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Eroica Fenice

Se mi lasci non vale: una commedia da ridere

Vincenzo Salemme si presenta in questi giorni nelle sale come regista e interprete della pellicola Se mi lasci non vale, il cui soggetto si deve a Paolo Genovese (regista di Immaturi, Tutta colpa di Freud, ecc.) e Martino Coli. Questa commedia degli equivoci dal sapore romantico vanta un cast di tutto rispetto, oltre al già citato Salemme troviamo infatti Paolo Calabresi, Carlo Buccirosso, Serena Autieri, Tosca D’Aquino e Carlo Giuffrè.

 Se mi lasci non vale è la storia di due cinquantenni che dopo esser stati abbandonati,  meditano una vendetta ai danni delle proprie ex

Vincenzo (Salemme) e Paolo (Calabresi) sono due uomini sulla cinquantina, molto diversi tra loro, il primo infatti è un uomo intraprendente che dirige un’agenzia di viaggi nel centro di Napoli, mentre l’altro si presenta come un immaturo cronico, un consulente informatico che vive ancora con il padre (Giuffrè).
I due però hanno una cosa in comune, entrambi sono distrutti perché sono stati abbandonati dalle rispettive compagne, tant’è che una sera, in seguito ad un incontro fortuito in un locale, dopo essersi guardati negli occhi e riconosciutisi nello stesso dolore, stringono amicizia. Vincenzo, ben presto, stanco di soffrire, si convince che l’unico modo per voltare pagina sia la vendetta, e per questo coinvolge Paolo nel suo piano machiavellico: ciascuno di loro dovrà conquistare la ex dell’amico, farla innamorare e poi lasciarla, senza rimorsi. Paolo deve sedurre Sara (Autieri), ex di Vincenzo, una donna romantica e appassionata di cibo vegano, mentre Vincenzo deve far breccia nel cuore di Federica (D’Aquino), architetto di successo, con la passione per gli uomini di potere. Per riuscire nel loro intento i due chiamano in soccorso un teatrante (Buccirosso), che avrà il compito di fingersi l’autista di Vincenzo, calato nei panni del ricco possidente, tale dottor Ludovisi. L’attore ingaggiato, che tira a campare recitando nelle sceneggiate napoletane, millanta di continuo l’ aver vinto un fantomatico premio, la “spiga d’oro” come miglior figurante del teatro italiano, ed è Alberto Giorgiazzi. Tale nome, secondo una convenzione tipica del teatro plautino, è un nome parlante, che tradisce l’ironia su cui è improntato il suo personaggio, poiché non è altro che l’anagramma del nome di un attore di grande fama come Giorgio Albertazzi. Ed è a questo punto, quando entra in scena “l’attore”, che si genera una classica commedia degli equivoci, con rivolgimenti inaspettati e scambi di persona per cui sarà lo stesso Alberto ad interpretare il ruolo di Ludovisi, mentre Vincenzo dovrà accontentarsi di portare avanti la parte dell’autista. 

Il film vanta un cast di tutto rispetto, tra cui spiccano i nomi di Buccirosso e Giuffrè

Salemme e Buccirosso sono una conferma, la loro è una coppia collaudata (sin dai tempi de L’amico del cuore, 1998) alla Totò e Peppino, che si nutre di comicità di parola, complicità sulla scena e tempi giusti. Calabresi fatica un po’ nelle vesti del timido tecnico informatico, la sua romanità mal s’inserisce nel contesto prettamente partenopeo, il suo personaggio è schiacciato da quelli dei due comprimari, forse per questo non lascia il segno. L’Autieri è perfettamente a suo agio nei panni della romantica Sara, mentre Tosca D’Aquino è leggermente sacrificata nelle vesti della donna ambiziosa, si aspetta sempre un suo exploit di comicità che non arriva mai, se non in poche battute. Quello di Giuffrè è un cameo che regala quel quid di raffinatezza che non guasta mai, le sue uscite  sono centellinate.

Il film è decisamente gradevole, divertente in molti passaggi, tutti coinvolti dalla figura di Buccirosso, vero mattatore della scena che, insieme alla D’Aquino, regala al pubblico una scena davvero spassosa, in cui avviene una rilettura dell’Otello di Shakespeare in chiave napoletana tutta da ridere. Ed è proprio al teatro che strizza l’occhio il regista, ed è da esso che da sempre trae forza per le sue commedie, sebbene in Se mi lasci non vale,  differentemente da ciò che accadeva nei suoi precedenti lavori, Salemme lascia più spazio all’intreccio, sacrificando dialoghi e monologhi di stampo teatrale che nel cinema hanno una riuscita spesso infelice, come accaduto nell’ultimo film  …e fuori nevica.

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