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Solopizza festeggia 40 anni e si rifà il look

Solopizza compie 40 anni e rinnova il suo look. Martedì 19 febbraio si è tenuta la presentazione alla stampa del nuovo menù per festeggiare il compleanno della storica catena di pizzerie sita in Via Medina e poi diffusasi in tutta Italia. Dalla classica pizza margherita fino alla Solopizza 40, la pizza celebrativa con mix di pomodorini rossi e gialli del piennolo, olio evo, mozzarella di bufala e autentico provolone del Monaco, per finire al menù “Nonsolopizza” fatto di primi e secondi della tradizione napoletana. Solopizza e i suoi 40 anni, la pizza secondo la tradizione Un impasto lievitato per 48 ore, “a ruota di carro” o “a lenzuolo”, con solo farina bianca: questa è la formula che da 40 anni Solopizza propone per la creazione delle sue pizze. La serata è trascorsa con l’assaggio di quattro tipi di pizze, dimostrazione della scelta di ingredienti di alta qualità che contraddistingue da sempre la politica della catena. Grande protagonista il provolone del Monaco autentico e certificato, che si contraddistingue dal provolone comune per la mancanza della piccola testa sul corpo rotondo, come ha spiegato il critico gastronomico Roberto Esse presente in sala. Ad aprire le danze una margherita con mozzarella di bufala, passata di pomodoro Sanmarzano, olio evo e basilico, immancabile e irrinunciabile, adatta a qualsiasi tipo di palato e che mette d’accordo davvero tutti, grandi e piccini. Si è passati poi alla nuovissima Solopizza 40, che mixa l’acidità del pomodorino giallo alla dolcezza di quello rosso e amalgama nel palato il gusto pizzicante del provolone del monaco. Per finire due pizze ripiene, corpose: il “tronchetto“, ripieno al forno con mozzarella, ricotta di pecora e salame, ricoperta da speck e provolone del Monaco, delicata ma al tempo stesso sostanziosa; infine, la pizza fritta con scarole, provola, olive e capperi, dal gusto deciso, dal colore dorato e chiaro, indice di una frittura a regola d’arte. Le novità del menù comprendono anche la pizza “Social” a 12 gusti, molto apprezzata dai più giovani: 12 farciture diverse con al centro un uovo; e la “Merenna Napoletana“, ripiena con provolone del Monaco semi piccante, speck e mozzarella. Insomma, il  marchio di fabbrica può essere considerato senza ombra di dubbio la creatività e la voglia di mettersi in gioco e sperimentare, preservando tuttavia una tradizione di cui tutti i membri della pizzeria vanno fieri. Una storia solida e duratura, lunga quarant’anni, fatta di amore per il cibo genuino, come quello di una volta, al fine di donare al cliente un’esperienza culinaria a 360 gradi, che coinvolge tutti i sensi, primo tra tutti il gusto.

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Pena di morte in Italia e nel mondo

La pena di morte, anche detta pena capitale, è una sanzione penale che consiste nel privare della vita il condannato. Questa crudele punizione, presente in tutti gli ordinamenti antichi, è andata scomparendo col passare del tempo. Ad oggi, secondo i dati del 2017 di Amnesty International, sono 141 i paesi che non la applicano più: 104 l’hanno abolita per ogni reato; 7 l’hanno abolita salvo che per reati eccezionali, quali quelli commessi in tempo di guerra; 30, invece, sono abolizionisti de facto, poiché non vi si registrano esecuzioni da almeno dieci anni. È pur vero, comunque, che esistono dei Paesi – 57, sempre secondo l’ONG impegnata nella difesa dei diritti umani – in cui, per reati più o meno gravi, il reo viene giustiziato con metodi quasi sempre brutali: basti pensare all’Iran, responsabile di più della metà (51%) di tutte le esecuzioni registrate nel 2017, in cui si viene puniti, per reati legati al sesso, con la lapidazione; all’Arabia Saudita, all’Iraq e al Pakistan, dove si viene uccisi attraverso la decapitazione, la fucilazione e l’impiccagione; e ancora, alla Cina, agli Stati Uniti e al Vietnam, dove si fa strada l’esecuzione mediante iniezione letale. Fa specie, certo, sapere di paesi industrializzati, alfabetizzati e democratici, come gli Stati Uniti d’America e il Giappone, che ancora applicano la pena capitale. Nel primo caso, nel 2017 si contano ben 23 esecuzioni fra Texas, Arkansas, Florida, Alabama, Ohio, Virginia, Georgia e Missouri. Nel caso del Paese del Sol Levante, Amnesty International ha più volte denunciato le esecuzione che, negli ultimi anni, sono avvenute in un clima di grande segretezza. I condannati – così come le famiglie, gli avvocati e l’opinione pubblica – vengono informati dell’imminente esecuzione solo poche ore prima. L’abolizione della pena di morte in Italia e nel mondo Guardando al passato, il primo Stato ad abolire la pena di morte fu il Granducato di Toscana di Pietro Leopoldo. Influenzato dal breve saggio Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, il granduca emanò il Codice leopoldino il 30 novembre 1786. A questo seguì nel 1889, in pieno Regno d’Italia, il Codice Zanardelli. Soltanto con l’avvento del fascismo e la promulgazione, nel 1930, del Codice Rocco, si avrà la reintroduzione della pena. Verrà definitivamente vietata, dalla Costituzione repubblicana, nel 1948 ed eliminata, dal diritto militare di guerra, nel 1994. Come l’Italia, anche il Portogallo si interessò, negli anni Sessanta dell’Ottocento, dell’abolizione della pena di morte; in Sudamerica, invece, il primo Stato ad averla abolita dalla Costituzione, nel 1863, è il Venezuela. Molto più recente l’abolizione in Spagna, dove venne applicata con regolarità fino al 1932 ed eliminata soltanto nel 1978. E ancora, fu su proposta di Robert Badinter all’Assemblée Nationale che, il 9 ottobre del 1981, la pena di morte fu abolita dal codice penale francese. Controversa è, invece, la storia del Regno Unito, ultimo stato dell’Europa occidentale ad abolirla, nel 1998. Fonte immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Francisco_de_Goya_y_Lucientes_-_Los_fusilamientos_del_tres_de_mayo_-_1814.jpg

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Inventori italiani: 10 nomi da ricordare

Inventori italiani da ricordare: la nostra top 10!  L’Italia è sempre stato un paese guida nel campo delle invenzioni. Leonardo Da Vinci, Alessandro Volta, Guglielmo Marconi sono solo alcuni dei nomi dei migliori inventori italiani di sempre. Alcuni di loro sono diventati vere e proprie celebrità, altri sono rimasti nell’ombra, regalando il proprio contributo al mondo da un angolo nascosto. L’Italia è sempre stata all’avanguardia in questo campo. Si pensi che perfino la prima idea di brevetto nacque in Italia. Dal motore a scoppio alla penicillina, gli inventori italiani hanno sempre dato un grande contributo all’umanità. I dieci inventori italiani che hanno fatto la storia Bartolomeo Cristopori Padovano, nato nel 1655, è l’inventore del “gravicembalo (o arpicembalo) che fa il piano e il forte”. Grazie a un sistema di martelletti che percuotevano le corde, piuttosto che pizzicarle, Cristopori diede vita all’antenato del pianoforte. Il nuovo strumento si diffuse in tutta Europa per la sua grande espressività, prima con il nome di forte piano, poi – dalla metà del ‘700 – come pianoforte. Alessandro Volta Egli, nel 1799, presentò un brevetto che illustrava come costruire il primo generatore statico di elettricità: la pila. Napoleone Bonaparte premiò Volta con una medaglia d’oro e, in suo onore, fu coniata una moneta, la 10.000 lire, in cui accanto al suo volto compare proprio una pila. Eugenio Barsanti e Felice Matteucci Si tratta degli inventori italiani del motore a combustione interna. Nel 1835 brevettarono questo motore che sarebbe stato migliorato qualche anno dopo, nel 1909, dall’ingegnere Giovanni Enrico per la Fiat. Francesco Antonio Broccu Quasi sconosciuto tra i nomi degli inventori italiani, fu l’ideatore della prima pistola. Appassionato fin da piccolo di meccanica, quando ideò il revolver a quattro colpi attrasse l’attenzione del re sabaudo Carlo Alberto che, incuriosito dall’arma, invitò più volte Broccu a Cagliari per tenere un corso sull’utilizzo della nuova pistola. Broccu rifiutò perché non voleva allontanarsi dal proprio paese. Tre anni dopo Samuel Colt brevettò la sua rivoltella e che ne fu riconosciuto l’assoluto inventore. Giuseppe Ravizza Il nome in questione appartiene all’inventore della macchina da scrivere. Ravizza, un novarese nato nel 1811, inventò una tastiera per scrivere a scopo filantropico: facilitare la scrittura ai non vedenti. La sua macchina da scrivere – o, come la chiamava lui, “cembalo scrivano” per somiglianza con i tasti del clavicembalo, fu progettata in 16 modelli. Le sue caratteristiche erano tastiera orizzontale, telaio mobile, nastro inchiostratore, campanello indicatore di fine riga. Il cembalo scrivano fu brevettato nel 1855. Nessuno dei modelli ebbe visibilità e Ravizza restò a molti uno sconosciuto. Intanto a New York la società Remington&Sons mise in commercio la prima macchina da scrivere che ebbe un enorme successo. Antonio Meucci Il fiorentino in questione inventò il telettrofono, l’antenato del moderno telefono. Emigrato a Cuba e poi negli Stati Uniti, Meucci aprì una fabbrica di candele che purtroppo – o per fortuna – dopo un successo iniziale chiuse per un incendio che la distrusse. La fortuna sta nel fatto che a Meucci allora non […]

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Disturbo comportamentale: un approfondimento psicologico

Disturbi comportamentali: come è possibile riconoscere i principali “malfunzionamenti” della psiche umana? Quali comportamenti adottare? La psiche umana rappresenta uno degli argomenti più stimolanti e affascinanti in cui capita più spesso di imbattersi, così come tutto ciò che riguarda il suo funzionamento…e malfunzionamento. E il disturbo comportamentale si annovera tra quei problemi della psiche che modificano il comportamento dell’individuo al punto da non renderlo conforme alla società a cui appartiene. Tuttavia, prima di scendere nel dettaglio su cosa sia effettivamente e su come si manifesti, è necessario fare una digressione su cosa sia il disturbo psicologico e cosa la personalità, che ne viene automaticamente influenzata. Per definire cosa sia la personalità è opportuno distinguere tra temperamento e carattere, che ne sono le componenti caratterizzanti.  Con temperamento, intendiamo l’insieme delle tendenze innate e geneticamente trasmesse che ci permettono di reagire agli stimoli esterni; mentre il carattere è il risultato dell’interazione dell’uomo con l’ambiente circostante. L’insieme di queste due componenti genera la personalità dell’individuo, la quale può essere generalmente soggetta a dei disturbi che vengono definiti come una disfunzione dannosa della psiche dalle correlazioni neurobiologiche. Solitamente, i disturbi causano danno all’individuo e possono essere caratterizzati da deficit e/o incapacità di adattamento. Tra questi, il disturbo comportamentale può manifestarsi nei primi anni di vita oppure nelle prime fasi dell’adolescenza, ma -in entrambi i casi- comprendono tre categorie principali: Disturbo da deficit dell’attenzione/Iperattività (ADHD); Disturbo oppositivo/provocatorio (DOP); Disturbo della condotta  (DC). Tutti e tre hanno in comune una parziale o totale incapacità di controllare le proprie emozioni in funzione di esigenze esterne. DISTURBO DA DEFICIT DELL’ATTENZIONE/IPERATTIVITÀ Il bambino affetto da ADHD, manifesta spesso disattenzione e non è in grado di concentrarsi in maniera appropriata sull’attività che si trova a svolgere. Spesso  accompagnata da frequente iperattività che trova riscontro in un’eccessiva attività motoria, in momenti poco opportuni. Il tutto, spesso, è contornato da un’attiva impulsività che porta il bambino a non riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni prima di compierle. Tale tendenza spesso nasce da un’incapacità di ritardare una gratificazione o dal desiderio di ottenere un soddisfacimento immediato. Emergendo, in particolar modo, uno dei tre aspetti, riscontreremo un disturbo “prevalentemente  iperattivo-impulsivo” con una tendenza a essere continuamente in movimento o in stati di agitazione, oppure a parlare in maniera eccessiva. A ciò si aggiunge una sviluppata incapacità di attendere il proprio turno in qualsiasi circostanza. Si riscontra un disturbo “prevalentemente disattento”, invece, quando il bambino presenta minori problemi dal punto di vista comportamentale, ma maggiore incapacità nel prestare attenzione. Tra i sintomi si riscontrano la facilità ad annoiarsi o focalizzare la propria attenzione su un’attività per lungo periodo di tempo, la facilità a distrarsi per mezzo di stimoli esterni o difficoltà nel seguire le istruzioni. Per far fronte a questo disturbo comportamentale, è consigliabile organizzare una routine affinché il bambino sappia sempre cosa aspettarsi nel corso della giornata. Mettere in atto rituali semplici e immediati che possano far fronte al suo disturbo, impostando delle regole chiare e sempre ben visibili, a cui associare eventuali ricompense […]

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Marijuana legale, dove e quando ne è consentito l’uso

Marijuana legale: dove, quando e perché Originaria del continente asiatico, la pianta della Cannabis o Canapa contiene diversi tipi di sostanze psicoattive, tra cui la marijuana che deriva dalle sue infiorescenze essiccate L’etimologia del termine “marijuana” è ignota, tuttavia sappiamo che questo era il nome comunemente usato in Messico (marihuana) per indicare la varietà di canapa detta “indiana”, utilizzata come sostanza stupefacente. La consuetudine di designare con la parola “marijuana” la pianta di Cannabis in generale, indipendentemente dall’uso a cui sia destinata, deriva da una campagna mediatica promossa negli Usa durante gli anni ’30 dall’editore, imprenditore e politico statunitense William Randolph Hearst. Quest’ultimo adottò il vocabolo messicano giacché il Paese centroamericano era allora considerato nemico degli Stati Uniti. I suoi giornali, permeati da un’aura sensazionalistica, portarono l’opinione pubblica a demonizzare la pianta in questione ed al conseguente proibizionismo, con il “Marihuana Tax Act” firmato dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt, il 14 giugno 1937. Marijuana legale, in quali Paesi? E a quali scopi? La liberalizzazione della cannabis, sia per fini terapeutici che ricreativi, è un fenomeno che sembra destinato ad inglobare un numero sempre crescente di nazioni. Il primo Stato al mondo ad autorizzare la produzione, la vendita ed il consumo, per i maggiorenni iscritti in un registro dei consumatori abituali, fu l’Uruguay nel 2013. In vari stati Usa (Oregon, Nevada, Colorado, Washington, Alaska, Oregon, distretto di Columbia, California) ne è permesso l’uso ricreativo, mentre 30 sono quelli in cui la marijuana viene consumata in ambito sanitario. L’Olanda, ritenuta la nazione della cannabis per eccellenza, non riconosce formalmente la legalità della sostanza ma ne tollera il consumo presso i famosi Coffee Shop. Al di fuori di tali locali, la legge non consente di superare i 5 grammi. Totalmente privo di controlli in tal senso, invece, il Bangladesh, dove la marijuana è consumata in assoluta libertà. Marijuana: dove è assolutamente proibita e quali sono le pene per chi ne è in possesso Esistono Paesi nei quali la detenzione di cannabis, anche in piccole quantità, è severamente vietata e punita con sanzioni che possono arrivare perfino alla pena di morte. Iran, Malesia, Emirati Arabi ed Arabia Saudita fanno parte di quest’ultimo gruppo. In Romania, Belgio e Francia è prevista la carcerazione; in Indonesia e a Singapore la fustigazione e l’ergastolo; in Cina sono stati istituiti dei “campi di lavoro e rieducazione” per coloro che eludono il divieto. Anche il Giappone e il Regno Unito proibiscono l’uso di marijuana, mentre in Israele esso è consentito solo per cure mediche. Marijuana legale: in quali Paesi il suo uso è depenalizzato? In Spagna, Portogallo, Svizzera, Austria, Repubblica Ceca, Germania e diverse nazioni sudamericane il consumo di “erba” fino a 10 grammi costituisce solo illecito civile. In Messico, India e Cambogia, la marijuana sarebbe vietata in teoria, ma nei fatti spesso il suo consumo non viene punito dalla legge. Il Brasile sta tuttora lottando per giungere alla legalizzazione completa. Marijuana legale, la situazione in Italia Nel nostro Paese sembrava si stesse procedendo, pur se tra mille […]

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Castoro: dopo secoli torna a ripopolare l’Italia

Il castoro di nuovo in Italia dopo quattro secoli | Riflessioni Dopo 450 anni dalla sua estinzione locale, unitamente a svariati sforzi di protezione e reintroduzione compiuti in tutta Europa sin dalla seconda metà del secolo scorso, il castoro sembra aver fatto nuovamente capolino in Italia: un esemplare è stato, infatti, recentemente avvistato in Friuli Venezia Giulia. All’incirca nel corso di novembre 2018 un cacciatore di Tarvisio e un forestale regionale della stazione di Pontebba, in provincia di Udine, hanno osservato e fotografato alcuni salici profondamente scortecciati; simili tracce sono usualmente caratteristica degli ungulati ma, in questo caso, hanno suscitato sospetti. Nell’incertezza dell’attribuzione riguardo all’eccezionale avvistamento, si è avviato l’iter scientifico per capire se davvero si trattasse di un “ritorno”: pertanto, il Museo Friulano di Storia Naturale ha coinvolto Renato Pontarini, ricercatore del Progetto Lince Italia, in collaborazione con Luca Lapini del suddetto Museo, al fine di individuare l’autore delle anomalie mediante l’impiego di trappole videofotografiche e sensori di movimento: tali verifiche hanno confermato la presenza di un castoro – il primo sul territorio italiano da almeno quattro secoli – lungo lo Slizza, torrente che scorre in territorio friulano fino all’Austria, confluendo nel Danubio. «Speravamo che prima o poi sarebbe accaduto – commenta Pontarini – ma non pensavamo così presto. Negli ultimi mesi ho seguito anche la popolazione di castori in Carinzia, in Austria, che è florida e in aumento, dopo la reintroduzione avvenuta tra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, ma questo animale ha risalito lo Slizza controcorrente per molti chilometri in poco tempo. Anche le lontre hanno seguito la stessa strada, giungendo in Italia dalla Carinzia e dalla Slovenia».  Un po’ di storia: verso l’estinzione del castoro nelle fonti I reperti sub-fossili, risalenti a circa 8.000 anni fa, testimoniano la presenza del castoro nell’Italia nord-orientale ma la specie europea si è estinta nel corso del XVI secolo, a causa della caccia spietata all’animale per la sua pelliccia, folta e idrorepellente, per l’utilizzo delle sue carni e per l’elevato valore del castoreum, un olio dall’odore muschiato prodotto dall’animale. Probabilmente dovuto all’accumulo nelle ghiandole del castoro di acido acetilsalicilico (principio attivo dell’aspirina) estratto dal salice, di cui il castoro si ciba, questo olio era in passato utilizzato come base per la fabbricazione di profumi e per le sue proprietà medicamentose. I Romani facevano largo impiego del castoreum: è citato da Celso, Plinio il Vecchio, Varrone, Quinto Sereno Sammonico, tant’è che, nel suo editto sui prezzi, l’imperatore Diocleziano incluse anche il prezzo delle pelli di castoro. È possibile che la caccia incontrollata attuata in età romana avesse prodotto in età Medievale un iniziale declino della specie, rendendola rara ma non ancora estinta: Dante nel XVII canto dell’Inferno colloca i castori in Germania (“E come là tra li Tedeschi lurchi/ lo bivero s’assetta a far sua guerra”), il poeta fiorentino di XIV secolo Fazio degli Uberti, nel suo Dittamondo, poema didascalico di ispirazione dantesca, lo situa negli acquitrini del ferrarese (“Ne’ suoi laguni un animal ripara/ ch’è bestia e pesce, il qual Bevero ha nome”). Le ultime citazioni del […]

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Olivier Ayache-Vidal in Il professore cambia scuola

Recensione del film Il professore cambia scuola di Olivier Ayache-Vidal Il film francese Il professore cambia scuola ha come protagonista il professore François (Denis Podalydès). Questo film è proiettato nelle sale cinematografiche dal 7 Febbraio 2019 e ha riscontrato approvazione sia da parte della critica francese  che da parte di numerosi spettatori. Un film sincero, estremamente umano e aperto alla speranza. Con questo prodotto cinematografico il regista Olivier Ayache-Vidal e l’attore Denis Podalydès hanno dato vita a un’indagine accurata sulla scuola pubblica e sul sistema didattico che risulta fragile su svariati aspetti. Il film di Olivier Ayache-Vidal Il professore cambia scuola – Trama Il professore, interpretato dall’espressivo e talentuoso attore Denis Podalydès, dopo aver esibito alcune sue teorie sulla didattica a una funzionaria ministeriale per impressionarla,  si ritrova da un giorno all’altro a insegnare nella più dimenticata periferia parigina. Inizialmente scoraggiato dall’inefficacia dei suoi metodi con la nuova e vivace classe multiculturale, François capisce che dovrà adoperare un altro metodo di insegnamento per farsi ascoltare dai suoi ragazzi e farli appassionare alle sue lezioni. Questa emozionante commedia francese di Olivier Ayache-Vidal con l’attore della comédie-française Denis Podalydès e l’attore Abdoulaye Diallo è un film sull’ importanza del ruolo degli insegnanti e sulla possibilità per tutti i ragazzi di credere nelle proprie capacità, trovare la fiducia in se stessi ed inseguire con coraggio le proprie passioni. Il metodo di insegnamento dei docenti dovrebbe fondarsi sull’ascolto attivo, sulla comprensione e sull’ incoraggiamento. Il punto di vista di Olivier Ayache-Vidal e gli elementi chiave del film Questo film è stato ritenuto un’opera d’arte del mondo della scuola, delicato, toccante e con una giusta dose di comicità che dona agli spettatori un lato ironico. Indaga con accuratezza il mondo della scuola pubblica, l’insegnamento e i problemi delle periferie che condizionano la condotta degli allievi. Il regista Olivier Ayache-Vidal ha voluto dar vita alla commedia francese Il professore cambia scuola, un film sociale che va alla ricerca dell’autenticità dei sentimenti dei ragazzi che si nasconde dietro atteggiamenti aggressivi e ricchi di paura da parte di adolescenti spaventati. Il regista ci spiega come è nata questa commedia: «di fronte a una situazione che va oltre le sue previsioni il professore François si rende conto che uno stesso metodo non produce i medesimi effetti ovunque. Questa sensazione spaventosa ed eccitante della necessità di una ricerca perpetua di una pedagogia adatta a ciascun caso è l’ argomento chiave che ha guidato il mio lavoro e che il film cerca di proporre. Esiste una scena significativa quando il professore François lotta per convincere gli alunni poco motivati a leggere un libro, in quel momento cruciale si percepisce che non sono gli alunni a doversi adattare a lui, ma il contrario».  Alla domanda«Conoscere una materia non vuol dire avere le doti pedagogiche adatte per insegnarla?» il regista Olivier Ayache-Vidal risponde: «È esattamente questa la questione. Sono due aspetti molto diversi che costituiscono l’insegnamento. È come un pilota di F1 che non è detto abbia le capacità per essere un buon insegnante di […]

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Io sono Mia. La rivincita di Mimì come storia di amore e coraggio

RAI Fiction torna a presentare un nuovo commovente prodotto Io sono Mia. Omaggio alla straordinaria voce italiana Mia Martini o Mimì, distribuito prima nelle sale cinematografiche il 14, 15 e 16 gennaio 2019 e successivamente in onda in TV su Rai1 il 12 Febbraio 2019. Brividi e commozione trasmessi da un magnifico biopic musicale diretto da Riccardo Donna e dall’interpretazione di un’immensa Serena Rossi, assolutamente all’altezza dell’arduo e quasi impossibile compito. Io sono Mia. La trama Il film narra la storia incredibile e sofferta di una delle più straordinarie voci nel panorama della musica italiana del XX°, Mia Martini. Si alza il sipario sull’anno 1989, quando la figura di Mimì percorre i corridoi che da dietro le quinte portano al palco dell’Ariston. È il ritorno sulle scene della cantante calabrese, con la partecipazione ostacolata a Sanremo, dopo anni di ritiro. Segue il racconto della sua vita, attraverso un’intervista con la giornalista Sandra, ripercorrendo gli inizi difficili della sua carriera, il conflittuale e duro rapporto con il padre, la storia d’amore con il fotografo Andrea (personaggio inventato e con probabile riferimento al cantautore Ivano Fossati), che segna un po’ il suo amaro destino sentimentale. Si giunge al racconto del baratro in cui Mimì sembra precipitare, insieme ad una carriera stroncata dall’infamante marchio della sfortuna, che comincia dagli anni Settanta a perseguitarla come un’ombra funesta. Segue il buio, la sofferenza, la resa fino ad una radiosa rinascita, proprio in occasione della sua partecipazione al Festival di Sanremo nel 1989. Impeccabile nella sua pelle una talentuosa Serena Rossi. Come afferma l’amata sorella Loredana Bertè: «Serena ha preso delle cose specifiche di Mimì, che in pochi conoscevano: come si muoveva, i suoi scatti, la sua malinconia e il dolore che provava dentro, ma che non dimostrava spesso. È stato impressionante: in certe scene è sembrata proprio Mia». L’attrice e cantante partenopea ha tenuto incollati allo schermo cuori e lacrime di emozione immensa, aiutando mirabilmente gli spettatori a percorrere quell’anima sensibile e forte, tenace e caparbia, ma soprattutto appassionata. Io sono Mia è infatti la storia di un’artista fantastica, innanzitutto donna straordinaria, che ha vissuto un’esistenza tormentata, ma sempre proiettata all’amore e alla passione con ogni fibra del suo essere. Voce inimitabile, talento a tratti temuto, ad altri osannato, in un altalenante vortice di soddisfazioni e dolori. Io sono Mia è la storia portata in auge della vergognosa leggenda che ne ha attentato in vita il talento e la sensibilità, lasciando spazio alla fragilità e alla sofferenza. Un dolore esorcizzato poi dalla mirabile interpretazione sanremese sulle note di Almeno tu nell’universo. Fu una prova, una rinascita per una vita soffocata per troppo tempo da maldicenze, pregiudizi e falsità. Io sono Mia è la storia di rivalsa, di un coraggio mai eclissato, di una lotta perpetrata con ogni lacrima, con ogni nota e con ogni respiro. Io sono Mia. I successi e una carriera inabissata da sofferenze e maldicenze bigotte Il successo di Mimì comincia nel 1972 con Piccolo uomo, che la consacra come una delle […]

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Il CULT #2: When Harry met Sally di R. Reiner

Come abbiamo annunciato nel numero precedente, la rubrica “Il CULT” è la rubrica di cinema che a cadenza mensile propone un classico della cinematografia, analizzandolo in quattro punti e spiegando gli elementi che lo hanno reso tanto famoso. In occasione della festa di San Valentino, non potevamo non parlare della commedia romantica per eccellenza, colei che ha segnato il punto di svolta del genere e a cui tutte le pellicole “rosa” vengono paragonate: naturalmente stiamo parlando di When Harry Met Sally (Harry ti presento Sally) When Harry met Sally di Robert Reiner Uscito nel 1989 e diretto da Robert Reiner (Stand By Me, Misery non deve morire), il film è stato realizzato con la sceneggiatura di Nora Ephron (C’è posta per te, Julie & Julia), madrina della commedia romantica americana. Ambientato per la maggior parte nella nevrotica città di New York (come l’ha definita il regista stesso), l’opera riesce a divertire e ad emozionare lo spettatore, anche grazie all’atmosfera che richiama alla mente lo stile “alleniano”. 1) La trama originale Nonostante Harry ti presento Sally sia fra i grandi esponenti del genere, il lungometraggio presenta uno sviluppo di trama diverso dalla solita storia d’amore cinematografica: quando Harry (Billy Crystal) e Sally (Meg Ryan) si incontrano per la prima volta non provano un’attrazione istantanea l’uno per l’altro, e si salutano entrambi sperando di non incontrarsi mai più. Nel corso della narrazione assisteremo a numerosi balzi temporali, che ci mostreranno come i due conducano la propria vita guidati dalle proprie esperienze, ricoprendo un ruolo di comparsa nella storia del rispettivo coprotagonista. Anche quando si rincontreranno ad anni di distanza, ognuno con il proprio carico di successi e delusioni, si instaurerà tra di loro un rapporto dettato dal bisogno di compagnia e di distrazione dalla routine, eliminando così il cliché del colpo di fulmine e rimandando per gran parte del film il “gran momento”. Quest’elemento viene sottolineato dalla sequenza di apertura, che mostra diverse coppie di anziani che ricordano il loro primo incontro. 2) Autenticità del racconto All’interno di When Harry met Sally non sono pochi gli elementi narrativi che hanno origine dalla realtà: non solo le storie raccontate all’inizio della pellicola riprendono quelle di persone comuni, ma anche i caratteri dei due protagonisti sono stati modellati sulla base del regista Robert Reiner e della sceneggiatrice Nora Ephron. Le due personalità agli antipodi con diverse concezioni di vita hanno portato sullo schermo due personaggi che hanno convinto il pubblico grazie alla loro sincerità. Inoltre alcune scene sono state improvvisate o ideate dagli attori, costringendo gli altri personaggi ad adeguarsi alla situazione: è il caso della celebre scena del finto orgasmo al ristorante, oppure della sequenza di Sally ed Harry durante la visita al Tempio di Dendur nel Metropolitan Museum of Art. 3) La regia A rendere Harry e Sally una delle coppie più famose del cinema non è stata solo la bravura degli interpreti ma anche la regia di Robert Reiner, capace di far apparire gli attori come due metà dello stesso insieme. Ci riferiamo in […]

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Il corriere – The Mule: il ritorno di Clint Eastwood

L’ottantanovenne due volte premio Oscar Clint Eastwood torna al cinema con il poliziesco drammatico Il corriere – The Mule, nel quale riveste sia i panni del regista che quelli dell’attore. Earl Stone (Clint Eastwood) è un anziano coltivatore di fiori, veterano della Seconda Guerra Mondiale, divorziato, con una figlia con la quale non parla da anni a causa del suo essersi disinteressato alla sua famiglia per dedicarsi interamente al lavoro, e che si ritrova senza soldi dopo il fallimento della sua attività. Avvicinato da un invitato alla festa prematrimoniale della nipote, Earl, inizialmente all’oscuro di ciò che gli è stato proposto, si ritrova a fare il corriere della droga per un cartello messicano. Grazie alla sua bravura ed efficienza è tenuto in grande considerazione dal boss Laton (Andy Garcia) che, per questo motivo, lo incontra di persona. Dopo i primi viaggi la curiosità ha preso il sopravvento e, nonostante gli avvertimenti da parte dei narcotrafficanti, Earl scopre la causa delle ingenti somme di denaro che riceve alla fine di ogni viaggio. Malgrado non abbia più bisogno di soldi, l’anziano continua a svolgere il suo incarico arrivando perfino a conversare con il detective della DEA – la Drug Enforcement Administration, ossia l’agenzia federale antidroga americana – Colin Bates (Bradley Cooper), che sta indagando proprio sul cartello per cercare di acciuffare il misterioso corriere che riesce a portare a termine tutte le sue consegne di centinaia di chili di droga. Il corriere – The Mule : nessuno fugge per sempre Il film, ispirato alla storia di Leo Sharp – arrestato nel 2011 a 87 anni e condannato a 3 anni di prigione – non mira a impressionare gli spettatori per le incredibili vicende vissute da questo insospettabile vecchietto che per ben 10 anni trasportò la droga per il cartello messicano di Sinaloa. Il suo punto di forza va ricercato, piuttosto, nell’aver mostrato al pubblico chi realmente fosse Sharp: un uomo solo e indigente divorato dai rimorsi per essere stato un pessimo padre e un pessimo marito. Eastwood ne fornisce un’interpretazione impeccabile capace di proiettare una miriade di sfumature diverse: l’umorismo, la tristezza, l’esperienza, l’altruismo, la scontrosità, l’avventatezza, la compostezza e, soprattutto, la consapevolezza di essere stato un uomo che ha tanto sbagliato in passato e che vorrebbe recuperare l’affetto dei suoi cari. Sarà proprio quest’esperienza fuori dal comune – e non saranno certo i tanti soldi guadagnati illecitamente a riavvicinarlo alla moglie gravemente malata e alla figlia che riesce a stento a rimanere con lui nella stessa stanza – a fargli ammettere i suoi sbagli e ricordargli ciò che realmente conta nella vita: la famiglia. Il corriere – The Mule è un indubbio capolavoro cinematografico che segna il ritorno di un personaggio poliedrico del calibro di Clint Eastwood che, in questo film, ha dato ancora una volta il meglio di sé sia dietro sia davanti la macchina da presa confermando la bravura e il talento che ne hanno fatto l’acclamato artista che abbiamo imparato ad apprezzare nel corso della sua lunga carriera […]

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Cucina & Salute

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Mal di schiena: facili consigli per prevenirlo nel quotidiano

Il mal di schiena è un disturbo frequente e molto fastidioso, che colpisce fino a 8 persone su 10 almeno una volta nella vita, indiscriminatamente: sesso ed età, infatti, non sono agenti determinanti per risultare vittima di questa indisposizione. Si tratta di una patologia variegata, perché il dolore percepito può essere smorzato, acuto, alternato, continuo, persistente, cronico, in ogni caso risulta soggettivo; idiopatica, in quanto non è possibile definirne con certezza la causa,  e multifattoriale, ossia con una pluralità di cause possibili. Ansia e stress emotivo, per esempio, possono svolgere un ruolo determinante, perché le tensioni si scaricano sempre sulla schiena. Una modalità errata di movimento da parte della spina dorsale oppure un invecchiamento della colonna vertebrale sono altre cause molto frequenti. Persino Il fumo di sigaretta può causare il mal di schiena in quanto, diminuendo l’ossigenazione dei tessuti, indebolisce la muscolatura lombare, la quale ha maggiori difficoltà a sostenere i carichi che gravano su questa zona. Contrazioni, tensioni muscolari, lesioni della schiena, traumi gravi al rachide come ernia del disco, colpo di frusta, incidenti e patologie della colonna vertebrale concorrono a determinare questa situazione invalidante. Curare il mal di schiena si traduce nel ridurre la sofferenza il prima e il più a lungo possibile; le tecniche per realizzare questo proposito sono diverse ma un ruolo chiave esercitano, senza dubbio, le strategie di prevenzione. Dato che, molto spesso, responsabili del mal di schiena risultano essere anche abitudini di vita scorrette, appare prioritario uno stile di vita sano. Da qui uno dei migliori modi per prevenire il male alla schiena è quello di allenare la schiena con regolarità, per aumentare la forza dei muscoli addominali e della schiena, anche attraverso esercizi mirati ad incrementare l’equilibrio e ridurre il rischio di cadute. Tai chi, yoga e pilates sono ottimi percorsi in questo senso. Determinante è anche la pratica corretta di varie tipologie sportive, quindi anche essere seguiti da un personal trainer o da un allenatore è decisamente consigliabile. Mal di schiena, alcuni consigli per evitarlo Rispettare una dieta sana è altrettanto importante, per evitare che un peso eccessivo gravi troppo sulla schiena e per garantire il giusto apporto di micro e macronutrienti, in grado di prevenire l’osteoporosi, responsabile di molte delle fratture ossee che causano dolore alla schiena. Un’altra causa frequentissima del mal di schiena è l’eccessiva sedentarietà che oggi, per cause soprattutto lavorative, costringe la colonna vertebrale ad una prolungata posizione statica, talvolta curva ma troppo spesso scorretta, innaturale per la schiena. Pertanto, innanzitutto quando si è a lavoro, si dovrebbero utilizzare strumenti ergonomici, come una buona poltrona da ufficio,  dotata, magari, di misurazioni personalizzate. Inoltre, non si dovrebbe restar seduti per più ore consecutive ma ogni tanto è consigliabile alzarsi e muoversi un po’, al fine di sciogliere le articolazioni, che potrebbero irrigidirsi facilmente. Mantenere sempre una buona postura, sostenendo correttamente la schiena e fare attenzione nel compiere in maniera corretta movimenti quotidiani, infine, può aiutare a prevenire lesioni muscolo-articolari. Il sollevamento di oggetti pesanti dovrebbe effettuarsi senza piegare la schiena, bensì usando la forza delle gambe e […]

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Il latte fa male? La parola alla divulgazione scientifica

Negli ultimi anni, in concomitanza con lo sviluppo di intolleranze alimentari via via più diffuse, si è rivolta sempre maggiore attenzione alle eventuali motivazioni della loro insorgenza e alla chimica degli alimenti, al fine di stabilire la loro “idoneità” o meno alla nutrizione umana adulta. In tale contesto, ha assunto notevole rilevanza la riflessione sul consumo di latte vaccino, da alcuni individui ben tollerato, da altri abusato, da altri ancora perfino “demonizzato”. Pare utile, dunque, sfatare qualche mito e chiarire qualche dubbio, facendo costante ed ovvio riferimento alla divulgazione scientifica, l’unica in grado di districare la questione spesso confusa al riguardo e fornire dei punti fermi cui attenersi, senza gli inutili allarmismi di alcuni che sono giunti perfino a definire l’impiego di latte «innaturale» e «contro la stessa fisiologia umana» (Latte e uova: perché uccidono, AgireOra Edizioni). Innanzitutto, chiariamo che il lattosio è il principale zucchero del latte, un disaccaride composto a sua volta da una molecola di glucosio e una molecola di galattosio, ovvero da due zuccheri semplici; tutti i mammiferi neonati possiedono la proteina lattasi, che agisce spezzando il lattosio nelle sue due componenti, rendendole assorbibili e utilizzabili dall’organismo. In origine, la natura aveva previsto che la lattasi non venisse più prodotta negli adulti, nei quali, al termine dello svezzamento, l’eventuale latte ingerito e metabolizzato dai batteri intestinali originava la produzione di gas e il richiamo di acqua per effetto osmotico, generando gli spiacevoli effetti – quali flatulenza, diarrea, costipazione – associati alla cosiddetta “intolleranza al lattosio”. Tuttavia, 1/3 della popolazione mondiale presenta la “persistenza della lattasi”, ovvero non ha alcun problema a consumare il latte da adulto: quindi, gli individui hanno capacità diverse di digerire il latte. Una mutazione genetica all’origine della capacità di consumare latte da adulti Colpisce il fatto che la capacità di produrre lattasi anche da adulti non sia distribuita omogeneamente: in Scandinavia essa supera il 90%, ma si riduce procedendo verso l’Europa meridionale. Ci affidiamo, dunque, alla valutazione in merito del noto divulgatore scientifico Dario Bressanini, al quale abbiamo fatto riferimento in un precedente articolo: «L’avvento del latte animale come alimento per l’uomo è stato reso possibile all’inizio del Neolitico, circa 10.000 anni fa, con il passaggio dalla vita nomade del nostro avo cacciatore-raccoglitore alla vita più stanziale basata sull’allevamento e l’agricoltura. In quel periodo pecore, capre e bovini vennero per la prima volta domesticati in Anatolia e nel vicino oriente per poi diffondersi nei millenni successivi in tutta Europa. (…) I primi studi effettuati in Europa hanno dimostrato che negli individui “lattasi persistenti” è presente una mutazione genetica che dona la capacità di digerire il latte da adulti. I nostri antenati del Neolitico, però, non erano ancora in grado di farlo perché la mutazione è apparsa in tempi più recenti. Questo tratto geneticamente dominante è comparso e si è diffuso meno di 10.000 anni fa in alcune popolazioni dedite alla pastorizia solo dopo l’abitudine, culturalmente trasmessa, di nutrirsi con il latte munto. (…) Non è stata la presenza del latte come alimento a […]

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PELLE D’OCA. Ah, si vivesse solo di inizi, di eccitazioni da prima volta…

Quella che volgarmente chiamiamo “pelle d’oca”, perché simile alla pelle di un’oca spennata, o più in generale di un volatile spennato, è la temporanea comparsa di piccoli rilievi sulla superficie cutanea, una sorta di mega erezione pelosa. È definita scientificamente “piloerezione”, “orripilazione” o “cute anserina” e potremmo dire che è un modo per far fluire fuori la nostra energia in eccesso. La pelle d’oca si deve a una contrazione involontaria dei muscoli erettori del pelo ed è causata da stimoli nervosi. Si tratta di un meccanismo che affonda le sue radici nell’antichità e che ha resistito ai processi evolutivi. Cause della piloerezione o, più comunemente, “pelle d’oca” La piloerezione può verificarsi quando il corpo percepisce un freddo intenso. I peli eretti trattengono uno strato d’aria che ostacola la dispersione del calore corporeo, processo più efficiente negli animali dotati di pelo lungo. Se, al contrario, si percepisce molto calore, i muscoli erettori dei peli si rilassano, consentendo alle ghiandole sudoripare di dilatarsi, eliminando in questo modo il calore in eccesso attraverso il sudore. Nelle situazioni in cui si è investiti da una forte emozione, è possibile che la pelle d’oca sia scatenata dal meccanismo “fight or flight” (“combatti o scappa” o “attacco o fuga”) per predisporre l’organismo a sostenerne lo sforzo tempestivo. Si tratta di una scarica generale del sistema nervoso simpatico ed è un tipo di risposta corrispondente a una zona del nostro cervello chiamata “ipotalamo” che, quando stimolato, inizia una sequenza di accensione delle cellule nervose. Si ha, così, un rilascio di sostanze chimiche che preparano il nostro corpo alla fuga o alla lotta. Il motivo per cui suoni tremendamente irritanti come un graffio alla lavagna possano causare la pelle d’oca rimane ancora inspiegabile. La pelle d’oca, talvolta, è anche un sintomo di alcune malattie oppure un effetto collaterale dell’infusione endovenosa di dobutamina. Generalmente, associamo la pelle d’oca ai brividi di freddo e a certi particolari stati emotivi che possono coinvolgerci quando ammiriamo uno spettacolo naturale o, ad esempio, durante l’ascolto della nostra canzone preferita, che sono esperienze sensoriali che attivano il “percorso di ricompensa“. Le strutture coinvolte in questo sistema si trovano lungo le principali vie della dopamina nel cervello, per cui vengono attivate le medesime aree cerebrali coinvolte nelle condizioni di eccitazione e dipendenza. Se la pelle d’oca è qualcosa che si palesa in caso di una forte emozione, ingenuamente, potremmo pensare che la pelle d’oca non menta. Eppure qualcuno riesce a controllarla, secondo i risultati di una ricerca della Northeastern University, pubblicata sulla rivista Peer J. Nella preistoria gli uomini, ancora ricoperti di una folta peluria, si servivano della pelle d’oca come strumento d’intimidazione, al pari degli animali che quando hanno paura drizzano il pelo per apparire più temibili. Una funzione che nel corso dei millenni ha perso di utilità. Ciò che affascina è che abitiamo pelli differenti per sentire e sperimentare gli stimoli esterni: le esperienze non sono emozionanti per tutti allo stesso modo. Può capitarci di cambiar pelle. Di provare sensazioni a pelle. Di […]

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Smettere di fumare, come farlo e quali sono i benefici

Recenti studi affermano che i fumatori in Italia aumentano sempre più, nonostante siano ben chiari i rischi legati al fumo e le relative patologie indotte da esso crescano a dismisura. Smettere di fumare non è semplice, ma esistono dei metodi alternativi che aiutano ad affrontare tale percorso. Presupposto fondamentale per poterci riuscire è prepararsi a tale passo, con grande anticipo, creando una sorta di tabella che comprenda tutte le strategie utili a concentrarsi sull’obbiettivo, soprattutto per non scoraggiarsi o demotivarsi. È importante scegliere una data entro la quale smettere definitivamente di fumare; molti fumatori, solitamente, concentrano l’azione in un arco temporale di due settimane, durante le quali bisognerà prepararsi psicologicamente a compiere tale passo. Sono da evitare quei giorni particolarmente frenetici, nei quali si hanno molte attività da svolgere e si tende ad essere più stressati; tutte situazioni e circostanze che aumentano nella persona  la tentazione di accendere una sigaretta. Altro fattore da non sottovalutare, per smettere di fumare, è la vicinanza di persone care, che possano motivare e quindi aiutare a compiere definitivamente e senza ripensamenti, questo passo. Ad esempio, informare la propria famiglia rispetto a questa decisione, magari un giorno prima rispetto al giorno prestabilito, è uno stimolo di notevole importanza. Questi sono alcuni dei passaggi cardine di una decisione così importante e soprattutto salutare. In quest’ottica, appare necessario sottolineare che, al di là di tutto, ciò che veramente conta è capire le motivazioni per le quali si decide di smettere di fumare. Bisognerà ricordare ogni giorno la propria decisione, come vettore verso il quale convergere. Uno dei problemi principali quando si smette di fumare, è quello dell’astinenza. Come risolvere l’annoso problema dell’astinenza? Le sigarette contengono nicotina, una sostanza che crea una fortissima dipendenza. Quando si smette di fumare, l’organismo ha bisogno di tempo, affinché possa abituarsi all’assenza di nicotina, e dunque, attraversa una vera e propria fase di astinenza. Un processo sicuramente spiacevole, con il quale bisogna necessariamente fare i conti, ma che è possibile superare con strategie opportune messe a punto prima di intraprendere tale strada.  Ad esempio, per gestire al meglio i sintomi propri dell’astinenza si può modificare il proprio stile di vita e ricorrere a farmaci blandi, molti dei quali sono in vendita in farmacia senza ricetta. Esistono inoltre alcune applicazioni (scaricabili sul proprio cellulare) e delle linee telefoniche alle quali rivolgersi. La voglia irrefrenabile di fumare, dura solitamente 5-10 minuti, durante i quali bisogna assolutamente distrarsi, affinchè la mente possa concentrarsi su altro. Bisogna ricordare, inoltre, che esistono dei gruppi di ascolto ai quali rivolgersi quando si decide di smettere di fumare. Capire se nella propria zona esistano gruppi di ascolto è semplice basterà chiedere al proprio medico di base. Smettere di fumare e sconfiggere la dipendenza da nicotina Quando un fumatore smette di fumare, dovrebbe tener presenti due aspetti fondamentali; non si tratta solo di sconfiggere una dipendenza, bensì due. La dipendenza da nicotina è doppia: da un lato essa è una dipendenza fisica (data dalle sostanze contenute nella sigaretta) e dall’altro è una dipendenza […]

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Miti greci, i più celebri da conoscere

In greco il termine mythos indicava una narrazione sacra, che aveva lo scopo di spiegare l’origine di qualcosa e il perché avvenivano certi fenomeni naturali. I miti greci nascevano dall’esigenza dell’uomo di interrogarsi su questioni cruciali quando la filosofia e la scienza ancora non erano alla portata di tutti, per cui ci si affidava alla religione (il classico esempio dell’uomo che vede un fulmine colpire un albero e lo interpreta come un segno dell’ira di Zeus). Con il passare del tempo i miti greci hanno perso la loro originaria finalità e sono diventati dei racconti in senso stretto, se non addirittura materiale letterario. Omero, Apollonio Rodio, Platone e tanti altri autori non sarebbero gli stessi se nelle loro opere non avessero fatto riferimento ai miti greci. A tale proposito, ecco una rassegna di alcuni miti greci famosi. Non ci limiteremo soltanto ad analizzare il loro significato, ma vedremo anche in che modo abbiano influenzato le varie branchie del sapere e poi abbiano ispirato gli artisti di ogni tempo. Miti greci, i più celebri Il mito di Aracne Una delle costanti quasi sempre presenti nei miti greci è la sfida alla divinità, come accade in questa storia. Si narra che a Lidi vivesse Aracne, una tessitrice talmente brava e abile che si vantava di poter superare in una gara di tessitura persino Atena. Infatti, oltre ad essere la dea della sapienza, la Pallade era anche la custode della tessitura. Ella assunse le sembianze di una vecchia e cercò di scongiurare la ragazza dall’ intraprendere una sfida impossibile e assurda. Aracne rispose che in realtà la dea era intimorita da lei e quest’ultima, irritata, si mostrò alla fanciulla e accettò di sfidarla. Le due contendenti tessero metri e metri di lana, ricamando l’una le storie degli dei e l’altra i loro amori. Atena dovette ammettere la superiorità di Aracne, ma non accettò la sconfitta: fece a pezzi la sua tela e la fanciulla, che aveva cercato di impiccarsi ad un albero per la disperazione, fu trasformata in un ragno. Ella fu così costretta a tessere per l’eternità e a dondolare sull’albero che aveva scelto come luogo della sua morte. Il mito, conosciuto anche da Virgilio e da Ovidio, ha avuto grande risonanza non soltanto nel mondo dell’arte e della letteratura (Dante cita Aracne nel XII canto del Purgatorio, tra gli esempi di superbia punita), ma anche nel mondo medico e scientifico: l’aracnofobia è infatti la patologia di cui soffre chi ha paura dei ragni. Narciso Un altro mito famoso citato da Ovidio nelle Metamorfosi è ovviamente quello di Narciso. Egli era un cacciatore di natali divini (figlio del dio fluviale Ceviso e della ninfa Liriope), il quale mostrò un atteggiamento di disprezzo ed indifferenza nei confronti dell’amore. Nella versione greca del mito, opera del grammatico Connone, Narciso era oggetto dell’interesse di molti ragazzi al punto che Aminia, uno di loro, si era talmente invaghito di lui che accettò di uccidersi con la spada datagli dallo stesso Narciso. Nelle Metamorfosi di Ovidio ad […]

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Dagherrotipo: storia e leggenda di un antenato

Una breve storia del dagherrotipo, l’antenato della fotografia «Tutte le immagini scompariranno». Dal tono ieratico la sentenza contenuta nel Premio Strega Gli Anni, tra gli ultimi capolavori di Annie Ernaux. Una tragica consapevolezza per gli abitanti della società dello spettacolo. Régis Debray, fra gli studiosi più attenti all’importanza dell’occhio nel mondo Occidentale, afferma che nel momento in cui l’uomo non avrà più timore della morte, allora non avrà più bisogno di immagini. Dal sarcofago egizio alla fotografia, l’uomo ha perseguito un’avventura contro la forza dirompente del tempo, duplicando se stesso nell’ossessione della rappresentazione. La leggenda del dagherrotipo Fin dal dagherrotipo, considerato l’antenato della fotografia, l’immagine è stata concepita come uno spettro. Victor Hugo e Guy de Maupassant parlano dell’altro che è dentro di noi, celato allo specchio. L’immagine riproducibile della fotografia ha svuotato la morte cristiana della trascendenza. Come si nota nella letteratura decadente, la fotografia ha una furia omicida. La letteratura ha caricato di senso religioso la fotografia, creando quindi il mito della sua creazione, il racconto La leggenda del dagherrotipo di Jules Champfleury. Champfleury, fondatore del giornale “Le realisme”, narra la vicenda di un borghese provinciale che recatosi a Parigi, luogo di perdizione per l’anima del poeta, decide di fare un regalo alla moglie: un ritratto fotografico. La fotografia era considerata il rifugio degli incapaci, dei pittori mancanti, il talismano dei trafficanti di apparenze. Il fotografo costringe così il borghese a lunghe sedute, cospargendolo di creme, così come fa con la lastra fotografica, preparando il suo soggetto al sacrificio. L’uomo, impresso sulla pellicola fotografica, scompare fisicamente. Ne resta la voce, tormento per il suo fotografo carnefice. Il reale è messo seriamente in pericolo dal dagherrotipo. L’immaginario mortifero alimentato dall’avvento del dagherrotipo persiste nella letteratura francese (e non solo), con le voci autorevoli di Marcel Proust e Roland Barthes. Famoso per l’aneddotica sul suo conto, lo scrittore di Alla ricerca del tempo perduto, fu a tal punto affascinato dal mondo fotografico da svenire in camera oscura. La fotografia si connota come un’immagine malinconica connessa alla morte perché, come afferma Barthes, la persona rappresentata è relegata nel ça a été. L’atto fotografico diventa un memento mori, ricordo costante a chi è fotografato che il suo destino è la morte. Famosi i primi dagherrotipi dei uomini sul proprio letto di morte, realizzati per immortalare il momento e coglierne il senso, il mistero. La storia del dagherrotipo Il dagherrotipo è un procedimento fotografico realizzato dal francese Louis Jacques Mandé Daguerre da un’idea di Joseph Nicéphore Niépce e di suo figlio Isidore. Lo scienziato François Arago presentò questa ambiziosa invenzione davanti alla comunità scientifica nel 1839, presso l’Académie des Sciences e dell’Académie des Beaux Arts. Macedonio Melloni si pronunciò sul dagherrotipo parlando di «miracolo». Il dagherrotipo non è in realtà il primo procedimento di riproduzione fotografica, ma l’immagine riprodotta dalla maggior parte delle precedenti tecniche aveva la tendenza a scomparire rapidamente a causa dell’azione della luce del sole o dell’assenza di fissatori chimici adeguati. Il dagherrotipo è stato il primo procedimento a consentire […]

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Hans Arp, pittore dadaista… e non solo

Hans Arp: un viaggio nel suo animo d’artista Hans Arp nacque a Strasburgo nel 1887 e, come suggerisce il nome, ebbe origini franco-tedesche, motivo per il quale fu conosciuto anche col nome di Jean. Partecipò all’esposizione espressionista della corrente Der Blaue Reiter nel 1912. L’artista attraversò tutta quella stagione che dal cubismo arriva al surrealismo, con l’intento di allontanarsi da quella che è la realtà circostante, per arrivare a nuove forme del reale. Fu inoltre tra i fondatori del dadaismo. Nonostante ciò, la sua cultura si alimentò e nacque in accademia. Durante la prima guerra mondiale, per sfuggire alle armi, si rifugiò a Zurigo, dove incontrò la sua anima gemella, nonché sua futura moglie e artista anch’ella, Sophie Taeuber. Con quest’ultima sperimentò l’arte dei collages, (qui un esempio), e più avanti sviluppò le “configurazioni”, nonché arazzi con motivi astratti. Le sue opere non furono prettamente quadri, bensì nel periodo zurighese si dedicò anche alla scultura, con la realizzazione di opere in materiali vari, anche rifiuti, policromi, che venivano fissati, senza ottenere una fluidità complessiva. Tornato in Germania al termine del conflitto mondiale Hans Arp fondò il gruppo dei dadaisti di Colonia con Max Ernst e Johannes Theodor Baargeld, nel 1916. Dagli anni ’30 si allontanò dai surrealisti per avvicinarsi ad altri movimenti tra i quali l’astrattismo, partecipando a varie mostre. Si dedicò inoltre alla scultura, con forme essenziali e levigate. I temi prevalentemente trattati erano quello erotico sensuale e quello magico, derivante dall’arte arcaica. I cosiddetti papiers déchirés (carte strappate) rappresenteranno un rinnovamento dei collages (come si può vedere qui). L’arte di Hans Arp arriverà poi alle “concrezioni”, con le quali vi è un superamento della distinzione tra oggetto dadaista e scultura. L’ arte allusiva e simbolica di Hans Arp ha dunque l’intento di ricondurre l’uomo alla sua spontaneità primordiale. La natura poliedrica dell’artista si esplicitò anche nella scrittura. Compose infatti poesie nelle quali la sua teoria artistica si esplica nel non-senso portato avanti da un lucido anti-intelletto. Esse verranno raccolte in un’opera complessiva nel secondo dopoguerra, con il titolo de “Le Siège de l’Air”. Con la fine del conflitto mondiale, Hans Arp ottenne un enorme successo, grazie anche alle mostre di Parigi e New York, nonché alla realizzazione di opere monumentali per grandi enti pubblici, tra i quali la Harvard University. Negli anni ’50 del Novecento ricevette numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui quello della Biennale di Venezia e del MOMA di New York. La legge del caso di Hans Arp L’ arte di Hans Arp si basa sulla cosiddetta legge del caso: l’artista l

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Mos Maiorum: i valori della latinitas

Il Mos Maiorum identificava, nella società dell’Antica Roma, il nucleo principale della civitas latina e, idealizzando i costumi dei Padri, si ispirava ai valori dell’antica società romana (arcaica e agricola). Il Mos maiorum ovvero i valori fondamentali della romanità Con l’espressione di Mos Maiorum(letteralmente “i costumi dei Padri”) si intende l’insieme dei valori fondamentali – il bagaglio culturale, etico, religioso, morale, sociale, politico – del cives romanus. Con l’espressione Mos Maiorum, quindi, si identifica l’insieme dei valori e degli ideali della tradizione romana a cui ogni vir votava la propria identità e la propria levatura morale.Il carattere identitario di ogni cives romanus era dunque strettamente collegato al valore collettivo degli antiquimores (i costumi antichi) e questo legame portava alla consapevolezza identitaria e collettiva e al tempo stesso, per ogni bonus cives. Il Mos maiorum e la concezione di Stato Il codice comportamentale prescritto dal Mos Maiorum guardava al bene del singolo cittadino all’interno del bene di tutti i cittadini; per questo motivo, uno dei valori fondamentali del Mos Maiorum era il rispetto della Res publica. Per Res publica romana (traducibile in italiano come la cosa pubblica, la Repubblica) si intende il patrimonio ideale e materiale del popolo romano, il bene comune della società, il cui interesse era primario rispetto all’interesse individuale. Considerando lo Stato fortemente vivo – attraverso l’alto senso civico del popolo Romano – ogni cives romanus contribuiva attivamente al buon governoattraverso la vita pubblica e il rispetto delle manifestazioni virtuose del Mos Maiorum. Mos maiorum: i sentimenti patrii Fra le qualità e i sentimenti del Mos Maiorumpropri di ogni probo vir e optimus cives, si ricordano a titolo esemplificativo: abstinentia (onestà e integrità nei confronti dell’amministrazione pubblica); frugalitas (sobrietà d’animo); aequitas, iustitia, honestas (uguaglianza, giustizia, onestà); beneficentia, benignitas, liberalitas, magnanimitas (beneficenza, bontà, liberalità morale e magnanimità politica); pietas, probitas, pudor (pietà, probità, pudore); urbanitas, decorum, elegantia (cortesia, decoro, raffinatezza); gravitas, exemplum, consilium (serietà, esempio, giudizio); constantia, fortitudo, fides, virtus (costanza, forza morale, lealtà, virtù d’animo e militare); clementia, temperantia, humanitas, continentia, modus (clemenza, temperanza, umanità, continenza, regola di vita); officio, religio (dovere sociale e sentimento religioso); auctoritas, gloria, honor, libertas (prestigio, gloria, onore, libertà dell’animo incorrotto). Mos maiorum: gli ideali di virtus e fortitudo Si vogliono proporre ora due passi – tratti il primo dal De vita beata di Seneca, il secondo dalle Noctes Atticae di Gellio – sugli ideali di virtus e fortitudo: «[…] Cumtibi dicam: «Summum bonum est infragilis animi rigor et providentia et sublimitas et sanitas et libertas et concordia et decor», aliquid etiamnunc exigis maius ad quod ista referantur? Quid mihi voluptatem nominas? Hominis bonum quaero, non ventris, qui pecudibus ac beluis laxior est […]»; «[…] Fortitudo autem non ea est, quae contra naturam monstri vicem nititur ultraque modum eius egreditur aut stupore animi aut inmanitate […] sed ea vera et proba fortitudo est, quam maiores nostri scentiam esse dixerunt rerum tolerandarum et non tolerandarum. Per quod apparet esse quaedam intolerabilia, a quibus fortes viri aut obeundis abhorreant aut sustinendis […]». Fonte immagine di copertina: https://it.wikipedia.org/wiki/Matrimonio_romano#/media/File:Lawrence_Alma-Tadema_-_Ask_Me_No_More.jpg

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Xiaomi, i migliori e più bizzarri prodotti dell’azienda cinese

Fondata da Lei Jun nel 2010, Xiaomi produce smartphone, tablet e smartwatch, ma anche tutta una serie di prodotti come robot per la pulizia della casa, zaini e asciugamani. Ecco i più competitivi, ma anche i più bizzarri! Al nome Xiaomi gli inesperti di tecnologia staranno senz’altro storcendo il naso, pensando di trovarsi dinanzi a una delle tantissime aziende asiatiche produttrici di cellulari a basso costo ma dalle prestazioni insoddisfacenti. Invece, è la storia di un vero e proprio miracolo tecnologico, ovvero di una startup che, grazie alla ottima qualità e al costo contenuto dei prodotti, è riuscita a diventare un vero e proprio colosso del settore, anche fuori dalla Cina. Basti pensare che dal 2010, anno in cui è stata fondata da Lei Jun, Xiaomi è entrata prepotentemente nel mercato degli smartphone, divenendo il quarto principale venditore. Detto ciò, desta ancor più meraviglia l’impegno di voler riempire qualsiasi mercato possibile, procedendo come incubatore di start-up: da qui, oltre alla vendita di prodotti tecnologici (smartphone, computer, fotocamere, action cam, cuffie wireless ecc.), c’è anche quella di prodotti per la pulizia della casa, per la cura della persona, per il benessere degli animali. Fra il serio e il faceto, abbiamo scelto alcuni prodotti venduti dall’azienda cinese, distinguendo quelli dall’ottimo rapporto qualità-prezzo da quelli che, invece, ci appaiono davvero bizzarri. I prodotti migliori di Xiaomi Fra i tanti smartphone Android e di buon livello che Xiaomi commercializza, il Redmi 5 Plus è certamente quello più interessante, soprattutto in virtù del prezzo contenuto. Possiede un processore Snapdragon 625 octa core da 2 GHz con GPU Adreno 506. Il display touchscreen è da 5.99 pollici, con una risoluzione 1080×2160 pixel. Le applicazioni girano, anche in condizioni di stress, abbastanza bene. La fotocamera, da 12 megapixel, permette di scattare foto di buona qualità soprattutto in ambienti luminosi. Promossa anche la batteria, da 4000 mAH, che permette un utilizzo costante durante il giorno. Insomma, un ottimo compromesso! Per chi possiede una vecchia autoradio, il Roidmi 2s è un buonissimo prodotto: infatti, è un trasmettitore FM che, collegato tramite Bluetooth a dispositivi sia Android che iOS (attraverso l’app dedicata), permette di sintonizzarsi su una frequenza radio dell’impianto della propria macchina e di ascoltare la musica o di rispondere alle chiamate. Tuttavia, il dispositivo non si limita solo a questo: inserendolo nella presa accendisigari dell’automobile e sfruttando le due porte USB, il Roidmi 2s può ricaricare fino a due smartphone contemporaneamente. Ancora una volta, il prezzo proposto da Xiaomi è davvero basso! Se un tempo le famigerate GoPro non avevano rivali, l’avvento di Xiaomi nel mercato delle action cam sembra aver modificato molte cose. Per filmare paesaggi mozzafiato durante le vacanze estive o mentre si praticano sport estremi non è più necessario spendere tantissimi soldi. La Xiaoyi YI 4K, dal display touchscreen da 2.19 pollici, permette riprese fino al 4K/30 fps. Convince anche la batteria da 1400mAh: con una singola ricarica, si possono raggiungere i 120 minuti di video. Ottima alternativa alle ben più costose AirPods di Apple, le […]

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Microsoft Office gratis se si è studenti

Microsoft Office gratis? Sí, se sei studente o insegnante Microsoft Office 365 Education comprende una varietà di servizi che consentono di collaborare e condividere i progetti scolastici ed include Office Online (Word, PowerPoint, Excel e OneNote), 1 TB di spazio di archiviazione di OneDrive, Yammer e siti di SharePoint. In tal modo le applicazioni principalmente utilizzate, come ad esempio Word o PowerPoint, possono essere reperite gratuitamente online, ed è possibile quindi scaricare direttamente dal proprio computer, documenti vari, oppure salvarli nello spazio di memoria virtuale del sito web Office. Anche se si decide di scaricare l’abbonamento direttamente sul proprio pc, la versione utilizzabile online è identica e facile da utilizzare. Tuttavia alcuni istituti consentono agli studenti di installare gratuitamente le versioni complete delle applicazioni di Office in un totale di 5 PC o Mac. Se il proprio istituto offre questo vantaggio aggiuntivo, apparirà il pulsante “Installa Office” nella home page di Office 365 dopo aver completato l’iscrizione. Come si fa ad avere Microsoft Office gratis? Naturalmente, per utilizzare Microsoft Office gratis è necessario che l’università o l’istituto scolastico che si frequentano abbiano aderito al programma di Microsoft Student Advantage (ma la maggior parte lo ha già fatto) e  occorrerà dare prova di essere effettivamente degli studenti. Farlo è facile, è possibile autenticarsi e quindi dimostrare di essere uno studente regolarmente iscritto, anche con l’e-mail personale fornita dall’università. Per usufruire di Office 365 basterà seguire le seguenti indicazioni: Innanzitutto bisognerà accedere alla Webmail studenti dal portale della propria università. Sarà poi necessario autenticarsi con codice fiscale e PIN (lo stesso PIN che si utilizza per l’accesso al Portale Studenti). All’interno della pagina web della posta elettronica, cliccare sull’ingranaggio in alto a destra per entrare nelle impostazioni del profilo. Cercare e cliccare la voce “Impostazioni delle app personali – Office 365”. Cliccare sulla voce “Software”. Selezionare Lingua e Versione. Verificare i requisiti di sistema e avvia l’installazione della versione più recente di Office cliccando su “Installa”. Infine, salvare l’eseguibile di Office 365 e installarlo. Microsoft Office 365 è già utilizzato da tanti studenti e sono numerosi gli atenei italiani, ma anche le scuole, che aderiscono. Una possibilità in più per gli studenti, nativi digitali, e anche per gli insegnanti, i quali potranno lavorare utilizzando il proprio computer e i servizi garantiti da Microsoft Office, innovativi e intuitivi. – Foto di: Webgeneration

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Le migliori 5 distro Linux per principianti

Quale distro Linux scegliere per un principiante? Esistono diverse decine di distribuzioni Linux (chiamate in modo gergale anche distro Linux ), e questo può disorientare chi si avvicina per la prima volta a questo mondo. Si parla di distribuzioni Linux perché quello che hanno in comune i sistemi operativi basati su Linux è il kernel (la parte del software che gestisce l’hardware), che è Linux. A questo ogni distribuzione aggiunge delle utilità di sistema, un ambiente desktop alias desktop environment (l’interfaccia grafica che si presenta all’utente) e dei software preinstallati (browser, suite per l’ufficio, lettori multimediali ecc.). A seconda del software incluso le distribuzioni Linux possono essere adatte a dei neofiti o meno, in questo articolo abbiamo scelto cinque distribuzioni Linux per principianti. Un avvertimento valido per tutte le distribuzioni: alcuni ambienti desktop hanno un design particolare, diverso dal “tradizionale” design di macOS e soprattutto di Windows. Se si cerca una distribuzione Linux per principianti e non si vuole familiarizzare con un tipo di desktop diverso può essere il caso di non usare ambienti come GNOME o Xfce. Ambienti con un design più tradizionale includono Cinnamon, LXQt, MATE e KDE. Inoltre le applicazioni preinstallate non sono quelle dei sistemi Windows o macOS, ma le loro controparti come software libero. Cinque distribuzioni Linux per principianti elementary OS Nata nel 2011, elementary OS è una distro Linux basata su Ubuntu, da cui deriva la compatibilità hardware e la facilità di trovare supporto. Utilizza Pantheon come un ambiente desktop, che richiama molto l’aspetto di macOS, il sistema operativo dei Mac. Tra i difetti, rimediabili grazie ai software per Ubuntu, la scarsità di applicazioni preinstallate e la scelta di avere un’utilità per l’installazione di programmi (AppCenter) autonoma e con pochi applicativi disponibili. Per scaricarla gratuitamente basta scegliere di “donare” 0$. Linux Mint Nata nel 2006, Linux Mint è basata su Ubuntu e Debian (sistema storico, efficiente e affidabile ma poco adatto ai neofiti). Consente di scegliere come ambiente desktop tra Cinnamon, MATE e KDE. Ha la stabilità e disponibilità di applicazioni di Debian ed Ubuntu, un ottimo numero di applicazioni preinstallate ed un’interfaccia con un design tradizionale e moderno allo stesso tempo. Distribuzioni Linux per neofiti: gli screenshot OpenSuse Nata nel 2005, OpenSUSE è la versione “comunitaria” di SUSE, una distribuzione Linux commerciale. Stabile e ben testata, richiede relativamente poche risorse rispetto ad altri sistemi. Offre Gnome o KDE come ambienti desktop, ed all’installazione offre già un sistema completo grazie alle applicazioni preinstallate. Notevole tra questi YaST, centro di controllo che permette di avere sottomano tutto il necessario alla gestione del sistema. PCLinuxOS Nata nel 2003, PCLinuxOS è pensata come distribuzione Linux per principianti, il suo slogan è “radically simple”, estremamente semplice. Come ambienti desktop propone KDE o MATE, con un’interfaccia semplice e moderna. Ha un’ampia scelta di applicazioni sia preinstallate che disponibili (grazie al gestore di pacchetti Synaptic), fino a qualche anno fa era popolare come scelta per neofiti, oggi non è più così diffusa. Ubuntu e derivate ufficiali Nato nel 2004, Ubuntu […]

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Fun & Tech

L’SMS: un tempo mezzo di comunicazione, oggi prezioso strumento di sicurezza

Gli SMS sono degli strumenti davvero utilissimi, e sebbene si creda che siano oramai del tutto obsoleti, in realtà continuano ad essere assai importanti nella nostra quotidianità. Può essere sicuramente utile, a tale riguardo, aprire una parentesi “storica”, evidenziando il fatto che l’SMS odierno sia un qualcosa di profondamente differente rispetto a quello di anni addietro. Il boom degli anni Duemila e il cambio di rotta nel decennio successivo Attorno agli anni Duemila gli SMS iniziarono a spopolare: l’idea di comunicare senza dover effettuare una chiamata, ma semplicemente scrivendo un breve messaggio testuale, trovò un grandissimo riscontro sul mercato, e nel mondo iniziarono ad essere scambiati milioni e milioni di SMS ogni anno. I giovani e i giovanissimi si innamorarono subito di questo nuovo metodo di comunicazione, rendendolo un vero e proprio “must”, ma la praticità degli SMS non è rimasta a lungo indifferente neppure tra le fasce di popolazione adulta. Un cambiamento radicale nell’utilizzo del classico messaggino di testo è avvenuto circa un decennio dopo, quando la connessione sul telefono cellulare ha iniziato a divenire efficiente, funzionale ed economica. Le App di messaggistica istantanea, completamente gratuite, hanno annientato gli SMS come strumento di comunicazione, tuttavia gli “Short Message Service” continuano ad essere assai utili ancora oggi, se pur in modo differente. Gli SMS come strumento per la sicurezza telematica Oggi, ad esempio, gli SMS sono fondamentali nelle varie procedure di autenticazione online, necessarie ad esempio quando si eseguono delle registrazioni. Per tantissimi servizi online, da quelli relativi alla Pubblica Amministrazione fino a quelli riguardanti l’Internet Banking e altri sistemi di pagamento e di ricezione di denaro online, l’SMS è fondamentale non solo ai fini dell’autenticazione, ma anche come Alert, dunque come notifica del compimento di una determinata operazione. Gli SMS oggi sono adoperati anche per fornire agli utenti dei PIN attraverso i quali potranno accedere ai più disparati servizi online, è dunque molto evidente il fatto che oggi la ricezione di un SMS abbia comunque una grande importanza e presenti caratteristiche diverse da quelle originarie, decisamente più informali. Possiamo affermare insomma che oggi è ben più raro, rispetto al passato, ricevere un SMS, ma quando ciò avviene vi prestiamo una grandissima attenzione in quanto sappiamo che con ogni probabilità si tratta di una comunicazione ufficiale, e non del messaggio di un nostro amico o di un nostro parente. I moderni servizi dedicati agli sviluppatori web Coerentemente con questa nuova “identità” dell’SMS si sono diffusi sempre di più dei servizi specifici, dedicati agli sviluppatori web. Aziende specializzate quali SMS Hosting, il cui sito Internet ufficiale è smshosting.it, offrono ad esempio dei servizi specifici di SMS OTP, attraverso i quali gli sviluppatori possono rendere assolutamente sicuro l’accesso degli utenti alle loro App e ai loro portali web. Grazie a tali strumenti, infatti, gli accessi vengono autenticati tramite l’inserimento di un codice PIN che viene inviato all’utente proprio via SMS, e questa è senz’altro una soluzione in grado di garantire la miglior sicurezza, sia all’utente che a chi gestisce il servizio online. Alla luce di quanto visto, dunque, è davvero improbabile che l’SMS possa essere, in un futuro, […]

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Libri

Libri

Gideon Falls, di Lemire e Sorrentino – Vivere in un mondo di morti

Gideon Falls, la graphic novel di Jeff Lemire e Andrea Sorrentino edita dalla Image Comics, sbarca in Italia grazie alla Bao Publishing. Il primo volume, composto da 160 pagine, è uscito il 24/01 ed è in vendita nelle fumetterie e online. Vediamo insieme di cosa parla. Gideon Falls,  ciò che è non è  Se l’aveste chiesto a Leibniz, lui v’avrebbe detto senza indugio che, secondo lui, questo è il migliore dei mondi possibli. Che sia anche l’unico, però, non è detto. Gideon Falls, l’opera che viene dalla mente di Jeff Lemire e la matita di Andrea Sorrentino, è un viaggio in una città fantasma. Dove ciò che sembra aver abbandonato le abitazioni e le strade, non sono gli abitanti, ma la speranza e il desiderio. Un luogo, la cittadina di Gideon Falls, dove il grigio ha la meglio nel cielo anche quando c’è il sole e dove il male e il bene sono così difficili da dividere, distinguere e sottilineare, da essere spesso confusi. In un posto così è facile impazzire, perdere la voglia di combattere, perdere la fede. Ma quando la massa è indecisa o crolla, ci sono sempre dei singoli dietro a sospingerla. Sono i singoli, il loro coraggio e la loro forza, la chiave di Gideon Falls. C’è qualcosa, in questa graphic novel, di questo revival anni ’80, nelle mode e nella impostazione delle immagini, cominciato già da un po’ e che trova la sua migliore espressione in Stranger Things, di appena accennato, una pennellata delicata, che però si nota e si enfatizza in alcuni momenti. E se alcuni tratti, alla lontana, ricordano pure le dicotomie e gli ambienti del Preacher di Ennis, il lavoro del duo si discosta graficamente e dal punto di vista delle tematiche molto velocemente. Qui il male ha un viso ben chiaro, identificato, seppure confuso nel rossore del sangue e nel buio della mente. A Gideon Falls la verità non è una e trina, è una e infinita. Non resta allo spettatore, una volta concluso il primo volume, una comprensione totale di ciò che narrato, poiché ogni cosa è ancora papabile di smentita o conferma. In una realtà che si basa sul muoversi in parallelo dei suoi protagonisti, dove la ricerca della giustizia diventa occasione di riconoscere chi è giusto da chi non lo è, ogni cosa è possibile.

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Libri

4891. La speranza del viaggio: il nuovo libro di Maura Messina

4891. La speranza del viaggio: il nuovo libro di Maura Messina è edito da Homo Scrivens. Nel 4000 la Terra non sarà più la stessa. Il mondo è affaticato e buio, ha perso tutti i suoi colori, e il grigio è l’unico non-colore dominante di tutte le cose. Gli umani si sono adattati ai cambiamenti, il loro dna è mutato, aggiungendo dettagli fisici e nuove capacità. Gli spazi sono divisi in settori diversi, si vive in mini ambienti multifunzionali e si mangiano cibi sintetizzati in pillole. L’unica cosa che regala speranza, parola importantissima per l’intera storia, sono i sogni. I sognatori rivestono un ruolo importante nella società, e saranno proprio alcuni di essi a prendere parte al progetto D.E.A per compiere un viaggio nel passato e cambiare il futuro. Spes, dapprima bambina prodigio, e poi ragazza intraprendente, compirà un viaggio nel passato per cambiare il futuro utilizzando come ”strumenti di redenzione” i suoi sogni e i suoi incubi. Essi, infatti, serviranno da monito a chi distrugge, inquina ed odia le cose belle della Terra. Il romanzo è diviso da una linea invisibile che raggruppa momenti e situazioni diverse: il punto di vista della protagonista, le emozioni ed il viaggio extra dei suoi compagni Blossom ed Espoir, le descrizioni vivide di luoghi realmente esistenti e spruzzi di fantasia. Il romanzo è scritto da Maura Messina in una lingua semplice e chiara, in alcuni punti sono presenti parole o piccole frasi in dialetto napoletano, facilmente comprensibili da chiunque. Esso offre numerosi spunti di -viaggio- poiché in diversi passaggi sono citati luoghi turistici della ridente Napoli. Ciò spinge il lettore laddove sia interessato a ripercorrere in modo concreto e fisico i luoghi che Spes ha visto coi suoi occhi. Si raccontano, inoltre, diverse leggende partenopee che stimolano la curiosità altrui. Un ruolo molto importante in tutta la vicenda è ricoperto dai sogni, che possono accumularsi nel ‘’giardino dei sogni’’, o possono trasformarsi in armi di cambiamento, attraverso gli incubi che seminano terrore e avvisano preventivamente, evitando così catastrofi e disagi ambientali. Esso ci suggerisce come sia importante ‘’saper sognare’’ sottolineando proprio l’incapacità di Blossom del saperlo fare. Essa infatti dovrà imparare a sognare con studio e tenacia. Uno dei temi centrali del romanzo è l’ambiente. La protagonista, infatti, vivendo in un mondo ormai arido, inquinato, e senza colori, intende tornare indietro nel tempo per evitare i numerosi effetti negativi che ha la mano dell’uomo sulla Terra. La mancanza di colori intende far capire ai lettori, utilizzando quasi ‘’un’iperbole descrittiva’’, come sia triste e sterile un mondo dove è tutto ormai in bianco e nero. Esso sottolinea inoltre come sia importante sperare anche quando tutto va male, ingegnandosi per trovare una soluzione al problema. Il romanzo fornisce importanti spunti di riflessione, uno dei quali, inserito in modo sottile e romantico, è l’argomento -omosessualità-. Poiché la giovane protagonista non specificherà mai il suo orientamento sessuale durante tutto il romanzo, ma si innamorerà spontaneamente e senza troppe paure dell’unica persona che le è sempre stata accanto: […]

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Libri

Luigi Mollo e il viaggio sentimentale di Mariposa

Il 18 febbraio presso la Libreria Raffaello è stato presentato Mariposa di Luigi Mollo pubblicato dalla Turisa Editrice Una prova difficile quella a cui si è sottoposto Luigi Mollo nella stesura di Mariposa. Da sempre amante della poesia, l’autore dal cuore diviso tra la nuova vita a Tolosa e un passato tutto italiano si è sempre espresso in poesia, da lui percepita come una forma non immediata di comunicazione a dalla anfibolica chiave di lettura. Mariposa si configura come un prosimetro, unione di forme di espressione differenti: i versi, amati fin dall’infanzia, manifesto di quella che Luigi Mollo ha definito una «vena poetica interiore», ma dall’andamento fortemente narrativo; testi in una prosa chiara, limpida, delicata e a tratti liricizzante. Mariposa di Luigi Mollo – Le ragioni di un titolo Mariposa, farfalla in spagnolo. La vita della farfalla è della durata di un giorno di un uomo. Luigi Mollo legge il trascorrere del tempo negli spasmodici battiti d’ali, impazienti di abbracciare il soffio effimero cui sono destinate. Ogni momento diventa quindi indispensabile, «dolce, banale ma straordinaria follia», si legge in uno dei racconti. La vita libera elettricità, e le parole sono come «cuscini sui quali coricarci». Luigi Mollo si aggrappa al carattere evocativo delle immagini che dipinge tra le pagine di Mariposa, esibendo le infinite sfaccettature dell’esistenza. Si racconta senza filtri, dona se stesso come poeta e intellettuale. Rifacendosi ai grandi della letteratura nazionale e non, l’autore fa l’occhiolino anche ai musicisti da lui più amati, aprendo ogni composizione con un esergo, nota di una sinfonia sinestetica. Dai grandi cantautori italiani, fra tutti i più amati Fabrizio De André e Luciano Ligabue, a Michael Stipe, head della storica band dei R.E.M., sciolta nel 2011. Le cinque sezioni di cui si compone Mariposa esibiscono un’alternanza costante tra tono dimesso e sublime, riflessione malinconica e giocosa stravaganza, mimesi dei comportamenti psichici differenziali. Luigi Mollo insegue se stesso in un dedalo freddo e infernale, diviso tra il ripiegamento nel passato e la spinta elativa verso il nuovo. Gli oggetti della sua vita affollano le stanze della memoria. Non sempre si dovranno sfogliare le pagine di Mariposa ricercando un senso, perché il suo obiettivo è proprio quello di portare in scena l’inspiegabile che caratterizza la logica dell’inconscio. Il percorso di ricerca culmina nella presa di coscienza della dicotomia passione e morte. La figura di Dio viene lasciata sulla soglia, la sua comparsa è indistricabilmente legata a un se ontologico. Il dolore della dipartita è attutito dalla consapevolezza che la morte sarà solo un ulteriore viaggio, tappa inevitabile e necessaria della vita così come ogni altra esperienza. La vita è una ricerca costante di emozioni, del contatto con gli altri esseri umani, quelli che la rempiono di senso. La vita, intessuta di queste spesso amare consapevolezze, è resa più autentica. Luigi Mollo compie un viaggio tutto terreno, una ricerca costante del forte sentire. Lui che insiste nella ricerca del suo posto nel mondo, con la scrittura esperienza il viaggio del pensiero. Un percorso spesso onirico e […]

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Libri

Mary Lynn Bracht e il suo esordio letterario con il romanzo Figlie del mare

Mary Lynn Bracht esordisce con il romanzo Figlie del mare  | Recensione Figlie del mare, pubblicato dalla casa editrice Longanesi, è il romanzo d’esordio dell’autrice di origini coreane Mary Lynn Bracht. Ambientata in Corea, la storia viene narrata dalle due protagoniste, le sorelle Hana e Emiko, alternandosi tra il 1943 per il racconto della prima e il 2011 per quello della seconda. Hana, più grande di Emiko di sette anni, è una giovane haenyeo – “donne del mare” – dell’isola di Jeju, che ha imparato a immergersi in mare per pescare e, lavorando in maniera autonoma, a provvedere così alla propria famiglia. Un giorno, per proteggere la sorellina dai soldati giapponesi che hanno occupato il suo Paese, viene rapita da uno di loro che, insieme ad altre ragazze e donne coreane, la conduce in Manciuria dove sarà costretta a “lavorare” in un bordello con un nuovo nome, Sakura. Lasciata alla mercé dei militari, Hana cerca di sopravvivere serbando nel cuore il desiderio di poter rivedere un giorno i propri cari. Il ritorno di Morimoto, il caporale che l’aveva portata via, rappresenta per la ragazza – malgrado odi l’uomo che l’ha strappata alla sua famiglia abusando per primo di lei – la sua unica possibilità di fuga perché è questo che l’uomo le propone dicendole che la vuole per sé. Scappata dal bordello ma in balia del suo aguzzino, Hana viene poi affidata a una famiglia mongola che, per la prima volta dopo tanto tempo, la tratterà con cura e rispetto. A distanza di molti anni, Emiko, ormai anziana, cerca ancora di avere notizie della sorella perduta e, durante una manifestazione di fronte all’ambasciata di Tokyo, vedendo una statua commemorativa delle donne coreane che subirono lo stesso destino di Hana, “La Statua della Pace“, individua i tratti della sorella in quelli della giovane donna nell’opera e la speranza torna a rianimarla. Figlie del mare di Mary Lynn Bracht: la drammatica voce delle donne coreane del secondo conflitto mondiale Mary Lynn Bracht, con Figlie del mare, narra i terribili crimini – ammessi dal Giappone nel 1993 e riconosciuti come tali soltanto nel 2015 – perpetrati ai danni di 300.000 donne coreane durante la Seconda Guerra Mondiale. Le comfort women – così erano chiamate le donne che furono costrette a prostituirsi garantendo il “benessere” dei soldati nipponici impegnati a combattere per il loro Paese – di cui Hana si fa portavoce, non dovettero unicamente subire violenze fisiche durante il periodo in cui furono prigioniere. Quelle che riuscirono a tornare a casa dopo la fine della guerra, infatti, dovettero anche fare i conti con la vergogna di quanto era successo loro e, molte, decisero di non rivelare a nessuno cosa avevano subito, decidendo anche di rimanere nubili pur di non essere scoperte. Per questo, Figlie del mare non parla solo di due sorelle ma ha il grande merito di puntare il dito, parlandone senza mezzi termini, sulle ingiustizie patite dalle donne di un’intera nazione delle quali, altrimenti e come è accaduto e accade per tante altre atrocità commesse […]

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Napoli & Dintorni

Food

A cena con gli chef da Alfonso Pepe

Sant’Egidio del Monte Albino è un paese della provincia di Salerno famoso per un paio di cose, entrambe molto importanti: la prima, fa parte dell’area dove si può coltivare il famoso pomodoro San Marzano DOP; la seconda, è la patria di uno dei più grandi Maestri Pasticcieri italiani, Alfonso Pepe. Sempre ai vertici per quanto riguarda le classifiche sui panettoni artigianali, in prima linea quando si tratta di viaggiare, creare ed accogliere. Appunto l’accoglienza sembra essere il leitmotif della sua nuova sede, inaugurata più di un anno fa, rinnovando gli storici locali. Alfonso Pepe si sta proprio divertendo in questa sede con un’offerta ancora più ricca fatta non solo di dolci ma anche di finger food e drink, oltre che di ospiti ed eventi. A cena con gli chef è il format creato da Alfonso e il suo team: a scadenza periodica, ospita due o tre Maestri della cucina, per dar vita a gustose cene ad otto mani. Un ottimo modo, per gli avventori della pasticceria, di vivere un momento diverso della struttura; altri motivi ottimi per eventi del genere sono sicuramente la curiosità che si suscita nell’avventore, magari invogliandolo a visitare lo chef nella sua residenza principale; ultimo, ma non in ordine di importanza, è il generoso networking che si fa sempre in cene del genere. Lunedì 18 febbraio abbiamo avuto l’opportunità di partecipare ad una tappa di A cena con gli chef, che ha visto come protagonisti: il pizzaiolo Antonio Fusco, lo chef Alfonso Caputo, lo chef Christoph Bob… ed ovviamente la famiglia Pepe al completo A cena con gli chef: Antonio Fusco – pizzaiolo Ristorante Il Pino, Cercola Antonio Fusco fa parte di quelle certezze granitiche per quanto riguarda la pizza napoletana: lontanissimo dai riflettori, seppur giovane, ha una mentalità da vecchia guardia. Durante la serata degustazione, abbiamo avuto l’opportunità di provare due versioni della sua celeberrima pizza fritta: mezzo “piscetiello” (così si chiama in napoletano la pizza fritta di piccole dimensione) con ripieno di ricotta romana, pepe e ciccioli di maiale; l’altra metà ripiena di pomodorino giallo varietà pizzutello vesuviano, fiordilatte d’Agerola, zeste di limone e pecorino romano. Il fritto è dorato, uniforme, dalla consistenza sfogliata anche dopo uno o due minuti di relax tecnico nel piatto causa bollori eccessivi. Intermezzo: Cheese bar a cura di Carmasciando. In abbinamento: DUBL, spumante metodo classico di Feudi di San Gregorio. A cena con gli chef: Alfonso Caputo – Taverna del Capitano, Nerano * Solida, comoda e fresca la cucina di Alfonso Caputo, patron de La Taverna del Capitano a Nerano: già dal nome suona come un approdo sicuro. Il crunch: tappo di sfogliatella riccia, opera del Maestro Alfonso Pepe, con topping di crema di palamita, olive, capperi, aglio e peperone crusco. Se prima abbiamo definito questa cucina “comoda”, il motivo c’è: anche in trasferta non perde la sua essenza e, anzi, la declina secondo le formalità della casa dell’ospite. Una entrèe di tutto gusto: tartine e patè varie, scansatevi. O almeno, adeguatevi e dateci il nostro crunch quotidiano. […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Fabrizio Corneli in mostra allo Studio Trisorio

Venerdì 15 febbraio si è inaugurata presso lo Studio Trisorio in via Riviera di Chiaia 215 una personale di Fabrizio Corneli, artista contemporaneo noto per le sue opere realizzate tramite l’ausilio di luci ed ombre, capaci di incantare il pubblico con la loro elaborata leggerezza. L’artista Fabrizio Corneli Nato nel 1958 a Firenze, Fabrizio Corneli studia all’Accademia di Belle Arti ed entra nel mondo dell’arte contemporanea a soli 21 anni partecipando alla mostra itinerante Le alternative del nuovo. Inizialmente si dedica alla fotografia, per poi tralasciare questa disciplina e dedicarsi all’utilizzo della luce come mezzo espressivo, partecipando a mostre in Italia e all’estero, in particolare in Francia, Spagna, Germania e in Giappone, dove realizza installazioni permanenti. In Campania l’artista ha realizzato l’opera Respiro presso la Reggia di Caserta, che anticipa la mostra che si terrà negli appartamenti storici della Reggia nel 2019. La mostra di Fabrizio Corneli allo Studio Trisorio Nella dimensione artistica l’elemento della luce e dell’ombra, principi imprescindibili fra di loro, hanno subito nel corso del tempo una graduale rivalutazione, fino a divenire forma e contenuto nei lavori di Fabrizio Corneli. Difatti le sue opere sono figure plasmate come sculture che, proiettate sulla parete assumono i connotati di immagini bidimensionali. I suoi lavori sono ispirati sia all’arte classica-come il Doriforo di Policleto–, sia al quotidiano -come i ritratti o i paesaggi. La dimensione spirituale, intangibile come la luce stessa, trova espressione nelle sfere di luce colorata che gravitano nello spazio come l’Halo, opera che presenta per la prima volta allo Studio Trisorio sperimentando una dimensione inedita. L’installazione prevede inoltre un intervento sul pavimento dello spazio espositivo ispirato a motivi islamici, ma ripreso da una tarsia del Duomo di Piazza dei Miracoli a Pisa, divenendo un esempio di congiunzione fra diverse culture. Osservando le opere di Fabrizio Corneli si ritorna ad osservare con gli occhi stupiti dell’infanzia elementi ripresi dal quotidiano, che vengono stravolti nella propria essenza tramite la loro stessa composizione. Lo spazio espositivo della mostra di Fabrizio Corneli La mostra sarà visitabile fino al 22 marzo 2019 presso lo Studio Trisorio, nota galleria napoletana che ha già ospitato in passato interessanti rassegne artistiche. La galleria venne inaugurata negli anni ’70 e da allora è divenuta un punto di riferimento per chiunque operi nel settore artistico campano, ospitando mostre di celebri fotografi italiani e non, quali Bill Brandt, Mimmo Jodice, Jan Saudek, Luciano D’Alessandro. Non solo con la fotografia, ma anche con la video arte e il cinema, lo Studio Trisorio ha percorso l’evoluzione dell’arte contemporanea, dando la possibilità con artecinema di godere di un festival che riscuote ogni anno un grande successo di critica e di pubblico, grazie anche alla possibilità di incontri e dibattiti con i registi, artisti e produttori. Fonte foto: https://www.artsy.net/artist/fabrizio-corneli

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Eventi/Mostre/Convegni

La Biblioteca Nazionale ospita “Itinerari di Napoli”

Il 7 Febbraio 2019 la Biblioteca Nazionale di Napoli ha ospitato “Itinerari di Napoli” presso la storica Sala Rari. Tutti i partecipanti accolti in una sala tanto celebre ed elegante hanno atteso con trepidazione l’inizio della conferenza stampa per presentare il progetto dell’app napoletana (piattaforma turistica) che dal 2016 ha avuto molto successo sul Web “Itinerari di Napoli IDN“. Quest’app crea un ponte di collegamento tra due portali: Itinerari della Campania e Alberghi di Napoli, per offrire ai visitatori della nostra amata città un servizio turistico ben organizzato e di qualità. L’idea è quella di potenziare i servizi turistici per una migliore conoscenza e fruizione del tempo libero di centinaia di viaggiatori che visitano ed hanno grande interesse verso la città di Napoli. La Biblioteca Nazionale ospita “Itinerari di Napoli” – Conferenza stampa Alla presentazione del progetto sono intervenuti Massimiliano Sacchetto, Direttore Tecnico del progetto “Itinerari di Napoli”, Ugo Cilento, storico imprenditore napoletano di alta moda, e Giuseppe Schioppa, esponente del Museo del Corallo di Torre del Greco. Dopo i saluti iniziali per introdurre la conferenza stampa di presentazione del progetto, Massimiliano Sacchetto afferma: “Itinerari di Napoli si propone come movimento di aggregazione e di crescita che ha come obiettivo principale quello di tutelare la bellezza della città di Napoli, ricca di storia cultura e tradizioni. La Biblioteca Nazionale di Napoli ospita Itinerari di Napoli, perché essa rappresenta il fulcro della città e tende ad essere un centro di crescita e di cultura, perciò ha aderito alla promozione del nostro progetto. Itinerari di Napoli ha come scopo fondamentale quello di promuovere la cultura della città che ha tanto da offrire, bisogna soltanto curare e migliorare la Comunicazione dell’offerta turistica. Si ha davvero necessità di una maggiore promozione online per far conoscere ai visitatori italiani e stranieri l’eccellenza napoletana, rappresentata da sedi culturali quali la Villa Floridiana al cui interno troviamo il  Museo Duca di Martina e il Museo di Capodimonte con le relative riunioni ed eventi artistici-culturali organizzati. L’offerta turistica va valorizzata e potenziata tramite l’eccellenza degli imprenditori napoletani come ad esempio Ugo Cilento, bisogna raccontare la tradizione artigianale delle aziende come la sua.”  Massimiliano Sacchetto passa la parola all’imprenditore Ugo Cilento che interviene così: “La mia azienda è all’ottava generazione e con piacere ho partecipato a questo progetto Itinerari di Napoli, perché è importante che ci sia unione tra artigianato ed offerta culturale, come ad esempio una manifestazione di moda a cui ho partecipato qualche anno fa presso la Reggia di Caserta che è considerata polo turistico di grande importanza.” Dopo gli interventi di Massimiliano Sacchetto e Ugo Cilento, in sala tutti i partecipanti  hanno compreso ed hanno riflettuto sull’importanza dei diversi settori famosi della città di Napoli tra cui il turismo, l’eccellenza della tradizione artigianale, museale e musicale come il Conservatorio di Napoli. Prosegue Giuseppe Schioppa: “Il Museo del Corallo rappresenta una tradizione per la storia napoletana. Il corallo e la sua lavorazione donano un immenso valore alla cultura partenopea che viene comunicato e diffuso ad italiani e stranieri attraverso […]

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Food

“Chiacchiere, sanguinaccio e solidarietà” allo Chalet Ciro

Parte dallo storico Chalet Ciro sul lungomare di Mergellina una delle prime iniziative solidali in vista del Carnevale, presentata nel pomeriggio di martedì 5 febbraio. Con il pretesto di gustare le deliziose chiacchiere e il sanguinaccio ( a cui si sono poi aggiunti assaggi di graffe), Antonio di Martino, da oltre quarant’anni a capo dell’esercizio commerciale, lancia un appello ai napoletani, promuovendo una raccolta fondi a favore di Oikos comunità familiare con l’hashtag #accompagniamoli (supportata dalla piattaforma di crowdfunding sociale Meridonare) per l’acquisto di un mini-van per il trasporto a scuola. Chiacchiere sì, ma anche fatti All’evento, curato da GCpress Comunicazione in collaborazione con i responsabili della comunicazione della campagna di #accompagniamoli, sono stati presenti, oltre ad Antonio De Martino, Michela Peluso, coordinatrice di Oikos comunità familiare e Giuseppe Cerbone di Meridonare. Oikos più che una casa famiglia, è una comunità educativa che, situata nel cuore della periferia ovest di Napoli, dal 1998 ospita bambini di età compresa tra i 4 e i 13 anni che provengono da contesti e situazioni difficili per offrire loro un tetto e le cure necessarie per ritrovare il sorriso. Oggi Oikos chiede aiuto al cuore di Napoli per acquistare un’auto 7 posti che consenta di accompagnare a scuola e alle visite mediche i ragazzini ospiti della struttura. “I bambini che sono sotto la nostra tutela – spiega Michela Peluso – sono allontanati dai genitori dalle autorità competenti per motivi di abuso e maltrattamenti. Per bambini che non possono muoversi senza di noi la macchina è un bene primario, non  un bene di lusso.” In occasione di una degustazione riservata alla stampa, Antonio di Martino, venuto a conoscenza della realtà difficile di Oikos , decide di dare maggiore rilievo alla raccolta fondi supportata dalla piattaforma crowdfunding Meridonare che,  a differenza di altre, si occupa solo di sociale e di Meridione. “Siamo stati più che felici di ospitare Oikos sulla nostra piattaforma .– dice Giuseppe Cerbone – È una realtà che ci ha colpito, siamo stati sul posto, abbiamo conosciuto i bambini e toccato con mano il loro progetto”. È possibile sostenere la campagna collegandosi al sito www.meridonare.it/progetto/accompagniamoli. Michela Peluso parla con il cuore in mano e si vede. “Dopo un mese di raccolta fondi siamo stati invasi dall’amore di tantissimi napoletani e abbiamo già raggiunto buoni risultati. Ma c’è ancora tanto da fare e attraverso quest’occasione vogliamo dare nuovo vigore all’appello”, ci dice. Il messaggio lo sapete già e lo avrete sentito tante volte. La vita continua ad insegnarci che ogni pelo fa il pennello, che sentirsi parte  di un progetto è una forte responsabilità. “Nessuno può pensare che le cose non possano cambiare, perché una macchina, ad esempio cambia la vita, mentre la donazione di 5 euro in un bilancio familiare certamente no”. Lo chalet Ciro: odore di tradizione Durante l’incontro ci viene servito  un gustoso piatto formato da una doppia crema al cioccolato fondente aromatizzata alla cannella  con cubetti di scorze di arancia candita e gocce di cioccolato e croccanti chiacchiere spolverate di zucchero […]

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Musica

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Gruppi italiani, dal progressive al demential rock

Gruppi italiani, quali non dobbiamo per nessun motivo dimenticare Correva l’anno 1966 quando si formò il gruppo veneziano Le Orme. Parliamo di uno dei gruppi italiani più importati della scena progressive italiana, insieme ai successivi gruppi italiani progressive degli anni settanta come il Banco del Mutuo Soccorso, la Premiata Forneria Marconi, i Goblin, gli Osanna, i Maxophone (in attività fino al 2018), per citarne alcuni. La scena italiana, almeno per il progressive, possiede dei cimeli assoluti da non sottovalutare sia per la loro bellezza in ogni tempo che per l’aspetto storico-musicale. Un esempio sono gli Stormy Six, gruppo milanese formatosi nel lontano 1965 e attualmente attivo, almeno per i live. Gli Stormy Six partono dal beat degli anni ’60 per arrivare all’avant prog di fine anni settanta e inizio anni ottanta, attraverso il country rock, il folk rock, il progressive folk e il rock progressivo. Gruppi italiani: Le Orme Anche il gruppo veneziano, ancora in attività, esordisce nel ’69 con l’album Ad Gloriam ancora molto vicino al beat tipico degli anni sessanta (da considerare gli Equipe 84), basti pensare al brano Fumo dello stesso album. Nel corso degli anni settanta, però, l’approdo ad un tipo di “pop sinfonico” tipicamente statunitense non può non mancare. Ascoltando la discografia de Le Orme ci si può accorgere che lì dentro, non solo ci sono delle perle rare della musica italiana, ad esempio Era Inverno (in Collage), Gioco di Bimba (in Uomo Di Pezza), e ancora Tenerci Per Mano (in Storia O Leggenda), c’è anche tutto il clima musicale italiano dagli anni ’70 fino agli anni più recenti. I primi album, Collage (1971), Uomo di Pezza (1972), Felona E Sorona (1973) e ancora Contrappunti (1974), sono marcatamente progressive. Già da Smogmagica del ’75 qualcosa sta cambiando. Un cambiamento, certo, avvertito anche negli ultimi tre album di fine anni settanta: Verità Nascoste (1976), Storia o Leggenda (1977) e Florian (1979), un esempio è proprio il brano Fine di un Viaggio, quasi a voler dire “fine di un’epoca”. Con gli album Piccola Rapsodia dell’Ape (1980) e Orme (1990) si procede verso altre rotte musicali più marcatamente rock e che mettono sempre più in crisi il genere progressive. Per cui, anche in Italia si avverte in maniera consistente il dilagare di un genere nuovo come il punk o anche il new wave specialmente a Bologna dopo il ’77 e nel corso degli anni ’80. Diaframma Tra i principali gruppi italiani punk (ma anche new wave) si ricordano i Gaznevada, i Luthi Croma, i Nerorgasmo (anche se in questo caso si parla più di hardcore punk),  i Confusional Quartet, gli Skiantos, i primi Litfiba e soprattutto i Diaframma, gruppo fiorentino dei primi anni ’80, ancora in attività, e le sue pietre miliari Siberia (dall’album Siberia del 1984), Corto circuito e Illusione ottica, brani del 1982. C.C.C.P.-Fedeli alla linea E ancora i C.C.C.P.-Fedeli alla linea, gruppo punk emiliano attivo tra il 1982 e 1990, con Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni e in seguito Giorgio Canali. Molti dei loro brani non solo sono tematicamente forti, ma anche interessanti per la dinamicità del suono. Ogni album ha una sua “autonomia”, così come ogni brano al suo interno. Si prenda ad esempio il confronto di Inch’Allah- ça va e Guerra e pace del secondo album Socialismo e Barbarie del 1987. Il quarto e ultimo album del gruppo pubblicato nel ’90, Epica Etica Etnica Pathos, nel quale si trovano Aghia Sophia, Sofia e Amandoti, è uno dei migliori album di sempre. C.S.I. Agli inizi degli anni ’90 si forma un nuovo […]

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Tuttoècomesembra, intervista agli Stanley Rubik

Tuttoècomesembra è il nuovo album della band romana Stanley Rubik, pubblicato l’11 gennaio per Metratron/INRI. Il disco, contenente 10 tracce (1. Roberto – 2. Agosto – 3. I Mostri Di Bosch – 4. Persona – 5. Kreuzberg – 6. Tempesta – 7. A Cosa Stai Pensando? – 8. Lungo Estese Orbite – 9. Kintsugi – 10. Monolite), è stato anticipato dai video di “Kreuzberg” (premiato al FIM 2018 come miglior videoclip indipendente) e “Agosto”. Chi sono gli Stanley Rubik Nati nel 2013, esordiscono con il loro primo Ep “lapubblicaquiete“, pubblicato per Cosecomuni. Nel 2015 diffondono l’album “Kurtz sta bene”, il primo targato INRI. L’anno seguente vincono il contest “Lunga Attesa” sonorizzando e interpretando il testo del singolo dell’ultimo lavoro dei Marlene Kuntz e aprendo così alcune date importanti dei loro tour. Nel 2019 tornano con il nuovo album “Tuttoècomesembra”, dove – dicono – “ogni cosa è com’è o come ci sembra di aver visto, in un colpo d’occhio, un lapsus visivo”. Tuttoècomesembra è un progetto post-electro, come lo ha definito la stessa band, “un’esperienza immersiva e pervasiva”.  Per saperne di più abbiamo intervistato il gruppo romano. Buona lettura! Intervista agli Stanley Rubik Innanzitutto, per chi ancora non vi conoscesse, chi sono gli Stanley Rubik e perché questo nome? È un gioco di parole, ci sono gli anni ‘80, c’è un rompicapo, c’è la visione di un regista e tutto viene miscelato insieme in questo progetto. Diciamo che di ‘syntetico’ abbiamo solo il suono. Che musica fanno gli Stanley Rubik? Facciamo musica con sintetizzatori, batteria acustica e elettronica, chitarra e voce. Ci definiamo un po’ ironicamente “post-electro” perché puntiamo a fondere elettronica e rock in modi nuovi, ma semplicemente detestiamo in maniera cordiale le definizioni e invitiamo tutti ad ascoltarci per scoprire le nostre sonorità. “Tuttoècomesembra” è il vostro secondo album. Com’è nato questo lavoro e quali sono le novità rispetto al precedente “Kurtz sta bene”? Tuttoècomesembra è un nuovo lavoro più diretto, più elettronico e più scuro rispetto al precedente Kurtz sta bene. Dal primo disco siamo cambiati e anche il nostro set ne ha risentito. Quando sei in giro per live hai modo di definirti e caratterizzarti maggiormente. Questo disco fa parte di un percorso. Penso che la nostra musica sia per ognuno di noi un percorso personale e il cambiamento è alla base della crescita. Quindi questo disco suona diverso perché rifletteva direttamente questa idea di fondo. Perché “Tuttoècomesembra” e perché tutto attaccato? Perché per noi scriverlo attaccato è come pronunciare un mantra per autoconvincerci e convincere che la realtà è così come si presenta. Perfettamente imperfetta. Nel presentare il vostro nuovo lavoro avete specificato: “Non uscirà sotto forma di disco, anche se suonerà lo stesso. Sarà un mazzo di tarocchi”, spieghiamo cosa intendete… Il nostro lavoro è rappresentato da un mazzo di carte. Ogni carta rappresenta un brano del disco con delle illustrazioni visionarie di Ilaria Meli. Attraverso un Qr code integrato nell’immagine è possibile scaricare ogni singola traccia del disco. Le illustrazioni sono la diretta espressione di questa imperfezione che […]

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Il rock degli anni ’70: la complessità di un “laboratorio di generi”

L’espressione rock in ambito musicale è utilizzata per lo più in senso generale, e può tralasciare la molteplicità dei suoi sottogeneri. Concentrandoci sul rock anni ’70, però, si può notare che in questo decennio si assiste ad un vero e proprio trapasso del genere. Si potrebbe azzardare la definizione di “laboratorio di generi” per sottolineare l’evoluzione del rock e della sua complessità. Già a partite dagli anni ’60 si erano formati nuovi gruppi quali i Pink Floyd, i Beatles, i Rolling Stones, i Doors, e ancora i Led Zeppelin, i Velvet Underground, evolvendo il genere rock in modi differenti, e assicurando anche la deriva psichedelica. Proprio con gruppi come i Pink Floyd, i Genesis, gli Yes, i Soft Machine, si fa spazio nel primo decennio degli anni ‘70 il progressive rock che si riallaccia alle radici blues del rock. I grandi nomi del rock anni ’70: King Crimson Eppure il progressive arriva ad espressioni altissime con il primo album dei King Crimson, In the Court of the Crimson King del ’69 pubblicato sotto l’etichetta E.G. / Island e con la band al completo (Robert Fripp, Ian MacDonald, Michael Giles, Greg Lake alla voce e il paroliere Peter Sinfield). L’album è un microcosmo in cui si legano non solo la musica classica, il jazz e il rock, ma anche la pittura e la poesia. In copertina, ad esempio, Barry Godber ha rappresentato l’uomo schizoide del ventunesimo secolo con il volto di un uomo stravolto con la bocca spalancata e l’orecchio lungo quanto il suo sguardo; mentre all’interno dell’album c’è il Re Cremisi con gli stessi colori dell’uomo folle: il rosso e il blu.   Il nome “Re Cremisi” non è un caso, anzi l’allusione è a Federico II di Svevia, come chiarì lo stesso Sienfield. L’ultimo brano dell’album, The court of Crimson King, sembra descrivere la corte del sovrano e il cambiamento di quella corte: «I walk a road, horizons change». Federico II ha rappresentato, infatti, “quei nuovi orizzonti” in lotta con le precedenti generazioni e con i limiti della sua stessa epoca. In Epitaph , invece, è l’uomo schizoide del ventunesimo secolo che parla attraverso i suoi orrori: «Knowledge is a deadly friend/If no one sets the rules/The fate of all mankind I see/Is in the hands of fools». Certamente il progressive rock ha avuto ampio spazio anche in Italia con il Bando del Mutuo Soccorso, la Premiata Forneria Marconi, Le Orme, e così via. Inn Germania, invece, ha seguito una linea più elettronica (kosmische musik) con i Can, i Neu!, e ancora i Kraftwerk, o i Tangerine Dream. Black Sabbath Tuttavia, se da una parte già si intravede il declino del progressive, a metà degli anni ’70 si fa strada un tipo di rock più “duro” (hard rock e da qui l’heavy metal) con la comparsa di nuove band più “heavy” come i Black Sabbath, gruppo britannico formatosi nel ’68 e composto da Ozzy Osbourne (voce), Tony Iommi (chitarra), Geezer Butler (basso) e Bill Ward (batteria) fino al ’78. L’heavy […]

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Canzoni d’amore straniere, la nostra top 10

Canzoni d’amore straniere Un vortice di note e poesia scritte, suonate, cantate e dedicate alla persona amata. Ebbene, la musica con le sue dolci e forti melodie riesce sempre a squarciare il cuore, a toccare le corde più recondite dell’anima. Perché la musica sa parlare e sa ascoltare la gioia racchiusa in un brivido d’amore e il dolore che serpeggia nelle ferite inflitte da delusione, tradimento e incomprensione. Le canzoni divengono spesso strumento di messaggi indelebilmente cuciti sulla pelle e nella mente. In particolare le canzoni d’amore straniere, intrise di sentimento, sofferenza, promesse e talento, hanno inciso nei decenni sul cuore le parole di amori impossibili, scuse urlate e dediche dolci come il miele. Di seguito commentiamo dieci canzoni d’amore straniere selezionate tra le più ascoltate e cantate. Canzoni d’amore straniere. Top 10 delle più famose ed ascoltate Goodbye My Lover. Singolo del cantautore britannico James Blunt pubblicato nel 2005. Parole e note intrise d’amore e dolore. Si evince in questa stupenda canzone la sofferenza di un amore distrutto, ma mai finito davvero. Lui completamente pieno di lei, che è andata via lasciandogli tutto il loro amore, i loro ricordi e i loro gesti impressi nell’anima. Un addio e un tormento bagnati d’amore puro. «And as you move on, remember me, remember us and all we used to be. I’ve seen you cry, I’ve seen you smile. I’ve watched you sleeping for a while. I’d be the father of your child. I’d spend a lifetime with you… Goodbye my lover. Goodbye my friend. You have been the one. You have been the one for me».   Your Song. Singolo del cantautore britannico Elton John pubblicato nel 1970. Numerose le cover di questa melodiosa canzone d’amore, tra cui quella famosa interpretata dall’attore e cantante scozzese Ewan McGregor nella straordinaria pellicola cinematografica Moulin Rouge di Baz Luhrmann. Una dolcissima dedica colma d’amore e tenerezza per la persona amata. Parole semplici, ma intonate con dedizione ed animo proiettato alle stelle. Perché a volte, ciò che resta da fare è scrivere una canzone, che sappia raccontare sensazioni che spingono e scalciano per essere espresse. «I hope you don’t mind that I put down in words. How wonderful life is now you’re in the world».   I Don’t Want to Miss a Thing. Singolo del gruppo hard e heavy statunitense Aerosmith pubblicato nel 1998. Colonna sonora strappalacrime della famosa pellicola cinematografica Armageddon di Michael Bay, che ha emozionato milioni di cuori. Una canzone dai toni dolci e decisi, in cui si racconta il desiderio di non perdere neanche un istante di quell’amore pieno e incredibile. Ogni attimo trascorso con la persona amata va custodito gelosamente, per sempre, perché la vita sarebbe altrimenti priva di senso. «I could stay lost in this moment forever. Every moment spent with you is a moment I treasure. Don’t want to close my eyes. I don’t want to fall asleep. Because I’d miss you, baby, and I don’t wanna miss a thing».   Always, singolo del gruppo rock statunitense Bon Jovi […]

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Open-mic con Filippo Giardina il 24 Febbraio al Kestè

Open-mic con Filippo Giardina Dopo il successo dello spettacolo del comedian milanese Luca Ravenna dello scorso fine settimana, Domenica 24 ritorna l’appuntamento con la Stand Up Comedy targato Kestè, questa volta con un comedian che sta diventando un habitué del palco del Kestè “Abbash”: Filippo Giardina. Reduce dalle 12 ore di workshop e di lavoro laboratoriale a stretto contatto con i giovani comedian emergenti, del 12 e 13 Gennaio, Giardina ritorna a Napoli in veste di ospite d’onore per suggellare l’ennesimo appuntamento di Stand Up Comedy targato Kesté che coinvolge sempre più persone e aspiranti comedian. Open-mic con Filippo Giardina, come si svolge la serata Le regole e le modalità della serata, forse, già le conoscete ma, insomma, repetita iuvant. Il palco e il microfono della saletta sotterranea “Abbash” sono aperti a chiunque voglia cimentarsi con il proprio monologo, previa prenotazione con un messaggio alla pagina di Stand Up Comedy Napoli o una mail all’indirizzo standupcomedynapoli@gmail.com. L’ingresso è gratuito soltanto ai soci possessori della tessera del Kestè e, da come comunicano nell’evento, anche per i possessori della tessera del Reddito di cittadinanza. Nel caso foste sprovvisti della tessera, potrete acquistarla alla modica cifra di 5 euro la sera stessa dell’evento (la tessera del Kestè, non quella del reddito di cittadinanza!). Anche qui, per non rischiare di rimanere tristemente fuori a causa della mancanza di posti, è consigliabile prenotare con un buon anticipo tramite le modalità citate in precedenza. Ad accompagnare Filippo Giardina, in questo nuovo appuntamento di Stand Up Comedy, quelli che ormai sono i prodi scudieri della comicità targata Kestè: Gina Luongo, Flavio Verdino e Adriano Sacchettini. Riconfermano la loro presenza anche Connie Dentice, Davide DDL e Dylan Selina, menzione d’onore anche per la matricola Syna LaJuana che prenderà parte attiva per la prima volta a un Open-mic “Abbash”. Per ulteriori informazioni vi rimandiamo alla pagina Facebook dell’evento e alla pagina di Stand Up Comedy Napoli. I prossimi appuntamenti di Stand Up Comedy al Kestè Dopo Filippo Giardina, il locale di San Giovanni Maggiore Pignatelli nel mese di Marzo continuerà a proporre spettacoli comici di un certo livello: 17 Marzo Saverio Raimondo; 24 Marzo Pietro Sparacino; 31 Marzo Francesco De Carlo.

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This is not what it is in scena al TRAM

This is not what it is è lo spettacolo andato in scena al TRAM dal 15 al 17 febbraio. Di e con Marco Sanna e Francesca Ventriglia, This is not what it is è un omaggio ironico e tagliente all’Otello di Shakespeare, ma anche alla noia, al trash, alla stupidità e alla spazzatura che ogni giorno ci troviamo ad affrontare. This is not what it is, non sei più ciò che sei I due attori sono soli sulla scena; un’isola, Cipro,  la loro location immaginaria, metafora in cui si condensa il raccoglimento e la concentrazione dell’attore durante la messa a punto di uno spettacolo, luogo di studio e di fatica interiore. Marco Sanna più volte cerca di iniziare un monologo ispirato all’Otello, più volte diminuisce la distanza che si crea tra il suo corpo e il microfono, ma altrettante molteplici volte la sua partner sul palco, Francesca Ventriglia, lo deride, lo interrompe, ridicolizzando il suo tentativo di costruire una piece “impegnata” e “impegnativa”. L’esigenza di parlare con parole semplici, derivanti dal quotidiano, che si immergono nel fango volgare della lingua colloquiale, si accompagna all’urgenza di lasciare da parte questioni troppo difficili e incomprensibili. “La gente vuole vedere e sentire cose più leggere” sembra essere il Leitmotiv dello spettacolo. E in effetti This is not what it is è un calderone pieno di temi attuali, che vanno dalla banalizzazione del tutto che stiamo vivendo nei giorni d’oggi, passando al desiderio dell’affermazione di sé, arrivando infine alla parodia della cultura di massa che ci porta lentamente alla spersonalizzazione dell’individuo. Così, in un’ora, si toccano motivi di riflessione in maniera vorticosa, stravagante e al limite del nonsenso, attraverso un linguaggio vivo e quotidiano, plasmato con giochi di parole e scambi, talmente esplosivo da poter essere considerato un terzo protagonista sulla scena insieme ai due attori. Shakespeare e il suo Otello sono i testimoni muti di una cultura ormai troppo vecchia, smessa e lasciata giacere inerte come un soprabito troppo vecchio e démodé per essere ancora indossato. Le passioni vorticose e folli raccontate nell’Otello sono oramai troppo lontane dagli amori tiepidi a cui ci si è abituati gradualmente. Insomma This is not what it is è uno spettacolo vivo, indomabile e indomato, proprio come l’uomo d’oggi che corre sempre più veloce e non ha il tempo di aprire gli occhi, fermarsi e riflettere. Fonte immagine: https://www.meridianozero.org/this-is-not-what-it-is/  

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Teatro

Luca Ravenna, tripudio di risate e applausi al Kestè

Sabato 16 febbraio, la comicità dello stand up comedian Luca Ravenna ha fatto tappa a Napoli, in Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, al Kestè. La sala “Abbash” del locale del centro storico partenopeo, unico nel suo genere e dall’aria familiare e accogliente, si è riempita di un cospicuo numero di persone, avendo ospitato, ancora una volta, un genere di commedia che mira a distruggere luoghi comuni e certezze e che non ha nessun tipo di filtro e censura. Una tipologia di spettacolo che affonda le sue radici nel mondo anglosassone e che, da qualche tempo, è approdato in Italia, che fa ridere e fa riflettere e si basa sulla sola presenza di un comico che si esibisce stando in piedi di fronte al pubblico, trattando argomenti che vanno dal politico al sociale, alle introspezioni personali. Lo spettacolo di Luca Ravenna Ad abbattere le barriere del politically correct ci hanno pensato Stefano Viggiani, Dylan Selina e Daniele Tinti, i talentuosi comici ai quali è stata affidata l’apertura dello spettacolo di Luca Ravenna, che hanno offerto al pubblico un piccolo assaggio di Stand Up Comedy, conquistandolo, e preparando il terreno all’umorismo del comico milanese. Luca Ravenna ha partecipato a due edizioni di Natural Born Comedians e due di Stand Up Comedy su Comedy Central. È stato protagonista della web-serie Non c’è problema su Repubblica.it. Ha collaborato con il collettivo The Pills. È stato componente del cast della trasmissione Quelli che il calcio e di quello di Natural Born Comedians. Luca è un comico dal gran carattere, oltre che un autore, uno sceneggiatore e un attore e si distingue per l’originalità del suo modo d’essere, le sue ineccepibili imitazioni, la leggerezza intrinseca della sua sfilza di battute e il suo sguardo comico spalancato sul mondo. La comicità di Luca Ravenna è un flusso di coscienza garbato, ma irriverente, privo di perbenismi e orpelli, che scava nelle sue personali esperienze e strappa la risata di un’intera platea. La sua mimica facciale, la sua ironia e geniale autoironia fanno della vita quotidiana una parodia e il suo occhio attento riesce a trovare dell’umorismo negli argomenti più disparati. Luca Ravenna porta sul palco il suo vissuto, mettendosi a nudo. Relazioni disastrose con soggetti che sono l’antisesso. La scoperta dell’amore nel letto di fianco al suo. Il rapporto della madre con il tema della droga. Quello con un padre che parla come Dario Fo. Il fanatismo religioso. La banalità di un rito come la confessione per i cattolici. Il razzismo all’italiana. La vita di un trentunenne che vede nascere i figli degli amici. La paura delle emozioni. Un’analisi piuttosto suggestiva sulle differenze di genere delle funzioni cerebrali degli uomini e delle donne. Il desiderio di reincarnarsi in una marmotta. La sintesi di tutto questo è un tripudio di risate e applausi, che sanciscono quella di Luca Ravenna come una delle più perfide performance comiche, di quelle che provocano crampi alla mandibola e agli addominali degli spettatori, a fine spettacolo. Insomma, se pensi che la vita duri troppo poco. […]

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“Thor, la morte degli Dei” arriva a teatro per una tournée tutta italiana

La Leggenda di Thor, Dio del Tuono, del Fulmine e della Tempesta, diventa un musical: tratto dall’omonimo fumetto “LA MORTE DEGLI DEI”, in cui viene raccontato il rapimento di Idhunn, dea dell’eterna giovinezza, e la terribile prova che Thor dovrà affrontare insieme al suo popolo a causa della malvagità di Hel, lo spettacolo teatrale promette di offrire emozioni davvero uniche Un’occasione per scoprire più da vicino questo mito noto finora solo attraverso il cinema e i fumetti, un vortice di sentimenti che renderanno più umana la divinità agli occhi dello spettatore. Mai prima d’ora in Italia, un Supereroe, Thor, figlio di Odino, re degli dei, e di Joro, dea della terra, era stato protagonista di un musical. “Thor, la morte degli Dei”: il mito Nel Regno di Asgard si sta svolgendo l’importante cerimonia di investitura di Thor: suo padre Odino, sovrano di tutti gli dei, sta per cedergli il trono. Un boato terrorizza i presenti che si accorgono della sparizione della dea della giovinezza: ciò vuol dire una sola cosa, la morte degli dei è terribilmente vicina. Si pensa subito ad una vedetta da parte dei giganti di fuoco, da sempre nemici acerrimi di Odino, ma nulla è come sembra: all’interno del Palazzo, qualcuno ha tramato nell’ombra. Tra bugie e colpi di scena, combattimenti, creature mostruose ed entità provenienti dall’Aldilà, Thor e i suoi affronteranno un rischioso viaggio nei Regni più spaventosi dell’Universo: in questa odissea, gli aspetti mitologici andranno ad umanizzarsi sempre di più, fino ad instaurare una connessione emotiva tra il mondo degli dei e il nostro. “Non solo la vicenda di Thor, ma una storia universale, la storia del conflitto tra il bene e il male: è questo che si propone il musical, al quale abbiamo lavorato con grande energia e passione. Ciò verrà sicuramente fuori, grazie a figure artistiche ed un team creativo eccezionali, dal coreografo Angelo Marino alla sceneggiatrice Ilaria Licenziato, allo scenografo Antonello Risati. La storia si avvale di un impianto sceno-tecnico ad altissimi livelli e siamo impazienti di cominciare a raccontare questa storia, partendo da Napoli per un viaggio lunghissimo che si fermerà, se tutto va bene, tra un paio d’anni”, spiega il regista Antonello Ronga. “Thor, la morte degli Dei” in anteprima assoluta al Palapartenope di Napoli Lo spettacolo, adatto a tutte le età, è organizzato dalla EMA Eventi con la produzione di Eduardo Lombardi e Vincenzo Iannone, e partirà sabato 23 febbraio al Palapartenope di Napoli, per andare a toccare i teatri delle principali città italiane. Contenuti artistici di alta qualità sono ottenuti grazie all’attenta regia di Antonello Ronga, alle musiche di Emiliano Branda, ad un cast composto da 16 ballerini, 2 acrobati e 6 cantanti/attori, tra cui Tony D’Alessio (voce della storica band Banco del Mutuo Soccorso e finalista a XFactor 2013) che interpreta Odino e Daniele Venturini che impersonerà il protagonista Thor. L’ultima tappa della tournée sarà a Milano, al Teatro Nazionale CheBanca!, il 17 e 18 maggio. Qui, i prezzi dei biglietti: Primo settore 32.00+3.00 Rid Ragazzi dai […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Amor sui: amarsi per amare “doppio”

L’amor sui, amarsi è il presupposto essenziale dell’amore. Dall’infanzia ci insegnano che gran parte della vita sia finalizzata alla conquista dell’amore. Ce lo fanno capire con le mani. Alzano indice e medio e fanno un due con le dita. Siamo nati da mamma e papà e passeremo l’esistenza nella ricerca e nell’attesa di una persona con cui formare, a nostra volta, quel due fatto di polpastrelli. Sbarchiamo appena nel mondo e già ci dicono che siamo soli, che dovremmo recuperare una nostra “metà”. È una delle prime lezioni su cui, indirettamente, veniamo istruiti. Un passo oltre la soglia di quell’abitudine culturale che ci strattona verso l’amore – nutrita generosamente da una società sempre pronta a mercificare e rendere profittevole anche ciò che non dovrebbe – c’è la natura. La natura chiama all’amore. Ce ne accorgiamo dalla pubertà e non smettiamo mai di farci i conti; anche quando il tempo ci rattrappisce, la natura continua a vagheggiare le stagioni, il fiore che beve la vita, l’ape che ronza sul proprio nutrimento. L’amore è cultura e natura. Ma la ricerca della metà con cui conquistare una felicità definitiva ha davvero così tanto a che fare con l’amore? Nessuno da queste parti ha la presunzione o la follia di negare l’imprescindibilità dell’amore. Ma qualcuno dovrebbe mettere in guardia su un’altra lezione, su cui sia la natura che la cultura non amano troppo disquisire. Quella sull’amor proprio. L’amor proprio, secondo l’interpretazione portante, coincide con l’espressione latina “amor sui”. Come sempre, a parità di concetto, la formulazione latina trattiene una luce antica e imperitura che sembra chiarificare maggiormente. Di più, sembra rendere ogni concetto viscerale, come se si fosse annidato in un sottopassaggio della coscienza, recondito e segretissimo. Per alcuni antichi, come San Bernardo, l’amor proprio era addirittura il preambolo immancabile di un iter verso Dio. Sant’Agostino, invece, contrappone l’amor sui all’amor dei: il primo, fine a se stesso, corrisponde a un egoismo dannoso che allontana l’anima da Dio e la avvince alle cose terrene. Il secondo è espiazione dall’interesse personale e adesione totale a Dio. La sensibilità contemporanea si è chiaramente evoluta, e la descriviamo fieramente come progressiva. Ma la storia si tiene in equilibrio facendo leva sui punti d’appoggio di sempre, quelli che desumiamo dalla cultura antica e quelli che ci suggerisce la natura di volta in volta. Cultura e natura, di nuovo, come sempre. Eppure, il concetto di amor proprio è una piccola delusione. Oggi se ne parla poco, lo si rende subalterno, insufficiente dinanzi alla trionfante promessa dell’amore. Ogni tappa e attività sembrano programmate nell’attesa fatale e necessaria della persona giusta, con cui formare una famiglia perfetta e con cui condurre una vita perfetta. Ma cosa c’è prima? Cosa c’è durante? Chi ci fa compagnia mentre cacciamo il naso nei negozi per trovare il regalo più adatto, e nel viaggio in macchina di ritorno verso casa? Chi ama proprio quel gusto di gelato, chi condivide con noi il piacere di una lettura avvincente se non…noi? Agostino a suo tempo asseriva che […]

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Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

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Voli Pindarici

Non mi fa paura stare nell’ombra

Non mi fa paura stare nell’ombra. Molti sono terrorizzati dal buio, dall’assenza di orientamento e di punti fermi. A me invece il nero piace proprio per il suo essere labile, fluttuante, avvolgente. Nasconde i rossori, le debolezze, ciò che non si vuole vedere, lasciando tutto all’immaginazione. Si possono così assumere volti, sembianze, personalità diverse, riconducendo tutto a se stessi. Non si indossa una maschera ma la si prende in prestito, facendo piccoli passi a tentoni, orientandosi con la mente. Oggi è tutto affidato alla parola, gridata, gesticolata, sputata, lasciata lì a maturare nella consapevolezza o nell’indifferenza di chi ci ascolta. Perciò chiudo gli occhi, mi faccio cullare dal silenzio privo di gravità, come se fossi sola su una scogliera a picco sul mare, mentre odo il suono di pensieri mai pronunciati ad alta voce, che hanno il fascino del potenziale e il sapore amaro di ciò che poteva essere e non è stato. Non mi fa paura stare nell’ombra. Eppure non rinuncio alla luce. Ripenso alle tante volte in cui ho dovuto affrontare l’ansia da palcoscenico, prima del saggio di danza. Adrenalina, riflettori, pubblico in attesa. Era il mio posto e non ero nell’angolo, ero al centro. Spesso ho smarrito quel centro, quel movimento come forma di espressione di me. Si sente sempre il bisogno di qualcosa per completare il cerchio, di quel tassello mancante che si percepisce con prepotenza nel suo spazio vuoto, conferendo al tutto quel senso di precarietà senza volto. La comfort zone è sopravvalutata. Non sbilanciarti troppo, dicono. Sono stanca di stare in equilibrio, di pianificare emozioni, di agire sulla superficie delle cose con il peso dell’inespresso sulle spalle. È giunto il momento di sporgersi in avanti e cadere, di far oscillare l’ago della bilancia verso direzioni ignote, di chiudere gli occhi e sentirsi al sicuro anche nel buio. Non mi fa paura stare nell’ombra, la luce è qualcosa che non si vede.

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Voli Pindarici

Cara estate, ora vai via

Cara estate, mi hai deluso. Quello che ci hai propinato ad agosto ti è sembrato forse un clima degno della bella stagione? È inutile che cerchi di giustificarti, promettendoci un ottobre spettacolare con sole e temperature sopra la media perché in autunno ci tocca lavorare e le ferie già consumate per te non ce le rende indietro nessuno. Nemmeno l’Italia ai Mondiali abbiamo potuto vedere quest’anno, che desolazione! Estate e film tv Inoltre, dove sono finiti i soliti film con te che fai da sfondo romantico e nostalgico? Per noi vacanzieri casalinghi, destinati inevitabilmente a trascorrere qualche ora della nostra giornata davanti al teleschermo, quei revival cinematografici rappresentavano ormai un attesissimo momento di svago e, mestamente attestata la loro prolungata assenza dai palinsesti, abbiamo dovuto virare sulle solite repliche ad oltranza di programmi già visti. Dov’è andato a finire Un sacco bello trasmesso il pomeriggio di ferragosto?  L’orario da terza serata, poi, non rende affatto giustizia a Ferie d’agosto, gravato pure da fastidiosi spot pubblicitari ogni quindici minuti. Nessuna traccia, invece, di Dirty Dancing, sprecato per coprire qualche buco di palinsesto in serate autunnali, per non parlare di Sapore di mare, sparito persino dalle programmazione delle tv locali. Cara estate, dov’è finito quel gusto un po’ amaro di cose perdute? Estate di tragedie Al di là delle osservazioni sul futile, sei riuscita comunque a fare di peggio. Le persone non dovrebbero morire così, in quel modo atroce, come fossero i protagonisti inconsapevoli di un film apocalittico di quart’ordine.  Molti di loro si recavano al mare con i bambini, lo sai? Una coppia doveva sposarsi a breve e altri ancora non lo so cosa avevano programmato per le loro vite ma poco conta. sono stati inghiottiti da un precipizio inaspettato e infernale, bagnati dalla pioggia battente e sommersi dalle macerie di un ponte traballante, emblema vergognoso e infame dell’Italia arrogante, superficiale e arruffona. Nessuno dovrebbe morire d’estate, come nessuno dovrebbe morire a Natale. Non si va via quando l’atmosfera incita al divertimento e l’attesa di vivere finalmente qualcosa di bello dona felicità. Non si dovrebbe morire nemmeno tra le rapide di un fiume, immersi nella gioia di condividere un’avventura con la famiglia e la natura restituisce invece vite spezzate e orfani inconsolabili. Il terremoto con quelle giornate sospese, le notti insonni e i minuti interminabili, potevi pure risparmiartelo. Estate e matrimoni Cara estate, per ritornare superfluo, è vero che sei la stagione dei fiori d’arancio, però potevi evitarci tutto quel teatrino mediatico e social sul matrimonio dell’anno tenutosi in quel di Noto, dove la riservatezza della celebrazione di un sentimento si è tristemente persa tra sprechi e ostentazioni, marketing ed hastag, eccessi spacconi e sceneggiate inopportune. Quel giorno, poi, molti italiani “influenzati”/“influenzabili”, smartphone alla mano nella loro qualità di invitati social alle nozze, sono stati indefessi spettatori e puntuali commentatori dell’evento al quale hanno contribuito a far giungere con il loro like ancora più soldi nelle casse dei due onnipresenti protagonisti. Inoltre, sono sicura che nei prossimi tre/cinque anni, la richiesta modaiola […]

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