Demoni Giapponesi, guida ai più celebri

Demoni Giapponesi

Un viaggio alla scoperta degli yōkai, i demoni giapponesi entrati nell’immaginario collettivo e capaci di affascinare e terrorizzare chiunque.

Ogni popolo ha un rapporto personale con il sacro. Per quanto le religioni si basino su dogmi inscindibili è anche vero che tutte le comunità del mondo le interpretino a seconda della propria sensibilità.  Lo stesso dicasi per un popolo industrializzato e tecnologicamente avanzato come quello giapponese, che con la fede ha un rapporto particolare.

Per gli uomini e le donne nipponici tale legame non si esaurisce nella sfera delle venerazione. Esso si riflette anche nella vita di tutti i giorni come dimostra l’importanza data ai demoni giapponesi, detti yōkai: spiriti, mostri e diverse creature che influenzano la quotidianità in tutti i suoi aspetti, dal lavoro al tempo libero e, in alcuni casi, persino la vita sociale e politica del paese.

Non c’è regione del Giappone in cui non vengano narrate storie con protagonisti gli yōkai e in cui vengano celebrati con feste, rituali e diversi eventi, rendendo difficile fare un quadro esaustivo e completo di queste creature affascinanti e stimolanti per l’immaginazione di artisti che li hanno resi popolari anche in occidente tramite film, anime, manga e videogiochi. 

Demoni giapponesi, classificazione

La demonologia giapponese è influenzata da diversi culti come il buddhismo e lo shintoismo, nonché da racconti e credenze provenienti dalla Cina e dall’India. Essa divide i demoni in quattro categorie:

  • Yōkai, traducibile con “mistero inquietante” o “essere del mistero”. Sono spirti con fattezze animali o umane, legati a fenomeni sovrannaturali, ma può anche indicare una sensazione generale di paura e inquietudine. Il termine viene anche usato per descrivere i demoni in generale.
  • Bakemono, traducibile con “cosa che cambia/è cambiata”. Si tratta di animali, piante e oggetti che, a un certo punto della loro esistenza, cambiano forma o acquisiscono poteri magici.
  • Oni, esseri giganteschi, muscolosi e dotati di corna. Si possono considerare il corrispettivo orientale del diavolo.
  • Yūrei, presenti nella tradizione buddhista. Si tratta di anime legate ancora alla vita terrena e che non riuscendo a concludere il ciclo delle reincarnazioni non possono raggiungere il Nirvana.

Queste entità si distinguono dai kami, termine che nello shintoismo indica le divinità oggetto di adorazione. Tuttavia, nei vari credi giapponesi non esiste quell’idea precisa di bene e male che caratterizza altre religioni come il cristianesimo. Può succedere che un kami diventi “cattivo” a seguito di un torto subito, mentre gli yōkai possono rivelarsi entità benevole e aiutare gli uomini.

Questa caratteristica rende ancora più complesso fare un quadro generale dei demoni giappoensi, poiché gli yōkai non si presentano come entità puramente malvagie e prive di possibilità di redenzione.

Demoni giapponesi, gli yōkai

Kappa

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Tra gli yōkai più famosi ci sono i kappa, tartarughe umanoidi dalle dimensioni di un bambino, con il corpo squamato e un enorme guscio. Vivono nei pressi di laghi e fiumi e tendenzialmente sono innocui, ma in alcune leggende sono descritti come mostri terribili che trascinano le persone nei fiumi per divorarne le interiora. Possono rendersi invisibili e sono molto forti, sfidando spesso gli uomini in combattimenti di sumo.

Sono amanti delle buone maniere e ciò rappresenta il loro punto debole. Sulla testa dei kappa è presente una piccola depressione contenente dell’acqua, dalla quale traggono la forza vitale. Le loro vittime li costringono a inchinarsi facendogli rovesciare a terra il contenuto, rendendoli deboli.

Nel corso degli anni, i kappa si sono “addolciti” comparendo in molti anime e manga, ma sono anche protagonisti di festività come quella dellEnkō matsuri che si svolge il primo sabato di giugno nella periferia di Kōchi. I bambini costruiscono dei piccoli altari su cui pongono cetrioli, alimento di cui i kappa sono golosi, e una bottiglia di sakè. I genitori, poi, scrivono i nomi dei propri figli su un cetriolo che viene abbandonato alla corrente: in questo modo i kappa si ricorderanno di chi gli ha fatto questo dono e per un anno proteggeranno i bambini da qualsiasi pericolo.

Tengu

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Comparsi in Giappone tra il VI e il VII secolo d.c, i tengu sono di origine incerta. Per alcuni deriverebbero dal tiangou (che significa “cane celeste”), demone cinese dalle fattezze canine che divora il sole durante le eclissi o da Garuda, divinità della religione induista rappresentata come un uomo con ali e volto d’uccello. Quest’ultima tesi sembra essere la più plausibile poiché i tengu vengono rappresentati come uomini con becco, artigli e ali piumate simili a quelle di un corvo. Dal XIV secolo inizia a essere disegnato come un enorme uccello umanoide con la faccia tinta di rosso accesso e il caratteristico naso lunghissimo.

I tengu vivono nelle foreste, sono arroganti e nemici giurati del buddhismo: ingannano i monaci, distruggono i loro templi e a rapiscono donne e bambini che poi vengono ritrovati in luoghi lontani e in stato di shock. Possono mutare forma, tele trasportarsi, scatenare tempeste e comparire nei sogni degli uomini. Possiedono un certo senso dell’umorismo e in molti racconti si narra di come si divertano a tormentare gli uomini egoisti e avidi. Tuttavia, gli viene riconosciuta una certa saggezza e sono esperti di arti marziali, che insegnano solo agli uomini degni del loro rispetto.

Tra tutti i demoni giapponesi, i tengu sono i più “politicizzati”. Già nel Medioevo la dottrina buddhista identificava in loro i monaci corrotti che, una volta morti, non sono finiti all’inferno e si sono reincarnati in quelle creature. Inoltre, lo shōgun, il capo militare del Giappone, identificava con i tengu gli oppositori al suo regime i quali, per tutta risposta, si sentivano onorati di essere paragonati a creature potenti e solenni come questi uomini alati.

Rokurobuki

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I rokurobuki si presentano con le fattezze di donne piacevoli ed eleganti, ma di notte il loro collo si allunga e va a spiare gli uomini anche a miglia di distanza dal loro corpo. Appaiono perlopiù a persone ubriache, ma non sono malvagi.

La maggior parte dei rokurobuki non è consapevole dei propri poteri e si risveglia con la sensazione di aver guardato la propria stanza da angolazioni diverse. Sembra che questo potere sia la conseguenza di una maledizione che colpisce le donne infedeli verso i propri mariti. Ecco perché il rokurobuki è sempre di sesso femminile.

Vengono spesso confusi con il nukebuki, il quale è capace di staccare la propria testa dal corpo che vola, andando a caccia di uomini e donne da uccidere. Per via del loro aspetto i rokurobuki sono personaggi onnipresenti in opere a sfondo horror ed erotico, ma anche in quelle fantasy come Inuyasha.

Kodama

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Il nome kodama significa “spirito (dama) dell’albero (ko)”. Sono creature che vivono nelle foreste e in origine erano considerate delle vere e proprie divinità. Solo a partire dal periodo Edo (XVII secolo) furono retrocesse al grado di yōkai.

Hanno il potere di imitare le voci umane e possono spostarsi da un albero all’altro. Essendo spiriti legati agli alberi possono essere portatori di sventura se si abbattono le loro dimore.

Per quanto riguarda l’aspetto, ci sono opinioni discordanti: c’è chi afferma che si manifestano come deboli sfere di luce e chi invece sostiene che sono simili a donne che vivono ai piedi degli alberi, simili alle ninfe driadi della mitologia greca. L’iconografia più famosa dei kodama la si deve ad Hayao Miyazaki e al film Princess Mononoke, dove  sono raffigurati come omini bianchi dalla testa enorme.

Demoni Giapponesi: Noppera-bō

Demoni Giapponesi

Sempre legato a Miyazaki è il noppera-bō che in italiano si traduce come “senza volto”. Questo yōkai appare come un uomo all’apparenza normale, di solito vestito come un monaco, ma senza occhi, naso, orecchie e bocca.

La sua attività preferita è spaventare gli umani, spesso presentandosi di spalle per poi girare la testa. Alcune volte i noppera-bō mostrano alla vittima di avere un volto normale che poi cancellano con un gesto della mano, rivelando il loro vero aspetto.

Anche questi demoni giapponesi hanno stimolato la fantasia degli artisti come il già citato Miyazaki che ne La città incantata ci presenta il Senza Faccia, uno spirito trasparente che cerca di aiutare in ogni modo la protagonista Chihiro. Inoltre, il suo aspetto si ritrova in alcuni mostri della narrativa horror contemporanea e nel mondo delle creepypasta, come il personaggio dello Slenderman.

Baku

Demoni Giapponesi

Tra i demoni giapponesi più popolari va ricordato anche il baku, di origine cinese e dall’aspetto chimerico: si presenta con il corpo da orso, le zampe da tigre, la coda da bue e gli occhi da rinoceronte. Nelle raffigurazioni e nei disegni viene come un tapiro e la parola baku si traduce proprio con il nome di questo animale.

È un yōkai benigno, il cui compito principale è quello di divorare gli incubi delle persone e tutte le preoccupazioni legati a essi. In alcune zone del Giappone è usanza tipica recitare la formula “cedo il mio sogno al baku, perché lo mangi” quando ci si sveglia da un brutto sogno. Non è un caso, allora, se letti, cuscini e arredi delle camere da letto dei giapponesi mostrino impressa l’immagine di questo rassicurante essere.

Demoni Giapponesi, i Bakemono

Kitsune

Demoni Giapponesi

Le kitsune sono le volpi, animali che fin dai tempi antichi i giapponesi adorano come divinità. La particolarità delle kitsune è la loro intelligenza: ogni cento anni cresce loro una nuova coda e più code hanno, più sono saggie.  

Le kitsune sono fedeli a Inari, kami del riso e della fertilità e fungono da messaggeri celesti, aiutando gli uomini e proteggendoli dagli spiriti maligni. Lo stesso santuario di Inari, situato a Kyoto, presenta alle sue porte alcune statue di volpi messe a protezione dei visitatori che, in cambio, lasciano come offerta un pezzo del loro cibo preferito, il tofu.

Gran parte delle storie che le vedono protagoniste sono di carattere romantico: le kitsune sono in grado di trasformarsi in donne e spesso si innamorano di uomini con cui si sposano e mettono su famiglia

Tuttavia, esistono anche kitsune perfide. Si tratta delle yako che, a differenza delle loro controparti buone, hanno la pelliccia scura. Anche loro si trasformano in belle ragazze, ma solo per farsi beffe degli uomini creando delle illusioni credibili: si spacciano per donne innamorate perse di nobili o mercanti che, da buoni tontoloni, ricambiano i sentimenti e con cui arrivano persino a fare dei bambini. Peccato che quegli stessi uomini siano in realtà vittime di sortilegi e vengano trovati dai familiari in preda alla follia.

La kitsune è forse il più popolare tra i demoni giapponesi, grazie anche alla sua presenza nella cultura pop. Un esempio su tutti è Pokémon dove nella prima generazione compare Ninetails, una creatura che, come le kitsune, ha l’aspetto di una volpe con nove code e comunica con gli uomini tramite poteri psichici.

Tanuki

Demoni Giapponesi

I tanuki vengono spesso confusi con il procione, altro animale onnipresente in Giappone, ma in realtà vanno identificati con il cane-procione. Vivono nei boschi e possono trasformarsi poggiando una foglia di loto sulla testa.

Anche loro amano ingannare gli uomini, ma non per cattiveria. Sono giocherelloni e vengono sempre rappresentati in opere comiche e parodistiche. Possono addirittura assumere la forma di oggetti inanimati come teiere, per ingannare i monaci che preparano il tè, oppure prendono in giro i mercanti dando loro soldi che in realtà si rivelano foglie.

Il tanuki è considerato un animale portafortuna. In Giappone si possono trovare statuette raffiguranti questo animale con i testicoli enormi che, un po’ come per il membro di Priapo, indicano abbondanza e prosperità, Viene anche citato nel franchise di Super Mario dove l’idraulico baffuto più famoso al mondo indossa un costume da tanuki usando proprio una foglia che gli consente di volare.

Bakeneko

Demoni Giapponesi

Del tutto diverso è il bakeneko. Il termine significa letteralmente “gatto mostruoso” ed è legato al fascino misterioso di questo animale. La religione buddhista lo considera un essere negativo poiché si racconta che fu proprio un gatto a uccidere il topo che portava le medicine al Buddha malato. Ciononostante, i gatti sono tra gli animali domestici più presenti nelle famiglie nipponiche.  

I bakeneko sono di dimensioni enormi e raggiunti i cento anni diventano dei veri e propri giganti. Possono divorare cose più grandi di loro, padroni compresi, parlare il linguaggio umano ed evocare spiriti che incendiano le case. Come se non bastasse, possono anche riportare in vita i cadaveri, costringendoli a danzare per il loro divertimento.

Non tutti i bakeneko sono crudeli e sadici: sui banconi dei ristoranti giapponesi vi sarà capitato di notare la statua di un gattino con la zampa alzata che, spesso, si muove su e giù. Si tratta del maneki neko, letteralmente il “gatto che dà il benvenuto ai clienti” ed è considerato un portafortuna. È protagonista di molti racconti che ne spiegano l’origine, come quello di un ricco mercante che sfuggì da un temporale trovando rifugio in un tempio, grazie al gatto di un monaco che con la zampa lo invitò a entrare. Un attimo dopo un fulmine colpì l’albero da cui l’uomo si era spostato e questi, in segno di riconoscenza, portò prosperità al tempio. Quando il gatto morì costruì in suo onore una statuetta, il primo maneki neko.

Demoni Giapponesi: Tsukumogami

Il folklore giapponese è basato su una concezione animista che riguarda anche gli oggetti, degni di rispetto quanto gli animali e gli uomini. Si spiega così l’esistenza dei tsukumogami, spiriti che prendono possesso degli oggetti quando raggiungono i cento anni.

Il loro aspetto può variare, in base all’uso che è stato fatto dell’oggetto e alle sue condizioni. Se è stato gettato via, si presenterà come uno spirito vendicativo e pieno di rancore. In caso contrario si limiterà ad apparire in manifestazioni innocue. Uno dei più famosi è il karakasa (o kasaobake), lo spirito di un ombrello che fa le linguacce.

Lo stretto legame con gli oggetti è enfatizzato anche da cerimonie che vengono fatte in loro onore. Uno di questi è il “funerale delle bambole” (Ningyou kuyou), che si celebra nel mese di ottobre in diversi templi. Durante la cerimonia si ringraziano le bambole vecchie e rotte che vengono affidate a Kannon, divinità della compassione, prima di essere bruciate. Ancora, si può citare l’Harikuyou, un rito che le sarte celebrano l’8 febbraio per rendere omaggio agli aghi rotti per il lavoro svolto, infilandoli in torte di tofu.

Kaijū

I kaijū sono i più recenti tra i bakemono, essendo nati negli anni ’50 del secolo scorso grazie ai film di fantascienza con protagonisti mostri giganteschi e dall’aspetto di diversi animali (il termine significa “strana” o “bizzarra bestia”).

Il più famoso è senza dubbio Godzilla, un lucertolone nato a causa delle radiazioni nucleari, in un periodo in cui il ricordo della bomba atomica era ancora sentito, capace di distruggere intere città e di sputare raggi laser dalla bocca. Non tutti però sanno che Godizilla è ispirato a un altro yōkai, l’hōnengyo: un enorme rettile che vive nei pressi dei laghi, capace di aumentare le dimensioni e le cui vittime sono gli sfortunati pescatori che si ritrovano a navigare nelle sue stesse acque.

Dal 1954, anno di uscita dell’omonimo film, Godzilla è il protagonista di una serie fortunata di pellicole in cui si scontra con altri kaijū e, di recente, contro un altro “mostro” del cinema: il mastodontico King Kong.

Oni, i demoni giapponesi per eccellenza

Gli oni sono i demoni per antonomasia della mitologia giapponese e anche i più noti in occidente, giacché richiamano a creature tipiche del folklore europeo come lorco.

Nelle stampe e nei disegni gli oni sono rappresentati come creature enormi, alte quanto un albero, dalla pelle rossa o blu, i capelli arruffati, i denti aguzzi, le corna appuntite e occhi che possono variare da uno solo a tanti. Caratteristiche peculiari sono la pelle di tigre con cui si coprono e la tetsubo, un’enorme mazza di ferro o clava che gli oni portano sempre con sé.

Il buddhismo li relega come guardiani dell’inferno e, rispetto ad altri yōkai, sono esseri puramente crudeli e malvagi. Si dice che nascano in luoghi in cui l’odio e la rabbia sono fertili come i campi di battaglia, hanno una forza sovraumana e danno la caccia agli uomini per divorarli. Sono associati ai temporali e la loro presenza è considerata presagio di gravi disgrazie. Il più famoso degli oni è il loro re Shuten-Doji, alto sei metri e dotato di 15 occhi e 5 paia di corna, che rapisce giovani fanciulle per berne il sangue e divorarne le interiora.

Le hannya sono la loro variante femminile: si tratta di donne la cui gelosia le ha portate a trasformarsi in demoni. A differenza degli oni, però, possono redimersi e tornare alle loro sembianze originarie. La sua maschera, una delle più famose del teatro giapponese, è molto conosciuta dagli amanti dei tatuaggi che se le fanno imprimere sulla pelle come segno di buon auspicio.

Data la loro popolarità, gli oni sono tra i demoni giapponesi più popolari nel mondo degli anime e dei manga come in Lamù, la ragazza dello spazio di Rumiko Takahashi dove i protagonisti sono una razza di oni spaziali giunti sulla Terra e tra i quali spicca proprio Lamù, che dei mostruosi demoni ha ben poco: è una ragazza sensuale, dai capelli lunghi e gli occhi grandi e azzurri. Un richiamo all’oni della tradizione è la pelle di tigre, trasformato in un provocante bikini.

Yūrei, spiriti e fantasmi

La parola yūrei è composta dai kanji (“flebile”, “evanescente”) e “rei” (“spirito”) e significa “spirito vagante” o “spirito indistinto”. 

Secondo lo shintoismo, quando il corpo muore l’anima che vi era rinchiusa si libera e inizia il suo percorso per raggiungere l’oltretomba. I parenti del defunto hanno il compito di aiutarlo in questo percorso tramite una serie di riti, come funerali e preghiere, che gli permettano di raggiungere la meta. In questo modo diventa lo spirito guardiano della famiglia, a cui viene dedicato un altare in casa, oltre a essere ricordato in più occasioni durante l’anno (come il celebre Festival di Obon, dedicato alla commemorazione dei defunti e degli antenati).

Se però una persona muore con delle questioni lasciate in sospeso, la sua anima rimane intrappolata in una sorta di purgatorio e diventa uno yūrei, uno spirito ancora legato al mondo terreno e senza pace.

Gli yūrei si presentano senza piedi, con lunghi capelli neri e un kimono bianco. Alcuni indossano gli abiti che avevano al momento della morte e possono presentare vistose ferite o deformità (bocche insanguinate, volto pieno di cicatrici e così via).

Esistono molte tipologie di yūrei come gli ubume, spiriti di madri morte durante il parto che tornano sulla terra per accudire i figli o i funa yūrei, spirti di persone scomparse in mare. Alcuni di essi possono essere molto pericolosi come gli onryo, fantasmi di persone maltrattate in vita e spinte dalla voglia di vendicarsi dei propri aguzzini o i jikininki, anime dannate della tradizione buddista condannate a cibarsi di cadaveri. Gli zashiki-warashi sono invece gli spiriti di bambini che infestano case e luoghi diversi giocando dispetti alle persone che vi risiedono, un po’ alla stregua del monaciello del folklore napoletano.

Infine, tra gli yūrei si possono ricordare gli shinigami, divenuti popolari grazie a Death Note. Sono il corrispettivo nipponico del “tristo mietitore” e si tratta di spiriti dalla pelle grigio-pallida e dall’aspetto mostruoso. Hanno una morbosa ossessione per la morte e albergano in luoghi dove sono stati commessi omicidi o suicidi. Prendono possesso delle vittime alterandone il carattere, che diventa cupo e paranoico, spingendole a compiere atti di autolesionismo o a togliersi la vita.

Inoltre, chi, in un modo o nell’altro, riesce a sopravvivere agli shinigami è condannato a soffrire una morte dolorosa e terribile.

Fonti

Marta Barzieri, La paura in Giappone. Yokai e altri mostri giapponesi, 2019, Caravaggio Editore

Yokai Encyclopedia

Immagine di copertina: Stay Nerd

Immagini nell’articolo prese dal libro di Barzieri (pagine 44 e 260), Pixabay, Pexels, Pinterest, Wikicommons, FreePik e Unsplash

A proposito di Ciro Gianluigi Barbato

Classe 1991, diploma di liceo classico, laurea triennale in lettere moderne e magistrale in filologia moderna. Ha scritto per "Il Ritaglio" e "La Cooltura" e da cinque anni scrive per "Eroica". Ama la letteratura, il cinema, l'arte, la musica, il teatro, i fumetti e le serie tv in ogni loro forma, accademica e nerd/pop. Si dice che preferisca dire ciò che pensa con la scrittura in luogo della voce, ma non si hanno prove a riguardo.

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