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Eroica Fenice

La Tag: cultura contiene 48 articoli

Attualità

Cento anni dalla nascita di Gianni Rodari

Cento anni fa, il 23 ottobre del 1920, nasceva Gianni Rodari, l’unico scrittore Italiano della storia ad aver vinto il Premio Andersen. Uno scrittore geniale, con la missione di divertire con la fantasia i più piccini, commuovere gli adulti e ispirare gli artisti. Per i suoi cento anni, si mobilita il mondo dei social (ma non solo). L’edizione 2020 della Settimana della Lingua Italiana nel mondo – come ha ricordato il Ministro per i Beni Culturali, Dario Franceschini – è stata dedicata proprio al rapporto tra la parola e l’immagine, di cui Gianni Rodari, con le sue opere e con i suoi insegnamenti, è stato precursore. In più, le Biblioteche di Roma offriranno un ricco pacchetto di iniziative, eventi e mostre per festeggiare lo scrittore; al Lucca Changes (nuova edizione del Lucca Comics & Game, in corso dal 29 ottobre al 1° novembre), si terrà una mostra dedicata al centenario di Rodari con un variegato programma di attività, spettacoli e conferenze online; a Reggio Emilia (fino al 25 ottobre) si tengono i “Rodari Days”, in presenza e online, tra mostre, narrazioni, atelier e videointerviste; a partire dal 24 ottobre, sul sito www.archivioaperto.it, saranno visibili una serie di video inediti, tratti dall’Archivio audiovisivo Franco Cigarini, che ripercorrono, tra le altre cose, la visita di Rodari alla scuola dell’infanzia Diana di Reggio Emilia, dove lo scrittore – seduto su una piccola sedia circondato dai bambini – raccontò la storia de “Il Re dei Topi”. Alle differenti celebrazioni, si è poi aggiunta l’emissione di un nuovo francobollo Italiano dedicato proprio ai cento anni dalla nascita di Rodari. Il francobollo mostra un disegno realizzato dalla stesso scrittore: un bambino con un palloncino che reca la scritta “Omegna”, sua città natale, in Piemonte, dove – in sua memoria – è stato realizzato nel 2002 il “Parco della Fantasia”. Ma Rodari non fu soltanto lo strepitoso inventore di favole e filastrocche per bambini. Fu un giornalista, poeta, partigiano. Trasferitosi in provincia di Milano da bambino, frequentò prima il seminario e, poi, si diplomò come maestro, lavorando anche come precettore privato. Iniziò gli studi universitari presso l’Università Cattolica di Milano, ma li abbandonò presto. Esonerato dal servizio militare durante la Seconda guerra mondiale, partecipò alla Resistenza, disertando la Repubblica di Salò e avvicinandosi al Partita Comunista Italiano. La sua attività di giornalista iniziò ufficialmente nel 1945, in particolare all’Unità (dove fondò “La domenica dei piccoli”), e poi con Paese Sera. Già nel 1952, però, quando più di trecento operai restarono chiusi per oltre un mese nella miniera di zolfo più grande d’Europa, a Cabernardi e Percozzone, in provincia di Ancona, in segno di protesta contro le ottocentosessanta lettere di licenziamento ricevute, Gianni Rodari raccontò in un reportage ai lettori di “Vie nuove” quest’esperienza di lotta sindacale con la stessa sensibilità e intelligenza che lo avrebbero poi contraddistinto come scrittore per l’infanzia. Le sue prime pubblicazioni di libri per ragazzi furono Manuale del pioniere, Il libro delle filastrocche e Il romanzo di Cipollino. Fu presto notato dalla Einaudi, che cominciò a pubblicare […]

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Culturalmente

Re e regine inglesi: tra storia, politica e intrighi

Re e regine inglesi siedono sul trono britannico da più di mille anni, ma storicamente non è possibile stabilire chi sia stato il primo monarca del Regno unito. La monarchia britannica è un regime parlamentare dal 1215, quando con la Magna Charta vennero istituite la House of Commons e la House of Lords, le due camere del Parlamento. Il monarca è comunque riconosciuto come capo di stato, per quanto il suo potere sia ad oggi limitato dal parlamento e dalla costituzione. Il re è fonte del potere esecutivo, legislativo e giudiziario del Regno Unito. Tuttavia, la sovranità completa non risiede più nel monarca dal 1689, anno di approvazione del Bill of Rights, che stabilì il principio di sovranità parlamentare. La regina Elisabetta II, attuale monarca del Regno unito, salì al trono alla morte di suo padre, re Giorgio VI, il 6 febbraio 1952. A lei e alla sua famiglia spettano ad oggi varie mansioni ufficiali, cerimoniali e diplomatiche oltre che di rappresentanza, come conferire onorificenze e nominare il primo ministro. Il re o la regina sono inoltre tradizionalmente a capo delle Forze armate britanniche. Attualmente in Gran Bretagna la monarchia vede sicuramente ridotto il suo ruolo rispetto al passato, puramente formale e svuotato di significato. Eppure la monarchia in Gran Bretagna suscita ancora un ampio consenso nella popolazione (o nei suoi sudditi), forse come simbolo di unione e patriottismo. Ma guardando a ritroso alla storia della Gran Bretagna, ripercorriamo insieme il succedersi di re e regine inglesi che hanno lasciato un segno nella storia ormai da secoli. Re e regine inglesi: i più famosi Guglielmo I, detto anche Guglielmo il Conquistatore fu Duca di Normandia dal 1035 con il nome di Guglielmo II e re d’Inghilterra dal 1066 fino alla morte. Definito il Conquistatore ancor prima di diventare re, per le vittorie sui Bretoni, venne anche definito il Bastardo perché nato da un’unione non riconosciuta dalla Chiesa. Guglielmo ascese al trono d’Inghilterra dopo la vittoria nella battaglia di Hastings, le cui gesta sono immortalate nel famoso Arazzo di Bayeux. Con il suo regno ebbe inizio la dinastia dei Normanni, dalla quale discendono tutti i sovrani d’Inghilterra. Riccardo I d’Inghilterra, noto anche con il nome di Riccardo Cuor di Leone è stato re d’Inghilterra dal 1189 fino alla sua morte. Era il terzo dei cinque figli maschi del re Enrico II d’Inghilterra e della duchessa d’Aquitania e Guascogna e contessa di Poitiers, Eleonora. Riccardo era, per parte di madre, il fratellastro minore di Maria di Champagne e di Alice di Francia. Era anche il fratello minore di Guglielmo, Conte di Poitiers, di Enrico e di Matilda d’Inghilterra, e il fratello maggiore di Goffredo II, Duca di Bretagna, di Leonora d’Aquitania, di Giovanna d’Inghilterra e di Giovanni senza terra. Nonostante fosse nato in Inghilterra, dove trascorse l’infanzia, la maggior parte della sua vita adulta la passò nel Ducato d’Aquitania, nel sud-ovest della Francia. Fu uno dei comandanti cristiani della terza crociata. Enrico di Monmouth fu re d’Inghilterra dal 1413 alla sua morte. Nonostante la brevità del suo regno, la sua azione […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Mathilde Rosier al Madre: Le massacre du printemps

Le massacre du printemps, opera di Mathilde Rosier, in esposizione presso il Museo Madre dal 24 ottobre al 16 novembre. Danzano sui residui dei Cantieri del Mediterraneo. Danzano sulle serre di Pompei. Danzano sulla bellezza seducente, ma ormai abbandonata, della baia di Pozzuoli. Danzano sul brusio costante di clacson che stona Napoli. Danzano inesorabilmente su di noi. Gli artisti riflettono sul cambiamento, sono in grado di percepirlo prematuramente, ed è per questo che vivono ciò che decidono di esporre come un’urgenza. L’opera d’arte diventa così la riproposizione di una storia esistente, ancora invisibile ai più. Ad animare il progetto video Le massacre du printemps di Mathilde Rosier è la bellezza del pensiero ecologico, nonché il risultato di una conoscenza profonda del luogo prescelto non solo come cornice, ma anche come protagonista dell’opera d’arte. L’artista parigina Mathilde Rosier ha edificato la sua ricerca artistica sulla ricostruzione delle radici, universalizzando le origini di un popolo a quelle dell’intera umanità. L’opera video Le massacre du printemps, prodotta dalla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee e curata da Andrea Viliani, in collaborazione con Residency 80121, eleva Napoli a esempio eloquente del progressivo inaridimento vissuto inconsapevolmente dal mondo intero. Cosa è stato della Campania Felix? Attraverso un video ‘povero’, Mathilde Rosier invita a guardare oltre la superficie usuale del nostro quotidiano, riportando le immagini abitualmente davanti ai nostri occhi e proponendo così la loro risemantizzazione. La scelta di un’opera visuale e performativa implica il desiderio di contatto costante tra il suo realizzatore e lo spettatore. Ovunque siano i due poli della comunicazione, quest’ultima potrà dirsi trionfante. Mathilde Rosier non è al momento a Napoli, ma lascia sul territorio campano il suo personale patrimonio di conoscenza profonda di questa terra, raccontata attraverso un obbiettivo e rivisitata con passo di danza. Il linguaggio artistico della Rosier unisce infatti pittura, cinema e teatro, uscendo fuori dalla bidimensionalità convenzionale, e persistendo nella memoria di chi osserva attivamente. L’opera d’arte di Mathilde Rosier è un’opera politica. Il massacro è la fine del mondo che si consuma quotidianamente davanti ai nostri occhi. Mathilde Rosier trae ispirazione da Le sagre du printemps (La sagra della primavera), un balletto di Vaslav Nijinsky del 1913 su musiche di Igor Stravinsky. La prospettiva dello scenografo e costumista del balletto originario, Nicholas Roerich, ispira la stessa Rosier, la quale condivide l’intento di mettere in scena un disastro nella prospettiva della risoluzione e di una possibile rinascita. Le figure danzanti che incombono sui luoghi citati di Napoli, con l’ossessione di movimenti rituali e propiziatori, danno voce a una fertilità perduta. Se però di essa restano pochi residui, questi ultimi non perdono l’occasione di palesarsi e di chiedere ancora una volta di essere cercati, e trovati nei luoghi simbolo della Campania industrializzata. «Forse quelle creature sovrumane vanno ritrovate nelle forme della natura» afferma Mathilde Rosier, «negli alberi e nelle foreste che abiteranno il nostro petto. Dobbiamo ri-ossigenare il nostro petto con questa foresta, sentirne la pienezza dentro di noi, lasciare che ci riempia il cuore e i polmoni». […]

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Libri

Il coltellino svizzero: per capirsi, per capire di Annamaria Testa

Il coltellino svizzero. Capirsi, immaginare, decidere e comunicare meglio in un mondo che cambia, di recente pubblicazione per i tipi Garzanti, raccoglie – rivisti e declinati per l’occasione – vari testi scritti da Annamaria Testa per gli spazi digitali nuovoeutile.it ed internazionale.it. Il coltellino svizzero: il testo Il coltellino svizzero. Capirsi, immaginare, decidere e comunicare meglio in un mondo che cambia è, si diceva, una raccolta di testi già pubblicati – in forma digitale – da Annamaria Testa, docente universitaria, esperta di comunicazione e creatività e scrittrice e saggista; nonostante ciò, il testo non risulta una raccolta sic et simpliciter: la stessa autrice ci informa di aver «aggiornato, riscritto, aggiunto spiegazioni […] riordinato tutto quanto, cercando di rendere espliciti i fili di ragionamento che legano un argomento all’altro o che associano, per contiguità o per contrasto, un’idea all’altra»; la struttura del testo, infatti, offre al lettore una chiara ripartizione: se la prima parte riflette e vuole indagare intorno alla dimensione intrapersonale dell’uomo, la seconda si sofferma sulla sua dimensione interpersonale. Definizioni quali «porre una domanda significa entrare in una relazione di scambio», ci introducono ai vari tipi di domande, alla loro individuazione e funzione emotivo-conoscitiva, per poi farci avventurare nei concetti di azione, di inganno, di capacità e di incapacità, nel concetto di equivoco. Annamaria Testa tocca vari campi della mente e della dimensione umana: parla di metacognizione, di associazionismo, di emozioni, di creatività, di personalità, di motivazione e delle loro implicazioni e applicazioni pratiche nella sfera educativa che costituiscono il sentiero lungo cui si muove agevole l’autrice de Il coltellino svizzero: un’agevolezza, la sua, permessa da un’abile dialettica, da un abile uso della comunicazione; e proprio intorno al concetto di comunicazione si svolge la seconda parte del testo, comunicazione intesa nel suo più intimo significato: fondamentale veicolo della relazione interpersonale. Comunicazione e azioni comuni Comunicare vuol dire entrare in comunicazione – appunto – col prossimo, in un flusso continuo di individualità e alterità: non sempre, però, l’individuo fa un uso corretto ed adeguato del comunicare, in quanto spesso ne è perniciosamente e fatalmente sopraffatto, come invischiato in tela di ragno rischiosissima, ne è spesso soggetto passivo: è questo uno fra i pericoli seri derivanti da una cattiva fruizione delle informazioni e dalle dipendenze nei confronti del cosiddetto consenso digitale; Annamaria Testa riflette con larghe parentesi e profondi interrogativi su questa piaga della socio-psicologia contemporanea e allo stesso tempo segue un percorso che si aggira nell’ombroso e pericoloso limen fra potere e consenso, fra reputazione e discredito, fra disponibilità d’informazioni ed elaborazioni cognitive adeguatamente costruite. Su tutte – interessantissime – cito una frase della studiosa che forse può essere la chiave di volta dell’intero testo: «Ricordare per me è un fatto di igiene mentale e sentimentale»; leggendo Il coltellino svizzero. Capirsi, immaginare, decidere e comunicare meglio in un mondo che cambia, ogni lettore – credo – può applicare questa frase ad ognuno dei singoli contributi che formano il volume: il ricordo come base genetica della psiche, come evoluzione dei suoi […]

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Culturalmente

Napolitudine: a smania ‘e turnà

Una strana malinconia, accompagnata da una dolce nostalgia e da quel pizzico di gioia. Una sensazione che riempie cuore, mente, anima e sensi. Un’emozione speciale, che racchiude un universo in un unico termine: “napolitudine”. Non è semplicissimo spiegare cosa sia la napolitudine, ma son riusciti egregiamente nell’impresa lo scrittore, regista e filosofo partenopeo Luciano De Crescenzo, insieme all’umorista, comico, attore e scrittore napoletano Alessandro Siani, attraverso il libro Napolitudine. Dialoghi sulla vita, la felicità e la smania ‘e turnà, edito da Mondadori. Cosa esprime dunque questo sentimento così unico e straordinario? Napolitudine. Cos’è «E moro pe’ ‘sta smania ‘e turnà a Napule…» (Da Munasterio’e Santa Chiara di Roberto Murolo). Proprio questo indica la napolitudine. È una smania che ribolle nelle vene e che fa fremere corpo e mente per il desiderio di tornare, sentito ardentemente da chi, per motivi disparati, è costretto a lasciare l’amata Napoli. È una sensazione di malinconia, mista a quella nostalgia propria del distacco da ciò che si ama, da ciò che è parte di sé. Ed è una sensazione così inedita e particolare da essere provata persino dai napoletani che la città non l’hanno mai lasciata. I portoghesi la chiamano “saudade”, ma il sentimento è il medesimo: la malinconia, appunto, quella smania ‘e turnà – come recita l’intramontabile canzone di Murolo – che attanaglia i partenopei, costretti a lasciare la città per lavoro, o i turisti, che ne hanno subìto il fascino e pertanto amareggiati nel ripartire, lasciando la terra dei misteri e delle meraviglie. La verità è che Napoli è una terra uguale solo a se stessa, diversa da qualsiasi altra città al mondo. Descritta, apprezzata ed amata da poeti e scrittori, e rappresentata in film, opere teatrali e canzoni. Lo scrittore tedesco Goethe, durante il suo tour, così appuntava nei suoi diari: «Vedi Napoli e poi muori». Sì, perché è impensabile ed assurdo non gustarne i sapori, non percepire l’arte e la cultura che la animano, non osservarne la bellezza che delizia i sensi e la mente. È impossibile esistere, calpestare questa terra e non vivere Napoli, almeno una volta nella vita! Ebbene Napolitudine nasce dall’incontro di due generazioni distanti un cinquantennio, entrambi napoletani e con un medesimo sentimento da condividere. Seduti al tavolino di un bar cominciano a scambiarsi varie considerazioni, le stesse che alimenteranno il libro, partendo dal concetto di felicità, per giungere poi alle differenze tra nord e sud. De Crescenzo e Siani fanno appunto riferimento alla già citata malinconia, che funge da collante tra i termini “Napoli” e “latitudine”. E quell’incontro, quelle chiacchierate amichevoli ispirano la copertina di Napolitudine. Si tratta di un disegno di De Crescenzo, che ritrae due vecchi pini di Napoli, quelli che un tempo ne adornavano il panorama da Posillipo. Per la copertina i pini vengono umanizzati e si parlano, proprio come due vecchi amici, come Luciano e Alessandro. Qui emerge il senso di Napolitudine, ossia un dialogo su quella sorta di inspiegabile nostalgia «perché a me Napoli manca sempre, persino quando sono lì. Io […]

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Libri

Aksana Danilčyk: un itinerario poetico

Nella poesia di Aksana Danilčyk è espressa la significanza di un viaggio, una partenza e un ritorno: un ponte, quasi, che attraverso l’esperienza poetica dell’autrice collega la Bielorussia all’Italia e viceversa. Nei suoi versi si fondono la lingua di Maksim Bogdanovič e Dante Alighieri, di Jakub Kolas e Ugo Foscolo, per mezzo della quale nei suoi componimenti si respira un afflato ora civile, ora esistenziale, ora immaginifico, ora figurativo. In tal senso, la suggestione che pervade i versi di Aksana risulta manifesta grazie a una plasticità che fa sì che l’immagine si dipinga innanzi agli occhi del lettore: chi legge i versi di Aksana Danilčyk partecipa alla sua poesia mediante l’atto visivo. Nel Canto del ghiaccio, recente silloge di Aksana pubblicata in Italia, è infatti possibile scorgere l’immanenza delle immagini e dei paesaggi che unificano il suo immaginario poetico costituito da una consapevolezza plurima e plurilinguistica. Cara Aksana, la prima domanda che può venir spontanea riguarda il tuo rapporto con la letteratura italiana: in cosa la cultura bielorussa e quella del nostro paese si sono incontrate? Per dare una risposta un po’ più approfondita bisognerebbe rifare tutto il percorso. In breve: nel Rinascimento, nel Romanticismo, ma anche nel XX secolo con gli studi dell’Istituto di Europa Orientale. Dante ad esempio è presente in opere di molti scrittori bielorussi. Ho provato a rispondere a questa domanda nei miei saggi i nei miei articoli, ma ho fatto anche la tesi del Dottorato sulla concezione dell’uomo nella narrativa bielorussa e italiana dedicata alla seconda guerra mondiale. Quando per la prima volta ho visitato l’Italia, ho visto a Napoli un monumento ai caduti. Non sapevo nulla di questo periodo in Italia e ho fatto la tesi proprio per capire come sono andate le cose. Alla fine grazie allo studio della cultura italiana ho scoperto molte cose della cultura bielorussa.  In che modo la cultura italiana interferisce con la tua poesia? Raccontaci la tua esperienza poetica nel comporre Il canto del ghiaccio. Per un autore è sempre difficile decifrare le proprie opere, pensare alle influenze è compito dei critici. Posso solo dire che sicuramente lo studio di una letteratura come quella italiana con una storia così ricca e lunga ha cambiato prima di tutto la mia visione del mondo oltre che della cultura in generale. Poi anche nelle mie poesie ci sono i riferimenti espliciti o impliciti alle opere degli scrittori italiani e naturalmente ai luoghi.  Il canto del ghiaccio è una raccolta di poesie scelte, adattate alla traduzione in un tempo relativamente breve. Praticamente sono passati tre-quattro mesi da quando mi è arrivata la proposta di Aldo Onorati e di Armando Guidoni di pubblicare il libro alla stesura insieme al traduttore Marco Ferrentino della prima bozza. Invece, le poesie sono state scritte in un periodo molto lungo. E ho cercato ovviamente di inserire anche quelle con riferimenti “italiani” per ringraziare una terra che mi ha insegnato molto, insieme alle persone che hanno contribuito alla mia formazione personale e professionale, prima di tutto la famiglia […]

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Culturalmente

Lamia. La donna-demone tra mitologia e superstizione

Intorno alla Lamia ruotano mitologia, superstizione e spunti letterari colmi di fascino misto a timore. La Lamia è infatti il prototipo della figura femminile, oggetto di divinizzazione e demonizzazione, dalle sembianze umane e animali, con accezione tutt’altro che positiva. L’origine di tale personaggio va ricercata nella mitologia greca, che ritiene le Lamie rapitrici di bambini o fantasmi seduttori, con l’obiettivo di adescare giovani uomini per poi nutrirsi del loro sangue e della loro carne. Per tale motivo, la Lamia viene considerata nei secoli successivi una creatura demoniaca, una strega, un vampiro. Tali concezioni si connettono fortemente all’archetipo della dea della notte, momento in cui si fa spazio alle tenebre, alla magia, al soprannaturale, al mistero e alla morte. Ma vediamo dove affondano le radici del suo abominio estetico e comportamentale. Lamia. Origini mitologiche e superstizione C’è un’antica tradizione del Parnaso che descrive le Lamie quali eredi delle sirene: demoni che irretiscono giovani suonatori di flauto sulla spiaggia notturna, brutalmente uccisi se rifiutano di unirsi con loro in matrimonio. Analogamente alle sirene, seduttrici di marinai, che ammaliano con il loro canto fatale, fino a privarli della vita. In Bibliotheca Classica, lo studioso classico e teologo inglese J. Lemprière descrive la Lamia con volto e petto da donna, ma il resto del corpo come quello di serpente, allettando gli stranieri per poi divorarli. Ma il mito originale affonda le sue radici nell’antica Grecia, quando Zeus, il re degli dei, si innamora della mortale regina di Libia, la bellissima Lamia, figlia di Belo. Era, moglie di Zeus, sperimenta l’ennesima prova d’infedeltà del marito, accecata dalla gelosia, scatena la sua rabbia, vendicandosi e uccidendo il bene più prezioso di Lamia, i suoi figli concepiti con Zeus, salvo Scilla e Sibilla. Dilaniata dal dolore, Lamia si trasforma dentro e fuori, divenendo un mostro crudele e senza scrupoli nel divorare i bambini delle altre madri, proprio come Era fa con lei, fino a succhiarne il sangue. Questo comportamento innaturale corrompe la bellezza di Lamia, trasformandola in una creatura orribile, capace di mutare aspetto solo per attrarre a sé gli uomini allo scopo di berne il sangue. Tale motivo spiegherebbe l’accostamento della figura di Lamia a un vampiro, immagine perpetrata nei secoli successivi. Ma Era condanna Lamia non solo ad una vita privata dei figli, ma anche priva di sonno. Così Zeus, impietosito dalla sofferenza della sua amante, le concede il dono di togliersi gli occhi e rimetterli a piacimento per poter finalmente riposare. Per le sue connotazioni negative e tenebrose, la Lamia subisce nel corso del tempo un autentico processo di demonizzazione, ciò nella cultura romana, venendo associata ad una strega, fino al Medioevo e Rinascimento, considerata come vampiro. Ciò determina nella cultura popolare una serie di credenze e superstizioni: sussiste, ad esempio, quella secondo cui cospargendo le panche della chiesa di sale grosso, sarebbe stato possibile identificare le Lamie-streghe, le quali, sedendosi e fingendo di presenziare alla cerimonia religiosa, nascondendo la propria vera natura, rimarrebbero inevitabilmente attaccate alle panche. Come anticipato, la superstizione è spesso […]

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Culturalmente

Storia del teatro greco, la società è di scena

La storia del teatro greco va di pari passo con quella della polis di Atene, dove assume il ruolo di palestra della democrazia. Il teatro rappresenta una delle tante eredità donateci dalla civiltà greca. Un luogo e un’occasione di crescita civile e culturale, volta a formare il cittadino come individuo attivo della vita della polis di Atene e alla cui storia è strettamente legato. Storia del teatro greco, le origini Il periodo d’oro del teatro greco va collocato nel V secolo a.c., in quella che nei libri di storia è nota come “età classica”. Sotto il comando del generale Pericle Atene visse un boom economico e sociale, con la città che divenne un porto felice per la nascita delle istituzioni democratiche e una calamita culturale che attirò a sé poeti, artisti, filosofi e intellettuali. In realtà la storia del teatro greco ha inizio un secolo prima, nel VI a.c., quando il tragediografo Tepsi, figura a metà strada tra storia e leggenda, allestì con il suo “carro di Tepsi” (la prima compagnia itinerante dell’antichità) il suo primo spettacolo durante la sessantunesima Olimpiade (535 – 532 a.c.). Stando a quanto si legge nella Suda, un’enciclopedia bizantina risalente al X secolo, in quell’occasione Tepsi avrebbe introdotto il prologo, la maschera, il primo attore e altri elementi che avrebbero distinto la rappresentazione teatrale da ciò che era stato fino a quel momento: un insieme di canti corali che erano il culmine delle processioni in onore di Dioniso e scritti in ditirambo, un verso irregolare che dava l’idea dell’ebrezza provocata dal vino (elemento associato a Dioniso). La nascita dei teatri Nel V secolo il teatro venne  istituzionalizzato con la costruzione di strutture dette, per l’appunto, teatri (da theatron, “luogo in cui si osserva”). Il più importante è il Teatro di Dioniso, situato nell’Acropoli di Atene. L’edificio era costituito dall’orchestra, un palco dove si trovavano gli attori e il coro. Alle loro spalle si ergeva la skené, una costruzione in pannelli di legno dove veniva dipinta l’ambientazione dell’opera. In cima dovevano esserci una pedana rialzata detta theologeion, utile per rappresentare l’apparizione degli dèi e una gru, la mechanè, che serviva a sollevare l’attore da terra per farlo volare. Dall’orchestra si stagliava la cavea, una struttura circolare costituita da scalinate ricavate dalla roccia dove venivano posti sedili in legno e a cui gli spettatori accedevano attraversando due corridoi situati lungo l’orchestra. Infine vi era l’ekkyklema, una piattaforma con delle ruote che veniva azionata per scoprire l’interno dell’edificio scenico. Il teatro, una scuola di civiltà aperta a tutti Ma come viveva l’esperienza del teatro un cittadino ateniese? Di sicuro in modo differente da come lo viviamo noi. Se al giorno d’oggi lo spettacolo teatrale equivale a una semplice occasione di svago, nell’Atene del V secolo un pensiero del genere era inconcepibile e sicuramente provocherebbe un coccolone a qualche redivivo cittadino ateniese. Il teatro era un rito civile e religioso, un evento collettivo che riuniva persone differenti per classe sociale nel segno del coinvolgimento emotivo per le vicende narrate. […]

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Culturalmente

Narciso e Boccadoro a novant’anni dalla pubblicazione

A rileggere oggi le righe di Narciso e Boccadoro, a esattamente novant’anni dalla sua pubblicazione, ci si sorprende dell’universalità di determinati messaggi, pur proveninenti da tempi e circostanze a noi ben distanti. Hermann Hesse scrisse il suo capolavoro nella Germania degli anni ’30, in un periodo di incredibile fervenza socio-politica e culturale, nel contesto della neonata Repubblica di Weimar. Mentre si profilava l’ascesa del partito nazionalsocialista hitleriano, Hesse si dedicava anima e corpo al suo lavoro di scrittore, certo com’era che un artista dovesse rimanere esclusivamente devoto alla propria arte, senza lasciarsi influenzare da ideologie politiche. Eppure, forse per questo stesso amore per la propria opera, Hesse finì come molti altri nelle liste di proscrizione, poichè rifiutò fermamente di censurare riferimenti ai pogrom proprio in Narciso e Boccadoro. Ad ogni modo, l’opera di Hesse sa effettivamente poco del drammatico contesto di cui è figlia e si nutre invece dei più grandi interessi dello scrittore, tra misticismo ed esistenzialismo, filosofia e religione. Si è catapultati nell’imperante Medioevo cristiano, nel convento tedesco della fittizia Mariabronn, colmato pur nella sua maestosità dai soli intensissimi discorsi tra due giovani tra loro tanto simili e diversi. Narciso è un uomo brillante, dalla cultura vastissima e dalla spiccata empatia, che ha sentitamente dedicato la vita alla meditazione e all’ascesi. Presto è colpito dal giovane Boccadoro, irrequieto e tormentato, al contrario spinto alla vita monastica dal padre. Narciso comprende bene che lo spirito del compagno non trova spazio nelle mura dell’edificio, così lo esorta a partire in cerca di sé nel mondo. Boccadoro così andrà via dal convento, conoscerà la vita e la morte, scoprirà il piacere di incontrare una donna, accarezzarle i fianchi e sfiorarne le labbra, come anche saprà del male di cui sono capaci gli uomini. Apprenderà i segreti della scultura e si sorprenderà di quanto non gli riesca male e di quanto sia semplice educare la propria mano a seguire gli impulsi del cuore. Eppure in tanta pienezza Boccadoro si sentirà paradossalmente vuoto, vuoto proprio perché pieno. Perché in tanta frenesia di fare, il tutto si traduceva in un mero accumulo di esperienza, sterile materia sedimentata nella propria memoria, da cui non riusciva a trarre soddisfazione né a sentirsi realmente ispirato e migliorato, quasi non riuscisse a scorgere più se stesso. Narciso e Boccadoro oggi Non siamo noi forse un po’ come l’inquieto Boccadoro? La gran parte dei giovani del mondo occidentale affoga letteralmente in un mare di opportunità, piena della facoltà di coglierne il massimo e forte di strumenti dalle potenzialità sconfinate. Certo c’è da tenere in conto lo spirito più o meno curioso del singolo, ma in ogni caso per chi si rende conto della grandiosità di quel che gli sta attorno, si pone il problema di come coglierla, dando al tutto un senso. Poter dire di leggere libri su libri o conoscere in maniera impeccabile la filmografia di quel determinato regista poco conta nel momento in cui del tutto resta un ricordo e nient’altro. Come fare del ricordo un seme […]

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Libri

Un giro di giostra: il romanzo di Roberto Colantonio

Un giro di giostra è il nuovo libro dello scrittore Roberto Colantonio, edito da GM Press. Un giro di giostra: sinossi del libro “Novembre 1992. La Prima Repubblica sta morendo sotto i colpi di “Mani Pulite”. Inizia lo sciopero dei dipendenti del Monopolio di Stato sui tabacchi; è l’epoca d’oro del contrabbando delle “bionde”, agevolato dal continuo stato di guerra nei Balcani, sull’altra sponda dell’Adriatico. Niente e nessuno sarebbe stato più come prima dopo questo gigantesco giro di giostra. Giuseppe, detto Jo, torna a Lava, il suo paese natale, alle pendici del Vesuvio, dopo aver inutilmente tentato la fortuna altrove. Rincontra il suo amore di sempre, Maria, che ha sposato il suo migliore amico. Insieme, i tre tenteranno il colpo che gli permetterebbe di lasciarsi Lava alle spalle.” https://www.gmpress.it/prodotto/un-giro-di-giostra/ “Fu come uno sparo”, si legge in un passo del breve ma intenso libro di Roberto Colantonio; una narrazione semplice, scorrevole che entra nella mente, conducendo inevitabilmente a riflettere. Le parole che compongono le pagine del libro sono quasi come degli “spari” che uno dopo l’altro, quasi a raffica, si posizionano lì, in una scrittura che abilmente racconta di un ragazzo tornato al proprio paese di origine, in Campania. Lava, il paesino dagli orrendi fili di plastica colorati posizionati davanti alle porte d’ingresso a fare da tenda e a togliere l’aria. La sensazione era quella di trovarsi in un grande zoo, col mostro (il Vesuvio) che dall’alto osservava tutto. Il protagonista di “Un giro di giostra”, Giuseppe, detto Jo, è piuttosto controverso, si potrebbe definire ermetico nel suo modo d’essere e comportarsi. Osserva quel paesino dal quale partì, con lo spirito di chi vorrebbe rivoluzionare tutto. Un paese buio, in cui tutto è spento, ma non le descrizioni minuziose dell’autore, Roberto Colantonio. Jo non chiede consigli, sembra quasi non voler agire e pensa, tanto, spesso e intensamente con rammarico a ciò che è stato e ciò che probabilmente non potrà più essere. Il titolo del libro probabilmente rappresenta un po’ la metafora dell’esistenza, una giostra che fin quando gira, diverte e riesce a cancellare, seppur per poco tempo, i pensieri, i problemi, i rimorsi, quasi confondendo la mente per poi fermarsi e far ritorno alla realtà, bella o brutta che sia. Una giostra sulla quale si decide di salire e dalla quale necessariamente bisogna poi scendere. Un po’ come le situazioni che Jo, il protagonista del libro, vive con gli altri personaggi, che gli fanno da spalla, in un ambiente che pullula di emozioni, suggestioni e rimembranze. La redazione di Eroica Fenice ha avuto il piacere di intervistare l’autore del libro intitolato “Un giro di giostra“, Roberto Colantonio, che con gentilezza e premura ha risposto a qualche domanda. L’intervista all’autore Roberto Colantonio Salve Signor Roberto Colantonio, innanzitutto complimenti per il libro. Come prima cosa Le chiedo, da cosa e come nasce l’ispirazione di scrivere un libro breve ma così ricco di significato, con una storia così “particolare”? “La ringrazio per le belle parole. Il libro ha avuto una gestazione molto lunga ed […]

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