Eroica Fenice

Food

Sciuè il panino vesuviano: in anteprima il menù invernale

Sciuè il panino vesuviano è uno dei must culinari che fanno faville in via Giovanni Boccaccio a Pomigliano d’Arco, provincia di Napoli. La location, tipicamente partenopea ma anche innovativa e giovanile, ha saputo cavalcare la “febbre” dei panini, e poi evolversi verso un’attenzione sempre crescente alla qualità delle materie prime e verso nuove opzioni, come quelle gluten free. Mercoledì 7 novembre 2018 Sciuè ha presentato un nuovo menù, originale e prelibato, che sarà disponibile nella location per tutto l’inverno. Sciuè il panino vesuviano a Pomigliano d’Arco: la storia Sciuè il panino vesuviano prende le mosse nel 2015 da una location di quaranta metri quadri messa a punto per i giovani e che fosse in sintonia con il gusto partenopeo. L’idea che ha permesso la nascita di un punto di ristoro fresco, gioviale e invitante è di Mauro De Luca, che decide di coinvolgere i figli Giuseppe e Marco in un progetto familiare che fa albeggiare Sciuè il panino vesuviano. Tutto parte da una concezione di famiglia come unione solidale e impegno congiunto. A ciò si associa una cucina gustosa, che fa uso solo di materie prime campane, che si attiene a standard di qualità e trasparenza e che si nutre della “ricerca del panino perfetto”. Tre anni fa, come conseguenza del successo conseguito nella città di Pomigliano d’Arco e in quelle limitrofe, il progetto si è espanso e ha dato vita a una nuova location. Centosessanta metri quadri, cucina a vista per dare l’opportunità ai clienti di assistere a ogni fase produttiva, design urbano. Una location originale, moderna, che fa sentire a proprio agio chiunque voglia mangiare bene: è il compimento del sogno di una famiglia. Un cult nel campo dei panini e molto di più: Sciuè il panino vesuviano offre scelte culinarie “vesuviane” ma aperte alla sperimentazione. Sciuè il panino vesuviano mette a tavola il menù invernale: Mercoledì 7 novembre 2018 Sciuè il panino vesuviano ha presentato in anteprima un menù invernale, perfetto per riscaldarsi e coccolarsi con prelibatezze di alta qualità. Per cominciare, i fratelli de Luca hanno servito un crocchè di baccalà su un letto di purè di patata viola. A seguire una polpetta di scottona realizzata con Antico Pomodoro Napoli (una varietà del pomodoro San Marzano) servita su cialda di pane e accompagnata da emulsione di basilico e fonduta di parmigiano reggiano 36 mesi. Di seguito una focaccia con genovese, preparata con farine biologiche tipo “0” e tipo “1” con corazza di marchigiana cotta a bassa temperatura, cipolla di Alife e scaglie di conciato romano. La degustazione si è consumata in abbinamento a “La Mossa”, biologico, del 2017, costituito per l’80% da Fiano e per il 20% da Moscato. Dopo aver gustato in anteprima tali prelibatezze, dal sapore studiato ma sfizioso, Sciuè il panino vesuviano ha servito un tris di mini panini. La farina con cui sono stati prodotti è di tipo “00”, ottenuta dopo 36 ore di maturazione. Il primo mini panino ospitava hamburger di marchigiana, pecorino bagnolese, noci, scarole napoletane, lardo di suino nero […]

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Cucina e Salute

Cenetta veloce e sfiziosa d’autunno: scaloppine ai funghi

Cenetta sfiziosa e veloce, pronta in soli 15 minuti: scaloppine ai funghi Il ritorno dell’autunno, si sa, porta con sé giornate lavorative stancanti, lo stress del rientro, il buio che cala prima e un’aria fresca che mette sempre appetito. Ritorna l’autunno e insieme a lui anche il languorino che ci coglie rientrando a casa stanchi e con nessuna voglia di perdere troppo tempo in cucina. E allora, cosa c’è di meglio di una cenetta veloce e sfiziosa come coccola autunnale? Ecco la ricetta delle scaloppine ai funghi. Cenetta veloce e sfiziosa d’autunno: scaloppine ai funghi, pronte in 15 minuti Per realizzare le saporite scaloppine ai funghi, una cenetta veloce e sfiziosa d’autunno che renderà più piacevoli e golose le nostre serate dopo il lavoro, occorrono circa 15 minuti: in un tempo record, dunque, porterete in tavola un secondo di carne semplicissimo da preparare e delizioso da gustare con un buon bicchiere di vino rosso. La ricetta consigliata è adatta per due persone e richiede un livello di esperienza in cucina davvero minimo. Per portarla a termine sono necessari i seguenti ingredienti:  1. 200 grammi di vitello 2. 300 grammi di funghi champignon surgelati 3. 1 spicchio di aglio 4. Pepe nero q.b 5. 25 grammi di burro 6. Olio extravergine d’oliva q.b 7. Rosmarino q.b 8. 20 grammi di farina 9. Sale q.b Si comincia dalla carne di vitello, che deve essere tagliata in fettine sottili. Ogni fettina, poi, deve essere ricoperta di farina da ambo i lati, facendo attenzione a eliminare l’eccesso. Dopo averle infarinate, si passa al condimento: le fettine verranno dunque salate e pepate. Nel frattempo, procedere nella preparazione dei funghi surgelati: non occorre attendere il loro scongelamento, basterà rimuoverli dalla busta e sciacquarli con acqua fredda. In una padella antiaderente, si porrà metà del burro che la ricetta prevede e si aggiungerà dell’olio extravergine d’oliva a piacere, fino allo scioglimento dello stesso. A questo punto si potranno adagiare nella padella le fettine di vitello. Quanto tempo dopo saranno pronte? Non c’è un tempo preciso da attendere, bisognerà rivoltare le fettine fino alla formazione di una sottile crosticina. Una volta cotte, le fettine di vitello verranno poste in un piatto a parte e coperte per evitare che si freddino mentre si prosegue con la preparazione dei funghi. Nella stessa padella dove è stata cotta la carne si scioglie con un altro po’ di olio extravergine d’oliva il resto del burro e si aggiunge l’aglio. Dopo circa un minuto si inserisce la quantità prescritta di funghi, solamente sciacquati, che devono essere saltati per due-tre minuti, fino alla loro cottura. Si aggiungerà pepe e rosmarino a piacere. La ricetta è ultimata: si potranno ora unire le fettine di vitello ai funghi, e se si intende gustarli caldi, si potrà riprendere la cottura a fiamma bassa di entrambi, posti nella stessa padella, per un altro minuto. Le scaloppine ai funghi sono pronte a riempire uno stomaco brontolante per la stanchezza e la frescura autunnale! In soli quindici minuti è stato […]

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Cucina e Salute

Dal ricettario della nonna, le melanzane sott’olio a crudo

Imprescindibili nel ricettario di qualunque nonna italiana, le melanzane sott’olio a crudo costituiscono una tradizionale conserva estiva. La conservazione sott’olio, una procedura naturale che evita la prolificazione di batteri dannosi, è un metodo di preparazione delle melanzane semplice, rapido e comodo. Le melanzane a crudo sott’olio si preparano perlopiù in estate, e una simile preparazione ne consente la conservazione per tutto l’anno. La melanzana, emblema della cucina mediterranea, è uno degli ortaggi più gustosi e versatili della nostra alimentazione. Grazie al ricettario della nonna può conservare a lungo il suo sapore caratteristico e prelibato con pochi, semplici passaggi. Direttamente dal ricettario familiare: come preparare le melanzane a sott’olio a crudo. La ricetta che illustreremo per realizzare questa squisita conserva estiva è indicata per realizzare cinque barattoli di melanzane sott’olio a crudo. Per iniziare è necessario munirsi di melanzane crude, di una pentola, di un torchietto, di una ciotola, di cinque barattoli muniti di tappo, di un litro di olio extravergine d’oliva, di sale, aceto, uno spicchio d’aglio. Tra le varie spezie da utilizzare si annoverano origano secco tritato, pepe secco, peperoncino, qualche foglia di alloro e, se si desidera, anche delle bacche di ginepro. Le melanzane a disposizione devono essere almeno quattro; prima di mettersi all’opera, è indispensabile lavarle accuratamente e sbucciarle. Solo in seguito si potrà procedere con il taglio, prima a fette, in seguito a listarelle. Dopo, inserite in una pentola, bisognerà versare aceto e sale in abbondanza, per poi coprire la pentola con le melanzane ed esercitare una pressione al di sopra per favorire la mescolazione degli ingredienti. Quanto tempo deve trascorrere affinché sale e aceto impregnino per bene le melanzane? Minimo due ore. Al loro termine, si potranno scolare le melanzane e trasferirle in un torchietto, dove si procederà a pressarle per trenta minuti a intervalli regolari. Occorreranno almeno 24 ore di riposo a seguito della pressatura, durante le quali le melanzane verranno cotte dall’azione dell’aceto e perderanno l’acqua accumulata. In ogni caso, concluse le 24 ore, si consiglia di strizzare le melanzane accuratamente per ridurre ulteriormente la presenza di acqua. A questo punto avrà inizio l’aggiunta delle spezie: in una ciotola, si aggiunga prima l’origano secco, poi il peperoncino. Nei barattoli, invece, sarà opportuno realizzare degli strati in cui la distribuzione dei sapori dovrà essere il più possibile omogenea. Posizionare le melanzane pressate con aceto e sale all’interno dei barattoli. A questo punto, alternare alle melanzane aglio, alloro, pepe e le bacche di ginepro e versare l’olio affinché le copra interamente. Si consiglia di avvitare solo leggermente il tappo, così da consentire la traspirazione, e di preferire per la conservazione un luogo fresco e non esposto a luce. È consigliabile sterilizzare prudentemente i barattoli prima di trasferirvi le melanzane a crudo sott’olio. Per la consumazione bisognerà attendere un mese, durante il quale l’aceto cuocerà le melanzane crude e permetterà la loro conservazione anche nelle stagioni più fredde. Dopo questo periodo di “gestazione” i barattoli di melanzane sott’olio a crudo sono pronte per entrare dal ricettario […]

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Culturalmente

Il galateo a tavola: obsoleto o intramontabile?

Galateo a tavola, regole obsolete o ancora utili? Considerato da molti obsoleto e da altri intramontabile, il galateo consiste nel complesso delle norme convenzionali che definiscono le aspettative di un dignitoso comportamento sociale. Si parla di galateo soprattutto per identificare una serie di prescrizioni soprattutto per quanto riguarda il comportamento a tavola. Oggi si è dinanzi al seguente dilemma: ha ancora senso rispettare certe regole sociali oppure è tempo di accantonarle per una maggiore flessibilità e spontaneità quando si tratta di intrattenere relazioni civili? Il galateo a tavola: iniziamo dall’etimologia Galateo, vocabolo che designa il sistema di convenzioni che determinano il corretto comportamento da osservare nelle situazioni civili e sociali, deve la propria fama a Giovanni Della Casa. Tra il 1551 e il 1555, infatti, Della Casa redasse un trattato battezzato “Galateo overo de’ costumi” in cui erano elencati consigli su come vestirsi, conversare e comportarsi a tavola e, più in generale, nelle occasioni sociali. L’idea gli era stata trasmessa da Galeazzo Florimonte, vescovo di Sessa (da qui il nome Galateo). Il galateo a tavola, l’ABC che ognuno dovrebbe conoscere. Prima di schierarci dalla parte di chi sostiene l’anacronismo del galateo o di chi lo addita ancora come buon costume da seguire, sarà opportuno conoscere l’ABC del galateo a tavola. Tutto comincia dalla postura: non bisogna poggiare i gomiti sul tavolo, né piegarsi verso il cibo. Solo le mani possono essere appoggiate sul tavolo, ed è conveniente spostare il cibo verso la bocca, e non la bocca verso il cibo. Il tovagliolo, invece, va posto opportunamente sulle gambe (e non legato intorno al collo per paura di macchiarsi la maglietta). Vietato dire buon appetito: o perlomeno così prescriverebbe il galateo originale. Nelle cerimonie nobiliari, infatti, il cibo era considerato soltanto una cornice, mentre il fulcro era rappresentato dall’incontro sociale e dall’intrattenimento degli ospiti. Chiaramente, è bene osservare questa norma solo in occasioni formali e non risparmiarsi un gioviale “buon appetito” quando si è con amici o parenti. Chi mangia per primo? Ovviamente, i padroni di casa. E affinché il banchetto possa avere inizio, tutti gli ospiti devono aver preso posto. Ma giungiamo alla parte più problematica che il galateo implica: l’apparecchiamento della tavola. Le posate devono occupare il posto a lato del piatto, posizionando le forchette sulle sinistra (in ordine di utilizzo) e sulla destra i coltelli e, più esterno, il cucchiaio. La lama del coltello deve essere rivolta verso l’interno, a significare che l’ospite è gradito. Sempre a sinistra occorre disporre un piattino per il pane, che è l’unico alimento a poter essere toccato con le mani. Esso va spezzato in bocconi e portato alla bocca, evitando di fare la famosa (ma non sempre opportuna) scarpetta. E per le bevande? Esiste un codice anche per quelle. Se si sceglie di fare un brindisi, tutti i commensali devono portare il bicchiere alla bocca, anche senza bere. È bene inoltre versare l’acqua prima ai propri vicini e poi a se stessi, e bere solo dopo aver inghiottito il boccone. Mai chiedere […]

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Fun e Tech

Facebook e security breach: 50 milioni di utenti a rischio

Facebook ha dichiarato un security breach e rischia un sanzionamento di 1,4 miliardi di euro dalla Comunità europea per aver messo a rischio i dati e la privacy di 50 milioni di utenti, che quotidianamente accedono al social network più importante ed utilizzato di tutti i tempi. Le responsabilità della società capitanata da Mark Zuckerberg non sono ancora ben note. La conferma del security breach di Facebook ha avuto luogo venerdì scorso, in data 28 ottobre 2018. Se la Comunità europea accerterà che la compagnia di Zuckerberg ha trasgredito ad alcuni punti del nuovo regolamento europeo di salvaguardia dei dati personali (il GDPR), la multa potrebbe addirittura salire. Facebook e security breach: nuovo attacco hacker nell’anno nero di Facebook Un nuovo security breach colpisce la piattaforma di Facebook, il secondo dopo lo scandalo del Cambridge Analytica, gravato sulla “fedina penale” di Facebook a marzo del 2018, la quale utilizzò 87 milioni di profili Facebook per fare propaganda elettorale a favore del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La società Cambridge Analytica, di proprietà di Robert Mercer ma guidata da Steve Bannon, ex consigliere di Trump, avrebbe utilizzato i dati dei profili Facebook di quasi 90 milioni di utenti per prevedere e influenzare le scelte elettorali pro Trump (attraverso armi di persuasione come annunci politici di parte). Il 21 marzo 2018, Mark Zuckerberg, ha ammesso le responsabilità della propria società nell’accaduto. Dunque un vero e proprio anno nero per Facebook, che deve fare i conti con un nuovo security breach e giustificarsi ancora, mettendo a repentaglio per la seconda volta la fiducia investita dagli utenti dopo lo scandalo Cambridge Anlytica. Il GDPR, il nuovo regolamento europeo per la protezione dei dati personali, è entrato in vigore a maggio di quest’anno, proprio per correre ai ripari dopo i mea culpa pronunciati per il più importante attacco hacker della storia di Facebook risalente a marzo 2018. Se il GDPR risulterà davvero violato, la sanzione cui la società di Facebook dovrà andare incontro corrisponderà al 4% del suo fatturato annuale globale. Facebook e security breach: per capirne di più Il security breach che rende ancora più cupo l’anno nero di Facebook si è servito di diverse “vulnerabilità” della piattaforma, come la funzione “Visualizza come” e una nuova versione prevista per il caricamento online di video (in vigore da luglio 2017). Ancora una volta, dunque, gli utenti di Facebook devono temere per la protezione dei propri dati personali, non solo su Facebook ma anche su piattaforme cui è possibile accedere mediante le credenziali di Facebook (come nel caso di Instagram). La commissione irlandese per la tutela dei dati personali, la Data protection commissioner, messa al corrente della questione da Menlo Park, ha intenzione di indagare ancora sulla natura del coinvolgimento di Facebook in questo security breach. Si è affermato infatti che “Facebook non è stata in grado di chiarire la natura della violazione e il rischio per gli utenti in questo momento”. Sicuramente Facebook dovrà approfondire la questione con tempestività, chiarendo le proprie responsabilità circa […]

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Culturalmente

Il porto sepolto (e insepolto) di Giuseppe Ungaretti

Il porto sepolto Mariano, il 19 giugno 1916 Vi arriva il poeta e poi torna alla luce con i suoi canti e li disperde Di questa poesia mi resta quel nulla d’inesauribile segreto A distanza di più di un secolo i versi di Giuseppe Ungaretti sanno ancora piombare sull’occhio che li attraversa con tutto il peso specifico di una rivelazione. Attraversare è proprio il termine indicato. La sua è una poesia che non si fa leggere, si fa attraversare. Profetica e attualissima al contempo, la sua eco non si disperde, ma rintocca con la cadenza di tutte le cose che occultiamo nel nostro porto sepolto. La solitudine delle parole di Giuseppe Ungaretti è garanzia della loro grandezza, un po’ come accade tra gli uomini. La loro verticalità è simbolo della loro statura, alta, monumentale. Il verso franto infrange la nostra disattenzione, le nostre dissimulazioni. Versi liberi, come lo era lo spirito di Ungaretti, inguaribile sperimentatore ma eternamente classico, alla ricerca di un significato sia nel deserto della sua Alessandria d’Egitto che nelle montagne d’Italia, la prima cosa che lo suggestiona quando decide di visitare Lucca, la terra dei suoi avi. La brevità di questi versi fa la loro longevità. Ungaretti ci consegna la descrizione di una sorta di rito sacro che non capiamo. È lui a capirci. Il suo porto sepolto rende insepolta la nostra verità più recondita. Che cos’è il porto sepolto? Il porto sepolto che Giuseppe Ungaretti menziona nella prima parte della poesia non è solo uno. Sono due. Il porto sepolto della sua infanzia biografica, quello che gli frullava nell’immaginazione per una leggenda che circolava ad Alessandria d’Egitto, suo paese natale. Gliene avevano parlato due amici egiziani, di questo porto inabissato nel mare, che tutti conoscevano e nessuno aveva mai visto. Il secondo è un porto sepolto simbolico, spirituale, un giaciglio color nero pece dove dormono inquietudini, nevrosi, attese e tutte le parole con cui potremmo esprimerle. Ungaretti inventa un viaggio. Immagina di cacciare la testa nell’abisso del mare e di nuotare fino a questo porto sepolto. Di raccattare i canti, i fogli sparsi, gli scritti abbozzati che vi sono conservati, intatti sul suo fondo. Di ordinare i versi che imprimeva, in fretta e furia, nella carta che avvolgeva le pallottole con cui doveva sparare in guerra. È un pellegrinaggio, un viaggio iniziatico che compie per la sua umanità e per la propria umanità. Risale con la stessa testa che aveva cacciato in quell’oscurità e disperde i suoi canti. Cioè ce ne fa dono. E ci restituisce un porto ora insepolto, in cui è ben visibile il nostro segreto, quello che volevano conservare inabissato. Il miracolo della poesia di Ungaretti è proprio questo. Attraverso una parola che diventa assoluta, sacra e solissima, essa sa cantare la verità che ognuno dissimula, il segreto che tentiamo di ottenebrare, il ricordo che non doveva riemergere. Il porto insepolto è un luogo mitico, ma anche tremendo per la sua tangibilità: è l’armadio dove giacciono i nostri scheletri, il letto dove si […]

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Attualità

Morta Inge Feltrinelli, “the queen of publishing”

Morta la notte scorsa a Milano all’età di 87 anni, Inge Feltrinelli era la presidentessa della Casa editrice Giangiacomo Feltrinelli dalla scomparsa del marito avvenuta nel 1972, ma anche un punto di riferimento per la cultura italiana.  Si spegne la donna che i periodici inglesi avevano battezzato “the queen of publishing”, la regina dei libri. Proprio ai libri Inge Feltrinelli ha devoluto interamente la propria esistenza: a quelli che ha difeso, a quelli che ha diffuso, a quelli di cui si era circondata. “I libri sono tutto, i libri sono la vita” asseriva una delle editrici più intraprendenti e temerarie mai affermatesi. La Casa editrice Feltrinelli la commemora con queste parole:“prendendosi l’impegno di continuare a percorrere la strada da lei tracciata” e prosegue definendola “fonte quotidiana di ispirazione per le attività dell’intero Gruppo, Inge Feltrinelli. È stata la guida più esigente e lo sguardo più innovativo, l’entusiasta promotrice di nuove attività come la diga più invalicabile a difesa dell’indipendenza e dell’autonomia della cultura e di tutte le manifestazioni di pensiero libero. Fotografa, fotoreporter, grande appassionata di moda, di arte e di ogni forma di creatività, aveva difeso con coraggio la stessa esistenza della casa editrice Feltrinelli, alla scomparsa del suo fondatore. Ci lascia una donna che sapeva distinguere la qualità e che ha portato in Italia e a Milano, nel corso degli ultimi cinquant’anni, scrittrici, scrittori, editori, intellettuali internazionali animando un contesto di inestimabile ricchezza” Morta Inge Feltrinelli, ma la sua battaglia sopravvive Inge Schönthal Feltrinelli è stata un’editrice, giornalista e fotografa. Nata negli anni Trenta, figlia di ebrei tedeschi, naturalizzata italiana, era custode vivente della memoria del Novecento. Nella sua vita e nella sua attività rilucevano ancora le polveri di quel ribollire di inquietudini e cambiamenti che ha caratterizzato un secolo grandioso e anche terribile, terminato solo da un paio di decenni. Centrale nell’esperienza di Inge Feltrinelli è stato sicuramente l’incontro, avvenuto nel 1958 con Giangiacomo Feltrinelli, che sposerà due anni dopo. Già a partire dalla clandestinità del marito, la gestione della Casa editrice Feltrinelli è stata affidata alle sue mani sapienti, ma è diventata definitiva solo nel 1972, anno della dipartita del marito. Motivata a salvare dalla disfatta la Casa editrice del marito, Inge credeva davvero di poter cambiare il mondo, anche dopo che suo marito aveva smesso di crederci. Gestì l’ente che aveva ereditato lavorando dietro le quinte, sempre paziente e rispettosa nei confronti del lavoro altrui. Nel frattempo, si dedicava alla formazione umana e culturale di chi, dopo di lei, si sarebbe occupato di quel piccolo gioiello editoriale: suo figlio Carlo. La stessa Inge diceva del figlio “è molto schivo, non ama la vita mondana, però il vero lavoro lo fa lui e lo ringrazio”, mentre il figlio sperava che sua madre un giorno o l’altro si decidesse a scrivere la propria biografia. Ricordata come una donna ironica ma sempre discreta, Inge ha ospitato numerose riunioni del Gruppo Feltrinelli nella casa che condivideva con Giacomo, e quando nella Casa editrice venne introdotto un nuovo amministratore si adattò […]

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Attualità

Miss Italia 2018, come è oggi e come era ieri

Miss Italia 2018. La 79esima edizione del concorso nazionale di bellezza, la cui finalissima si è tenuta a Milano lunedì 17 settembre, si è conclusa con la vittoria della ventiseienne Carlotta Maggiorana, della provincia di Ascoli Piceno. Prima miss sposata ad essere eletta, non sconosciuta al mondo dello spettacolo per aver recitato nel film “Tree of life”, con Brad Pitt e Sean Penn, in “Un Fantastico via vai” di Leonardo Pieraccioni e nella serie tv  “Onore e rispetto”, ha saputo conquistare l’approvazione della giura e del pubblico con la sua bellezza tipicamente mediterranea. Seconda la napoletana Fiorenza D’Antonio, mentre la medaglia di bronzo spetta a Chiara Bordi, diciottenne nota per essere la prima partecipante con una protesi alla gamba. A condurre in diretta Francesco Facchinetti e Diletta Leotta su La7, mentre in giura si segnalano Massimo Lopez, Tullio Solenghi, Alessandro Borghese, il giornalista Andrea Scanzi, Pupo, Mariagrazia Cucinotta e l’ex nuotatore Filippo Magnini. Miss Italia 2018, origini e progressi Miss Italia esisteva anche prima del 1946, anno ufficiale della sua nascita. Suo antenato è il concorso “5000 lire per un sorriso”, progettato da Dino Villani nel 1939, che prevedeva  il solo invio di foto delle aspiranti al titolo di “Miss Sorriso”, senza che esse dovessero sfilare. Interrotto a causa della seconda guerra mondiale, è stato ripristinato nel 1946 con il nome corrente. I primi concorsi si tenevano a Stresa, in seguito le sedi furono varie. Contestato negli anni del femminismo, ha continuato a ricevere critiche e scetticismo da parte di una società in evoluzione. Tuttavia, il concorso di Miss Italia ha seguito tutte le tappe storiche del nostro paese. Nel 1950 Miss Italia giunge alla trasmissione Radio. Nel 1988 passa alla Rai, e solo nel 2013 a La7. Nel 1959 la direzione viene assunta da Enzo Mirigliani, che la detiene fino al 2013, anno in cui gli subentra la figlia Patrizia Mirigliani. Nel 1990 un ulteriore progresso vede l’abolizione delle misure fisiche canoniche, mentre dal 1994 la partecipazione è aperta anche alle donne sposate o con figli (dopo la squalifica avvenuta nel 1987 della miss neoeletta Mirca Viola, perché madre e moglie). Dal 2002 è consentita la partecipazione solo alle miss che saranno maggiorenni per la finale. In precedenza, invece, erano state elette anche miss quindicenni. Oltre al titolo finale di Miss Italia, molteplici sono i titoli che vengono assegnati durante il concorso (Miss Miluna, Miss Eleganza). Inoltre, dal 2018 sono istituiti titoli di rilievo come Miss Forme Morbide o Miss Sport Italia. Nel 2014 l’età massima di partecipazione delle miss slitta dai 26 ai 30 anni e nello stesso anno si sancisce l’ammissione al concorso di ragazze nate in Italia da genitori stranieri. Numerosi progressi, dunque, per un concorso di bellezza che, per quanto possa essere contestato da un punto di vista ideologico o etico, si annovera tra le tradizioni culturali d’Italia.

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Cucina e Salute

Vegetariano: come, perché diventarlo e cosa mangiare

“Mi chiedono tutti perché sono vegetariana. Lo fanno ogni volta che rifiuto un hamburger, oppure un antipasto di pesce. Ma quasi nessuno ascolta la risposta.” Sono le parole di una delle dieci persone cui ho voluto rivolgermi prima di raccontare in che cosa consiste il vegetarianismo. Di buon mattino mi sono recata da chi ha deciso di sposare la dieta alimentare vegetariana per conoscere, farmi spiegare, per indagare le loro ragioni più recondite. Sono tornata a casa con il computer brulicante di informazioni e la testa brulicante di idee. Persone con lavori, residenze, caratteri, tagli di capelli diversi, tutte convertite a uno stile di vita che esclude la carne, mi hanno dato la chiave d’accesso a un mondo prima di allora per me inedito ma da sempre attraente. Persone con esistenze tra loro anche incompatibili, tutte ugualmente persuase che ogni giorno, sulle nostre tavole, vengano consumati veri e propri massacri. Una scelta complessa quella di diventare vegetariano, un’etica a volte ardua da sposare, dietro cui si celano storie diverse. Che cosa significa essere vegetariano? Prima di indagare le ragioni di chi abbraccia uno stile di vita vegetariano, sono partita dall’ABC. Con umiltà ho chiesto che mi venissero spiegate le basi, risolti dubbi forse scontati. Cosa mangia un vegetariano? Innanzitutto mi è stato spiegato che per vegetarianismo si intende un insieme di pratiche alimentari accomunate dall’esclusione del consumo di carne di qualsiasi animale. Simili abitudini alimentari vengono generalmente adottate per ragioni etiche, religiose o salutistiche. Del vegetarianismo fa parte il latto-ovo-vegetarianismo che prescrive l’astensione da alimenti derivanti dall’uccisione diretta degli animali ma ammette i prodotti animali indiretti, cioè latte e derivati, uova, miele, alghe. Il latto-vegetarianismo presenta la sola peculiarità, rispetto alla dieta latto-ovo-vegetariana, di escludere il consumo di uova, mentre l’ovo-vegetarianismo, all’opposto, le ammette ma bandisce i latticini. Il veganismo, meno conosciuto come vegetalismo, prevede invece l’inclusione di qualunque alimento di origine vegetale e l’esclusione di alimenti di origine animale (dunque anche di uova, miele e latticini). Infine, il fruttarismo, di cui si sente parlare principalmente in questi anni, si fonda sul consumo di frutta dolce e ortaggi con semi, escludendo qualunque parte della pianta diversa dal frutto. Dunque, tutti questi sottogruppi fanno parte dell’unica voce “vegetarianismo”. Ma com’è che lo si diventa? Domanda più che lecita, cui segue l’ovvia risposta. Eliminando la carne dalla propria dieta. Tuttavia pochi sanno in che cosa consista concretamente la piramide alimentare del vegetariano. E ancora meno sono consci della fase di documentazione, di consultazione e di studio che deve precederla. Forti motivazioni devono essere sottese a una scelta di vita simile. Molti si convertono al vegetarianismo per amore verso gli animali, considerati tutti uguali e tutti di pari dignità rispetto all’essere umano. Altri intraprendono questo cammino alimentare per ragioni ecologiche, in quanto la produzione di carne richiede un uso di 15.000 litri di acqua nonché uno spreco mostruoso di terreni coltivabili. Cibarsi di vegetali equivale a salvaguardare l’ambiente, risparmiare notevoli quantità di acqua, sviluppare uno spirito solidale con le creature della terra. Molti […]

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Cucina e Salute

Mango: tutto sul frutto tropicale che sta spopolando

Il mango, frutto originario dell’India, deriva da un albero sempreverde chiamato Mangifera indica dalla corteccia ruvida e rossastra, che produce foglie dal colore variabile dall’arancione al vinaccia e fiori bianco-rosati raggruppati in pannocchie. La fioritura viene indotta da un riposo prolungato, e lo sviluppo del frutto è un evento estremamente raro. Il frutto del mango può essere distinto in due tipologie peculiari: la filippina-indonesiana detta anche Camboya, caratterizzata dalla forma allungata e dal colore giallo-verde e l’indiana, nota anche come Mulgoba, dal colore più violaceo e la forma più grossa. Un’informazione che molti ignorano è che il mango appartiene alla stessa famiglia di pistacchi e anacardi. Il mango è un frutto esotico dalla polpa particolarmente profumata e dalla buccia gialla, rossa o verde di forma ovale. Oggi è possibile reperire e mangiare mango tutti i giorni sebbene esso venga coltivato nelle zone tropicali. Negli ultimi anni la sua fama è cresciuta proporzionalmente al suo consumo. Pro, contro e curiosità sul mango, frutto tanto amato I benefici del mango risultano numerosi e particolarmente apprezzati anche per il gusto gradevole del frutto e per le svariate modalità con cui è possibile consumarlo (a fette, a cubetti, essiccato, aggiunto a pietanze o a macedonie, sotto forma di salsa, “a cucchiaio”). L’assunzione del mango consente di combattere i rischi cardiovascolari. Esso è un’arma efficace contro il diabete, addirittura può prevenirne la patologia e dare man forte alla lotta contro l’obesità. Gli estratti di mango posseggono benefici antiossidanti e antinfiammatori e aiutano a trattare il dolore neuropatico. Tra le qualità terapeutiche più notevoli di questo frutto colorato e nutriente si deve annoverare indubbiamente la capacità di inibire la mutagenesi delle cellule, quindi ha proprietà antitumorali. La ricchezza di fibre consente di contrastare la stitichezza, mentre la presenza di vitamina C consente la produzione di collagene che ritarda l’invecchiamento della pelle e ne garantisce una maggiore elasticità, una funzione che condivide con il lupeolo. Il discreto contenuto di betacarotene lo rende un frutto particolarmente apprezzato e mangiato in estate per la sua azione stimolante della melatonina. Rafforza il sistema immunitario, stimola le funzioni cerebrali grazie alla presenza di vitamina B6, ed è utile a curare depressione e insonnia. Ancora, esso è utile per contrastare la ritenzione idrica e può essere assunto anche in un regime alimentare ipocalorico come alimento alleato per la perdita di peso corporeo. Un frutto medio apporta circa cento calorie, dunque può essere consumato come spuntino. Si sconsiglia la conservazione in frigo perché alcune delle sue proprietà organolettiche potrebbero disperdersi. Inoltre è possibile mangiarne solo la polpa, dopo aver opportunamente eliminato la buccia. Nonostante le ottime proprietà legate a questo alimento fresco e energizzante, è da sconsigliare a chi è soggetto a irritabilità del colon. Per la sua abbondanza di fibre esso potrebbe essere causa di coliche e diarrea. Inoltre esso può innalzare i livelli di glicemia basale. Tuttavia risulta evidente che i benefici associati al suo consumo superino di gran lunga le controindicazioni appena elencate. Oltre al suo più discreto ma ugualmente utile […]

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Culturalmente

Il caffè a Napoli: storia, benefici e rischi del nostro “oro nero”

Il caffè a Napoli è una cosa seria, e non è facile parlarne! Non è come raccontare di una qualunque altra bevanda. È una scommessa con la propria nascita, con la propria educazione e con le proprie abitudini. In questo caso, anche con il proprio lettore. Il caffè a Napoli non può essere descritto come una qualsiasi bibita, di cui indicare benefici e controindicazioni. Appellato spesso con l’emblematica espressione “oro nero”, il caffè a Napoli è simbolo di socialità, di incontro, di convivialità. Con il suo profumo riconoscibilissimo, che ci salva miracolosamente tutte le mattine da risvegli più o meno piacevoli, esso incarna perfettamente il calore, l’empatia, la freschezza e il bisogno di contatto umano che sono sempre state additate come caratteristiche del più autentico spirito napoletano. Il caffè si presenta: origini, evoluzione e curiosità In realtà, il caffè e il rituale legato ad esso non sono nati a Napoli. La pianta del caffè è originaria dell’Etiopia, poi diffusasi in Arabia e Turchia. L’oro nero di Napoli, dunque, è in realtà un prodotto importato. Diverse storie circolano sulla sua successiva diffusione in suolo partenopeo. Quella più nota racconta che il caffè, scoperto dalla città europea di Vienna, divenne centro degli elegantissimi Caffè viennesi, che ne avrebbero consacrato la fama. Fu poi Maria Carolina D’Asburgo, sposa del re Ferdinando IV di Borbone e grande bevitrice di caffè, a volerlo introdurre nei costumi di corte. Prima della sua fatidica scelta, il caffè circolava già a Napoli, ma demonizzato dalla Chiesa che, per il suo colore scuro, lo considerava la bevanda di Satana. Un’altra delle leggende più popolari circa la diffusione del caffè a Napoli riguarda il musicologo Pietro Della Valle. Stabilitosi a Napoli per un certo periodo, egli sarebbe partito per un viaggio in Terra Santa dove vi avrebbe trascorso dodici anni. Al suo ritorno, avrebbe portato con sé una squisita bevanda chiamata kahave, già acclamata in alcune lettere scritte ai suoi amici durante la lontananza. Altre versioni, invece, riconducono l’arrivo del caffè a Napoli ad Alfonso d’Aragona, le cui navi trasportavano in tutto il Mediterraneo (compreso il territorio partenopeo) prodotti derivanti dall’Oriente, tra cui si annovera il caffè. Si dovrà attendere l’Ottocento perché per le strade di Napoli si diffonda il buon odore di caffè: a partire da questo secolo, infatti, i vicoli meridionali si affollano di venditori ambulanti di caffè che contribuirono alla divulgazione di questa moda. Anche l’usanza del cosiddetto caffè sospeso risulta essere uno dei nerbi dell’anima partenopea. Sospeso, in quanto chi si apposta al bancone per consumare un caffè –perché il vero caffè napoletano deve, secondo i più, consumarsi al bancone, accompagnato da un bicchiere d’acqua e magari da qualcuna delle dolcezze tipiche della pasticceria napoletana– ne paga due per consentire questa piccola coccola anche ai meno benestanti. Un atto solidale, un gesto di umanità che ci contraddistingue e contribuisce a fomentare la nostra identità sociale. Il caffè appare proprio, per essere poetici, il sangue stesso dei napoletani, il loro veneratissimo oro nero. Il caffè, vizi e virtù […]

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Culturalmente

Associazione culturale Suadela, buon appetito con i Romani a Ostia antica!

Ostia antica ci invita a pranzo con i romani nelle giornate di 23 e 24 giugno. È questa la brillante e innovativa proposta dell’Associazione culturale Suadela, che ha allestito nelle domus romane di Ostia antica un ciclo di rappresentazioni per raccontare la storia del cibo presso gli Antichi Romani. Due giorni per far conoscere a curiosi e appassionati prelibatezze e abitudini gastronomiche in voga presso il popolo che ha fatto la nostra storia, due giorni per entrare in contatto con il passato attraverso un’offerta culturale senza precedenti, che usa sapientemente la cultura alimentare per istruire anche sulla politica, il costume e le gerarchie sociali del popolo romano. Associazione culturale Suadela: in scena cibi e usi dei Romani Il Molino del Silvano, ex azienda romana di età imperiale, ospiterà i panettieri. Verrà riprodotto un rilevante impianto industriale, testimonianza del fatto che nelle fasi repubblicane, di particolare benessere economico, il pane veniva acquistato e non preparato in casa dai cittadini. Il Caseggiato di Diana invece sarà teatro delle vitalissime botteghe romane. Certamente appetibile per i visitatori risulterà l’idea di mettere in scena la cucina di strada. A tale scopo si ricorrerà alla ricostruzione della tipica locanda romana (la popina) e alla rielaborazione delle antiche attività goliardiche e di intrattenimento. Ancora, sarà allestita la produzione di birra, per la gioia dei fruitori di questa iniziativa. La via di Diana, invece, ospiterà la produzione di una popolare salsa di pesce chiamata garum, con annessa spiegazione delle tecniche e delle sue diverse tipologie. Il banchetto vero e proprio verrà impiantato nella Domus della Fortuna Annonaria, dove dalle ore 12 alle ore 17 i rievocatori dell’atmosfera e dei gusti del palato dei Romani consumeranno le varie portate. Saranno rispettate ordine e gerarchie delle portate, utilizzate ceramiche da mensa, replicata l’antica disposizione dei commensali. La scena del banchetto e la cerimonia della frumentatio avranno luogo in orari specifici. La frumentatio, in particolare, implicava la distribuzione di farina alla popolazione, pesata e assegnata in base al censo, risulta essere emblematica delle peculiarità e dello spiritoso della Romanitas. Inoltre saranno distribuite apposite guide con orari e mappe per giungere e partecipare alle varie attività. Una ventina di rievocatori, immedesimati nei loro ruoli di impeccabili cittadini dell’Impero romano, si cimenterà in spiegazioni e illustrazioni dei vari aspetti della vita dei romani. Il mercato delle specialità romani, la produzione di birra e pane e la cucina di strada, saranno ripetuti continuamente, affinché i visitatori possano fruirne a più riprese durante la giornate. Puntualizza questa lungimirante trovata l’archeologo Alessandro Pirrone dell’Associazione culturale Suadela. Ostia antica diviene promotrice di un’originale immersione nel nostro passato storico. L’archeologia si pone servizio degli amanti dell’arte e della cultura per tramandare nella maniera più comunicativa e attraente possibile non soltanto le grande gesta della Romanità, ma anche le abitudini più spicciole…molto più simili alle nostre di quanto immagineremmo.

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Culturalmente

Generazioni a confronto: chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?

Siamo i pessimi eredi delle generazioni che ci hanno messo al mondo. Una sbirciatina non troppo superficiale in una scuola, in un bar o in una palestra potrebbe capacitarci di qualcosa di scandaloso. I nostri figli nasceranno tutti orfani. Orfani, perché non avremo nulla da offrire loro. Avremo già spazzolato via tutto, con l’ingordigia e l’ingratitudine con cui abbiamo ingurgitato e ruttato il patrimonio delle generazioni che ci precedono, della storia che ci ha fatto nascere. Siamo i figli troppo obbedienti dei nostri genitori. Troppo obbedienti, perché loro hanno voluto per noi la vita sfaccendata e voluttuosa che era totalmente al di fuori dei loro orizzonti. Noi, da prole premurosa, abbiamo intascato facilitazioni, comodità, agi, senza chiederci da dove provenissero. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Si intitola così un’opera di Gauguin. Anche se, tristemente, abbiamo smesso di domandarcelo. Le domande esistenziali sono perite per sempre. Spaparanzati davanti alla serie tv della nostra vita, siamo spettatori passivi e ipernutriti di quello che altri hanno deciso per noi. Non siamo stati in grado di erigere più alcuna Piramide. Abbiamo fatto molto meno dei Greci, ci siamo fatti beffe dell’austero Impero Romano. I nostri dei si chiamano Inettitudine e Tracotanza. Sbuffiamo pigramente per le vite che conduciamo senza immaginare di non meritarle affatto. Da dove veniamo? Veniamo da gente in gamba, che si è rimboccata le maniche per andare oltre la propria storia, per riscattarsi. Che faticosamente ha cominciato a capire cos’era la cultura, ad abbordarla timidamente, e quando non poteva abbordarla ha almeno imparato l’arte della dissimulazione. La generazione che ci precede è figlia di massaie e veterani, venuta appena dopo una guerra in cui non si poteva dissimulare proprio niente. Figli di massaie e veterani che hanno già cominciato a fare meno di loro, ma sono stati autori di una scoperta interessante: che c’è qualcosa al di là della mera sopravvivenza. I nostri genitori si sono sforzati di diventare animali intellettuali, di fare vacanze di piacere e di bisticciare per motivi che non erano la vita e la morte. Hanno avuto i primi contatti con l’inutile, con il bello gratuito, con la cura di sé. Hanno capito il senso di una pedagogia che non ha a che fare con la pura riverenza patriarcale. I nostri genitori hanno avuto vite difficili, meno difficili dei loro genitori. Il processo è stato scalare; e su una scala da 1 a 10 di difficoltà, la nostra esistenza prende l’ascensore. Chi siamo? Siamo il grasso, un pacco sproporzionato portato a stento da una cicogna con il mal di schiena per i troppi voli a digiuno. Abbiamo coniato il concetto di ipocondria e anche un umore standardizzato per ogni giorno della settimana. Abbiamo defecato senza tante cerimonie sulla meritocrazia, sull’etica del lavoro, su qualunque discernimento tra giusto e sbagliato. Non veniamo più a contatto con niente che non abbia prima valicato la dogana dell’omologato e del confortevole. La verità è che il nostro progresso ci decapita, perché mozza il nostro ingegno, la nostra inventiva e […]

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Attualità

In Costarica la natura fa miracoli: da una discarica nasce una foresta

A prima vista quello che si è verificato in Costarica appare un miracolo. Può una foresta rigogliosa sorgere da un terreno sterile, usato come discarica? Può. Per miracolo, o meglio per l’ineccepibile potenza della natura. Una storia quasi miracolosa in Costarica Negli anni Novanta la ditta Del Oro, azienda produttrice di succhi commerciali, era alla ricerca di una sede dove riversare i suoi scarti di arancia. Due ecologisti dell’Università della Pennsylvania, Daniel Janzen e Winnie Hallwachs, ebbero a quel punto un’intuizione decisiva: dato che l’azienda Del Oro confinava con l’Área de Conservación Guanacaste in Costarica dove loro lavoravano come consulenti, offrirono un’area dove scaricare le bucce di arancia prodotte. In cambio, la ditta Del Oro avrebbe dovuto donare al parco di Guanacaste una porzione dei loro terreni boschivi. L’area proposta dai consulenti Janzen e Hallwachs per essere utilizzata come discarica era una zona arida, quasi desertica. Dopo l’accordo, nel 1998, più di mille camion vi riversarono un’ingentissima quantità di scarti di arancia. Tuttavia l’azienda Del Oro fu denunciata da una ditta rivale (la TicoFruit) per aver inquinato con rifiuti organici il parco di Guanacaste, patrimonio dell’Unesco. La discarica fu dunque abbandonata in seguito alla delibera della Corte Suprema del Costarica. Ed è qui che si colloca il “miracolo” compiuto dalla natura. Janzen, uno dei due consulenti dell’Area de Conservación Guanacaste della Costarica, nel 2013 decise di verificare cosa ne fosse stato del luogo. Come mai? Timothy Treuer, laureando a Princeton, aveva contattato i consulenti per scrivere una tesi proprio sull’evoluzione di quella zona arida. Janzen, giunto sul luogo, scoprì che il miracolo era avvenuto davvero: al posto dell’area degradata ceduta all’azienda Del Oro nel 1998, rinvenne una foresta florida e in pieno sviluppo. In cosa consiste il “miracolo”? Le bucce di arancia hanno arricchito il suolo di micronutrienti, arginando la desertificazione del luogo. Da questa concimazione spontanea è sorta una foresta miracolosa, di alberi rigogliosi. A costo zero, la natura ha provveduto a riabilitare un’area arida, in cui nessuno riponeva più speranze. Gli scarti organici hanno aumentato del 176% la biomassa in quasi metà del terreno dove sono stati riversati. Una differenza abissale rispetto all’area utilizzata come discarica di un’azienda produttrice nel 1998, tanto da far apparire lo stesso luogo negli anni “due ecosistemi diversi”. La rivista Restoration Ecology ha pubblicato gli studi effettuati dai biologi Timothy Treuer e Jonathan Choi su questo incredibile sviluppo. Si è occupato di studiare questa singolare vicenda anche David Wilcove, che ha sottolineato l’importanza della collaborazione tra aziende private e associazioni ambientali al fine di darsi a questa intelligente forma di riciclaggio, che utilizza gli scarti produttivi per riabilitare aree naturali non valorizzate. Una vicenda unica ed emozionante, che dimostra ancora una volta di quanto la natura sopravanzi l’uomo, sostituendo la sua opera per realizzare degli autentici miracoli.

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Culturalmente

Il complesso di San Domenico a San Gimignano e il suo sogno di riqualificazione

San Domenico, suggestivo convento del Quattordicesimo secolo e luogo di detenzione fino all’anno 1993, è un caratteristico complesso ubicato in Toscana, precisamente a San Gimignano, proclamato Patrimonio dell’Unesco nel 1990. La sua fama scaturisce soprattutto dal fatto che il complesso è stato polo delle vicende storiche e politiche legate a San Gimignano. La storia di San Domenico È facile, quasi inevitabile, smarrirsi nel fascino di un complesso architettonico traboccante di storia come questo. Il rilievo dove si articola la costruzione iniziò a essere frequentato nell’età etrusca. Durante l’età romana, invece, il luogo sprofondò della desolazione. Nel corso del Cinquecento alcuni frati domenicani, spianando una collinetta nel proprio orto, riportarono alla luce una sepoltura costituita da cinque camere contenenti reperti e situata attorno al colle di San Gimignano, frequentato tra l’età arcaica e quella ellenica. Dall’Alto Medioevo fino all’età comunale San Gimignano fu sede vescovile. Nel 1208 i possedimenti vescovili divennero proprietà degli esponenti di una potente famiglia che si faceva chiamare De Turri o Della Torre. Malgrado le obiezioni dell’istituto comunicale che si era affermato in quegli anni, nel 1211 la famiglia entrò in possesso dell’intera proprietà che conservò fino al 1348, anno in cui fu venduta a Firenze. Nel 1353 fu siglata la definitiva sottomissione di San Gimignano a Firenze. Più tardi si procedette all’edificazione di un convento e di una nuova chiesa. Entro il 1380 l’ala orientale del complesso era stata ultimata, nella sua strutturazione a due livelli: la sagrestia, la sala capitolare, il refettorio, la cucina e un l’ospizio si stagliavano a piano terra; il dormitorio dei frati invece era situato al livello superiore. Donazioni e testamenti risultarono numerosi per tutto il Quattrocento. Vari lavori furono eseguiti soprattutto per merito delle sovvenzioni comunicali e dei contribuiti di singoli individui o famiglie. Verso la metà del Quattrocento la struttura si ampliò e si proseguì alla fondazione del chiostro. I lavori per le ali settentrionali e occidentali del convento si conclusero invece tra il 1480 e il 1511.a libreria. Un muro venne innalzato per circoscrivere la piazza che sorge dinanzi al fronte principale della chiesa e fu portato a termine il progetto di una libreria. Le intemperie furono causa del crollo di una porzione di torre campanaria della chiesa nel 1527. Tanto gli edifici quanto le ornamentazioni di San Domenico nel corso dei secoli furono oggetto di lavori di manutenzione. Tuttavia nel 1787 come conseguenza del diminuito numero dei frati si decise di proporre la soppressione del convento. Il nostro excursus sulle origini di San Domenico si addentra fin nell’era napoleonica: dopo la caduta di Napoleone, negli anni del ritorno in patria di Ferdinando III di Lorena, San Domenico fu destinata all’oblio e, abbandonata, conobbe gli albori della propria progressione erosione. Venduto nei primi decenni dell’Ottocento a un certo Antonio Turbiglio, che aveva progettato di trasformare il complesso di San Domenico in una fabbrica di specchi, esso fu reinserito nel demanio granducale per l’emergere di problematiche economiche. Inutilizzato per gran parte dell’Ottocento, dal 1833 al 1922 San Domenico fu […]

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La casa del comandante rivede la luce a Roma durante gli scavi per la metro C

Roma, stazione Amba Aradam. 2 marzo 2018. Queste le coordinate spazio-temporale di una scoperta eccezionale, come l’ha definita la responsabile dello scavo, Rossella Rea. Disseppellita domus romana durante gli scavi per la metro C, la cosiddetta casa del comandante collegata ai dormitori della caserma rinvenuta nel 2016. Gli scavi per la realizzazione della metro hanno una notevole rilevanza anche dal punto di vista archeologico in quanto consentono di scendere a grandi profondità, in questo caso fino a 12 metri e si progetta di scendere di altri 5 metri. A farlo presente è ancora Rea, che sottolinea l’importanza storica del ritrovamento. La caserma riportata alla luce nel 2016, di impianto traianeo e con modifiche risalenti al tempo di Adriano, è direttamente connessa ai 14 ambienti della domus scoperta questo mese. Ritrovati anche resti delle due ali che completano il complesso dei dormitori della caserma romana. Tuttavia, il polo magnetico di questa sensazionale scoperta risulta essere la casa privata di un comandante d’età imperiale, di particolare pregio. Disgiunta dai dormitori attraverso un cancelletto, mentre una scala conduceva a quello che doveva essere l’ufficio del comandante, essa risale al secondo secolo d.C. La casa del comandante presenta numerose ristrutturazioni, come si può evincere dalla sovrapposizione di diverse pavimentazioni risalenti a più epoche storiche. Ricalca la struttura tipica delle case romane, organizzata intorno a uno spazio centrale aperto. Peculiare è anche la presenza di una fontana di marmo bianco con un sistema di scolo per l’acqua in accesso. Caratterizzata prevalentemente da mosaico, la pavimentazione risalta per il biancore del marmo e il grigiore dell’ardesia, entrambi trapunti di elementi geometrici. Un satiro lotta o danza con un amorino sotto una vite, questa la scena che decora la sua superficie. Si è presupposto che l’ambiente fosse riscaldato, per la presenza di un’intercapedine per il passaggio di aria calda costituita da mattoni e posta al di sotto del pavimento (sono le note suspensurae). è l’archeologa Simona Morretta, direttrice scientifica dello scavo, ad informarci delle fattezze della domus riesumata. La casa del comandante, una mini Pompei romana. La casa del comandante, tesoriere di inestimabili ricchezze storiche se si considera che a Roma non è mai stato dissepolto niente di simile e anello di congiunzione di precedenti scoperte: è già stata definita una mini Pompei. Un pianeta in miniatura, smembrato, da ricomporre con dedizione. Un vero e proprio quartiere militare dotato di corridoi, blocchi di travertino per immagazzinare merci e eccedenze alimentari, sistemi di canalizzazione acquifera. «Forse la struttura ospitava i servizi segreti dell’imperatore» ipotizza Rossella Rea. Sorprendente anche la riesumazione di oggetti di uso comune, come anelli d’oro, amuleti, pugnali rivestiti di avorio, mosaici e pavimenti in mattoncini disposti a spina di pesce. La casa del centurione è dunque il vero focus di interesse degli archeologi: la straordinaria complessità e l’impeccabile stato di conservazione dei ritrovamenti acuiscono il loro appetito. Rivede la luce miracolosamente dopo secoli di oblio, come è avvenuto per le campane Pompei o Ercolano. Un’altra storia che scalpita per avere altra aria, un passato obnubilato […]

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Attualità

Energia rinnovabile: medaglia di bronzo all’Italia

Italia e fonti di energia rinnovabile. Un binomio ampiamente studiato, dibattuto, poiché nel corso degli anni il nostro Paese è spesso impallidito nel confronto con i livelli di uso del rinnovabile da parte di paesi come la Germania, la Francia o il Regno Unito. Eppure l’Italia ha superato le aspettative per il suo consumo di fonti di energia rinnovabile, con un rialzo sostanziale registrato dal Gestore dei Servizi Energetici (GSE). I dati che testimoniano l’incremento sono quelli riportati dal Rapporto Statistico 2016, l’ultimo a divulgare i livelli di utilizzo dell’energia rinnovabile nel settore elettrico, termico e dei trasporti. A seguito di una revisione dei consumi di carbone e di prodotti derivati in Italia, il GSE ha riconsiderato tale documento, riportandovi il rialzo in uno studio denominato “Fonti Rinnovabili in Italia e in Europa, verso gli obiettivi al 2020”. L’Italia si posiziona terza in Europa per impiego di fonti di energia rinnovabile, spiccando per una quota complessiva di consumi energetici rinnovabili uguale al 17,41%. Una medaglia di bronzo meritatissima, se consideriamo che dal 2005 al 2016 l’Italia ha raddoppiato i propri consumi di energia green. Se si vuole ricorrere a termini percentuali, su un consumo complessivo europeo di 195 Mtep di energia da fonti rinnovabili, l’Italia rappresenta circa l’11%, collocandosi al terzo posto nella classifica dei consumi da FER dopo Germania e Francia e prima del Regno Unito. Prendendo in considerazione i consumi complessivi di energia (quindi includendo la fonte fossile), il nostro Paese occupa invece il quarto posto, coprendo il 10,6% del totale europeo. Un rapporto redatto da Navigant Research prevede la crescita dell’Italia soprattutto nel settore delle biomasse, in cui raggiungerà valori di 11,5 miliardi di dollari di fatturato annuo per il 2020. Il commercio di pellet da biomassa risulta in crescita, in quanto l’energia derivante da biomassa appare affidabile e facilmente distribuibile, e mediante incentivi e sussidi connessi al sostegno del governo si potrebbero potenziare ulteriormente gli obiettivi di energia rinnovabile. Alla conquista della medaglia di bronzo da parte dell’Italia le varie regioni hanno contribuito in maniera differente. Il 76% dell’energia elettrica prodotta da fonte idrica, ad esempio, si concentra in sole 6 Regioni del Nord Italia. 6 Regioni del Sud Italia sono invece responsabili del 90% dell’energia elettrica prodotta da eolico. La Toscana si presenta in qualità di sede di impianti geotermoelettrici. Infine la Lombardia, in termini di quota FER regionale sul totale FER nazionale, è da segnalare in quanto fornitrice del contributo maggiore, seguita dalle regioni del Veneto, Piemonte, Emilia Romagna e Toscana. Il nostro Paese può brindare a un traguardo degno di essere notificato per la sua rilevanza a livello ambientale ed economico, che dimostra la straordinaria versatilità, lo spirito di adattamento e la capacità di miglioramento dell’Italia.

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