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Eroica Fenice

La Tag: cultura contiene 74 articoli

Culturalmente

La Teoria della finestra rotta: studio sulla criminalità

La Teoria della finestra rotta è uno studio di carattere criminologico, secondo il quale i segni chiari del crimine, ma anche del comportamento antisociale e dei disordini civili, creano un ambiente urbano che incoraggia ulteriormente criminalità e disordine. Teoria della finestra rotta: gli ambienti degradati favoriscono la criminalità L’importante Teoria fu introdotta nel 1982 in un articolo basato sullo studio delle scienze sociali e demografiche a cura di James Q. Wilson e George L. Kelling. Cosa succede se si rompe un vetro di una finestra di un edificio (seppur fatiscente) e non viene riparato? La conseguenza è che probabilmente presto saranno rotti anche tutti gli altri. Lo stesso concetto può essere applicato alla società, o meglio, ad una comunità. Se quest’ultima presenta segni di disfacimento e degrado, senza che nessuno agisca, lasciando che tutto vada nel verso sbagliato, si genera criminalità. Prima dell’affermazione e lo sviluppo della tesi vera e propria, furono numerosi gli esperimenti e condotti sul campo soprattutto in America, e anche le ipotesi susseguitesi nel tempo. Diversi studi scientifici e di tipo psicologico, avvalorano la teoria della finestra rotta. È stato infatti sottolineato che un esempio di disordine, come ad esempio i graffiti o i rifiuti, può incoraggiarne altri come, ad esempio, il furto, o altri reati più gravi, dunque atteggiamenti inclini alla criminalità. In realtà, la teoria della finestra rotta, stabilisce che non sono gli ambienti in sé a determinare un atteggiamento di tipo criminale, ma la presenza in questi luoghi, di elementi “deleteri”, “fuori dal comune”, da emulare. In questo senso tutti quei fattori di degrado urbano e disfacimento e disordine sociale, contribuiscono e talvolta peggiorano la situazione, configurandosi come elementi da seguire ed imitare. La Teoria della finestra rotta ha sempre affascinato gli studiosi di ogni parte del mondo e ancora oggi ci si interroga sui vari fattori scatenanti, per provare a capirne di più e sulle considerazioni (opinabili e soggettive) che da essi scaturiscono. Nel corso del tempo sono stati condotti esperimenti di vario tipo, proprio per provare a capire bene in cosa consista tale Teoria. Uno degli esperimenti principali riguarda un parcheggio di biciclette accanto ad un recinto con un vistoso avviso “No Graffiti”. Ad ognuna delle biciclette parcheggiate viene appiccicato un volantino, in modo tale che il proprietario debba rimuoverlo per usare la bicicletta.  Se sul recinto non vi sono graffiti, il 33% getterà a terra il volantino; ma se invece vi sono graffiti, la percentuale salirà al 69%. Questo è solo uno degli esperimenti condotti, ma anche gli altri sono svolti su questa falsariga, alternando comportamenti corretti, moralmente e socialmente giusti, in luoghi degradati. Sicuramente si tratta di “prove sociali” basate su una forte impronta di tipo psicologico, oltre che comportamentale. Gli atteggiamenti di violenza e criminalità, secondo i due studiosi che svilupparono la Teoria della finestra rotta, creano un circolo vizioso, all’interno del quale le persone si dividono in due categorie: coloro che decidono di sottostare al sistema e quindi subiscono e coloro che invece ne fanno parte. In questo […]

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Culturalmente

Donna etrusca, libertà ed emancipazione nel mondo antico

Non tutte le donne del mondo antico erano recluse in casa. La donna etrusca era ricca, libera e aveva gli stessi diritti degli uomini. «Le donne etrusche, a differenza di Penelope e Andromaca, non si accontentavano di attendere pazientemente a casa il ritorno degli sposi, ma prendevano legittimamente parte a tutti i piaceri della vita». Le parole dello storico francese Jean-Paul Thullier riassumono perfettamente la condizione particolare della donna etrusca, in un mondo non propriamente woman-friendly come quello antico. La libertà di cui godeva rappresenta l’eccezione in un contesto dove, in gran parte delle società antiche, alla donna venivano assegnati compiti che la escludevano dalla vita pubblica. Va però chiarito che questo scenario non si presentava in tutte le comunità etrusche (soprattutto in quelle a stretto contatto con la civiltà greco-romana, dove vigeva il modello della famiglia patriarcale), ma in Etruria, la vasta zona comprendente la Toscana, L’Umbria e l’Alto Lazio il cui sviluppo economico del VI secolo a.C. favorì la nascita di condizioni favorevoli all’ emancipazione femminile. Donna etrusca, le testimonianze storiche L’immagine di una donna libera ed emancipata provocava scandalo e ribrezzo presso gran parte dei contemporanei, che non si risparmiavano in giudizi spietati. Un esempio su tutti? Teopompo di Chio (IV secolo a.c.), storico greco che descriveva le donne etrusche con queste parole: «Le donne etrusche curano molto il loro corpo, spesso fanno ginnastica anche con gli uomini, e a volte da sole; non hanno vergogna a mostrarsi nude. E non banchettano con i propri mariti, ma accanto a chi capita e bevono alla salute di chi vogliono; sono anche grandi bevitrici e di bell’aspetto […] Non è riprovevole per i Tirreni abbandonarsi ad atti sessuali in pubblico o talora circondando i loro letti di paraventi fatti con rami intrecciati, sui quali stendono dei mantelli». Le parole di Teopompo, trascritte dallo scrittore di età imperiale Ateneo di Naucrati all’interno de I deipnosofisti, pur aiutando a comprendere la condizione “democratica” di cui godevano le donne etrusche, rasentano il moralismo più becero possibile, ma non solo: si possono considerare anche un ottimo esempio di fake news dell’età antica (un altro storico, Cornelio Nepote, definì Teopompo un «maldicente»), volte a sostenere come giusta l’immagine di una donna che invece doveva essere tagliata fuori dalla vita pubblica e dedita soltanto alla cura della casa e dei figli. La realtà era invece ben diversa, come dimostrano le tante testimonianze artistiche lasciate dal popolo etrusco. I nomi e i cognomi Di gran parte delle donne etrusche conosciamo i nomi. A differenza di quanto succedeva a Roma, dove la donna veniva identificata soltanto con il nome della famiglia (gens), in Etruria queste possedevano sia un nome che un cognome. A testimonianza di ciò ci sono le iscrizioni e le epigrafi non soltanto sulle tombe, ma anche su oggetti di uso quotidiano. Nel Museo Gregoriano Etrusco, all’interno dei Musei Vaticani, è conservata un’olletta, un recipiente che serviva a contenere gli alimenti, su cui si trova trascritta questa frase: “Io sono di Ramutha Kansinai”.  Un altro […]

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Attualità

Matrimoni omosessuali in Giappone: la Corte dice sì

“Un grande passo verso l’equità matrimoniale”, è questo lo slogan che si legge sulle bandiere arcobaleno sventolate al di fuori del tribunale di Sapporo, città principale della regione di Hokkaido, nel Giappone settentrionale. Il 17 Marzo 2021, il riconoscimento dei matrimoni omosessuali in Giappone ha rappresentato, infatti, un giorno storico per la tutela dei diritti della comunità LGBT+ alla quale, sorprendentemente, il Sol Levante ha sempre dato poco spazio ed attenzione. Seppur l’omosessualità sia considerata legale dal 1880, essa continua ad essere motivo di scherno e di discriminazione nel paese, rendendo particolarmente difficile agli omosessuali di vivere in maniera serena la loro sessualità. I dettagli della nuova legge sul matrimoni omosessuali in Giappone Non sorprende, infatti, che il Giappone sia l’unico dei paesi del G7 a non aver ancora preso una posizione stabile e chiara in materia. Nonostante ciò, la corte di giustizia di Hokkaido ha accolto la richiesta da parte di tre coppie omosessuali (una coppia di donne e due coppie di uomini) richiedenti diritti matrimoniali e alle quali tali possibilità sono state negate. Per questo motivo, le coppie hanno richiesto un risarcimento economico per danni psicologici che, però, non è stato accolto. In compenso, la corte ha dichiarato incostituzionale la negazione del matrimonio per coppie dello stesso sesso, in quanto tale assunto viola profondamente il principio di uguaglianza che caratterizza la costituzione giapponese. Dal punto di vista legislativo, la situazione risulta piuttosto variegata: In alcune prefetture giapponesi è possibile ottenere un “certificato” che permette alle coppie omosessuali di ricevere permessi speciali in casi di malattia del partner, ma il matrimonio effettivo resta ancora impossibile: il codice civile nipponico sul tema delle unioni non solo non considera validi i matrimoni omosessuali non celebrati in Giappone, ma cita testualmente “l’approvazione di entrambi i sessi”. I commenti A questo proposito, la Professoressa Yayo Okano, docente presso il Dipartimento di Global Studies della Doshisha University, considera questo passo come una svolta necessaria all’interno di una società che ha sempre dato un’importanza fondamentale alla famiglia tradizionale composta da uomo e donna. Su tale questione si è anche espressa l’attivista LGBT e personalità politica Kanako Otsuji la quale si dice estremamente felice dei recenti avvenimenti, sollecitando il Governo a muovere ulteriori passi verso la modifica del codice civile giapponese in materia matrimoniale e, in particolare, verso il riconoscimento dei diritti civili delle coppie omosessuali. Si tratta davvero di uno straordinario passo verso il riconoscimento dei diritti della comunità LGBT+ che, ormai da troppo, è costretta alla discretezza e al silenzio dettati dai valori di un paese che sta, a piccoli passi, andando nella direzione dell’equità. Immagine: ilMeteo

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Attualità

La lingua che parliamo influenza le nostre sensazioni?

La lingua che utilizziamo può davvero influenzare la nostra percezione della realtà? Linguisti, antropologi e filosofi si sono posti spesso questa domanda e la risposta non è per nulla scontata. Il modo in cui percepiamo e concettualizziamo la realtà può essere influenzato dalle strutture linguistiche che adoperiamo? La lingua ha, davvero, il potere di cambiare la nostra visione del mondo? Rispondere a queste domande non è affatto semplice e, in effetti, anche linguisti ed antropologi sembrano avere delle posizioni molto differenti fra di loro. Uno dei primi a porsi tale interrogativo fu Ludwing Wittgenstein. All’interno del suo Tractatus Logico Philosophicus, il filosofo viennese afferma che le strutture del linguaggio rispecchiano la struttura del mondo: «Le proposizioni della logica descrivono l’armatura del mondo, o piuttosto, la rappresentano». Esse vanno a descrivere gli stati di cose e rappresentano la realtà, in quanto sono delle immagini della stessa. Non a caso, scrive: «La proposizione è un’immagine della realtà: io conosco la situazione da essa rappresentata se comprendo la proposizione. E la proposizione la comprendo senza che me ne si dia il senso».  Se conosciamo i significati dei termini che compongono una proposizione, non abbiamo bisogno che questa ci venga spiegata: la comprendiamo immediatamente, proprio come, guardando una figura, ne intuiamo il significato senza che questa debba esserci spiegata. Ciò può essere anche dedotto dal fatto che, nel tentativo di voler chiarire il senso di una preposizione, dovremmo farlo necessariamente attraverso un’altra proposizione, ritrovandoci così in un vicolo cieco.  Secondo Wittgenstein, una proposizione può rappresentare l’intera realtà, ma non la relazione tra il linguaggio stesso e il mondo, poiché questa si mostra da sé ed è la forma logica del mondo: «Ciò che nel linguaggio esprime sé, noi non possiamo esprimere tramite il linguaggio. La proposizione mostra la forma logica della realtà. L’esibisce». Non è dato pensare al mondo indipendentemente dal linguaggio, non c’è realtà senza la sua rappresentazione, che non è che lo stesso linguaggio. Pertanto, scrive: «I limiti del linguaggio sono i limiti del mio mondo». Se la lingua influenzi o meno la propria visione del mondo se lo chiesero, a partire dagli anni Trenta del Novecento, anche due importanti studiosi americani: Edward Sapir, noto linguista strutturalista, e Benjamin Lee Whorf, che non era un linguista di professione, bensì un ingegnere chimico impiegato in una compagnia di assicurazioni che aveva seguito le lezioni di Sapir presso l’Università di Yale. Secondo questi, «gli esseri umani dipendono in maniera importante dalla singola lingua che è divenuta il mezzo di espressione della loro società. […] Noi vediamo, udiamo e in generale proviamo le esperienze che proviamo proprio perché le abitudini linguistiche della nostra comunità ci predispongono a scegliere certe interpretazioni». A sostegno di queste idee, Whorf tentò di confrontare la differente organizzazione grammaticale delle lingue amerindiane rispetto a quelle europee, che unificò sotto la sigla SAE (Standard Average European, ossia “europeo medio standard”). Studiando, in particolar modo, l’hopi – utilizzata nel Nord-Est dell’Amazzonia – Whorf arrivò a considerare questa come una lingua “senza tempo” o, […]

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Teatro

27 marzo, Giornata Mondiale del Teatro

Oggi, 27 marzo 2021, si celebra la Giornata Mondiale del Teatro Teatro s. m. [dal lat. theatrum, e questo dal gr. ϑέατρον, der. del tema di ϑεάομαι «guardare, essere spettatore»; la parola greca indicava, oltre che l’edificio per le rappresentazioni drammatiche, anche quello per assemblee e per pronunciare orazioni]. Alla lettera T, dell’enciclopedia Treccani, c’è il lemma teatro, parola che risale al VI secolo a. C., parola che sembra essere assente nei vocabolari della nostra classe dirigente, da un anno a questa parte.  Eppure ad Atene la classe politica pagava i cittadini per andare a teatro: il teatro era così importante che lo Stato, pur di permettere a tutti di parteciparvi, istituì un fondo statale, il theorikòn. Sì, in altre parole un sussidio. Anche oggi lo Stato ha istituito un sussidio, ma per tenerlo chiuso il Teatro. Quella nobile arte, considerata un tempo imprescindibile strumento di educazione, veicolo di idee politiche, religiose e sociali, oggi è costretta ad elemosinare ristori, a reinventarsi in pallide copie di sé attraverso lo streaming. Il motivo? Considerata “bene non essenziale”. Che fare Teatro fosse cosa non semplice nel nostro bel paese, più che in altri, era risaputo. Meno risaputo era che fare Teatro sarebbe diventata cosa impossibile, nel nostro bel paese, più che in altri, in barba a ogni tentativo di sopravvivenza con le dovute restrizioni imposte da uno sconosciuto virus. Perché la domenica nei centri commerciali sì, in platea distanziati e con mascherina no. Perché in fila per ricevere il corpo di Cristo sì, disposti a scacchiera per nutrirsi di cultura no. Perché ammassati in metro sì, in pochi nei palchetti no. Oggi, 27 marzo, mentre Medea, Antigone, Edipo, Amleto si girano i pollici in attesa di tornare a emozionare ancora, a scuotere animi intorpiditi, a riempire quegli occhi oggi ciechi dinanzi alla cultura, si celebra la Giornata Mondiale del Teatro. Istituita a Vienna nel 1961, ha un sapore particolarmente amaro oggi questa ricorrenza, che cerca di dare lustro a quello che Eduardo De Filippo definiva il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita. E mai come in questo momento in cui le nostre esistenze sembrano sospese, in cui si è smesso di vivere per continuare a vivere, l’uomo ha bisogno dell’uomo, di guardarsi quando si alza il sipario, e di porsi domande e cercare risposte quando questo si cala. Mai come in questo momento, l’uomo ha bisogno del Teatro.   Fonte immagine: Pixabay.

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Culturalmente

La Chanson de Roland: cronistoria di un modello letterario

La Chanson de Roland (dal francese, “La canzone di Orlando”) costituisce il più antico tentativo di codificazione scritta del genere dell’epos cavalleresco, che traeva spunto dai racconti relativi al cosiddetto Ciclo carolingio dapprima tramandati in forma orale. Le prime tradizioni scritte si collocano tra la fine del X e la prima metà del secolo XII, il cui autore è identificato per congettura con un certo Turoldo, monaco cristiano (probabilmente, più che autore, egli è da considerarsi tra i primi trascrittori della tradizione orale o, al meglio, un copista medievale), nominato nellʼultimo verso del testo: «Ci falt la geste que Turoldus declinet» (“La gesta trascritta qui da Turoldo ha fine”, v. 4002 dal manoscritto di Oxford). La lingua utilizzata è quella anglo-normanna, una tra le varianti regionali della lingua dʼoïl (usata nel settentrione della Francia), e i versi corrispondono ai décasyllabes raggruppati in 291 lasse assonanzate. La Chanson de Roland: tra storia e fictio letteraria La Chanson de Roland trae spunto, come molto spesso accade per narrazioni di carattere orale, da vicende storiche realmente accadute, salvo essere piegate da volontà letterarie a seconda del clima culturale in cui hanno origine tali storie. Lʼopera letteraria, infatti, rielabora e narra la vicenda dell’eroica resistenza della retroguardia dellʼesercito carolingio, impegnato nella campagna spagnola (seconda metà del secolo VIII), contro l’agguato di truppe saracene. In questa battaglia, volta a garantire la copertura del grosso dellʼesercito di Carlo Magno, trovò la morte Orlando (o Rolando) da Roncisvalle, valoroso nipote dell’imperatore, conscio fin dall’inizio della missione del pericolo mortale in cui sarebbe incorso accettando l’incarico di capitano, appunto, della retroguardia. In realtà, lʼaura cristiana di cui è permeata l’opera letteraria sembra avere poca attinenza con con l’evento storico da cui essa origina, ovvero la battaglia di Roncisvalle (15 agosto 778): in quel giorno, occorse infatti la disfatta della retroguardia dell’esercito di Carlo Magno durante il ritorno dalla campagna spagnola, ma ad attaccare i paladini non furono saraceni propriamente detti, come volle la tradizione letteraria permeata di valori cristiani, bensì i baschi, popolazione stanziata a nord-ovest dei Pirenei nella regione definita Vasconia (territorio compreso tra i fiumi Ebro e Garonna). Il motivo della battaglia è dunque da identificarsi in episodi di resistenza — e quella di Roncisvalle appare la più emblematica — delle popolazioni basche allʼespansione nella penisola dei franchi, giustificata da intenti religiosi (circostanza che si estese per vari secoli, dal 718/722 al 1492, nota come Reconquista). La Chanson tra baschi e saraceni: un possibile motivo di fraintendimento In tal senso, si ricostruiscono tutti i tasselli del mosaico che rappresenta, dunque, la piega religiosa che prese tutta la vicenda, in cui, in particolare si sostituirono i baschi con i saraceni. A questo proposito è dovuta una precisazione di carattere terminologico al fine di comprendere le sfumature della causa della sostituzione. Si è detto che nellʼopera letteraria della Chanson de Roland si parla di saraceni, con cui oggi si intendono tutte quelle popolazioni islamiche provenienti dalla penisola araba e stanziate nella penisola iberica, la cui “cacciata” si prolungò […]

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Culturalmente

La Thomas Dane Gallery ospita Alexandre Da Cunha

Napoli, Quartiere Chiaia. In Via Francesco Crispi, al civico 69, si nasconde in un piano di Villa Ruffo, elegante palazzo ottocentesco, una preziosa galleria d’arte: la Thomas Dane Gallery. Completamente ristrutturata dal gallerista inglese Thomas Dane e inaugurata nel 2018, con i suoi ampi interni bianchi e le sue preziose vetrate che affacciano sul verde da una parte e sulle sinuosità del Vesuvio dall’altra, la Thomas Dane Gallery offre un perfetto spazio espositivo, adatto ad ospitare ogni forma di arte contemporanea: dalla pittura alla scultura, dalla fotografia all’arte cinematografica.  Innamorato di Napoli e della bellezza delle sue imperfezioni, del suo patrimonio storico e culturale, seducente agli occhi di chiunque, Dane vede nel suo nuovo spazio un ponte verso l’Europa, un crocevia di nomi internazionali del sistema artistico contemporaneo.  Attualmente in mostra, con una sua personale, l’artista di fama mondiale Alexandre Da Cunha, originario di Rio de Janeiro. Curata in dialogo con Jenni Lomax, ex direttrice del Camden Arts Centre di Londra, la mostra Arena pone l’accento sul rapporto spaziale degli oggetti nella progressione delle stanze della galleria. Gli oggetti sono costantemente rielaborati dallo sguardo dell’artista che supera la staticità dei materiali, ne modifica le forme, senza sminuirne il significato, creando una lettura più comprensiva del readymade, che anima la realtà degli oggetti vissuta e delle comunità o degli individui che li hanno utilizzati.   Tra le opere in mostra, Kentucky (2020), teste di mocio di cotone tinto per lavare a terra, sono trasformate dalla fantasia dell’artista in un tessuto unico sospeso in diagonale dal soffitto. O ancora Marble (2020), un anello di gomma gonfiabile drappeggiato con un tessuto che si raccoglie sul pavimento in un posizionamento del materiale sottile e intuitivo, sfidando la percezione di quello che potrebbe essere duro o morbido al tatto.   Alexandre Da Cunha sfida il valore implicito degli oggetti. Nella sua attenta disposizione di materiali e oggetti – che siano domestici, utili o usa e getta – rivaluta le gerarchie dell’attenzione e della percezione analizzando con cura il gioco di sagoma, forma, colore.  In un momento buio come questo, in cui la cultura soffre e la necessità della bellezza si impone prepotente, forte è la speranza di poter tornare presto a camminare nel mezzo di una mostra, guardare un’opera e restarci fermi davanti a immaginare, persi tra dettagli e significati nascosti.    Orario della galleria:  Da martedì al venerdì dalle 11.00 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 19.00, sabato dalle 12.00 alle 19.00 Oppure su appuntamento Per maggiori info:  +39 081 1892 0545 [email protected] (Photo credit Amedeo Benestante)

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Culturalmente

Lipogramma. Significato ed esercizi

Cos’è un lipogramma? Scopriamolo insieme. Il lipogramma è una sorta di vincolo, posto da un autore di prosa o poesia, che per artificio retorico decide di non far comparire in un componimento una determinata lettera dell’alfabeto. In pratica, un normale testo viene riscritto, o composto ex novo, sostituendo ogni parola contenente la lettera “proibita” con un suo sinonimo che non la contenga. Come suggerisce la stessa etimologia del lemma, un lipogramma, che deriva dal greco leipo, “che manca di, e gramma, “lettera”, è dunque un testo nel quale viene intenzionalmente omessa una lettera. Ad esempio: “Il pelago all’orizzonte dondola l’animo che si crogiola nell’infinito”. Se si prova ad omettere in questo breve testo un’unica lettera, come la vocale “o”, il lipogramma potrà essere il seguente: “Il mare laggiù culla l’immensità dell’anima”. Un nuovo breve testo, in cui i sinonimi delle parole contenenti la lettera omessa, creano una frase morfologicamente un po’ diversa, ma identica dal punto di vista semantico. Spesso dunque le “catene” sono solo simboliche. Gli ostacoli possono sempre in qualche modo essere aggirati, rappresentando anzi uno stimolo atto a sollecitare la sfera creativa. È così nella vita, ed è così nell’arte, nella musica, nella letteratura e in qualsiasi ambito in cui superare dei limiti equivale a crescere davvero, mirare a nuovi orizzonti, a creare e a volare. Lipogramma. Cenni storici Uno dei primi autori ad usare tale accorgimento retorico è stato probabilmente Laso di Ermione, poeta greco del VI secolo a.C., che scrisse odi asigmatiche, ovvero senza il “sigma”, come in Inno a Demetra, in quanto il suono di tale lettera risultava alquanto sgradevole. Nei secoli successivi fu la volta di Nestore di Laranda, poeta greco del III secolo d.C., che rielaborò i ventiquattro libri dell’Iliade omettendo una lettera dell’alfabeto greco per ognuno di essi, creando appunto lipogrammi. Nella letteratura moderna lo scrittore francese del XX secolo Georges Perec scrive un lipogramma di trecento pagine, il romanzo La scomparsa (La Disparition), omettendo totalmente l’utilizzo della vocale “e”. A questo fa seguire un ulteriore romanzo, una sorta di specchio del primo, Le ripetizioni (Les Revenentes), facendo uso della variante di lipogramma, il “monogramma”, un componimento monovocalico che prevede appunto l’utilizzo nel testo di un’unica vocale, in questo proprio la “e” che non compariva mai nell’altro romanzo. Anche lo scrittore statunitense contemporaneo Mark Dunn ha pubblicato un romanzo in lipogrammi progressivi, Ella Minnow Pea: una favola epistolare progressivamente lipogrammatica. In pratica l’autore smette di utilizzare una ad una le lettere dell’alfabeto man mano che il racconto procede, fino a giungere ad interi capitoli scritti utilizzandone una manciata. Anche in musica è stato sperimentato il lipogramma in Canzone senza R, scritta dal compositore, paroliere e attore italiano Stefano Calabrese. Nel testo in maniera originale non viene mai pronunciata la “r”, salvo nell’intenzionale Urrà! finale. Una chiara dedica al rotacismo. Lipogramma. Un po’ di esercizio… Ebbene, dedicare qualche minuto a tale tipo di esercizio aiuta a favorire l’elasticità mentale, la creatività appunto, stuzzicando, perché no, anche la sfera ludica. Dunque basta prendere […]

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Attualità

Procida sarà Capitale Italiana della Cultura 2022

Procida sarà la Capitale Italiana della Cultura nel 2022. L’annuncio è del Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, a nome della giuria presieduta dal professor Stefano Baia Curioni, che ha esaminato i 10 progetti delle altrettante città candidate. Oltre Procida – che riceverà un milione di euro – Cerveteri, Ancona, Bari, L’Aquila, Pieve di Soligo, Taranto, Trapani, Verbania e Volterra. La Capitale Italiana della Cultura è una novità introdotta con il Decreto Legge 31 maggio 2014, n. 83, contenente nuove misure in materia di tutela del patrimonio culturale, sviluppo della cultura e rilancio del turismo (convertito in legge e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 175 del 30 luglio 2014). Stefano Baia Curioni ha spesso sostenuto, durante varie presentazioni, che il riconoscimento di Capitale Italiana della cultura è un riconoscimento alla capacità di progetto, non alla città più bella paesaggisticamente o più ricca dal punto di vista storico. “Ci è stato chiaro che il nostro lavoro non sarebbe stato facile. – ha dichiarato – Siamo stati sfidati dalla qualità delle proposte, alcune concepite dai migliori progettisti di politiche culturali non solo d’Italia, ma d’Europa. Ogni città ha portato nel suo progetto le proprie gemme e i propri demoni. E la buona notizia è che l’idea di uno sviluppo sociale ed economico a base culturale sta diventando un approccio comune e una pratica progettuale concreta. La cultura è pensata come pane quotidiano, finalmente”.  Procida Capitale della Cultura 2022, la motivazione della giuria. Questa la motivazione della giuria che ha designato la città di Procida Capitale: “Il contesto dei sostegni locali e regionali pubblici e privati è ben strutturato. La dimensione patrimoniale e paesaggistica del luogo è straordinaria. La dimensione laboratoriale che comprende aspetti sociali di diffusione tecnologica è importante per tutte le isole tirreniche, ma è rilevante per tutte le realtà delle piccole isole mediterranee. Il progetto potrebbe determinare grazie alla combinazione di questi fattori un’autentica discontinuità nel territorio e rappresentare un modello per i processi sostenibili di sviluppo a base culturale delle realtà isolane e costiere del Paese. Il progetto è inoltre capace di trasmettere un messaggio poetico, una visione della cultura che dalla piccola realtà dell’isola si estende come un augurio per tutti noi, al Paese nei mesi che ci attendono”.  Le congratulazioni della Commissione sono andate al Sindaco Dino Ambrosino, al direttore della candidatura Agostino Riitano e a tutto lo staff che ha reso possibile la candidatura e la vittoria di Procida sotto lo slogan “la cultura non isola”. Procida diviene Capitale della Cultura dopo Lecce, Siena, Cagliari, Perugia-Assisi e Ravenna nel 2015, Mantova nel 2016, Pistoia nel 2017, Palermo per il 2018, Parma per il 2020/2021. Per il 2023, l’assegnazione è già stata attribuita a Bergamo e Brescia. “E’ una enorme gioia che rappresenta, credo, un sentimento di tanti borghi italiani. – commenta il Sindaco, Raimondo Ambrosino – Procida è la metafora di tante comunità che hanno riscoperto l’entusiasmo e l’orgoglio per i loro territori. Siamo onorati per questa straordinaria opportunità per una piccola isola”. “Procida ci accompagnerà nell’anno della ripartenza. – […]

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Culturalmente

Mizukokuyō: lutto per i feti non nati, un rito giapponese

Che si tratti di aborti spontanei o farmacologici, di feti o di bambini molto piccoli, la cultura giapponese impone che per ritrovare la serenità con se stessi vada compiuto il rito del Mizukokuyō. Non solo. Questa pratica, a metà tra esorcismo e un rituale curativo, va compiuta per scongiurare la possibilità che lo spirito del piccolo defunto danneggi eventuali fratelli e/o sorelle. Il Giappone è un paese lontano da ciò che l’Occidente considera convenzionalmente come “religioso” che, nella maggior parte dei casi, si associa a una visione monoteistica e, tendenzialmente, cristiana. Ciò che invece caratterizza la spiritualità nipponica è una molteplicità di credi e dottrine, che rendono l’identità religiosa giapponese piuttosto ambigua e, di conseguenza, difficilmente ascrivibile a un singolo credo. Tuttavia, se si volessero definire i culti che più risultano avere un impatto sulla popolazione giapponese bisognerebbe fare riferimento a una classe di credenze che appartengono a ciò che viene definito come il culto di stato giapponese per eccellenza, lo Shintoismo, e l’ormai addomesticato culto buddista di matrice indo-cinese. È proprio da queste basi che prende vita la pratica del Mizukokuyō. Mizukokuyō: la pratica dedicata ai “bambini d’acqua” Una peculiarità della spiritualità giapponese è quella di avere una tendenza ibrida, i culti si uniscono e si rinnovano vicendevolmente, fornendo al credente un’estrema libertà spirituale. Altre volte, invece, si riesce facilmente a individuare la maternità di un determinato rito o funzione e questo il caso del rituale del Mizukokuyō (Nutrimento del bambino d’acqua) di matrice esplicitamente buddista, in quanto il ruolo di mediatore tra il mondo terreno e quello extraterreno viene affidato al bodhisattva Jizō Bosatsu, protettore noto per la sua vicinanza a bambini e donne. Ma cos’è un Mizuko, letteralmente “bambino d’acqua”? Si tratta, nella maggior parte dei casi, di un feto mai nato (sia che si tratti di un aborto spontaneo che farmacologico) ma, recentemente, si attestano funzioni di Mizukokuyō anche per bambini morti in tenera età.  La pratica del Mizukokuyō non è altro che una funzione funebre, un memoriale per i bambini che non sono riusciti a vedere la luce del sole. Dal punto di vista occidentale/cristiano, questo potrebbe essere letto come un semplice funerale. In realtà questa pratica può essere considerata come un’intersezione tra esorcismo e un rituale curativo. Si dice, infatti, che lo spirito del bambino morto possa, in qualche modo, essere violento e vendicativo: ciò viene definito Mizukotatari (Maledizione del bambino d’acqua) e i destinatari principali di questa fattura, se presenti, sono i fratelli e/o sorelle del feto abortito. Loro hanno avuto la possibilità di vivere, quindi devono essere puniti. Si cerca quindi di “alimentare” lo spirito del bambino tramite specifiche preghiere e richiedendo l’intercessione di Jizō Bosatsu. L’aspetto psicologico Più interessante è, invece, la questione legata alla cura, soprattutto psicologica. Da parte dei familiari, c’è la necessità di chiedere perdono allo spirito del bambino, in particolare quando si tratta di aborti farmacologici. Il genitore sente la colpa della sua azione e la necessità di alimentare lo spirito del proprio figlio tramite tale funzione: […]

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