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Eroica Fenice

La Tag: cultura contiene 100 articoli

Culturalmente

La Libertà che guida il popolo. Il simbolico dipinto di Delacroix

La Libertà che guida il popolo è forse il più celebre dipinto a olio su tela (260×325 cm) realizzato dal pittore francese Eugène Delacroix nel 1830 all’età di trentadue anni. Attualmente conservato al Museo del Louvre di Parigi, il capolavoro dalla forte carica simbolica celebra il popolo francese in rivolta, guidato dalla giovane personificazione della libertà. E cosa c’è di più attuale oggi! Oggi che si ha tanta sete di libertà e rivoluzione, in alcuni Paesi più che in altri, come l’Afghanistan, che vive momenti drammatici per l’oppressione di minoranze dispotiche e per la barbarie utilizzata come strumento per usurpare quella libertà, quella “normalità” conquistata con lotte e coraggio. E da questo punto di vista, la Francia ha insegnato tanto nel percorso storico, e da insegnare ha ancora tanto alle menti e agli animi pigri e riluttanti! Ma tornando al dipinto di Delacroix, sarà opportuno analizzarne il contesto storico, la rappresentazione e il simbolismo per comprenderne appieno il significato. La Libertà che guida il popolo. Contesto storico ed esposizione L’opera nasce in relazione ad un evento contemporaneo all’autore, a cui, attraverso l’arte, decide di partecipare appassionatamente, piuttosto che evadere dalla realtà. «Ho cominciato un tema moderno, una barricata… e, se non ho combattuto per la patria, almeno dipingerò per essa…» (Eugène Delacroix in una lettera al fratello riferendosi a La Libertà che guida il popolo). Nel 1829 il nuovo re di Francia Carlo X di Borbone affida il nuovo governo clerical-reazionario al capo della Congregazione Jules de Polignac, adottando una politica spiccatamente autoritaria ed emanando una serie di provvedimenti legislativi con i quali viene ristabilita la censura. Ciò scatena la legittima furia dei parigini che, dal 27 al 29 luglio 1830, si ribellano contro l’autorità regia, alzando le barricate nelle strade di Parigi, le cosiddette “Tre Gloriose Giornate”. Con il trionfare dell’insurrezione, Carlo X licenzia i suoi ministri, revoca le ordinanze emesse, fino ad abdicare, riparando in Inghilterra. I moti rivoluzionari in effetti portano in soli tre giorni al rovesciamento del regno di Carlo X e all’instaurazione della monarchia costituzionale sotto Luigi Filippo d’Orléans. È proprio questo il cruciale episodio storico che Delacroix decide di immortalare nel suo dipinto La Liberté guidant le peuple. Esposta al Salon nel 1831, l’idea del nuovo governo è quella di esporla, dopo l’acquisto per 3.000 franchi, nella Sala del Trono del Palazzo del Lussemburgo quale monito del “Re Borghese” Luigi Filippo, asceso al trono dopo la fuga di Carlo X. Tuttavia l’opera, ritenuta estremamente pericolosa e “rivoluzionaria”, viene invece prudentemente confinata in un attico, precipitando nell’oblio. La sua esposizione vede nuovamente la luce solo nel 1848, in occasione della Terza Rivoluzione, e nel 1855 all’Esposizione Universale di Parigi, trovando la sua definitiva collocazione presso il Museo del Louvre solo a partire dal 1874, dove è tutt’oggi esposta. La Libertà che guida il popolo. Descrizione e confronti L’opera è allegorica e reale insieme, in quanto fonde elementi inventati, ossia personificazioni, e personaggi reali. Vediamo in che modo. La Libertà che guida il popolo rappresenta tutte […]

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Culturalmente

Poesie sulla Luna: 7 tra le più belle, magiche, profonde ed evocative

Poesie sulla luna, le nostre preferite La Luna. Quest’incantevole, incostante e meraviglioso satellite! Musa ispiratrice di poeti, racconti, sceneggiature e canzoni. Testimone d’amore, d’intrighi, di solitudine, malinconia e sogni. Fortemente connessa con gli stati emotivi dell’anima e influente sulle maree naturali e umane. La Luna diviene pertanto protagonista di una miriade di versi, che regalano straordinarie poesie sulla Luna. Da Alda Merini a Giacomo Leopardi, passando per aforisti e cantori di musical, fino all’irriverente Charles Bukowski. Analizziamole! Poesie sulla Luna. Paura, speranza, consapevolezza, evasione Cominciamo con una poesia autobiografica, che si districa tra buio e luce, tra paura e speranza. È Canto alla luna di Alda Merini. «La luna geme sui fondali del mare, o Dio quanta morta paura di queste siepi terrene, o quanti sguardi attoniti che salgono dal buio a ghermirti nell’anima ferita.   La luna grava su tutto il nostro io e anche quando sei prossima alla fine senti odore di luna sempre sui cespugli martoriati dai mantici dalle parodie del destino.   Io sono nata zingara, non ho posto fisso nel mondo, ma forse al chiaro di luna mi fermerò il tuo momento, quanto basti per darti un unico bacio d’amore» È un pathos quasi disperato, arroccato nel buio che troppo spesso caratterizza la condizione umana, soprattutto se a guidarlo è la malattia, il morbo che chiama la morte. Ma anche l’oscurità può essere illuminata dalla luce della speranza, che da flebile può divenire persino forte. È ciò che si evince nell’ultima parte della poesia, in cui si comprende come un’anima afflitta dal tetro destino possa ancora brillare sotto la luce della Luna, che segue ogni cosa, l’anima, i sensi e i sentimenti dialettici. E quella luce guida all’amore, che ancora riesce a sollevare il cuore turbato dell’autrice. E anche se si sente una zingara, una nomade errante nel mondo e nella vita, la luce della Luna, che è luce d’amore, riesce, seppur per un tempo limitato e fugace, a riportarla in vita, rischiarando le tenebre di una lenta morte dell’anima e fisica. Se nella poesia di Alda Merini si evince una dimensione dialettica, passando dalla disperazione alla speranza, in Canto notturno di un pastore errante dell’Asia emerge tutta la consapevolezza della drammaticità della condizione umana, ben espressa dal profondo poeta pessimista Giacomo Leopardi. Si riportano di seguito alcuni dei versi più significativi di questo Canto immortale. «Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti; indi ti posi. Ancor non sei tu paga? di riandare i sempiterni calli? Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga di mirar queste valli? Somiglia alla tua vita la vita del pastore. Sorge in sul primo albore move la greggia oltre pel campo, e vede greggi, fontane ed erbe; poi stanco si riposa in su la sera: altro mai non ispera. Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?»   […]

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Culturalmente

Chi era San Gennaro? Qual è la sua storia?

Chi era San Gennaro? Qual è la sua storia? Scopriamo in questo articolo la storia del santo patrono di Napoli e del suo “prodigio”. Napoli non sarebbe la stessa se il suo nome non fosse legato al culto di San Gennaro. Il rapporto dei napoletani con “faccia ‘ngialluta”, uno dei tanti epiteti usati per chiamare il santo patrono, trascende la dimensione sacra per abbassarsi a quella terrena della quotidianità. Basta ricordare Massimo Troisi e Lello Arena in uno degli sketch più famosi de La Smorfia in cui interpellano San Gennaro per sapere su quali numeri puntare per la prossima estrazione del lotto; oppure, in tempi recenti, osservare l’enorme murales opera di Jorit in cui il volto del santo campeggia su un edificio di Forcella, come se fosse stato messo a guardia di quel quartiere. Ma chi era San Gennaro? Qual è la sua storia? E quanta verità c’è dietro al miracolo dello scioglimento del sangue, tema portante della sua festa che si celebra ogni 19 settembre? Chi era San Gennaro? Qual è la sua storia? Come accade per la vita di quasi ogni santo, anche quella di San Gennaro è avvolta nel mistero. Non conosciamo con certezza né il luogo, né la data di nascita. Gli Atti Bolognesi, la fonte più attendibile sulla vita del santo, affermano che fosse nato a Benevento intorno al III secolo d.C. . Il nome Gennaro, diffusissimo in Campania e nel mezzogiorno d’Italia, deriva dal latino Ianuarius e significa “consacrato al dio Giano” (che in latino si chiamava proprio Ianus). Questo nome veniva dato ai bambini che erano nati nel mese di gennaio, ma è diffusa l’ipotesi per cui San Gennaro si chiamasse così in quanto facente parte della gens Iaunaria da cui avrebbe preso il cognome. La vicenda del santo si concentra attorno al IV secolo, periodo in cui divenne vescovo della città di Benevento e in cui imperversavano le persecuzioni contro i cristiani volute dall’imperatore Diocleziano. Egli venne a sapere dell’incarcerazione del diacono Sossio, capo della comunità cristiana di Miseno, e decise di andare a trovarlo in carcere per recargli conforto. Si fece accompagnare da Festo e Desiderio, due suoi amici, ma non appena giunti in città i tre furono arrestati dal giudice Dragonio, lo stesso che aveva fatto arrestare Sossio. San Gennaro e i suoi compagni furono condannati a morire sbranati dagli orsi, nell’anfiteatro di Pozzuoli. Su questo punto della storia, le fonti propongono versioni differenti: secondo alcune la condanna venne sospesa quando Dragonio si accorse che il popolo si era impietosito per la sorte dei condannati, altre raccontano di come Gennaro avesse benedetto con un gesto gli orsi, i quali si inginocchiarono davanti a lui. Qualunque sia la versione dei fatti non cambia di certo l’animo di Dragonio, che fece decapitare Gennaro e compagni nell’anno 305 presso la Solfatara di Pozzuoli. Gli Atti Vaticani raccontano una storia del tutto diversa: Gennaro venne imprigionato a Nola dal giudice Timoteo, che lo accusò di proselitismo. Il santo non batté ciglio quando lo torturarono, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Il Polo del Libro: dove si stringevano alleanze criminali, ora nascono libri

Napoli, 16 settembre. La casa editrice Marotta&Cafiero e la Legatoria Tonti hanno presentato il “Polo del Libro” al teatro Mercadante. All’evento hanno partecipato Rosario Esposito La Rossa, Direttore Editoriale della Marotta&Cafiero, il gen. Sergio Costa, ex ministro dell’Ambiente, Antonio Parlati, presidente della sezione Industria culturale e creativa dell’Unione Industriali di Napoli e Fabrizio Attanasio, project manager della Legatoria Tonti. Il progetto nasce dall’unione di due aziende, che operano sul territorio campano dal 1959: la Marotta&Cafiero, storica casa editrice napoletana, trasferita da Rosario Esposito La Rossa e Maddalena Stornaiuolo a Scampia, e la Legatoria Salvatore Tonti, nata a San Biagio de’ Librai, con la sua storica attività artigianale e trasferitasi a Mugnano, una volta diventata industria manifatturiera. Il legame tra le due realtà campane ha permesso di convogliare energie e idee in un progetto per la diffusione della cultura su un territorio storicamente complesso, dove la malavita la fa da padrona. Dove si stringevano alleanze criminali, ora nascono libri «Dove si stringevano alleanze criminali, ora ci sono aziende che creano nuovi tipi di alleanze per far nascere un polo industriale del libro», spiega Rosario Esposito La Rossa. L’unione delle due attività ha un duplice obiettivo: produrre un catalogo Made in Naples, con materie prime sostenibili, di prima qualità, partendo da carta riciclata e far sì che il libro non sia solo un prodotto destinato all’élite. Un proposito arduo in Campania, considerando che nel 2020 si è classificata tra le ultime regioni per la propensione verso la lettura, con il 28,3% di persone con più di 6 anni che hanno letto un libro negli ultimi 12 mesi. Ed è per questo che l’intento del Polo del Libro è rendere la cultura un deterrente per la comunità e far sì che sia accessibile a tutti, con prezzi modesti e l’iniziativa del “Libro sospeso”, ispirato dalla tradizione napoletana del caffè sospeso, in modo tale da donarli alle famiglie meno abbienti e attuare un cambiamento concreto. Polo del libro: Libri a km 0 Per cambiare l’editoria bisogna distinguersi, il Polo del Libro riesce a farlo in un mercato editoriale che privilegia la delocalizzazione della produzione nazionale e articoli standardizzati. Di fatti, Marotta&Cafiero e la Legatoria Tonti realizzano un proposito che investe nell’economia locale, nella ricercatezza dei materiali e nel patrimonio culturale. I loro volumi sono stampati su carta riciclata al 100%, sono long life e resistono all’obsolescenza programmata e per ogni 1000 copie stampate vengono salvati 7 alberi alti 20 metri, risparmiate oltre 438.200 litri d’acqua (219.100 bottiglie da due litri) ed evitato il consumo di corrente elettrica pari a 4900 kWh. Si tratta di libri a km 0: pensati, sviluppati, prodotti a Napoli e sostenibili. Un progetto che potrebbe dirsi quasi impossibile: d’altronde il cartello della Scugnizzeria recita «Sognare sogni impossibili», che giorno dopo giorno continua a realizzarsi con le pubblicazioni di autori del calibro di Stephen King, Daniel Pennac, Raffaele La Capria e del Premio Nobel per la Letteratura Günter Grass. Foto di Marco Maraniello

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Culturalmente

Armocromia autunnale, come valorizzare i propri colori

Armocromia autunnale, come valorizzare i propri colori Autunno, inverno, primavera ed estate non sono solo stagioni climatiche, ma anche categorie appartenenti a una disciplina che si occupa di valorizzare le persone: l’armocromia. Cos’è e come funziona l’armocromia? L’armocromia è una materia che ha l’obiettivo di analizzare scientificamente le caratteristiche cromatiche di un individuo, dai capelli e gli occhi, fino al tono (sottotono e sovratono) della pelle. In questo modo è possibile individuare una palette di colori che illuminino il suo incarnato e comprendere quali siano abiti, make-up e accessori che gli donino. Riconoscendo quale sia la palette di tonalità che valorizza una persona, è possibile acquistare solo capi che esaltino le proprie caratteristiche, evitando tutti i colori che spengono il colorito. In questo modo non si lasceranno più vestiti dimenticati nell’armadio senza un apparente perché. L’armocromia unisce il bello all’utile! Il segreto di questo metodo è stato portato in Italia da Rossella Migliaccio, autrice del best seller Armocromia, Il metodo dei colori amici che rivoluzione la vita e non solo l’immagine e fondatrice dell’Italian Image Institute. «Lo scopo dell’armocromia è tirare fuori il bello da ciascuno, non secondo le mode del momento o i canoni imposti dalla società. In fondo la bellezza è armonia ed è proprio a questo ideale che si ispira. Il mio motto? Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che ci rende belli.» –  Rossella Migliaccio. Le palette dell’armocromia si ispirano alle quattro stagioni climatiche, e fanno riferimento ai cambiamenti cromatici che le caratterizzano. Dopo aver fatto il test, che può essere eseguito da una consulente o attraverso un test online, realizzato dalla stessa Rossella Migliaccio, si può procedere ad assegnare la stagione che valorizza meglio l’incarnato della persona. Il test viene effettuato tenendo i capelli coperti (specialmente se tinti), alla luce naturale, senza trucco e indossando una maglietta o una tovaglietta bianca. Verrà valutato se la persona esaminata porterà meglio l’oro o l’argento e se le doneranno di più i colori caldi o i colori freddi. Nel caso in cui le sue caratteristiche risalteranno grazie all’argento e ai colori freddi, sarà un Inverno (alto contrasto) o un’Estate (basso contrasto). Nel caso in cui le sue caratteristiche risalteranno grazie all’oro e ai colori caldi, sarà un Autunno (bassa intensità) o una Primavera (alta intensità). L’armocromia utunnale Questo articolo si propone nello specifico di analizzare l’armocromia autunnale, la stagione autunno e le sue sotto-categorie. Innanzitutto, la palette dell’armocromia autunnale è basata su colori caldi, esattamente come la Primavera, ma si differenzia per l’intensità dei colori, che è più bassa, esattamente come in natura. Questa categoria riporta i colori bruciati e desaturati che rimandano al foliage e alla terracotta. L’analisi del colore: Chi corrisponde all’Armocromia Autunnale? Per corrispondere all’armocromia autunnale bisogna avere la pelle di un sottotono dorato e il sovratono giallino o olivastro. Inoltre, gli occhi devono essere verdi, nocciola o marroni e il colore dei capelli può variare da una sfumatura di biondo, al castano o al ramato. Caratteristiche fisiche così differenti, possono essere […]

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Culturalmente

Batracomiomachia, topi e rane in guerra

Batracomiomachia: titolo di un poemetto divertente in cui si narra della guerra tra topi e rane, ma è anche un termine ironico molto ricercato. Immaginate di trovarvi nel bel mezzo di una discussione. Una di quelle discussioni inutili, dove i vostri fratelli stanno litigando per accaparrarsi l’ultima polpetta al ragù rimasta nella pentola o dove i vostri due coinquilini si scambiano insulti riguardo a chi tocca lavare la montagna di piatti alta quanto il grattacielo di Dubai che si erge dal lavello della cucina. Nel caso doveste trovarvi in mezzo a una di queste situazioni, avete due possibilità: o applicare la sempreverde legge del “tra i due litiganti, il terzo gode” avventandovi sull’ultima polpetta o sgattaiolando fuori di casa pur di non dovervela vedere con tre giorni e più di piatti sporchi oppure, con un bel carico di compostezza, potete uscirvene dicendo “Piantatela con questa batracomiomachia!”. Se doveste scegliere la seconda opzione, aspettatevi di vedere stampata sul volto di chi vi sta attorno un’aria perplessa nel chiedervi cosa sia mai una “batracomiomachia”. Per evitare figuracce (e anche per darvi un’aria da intellettuali, che ogni tanto non fa male), vi parleremo proprio della Batracomiomachia. Con la B maiuscola perché è il titolo di un poemetto eroicomico attribuito (anche se non se ne ha la certezza) a Omero, in cui si narra di una guerra tra topi e rane. Batracomiomachia, trama Sulle rive di uno stagno il re delle rane Gonfiagote si imbatte in Rubamolliche, principe dei topi appena sfuggito dalle grinfie di un gatto. Gonfiagote convince il roditore a salire sul suo dorso per visitare il lago, garantendogli che non correrà alcun pericolo. Ma nel bel mezzo del tragitto i due vengono assaliti da una biscia e Gonfiagote, spinto dall’istinto, si immerge nell’acqua dimenticandosi del povero Rubamolliche il quale, non sapendo nuotare, muore annegato. La notizia giunge alle orecchie di Rodipagnotta, re dei topi e padre di Rubamolliche, il quale incita i sudditi a prendere le armi e a marciare verso lo stagno. Ha così inizio la guerra tra rane e topi alla quale assistono addirittura gli dèi che, come da tradizione epica, sono spettatori neutrali. A un certo punto Zeus prova compassione per il destino delle rane decimate da Scavizzolabriciole, il più valoroso tra i soldati-topo. Così il dio dei fulmini, deus ex-machina, invia in soccorso dei poveri anfibi orde di granchi che fanno strage di topi, costringendo i superstiti alla ritirata. La guerra si è conclusa e le rane hanno trionfato. Parodia della poesia epica Se si legge questo poemetto di soli 303 versi non è difficile comprendere come sia una presa in giro dei più solenni poemi omerici, in particolare dell’Iliade. Se la guerra tra achei e troiani durò dieci anni, quella tra rane e topi si consuma nell’arco di una sola giornata. Ma la messa in ridicolo della poesia epica e della sua solennità non si limita soltanto alla trama. L’autore della Batracomiomachia adopera elementi stilistici tipici del genere come il catalogo degli eroi, la rassegna dei […]

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Viaggi e Miraggi

Skiàthos e Skopelos: vacanze greche all’insegna di emozioni e relax

Se si desidera optare per vacanze greche all’insegna del relax e di emozioni inedite, evitando al contempo d’essere sopraffatti da caos e assembramenti, Skiàthos e Skopelos costituiscono la giusta meta. Le due splendide isole dell’arcipelago delle Sporadi Settentrionali offrono spiagge incontaminate, paesaggi mozzafiato e acque con sfumature che vanno dal blu cobalto ai toni smeraldo. A Skiàthos, tra il centro e il Porto Vecchio, si respira un’aria vivace e briosa, soprattutto in serata, quando il cuore dell’isola si anima di turisti e visitatori occasionali. A tal proposito, via Papadiamantis, la principale strada pedonale, brulica di negozi, bar e ristoranti con i loro caratteristici tavolini posti tra stradine e marciapiedi, colmando il luogo di fascino e tradizione. Rispetto a Skiàthos, l’isola di Skopelos è più grande e più verde. Qui l’atmosfera è più selvaggia, tra strade con scarsa o assente illuminazione e distese di ulivi che sovrastano spiagge e paesaggi più wild, ma proprio per questo ricchi di fascino, proponendo un più intimo rapporto con la natura. Ma analizziamo più da vicino le spiagge e i luoghi d’interesse dei due gioielli delle Sporadi. Skiàthos e Skopelos. Spiagge, paesaggi, tramonti di Skiàthos Decretare la spiaggia più bella di Skiàthos è quasi impossibile. È doveroso infatti, per chi decide di trascorrere qui le proprie vacanze, visitare le diverse e meravigliose tappe balneari e i paesaggi da cartolina che l’incantevole isola offre. Per cominciare, imperdibile è l’escursione via mare che da nord dell’isola tocca diverse località circumnavigandola. Prima tappa l’incantevole Lalaria: la sua spiaggia ricca di ciottoli bianchi e le rocce che si fondono a formare una finestra su cielo e mare donano agli occhi dei visitatori la sensazione di sostare in una dimensione paradisiaca. Sarà entusiasmante dedicarsi ai particolari scatti fotografici e piacevole godere di tanta bellezza. Il tour prosegue con la vicina Kastro, con i ciottoli ancora a caratterizzarne la spiaggia, sovrastata dall’Old Town, raggiungibile a piedi con un percorso in salita dedicato ai più avventurosi. Si continua verso Aselinos, la cui spiaggia si tinge di colori più arancioni e ciottoli di dimensioni inferiori a quelle del nord dell’isola appena lasciate. Qui sarà possibile sostare più a lungo per godere della caratteristica cucina greca presso le due strutture adibite a bar ed osteria, posizionate proprio sulla spiaggia. L’escursione farà ultima tappa a Tsougrias, prima di rientrare nel Porto Vecchio di Skiàthos. Tale località, molto più “brada” delle precedenti, si trova effettivamente di fronte all’isola. La spiaggia quasi del tutto incontaminata, se non fosse per le barche che attraccano e ripartono, è mista di piccoli ciottoli e sabbia, con acque sempre dai colori mozzafiato e diverse in ogni località. Altre spiagge che meritano almeno una sosta sono a sud Agia Paraskevi e Vromolimnos, la prima più marrone rispetto ai toni beige della seconda. Entrambe dotate di sabbia e mare cristallino, ben attrezzate con ombrelloni di paglia e comodi lettini, tipo di attrezzatura balneare rinvenuto nelle diverse spiagge nelle zone sud e sud-ovest dell’isola. A Vromolimnos sarà possibile inoltre godere di un bel tramonto, […]

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Napoli e Dintorni

La Valle Telesina e l’Abbazia del Santo Salvatore

Incastonata nell’antica e fertile Valle Telesina, poco distante dal pittoresco Parco del Rio Grassano, sorge la suggestiva Abbazia Benedettina del Santo Salvatore, protettore della città di San Salvatore Telesino. La struttura, nonostante le trasformazioni operate, non sempre felicemente, dal tempo e dalla storia, oggi appare restaurata e valorizzata, senza tradire lo spirito originario del luogo, e funge da importante punto di riferimento identitario per gli abitanti e i visitatori della Valle Telesina. La Valle Telesina e l’antica Telesia Parlare della Valle Telesina, di San Salvatore Telesino e della vicina città termale di Telese, rimanda preliminarmente alle profonde radici storiche dell’antica città preromana di Telesia (Toulosium), di origine osca, come testimonia il ritrovamento di una moneta che ne riporta in caratteri oschi il nome. L’importanza della città è testimoniata anche in epoca romana, per la resistenza che essa oppose alla rapina operata dai cartaginesi di Annibale nel 217 a. C., da Tito Livio: «Annibal ex Arpini in Samnium transit, Beneventanum depopulatur agrum, Telesiam urbem capit» (Ab Urbe condita, lib. XXII, cap. X). Dopo queste ed altre devastazioni la città è tornata più volte all’originario splendore, grazie anche all’attestata federazione con l’Urbe. Nel VII secolo funse da circoscrizione amministrativa legata al governo longobardo, ma le tracce furono definitivamente perdute con l’invasione saracena dell’860 d. C.; nonostante questo, i sopravvissuti alle scorrerie saracene, onde non abbandonare la natia Valle Telesina, deliberarono di stabilirsi a poca distanza da Telesia, ovvero presso quello che sarebbe stato il nucleo originario dell’Abbazia Benedettina del Santo Salvatore (X-XI secolo): in questo si realizzò il primo passo verso la costituzione dell’odierno comune di San Salvatore Telesino. L’Abbazia Benedettina del Santo Salvatore Sono ancora incerte, date le ipotesi contrastanti di vari studiosi antichi e moderni (Libero Petrucci, Angelo Michele Iannacchino, Dante Marocco, Luigi Cielo), le circostanze della costruzione del complesso abbaziale del Santo Salvatore. Unico dato certo, dunque fuor di ipotesi, è il primo riferimento storico dell’esistenza dell’Abbazia: l’attestazione della presenza dell’abate Leopoldo di San Salvatore al Sinodo indetto dall’Arcivescovo di Benevento nel 1075. Si tratta di un luogo di storia e di storie, nelle quali, entrando, si è immediatamente proiettati: l’Abbazia, in cui sono raccolti reperti archeologici grazie alla Pro Loco, funge da raccordo storico tra identità passate presenti e anche chi non possiede dirette radici con l’antico luogo della Valle Telesina riesce a riconoscersi come parte di una trama storica e umana più antica, la stessa di cui è intessuto l’immaginario di ognuno. Le tre navate dell’Abbazia, costruita sulla scorta, pare, del modello benedettino di Montecassino, l’abside e il transetto, inoltre, ospitano il percorso didattico Telesia Antiquarium, che testimonia l’incontro tra epica cristiana e precristiana: agli affreschi raffiguranti San Benedetto, la gemella Santa Scolastica e cortei apostolici affiancano l’esposizione di reperti più antichi: vi si possono ammirare, infatti, statue ed epitaffi d’epoca romana (prove dell’importanza rivestita al tempo da Telesia), nonché esempi di corredi funerari di origine precristiana, alcuni anche di recente ritrovamento. Questi ultimi, in particolare, dipingono negli occhi immagini sfocate di vite che vissero in un […]

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Culturalmente

Libero arbitrio: siamo davvero noi a scegliere?

Quando parliamo di libero arbitrio ci rifacciamo a un concetto antichissimo, tramandato da secoli. Essenzialmente esso rappresenta la capacità di ogni singolo individuo di scegliere liberamente, senza l’influenza di forze esterne. Dunque, sia il pensiero che le azioni della persona sono svincolate da qualsiasi tipo di predestinazione. Un po’ di storia Nel Cinquecento, a distanza di un anno, Erasmo da Rotterdam pubblica il  De libero arbitrio e Martin Lutero il  De servo arbitrio. Sono gli anni della Riforma, del tentativo di un riavvicinamento alla religione tradizionale da parte dei credenti, e la questione della volontà assume un ruolo centrale nel dibattito tra quelli che furono, rispettivamente, maestro e allievo. A raccogliere l’eredità di questa crepa sono gli scienziati contemporanei e le loro scoperte. Già negli anni ottanta il neuroscienziato statunitense Benjamin Libet si cimentò in una serie di esperimenti con l’obiettivo di dimostrare la non sussistenza del libero arbitrio. In sintesi, Libet collegò diversi soggetti a un elettroencefalografo, chiedendogli di muovere un dito in qualsiasi momento, quindi a loro discrezione. Il risultato fu sorprendente: gli strumenti di laboratorio scoprirono che la scelta consapevole dei soggetti veniva preceduta dall’attività cerebrale, con un distacco di 300 millisecondi. Prendendo in prestito qualche termine filosofico, potremmo dire che la scelta è frutto di un processo inconscio. Compatibilismo e libero arbitrio Ed è a questo punto che si inserisce la dottrina del compatibilismo. Secondo questa tesi le nostre scelte consapevoli, in realtà, non sono altro che frutto di una catena casuale di processi neurali. A un risultato simile arrivò anche Francis Bacon quattro secoli fa, parlando del ruolo cruciale dell’esperienza nella vita umana. Dunque la messa in crisi del libero arbitrio, almeno in chiave compatibilista, non deve spaventare perché non intacca l’importanza delle scelte che compiono tutti gli individui sin dall’alba dei tempi; semplicemente si tratta di un cambiamento di prospettiva. Così il luogo e il tempo di nascita, le relazioni sociali, l’istruzione e l’educazione ricevuti finiscono per assumere un ruolo ancor più determinante e influente sulla nostra vita. Determinate esperienze, combinate a una predisposizione innata, conducono a precisi comportamenti, definendo così la personalità dell’individuo, da cui derivano i sogni, le paure, i talenti e le passioni di ognuno.  Si delinea, così, un individuo ancora padrone del proprio destino ma particolarmente attento al mondo che lo circonda perché, se siamo frutto di esperienze e relazioni, allora puntare su quelle positive potrebbe rivelarsi fondamentale per il nostro benessere e felicità.   Fonte immagine: Freepik.

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Culturalmente

Le 5 spiagge più belle della Campania

Le spiagge più belle della Campania? È difficile fare una selezione tra i gioielli più preziosi della regione, amati ed invidiati dal resto d’Italia e non solo. Si può comunque provare a designare e descrivere le 5 spiagge più belle della Campania, magari consigliandole come primo tour estivo della regione, con la voglia e la promessa di tornare poi ad esplorare e vivere tutto ciò che ancora manca. Dalle meravigliose spiagge del Cilento, punta di diamante campana, alle pittoresche coste della Costiera Amalfitana con terrazze e colorati borghi a strapiombo sul mare. Dalle romantiche baie del Napoletano, imbevute di bellezza e talvolta mistero, fino alle splendide e invidiabili isole di Procida, Ischia e Capri, che non hanno bisogno di presentazioni. Delle gemme insomma imperdibili per trascorrerci l’estate, godere delle acque di un azzurro intenso e delle bandiere blu, immergersi in avventurose escursioni tra grotte e natura selvaggia, fino a tuffarsi nelle straordinarie ed impeccabili delizie della cucina mediterranea, ricca di odori, colori e sapori che travolgeranno palato, olfatto, vista e tatto, tali da far diventare una vacanza in Campania qualcosa di più, molto di più! Immergiamoci nel tour! Le 5 spiagge più belle della Campania: Napoli Il viaggio alla scoperta delle 5 spiagge più belle della Campania inizia da Napoli, cuore pulsante delle meraviglie splendenti, misteriose e romantiche della regione. Dalla Gaiola allo Scoglione di Marechiaro, dalla Baia delle Rocce Verdi a Posillipo alla Baia di Ieranto, fino alla Costiera Sorrentina. È davvero difficile poter scegliere le più belle. Ma concentriamoci sulla romantica e incontaminata Gaiola e sulla paradisiaca Baia di Ieranto. Tra romanticismo e mistero ammantato di leggenda, la Gaiola è un autentico paradiso d’amore e bellezza, ideale per trascorrere ore in relax, coccolati dalle meraviglie naturali e dalle limpide acque, e perdersi in artistici scatti fotografici o, per gli amanti dell’avventura e dello sport, concedersi un tour in kayak al tramonto. Vicinissimo alla terraferma, l’isolotto si raggiunge a nuoto dalla spiaggia sotto il Parco del Virgiliano a Posillipo. Per accedere all’Area Marina Protetta Parco Sommerso della Gaiola si percorrono delle scale, passando per una zona verde e costeggiando alcune villette. Una volta giù si avranno di fronte i due isolotti uniti dal ponticello, rendendo il paesaggio godibile e suggestivo. Un altro luogo carico di mito è senza dubbio la Baia di Ieranto: qui Ulisse incontra le sirene nel suo viaggio di ritorno ad Itaca. Ci troviamo davanti ai Faraglioni di Capri, all’interno dell’Area Marina Protetta di Punta Campanella, allungandosi da Nerano fino appunto quasi a sfiorare Capri. Le acque offrono la possibilità di dedicarsi a un sano snorkeling o al kayak. Anche qui, per raggiungere la spiaggia, si percorre un sentiero ricco di meraviglie naturali, giungendo poi ad un’acqua cristallina, completamente avvolti dal relax e dal fascino di una tra le Baie più pittoresche e paradisiache del suolo campano. Le 5 spiagge più belle della Campania: Costiera Amalfitana Dal Golfo di Napoli, a sud della Penisola Sorrentina, si passa poi alla magnifica Costiera Amalfitana, estesa fino al Golfo […]

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