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Eroica Fenice

La Tag: Eventi in Campania contiene 135 articoli

Eventi/Mostre/Convegni

Donne di camorra nel nuovo libro di Maria Pia Selvaggio

Le donne irrompono sulla scena letteraria telesina togliendo il velo dell’ignoranza dei molti e accendendo un dibattito su uno degli aspetti più peculiari della camorra: il suo volto femminile. Questo l’argomento, complesso, intrigante, inedito dell’ultima opera letteraria di Maria Pia Selvaggio, “Le Padrone di casa” (Edizioni 2000diciassette), presentata sabato 24 marzo nella Sala Goccioloni delle Terme di Telese (BN), alle ore 18,00, con il patrocinio morale del Comune di Telese Terme e un parterre d’eccezione, che ha incluso il Sindaco della città, Pasquale Carofano; il Consigliere delegato alla Cultura, Giovanni Liverini; l’Assessore con delega alle Pari Opportunità, Filomena Di Mezza; Lucia Minauro, Magistrato, Consigliere presso Corte d’Appello di Napoli; Giovanna Salerno, dirigente Digos della Questura di Benevento; Alessandro Puel, Comandante Provinciale dei Carabinieri di Benevento. La voce, ammaliante, del mezzosoprano Cira Scoppa, accompagnata al violino da Mariarosaria Improta, e le letture drammaturgiche ed energiche di Esther Riccio hanno concorso a rendere ancora più ricca la serata. Dopo la visione del trailer promozionale, ad opera di Gaia Studio – di Gennaro Sebastianelli – che racconta in maniera immediata il senso del romanzo il quale unisce cronaca e fantasia, e i saluti istituzionali, si è entrati nel vivo del dibattito, moderato dalla giornalista Maria Grazia Porceddu, sviscerando l’opera nella sua doppia prospettiva, narrativa e sociale. Le padrone di casa di Maria Pia Selvaggio: femmine di rispetto Il romanzo si apre con un omicidio, caso giudiziario realmente accaduto, che fa da premessa all’intreccio perché impulso narrativo del racconto e marchio inequivocabile del milieu entro cui si svolge la vicenda. In una sera di novembre viene ucciso un boss e per una decina di anni gli inquirenti non trovano il filo che lega l’omicidio alla camorra. Non essendoci eredi, infatti, gli “affari di famiglia” erano passati sotto il controllo delle quattro sorelle del boss, le “padrone di casa”. Donne ricche, laureate, che innestano le loro attività e l’educazione ricevuta e lo fanno ferocemente, con un’attenzione e una spietatezza che lascia sbigottiti. Ma il libro va oltre. Maria Pia Selvaggio entra nell’animo delle sue protagoniste, saggiandole e attraversandole nelle loro debolezze. Ne risulta un quadro imprevisto, con donne sensibili che vogliono essere belle, che non desiderano sfiorire, che vogliono amare e essere amate e che si preoccupano di vanità come vene varicose, evidenziando quella diversità di genere con l’universo maschile che esiste ed è innegabile. Questo romanzo rappresenta un crescendo narrativo per la scrittrice, che su nove libri all’attivo, sceglie di incentrarne cinque su figure femminili particolarmente forti, controverse e discutibili sotto diversi aspetti, fino ad arrivare alle feroci padrone di casa di quest’ultimo lavoro. Un eloquio seducente per una realtà spietata Con l’intervento dell’avvocato Di Mezza, scopriamo che la camorra da tempo conosce le cosiddette “femmine di rispetto”, perché ha un sistema organizzativo orizzontale che consente un avvicendamento, una successione non formalizzata tra capi e che può prevedere, se necessario, anche leaders femminili, talvolta più determinati e più efferati dei maschi e che, contrariamente agli uomini, non si pentono mai. Da qui la considerazione che, […]

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La comicità surreale di Nino Frassica al Festival del Mann

Nel calderone degli artisti, cantanti e attori che si avvicendano nella prestigiosa rassegna di eventi promossa nel Festival del Mann, è presente anche  il poliedrico attore e comico  Nino Frassica.  Nel corso della presentazione dell’ultimo libro di Frassica “Sani Gesualdi Superstar”, svoltasi il 23 marzo scorso nella sala Toro Farnese, il comico messinese risponde alle domande dell’intervistatrice Annapaola Merone con la solita sagace ironia, raccontando storie legate alla sua carriera e alla sua vita. Nino Frassica: artista a tutto tondo Nino Frassica  è non solo  antesignano del genere comico surreale, ma soprattutto uno showman multitasking. L’artista messinese è uno stakanovista che si divide tra fiction, televisione, teatro, cinema e radio. Riscuote, da anni, molto successo  il ruolo del goffo maresciallo Nino Cecchini in Don Matteo, una delle serie tv più amate dagli italiani, giunta alla sua undicesima stagione. Non solo fiction per Nino, che si ritaglia  uno spazio nel programma di Fabio Fazio ” Che tempo che fa”, in cui sciorina comicità nei panni del vicedirettore del novennale “Novella Bella”. Ma oltre ad essere attore e comico, è anche conduttore radiofonico sulle frequenze di Radio2, dove presenta ” Il programmone” in onda il sabato e la domenica alle 13,45  da circa tre anni.  La radio, come lo stesso Frassica ammette, è il mezzo con cui riesce ad esprimersi meglio, dove non ci sono limiti e  dove può dar libero sfogo ai suoi “monumenti umani” . Negli ultimi anni si moltiplicano le sue apparizioni in molti film al fianco di registi quali: Paolo Genovese, Sofia Coppola, Giuseppe Tornatore, Ficarra e Picone e Maccio Capatonda. Nino Frassica: da”Quelli della notte” a “Sani Gesualdi superstar” Il successo di Nino Frassica si lega strettamente alla proficua collaborazione con Renzo Arbore, e dal trionfo dei personaggi portati nelle trasmissioni rivoluzionarie della metà degli anni ottanta: ” Quelli della notte “( 1985) ed “Indietro Tutta!”( 1987). Come Frassica dichiara durante l’intervista: «Prima di “Quelli della notte” la comicità era tutta preparata in televisione. Si raccontavano barzellette per lo più, tutto era impostato. Quando Arbore mi scelse per il suo programma, mi disse che “sembravo napoletano” per il mio senso dell’humor. Fui, ovviamente, contento del complimento». La comicità surreale di frate Antonino da Scasazza,  il celebre personaggio creato da Frassica e protagonista del suo libro, è il divulgatore di strampalati “nanetti” (aneddoti) edificanti del santo Sani Gesualdi che «nabbe nel 1111 e morve nel 1777». Frate Antonino riesce a farci ridere attraverso giochi di parole ed improvvisi cambi di stile, che rendono il religioso una vera e propria maschera grottesca. La comicità surreale di Nino Frassica resiste nel tempo I personaggi come frate Antonino o  il “bravo presentatore” sono maschere che rappresentano personaggi esasperati nell’essenza, su cui la gente può ridere  anche a distanza di anni. Su questo tasto Nino Frassica è chiaro, quando dichiara: «La comicità surreale, la farsa, la commedia sono immortali perché non legate all’attualità, a differenza della satira sociale o politica, che è quotidiana e legata al momento. Se si legge una vignetta satirica  […]

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Di Amore e di Rabbia di Gioconda Fappiano alla Rocca dei Rettori

Di Amore e di Rabbia, ultimo libro di Gioconda Fappiano, è una raccolta di poesie, edita da Teleion – Musica e cultura, presentata venerdi 23 marzo, alle 17.30, alla Rocca dei Rettori (BN). L’iniziativa, promossa dall’ Associazione Culture e Letture in collaborazione con Leggere per Leggere – Lettori Itineranti e con il patrocinio della Provincia di Benevento, ha visto partecipare la Fappiano, Annalisa Angelone, giornalista Rai e Giuseppe Castrillo, autore della postfazione. La serata ha previsto la lettura di alcune poesie, tra cui Ventisei clandestine, La lupa, 10 Agosto a cura di Alda Parrella, per la versione in italiano e di Rosamaria Ricci, per quella in inglese, gli interventi musicali a cura della Teleion Ensemble Concerti, con il Maestro Antonio Bellone (pianista e musicologo) e il Maestro Pellegrino Armellino (fagottista e concertista), che hanno incantato il pubblico con brani di Satie (Gymnopédie), Débussy e Ravel (Preludio), Bellone (Preludio e Opera 2 num.4) e Piazzolla (Oblivion). La giornalista Elide Apice, vicepresidente dell’Associazione, apre la presentazione, raccontandoci coma il libro raccolga le impressioni dell’autrice e sia diviso in due parti: la prima, più corposa, dettata dall’amore “con la sua malinconia che sa di violenza e d’abbandoni” e la seconda, in rima, dedicata alla rabbia con “invettive dirette contro i vizi capitali vecchi e nuovi della storia umana”. Amore che permea la vita delle persone nell’arco della loro esistenza e rabbia che costituisce l’altra faccia della medaglia, dunque! Riporta, inoltre, un segmento della prefazione del libro, ad opera di Giovanni Lavia, secondo cui «i componimenti rispondono a diversi fattori d’attenzione: sensibilità, psiche, emozioni, spirito, utilizzando tutti gli strumenti atti a fare poesie” e permettendo all’autrice di “concedersi momenti di vertiginoso lirismo o di fredda analisi». Di Amore e di Rabbia: un pendolo tra classicismo e modernità Prende la parola Giuseppe Castrillo, per il quale l’opera della Fappiano oscilla tra classicismo, rimandando al lirismo greco, a Mimnermo, Saffo e passando per Montale con i suoi Xenia, che nell’antica Grecia erano i doni offerti all’ospite e modernità, recuperata attraverso testi della musica cantata, che si esprime non come «citazione incastonata di versi, ma come richiami, ritorni di parole e di espressioni di canzoni a cui siamo legati, che fanno parte di un patrimonio linguistico niente affatto scadente, ma piuttosto eredità dei poeti cantori del secolo trascorso, che ritornano alla mente nel momento in cui si scrive». Particolare valore acquista la poesia “Ventisei Clandestine”, nel cui ultimo rigo si ritrova un riferimento all’ “uomo che è il suo dolore, l’insieme delle traversie che porta con sé” e che, in questo senso, dà valore al titolo della sezione “d’amore”, chiudendo il cerchio, perché, nell’accettazione dell’Altro come Persona, si ha quel “frammento di amore, che è amore verso la totalità, nella circolarità dell’esistenza umana”. Annalisa Angelone conosce l’autrice dai tempi dell’università e ci parla di una Gioconda Fappiano che «stupisce e sorprende e che in tutti i suoi scritti garantisce rigore e altissima qualità». La parola della Fappiano è parola di coraggio, di bellezza, di amore e di verità. […]

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Mostra Archè alla Galleria d’Arte Serio: intervista a Paola De Rosa

Dal 22 febbraio al 2 marzo è visitabile, alla Galleria d’Arte Serio di Napoli a via Oberdan, la Mostra Archè: dipinti e disegni d’architettura dell’architetto Paola De Rosa e curata da Danilo Russo. Eroica Fenice ha intervistato  l’artista autrice della Mostra Archè esposta nella Galleria d’Arte Serio  Gentile architetto, vuol parlarci del suo percorso artistico e professionale? È un percorso apparentemente tortuoso. Ho scelto la pittura all’età di dieci anni. Ho fatto gli studi artistici ma, a 18 anni, ho capito che mancava qualcosa, o meglio, che c’era una mano ma non una testa in grado di rispondere a una “semplice” domanda: cosa dipingere? Non “come dipingere”, ma “cosa dipingere”. Questa sospensione dolorosa la riversai nell’architettura. Mi iscrissi alla facoltà di architettura non dimenticando mai di essere una pittrice. Oggi osservo che, mentre stavo studiando, stavo anche rispondendo. Senza saperlo, nei miei “disegni tecnici” scrivevo la risposta. Ho svolto la professione di architetto, prediligendo soprattutto il cantiere. Ho aspettato che la mano e la testa si ritrovassero e ho ripreso a dipingere. Era più o meno il 2008. Cosa dipingere? Il vero dal vero. Un gioco di parole per esprimere due concetti fondamentali: il cosa, che coincide con il tema religioso, cioè il Vero, e il come, che coincide con gli oggetti quotidiani con cui opero dal vero. Ho cominciato, così, a costruire le mie prime nature morte. Per la costruzione di questi dipinti, è stato decisivo l’utilizzo di un quotidiano – L’Osservatore Romano – prezioso nel suggerirmi contenuti e immagini e fondamento dello spazio compositivo che andavo costruendo. Ho proseguito, poi, per cicli pittorici immaginando sempre ogni singola opera come una natura morta allegorica. In questi cicli, l’utilizzo del quotidiano ha perso, via via, la sua funzione originaria per trasformarsi sempre più in una griglia geometrica. Archè: di cosa ci “parlano” le opere esposte nella sua mostra ?  Quali i messaggi sottesi dietro ogni creazione? Archè, nella volontà del curatore Danilo Russo, propone una raccolta di lavori che copre temporalmente gran parte della mia produzione pittorica, ponendo l’attenzione su tutto il processo che accompagna la realizzazione dei dipinti: disegni preparatori e acquerelli. Tutto il materiale “parla” di una ricerca spaziale dove porre gli “oggetti trovati” che sono, spesso, torsoli di mela modellati con il coltello, ossi del macello, libri, frasi, immagini. Ribadisco che il tema religioso non è il fine delle mie opere, il messaggio sotteso, ma è la spinta creativa: si parte dal titolo, si entra nella spazio del dipinto, si interrogano i suoi oggetti e si può  terminare il viaggio con l’osservare una semplice natura morta, con le sue forme i suoi colori le sue geometrie. L’uso della forma, del colore, della linea, del linguaggio e degli strumenti dell’arte e dell’architettura: come si presenta Archè? I dipinti in mostra sono realizzati in modo “artigianale”: su una tela applicata ad un telaio interinale stendo una preparazione a base di gesso e colla di coniglio – come si usava nel ‘400 – sulla quale dipingo utilizzando terre e pigmenti da me macinati. […]

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Interviste

Un angelo tra le stelle: intervista a Claudio Zanfagna

Il 31 gennaio si è tenuta, presso il Circolo Nautico di Posillipo, la presentazione alla stampa della IV edizione della cena di solidarietà Un angelo tra le stelle, organizzata dall’Associazione Progetto Abbracci Onlus e in collaborazione con l’Associazione Si può dare di più Onlus. Il tutto inerente al progetto La Casa dei Mestieri, un progetto che mira ad avvicinare al mondo del lavoro i ragazzi affetti da disabilità cognitive. Eroica Fenice ha intervistato uno dei soci fondatori dell’Associazione Progetto Abbracci Onlus, Claudio Zanfagna. Un angelo tra le stelle Lei è uno dei fondatori dell’Associazione Progetto Abbracci Onlus: vuole spiegarci di cosa si occupa? Come è documentato sul sito (progettoabbracci.org) io sono socio fondatore assieme a mio figlio, mia moglie ed ai migliori amici di mio figlio Andrea, al quale è dedicata l’Associazione Progetto Abbracci Onlus. Attualmente ne sono anche il presidente. Da quattro anni ci occupiamo dei più deboli, di chi vive ai margini della società sia in Italia che in Africa sostenendo progetti concreti. Quali sono i progetti a cui si è dedicata l’Associazione e quelli in corso? I progetti realizzati sono tantissimi e sono tutti visibili sul sito e sul profilo Facebook di Progetto Abbracci Onlus. Con la prima edizione di un Angelo tra le Stelle abbiamo donato una medicheria al reparto di oncologia pediatrica del Sun, con i fondi raccolti durante la seconda edizione abbiamo fornito una medicheria al reparto di pediatria diretta dal prof Paolo Siani al Santobono e con la terza una yurta (tenda mongola), per ospitare il punto di lettura per i bambini figli dei detenuti del carcere di Nisida. Inoltre abbiamo donato holter portatili ai Prof. Paolo Siani e Rodolfo Paladini del Santobono e una cucina ed un refettorio per l’ospitalità agli homeless presso la parrocchia di San Gennaro in via Bernini: la struttura funziona regolarmente tutti i sabato. E poi abbiamo donato strumenti all’orchestra dei bambini dei Quartieri Spagnoli. Insieme ai progetti che portiamo avanti a Napoli, il nostro impegno è forte anche in Africa dove abbiamo costruito tre scuole e quattro pozzi d’acqua in Tanzania, regolarmente completati e da me e mia moglie personalmente inaugurati. Sono appena iniziati i lavori della quarta scuola e, a breve, realizzeremo il quinto pozzo. Ci parla dell’iniziativa di Un angelo tra le stelle e del progetto La casa dei Mestieri? L’angelo ovviamente è mio figlio Andrea, che purtroppo è volato in cielo nel maggio 2014 a seguito di un incidente stradale in Grecia. Le stelle sono i cuochi, che da anni si prestano in maniera assolutamente gratuita per aiutarci a realizzare i progetti dell’associazione. Quest’anno, ad esempio, doneremo un forno a legna ed un bancone professionale ai ragazzi con disabilità cognitive, attualmente ospiti dei padri Dehoniani a Marechiaro. I ragazzi sono seguiti da uno staff di medici e di insegnanti professionisti, che li sostengono e li avviano concretamente ad un mestiere, consentendo a questi giovani uomini e donne di non essere più invisibili ed emarginati e prospettando loro un inserimento nel mondo del lavoro. Noi ci impegneremo per […]

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“Pino Daniele”: il libro di Jacopo Ottenga Barattucci che riscopre Pino a partire dal sentimento

Il 13 gennaio la nota “Libreria Raffaello” a Napoli ha ospitato la presentazione del libro “Pino Daniele. Dove tutto ha senso c’è sentimento” di Jacopo Ottenga Barattucci, edito dalla casa editrice partenopea Kairós Edizioni. Il libro è il risultato degli studi dell’autore, classe 1993, in “Linguaggi della musica, dei media e dello spettacolo” e delle conoscenze musicali acquisite con il diploma in pianoforte ottenuto al Conservatorio di Pescara. Autore di racconti e collaboratore con testate giornalistiche online, Jacopo ha dato fondo a tutta la sua passione nella stesura del libro ed ha così travolto col suo entusiasmo quanti hanno avuto modo di leggerlo in anteprima. Gli interventi durante la presentazione di Jacopo Ottenga Barattucci  Desta meraviglia il beneplacito di Gino Giglio, percussionista e amico di Pino Daniele, compagno di classe di quella famosa 5C, e uno dei pochi ad aver veramente conosciuto Pino, l’uomo e non solo l’artista. Nella prefazione scrive : «In questo libro […] l’autore descrive, con attenta analisi, le ispirazioni che hanno condotto il cantautore napoletano alla stesura dei suoi brani. Con ammirevole profondità d’animo, Jacopo Ottenga Barattucci coglie l’esatto senso poetico di alcuni capolavo­ri di Daniele, che io, essendo stato suo vecchio amico, ho condiviso in pieno».   Parole lodevoli che ha pronunciato anche dinnanzi alla platea riunita per la presentazione del libro. Lieto di appoggiare il giovane capace di cogliere il sentimento che ha ispirato il cantante a scrivere le sue canzoni, si è lasciato andare anche in simpatiche confessioni ed aneddoti che ritraggono un Pino ancora giovane, dagli occhi pieni di sogni e ignaro dell’impatto che avrebbe poi avuto nel mondo della musica italiana. Alla presentazione, moderata dal giornalista Giuseppe Giorgio, ha presieduto anche Rosario Jermano, musicista e collega di vecchia data di Pino Daniele. Il suo apporto all’incontro si è incentrato maggiormente sugli aspetti tecnici della loro collaborazione e, tra vari aneddoti ambientati in studi di registrazione e risalenti alle prime tracce, ha delineato il profilo del Pino artista, ormai consapevole della strada che stava percorrendo. Gli interventi dei due musicisti hanno, quindi, raccontato Pino Daniele sia come uomo che come artista, esattamente come Jacopo Ottenga Barattucci si era ripromesso di fare con il suo libro, e a quanto pare riuscendoci. “Pino Daniele” non è una biografia né una discografia, ma un’analisi a tutto tondo del cantante, ripercorrendo il suo percorso artistico e il sentimento che lo ha guidato passo dopo passo nelle sue produzioni. Dopo una prima parte in cui viene raccontata a grandi linee la carriera del cantautore, Jacopo si sofferma sulle canzoni raggruppandole per temi. Ne risulta che il filo conduttore è il sentimento, capace di riunire le inevitabili contraddizioni dell’animo di Pino: l’amore e l’odio per la sua terra natale, i diversi sguardi destinati alla figura femminile, l’oscillazione tra appocundria e alleria. È stato un piacevole incontro dai toni pacati e sereni, che per un attimo ha fatto rivivere Pino Daniele. Una chiacchierata sincera e appassionata, che ha spazzato via le tante e vuote parole snocciolate alla morte dell’ amato cantante partenopeo, e ha ricollocato sotto la giusta luce […]

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Mostra Cosmogonie alla Fondazione Plart : intervista a Mario Coppola

Cosmogonie è una mostra allestita nelle sale della Fondazione Plart di Napoli. La mostra, visitabile fino al 22 dicembre, è la prima personale dell’architetto Mario Coppola, e a cura di Angela Tecce, direttrice della Fondazione Real Sito di Carditello. Mario Coppola, architetto e professore di Composizione Architettonica presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, ha inaugurato la sua mostra il 14 ottobre. Cosmogonie alla Fondazione Plart: intervista all’artista e architetto Mario Coppola Architetto Coppola, ci parli di lei e della sua mostra. La sua Cosmogonie sembra voler mescolare nell’intenzione, in una spirale armonica, tradizione e modernità. Una cosa che posso dire di me è che, seppure abbia lavorato tanto per conquistarla, non amo l’etichetta di architetto. Non l’ho mai amata, né mi sono mai sentito un architetto nel senso stringente del termine: l’architettura per me è solo una delle naturali espressioni della creatività plastica, della composizione intesa nell’accezione barocca con cui Deleuze unificava tutte le arti, dalla pittura fino all’urbanistica. Venendo alla mostra, Cosmogonie lavora sull’icona di Apollo e Dafne e, più in generale, sul senso tradizionale della scultura, da una prospettiva radicalmente diversa da quella comune, un paradigma culturale diverso da quello della tradizione occidentale e persino da quello della modernità, intesa da Argan come proseguimento e restaurazione dei valori classici. Cosmogonie: la traduzione dal greco ci riporta alla nascita del Cosmo, e per estensione alle teorie scientifiche dietro la nascita dell’Universo. Qual è il percorso che accompagna il visitatore lungo la sua mostra? Un percorso fatto di suggestioni visive e tattili, che per molti versi richiama un percorso naturalistico. Come se, visitando la mostra, ci si addentrasse in una foresta: da qui il video sullo sfondo, nel quale si fondono una foresta e le stringhe dei codici informatici di Matrix. Una delle possibili chiavi di lettura è quella relativa alla comunanza di origine, e quindi di destino, che lega tutte le cose del mondo. La mostra Cosmogonie che presenta al Plart sembra essere frutto della fusione fra progettazione, architettura e ambiente. In quali termini si esplica e verso quali orizzonti si rivolge la sua concezione d’arte? La mia, come dicevo, è una concezione barocca dell’arte: come scriveva Deleuze, nel Barocco la pittura sconfina nella scultura, questa nell’architettura e l’architettura nella città. Non mi piace concentrarmi sulle differenze, sulle barriere tra le discipline che, di fatto, hanno tutte a che fare con i sensi, con il corpo, con la percezione visiva e tattile. Uno spazio architettonico, in fondo, non agisce sui sensi come una scultura al rovescio? Le opere di Cosmogonie sono il frutto di una ricerca unitaria che, di volta in volta, si concentra sullo spazio o su elementi nello spazio. L’orizzonte culturale, però, è sempre lo stesso, è la mia visione del mondo, e ha a che fare con uno strenuo tentativo di stimolare una riflessione circa l’apparente separazione – a cui siamo abituati dalla nascita – tra il mondo degli uomini, l’ambiente antropico in gergo tecnico, e quello del resto del mondo. Fra le opere […]

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Immaginario: la mostra di Gennaro Vallifuoco al PAN

Il PAN (Palazzo delle Arti di Napoli) apre le porte alla mostra Immaginario di Gennaro Vallifuoco (dal giorno 11 novembre al 3 dicembre 2017), evento volto a celebrare la fertile collaborazione tra Roberto De Simone e l’artista avellinese Gennaro Vallifuoco, illustratore di numerosi lavori del grande fondatore della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Un sodalizio che vede prodotto un proficuo dialogo tra musica e pittura, in cui la tradizione letteraria e musicale viene sviscerata dalle assidue ricerche di De Simone e ritrova attraverso una rinnovata forma di espressione attraverso i brillanti colori e le chine di Vallifuoco. Gennaro Vallifuoco per De Simone: un “immaginario” popolare tra il sacro e il profano Già dal titolo proposto per la mostra, Immaginario, è possibile comprendere il taglio personale che caratterizza i dipinti e le illustrazioni esposte. Si tratta di un ventaglio di ispirazioni che non si ferma al singolo soggetto rappresentato. Ogni dipinto si inanella con altri limitrofi inscrivendosi in un mondo pittorico, un “immaginario”, per cui Gennaro Vallifuoco tende a superare ed ampliare l’esperienza artistica individuale. Si definisce in questo modo una pittura, per sua stessa natura, priva di artefatti intellettualismi in favore di una spontanea ispirazione fanciullesca. A questo punto sorge spontanea una domanda: in quale terreno affondano le radici del mondo pittorico di Gennaro Vallifuoco? Una domanda lecita, alla quale va necessariamente anteposto un breve premessa di stampo biografico. Nel 1990 Vallifuoco si diploma in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze con una tesi su Roberto De Simone, il quale affida al giovane avellinese la ricerca, in territorio campano, di favole popolari. Da questa esperienza nascono le illustrazioni per libro curato da Roberto De Simone Fiabe campane (Einaudi, 1994) in cui Vallifuoco coniuga il folclore contadino della campagna campana con l’iconografia tradizionale relativa alle carte da gioco napoletane. Oltre la vibrante colorazione tipica dell’artista,  si vede come Vallifuoco inoltre sembri  unire un immaginario classico e addirittura mitico con un’immaginazione sacra, il tutto inscritto in un contesto popolare, folcloristico e, se si vuole, anche tendenziosamente realistico. Ecco allora, nell’ambito delle Fiabe campane, una Donna di Denari sorgere dalle acque come una Venere botticelliana, o ancora un drago giacere sconfitto ai piedi di Re di Spade o di un Fante di Spade che in fattezze angeliche cavalca sul demonio languente. Fatte queste premesse è possibile rispondere alla domanda prima postulata: una fitta rete di significati si legge nei dipinti, come le disseminate presenze angeliche (simboli di una cristianità popolare) o gli animali domestici e da pascolo (simboli di un mondo pastorale e contadino), a cui fanno sfondo le campagne campane filtrate da un immaginario che sa intrecciare tradizione popolare, sacra e profana. L’intreccio di questi mondi trova dunque terreno fertile nell’ispirazione spontanea di Vallifuoco nel cui immaginario sembrano prendere vita valori e ideale che è possibile arricchire dall’esperienza di chi è in grado di ammirare ed apprezzare le sue opere. Altro capolavoro nato dal sodalizio di Vallifuoco e De Simone è un lavoro su Il Pentamerone di Giovan Battista Basile, riscritto […]

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San Giovanni a Carbonara: una “galleria” artistica

Accedere nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara, sita presso l’omonima via di Napoli, è come entrare in una “galleria temporale”. Essa, infatti, è stata costruita, ampliata ed arricchita in un ampio ventaglio di anni che va dal XIV al XVIII secolo, grazie all’opera di architetti e artisti, ed al contributo di committenza di famiglie facoltose che desideravano prestigiose sepolture, al fine di imprimere i loro nomi nel marmo secolare e assicurarsi un posto fra gli annali della Storia. Le numerose ed inestimabili opere, soprattutto architettoniche e pittoriche, i loro legami con il contesto culturale napoletano e italiano in generale, nonché quelli instauratisi tra i vari filoni artistici, sono stati portati in superficie dalle parole di Maria Girardo, presidentessa di Megaride Art, associazione nata per far conoscere al grande pubblico i tesori artistici napoletani e sensibilizzare gli animi verso il proprio patrimonio culturale. Maria Girardo, con perizia e passione, ha così illustrato le numerose particolarità che marmi e affreschi celano dietro il filtro del senso visivo. La Chiesa di San Giovanni a Carbonara: un crogiolo artistico napoletano La Chiesa di San Giovanni a Carbonara, nella sua struttura architettonica, si presenta come un crogiuolo di stili che vanno dal gotico al barocco, con le sue tensioni scultoree, nonché all’artificiosità formale (in particolare nelle sculture) tipiche del barocco. I lavori di costruzione incominciarono nella prima metà del XIV secolo, e la chiesa fu costruita in maniera adiacente a un convento di frati agostiniani, ai quali sono peraltro tributati tra i più begli affreschi ivi presenti. Per comprendere, inoltre, quanto la struttura sia stata modificata del corso del tempo, si pensi a come ad oggi sia possibile accedere attraverso un’ entrata diversa, laterale rispetto a quella originale, dovuta alla costruzione della Cappella Somma, edificata da Annibale Caccavello intorno la metà del Cinquecento. La potenza evocativa e sacrale della struttura si basa sulla presenza del grande monumento di Ladislao di Durazzo (1376-1414) che si imponeva alla vista degli antichi fedeli come un’opera volta a testimoniare la grandezza del suo potere in vita. Il sepolcro, costruito tra il 1414 e il 1428 su più livelli nella zona absidale, contiene numerosi elementi, come il pinnacoli tendenti dalla sfera terrena a quella celeste, gli archi trilobati e gli angeli scolpiti sulla scia di Tino da Camaino durante il soggiorno napoletano, al quale si devono anche i sotterranei della Certosa di San Martino; ad essi si affianca inoltre un’impostazione classica della scultura delle statue, tra le quali spiccano le virtù teologali poste alla base della “macchina architettonica”, così come l’ha definita Maria Girardo, e le raffigurazioni di Ladislao di Durazzo e Ludovico da Tolosa che ne benedice il sarcofago. Attraversando poi la zona absidale è possibile giungere alla Cappella Caracciolo del Sole in cui si erge il sepolcro del discusso Ser Gianni Caracciolo (1350-1432), amante della regina Giovanna II di Napoli, la quale forse fu la mandante del suo omicidio a causa di intrighi di palazzo. La Cappella oltre ad accogliere il monumento, attribuito ad Andrea Guardi, è anche riccamente e superbamente affrescata […]

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Teatro

El Romancero de Lazarillo e la transcultura tra passato e futuro

Un palco allestito sotto le stelle, un teatro all’aperto inscritto in un’atmosfera paesana in cui sorprendentemente si respira una festosa pluralità culturale, quella degli stand gastronomici di Intrecci, il Festival della cucina mediterranea, che offre la possibilità di degustare abitudini culinarie e tradizioni con cui vari popoli imbandiscono le loro tavole, devolvendo l’intero guadagno all’Associazione SOS Sostenitori Ospedale Santobono. È questo lo squisito scenario in cui, a Città della Scienza, ha avuto luogo lo spettacolo teatrale El Romancero de Lazarillo il 30 settembre 2017, curato dall’Associazione Teatrale Aisthesis e messo in scena dalla rassegna teatrale itinerante I viaggi di Capitan Matamoros. Una rivisitazione modernissima  e un tripudio di esperienze culturali Tutta l’energia di questo banchetto interculturale sembra fatalmente assorbita da Luca Gatta, protagonista indiscusso della scena; e non soltanto perché è l’unico personaggio a librarsi sul palco assumendo voci, facce, ruoli e comportamenti sempre nuovi, ma soprattutto per il connubio tra naturalezza e tragicità che riesce a realizzare con la propria performance. Prende possesso del palco con un’originalissima rivisitazione del cinquecentesco Lazarillo de Tormes, primo romanzo della tradizione occidentale moderna, che verte sulle vicissitudini del servo Lazarillo, che si racconta e si vive mentre vagabonda in cerca di fortuna per la Spagna. Dando prova di un’eccelsa padronanza linguistica ed esibendosi in capriole, giravolte e acrobazie varie (indice di notevoli abilità ginniche) sbandiera a tutti come il vero teatro sia sodalizio tra mente e corpo. Con grande eclettismo Luca Gatta frammenta il proprio io per essere voce di tutte le peripezie a cui il servo Lazarillo si deve sottoporre per ascendere alla dimensione borghese. Le sue disgrazie, il suo tormentato girovagare, il suo vendersi a padroni diversi (portando sulla scena molti topoi medievali) confluiscono in un’esibizione strabiliante, condotta nella totale assenza di quinte. L’attore si identifica in un giullare dal piglio drammatico e inquieto, con una tragicità sempre rispettosa del carattere narrativo dell’opera. Un trionfale ritorno alla commedia dell’arte che disseppellisce il gusto medievale, con quella particolare trasposizione del testo dalla prosa alle ottave. Un linguaggio ibrido, ponte tra modernità e antichità, che aiuta lo spettatore a calarsi nel passato inscenato ma con i piedi ben piantati nel proprio presente. Una commedia che, fedelissima al progresso e alla molteplicità culturale, resuscita la tradizione del romanzo e l’atmosfera medievale. L’attore veste i panni di un impeccabile cantastorie, in un sortilegio quasi inquietante, che lo fa rimanere Lazarillo per tutta la durante dello spettacolo ma lo trasforma anche in tutti i personaggi in cui egli si imbatte. Con pochi oggetti di scena e il suo retroscena culturale, l’esibizione vuole ricongiungere alle origini del teatro. A tu per tu con il protagonista de El Romancero de Lazarillo Alla fine dello spettacolo ho raggiunto la star della sera per congratularmi della sua notevole capacità di immedesimazione. Luca Gatta si dimostra piacevolissimo e professionale anche di persona. “Ho fatto quello che ha fatto Gauguin, che alla fine della sua vita ha ricominciato a dipingere il suo villaggio natale. Ho vissuto tra le montagne avellinesi, dopo ho […]

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