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Eroica Fenice

La Tag: teatri napoli contiene 55 articoli

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Apologia di Andrea Chiodi: carnage al Mercadante

Dal 28 gennaio al 2 febbraio va in scena al Mercadante Apologia: Kristin e i suoi figli sono i protagonisti di un carnage familiare. Andrea Chiodi mette in scena, con grande fedeltà e sapiente ricostruzione, Apologia, un testo di Alexi Kaye Campbell. La quarta parete è quella di una casa di campagna: dentro, in occasione di una cena di compleanno, va in scena lo psicodramma di una normale famiglia inglese. Elisabetta Pozzi, in una performance fuori dall’ordinario, rende tutta la portata ingombrante e asfissiante di Kristin Miller, storica dell’arte, donna colta, appassionata estimatrice della rivoluzione artistica di Giotto, impegnata, salvatrice e redentrice del mondo occidentale. Kristin è, però, agli occhi dei suoi due figli, anche una madre disattenta, giudicante, distante e talvolta assente. Nelle sue parole tutto il disappunto nei confronti di Peter (Christian La Rosa), finanziere che stupra il terzo mondo, nel pieno di una conversione religione, promesso sposo di Trudi (Francesca Porrini), ragazza americana ultra cattolica, perbene, a tratti perbenista, e Simon (Emiliano Masala) scrittore in crisi, da tempo in depressione, prosciugato dall’amore per Claire (Martina Sammarco), attrice di avvilenti soap opera. Il compleanno di Kristin: quale occasione migliore, per figli e nuore, per una resa dei conti. Lei è una madre assente, insensibile, quasi sorda quando presente; è una suocera esigente, intransigente, intollerante di fronte al pressappochismo, spietata nei giudizi e nelle sentenze. Simon e Peter, da sempre sovrastati dall’ombra asfissiante della madre, vedono in questa reunion l’occasione per guardare in faccia il proprio passato come si fa con una vecchia foto. È l’occasione giusta per la vendetta contro una madre da cui si sono sentiti abbandonati e ignorati, una madre che li considera panni sporchi da lavare in famiglia, che tace i loro nomi nei suoi memoires. Dialoghi fitti, pochi e densissimi silenzi, una fiumana di botta e risposta che cela un innesco, un ordigno pronto a saltare: una macchia di vino su un abito da 2000 sterline sarà la scintilla. Da lì in poi il carnage: ingratitudine, rancore, accuse più o meno velate, vecchi attriti che diventano urti devastanti, rivelazioni, scheletri che escono dagli armadi e fanno danni incommensurabili. Kristin, forse paralizzata dal senso di colpa, finge di non capire, davanti alle proprie responsabilità devia, cambia strada, gira lo sguardo per continuare a non vedere. La soluzione arriva da chi meno te lo aspetti: Trudi, ingenua e semplice ragazza americana, che ha trovato in Gesù la strada in discesa, la soluzione per una vita facile, incarnazione della superficialità americana, è colei che riesce a trovare il filo spezzato in un groviglio di risentimenti e sensi di colpa. Il perdono: è il perdono, che Kristin non ha mai concesso a se stessa, la soluzione. foto: https://www.teatrostabilenapoli.it/evento/apologia/#gallery/e4b5e24f52ebc566d006664de03a9005/2828

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Malacrescita di Mimmo Borrelli: storia di sangue

Mimmo Borrelli è al Teatro Nuovo, dal 10 al 12 gennaio, con Malacrescita, testo potente e conturbante tratto La madre: ‘i figlie so’ piezze ‘i sfaccimma  Con Malacrescita Mimmo Borrelli, ancora una volta, ruba, depreda, saccheggia la tragedia greca: lo fa per costruire personaggi dalla statura mastodontica, per raccontare un agghiacciante presente, per turbare e scuotere coscienze, per ottenere la catarsi, per plasmare la sua lingua. Malacrescita porta in scena una rediviva Medea, Maria Sibilla Ascione, figlia di camorrista, moglie di Santokanne, il camorrista Francesco Schiavone, madre di due gemelli che lei stessa rende dementi, avvinazzandoli. Malacrescita nasce dall’inevitabile esigenza di narrare la storia di come un uomo, un marito, un amore possono ridurre una donna, portarla alla più truce, crudele e innaturale delle vendette: quella di Medea sui suoi figli. Mimmo Borrelli presta la sua voce ai due gemelli, figli nati dall’amore di Maria Sibilla per Schiavone, eppure non voluti: quella di Maria Sibilla è una maternità che nasce dal vizio, non dal desiderio. I due gemelli, pasciuti con il vino, vengono resi inabili e abbandonati da una madre che, come Medea, vede in loro l’unica possibilità di vendicarsi del proprio uomo: tutti sapranno che Schiavone è padre di due figli scemi. Sono proprio i gemelli a

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Teatro

La moderna decadenza nel Satyricon di Piccolo e De Rosa

Al San Ferdinando va in scena la rivisitazione teatrale e moderna del Satyricon di Petronio, lo spettacolo ispirato all’opera di Petronio su testo di Francesco Piccolo e regia di Andrea de Rosa sarà in programma fino al 19 Gennaio. Su una scena ostentatamente dorata si muovono personaggi che rappresentano i tipi e gli stereotipi della società contemporanea, fissi nell’immobilità dei luoghi comuni che ne disegnano i tratti distintivi e indaffarati nell’intessere relazioni realissime e modernissime nella loro vacuità. Siamo ad una festa che è anche una cena, una cena Trimalchionis dei giorni nostri che ripropone una delle innumerevoli e ripetitive celebrazioni che affollano la mondanità cittadina. Ma è una celebrazione che, lungi dall’essere gioiosa condivisione, è uno spietato specchio della decadenza e della povertà di contenuti e valori che ne animano i protagonisti. Come nel ritratto che Petronio ci da della decadenza dell’Impero Romano e della sua classe dirigente, la rilettura di Piccolo guarda ai tratti più moderni di quel ritratto di 2000 anni portando in scena con ironia la drammaticità della decadenza contemporanea. Una decadenza morale, quella su cui si sofferma il Satyricon di Piccolo e De Rosa, la cui più moderna e drammatica manifestazione è la povertà e ripetitività del linguaggio quale espressione dello smarrimento di pensieri e contenuti. Così sulla scena i personaggi si rincorrono e si sfuggono in una danza frenetica ma sempre uguale, un ritmo convulso ed agitato fatto di gestualità convenzionali nel quale si riconosce in trasparenza l’assoluta assenza di una direzione. Animati dall’urgenza di una manifestazione e riaffermazione delle proprie convinzioni, gli invitati si perdono di fatto in un flusso nevrotico di conversazioni vuote che ruotano intorno a temi e codici linguistici stereotipati. Luoghi comuni, citazioni pseudo-intellettuali e banali cliché scandiscono il ritmo della conversazione e delle relazioni umane con l’anestetica freddezza del metronomo che segna il tempo della scena. Nel caos di parole vuote e conversazioni sterili si riconosce tuttavia il tentativo disperato di distrazione dalle inquietudini e dal senso di smarrimento che attanaglia tutti i personaggi. Così il ritmo estenuante è interrotto all’improvviso da parole scandalose che ammutoliscono la scena con la loro autenticità. Fragilità, necessità, dolore sono verità che lasciano tutti senza parole e danno lo spunto ai singoli personaggi per lanciarsi in monologhi apparentemente vibranti. Il ritmo si innalza in maniera iperbolica dando l’impressione di segnare finalmente una direzione, ma la ripetizione di schemi linguistici convenzionali priva le parole del loro senso più profondo e la conversazione si disperde nuovamente nei mille rivoli della banalità e superficialità. Uniche voci fuori dal coro di questo moderno Satyricon sono quelle di Trimalcione e della giovane moglie Fortunata. I due personaggi incarnano l’eterno dualismo tra cultura e potere del denaro. Con la sua concreta e volgare praticità, Trimalcione (Antonino Iuorio) impone il suo punto di vista riaffermando il peso che hanno nell’esistenza quotidiana il denaro e la capacità di affermazione degli individui. Quello di Trimalcione è però un punto di vista che si riveste di parole altisonanti e citazioni dotte per poter […]

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In girum imus nocte et consumimur igni: la deriva dell’uomo postmoderno

In girum imus nocte et consumimur igni, Roberto Castello e ALDES presentano l’epopea dell’uomo postmoderno al ridotto Bellini. Il 3 volte Premio UBU Roberto Castello porta sul palcoscenico del Piccolo Bellini con In girum imus nocte et consumimur igni(Andiamo in giro la notte e siamo consumati dal fuoco), uno spettacolo di danza, cinema e teatro, che prende il titolo da un enigmatico palindromo latino di incerta origine, e che affronta, in modo del tutto inedito e sperimentale, la crisi dell’uomo. ALDES è una sorta di compagnia acefala, priva di un capocomico, una compagnia di artisti e operatori culturali che dal 1993 si occupa di sperimentazione artistica. ALDES, sotto la direzione di Roberto Castelli,  fonde le arti, abbatte i muri tra cinema, teatro, danza, musica nella convinzione che l’arte possa parlare a tutti di tutto. L’arte può e deve parlare di ciò che artistico non è, come la confusione, lo smarrimento e il disorientamento dell’uomo nel presente. Quattro attori vestiti di nero (Alice Giuliani, Mariano Nieddu, Giselda Ranieri, Stefano Questorio) si muovono convulsamente, scompostamente, come in trance. Non c’è colore, non ci sono parole: una luce bianca, fredda, illumina a tratti, taglia la scena, crea immensi bui, vertiginosi coni d’ombra. Una danza frenetica, ritmata ma convulsa occupa la scena: 60 minuti di musica, un loop elettronico, assordante e ossessivo, accompagna il naufragio dell’uomo, della società, dell’Italia contemporanea. Lo spettatore, ipnotizzato dalla musica e dalle immagini, si immedesima negli eroi di una tragedia: una tragedia in cui non c’è violenza, non c’è sangue, ma solo smarrimento, caos, perdizione. Gli eroi di questa tragedia non combattono, non aspirano, non corrono: si muovono a vuoto, sbattono come mosche in un barattolo, cercando un dio nel denaro e nella vanità e stanchi, sfiniti e avviliti smarriscono la strada. In girum imus nocte et consumimur igni è il commovente ed empatico ritratto della misera condizione umana, un ritratto che non vuole condannare, stigmatizzare, che non ha la presunzione di offrire soluzioni, vie d’uscita o di fuga, ma solo vuole testimoniare, riferire, fotografare, gettare luce sul presente. É, dunque, lo spettacolo a dare un senso al titolo e non viceversa: il palindromo latino di incerta derivazione, nello spettacolo di Roberto Castello, prende la forma di un girovagare nelle tenebre, alla vana ricerca di una luce. foto: comunicato stampa

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Il maestro e Margherita: in scena l’umano e il sovrumano

Al Mercadante, dal 10 al 15 dicembre, va in scena Il Maestro e Margherita, romanzo dalle immagini potenti e oniriche di Bulgakov, riscritto da Letizia Russo. Chiunque abbia letto Il maestro e Margherita andrà a teatro incuriosito e allo stesso tempo prevenuto; si siederà sulla sua sediolina di velluto con lo sguardo di chi pensa: “non ce la faranno mai!”. Poi lo spettacolo ha inizio e, nell’arco di quasi 3 ore, ondate di immagini, suoni, parole e colori investono lo spettatore, lo stordiscono. Ventuno personaggi, undici porte che danno su una scena scarna, spoglia, essenziale. Undici porte ingoiano e risputano continuamente personaggi, oggetti, voci, storie. Bulgakov ci propone una verità poco plausibile, troppo assurda per risultare credibile, troppo terrificante da poter accettare: è la verità del sovrumano. Solo un’architettura impressionante, complessa e solida come quella costruita dalla regia di Andrea Baracco e dalla scenografia di Marta Crisolini Malatesta poteva rendere efficacemente la terrificante assurdità del sovrumano. A sigillare i pezzi di questa mirabile e funambolica architettura, una sequenza di immagini di rara potenza: una Pietà in cui sono le braccia di Ponzio Pilato (Francesco Bonomo) a tenere il corpo morto di Jeshua (Oskar Winiarski); anime dannate per l’eternità sfilano su passerelle di legno; una corda diventa le onde di un fiume; un treno in corsa, dalle luci accecanti che invadono la sala, mozza il capo di Berlioz (Francesco Bolo Rossini). «La magia nera non è poi così nera per un popolo che ha rinunciato al mistero», denuncia Margherita. Satana è a Mosca e presto tutta la città se ne accorgerà. Il perturbante e seduttivo Woland, che ha la voce e il corpo di un magnetico Michele Riondino, con il suo seguito demoniaco composto dal gatto Behemoth (Giordano Agrusta), il mago/ maggiordomo Korov’ev (Alessandro Pezzali) e la pestifera strega Hella (Carolina Balucani), ha tutta l’intenzione di portare scompiglio e disordine, nella Russia comunista, in un mondo ormai appiattito, disidratato dall’avidità e dalla cupidigia. Nel mondo di Bulgakov l’unico Dio è Satana: è lui a decidere il corso degli eventi, è lui a decidere cosa ne sarà di ogni personaggio. Woland, come un Dio capriccioso e ammaliatore, gioca con le persone, le manipola, le confonde, taglia e cuce a suo piacimento il tempo e lo spazio. I personaggi, da questo gioco, ne escono scossi, provati, sfibrati. Solo Margherita riesce a muoversi con sicurezza in un mondo di ombre e forze demoniache, a guardare in faccia, senza paura, la terrificante realtà del sovrumano. “Questa pace che non è pace è la sola cosa che mi fa paura” Per Margherita la vita senza il Maestro, l’uomo a cui è legata da un amore irriducibile, è una prospettiva spaventosa, agghiacciante, è una pace che non è pace: dunque, quando Satana, un Dio che ama gli uomini nella loro libertà, le darà la possibilità di scegliere, Margherita preferirà l’Inferno ai doni di Dio. Abbiate letto o meno Il maestro e Margherita, andate al Mercadante e immergetevi nel mondo pirotecnico e caleidoscopico di Bulgakov! foto: https://www.teatrostabilenapoli.it/  

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Teatro

Gea Martire al Teatro Civico 14: Il motore di Roselena

Gea Martire, nota attrice campana, e Antonio Pascale, scrittore e giornalista, sono andati in scena al Teatro Civico 14 di Caserta con lo spettacolo Il motore di Roselena. Grande successo, sabato 7 e domenica 8 dicembre, per Il motore di Roselena, lo spettacolo in prosa del giornalista e scrittore Antonio Pascale e dell’attrice Gea Martire in scena al Teatro Civico 14 di Caserta. La storia dell’emancipazione femminile di Roselena All’accensione delle luci, colpisce immediatamente la scenografia essenziale ma efficace, costituita da un telaio della macchina e da una ruota bianche appese al soffitto, un tavolo e una sedia. In questo piccolo spazio Roselena, interpretata da una magistrale Gea Martire, muove il racconto della sua vita. La prima battuta, quella con cui la protagonista entra in scena, è pronunciata con tono da litania e pare quasi condensare questa storia di emancipazione femminile: «A varca dint ‘u puorto sta cchiù sicura overamente, ma nun l’hanno custruita pe’ sta ferma. ‘E capit, Roselena?». Roselena è nata e cresciuta dietro al Vesuvio, dove si sta fin troppo riparati dal «vento del cambiamento», che perciò sembra non arrivare mai. La donna è infiammata da una grandissima passione per le macchine: da bambina veniva acquietata non dalle favole o dalla ninna nanna ma soltanto dal suono ruggente dei motori; distingue i propri famigliari in base al tipo e alla marca di automobile che le ricordano; e ancora, immagina che nella testa, al posto del cervello e della materia grigia, ci sia un motore che funziona proprio come quello delle macchine. Al contrario di chi si sogna dentro un elegante abito da sposa, con un marito al proprio fianco e dei figli da educare o in un tailleur manageriale, lei spera di poter indossare una tuta da pilota e sfrecciare in pista. Crescendo, il linguaggio dialettale, sgrammaticato e colorito – capace di far sorridere non poco il pubblico presente – diventa adeguato, calzante, perfetto quando narra di motori, carburatori, testate e pistoni. E non importa se ancora c’è chi, credendo che la passione per i motori riguardi soltanto gli uomini, si mostra stupito o la prende in giro. Sono «cose inutili, senza fantasia, luoghi comuni» che Roselena sorpassa. D’altronde, come ha imparato all’officina dello zio, bisogna saper aggiustare i motori scassati, mettere insieme i pezzi e ripartire. Questa però non è soltanto la storia di un’emancipazione. È anche il racconto di una passione assecondata con determinazione, grande sforzo interiore, sfruttando qualsiasi mezzo a disposizione. Così, se il vento del cambiamento non soffia, è la protagonista stessa a diventare quel vento: dall’officina che le pare una biblioteca – dove le riviste sui motori diventano l’unica e vera letteratura – alle piste improvvisate sul Vesuvio, dall’AlfaSud all’importante incarico di Modena. E poi dritto verso la fine, condotta da quella macchina che tutti chiamiamo destino e che procede, giorno per giorno, ignorando i nostri comandi. Ma Roselena avrà comunque vinto, perché si è messa in gioco, ha sfidato, combattuto e, si può star certi, non si è annoiata. La biografia […]

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Teatro

Opera talk show: riparte al teatro Diana la rassegna lirica con L’Otello

Opera talk show è la rassegna lirica, a cura del regista Riccardo Canessa che è ripartita al teatro Diana con l’Otello di Giuseppe Verdi Mercoledì, 4 dicembre al teatro Diana il regista Riccardo Canessa ha inaugurato la terza stagione di “Opera talk show”, una rassegna lirica finalizzata alla divulgazione del melodramma, che ha aperto i battenti di questa nuova stagione con l’Otello di Giuseppe Verdi. Lo scopo dell’autore dello spettacolo è quello di riuscire a rendere comprensibile la grande tradizione operistica, utilizzando un linguaggio comunicativo moderno e pop, accessibile a tutti, distanziandosi dal solito modo di divulgare il melodramma, propriamente tecnico e riservato ad un pubblico di poche persone esperte di musica classica, profondamente elitario. L’avventura del regista è iniziata nel 2015 nella scuola media Carlo Poerio, presentando il melodramma ad un pubblico di soli giovani. In un secondo momento, ottenuto un notevole successo, ha deciso di portare lo spettacolo divulgativo (che in un primo momento aveva luogo in ville e palazzi signorili) a teatro, cavalcando i più importanti palcoscenici della città di Napoli: dal San Carlo al Sannazaro, passando per il teatro Diana. Utilizza un linguaggio decisamente pop e inserisce dei brevi approfondimenti video sul melodramma che si focalizzano sui cambiamenti tonali e sulle melodie evocative, ragionando  sull’utilizzo sapiente della strumentazione delle opere; tutto ciò con coinvolgimento e amore viscerale del melodramma ottocentesco che trasuda dal suo particolare modo di attirare l’attenzione col quale trasporta il pubblico  tra gli interstizi dei recitativi e delle arie, smascherando l’opera della solita maschera tediosa che gli è stata affibbiata e invitando magistralmente lo spettatore a calarsi  nella magia senza tempo del melodramma, tra i suoi arabeschi musicali e tra le melodie  passionali di note feroci e scottanti e pregne di eterno.   Riccarco Canessa presenta l’Otello di Giuseppe Verdi al teatro Diana per l’Opera Talk Show «Esultate ! L’orgoglio Musulmano sepolto è in mar; nostra e del ciel è gloria! Dopo l’armi lo vinse l’uragano!» Otello, giunto all’isola di Cipro, proclama la vittoria contro i Turchi e intona L’Esultate!. Da come si evince, il brano, intonato dopo la sortita alle truppe del nemico musulmano, è ad apertura del I atto. Un uragano fu ciò che aiutò  il comandante moro, capo delle truppe veneziane, a sconfiggere i turchi; così come un uragano stesso sarà anche ciò che investirà l’animo di Otello, sbaragliando ogni certezza, sradicando la fiducia verso la sua amata Desdemona, un uragano di diverso tipo, composto da un turbinio di passioni, da un’onda di gelosia che si infrangerà sulla battigia della ragione riducendola a brandelli. Canessa ci ha tenuto a presentare l’Otello come un flusso musicale continuo, in cui l’assenza della classica forma chiusa, della romanza, di melodie indipendenti dall’insieme, appunto, è un filo conduttore che man mano tende a strutturare il melodramma con un costante crescendo di passioni distruttive, con melodie che finiranno con l’essere sempre più introspettive, fino a spingersi nelle voragini dell’animo ferito del protagonista. La rovina dell’eroe sorge da un profondo inganno ordito dall’alfiere Iago che, nutrendo per […]

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La panne: l’opera surreale di Friedrich Dürrenmatt al Teatro Mercadante

Al Mercadante dal 27 novembre all’8 dicembre va in scena la surreale trama de La panne Esistono ancora storie possibili? È questo l’interrogativo con cui si apre La panne, opera surreale tratta dall’omonimo romanzo di Friedrich Dürrenmatt. Una storia impossibile, perché non vera, diventerà possibile, quasi reale. La panne, testo riadattato e diretto da Alessandro Maggi, affronta un tema di capitale importanza: la verità. La verità ne La panne diventa un concetto opinabile: può risultare vero anche ciò che non lo è, nemmeno parzialmente. Può risultare credibile, fino al punto da sembrare vero, anche ciò che non è mai accaduto. Alfredo Traps, interpretato da Giacinto Palmarini, è un ordinarissimo agente di commercio, la cui vita è scandita da un modesto lavoro, che conduce non senza ricorrere a mezzucci e piccoli imbrogli, una moglie, quattro figli e qualche adulterio. Traps rimasto bloccato perchè la sua costosa studebaker è in panne, trova ospitalità presso la villa del signor Werge (Stefano Jotti), giudice in pensione che, per sopravvivere al tedio e alla lenta decadenza fisica e mentale alla quale il pensionamento conduce, assieme ad altri ex giuristi ogni sera “gioca al tribunale”. Le cause di solito sono incentrate su personaggi storici: So­crate, Gesù, Giovanna d’Arco, Dreyfus. Ma avere a disposizione “materia viva” sarà per loro un gioco ancora più divertente perchè più perverso e reale. Traps non ha commesso nessun crimine: la verità dei fatti è questa. Ma il gioco dei quattro pensionati non necessita di fatti, evidenze, verità incontrovertibili. Zorn, ex pubblico ministero interpretato da Nando Paone, riuscirà a dimostrare che Traps è un assassino: un assassino così abile da aver ucciso il suo principale, il signor Gygax, senza versare una goccia di sangue. Mentre il gioco, che si svolge durante una cena luculliana, si fa sempre più divertente per gli ex giuristi, per Traps diventa sempre più reale. Traps si sente costretto nella sua ordinaria e modesta vita di agente di commercio e vede in questo omicidio così sapientemente architettato la possibilità di rendere «più difficile, più eroica, più preziosa» la sua meschina vita di imbrogli e adul­teri. L’esito sarà dei più tragici: tanto tragico quanto surreale. In un clima leggero e goliardico, quello di una cena tra uomini, Dürrenmatt pone una domanda all’apparenza facile: esiste una verità unica, oggettiva,  immutabile, oppure ognuno può costruire una propria realtà dei fatti, ricostruire a proprio piacimento il passato e la verità? foto: https://www.teatrostabilenapoli.it/evento/la-panne/#gallery/91f068198a6788320fdec74cd167277c/2991

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La ballata del carcere di Reading: lì dove muore ogni speranza

La ballata del carcere di Reading al Ridotto del Mercadante dal 14 al 17 novembre. Roberto Azzurro, a due anni dal processo di Oscar Wilde, torna al Mercadante con La ballata del carcere di Reading. Azzurro Lo spettacolo apre la programmazione 2019/2020 della piccola sala al primo piano del Teatro Mercadante. Il lamento di un prigioniero dal carcere di Reading Una scena essenziale: una sedia rosa, pochi mattoni accantonati da prigionieri costretti ai lavori forzati, scarne tavole di legno. Un Wilde provato da due anni di prigionia guadagna la scena recitando la preghiera eucaristica. Il Wilde in scena non è che la carcassa consumata e logora del dandy dissoluto ed edonista che fu: di quel dandy resta un tight nero e un fiore verde all’occhiello. Da qui in poi si scioglie un lungo e dolente lamento pieno di pena, privo di speranza ma intriso di fede. Wilde davanti all’imminente fine di un condannato, Charles Thomas Wooldridge, che aveva ucciso sua moglie con un rasoio, si interroga sulla condizione umana dei prigionieri, sulla urgenza del perdono e sulla barbarie della legge che, invece, scritta dall’uomo per l’uomo, condanna alla prigionia e alla pena di morte. Roberto Azzurro non interviene su La ballata del carcere di Reading, non la rielabora, ma ci entra dentro, restituendo abilmente, con uno sguardo allucinato e una voce tremante e delirante, ogni sentimento che abbia animato e ispirato questo testo. Lo sgomento, il pentimento misto alla nostalgia per una vita di piaceri e di eccessi, la rabbia furente e l’orgoglio ferito, la sofferenza, la rassegnazione davanti al lento spegnersi del suo spirito, la flebile fede che lo tiene in vita, la consapevolezza che dal carcere non si esce vivi, seppur in vita. Ogni uomo uccide ciò che ama, eppure nessuno di loro deve morire. Quell’uomo aveva ucciso ciò che amava e per questo doveva morire. Eppure ogni uomo uccide quel che ama. Ognuno ascolti, dunque, ciò che dico: alcuni uccidono con sguardo d’amarezza, altri con una parola adulatoria. Il codardo uccide con un bacio, l’uomo coraggioso con la spada. […] L’uomo gentile uccide col coltello, perché più ratto giunga il freddo della morte. […] Ogni uomo uccide ciò che ama, eppure nessuno di loro deve morire. Ognuno di noi uccide ciò che ama, ognuno è un malfattore che va perdonato: se è vero questo assunto, allora, chi ha commesso un più grave delitto avrà bisogno di un più grande perdono. La legge, invece, rinchiude il colpevole in una gabbia dove non c’è possibilità di espiazione, di recupero, ma solo la lenta morte della della speranza prima che sia il corpo stesso a perire. Nel carcere non crescono fiori che possano alleggerire l’animo dei condannati, ma solo erba velenosa. Il carcere non ha colori se non il nero della notte, delle ombre e il grigio acciaio delle sbarre e delle catene. Il carcere, trasforma in paglia il fieno, sfigura nel corpo e nello spirito, arrugginisce la catena di ferro della vita. Nel carcere si vive in una perenne […]

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Il mercante di Venezia: uno scontro tra culture

Il mercante di Venezia: va in scena dal 25 al 27 ottobre alla Galleria Toledo lo scontro tra la magnanimità cristiana di Antonio e la sadica crudeltà dell’ebreo Shylock. Laura Angiulli porta Il mercante di Venezia di Shakespeare alla Galleria Toledo. Venezia, XVI secolo. Una scenografia di un nero cupo, spezzato solo da uno specchio d’acqua che allaga la scena e nel quale si muovono i personaggi. Scene e personaggi diversi, luoghi lontani, vicende varie convivono sulla stessa scena. Bassanio, forse a seguito di commerci non proprio fruttuosi, è rimasto al verde e con un mucchio di debiti. La soluzione ai suoi problemi gli appare quando Portia, giovane e ricchissima orfana, è in cerca di marito. Bassanio, mosso da un amore già vivo nei confronti di Portia nonchè dal desiderio di vedere dissolto ogni suo debito grazie al denaro della bella ereditiera, decide di affrontare la lotteria a cui sono legate le sorti matrimoniali della donna. Per farlo ha bisogno, però, di una cospicua dote. Con l’aiuto del devoto amico Antonio, il mercante di Venezia, Bassanio ottiene un prestito dal sadico e avido Shylock, odioso e odiato usuraio ebreo, che chiederà in cambio la più crudele delle penali: allo scadere dei tre mesi stabiliti per il risarcimento del debito, Shylock, secondo regolare contratto, potrà sottrarre una libbra di carne dal corpo di Antonio. Da questo momento avrà inizio una serie di peripezie che porteranno Bassanio a rischiare di perdere la donna amata e Antonio sul punto di perdere la sua vita per non venir meno al contratto sottoscritto con Shylock. L’antisemitismo nell’opera di Shakespeare Il mercante di Venezia Il dramma di Shakespeare appare come una dark comedy nella quale netto è lo scontro tra personaggi positivi e personaggi negativi. Ma ciò che colpisce del dramma è il fatto che negatività e positività non appartengano ai personaggi stessi, non provengano dal loro animo ma dal popolo e dalla cultura alla quale appartengono. Forte è la sensazione che in Shylock si annidi, non una naturale e personale malvagità, ma un rancore atavico, congenito nel popolo ebraico, plasmato da secoli di pregiudizi e torti subiti, corroborato da uno smodato desiderio di denaro e ricchezza, che porta l’ebreo a comportarsi come un “cane strozzino”, ad assecondare quella “selvaggia e ansiosa brama di rovinare un uomo”. Questi istinti così bassi e meschini che animano le azioni di Shylock lo porteranno al punto da alienarsi anche l’affetto di sua figlia Jessica. Daltronde il sentimento antisemita che pervade già l’originale shakespeariano è figlio del clima giudeofobico dell’Inghilterra elisabettiana: ricorre nella produzione del periodo un’ostilità nei confronti della comunità ebraica inglese, ostilità che si percepisce, ad esempio, anche ne L’ebreo di Malta di Marlowe, che deriva da decenni di persecuzioni ed emarginazione. A fare da contraltare alla sadica malvagità di Shylock c’è una serie di personaggi che portano in scena una vasta gamma di sentimenti puri, disinteressati, delicati e potenti allo stesso tempo. Jessica, figlia di Shylock, rinnegherà suo padre e la sua religione per sposare il cristiano […]

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