento di identità valido (uno tra: carta di identità, passaporto, patente, permesso di soggiorno) tessera sanitaria con il codice fiscale Le società che offrono la procedura sono: Aruba ID InfoCert ID Tim ID Sielte ID Poste ID via webcam (a pagamento) via webcam (a pagamento) di persona via webcam (a pagamento) via webcam (gratis) di persona (gratis) online (gratis) di persona (gratis) a domicilio (a pagamento) Ottenute le credenziali SPID occorre usarle per registrarsi sul sito 18App per ottenere il bonus; tramite questo sito poi lo si spende generando dei buoni da utilizzare di volta in volta nelle attività convenzionate. Francesco Di Nucci

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Fun & Tech

Hoaxy: motore di ricerca sulle notizie false

L’Università dell’Indiana ha lanciato Hoaxy, un motore di ricerca che analizza la diffusione delle bufale (o potenziali tali) e delle analisi dei siti di verifica dei fatti (alias fact checking). Il motore di ricerca è nato nel dicembre 2016 dal progetto OSoMe che studia la diffusione delle informazioni sui social media: il nome infatti è la sigla di Osservatorio sui social media e ne fanno parte anche alcuni italiani. Hoaxy non si occupa di stabilire se le notizie siano vere o false ma permette solo di studiarne la diffusione sui social network (al momento Twitter) tramite l’analisi e la rappresentazione di dati raccolti in automatico. Hoaxy: come funziona? Hoaxy è composto da due parti, una che raccoglie automaticamente dei dati pubblici e l’altra che permette di effettuare ricerche e rappresentare i risultati. La raccolta dei dati è basata su una lista di siti noti per aver diffuso notizie false e una lista di altri siti che invece si occupano di verificare ed eventualmente sbugiardare le notizie circolanti in rete. Quando questi siti pubblicano un articolo, che viene poi condiviso sui social network, il sistema registra chi e quante volte li ri-condivide. Si passa quindi alla funzione di ricerca di Hoaxy: si inserisce una parola chiave e vengono visualizzate tutte le notizie relative all’argomento, evidenziate in viola quelle dei siti di “notizie dubbie” ed in arancione quelle dei siti di fact checking. Per ognuna è riportato il numero di tweet e si possono selezionare una o più notizie di cui visualizzare altri dati. Confrontando varie notizie si passa quindi a due grafici che mostrano ulteriori informazioni. Il primo grafico mostra la diffusione dei due tipi di notizie in base al tempo, l’altro è una “mappa interattiva” (nella foto) che rappresenta da dove sono partite le condivisioni e chi hanno raggiunto. È anche possibile visualizzare i singoli tweet e gli account di chi li ha effettuati. Hoaxy per ora analizza solo siti statunitensi ma la situazione potrebbe cambiare presto. Filippo Menczer, professore dell’Università dell’Indiana, ha dichiarato “Abbiamo registrato un’impennata delle fake-news nel periodo delle presidenziali americane, stiamo cercando di portare in Europa e in Italia il nostro strumento Hoaxy per tracciare le bufale online e vogliamo che diventi accessibile a tutti, ‘open source’. Stiamo facendo del nostro meglio, speriamo accada entro qualche mese”. Anche se come già detto Hoaxy non stabilisce se le notizie siano vere o false, è uno strumento utile per studiarne la diffusione: capire “dati alla mano” chi, come e quando diffonde notizie false sul web. Si spera quindi possa entrare presto in azione anche in Europa.

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Attualità

Professor Watchlist scheda i professori di sinistra negli USA

Apparso a novembre 2016, il sito Professor Watchlist elenca i professori universitari statunitensi accusati di “fare propaganda di sinistra in aula e discriminare gli studenti conservatori” ed è gestito dall’associazione conservatrice Turning Point USA. L’elenco include circa 200 professori, le affermazioni che hanno fatto per essere giudicati “di sinistra” e le fonti di tali affermazioni: quasi un maccartismo 2.0. C’è persino la possibilità di “segnalare” i professori sfuggiti alla lista e le loro affermazioni. Professor Watchlist: schedario dei professori di sinistra Alla Turning Point USA sostengono che il sito Professor Watchlist si limiti ad aggregare informazioni già esistenti e che anzi sia, addirittura, “un esempio di libertà di parola” poiché i professori sono liberi di dire ciò che vogliono e loro di schedarli. Inoltre affermano che il sito consenta agli studenti di sapere ciò che accade nelle loro università e di essere pronti a discutere. In realtà lo scopo sembra essere più quello di intimidire i professori e contrastare la libertà di parola: iniziative del genere danno l’idea che sia normale che le idee conservatrici non possano essere discusse e che chi va contro quelle idee debba essere identificato e schedato. Per i professori essere inclusi nella lista può essere oltre che una seccatura anche un ostacolo alla carriera e alcuni di loro hanno ricevuto mail/telefonate di odio e minacce dopo essere stati inclusi nella lista. Le reazioni alla creazione di Professor Watchlist sono state varie e giustamente critiche. Si va da chi sostiene di dover tener in considerazione la faccenda pur senza esagerare a chi l’ha presa con il senso dell’umorismo. Ad esempio, dopo aver saputo di essere stato aggiunto alla lista, il professor Dale Maharidge della Columbia University ha commentato ironicamente che ci è riuscito grazie al lavaggio del cervello degli studenti effettuato tramite caffè radicali fatti con semi coltivati dai comunisti in Guatemala. Altri hanno usato il modulo per segnalare i professori come Albus Silente del film Harry Potter, poiché «supporta il welfare e incoraggia gli orfani ad andare a scuola». Resta però il timore espresso dallo stesso Maharidge che la lista possa essere usata per prendere di mira i professori e che quindi non vada sottovalutata. Francesco Di Nucci

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Fun & Tech

Ecosia: il motore di ricerca ecologico

Investire parte dei ricavi in progetti di riforestazione: questa è l’idea alla base di Ecosia, motore di ricerca ecologico. La società che gestisce Ecosia ha sede in Germania e per fornire i suoi servizi si appoggia a Bing, il motore di ricerca gestito dalla Microsoft, usando anche algoritmi propri. Questo poiché ovviamente mettere su un motore di ricerca proprio ha dei costi e dei tempi che per una piccola società sono impossibili da affrontare. È come se Ecosia fosse una “maschera” per cercare su Bing, solo che i guadagni della pubblicità mostrate nelle pagine dei risultati del motore di ricerca oltre che a Bing vanno ad Ecosia, che li reinveste. Nelle pagine dei risultati sono presenti sia link a siti sponsorizzati correlati che referral a negozi online (cioè link che prevedono sull’acquisto una commissione per chi ospita i link, senza comunque aumentare il prezzo d’acquisto). La società che gestisce Ecosia, la Ecosia GmbH con sede a Berlino, è composta da circa venti persone ed ha lanciato il motore Ecosia nel 2009. Si definisce un “social business”, cioè una società che genera degli utili (vi lavorano dipendenti, non volontari) ma ne reinveste buona parte in attività sociali. Nel 2014 è arrivata a finanziare progetti per un totale di un milione di alberi piantati (numero arrivato a sei milioni ora) e si prefigge di riuscire a piantare un miliardo di alberi entro il 2020. Tra i vari progetti ecologici che potevano essere finanziati Ecosia ha scelto alcuni riguardanti proprio la riforestazione poiché piantare alberi oltre ad avere effetti ambientali (come l’assorbimento della CO2 ed il contrasto alla desertificazione) aiuta le comunità locali offrendo opportunità di lavoro, ad esempio nell’agricoltura, consentendo uno sviluppo economico della zona. Ecosia: i progetti finanziati I progetti finanziati sono tre (per non disperdere eccessivamente i finanziamenti): Greening the Desert in Burkin Faso, gli Eden Reforestation Projects in Madagascar e Alto Huayabamba in Perù. Greening the Desert è un progetto in Burkina Faso dell’ONG belga WeForest in collaborazione con l’ONG Entrepreneurs Without Borders. Prevede di contrastare l’espansione del deserto del Sahara ripristinando foreste nel Sahel con una particolare tecnica di coltivazione. I semi sono posti in fossati a mezzaluna riempiti d’acqua, così possono superare la stagione asciutta ed essere poi in grado di sopravvivere autonomamente al clima arido. Gli Eden Reforestation Projects in Madagascar mirano invece a ripristinare le foreste di mangrovie che oltre ad assorbire CO2 fanno da barriera contro l’erosione delle coste dovuta alle maree. Il progetto Alto Huayabamba (parte del PUR Project) opera in una zona del Peru deforestata durante gli anni 80 per coltivare cocaina. Successivamente i coltivatori con aiuti statunitensi sono passati alla coltivazione del cacao, il progetto si occupa di rimediare ai danni della deforestazione ed assicurare che la coltivazione del cacao sia sostenibile. Francesco Di Nucci

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