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Eroica Fenice

La Tag: eventi in campania contiene 188 articoli

Libri

Luigi Mollo e il viaggio sentimentale di Mariposa

Il 18 febbraio presso la Libreria Raffaello è stato presentato Mariposa di Luigi Mollo pubblicato dalla Turisa Editrice Una prova difficile quella a cui si è sottoposto Luigi Mollo nella stesura di Mariposa. Da sempre amante della poesia, l’autore dal cuore diviso tra la nuova vita a Tolosa e un passato tutto italiano si è sempre espresso in poesia, da lui percepita come una forma non immediata di comunicazione a dalla anfibolica chiave di lettura. Mariposa si configura come un prosimetro, unione di forme di espressione differenti: i versi, amati fin dall’infanzia, manifesto di quella che Luigi Mollo ha definito una «vena poetica interiore», ma dall’andamento fortemente narrativo; testi in una prosa chiara, limpida, delicata e a tratti liricizzante. Mariposa di Luigi Mollo – Le ragioni di un titolo Mariposa, farfalla in spagnolo. La vita della farfalla è della durata di un giorno di un uomo. Luigi Mollo legge il trascorrere del tempo negli spasmodici battiti d’ali, impazienti di abbracciare il soffio effimero cui sono destinate. Ogni momento diventa quindi indispensabile, «dolce, banale ma straordinaria follia», si legge in uno dei racconti. La vita libera elettricità, e le parole sono come «cuscini sui quali coricarci». Luigi Mollo si aggrappa al carattere evocativo delle immagini che dipinge tra le pagine di Mariposa, esibendo le infinite sfaccettature dell’esistenza. Si racconta senza filtri, dona se stesso come poeta e intellettuale. Rifacendosi ai grandi della letteratura nazionale e non, l’autore fa l’occhiolino anche ai musicisti da lui più amati, aprendo ogni composizione con un esergo, nota di una sinfonia sinestetica. Dai grandi cantautori italiani, fra tutti i più amati Fabrizio De André e Luciano Ligabue, a Michael Stipe, head della storica band dei R.E.M., sciolta nel 2011. Le cinque sezioni di cui si compone Mariposa esibiscono un’alternanza costante tra tono dimesso e sublime, riflessione malinconica e giocosa stravaganza, mimesi dei comportamenti psichici differenziali. Luigi Mollo insegue se stesso in un dedalo freddo e infernale, diviso tra il ripiegamento nel passato e la spinta elativa verso il nuovo. Gli oggetti della sua vita affollano le stanze della memoria. Non sempre si dovranno sfogliare le pagine di Mariposa ricercando un senso, perché il suo obiettivo è proprio quello di portare in scena l’inspiegabile che caratterizza la logica dell’inconscio. Il percorso di ricerca culmina nella presa di coscienza della dicotomia passione e morte. La figura di Dio viene lasciata sulla soglia, la sua comparsa è indistricabilmente legata a un se ontologico. Il dolore della dipartita è attutito dalla consapevolezza che la morte sarà solo un ulteriore viaggio, tappa inevitabile e necessaria della vita così come ogni altra esperienza. La vita è una ricerca costante di emozioni, del contatto con gli altri esseri umani, quelli che la rempiono di senso. La vita, intessuta di queste spesso amare consapevolezze, è resa più autentica. Luigi Mollo compie un viaggio tutto terreno, una ricerca costante del forte sentire. Lui che insiste nella ricerca del suo posto nel mondo, con la scrittura esperienza il viaggio del pensiero. Un percorso spesso onirico e […]

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Libri

Mirella D’Orsi e le sue Donne Perdute

L’8 febbraio si è tenuta presso la sede della storica Società Umanitaria in Piazza Vanvitelli la presentazione del libro Donne Perdute di Mirella D’Orsi Sociologa e narratrice sontuosa e diretta a un tempo, Mirella D’Orsi restituisce un affresco variamente tinteggiato di uno degli aspetti più noti ma forse anche più superficialmente trattati nelle dimensioni pubbliche e sociali della nostra contemporaneità: l’Alzheimer. Francesco Junod, geriatra e collega della scrittrice, esperto in materia insieme all’ortopedico Antonio Vitale, dalla sua esperienza quotidiana lancia un appello agli enti pubblici durante la presentazione di Donne Perdute, chiedendo di assecondare gli interventi costanti dei privati nei supporti alla comunità, per sostenere tanto i soggetti compromessi gravemente nelle facoltà psichiche, quanto i loro cari. Donne Perdute di Mirella D’Orsi: memoria d’amore Edito dalla nascente casa editrice Turisa, Donne Perdute di Mirella D’Orsi, utilizzando una metafora tanto cara al giovane sociologo Roberto Flauto, è il palcoscenico di quei personaggi che vedono calare il sipario troppo presto. Lo spettacolo continua intorno a loro, ma intanto sono già smarriti entro se stessi. Figure vicine e allo stesso tempo lontanissime, in una condizione di sospensione di tempo e spazio, che le proietta in una dimensione tanto di esilio quanto di salvezza. Può l’assenza di ricordo salvare chi è rinchiuso nell’oblio? Spezzare il filo che lega al passato comporta l’isolamento da ciò che c’è stato, ma anche protezione dal dolore vissuto. Queste Donne Perdute vagano in un tempo sospeso, privo dell’ancoraggio al passato, quello stesso che intride la memoria spesso di amare consapevolezze. Mirella D’Orsi ritrae con la delicatezza che contraddistingue una penna lieve come una calda carezza profili intimi di donne sospese fra dimenticanza e ricordo. Tjuna Notarbartolo, scrittrice e relatrice dell’evento di presentazione del libro di Mirella D’Orsi, riflette sul valore etimologico dei due membri di questa apparentemente in districabile dicotomia. Di-menticare comporta un allontanamento dalle capacità cognitive che riguardano la memoria e la mente. La ragione smette di esercitare il pieno controllo, ed entra in scena il ri-cordo, che non compromette più le capacità cognitive, quanto quelle più strettamente emotive. Alla memoria spiegabile con i parametri della logica aristotelica, si contrappone la potenza della memoria del cuore, guida poetica di tutto il libro. Donne Perdute è dunque il manifesto di una speranza possibile anche nel buco nero dell’Alzheimer, quell’auspicio che risiede nella memoria d’amore. Le protagoniste dei vari racconti tornano inspiegabilmente sempre dai loro cari, come magneticamente attratte da quei volti e da quei nomi resisi indelebili. La sociologa Mariella D’Orsi insegna come, quando si parla di sentimento, non si possa mai partire per sempre, come si resti imbrigliati nei fili lunghi e talvolta contorti che correndo in lungo e in largo le mani capricciose hanno intrecciato in reticoli senza fine. In queste trame spesse sono stretti i cari amori del passato, i figli attenti e premurosi, le contorsioni del proprio animo che con la demenza si acuiscono, fuoriuscendo in modo spesso violento e incontrollabile. Gli attori di Donne Perdute Mariella D’Orsi opta per un mondo tutto al femminile, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Palazzo Zevallos Stigliano: “La collezione di un principe”

Il Palazzo Zevallos Stigliano (via Toledo, Napoli) rivive della sua antica collezione artistica grazie alla mostra Rubens, Van Dyck, Ribera. La collezione di un principe (6 dicembre 2018 / 7 aprile 2019). Attraverso le parole cariche di suggestione di Maria Girardo, Presidente Megaride Art (Agenzia Servizi Culturali), le opere hanno ripreso vita, riallacciando la loro storia e le loro storie. La Collezione del Palazzo Zevallos Stigliano Come ha precisato Maria Girardo, nel periodo a ridosso del Seicento grande rilievo per la circolazione delle opere pittoriche ha gradualmente assunto la figura del mercante d’arte. Egli non contribuiva, attraverso compravendite, soltanto allo sviluppo delle scuole pittoriche, ma favoriva la circolazione di opere d’arte fra gli stessi artisti, i quali si arricchivano di esperienze creative lontane nello spazio. Nel caso di Napoli, e in particolare quello legato al Palazzo Zevallos Stigliano, va tenuto presente l’operato dei collezionisti di Anversa (ma di stanza a Napoli) Gaspar de Roomer (1595-1674) e Jan Vandeneynden (1590-1671), i quali raccolsero numerose opere che andarono a costituire una variegata collezione. Alla scomparsa di Roomer, le sue opere andarono ad arricchire, sotto forma di lascito testamentario, la collezione di Ferdinando Vandeneynden (1626-1674), serbata nel suo palazzo di via Toledo, ovvero il Palazzo Zevallos Stigliano. Alla successiva scomparsa di Vandeneynden, il patrimonio passò alle sue tre figlie, due delle quali, Giovanna ed Elisabetta, sposarono rispettivamente Giuliano Colonna (principe di Stigliano dal 1716) e Carlo Carafa di Belvedere. A tal proposito, Maria Girardo ha segnalato l’importanza del lavoro di Luca Giordano, incaricato nel 1688 di redigere un inventario delle opere della quadreria di Ferdinando Vandeneynden, e grazie a tale documento è stato possibile ricostruire, sul Piano Nobile del Palazzo Zevallos Stigliano, l’intero inestimabile patrimonio dell’antica Collezione. Da Rubens a Caravaggio: i Maestri del Palazzo Zevallos Numerosi sono i Mestri in esposizione, e Maria Girardo vi si è soffermata con grande completezza di particolari storico-artistici, al fine di far comprendere a pieno ogni singolo aspetto dell’opera. In particolare, Il banchetto di Erode di Rubens costituisce l’archetipo di una lunga tradizione artistica napoletana, che riprende diversi elementi dalla pittura del Maestro fiammingo. L’opera narra la storia di Erode ed Erodiade, concentrandosi sul momento dell’offerta del capo mozzato di Giovanni Battista. Colpiscono, come ha osservato Maria Girardo tra i vari elementi, la morbida pennellata che caratterizza l’abito rosso di Salomè, che rende perfettamente la delicatezza del velluto; il candore della pelle femminile e la sua sensualità “carnosa”; l’atterrirsi di Erode alla vista del capo mozzato, il cui disgusto va a cozzare, con grande effetto di viva dinamicità, con le espressioni sorridenti delle donne e la curiosità degli altri astanti. Sempre sul tema di Erode sono i dipinti Giovanni Battista ammonisce Erode e il Banchetto di Erode di Mattia Preti, che già risentono dell’influsso dell’arte di Rubens, nonché del chiaroscuro tipico di Caravaggio. Circa il Martirio di Sant’Orsola di Caravaggio, pur non facente parte della collezione, ma acquistato nel 1973 dall’allora Banca Commerciale Italiana, Maria Girardo ha sottolineato la contemporaneità delle azioni di ogni singolo personaggio. Tra i […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Orchestra Filarmonica conquista Benevento: “In punta di cuore”

Orchestra Filarmonica di Benevento: trionfo al concerto inaugurale della V stagione concertistica  L’Orchestra Filarmonica di Benevento (OFB) ha inaugurato mercoledì 23 gennaio, presso il Teatro Massimo di Benevento, la sua V stagione concertistica con lo spettacolo In punta di cuore, registrando il tutto esaurito ed un applauso della durata di cinque minuti che ne ha confermato il trionfo. Sul palco, l’Assessore alla Cultura, la Dott.ssa Rossella Del Prete, ha introdotto il concerto, leggendo il saluto del Ministro alla Cultura Alberto Bonisoli, che ha espresso un apprezzamento per l’importante lavoro svolto dall’OFB, con particolare riguardo ai giovani orchestrali, la cui passione ed entusiasmo rappresentano il «meglio del nostro futuro». L’Assessore Del Prete ha lodato i ragazzi dell’OFB per la scelta, da loro compiuta, di fare della musica un lavoro, ritagliandosi con tenacia ed entusiasmo, nonostante le difficoltà, uno spazio all’interno della nostra società, che non sempre consente di seguire le proprie passioni. Nasce così questa orchestra giovanissima, che si rinnova continuamente e con un curriculum invidiabile, che ha deciso di valorizzare la città di origine inserendola anche nella denominazione ufficiale di Orchestra Filarmonica di Benevento. Il concerto inaugurale dell’OFB ha permesso la divulgazione di un’altra iniziativa, questa volta sociale, impegnata, condotta e spiegata dal Dott. Scherillo, direttore del Reparto di Cardiologia dell’Azienda Ospedaliera “Gaetano Rummo” di Benevento, che si è detto emozionato, perché «vedere il teatro pieno a metà settimana toglie il fiato». Il Dott. Scherillo ha reso noto che, durante la settimana di febbraio in cui cade il 14, giorno dei cuori per antonomasia, si svolgerà una rassegna di prevenzione cardiovascolare denominata Cardiologie aperte-La settimana del cuore, realizzata grazie alla sensibilità dell’Azienda Ospedaliera “G. Rummo”, nella persona del suo Direttore Generale Renato Pizzuti. Il Dott. Scherillo ha concluso l’intervento, augurandosi che la cifra della grande partecipazione della comunità al concerto inaugurale dell’Orchestra Filarmonica sia da stimolo per una maggiore vicinanza ai giovani musicisti dell’Orchestra Filarmonica. In punta di cuore La serata inaugurale dell’OFB ha proposto l’unico “concerto per violino ed orchestra, in tre movimenti” (Allegro Moderato, Moderato assai; Canzonetta, Andante; Finale, Allegro vivacissimo), di Pëtr Il’ič Čajkovskij e la “sinfonia n.8 in sol maggiore” (Allegro con brio; Adagio; Allegretto grazioso, Molto vivace; Allegro ma non troppo) di Antonin Dvořak. Per l’occasione, l’OFB è stata diretta dal M° Francesco Ivan Ciampa. Il concerto di Čajkovskij, ad oggi forse il più famoso ed ascoltato per questo strumento, prevede la presenza di un solista che intrattiene un costante dialogo con l’orchestra, conciliando tecnica e virtuosismo, fino a raggiungere uno slancio di imprevedibile carica ed energia nel Finale. Ospite della serata, come solista d’eccezione, è stata Anna Tifu, talentuosissima musicista che ha legato la sua esistenza a quella del suo Antonio Stradivari “Marècheal Berthier” 1716 ex Napoleone della Fondazione Canale di Milano. L’illustre musicista sarda ha iniziato lo studio del violino a sei anni, sotto la guida paterna, e si è esibita con alcune tra le più prestigiose orchestre nazionali ed internazionali. Ha debuttato da poco in un duo col pianista Giuseppe Andaloro per la […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Bionisiaco 2019: alla scoperta del vino biologico

Unire il piacere del vino al benessere di chi lo degusta e dell’ambiente: è stato questo l’obiettivo di “Bionisiaco, il salone del vino biologico”, evento svoltosi a Salerno lo scorso weekend Tre giorni, da venerdì 11 a domenica 13 gennaio 2019, dedicati alla bevanda più amata, che la mitologia vuole protetta dagli dei (in primis dal dio Bacco per i Romani, Dionisio per i Greci) contro il passare inesorabile del tempo. Un brindisi con i calici colmi di vino è da sempre ritenuto un gesto che va a suggellare vittorie, amicizie, amori e passioni. Il nome dell’iniziativa, che ha avuto luogo in pieno centro storico, in Piazza Abate Conforti, tra la Chiesa dell’Addolorata ed il Convitto Nazionale di Salerno, fonde in maniera simpatica i termini “biologico” e “dionisiaco”, ed il programma, fatto di incontri e degustazioni con esperti ed appassionati, è stato messo a punto dagli organizzatori Franco Cappuccio e Danilo Donnabella. Venerdì 11, primo giorno del salone, è stato dedicato all’ambito economico ed alla filosofia green: un modo per analizzare la crescita del movimento e discutere con esperti e partner della manifestazione di possibili soluzioni tra politica ed operatori del settore. Il tema cardine della giornata di sabato 12 è stato invece il biologico in tutti i suoi aspetti: dati, certificazioni, incentivi, prospettive, sostenibilità. Domenica 13 si è discusso di turismo enogastronomico e sostenibile, riguardo al quale sono state raccontate varie esperienze professionali attraverso testimonianze dal vivo. Il biologico come tutela della qualità, dell’ambiente e della salute “L’intenzione è incentivare a guardare alla qualità del prodotto, ma al tempo stesso anche a riflettere su tematiche imprescindibili, quali sono quelle del rispetto dell’ambiente e della sostenibilità, che nel prodotto finale si traducono anche nel rispetto del consumatore. Per questo, la prospettiva a lungo termine dell’iniziativa è scientemente culturale, declinata sia nel salone di degustazione, sia negli incontri e nelle riflessioni”, spiegano Cappuccio e Donnabella. Turismo, innovazione tecnologica, ambiente, agricoltura biologica, economia green, sono i temi affrontati dalla manifestazione, patrocinata da Regione Campania e Comune di Salerno, in collaborazione con Legambiente Campania, AIS Salerno, Corso Wine Business dell’Università degli Studi di Salerno, Convitto Nazionale di Salerno, Panificio Montella e Consorzio 100% Campania. Protagonista assoluto di “Bionisiaco” è stato naturalmente il vino biologico campano: più di 20 aziende e 25 esperti del settore, tra giornalisti, rappresentanti istituzionali, produttori ed enologi, si sono incontrati scambiandosi le proprie opinioni, raccontando la loro esperienza, le motivazioni dietro la scelta di intraprendere la strada del bio. “Desideravamo dare un forte messaggio cultura, volto a proporre una nuova cultura del bere. Riteniamo di essere riusciti a compiere un primo passo lungo questa strada, sensibilizzando pubblico e operatori, attraverso le degustazioni e gli incontri, ad un discorso condiviso che qui inizia, ma che, nella nostra volontà, sarà continuato nel tempo”, annunciano gli organizzatori. Se non l’avete ancora provato, non vi resta quindi che gustare questa tipologia di vino, che offre l’opportunità di coniugare il gusto con la tutela dell’ambiente e della propria salute. Vi assicuriamo che non resterete […]

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Teatro

Daniele Fabbri, intervista all’autore di “Fascisti su Tinder”

Il 26 gennaio il comico Daniele Fabbri presenzierà al Kesté di Napoli in occasione di un open mic in cui si esibiranno alcuni giovani rappresentanti dello stand up comedy campano. Sarà anche l’occasione per presentare il suo spettacolo Fascisti su Tinder, che andrà in scena il 27 dello stesso mese al Teatro nuovo. Abbiamo posto a Daniele Fabbri alcune domande riguardanti il mondo dello stand up comedy e dell’impatto che questa forma di spettacolo ha nel nostro paese. A tu per tu con Daniele Fabbri Come ti sei avvicinato al mondo dello stand up comedy? E cosa ti ha colpito fin da subito? Mi sono avvicinato alla stand up senza nemmeno sapere cosa fosse: dopo aver fatto un paio d’anni di esperienze nel cabaret nostrano con alti e bassi, ho iniziato a scrivere monologhi con un altro stile, nato un po’ per istinto e un po’ perché mi piaceva il taglio delle battute anglofone che trovavo in alcuni libri e in alcune serie tv americane. Questo tipo di monologhi non funzionavano col pubblico del cabaret. La cosa mi scoraggiò molto e decisi di smettere di fare il comico. Dopo circa sei mesi di abbandono, scoprii per caso Bill Hicks e che quei monologhi non solo esistevano, ma erano una delle forme di comicità più diffuse nel mondo, e ho ricominciato. Un altro anno dopo, ho incontrato altri comici che facevano la mia stessa cosa, e così via. Ciò che amo della stand up è la possibilità di usare la forma di intrattenimento più essenziale e popolare, “le chiacchiere”, per parlare anche di cose di cui non si chiacchiera mai. Secondo te cosa distingue nettamente lo stand up comedy dalla commedia e dagli spettacoli comici tradizionali? La tendenza a svincolarsi dagli stereotipi. Sia chiaro, gli stereotipi non sono un male in sé, ma il riferirsi continuamente solo a questi ha reso i racconti dei comici tutti uguali. La stand up comedy ben fatta è quella che racconta le proprie storie personali, non che questo le debba rendere necessariamente drammatiche, ma semplicemente diverse e uniche. Io sono stato fidanzato 7 anni, e quella che tecnicamente era “mia suocera” era l’opposto dello stereotipo delle suocere, quindi io non parlo delle “suocere”, parlo di questa persona specifica. Il tuo stile risente di qualche influenza in particolare? In particolare no, ci sono tantissimi comici che mi piacciono molto e da ognuno di loro ho cercato di imparare qualcosa. E spesso mi attirano i lati più trascurati dei comici, per esempio, del già citato Bill Hicks tutti si concentrano sulle splendide idee dei suoi monologhi, io noto soprattutto che aveva una gestione della fisicità degna di un mimo, e che la usava per rendere “buffa” una routine dai contenuti controversi. Uno dei cardini della stand up comedy è quello di annullare la distanza tra chi sta sul palco e chi osserva seduto (la famosa “quarta parete”). Questo quanto influisce, tenendo conto anche del fatto che questo genere di spettacolo tocca temi che nella nostra società sono ancora […]

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Teatro

Clara Campi, il lato comico del femminismo | Intervista

Intervista a Clara Campi, stand up comedian presto al Kesté di Napoli Clara Campi è una giovane attrice diplomata presso l’American Musical and Dramatic Academy di New York, dove ha partecipato a spettacoli teatrali e a numerosi film indipendenti. Dopo cinque anni negli USA è tornata a Milano dedicandosi alla televisione e ai social, trattando in chiave ironica e spietata i temi del femminismo e di una società troppo spesso maschilista. Ha preso parte a Natural Born Comedians su Comedy Central, a Lucignolo su Italia 1, a vari sketch mandati in onda su Italia 2, e collabora con i Pantellas e Paolo Noise ai loro video online. In occasione del suo prossimo spettacolo Non sono femminista ma… al Kestè di Napoli il 19 Gennaio, abbiamo incontrato Clara Campi per fare due chiacchiere e quattro risate. Clara Campi, l’intervista Come ha iniziato Clara Campi a fare stand up comedy? Non c’è stato un momento preciso in cui ho iniziato. Ho cominciato come attrice, ho studiato recitazione a New York e ho anche lavorato come attrice. Mentre ero negli Stati Uniti sono entrata in gruppo di sketch comedy dal nome Nomansland e abbiamo iniziato a frequentare i comedy club in giro per New York, avvicinandomi al genere. Anche se inizialmente sono rimasti tentativi, perché io volevo fare l’attrice. Tornata in Italia, paradossalmente ho iniziato a fare stand up comedy… Cioè in una città come New York, piena di stand up comedy, non l’ho presa molto sul serio, torno in Italia, dove ai tempi la stand up comedy non esisteva e inizio a farla. Ho iniziato facendo i Zelig Lab, comicità un po’ più tradizionale dove però mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Poi nel 2014 mi sono trovata con altri ragazzi che si sentivano come me e lentamente è nato il gruppo Melamercia, formato da me e altri tre comedians: Luca Anselmi, Edoardo Confuorto e Giorgio Magri. Da lì ho iniziato a fare stand up comedy. Chi sono i Melamarcia? Un gruppo di amici? No, inizialmente non conoscevo il resto del gruppo, siamo diventati amici in seguito. Ci siamo trovati perché eravamo tutti degli outsiders. Le realtà come Zelig non facevano per noi, le alternative a Milano erano molto limitate e chiuse, non riuscivamo a trovare un posto dove collocarci nella realtà milanese e quindi eravamo tutti nella situazione di non sapere dove andare. Ci siamo detti «eh vabbé, creiamola noi questa situazione!». E da lì è iniziato. Ti consideri una femminista ma ne parli con molta ironia. Perché quest’approccio? Il movimento femminista ha bisogno di ironia. È la cosa principale che manca nel movimento femminista, c’è un’incapacità di prendere le cose con leggerezza, c’è un’incapacità di autocritica e sopratutto c’è una mancanza di interesse per il divertimento, e secondo me questa è una lacuna molto molto grande che provo a riempire io. Pensa te che presunzione. Io scrivo i miei testi, ma non mi sono seduta a tavolino pensando «adesso scrivo una cosa femminista». È stato qualcosa di organico. È successo perché essendo l’ambiente dello stand up […]

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Food

La 1a edizione del calendario “Un anno da chef” debutta a Pompei

Quest’anno per gli amanti del food ha inizio una nuova tradizione da non perdere. Il calendario Un anno da chef ripropone per ogni mese 12 chef selezionati per esseri distinti nella loro bravura dietro i fornelli. L’idea nasce dal fotografo Gianni Cesariello e dalla dott.ssa Allegra Ammirati e mira a riproporre l’immagine dello chef diversa da quella proposta dai tanti spettacoli televisivi incentrati sulla cucina oppure dall’idea predominante serie e rigida. Sì, perché una delle principali qualità che bisogna possedere per creare dei piatti splendidi è la creatività, il genio culinario e la capacità di saper restare nei canoni per poterli poi rompere con un’idea innovativa. La prima edizione di Un anno da chef debutta nel ristorante Il Principe a Pompei La serata, che ha avuto come cornice il magnifico ristorante Il Principe a Pompei, è stata inaugurata da un’ospite d’eccezione, lo chef Alfonso Iaccarino, Ambasciatore della Dieta Mediterranea, presente anche nel calendario in copertina. Dopo tanti anni di attività nel settore gastronomico, si è lasciato andare in un racconto sulla propria vita, i traguardi e i sogni realizzati e da realizzare ancora, fondendo vita e padelle in un’esperienza, come la sua, che riscopre la vita e la sua essenza proprio in cucina, dietro le quinte. «Per noi la grande cucina si fa nel campo, come i grandi vini in vigna. Il cibo è frutto di cose semplici: amore, passione, onestà, cultura, antropologia, storia. È vita dei popoli. Tanti sono i messaggi e le emozioni che il cibo e la cucina sono in grado di esprimere e di trasmettere. Ho sempre sentito forte dentro di me una grande responsabilità ed è per questa ragione che, mia moglie ed io, nel 1985 cominciammo a seguire la filosofia del biologico, tramite la nostra azienda agricola biologica Le Peracciole.» L’amore in cucina come base per il successo Con questo calendario nel 2019 gli chef fotografati entreranno con ironia nelle case degli italiani, portando con sé il fondamentale monito a divertirsi in cucina, perché le emozioni in un modo misterioso trapelano dai piatti e se non si sorride tra un fornello e un piatto, non serve a nulla cimentarsi nell’impresa. Dodici sono i professionisti fotografati distintisi per la loro bravura nel settore. Lo chef Aniello Abagnale è un “Personal Chef”, entrato a soli 14 anni per la prima volta in una cucina professionale, ha capito pian piano che questo era il suo sogno per poi immergersi in quest’avventura collezionando esperienze in rinomati ristoranti locali ed esteri. La sua passione lo ha portato a partecipare a vari Saloni ed Esposizioni Culinarie per l’Europa, ma anche ai mondiali in Germania, Austria e Svizzera collezionando medaglie dal bronzo all’argento. Lo chef Angelo Borghese, anche lui “Personal Chef”, vanta un lungo curriculum che lo attesta anche in Francia e Svizzera. Le sue creazioni si basano sempre sul rispetto degli ingredienti, prediligendo i prodotti stagionali e locali da reinterpretare ricercando sempre nuove evoluzioni all’interno della propria cucina. Il calendario prosegue mostrando lo chef Ciro Campanile, ” Executive Chef dell’ Elisabetta-Luxury Events”. Conosciuto per aver […]

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Eventi/Mostre/Convegni

La Mater Matuta di Mario Schifano: ricordando l’artista

Ricordando (1998-2018): Mario Schifano. Una mostra, questa presso la Baccaro Art Gallery (via Carmine 66, Pagani, Salerno), visitabile dal 15 dicembre 2018 al 31 gennaio 2019, a cura del presidente della Associazione Culturale “MM18” Davide Caramagna, che esibisce gran parte del ciclo sulla Mater Matuta di Schifano e che si inserisce nel solco delle celebrazioni del ventennale della scomparsa dell’artista Ci si può domandare, a questo punto, perché ricordare Schifano attraverso la Mater Matuta? Mario Schifano e Domenico Tulino: la storia di un ciclo pittorico Il ciclo di Madri di Schifano rappresenta, per così dire, un approdo e un ritorno biografico e artistico, in cui si concretizza la sua maturità pittorica e in cui si possono riconoscere le origini della sua ispirazione, scaturita dall’osservazione dei reperti archeologici di origine etrusca del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia (Roma) per  il quale ha lavorato da giovane. Ma come giunge alla Mater Matuta? Alla metà degli anni ’90 del secolo scorso, l’avvocato Domenico Tulino, con l’intento di raccogliere fondi ed appoggiare concretamente la missione umanitaria ad Asmara della sorella suor Pina Tulino, ha deciso di commissionare a Schifano un ciclo di opere da esibire a New York legate al concetto di maternità. Di qui lo studio e il confronto tra artista e imprenditore, che si indirizzò verso le Matres Matutae serbate presso il Museo Provinciale Campano (Capua) e che si concretizzò nella realizzazione di ventotto opere legate alla Mater (diciotto dipinti e dieci disegni). Si trattò, tuttavia, di un progetto che rimase in compiuto a causa della prematura scomparsa di Domenico Tulino, prima, e di Mario Schifano, poi, ma che la MM18 ha ripreso allo scopo di proseguirne il cammino. Ma cosa significa, per Schifano, la Mater Matuta? Mario Schifano e la Mater Matuta In occasione della recentissima presentazione dell’esposizione anch’essa celebrativa del ventennale della scomparsa dell’artista, Etruschifano. Mario Schifano a Villa Giulia: un ritorno (Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, 13 dicembre 2018 – 10 marzo 2019) coordinato dal Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento e promosso dallo stesso museo di Villa Giulia, cui la MM18 ha messo a disposizione cinque delle Madri di Schifano, suor Pina pronunciò delle parole che sembrano essere cruciali per comprendere il senso dell’ispirazione dell’artista: «mio fratello [Domenico Tulino] voleva che Schifano raffigurasse la maternità africana». Maternità africana: un concetto che l’artista, attraverso il suo percorso di studio, ricerca, suggestioni e ricordi è andato intrecciando con l’esperienza di un viaggio ad Asmara, dove la Congregazione del Buon Samaritano (fondata da suor Pina) dona, ad oggi, aiuto agli ultimi, in particolare ai bambini in difficoltà attraverso opere umanitarie; un concetto che si lega indissolubilmente alle tufacee sculture capuane, declinate secondo la personale sensibilità. I dipinti, se coerentemente affiancati l’un l’altro, restituiscono un percorso che parte dalla notte per arrivare al mattino, secondo il significato immediato della Madre del Mattino; un cammino della luce che si evince dal passaggio dello sfondo dal notturno profondo al dorato. Inoltre, i dipinti si legano profondamente alle Matutae di Capua, in […]

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Food

Trattoria a Chiaia, dal cuore di Napoli a Caserta

Trattoria a Chiaia, storico locale di Napoli, ha aperto nel cuore di Caserta. Gustose pizze e primi piatti tradizionali a firma del celebre pizzaiolo Angelo Ranieri. È possibile gustare una pizza a’ rot’ ‘e carrett’  lontano da Napoli? La Trattoria a Chiaia, inaugurata a Caserta, in via G. M. Bosco 64, venerdì 14 dicembre, con un evento riservato alla stampa, ha tutte le carte in regola per soddisfare il palato dei più tradizionalisti. Il proprietario Angelo Ranieri – Campione del Mondo del Trofeo Caputo 2017 per La migliore pizza di stagione – ha infatti deciso di riproporre l’omonimo ristorante gestito a Napoli, a Vico Vetriera 13, affidandosi alla esperienza della famiglia Tutino, che da ben quattro generazioni è impegnata con l’arte bianca. Il menù della Trattoria a Chiaia: fra tradizione e innovazione Il menù offerto da Ranieri rivendica l’arte culinaria partenopea non soltanto attraverso lo storico disco di pasta, ma anche con piatti tipici della tradizione, elaborati utilizzando eccellenti materie prime, scelte con cura e nel rispetto della stagionalità. Inoltre, il locale ricorda una vera e propria dimora napoletana: un ambiente accogliente e una cucina a vista permettono ai commensali di fare un tuffo nel passato, ricordando ad esempio l’usanza di spezzare gli ziti a mano. La serata si è aperta con la degustazione di due delle pizze più interessanti del menù: per prima è stata presentata Mammà, con ragù, polpettine e cornicione ripieno di ricotta e polpettine. Si è passati poi all’assaggio della Mandorlata, farcita con pomodori del Piennolo, fiordilatte di Agerola, alici di Cetara e sbriciolata di mandorle. Un plauso va all’impasto, che non bada a fronzoli moderni e che non forza la lievitazione oltre le ventiquattro ore: ne deriva una pizza popolare, altamente digeribile che, per dimensioni, è più grande del piatto che la contiene. La cena degustazione è continuata con gli ziti spezzati alla Genovese, vero must della cucina napoletana che, come lo stesso proprietario ha confidato, comportano una lavorazione di otto lunghe ore. A seguire, la trattoria ha proposto, come secondo piatto, del baccalà in tre consistenze: mantecato, fritto e in cassuola. La Castagnata, dolce che ricorda la classica pastiera e che è realizzato con le pregiate castagne di Roccamonfina, ha concluso alla perfezione la serata. Alla luce della qualità e della ricercatezza dei prodotti, della accogliente location e della efficacia del personale, non possiamo che consigliarvi di vivere questa piacevole esperienza presso la Trattoria a Chiaia.

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