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Eroica Fenice

La Tag: teatri napoli contiene 52 articoli

Teatro

Gianni Farina al NTF: Buona permanenza al mondo, il caso Majakovskij

In occasione della tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia, nella fascinosa cornice del Real Bosco di Capodimonte, Gianni Farina insieme alla compagnia faentina Menoventi, porta in scena Buona permanenza al mondo, Majakovskij BPM: la messinscena di un anelito, l’ultimo, quello del poeta rivoluzionario russo, rivolto ai posteri. Il battito di un cuore, musica funebre e già aleggia un senso di morte su un palco illuminato a stento. I colori: rosso e nero. Sullo schermo una planimetria: è il passaggio Lubjanskij, quattro stanze più lo studio di Majakovskij, dove la mattina del 14 aprile 1930 il poeta si toglie la vita con un colpo di rivoltella al cuore. Il messaggio di addio («A tutti») così comincia: «Della mia morte non incolpate nessuno e, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non poteva soffrirli. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi: non è una soluzione (e non la consiglio ad altri), ma non ho vie d’uscita […] La barca dell’amore si è schiantata contro l’esistenza quotidiana. Io e la vita siamo pari. E a nulla serve l’elenco dei reciproci dolori, disastri, offese. BUONA PERMANENZA AL MONDO». In scena un’immagine distopica che viene dal futuro: è la Donna Fosforescente (Consuelo Battiston), l’ultima fantascientifica creazione teatrale di Vladimir Majakovskij che ci introduce in un tempo di sospetto, intrighi, documentazioni e testimonianze anonime innescando un movimento repentino di cambi di scena e di ruolo dei vari attori, confondendo e intrecciando le possibili giustificazioni di un suicidio dai significati e dalle motivazioni plurimi, risucchiando gli spettatori in un viaggio nel tempo costruito intorno al “pettegolezzo” . Siamo nel futuro, è già avvenuta la morte di Majakovskij. In uno studio televisivo, una doppia scena, il palco e lo schermo sullo sfondo, inquadrature da primo piano di mani agitate, una donna anonima dal viso coperto, poi l’interrogatorio all’attrice Veronika (Nora) Polonskaja: l’ultimo amore di Majakovskij, l’ultima persona ad aver incontrato il poeta prima del suicidio. Era veramente sull’uscio della porta pronta per andarsene dopo averlo rifiutato? O in camera con lui al momento dello sparo? Lo ha premuto proprio Nora quel grilletto? Allora è omicidio. E suo marito, coinvolto anche lui? Una cospirazione? I suoi cambi di umore improvvisi – ora appare sconvolta e in lacrime, ora lucida e agghiacciante – gestiti con estrema maestria da Federica Garavaglia, ci confondono e ci insospettiscono. Siamo trasportati dalla dinamica incontrollabile della scena, dal rapido movimento degli attori, verso l’oblio; i sospetti si moltiplicano, il mistero si fa fitto intorno al caso Majakovskij. Gianni Farina al NTFI: «la poesia di Majakovskij è eterna» Nella ricostruzione rapida e pignola del suicidio di Majakovskij messa in scena da Gianni Farina vi è un riferimento letterario importante che è Il defunto odiava i pettegolezzi di Serena Vitale (2015): quella del regista e drammaturgo è una riscrittura che si serve dello spazio scenico e della sua potenza visiva per creare una mise en éspace, a metà tra una lettura e uno spettacolo, dai continui salti temporali che si costruisce cinematograficamente per immagini. L’intera scena si slaccia intorno a una […]

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Teatro

Mario Perna e Raymond Carver al Napoli Teatro Festival

Il Napoli Teatro Festival ci regala un altro piccolo gioiello con il dramma di Mario Perna Una cosa piccola ma buona; il dramma, portato in scena nella suggestiva cornice del giardino romantico di Palazzo Reale, è ispirato al racconto breve A small good thing che Raymond Carver inserisce nella raccolta Cattedrale del 1983. Sulle note di Where did you sleep last night si illumina una scena divisa a metà tra il laboratorio di un pasticcere e il salotto di una casa. Un burbero pasticcere viene interrotto nel suo lavoro da una telefonata, al telefono la signora Bianchi ordina una torta per il 10° compleanno del figlio Samuele. La torta sarà pronta per la mattina del lunedì ma nessuno passerà a ritirarla perché, nel giorno del suo compleanno, Samuele viene investito da un’auto in corsa e ricoverato in gravi condizioni. Improvvisamente il dolore si materializza sulla scena nell’estenuante e nervosa attesa dei genitori di Samuele; alternandosi tra casa e ospedale, Ambra ed Aurelio vivono un’angosciante attesa, attesa di una telefonata che annunci loro il risveglio del piccolo Samuele, attesa di scorgere qualche segnale positivo a cui aggrapparsi per non lasciarsi travolgere dal dolore. Nei piccoli pezzi di vita che si intravedono sulla scena diretta da Mario Perna irrompono beffarde chiamate notturne che esasperano i genitori di Samuele, il pasticcere esprime con caustiche battute la sua rabbia per il lavoro sprecato. Intanto i giorni passano e con piccoli ma inesorabili colpi la morte si fa strada nella mente e nella vita dei genitori di Samuele. L’ineluttabilità della morte si materializza attraverso frammenti di vita altrui; è nel volto della donna che in ospedale attende notizie del figlio coinvolto involontariamente in una cruenta rissa, e ancora negli occhi del conoscente che rivede all’infinito la scena del corpo esanime del figlio estratto dal fiume in cui è accidentalmente caduto. Infine, la morte si prende tutta la scena e l’attesa termina nel dramma previsto fin dal primo istante come un inevitabile e necessario passaggio della vita. Nel suo scontato e quasi banale alternarsi alla vita, la morte ne ricompone tutti i frammenti diventando l’evento tragico assoluto alla cui drammaticità i personaggi non possono sottrarsi. Eppure una via di salvezza è ancora possibile ed è nascosta proprio nell’essenziale e viva forza delle azioni più piccole che compongono la vita. Nel momento più tragico, in cui tutto sembra essersi frantumato, sono proprio i piccoli pezzi di vita a rendere possibile il perdono e la sopravvivenza al dolore. Esasperati dalle chiamate e finalmente consapevoli della loro causa, i genitori di Samuele irrompono nel laboratorio del pasticcere per urlagli contro tutta la loro rabbia. Ma il pasticcere è solo un pasticcere, lui non poteva sapere, chiede perdono per le sue inconsapevoli azioni e tende una mano per avvicinarsi al dolore, per offrire un’ancora di salvezza. «Dovete mangiare per andare avanti, mangiare è una cosa piccola ma buona.» Nella sua narrazione del dramma per la perdita di un figlio, Mario Perna riesce a descrivere con lucido realismo tutti i frammenti […]

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Teatro

Roberto Solofria e Pau Miró al NTF: una commedia nera

Roberto Solofria porta lo spettacolo del drammaturgo Pau Miró al Napoli Teatro Festival. Rua Catalana – Femmene comme a me, in scena al Palazzo Fondi di Napoli, il 7 e l’8 Luglio, è uno spettacolo di Pau Miró, con regia di Roberto Solofria, frutto della collaborazione già piena di successo della produzione napoletana-catalana che ha dato forma a spettacoli fortunati, in grado di aprire la strada a una sorta di scrittura transmediterranea. Femmene comme a me è una commedia nera, che racconta di solitudine, di affermazione, di amicizia e fragilità con sincerità e schiettezza, che raggiunge lo spettatore grazie alle splendide interpretazioni di Michele Brasilio, Marina Cioppa, Ilaria Delli Paoli, Roberto Solofria. «Il teatro rinasce con te» è lo slogan d’apertura della tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival, inaugurata il primo di luglio, con attenzione alle restrizioni e in rispetto delle regole. Il teatro, come ogni forma d’arte, è certamente un’esperienza intima, da elaborare nella propria coscienza, assorbendo gli impulsi esterni e trasformandoli in proprietà interne. Ma più di tutte le altre, il teatro è l’arte di tutti, da sempre l’espressione più connessa alla collettività. Ma il teatro, in questa nuova realtà che ci viene offerta, si offre alla nostra anima con ancora più chiarezza. La bellezza di Palazzo Fondi e l’intimità della platea e della scena creano un’atmosfera suggestiva e lontana. Ma ciò che abbiamo avanti nello spettacolo con regia di Roberto Solofria è Napoli. Quartieri spagnoli. Lo studio di un avvocato, scarno di arredamenti e pieno di oggetti. Un bunker a metà tra la realtà e un mondo parallelo. Il rifugio di quattro donne, una biologa che lavora in un casello, un’architetta senza lavoro, un’archeologa che pulisce condomini, una maestra appena licenziata. Quattro “femmene comme a me”, perse tra le loro dinamiche sociali e familiari, schiacciate dalle responsabilità e arrese a queste. La prima a nascondersi lì è l’architetta, che esce di casa, determinata a non tornarci più, lasciando un marito e un figlio, decisa a non guardarsi indietro ma nemmeno a camminare in avanti. Vuole stare sola, guardare serie tv e mangiare pizza, ricopiare appunti di letteratura trovati per sbaglio, dormire tutto il giorno. Al massimo guardare da dietro la finestra, disprezzare il caos e ritornare in sé stessa. Una donna di cinquant’anni lontana dalla moda della seconda gioventù, disinteressata a cercarla, ma arresa alla sua condizione, nascosta in una scatola da mago, desiderosa di sparire senza sapere dove tornare. Intorno a lei, si stringono le sue amiche, respinte e non volute, volenterose di condividere e così concentrare sulla loro solitudine. Rimangono sempre, costituendo un circolo di inette, arrese al fatto che non sono donne che possono fare miracoli. Eppure ci provano: si incolpano di essere diventate pesanti per l’ossessiva ricerca di trovare un senso alle cose, allora si ricordano che i piccoli problemi della vita quotidiana possono colmare i buchi più profondi, chiudere a chiave le camere in cui ci nascondiamo. Ma anche in quella camera di 30 metri quadri che è diventato il loro vero rifugio, arrivano […]

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Attualità

Teatro virtuale, iniziative per superare l’isolamento

Il teatro diventa virtuale riaprendo le sue porte per superare questo momento così critico, e uscire dall’isolamento forzato. “Senza arte, letteratura, teatro, musica non esistono popoli, ma soltanto masse senza identità.” Nei giorni in cui l’Italia faceva i conti con le proporzioni del contagio e prendeva le misure delle strategie più adatte ad arginarlo, i primi ad essere chiamati al sacrificio della sospensione delle attività sono stati teatri, luoghi di cultura e divertimento. Troppo pericoloso tenere aperti luoghi di grande aggregazione, troppo difficile garantire la sicurezza di artisti e spettatori, così le porte si sono chiuse per tutti sui palcoscenici italiani lasciandoci un po’ orfani di poesia e bellezza. Ma in una città come Napoli il teatro non è solo spettacolo e diversione, il teatro è cultura ed identità civile, il teatro è coscienza e senso di appartenenza ad una collettività viva e creativa. Nella piena consapevolezza del ruolo che l’arte teatrale può avere in un momento così critico, il teatro ha riaperto virtualmente le sue porte per continuare a regalare momenti di arte e riflessione, o semplicemente per fare compagnia ai suoi smarriti figliastri. Con questo spirito il Teatro San Carlo ha lanciato, fin dai primi giorni di applicazione delle misure preventive, l’iniziativa #stageathome con l’intento di continuare a diffondere arte e musica in tutte le case. Il teatro (virtuale) San Carlo a casa tua L’iniziativa prevede una fitta programmazione di spettacoli delle passate Stagioni che potranno essere fruibili direttamente da casa attraverso i canali social del Teatro, tra cui spiccano Cavalleria Rusticana, Manon Leascaut e la coreografia di Cenerentola. Accanto alla programmazione artistica, viene inoltre proposta una lunga serie di contenuti extra che vanno dalla possibilità di fare tour virtuali del teatro alla fruizione di approfondimenti storici, backstage e interviste disponibili attraverso le piattaforme RaiPlay, YouTube e Opera Vision. Alle iniziative del San Carlo fanno eco molti altri teatri partenopei tutti accomunati dallo sforzo di tenere vivo il patto d’amore che li lega alla propria gente e alla propria terra. Il Teatro Stabile di Napoli mette a disposizione dei suoi fedelissimi spettatori una selezione di video di spettacoli che hanno lasciato il segno nelle passate Stagioni, ad aprire la rassegna virtuale ‘Nzularchia di Mimmo Borrelli e Mal’essere di Davide Iodice. Ma anche per lo Stabile i contenuti si diversificano nelle forme creative, lasciando spazio a monologhi sperimentali dei giovani studenti della scuola teatrale attraverso la campagna #teatroacasa; una forma di comunicazione e interazione che unisce l’esigenza di sperimentazione dei giovani attori alla voglia d’arte degli spettatori il tutto chiuso nella scatola del web. Infine gallerie fotografiche e raccolte di citazioni tratte dalle più famose produzioni del Teatro Stabile trovano spazio nell’iniziativa Memorie d’archivio a ripercorrere i momenti più belli della giovane storia del Teatro. Da segnalare sono poi le iniziative virtuali e le condivisioni di video e materiale creativo da parte di molte altre associazioni teatrali. Ricordiamo la stagione virtuale inaugurata dal Nest Napoli Est Teatro, inaugurata il 9 Marzo con la diretta streaming dello spettacolo “Muhammed Ali” […]

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Recensioni

Animali da bar in scena al Teatro Bellini

Martedì 18 febbraio è andato in scena Animali da bar, l’ultimo spettacolo targato Carrozzeria Orfeo al teatro Bellini di Napoli: uno spettacolo divertente, dissacrante, che indaga dentro ognuno di noi ma, soprattutto, mette a nudo le pieghe della società. Sei in sala, seduto, in attesa che lo spettacolo cominci: proprio quando le luci cominciano ad affievolirsi, ecco che una voce fuori campo, maschile e cavernosa, ti avverte con tono di minaccia e utilizzando espressioni molto colorite, di spegnere il cellulare, che lo spettacolo sta per iniziare. Si apre il sipario, e ti ritrovi in uno di quei trasandati e un po’ malfamati bar di provincia, popolato dei suoi tipici animali, o soliti avventori: già Stefano Benni, negli anni 70, con il suo Bar Sport ci aveva illustrato e insegnato tutta l’architettura e la microsocietà presente in questa tipologia di esercizi commerciali e, negli anni, nulla sembra essere cambiato. I personaggi che ruotano attorno a questo bancone sono Mirka, la barista ucraina, appassionata di canzoni e cartoni animati Disney, che per arrotondare affitta il suo utero e fa da badante al vecchio proprietario del bar, un misantropo razzista che ormai non esce più di casa, e del quale, proprio per questo, sentiremo per tutto lo spettacolo solo la voce fuori campo; c’è poi Swarovski, uno scrittore alcolizzato, fallito e nichilista fino all’estremo, costretto dal suo editore a scrivere un libro sulla Grande Guerra; Sciacallo, un giovane ragazzo bipolare storpio che, dietro indicazioni di Mirka, svaligia le case dei defunti; Milo, il nipote del proprietario del bar, imprenditore di un’azienda di pompe funebri per animali di piccola taglia; e infine Colpo di Frusta, un attivista buddista, pacifista e ‘melariano’, padre biologico del figlio che Mirka aspetta, che però subisce le violenze domestiche della moglie. Animal da bar, dal bancone del bar al sottosuolo I sei personaggi ruotano attorno a quel bancone raccontando di sé, delle proprie vite, esperienze, illusioni e speranze per il futuro. Costituiscono un’umanità grottesca, estrema, ma soprattutto cruda. Come in “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij, i personaggi, uniti dal fatto di essere dei ‘perdenti’ e ai margini delle buone consuetudini della società, analizzano in maniera sempre crudele e senza fronzoli, tutte le azioni e le circostanze che li hanno  portati ad essere quelli che sono: reietti, inetti. Persone profondamente infelici e insoddisfatte, di loro stesse e della società che le circonda. «Il teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita» Vale dunque la pena andare a teatro e immergersi in tutto questo? Sì, sì e ancora sì: fatevi prendere per mano da questi strampalati personaggi, veri e propri animali da bar, e fatevi guidare in un viaggio attraverso le pulsioni e i pensieri e i sentimenti più reconditi dell’uomo, mettendo in gioco voi stessi. Magistrale il lavoro degli attori, dei registi, degli autori e di tutti componenti della compagnia teatrale Carrozzeria Orfeo, che annuncia anche un futuro spettacolo in arrivo, in collaborazione proprio con il Teatro Bellini di Napoli. In attesa che […]

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Recensioni

Ferrovecchio, in scena al Piccolo Bellini il dramma dell’incomunicabilità

Con Ferrovecchio va in scena il dramma della solitudine e della disperata urgenza di comunicazione che accomuna due individui ai margini della società. In programma dal 11 al 16 Febbraio al Piccolo Bellini, Ferrovecchio è il primo dei testi della Tetralogia del dissenno firmati da Rino Marino e portati in scena dalla Compagnia Marino – Ferracane. Su una scena piena di oggetti ma spoglia di emozioni, un uomo dall’aspetto vinto e rassegnato attende, intorno a lui i segni inequivocabili di un mestiere e di una vita che non gli appartengono più. Un catino, una poltrona sdrucita, imposte scolorite dal tempo sono il desolante scenario dei suoi pensieri tinti. Alle sue spalle il cigolio di una vecchia bicicletta rompe il silenzio preannunciando l’entrata in scena di un vagabondo senza nome e senza identità. Nenti ha canciatu, nelle parole del vagabondo e nel suo incessante elenco di oggetti e dettagli che gli passano davanti agli occhi, lo spettatore riconosce con maggior forza l’assoluta immobilità della scena. Tutto è fermo ad un istante ben preciso del passato, ad una vita che non esiste più e al momento esatto in cui il legame tra i due uomini e il resto del mondo si è irrimediabilmente spezzato. E nell’immobile lontananza del passato, il vagabondo scava tirando fuori in forma confusa frammenti di ricordi in cui la dimensione temporale sembra assolutamente relativa. Un vagabondare avanti e indietro nel tempo che suona come una sfida al diffidente mutismo dell’interlocutore. Ne nasce, tra i due personaggi, un confronto che oscilla costantemente tra il più duro realismo e il più ironico surrealismo, un dialogo che si sparge come acqua alimentata dalla sorgente agitata del vagabondo, un fiume di parole a cui il barbiere progressivamente si abbandona vincendo le iniziali ritrosie. I due personaggi si scambiano la pelle e i ricordi riconoscendo, l’uno nell’altro, attraverso uno specchio, la profonda solitudine che li accomuna. In fondo e in forme diverse sono entrambi due vagabondi, due esistenze perdute che vivono ai margini del mondo reale, rinchiusi dal resto dell’umanità in una gabbia di incomunicabilità e isolamento. Le pareti del carcere come l’isolamento del disagio mentale sono i muri che il mondo ha costruito intorno a loro, relegandoli ad una dimensione surreale e marginale; le parole che il mondo gli nega ritrovano ora vita in un discorso sconclusionato che, nell’estrema necessità di comunicazione cui dà voce, restituisce senso e vitalità alle loro esistenze sbiadite. Nell’essenzialità della scena emerge vivida la potenza del dramma cui Ferracane e Marino danno voce e la scena di colpo non appare più così spoglia, bensì si riempie di quell’empatia che i due attori riescono a comunicare. La solitudine e il disagio, il rifiuto e la diffidenza, infine il bisogno disperato di comunicazione sono sensazioni tangibili, immagini reali che prendono forma attraverso le parole dei due attori in un’autenticità che solo la madrelingua siciliana sa restituire. Fonte immagine: http://www.teatrobellini.it/spettacoli/332/ferrovecchio

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In nome del padre: patriarchi in frantumi

In nome del padre, di e con Mario Perrotta, nel cartellone del Piccolo Bellini dal 4 a 9 febbraio, sancisce l’inesorabile declino del patriarcato. Mario Perrotta, con la consulenza dello psicanalista Massimo Recalcati, con In nome del padre indaga la dimensione del rapporto padre-figlio: tale dimensione complessa e in piena crisi è analizzata con profondità e attenzione per le cause, i sintomi e le conseguenze che tale crisi porta con sé. Perrotta regge da solo l’intero dramma vestendo i panni di tre padri, dando voce ad altrettante dinamiche familiari, spostandosi con la sola lingua su e giù per lo stivale e per la scala sociale. Tre padri ischeletriti si aggirano confusi, disorientati e disarmati su una scena essenziale, tra gli scheletri metallici del Discobolo, del Pensatore e del Galata morente. Perrotta è un caporeparto di una fabbrica, veneto, ignorante, un leader sul lavoro, fragile e insicuro in famiglia. Mortificato e svilito da sua moglie, incapace di instaurare un dialogo con il figlio, indirizzato da un amico, si rivolge ad uno specialista. Le cause del silenzio che regna tra lui e il suo Lessandro, questo padre le rintraccia nel dislivello culturale, nella mancanza di una lingua comune che permetta ad un padre dialettofono di dialogare con un figlio ben istruito, nella mancanza di interessi comuni. Ma il problema non è il veicolo della comunicazione, bensì la posizione degli interlocutori: il timore reverenziale del padre verso il figlio nasconde i cocci di una figura genitoriale andata ormai in frantumi. Questo padre non ha la statura morale e psicologica che gli permetterebbe di essere un modello per suo figlio, una guida: nel tentativo di trovare i confini della figura di padre si affida, allora, allo stesso figlio. Perrotta è il padre di Giada, napoletano, marito tradito e a sua volta traditore. Giovane a tutti i costi, fa serata con la figlia e le sue amiche adolescenti, italianizza l’inglese fino a partorire una mostruosa lingua ibrida, uno slang che lo faccia sentire moderno, al passo con le sue frequentazioni. Guidato solo dai consigli dei tarocchi questo padre perde le coordinate, smarrisce i confini netti e invalicabili del rapporto padre-figlio e produce un cortocircuito, una relazione tra pari pericolosamente equivoca, spaventosamente incestuosa. Perrotta è Sciacca, giornalista e intellettuale siciliano, padre ostentatamente illuminista, comprensivo, presente. Sciacca davanti all’atarassica clausura del figlio Virgilio si interroga, si lambicca in congetture, interpretazioni, indagini diagnostiche improbabili e sconclusionate, per poi fermarsi sulla soglia dei silenzi di suo figlio. Sciacca parla ad una porta chiusa e non osa oltrepassarla: è immobilizzato dal terrore, incapace di entrare nella vita del figlio e farsi da guida.  Alessandro, Giada e Virgilio sono figli orfani di modelli, di guide, figli costretti, di fronte alle continue invasioni di campo dei loro padri, a mettere argini, tracciare confini, innalzare mura e barricate. Sono figli affetti da Hikikomori: la loro difesa è l’isolamento, la chiusura rispetto al mondo, una chiusura che lasci intatta la loro purezza, che lasci loro il tempo per trovare se stessi, per tracciarsi una […]

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Apologia di Andrea Chiodi: carnage al Mercadante

Dal 28 gennaio al 2 febbraio va in scena al Mercadante Apologia: Kristin e i suoi figli sono i protagonisti di un carnage familiare. Andrea Chiodi mette in scena, con grande fedeltà e sapiente ricostruzione, Apologia, un testo di Alexi Kaye Campbell. La quarta parete è quella di una casa di campagna: dentro, in occasione di una cena di compleanno, va in scena lo psicodramma di una normale famiglia inglese. Elisabetta Pozzi, in una performance fuori dall’ordinario, rende tutta la portata ingombrante e asfissiante di Kristin Miller, storica dell’arte, donna colta, appassionata estimatrice della rivoluzione artistica di Giotto, impegnata, salvatrice e redentrice del mondo occidentale. Kristin è, però, agli occhi dei suoi due figli, anche una madre disattenta, giudicante, distante e talvolta assente. Nelle sue parole tutto il disappunto nei confronti di Peter (Christian La Rosa), finanziere che stupra il terzo mondo, nel pieno di una conversione religione, promesso sposo di Trudi (Francesca Porrini), ragazza americana ultra cattolica, perbene, a tratti perbenista, e Simon (Emiliano Masala) scrittore in crisi, da tempo in depressione, prosciugato dall’amore per Claire (Martina Sammarco), attrice di avvilenti soap opera. Il compleanno di Kristin: quale occasione migliore, per figli e nuore, per una resa dei conti. Lei è una madre assente, insensibile, quasi sorda quando presente; è una suocera esigente, intransigente, intollerante di fronte al pressappochismo, spietata nei giudizi e nelle sentenze. Simon e Peter, da sempre sovrastati dall’ombra asfissiante della madre, vedono in questa reunion l’occasione per guardare in faccia il proprio passato come si fa con una vecchia foto. È l’occasione giusta per la vendetta contro una madre da cui si sono sentiti abbandonati e ignorati, una madre che li considera panni sporchi da lavare in famiglia, che tace i loro nomi nei suoi memoires. Dialoghi fitti, pochi e densissimi silenzi, una fiumana di botta e risposta che cela un innesco, un ordigno pronto a saltare: una macchia di vino su un abito da 2000 sterline sarà la scintilla. Da lì in poi il carnage: ingratitudine, rancore, accuse più o meno velate, vecchi attriti che diventano urti devastanti, rivelazioni, scheletri che escono dagli armadi e fanno danni incommensurabili. Kristin, forse paralizzata dal senso di colpa, finge di non capire, davanti alle proprie responsabilità devia, cambia strada, gira lo sguardo per continuare a non vedere. La soluzione arriva da chi meno te lo aspetti: Trudi, ingenua e semplice ragazza americana, che ha trovato in Gesù la strada in discesa, la soluzione per una vita facile, incarnazione della superficialità americana, è colei che riesce a trovare il filo spezzato in un groviglio di risentimenti e sensi di colpa. Il perdono: è il perdono, che Kristin non ha mai concesso a se stessa, la soluzione. foto: https://www.teatrostabilenapoli.it/evento/apologia/#gallery/e4b5e24f52ebc566d006664de03a9005/2828

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Malacrescita di Mimmo Borrelli: storia di sangue

Mimmo Borrelli è al Teatro Nuovo, dal 10 al 12 gennaio, con Malacrescita, testo potente e conturbante tratto La madre: ‘i figlie so’ piezze ‘i sfaccimma  Con Malacrescita Mimmo Borrelli, ancora una volta, ruba, depreda, saccheggia la tragedia greca: lo fa per costruire personaggi dalla statura mastodontica, per raccontare un agghiacciante presente, per turbare e scuotere coscienze, per ottenere la catarsi, per plasmare la sua lingua. Malacrescita porta in scena una rediviva Medea, Maria Sibilla Ascione, figlia di camorrista, moglie di Santokanne, il camorrista Francesco Schiavone, madre di due gemelli che lei stessa rende dementi, avvinazzandoli. Malacrescita nasce dall’inevitabile esigenza di narrare la storia di come un uomo, un marito, un amore possono ridurre una donna, portarla alla più truce, crudele e innaturale delle vendette: quella di Medea sui suoi figli. Mimmo Borrelli presta la sua voce ai due gemelli, figli nati dall’amore di Maria Sibilla per Schiavone, eppure non voluti: quella di Maria Sibilla è una maternità che nasce dal vizio, non dal desiderio. I due gemelli, pasciuti con il vino, vengono resi inabili e abbandonati da una madre che, come Medea, vede in loro l’unica possibilità di vendicarsi del proprio uomo: tutti sapranno che Schiavone è padre di due figli scemi. Sono proprio i gemelli a

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Teatro

La moderna decadenza nel Satyricon di Piccolo e De Rosa

Al San Ferdinando va in scena la rivisitazione teatrale e moderna del Satyricon di Petronio, lo spettacolo ispirato all’opera di Petronio su testo di Francesco Piccolo e regia di Andrea de Rosa sarà in programma fino al 19 Gennaio. Su una scena ostentatamente dorata si muovono personaggi che rappresentano i tipi e gli stereotipi della società contemporanea, fissi nell’immobilità dei luoghi comuni che ne disegnano i tratti distintivi e indaffarati nell’intessere relazioni realissime e modernissime nella loro vacuità. Siamo ad una festa che è anche una cena, una cena Trimalchionis dei giorni nostri che ripropone una delle innumerevoli e ripetitive celebrazioni che affollano la mondanità cittadina. Ma è una celebrazione che, lungi dall’essere gioiosa condivisione, è uno spietato specchio della decadenza e della povertà di contenuti e valori che ne animano i protagonisti. Come nel ritratto che Petronio ci da della decadenza dell’Impero Romano e della sua classe dirigente, la rilettura di Piccolo guarda ai tratti più moderni di quel ritratto di 2000 anni portando in scena con ironia la drammaticità della decadenza contemporanea. Una decadenza morale, quella su cui si sofferma il Satyricon di Piccolo e De Rosa, la cui più moderna e drammatica manifestazione è la povertà e ripetitività del linguaggio quale espressione dello smarrimento di pensieri e contenuti. Così sulla scena i personaggi si rincorrono e si sfuggono in una danza frenetica ma sempre uguale, un ritmo convulso ed agitato fatto di gestualità convenzionali nel quale si riconosce in trasparenza l’assoluta assenza di una direzione. Animati dall’urgenza di una manifestazione e riaffermazione delle proprie convinzioni, gli invitati si perdono di fatto in un flusso nevrotico di conversazioni vuote che ruotano intorno a temi e codici linguistici stereotipati. Luoghi comuni, citazioni pseudo-intellettuali e banali cliché scandiscono il ritmo della conversazione e delle relazioni umane con l’anestetica freddezza del metronomo che segna il tempo della scena. Nel caos di parole vuote e conversazioni sterili si riconosce tuttavia il tentativo disperato di distrazione dalle inquietudini e dal senso di smarrimento che attanaglia tutti i personaggi. Così il ritmo estenuante è interrotto all’improvviso da parole scandalose che ammutoliscono la scena con la loro autenticità. Fragilità, necessità, dolore sono verità che lasciano tutti senza parole e danno lo spunto ai singoli personaggi per lanciarsi in monologhi apparentemente vibranti. Il ritmo si innalza in maniera iperbolica dando l’impressione di segnare finalmente una direzione, ma la ripetizione di schemi linguistici convenzionali priva le parole del loro senso più profondo e la conversazione si disperde nuovamente nei mille rivoli della banalità e superficialità. Uniche voci fuori dal coro di questo moderno Satyricon sono quelle di Trimalcione e della giovane moglie Fortunata. I due personaggi incarnano l’eterno dualismo tra cultura e potere del denaro. Con la sua concreta e volgare praticità, Trimalcione (Antonino Iuorio) impone il suo punto di vista riaffermando il peso che hanno nell’esistenza quotidiana il denaro e la capacità di affermazione degli individui. Quello di Trimalcione è però un punto di vista che si riveste di parole altisonanti e citazioni dotte per poter […]

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