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Eroica Fenice

Cinema e Serie tv

Classifica film: i dieci migliori di sempre

Sono tanti i film che vediamo nel corso della nostra vita e, a discapito di essere cinefili appassionati, critici intransigenti o ignoranti in materia ci capita spesso di stilare quella che, secondo noi, è una classifica dei film migliori. Tuttavia, compilare una lista dei migliori film di sempre risulta essere un’utopia irrealizzabile in quanto il criterio di giudizio su cui si basa sul gusto personale, ma anche perché il cinema è una forma d’arte in continuo aggiornamento e tanti film vengono prodotti ogni anno. Consapevoli di questi limiti non trascurabili anche noi di Eroica Fenice abbiamo deciso di stilare una classifica film. Sappiamo benissimo che nemmeno questa è da considerarsi definitiva ed intoccabile, dato che sarete in molti a notare evidenti (e di sicuro imperdonabili) mancanze. Ma anche in questo caso il criterio usato è, oltre all’importanza dei film presi in esame nella storia del cinema, anche il gusto personale di chi scrive. Classifica film. I 10 migliori 10. Kill Bill vol.1 & vol.2 – Quentin Tarantino (2003, 2004) Iniziamo questa classifica film con il dittico di Kill Bill, diretto da Quentin Tarantino. Tutto ha inizio con il primo piano di una sposa distesa sul pavimento e ricoperta di sangue, mentre un misterioso uomo le si avvicina per darle il colpo di grazia: da un lato Black Mamba e dall’altro il suo capo Bill. Adirata per aver visto rovinato il giorno più importante della sua vita, la “Sposa” inizierà un viaggio marchiato della vendetta, con un solo ed unico scopo: uccidere Bill. Un viaggio così lungo che per narrarlo sono necessari addirittura due film. La saga di Kill Bill (da intendere come un unico lungometraggio e non come due parti distinte tra loro) proietta Quentin Tarantino nel nuovo millennio. Dopo i successi giunti negli anni ’90 grazie a Le Iene e Pulp Fiction, il regista di Knoxville propone una storia sulla vendetta divisa in dieci capitoli e che dispensa omaggi al cinema di Sergio Leone, a quello fratelli Shaw e al cinema di arti marziali. Il motivo per cui Kill Bill si trovi spesso nella classifica film di ogni appassionato e non è anche per scene divenute iconiche: Uma Thurman in tuta gialla che usa la spada Hanzo per affettare l’esercito degli 88 folli di O-Ren Ishii, l’antagonista principale della prima parte interpretata da Lucy Liu, o anche il duro ed estenuante addestramento che la “Sposa” ha con il maestro Pai Mei. E non dimentichiamoci del celebre dialogo sulla filosofia dei supereroi messo in scena da Bill, interpretato dal compianto David Carradine. 9. Qualcuno volò sul nido del cuculo – Milos Forman (1975) Un genere totalmente diverso per uno dei film più celebri degli anni ’70 diretti dal regista cecoslovacco Milos Forman: Qualcuno volò sul nido del cuculo. Patrick Murphy è un detenuto che, sospettato di avere una malattia mentale, viene mandato nell’ospedale psichiatrico di Salem. Qui entra in contatto con i pazienti dell’istituto e soprattutto con l’intransigente infermiera Ratched e proprio verso quest’ultima Patrick mostrerà il proprio atteggiamento insofferente […]

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Culturalmente

L’uomo della sabbia, il racconto di Hoffmann

Nel 1815 Ernst Theodor Hoffmann pubblica la raccolta dei Racconti Notturni. Da quest’opera è tratto uno dei racconti più disturbanti e misteriosi di tutti: L’uomo della sabbia. L’uomo della sabbia, la trama Il racconto segue due tipi di narrazione. La prima è di forma epistolare e vede Nathaniel, lo studente protagonista della vicenda, raccontare un episodio della sua infanzia all’amico Lotario. Egli ricorda di come sua madre lo esortasse ad andare a letto presto, altrimenti l’uomo della sabbia sarebbe giunto per cavargli gli occhi e darli in pasto ai propri figli. Colpito da questa immagine, Nathaniel giunge ad individuare il mostro nella figura di un amico di famiglia: Coppelius, un avvocato che assieme al padre compiva degli esperimenti alchemici. Una sera il ragazzino si nasconde dietro la tenda dello studio del padre per vedere l’arrivo dell’uomo della sabbia, ma viene scoperto. Questo irrita non poco Coppelius, il quale minaccia il bambino di strappargli via gli occhi. Preso dal terrore, Nathaniel sviene e cade malato. Successivamente suo padre muore in seguito alla seconda visita di Coppelius e quest’ultimo abbandona la città. A questo punto la storia viene narrata da un narratore esterno, il quale spiega il motivo per  cui Nathaniel abbia scritto a Lotario: trasferitosi nella città di G. avrebbe incontrato un ottico piemontese di nome Giuseppe Coppola. Nathaniel ha motivo di sospettare che in realtà si tratti del malefico Coppelius, il quale ha assunto una falsa identità. Tuttavia viene subito rassicurato sia dalla fidanzata Clara e dall’amico Lotario e dal professore Spalanzani, amico di Coppola fin dai tempi in cui vivevano assieme in Italia. Quando però la sua casa rimane distrutta in un incendio Lotario acquista per Nathaniel un appartamento di fronte alla casa di Spalanzani. Qui riceve la visita di Coppelius e Nathaniel, per toglierselo di torno, acquista da lui un binocolo. Durante una festa nella casa del professore tramite il binocolo osserva una ragazza bellissima che sta suonando il pianoforte. È Olimpia, figlia del Spalanzani. Nathaniel si innamora di lei e la frequenta, nonostante Lotario gli faccia notare che la donna è una “faccia di cera”, ovvero una donna priva di anima. Nathaniel ha conferma di ciò quando Spalanzani e Coppola si contendono la ragazza strattonandola da entrambi i lati. Nel tentativo di salvarla Nathaniel nota che non ha gli occhi, i quali giacciono sul pavimento. Il professore confessa allora che Olimpia altri non è che un automa e che il signor Coppola altri non è che il temuto Coppelius. Nathaniel impazzisce e viene rinchiuso in un manicomio. Ne esce guarito, ma la tragedia è inevitabile. Mentre si trova sulla cima di una torre assieme all’amata Clara, egli indossa il binocolo di Coppelius e scambia la ragazza per un automa. Cerca di ucciderla, ma Lotario accorre in tempo per salvarla. Nathaniel, impazzito del tutto, si getta dalla torre e muore. Tra la folla accorsa a vedere il cadavere c’è anche Coppelius il quale, scompare tra la gente. L’uomo della sabbia, l’interpretazione di Freud Nel corso degli anni sono […]

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Teatro

Open mic, anteprima dello spettacolo del 10 marzo

La stand up comedy continua ad essere di casa a Napoli. Domenica 10 marzo infatti si terrà al Kestè di Napoli, sul palco della sala Abbash, un nuovo spettacolo di open mic. Un’altra serata all’insegna della comicità più scorretta e scurrile che ci sia e avara di sconti verso chiunque e qualsiasi cosa. Open mic del 10 marzo. Il programma della serata Nelle scorse serate di open mic abbiamo visto i nostri comici locali esibirsi a fianco di colonne portanti del genere per quanto riguarda il nostro paese come Daniele Fabbri, Valerio Lundini e Filippo Giardina. Invece questa domenica si esibiranno talenti napoletani, veri e propri mostri di comicità a cominciare da Gina Luongo e dai suoi monologhi sulle sue (dis)avventure amorose. A seguire troveremo l’apparente leggerezza con cui Flavio Verdino tratterà argomenti un po’ “delicati” (chi è stato all’open mic del 26 gennaio scorso, ad esempio, si ricorderà del suo scanzonato monologo sulla tossicodipendenza) e ci sarà spazio anche per l’arguta satira politica e sociale di Adriano Sacchettini. Tra gli altri comici che si esibiranno si segnalano Davide Diddielle, Connie Dentice, Dylan Selina e Stefano Viggiani. Open mic al Kesté. Il palco principale dello stand up partenopeo Si preannuncia quindi un’altra serata all’insegna del divertimento, della satira scorretta e di risate all’ennesima potenza al Kestè di via San Giovanni Maggiore Pignatelli, il quale si conferma essere una vetrina importante per il mondo dello stand up comedy. Un’alternativa alla stantia di stampo napoletana che, troppo spesso, si regge su stereotipi stanchi, ritriti e noiosi. A tale proposito sulla pagina Facebook di Stand up comedy Napoli l’open mic viene annunciato con il classico stile dissacratorio ed irriverente: «è ricominciato Made in Sud!  Un gruppo di comici terroni sale sul palco per parlare di: pesce moscio, serial killer, froci, ditalini, cazzi grossi e piccini, hitler e salvini, religione, immigrati, negri, ciccione, sedie a rotelle e bocchini… Ah no aspè, quelli so’ i comici di Stand up comedy Napoli». Se quindi doveste trovarvi da quelle parti entrate e godetevi lo spettacolo di open mic nell’atmosfera informale e sgangherata dell’Abbash/Kestè, ma a vostro rischio e pericolo. Se poi doveste uscire fuori contrariati perché sono state messe alla berlina le vostre credenze e certezze non prendetevela con i poveri comici, semplicemente questo genere di spettacolo non fa per voi. Ma siamo anche convinti che il risultato sarà diverso. – Fonte immagine copertina: https://www.facebook.com/events/394492888047691/

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Attualità

Volantino sessista. Ancora discriminazione femminile

Ci sono giorni in cui oramai non ti meravigli più di nulla. Se una persona afferma che la terra è piatta, che i vaccini fanno più male che bene o che il riscaldamento globale è colpa del diavolo, non ti incavoli più di tanto. Sì, ti arrabbi e vorresti entrare nella testa di coloro che elaborano queste teorie che, se non fosse per la pericolosità con cui girano sul web e di come abbiano reso più labile il confine tra verità e falsità, ci sarebbe da ridere. Ma non si può per nessuna ragione sorridere o chiudere un occhio sull’ennesima forma di discriminazione e intolleranza a cui, più che mai, i tempi odierni ci hanno abituato: il volantino sessista pubblicato da una sezione regionale della Lega. Il deprecabile messaggio del volantino sessista Non ci sembra doveroso soffermarci più di tanto molto sul contenuto del volantino sessista, pubblicato dalla sezione giovanile della Lega di Crotone (Calabria). Esordendo con la domanda “Chi offende la dignità della donna?”, il manifesto sessista si fa portavoce di un’idea della donna all’interno della società che rasenta il primitivo più assoluto. Risulta invece utile riportarne integralmente il testo in modo da comprendere il motivo per cui ha fatto infuriare tutti, sia donne che uomini. Ad offendere la sopracitata “dignità” della donna sarebbero: “Chi sostiene una cultura e promuove iniziative favorevoli alla vergognosa e ignominiosa pratica dell’utero in affitto; Chi sostiene proposte di legge (anche a livello regionale) che tendono ad imporre la neo-lingua che sostituisce i termini “mamma e papà” con “genitore 1 e genitore 2”; Chi ritiene che la donna abbia bisogno di “quote rosa” per dimostrare il proprio valore; Chi sostiene una cultura politica che rivendica una sempre più marcata e assoluta autodeterminazione della donna che suscita un atteggiamento rancoroso e di lotta nei confronti dell’uomo; Chi contrasta culturalmente il ruolo naturale della donna volto alla promozione e al sostegno della vita e della famiglia; Chi strumentalizza la donna, come anche i migranti e i gay per finalità meramente ideologiche al solo scopo di fare la “rivoluzione” e rendere sempre più fluida e priva di punti di riferimento certi la società.” Dopo questo discutibile delirio, il volantino sessista si chiude con quella che sembra essere una presa in giro: “La lega Salvini Premier di Crotone è convinta che la donna ha una grande missione sociale da compiere per il futuro e la sopravvivenza della nostra nazione, non sia, pertanto, mortificata la sua dignità da leggi e atteggiamenti che ne degradano e ne inficiano il suo infungibile ruolo.” Quale idea si può mai ricavare dalla lettura? Di certo non positiva. Il volantino sessista è l’idea anacronistica e stereotipata della donna, sottomessa al marito e a cui viene preclusa ogni forma di indipendenza. Si giustifica così un J’accuse farcito di pura imbecillità, in cui si punta il dito contro i nemici che vogliono minare il ruolo tradizionale della donna: gli omosessuali, i migranti, i sostenitori dell’utero in affitto, le quote rosa. Tutte cose da considerare alla stregua […]

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Culturalmente

Dialetti italiani. Storia e caratteristiche

Nella nostra penisola accanto all’italiano vengono parlate anche le sue varietà regionali note come dialetti italiani. Sulla parola “dialetto” sono state avanzate molte definizioni, tra cui due in particolare: la prima indica la varietà di una lingua parlata in una data area geografica accanto alla lingua standard. La seconda invece indica una lingua che non viene riconosciuta come ufficiale e che ha una propria grammatica, un proprio lessico e una storia culturale e letteraria. Origini dei dialetti italiani Come è noto l’italiano, il francese, lo spagnolo e tutte le lingue romanze derivano dal latino. Non però il latino letterario di Cicerone e Tacito, quello indicato come classico, ma quello parlato dalle popolazioni dell’Europa occidentale assoggettate dai Romani. Nei territori conquistati dall’Impero veniva infatti imposta la lingua latina la quale, tuttavia, veniva contaminata dalle parlate locali. Il risultato che venne fuori era il latino volgare (da volgus, popolo in italiano. Quindi latino parlato dal popolo). Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente nel 476 d.c. e la formazione dei regni romano-barbarici, il latino perse la propria stabilità e accelerò il proprio processo di contaminazione. La stessa cosa avvenne anche in Italia, dove il latino volgare dette vita alla lingua italiana e anche ai dialetti italiani. Suddivisione dei dialetti italiani I dialetti italiani rappresentano una realtà viva e pulsante. In molti casi acquistano addirittura lo status di lingua ufficiale di una regione e tutti hanno una propria grammatica, un proprio lessico e una propria storia culturale e letteraria. Vengono classificati in cinque gruppi: Dialetti settentrionali. Sono tutti quei dialetti italiani che vengono parlati nel Nord dell’Italia, delineati da quella che in linguistica viene chiamata “linea La Spezia – Rimini”. Questo gruppo si suddivide in due sottogruppi: – dialetti gallo-italici, detti così in quanto formatisi nei territori abitati in precedenza dalle popolazioni celtiche e comprendono il piemontese, il lombardo, il ligure, il trentino e l’emiliano-romagnolo. – dialetti veneti, sviluppatasi in Veneto e nel Trentino. Comprendono il veneto, il veronese, il vicentino-padovano, il triestino, il trevigiano, il veneto-giuliano. Dialetti toscani. Noti anche come “vernacoli”, si tratta di dialetti italiani parlati in Toscana. Di questo gruppo fanno parte il senese, l’aretino, il pisano, il pistoiese e il lucchese. Particolarmente importante è il fiorentino, sviluppatosi a Firenze. Il contributo che nel medioevo gli dettero Dante, Petrarca e Boccaccio (le “tre corone”) permisero a questo dialetto di divenire la lingua della letteratura italiana e quindi l’idioma dell’intera penisola. Ciò porterà alla nascita di quella che passerà alla storia come “questione della lingua”, i cui natali vanno cercati proprio nel Dante del de Vulgari eloquentia per poi venire approfondita nel ‘500 con le Prose di Pietro Bembo e che solo all’indomani dell’unità d’Italia diverrà lingua ufficiale dell’Italia grazie anche al contributo di Alessandro Manzoni. Dialetti meridionali. Questo gruppo di dialetti è parlato nel sud dell’Italia ed è diviso in tre sottogruppi: – Dialetti meridionali centrali: comprendono il laziale, il romanesco, l’umbro, il ciociaro e il marchigiano settentrionale. – Dialetti meridionali intermedi: comprendono le varietà meridionali del laziale, dell’umbro e […]

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Culturalmente

Merda d’artista, l’opera di Piero Manzoni

La storia dell’arte non è fatta solo di artisti, committenti, musei, autoritratti, paesaggi. È costituita anche da provocazioni di ogni sorta e relative a determinate condizioni. In questo contesto si inserisce la controversa Merda d’artista (nota anche come merda d’autore) di Piero Manzoni. Piero Manzoni, biografia Piero Manzoni nasce a Soncino, un paesino in provincia di Cremona, il 13 luglio 1933. Trasferitosi a Milano frequenta le scuole presso i Gesuiti e poi si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, dove conosce Lucio Fontana. Nel 1958 crea le sue prime opere importanti: delle tele di gesso mescolato con altri materiali che prendono il nome di Achromes. Nel 1959 fonda Azimuth, la sua prima galleria d’arte autogestita. Nello stesso anno si unisce al Gruppo Zero di Düsseldorf. Nel 1961 firma la sua opera più celebre e conosciuta: la Merda d’artista. Negli stessi anni ’60 inizia la sua ricerca sul corpo firmando 71 sculture e 45 corpi d’aria noti come Fiati d’artista Piero Manzoni muore a Milano, stroncato da un infarto, a soli 29 anni, il 6 febbraio del 1963. Merda d’artista (merda d’autore). Descrizione dell’opera Piero Manzoni ideò l’opera nel 1961. Il 21 maggio di quell’anno mise all’interno di alcuni barattoli, simili a quelli per la carne in scatola, le proprie feci. Sopra vi applicò un’etichetta con la scritta in più lingue «merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961». I singoli barattoli, indicati con una numerazione che va da 1 a 90, costituiscono il catalogo delle collezioni d’arte di tutto il mondo. Al Tate Modern di Londra si trova il barattolo numero 4, al museo del Novecento di Milano il numero 80 e al MADRE di Napoli il barattolo numero 12. Significato dell’opera La chiave di lettura della Merda d’artista risiede in un procedimento applicato dallo stesso Manzoni. Egli infatti valutò ogni singolo barattolo con lo stesso prezzo di 30 grammi d’oro, conferendogli così un alto valore. L’artista vuole semplicemente comunicare che l’arte contemporanea vive di un paradosso assurdo per cui le opere d’arte non vengono valutate in base alla loro estetica o al messaggio che vogliono trasmettere, ma in quanto opere di un determinato artista di una certa notorietà. Si tratta di una provocazione simile a quella già compiuta da Duchamp con la sua Fontana, costituita da un orinatoio rovesciato e spacciato come “opera d’arte”. Rispetto però all’artista dadaista la critica è più radicale nella Merda d’artista e viene esposta mediante la mercificazione di una parte del basso corporeo, simbolo della propria automercificazione. Immagine di copertina: https://it.wikipedia.org/wiki/Merda_d%27artista#/media/File:Piero_Manzoni_-_Merda_D%27artista_(1961)_-_panoramio.jpg

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Culturalmente

Romanticismo italiano. Storia e caratteristiche

Tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX in Europa si afferma il movimento letterario, filosofico, artistico e culturale noto come Romanticismo. Il Romanticismo italiano rappresenta, con le dovute differenze e caratteristiche rispetto al clima internazionale, un’importante stagione culturale. Contesto storico L’epilogo delle guerre contro Napoleone fu rappresentato dal Congresso di Vienna del 1815. Gran Bretagna, Russia, Prussia e Austria, vincitrici del conflitto, condividendo i principi di legittimità e stabilità suggeriti dal diplomatico Klemens von Metternich, si spartirono l’Europa delimitando dei limiti da non oltrepassare e ripristinando sui loro rispettivi troni i sovrani spodestati in età napoleonica. Questi capisaldi furono poi sacralizzati tramite la Santa alleanza, un patto con cui le potenze vincitrici si impegnano nel salvaguardare l’istituzione monarchica, le radici cristiane dell’Europa e a impedire qualunque rigurgito rivoluzionario. Dal Congresso di Vienna l’Austria ottiene anche il predominio sull’Italia. Lombardia e Veneto vengono inglobati dal dominio austriaco e ai sovrani imparentati con gli Asburgo vengono ceduti il Ducato di Parma e di Piacenza, il Ducato di Modena e Reggio e il Granducato di Toscana. Il regno delle due Sicilie viene invece restituito ai Borbone e a Ferdinando IV (alleato con gli austriaci). Alla luce di questo processo, che nei libri di storia è conosciuto con il nome di Restaurazione, i popoli europei non stanno di certo a guardare. Imbevuti dallo spirito della rivoluzione del 1789, i popoli iniziano a manifestare forme di dissenso nei confronti dell’assolutismo. I moti del 1820-21 in Italia prima e poi quelli del 1848, uniti anche alle rivolte anticoloniali scoppiati in America latina, rappresentano i semi da cui nascerà la grande stagione del Romanticismo. Romanticismo italiano e Romanticismo europeo: caratteristiche e differenze Quando parliamo di Romanticismo è difficile suggerire una definizione univoca e valida per tutti i movimenti romantici nati in Europa, poiché ognuno differisce dagli altri. Questo vale anche per il Romanticismo italiano. Una delle prime differenze cruciali sta nel principio di nazionalità. Come si è già detto il Congresso di Vienna attua un tentativo di ripristinare una situazione politica antecedente alla rivoluzione francese, anche se allo stesso tempo nasce il concetto di identità nazionale. La riscoperta delle proprie radici porta gli intellettuali a rivalutare il Medioevo, l’epoca in cui quell’idea di identità è nata e che viene celebrata con toni sentimentali. Questo significa che le idee illuministe, basate sulla vittoria della ragione sul cuore e su una valutazione negativa dei “secoli bui”, vengono messe da parte. Ciò non avviene in Italia. Il Romanticismo italiano viene infatti inteso come una continuazione dell’Illuminismo e ha il suo centro nevralgico in una Milano influenzata dalle idee austriache. Altra differenza fondamentale sta nel ruolo dell’intellettuale. Se in Europa infatti questa figura deve fare fronte a quella del borghese che, nata dalla rivoluzione industriale, assume la posizione di privilegio che era tipica dell’intellettuale buttandolo ai margini, in Italia avviene il contrario. L’intellettuale aderisce al tessuto della società e, conscio della situazione di arretratezza sociale ed economica in cui il paese versa, si fa portavoce di ideali votati […]

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Cinema e Serie tv

Film di Totò, quelli che devi assolutamente vedere

Uno dei simboli della città di Napoli è senza dubbio la maschera di Totò. Assieme a Giovanbattista Basile, Salvatore di Giacomo, Matilde Serao, Edoardo de Filippo, Pino Daniele e Massimo Troisi, Antonio de Curtis si inserisce tra tutte quelle personalità che ha dato lustro e splendore alla nostra città con il tramite dell’arte. Dapprima attore teatrale e poeta, Totò divenne in seguito noto al grande pubblico lavorando per il cinema e il pubblico lo conosce soprattutto per il suo contributo alla settima arte. I film di Totò ancora oggi vengono passati sui canali regionali e si possono trovare anche su piattaforme come You Tube, in modo che anche le giovani generazioni possano entrare in contatto con un attore abile sia come caratterista che come emblema dei vizi e delle virtù umane. In questo articolo vi presentiamo alcuni dei suoi film più famosi estratti dalla sua immensa filmografia la quale, per ovvie ragioni, non è possibile trascrivere tutta quanta. Lasciamo a voi il piacere (e la voglia) di cercarla e di scoprirla. Film di Totò, quattro da vedere Miseria e Nobiltà Tratto dall’omonima commedia scritta da Edoardo Scarpetta nel 1888, Miseria e Nobiltà viene trasposto su pellicola nel 1954. Felice Sciosciammocca è uno scrivano che vive assieme alla sua famiglia e a quella dell’amico fotografo Pasquale in un’umile e povera casa. La loro vita è scandita dal trovare ogni giorno un modo sempre nuovo per ricavare soldi e cibo e tutto sembra volgere per il meglio quando il marchesino Eugenio Favetti dichiara di volersi sposare con Gemma, una giovanissima Sophia Loren, figlia del ricco Gaetano Semmolone il quale spera che la famiglia di Eugenio sia di nobile discendenza in modo da potersi imparentare. Il giovane allora, offrendosi di riempire i loro stomaci, chiede ai suoi parenti un piccolo favore: andare con lui a casa di Semmolone, in modo da consentire le nozze con Gemma. Come però è facile immaginare, le cose non andranno come previsto .. Miseria e nobiltà è tra i film di Totò forse quello più memorabile ed iconico, che rielabora il canovaccio tipico della commedia del travestimento. Una pellicola ricca di trovate divertenti e geniali, come il fatto che anche nella sfarzosa villa di Semmolone gli pseudo-nobili non riescano a stare del tutto al gioco facendo emergere, spesso e volentieri, la propria natura popolaresca. Ma la scena più emblematica di tutte è senza dubbio quella in cui la povera tavola dei Sciosciamocca, come un miracolo, viene imbandita con tante prelibatezze tra cui spiccano i mitici spaghetti che Totò, Enzo Turco e tutti gli altri afferrano con le mani e divorano con voracità. Lo sapevate che nel 1993 fu anche scritta da Lello Arena e Francesco Arbitani e disegnata da Giorgio Cavazzano una parodia Disney della commedia, con protagonisti Topolino e Pippo? La banda degli onesti Diretto da Marcello Mastrocinque nel 1956, La banda degli onesti segna l’inizio della collaborazione tra Totò e Peppino de Filippo. Antonio Bonocore, portiere di una palazzina a Roma, vive un momento di difficoltà […]

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Cinema e Serie tv

Cartoni giapponesi, classici da (ri)vedere

Cosa vi viene in mente se vi dico la parola “Giappone”? Probabilmente roba come il sushi, le arti marziali, i palazzi a prova di terremoto, gli alberi di ciliegio, i samurai, il karaoke, i treni perfettamente in orario, i gabinetti tecnologici e i cani nel passeggino (oddio). Ma per molti di noi il pensiero vola direttamente alle migliaia di universi narrativi immersi nel mare infinito degli anime, da noi conosciuti anche volgarmente come cartoni giapponesi. Derivati dai manga e giunti nel nostro paese negli anni ’70 i cartoni giapponesi hanno unito generazioni di ideologie e sogni diversi, ma accomunate spesso da personaggi e situazioni che non smettono mai di affascinare ed emozionare. Che ne dite allora di tuffarci nei ricordi e di fare una bella carrellata dei cartoni giapponesi che più abbiamo adorato? Chiaramente, essendo questo un articolo amarcord, volutamente non si parlerà di prodotti odierni (My Hero Accademia, Attack on the Titan, One Punch Man et simila) e ci concentreremo soprattutto su serie che hanno conosciuto il successo in Italia tra gli anni ’80 e gli anni ’90. Sperando vivamente che ciò non scateni l’ira degli otaku più rigidi, iniziamo subito! Cartoni giapponesi, quelli da (ri)vedere  I cavalieri dello zodiaco Chi si ricorda di cinque giovani guerrieri vestiti con armature fighissime che combattono contro le forze del male per proteggere lady Isabel (Atena) e salvare il mondo? Se avete capito di chi stiamo parlando, significa che un’infanzia l’avete avuta e avete visto I cavalieri dello zodiaco, serie nata sul finire degli anni ’80 la cui importanza è di equale livello a quella di eventi come il crollo del muro di Berlino o il concerto dei Queen al Wembley stadium. Tutto ha inizio quando il giovane Pegasus e altri guerrieri che si stanno massacrando tra di loro nel torneo detto “Galaxy war”, dove il vincitore otterrà l’agognata armatura dello scorpione d’oro. Ma ad un certo punto entra in scena Phoenix, un cavaliere che ha venduto l’anima alle forze oscure e che decide di rubare l’armatura. Al suo inseguimento si lanciano così quelli che sono conosciuti come “bronze saints” (“cavalieri di bronzo”): Pegasus, Crystal del cigno, Sirio del dragone e Shun di Andromeda. Da lì nasceranno una serie di scontri drammatici con altri cavalieri legati ad altre divinità non proprio benigne. I cavalieri dello zodiaco sono entrati nell’immaginario collettivo di tanti giovani italiani degli anni ’80 e ’90. Una storia sull’onore, sul sacrificio e sull’amicizia che è rimasta impressa nelle nostre menti, accompagnate da disegni superbi e da una colonna sonora stupenda. Ma uno dei motivi per cui la ricordiamo è rappresentato anche dalle tre sigle di Massimo Dorati, Giorgio Vanni e Giacinto Livia. E ora urliamo tutti in coro: «Fulmine di Pegasus!!» in faccia ai produttori di Netflix che voglio propinarci quella poltiglia che chiamano “reboot della serie”. Ken il Guerriero «Siamo alla fine del XX secolo. Il mondo è sconvolto dalle esplosioni atomiche, sulla faccia della terra gli oceani erano scomparsi e le pianure avevano l’aspetto di desolati deserti, tuttavia […]

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Attualità

Radio Sovranista. La discutibile proposta della lega

Sono oramai passate due settimane dal festival di Sanremo, conclusosi con la discussa vittoria di Mahmood e con le ennesime polemiche sul televoto e sulla giuria. A quanto pare l’eco di quella serata e del conseguente vespaio scatenatosi si fa ancora sentire, dal momento che la Lega ha proposto un disegno di legge volto all’ideazione di una radio sovranista. Radio sovranista: cosa prevede il disegno di legge La proposta è stata avanzata da Alessandro Morelli, ex direttore di Radio Padania e attuale presidente della commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera il quale, intervistato da Adnkronos, ha affermato quanto segue: «La vittoria di Mahmood all’Ariston dimostra che grandi lobby e interessi politici hanno la meglio rispetto alla musica. Io preferisco aiutare gli artisti e i produttori del nostro paese attraverso gli strumenti che ho come parlamentare. Mi auguro infatti che questa proposta dia inizio a un confronto ampio sulla creatività e soprattutto sui nostri giovani». A tale proposito è sorta l’idea di una radio sovranista, la quale passa sotto il nome di quelle che sono le “disposizioni in materia di programmazione radiofonica della produzione musicale italiana”. Le stazioni radio avrebbero l’obbligo di passare il 33% di canzoni italiane (una su tre) durante la programmazione, riservando un 10% di questa agli artisti emergenti. Alle stazioni radio che non si adeguano alle norme sarebbero previsti 30 giorni di sospensione delle attività. La proposta di questa radio sovranista ha già incontrato il favore non soltanto dei politici, ma anche di alcuni cantanti. Su tutti primeggia Al bano il quale, rispetto a quanto previsto dal decreto, vorrebbe addirittura alzare l’asticella a «sette su dieci». La situazione delle radio italiane Le parole di Morelli sembrano però cadere dalle nuvole. Stando infatti all’indagine condotta da Il sole 24Ore sui dati di EarOne, nel 2018 la quantità di canzoni italiane passate dalle nostre radio sarebbero addirittura del 45%, una cifra un po’ più alta rispetto al tetto proposto dal presidente leghista. Un 25% sarebbe riservato al passaggio della musica Indie (indipendente) e sempre nel 2018 gli artisti che hanno raggiunto la vetta della top 100, la classica classifica dei migliori cento brani, per il 53% sono stati italiani. Pochi dati, ma sufficienti per comprendere come la proposta della radio sovranista faccia acqua da ogni parte. La musica ostaggio del potere Sarebbe inutile ricordare come la proposta della radio sovranista sia stata lanciata sulla scia dello scalpore e delle polemiche a sfondo politico sopraggiunte con la vittoria di Mahmood e sulla sua presunta nazionalità straniera (quando è fatto risaputo anche dalle pietre che è nonostante la nazionalità egiziana del padre, egli sia nato e vissuto in Italia per madre sarda). Inutile è anche ricordare il vergognoso crocevia di haters che hanno dato sfoggio della propria bile repressa con insulti razzisti al suo indirizzo, dimenticandosi che quell’Ermal Meta che vinse il festival del 2018 era di puro sangue albanese e che aveva cantato affianco all’italianissimo Fabrizio Moro. Ma sorvolando sulle luci e le ombre annuali di Sanremo la proposta della […]

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Culturalmente

Miti greci, i più celebri da conoscere

In greco il termine mythos indicava una narrazione sacra, che aveva lo scopo di spiegare l’origine di qualcosa e il perché avvenivano certi fenomeni naturali. I miti greci nascevano dall’esigenza dell’uomo di interrogarsi su questioni cruciali quando la filosofia e la scienza ancora non erano alla portata di tutti, per cui ci si affidava alla religione (il classico esempio dell’uomo che vede un fulmine colpire un albero e lo interpreta come un segno dell’ira di Zeus). Con il passare del tempo i miti greci hanno perso la loro originaria finalità e sono diventati dei racconti in senso stretto, se non addirittura materiale letterario. Omero, Apollonio Rodio, Platone e tanti altri autori non sarebbero gli stessi se nelle loro opere non avessero fatto riferimento ai miti greci. A tale proposito, ecco una rassegna di alcuni miti greci famosi. Non ci limiteremo soltanto ad analizzare il loro significato, ma vedremo anche in che modo abbiano influenzato le varie branchie del sapere e poi abbiano ispirato gli artisti di ogni tempo. Miti greci, i più celebri Il mito di Aracne Una delle costanti quasi sempre presenti nei miti greci è la sfida alla divinità, come accade in questa storia. Si narra che a Lidi vivesse Aracne, una tessitrice talmente brava e abile che si vantava di poter superare in una gara di tessitura persino Atena. Infatti, oltre ad essere la dea della sapienza, la Pallade era anche la custode della tessitura. Ella assunse le sembianze di una vecchia e cercò di scongiurare la ragazza dall’ intraprendere una sfida impossibile e assurda. Aracne rispose che in realtà la dea era intimorita da lei e quest’ultima, irritata, si mostrò alla fanciulla e accettò di sfidarla. Le due contendenti tessero metri e metri di lana, ricamando l’una le storie degli dei e l’altra i loro amori. Atena dovette ammettere la superiorità di Aracne, ma non accettò la sconfitta: fece a pezzi la sua tela e la fanciulla, che aveva cercato di impiccarsi ad un albero per la disperazione, fu trasformata in un ragno. Ella fu così costretta a tessere per l’eternità e a dondolare sull’albero che aveva scelto come luogo della sua morte. Il mito, conosciuto anche da Virgilio e da Ovidio, ha avuto grande risonanza non soltanto nel mondo dell’arte e della letteratura (Dante cita Aracne nel XII canto del Purgatorio, tra gli esempi di superbia punita), ma anche nel mondo medico e scientifico: l’aracnofobia è infatti la patologia di cui soffre chi ha paura dei ragni. Narciso Un altro mito famoso citato da Ovidio nelle Metamorfosi è ovviamente quello di Narciso. Egli era un cacciatore di natali divini (figlio del dio fluviale Ceviso e della ninfa Liriope), il quale mostrò un atteggiamento di disprezzo ed indifferenza nei confronti dell’amore. Nella versione greca del mito, opera del grammatico Connone, Narciso era oggetto dell’interesse di molti ragazzi al punto che Aminia, uno di loro, si era talmente invaghito di lui che accettò di uccidersi con la spada datagli dallo stesso Narciso. Nelle Metamorfosi di Ovidio ad […]

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Musica

Finale Sanremo 2019. Vince Mahmood tra mille polemiche

Siamo sopravvissuti a quattro serate di canzoni, interminabili e tediosi sketch comici, problemi tecnici di varia fattura e tanto altro, nonché a mancanze evidenti come quella del viso amichevole e pacioccone del maestro Beppe Vessicchio. Ora, tra noi e la libertà c’è solo un ultimo ostacolo da superare: la finale di Sanremo 2019. 6 ore di musica che con i duetti di Baglioni diverranno 12, nuovi sketch di dubbio gusto che metteranno alla prova la nostra pazienza e le nostre palpebre e un’attesa interminabile per scoprire chi sarà il vincitore che all’Eurovision song contest di Israele sarà il portabandiera del nostro paese il prossimo maggio. Una prova ardua che solo i più tenaci e coraggiosi possono affrontare e che, se superata, si dice che dia un enorme prestigio e rispetto da parte dei comuni mortali che devono invece sottostare ai loro limiti. Previously, on Sanremo 2019 Ma prima di buttarci a capofitto nella finale di Sanremo 2019, facciamo un breve riassunto della penultima serata riservata ai duetti. Quasi nessuno è in disaccordo sull’affermare che quella di venerdì è stata la serata più godibile del festival. C’è chi con i duetti ha rimarcato la propria indiscutibile perfezione: è il caso di Daniele Silvestri e Rancore, che grazie a Manuel Agnelli hanno conferito una tonalità ancora più dura alla loro Argento vivo, così come Ermal Meta è riuscito a rendere ancor più intensa Abbi cura di me di Simone Cristicchi  ricambiando il favore all’amico il quale, l’anno scorso, aveva duettato assieme a lui e Fabrizio Moro. Alcuni duetti hanno migliorato un prodotto non molto convincente se preso singolarmente, come ha fatto Brunori Sas con L’amore è una dittatura dei The Zen Circus o Diodato e i Calibro 35 con Rose viola di Ghemon. Altri sono soltanto poco convincenti e basta: ci riferiamo soprattutto ad Anna Tatangelo e Syria, al trittico Federica Carta – Shade – Cristina d’Avena, al contrasto tra la pacatezza di Ultimo e l’urlo graffiante di Fabrizio Moro e al siparietto messo su da Morgan e Achille Lauro. A fine serata si è poi ripresentata quella che, assieme ai fiori, è la tradizione immancabile del festival: i fischi del pubblico, non appena Motta e Nada hanno vinto il premio per il miglior duetto per Dov’è l’Italia. L’inciviltà del gesto si commenta da sola. Ospiti della quarta serata sono stati Anastasio, rapper vincitore dell’ultima edizione di X Factor chiamato per condire un monologo di Claudio Bisio incentrato sui giovani d’oggi e scritto da Michele Serra. Meglio Ligabue il quale, anche se non riesce a capire che i tempi di Fuori come va e Buon compleanno Elvis sono belli che passati, dà il meglio di sé presentando il nuovo singolo Luci americane per poi scatenare il pubblico con la celeberrima Tra palco e realtà. Tutto molto bello, se solo Bisio non l’avesse messo in ridicolo con una gag inutile e Baglioni non l’avesse costretto a rovinare Dio è morto di Francesco Guccini. Finale Sanremo 2019: prima parte Eccoci qui, amici nottambuli, l’ora […]

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Culturalmente

Componimenti lussuriosi. Cinque che devi leggere

Ogni letteratura mondiale possiede una tradizione di poesie d’amore. Alla donna amata i poeti hanno dedicato le parole più dolci e appassionate, spesso toccando le sfere del misticismo e della sacralità. Ma non è raro leggere anche versi più spinti, concentrati sulla carnalità e sul possesso fisico della donna che si leggono nei componimenti lussuriosi. In questo articolo abbiamo raccolto cinque componimenti lussuriosi che dovreste assolutamente leggere. Tenete a freno i vostri istinti più bassi e buona lettura! AVVERTENZA: Il contenuto dell’articolo potrebbe urtare la vostra sensibilità. Componimenti lussuriosi, le nostre scelte Schiava d’amore – Saffo Tremori inebrianti assalgono membra ossessionate. Dall’inferno paradisiaci influssi ungono insaziabili orgasmi, varando il talamo. Taci ora! Rovesciami, inginocchiati Oltraggiami! La storia di Saffo, poetessa greca originaria dell’isola di Lesbo, è nota anche a chi non ha intrapreso studi umanistici. Ella era nota per aver fondato un tiaso, un luogo di devozione alla dea Afrodite, dove si riunivano delle ragazze che si esercitavano nel canto, nella musica e nella poesia. La leggenda vuole che Saffo fosse innamorata di una di loro, cosa assolutamente normale in un mondo come la Grecia classica in cui l’amore omosessuale era ben accetto rispetto a quanto avviene nella società odierna, e che le avesse dedicato un numero indefinito di versi. Uno di questi componimenti lussuriosi è il sonetto che abbiamo riportato sopra, che ben delinea la carica erotica della poetessa. Viene descritto, con un realismo incredibile, il momento in cui Saffo si congiunge sessualmente con la propria amante fino a raggiungere l’orgasmo. Nient’altro da aggiungere, le parole del sonetto bastano e avanzano per descrivere la scena. Dialogo tra omo e donna che fotte – Giorgio Baffo Dame la Mona. Oh! Dìo, zà vegno dentro, zà me par de morir, debotto sboro, che dolcezza in sborar,che gran contento, questa è la volta che sborrando moro. Felice mi ghe digo a sto momento, tenir el Cazzo in Potta al mio tesoro, ma oh! Dìo che sboro ancora, e za me sento morir dal gran piacer: Mona t’adoro. Ma zà el cazzo me tira:oh! Dio no posso… vegno dentro, oh! che gusto ,oh! che sollazzo. Dame le tette, Za te son addosso. Tiote quel che ti vuol, no me n’impazzo pur che ti spenzi quel to Osello grosso. Sì, Cara, zà ho sbora’ con tutto el Cazzo Un salto di molti anni ci porta dritti nel ‘700, con uno dei poeti più originali per quanto riguarda i componimenti lussuriosi: Giorgio Baffo. Nato a Venezia nel 1694 e morto nel 1768, il signor Baffo ebbe una prestigiosa carriera politica che lo portò a ricoprire vari incarichi per la repubblica della città. Egli tuttavia amava dilettarsi nel comporre poesie in dialetto veneto, senza mai però pubblicarle. Solo nel 1771 fu pubblicata un’edizione postuma delle sue Poesie. I componimenti lussuriosi spaziano per generi e tematiche: la riflessione filosofica, la denuncia contro la corruzione della città e le frecciatine al clero. Ma Giorgio Baffo è noto soprattutto per i suoi sonetti licenziosi ed erotici, motivo per cui […]

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Culturalmente

Racconti piccanti, quattro da leggere assolutamente

Nella storia della letteratura esistono cassetti che in pochi hanno il coraggio di aprire e che in molti tengono chiusi a chiave. Uno di questi è quello più controverso e malizioso: il cassetto dei racconti piccanti. Storie licenziose, spinte, piccanti e lussuriose, osteggiate a lungo dal buoncostume e dal moralismo di preti, politici o semplici moralisti sostenitori di un’idea di società basata sulla pudicizia e sulla castità. Ma nessuna restrizione potrà impedire ai racconti piccanti di passare sotto gli occhi del lettore più curioso: racconti che in prevalenza sono comici ed irrisori, poiché quelli che sono conosciuti come i “piaceri della carne” danno sempre vita a storie grottesche e paradossali. Ma ora basta perdersi in inutili ciance (sarebbe meglio dire: “saltiamo i preliminari”) e immergiamoci tra i racconti piccanti più belli e divertenti di tutti i tempi. Racconti piccanti, le nostre scelte La canzone del gatto rosso – Guglielmo IX A dare inizio alle danze è quello che in realtà non è neanche un racconto, ma un componimento poetico: La canzone del gatto rosso, di Guglielmo IX d’Acquitania. Capostipite della lirica trobadorica, Guglielmo IX nei suoi componimenti ha fornito ai poeti provenzali tutto quel repertorio di codici e tematiche che faranno grande la loro poesia. Il conte di Poiters non ebbe però rapporti idilliaci con la chiesa, dato che ricevette due scomuniche ed era dedito ai piaceri carnali. Lo dimostra proprio questa canzone in cui Guglielmo si finge un pellegrino e si reca in Alvernia dove viene ospitato da Agnese ed Ermessenda, mogli di tali “Don Guarino” e “Don Bernardo”, che lo ospitano nella loro dimora. Il poeta si finge muto e viene rifocillato a dovere, ma le due donne vogliono verificare che la sua mutezza sia vera e fanno entrare in scena il loro gatto domestico: un micione grosso, brutto e cattivo che viene buttato sulla schiena nuda del povero Guglielmo, graffiandolo a più non posso. Ma il nostro eroe riesce a non farsi scappare nemmeno un grido e le donne decidono di premiarlo concedendosi a lui. Tanto le fottei come ora sentirete:/centottantotto volte,/per poco non mi ruppi le cinghia/e anche l’arnese […]. Il trionfante Guglielmo si gode un po’ di passione con le due amanti, approfittandone anche per vantarsi con i suoi amici e con i suoi lettori in un procedimento retorico che nella lirica trobadorica è conosciuto con il nome di gap (vanteria). Il ritratto perfetto di un personaggio irriverente e dotato, di certo l’ideale antenato del Rocco Siffredi nazionale. La Badessa e le brache del prete – Giovanni Boccaccio Già vedo le vostre facce appena leggerete la parola Decameron. Il titolo del capolavoro della novellistica italiana vi farà pensare alle noiose ore di letteratura italiana trascorse a scuola dove la vostra professoressa, più annoiata di voi, spiegava le novelle tra le più celebri: Griselda, Elisabetta da Messina, Andreuccio da Perugia, Federico degli Alberighi e il suo falcone. Ma se leggeste l’opera di Boccaccio oltre l’obbligo scolastico scoprireste un mondo di storie piccanti tra triangoli, mogli che cornificano […]

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Teatro

Open mic con Daniele Fabbri al Kestè

Sabato 26 gennaio si è tenuto al Kestè L’Open mic con Daniele Fabbri, terzo e ultimo spettacolo di stand up comedy del mese. Ad aprire la serata e a fare da presentatore è stato Mauro Kelevra, comico romano che ha portato con sé la vivacità del vernacolo interagendo e scherzando con il pubblico nel pieno spirito della comicità stand up. Nel mezzo della serata Kelevera ha interpretato un monologo riguardante il rapporto con la madre, concentrandosi in particolare sul periodo in cui ella ha sofferto di un tumore che però ha affrontato con una certa ironia. «A mì madre erano stati dati tre mesi de’ vita per via del tumore e io, senza parlare, ho pensato – “mo’ divento ricco!”. Allora mia madre mi fissa e fa: – Te piacerebbe! Mo lo pigli ner c**o!». Open mic con Daniele Fabbri, la serata Ampio spazio è stato dato anche agli altri quattro comici che sono saliti sul palco. Il primo è stato Dylan Selina, il quale si è lanciato in un monologo infarcito di satira politica che spazia dalla marcia contro la camorra ad Afragola alle teorie del complotto. Giunge poi il turno di Adriano Sacchettini, che invece si è concentrato su un tema di estrema importanza e complessità: «la pucchiacca», termine napoletano che sta ad indicare gli organi femminili. Un monologo incentrato ampiamente sul sesso e sui rapporti d’amore nell’epoca dei social e qui Sacchettini, attingendo dalla propria esperienza personale, narra delle sue esperienze su Tinder e su come sul suddetto sito riceva sempre le attenzioni dei transessuali. Gina Luongo, uno dei nomi più presenti agli open mic organizzati dal Kesté (è stata presente anche allo spettacolo del 12 gennaio), ha raccontato una storia di stalking di cui è stata protagonista. L’ottica della stand up comedy mescolata all’ironia tipicamente napoletana le ha permesso di analizzare un tema delicato come questo, tanto da arrivare addirittura a “sfruttare” il proprio tormentatore affidandogli delle faccende da sbrigare (da salire le buste della spesa fino al quarto piano a scendere dei mobili con la scusa di andare a vedere Gomorra a casa di lei). Uno dei monologhi più divertenti della serata, dove Gina ha dichiarato di ammirare gli uomini muscolosi perché «Uà, sai quante buste ‘rà spesa putesse purtà!» L’open mic è poi proseguito con Flavio Verdino, il cui monologo è iniziato con un’analisi sul problema delle emorroidi per poi sconfinare in quello della tossicodipendenza. Il tutto è stato trattato con la dovuta scanzonatura e l’immancabile leggerezza, complice anche il fatto che la sua ragazza e suo fratello erano presenti tra il pubblico. L’ultimo a esibirisi è stato Daniele Fabbri, che già abbiamo avuto modo di intervistare in occasione dello spettacolo Fascisti su Tinder che si terrà questa sera al Teatro nuovo di Napoli. Il comico romano ha ricordato il suo passato da chierichetto, ha parlato dell’educazione rigidamente cattolica ricevuta in famiglia e di come si sia allontanato da quel mondo mettendone in discussione in dogmi. In particolare ha discusso (e fatto discutere il pubblico) molto sul […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Amos’ World (episode three) di Cecile Evans al Madre

Al Madre, museo di arte contemporanea di Largo Donnaregina, è stato proiettato in anteprima il terzo episodio di Amos’ World, il progetto dell’artista belga-americana Cecile B. Evans. Il museo Madre ha il privilegio di essere l’unica sede italiana che dal 20 gennaio fino al 1 marzo ospiterà il terzo e ultimo episodio del progetto Amos’ World di Cecile B. Evans con la partnership culturale di Nicoletta Fiorucci e della sua Fiorucci Art trust. L’anteprima stampa del giorno 19 gennaio è stata presieduta dal direttore del museo Andrea Villani, il quale ha voluto sottolineare come Amos’ World sia nato nell’ambito di Madre per il sociale, un workshop che ha visto il suo primo capitolo nel luglio dello scorso anno all’interno delle Vele di Scampia, che compaiono anche nel filmato. Lì è stato allestito un laboratorio comprendente bambini di età dai 4 agli 11 anni in cui si è riflettuto sull’esistenza di valide alternative alla demolizione degli edifici in cui abitano. La Evans, legata molto a Napoli e giunta alla sua terza visita nella città, ha potuto così riflettere assieme ai giovanissimi volontari sul concetto di “casa” come luogo di esperienza individuale e come allegoria di possibili modalità di condivisione. La trilogia di Amos’ World La trilogia di Amos’ World è concepita come una fiction TV ambientata in un complesso residenziale ideato da Amos, l’architetto protagonista che si rifà ai progetti di Le Corbusier mirati a creare una soluzione abitativa per gli individui e la moderna società capitalistica, salvo poi rivelarsi fallimentari nell’andare incontro alle esigenze delle specifiche realtà e di chi vi abitava. Gli edifici diventano così un simbolo delle relazioni umane ai tempi dell’epoca delle comunicazioni digitali e dei network che hanno riedificato il modo di esprimere le emozioni. Il terzo episodio racconta della frattura che si innesta in questi edifici, da intendere come un invito ad accogliere e capire le realtà multiple che li abitano: non ci troviamo quindi davanti ad una distruzione totale, ma ad una apertura. Durante la conferenza stampa l’artista ha invitato a porsi delle domande sulla natura di questo “finale di serie”, che può essere sia negativo che positivo. Amos’ World viene ospitato all’interno di una grande sala al piano terra del Madre, uno spazio aperto nel centro si trova un enorme schermo dove viene proiettato il film, con al lato due piccoli televisori in cui scorrono i sottotitoli in italiano. Nella sala sono presenti anche dieci cubi scultorei detti Erratis dove è possibile sedersi per visionare l’opera che prevede sia una visione collettiva, come se fosse uno spettacolo filmico vero e proprio, sia indossando delle cuffie che permettono una visione individuale e interna. Fonte immagine: http://www.madrenapoli.it/mostre/cecile-b-evans/

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Teatro

Daniele Fabbri, intervista all’autore di “Fascisti su Tinder”

Il 26 gennaio il comico Daniele Fabbri presenzierà al Kesté di Napoli in occasione di un open mic in cui si esibiranno alcuni giovani rappresentanti dello stand up comedy campano. Sarà anche l’occasione per presentare il suo spettacolo Fascisti su Tinder, che andrà in scena il 27 dello stesso mese al Teatro nuovo. Abbiamo posto a Daniele Fabbri alcune domande riguardanti il mondo dello stand up comedy e dell’impatto che questa forma di spettacolo ha nel nostro paese. A tu per tu con Daniele Fabbri Come ti sei avvicinato al mondo dello stand up comedy? E cosa ti ha colpito fin da subito? Mi sono avvicinato alla stand up senza nemmeno sapere cosa fosse: dopo aver fatto un paio d’anni di esperienze nel cabaret nostrano con alti e bassi, ho iniziato a scrivere monologhi con un altro stile, nato un po’ per istinto e un po’ perché mi piaceva il taglio delle battute anglofone che trovavo in alcuni libri e in alcune serie tv americane. Questo tipo di monologhi non funzionavano col pubblico del cabaret. La cosa mi scoraggiò molto e decisi di smettere di fare il comico. Dopo circa sei mesi di abbandono, scoprii per caso Bill Hicks e che quei monologhi non solo esistevano, ma erano una delle forme di comicità più diffuse nel mondo, e ho ricominciato. Un altro anno dopo, ho incontrato altri comici che facevano la mia stessa cosa, e così via. Ciò che amo della stand up è la possibilità di usare la forma di intrattenimento più essenziale e popolare, “le chiacchiere”, per parlare anche di cose di cui non si chiacchiera mai. Secondo te cosa distingue nettamente lo stand up comedy dalla commedia e dagli spettacoli comici tradizionali? La tendenza a svincolarsi dagli stereotipi. Sia chiaro, gli stereotipi non sono un male in sé, ma il riferirsi continuamente solo a questi ha reso i racconti dei comici tutti uguali. La stand up comedy ben fatta è quella che racconta le proprie storie personali, non che questo le debba rendere necessariamente drammatiche, ma semplicemente diverse e uniche. Io sono stato fidanzato 7 anni, e quella che tecnicamente era “mia suocera” era l’opposto dello stereotipo delle suocere, quindi io non parlo delle “suocere”, parlo di questa persona specifica. Il tuo stile risente di qualche influenza in particolare? In particolare no, ci sono tantissimi comici che mi piacciono molto e da ognuno di loro ho cercato di imparare qualcosa. E spesso mi attirano i lati più trascurati dei comici, per esempio, del già citato Bill Hicks tutti si concentrano sulle splendide idee dei suoi monologhi, io noto soprattutto che aveva una gestione della fisicità degna di un mimo, e che la usava per rendere “buffa” una routine dai contenuti controversi. Uno dei cardini della stand up comedy è quello di annullare la distanza tra chi sta sul palco e chi osserva seduto (la famosa “quarta parete”). Questo quanto influisce, tenendo conto anche del fatto che questo genere di spettacolo tocca temi che nella nostra società sono ancora […]

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