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Eroica Fenice

Davide Shorty

Intervista a Davide Shorty: l’esigenza di fare musica

Ha lasciato l’Italia alla volta di Londra, innamorato perso della musica, deciso a voler coltivare questo talento. Ad X-Factor, grazie al suo timbro esplosivo, si è aggiudicato un posto in finale. Nel febbraio 2017 è uscito Straniero, un album di 11 tracce, in italiano, che portano la firma di un giovane soul-man: Davide Shorty. Siciliano d’origine, Davide Sciortino, in arte Davide Shorty, è un cantautore eclettico, in grado di coniugare nelle sue canzoni, numerose influenze musicali: dal funk al rap, dal jazz al R’n’b, proponendo un progetto artistico innovativo, lontano dai soliti schemi.

Alle sue spalle la Macro Beats, una delle più importanti etichette indipendenti italiane, nel suo album diverse collaborazioni: Daniele Silvestri, in Fenomeno; ThrowBack in Tutto scorre; il rapper Tormento in Fare a meno; Johnny Marsiglia in Dentro Te. Noi di Eroica Fenice gli abbiamo fatto alcune domande.

Straniero è il titolo del tuo album. Molteplici i significati di questa parola: dalla diversità all’estraneità. Quando ti sei sentito straniero?

Mi sento anche adesso straniero. In terra straniera, ti senti straniero perché cerchi qualcosa di nuovo, perché vuoi essere accettato. A Londra, non conoscevo la lingua, dovevo reinventarmi. Poi in Italia, dopo essere stato tanto fuori, tornato a casa mi seno sentito strano, non più abituato. La parola diversità qui non è accettata, è denigrata, viene considerata il primo dei mali, basti pensare all’immigrazione. Straniero però, ha anche un’accezione salutare: essere outsider, viaggiatore, e quando sei viaggiatore devi contaminarti, abbracciare ciò che è diverso da te.

Nessuno mi sente, settima traccia del tuo album. Colpisce la semplicità della frase “Grido, ma nessuno mi sente”. Comunicare per un’artista è alla base del suo progetto. Nella tua musica, qual è l’esigenza da comunicare?

La mia esigenza di comunicare nasce dal fatto che non potrei far altro, per me è come bere, mangiare. La mia fortuna è stata di capirlo in tempo: quando hai una predisposizione, è un dovere coltivarla. La giusta comunicazione nasce nel momento in cui trovi un equilibrio tra la vita e l’autocompiacimento, il combattere per i tuoi gusti. Alla base, la mia esigenza è quella di un messaggio d’amore, perché la musica è uno scrigno gigantesco, può racchiudere di tutto e per farla devi essere vero, devi rispecchiare i tempi.

Davide Shorty: X-Factor, la musica e le collaborazioni artistiche

Nell’album c’è un brano, Fenomeno, scritto con Daniele Silvestri. Come è nata questa collaborazione, come è stato confrontarti con questo cantautore?

Ci siamo conosciuti a Palermo, abbiamo un amico in comune, e questo amico è Niccolò Fabi, a cui aprii i concerti poco più che diciottenne. Daniele era a Palermo, io avevo ascoltato il suo ultimo album, Acrobati, avevo una gran voglia di collaborare con lui, di imparare da lui, da cantautore a cantautore. Ci siamo incontrati al soundcheck prima del concerto, mi ha detto che aveva seguito il mio percorso ad X-Factor e sono andato poi nel suo studio. Abbiamo subito steso il brano, attraverso una jam, suonata con gli stessi musicisti con cui Daniele ha inciso Acrobati. In dieci minuti ho messo giù la melodia. Mancava il testo. Qualche giorno prima di chiudere il disco, Daniele, che è l’uomo dell’ultimo minuto, aveva prenotato lo studio e il mio biglietto per Roma. Il testo è uscito in maniera spontanea, io ho scritto quasi tutte le mie parti, Daniele la sua strofa e rifinito il ritornello.

“Kahbum” la serie ha fatto rincontrare te e Daiana Lou, per scrivere in 90 minuti, un brano dal titolo Ctrl-Z. Com’è scrivere a sei mani?

Kahbum è stata una delle esperienze più belle della vita. Sono innamorato artisticamente dei Daiana Lou, abbiamo un approccio simile. Il brainstorming fatto è stato molto spontaneo e divertente. Tra noi c’è una bella sinergia e spero di poter riscrivere con loro. All’inizio, io volevo scrivere in italiano, ma poi Daiana, rifacendosi anche al titolo, ha voluto che fosse in inglese.

Londra, X -Factor, un nuovo percorso, la difficoltà di vivere di musica, in questo momento storico, è evidente. TDavide Shorty cosa consiglierebbe a chi ha scelto questo come progetto di vita?

Vivere di musica è difficile dappertutto: in Italia non sempre ti pagano, a Londra devi trovare il tuo giro di serate. Il consiglio è quello di studiare: se c’è talento, c’è un punto di partenza, ma bisogna studiare per impararne il linguaggio. Senza studio è come se volessi imparare una nuova lingua senza conoscerne la grammatica.

Ora sei in tour, la linea che divide il momento prima di salire sul palco e quello dell’esibizione è fatta di tanti stati d’animo diversi. Come vivi il momento prima del debutto e come ti senti durante l’esibizione?

Quando ero più piccolo mi spaventavo tantissimo, aveva paura di non essere all’altezza. Poi con la preparazione, lo studio, l’esperienza le cose cambiano. L’ultimo concerto è stato a Milano, ero emozionatissimo, anche perché le persone vengono per ascoltare noi, e dico noi perché nel mio progetto suonano Claudio Guarcello alle tastiere, Emanuele Triglia al basso, Alessandro Donadei alla chitarra e Davide Savarese alla batteria.
Non essere da solo sul palco mi fa stare bene. Se prima mi svuotavo, come se fosse uno sfogo, adesso sto imparando a riempirmi. E’ pazzesco sentire le parole dei tuoi testi cantate dagli altri. Vedere questo è emozionante. Prima di salire sul palco, c’è un delirio dentro di me: il battito cardiaco accelerato. Sento la necessità di respirare prima di salire sul palco.

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