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Eroica Fenice

Sibille, mitiche profetesse del mondo inferi

Sibille, mitiche profetesse del mondo infero

Le Sibille sono, nell’antichità classica, mitiche donne veggenti, dunque ritenute in comunicazione con la divinità. Il loro modo di vaticinare, forse originariamente connesso con i riti orfici e dionisiaci, si accostò con il tempo all’ambiente delfico: Apollo infatti era in età storica il dio da cui esse si narrava fossero invasate, mentre i loro responsi erano scritti su foglie che poi affastellavano a caso, sì che era difficilissimo interpretarli. Mediatrici tra il dio e l’uomo, spesso concepite come figlie di divinità e di ninfe e dee esse stesse, esse sono ritenute prodigiosamente longeve, ma non immortali. Le fonti antiche non concordano circa il numero e il nome delle Sibille principali: si va dall’unica ricordata da Platone all’elenco di diciassette, che è possibile redigere combinando le altre testimonianze di autori diversi, ovvero Aristofane, Aristotele, Varrone, Eliano, Marziano Capella, Pausania ed Eustazio.

La più celebre e la più antica era l’Eritrea, di nome Erofile, vissuta per ben dieci generazioni fino alla guerra troiana; le altre appaiono come derivazioni da questa, divenute a poco a poco autonome. Così, a un certo momento, si vengono a distinguere dall’Eritrea, la Troiana, la Samia, la Frigia, l’Efesia e la Rodia. La medesima Sibilla, recatasi a Delfi dopo un periodo di ostilità con il dio Apollo, sarebbe divenuta la Delfica: da lei sarebbero poi derivate la Tessalica e la Tesprozia. Queste nove Sibille formano il cosiddetto gruppo ‘greco-ionico’. L’Eritrea, al suo arrivo in Italia, avrebbe originato un secondo gruppo, il ‘greco-italico’, assumendo l’aspetto della Sibilla Cumana, Demofile (la virgiliana Deifobe, accompagnatrice di Enea nel regno degli inferi), con la quale si potrebbero identificare la Cimmeria, l’Italica, la Tiburtina e la Libica: ancora oggi nell’area archeologica di Cuma si mostra l’antro della Sibilla. Un terzo gruppo, quello ‘orientale’, comprendeva poi la Caldea o Ebraica, l’Egizia e la Persica.

Le Sibille e i libri sibillini

Legate alla genesi dei libri sibillini, le Sibille ebbero particolare importanza nella cultura romana: secondo le fonti antiche, infatti, una misteriosa vecchia – la Sibilla Cumana o l’Eritrea – offrì in vendita nove libri a Tarquinio il Superbo; avendo questi rifiutato, la donna ne distrusse tre e offrì i rimanenti al re per lo stesso prezzo. A un nuovo rifiuto ne distrusse altri tre, poi offrì gli ultimi, sempre allo stesso prezzo. Consultati i sacerdoti, costoro consigliarono di comprare i misteriosi libri, i quali furono deposti in Campidoglio, in una camera sotterranea scavata sotto il tempio di Giove Capitolino, custodita dai duumviri, poi dei decemviri sacris faciundis. Essi, tuttavia, andarono distrutti nell’84 a.C. a causa di un incendio del Campidoglio; tuttavia il senato, per riparare alla perdita, inviò tre decemviri ad Eritre, sede della Sibilla Eritrea, perché cercassero di recuperare quegli oracoli, sicché questi dopo tre anni riportarono non solo i testi dei libri bruciati, ma molti altri di varie Sibille, raccolti a Samo, Delfi, Neapolis e in Sicilia. Il numero dei magistrati sibillini fu allora ampliato in un collegio di quindecemviri; Augusto in seguito fece riesaminare tutta la raccolta e ne dispose la collocazione nel tempio di Apollo Palatino.

I libri sibillini erano usualmente consultati solo su incarico del senato e perlopiù in occasione di pubbliche calamità: i versi, acrostici, erano oscuri per consentire tutte le interpretazioni possibili e di solito consigliavano sacrifici espiatori, lectisterni e simili. Le ultime consultazioni avvennero sotto Giuliano l’Apostata, finché Stilicone nel 408 ordinò che fossero bruciati.

La reinterpretazione in chiave cristiana

Raccolte di oracoli sibillini furono ampiamente diffuse in età ellenistica; alcuni subirono, in ambienti di cultura ebraica, rielaborazioni che ne modificarono alquanto il contenuto; i 14 libri di oracoli pseudo-sibillini a noi giunti, redatti dal II secolo a.C. al VI d.C., fanno parte di una letteratura apocrifa giudaico-cristiana e narrano eventi che vanno dalla torre di Babele fino alla passione, morte, e resurrezione di Cristo, venata di idee gnostiche. In un libro si profetizza il ritorno di Nerone dopo un’eruzione del Vesuvio, evidentemente profezia post eventum della famosa del 79 d.C. sotto Tito, per fare vendetta della distruzione di Gerusalemme; inoltre nei libri cristiani riappare nuovamente Nerone in veste di Anticristo, in una fine del mondo immaginata come una battaglia di stelle, mentre la narrazione del giudizio universale propone il famosissimo acrostico ichthýs, ‘pesce’, così noto tra i primi cristiani. Il loro testo originario, rielaborato e ampliato in ambiente cristiano con scopo apologetico, non solo ha grande fortuna presso i padri della Chiesa, ma contribuisce alla formazione dell’interpretazione dei vaticini della Sibilla come predizioni del Cristo venturo: dall’XI secolo, infatti, la Sibilla entra a far parte dell’iconografia cristiana in numerosi cicli pittorici, scultorei ed incisori, di solito rappresentata come la controparte femminile dei profeti, in un curioso stravolgimento di una figura mitica nata, al contrario, in connessione con antri sotterranei, porte degli inferi e rituali di carattere ctonio-iniziatico.

[L’immagine di copertina è tratta da wikipedia]

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