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Eroica Fenice

La Tag: teatri napoli contiene 30 articoli

Teatro

The Handmaid’s Tale, racconto distopico di una donna-oggetto

È andato in scena il 6 luglio alla Galleria Toledo The Handmaid’s Tale- Il racconto dell’Ancella, spettacolo tratto dal romanzo di Margaret Atwood, con la regia di Graziano Piazza. Non ci sono dialoghi ma solo un lungo, intenso monologo, recitato dalla talentuosa Viola Graziosi, che con grande pathos trasporta lo spettatore nel distopico mondo di Gilead, dove la donna è tale solo se in grado di partorire un figlio. Le altre sono non-donne, ribelli, amorali, usurpatrici indegne di un corpo fatto esclusivamente per generare vite. The Handmaid’s Tale e la lotta per la rivendicazione del corpo femminile A Gilead, la famiglia non può certo dirsi “tradizionale”: è composta da un Capitano, una moglie sterile e un’ancella fertile, utilizzata come mero strumento di concepimento. Una volta adempiuto al loro dovere, le ancelle vengono allontanate dal bambino che hanno messo al mondo, che diventa a pieno titolo figlio “legittimo” dei padroni. Difred è l’Ancella del Capitano Fred Waterford, sposato con Serena Joy, e come tutte le altre indossa un lungo abito rosso, il colore del sangue, e un cappellino bianco con le alette che servono a coprire il volto, mascherando la sua femminilità. Le ancelle passeggiano  due a due, con il capo chino, rompendo il silenzio per pronunciare espressioni come Benedetto il frutto, Possa il signore schiudere, Il signore ci ha mandato bel tempo, Sia lode. Un repertorio di frasi di circostanza che diventa l’unico modo per comunicare, dato che i libri sono stati mandati al rogo e scrivere è severamente vietato. L’unica lettura concessa è la Bibbia, testo ritenuto utile per l’educazione di donne devote e sottomesse all’autorità del pater familias. June lavora nel campo dell’editoria, è sposata con Luke ed è madre di una bambina. Immagina di comprare una casa grande col giardino e l’altalena, poco importa il fatto che non può permettersela: è una giovane donna libera, padrona del suo corpo e della sua mente, piena di entusiasmo, passione e curiosità, circondata dalle persone che ama. Dopo una guerra civile la vita di June viene completamente stravolta, perché il regime teocratico totalitario di Gilead prende il comando nella zona un tempo conosciuta come Stati Uniti e le donne in età fertile vengono allontanate dalle loro famiglie per trasformarsi in incubatrici a servizio di ricchi senza scrupoli. È così che June diventa (proprietà) Di-Fred, costretta a subire la mortificazione del suo corpo di donna attraverso un atto sessuale che non può essere chiamato copulazione, dato che manca il consenso di entrambi i partner, né stupro, in quanto è stato sottoscritto un accordo. Il tutto sotto gli occhi di Serena, che a differenza delle altre mogli non prova malvagia soddisfazione ma solo inerme disgusto e repulsione. Chi di noi sta peggio, lei o io?  Viola Graziosi portavoce dei diritti delle donne La scena si apre con una serie di scarpe rosse disposte sul palco, richiamando l’immagine delle manifestazioni contro la violenza sulle donne. Ed è proprio di violenza che si parla ne Il racconto dell’ancella, lettura scenica elaborata da Loredana Lipperini per […]

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Recensioni

Orgoglio e pregiudizio, attualità di un amore per la regia di Arturo Cirillo

Nell’ambito della rassegna Napoli Teatro Festival è andato in scena il 4 luglio, al Teatro Mercadante, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen con l’adattamento teatrale di Antonio Piccolo e la regia di Arturo Cirillo. Perché riproporre ancora una volta un classico così noto? La risposta è insita nella domanda: come afferma Calvino, infatti, un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. E la storia di Elizabeth Bennet e Fitzwilliam Darcy ha ancora tanto da raccontare. Orgoglio e pregiudizio, lo spirito anticonformista di Elizabeth Per una ragazza, nascere nell’Inghilterra dell’Ottocento significa avere come unico obiettivo nella vita quello di trovare marito, meglio ancora se ricco e con un nome rispettabile. Lezioni di piano, canto, cucito, francese, tutto finalizzato a costruire l’immagine della moglie educata, devota e remissiva. Comprendere le dinamiche distorte di questa impalcatura sociale costa grande fatica ad Elizabeth, giovane donna intelligente ed ironica, che guarda alla società che la circonda con uno sguardo critico che smonta poco a poco la gabbia dorata dentro cui si trova intrappolata. A tessere le fila della tela è la signora Bennet, interpretata magistralmente da Alessandra de Santis, che spinta dall’avidità mira a sistemare le sue figlie con matrimoni vantaggiosi, per potersi così vantare della fortuna e del successo della sua famiglia. Cosa importa se Jane, la figlia maggiore, rischia di ammalarsi di polmonite per raggiungere la casa dei Bingley sotto la pioggia, o se Lizzy è costretta a sposare lo squallido Collins per salvaguardare la proprietà dei Bennet: tutto questo sarà servito a conquistare la tanto agognata posizione in società, che conta più del vero amore e della realizzazione personale. Elizabeth diventa la portavoce fuori dal coro del punto di vista della Austen, che con il suo sguardo acuto e distaccato si sottrae a questo mondo fatto di ipocrisia e di apparenza, prendendo in giro i suoi personaggi e ridacchiando tra sé stando nascosta dietro le quinte di questa veritiera messa in scena. Elizabeth e Darcy, un amore che rompe gli schemi Due persone che apparentemente non hanno nulla da dirsi, che si fraintendono continuamente, che vivono il ballo come l’ennesima pantomima finiscono per innamorarsi l’uno dell’altra. Quella di Elizabeth e Darcy è una delle coppie più male assortite e conflittuali che la letteratura abbia prodotto, eppure una delle più amate. I due, interpretati da Valentina Picello e Riccardo Buffonini, incarnano l’una l’orgoglio, l’altro il pregiudizio: come sposare colui che è artefice dell’infelicità della sorella? Come legare il proprio destino ad una donna noncurante delle opinioni altrui, testarda, priva di patrimonio e con una madre dalla condotta discutibile? Spogliandosi di tutte le sovrastrutture, andando contro le convenzioni sociali e le imposizioni familiari, superando i propri preconcetti per ritrovarsi nello spirito comune di ribelli anticonformisti.  Grande prova d’attore per Arturo Cirillo, interprete del signor Bennet e di Lady Catherine De Bourgh, che ha riscosso il plauso del pubblico con senso dell’umorismo e battute di spirito, il tutto coadiuvato dai costumi di Gianluca Falaschi, che ha […]

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Recensioni

Bruciati di Stefano Ariota, omosessualità e lutto allo ZTN

Venerdì, 3 maggio è andato in scena al teatro ZTN lo spettacolo “Bruciati” di Antonio Mocciola, con la regia di Stefano Ariota. Sul palco i tre attori Marina Billwiller, Ivan Improta e Simone Alfano hanno regalato agli spettatori una performance fuori dalle righe. La scena, segnata dalla virulenza della nudità dei corpi, ha infiammato un ambiente volutamente scarno in un’atmosfera lancinante e perturbante che ha guidato una concitata e doppia narrazione in un solo ed esile piano scenico. Un plauso va anche agli Assistenti alla  regia Massimo Di Stasio e Marco Gremito e all’arredamento scenico dell’arch. Tullio Pojero. “Bruciati” di Stefano Ariota, lo spettacolo dalle molteplici narrazioni come frutto di una realtà delirante Una donna dondola sotto le forti braccia di due uomini, vomita parole sconnesse, insensate come nenie maligne. Erompono tra la platea dei ghigni diabolici, risate schizzate come suoni stridenti in un silenzio assoluto. Dei suoni cadenzati e inquietanti di campane a lutto squarciano la tela del silenzio e si propagano tra gli interstizi della mura del teatro e scagliano pezzi di note di follia, dolore, morte. L’incipit di “Bruciati” è una ferita sanguinante, uno strappo lancinante che desta il sublime, una doccia di fuoco che sveglia dal sopore della quotidianità. Lo spettacolo di Antonio Mocciola è pregno e grondante di una forza primigenia. Un piano scenico diviso in due accoglie i tre protagonisti Anna, Ilario e Marco. Anna e Ilario sono due coniugi e hanno un figlio di nome Andrea che non compare mai nella scena. Tuttavia, La vita di coppia dei due è per Ilario una mordace copertura, poiché Ilario è omosessuale ed è da sempre innamorato di Marco. I due amanti sono costretti a vedersi di nascosto, in stanze d’albergo, poiché Ilario non ha il coraggio di lasciare sua moglie. Ilario teme il giudizio e vuole proteggere suo figlio Andrea da una situazione scomoda e decide di portare avanti una doppia vita. L’incontro dei due amanti è inserito in un angolo del palcoscenico. I due compaiono nudi sul piano scenico condiviso contemporaneamente con Anna, la quale appare congelata, obnubilata da una tetra immobilità, sfumata dall’ombra delle luci concupiscenti puntate sui due uomini. I due corpi si muovono sontuosi, avvinghiati in un unico corpo inscindibile, fusi dal sudore  bollente del piacere carnale. Le scena appare allucinata dalla passione più viscerale e si libera delle vestigia morali e moralistiche della società. Pur amando Marco, tuttavia Ilario è imprigionato nella sua gabbia domestica, condivisa con la moglie che non ama e odia con tutto se stesso. Le mura della casa sono pareti di una prigione di ipocrisia, un luogo infernale, dove la moglie si muove a scatti, come un carillon, quasi  fosse azionata da una cordicina. Proprio da qui che lo spettacolo sembra non completamente lineare, diviene insoluto. Proprio a partire dalle mura domestiche di Ilario e Anna che trapelano brandelli di inquietudine: Ilario risulta frustrato, oppresso dalla sua non vita, si scaglia contro la moglie che si comporta, tuttavia, normalmente, scoppia in fragorose risate isteriche che trapelano […]

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Recensioni

13 assassine al TRAM: un format da non perdere

“13 assassine”: una storia lunga quanto il mondo | Recensione Cosa hanno in comune 13 donne, di diverse epoche, età, mansioni, fattezze? Semplice, quanto crudo: tutte hanno commesso almeno un omicidio, per i più svariati motivi. È questo il filo conduttore di “13 assassine”, il format messo in scenda dal 2 al 14 aprile al teatro TRAM di Napoli, ideato dal regista Mirko de Martino. L’assassinio è il casus belli della messa in scena ma i motivi sono decisamente più profondi: si cerca di indagare nella fine composizione psicologica delle “assassine”, nel loro passato, sui loro eventuali aguzzini oppure complici. “13 assassine” è un format assolutamente indicato a chi – come chi vi scrive – aspetta il mercoledì per vedere Chi l’ha visto? con Federica Sciarelli oppure si sente un po’ Leosiner, cioè fan accanito di Franca Leosini: l’analisi della cronaca nera va forte in Italia e c’è da dire che la facciamo benissimo. “13 assassine”: l’ultima serata tra gli omicidi della storia recente e passata L’ultima serata del format, il 14 aprile scorso, ha visto in scena le assassine di ieri e di oggi, con omicidi passati alla storia per tantissimi motivi. È anche questo il bello di “13 assassine”: non importa lo status sociale, l’impiego, l’età, le motivazioni. L’assassinio “livella” tutte e mette le protagoniste a nudo, cosicché lo spettatore può – in cuor suo, s’intende – trovare una spiegazione logica ad un comportamento altrimenti illogico. 13 assassine, quindi, spogliate dei condizionamenti dati dai mass media e presentate a noi come donne. Si parte con la storia di Daniela Cecchin, la donna che, vittima di un forte disturbo della personalità, uccide una ex compagna di classe del marito perché “invidiosa della troppa felicità“. E’ giustamente “disturbante” la doppia personalità creata da Daniela: da un lato, ossequiosa e rispettosa dei dettami religiosi; dall’altra, una donna alla ricerca spasmodica della bellezza estetica, così tanto da sottoporsi a svariati interventi. Il secondo spettacolo ha visto in scena una giovanissima attrice, interprete di Erika de Nardo, protagonista del caso che è passato alla storia come il delitto di Erika ed Omar a Novi Ligure: la coppia di fidanzatini allora sedicenni infierì con 57 coltellate sulla madre e sul fratellino di lei. Erika appare sulla scena come una persona oppressa, un’adolescente inquieta ed incompresa da una famiglia tradizionale, che cerca svago e conforto negli eccessi: alcol, droghe, finanche il sesso per lei era uno strumento di liberazione. Una personalità fragile e corrotta ha portato al compimento dei due omicidi: sarebbero stati tre, includendo anche il padre assente in quel momento, se il “vigliacco Omar” non fosse andato via. Si prosegue quindi con un fortissimo momento storico, con una Lucrezia Borgia completamente avvinta dai giochi di potere che si svolgevano con lei ed intorno a lei. Bellissima sulla scena tanto quanto afflitta ed avvinta, dopo che per secoli le si sono attribuiti omicidi e veleni. In realtà, si cela in lei una personalità molto più complessa della semplice assassina per potere: infatti, la giovane […]

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Teatro

Emanuele Tirelli parla di amore al Caos Teatro

Sabato 6 e domenica 7 aprile è andato in scena lo spettacolo L’amore è bello, l’amore fa schifo (e le donne in Shakespeare) di e con Emanuele Tirelli, ultimo appuntamento della stagione teatrale del CaosTeatro di Villaricca (NA), che chiude così come aveva aperto, con una rappresentazione sull’amore. A lezione d’amore da Emanuele Tirelli L’amore è bello, l’amore fa schifo è una lezione-spettacolo sull’amore. Più che a teatro, infatti, sembra di essere in un’aula didattica. Emanuele Tirelli, autore e giornalista, porta in scena un’interessante lettura del grande sentimento, durante la quale mescola paradossali ed esilaranti vicende personali ai personaggi delle tragedie shakespeariane – con particolare riferimento alle figure femminili minori (Ofelia, Desdemona, Cordelia, Ermione) – e alle riflessioni sul desiderio e sulla coppia di noti filosofi quali Deleuze, Lacan, Nietzsche e Schopenhauer. Ad accompagnare Tirelli sul palco, il musicista Ciro Staro che partecipa alla conversazione con suoni, battute e simpatiche espressioni facciali. Entrambi indossano t-shirt con illustrazioni di Giuseppe Cristiano, tra i più grandi illustratori e storyboard artist d’Europa (ha lavorato, tra le altre cose, a video di Moby, Madonna e Radiohead, e a serie come CSI NY), e curatore della locandina dello spettacolo. Che cos’è l’amore? Come si può definire l’amore e ciò che comporta?  Come si fa a capire se si ama realmente qualcuno? Da questi apparentemente semplici interrogativi e dalla passione per le opere shakespeariane nasce il lavoro di Emanuele Tirelli. Attraverso una chiave diretta e conviviale e con l’ausilio dei personaggi del Bardo, l’autore si avventura nell’ardua impresa di decifrare quell’immenso sentimento che è l’amore. «Tutto – spiega lui – in una dimensione pop. Lo stesso Shakespeare era pop e, al Globe Theater di Londra, del quale era socio e partecipava felicemente agli utili, i suoi spettacoli erano seguiti anche dalla parte economicamente e culturalmente più bassa della popolazione. Oggi, invece, lo consideriamo una materia pienamente comprensibile solo per le persone più colte, con la cultura che non apre alla sua bellezza ma si chiude in sé stessa: un discrimine che si discrimina da solo». Ne scaturisce un’impegnativa, ma al contempo originale e divertente riflessione che conduce ad una sola certezza: l’amore non ha definizioni. È praticamente impossibile arrivare a dare un’unica definizione all’amore. L’amore può condurti in paradiso ma anche scaraventarti all’inferno, può essere meraviglioso o fare schifo; può renderci raggianti e invincibili oppure rappresentare la tragedia più grande e noiosa che ci sia mai capitata.  E chi meglio di Shakespeare, grande drammaturgo, ma in un certo senso anche fine psicologo, ha saputo interpretare le contraddizioni dell’amore? Ecco che Tirelli si sofferma sulle donne delle grandi tragedie del drammaturgo e poeta inglese e sulla loro visione dell’amore. Si parte da Ofelia, uno dei personaggi femminili della tragedia Amleto. La giovane aristocratica ha una visione idilliaca dell’amore, finché non resta delusa da Amleto, il quale rinnegherà i suoi sentimenti per lei, invitandola a chiudersi in convento. Anche Desdemona era innamorata di Otello, fin quando non si rende conto di chi fosse davvero suo marito e muore per […]

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Teatro

Pietro Sparacino e il suo Open Mic al Kestè

Domenica 7 aprile sono andati in scena al Kestè in Largo san Giovanni Maggiore Pignatelli Pietro Sparacino e i partecipanti al suo workshop, regalando ai presenti una serata piena di risate e di satira, ingredienti principali della Stand Up Comedy. Open Mic con Pietro Sparacino La serata è stata condotta da Pietro Sparacino, volto noto della Stand Up Comedy italiana, che facendo le veci di presentatore ha scaldato il pubblico in sala con le sue nuove freddure e ha dato il via allo spettacolo, introducendo i comedians che hanno partecipato al suo workshop di due giorni: il primo della lista è stato Vincenzo Comunale, habitué del Kestè che ha portato in scena la sua ipocondria, rinnovando il concetto di art attack. Dopo è stato il turno di Simone Del Re, che per inaugurare la sua prima volta sul palco ha parlato del singolare disturbo che gli conferisce capacità fuori dal comune: l’anorgasmia. Il testimone è poi passato ad Adriano Sacchettini, che ha suscitato ilarità nel pubblico ammettendo di aver portato «un monologo mancato» basato sulla sfiga, elemento caratterizzante della sua vita. Dopo è toccato a Flavio Verdino, che ha fatto un tuffo nel passato portandoci nella sua infanzia dominata dalla presenza di Alberto Manzi con Non è mai troppo tardi, passando poi per la pubertà con il monologo di Bruno Chessa e l’iniziazione che ogni giovane uomo affronta con il preservativo. Unica donna della serata e reginetta del Kestè Abbash, Gina Luongo ha “difeso” la politica del ministro degli Interni spiegando le vere motivazioni alle base delle sue scelte, parlandoci anche del suo approccio al buddhismo. Gina ha poi lasciato il palco ad un nuovo e promettente volto della Stand Up Comedy: Davide Pariante, che facendo del suo cognome una garanzia ha spiegato al pubblico le regole ferree che vigono tra i militari. Restando sempre in tema di imposizioni, Davide DDL ha intrattenuto il pubblico parlandoci del flagello di chi costringe gli altri ad ascoltare messaggi vocali lunghissimi e, conscio di far parte di questa categoria, ha coinvolto il pubblico in uno scherzo che probabilmente minerà l’amicizia con il suo migliore amico. Altro volto noto agli avventori del Kestè è Stefano Viggiani, che ha parlato della disoccupazione come strumento di rivolta verso la società e di come ha coinvolto in questa ribellione anche i genitori, educandoli al nuovo credo. A concludere la serata è stato Dylan Selina con un monologo sull’omosessualità, mettendo in scena gli stereotipi legati alla sua sua sessualità ma anche i lati comici legati a questi concetti. Ancora una volta la Stand Up Comedy ha saputo far divertire senza però scadere nel banale o nella comicità fine a se stessa, dimostrando anche l’utilità che il workshop di Pietro Sparacino ha avuto sia sui nuovi comedians che sui veterani.   Fonte foto: https://www.facebook.com/events/1840872796019049/  

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Recensioni

TITO/GIULIO CESARE, la parodia del potere, l’atroce morte del tiranno

Mercoledì, 13 marzo al Teatro Bellini è andato in scena TITO/GIULIO CESARE, due riscritture originali di due tragedie di Shakespeare, contenuti in due atti dello stesso spettacolo: il primo atto, “TITO” è una riscrittura della prima tragedia di Shakespeare “Tito Andronico” di Michele Santeramo e la regia di Gabriele Russo con Roberto Caccioppoli, Antimo Casertano, Fabrizio Ferracane, Martina Galletta, Ernesto Lama, Daniele Marino, Francesca Piroi, Daniele Russo, Leonardo Antonio Russo, Filippo Antonio Russo, Isacco Venturini e Andrea Sorrentino; il secondo atto “GIULIO CESARE. Uccidere il tiranno” è una riscrittura del “Giulio Cesare” di Shakespeare di Fabrizio Sinisi e la regia di Andrea De Rosa con Nicola Ciaffoni, Daniele Russo, Rosario Tedesco, Isacco Venturini e Andrea Sorrentino. TITO/GIULIO CESARE, due riscritture che dialogano tra di loro fra parodia, metateatro e  rappresentazione della violenza Una fervido clima di tensione si annida tra gli anfratti del palcoscenico. Una faglia recide il tronco greve della tradizionale tragedia shakespeariana e segna una frattura da cui zampillano i bagliori di una contemporaneità che è nella sua essenza una reiterazione di meccanismi che sono rimasti indenni. Il potere arido, la tirannia, la violenza emergono dalle faglie del palco e sono costanti nelle due riscritture e negli adattamenti, seguendo meccanismi che sono rimasti inalterati. Gli spettacoli dei registi Daniele De Rosa e Gabriele Russo sono nella loro essenza profondamente attuali, anche ponendo in auge due classici shakespeariani. Colgono aspetti particolari dei meccanismi del potere e della violenza ad essa correlata, ponendo una lente d’ingrandimento che abbia uno spessore universalistico. Eradicano dalle svariate implicazioni di tipo prettamente drammatico, poetico, psicologico di William Shakespeare e delle sue canonizzate tragedie dei fenomeni che possono essere considerati universali e perpetui nella società, espandendoli come una enorme macchia d’olio con una regia mirata a infondere e dimostrare l’epifania di meccanismi che oggi più che mai sembrano interessarci di prima persona: il potere e le implicazioni più truculente che in esso si nascondono, la tirannia, l’autoreferenzialità, l’ossessione verso il carisma e l’apparenza, l’annichilimento della società. Non è un caso che il Tito di Russo sia un personaggio atipico, che abbia perso tutto l’orgoglio da condottiero del Tito Andronico shakespeariano e sia divenuto un uomo pigro, stanco, inetto che, dopo la  campagna contro i goti e dopo aver portato con sé i prigionieri, abbia voluto congedarsi dagli uffizi del potere, ignaro del popolo che lo avrebbe voluto imperatore, e ora vorrebbe solo starsene comodo su una poltrona a leggere e ad ascoltare musica leggera. Questo Tito non conserva nulla di ciò che caratterizza un condottiero romano: tutte le sue azioni e decisioni sono prese quasi controvoglia, senza una particolare ragione, ma solamente perché è costretto a esserlo per uno status quo ben impostato. Tito ha lo sguardo cinico, divorato dal tedio, tormentato dal senso di responsabilità che non sente nemmeno più suo. Difatti, Tito risulta essere un inetto, tanto da decidere di affidare le sorti dell’impero a Saturnino. Non risulta difficile, dunque intravedere in questo Tito l’uomo contemporaneo, annegato nel nichilismo. Tito è un condottiero […]

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Teatro

Ramona Tripodi e Marco Messina: Paradiso Mancato

Paradiso Mancato di Ramona Tripodi e Marco Messina in scena al TIN: la nostra recensione Paradiso Mancato è il titolo dell’opera teatrale scritta a quattro mani da Ramona Tripodi e Marco Messina (responsabile della drammaturgia sonora) con Marco Palumbo, Adriana D’Agostino, e Raffaele Ausiello (in videoproiezione).  Lo spettacolo, autoprodotto da Inbilico Teatro in collaborazione con l’Asilo, è andato in scena sabato 3 e domenica 4 febbraio al TIN di Napoli, il Teatro Instabile fondato da Michele Del Grosso. L’elogio della dannazione In scena, nella penombra del palcoscenico del piccolo Teatro Instabile (location perfetta per creare le suggestioni dell’inferno dantesco), solo un grande letto posto al centro e un musicista taciturno ai comandi elettronici. Siamo nell’altro mondo, precisamente all’Inferno: è da qui che comincia un viaggio conosciuto ai più, quello del poeta Dante che, guidato da Virgilio e mosso dalla ricerca di Madonna Conoscenza, intraprenderà un percorso negli abissi della perdizione morale e intellettuale tra le anime del secondo cerchio, quello dei lussuriosi, presieduto dal demone Minosse. Ma quella di Ramona Tripodi e Marco Messina non è una messa in scena della Divina Commedia, né tanto meno un’esaltazione delle virtù umane e dell’amore: al contrario, è un elogio della dannazione che ha come protagonista un Dante insolito ed eccentrico, con cappello e cappotto di pelliccia. Un punto di vista diverso, quello della regista Ramona Tripodi, che pone il focus sulla dannazione dell’anima che brucia per passione (o forse per amore?) o, ancor peggio, per l’assenza di entrambi. Protagonisti di questo amore mancato, non possono che essere loro, Paolo e Francesca, personaggi chiave del V canto dell’Inferno di Dante, condannati ad essere travolti in eterno da una bufera incessante. L’Inferno o Paradiso Mancato di Ramona Tripodi e Marco Messina Ma nel Paradiso Mancato, la pena dei due amanti è forse ancora più terribile di quella inflitta dall’Inferno dantesco: Paolo e Francesca giacciono nello stesso letto, ma l’uno non c’è per l’altra, non si possono vedere né toccare, sentono solo le proprie voci riecheggiare nelle tenebre della casa di Minosse, colui che vede e conosce tutto, il burattinaio infernale che manovra i vivi e i morti. E proprio Dante, vivo tra i morti, è il veicolo attraverso il quale Minosse gioca tra realtà e illusioni, ponendo tutti i personaggi di fronte alla proiezione di se stessi o a ciò che essi credono reale. In questo, anche Beatrice, musa e ispiratrice di Dante, avrà un ruolo centrale: sarà lei a guidare il cammino interiore del Poeta, alla ricerca della verità. L’intera trama è giocata su una doppia vicenda: da un lato Dante, spinto dall’amor cortese per Beatrice, che compie un cammino di redenzione alla ricerca della conoscenza; dall’altro Francesca e Paolo, condannati a scontare la pena per non essere riusciti a resistere alle tentazioni della carne. Il letto posto al centro della scena è la prigione oscura dei due amanti, il luogo in cui si consuma la punizione di Francesca, in preda a una sofferenza senza fine nella quale non può fare a meno di dannarsi […]

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Recensioni

“Verso la libertà” di Stefano Ariota allo ZTN: il treno della vita

Dopo tre anni in giro per l’Italia “Verso la libertà”, liberamente tratto dallo splendido film “Train de vie” di Radu Mihailean, approda finalmente a Napoli allo Ztn a dirci che si può parlare della piaga nazista senza retorica e mezzi termini. Lo spettacolo, in scena fino a domenica 3 febbraio, è rappresentato da un cast affiatato e sincronizzato, merito del regista Stefano Ariota, che lascia esprimere i suoi attori, permettendo loro di far emergere individualità e talento. Cinque amici ebrei (Ric, Rob, Ren, Ros, Raf) sullo sfondo dei rastrellamenti nazisti del 1944. Ric, chiamato da tutti il matto, irrompe allarmato sulla scena: i nazisti stanno deportando tutti gli abitanti ebrei dei paesi vicini e tra poco toccherà pure a loro. Serve un piano, una via di uscita e una proposta un po’ bizzarra accende una speranza di salvezza: per sfuggire ai tedeschi tutti gli abitanti del villaggio organizzeranno una falsa deportazione ricoprendo tutti i ruoli necessari, gli ebrei deportati, i macchinisti e anche i nazisti. Solo così riusciranno a passare il confine, ad arrivare in terra santa, perché, in fondo, “ogni terra può essere santa”. Il folle progetto viene messo in atto e il treno partirà tra paura e follia. In un mondo fatto di oscuri presagi forse è necessaria una buona dose di follia per continuare a sperare. Agli abitanti del paesino ebreo non resta che abbandonarsi all’idea geniale di Ric e a quelli che la sorte ha scelto per interpretare il ruolo di nazisti non rimane che adeguarsi, imparare a parlare tedesco, che altro non è che “yiddish senza umorismo”, comportarsi come vere SS, impersonando anche la loro crudeltà. Rappresentato con irrequieta ambiguità da Francesco Saverio Esposito, il finto ufficiale tedesco pare progressivamente scollarsi dalla realtà e abbracciare tutta la follia nel nazismo. Come è possibile che l’uomo diventi così “altro”? Sulla scena nel suggestivo spazio culturale del Ztn Stefano Ariota  rappresenta anche la cultura , le caratteristiche e le nevrosi yiddish senza tanta retorica. I cinque protagonisti mostrano piccolezze e generosità, l’ottusità e l’acume, insopportabili lagnanze e corrosiva autoironia, che li istiga allo scontro per gran parte dello spettacolo. Gli ebrei sono modello dell’umanità intera, che auspica la fine della guerra, ma la cui paura mette inevitabilmente l’uno contro l’altro. Il treno di “Verso la libertà” diventa metafora del mondo: c’è il capo rabino che dialoga con Dio e gli presenta i suoi umani dubbi,c’è chi professa comunismo, chi ha perso la fede, chi parla di un amore perduto, i conflitti, le prepotenze, la diffidenza e la paura di non farcela. “Dio esiste, Dio non esiste: che importanza ha?” Lo spettacolo è un’armoniosa composizione di luci e suoni, da cui emerge una perfetta simbiosi tra gli attori, oltre che una studiata alternanza tra fugaci e limpidi momenti di puro lirismo e una comicità amara. Brilla Mirko Ciccariello, a cui è affidato il commovente finale, l’energico piglio di Carlo Liccardo, il leader Peppe Carosella, cui fa da sponda e controscene Luigi Esposito. Stefano Ariota mette in scena l’allegoria […]

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Teatro

“Riccardo III – invito a corte” alla Galleria Toledo di Napoli

Riccardo III- invito a corte| Recensione Le luci si abbassano, le candele giocano con le ombre sulla scena buia. Le sedie del pubblico, invitato a salire sul palcoscenico, si sistemano. Un secondo di silenzio. I respiri si placano. Le teste frenano il loro movimento disordinato e fissano l’accesso al palcoscenico. Ancora un minuto…ancora assenza di suoni…ancora attesa…poi la sua voce si alza, si fa strada nel silenzio, vibrante e forte, superba, e lui entra in scena…Riccardo III…e così inizia la sua storia. Riccardo III – Invito a corte è la rappresentazione dell’ eccezionale tragedia, seppur considerata minore, di William Shakespeare, in scena al teatro Galleria Toledo, con spettacoli fino al 5 febbraio. La regista, Laura Angiulli, sperimenta con Riccardo III-invito a corte una nuova modalità di pièce, accogliendo il pubblico nello spazio scenico ed invitandolo a divenir platea cortigiana, testimone ravvicinata della tragedia del sovrano plantageneto, e tutto diventa un’esplosione di emozioni, di accese passioni, di squarci  improvvisi, di suggestioni. La scelta della Angiulli si sposa perfettamente con l’opera  di Rosario Squillace, curatore dell’immagine e dei costumi, e con quella di Cesare Accetta, responsabile delle luci, i quali delineano in maniera impeccabile la dimensione conturbante dei giochi di potere e della caduta di Riccardo, con un sapiente controllo di luci ed ombre che, tra contrasti e complementarietà, permette di cogliere le sfumature della corporeità, l’azione, e della profondità, l’abisso psichico, del tiranno inglese e di tutti i personaggi coinvolti nel dramma. Riccardo III di Shakespeare Riccardo III di William Shakespeare è la rappresentazione drammatica degli eventi storici della Guerra delle due rose, conclusa nel 1485, che vide fronteggiarsi le due famiglie dei Lancaster e degli York e la presa di potere definitiva dei Tudor. La tragedia ha inizio con Riccardo, Duca di Gloucester, che elogia il fratello, re Edoardo IV d’Inghilterra, il maggiore dei figli di Riccardo, Duca di York, lasciando percepire la sua invidia per il successo del re, che governa il paese con il favore del popolo e dei nobili. Riccardo è un gobbo e fa del suo bisogno di vendicarsi della natura per la sua deformità fisica, ma più verosimilmente deformità dell’anima, un alibi per giustificare le sue violenze, unica prassi da lui concepita per arrivare al trono. Non c’è imbarazzo in lui, solo sconcertanti confidenze; nessun rispetto per la vita umana, che diventa carne da macello nella sua corsa verso la corona, in un oblio della morale che si piega alla sua attitudine delittuosa. Riccardo corrompe un indovino per confondere il re, affinché suo fratello Giorgio, che lo precede come erede al trono, sia condotto nella Torre di Londra perché sospettato di assassinio. Entra nelle grazie di Lady Anna, la vedova di un Lancaster, a cui ha ucciso marito e figlio, e vince il rancore della donna col suo corteggiamento, facendo di lei sua moglie. Con l’appoggio di Enrico Stafford, secondo duca di Buckingham, trama per la successione al trono, presentandosi umilmente agli altri nobili senza alcuna pretesa di grandezza. Riesce in questo modo a convincerli a sceglierlo come re alla morte di Edoardo IV, avvenuta […]

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