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Eroica Fenice

In Primo Piano

Eroica(mentis)

Linguaggio oggettuale: comunicare senza parole

Cosa si intende per linguaggio oggettuale? Ne parla la psicologa di Eroica(mentis). La comunicazione è un processo complesso, un atto sociale che ci aiuta a vivere entrando in contatto con l’altro attraverso una comune rappresentazione della realtà mediata dal linguaggio. Tuttavia, lo sviluppo del linguaggio verbale non deve essere prioritario rispetto ad altri progressi del bambino. Nell’ottica infantile della costruzione del sé, molto importante diviene la conquista dell’ambiente grazie alla deambulazione. La conquista dello spazio significa indipendenza, autonomia. L’infante si sente distinto e può riconoscersi in quanto entità separata dalla madre. Comunicare per un ipovedente non significa solo parlare, ma vivere intensamente ciò che si cerca di esprimere facendo uso degli oggetti. La mancanza della vista riduce le capacità motorie ed esplorative del bambino per muoversi all’interno dell’ambiente. Il bambino cieco rischia di trovarsi, nei primi mesi di vita, immerso in un universo di suoni e odori che difficilmente riesce a gestire spontaneamente. Per questo motivo, l’esplorazione funzionale dell’ambiente e degli oggetti che lo compongono deve essere, nel bambino ipovedente, stimolata e organizzata dall’adulto: in questo modo gli oggetti che caratterizzano l’ambiente possono diventare contemporaneamente oggetti costitutivi (oggetti funzionali propriamente detti), ed elementi di comunicazione (significanti della comunicazione oggettuale). L’oggetto infatti, costituisce il significante di una richiesta: esso è espressione di quella parola taciuta, mancata, silenziosa. L’apprendimento di questa forma di comunicazione da parte di persone con seri problemi di vista avviene per associazione tra l’oggetto e la situazione stessa che dev’essere immediatamente successiva all’aver dato l’oggetto segnale. ( Es: quando il bambino prende l’oggetto bicchiere significa che ha sete, tale richiesta dev’essere immediatamente soddisfatta dandogli un bicchiere d’acqua). Il linguaggio oggettuale è per questo un sistema di comunicazione trasparente in quanto gli oggetti devono avere una buona somiglianza tattile con l’oggetto originale. Questi processi avvengono tramite la discriminazione di oggetti di uso comune cercando di far comprendere le caratteristiche rilevanti di un oggetto rispetto a quelle di ciascun altro. In questo modo i bambini ipovedenti con difficoltà di apprendimento, possono utilizzare un sistema di comunicazione non verbale legato alle loro abilità tattili e basato sulla rappresentazione di azioni e situazioni attraverso gli oggetti: la ricerca, il riconoscimento dell’oggetto e la sua ostensione all’adulto diventa elemento espressivo corrispondente ad altrettanti significati. Immagine: Pixabay

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Culturalmente

Pederastia greca: tra pedagogia e mito

Con pederastia greca (παῖς – pàis – “ragazzo” o “fanciullo”, ed εραστής – erastès – “amante”), termine in uso dall’epoca moderna (preso dalla definizione di Platone nel Simposio), si definisce il rapporto anche erotico (riconosciuto e accettato) tra un uomo adulto “erastes” (amante) e un adolescente “eromenos” (amato) di sesso maschile (per legge doveva avere più di 12 anni). Quest’espressione mantenne una connotazione negativa fino al XX secolo, quando si diffusero termini quali omosessualità e uranismo per designare un rapporto di natura sessuale tra due uomini. Pederastia greca: il modello di Platone nel Simposio e il mito dell’androgino In origine, racconta Aristofane nel dialogo, esistevano tre tipi di esseri umani. Questi, di forma sferica, erano dotati di quattro mani e quattro piedi su cui si muovevano, due volti e ai lati della sfera due organi sessuali. Alcuni avevano due organi femminili o due maschili, altri un organo femminile e uno maschile. Un giorno Zeus decise di punire la tracotanza degli uomini dividendoli in due, così tutti gli esseri umani furono condannati a cercare ciascuno la propria parte mancante. Questo non giustifica l’unione omosessuale, anzi, nella Grecia antica l’unico rapporto omosessuale accettato era quello tra un allievo e il proprio educatore. Platone criticava il mero atto sessuale, considerandolo talvolta brutale mentre apprezzava altri aspetti: «un amante è il migliore amico che un ragazzo potrà mai avere» (Fedro, dialogo 231). Questa “unione” era molto più complessa di quanto possa apparire. Infatti l’allievo doveva accertarsi che le intenzioni dell’adulto nei suoi riguardi fossero serie e che poteva considerarlo un “maestro” mentre l’erastes a sua volta doveva comprovare di non essere attratto solo dalla bellezza fisica del primo. Si trattava comunque di una condizione temporanea; raggiunta la maggiore età, l’eromenos doveva necessariamente cambiare il proprio ruolo, trovando il proprio posto nella società. La pederastia si estinse ufficialmente tramite un decreto dell’imperatore Giustiniano I; egli stesso fece chiudere anche altre istituzioni permeate della cultura classica quali i Giochi olimpici antichi e l’Accademia di Atene (istituita da Platone). La pederastia nella società La pederastia veniva considerata come una forma di pedagogia, intesa come naturale forma di educazione dell’aristocrazia. Era una pratica strettamente legata allo sport: infatti era questa l’usuale occasione in cui i ragazzi potevano incontrarsi con gli adulti e apprendere le arti della guerra ma anche della filosofia. Nella mitologia È Apollo a vantare il maggior numero di amanti adolescenti: celebre è il mito riguardante la sua rivalità con Zefiro per l’amore di Giacinto e la successiva morte del giovane causata dallo stesso dio. Alcune famose coppie esempi di pederastia greca Parmenide ed Empedocle Parmenide e Zenone di Elea Fidia e Agoracrito Socrate e Alcibiade (si dice sia stato un rapporto casto) Platone e Aster Senofonte e Clinia Aristotele e Palefato Filippo II di Macedonia e Pausania di Orestide Immagine: Wikipedia

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Attualità

Attualità

Mario Paciolla: il coraggio che merita la verità

Mario Paciolla era un giovane napoletano che lavorava per la pace. E lo voleva così tanto che questo suo desiderio gli ha fatto perdere la vita, il 15 luglio 2020, in una maniera articolata e misteriosa, banalmente archiviata come “suicidio per impiccagione”. Aveva 33 anni ed era in Colombia per conto delle Nazioni Unite, inviato per assicurare il rispetto degli accordi di pace tra il Governo colombiano e gli ex guerriglieri FARC, stipulati nel 2016 dopo 40 anni di scontri, in realtà mai completamente conclusesi. Infatti, il caso Paciolla si colloca in una ben più profonda rete di atti intimidatori, attuati dai gruppi armati che si contendono da decenni il controllo della regione di Caquetá, nella Colombia sudorientale, territorio particolarmente ambito dalle mafie locali per interessi che riguardano la produzione e l’esportazione di cocaina, la deforestazione massiva e le licenze petrolifere. Mario si occupava anche di incontri con le autorità locali, della stesura dei report della Missione, oltre che di un bellissimo progetto di riconversione: il fiume Caguán, utilizzato in passato dai trafficanti di droga per il trasporto di cocaina, grazie a “Remando por la Paz – Rafting for Peace”, è divenuto luogo di allenamento e simbolo della Nazionale colombiana di Rafting che, ai Mondiali in Australia, ha partecipato con cinque ex guerriglieri e tre contadini di San Vicente del Caguán. Il confine tra riconoscenza e ingratitudine in luoghi così culturalmente fragili e con equilibri quasi inesistesti è sottilissimo. Il 29 agosto 2019, l’esercito colombiano effettua un bombardamento sul centro di comando di RogelioBolivar Cordova, detto El Cucho, il comandante di una delle fazioni di dissidenti delle Farc, volenteroso di interrompere il processo di disarmo e smobilitazione decretato dagli accordi di pace. Paciolla era stato incaricato di stilare un rapporto sulla vicenda in cui avevano perso la vita ben sette minorenni. Proprio questo documento viene utilizzato impropriamente  poco dopo dal senatore Barreras per denunciare pubblicamente il fatto che Botero, ministro della difesa, aveva tenuto nascosta all’opinione pubblica la morte dei minorenni, causando le dimissioni dello stesso. Allora Mario comincia a sentirsi in pericolo: il suo rapporto, contenente il suo nome e cognome, che doveva rimanere riservato, era stato utilizzato per un attacco politico di enorme portata. Decide di chiedere il trasferimento, di essere aiutato, ma l’ONU lo ignora. Ne parla con la madre, con gli amici, con la fidanzata. Rivela di avere paura ed esprime il suo ultimo desiderio: bagnarsi nel mare di Napoli per non sentirsi più sporco. Mario acquista un biglietto di ritorno, ma la notte prima di partire, la sua vita finisce. Tante sono le ragioni che portano a scartare l’ipotesi di suicidio. Non entriamo in merito, ma vogliamo sottolineare certi aspetti improtanti, per cui vale la pena sapere di Mario e della sua vita. Grazie al video introduttivo gentilmente inviato dai genitori di Paciolla, al racconto di alcuni studenti che hanno inquadrato il contesto della cooperazione colombiana e l’esperienza di Mario stesso e grazie anche alla preziosa memoria dei suoi amici (impegnati nel comitato “In memoria […]

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Attualità

Sebastian Colnaghi: fusione tra natura e web

Intervista a Sebastian Colnaghi giovane ricercatore italiano, oltre che appassionato di web. Un lavoro bello quanto rischioso il suo, che lo ha portato a scoprire, con un team di biologi, la Vipera del Meridione. Salve Sebastian, grazie per aver accettato questa intervista.  In cosa consiste il Suo lavoro? “Il mio lavoro consiste nella ricerca di alcune specie di rettili presenti in Sicilia. Nello specifico il mio impegno è volto all’individuazione delle vipere presenti sul territorio, per poi procedere alla misurazione e alla documentazione fotografica. Da circa due anni collaboro con Matteo Di Nicola, un biologo ricercatore di Milano, un lavoro certosino che svolgo non solo in Sicilia ma anche in altre regioni d’Italia come la Lombardia, il Friuli Venezia Giulia e l’Abruzzo, che sono diventate per me meta privilegiata di spedizioni finalizzate alla ricerca dei rettili presenti sul territorio nazionale. Il mio secondo lavoro che svolgo pienamente sui social è quello di sponsorizzare gadget e prodotti su Instagram”. Un lavoro sicuramente molto impegnativo, soprattutto per il degrado ambientale che purtroppo sempre più affligge i diversi territori e ambienti naturali. Qual è stata la ricerca più difficile e dove? “Molte volte stando sul campo sono esposto a tantissime intemperie come forti temporali e ad un clima molto variabile. Una delle mie ricerche più difficili è stata l’anno scorso in un weekend sull’Etna alla ricerca della Vipera aspis con il mio amico biologo; abbiamo dormito in un bivacco, tra pioggia, vento ed intemperie che hanno messo a dura prova le nostre ricerche, è stata un’esperienza unica, sofferente ma nel contempo entusiasmante. Nel lavoro di ricerca possono capitare pure delle disavventure come quando l’anno scorso, per una mia distrazione sono stato morso da una Vipera aspis, ma per fortuna è andato tutto per il meglio e con le dovute medicazioni il morso non ha prodotto nessuna conseguenza negativa”. Sebastian, cosa può dirci della Vipera aspis? “In Sicilia e nel Meridione è presente la Vipera aspis, nella sottospecie hugyi, un rettile estremamente importante per il controllo delle popolazioni di micromammiferi e, quindi, per l’equilibrio degli ecosistemi; una straordinaria specie, purtroppo minacciata dall’uomo che la teme inutilmente. Il veleno della Vipera aspis è una complessa combinazione di tossine, proteine ed enzimi con un’azione emotossica, molto variabili in funzione della specie, in ogni caso ogni morso è molto soggettivo, dipende dallo stato di salute della persona e dalla quantità di veleno che ha in quel momento l’animale. Normalmente negli ospedali, per tenere sotto controllo gli effetti del veleno vengono somministrati dei farmaci classici come cortisone, antibiotici o anticoagulanti nel caso di pazienti anziani più vulnerabili. Solo in presenza di reazioni sistemiche importanti si inietta il siero, non tanto per un concreto pericolo di vita, quanto più per ridurre la durata e l’intensità del veleno”. Quante specie ha trovato in Italia fino ad oggi?! “Negli ultimi anni sono state tantissime le specie di rettili che sono riuscito ad avvistare come ad esempio decine di esemplari di Vipera aspis e Vipera berus, per quanto riguarda i serpenti appartenenti alla […]

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Attualità

Fast fashion e futuro: la sostenibilità è un dovere

La designazione di fast fashion fa riferimento a una strategia di produzione utilizzata dai grandi rivenditori a partire dagli anni Novanta ed intensificatasi sempre più, basata sul passaggio rapido delle tendenze di moda dalle passerelle alle collezioni di abbigliamento, al fine di consentire ai consumatori di acquistare i capi a prezzi relativamente bassi, quasi usa e getta. Lo scopo principale della fast fashion è quello di produrre prontamente un capo in modo economicamente proficuo, per rispondere ai gusti dei consumatori in continua evoluzione e creare nuove tendenze, innescando il desiderio di acquistare un prodotto, che appare di alta moda, alla fascia di prezzo più bassa nel settore dell’abbigliamento. Pertanto, la fast fashion non è tanto la risposta a un grande mercato di consumatori, quanto piuttosto l’esito della creazione della domanda da parte degli stessi produttori, dal momento che risulta estremamente redditizio vendere tonnellate di vestiti trendy ed economici. Essi, dunque, massimizzano il profitto introducendo a distanza di pochi giorni capi di uno stile differente – spesso replicandolo da artisti indipendenti ed usando la pubblicità per rimanere rilevanti e per promuovere mode che cambiano continuamente – e, conseguentemente, rendendo i vecchi capi obsoleti e fuori moda, inducendo i consumatori ad acquistare abiti nuovi e di tendenza. In tal modo, la fast fashion ha conquistato i nostri armadi ed è diventata enormemente popolare: marchi come Zara, H&M, Forever 21, Uniqlo, Topshop, Primark e molti altri, infatti, ne sono un esempio. I danni ambientali ed etici innescati dalla spirale della moda veloce In opposizione alla fast fashion è sorto il movimento slow fashion, che ha rilevato le problematiche legate alla moda veloce, ovvero il forte inquinamento ambientale da essa provocato e le condizioni di lavoro sfavorevoli imposte nei paesi in via di sviluppo. La fast fashion, infatti, ha un costo ambientale enorme: gli abiti sono prodotti in fabbriche non sottoposte a controlli, che adoperano, per la creazione di stampe dai colori accesi, tinte chimiche tossiche per i lavoratori e per l’ambiente, poiché scaricate in canali e fiumi. In tale contesto si inserisce il fenomeno del Greenwashing o “ambientalismo di facciata”, strategia di comunicazione di alcune imprese, volta alla costruzione di un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale. Inoltre, essendo la moda veloce così economica e quasi monouso, i consumatori sono indotti a gettare via i capi d’abbigliamento a ritmi molto veloci: si stima, infatti, che il 5 % dei rifiuti nelle discariche siano tessili; a ciò si aggiunge la scelta di alcune aziende di incenerire le rimanenze dei magazzini piuttosto che donarle ai bisognosi, per non svilire la propria immagine. Ne consegue che, secondo una recente inchiesta, l’industria tessile sia la seconda industria più inquinante al mondo, in grado di emettere più gas serra delle spedizioni internazionali e dell’aviazione. Inoltre, i rivenditori di fast fashion fanno uso di manodopera a basso costo, spesso proveniente dagli Sweatshops, luoghi di lavoro caratterizzati da condizioni socialmente inaccettabili, in cui spesso ricorre il lavoro minorile e in cui i lavoratori svolgono le proprie mansioni […]

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Attualità

Georgia Guidestones: la Stonehenge americana

Nessuno conosce la loro storia, nessuno conosce il nome del loro ideatore. Le Georgia Guidestones sono un monumento in granito ricco di misteri e segreti, ma con tante cose da raccontare. Il monumento è stato costruito con lo scopo di fornire una guida per riedificare il mondo dopo l’Apocalisse. Si tratta di sei enormi blocchi di granito che forniscono le istruzioni in otto lingue diverse su come ricostruire una civiltà in seguito ad un eventuale fine del mondo. Allo stesso tempo questo monumento svolge le funzioni di bussola, calendario e orologio. Stonehenge americana: cosa si nasconde dietro questo monumento? L’opera in granito si trova in Georgia, nella contea di Elbert. Raggiunge i sei metri di altezza grazie alla sei lastre di granito con cui è realizzata e corrisponde ad un peso di 107 tonnellate. Un pilastro a sezione rettangolare è posto al centro, con quattro lastre equidistanti poste a forma di X distorta, mentre su tutte è posta una lastra rettangolare di copertura. Tutta la struttura è allineata astronomicamente. Su una lastra posta un po’ più distante ci sono le note con la storia, le dimensioni e lo scopo del monumento. Essendo posto su una cava in granito molto grande, questo monumento è stato costruito appositamente lì dove si supponeva che potesse resistere a terremoti e ad altri disastri naturali. Perché? Il Georgia Guidestones doveva resistere nelle epoche, nell’attesa della fine del mondo e della sua rinascita. Quel giorno, quel posto della Terra sarebbe stato il punto di partenza da cui ricostruire la nuova civiltà. Nessuno sa chi fu il suo vero ideatore. Nemmeno la proprietà del sito risulta essere chiara. Sui blocchi in granito sono incise dieci regole in inglese, spagnolo, swahili, hindi, ebraico, arabo, cinese e russo. Le incisioni recitano: Mantieni l’Umanità sotto i 500.000.000 in perenne equilibrio con la natura. Guida saggiamente la riproduzione, migliorando salute e diversità. Unisci l’Umanità con una nuova lingua viva. Domina passione, fede, tradizione e tutte le cose con la sobria ragione. Proteggi popoli e nazioni con giuste leggi e tribunali imparziali. Lascia che tutte le nazioni si governino internamente, e risolvi le dispute esterne in un tribunale mondiale. Evita leggi poco importanti e funzionari inutili. Bilancia i diritti personali con i doveri sociali. Apprezza verità, bellezza e amore, ricercando l’armonia con l’infinito. Non essere un cancro sulla terra, lascia spazio alla natura, lascia spazio alla natura. Su ogni lato, in cima, campeggia in quattro lingue antiche – babilonese, greco antico, sanscrito e geroglifici egiziani – la scritta “Lascia che queste pietre siano una guida per un’Era della Ragione”. Insomma, le regole per la costruzione di un mondo migliore. Sulla lapide esplicativa sono spiegati l’orientamento astronomico dell’opera, peso e dimensioni, la data di costruzione e altre informazioni simili. L’iscrizione parla anche del seppellimento di una capsula del tempo sotto la tavoletta ma la data del seppellimento e la presunta data in cui dovrebbe essere riportata alla luce sono lasciate in bianco. In questo messaggio possiamo trovare qualche errore di punteggiatura: sia esso […]

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Cinema e Serie tv

Cinema e Serie tv

Rosa Pietra Stella, il film di Marcello Sannino

Rosa Pietra Stella, primo lungometraggio di Marcello Sannino, uscito nelle sale ad agosto 2020, racconta la disperazione di una madre. Stu’ vico niro nun fernesce maje E pur ‘o sole passa, e se ne fuje Ma tuu staje lla’ tu rosa preta e stella Carmela, Carme’ (Sergio Bruni) Uscito nelle sale ad agosto 2020, Rosa Pietra Stella, è il primo lungometraggio di finzione di Marcello Sannino.  Carmela (Ivana Lotito), trent’anni e un lunario da sbarcare. Trent’anni e una figlia di undici anni, Maria (Ludovica Nasti), che ha diritto a un’adolescenza felice. Trent’anni e una madre che porta nello sguardo il peso dei suoi errori. Una vita che scorre lenta e dannata sotto lo stesso tetto, in un quartino a Portici, cittadina sul mare. Quando tutto sembra franare, uno spiraglio di luce arriva dal vento dell’Algeria: Tarek, un uomo, che vive a Napoli da anni, porge a Carmela una mano, contenente la possibilità di un riscatto. L’ispirazione – riportano le note di regia – viene da una persona reale, un’amica conosciuta anni fa e che mi ha spesso coinvolto in giornate senza fine, passate ad inseguire persone da incontrare, commissioni da fare all’ultimo momento, illusioni quotidiane per non tornare a casa e in fondo fuggire al destino di una vita segnata dalla nascita. Partendo da questo rapporto ho immaginato il personaggio di Carmela. Un equilibrio solido come un castello di carta che prova a resistere agli urti di una città come Napoli, paradiso abitato da diavoli. Carmela, madre, figlia, sorella, prova a risalire dall’imbuto infernale con quella capacità tutta napoletana di arrangiarsi con il nulla. E così trova la sua parte in un traffico clandestino di immigrati. Documenti falsi che diventano cene per Maria, rigorosamente prese al fast food, lontani dalle premure pazienti di una madre. Una madre che, sfrattata, occupa abusivamente una casa della curia pur di non perdere sua figlia, creando occasioni anche laddove non esistono. Per lei – afferma il regista – la contigua metropoli rappresenta il luogo delle maggiori opportunità, della fuga, un luogo dove ti conoscono in pochi e ti giudicano meno, ma anche il luogo dove ci si perde come in un magma in cui è difficilissimo muoversi e dal quale è impossibile uscirne illesi.  Coinvolgenti le interpretazioni dei protagonisti di questa storia amara in cui le illusioni e i sogni fanno a pugni con la realtà che non ne vuole sapere di cambiare e quella felicità, cercata con unghie e denti, Carmela finisce per guardarla dal vetro di una finestra di una casa famiglia. La sua felicità, quell’unico seme che di buono la vita aveva dato.  Rosa Pietra Stella Regista Marcello Sannino Con Ivana Lotito, Ludovica Nasti, Fabrizio Rongione, Imma Piro, Francesca Bergamo, Valentina Curatoli, Niamh Mccan, Gigi Savoia Sceneggiatura Marcello Sannino, Guido Lombardi, Giorgio Caruso Prodotto da Antonella Di Nocera, Pier Francesco Aiello, Gaetano Di Vaio  Immagine in evidenza: Parallelo 41 Produzioni

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Cinema e Serie tv

Mr. Nobody: la vita di tante vite possibili

Mr. Nobody: si chiama così il film del 2009 con protagonista Jared Leto e diretto da Jaco Van Dormael, disponibile sulla piattaforma di streaming Netflix. Il film racconta di un uomo che riesce a vedere tutta la vita davanti a sé ma riesce pure a vedere cosa sarebbe successo se non avesse compiuto determinate scelte. Mr. Nobody, Signor Nessuno Signor Nessuno, che sembra un paradosso perché poi nella pellicola c’è più di una persona in realtà, più di una vita e mai zero, mai nessuno. Però è più complicato di così, di un titoletto che tenta di riassumere due ore e passa di cinema. Il problema è che c’è un uomo che tenta di raccontare la sua storia e tutto si articola in un lunghissimo flashback a spezzoni, slegati, sconnessi, contraddittori a tratti. Perché è una storia multiforme, poliedrica, che si presta a mille interpretazioni ed esiti differenti. Non c’è la storia di Nemo (nome che ai più suggerisce la sua non identità), c’è la sua vita confezionata in tanti plausibili accadimenti dovuti ad altrettante possibili scelte. Azioni potenziali che se fatte cambiano il corso di un racconto intero o potrebbero riformularla, interromperlo addirittura. In effetti, quante decisioni possono inficiare l’esistenza di uno qualunque, entrarci e decidere loro per tutto? Allora il senso del film diventa esattamente questo: scoprire la portata di un momento che magari è buttato lì, non è neanche chissà quanto pensato e che magari ha un riverbero enorme nella sua schiacciata contingenza. Il senso è pure mostrare altre opzioni, un non momento, una sua declinazione alternativa. Ed ecco che vengono riprodotte tutte le vicende ammissibili. Da una sola se ne dipanano altre. Non c’è nessuna meglio o peggio dell’altra, solo che poi cambiano e non rimane niente uguale. Però si badi bene: tutte sono ammissibili ma non ammesse poi veramente. La storia di Nemo resta una e si annulla nell’istante in cui vorrebbe essere tutte ma non è contemplata, tra le tante possibilità, nessuna di essere tutte insieme. Per questo uno sceglie e fa cose e sbaglia e vorrebbe tornare indietro e penserebbe di ritrattare tutto e non può farlo. Perché è la vita, perché si esiste e purtroppo o per fortuna si esiste in un solo modo o direzione, che non è tanto solo, è più unico. Che è spaventoso però è anche entusiasmante perché in fondo l’irripetibilità eterna cose non eterne. Ed è paradossale proprio come dice uno che si chiama Mister Nessuno. Alla fine di Mr. Nobody tutte quelle storie sembrano trovare un leitmotiv, una sorta di interlinea che potrebbe scandagliarle ma poi non c’è niente che riesca poi a districarle davvero. Ma a nessuno interessa perché quello che uno si ricorda è che esistono mille scelte e mille vite pensabili ma una soltanto, poi, da pensare e ripensare veramente, la propria.

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Volevo nascondermi, la storia di Antonio Ligabue

La storia di Antonio Ligabue narrata nel film Volevo Nascondermi. Il rimpianto del suo spirito, che tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore, è rimasto in quelli che compresero come sino all’ultimo giorno della sua vita egli desiderasse soltanto libertà e amore. -Epitafio sulla tomba di Antonio Ligabue a Gualtieri Zurigo, 1899. Da Elisabetta Costa e Bonfiglio Laccabue nasce Antonio (noto ai più come Ligabue). Rimasto orfano della madre, morte di cui considerava responsabile il padre, viene affidato alla famiglia Goebel. Eredita dall’infanzia rachitismo, uno sviluppo fisico bloccato e una certa asocialità che lo porta a fuggire i suoi coetanei e a preferire la vicinanza con gli animali. Antonio, che diventerà un pittore apprezzatissimo, trovava nel suo disegno una cura alle sue crisi nervose, uno strumento con cui superare l’incomunicabilità che lo rendeva un reietto della società. L’incontro con la pittura avviene nel 1928, grazie al fondatore della Scuola Romana, Marino Mazzacurati, che gli insegna ad utilizzare i colori a olio. Rinchiuso in un manicomio per atti di autolesionismo, non interrompe mai la sua attività di pittore, suscitando un’attenzione sempre maggiore di critici, giornalisti e critici d’arte. Giorgio Diritti, con Volevo Nascondermi, decide di riportare sul grande schermo la storia del geniale Ligabue (inevitabile pensare allo sceneggiato RAI del 1977 con il grande Flavio Bucci), affidandone l’interpretazione a un gigantesco Elio Germano, premiato alla Berlinale 2020 con l’orso d’argento come miglior attore. Partendo dai primi anni di vita, Diritti racconta la difficile infanzia, il disagio psichico, la profonda solitudine, elementi costitutivi della personalità e dell’arte di Ligabue, il Van Gogh italiano. Bravissimo Germano nel riprodurre la sua lingua incomprensibile, i suoi gesti nevrotici e l’andamento sgraziato che lo portava spesso sulle rive del Po. Forte il contrasto tra il mondo esterno dominato dal fascismo e l’interiorità del pittore, che disegnava paesaggi nuovi nella sua mente per poi riportarli sulle sue tele. Tigri, gorilla, serpenti, aquile, una giungla immaginata con allucinata fantasia, dove spesso le creature lottano per la sopravvivenza, secondo la concezione che Ligabue aveva della vita: una lotta incessante intervallata da sparuti frammenti di serenità.  La pittura gli permette di inserirsi nella stessa società che lo ghettizzava, in cui inclusione ed esclusione erano facce della stessa medaglia e gli permette di comprare una moto Guzzi rossa, con cui scorrazzava inseguendo la tanta amata solitudine del bosco e dei viottoli di campagna, con cui inseguiva quella libertà di cui sarà privato negli ultimi anni della sua vita, trascorsi in un ospedale psichiatrico in seguito ad una emiparesi. Finisce così la vita di un uomo alla ricerca di un senso, che aveva trovato nel disegno e nell’esplosione di forme e colori un rifugio dalle sofferenze dell’esistenza. Finisce così la vita di uno dei pittori più enigmatici e affascinanti del Novecento, Antonio Ligabue.   

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Cinema e Serie tv

Le sorelle Macaluso, una storia tutta al femminile

Presentato alla 77esima edizione della Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dopo un breve passaggio nelle sale (uscito il 10 settembre su distribuzione Teodora Film), Le sorelle Macaluso, scrittura e regia di Emma Dante, tratto dall’omonima pièce teatrale della drammaturga (vincitrice nel 2014 del Premio Ubu), arriva in streaming, pallido sollievo per i cinefili che continuano a fare i conti con le luci spente dei cinema.  Maria, Pinuccia, Lia, Katia, Antonella. L’infanzia, l’età adulta e la vecchiaia di cinque sorelle nate e cresciute in un appartamento all’ultimo piano di una palazzina nella periferia di Palermo. Una casa che porta i segni del tempo che passa come chi ci è cresciuto e chi ancora ci abita. La storia di cinque donne, di una famiglia, di chi va via, di chi resta e di chi resiste. Un dramma familiare, tutto al femminile, scandito da ricordi che riaffiorano e un tempo che non passa. Perché all’incessante scorrere della vita, dall’infanzia all’età adulta, all’inevitabile invecchiare dei corpi, non necessariamente segue il cambiamento. Quello è una dimensione interiore, che poco ha a che fare coi capelli bianchi e l’intonaco incrostato di una casa un tempo nuova. Nella casa delle sorelle Macaluso tutto cambia e tutto è come prima.  Se nella versione teatrale non c’è scenografia, nel film la casa è un elemento importante, simbolico, come la stessa Emma Dante ha dichiarato, un sesto personaggio. «Le sorelle vengono dal buio e tornano al buio su un palcoscenico vuoto, disadorno. Dopo averle frequentate per così tanto tempo ho pensato che mi sarebbe piaciuto dar loro una casa, e che il cinema mi permetteva di farlo. La casa, che è un corpo che, con i suoi mobili e i suoi oggetti, è un corpo dentro al quale viviamo, e che assorbe tutto di noi: le nostre gioie, i nostri dolori, i nostri gesti, le nostre vite.» Una casa che conosce la gioia, l’innocenza, la colpa e la disperazione. Una casa da cui più si tenta di scappare, più si viene risucchiati e vi si torna sempre, come sempre tornano i colombi nella loro colombaia e nelle loro vite immobili. Con uno sguardo sempre rivolto al passato e alla morte che prematuramente le ha sconvolte, le sorelle Macaluso simboleggiano la vita che passa senza che ce ne rendiamo conto e il pugno di sogni rimandati che ci resta nelle mani quando ormai è troppo tardi. Un magmatico universo femminile in cui la patina del tempo, vero protagonista del film, è resa dai delicatissimi colori della fotografia, dagli interni volutamente degradati e da colonne sonore (da Nannini a Battiato) volte ad acuire le emozioni suscitate dai sentimenti puri e dalle fragilità di cui il lavoro della Dante si fa manifesto.  Qui de Le sorelle Macaluso. Fonte immagine: artribune.com

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Moeh Esse, il mestiere del food blogger: intervista

Moeh Esse, food blogger per passione Marco Melito, in arte Moeh Esse, classe 1991, di mestiere food blogger. La sua pagina conta migliaia e migliaia di iscritti su Instagram, forte di una crescita che pare non esaurirsi nonostante il periodo di crisi per la ristorazione, causato dal Covid. Spulciando il suo profilo social è possibile scrollare centinaia di piatti e pietanze in giro per il napoletano, scovando consigli preziosi che, una volta finite le restrizioni, torneranno di certo utilissime. Abbiamo avuto il piacere di intervistare Marco, e quanto si leggerà è il resoconto di un piacevole scambio di battute avvenuto telematicamente. Ciao Marco, come hai iniziato la tua attività di foodblogger? Da dove nasce Moeh Esse? Questa è una bella storia, almeno per me che la racconto. La passione per la cucina mi accompagna da sempre, da quando da bambino guardavo mia madre ai fornelli. C’è stato, però, un lungo periodo della mia vita in cui sono stato lontano dal cibo e dalla cucina: sono anni di cui non parlo molto volentieri. Col tempo, comunque, quella passione che era stata un po’ lasciata nei cassetti, è tornata quasi con prepotenza. Avevo già iniziato un discreto percorso su Instagram che mi ha permesso di incontrare Valeria Pezzeri, Licia Sangermano e FoodErgoGram, che hanno iniziato ad invitarmi a pranzi e cene “social”, con stampa e altri foodblogger. Da lì, il passo è stato brevissimo: ho iniziato a recensire locali e ristoranti e poi a proporre le mie ricette. È nato “Unconventional Life”, il mio blog, che ora condivido con LaZimbi. Fondamentale per la tua attività è il tuo lavoro su Instagram. Qual è il tuo rapporto con i social media? Tutto ruota attorno a Instagram (e al blog). È, come tutti i social, facile, diretto e veloce. Puoi pubblicare una ricetta e avere subito il confronto con gli utenti e il pubblico. Poi, ora, con la possibilità delle stories e delle dirette, puoi farti conoscere sicuramente di più rispetto ai soli post. Le persone possono vedere come ti muovi ai fornelli, possono ascoltare la tua voce: diventa un contatto e una conoscenza più intimi. Dall’altra parte, ovviamente, bisogna stare attenti  a non dipendere dai profili, né dal parere dei cosiddetti haters, sempre pronti a criticare ogni minimo dettaglio. Per quanto mi riguarda, cerco di proporre un social semplice, essenziale, senza troppe costruzioni anche e soprattutto nelle foto. L’utente medio cerca spontaneità e sincerità, non profili e personaggi (non più persone) costruiti. Influencer, fotografo, critico gastronomico, giornalista. La tua è una attività dai mille volti e dalle mille competenze richieste. Secondo te, in cosa consiste l’essenza del mestiere del foodblogger? Questo è un discorso difficile da far capire, soprattutto da noi al Sud dove food blogger e influencer sono spesso criticati, ed il cui lavoro è ancora più spesso sminuito, non considerato, sottopagato o addirittura non pagato. Non siamo solo “quelli che cucinano e mangiano”. Siamo persone (molte volte lo si dimentica…) che condividono con gli altri una propria passione. Alcuni di noi (soprattutto da Roma […]

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Cucina e Salute

Tè matcha: la storia antica del verde in tazza

Tè matcha: storia e tradizioni antiche del tè verde giapponese Recentemente – o a causa della prolungata permanenza a casa o di una maggiore propensione per i cofanetti regalo di tè e tisane – si è riscoperto il piacere di gustare nel pomeriggio una fumante tazza di tè non delle “solite” e ormai note varietà (verde, earl grey, nero…): si preferisce, infatti, sperimentare nuovi gusti di provenienza orientale e che si usano, magari, anche in esotiche ricette. È il caso dello smeraldino tè matcha giapponese! Il tè matcha (o maccha, “tè sfregato”) è una varietà di tè verde la cui storia affonda le radici nella Cina imperiale della dinastia Sui nel VI- VII secolo (581-618) nota per aver riunificato la Cina dopo quasi quattro secoli di divisioni intestine e lotte dinastiche, quando le foglie, finemente lavorate, erano usate per le infusioni nella cerimonia del tè (anche il primo codice monastico buddhista ne regola il galateo). Per preparare le polveri, le foglie venivano cotte al vapore allo scopo di preservarne le proprietà nutritive, e dopo averle asciugate, erano ridotte finemente, mentre nella successiva dinastia Tang (618-907) erano pressate, cotte in modo da formare dei panetti da vendere che erano tagliati a fettine e immerse nell’acqua calda salata. Nel periodo in cui regnò la dinastia Song (960-1279) le foglie essiccate erano mescolate con una frusta nell’acqua bollente e mantenevano il brillante colore verde perché prima della raccolta erano coperte in modo da aumentare il contenuto di clorofilla e mantenere gli amminoacidi presenti. Nella preparazione del tè matcha, mescolando con il tradizionale frullino in bambù, il chasen, si nota una leggera schiuma: la polvere di tè ottenuta dalla macinatura (di 1 h per 40 gr) fra blocchi di granito delle foglie essiccate dette aracha (e poi tencha prive di steli e nervature), salendo e restando in superficie, è gustata con l’acqua perché non si crea infusione. Come la maggior parte dei tè questo, soprattutto perché realizzato con i germogli terminali delle piante, possiede proprietà eccitanti (al pari del caffè, quindi attenzione all’abuso!), ed è ricco di vitamine A e C, ferro e minerali, ma soprattutto ha proprietà antiossidanti- più del tè verde!-, create proprio dalla sospensione della polvere di un verde intenso. Per le sue proprietà antiossidanti una tazza di tè matcha corrisponde a 20 tazze di tè verde, quindi previene l’invecchiamento della pelle! Inoltre, ha proprietà dimagranti perché accelera il metabolismo, disintossicanti e drenanti, favorisce la concentrazione e la memoria, è un buon digestivo e, grazie al beta- carotene, previene la formazione di macchie solari e scottature. Oggi esistono due varietà di tè matcha usate nel rituale tradizionale: quella koicha (“tè denso”) con foglie giovani da piante di età superiore ai 30 anni, e l’usucha (“tè leggero”) con foglie vecchie da piante più giovani. Secondo la tradizione sarebbe stato un monaco buddhista, Saicho, a introdurre il tè matcha in Giappone ad inizio del IX secolo, dove oggi esso è usato anche come spezia o come colorante naturale nelle tradizionali sfere di mochi, nella pasta soba e nel […]

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Sistema immunitario ecco come rinforzarlo in modo efficace

Il sistema immunitario si compone di un organismo complesso di sistemi e cellule che operano per proteggerci dall’aggressione di batteri e virus responsabili di malattie e patologie. Contrarre virus e infezioni spesso dipende dalle difese immunitarie basse, che segnalano uno stato di salute del nostro corpo non proprio efficiente. E’ comunque possibile rinforzare in maniera efficace le difese immunitarie, ecco tutte le soluzioni per ottenere ottimi risultati. Osservare un’alimentazione ricca di antiossidanti Gli antiossidanti assicurano un enorme supporto al sistema immunitario, bloccano le reazioni a catena innescate dai radicali liberi, proteggono i grassi contenuti nelle membrane cellulari e svolgono un ruolo determinante nel riparare il DNA danneggiato, rafforzando le capacità di autoriparazione proprie dell’organismo. I cibi costituiscono la fonte migliore di antiossidanti, in particolare quelli che contengono la vitamina E, che si trova negli oli, soprattutto quello di girasole, nella frutta secca, ma anche nelle verdure a foglia verde come spinaci e broccoli. Altri cibi ricchi antiossidanti sono anche carciofi, cioccolato, pomodori, mele, fagioli rossi, caffè. Anche gli acidi grassi omega-3 sono importanti per rafforzare le difese immunitarie e per avere un apporto giornaliero sufficiente inserire nella dieta il pesce, in particolare quello azzurro, sardine, sgombro e tonno. Aglio e zenzero proprietà disinfettanti e disintossicanti Due alimenti particolari per risollevare un sistema immunitario debole sono aglio e zenzero. L’aglio è antisettico, antifungino, antibatterico e disintossicante naturale, contrasta la nausea e aiuta a combattere le infezioni. I sui effetti benefici risiedono anche nelle sue proprietà anti-infiammatorie, che aiutano il sistema immunitario a funzionare al meglio e favoriscono la moltiplicazione delle cellule che hanno il compito di proteggere dalle malattie. Anche lo zenzero svolge pressappoco le stesse funzioni e contiene numerosi antiossidanti che aiutano a contrastare l’invecchiamento cellulare, scongiurando l’ossidazione delle cellule. Lo zenzero è disponibile in polvere oppure sotto forma di radice da consumare a pezzetti o aggiungere alle pietanze. Praticare una regolare attività fisica Una regolare attività fisica, oltre che stimolare la circolazione, aumenta la circolazione dei globuli bianchi, il cui scopo principale è quello di distruggere gli agenti patogeni responsabili di malattie. Questo contribuisce ad aumentare la resistenza allo stress e quindi a rafforzare il sistema immunitario. In genere sono sufficienti 30 – 45 minuti al giorno di allenamento moderato all’aria aperta per ottenere come risultato un rafforzamento delle difese immunitarie, che può consistere in jogging, ciclismo, nuoto, sollevamento pesi oppure una passeggiata ad andamento sostenuto. Evitare di esagerare e non trasformare un’attività sana e benefica in stress che può invece indebolire le difese e ottenere l’effetto contrario. Il sonno rinforza le naturali difese dell’organismo Lo difese dell’organismo hanno una stretta relazione con la qualità del sonno e la sua durata. La quantità di cellule immunitarie naturali necessari al nostro corpo per difendersi da batteri e virus aumenta durante il sonno. Ecco perché bisogna dormire a sufficienza, ovvero almeno 7-8 ore, ritenute indispensabili per assicurare un ritmo equilibrato del ciclo sonno-veglia, per migliorare la produzione di citochine anti-infiammatorie e delle cellule killer. Un sonno ristoratore aumenta le capacità dell’organismo […]

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Cosmetici naturali: acquisti consapevoli e prodotti fai da te

Cosa sappiamo dei cosmetici naturali? Come riconoscere acquistare un prodotto (davvero) biologico? In questo articolo tutte le informazioni necessarie per una giusta scelta e consigli e ricette per qualche cosmetico naturale fai da te. Che differenza c’è tra naturale e biologico? Come leggere l’INCI di un prodotto Innanzitutto occorre chiarire che differenza intercorre tra prodotti considerati naturali e quelli biologici. La parola “naturale” non è strettamente regolata da normative: qualsiasi azienda può affermare che il proprio prodotto sia naturale. I cosmetici biologici hanno invece una definizione rigorosa, regolata da normative ben precise. AIAB (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) in Italia, CFDA (Food and Drug Administration) negli USA, sono alcuni dei certificatori più comuni. L’ente certificatore più utilizzato in Europa è COSMOS, che definisce un prodotto biologico basandosi su elementi che vanno dall’origine e lavorazione degli ingredienti, fino a stoccaggio, imballaggio, etichettatura. Per definire un prodotto biologico, OSMOS e AIAB richiedono che il 95% dei suoi ingredienti debba essere di origine naturale; FI-Natura vuole che il restante 5% sia composto da ingredienti approvati per cosmetici naturali. In generale, tra gli ingredienti non possono esserci elementi geneticamente modificati, sostanze controverse, parabeni e ftalati, colori o profumi sintetici. In realtà, definire un prodotto più o meno naturale non dipende solo dalla certificazione. Si pensi che la maggior parte degli ingredienti per la cura della pelle è a base d’acqua; l’acqua è ritenuta naturale ma non organica e quindi non biologica. Di conseguenza un prodotto biologico all’85% e composto da acqua per la restante parte potrebbe essere migliore di uno con una percentuale di ingredienti biologici maggiore. La chiave sta nella lettura degli ingredienti del prodotto, ossia l’indice INCI – International Nomenclature of Cosmetic Ingredients. Questo acronimo viene utilizzato per indicare gli ingredienti di un prodotto per la cosmesi, elencati in ordine decrescente, tenendo conto della loro concentrazione. La prima regola da seguire è quindi trovare un INCI che abbia al primo posto ingredienti naturali, meglio ancora se con certificazione biologica. Gli ingredienti biologici certificati provengono da agricoltura biologica e quindi non sono stati prodotti con l’utilizzo di pesticidi, fertilizzanti o protezioni chimiche. Gli ingredienti naturali sono i materiali non sintetizzati in laboratorio: acqua, sale, argilla, erbe selvatiche, bacche, anche non coltivate biologicamente. Anche cera d’api e miele sono naturali ma non biologici. Nel caso in cui si cerchi un prodotto vegano bisognerà fare attenzione anche a questo aspetto. Alcuni dei migliori brand produttori di cosmetici naturali Sicuramente una delle marche più famose oggi per i suoi “Fresh Handmade Cosmetics” è Lush, un brand che punta sull’aspetto green del prodotto, non utilizza packaging, ingredienti animali né testati su animali. Negli INCI di prodotto, consultabili sul sito in tutta trasparenza, le sostanze vegetali sono scritte in verde mentre in nero quelle sintetizzate. Queste ultime tuttavia, a loro parere sicure, sono spesso coloranti e tensioattivi sintetici, parabeni e allergeni. A prestare più attenzione a questo aspetto sono marche meno commerciali e meno famose che allo stesso tempo mantengono un onesto rapporto qualità-prezzo. Vovees è un perfetto esempio […]

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Bromuro di argento e fotografia: uno scatto nella storia

Il Bromuro di argento è un sale dal colore giallo chiaro, ottenuto facendo reagire argento e bromo (un non metallo liquido a temperatura ambiente). La scoperta della fotografia rappresenta un ambito ben documentato, con attestazioni e documenti storici, a differenza di tante altre discipline, le cui origini non sono perfettamente riscontrabili o si perdono nel corso del tempo. Uno degli elementi chimici più usati tra tutti gli alogenuri in ambito fotografico, è proprio il bromuro di argento. La fotografia nella storia, tecniche e supporti L’utilizzo del Bromuro di argento nell’ambito della fotografia fu osservato dal chimico Joseph Swan. Tale procedimento prevedeva lo scioglimento del bromuro in una soluzione di acqua e gelatina aggiungendo poi il nitrato d’argento. Tutto ciò portava ad una vera e propria cristallizzazione dei grani di argento che, avvicinandosi l’uno all’altro, daranno poi vita all’immagine, seppur non ancora visibile. Lo scienziato osservò che in particolar modo gli alogenuri d’argento, cloruro, bromuro e ioduro, portavano alla formazione di un’immagine su un supporto. Nel corso del tempo, il procedimento al bromuro di argento, divenne tanto famoso da essere commercializzato in tutto il mondo, soprattutto in America. Il primo a dare risalto a tale procedimento, dopo Swan, fu Peter Mawdsley, che mise in vendita carte da stampa la cui realizzazione si basava sull’utilizzo della gelatina di bromuro d’argento e che prevedevano un’immagine latente, non immediatamente visibile. La differenza, tra le carte a base di gelatina di bromuro d’argento e quelle all’albumina era la struttura molecolare dell’argento. Nelle prime, infatti, la composizione propria della struttura rimaneva invariata. I procedimenti fotografici introdotti dal 1839 a oggi sono stati circa centocinquanta, tra negativi e stampe. Naturalmente si tratta di tecniche antiche, oggigiorno affinate grazie ai moderni mezzi tecnologici e ai supporti sempre più avanzati. Tutto ciò però, ha condotto ad una vera e propria evoluzione nello sviluppo delle fotografie, sempre più belle e precise. Ovviamente, ogni procedimento storico, si connota per un meccanismo interno di differenziazione rispetto all’altro. Dal bromuro di argento alla fotografia moderna Ricordiamo che l’utilizzo della carta risale al Novecento, sui diversi supporti di emulsioni positive, quindi destinate a quella che era la riproduzione dell’immagine negativa ottenuta su lastra di vetro o pellicola. Le carte al bromuro, presentano una sensibilità molto accentuata, motivo per il quale sono utilizzate esclusivamente per effettuare gli ingrandimenti. Oggigiorno la fotografia è alla portata di tutti, chiunque può immortalare un panorama, un volto, un monumento, anche solo con la fotocamera del proprio cellulare, e di certo non è necessario un processo di sviluppo tanto lungo e delicato come quelli del passato. La globalizzazione ma anche gli specifici mutamenti economici e sociali hanno inevitabilmente condotto ad un radicale cambiamento, sia dei supporti per scattare le fotografie, sia delle modalità utilizzate per stamparle. Cambiano i procedimenti ma senza le prove dirette del passato non si riuscirebbe a realizzare tutto ciò che si ottiene oggi, con i supporti fotografici. Bromuro e fotografia creano una combo perfetta che, a distanza di anni, è ancora utilizzata per affinare le tecniche di zoom. Un procedimento chimico, nato […]

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Prossemica: quanto possiamo stare vicini?

La prossemica è un sistema di contatto, che concerne la percezione, l’organizzazione e l’uso dello spazio, della distanza e del territorio nei confronti degli altri. Interessa la semiologia e la psicologia del linguaggio e nasce dagli studi di Edward Hall. Partendo da studi effettuati su soggetti nordamericani, Hall ha suddiviso lo spazio in quattro distanze interpersonali, relative alla distanza che la persona pone tra sé e gli altri, da quella più personale a quella più formale. Distinguiamo quattro diverse zone: –Zona intima (fra 0 e 0.5 m circa): è la distanza delle relazioni intime. Ci si può toccare, sentire l’odore del partner, parlare sottovoce. –Zona personale (fra 0.5 e 1m circa): è l’area invisibile che circonda in maniera costante il nostro corpo e la cui distanza varia da interazione a interazione. È possibile toccare l’altro, vederlo in modo distinto, ma non sentirne l’odore. –Zona sociale (fra 1 e circa 4 m): è la distanza per le interazioni meno personali; è il territorio in cui l’individuo sente di avere libertà di movimento in maniera regolare e abituale. –Zona pubblica (oltre i 4 m): è la distanza ottenuta in situazioni pubbliche ufficiali che comporta un’enfatizzazione dei movimenti e una intensità elevata della voce. Come tutti i linguaggi, la prossemica varia per individuo e luogo. Infatti, radicata nella cultura di ognuno di noi, c’è l’abitudine di stare più o meno a contatto: le popolazioni europee, asiatiche e indiane sono caratterizzate da una cultura della distanza, mentre le popolazioni arabe, sudamericane e latine sono caratterizzate da una cultura della vicinanza. Prossemica e aptica Accanto alla prossemica, si pone il sistema aptico: l’aptica concerne le azioni di contatto corporeo nei confronti di altri. Si tratta di uno dei bisogni fondamentali della specie umana, al pari delle altre specie animali. Nei primati non umani una considerevole quantità di tempo è trascorsa nell’attività di grooming, l’azione di cura e la toilettatura reciproca del pelo, che comporta un prolungato contatto fisico e che mantiene relazioni di affiliazione, dominanza e sottomissione. Particolarmente rivelante è questo sistema nei neonati che comunicano principalmente attraverso comunicazione tattile, sia per esigenze biologiche, come l’allattamento, che psicologiche, come il bisogno di rassicurazione. Nell’aptica si è soliti distinguere: – sequenze di contatto reciproco: formate da due o più azioni di contatto compiute in modo reciproco nel corso della medesima interazione. Questa ripetizione comporta una funzione di supporto affettivo all’interno di una relazione di parità – contatto individuale: è unidirezionale ed è rivolto da un soggetto ad un altro. Comprendere adeguatamente questi sistemi è fondamentale al pari di conoscere una lingua: affinché la comunicazione sia efficace è necessario fare attenzione ai segnali non verbali che l’interlocutore invia (segnali di allontanamento/avvicinamento) e porsi ad una distanza relazionale che l’altro desidera venga mantenuta. In questa maniera, sarà possibile rispettarsi e non ferirsi, senza impelagarsi nel dilemma del porcospino. Immagine in evidenza: Pixabay

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Atreo e Tieste: la macabra lotta fratricida ai limiti del cannibalismo

Atreo e Tieste: la macabra lotta fratricida ai limiti del cannibalismo Nota come una delle più famose della mitologica greca, quella degli Atridi è una famiglia tanto ramificata genealogicamente quanto colpita da tragici sventure. La saga della famiglia, detta degli Atridi poiché così venivano identificati i figli di Atreo, comprende le terribili dispute tra i due fratelli Tieste e Atreo: è anzi da queste vicende che la saga prende il via passando così per la storia di Agamennone e Menelao (i figli di Atreo), protagonisti del mito troiano, e per molte altre storie ancora. In particolare, la storia della faida tra Atreo e Tieste ha tutta l’esemplarità di una tragedia di Euripide: l’incesto, l’inganno, il suicidio di una donna usurpata e la vendetta, nonché i destini predetti dall’oracolo, caratterizzano un dramma sulla paternità, oltre che sulla consanguineità, che tocca molto da vicino il cannibalismo, con una serie di conseguenze in cui il potere decisionale spetta sempre e solo agli dèi. Dove tutto ebbe inizio: la contesta del trono di Argo o la volta in cui Atreo fece mangiare al fratello Tieste i suoi figli. L’unica vicenda che vide complici Atreo e Tieste, figli di Pelope e Ippodamia, fu l’uccisione di Crisippo, loro fratellastro nato dall’unione di Pelope con la ninfa Astioche. La gelosia dei due scaturiva dal timore che Crisippo, figlio preferito del padre, potesse ereditare il trono di Pisa. Fu addirittura la loro madre, Ippodamia, ad aiutare Atreo e Tieste a compiere l’assassinio. Banditi e maledetti dallo stesso Pelope, i due scapparono ad Argo: una città che li separerà definitivamente, dando inizio a una lotta fatta di vendette e rivincite esasperanti. Allora Re di Argo era un loro parente, Stenelo, il quale morì senza figli. Come suggerito dall’oracolo, era da decidere il successore al trono tra uno dei figli di Peleo. Dalla contesa del trono della città tutto ebbe inizio, ma a muovere le prime pedine fu Tieste con l’aiuto della mogli di Atreo, Erope, divenuta sua amante. Fu Erope a consegnare segretamente a Tieste il vello d’oro che, tempo prima, Atreo aveva trovato nel suo gregge. Comunicato dal fratello che sarebbe succeduto al trono colui che ne era in possesso, inconsapevole del tradimento della moglie, Atreo accettò senza esitazioni. Il trono di Argo andò così a Tieste, ma per molto poco. Atreo era il prediletto degli dei e fu con il loro aiuto che riuscì a trarre in inganno il fratello e ottenere finalmente la supremazia sulla città. Poco pago della vittoria e dell’esilio a cui era stato condannato Tieste, Atreo era ancora in cerca di vendetta per la relazione del fratello con la moglie. Atreo finse allora una riconciliazione invitando Tieste a tornare ad Argo e accogliendolo con un fastoso banchetto. Quanto orrore negli occhi di Tieste, già solo provando a immaginarli, alla vista delle teste dei suoi figli, la cui carne aveva appena gustato presso la tavola del clemente re a lui imparentato! Proprio così: Tieste aveva appena mangiato i suoi figli, quelli che Atreo aveva […]

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Effetto farfalla: significato e benefici

«Il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo». Una semplice frase, tratta dal film The Butterfly Effect, riassume un più complesso concetto, tanto incisivo quanto affascinante: l’effetto farfalla. L’idea è che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema. Più semplicemente piccole azioni, anche quelle più innocue e insignificanti, possono contribuire a generare grandi cambiamenti. Partendo in fisica dalla teoria del caos, l’effetto farfalla spiega quanto importanti siano per il futuro le azioni compiute nel presente, in quanto tutto è interconnesso. Con piccole azioni è possibile, volontariamente o meno, cambiare il corso degli eventi e magari molte cose che nel presente non si apprezzano e per le quali si tende spesso ad autocolpevolizzarsi. Ma analizziamo nello specifico tale meravigliosa teoria. Effetto farfalla. Origini, significato e cinematografia Già nel 1950 il matematico e filosofo britannico Alan Turing così anticipava il concetto “effetto farfalla” in Macchine calcolatrici e intelligenza: «Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza». Nel 1952 molto probabilmente il celebre racconto fantascientifico di Ray Bradbury A Sound of Thunder – Rumore di tuono ispira l’espressione “effetto farfalla”: si immagina che nel futuro, grazie ad una macchina del tempo, vengano organizzati viaggi temporali per turisti e che in una remota epoca passata un escursionista del futuro calpesti una farfalla, provocando una serie di conseguenze per la storia umana. Un po’ come ripropone il celebre cult cinematografico Ritorno al futuro! Ma fu il matematico e meteorologo statunitense Edward Lorenz a coniare il neologismo “effetto farfalla” e ad analizzarlo nel 1962 in uno scritto: Lorenz osservò che nello sviluppo di un modello meteorologico, con dati di condizione iniziale arrotondati in modo apparentemente irrilevante, non si sarebbero ottenuti i medesimi risultati con i dati di condizione iniziale non arrotondati. Un piccolo cambiamento nelle condizioni originarie creava un risultato diverso. Lorenz coniò poi l’espressione ispirato dal diagramma dato dai suoi attrattori, somiglianti proprio a tale insetto. Dunque, si immagina che un semplice movimento di molecole d’aria, generato appunto dal battito d’ali della farfalla, possa causare il concatenarsi di movimenti di altre molecole, fino a generare un uragano a chilometri di distanza. La conseguenza immediata è che sistemi complessi, come il clima o il mercato azionario, siano difficili da prevedere in tempo utile. Ogni scelta, metaforicamente simboleggiata dal battito d’ali, può condizionare la vita anche significativamente, generando appunto un “uragano”. Per fare un esempio, una persona resta gravemente ferita in un incidente stradale: se la stessa persona fosse uscita più tardi da casa, non avendo magari sentito la sveglia, forse non sarebbe stata investita dall’auto fuori la propria abitazione. O, se invece una ragazza con un’immensa passione per la danza non avesse anteposto rigorosamente gli impegni di studio a quelli delle sue amate lezioni, forse oggi sarebbe una […]

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Single Board Computer: Raspberry Pi ed alternative

Un intero computer condensato in una scatoletta 10×6 cm o sul retro di una tastiera: sembrerebbe difficile da ottenere come risultato, eppure è realtà con i cosiddetti SBC (Single Board Computer). In pratica un SBC è una scheda elettronica che include al suo interno tutti i componenti presenti in un “normale” computer, in uno spazio però molto più compatto. I primi Single Board Computer appaiono negli anni 70/80, molto prima degli smartphone (considerabili come una sorta di SBC con funzionalità extra di connessione, dato che oggi sono dei veri e propri computer tascabili), ma sono rimasti a lungo relegati ad usi industriali o a ristrette cerchie di appassionati. Costi, impossibilità di aggiornare i singoli componenti, maggior difficoltà d’uso e minor potenza di calcolo rispetto ai “normali” computer desktop, negli anni li hanno fatti utilizzare solamente in applicazioni con requisiti particolari (ad esempio di spazi e consumi ridotti oppure di utilizzi molto prolungati). Negli ultimi anni però la situazione è cambiata con la commercializzazione di board che offrono potenze di calcolo paragonabili ai computer desktop, a prezzi minori. Una delle maggiori differenze rispetto ai computer desktop è legata all’architettura dei processori (in parole semplici gli SBC utilizzano dei processori ARM come gli smartphone e non x86-64 come i computer desktop), che influenza la scrittura del software per queste piattaforme. Basti pensare che i sistemi operativi predominanti sono quelli basati su Linux, ma ormai anche questi offrono interfacce user-friendly, facili da utilizzare. Vediamo ora una carrellata delle board più note (in ordine alfabetico). Single Board Computer: i più noti IGEP – ISEE Le schede IGEP, come la IGEPv5 nascono e rimangono schede per utilizzi industriali avanzati (pur avendo prestazioni adatte per un desktop), basate su componenti della Texas Instrument. Sono progettate per integrarsi bene con altri componenti industriali, sempre prodotti dalla ISEE. ODROID – HARDKERNEL CO. Prodotte inizialmente come schede per eseguire Android e sviluppare per quel sistema, sono poi state sostituite da nuove schede orientate ad altro: sia desktop (ODROID C4) che ad applicazioni più particolari come NAS (ODROID-XU4 CloudShell o ODROID-HC2), cluster (ODROID-MC1) o console (OGST KIT for XU4 o ODROID-GO). OLinuXino – OLIMEX Le schede OLinuXino della Olimex sono un po’ un’eccezione in questa lista. Non brillano particolarmente per prestazioni ma hanno un prezzo contenuto e sono pensate per funzionare continuativamente in ambienti estremi (da -40 °C a +85 °C) con standard industriali. Inoltre il loro design è completamente open hardware (a differenza di altre che non lo sono o lo sono parzialmente). Interessanti anche il supporto e la produzione garantiti (entro certi limiti) anche dopo che alcuni componenti sarebbero considerate obsolete. OrangePi – Xunlong Software CO. Nate come schede influenzate dalle Raspberry Pi (anche nel nome), offrono sia una linea orientata al lato desktop (Orange Pi 4B), che all’embedded (Orange Pi Zero2), ma dalle prestazioni comparabili ad altri produttori e ad un prezzo maggiore. Rispetto a queste risultano più d’interesse le schede di fascia medio/bassa per l’embedded, che permettono di avere più prestazioni a parità di prezzo rispetto […]

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HONOR MagicBook 14, un portatile da portare via!

Nell’era del 5G, tutti hanno un alto standard nella portabilità e nella connettività dei dispositivi tra loro, la serie HONOR MagicBook è una delle pietre miliari che rafforza l’impegno del marchio nel creare intelligenza per tutti gli scenari. Combinando un design sottile e leggero, offre una potenza incredibile in un formato elegante e compatto, perfetto per i giovani in movimento. Di seguito descriveremo le caratteristiche che li fanno brillare nella folla: Il suo impressionante design completa lo schermo Full View da 14″. Disponibile in due colori, ha un telaio in alluminio minimalista. In contrasto con i suggestivi bordi smussati blu e con la vita tagliata a diamante che dona un abbagliante bagliore blu. Portatile al cento per cento: Con un peso di soli 1,38 kg e uno spessore di 15,9 mm, HONOR MagicBook è progettato per chi è sempre in movimento. È possibile impostare lo schermo sull’angolazione desiderata grazie alla sua cerniera a quasi 180 gradi, offrendo comfort e comodità ovunque ci si trovi. La sua visualizzazione dà vita ad ogni dettaglio: Grande schermo in un corpo compatto, fornisce una risoluzione di 1920x1080px, presentando lunette ultra strette di 4,8mm su 3 lati con schermo da 14″, massimizzando il rapporto schermo-corpo all’84%, fornendo un’esperienza di visione completa, dando vita ad ogni dettaglio. La riflessione della luce non sarà più un problema, grazie allo schermo laminato. Anche la luce diretta del sole non sarà un ostacolo alla visione. Potenza senza sforzo, grande efficienza grazie al processore AMD e alla RAM a doppio canale Dotato di un processore mobile AMD Ryzen 5 4500u con grafica AMD Radeon™, che adotta anche una RAM DDR4 a doppio canale da 8 GB e un’unità di archiviazione SSD PCIe ultraveloce NVME SSD da 512 GB. Veramente progettato per portare la vostra produttività al massimo e gestire gli scenari più impegnativi.   Software preinstallato: Ha Windows 10, con un mese di prova di Microsoft 365, con l’idea di migliorare la produttività. Dispone di un’applicazione di proprietà di HUAWEI e HONOR, “PC Manager”, che ha il compito di controllare lo stato generale e allo stesso tempo aiuta a mantenere aggiornati i driver e a identificare i problemi hardware. Fornisce anche un manuale d’uso e un link al centro di assistenza online. Caricamento ultraveloce con il massimo delle prestazioni: Onorando l’enorme batteria ad alta densità da 56Wh, fornisce 10,5 ore di prestazioni non-stop. Anche se utilizzato per la riproduzione di video a 1080p. Ha un caricabatterie di tipo C di soli 160 g, che accetta una carica veloce di 65W, che in soli 30′ genera il 46% della carica. Design innovativo della lama per un’efficiente dissipazione del calore: È caratterizzato da un innovativo design delle lame a forma di S. Efficiente, più sottile e con una densità più elevata, affermando un flusso d’aria pienamente funzionale. Aumento della dissipazione di calore del 38%. Un altro vantaggio del suo design è la mancanza di rumore, che lo rende un computer completamente silenzioso. Pulsante di accensione delle impronte digitali per un accesso rapido: […]

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Dal catcalling agli stereotipi: la guida di Babbel sulle parole della violenza di genere

Ancora oggi non è raro assistere a episodi di discriminazione di genere verso le donne: espressioni o azioni di questo tipo sono più diffuse di quanto si creda, sia nella quotidianità sia nella comunicazione dei media attuali. In occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre, Babbel ha realizzato l’approfondimento “Sessismo e linguaggio: le parole della violenza di genere”. Uno dei fenomeni più rilevanti è quello delle molestie in strada: il catcalling è una problematica molto sentita, dato che l’84% delle donne ne è stata vittima almeno una volta (dati Hollaback! – Cornell University). Oggi, inoltre, i modi di esprimersi e il linguaggio discriminatorio sono all’ordine del giorno anche sul web: il 25% delle ragazze ha subito violenze verbali su internet e il 26% è vittima di stalking online (dati Pew Research Center). Espressioni e comportamenti violenti emergono come i primi segnali di episodi ancora più gravi, ed è dunque molto importante saperli riconoscere. Sono sufficienti alcuni esempi per capire quanto sia comune assistere a un episodio di discriminazione: basti pensare ai casi in cui ci si riferisce a un medico o a una professionista chiamandola “signorina” invece di “dottoressa”, errore che difficilmente riguarda il genere maschile. Numerosi altri esempi, relativi anche alle narrazioni dei media, sono disponibili online nell’approfondimento speciale realizzato da Babbel in questa pagina web: it.babbel.com/identificare-discriminazione-di-genere-nel-linguaggio  

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8 Pubblicità famose anni ’90-2000

8 Pubblicità famose anni ’90-2000. Diverse sono le pubblicità e gli slogan che riecheggiano nella mente di coloro che guardano la tv o seguono spot promozionali su YouTube. La promozione è fondamentale per rendere più accessibile e dare un carattere distintivo al prodotto che viene promosso, in modo che crei un’impronta nel cuore dei consumatori. 1 Ferrero Rocher (“Soddisfa la voglia di buono”) 1994 Tra le più famose pubblicità anni ’90 ed anni 2000 la prima che ricordiamo è quella della signora elegante in tailleur giallo che chiama il suo maggiordomo Ambrogio, perché “avverte un leggero languorino”. Sicuramente sarà saltato in mente a molti voi lettori il brand Ferrero Rocher con il suo slogan tipico Soddisfa la voglia di buono (1994). Uno spot pubblicitario raffinato che vuole esprimere il gusto delicato  della pralina di cioccolato. Tattica la scelta del colore giallo del tailleur della donna durante lo spot pubblicitario identico alla copertina della pralina. 2. Panatine Rovagnati (“5 minuti”) 2001 Panatine Rovagnati è un altro spot che ha riscosso un grande successo perché è un prodotto alimentare facile e veloce da preparare e perché lo spot si sofferma su un elemento essenziale: il senso della familiarità. “5 minuti solo 5 vedrai e delle Panatine ti innamorerai”. Il tempo di cottura rapido attira l’attenzione dei consumatori che vogliono in giornate feriali una cena rapida e veloce che sprigiona subito un ottimo profumo. 3. Caramelle Dufour (2006) Chi non ricorda lo spot delle caramelle Dufour con il ragazzo che scherza con il delfino? Uno spot amichevole che ricorda il valore delle caramelle, prodotto tipico della convivialità. Le caramelle dolci sono spesso mangiate  in un momento di pausa come un coffee break lavorativo o durante la merenda per gli adolescenti. Il delfino, simbolo di amicizia e condivisione, è l’animale adatto per esprimere questo concetto. 4. Parmigiano Reggiano “Quando c’ è si nota” (2006/2008) Una pubblicità molto famosa ma meno ricordata è quella del Parmigiano Reggiano. Gli adulti la ricordano con facilità perché è un prodotto nutriente e largamente utilizzato in cucina. Per i ragazzi è più difficile ricordarlo perché cattura di meno la loro attenzione. Lo slogan è vincente “Quando c’è si nota” è uno slogan tattico, chiaro ed incisivo, che lascia il segno. 8 pubblicità famose anni ’90-2000  5. Vigorsol  “A fresh air explosion” (2008) Di enorme impatto mediatico è lo scoiattolo che nel bosco corre e canta in maniera lirica rendendo il paesaggio tipico dell’inverno con una coltre di neve. Il senso di fresco del paesaggio è paragonabile alla sensazione fresca e piacevole della gomma da masticare che ha reso la Vigorsol uno dei brand di chewing-gum più acquistati, grazie al simpatico ed orecchiabile slogan “A fresh air explosion”. 6. Yogurt Muller “Fate l’amore con il sapore” (2009) Uno degli spot più sensuali degli ultimi 20 anni con la donna protagonista sensuale che percorre un viaggio al centro del sapore, assaggiando con le sue labbra carnose un cucchiaino di yogurt. Lo slogan Fate l’amore con il sapore è una sinestesia tipica […]

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Libri

Libri

I segreti della Biblioteca sulla Quinta Strada: libri e intrighi

Un posto tranquillo, dedito al silenzio, allo studio ed alla cultura. Questo si immagina di una biblioteca, eppure I segreti della Biblioteca sulla Quinta Strada con la sua storia intrigante mostra che le biblioteche possono essere posti fin troppo movimentati. Ma andiamo con ordine: I segreti della Biblioteca sulla Quinta Strada (in originale The Lions of Fifth Avenue: A Novel) è l’ultimo romanzo di Fiona Davis, edito in Italia dalla Newton Compton Editori. Snodo centrale della vicenda è la New York Public Library, iconica biblioteca newyorchese, che dà il titolo al libro ed unisce e collega due storie su piani temporali diversi. I segreti della Biblioteca sulla Quinta Strada: la trama Primi del Novecento: Laura Lyons abita con la famiglia nella New York Public Library dato che il marito Jack ne è sovrintendente. Si sente coinvolta in una routine soffocante, fino alla notizia della sua ammissione alla facoltà di giornalismo della Columbia University, una delle poche donne iscritte. Non sa che questo le cambierà la vita, coinvolgendola nei fermenti sociali della New York di inizio Novecento, mentre la biblioteca viene avvolta in un turbine di misteri per via di alcuni rari volumi scomparsi. Anni Novanta: mentre Laura Lyons è ricordata come una grande scrittrice femminista, Sadie Donovan si trova a lavorare anch’essa alla New York Public Library. Un incarico impegnativo ma tranquillo, apparentemente. Ben presto la storia sembrerà ripetersi, con dei manoscritti unici che spariscono senza lasciar traccia, e sembrerebbe esserci un collegamento con quanto accaduto ottant’anni prima e con la storia di Laura Lyons. The Lions of Fifth Avenue: A Novel – commento I Segreti della Biblioteca sulla Quinta Strada non è solamente un libro di narrativa, ma offre anche altri spunti, dato che la storia “in piccolo” dei protagonisti finisce per intrecciarsi con la “Storia” che finisce sui libri. Non che la lettura non sia piacevole, anzi, la storia cattura il lettore con una suspense continua, data dall’alternanza tra i due piani storici e colpi di scena ripetuti. Si legge tutto d’un fiato, non si vede l’ora di scoprire il misterioso legame tra Sadie Donovan e Laura Lyons e di capire cosa stia succedendo nella biblioteca, che diventa quasi una protagonista a sé. Due sono i livelli di lettura: il primo è storico/informativo, dato che fa entrare il lettore nel “dietro le quinte” di una biblioteca e lo immerge in una panoramica delle condizioni di vita a New York ad inizio Novecento, tra immigrazione, condizioni di vita misere e gang. Il secondo livello porta invece ad una interessante riflessione sulla condizione femminile passata e presente, sulle lotte fatte ed ancora da fare, dalle suffragette al femminismo: punto purtroppo non affrontabile senza svelare parte della trama… L’invito è quindi a leggere il libro, prendendolo sia come un’avventura avvincente che come uno spunto di riflessione. Fonte Immagine: Ufficio stampa. Francesco Di Nucci

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Libri

Il segreto di Avium, il nuovo fantasy di Giulia Gubellini

Esce per Magazzini Salani Il segreto di Avium, il primo capitolo della nuova saga fantasy di Giulia Gubellini È uscito a settembre 2020 in tutte le librerie per Magazzini Salani il primo capitolo di una nuova, promettente saga fantasy di una giovane autrice italiana: si tratta de Il segreto di Avium di Giulia Gubellini, un romanzo per ragazzi che non lascerà delusi gli affezionati alla saga di Harry Potter e alle Cronache di Narnia e che si rivela una lettura entusiasmante, divertente e profonda al contempo, godibile ad ogni età, una storia emozionante della quale il lettore, arrivato all’ultima pagina, non potrà fare a meno di desiderare di conoscere il continuo. Protagonisti del romanzo sono Giglio e Rosa, due orfani cresciuti in un istituto, totalmente all’oscuro delle proprie origini, che, frugando nell’archivio dell’istituto, entrano per caso in possesso di due ciondoli misteriosi, che permettono loro di attirare un treno volante che conduce in un mondo fantastico, Avium, oltre il confine del cielo, abitato da uomini e donne alati come uccelli. Un mondo immensamente lontano e diverso dal loro, nelle cui vicende, ciononostante, i due fratelli, svegli, dall’indole curiosa e con una straordinaria propensione a cacciarsi nei guai, finiscono per trovarsi coinvolti: il viaggio verso il regno misterioso di Avium diviene per i due fratelli un viaggio ben più impegnativo ed introspettivo, benché avventuroso, alla ricerca di sé e delle proprie origini. Il segreto di Avium si rivela un romanzo esaustivo e coerente, oltre che appassionante e ben scritto: risultano particolarmente apprezzabili le ambientazioni fantastiche, curate sapientemente e nei minimi dettagli da Giulia Gubellini, ed una narrazione dinamica e ricca di colpi di scena, che svela la natura di questa terra poco alla volta, incentivando così il lettore a proseguire voracemente nella lettura. L’autrice infatti ha ricostruito tanto il presente quanto il passato del suo mondo immaginario e di tutti i suoi abitanti, cogliendo l’occasione di trattare temi sociali rilevanti, quali l’integrazione dei popoli, l’emarginazione e la tolleranza. Nello straordinario mondo di Avium, infatti, un tempo caratterizzato dalla pacifica convivenza degli Alati, Spennacchiati, Ancestrali e Senza-Piume – questo è il nome con cui ci si riferisce agli uomini della terra – tutti uniti nel bene comune e nell’intento di far prosperare Avium, al tempo del Regno della dinastia delle Aquile Reali, oggi governa un Imperatore usurpatore, convinto della superiorità della razza degli Alati e strenuo persecutore di Ancestrali, Spennacchiati e Senza-Piume, salito al potere in circostanze tragiche ancora tristemente ricordate dagli abitanti di Avium che hanno il coraggio di opporsi, in segreto, al potere, formando il circolo dei Ribelli della Fenice, i cui membri si riconoscono dall’evocazione di una formula che Giglio, inconsapevolmente, ha sempre richiamato alla mente per darsi forza nei momenti di difficoltà. “All’ombra dell’aquila il volo del passero è gentile, il volo del merlo è leggero, il volo del gufo è saggio. All’ombra dell’aquila il cielo è vasto!” Il romanzo, sebbene non manchino i riferimenti ai grandi nomi della letteratura fantasy, che ogni lettore del genere ama e conosce, […]

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Libri

Quando la montagna era nostra: dell’autrice Fioly Bocca

Quando la montagna era nostra è il nuovo romanzo dell’autrice Fioly Bocca, edito da Garzanti. Un libro estremamente interessante sin dalle prime pagine, che riesce a catturare l’attenzione, coinvolgendo in una lettura senza eguali. Quando la montagna era nostra: breve sinossi  La protagonista del romanzo, Lena, conosce benissimo ogni meandro del bosco, ogni angolo, tutto ciò che lo porta poi a tramutarsi in un alpeggio. Riconoscerebbe ogni angolo di quegli spazi, la natura che l’ha sempre circondata; l’ambiente dov’è cresciuta amorevolmente insieme alla sua famiglia, intriso di ricordi del passato. Quello della protagonista è un vero e proprio amore per la montagna, per quello scenario così affascinante, che non smette mai di stupirla, nonostante lo conosca quasi alla perfezione. Passione che condivide con colui che era il suo primo amore, Corrado, rientrato improvvisamente a sconvolgerle l’esistenza. Erano due ragazzi, si amavano. E ora il cuore è pronto a battere nuovamente per lui, contro ogni distanza, ma tormentato da tanti ricordi. Fioly Bocca: una narrazione semplice e diretta Grazie alla scrittura che contraddistingue l’autrice, Quando la montagna era nostra è un libro che si lascia gustare, in modo semplice, senza artefatti, proprio come la natura che lo contraddistingue. Ogni parola che compone il romanzo, come il tassello di un puzzle, accompagna il lettore con amore e delicatezza, tra eventi famigliari, sofferenza, un labile velo di malinconia e quel senso di protezione che solo chi ama la montagna può comprendere del tutto. Ogni personaggio di questo interessante quanto coinvolgente libro, è fortemente radicato al territorio, all’identità ad esso collegata. Ed è proprio questo il tassello che aggiunge maggiore suggestione alla lettura, la presenza del mondo naturale che mette radici nei cuori delle persone. Sicuramente esplorare e soprattutto descrivere i sentimenti non è facile, in particolar modo a seguito di determinate decisioni. Eppure, la scrittrice, Fioly Bocca, riesce a farlo, delineandoli con estremo realismo, accompagnando il lettore in una storia coinvolgente. La protagonista del suo romanzo, Lena, ha lasciato andare quello che era il suo amore, col quale condivideva anche la passione per la montagna, per quei luoghi cosi incontaminati e tanto ricchi. Lena comprende che i ricordi rappresentino il “punto focale” del presente e pagina dopo pagina, l’autrice mostra il suo viaggio interiore, attraverso le immagini del passato, la meraviglia dei sentieri, della vegetazione, dell’amore puro. Il tema amoroso è trattato dall’autrice in modo accorto, senza cadere in sentimentalismi eccessivi, semplicemente accompagna il percorso morale della protagonista, che si ritrova a riflettere su se stessa e sull’ambiente nel quale vive. Quando la montagna era nostra offre una profonda riflessione su quell’insieme di correlazioni, ma anche su tutti quei rimandi di suggestioni emotive, ragionamenti oggettivi sulla realtà e sulle possibilità che essa offre, tutto inserito nella magnifica cornice narrativa di un libro che sorprenderà sin dalla prima pagina. La narrazione prende forma in un arco temporale misto, oscillando tra passato e presente, nel corso dei quali si riconoscono gli elementi propri della natura, il vento che soffia e che quasi “taglia” la pelle, […]

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Libri

Fiori per i Bastardi di Pizzofalcone: recensione

È uscita per Einaudi Stile Libero “Fiori”, la nuova avventura dei Bastardi di Pizzofalcone firmata da Maurizio De Giovanni. Il titolo dell’avvincente romanzo – tra l’altro il numero 10 della serie, a mo’ di garanzia del campione – suggerisce di leggerlo proprio come se fosse un fiore. Ecco la nostra recensione. È una splendida mattina di primavera, la città è illuminata da una luce perfetta, nell’aria l’odore del mare si mescola al profumo del glicine, della ginestra, dell’anemone. Della rosa. Come può venire in mente di uccidere qualcuno in un giorno come questo, in un posto come questo? La citazione prescelta per invitare alla lettura del nuovo romanzo di Maurizio De Giovanni, “Fiori per i Bastardi di Pizzofalcone”, non potrebbe essere più perfetta. È una splendida mattina di primavera ed un omicidio violento scuote il quartiere di Pizzofalcone, delitto che si rivela subito esser stato compiuto prima dell’orario di apertura della maggior parte dei negozi ed in maniera particolarmente efferata. La vittima è Nicola Savio, un fioraio buono e delicato come i fiori che tanto ama e racconta ai suoi clienti, ai quali adora  narrare i come ed i perché delle piante che consigliava o, qualche volta, regala. Ucciso nel chiosco di fiori di sua proprietà, il cadavere dell’uomo viene ritrovato dal suo migliore amico, il signor Ciro Durante, il quale, per quanto sconvolto dall’accaduto, dà in qualche modo l’allarme in commissariato. Ad arrivare sul luogo dell’omicidio sono l’agente scelto Aragona ed il commissario Lojacono, personaggi letterari a cui ormai – dopo il successo dell’omonima e fortunatissima serie-tv – non si può non dare il volto di Antonio Folletto e Alessandro Gassmann. Ma sono di nuovo presenti tutti gli agenti del commissariato dei “Bastardi” ai quali ci siamo via via affezionati grazie alla penna ritrattistica di De Giovanni. Giorgio Pisanelli, in particolar modo, che avevamo lasciato in balia di un serio problema di salute. O Francesco Romano, alle prese con un giovane amore. Alex Di Nardo, reduce dall’ipotesi di esser stata tradita. La coppia Palma-Ottavia, da cui l’intesa tra un superiore accurato, da tutti invocato per cognome, ed una materna poliziotta, che tutti chiamano per nome. Nuovi personaggi si aggiungono come petali ulteriori a quella che, nell’immaginario di Pizzofalcone, colloca nel commissariato la corolla portante di ogni singolo fiore. Fiori per i Bastardi di Pizzofalcone: la nostra recensione Fiori. Fiori di ogni colore, gialli e rossi e azzurri e screziati. Fiori a gambo lungo e corto, a calice e a stella, a imbuto o a ruota. Fiori a pannocchia e a campana, a spiga e a sperone. Fiori come parole, fiori a migliaia, ognuno col suo peso e la sua forma, ognuno col suo significato. Protagonisti del decimo romanzo sui Bastardi di Pizzofalcone sono i fiori. Vari piccoli capolavori della natura vengono nominati nel corso delle pagine scorrevolissime di De Giovanni: l’anemone, evocato per il senso di speranza che racchiude, o la rosa gialla, per quello del recondito, per finire con vari accenni ai fiori di potentille, avvicinati alla realtà […]

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Napoli e Dintorni

Napoli e Dintorni

Book delivery Caserta: il servizio gratuito di Biblioteca Bene Comune

A Caserta in questi giorni è partito il primo servizio di book delivery gratuito. Scopri come prenotare la consegna gratuita del tuo libro! È partito in questi giorni, nella città di Caserta, il primo servizio gratuito di consegna di libri a domicilio. L’iniziativa è nata il 4 dicembre scorso dalla rete di associazioni che gestisce il progetto “Biblioteca Bene Comune”, sostenuto dalla Fondazione Con il Sud e dal Centro Per il Libro e la Lettura a seguito del decreto del 3 novembre, che ha sancito la chiusura delle biblioteche ma – confermando i libri tra i beni di prima necessità – permette la consegna, il prestito nonché la vendita.  Le diverse associazioni casertane – fra cui il Centro Sociale Ex Canapificio e il comitato “Città viva” – hanno quindi avviato un lungo e condiviso lavoro di acquisto di libri, catalogazione, reperimento di testi donati da singoli cittadini e da altre organizzazioni del territorio per creare il Fondo Biblioteca Bene Comune, che oggi può contare di circa 500 titoli.  «Il catalogo dei libri – spiegano i promotori del book delivery – è stato realizzato mediante una modalità partecipata alla quale hanno aderito decine di cittadini, rispondendo al sondaggio “Il libro che vorrei”, che abbiamo lanciato nelle scorse settimane per raccogliere suggerimenti e consigli. Così, ai libri gentilmente donati ne abbiamo affiancati molti altri acquistati presso le librerie del territorio grazie agli appositi fondi del progetto.» Il Fondo – che verrà aggiornato settimanalmente e che è consultabile qui – contiene infatti i bestseller del 2020, un’ampia scelta di libri per bambini e ragazzi, testi di storia, saggistica, raccolte di poesie, albi illustrati, libri in diverse lingue e testi accessibili ed inclusivi. È possibile richiedere un massimo di due libri e la durata del prestito è di venti giorni. Intanto, l’iniziativa è stata subito ben accolta: in una sola giornata, i volontari hanno consegnato ben 40 libri a cittadini di ogni età. Per usufruire del servizio, è necessario prenotare la consegna del libro scelto scrivendo all’indirizzo di posta [email protected] o tramite Whatsapp al numero 379 191 7999. È inoltre possibile chiamare lo stesso numero dalle 16 alle 19 nei giorni di martedì e venerdì per attivare il prestito o per chiedere informazioni sull’iniziativa. Una volta prenotato il libro, viene fissato un appuntamento nel giorno di consegna, rispettando tutte le misure di sicurezza previste, tra cui la quarantena obbligatoria per i libri.  Immagine: Facebook

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Food

Racconta Food: una nuova esperienza nel mondo del delivery

Racconta Food: una nuova esperienza nel mondo del delivery L’aspetto conviviale di consumare un pasto con amici e parenti, a casa o fuori, deriva dal piacere dello stare con gli altri assaporando gusti e alimenti che hanno una storia e un significato simbolico spesso legato alle tradizioni locali di appartenenza. Il cibo è relazione e da quando nasciamo esso non si limita solo ad essere fonte di sopravvivenza biologica, ma veicola innumerevoli significati simbolici, relazionali e sociali. Se pensiamo alle riunioni familiari, agli spuntini fra colleghi, agli aperitivi tra amici e alle cene di coppia, il cibo rappresenta un momento fondamentale per costruire i legami sociali e d’affetto. Il distanziamento sociale e i ristoranti chiusi, hanno determinato l’aumento del delivery ma ciò che manca al mondo del food è il rapporto con i clienti. Provate però ad immaginare una consegna a domicilio diversa dal solito, che riserva qualcosa di speciale. Insieme alla pizza, al piatto o dolce preferito scelto, arriverà nelle nostre case un Qr-code con la voce del pizzaiolo, chef o pasticciere che non solo spiegherà il piatto, ma che vi saluterà con un messaggio vocale. Il valore che ha acquisito la tecnologia ultimamente è quello di abbattere le distanze e recuperare almeno in parte ciò che è il fulcro della ristorazione napoletana: il rapporto umano. Il “Racconta food” è un idea semplice e funzionale, pensata dalla giornalista Valentina Castellano e sviluppata dall’azienda tecnologica Wip Lab. L’ intento è quello di ristabilire una connessione tra cliente e ristoratore, rendendo di nuovo viva e coinvolgente l’esperienza di consumare una pietanza dalla propria abitazione. A sposare per primi questa idea sono Enrico e Carlo Alberto Lombardi della storica pizzeria Lombardi 1892 a Via Foria, che ci hanno raccontato la loro esperienza e motivazione: “Se il cliente deve restare a casa, abbiamo deciso di portare un pezzo di noi , della nostra storia insieme alla consegna a domicilio -ci spiega Enrico Lombardi – sui cartoni delle pizze verranno attaccati degli adesivi con Qr – code che una volta scaricati sui propri cellulari permetteranno di ascoltare dei nostri audio, con le nostre voci, in cui salutiamo il cliente, spieghiamo la pizza, gli auguriamo buon appetito”. “Ci manca il rapporto diretto, quello fatto di racconti, di storie, di confronti – aggiunge Carlo Alberto – ma non ci fermiamo e la tecnologia ci da una mano. Per questa prima fase abbiamo registrato 10 audio per 10 pizze tra quelle storiche e le nostre proposte”. Ed è con questa idea che da oggi chi ordina una pizza dai Lombardi una volta aperto il cartone della pizza potrà ascoltare la voce di Enrico, quinta generazione di piazzaioli, come nasce la “pizza figone” o la “Don Enrico”, quella dedicata al nonno, o gli ingredienti del ripieno al forno, o quelli della “Starace”. “Non rinunciamo al cuore del nostro lavoro, che è il rapporto con i nostri clienti– dice Enrico – Vogliamo che sappiano che noi ci siamo. E la nostra voce, il nostro racconto, siamo certi abbatterà le distanze. Nell’attesa […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Convegno in videoconferenza sul culto di Apollo a Cuma

Il 16 novembre, dalle 09:00 alle 16.30, ha avuto luogo uno stimolante Convegno Internazionale che, data l’emergenza sanitaria in corso, si è svolto interamente in videoconferenza, sia su piattaforma Zoom che in streaming su Youtube. Denominato La colomba di Apollo. La fondazione di Cuma e il ruolo del culto apollineo nella colonizzazione greca d’Occidente, esso ha posto il proprio focus sul ruolo del culto di Apollo nel pantheon di Cuma, la più antica fondazione euboica in Occidente, dove la flotta di coloni – secondo la tradizione riferita da Velleio Patercolo – sarebbe giunta seguendo il volo della colomba di Apollo.  A Cuma Apollo emerge come divinità “archegete”, ovvero guida del viaggio e del conseguente stanziamento, mentre il culto si caratterizza peculiarmente in senso oracolare e ctonio in virtù della sua connessione con la Sibilla. Il variegato dossier documentario che lo riguarda è da tempo materia di dibattito, sicché è sorta l’esigenza di un confronto dinamico e dal respiro più ampio, che integrasse ambiti disciplinari e settori scientifici complementari. La presenza del culto di Apollo a Cuma e in Sicilia: un bilancio Il Convegno si è aperto, dopo i saluti istituzionali della professoressa Maria Luisa Chirico, direttrice del Dipartimento di Lettere e Beni Culturali dell’Università degli Studi della Campania, con l’intervento del professor Alfonso Mele, incentrato sul riesame della figura di Apollo a partire da una rivalutazione delle fonti letterarie, in primis i poemi omerici, e sui legami del dio con la Sibilla, anche alla luce della nuova documentazione archeologica proveniente dall’acropoli, nella quale spiccano due bronzetti raffiguranti un guerriero, una suonatrice di lira e un personaggio maschile nudo con cetra. La parola è poi passata al professor Carlo Rescigno e alla professoressa Valeria Parisi, organizzatori del Convegno, i quali hanno analizzato i risultati dei recenti scavi condotti sulla terrazza superiore dell’acropoli di Cuma, che hanno permesso di determinare la scansione cronologica delle strutture templari note e di mettere in luce strutture relative a fasi di frequentazione non ancora documentate, risalenti alla fondazione della colonia; inoltre, la documentazione acquisita ha consentito di rivalutare l’identificazione della divinità titolare del tempio superiore, convenzionalmente attribuito a Giove, ma dagli studiosi ascrivibile ad Apollo, anche in virtù del ricco dossier documentario disponibile e dei depositi votivi che suggeriscono la presenza del culto apollineo. Ha proseguito il professor Marcello Lupi, che ha esaminato la questione controversa, basata su un’attenta analisi dell’Inno omerico ad Apollo, della distinzione pitico vs. delio associabile ai diversi livelli cronologici delle navigazioni e colonizzazioni euboiche. Ancora, la professoressa Zozi Papadopoulou dell’Ephorate of Antiquities of Cyclades ha proposto delle riflessioni sul ruolo di Apollo delio nelle attività oltremare delle isole di Paros e Naxos, entrambe gravitanti intorno al santuario di Apollo a Delo, veicolo di coalizioni politiche e reti economiche, in virtù dei legami culturali che trovano espressione nelle antiche feste Delie. È stata poi la volta della professoressa Claudia Santi, che ha passato in rassegna le fasi di acquisizione di Apollo nel pantheon di Roma antica, mediante un excursus che si è soffermato sull’Apollinar […]

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Attualità

Luigi e Ugo: Napoli con altri occhi

Luigi e Ugo non sono il simbolo di una terra che da anni è martoriata dalla criminalità. Sono dei ragazzi che hanno sbagliato e finiscono per essere parte di un retaggio culturale che spesso giustifica o tende a incasellare gli eventi in una dimensione cromatica che prevede il bianco e nero, senza ulteriori sfumature. Ed ecco che alcune vicende si riducono a sentenze e le sentenze diventano avvenimenti che si replicano, senza riflessione. Per questo poi è importante cambiare prospettiva, accogliere i fatti per come sono e poi comprenderli nel più dignitoso rispetto della vita.

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Musica

Musica

Cristallo, l’intervista: synth al servizio del 2021

Dall’8 Dicembre 2020 è disponibile su tutte le piattaforme il nuovo EP della cantautrice Francesca Pizzo, in arte Cristallo. La sua ultima fatica è “Piano B” (Blackcandy Produzioni) e raffigura un’intima rappresentazione cantautorale che sviscera una serie di tematiche di potente impatto, soprattutto in un periodo di forti assenze come quello che siamo costretti a vivere oggi. L’artista per raccontare in modo estremamente efficace e moderno problematiche assai complesse si è servita di sonorità che vanno da un’impostazione cantautorale “classica” anni ’60, ad una elettronica molto anni ’80. Abbiamo avuto l’onore di incontrarla per poter riflettere insieme sul lavoro da poco pubblicato; di seguito la nostra intervista a Cristallo. L’intervista a Cristallo 1) Dai suoi testi emerge un’enorme voglia di rivalsa. Per questo motivo le chiedo: “Piano B” parla della Cristallo del 2020 o fa riferimento ad un vissuto adolescenziale che ne ha ispirato la scrittura? – Credo che questa versione di me stessa oggi risenta molto, nel bene e nel male, di tutte le esperienze del mio passato. Attraverso quanto vissuto anni addietro oggi mi trovo a scrivere questo tipo di testi. 2) In che modo descriverebbe l’analogia con la figura della falena che lei propone nel ritornello del brano omonimo? – La falena è un animale notturno attratto dalla fonte di luce. Quando ci si innamora si somiglia molto alla falena, che desidera solo uscire dalle tenebre per trovarsi in prossimità di quella luce. 3) In che modo crede (qualora lo credesse) che il periodo di pandemia possa aver alterato la sua sensibilità artistica? – L’impatto di questa situazione così complessa è stato importante per tutti. Credo che per molti artisti si sia verificato un vero e proprio blocco creativo. Io resisto scrivendo meno del solito e scegliendo di farlo solo nei momenti di grande necessità. Gli stimoli sono diminuiti sensibilmente e come tutti mi trovo a fare di necessità virtù. 4) Nel disco ho colto riferimenti internazionali alla darkwave anni ’80 e ai primi Depeche Mode. Si sente, artisticamente parlando, un po’ figlia degli anni ’80? – Mi sento in cammino. Piano B racchiude i primissimi brani che ho scritto appena iniziato il mio percorso solista. Le sfumature anni ‘80 fanno parte del mio trascorso con il duo Melampus, in cui ho suonato per anni. Le restanti sonorità sono l’inizio di un percorso nuovo, forse più consapevole. Fonte immagine: Facebook.

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Musica

Gran Zebrù: massiccio di nostalgia questo primo Ep

Si intitola didascalicamente “EP1” questo esordio discografico milanese immerso tra scenari metropolitani e antiche reminiscenze psichedeliche, tornando all’acidità di alcuni Pink Floyd come anche alle nebulose distese paesaggistiche dei Mogway. Ed è forte quel mood sudista che quasi quasi mi rimandano a ricami artigianali proprio di quel certo modo di essere lascivi dentro suoni grigi e piovigginosi come accade nella “sfavillante” Paisley Underground dei Dream Syndacate. Un primo tassello tutto in italiano, dove si mescolano lunghi strumentali e intarsi lirici di una melodia “domenicale” incisa come fosse su legno antico di querce secolari. Gran Zebrù. Curioso questo nome da cui si prendono ispirazioni Vi riferite alla montagna o c’è altro? E che significato c’è dietro? La ricerca del nome della band è stata piuttosto travagliata, cercavamo qualcosa che piacesse a tutti e quattro e, a un certo punto, ci siamo imbattuti in questa montagna maestosa, con un nome curioso. Non c’è un significato particolare ma, come per la nostra musica, se ci suona bene, allora funziona. I nostri primi follower, sui social, sono stati ovviamente degli alpinisti! Un primo Ep oggi che dal suono così come dalle dinamiche… come anche nel titolo… sembra “provarci” ma con discrezione. Sembra che tutto questo lavoro dei G.Z. voglia come starsene in disparte… che ci dite? Si tratta di un lavoro spontaneo, che non ha particolari ambizioni se non quella (per noi importantissima) di soddisfare il nostro gusto come musicisti. Tutti e quattro abbiamo militato in diverse formazioni che, in qualche modo, ci “provavano”, come dici tu. Dopo queste esperienze ci siamo ritrovati a suonare insieme, senza un piano preciso, soltanto per il piacere di farlo. Abbiamo scoperto che questa attitudine portava a risultati interessanti, così abbiamo selezionato alcuni brani e li abbiamo registrati in questo primo EP. Non vogliamo stare in disparte e nemmeno al centro, ma sentiamo di avere qualcosa da dire e lo facciamo in questo modo. Chiare le ispirazioni che vanno dalla forma pop alla psichedelia. In questo enorme cesto di contaminazioni quasi non è ben chiara la vostra precisa collocazione. Dunque un disco questo che è di ricerca, di sperimentazione, oppure è una scelta ben precisa quella di non definire una forma a priori? La nostra musica non è sempre collocabile in una precisa categoria, non si tratta di una scelta ma del risultato del nostro suonare insieme. La composizione dei brani è imprevedibile: improvvisiamo, registriamo e sviluppiamo. Questo ci consente di utilizzare diverse attitudini, di farle coesistere e persino scontrare, di profanare le forme tradizionali oppure di sposarle in toto. Ci concediamo la libertà di non aderire a uno schema preciso. L’unico vero criterio è quello del nostro gusto. E tra le tante cose in “Piccolo Lord” esiste la Turchia, esiste quel retrogusto di scale arabe… da dove saltano fuori e perché? Hai colto un ottimo esempio, “Piccolo lord” è probabilmente il brano più rappresentativo della nostra attitudine. È nato da un’improvvisazione su un singolo accordo, sulla quale si sono innestate diverse influenze, compresa quella scala un po’ […]

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Musica

La Belle Dame #2 : Valerio Bruner canta la donna

Recensione dell’album La Belle Dame #2 del musicista Valerio Bruner. «Realizzare questo album, insieme a cinque artiste della scena musicale indipendente napoletana, è stato il mio atto di resistenza e la mia dichiarazione d’intenti verso una causa, qual è appunto la violenza sulle donne, in cui tutti siamo chiamati a fare la nostra parte perché riguarda ognuno di noi. Se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è che la musica non è mai soltanto musica, ma è uno strumento che abbiamo a disposizione per provare, e perché no, riuscire a cambiare quelle cose che non vanno.»  Queste le parole con cui Valerio Bruner, eclettico cantautore napoletano, ha presentato il suo album La Belle Dame #2, uscito ufficialmente il 25 novembre 2020, data significativa, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, causa che da sempre Valerio sostiene con la sua musica, che di donne parla e che, in questa seconda versione dell’album, di donne è fatta. Creature sensibili, fragili, che si rialzano sempre nonostante le difficoltà, e per questo così maledettamente affascinanti.  Dopo l’EP Down the river (2017), registrato completamente in versione acustica, il 20 aprile è uscito La Belle Dame, che è poi approdato a una nuova versione, La Belle Dame #2, in cui Valerio affida a talentuose cantanti le sue parole. Parole che raccontano quella capacità tutta femminile di servirsi della forza che, per definizione, appartiene al nostro universo. E così, dopo il tentativo di camminare in scarpe di donne, ha deciso di rendere le donne le vere protagoniste del suo lavoro. Encomiabile la scelta di devolvere l’intero ricavato della vendita del disco in beneficenza, a supporto de Le Kassandre contro la violenza di genere, associazione attiva a Napoli, a dimostrare la potenza della musica, che, in buone mani, sa essere strumento sapiente. L’album è disponibile, in formato digitale, sulla piattaforma Bandcamp al seguente link: https://valeriobruner.bandcamp.com/album/2020. Come premio bonus e come ringraziamento, si riceveranno, una volta acquistata la copia, i video live delle sessioni di registrazione presso gli studi del Soundinside Basement Records di Napoli. Sveliamo qualche curiosità de La Belle Dame #2 chiacchierando con Valerio Bruner. Come e quando nasce l’idea di affidare le tue parole a voci femminili? È un’idea che mi intrigava artisticamente. Essendo loro, le donne, le protagoniste dei miei brani, ero curioso delle sfumature che avrebbero dato alle mie parole. È un’idea che mi interessava da un punto di vista sociale: dare voce e supportare il mondo femminile che, da sempre, è per me casa.  È stato difficile individuare le compagne di questo nuovo viaggio? Alcune le conoscevo già. Di Annalisa e Federica mi piacevano molto le vocalità. Di Alessandra mi colpì il modo in cui suonava. La collaborazione con Marilena è nata da un bel giro della vita. Caterina mi è stata presentata dall’etichetta. Abbiamo vissuto un bel viaggio, intenso fondere il percorso creativo di ognuno di noi. Ho trovato delle cantanti incredibili, ho trovato delle amiche. Chi è la donna che hai scelto per la copertina? Un’amica, una donna che […]

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Culturalmente

Musica e letteratura, spazio a Fabrizio De André

Fabrizio De André: il cantore-poeta Quello tra musica e letteratura è una fusione antica quanto il mondo. Se intendiamo come prima forma letteraria quella del canto che si accompagnava all’esecuzione musicale, ecco che per reperire le prime attestazioni di questo connubio dobbiamo risalire agli albori della storia umana. Già nella Genesi, infatti, (4, 21 – IV secolo a. C.) si fa riferimento a un discendente di Caino, Jubal, definito il “padre” di tutti coloro che suonavano la lira; e più tardi, nell’Esodo, (15, 1 – 21), Mosè e gli ebrei, in occasione della sconfitta del Faraone, cantano un inno al Signore, accompagnati dal tamburello suonato da Miriam assieme alle altre donne. E quando il popolo israelita andò in esilio a Babilonia, portò con sé una raccolta di 150 salmi, orazioni religiose attribuite a re David, da recitare con l’accompagnamento di strumenti a corda. Ma già al X sec. a. C. risaliva il celeberrimo “Cantico dei Cantici”, una schermaglia amorosa tra un uomo e una donna alla quale fu attribuito un significato allegorico, come un dialogo d’amore tra l’uomo e Dio. Analizzando il contesto sette-ottocentesco e gli sviluppi più rilevanti della fusione tra musica e poesia, Calvin Brown (capostipite della ricerca musico-letteraria) spiega in maniera chiara il suo punto di vista sul rapporto che regola le due arti. “Musica e letteratura (…) sono simili in quanto ambedue sono arti che giungono a noi attraverso l’udito, che si estendono nel tempo e che richiedono un’ottima memoria per la loro comprensione. (…) La musica è l’arte del suono in e per se stesso, del suono “in quanto” suono. Le note musicali hanno tra loro relazioni complesse, ma non hanno relazioni con niente che si trovi al di fuori della composizione musicale (…). La letteratura, d’altro canto, è un’arte che utilizza suoni ai quali sono stati arbitrariamente apposti significati estrinseci. (…) Il poeta, con strumenti della sua tecnica come il metro, la rima, l’assonanza e l’allitterazione, riesce nella pratica a creare un’intima analogia col lavoro del compositore: ma il fatto che i gruppi di suoni su cui egli opera non si limitino a creare solo semplici sensazioni uditive, ma possiedono ben precisi significati esterni, rende sotto molti aspetti i suoi problemi completamente differenti”. Fabrizio De André, la musica e l’impronta letteraria Nel panorama italiano, il cantautore che più di chiunque altro può essere avvicinato alla professione di poeta è Fabrizio De André. La capacità “pittorica” di rappresentare una scena, una situazione con poche parole estremamente precise fanno di De André un artista a tutto tondo. Sono tanti i testi della sua produzione che possono essere analizzati sia dal punto di vista musicale che da quello poetico. In molte occasioni lo chansonnier ligure si ispira alla letteratura: nel 1971 pubblica l’album Non al denaro non all’amore né al cielo, interamente ispirato all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Possiamo definire quest’album il “Dark Side” della canzone italiana: è il terzo concept di De André, imparentato con il nuovo rock italiano, e si tratta di […]

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Teatro

Teatro

Zona Rossa: la nuova sperimentazione del Teatro Bellini

“Zona Rossa” è il nuovo progetto del Teatro Bellini, in prima linea – ancora una volta – a sperimentarsi in questa difficile fase di chiusura dei teatri e di crisi dell’intero settore artistico e culturale. Solo qualche mese fa, avevamo lasciato il Bellini alle prese con il lancio del “Piano BE” – nel pieno rispetto delle norme anti-Covid – per la stagione autunnale. Ma già dalla fine del mese di ottobre, un nuovo Dpcm ha nuovamente imposto la chiusura di teatri e cinema, insieme ad altri luoghi di produzione culturale. Che fare, dunque? Daniele Russo, direttore artistico del Teatro, lo ha spiegato in apertura della Conferenza Stampa (online) che si è tenuta nell’arco della mattinata di giovedì 17 dicembre. «Abbiamo deciso di creare una nostra “Zona Rossa” all’interno del Bellini. Sarà molte cose insieme: un’istallazione, una performance, un manifesto, ma anche una provocazione vera e propria, quasi un atto politico.» La “Zona Rossa” prevederà l’ingresso e la permanenza – in un vero e proprio lockdown – di sei artisti all’interno del Teatro, collegato in streaming con l’esterno, per la creazione di un nuovo spettacolo che sarà in scena, in una sola replica, nel giorno (per ora indefinito) in cui un Dpcm ne autorizzerà la presentazione al pubblico dal vivo. Due drammaturghi/registi, due attori e due attrici inizieranno il percorso a partire dalle ore 17 di domenica 20 dicembre e l’intero processo creativo, così come i momenti di lavoro insieme agli altri professionisti che collaborano alla realizzazione dello spettacolo, sarà visibile dal pubblico attraverso il canale YouTube del Teatro Bellini. «L’orario della diretta quotidiana dello spettacolo sarà aggiornato quotidianamente e dipenderà da quello di convocazione degli attori. – spiega il co-autore del progetto, Davide Sacco – Il pubblico, oltre a poter osservare il lavoro, ne potrà discutere con gli artisti stessi, durante degli appuntamenti settimanali di approfondimento in collegamento web.» Gli attori imposteranno dei “Quaderni di Regia” su determinate linee di indirizzo con: le “edizioni” di ciò che avviene durante le prove e un diario di bordo che verrà aggiornato di lunedì e giovedì. Il tutto coniugando ciò che avverrà “dentro”, in sala prove, e “fuori”, nel mondo all’esterno del Teatro. “ZONA ROSSA”, le voci degli artisti che vivranno in Teatro. A fare il proprio ingresso al Teatro Bellini saranno Alfredo Angelici, Federica Carruba Toscano, PierGiuseppe di Tanno, Licia Lanera, Pier Lorenzo Pisano e Matilde Vigna. «Quando il Teatro Bellini mi ha contattato per entrare in “Zona Rossa” – racconta l’attore Alfredo Angelici – ho pensato a quanto fosse folle un progetto simile. Una follia nobile, che porterebbe gli eroi dei romanzi ai grandi trionfi perché viene dalla volontà di chi vuole il mondo come deve essere. Quanto è attuale oggi la storia del segreto di Pulcinella! “Laddove c’è una catastrofe, c’è una via d’uscita”, lui oggi farebbe un gesto comico e mostrerebbe la possibilità di un’altra storia e cosa può un corpo quando ogni azione diventa impossibile.» «Ho sempre sentito che il teatro mi desse la libertà di svincolarmi dal […]

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Teatro

Consegne, una performance da coprifuoco | intervista

“Consegne // una performance da coprifuoco” arriva a Napoli dal 15 dicembre, grazie al Collettivo lunAzione. Lo spettacolo ha debuttato a Bologna lo scorso novembre con la compagnia Kepler-452: si tratta di un percorso-performance site specific e vedrà in sella a Napoli Cecilia Lupoli, nel ruolo di attrice/rider. L’adattamento per la città partenopea è a cura di Eduardo Di Pietro, l’organizzazione di Martina Di Leva e il coordinamento tecnico di Tommaso Vitiello. Un corriere si sposterà per le strade per effettuare le consegne, attraversando la notte desolata. Lo spettatore – o più spettatori che abitano allo stesso indirizzo – seguiranno sulla piattaforma Zoom il percorso-performance che condurrà il rider a bussare proprio alla sua porta per un incontro finale. “Consegne, una performance da coprifuoco”, intervista al regista In un momento in cui i teatri e – più in generale – i centri di produzione culturale sono chiusi, diventa molto complesso costruire narrazioni e rappresentazioni “artistiche” del reale. L’idea del “percorso-performance” è una sperimentazione in tal senso? Nella versione di “Consegne” a cura del Collettivo lunAzione c’è senz’altro un interesse sperimentale in questa direzione, che tra l’altro coinvolge il tentativo di commistione tra differenti strumenti comunicativi (videochiamata via Zoom e audio-narrazione in cuffie wireless dal vivo) che si adeguino alle esigenze dell’attualità e riecheggino come caratteristiche proprie della comunicazione contemporanea. Tali strumenti, assieme all’attrice-rider Cecilia Lupoli e al suo Piaggio Liberty 50, compongono l’atto performativo: la città deserta, le finestre illuminate, la notte, diventano inoltre personaggi che accompagnano il percorso. Qualsiasi momento di grandi trasformazioni, di traumi più o meno forti e, tra gli altri, i timori e le restrizioni del presente, necessitano di rielaborazioni del reale che ci consentano di comprendere e metabolizzare il dolore, la morte, il disorientamento, la solitudine. Il teatro può ancora farlo: ha bisogno delle sale teatrali da abitare, ma non ne ha bisogno per esistere. Perchè la scelta è ricaduta prioritariamente sui rider? Il rider è un simbolo di questi tempi: è il lasciapassare per il coprifuoco, può viaggiare liberamente nella notte e la sua attività prospera nella pandemia – o meglio, le aziende di delivery prosperano mentre i rider corrono da un indirizzo all’altro. Queste figure nuove e solitarie, operose e fuggevoli, sono state considerate essenziali dalle direttive, anche a fronte delle chiusure generalizzate a causa dell’emergenza sanitaria. “Consegne” parte così da un’attrice, rappresentante di un lavoro che – come tanti altri – non è stato ritenuto essenziale. Questo dispiega una sfilza di interrogativi: chi può definire cosa è essenziale? E soprattutto cos’è l’Essenziale? La ricerca di risposte condivise con lo/gli spettatore/i, assume le forme di un vagabondaggio notturno, dissimulato da una consegna: in fin dei conti un pretesto per dar vita a un incontro. Con “Consegne” il teatro scende dunque in strada e si traveste da corriere per indagare le infinite possibilità di incontro racchiuse nella sua figura. Il Collettivo lunAzione è da anni impegnato nella promozione e nello studio del teatro come forma di espressione ad alta funzione sociale. Qual è, dunque, […]

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Teatro

Lello Marangio: l’Umorismo è in tutto ciò che ci circonda

Intervista a Lello Marangio.  Lello Marangio scrive comicità da oltre trent’anni. Umorista napoletano, ha lavorato per il teatro, per il cinema, il cabaret e la televisione. Tra i numerosi artisti che hanno portato in scena i suoi testi, Peppe Iodice, Paolo Caiazzo, Lino Barbieri, I Ditelo Voi, i Teandria, Nello Iorio, Enzo Fischetti e molti altri. Lucio Pierri, attore, regista e sceneggiatore, è la sua spalla più solida nella stesura di commedie teatrali di successo. Ma Marangio ha partecipato come autore anche in tantissime trasmissioni televisive: a partire da Zelig, passando per Colorando, fino ad arrivare a Made in Sud e Comedy Central. Il volume Aritmie Teoriche raccoglie i testi di quattro delle sue commedie. Successivamente, Lello Marangio ha pubblicato: nel 2017, Nel suo piccolo anche Marangio s’incazza; nel 2019, Al mio segnale scatenate l’infermo, che lo ha reso vincitore del premio “Lucio Rufolo”; nel 2020, Una Lunghissima Giornata di Merda, con il quale ha vinto il Premio Charlot per la Letteratura Umoristica. Lello Marangio, intervista all’autore Umorista. Marangio, Bergson disse che «al di fuori di ciò che è propriamente umano, non vi è nulla di comico». Lei è d’accordo? No. Con tutto il rispetto per il grande filosofo francese, io credo che la comicità non abbia bisogno di pensieri così estremi. La comicità può essere semplice e complessa nello stesso momento, e ha bisogno necessariamente di grossi talenti per esplicitarsi. Talenti che possono essere umani, ma anche “disumani” perché uomini come Totò o Charlot sono talmente fuori dal comune da potersi tranquillamente considerare “disumani”. E poi Bergson ha vissuto a cavallo fra l’800 ed il ‘900. Oggi le cose sono molto cambiate, anche la comicità. Da oltre trent’anni scrive per il teatro, il cinema, la televisione. In base alla sua esperienza, cos’è che suscita maggiormente il riso? La sorpresa, l’imprevisto, una risposta che spiazza, una situazione anomala a metà fra il reale e il surreale. Il contrasto fra l’alto e il basso, fra il congruo e l’incongruo. Gli accostamenti che non ti aspetti, anche il solo suono di certe parole, certi aggettivi fanno ridere. I gesti inconsulti, i movimenti strani, le parole fuori luogo. Come dicevo prima, tutto può far scattare una risata. L’importante è che riesca stupire. Oggi, le forme di comunicazione e dell’espressività artistica sono nuove e sempre più molteplici. Esistono, dunque, molteplici forme del comico per diversi canali di trasmissione? Cosa differenzia, ad esempio, la comicità teatrale da quella televisiva? La comicità nasce teatrale: l’antica ma sempre moderna Commedia dell’Arte era teatro itinerante. I grandi comici del passato si formavano sulle tavole del palcoscenico. A parte il già citato Antonio De Curtis, personaggi immortali come Peppino De Filippo, Alberto Sordi, Aldo Fabrizi, hanno iniziato la loro carriera così. Successivamente hanno utilizzato anche la televisione e il cinema per farsi conoscere di più. Ma in teatro il comico non ha nessuna rete che lo protegge: o fai ridere o non fai ridere. E il pubblico se ne accorge, sempre. Se sei un bravo comico in teatro, lo […]

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Teatro

Trapanaterra al Piccolo Bellini: odissea di emigranti

Con Trapanaterra, atto unico di Dino Lopardo in scena dal 22 al 25 Ottobre, riparte la programmazione del Piccolo Bellini e prende il via la sfida del Piano Be nel suo ambizioso tentativo di ripensare l’esperienza teatrale e la partecipazione del pubblico. Sulla scia dello spirito di collaborazione artistica che da sempre ha caratterizzato il prestigioso teatro partenopeo, la nuova stagione teatrale vedrà il palcoscenico del Piccolo Bellini ospitare eccezionalmente la programmazione di due giovani realtà teatrali, Il Nuovo Teatro Sanità e Mutamenti/Teatro Civico 14 di Caserta. Apre questo ciclo di collaborazioni uno spettacolo che affonda le radici nella meridionalità affrontando uno dei suoi volti più duri, il legame con la terra natia e il doloroso dualismo di chi parte alla ricerca di un futuro migliore e chi resta a lottare. La scena si apre su una giornata qualunque di un operaio, in una raffineria assordante di rumori metallici e maleodorante. Siamo al sud, in una terra che si riconosce immediatamente per la trappola travestita da opportunità e bonus idrocarburi in cui è caduta. La pausa pranzo di un operaio è interrotta dall’arrivo del fratello emigrante che ritorna festante al nido, cingendo tra le mani un organetto. Torna da bohémienne pieno di nostalgia verso la sua terra e la sua casa, verso quegli affetti che si è lasciato alle spalle quando è partito in cerca di miglior fortuna. Il ritorno a casa è però un ritorno amaro, la terra natia non è più quella che l’emigrante ha lasciato anni addietro. I volti familiari riemergono confusamente nei ricordi d’infanzia dei due fratelli, molti di loro non ci sono più. Tutto è cambiato, l’aria che si respira, i rapporti umani e le abitudini, tutto è stato sacrificato in nome di una promessa di riscatto tradita dal malaffare. Non c’è più allegria ad alleviare il sacrificio di chi è rimasto, non c’è più musica ad allietare le feste di paese, solo un odore nauseante che rende l’aria irrespirabile e rumore di trivelle che copre ogni altra musica. L’incontro-scontro tra i due fratelli, interpretati con intensità e ironia da Dino Lopardo e Mario Russo, è un alternarsi di dolci ricordi d’infanzia e aspre accuse di abbandono e tradimento. Nei loro diversi destini i due fratelli portano dentro un dolore ugualmente grande. È immenso il dolore di chi è andato via portando dentro di sé la nostalgia e il ricordo degli affetti lontani, delle relazioni umane autentiche e genuine, dell’allegria delle feste, ma che ora ritorna in una terra completamente stravolta. È struggente il dolore di chi è rimasto, rinunciando a tutto quello che il mondo può offrire lontano dalla amata maledetta terra natale ed è rimasto inerme a guardare tutte le speranze infrangersi. L’uno nell’abbraccio dell’altro, i due fratelli si riscoprono figli di quella stessa terra che ha dato loro radici troppo forti da sradicare e rami troppi piccoli per poter crescere e progredire. Trapanaterra è un viaggio verso e dentro il sud, è una ricerca che si addentra tra le pieghe di quell’identità […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Un’eterna Belle Époque

È domenica pomeriggio. Isabelle scivola tra i romantici Champs-Élysées, boulevards e bistrot, con quel suo sorriso sornione e soddisfatto, felice di gustare appieno quella giornata parigina, fonte d’ispirazione per il prossimo romanzo. Corre l’anno 2018. Quella lieve pioggia, che ben s’intona all’amorevole atmosfera intorno, incantata e sensualmente naïf. L’odore dei croissants appena sfornati e l’alba di un tramonto annunciato lungo la purpurea Senna, infondono in Isabelle una sorta di nostalgia. Una bizzarra e frenetica nostalgia, non per qualcosa che ha vissuto e non può tornare. È nostalgia di un tempo impalpabile, di qualcosa che non ha mai vissuto e sperimentato, se non attraverso i romanzi dei suoi scrittori preferiti, e la genuina musica del passato. Ecco che Isabelle si ritrova a sognare ad occhi aperti una realtà, diversa dal presente caotico e talvolta arrogante e insensibile a un cuore d’altri tempi. Isabelle sogna la “Belle Époque”, ossia un’epoca d’oro, in cui serenità, entusiasmo e benessere trionfino sugli animi troppo inetti e pragmatici per elevarsi. Il suo animo, spesso ermetico e ostico alla comprensione altrui, timido e rivoluzionario insieme, uggioso e solare, romantico e sognatore, ora melodioso ora hard rock, rifugge la normalità, noiosa e sterile per la passione che sussulta dentro. Avvezza al viaggio e a nuove sensazionali scoperte, Isabelle immagina tra le pittoresche strade di Montmartre se stessa in una Parigi diversa, quella di fine anni ’60. Così, assorta nelle sue fantasie, viene attratta da una musica particolare, suonata dagli artisti di strada di una Parigi cristallizzata nel mondo bohémien. Prima di prenderne pienamente coscienza, quella sorta di pifferaio magico trasporta Isabelle realmente nel passato. Indietro di mezzo secolo, viene catapultata nel 1968, l’anno del fermento rivoluzionario giovanile, attivo ovunque, ma noto a Parigi come il “Maggio francese”. Isabelle stenta a credere a ciò che vede e ascolta intorno a sé, ripetendo a se stessa che forse è solo un sogno. Eppure quelle voci, quelle rivolte sociali, politiche, culturali e filosofiche, contro il tradizionalismo e il capitalismo imperanti, sono così vivide. Isabelle si sente come uno dei protagonisti di The Dreamers, allacciando particolari amicizie, che come lei han sete di libertà, respirando intorno arte, cultura ed erotismo. E non è peccato, bensì genuina trasgressione, quella che non rifugge la morte, se non quella dell’anima; quella che nutre e disseta corpi affamati di conoscenza. Tutto è bellezza e incanto, e Isabelle ne divora ogni istante, quasi non ha più voglia di tornare alla sua realtà. L’indomani Isabelle si risveglia nel 2018, decisa a portare nuova linfa al suo romanzo, grata dell’esperienza surreale vissuta la notte precedente. Riprende poi a passeggiare nel cuore di Parigi, sperando di rivivere quell’incredibile miracolo e lasciando quel presente spesso deludente e insoddisfacente. Si ritrova così pensierosa nelle caleidoscopiche vie di Montmartre, su quella collina così per lei simbolica, e reale testimonianza di una Parigi non sciupata da superficialità, marketing e presunzione, non ancora divorata dallo tsunami tecnologico. Poi, ancora quella musica, quella che la notte precedente l’ha letteralmente rubata al suo ingombrante presente. Con sua […]

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Pausa, please! – Diario di una quarantena

Caro Coviddì, una pausa da questa vita in pausa e perennemente in allarme, è ciò di cui avrei bisogno oggi. Perdona il gioco di parole, ma in testa mi sta nascendo lo sterco. Mi perdo nei miei pensieri e immagino un’estate al mare, la voglia di remare (e di fare il bagno al largo per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni), il sapore di sale, il sapore di mare e persino un reggae – in – spiaggia. Sì Coviddì, sssì! Sto delirando, e pure Giuseppe Conte sta invecchiando male, s’impappina mentre parla. Vorremmo tutti una pausa. Oggi al TG ho sentito dire che siamo al picco dei contagi, ma presto ci sarà il calo. Il fatto è che la notizia non ha destato in me il minimo entusiasmo, perché tanto ormai le buone nuove non sono mai durature, né stabili, perché sappiamo tutti che è l’emergenza perpetua il vero modus vivendi attuale. Ma si potrà mai parlare d’immunità di gregge? E le vacanze di Natale le riusciremo a fare? Quanti congiunti potremo invitare? Gli amici li riusciremo a vedere? Boh, io voglio solo tornare al mare. Mi ritrovo ancora una volta a scrollare le foto sul mio Huawei usurato e – voilà! – m’imbatto in foto di tramonti, chiesette, baie, giardini termali, promontori e scorci d’incomparabile bellezza. Ischia! Maledizione, che sofferenza ‘sti ricordi. Andai a Ischia insieme a mia sorella e una mia cara amica, Antonella, e credo sia proprio il posto che farebbe il mio caso oggi. La pausa di cui avrei bisogno Caro Coviddì, sai, se uno si vuole rilassare, a Ischia deve andare. La vita a Ischia scorre piaaaaano piaaaaaaaaaaaaaaaaaano. Il tempo è dilatato e spostarsi da una parte allʼaltra dellʼisola comporta cambi di fuso orario. Gli autoctoni si distinguono dai turisti per il rivolino di bava attaccato al labbro inferiore e si trascinano per via sbadigliando, con il cuscino sotto al braccio. Durante la mia permanenza sull’isola, mia sorella fu fatta prigioniera insieme agli altri visitatori e fu rinchiusa nellʼenorme dedalo del Castello Aragonese. Devi sapere che gli ischitani reclutano schiavi stranieri che si occuperebbero poi della gestione del turismo, di parchi termali e fiorellini colorati: tutte mansioni che toglierebbero ore di sonno agli indigeni, col rischio di risvegliarne lʼindole selvaggia e bestiale. Le ultime parole di Antonella, all’epoca, furono: «Vado in bagno. Torno subito, ragazze!» e io mi rivolsi al bar per un bicchiere dʼacqua. La mia salma disidratata giace ancora nel porto di Ischia, e personalmente credo di essere il fantasma di me stessa. Sai, Coviddì, a Ischia si sta un po’come quei giorni in cui ti svegli e non hai voglia di fare un corno. Io mi sento proprio così oggi, ma vorrei poter SCEGLIERE di non fare niente, e invece tu mi ci obblighi, e così mi togli ogni gusto. Caro Coviddì, vattene via e fammi tornare sull’isola, dai, almeno per portare un lumino alle mie reliquie. Ti do mezz’ora abbondante, il tempo di farmi la valigia. Sciò! Ah? No? Mah. Muori, criaturemme’. […]

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Voli Pindarici

Amarcord – Diario di una quarantena

Amarcord s. m. [voce romagn., propr. «io mi ricordo», dal titolo dell’omonimo film del 1973 di F. Fellini]. – Ricordo, rievocazione nostalgica del passato. Caro Coviddì, ti è chiaro cosa è un “amarcord”? Amarcord è il mood che mi hai messo addosso con questa seconda ondata di contagi. La gente non si sgola più sul balcone a cantare “Abbracciame” di Andrea Sannino, il cielo è sempre molto cupo e sta arrivando l’inverno. Mi ritrovo a scriverti anche oggi, bimbo scemo che non sei altro. Sai perché? Perché mi costringi a vivere di ricordi e il passato è l’unica cosa che tu non puoi rubarmi. Allora non faccio che rievocarlo, e cerco di cristallizzarlo. Perché mai come oggi il futuro mi si preannuncia come una sfilza di giorni tutti uguali e il mio passato mi sembra super figo, adrenalinico e avvincente almeno quanto un romanzo di Stephen King o quanto quelle montagne russe ad alta velocità che ti mettono in subbuglio lo stomaco e ti gettano i capelli all’aria. Oggi mi è venuta in mente quella volta che mi diedi al volantinaggio. Vivevo ancora a Napoli e lo facevo in modo struggente, viscerale, quasi malsano. Non riuscivo a staccarmi da quella città – solo tu sei riuscito ad allontanarmene, cretino! – e la vivevo con l’ansia di chi, da un giorno all’altro, avrebbe preso coscienza di non avere più motivo di restare e sarebbe morta così, su due piedi. Forse d’infarto. Comunque, arrivai persino a fare volantinaggio pur di restare a Napoli. Percorsi per giorni interi tutta Via Toledo e l’intero centro storico. Non c’erano ancora arcobaleni pacchiani in giro e tra amici, parenti e amanti ci s’incontrava per strada o in un letto, non su Zoom. Amarcord, “io mi ricordo…” Sai, Coviddì, fare volantinaggio mi fece ridere assai. Eh sì, perché richiede spirito dʼavventura, si cammina un sacco, si vedono posti nuovi, ma soprattutto ci si relaziona con gli altri. È tipo un gioco di società. Semmai volessi provarci un giorno – quando maturi un poco, la smetti di fare il criaturo e diventi un cristiano normale che si vuole pigliare le sue responsabilità – sai che devi fare? Ti devi stampare in volto un bel sorriso da babbeo, e poi gli altri ti scanseranno come se fossi la peste bubbonica. Al massimo, faranno i maratoneti, e in questo caso ti passeranno a fianco velocissimissimi lasciando echeggiare un generico “Grazie lo stessooo o o o o!!!”. Se andrai forte, a un certo punto, potresti passare al livello successivo. Praticamente ti puoi improvvisare postino e lasciare volantini nelle cassette della posta, di palazzo in palazzo. Mò attenzione, Coviddì, perché subentra la mitologica figura del portiere! Se sarai abbastanza stanco, sudato e penoso da impietosirlo, questo non ti manderà via a calci in culo, quando si accorgerà che sei lì nel suo tempio per ficcargli i volantini sotto al mento. Si limiterà, però, a ipnotizzarti agitando la testa da destra a sinistra, con l’espressione di un orco che mangia e schiavizza i […]

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Voli Pindarici

Caro coviddì ti scrivo – Diario di una quarantena

Caro Coviddì ti scrivo, perché hai frantumato le scatole. Perché non la smetti più. Perché sei come quei bambocci un po’ tardi che non capiscono che certi giochi non sono belli neanche se durano poco. Caro Coviddì ti scrivo… Lo faccio perché sono alla duemilaottocentunesima quarantena dell’anno 2020 e oramai, tra plaid, strimpellate alla chitarra e maratone di film, letture e scrittura, vivo di ricordi. Osservo dalla finestra la natura che si spegne e gli spettri di quei ritmi frenetici – che caratterizzavano un tempo la nostra quotidianità – disperdersi nel vento. Sta scendendo pure il crepuscolo con le sue pennellate di rosso borgogna che la mia mente trasforma in uva spremuta, vino buono da assaggiare che mi accarezza il palato, mmh…maa. Ma. Ma bevo una tisana al finocchio fumante e sento pure la gola in fiamme, mentre scorro le foto della galleria del mio smartphone e mi ritrovo a piangere come una vecchia che aspetta solo di sdraiarsi nella tomba, prima che le gettino sopra la terra. Sono foto di bistrot, music – bar, viuzze strette e acciottolate, casette muticolor, calette rocciose, mare azzurro, spiagge bianche immense. Foto della Costa Blanca. Foto della Sc’pagna. Ohw, mi sembra di sentire il vociare della sua gente. «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Ok», «Perfetto», «Va bene», «Capisco», «Nessun problema», «Chiav**i pure a mamma», in loop! Giuro che ripetevano quest’espressione di consenso in ogni risposta; e lo facevano in un modo assolutamente adorabile. In Costa Blanca ci sono stata in vacanza l’estate del 2019. Ho alloggiato in quella parte della zona costiera che affaccia sul Mar Mediterraneo, tra Capo de la Nao e Capo di Gata, ad Alicante. Tra le mete più belle delle mie gitarelle sc’pagnole, quando ho avuto base ad Alicante, annovero località molto caratteristiche come Altea e Villa Gioiosa. Durante le esplorazioni, presi qualche appunto su questi posticini…che oggi, in preda a nostalgie furenti, voglio condividere qui. Me, passione guida turistica: C’era una volta un arcobaleno iberico. Stava adagiato nella culla delle playas e del sol. In fase di svezzamento, gli sostituirono il latte materno con della sangria e un giorno – ubriaco fradicio – vomitò colori e polvere di fata. Smaltò di blu e bianco le piastrelle di ceramica delle cupole di Altea e dipinse con le tinte più belle che aveva in corpo i gerani e i gelsomini presenti su tutti i balconi delle casette del borgo. Non contento, drogò la popolazione di Villa Gioiosa nel momento in cui stavano per scegliere il nome della propria terra. Le cagate di questa cittadina bellissima incastonata tra colline e montagne s’insaporirono di zucchero, e si materializzò una bella fabbrica di cioccolato. Nel dopo sbornia, l’arcobaleno prese a disegnare unicorni rosa in cielo e mise in bocca agli spagnoli melense canzoni d’amore mooolto seCsi e sensuali e dal ritmo ballabile. Con l’avvento dell’estate, ancor oggi le s’intonano in ogni dove. Wowwooo, ètuttocosìstupefacentee!! Avevo molto caldo, ricordo. Internet mi rassicurava dicendomi che “di norma, […]

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