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Eroica Fenice

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Stranger things: la resurrezione degli anni ’80

Prodotta dai fratelli Matt e Ross Duffer per Netflix, Stranger Things è una serie tv che ha fatto la gioia dei nostalgici degli anni ’80, ma anche degli appassionati di paranormale e fantascienza. Il successo che ha ottenuto nell’estate scorsa (da noi è giunta il 15 luglio 2016) ha ricompensato la fiducia che molti spettatori hanno riposto nella piattaforma on demand, che ovviamente è stata ben ripagata con un ottimo prodotto.

Sinossi della trama.

La vita della tranquilla cittadina di Hawkins, nello stato dell’Indiana, viene interrotta dalla  scomparsa di un ragazzino di nome Will (Noah Schnapp). Sulle sue tracce si mettono gli amici Mike (Finn Wolfhard), Dustin (Gaten Matarazzo) e Lucas (Caleb McLaughlin). Questi credono che la scomparsa dell’amico sia legata ad eventi soprannaturali e impossibili da comprendere con il solo raziocinio.

La vicenda diventa sempre più intricata quando i ragazzini si imbattono in Eleven (Millie Bobbie Brown), una loro coetanea dotata di poteri telecinetici e fuggita dal laboratorio di Hawkins. A ciò si aggiunge la presenza di una mostruosa creatura, anch’essa fuggita dal laboratorio e che sembra tormentare Joyce (Wyona Ryder) e Jonathan (Charlie Heaton), rispettivamente la madre e il fratello maggiore di Will.

Stranger Things, ovvero “operazione nostalgia”

Il merito principale che si può attribuire alla serie dei fratelli Duffer è senza dubbio l’uso spropositato del “fattore nostalgia”. Stranger Things è una serie in cui si respirano e si vivono davvero gli anni ’80: dai titoli di testa che aprono ogni singolo episodio, all’uso delle luci e della fotografia, fino alle citazioni al cinema fantascientifico ed horror (A Nightmare on Elm Street, Stand by me, La Casa, E.T.), alle canzoni rock e disco di quegli anni -che si affiancano a composizioni originali ad opera del compositore Kyle Dixon- fino alla presenza di elementi come i Walkie-Talkie o il gioco da tavolo Dungeons and Dragons. Non c’è una sola scena in cui l’odore e il sapore di quegli anni non vengano ricostruiti attraverso una cura maniacale dei dettagli, quasi filologica.

Un solo punto, tante sfaccettature.

L’altra interessante particolarità di Stranger Things è rappresentata dall’atmosfera perturbante e surreale che si respira in ogni singolo episodio e il modo sempre diverso in cui questa venga filtrata dai vari personaggi.

Vi è il lato ingenuo dell’infanzia, rappresentato dai piccoli nerds Mike, Dustin e Lucas che vedono la ricerca dell’amico scomparso come la proiezione di una trama degna di Tolkien, condita con elementi scientifici quali le realtà parallele. A questo si alterna il dramma vissuto dalla madre Joyce e dal fratello Jonathan (Charlie Heaton), in cui il sopracitato elemento perturbante si insidia con prepotenza, nonché la vicenda di Hopper (David Harbour), lo sceriffo a cui viene affidata la ricerca del piccolo Will e tormentato da una ferita legata al contesto familiare.

La vicenda di Eleven va ad infittire ulteriormente l’atmosfera misteriosa della serie, in quanto la sua storia sembra collegata all’inquietante vicenda del “Progetto MKUltra“, un programma di manipolazione mentale voluto dalla CIA e di cui la ragazzina sembra essere una delle tante vittime.

Conclusioni

Stranger Things è un prodotto che non passa inosservato sia per l’aria vintage su cui punta che per le inevitabili interpretazioni che lo spettatore può dare alle vicende narrate.

L’arrivo di una seconda stagione nell’autunno di quest’anno, il cui trailer è stato mandato in onda durante la 51esima edizione del Super Bowl, non fa che confermare una cosa oramai nota. Netflix, con la creazione di contenuti originali, si sta sempre di più confermando non come alternativa al concetto di televisione come lo intendiamo noi, ma come un nuovo modello di fare e recepire televisione e a cui si dovrà guardare in futuro.

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