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Eroica Fenice

Cinema e Serie tv

Tenet, il ritorno al cinema di Christopher Nolan

Tenet di Christopher Nolan è al cinema La premessa, nell’analizzare e recensire un prodotto tanto atteso quanto Tenet, è di quelle doverose, ma al contempo necessarie: quanto ci è mancato andare al cinema. Il buio della sala, il profumo dei popcorn e il disturbo dei telefoni erano tutte emozioni che stavamo pian piano rimuovendo dal nostro catalogo sensoriale, e serviva l’uscita di Tenet a ricordare a tutti noi quanto sia profondo ed ancestrale il nostro amore per la settima arte. Tralasciando i grandi blockbuster, Christopher Nolan è ormai rientrato in quel ristrettissimo giro di autori e registi la cui uscita al cinema è diventata un’attesa spasmodica, richiamando file di appassionati che magari non rientrano neanche strettamente nella sua pur nutrita fan base. In questo, può essere paragonato probabilmente solo ad un altro grande del cinema dei nostri giorni, mr Quentin Tarantino. Tenet è uscito così al cinema, dopo mesi di rinvio a causa dell’epidemia di Covid-19. La pellicola è dunque uscita con una richiesta praticamente ulteriore rispetto a quella di soddisfare gli appetiti di un pubblico, come si è visto, estremamente vasto: a Tenet si chiedeva praticamente di salvare il cinema. Una richiesta non di poco conto, quella di salvare uno spazio sempre più a rischio e schiacciato dai grandi servizi in streaming. Netflix e Amazon hanno infatti, se possibile, aumentato ancora di più i loro fatturati durante l’epidemia e sono diventati a tutti gli effetti i grandi mattatori del cinema mondiale. I prodotti più interessanti, più visti e più remunerati passano infatti tramite loro e c’è chi dice che la sala, così come la conosciamo, è destinata praticamente a scomparire. Immaginare però di vedere un prodotto come Tenet su un piccolo schermo di un cellulare o perlomeno di un computer è un esercizio che però appare quantomeno faticoso. Sicuramente uno spreco, vista l’impegno certosino, dal punto di vista tecnico e visivo, che come sempre Nolan ha messo nelle sue opere. Il film, costato oltre duecento milioni di dollari, è più che mai un’impresa orgiastica del regista britannico, che si diverte a trasporre sul grande schermo quella che a tutti gli effetti è una storia di spionaggio, arricchita dai soliti trip mentali assurdi a cui ci ha abituati. In primis, il Tempo, elemento chiave della cinematografia nolaniana: si pensi a Memento, Inception e Interstellar. Nolan vuole salvare il cinema Il cinema di Nolan si conferma però un cinema che, privato di tutte le sue sovrastrutture tecniche dal sicuro impatto, è difatti semplice e scarno nelle sue fattispecie principali. Un cinema che non parla mai per immagini, che anzi è tenuto a mostrare per filo e per segno quello che accade, non designando accurate spiegazioni scientifiche che farebbero girare la testa ad un laureato in fisica. Un cinema intelligente e che per l’appunto ci tiene a far sentire intelligente lo spettatore, che dopo la visione, più che di aver assistito ad un prodotto cinematografico, ha la sensazione di aver assistito ad una trattazione scientifica. Dal punto di vista dei contenuti la […]

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Cinema e Serie tv

Film da vedere in famiglia: la nostra selezione

Quali sono i film da vedere in famiglia? Ci sono film che mettono d’accordo proprio tutti, dai più grandi a più piccini. I film per la famiglia, quel nucleo che rappresenta il più grande ammortizzatore e microcosmo posto alla base dell’odierna concezione di società. Quei film che praticamente rappresentano un passaggio di crescita obbligato, senza il quale non si può veramente dire di essere entrati nell’età adulta. Si passa dalle commedie più esilaranti alle grandi opere d’animazione, passando per l’azione e l’avventura: ce n’è, insomma, davvero per tutti i gusti e tutte le salse. Non resta che preparare i popcorn e mettersi comodi sul divano, che la magia del cinema, con il suo carico di emozioni che non distingue fra le diverse età, è pronta ad aspettare. 5 film da vedere in famiglia Ritorno al futuro Evergreen del cinema d’animazione made in USA, Ritorno al futuro è una pietra miliare di tanti generi e sottogeneri che hanno fatto la storia della settima d’arte. Una pellicola che, grazie alla sapiente mano di Robert Zemeckis, è stata infatti in grado di spaziare con facilità dal registro comico a quello fantascientifico. E d’altronde, alzi la mano chi non abbia mai visto le vicende di Marty McFly e compagni comodamente seduto sul divano di casa. Il tema del viaggio del tempo, così frequente nel cinema degli ultimi anni (vedasi l’ultimissimo TENET) viene qui trattato con divertimento ed ironia, con una leggerezza mai comunque frivola a sé stessa e che ha reso il film così celebre a distanza di così tanti anni. D’altronde, viviamo in un’epoca in cui le sfumature tra generazioni si perdono, genitori e figli condividono molti più gusti cinematografici e musicali rispetto al passato: quale modo migliore di unire una tranquilla famigliola se non con un’immancabile visione di Ritorno al futuro? Jumanjii In una classifica del genere, non poteva mancare un film che prevedesse l’interpretazione di Robin Williams. Quando si pensa ad un film per famiglia, che possa divertire e commuovere, unendo generazioni anche distanti tra di loro, si fatica a trovare un attore più versatile del compianto americano. Da L’uomo bicentenario, passando per Mrs Doubtifre, si perdono infatti le pellicole e le opere che potevano rientrare in questo restrittissimo elenco. Jumanjii è una metastoria, un gioco nel gioco, che a distanza di più di vent’anni non smette di incantare ed appassionare: si vedano ad esempio i recenti remake che si avvalgono anche della presenza, fra gli altri, di “The Rock”, Dwayne Johnson. Una notte al museo Quello che si diceva del film precedente, vale anche per Una notte al Museo. Robin Williams, nei panni del presidente Roosevelt, è presente anche in quest’amatissima pellicola per grandi e piccoli. Ben Stiller è il guardiano notturno del museo di storia naturale di New York: un incarico come tanti, se non fosse che, di notte, tutte le statue e le figure di cera presenti nel museo prendono letteralmente vita. E così partono le bizzarre avventure al centro del film, in cui è possibile vedere dialogare […]

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Musica

Seat Music Awards, la grande musica all’Arena di Verona

Seat Music Awards al via! Al via la quattordicesima edizione dei Music Awards, che per la seconda volta sono denominati Seat Music Awards, mercoledì 2 e sabato 5 settembre all’Arena di Verona e in diretta in prima serata su RAI 1 condotti da Carlo Conti e Vanessa Incontrada. In un anno così imprevedibile e sospeso per il mondo intero, la musica continua a farsi sentire e reagisce più unita che mai, con un’edizione molto speciale dei consueti premi della musica italiana: per la prima volta non saranno gli artisti a essere premiati, ma saranno loro a dedicare simbolicamente la propria presenza e le esibizioni ai lavoratori dello spettacolo. Ed è così che i “Premi della Musica” diventano i “Premi DALLA Musica”, un riconoscimento a tutti i musicisti e ai lavoratori dietro le quinte che, anche adesso che il mondo si sta preparando a ripartire, continuano a rimanere sospesi e invisibili. In diretta dall’Arena di Verona, con pubblico presente, i Seat Music Awards vedranno oltre 70 artisti alternarsi sul palco nel corso delle due serate. Sarà un modo per riportare la musica nel suo luogo naturale, il palco, riaccendere le luci, i suoni, le emozioni dei concerti e ridare la giusta collocazione ai musicisti e a tutti i lavoratori dietro le quinte. Gli artisti presenti sul palco mercoledì 2 settembre saranno: ALESSANDRA AMOROSO, BIAGIO ANTONACCI, CLAUDIO BAGLIONI, ANDREA BOCELLI, RICCARDO COCCIANTE, FRANCESCO DE GREGORI e ANTONELLO VENDITTI, ELISA, EMMA, TIZIANO FERRO in collegamento da Los Angeles a causa del lockdown, LIGABUE, FIORELLA MANNOIA, GIANNI MORANDI, GIANNA NANNINI, EROS RAMAZZOTTI, ZUCCHERO e AMADEUS, GIORGIO PANARIELLO, LEONARDO PIERACCIONI e FICARRA e PICONE. Gli artisti presenti sul palco sabato 5 settembre saranno: ACHILLE LAURO, ANNALISA, MALIKA AYANE, BABY K, BOOMDABASH con ALESSANDRA AMOROSO, GIGI D’ALESSIO, FRED DE PALMA, DIODATO, GIUSY FERRERI, FRANCESCO GABBANI, GHALI, IL VOLO, IRAMA, J – AX, LEVANTE, MAHMOOD, MARCO MASINI, ERMAL META, MIKA e MICHELE BRAVI, MODÀ, FABRIZIO MORO, NEK, ENRICO NIGIOTTI, TOMMASO PARADISO, PIERO PELÙ, MAX PEZZALI, RAF E TOZZI, FRANCESCO RENGA, RIKI, THE KOLORS e ENRICO BRIGNANO. Ma non finisce qui! Ci sarà infatti anche un terzo speciale appuntamento dei Seat Music Awards, in onda domenica 6 settembre alle ore 16.00 su Rai 1: “Seat Music Awards – Viaggio nella musica”.  Narratore del viaggio sarà Nek in una veste insolita ma a lui molto congeniale, amato e stimato dai suoi colleghi, divertente intrattenitore partirà dalla sua casa di Sassuolo alla volta di Verona per immergersi nella settimana che riaccenderà le luci sulla musica dall’Arena di Verona. Nek incontrerà e presenterà i suoi colleghi cantanti e le loro hit, oltre ad alcuni dei protagonisti delle puntate precedenti, ma anche i lavoratori dello spettacolo, a cui tutto questo progetto è dedicato. Gli artisti protagonisti dello speciale terzo appuntamento “Seat Music Awards – Viaggio nella musica” saranno: IL VOLO, GIGI D’ALESSIO e CLEMENTINO, BUGO e ERMAL META, MARIO BIONDI, RON, ROCCO HUNT e ANA MENA, GAIA, AIELLO, NINA ZILLI, MR. RAIN e tanti altri ospiti, protagonisti della “Settimana della Musica”. Dall’1 al 21 settembre sarà inoltre attivo […]

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Attualità

Confine e oltre: il mondo è volontà di sapere

Sfogliando un qualsiasi dizionario si trova che il termine ‘confine’ indica una «linea che circoscrive una proprietà immobiliare o il territorio di uno Stato o di una regione». Ridurre una parola del genere a un unico campo semantico è però estremamente riduttivo dato che, scorrendo nella medesima pagina di vocabolario, ci si accorge facilmente che i significati attribuiti a questo termine sono molteplici. Confine naturale, confine politico, passare i confini, azione di regolamento di confini non sono che la punta dell’iceberg della varietà incredibile di sfumature che questa parola può assumere. Il confine indica un limite comune, una separazione tra spazi contigui, ma è anche un modo per stabilire in via pacifica il diritto di proprietà di ognuno in un territorio conteso. Esso è generalmente associato all’idea di frontiera, che, interpretata in chiave più allegorica, una volta varcata consente di andare oltre il giusto, il consentito e il conoscibile. ‘Confine’ e ‘frontiera’ sono nozioni poste alla base della cultura occidentale, basti pensare ai Greci, primi indagatori dei meandri della metafisica, e ai loro miti. Icaro e Prometeo sono in tal senso emblematici poiché curiosi a tal punto da sfidare il volere degli dei e puniti proprio per la loro eccessiva indiscrezione. È stato però Ulisse ad aver esercitato la maggiore influenza nell’immaginario collettivo per il suo celeberrimo passaggio delle colonne d’Ercole, tanto da venire citato, oltre mille anni dopo la stesura dell’Odissea, da Dante nel ventiseiesimo canto dell’Inferno. Il poeta fiorentino, ponendo l’eroe omerico tra i consiglieri di frode, rispecchia quel pensiero medievale che, influenzato dalla dottrina cristiana, era restio a celebrare un’eccessiva curiositas dell’uomo, costretto a vivere entro i limiti imposti da Dio. Il confine per dividere: l’Europa contemporanea È così che arriviamo ai giorni nostri, agli anni venti del XXI secolo, che vedono la fine del sogno di un’Europa priva di confini e barriere. L’abbattimento del muro di Berlino e il Trattato di Maastricht, che sancirono rispettivamente la fine del mondo bipolare e la nascita dell’Unione Europea, non sono stati che un’illusione: siamo di fronte al ritorno dei nazionalismi e dei populismi in tutto il Vecchio Continente, partiti xenofobi come la Lega salviniana o Vox in Spagna sono quelli più in ascesa negli ultimi anni o arrivano fino al ballottaggio nelle elezioni politiche, alla destra lepenista nelle ultime elezioni francesi. Il fenomeno è dilagante in tutta Europa, e quel che più colpisce non è solo l’ascesa di ideologie che si erano credute scomparse dopo la fine dei totalitarismi del Novecento, ma la diffusione di queste in Paesi generalmente considerati paladini della democrazia o addirittura fondatori dell’UE come la Germania, la Svezia, l’Italia e la Danimarca. Gli stessi governi promotori di queste credenze investono poi milioni di euro nella ricerca, sostenendo l’abbattimento dei limiti umani verso un’ipotetica cura a tutti i mali o una colonizzazione dello spazio, ma allo stesso tempo incentivano la guerra e chiudono le frontiere, rispedendo al mittente quei migranti che fuggono dai conflitti provocati da loro stessi. Vi è dunque una concezione estremamente ambigua del confine al giorno d’oggi in Europa, di […]

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Cinema e Serie tv

Maradonapoli è o cunto ‘e Napule su Netflix

Su Netflix è arrivato Maradonapoli. Leggi qui la nostra recensione! Il rapporto tra cinema e sport, forse le due più grandi manifestazione della cultura popolare del Novecento, è sempre stato complesso. D’altronde, come potrebbe essere altrimenti? A farla da padrone, c’è il limite intrinseco del tempo, della durata di un prodotto audiovisivo, che, limitata per piacere ad un pubblico quanto più vasto possibile, si trasforma in una semplice celebrazione di un singolo momento o torneo nella carriera di uno sportivo. Negli ultimi tempi però il documentario sportivo, genere cinematografico spesso bistrattato, ha trovato nuova linfa vitale, grazie ad interessanti esperimenti visivi estremamente lontani l’uno dall’altro.  Si pensi a The Last Dance, discusso panegirico che comunque ha portato le vicende di Michael Jordan e compagni nelle case di milioni di persone, o ai tecnicismi esasperati di Faraut e il suo L’impero della perfezione. Entrambi prodotti dal successo e dalla riuscita, per motivi diversi, evidente, ma che comunque lasciavano ambedue volutamente in disparte il racconto del dietro delle quinte, di chi soffre e gioisce alle gesta del proprio campione preferito. Maradonapoli, recentemente distribuito su Netflix è, da questo punto di vista, un prodotto estremamente intrigante perché riesce a dire qualcosa di nuovo sul giocatore di calcio di cui si è storicamente più parlato, in Italia e non solo, e del suo complesso rapporto di odi et amo con la città che lo ha eletto a proprio figlio prediletto. Diego Armando Maradona è infatti l’indiscussa figura di riferimento di questo splendido documentario firmato da Alessio Maria Federici. Pur recitando una parte per lui completamente nuova e che a prima non si assocerebbe al suo carisma leggendario, in campo e fuori: un ruolo di supporto, da attore non protagonista, che infatti non compare mai direttamente se non in qualche intervista di repertorio, firmata dall’altrettanto leggendario Gianni Minà. A parlare, in Maradonapoli, sono infatti le persone, la gente che lo ha accolto e lo ha amato fino alla follia, arrivando a chiamare i propri figli Diego o tatuandosi il suo viso sul proprio corpo. In Maradonapoli ci sono commercianti, artigiani, impiegati, professori universitari, antiquari, casalinghe, trasportatori, parroci, pizzaioli, ristoratori. L’effetto placebo di Diego Tutti accomunati da un’unica, grande passione, pian piano diventata alla strenua di una fede religiosa e che ha segnato in maniera indelebile la loro esistenza, quella per Diego Armando Maradona. Non importa avere vissuto o meno quegli anni, dal 1984 al 1991, segnati dal successo ma anche una personale discesa agli inferi, lenta ma vertiginosa. Maradona è, nel bene e nel male, che piaccia o meno, una presenza che aleggia ancora nelle strade di Napoli, dai vicoli del centro storico ai quartieri più benestanti, e Maradonapoli da questo punto di vista restituisce bene l’immagine di un uomo che in realtà non se è mai andato per davvero dalla città. Ogni napoletano infatti, in cuor suo, conserva un’immagine, un ricordo di Diego e dei suoi anni napoletani. Un discorso che prescinde dall’età, perché anche i giovanissimi, che in quel periodo non c’erano, hanno […]

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Teatro

Lanificio 25: live del trio comico Ravenna, Tinti e Rapone

Luca Ravenna, Daniele Tinti e Stefano Rapone il 21 luglio al Lanificio 25. La stand up comedy non si ferma, nonostante le norme anti-covid e l’estate più strana da tanti anni a questa parte. Questo è il titolo che potrebbe giungere, senza particolari difficoltà, dalla serata di martedì 21 luglio, in cui il comico Luca Ravenna torna a Napoli, a distanza di mesi dal suo ultimo spettacolo. Milanese, ma romano d’adozione, lo stand up comedian è ormai un habitué del capoluogo partenopeo e dei suoi locali notturni, sempre più propensi a promuovere un genere che in Italia sta trovando una crescente diffusione. Accompagnato  stavolta da una coppia d’eccezione, Daniele Tinti e Stefano Rapone, colleghi ma prima di tutto amici accomunati dalla medesima passione e talento. La splendida cornice del Lanificio 25 ha ospitato lo spettacolo di Ravenna, Tinti e Rapone nell’ambito delle iniziative promosse dall’innovativa agenzia di promozione “The Comedy Club”. Un progetto che negli ultimi anni ha promosso in maniera sempre più vigorosa il genere della Stand Up Comedy a Napoli, ospitando i maggiori esponenti ed interpreti di questa comicità di origine anglosassone. Tra i prossimi appuntamenti di stand up comedy a Napoli,  da non perdere Venia Lalli, il 9 agosto ancora allo storico Lanificio 25, e Filippo Giardina, il 28 luglio nel cortile di San Domenico Maggiore. Luca Ravenna è tra i maggiori comici italiani della scena. Una satira dissacrante, la sua, che trae linfa vitale dalla vita quotidiana e che non presenta alcun tipo di filtro o di censura. Il comico milanese ha partecipato a due edizioni di Natural Born Comedians e due di Stand Up Comedy su Comedy Central. È stato protagonista della web-serie Non c’è problema su Repubblica.it, collaborando successivamente con il collettivo The Pills. È stato poi componente del cast della trasmissione Quelli che il calcio ed autore di podcast molto seguiti sulle varie piattaforme di ascolto, in particolare il varietà calcistico Tintoria ISS PRO 98, in collaborazione proprio con Daniele Tinti. Un curriculum corposo nell’ambito del mondo umoristico che farebbe invidia a molti. Come da tradizione, Ravenna, Tinti e Rapone hanno portato sul palco del Lanificio 25 il loro vissuto: quelle emozioni, incertezze e paure che viviamo tutti i giorni che il talento e la genialità di autori così brillanti permettono di trasformare in uno spettacolo esilarante. L’età adulta, il razzismo all’italiana, scoprire di avere un fratello brasiliano adottato e la paura di mettersi a nudo. Una vita sentimentale disastrosa e lo splendido appuntamento con una delle grandi protagoniste della Seconda Guerra Mondiale. E poi la famiglia e il rapporto con la droga, tema da cui sono stati tratti spezzoni già seguitissimi su Internet; la scoperta dell’amore nel letto di fianco al suo; l rapporto della madre con il tema della droga; la vita di un trentunenne che vede nascere i figli degli amici; la paura delle emozioni; un’analisi piuttosto suggestiva sulle differenze di genere delle funzioni cerebrali degli uomini e delle donne. Il trio si conferma così un talento satirico unico nel panorama […]

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Musica

Sigur Rós: uomini, natura, poesia

Sigur Rós e l’Islanda. Secondo un recente sondaggio dell’Università di Reykjavík, l’80% della popolazione islandese crede alla presenza di esseri e spiriti sovrannaturali quali fate ed elfi. Se la costruzione di un edificio si prolunga più del previsto, per l’islandese medio non c’è alcuna domanda da porsi: sicuramente si sta importunando la dimora di qualche elfo e, di conseguenza, si provvede rapidamente a spostare la zona dei lavori. La magia è dunque parte integrante della vita nella “Terra del Ghiaccio”, traduzione letteraria di Ísland, termine con cui gli islandesi chiamano la propria terra. È dai tempi di Ingólfur Arnarson, primo colonizzatore normanno dell’isola, che nell’immaginario collettivo l’Islanda rappresenta una terra lontana e inaccessibile, dove sono più numerosi i vulcani e i geyser piuttosto che gli insediamenti umani. Non è un caso che Giacomo Leopardi nelle sue Operette Morali abbia scelto un islandese come simbolo dell’uomo esistenzialista che rimane solo di fronte agli orrori della Natura. “Sono un povero Islandese, che va fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa”. Jón Þór Birgisson probabilmente avrà pronunciato queste parole presentandosi a Björk, la più celebre artista islandese nel mondo, quando nel dicembre del 1994 aveva tra le mani Fljúgðu, la copia del primo singolo dei Sigur Rós. Ai più noto come Jónsi, il frontman, chitarrista e cantante del gruppo, allora formato anche dal batterista Ágúst Ævar Gunnarsson e dal bassista Georg Hólm, diede così alle stampe la prima canzone del gruppo, che in islandese significa “volare”. Fljúgðu, pur essendo rudimentale in taluni suoi tecnicismi, rivela quelle che sono le caratteristiche principali della musica dei Sigur Rós e in particolare la fascinazione dei tre giovani musicisti per determinate atmosfere psichedeliche e spaziali tipiche del canzoniere progressive rock degli anni ’70. I Sigur Rós e il linguaggio della Speranza La crescita graduale del gruppo continua tre anni dopo con la pubblicazione del loro primo album, Von, dal titolo emblematico (letteralmente vuol dire “speranza”). Troviamo infatti per la prima volta i timidi solfeggi di Jónsi abbinati a melodie sospese e caratterizzate da quello che diventerà il loro marchio di fabbrica: l’utilizzo dell’hopelandic, o vonlenska, un linguaggio inventato privo di messaggi, che Jónsi è solito utilizzare reputando la voce come uno strumento musicale. Inoltre, per suonare la chitarra, Jónsi utilizza un archetto di violoncello, consuetudine nata quando Àgúst ne ricevette uno per il suo compleanno e Georg provò a usarlo per il suo basso; poiché il suono era pessimo, Jónsi lo provò sulla sua chitarra, il che diede risultati migliori. Von ottenne uno scarso successo di pubblico, ma ha il merito di far circolare il nome dei Sigur Rós al di fuori dell’Islanda, permettendo al gruppo di pubblicare, nel 1999, il loro secondo album nel resto d’Europa e negli Stati Uniti. Ágætis Byrjun ha un titolo casuale ma anche in questo caso fortemente simbolico: letteralmente significa “buon inizio”. Ed è proprio una nuova partenza quella dei Sigur Rós, intrapresa sullo sfondo dei paesaggi meravigliosi dell’Islanda […]

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Cinema e Serie tv

John McEnroe nel documentario L’impero della perfezione

John McEnroe e l’impero della perfezione: un documentario di Faraut sul tennista newyorkese John McEnroe, newyorkese di nascita, tennista di professione, nel 1984 si avvicinò alla perfezione. L’incipit ideale de L’impero della perfezione, documentario diretto da Julien Faraut e distribuito da Sky negli scorsi giorni, arricchito dalla presentazione di Federico Buffa, viene dai titoli di coda. Del resto, come potrebbe dirsi altrimenti, dell’annus mirabilis di John McEnroe, culminato in un 96,5% di vittorie annuali, che mai più sarà superato da nessun altro tennista nella storia? 82 vittorie e 3 sconfitte, nessun uomo sulla Terra si avvicinerà più a quelle vette sublimi. Unica pecca, quella sconfitta in finale al Roland Garros, il torneo parigino su terra battuta più famoso del mondo, che ancora rappresenta un incubo per John, a quasi quarant’anni di distanza. E che costituisce il presupposto, la pietra miliare su cui poggia lo splendido L’impero della perfezione. Il documentario di Faraut ha una storia estremamente travagliata alle spalle. Il regista francese, per la produzione de L’Impero della perfezione, si è avvalso infatti di ore e ore di materiale inedito girato da Gil de Kermadec, pezzo grosso della Federazione tennistica francese a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Lo stesso Faraut, nel corso del documentario, viene mostrato a più riprese nelle fattezze che chiunque, al suo posto e svolgendo la medesima professione, avrebbe, ovvero quella di un bambino felice alle prese con il giocattolo dei suoi sogni, nella notte di Natale. Impossibile immaginare infatti una reazione più entusiastica per chi, su bobine, pellicole e cinematografi ci ha costruito una carriera. L’analisi de L’impero della perfezione non può però prescindere da quella del suo attore ed indiscusso protagonista, John Patrick McEnroe. Tra i più grandi tennisti, indiscutibilmente, nella storia del gioco, vincitore, tra l’altro di 4 US Open e 3 Wimbledon, tra gli altri, durante gli anni Ottanta. Il racconto dell’impatto, nel mondo del tennis e della cultura popolare, di McEnroe però cadrebbe nella banalità se legato esclusivamente al suo pur indiscusso palmarès. Basti pensare agli odierni Federer, Nadal, Djokovic, per citare solo i big three del tennis contemporaneo, che hanno dalla loro un numero di tornei dello Slam pari più che al doppio. Mai però prima di McEnroe si era visto un giocatore in continua lotta con sé stesso e la propria psiche, più che con l’avversario in campo. Per citare il NYT, McEnroe fu “il peggiore ambasciatore della cultura americana dai tempi di Al Capone”. Il Mozart del tennis Non si contano infatti, durante i tanti anni di carriera, le racchette rotte, gli arbitri mandati a quel paese o partite buttate al vento, perché concentrato più sui propri demoni interiori che sul gioco. L’impero della perfezione restituisce perfettamente l’immagine di un uomo in continua lotta con qualcosa e vuole comprenderne e carpirne le radici di tale malessere. Il documentario realizza tale obiettivo, pur andando ad impattare violentemente in uno dei connubi più complessi da attuare, quello tra sport e cinema. Raramente infatti la settima arte ha saputo rendere al […]

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Voli Pindarici

C’è uno spettro che si aggira per il mondo

2020, uno spettro di morte si aggira per il mondo “Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro della Morte. Tutte le potenze, vecchie o nuove che siano, primo, secondo o terzo mondo, ricchi e poveri, si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: Stati Uniti e Cina, la vecchia e cara Europa, le nuove potenze emergenti. I centri di ricerca anti invecchiamento, i padri della robotica umanoide, gli astronauti diretti su Marte, gli uomini che si congelano in attesa di una nuova vita […]” Ci sono date, scadenze, eventi che segnano in maniera indelebile la storia dell’umanità e che marcano a fuoco l’inconscio collettivo per generazioni a seguire. L’anno domini 2020 sarà ricordato per sempre come l’anno del coronavirus, l’anno in cui il mondo, almeno per qualche settimana, si è fermato. L’anno in cui siamo stati costretti a rivedere le nostre priorità, i nostri piani. L’anno in cui, dopo la predominanza apparentemente eterna di un certo modo di fare aziendale e capitalistico, si è avuto un arresto in tal senso e forse, da secoli, ci è resi finalmente conto di quanto siamo esseri fragili ed esposti continuamente al volere e alla potenza di madre Natura. Ma il 2020 non è stato solo l’anno del coronavirus. È stato anche l’anno della morte di Kobe Bryant, di Emanuele Severino, di Luis Sepulveda, di Carlos Luis Zafon e Pau Donés. Di Mario Corso e Gigi Simoni, di Ezio Bosso e Tony Allen, di Ulay, Max Von Sydow e Ian Holm. Sportivi, musicisti, attori, filosofi, intellettuali, a volte inclassificabili in qualsiasi definizione categorica e certa, dall’identità mutevole come l’acqua che scorre in fiume. Personaggi che hanno colpito, tra gli altri, maggiormente l’immaginario collettivo, basandosi su quel criterio discretivo che, da un punto di vista prettamente classificatorio, permette di stabilire chi fosse entrato con maggiore o minore forza nel cuore della gente: i post di Facebook e le storie di Instagram. Gli immortali C’è chi ne ha avuti dedicati di più e chi meno, ma comunque, ed è un dato di fatto, la maggior parte del mondo ha sentito la necessità di condividere un ricordo personale o no al momento della morte di uno di questi personaggi. Memoria che poi, ma che sarà mai, verrà poi dimenticata qualche ora dopo, quando ci sarà un altro morto o un altro evento a fare da capro espiatorio o da catalizzatore di luci ed attenzioni. Tutti comunque accomunati, questi personaggi, oltre che da questo, come noi, dal fatto di dover condividere la stessa, medesima, unica destinazione: la Morte. Vi è chi deceduto per una fatalità, chi per un male incurabile, chi per sopraggiunti limiti anagrafici. La Spoon River dei Vip nel 2020 è un’ecatombe dall’antologia ricca e complessa e che certamente potrebbe incuriosire un malcapitato Masters dei giorni nostri. Venire però a conoscenza della morte di personalità del genere, che spesso ci hanno accompagnati nella crescita con le loro opere, è diventato come scorrere la galleria fotografica di un qualsiasi smartphone. Tale […]

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Cinema e Serie tv

Da 5 Bloods è l’America di oggi secondo Spike Lee

Da 5 Bloods è l’ultimo film di Spike Lee. “La mia coscienza non mi permette di andare a sparare a mio fratello o a qualche altra persona con la pelle più scura, o a gente povera e affamata nel fango per la grande e potente America. E sparargli per cosa? Non mi hanno mai chiamato ‘negro’, non mi hanno mai linciato, non mi hanno mai attaccato con i cani..” Martin Luther King “A Spike Lee joint” è tra le citazioni più identificative e riconoscibili del panorama odierno della settima arte. Guardare un film che riporti quest’affermazione, nei titoli di testa e di coda, equivale a vedere un prodotto dall’impatto emotivo e sociale pressoché certo. BlacKkKlansman, Fa’ la cosa giusta, Malcolm X hanno difatti formato e sensibilizzato generazioni intere ai temi dell’ingiustizia sociale, della segregazione e del razzismo. Spike Lee, più che una vasta produzione cinematografica, potrebbe per l’appunto fregiarsi di un catalogo che rasenta lo storicismo per accuratezza, dedizione alla causa ed importanza artistica. Dopo aver mostrato il dramma dei soldati afroamericani con lo stroncato Miracolo a San’Anna, il regista di Atlanta, con Da 5 Bloods-Come Fratelli questa volta ha scelto la guerra più mediatizzata e cinematografica di sempre: la guerra del Vietnam, con il suo bagaglio di Việt Cộng, comunisti e anticomunisti, Ho Chi Minh, Richard Nixon e Lyndon Johnson e che paiono letteralmente appartenere ad un’altra epoca. Ma è proprio l’estrema attualità e attinenza ai giorni nostri a rappresentare al contrario l’aspetto più interessante di Da 5 Bloods. Il film, prodotto da Netflix e girato da Lee un anno fa, calza perfettamente a pennello con le proteste e le rivolte afroamericane delle ultime settimane per la morte di George Floyd. Un fatto di cronaca angosciante che ha mostrato ancora una volta come gli Stati Uniti non abbiano ancora fatto i conti con il problema intrinseco del razzismo sistemico. Lee, che ha quasi sempre scelto temi politici e sociali per i suoi film, ha così rivoltato completamente una sceneggiatura che girava ad Hollywood dal 2013 e che in origine era destinata ad Oliver Stone. Un film che sarebbe risultato praticamente già visto e sentito, con protagonisti e reduci bianchi alla ricerca di un tesoro nel Vietnam dove avevano combattuto la guerra cinquant’anni prima, pur nelle sapienti mani dell’ottima regista di Platoon e Nato il 4 luglio. Invece Da 5 Bloods è il primo film ad alto budget a raccontare la storia degli afroamericani mandati a combattere una guerra che, come e più di tutti gli altri, non era neanche la loro. Se nella popolazione americana essi rappresentavano infatti l’11% del totale, in Vietnam il 31% dell’esercito era completamente black. A Spike Lee joint Da 5 Bloods è dunque un coraggioso pretesto per fronteggiare tematiche diverse da quelle che potrebbero emergere dalla visione del trailer o da uno sguardo superficiale alla trama. La guerra, la violenza, la morte fanno sì parte del racconto corale di Lee ma non sono il motivo di interesse principale del regista di Atlanta: la storia […]

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Cinema e Serie tv

Skam Italia, la serie cult che parla al cuore dei giovani

La quarta stagione di Skam Italia è giunta su Netflix il 15 maggio e in pochissimo tempo è divenuta un’amatissima serie di culto. Skam, prodotto seriale norvegese che ha sbancato in tutto il mondo, è ormai un fenomeno di culto anche in Italia. La quarta stagione, prodotta da Tim Vision e Netflix, è stata distribuita il 15 maggio ed è già stata letteralmente presa d’assalto, divorata da migliaia di adolescenti e non solo. Skam Italia è infatti una serie estremamente interessante e godibile anche da parte chi, a quelle dinamiche giovanili cui comunque tutti abbiamo avuto a che fare, è oramai estraneo per questioni anagrafiche. Temi quali l’omosessualità, l’integrazione, il rapporto tra le religioni, le malattie mentali, il revenge porn, spesso tabù nell’Italia contemporanea o comunque trattati con superficialità, trovano difatti ampio riscontro nelle quattro stagioni della versione italiana. Un successo strepitoso e che profila all’orizzonte, covid-19 permettendo, la produzione di una quinta versione. Skam Italia. Uno spaccato della gioventù nostrana in tutte le sue sfaccettature Sono in particolare due le stagioni che rispecchiano maggiormente quanto finora detto, a proposito di Skam Italia: la seconda e la quarta. Se la prima e la terza si perdono troppo facilmente negli stereotipi del teen adolescenziale e di conseguenza attecchiscono più difficilmente a un pubblico ampio, va comunque dato atto al prodotto, pur nelle sue fase iniziali, di mettere in scena un coraggio che raramente si è riscontrato in altre produzioni italiane dello stesso genere. Skam Italia, per il suo realismo, per la sua fedeltà ai fatti mostrati, per il suo essere cinico nella rappresentazione dei fatti, dovrebbe essere visto anche da chi non appartenesse a quella fascia d’età e vorrebbe capire di più sui giovani d’oggi. Specie a partire da quei genitori che con così tanta difficoltà riescono a crescere i figli nella suddetta fase e la cui assenza, o comunque presenza negativa, così tanto influisce sulla costruzione della personalità dei ragazzi. Skam Italia è costruita come una serie quasi antologica per il suo ruotare attorno a protagonisti diversi per ciascuna stagione. Eva ed Eleonora, tipiche adolescenti romane, sono le protagoniste della prima e della terza stagione, ed in particolare al centro della vicenda vi è il loro rapporto conflittuale con gli ipotetici fidanzati, rispettivamente Giovanni ed Edoardo. Teenager “normali”, specie se confrontate rispetto ad altri coetanei della serie dalla biografia forse più complessa, avranno comunque a che fare con i loro dilemmi esistenziali, che così tanto gravosi paiono a quell’età e poi magari scemano con il tempo. La serie è comunque preziosa per affrontare con coraggio e senso della realtà l’ambiente del liceo, troppo spesso stereotipato e trattato con superficialità nel nostro paese, perlomeno in prodotti analoghi. I sentimenti come l’amore e la paura cambiano nettamente da una generazione all’altra, così come i mezzi con cui questi vengono espressi. Prima di Skam difficilmente si era vista in Italia una serie parlare di Instagram come metodo di approccio o di Jamie XX ed Earl Sweatshirt come nuovi idoli musicali. Ma più in […]

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Cinema e Serie tv

I miserabili di Ladj Ly sbarca in Italia

Diretto da Ladj Ly, I miserabili è una pellicola francese in bilico tra il filone della denuncia sociale e quello delle pellicole d’azione. “Non vi sono né cattive erbe né cattivi uomini:  vi sono soltanto cattivi coltivatori.” (Victor Hugo, Les Misérables) Alain Juppé, primo ministro francese durante l’iniziale presidenza Chirac, all’uscita del film L’odio (L’Haine) organizzò una proiezione speciale per i membri del suo dipartimento nel 1995. Gli agenti, in segno di protesta, voltarono le spalle per manifestare il loro dissenso nei confronti della scelta dell’esecutivo. La pellicola cult diretta da Mathieu Kassovitz fu infatti duramente accusata di aver ritratto in modo troppo brutale il mondo della polizia e e delle forze dell’ordine. Sono in tanti ad aver comparato L’odio e I Miserabili, film di Ladj Ly e finalmente distribuito anche in Italia, on demand, sulle piattaforme Miocinema.it e Sky Primafila. Vincitore del Premio della Giuria allo scorso Festival di Cannes, si avvale dell’interpretazione di alcuni fra gli attori emergenti del cinema francese (Damien Bonnard, Alexis Mannenti e Djibril Zonga). I Miserabili, sinossi del film I Miserabili è la storia dei primi giorni di fuoco del poliziotto Ruiz, ultimo arrivato nel commissariato parigino turno. Incontrando i nuovi compagni Chris e Gwada scoprirà pian piano le tensioni e le lotte, sociali e quotidiane, che contraddistinguono la cittadina di Montfermeil, banlieue est di Parigi. La stessa Montfermeil, dove a mano a mano Hugo fa muovere i suoi personaggi attorno alla taverna dei Thénardier, punto di contatto più diretto e immediato con il classico della letteratura d’oltralpe. Il film si apre con i festeggiamenti francesi per la vittoria del Mondiale 2018. Migliaia di persone si riversano, prima e dopo la finale poi vinta con la Croazia, per i boulevard parigini e nella Place du Trocàdero. Una massa indistinta di anime, di misérables tra cui è possibile riconoscere lo stesso Ruiz, che giungono con ogni mezzo a disposizione e da ogni periferia in quello che, per il 15 luglio di quell’anno, sarà il centro del mondo. Almeno per qualche ora, ansie, tensioni e lotti sociali e quotidiane vanno in secondo piano e le vicende di Mbappé, Dembélé e compagni, direttamente dallo stadio Lužniki di Mosca, avranno la meglio. La scena si sposta successivamente sul primo giorno di lavoro di Ruiz, e da qui partono le vicende che daranno luogo allo sviluppo de I Miserabili. Ladj Ly predilige un uso quanto più realistico possibile del mezzo cinematografico, ed è questo che permette di ascrivere I Miserabili a pellicole come L’odio e al filone del cinema di denuncia. Il film non patteggia per nessuna tra le parti in gioco, non sta né dalla parte dei più forti e né tantomeno da quella dei vinti, lasciando allo spettatore la più totale interpretazione dei fatti mostrati. Una scelta coraggiosa, inusuale per i nostri tempi e che trova la propria summa nel meraviglioso finale corale, tra i più sorprendenti degli ultimi anni. Tra denuncia sociale e azione frenetica “Salam-Aleikum” esclamano spesso le minoranze musulmane della periferia di Montfermeil: “Che la […]

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Cinema e Serie tv

The Last Dance, ultimo tango a Chicago

The Last Dance, l’ultima annata di Jordan e compagni. Chicago, Illinois, primavera del 1998. Allo United Center vanno in scena le ultime partite di quella che è, secondo giudizio unanime, la miglior squadra di pallacanestro di tutti i tempi. I Chicago Bulls di Michael Jordan, Scottie Pippen e Dennis Rodman, quelli che a fine stagione riusciranno nel secondo three-peat, una delle fatiche più incredibili della storia dello sport professionistico americano e non solo. La vittoria, in sequenza e per ben tre anni di fila (’96, ’97, ’98), del titolo NBA, il campionato di basket americano. Un’impresa inimmaginabile e che sancirà il definitivo ingresso di quella squadra nell’Olimpo della narrazione sportiva. The Last Dance è il racconto di quell’incredibile, ultima annata, di Jordan e compagni. Co-prodotto da ESPN e trasmesso, al ritmo di due puntate settimanali, da Netflix nell’ultimo mese, la docuserie si avvale di contributi inediti, ad oltre vent’anni di distanza dalla stagione NBA ’97-’98. La premessa, nell’analizzare un prodotto del genere, è di quelle scontate, ma necessaria. Scrivere, analizzare, raccontare qualcosa di nuovo, a proposito di un personaggio come Michael Jordan, indiscusso attore protagonista, è come farlo di Maradona, Gesù Cristo o Fidel Castro. Vite incredibili, che racchiudono in sé migliaia di altre esistenze “normali” e che, per la forza e la vitalità delle loro esperienze, sono trascese certamente ad un rango più alto di quell’humanitas che caratterizza noi comuni mortali. The Last Dance: ultimo tango a Chicago The Last Dance si cimenta perciò in un’impresa mastodontica e apparentemente insormontabile, dal quale tuttavia fuoriesce un prodotto estremamente godibile, anche ai non appassionati di basket. Per chi non conoscesse l’esito di quell’annata, delle memorabili Finals giocate contro gli Utah Jazz di John Stockton e Karl Malone, The Last Dance potrebbe avere le sembianze di una miniserie crime. Se The Irishman non fosse uscito mesi fa, a tratti, guardando The Last Dance, sembra di assistere all’ultimo film della coppia Martin Scorsese- Robert De Niro. Jordan, Pippen, il coach Phil Jackson sono infatti perfettamente a loro agio nella parte dei vendicatori di ingiustizie e dei torti subiti nel corso dei tanti passati insieme. E così, sotto a chi tocca, che sia il complessato ma geniale general manager Jerry Krause, i Detroit Pistons dell’odiato Isaiah Thomas, il povero ed ignaro compagno di squadra Kukoč, reo di guadagnare di più dei membri storici del gruppo. Durante le riprese dell’ultima annata i giocatori dei Bulls sanno perfettamente di star recitando una parte assegnatagli a tavolino da un copione già scritto da qualcuno lassù, e che vedrà Jordan, con la sua aura trascendentale, trionfale in qualche modo alle finali dei campionati NBA. Questo tuttavia non intacca minimamente il fascino della visione, seducente per chi non conoscesse l’intera vicenda così come per chi fosse in grado di recitare a memoria le imprese di quei Chicago Bulls. The Last Dance poi, è inutile negarlo, si avvale dell’interpretazione di quello che è uno dei più grandi attori degli ultimi trent’anni di intrattenimento americano. Michael Jeffrey Jordan. Michael Jordan e i Bulls come non li […]

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Culturalmente

Leggere Terzani durante la pandemia

Tiziano Terzani, uno nessuno e centomila. Guru è una parola di origine sanscrita, entrata prepotentemente, negli ultimi anni, nell’immaginario collettivo e nel linguaggio comune. C’è chi erge a proprio guru, seguendo la definizione occidentale, il suo cantante o attore preferito, un insegnante o professore particolarmente carismatico. A volte più semplicemente la propria mamma o papà, magari un amico stretto. Ma guru è una parola che è stata vittima di un fraintendimento, nel suo passaggio da una cultura all’altra. Il guru non è un modello di vita da perseguire, né una persona alla quale ci ispira e in cui si riflette. “Gu” in sanscrito significa “tenebra”, “ru” vuol dire “cacciare, disperdere”. Per cui il guru è colui che scaccia la tenebra, colui che porta la luce nel buio dell’ignoranza. Poche persone, nel panorama giornalistico italiano, sono state in grado di scacciare le tenebre come Tiziano Terzani. Toscano, nato a Firenze nel 1938, firma del Der Spiegel, di cui è stato corrispondente dall’Asia, per oltre trent’anni. La sua è la storia di un ragazzo cresciuto nelle campagne toscane che, guidato dalla curiosità e dalla fame bucolica di vita ed esperienze, ha seguito tutti i più grandi eventi del Novecento. Se si pensa a tutti gli avvenimenti storici maggiori, compresi tra il dopoguerra e l’inizio del nuovo secolo, in Asia e non solo, lui era in prima linea. La guerra in Vietnam, la caduta dell’Impero Sovietico, la Cina del dopo Mao. Terzani: Un altro giro di giostra Una vita fatta di un continuo peregrinare, in cerca di una meta indefinita e che ha via via assunto contorni sempre più diversi. Negli ultimi anni si è sviluppato una sorta di culto attorno alla figura di Tiziano Terzani. Un vero e proprio guru, per l’appunto, amato dalle generazioni più giovani ma non solo, che in lui vedono una specie di Bruce Chatwin in salsa italiana. Terzani è infatti diventato celebre non solo per la sua attività giornalistica, ma anche per i suoi libri di viaggi, di grandissimo successo ed idolatrati dagli amanti del genere. D’altronde, in una produzione vasta e sterminata, che comprende anni di servizi e inchieste sul campo, ce n’è davvero per tutti i gusti. In Pelle di Leopardo si racconta la liberazione di Saigon, avamposto leggendario della guerra del Vietnam. Un indovino mi disse è la storia di un anno irripetibile, il 1993, in giro per l’Asia ma senza prendere un aereo. E poi il racconto, in Un altro giro di giostra, della malattia, affrontata con il sorriso grazie a tecniche occidentali e orientali. Quella che poi fu un’occasione per porsi domande esistenziali, che culminano ne La fine è il mio inizio, sua ultima produzione, prima della morte, sopraggiunta nel 2004. Tiziano Terzani è, a quasi vent’anni dalla sua morte, ancora così amato per svariate ragioni. Innanzitutto, leggendo le sue opere, si capisce come sia stato un vero e proprio precursore dei tempi. La sua curiosità sfrenata lo portava a interrogarsi continuamente sul destino ultimo dell’Occidente, visto come in uno stato di […]

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Voli Pindarici

La musica ai tempi del coronavirus

Musica e Covid-19 La musica accompagna da millenni la vita degli esseri umani. Scandisce i ritmi di vita delle persone, accompagna i riti religiosi, i sentimenti nazionalistici o semplicemente ha il potere di allietare una pessima giornata. Magari associ un particolare momento, un evento specifico, ad una canzone di moda in quel periodo o che semplicemente frullava nella tua testa in quell’istante preciso. O più direttamente hai conquistato la ragazza dei tuoi sogni grazie ad un disco che era nelle sue grazie. Ma a che punto è la musica nella pandemia più grande di cui l’umanità abbia memoria? Non se la passa benissimo, va detto. Se il coronavirus ha squarciato letteralmente il velo di Maya di alcuni degli aspetti più controversi della nostra società, la musica è uno di quei settori che maggiormente ha risentito della diffusione da Covid-19, specie nella società occidentale. Il virus ci ha messo di fronte a quella che era diventata la nostra odierna concezione di musica. Una semplice compagna di viaggi, della quale perdiamo memoria, nel nostro ippocampo da pesci rossi del XXI secolo, immediatamente dopo l’ascolto. La musica è probabilmente il settore artistico che maggiormente stava risentendo della crescita della società globale e il coronavirus non ha fatto altro che accelerare questo processo di smantellamento. Tutto questo a causa del suo difetto congenito: la musica non si può vedere, né tantomeno toccare. A differenza del cinema, della letteratura, del teatro, carne da macello per frotte di spettatori passivi alle prese con i loro smartphone e le loro fotocamere a condividere con il resto del mondo il loro film o libro preferito. Le piattaforme digitali hanno reso più facile l’ascolto, si dirà. Su Spotify, Tidal o Apple Music è possibile scegliere, in qualunque momento, il proprio artista o disco preferito. Quanto si sta affermando è però testimoniato dal fatto che gli ascolti sulle maggiori piattaforme digitali sono in drastico calo durante questa surreale quarantena globale. D’altronde, il coronavirus ha di fatto svuotato tutti i luoghi nei quali la musica era diventata di casa; i mezzi pubblici, carichi di studenti o pendolari accompagnati immancabilmente dai loro auricolari, le palestre, con le loro casse enormi ormai spente e che prima pompavano musica trap o latino americana a qualsiasi ora. Di concerti, ma è più che normale in un periodo nel quale è giusto salvaguardare in primis la vita delle persone, non se ne parla neanche, probabilmente per mesi se non per anni. I Radiohead, uno dei gruppi più celebri del pianeta, caricano, alla strenua di un palliativo, alcuni dei loro concerti in streaming. Gli artisti che avevano in programma l’uscita dell’ultimo disco in primavera non sanno letteralmente il da farsi. In generale, è l’intera industria musicale, della quale il tuo cantante preferito è solamente la punta dell’iceberg, ad essere stata messa in ginocchio. Eppure è un vero peccato, perché a differenza di quanto si afferma generalmente, in giro per il mondo si continua a produrre musica bellissima. L’ansia nella scelta della canzone da ascoltare, tra migliaia dello […]

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Cinema e Serie tv

Tiger King: conosciamo meglio la serie del momento

Tiger King, su Netflix la docuserie già diventata cult | Opinioni Chi lo avrebbe mai detto che una serie incentrata sul commercio privato di animali esotici negli Stati Uniti potesse diventare uno dei programmi streaming più visti di sempre? Eppure, in tempi di pandemia globale ed isolamento domiciliare forzato, tutto questo è realmente possibile. Tiger King, docuserie in sette puntate su Netflix, è il prodotto del momento. Joe Exotic, protagonista della serie, negli Stati Uniti è diventato un vero e proprio personaggio di culto. Basti pensare alle fantomatiche trattative avviate dai coniugi più famosi d’oltreoceano, Kim Kardashian e Kanye West, per rilasciarlo dal carcere federale dove sta scontrando 22 anni di reclusione. Il colosso fondato da Reed Hastings ha ordinato la produzione di un’ulteriore puntata evento, che, come dichiarato da Jeff Lowe, uno dei protagonisti della serie, dovrebbe essere diffusa a breve. Vero e proprio mattatore di Tiger King, che gli deve probabilmente gran parte del proprio successo, Joe Exotic è un losco figuro a dir poco strampalato. Genuino cowboy dell’America rurale, quella della Bible Belt, mal vista dalle grandi città costiere e che ha contribuito prepotentemente all’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, Joe è un redneck, bianco, razzista, gay ed amante delle armi, che più eccentrico non si potrebbe. Ha un look stravagante (da sottolineare il mullet ossigenato fuori moda da decenni) e nel suo curriculum può vantare una doppia candidatura alla presidenza degli Stati Uniti e dello stato dell’Oklahoma. E, fatto che diventa lo spunto di Tiger King, è il proprietario di uno zoo privato ricco di animali esotici, tra cui spiccano centinaia di tigri che sfornano in continuazione teneri cucciolotti, future attrazioni del parco giochi di Joe. Numeri pazzeschi, sottolineati nel finale della docuserie: se nei soli Stati Uniti si contano tra le cinquemila e le diecimila tigri in cattività, nel resto del mondo non ve ne sono più di quattromila. Ma Tiger King non è un documentario che porta avanti una causa animalista, considerando quanto tutto l’universo da Joe e dagli eccentrici protagonisti della serie sia da condannare. La forza della serie risiede probabilmente nella progressiva ed inarrestabile perdita di interesse per quello che in realtà dovrebbe essere il tema portante: le tigri. I felini infatti cedono man mano la scena, nel corso delle puntate che scorrono velocissime, a un’intricata vicenda fatta di omicidi, sette esoteriche e incroci abominevoli tra animali. Durante i sette appuntamenti non c’è letteralmente un’inquadratura, un fotogramma già visto o che si possa definire inerente a qualsivoglia tradizione documentaristica. Tiger King ed i suoi volti: Joe Exotic e la sua nemesi Carole Baskin In particolare, nel corso della narrazione diviene essenziale lo scontro tra Joe Exotic e la sua nemesi, Carole Baskin, una perfida milionaria che porta avanti la sua crociata onorevole contro l’eccentrico protagonista ed il suo business, ma che in realtà si scopre invischiata in una serie di episodi a dir poco controversi. Come tutta la vicenda inerente al suo ex marito scomparso in circostanze mai chiarite. Una trama complessa, […]

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Culturalmente

Podcast italiani: i cinque migliori e facili da trovare

Con 12,1 milioni di fruitori nel solo 2019, quello dei podcast è un mercato che sta conoscendo un’ascesa sempre più irresistibile. Un formato, nato nei primi anni del duemila, che fa entrare nelle orecchie degli ascoltatori storie, voci e trame differenti rispetto a quelle della musica degli auricolari. Di podcast in Italia se ne producono ormai ogni anno a migliaia e, spulciando il catalogo di qualunque piattaforma digitale, ce n’è davvero per tutti i gusti e generi, per quello che ormai sta prendendo il posto delle vecchie trasmissioni radiofoniche. Ecco una lista di alcuni tra i migliori podcast italiani che potete trovare, principalmente su Spotify. Cinque consigli spassionati, per provare a rendere più piacevole l’isolamento domiciliare a cui siamo costretti in queste settimane a causa dell’emergenza Covid-19. Il podcast di Alessandro Barbero Tra i podcast italiani, la raccolta senza fini di lucro degli interventi di Alessandro Barbero, storico piemontese, diventato una celebrità su Internet. Lezioni, conferenze e dibattiti che spaziano tra gli argomenti più disparati, dalle imprese dei grandi uomini ai piccoli gesti quotidiani. Con un unico grande denominatore: l’amore per la storia, nelle sue sfaccettature più variegate. Barbero, noto ai più oltre che per i suoi video sul web, anche per le comparsate su Superquark, è infatti salito agli onori delle cronache per la passione che suscita grazie ai suoi interventi. Quest’amore per il proprio mestiere è facilmente riscontrabile ascoltando il podcast e curiosando tra gli argomenti trattati, peraltro caricati, su gentile concessione dello stesso professore, da Fabrizio Mele. Si viaggia nel giro di una puntata dalle crociate alle guerre napoleoniche, passando per l’antichità e le guerre mondiali. Sempre con un occhio di riguardo al non detto, quello che difficilmente si legge sui libri di storia. E via con le digressioni e curiosità sulla vita quotidiana delle persone comuni. La Storia siamo noi. Podscast italiani: La Riserva Daniele Manusia, Emanuele Atturo e Simone Conte, tre amici romanisti (ma la passione giallorossa rimane sempre dietro le quinte), seduti ad un tavolo a chiacchierare di calcio. Da innamorati del pallone. Quelle che potrebbero essere apparentemente chiacchiere da bar diventano in realtà uno tra i migliori podcast italiani, probabilmente il più interessante a tema sportivo. Un varietà calcistico con osservazioni pungenti, che sanno trattare aspetti tecnici e tattici del gioco ma non solo. Uno sguardo settimanale, pacato e intelligente, sul calcio nazionale e internazionale, che difficilmente si riscontra nei salotti televisivi di Sky e Mediaset. Consigliato in generale l’intera piattaforma di Fenomeno, con altri podcast “gemelli” de La Riserva. Trame, Passi, Lobanovski: si parla di sport e politica, NBA, tattica. Podcast italiani: Ricciotto Una volta a settimana si parla di cinema con Aldo Fresia, Federica Bordin e Matteo Scandoli. Analisi ragionate, pareri spassionati, partigianerie dichiarate, gatti che saltano ovunque. Ricciotto si occupa principalmente di recensioni cinematografiche, dirette in occasioni di manifestazioni cinematografiche o semplici consigli su cosa vedere. Particolarmente utili, specie in tempi di quarantena come questi (si segnalano in particolare le puntate Netflixerone e Primerone). Dai capolavori che hanno fatto la […]

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