La decolonizzazione durante la Guerra Fredda: fasi e aree geografiche

La decolonizzazione durante la Guerra Fredda: fasi e aree geografiche interessate

Il processo di decolonizzazione durante la Guerra Fredda può essere suddiviso in tre decenni, che hanno interessato diverse aree geografiche: in questo modo, possiamo comprendere meglio questo processo che ha conseguenze anche nell’attualità.

Le tre fasi della decolonizzazione nel XX secolo

Fase (Decennio) Aree geografiche Eventi chiave
Primo (1945-1955) Asia Occidentale, India, Indocina Partition dell’India, nascita di Israele, guerra in Vietnam.
Secondo (1955-1965) Africa subsahariana e Nord Africa Conferenza di Bandung, crisi di Suez, nascita dell’OUA.
Terzo (1965-1975) Possedimenti di Spagna e Portogallo Rivoluzione dei Garofani, indipendenza di Angola e Mozambico.

Primo decennio: la decolonizzazione dell’Asia Occidentale

Il primo decennio del processo di decolonizzazione durante la Guerra Fredda va dal 1945 al 1955 e riguarda il contesto asiatico: dopo i tentativi di controllo egemonico da parte del Giappone, una volta sconfitto quest’ultimo, era impossibile ritornare al tradizionale dominio dell’Occidente.

In alcune aree non c’era stato il controllo giapponese, in particolare in Asia Occidentale, cioè in Medio Oriente. Gli attuali Siria e Libano diventano indipendenti dopo il 1946, cacciando i francesi: di conseguenza non è un’indipendenza negoziata. Invece, l’allora Transgiordania (attuale Giordania) era occupata dai britannici e diventa indipendente nel 1946, diventando una monarchia araba, alla fine di un processo negoziato tra Londra e Amman, il che permette alla Gran Bretagna di conservare una serie di privilegi nel Paese: presenza economica, commerciale e militare.

La questione palestinese

Il caso più spinoso di questo processo di decolonizzazione mediorientale è quello che riguarda la Palestina, caratterizzata dell’emergere della lunga conflittualità arabo-israeliana. La Palestina viene assegnata alla Gran Bretagna come mandato dopo la Prima Guerra Mondiale; lì convivevano due comunità nazionali, arabi ed ebrei, con un aumento della popolazione ebraica durante la Seconda Guerra Mondiale, come conseguenza delle persecuzioni antiebraiche del nazismo tedesco e dell’Olocausto. Il 14 maggio 1948 cessa il mandato britannico in Palestina: in questo caso c’è una rinuncia unilaterale del colonizzatore a controllare quel territorio.

Questo territorio viene affidato all’ONU, che prende la decisione della spartizione, cioè di creare in Palestina due Stati, uno ebraico, corrispondente al 56% di Palestina storica, e uno arabo, che invece corrispondeva al 43% del territorio, mentre Gerusalemme, città sacra per entrambe le religioni, diventa città internazionale sotto il controllo delle Nazioni Unite. Questa decisione viene assunta nel novembre del 1947 dall’Assemblea Generale dell’ONU, con il cosiddetto Partition Plan, che divide la Palestina in due: la risoluzione 181 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, tuttavia, non ha valore giuridico ma politico, non essendo vincolante.

Quello che accade, però, è che inizia la prima guerra arabo-israeliana, poiché gli arabi non accettano questa situazione. Gli ebrei e il movimento Sionista accettano la spartizione perché rappresenta la costruzione di uno Stato nazionale e indipendente a carattere ebraico in Medio Oriente. Il mondo arabo rifiuta perché viene interpretata come l’ennesima spartizione operata dall’Occidente ai danni del mondo arabo, e come un tradimento delle promesse operate durante la Prima Guerra Mondiale di costruire un grande Stato arabo unitario. Inoltre, non accettano che l’Occidente risolva un problema creato dall’Occidente stesso ai danni del mondo arabo: cioè per risarcire gli ebrei per la tragedia dell’Olocausto ritagliano per loro un pezzo di terra appartenente agli arabi. Israele viene attaccato dagli eserciti dei Paesi arabi circostanti (Egitto, Transgiordania, Siria, Libano, Iraq) e ciò dà vita alla prima guerra arabo israeliana che si conclude con il trionfo di Israele. Così, cambia anche il modello di spartizione delle Nazioni Unite perché Israele, in seguito alla vittoria, passa dalla porzione di territorio prevista del 56% dal piano di spartizione delle Nazioni Unite al 75%. Nel restante 25%, quello che Israele non conquista (la Cisgiordania e la striscia di Gaza) non nasce lo Stato di Palestina, ma parte della Cisgiordania viene annessa alla Giordania e l’altra parte viene occupata dall’Egitto.

L’India e il Pakistan

In questo primo decennio c’è anche l’indipendenza dell’India nel 1947, che è un’indipendenza negoziata. In India emergono due ipotesi per far fronte alla decolonizzazione: una è quella di Gandhi con il Partito del Congresso, l’altra è quella della Lega Indiana, quindi il partito islamico. Gandhi crede in una lotta che sia non violenta, con boicottaggi ai danni dei britannici, invece la Lega Islamica ha un approccio più violento. La differenza non è solo di metodo, ma anche di obiettivi: per Gandhi è fondamentale il mantenimento dell’unità del territorio indiano, formato da comunità indù e musulmane, mentre la Lega Islamica vuole creare uno Stato musulmano indipendente nelle province a maggioranza musulmana.

La Gran Bretagna, inizialmente, avvia i negoziati e mantiene l’idea di unità che, tuttavia, si dimostra non fattibile. Alla fine i parlamenti provinciali delle varie province della colonia indiana optano per la nascita di due Stati separati: è la cosiddetta Partition del 1947, che porta alla nascita dell’India a maggioranza indù e alla nascita del Pakistan che è a maggioranza islamica. Quando nasce il Pakistan ci sono due confini separati, che non hanno continuità territoriale: Pakistan occidentale e Pakistan orientale. Da allora, si sono susseguite tre guerre indo-pakistane, due delle quali per il controllo del Kashmir, regione a maggioranza musulmana che entra però a far parte dell’India. La terza guerra del 1971, invece, crea il Bangladesh, superando la situazione iniziale di uno Stato separato da migliaia di chilometri. È proprio in questi anni che nascono grandi situazioni di tensione tra India e Pakistan, che continuano ancora oggi e che si sono inasprite dopo la nuclearizzazione dei due Paesi.

La decolonizzazione dell’Indocina

Infine, in questo primo decennio troviamo anche la questione indocinese. Il movimento indipendentista vietnamita di Ho Chi Minh nasce durante la Seconda Guerra Mondiale. Durante il conflitto, gli Stati Uniti sostengono il movimento nazionale in funzione anti-giapponese. Subito dopo la guerra, invece, c’è l’idea che non possa essere subito concessa l’indipendenza all’Indocina, perché per gli USA diventa prioritaria l’alleanza con la Francia, e per la Francia è fondamentale mantenere la sua proiezione nella penisola indocinese. Quindi, Ho Chi Minh sceglie la strada della contrapposizione violenta al dominio francese.

La battaglia che rappresenta la decolonizzazione dell’Indocina francese è quella di Dien Bien Phu e, con la Conferenza di Ginevra, finisce definitivamente la presenza francese: si crea l’Indocina indipendente (Laos, Cambogia), e il Vietnam viene diviso in due. Tuttavia, tra il 1945 e il 1955 comincia la fase di controllo statunitense. Durante la stagione di Eisenhower c’è l’idea che il Vietnam del Sud vada sostenuto per evitare l’espansione del comunismo. Con Kennedy si inizia a dare sostegno militare, ma il tentativo fallisce. Con il presidente Johnson, migliaia di soldati americani si recano in Vietnam del Sud e vengono messi in atto bombardamenti sul Vietnam del Nord, fino alla grande offensiva dei Viet Cong. Gli Stati Uniti si ritirano con gli Accordi di Parigi e il Vietnam viene infine unificato nel 1975.

Secondo decennio: la Conferenza di Bandung e i Paesi Non Allineati

Il secondo decennio del processo di decolonizzazione si apre nel 1955, con la Conferenza di Bandung: vi partecipano Paesi in procinto di indipendenza ed è qui che nasce il concetto di Terzo Mondo, che afferma una propria agency internazionale. A Bandung si afferma la condanna del colonialismo come fenomeno di assoggettamento contrario ai diritti umani e all’autodeterminazione dei popoli.

Tuttavia, alcuni Paesi vogliono restare allineati all’Occidente per aiuti economici, mentre altri preferiscono legarsi all’Unione Sovietica, vista come garanzia per l’indipendenza. Infine, nazioni come l’Egitto, l’Iran, l’India e la Jugoslavia cercano una terza via, componendo il movimento dei Paesi Non Allineati.

Dalla crisi di Suez alla decolonizzazione dell’Africa

Nel 1956 avviene la crisi di Suez, che rappresenta anche la seconda guerra arabo-israeliana. L’Egitto, sotto la leadership di Nasser, decide di nazionalizzare il canale per finanziare la diga di Assuan. Francia e Gran Bretagna, d’accordo con Israele, invadono l’Egitto, ma il colpo di scena è che gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica votano congiuntamente una risoluzione di condanna dell’invasione, segnando la fine del colonialismo europeo tradizionale.

Da quel momento la decolonizzazione accelera in quasi tutta l’Africa subsahariana. Nel 1963 nasce l’OUA (Organizzazione dell’Unità Africana). Un dibattito centrale riguardò i confini incongrui ereditati dal Congresso di Berlino del 1885. Per evitare conflitti, si decise di riconoscere i confini esistenti. L’OUA è stata poi succeduta nel 2002 dall’Unione Africana.

Terzo decennio: la fine definitiva del colonialismo

Infine, il terzo e ultimo decennio del processo di decolonizzazione va dal 1965 al 1975 e si completa con le cosiddette decolonizzazioni ritardate. Queste riguardano i possedimenti della Spagna e del Portogallo, legati alla fine dei regimi autoritari di Francisco Franco e Marcelo Caetano. Il culmine di questo processo è la Rivoluzione dei Garofani del 1975, che porta all’indipendenza definitiva di Angola e Mozambico.

Il double standard degli Stati Uniti

I primi anni della dissoluzione imperiale mostrano anche una certa passività degli Stati Uniti: di fronte al genocidio in Ruanda, la comunità internazionale rimase a guardare. Questo dimostra il carattere selettivo dell’ingerenza umanitaria, attuata solo dove esistono interessi specifici. Nella seconda metà degli anni Novanta, sotto la presidenza Clinton, gli USA si percepiranno come la “Nazione indispensabile” per la sicurezza mondiale.

Fonte immagine in evidenza: Freepik

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