Cavalieri della tavola rotonda, le origini e la storia

Cavalieri della tavola rotonda, le origini e la storia

La storia dei cavalieri della tavola rotonda, dalle origini di re Artù alle vicende di alcuni tra i più famosi personaggi di Camelot.

Chi non ha mai sentito parlare dei cavalieri della tavola rotonda? Ognuno di noi si è imbattuto nelle avventure di Artù e del suo fedele seguito di cavalieri tra romanzi, serie tv, film e videogiochi ispirati al ciclo bretone, di alto valore seminale per la nascita del genere fantasy così come lo conosciamo.

Il trono di spade, Harry Potter, Le cronache di Narnia e tante altre saghe non esisterebbero senza il prezioso contributo dato da racconti e leggende perduti in un medioevo meraviglioso e senza tempo, popolato da cavalieri, damigelle, mostri, fate, streghe e draghi, che hanno stimolato e continuano a stimolare la fantasia di autori di ogni tempo e lingua, affascinati dalle avventure dei cavalieri della tavola rotonda.

Alle origini della tavola rotonda, la storia di Re Artù

Il processo che portò alla nascita della tavola rotonda è strettamente collegato alla storia e alle vicende di re Artù.

Sulle origini del nome sono state avanzate diverse ipotesi. La più accettata, anche se messa in dubbio da molti studiosi, lo fa derivare dall’unione delle parole gallesi arth e gwr, latinizzate in Arthur. A sostegno di questa tesi vi è l’usanza delle popolazioni nordiche di conferire ai guerrieri una sorta di “nomi in codice” in battaglia. Artù doveva quindi essere identificato come “uomo (gwr) orso (arth)”.

A creare il mito del personaggio leggendario fu Goffredo di Monmouth con la sua Historia Regum Britanniae, una monumentale opera storiografica piena di elementi fantasiosi e originali che la rendono un romanzo fantasy ante litteram, in cui si ripercorre la storia dei re di Britannia.

Secondo Goffredo, Artù era figlio del sovrano Uther Pendragon e di Ingraine di Cornovaglia che si era unita all’uomo grazie a un incantesimo di Merlino, mago e consigliere di Uther. Alla morte del padre Artù, all’epoca quindicenne, divenne sovrano e tramite una lunga serie di battaglie, narrate in altre fonti quali l’Historia Britonnium e gli Annales Cambriae, costruì un regno che dapprima comprendeva l’Irlanda e l’Islanda e, in seguito, anche la Gallia che era in mano all’imperatore Lucius Tiberius.

Ma proprio quando era in procinto di entrare a Roma venne a sapere che il nipote Mordred aveva usurpato il  trono e preso la mano della regina Ginevra, sua moglie. Artù uccise Mordred nella battaglia di Camlann in Cornovaglia, dove rimase ferito mortalmente. Venne quindi portato nella leggendaria isola di Avalon, da cui non fece più ritorno. 

C’è da dire che il carattere dell’ Artù di Goffredo è molto diverso da quello del sovrano saggio e tranquillo a cui siamo abituati: lo disegna come un guerriero brutale e sanguinario, che rideva di gusto ogni volta che uccideva i nemici.

Molti altri autori aggiunsero elementi per lo sviluppo della leggenda arturiana divenuti fondamentali. Robert de Boron e Thomas Malroy, autori rispettivamente dei romanzi Merlin e La morte di Artù, parlano del mito della spada nella roccia: dopo la morte di Uther la Britannia rimase senza sovrano e il regno sprofondò nel caos, con i pretendenti al trono che si uccidevano tra di loro. Allora Merlino conficcò una spada nella roccia, che sarebbe stata estratta soltanto dal futuro re.

Un giorno Artù, cresciuto in una famiglia di contadini per volere dello stesso mago e incosciente del suo vero status, riuscì a estrarre la spada laddove molti avevano fallito e divenne re. I dodici governanti della Britannia, contrari all’incoronazione, si ribellarono per poi essere facilmente sconfitti da Artù, il quale prese in moglie Ginevra.

La nascita della tavola rotonda e il suo significato

A parlare della tavola rotonda per la prima volta fu il chierico normanno Wace nel Roman de Brut. Fu costruita per volere di Artù (ma alcuni autori pensano che fosse un’idea di Merlino) nella sua fortezza, in seguito identificata con il nome di Camelot, per radunare i suoi uomini più fidati, avendo in mente un concetto molto chiaro. Il re e cavalieri avevano ognuno il proprio posto riservato, ma a nessuno di loro spettava il ruolo di “capotavola”. Si trovavano tutti sullo stesso piano e nessuno prevaleva sull’altro.

I cavalieri della tavola rotonda non rappresentano soltanto la fiducia, in quanto i più coraggiosi e leali verso Artù. Traducevano in azione anche i valori dell’uguaglianza e della fraternità, utili per spegnere sul nascere le rivalità tra cavalieri.

Essi erano tenuti a rispettare un severo codice etico: dovevano soccorrere i deboli  e le dame in pericolo, non dovevano intraprendere battaglie per motivi futili quali l’amore e mai ingannare il prossimo, né macchiarsi di omicidio. Un codice che fu assorbito e proposto nei romanzi cortesi come modello ideale per la cavalleria feudale europea, di cui facevano parte tutti quei cavalieri che sognavano una vita fatta di eroiche imprese, un bel regno da possedere e l’amore di una dolce dama!

Storia dei cavalieri più (o meno) famosi

Il numero dei cavalieri della tavola rotonda varia da autore ad autore: c’è chi afferma che dovevano essere soltanto dodici e chi, addirittura, propone cifre impensabili come milleseicento.

In questa sede non possiamo elencare le storie di tutti i cavalieri una per una. Ci limiteremo a quelli che sono divenuti celebri grazie all’immaginario letterario e a quello della cultura popolare nonché a qualcun altro che, spesso, viene totalmente ignorato dagli studiosi e dagli appassionati.

Sir Bedivere è considerato il primo cavaliere che entrò a far parte della cerchia di Artù, nonché un amico intimo che lo seguì fin dai primissimi tempi del suo regno. Storicamente è stato individuato con un principe del Glywising, una regione del Galles, nato attorno al 495.

Nel Mabinogion, una raccolta di testi medievali gallesi, si racconta di come aiutò Artù a uccidere un gigante che terrorizzava l’isola di Mont St. Michel e di come perse una mano in battaglia. Inoltre, fu presente a Camlann nello scontro decisivo tra Artù e Mordred con il re, l’unico sopravvissuto assieme a lui, che gli ordinò di gettare nel lago la leggendaria spada Excalibur. Bedivere eseguì l’ordine e l’arma fu presa dalla Dama del lago, la stessa persona che aveva donato al sovrano l’arma.

Tra i più noti cavalieri della tavola rotonda non si può non citare Percival (o Parsifal, come fu chiamato anche da Richard Wagner nell’omonimo dramma lirico). Dopo un’infanzia trascorsa in solitudine nella foresta per volere della madre, contraria alla vita cavalleresca, si avvicinò alla corte di Artù affamato di avventura.

Come raccontato da Chretién de Troyes, Percival era uno dei cavalieri che andò alla ricerca del Sacro Graal, la coppa leggendaria che sarebbe stata usata da Cristo durante l’ultima cena. Nella sua ricerca fu ospite nel castello del moribondo Re Pescatore, dove assistette alla processione del Graal. A causa della sua ingenuità si dimentico di chiedere il significato di ciò che aveva visto al sovrano, che morì (se invece Percival gli avesse posto la domanda, il re sarebbe guarito).

Poiché il romanzo di de Troyes è incompiuto, altri autori hanno cercato di dare un finale alla sua storia. Tra questi va citato un certo Manessier, il quale scrive che dopo sette anni Percival trovò il Graal e, una volta morto, lo portò con sé in cielo.

Sempre de Troyes è l’autore di Yvain, il cavaliere del leone, un poema in cui è protagonista un personaggio popolare della mitologia gallese che divenne celebre anche all’interno del ciclo arturiano. Infuriato per la morte del cugino Calogrenant per mano di Esclados, detto anche “Il cavaliere rosso”, Yvain lo sfida a duello uccidendolo e prendendo la mano della vedova Laudine. Gawain, cavaliere della tavola rotonda e nipote di Artù, lo coinvolge in un’avventura cavalleresca e la novella moglie gli impone di tornare dopo un anno.

Yvain non riesce a rispettare il patto e Laudine lo caccia di casa. Lungo il tragitto il cavaliere salva un leone che sta per essere ucciso da un drago. In segno di riconoscenza il felino lo aiuta a riconquistare il cuore della moglie dando prova di virtù e coraggio sconfiggendo un gigante e alcuni demoni.

Il già citato Gawain (o Galvano) è invece protagonista di una storia particolare, narrata in un poema cavalleresco del XIV secolo e divenuta recentemente nota grazie a un film su Amazon Prime. Durante la notte di Capodanno giunge alla corte di Artù il cavaliere verde, un essere armato di ascia che sfida uno dei cavalieri a decapitarlo, a condizione che lo stesso sfidante subisca lo stesso trattamento un anno e un giorno dopo presso la misteriosa Cappella Verde.

Gawain accetta la sfida e decapita il cavaliere il quale, raccolta la testa, gli ricorda il patto. Il cavaliere, dopo molte peripezie, giunge sul luogo pronto per la sua esecuzione. Il cavaliere verde, però, procura a Gawain solo una lieve ferita al collo spiegandogli che si è trattato di una messinscena organizzata da uno dei maggiori nemici di Artù, la fata Morgana. Gawain viene designato come l’esempio perfetto di cavaliere cortese e umile, anche se in alcune opere viene descritto come un personaggio rozzo e buffonesco.

Ma quando si parla della tavola rotonda il primo nome che viene in mente è quello di Lancillotto, destinato ad avere un enorme successo. L’oramai irrinunciabile de Troyes lo rende protagonista del Lancilotto o Il cavaliere della carretta, dove salva la regina Ginevra dalle grinfie di Meleagant, un ex cavaliere di Artù che ne ha rinnegato i valori. Lancillotto compie l’impresa spinto dalla forte passione verso la moglie del suo sovrano, fulcro centrale di un ciclo di romanzi del XIII secolo noto come Lancillotto in prosa.

Dopo aver superato una serie di imprese, tra cui il già citato salvataggio, la passione tra il primo cavaliere del re e Ginevra esplode e i due fanno di tutto per incontrarsi all’oscuro di Artù e degli altri cavalieri. Purtroppo, il sovrano li scopre e condanna al rogo la moglie.

Questo amore proibito sarà la rovina per Camelot: Lancillotto sferra un attacco al regno dove, oltre a causare la distruzione della tavola rotonda, provoca la morte Artù e dell’amata Ginevra. Inorridito per quanto fatto, Lancillotto fugge e si converte a una vita da eremita.

Alla corte di Artù c’era spazio per tutti, persino per gli “infedeli” come Sir Palamede. Egli era un cavaliere saraceno e pagano che si innamorò di Isotta la bionda e cercò di conquistarne il cuore in un torneo in Irlanda, dove venne sconfitto dal rivale Tristano. Quest’ultimo, assieme a Isotta, è protagonista di una celebre storia d’amore raccontata da Thomas e Béroul che, assieme a quella di Lancillotto e Ginevra, è divenuta emblema dell’amore passionale, che non guarda in faccia a codici e convenzioni sociali.

Immagine di copertina: pixabay.com

A proposito di Ciro Gianluigi Barbato

Classe 1991, diploma di liceo classico, laurea triennale in lettere moderne e magistrale in filologia moderna. Ha scritto per "Il Ritaglio" e "La Cooltura" e da cinque anni scrive per "Eroica". Ama la letteratura, il cinema, l'arte, la musica, il teatro, i fumetti e le serie tv in ogni loro forma, accademica e nerd/pop. Si dice che preferisca dire ciò che pensa con la scrittura in luogo della voce, ma non si hanno prove a riguardo.

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