Presepi napoletani: i 5 più belli

Presepi napoletani: i 5 più belli

Presepi napoletani: i 5 più belli (una premessa)

Sui presepi napoletani che altro dire? Che altro aggiungere agli eminenti compilatori del Presepe napoletano che il buon editore Franco Di Mauro diede pregiatamente alla luce nel 1997 o alle sottili e interessanti osservazioni di Roberto De Simone nel Presepe popolare napoletano pubblicato l’anno successivo? Quante pagine di scrittori di cose napoletane, di eruditi e di accademici o di osservatori dei più reali documenti di vita quotidiana aggiungono molto o poco a quanto noto. E quale può essere un criterio per ordinare i presepi napoletani, che non sia meramente artistico? Senza contare che in questo pesa fortemente la soggettività di chi scrive.

Potremmo partire dalla turistica San Gregorio Armeno, la “via dei presepi”, ma lasceremmo fuori le altre bottegucce che esulano da quella via o che si trovano in altre città napoletane; o partire dalla magnificenza delle sculture presepiali di Sanmartino o Gori, primo fra i suoi allievi, fino alla regalità degli allestimenti del presepe Cuciniello o della collezione Catello, ma questo potrebbe significare dimenticarsi della spontaneità popolare; o ancora partire dai moderni laboratori artistici sparsi per la città, ma si lascerebbe fuori l’artigianato tradizionalissimo, raffinato per passione.

Che fare, dunque? Quale criterio potrebbe appartenere alla tradizioni presepiale? Forse un sentimento di “appartenenza” e “affettività” reciproca tra immaginario popolare e sogno del presepe può essere una testimonianza implicita? Sia, considerando, tuttavia, che non esiste un criterio univoco per stabilirne l’importanza.

Presepi napoletani: i 5 più belli

Presepi napoletani: i 5 più belli

Il presepe di via dell’Anticaglia.

Tra i presepi napoletani oggi si conta quello esposto allo sguardo di tutti i passanti, che possono lasciare una qualsiasi offerta, devoluta poi ai poveri: – Il presepe di via dell’Anticaglia! –, mi viene a ricordare l’amico Sandro Brancato, anch’egli artefice di una bella scenografia presepiale domestica. Da piazza San Gaetano, salendo per il vico Cinquesanti, si sbocca proprio in via dell’Anticaglia. Pochi minuti e il piccolo presepe, “dedicato alla Madonna e al popolo”, si apre agli occhi passeggeri in una botteguccia: oggi museo a cielo aperto, ieri bottega di solachianiello, umano e artigiano, l’artefice ha attinto per la sua opera all’immaginario collettivo per divenire esso stesso parte di quella medesima tradizione. La scenografia circolare si sviluppa verticalmente e si ramifica nella stanzuccia, devota di immagini e messaggi dei visitatori, e, più che tentare una descrizione delle arcate, delle scalette, dei pastorelli e delle monetine in offerta ai poverelli che lastricano il pavimento della grotta della Sacra Famiglia, invitiamo a prendere parte al piccolo pellegrinaggio, come pastori e Magi, alla mangiatoia di via dell’Anticaglia.

Perché, dunque, ammirare questa perla di artigianato? Poiché è il simbolo genuino e spontaneo di un’appartenenza collettiva all’immaginario popolare.

Il presepe di don Placido.

È un sentimento di forte devozione affettiva che ci lega a questa basilica, a lato del Largo dei ss. Marcellino e Festo. «Mammà era devota alla Madonnina di don Placido e teneva una medaglia, e mi diceva così, che quando finisco mi dovete seppellire con questa medaglia sotto la veste. E così è stato, a zia». A raccontarlo è stata la tenera zi’ Nietta, novant’anni, rievocando la madre coi lucidi occhi dei vecchi. Si riferiva all’”Apostolo di Maria” Placido Baccher che, dopo ingiusta prigionia negli anni della Repubblica Partenopea, ebbe in sogno il vaticinio della scarcerazione dalla Madonna, evitando così la condanna a morte. Da lì la commissione al pastoraro Nicola Ingaldi dell’immagine mariana dell’Immacolata concezione così come gli apparve in sogno e che ancora oggi si può ammirare. Non solo, il buon Ingaldi realizzò anche pastori a grandezza naturale ritraenti la scena della Natività: ci pare una Natività impregnata di un profondo sentimento familiare, in particolare materno, che ridimensiona il valore religioso a quello umano della nascita.

Sospeso, quindi, tra una dimensione simbolica e una quotidiana, data anche dalla apparente ruvidezza delle sculture, il presepe di don Placido testimonia una devozione incentrata su una Madre più propriamente umana che divina.

Il presepe di Santa Chiara.

Chi direbbe, tra i forestieri, che all’ombra maiolicata del Chiostro di santa Chiara ci sia un bel presepe?  Si tratta di un presepe dalla magnificenza settecentesca, diviso in tre ordini orizzontali sui quali troneggia al centro la maestosa Natività, pregna di significati religiosi, come in uso dalla tradizione aristocratica (non, dunque, strettamente popolare) del secolo decimo ottavo. A chi si devono i pastori? Le più importanti figure sono lavorate dai maggiori artisti del tempo, tra cui spicca quel Giuseppe Sanmartino che modellò il Cristo velato e del quale, come taluni ripetono, il principe di Sansevero voleva le mani tagliate al fine di non ripetere un’arte tanto elevata al servizio di altre commissioni.

Ebbene? Si riduce a questo il bel presepe? Naturalmente no, in quanto la profondità paesaggistica di questo gioiellino resta comunque subordinata al ritratto del popolo offerto dalle azioni fluide, dalle espressioni vivide e dalle scenette dinamiche di cui sono protagonisti i pastori. Basta infatti calare lo sguardo dal paradiso ideale della Nascita all’inferno reale della vita quotidiana, quasi a sancire quella emblematica idea per cui Napoli sia una paradiso abitato da (poveri) diavoli.

I presepi della Chiesa di santa Marta.

Un sentimento particolare è quello legato a questa chiesetta barocca all’incrocio tra vico San Sebastiano e Spaccanapoli. Nel periodo natalizio ospita ed espone di anno in anno il virtuosismo scultoreo di pastori contemporanei, scenette realiste o cinematograficamente neorealiste, minuzia di particolari, invenzioni o voli pindarici di aspiranti o navigati pastorari in gara tra di loro. O ancora, mimetizzate tra le composizioni, si possono trovare suggestioni tradizionali per cui entrare nella Chiesa di Santa Marta significa uscirne sicuramente e piacevolmente sorpresi. Ma la caratteristica che maggiormente ci ha affascinato ci parve situata nel fondo della chiesa, dove, nella rappresentazione scenica del presepe, era situata sotto la Natività una grotta fiammeggiante con donne, uomini, suore e preti ignudi in atto di pentimento.

Quanto curioso e affascinante ammirare oggi un presepe votato alle Anime pezzentelle! Tradizione vuole che, dopo l’arrivo dei Magi, l’intera scenografia sia svuotata e popolata solo di queste anime puganti in attesa della redenzione portata dal Salvatore. E pensare che, ripercorrendo le pagine di Giulio Mendozza, questi particolari e significativi presepi era molto più frequente vederli agli incroci dei vicoli napoletani.

Il presepe Cuciniello.

Poteva mai mancare, almeno all’appello, il bel presepe di Michele Cuciniello? Va detto che si tratta, come accade per la magnificenza raggiunta dai presepi sette-ottocenteschi, di un senso di appartenenza diverso da quello dell’immaginario popolare: essi, in quanto finanziati da aristocrazia e borghesia, sono spesso stati ridotti a elementi di arredo o semplice esibizionismo collezionistico. Restituito agli occhi dei visitatori del museo di San Martino dallo stesso Michele (appassionato collezionista di pastori), il nostro Cuciniello ci sembra sentito, e con giusta ragione, maggiormente come parte di un patrimonio storico-artistico alla maniera, ad esempio, di un tesoro architettonico, che della cultura popolare: i simboli legati alla devozione nell’immaginario popolare, appunto, sembrano subordinati dai valori ufficiali, se pur è possibile rintracciare, non solo nel mero carattere estetico, il lungo e silenzioso cammino della tradizione.

Ciò detto, di fronte al valore storico e artistico di un’opera di tale foggia, noi possiamo soltanto inchinarci e toglierci il cappello di fronte a tanta regalità.

Fonte immagine: Il presepe di via dell’Anticaglia, in Facciamo il presepe

A proposito di Salvatore Di Marzo

Salvatore Di Marzo, laureato con lode alla Federico II di Napoli, è docente di Lettere presso la scuola secondaria. Ha collaborato con la rivista on-line Grado zero (2015-1016) ed è stato redattore presso Teatro.it (2016-2018). Coautore, insieme con Roberta Attanasio, di due sillogi poetiche ("Euritmie", 2015; "I mirti ai lauri sparsi", 2017), alcune poesie sono pubblicate su siti e riviste, tradotte in bielorusso, ucraino e russo. Ha pubblicato saggi e recensioni letterarie presso riviste accademiche e alcuni interventi in cataloghi di mostre. Per Eroica fenice scrive di arte, di musica, di eventi e riflessioni di vario genere.

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