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Eroica Fenice

Attualità

Fish Bar Burger: il pub di mare nel cuore di Chiaia

La squadra composta da Alfio Giacco, Raffaele Verde, Ivan Vigilante e Alberto Ruffolo si lancia in una nuova avventura con l’apertura di Fish Bar Burger nel cuore di Chiaia, a Napoli, precisamente in via Bisignano 3. Il format è quello di un pub di mare, con gustosi panini e proposte di pesce di alta qualità, accompagnati da salse homemade e abbinamenti di drink studiati per ogni piatto. Abbiamo intervistato il Sig. Giacco per entrare nel vivo del progetto Fish Bar Burger. Cosa ha ispirato l’apertura del Fish Bar Burger? In cosa si differenzia dal Fish Bar Marechiario? L’ispirazione è nata dal connubio perfetto dell’ingrediente di pesce, presente in tutti i piatti del nostro famoso locale di Marechiaro, e i panini fatti in casa da un forno di nostra conoscenza. Il locale di Via Bisignano si differenzia da quello di Marechiaro soprattutto nella location e nel menù.  Nello specifico come avete diviso i compiti nel vostro team? Qual è l’ingrediente fondamentale per far funzionare bene una squadra come la vostra? Abbiamo due dei nostri soci che sono anche dipendenti della nostra azienda. La nostra forza è la divisione dei ruoli e il rispetto degli stessi.  Durante la scrittura del menù, avete pensato a dei piatti che potessero descrivere gli odori e i sapori di Napoli? Si, nel nostro menù ci sono tanti ingredienti che vengono dalla terra campana . Dalla mozzarella di bufala ai limoni di Sorrento.  Quale abbinamento piatto&drink pensa sia il must-have del menù? Scugnizzo islandese con Gin Tonic alla menta.  Avete in mente altri progetti per il futuro? Se sì, ci sarà sempre di mezzo il mare? Si abbiamo in progetto un’altra apertura con lo stesso format improntato sui panini di mare.    Ringraziamo lo staff di Fish Bar Burger e, se lo scugnizzo islandese vi ha incuriosito, potrete trovare il locale in Via Bisignano 3.   Fonte immagine: Facebook

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Recensioni

Stand-up Comedy Napoli allo Slash+

A distanza di un bel po’ di tempo, si torna ad una serata di Stand-up Comedy, che si è svolta giovedì 15 Ottobre allo Slash+, per sentire i nuovi pezzi del pacchetto di comici “quattro più uno”: Vincenzo Comunale, Adriano Sacchettini, Davide DDL, Flavio Verdino ed Elena Mormile. Oltre ad esibirsi, questi ragazzi organizzano serate open-mic per Stand-up Comedy Napoli, il format locale gestito da The Comedy Club, che cura anche il management di comici come Filippo Giardina e Pietro Sparacino. Il lavoro, svolto in primis da The Comedy Club e dai ragazzi di Stand-up Comedy Napoli, sta portando a  grandi risultati nel panorama della stand-up comedy in Italia, spostando l’epicentro di questi spettacoli sempre più verso il meridione. Inoltre è interessante notare come nelle serate open-mic organizzate da Stand-up Comedy Napoli, ovvero spettacoli in cui le persone possono provare pezzi nuovi e inediti previa prenotazione, l’affluenza dei volti sul palco è molto eterogenea e con una grande rappresentatività di genere. Stand-up comedy allo Slash+ Torniamo adesso allo Slash+ e al quintetto protagonista della serata “Sentite questa puzza? C’è aria di lockdown”. Impossibile dare torto a questo dubbio che si sta insinuando silenziosamente nelle menti di molti e che proprio per questo motivo ha reso ancora più elettrizzante la sfida degli stand-up comedian. L’atmosfera tuttavia è quella giusta. Intima, luci soffuse, il palco e il microfono in mezzo. Trenta persone a distanza di sicurezza e il servizio impeccabile di cocktails del locale. Tra il pubblico si nota una certa familiarità e tra gli habitués anche qualche volto nuovo e incuriosito. A scaldare il pubblico ci pensa Vincenzo Comunale, chiarendo senza mezzi termini ai neofiti ciò a cui andranno incontro: una bella dose di sarcasmo e parole scurrili. Vincenzo Comunale è il comico del gruppo con più esperienza: oltre ad aver vinto per due anni consecutivi il “Premio Massimo Troisi”, di recente ha partecipato insieme a Valerio Lundini al programma “Battute” trasmesso su Rai2. Cavalleria vuole che ad aprire lo spettacolo sia proprio l’unica donna della serata, Elena Mormile, che in pochi minuti mette a tacere gli uomini in sala portando alla luce un aspetto risaputo ma taciuto della nostra quotidianità: il sexting durante il lockdown. I temi di Elena si fanno via via più pungenti, fino ad addentrarsi nei problemi tipici di un rapporto tra coniugi. A seguire Flavio Verdino e il suo rapporto con la droga. Sembra di vedere un ispettore della guida Michelin che enumera le qualità e i difetti di ciascuna delle sostanze. Le combinazioni che si possono fare sono numerosissime e coloratissime.  Punto centrale del suo monologo è rappresentato dalla difficoltà di togliersi di dosso le etichette che ci vengono assegnate. Lo switch di tema è rapido, sale sul palco Davide DDL. Sempre molto attento ai fenomeni politici e sociali, parla del concetto di “eterofobia”. Sottile, intellettuale e incisivo. Lo stile della narrazione è diretto e interessante. Adriano Sacchettini a seguire. L’uomo troppo buono che viene spesso friend-zonato ha trovato una soluzione: la pornografia. Un Don […]

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Libri

Tornare a casa di Dörte Hansen | Il caso letterario tedesco del 2020

Recensione del romanzo “caso letterario” del 2020 “Tornare a casa” di Dörte Hansen, edito Fazi. Ingwer Feddersen è in macchina, alla radio suona Neil Young e la nebbia avvolge la vettura, svelando a poco a poco i tetti e le case di Brinkebüll. Ingwer, come suggerisce anche il libro, sta tornando a casa nel suo paesino di origine nel nord della Frisia per assistere i suoi nonni, ormai troppo anziani e fragili nel corpo e nella mente. Per lui tornare a casa non può essere una cosa semplice. Tornare sui propri passi è faticoso ma inevitabile. Perché tornare a casa vuol dire anche ritrovarsi e accettare ciò che siamo diventati. Con il suo ritorno il tempo si accartoccia su se stesso e si dispiega nuovamente nel presente, lasciando segni e crepe sull’assetto della realtà. Il perno su cui ruota la vicenda è proprio la cittadina di Brinkebüll e la narrazione che i vari personaggi del libro fanno di essa, così descritta: “Il vento era lo stesso di sempre. Affilava le pietre e scuoteva gli alberi, piegava le schiene. Neanche quel vento antico si curava di cosa facevano le persone, se si fermavano lì o passavano oltre.” Come la Natura delle Operette Morali di Leopardi, la roccia morenica su cui sorge Brinkebüll non muta nel tempo, rimane la stessa, a tratti imperiosa e indifferente dei suoi abitanti. Questi ultimi, dal canto loro, mutano diventando vittime del loro stesso desiderio di cambiamento. Ingwer è il primo tra le “vittime”, un ragazzo promettente che si distacca da Brinkebüll già durante il periodo del liceo e non accetta di ereditare la locanda del nonno, Sönke, per continuare a studiare e perseguire il suo sogno di diventare archeologo. Abbandona anche la lingua, non più basso tedesco ma il tedesco scolastico sarà il suo nuovo mezzo di espressione. Ingwer diventa professore all’Università di Kiel e condivide un appartamento con Claudius e Rebekah, due persone molto diverse da lui, provenienti da famiglie facoltose e sofisticate. Tuttavia il richiamo dell’Heimat è fortissimo e ritorna a galla nella memoria, nei gesti e nelle parole di Ingwer. La fuga da Brinkebüll lo ha riportato inevitabilmente tra le braccia della città in un cerchio che prova a spezzarsi, ma poi rimane intatto. Dietro al bancone della locanda Feddersen, Ingwer riporta in superficie immagini, odori e volti del passato. Alcuni uomini che frequentavano la locanda sono morti, e quei pochi che sono ancora rimasti portano i segni del tempo sul viso. Dörte Hansen riesce a tracciare in queste pagine la storia di una cittadina che viene trasfigurata e plasmata dalle mani degli uomini in più parti. Le strade sterrate lasciano spazio al cemento, le fattorie scompaiono e al loro posto sorgono grandi allevamenti. Chi ha memoria del passato è in via di estinzione e le generazioni future hanno sulle spalle la responsabilità di mantenere viva quella memoria. Attraverso descrizioni dettagliate, la Hansen permette al lettore di entrare nella psiche dei personaggi, di viverne le sensazioni e le emozioni, la malinconia e la […]

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Teatro

Il Colloquio di Eduardo Di Pietro al Napoli Teatro Festival 2020

Il Colloquio di Eduardo Di Pietro: recensione dello spettacolo presentato al NTFI 2020 Torna in scena durante la tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia 2020 (NTFI) “Il Colloquio” del Collettivo Lunazione e prodotto dalla Fondazione Teatri di Napoli – Teatro Bellini. Lo spettacolo, vincitore del Premio Scenario Periferie 2019, progettato e diretto da Eduardo Di Pietro, sbarca finalmente a Napoli dopo un tour che conta repliche a Milano, Roma e Bologna e seguirà in autunno la stagione del Teatro Bellini. Non poteva essere altrimenti, in quanto la realtà presentata e descritta nello spettacolo è quella del carcere di Poggioreale, nello specifico la situazione sospesa dell’attesa dei colloqui periodici con i detenuti. Un tempo che non passa né dentro alla cella, né fuori. Saranno per sempre le 6.30 nella vita di chi è condannato ad attendere il turno per incontrare il proprio caro, detenuto in carcere. Questo è un tempo in cui si dispiegano i desideri e i sogni, in cui si desidera ardentemente un’alternativa alla propria esistenza. Proprio quando i pensieri diventano dolci, il tempo torna imperioso a scandire la realtà e l’entrata al carcere, a suon di violino, ricorda ai personaggi la vana attesa e l’immobilità dell’esistenza. I personaggi de Il Colloquio sono tre donne, interpretate da Renato Bisogni, Alessandro Errico e Marco Montecatino, tre donne che sono collegate e attratte come da una forza centripeta al luogo del carcere. Tra di loro c’è chi sta in fila da anni ogni settimana e chi da pochi mesi, ma le sensazioni sono le stesse: sulle tre figure femminili gravita la pesantezza dell’inevitabilità del destino, il respiro corto di chi vorrebbe fuggire e cambiare la propria vita ma poi non ci riesce, non vuole o non può. Queste donne sono state plasmate e forgiate dalle difficoltà della vita così tanto da non avere più sembianze femminili, bensì maschili, proprio perché gli uomini della loro casa, per motivi diversi, hanno subito la condanna della reclusione, lasciandole sole nelle responsabilità e difficoltà. Tutte e tre vestono qualcosa di rosso, quasi a simboleggiare un filo che le lega e che marca ancora di più la ciclicità del tempo che sono destinate a vivere, un tempo che non vuole cambiare e trova il proprio compimento nella sua natura immutabile. Di fronte a noi abbiamo una scenografia vuota, scarna che si riempie del racconto dei personaggi, fino a strabordare nel dramma della vita. La voce e il corpo vengono utilizzati nella loro totalità dagli attori, rendendo ancora più reale la storia e le emozioni dei loro personaggi. Il lavoro del regista Eduardo Di Pietro mostra grande studio e sensibilità verso l’argomento trattato e ciò rende ancor più piacevole l’esperienza di vedere “Il Colloquio”.   Per maggiori informazioni sulla tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival, consultare il seguente link  Ph© Ufficio Stampa: Sabrina Sabatino

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Libri

La storia di Munnu e del Kashmir | Recensione

Munnu, ragazzo del Kashmir, racconta la sua storia e insieme a lui quella del suo paese Munnu: un ragazzo del Kashmir di Malik Sajad è una graphic novel edita Add Editore è la storia di Munnu un bambino che vive nella regione del Kashmir: una popolazione devastata dalle occupazioni subite nel corso dei secoli che hanno ridotto a brandelli il territorio. Munnu ha sette anni, siamo negli anni ’90, ma il suo percorso di crescita è costellato da eventi che non fanno parte del nostro immaginario. La città in cui egli vive, Srinagar, è il palcoscenico di un conflitto tra India e Pakistan. Entrambe rivendicano sovranità sul territorio e i kashmiri, dal canto loro, reclamano l’indipendenza, organizzandosi in gruppi indipendentisti, tra cui il Jammu & Kashmir Liberation Front (Jklf). Il regime militare indiano sul territorio comporta molti rischi per gli abitanti kashmiri, i quali possono essere giudicati “terroristi” e giustiziati senza troppe cerimonie. Coprifuoco e rastrellamenti sono all’ordine del giorno. Il precorso di crescita di Munnu si svolge su questo scenario e, per quanto complesso e terrificante, il bambino riesce a trovare una valvola di sfogo nel disegno. Figlio di un artigiano che intaglia il legno con motivi floreali tradizionali del Kashmir, anche Munnu dimostra di avere talento nelle arti ricopiando le immagini di uomini e donne dal giornale. Crescendo i giornali non rimangono per lui un mero strumento di ispirazione, le parole incise nero su bianco sulle pagine iniziano ad acquistare senso e Munnu raffina la sua capacità critica nei confronti della realtà che ha intorno, una realtà che egli vuole cambiare tramite la sua arte. Incomincia a frequentare le redazioni dei giornali all’età di sedici anni, le sue vignette sono una denuncia della realtà in cui vive. Il suo nome arriva all’attenzione di un editore e una conseguente proposta di raccontare la storia del Kashmir in una graphic novel. È proprio l’espediente della graphic novel che consente a Malik Sajad di poter rappresentare con ironia disarmante una storia dai risvolti cruenti e sanguinosi come lo è stata, ed è tutt’ora, la vicenda del Kashmir. Infatti i kashmiri sono disegnati con fattezze animali antropomorfi, nello specifico i cosiddetti hangul, una sottospecie di cervo dal manto rosso. A causa del sovrappascolo del bestiame e dal bracconaggio, gli hangul sono in via di estinzione. Il simbolismo è palese, così come gli hangul, anche l’esistenza e l’identità dei kashmiri è minata dall’aggressiva occupazione indiana e dalle conseguenti rivendicazioni sul territorio da parte di India e Pakistan. Anche il linguaggio e lo stile utilizzato da Sajad si stratifica e addensa di significato con la crescita di Munnu: il tratto è semplice, essenziale, ridotto ai minimi termini. Proprio questa assenza di particolari scatena nel lettore un processo di ricostruzione parallela degli avvenimenti e scene. La libertà è per lui, inizialmente, un concetto interiorizzato inconsapevolmente  per poi diventare un desiderio e una necessità, che si concretizza con la volontà consapevole di contribuire alla causa di indipendenza del Kashmir. La maestria di Sajad sta nella sua […]

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Culturalmente

Top 3 dei grandi scrittori americani di ieri e di oggi

Questa è la nostra top 3 degli scrittori americani, anche se scegliere è stato più difficile del previsto. America, la terra in cui per alcuni i sogni potrebbero diventare realtà, per altri è illusione e per altri ancora è condanna. 1) Francis S. Fitzgerald Primo della lista è Francis Scott Fitzgerald autore de il grande Gatsby, rappresentante dell’età Jazz, o se preferite, dei ruggenti anni ’20. Fitzgerald ha fatto parlare molto di sé, e continua ad affascinare tantissimi tra i lettori dei nostri giorni. Il grande Gatsby è stato inizialmente accolto dalla critica come un vero e proprio disastro e Fitzgerald non ebbe modo di vederne il successo. Adesso, invece, possiamo considerare l’opera un vero e proprio caposaldo della narrativa americana del Novecento. Ambientato a New York tra upper east e upper west side, il libro ha come tema centrale quello della solitudine. Nel caos e la dissoluzione delle feste proibite, nei fondi delle bottiglie vuote, nessuno conosce l’identità, né tanto meno i pensieri, della persona che ha di fronte. Il più solo fra tutti è Gatsby. Rimasto prigioniero nel suo desiderio d’amore per Daisy, lo si vede nell’ora del crepuscolo ipnotizzato dal faro verde che si riflette sul pontile della casa della sua amata. «La notte, nel letto, lo perseguitavano le ambizioni più grottesche e fantastiche, il cervello gli tesseva un universo di sfarzo indicibile, mentre l’orologio ticchettava sul lavabo e la luna gli intrideva di luce umida gli abiti sparsi alla rinfusa sul pavimento. Ogni notte alimentava le sue fantasie finché la sonnolenza si abbatteva con un abbraccio dimentico su qualche scena vivace. Per un certo periodo queste fantasticherie gli procurarono uno sfogo all’immaginazione; erano un’intuizione confortante dell’irrealtà della realtà, una promessa che la roccaforte del mondo era saldamente basata sull’ala di una fiaba.» 2) J. D. Salinger A seguire J.D. Salinger autore de Il giovane Holden. Anche questo scrittore ha intorno a sé un aurea di fascino e mistero. Ispiratore del movimento letterario della Beat Generation, Salinger tratta temi come il rifiuto della vita borghese e l’incapacità dei suoi personaggi, specialmente quello di Holden Caulfield, di esprimere liberamente pensieri ed emozioni che si allontanano alla semplicità e abitudinarietà borghese. Il senso di inadeguatezza e incomprensione trovano spazio in molte delle sue pagine, rendendolo tuttora un autore significativo tra i lettori. «La gente pensa sempre che le cose siano del tutto vere. Io me ne infischio, però certe volte mi secco quando la gente mi dice di comportarmi da ragazzo della mia età. Certe volte mi comporto come se fossi molto più vecchio di quanto sono – sul serio – ma la gente non c’è caso che se ne accorga. La gente non si accorge mai di niente.» 3) Don DeLillo La riflessione interiore continua nella narrazione di Don DeLillo in Cosmopolis. Uno degli esponenti del postmodernismo americano, Don DeLillo descrive lo scenario di una realtà accelerata dal desiderio di produrre, consumare, automatizzare gesti e interazioni sociali. L’alienazione è una diretta conseguenza dei ritmi frenetici in cui è scandita […]

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Napoli e Dintorni

Insolitaguida – intervista alla presidentessa Salino

Negli ultimi anni il turismo a Napoli ha avuto una crescita esponenziale, senza freni. Le strade sono invase da cittadini e turisti per 365 giorni all’anno, senza sosta, tutti animati dal desiderio di scoprire e valorizzare una città dalla narrazione secolare. Dalle piazze invase dal sole ai vicoletti bui e stretti, Insolitaguida è un’associazione che dal 2007 opera sul territorio con l’idea di arricchire parte di questa narrazione, organizzando tour, chiamati anche passeggiate narrate, cene spettacolo e laboratori didattici. L’approccio di Insolitaguida nei confronti di Napoli non è quello di assorbire passivamente nozioni e informazioni riguardo la città, ma è quello di viverla e diventare parte di essa seppur soltanto per un paio di ore. I recenti sviluppi hanno portato ad un capovolgimento della situazione su scala globale, ma Insolitaguida non si ferma. Abbiamo intervistato la presidentessa dell’associazione, la dott.ssa Luigia Salino, proprio per capire come verranno gestiti i tour e quali sono i nuovi progetti in cantiere per il futuro. Insolitaguida – Luigia Salino Com’è nata Insolitaguida? Nasce da una mia idea nel 2007. Sono nel settore turismo da sempre e in questi anni ho preso diverse abilitazioni da accompagnatore a guida turistica. Avevo voglia di far conoscere una Napoli diversa da quella che si vede sulle cartoline. Già il nome dell’associazione suggerisce il tipo di approccio che adottate nei confronti della narrazione di Napoli. Potrebbe dirmi nello specifico quali sono gli aspetti “insoliti” che caratterizzano i vostri tour? Io le definisco “passeggiate narrate” perché con i nostri soci ci piace creare un’atmosfera informale dove la guida racconta al gruppo non solo la storia ma anche aneddoti, curiosità e, soprattutto, nello studio dei percorsi inseriamo sempre una piacevole sorpresa, ad esempio un caffè prima di partire oppure un cornicello realizzato a mano… il socio si sente coccolato e quest’aspetto mi piace particolarmente. Quale, tra la vasta scelta delle passeggiate narrate, pensa sia la più completa per conoscere Napoli? Questa è difficile! Forse Rione Sanità e cimitero delle Fontanelle perché unisce la visita a palazzi storici, all’attraversamento del colorato mercato dei Vergini, per poi visitare la chiesa di Santa Maria la Sanità, unica nel suo genere, e infine visitiamo il cimitero delle Fontanelle. L’accesso al cimitero porta all’interno di una cava di tufo dove riposano circa 40.000 teschi, chiamate a Napoli capuzzelle, e attraverso questa visita raccontiamo la devozione particolare dei napoletani. Il periodo di quarantena ha ispirato l’aggiunta di nuovi format alle attività dell’associazione? Assolutamente si! Lo stop forzato mi ha dato la possibilità di provare nuove strade, ho ideato due contest fotografici su Napoli e sul cibo cucinato in quarantena, abbiamo partecipato ad una maratona per bambini con la lettura di favole e ideazione di laboratori, tutto online e infine ho deciso “di metterci la faccia” realizzando delle dirette su Facebook passeggiando e intervistando la guida di turno e portando chi ci segue online in giro per la città. Una volta che le attività riprenderanno regolarmente, quale sarà la prima passeggiata narrata che farete? Il borgo di Santa […]

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Libri

Riscoprire Mazo de la Roche: il gioco della vita | Recensione

Il gioco della vita di Mazo de la Roche edito Fazi Editore è il secondo capitolo della saga di Jalna: una saga che racconta le vicissitudini e la storia centenaria di una famiglia stabilitasi nelle terre coloniali del Canada. Dopo un successo clamoroso, pari a quello di Via col vento, al seguito della prima pubblicazione negli anni ’20, Fazi Editore ha pubblicato giovedì 28 Maggio nella collana le strade l’opera di de la Roche, permettendoci di riscoprire la sua scrittura. Il gioco della vita di Mazo de la Roche: la trama Il centro di tutto è Jalna, la magione della famiglia Whiteoak immersa nei paesaggi selvaggi e incontaminati del Canada. Il cuore di Jalna è Adeline, il membro più vecchio della famiglia, donna ultracentenaria dai mille racconti e dal carattere indomito e passionale. Da lei, come genitrice più antica e quindi tronco stabile, si estendono i rami degli altri componenti della famiglia Whiteoak. La trama tessuta da Adeline sembra incominciare a perdere di stabilità con l’avanzare della sua età e la perdita di lucidità, portando tensioni e sconvolgimenti all’interno della famiglia. Tensioni giustificate dalla decisione della vecchia di destinare tutta l’eredità ad un unico componente della famiglia. In parallelo si dispiega la storia di Finch, da considerare quasi come una parentesi nel romanzo famigliare che assume i connotati di un romanzo di formazione. Penultimo dei nipoti, sensibile alla bellezza, all’arte e alla vita in generale. Egli è cresciuto troppo in fretta e si trova rinchiuso in un corpo fragile che, però, non placa la sua fame di cibo e di emozioni. Si ingozza fino alla nausea e così sono anche i suoi sentimenti. Come il giovane Holden, sentendosi costretto in dinamiche che strozzano la sua persona, scappa a New York. Tuttavia i luoghi, o meglio, le emozioni collegate a dei luoghi, imprimono vividi ricordi nei personaggi e il richiamo di Jalna è seducente e travolgente. Il gioco della vita. Magnetismo famigliare e natura L’opera di Mazo de la Roche porta con sé molte delle caratteristiche della letteratura canadese. In primis quella della descrizione degli spazi e dei luoghi. Jalna è completamente immersa nella natura e diventa parte integrante di essa. Infatti le mura della magione sono completamente ricoperte da piante rampicanti. Il gioco della vita copre l’arco di un anno e con il passare delle stagioni, lo scenario intorno muta. Il momento più glorioso della narrazione è quello dell’estate. Jalna è colma di vita, i fiori sono sgargianti, i giardini sono un tripudio di odori e colori. Per alcuni aspetti, questi elementi ricordano i luoghi de Le affinità elettive di Goethe, in cui la lussuria della natura e la vitalità degli specchi d’acqua, nascondono un lato sinistro e misterioso, l’olezzo della morte. È una natura carica di significato, allegorica per certi aspetti. I vari livelli di significato ci vengono esposti direttamente o indirettamente da quasi tutti i personaggi. Infatti Il gioco della vita è un romanzo corale che accoglie e muta lo stile e la psicologia del  linguaggio in base […]

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Libri

L’amore (im)perfetto di Pietro Falconetti | Recensione

L’amore (im)perfetto è l’esordio letterario di Pietro Falconetti, edito da Les Flâneurs e pubblicato il 4 Maggio. Il titolo è eloquente e suggerisce al lettore quale sia la tematica prevalente: l’amore. Un amore sfaccettato e dalle caratteristiche più disparate, ma che trova una sua unità  e un suo equilibrio con l’epilogo. Infatti, “L’amore (im)perfetto” è un romanzo corale che dà voce e corpo ai pensieri di ben dodici personaggi. Trama de L’amore (im)perfetto di Pietro Falconetti Elena e Alessandro vivono un amore clandestino, nascosto agli occhi curiosi della gente. Elena è sposata con Dario ed è madre da due anni di Giovanni quando incontra fortuitamente la sua anima gemella, Alessandro, un uomo affascinante, pieno di vita e amante della libertà. Basta uno sguardo ed entrambi vedono nella persona dell’altro un senso di familiarità, di completezza, così trascendentale da non potersi ignorare e stare lontano. Per quanto la volontà e la razionalità portino Elena ad allontanarsi da Alessandro, sarà il caso a farli rincontrare. La vita concede un’altra chance ai due di poter vivere il loro amore, ma saranno in grado di farlo? Alla figura di Elena sono collegati anche i personaggi di Daniele e Marilù. Daniele si è trasferito a Lecce a seguito di un evento traumatico: la morte del marito Alberto. A Lecce riqualifica un bar, apre l’attività e cerca di ristabilire nuovamente il proprio equilibrio. Il ricordo di Alberto lo accompagna sempre, tanto da pensare di non poter più essere in grado di amare. Tuttavia un giorno entra nel bar Enrico e le carte in gioco cambiano completamente il loro assetto. Marilù invece è l’amica più stretta di Elena. Ha conosciuto da poco Roberto, un ragazzo che la ama in modo incondizionato. Tutto sembra andare per il verso giusto, ma Marilù nasconde un segreto. Roberto, conosciuto il segreto della donna, riuscirà a sorprendere non solo lei, ma anche il lettore. A questa corona di personaggi, si aggiungo Elisabetta e Susanna. Due donne consapevoli di se stesse, dei propri obiettivi e desideri. L’amore che lega i personaggi si sviluppa in modo molto diverso, ma le loro relazioni possono essere ricondotte ad un unico denominatore comune, spiegato in un passaggio de “L’amore (im)perfetto”: “Vite diverse, persone diverse, storie diverse ma accomunati dall’amore che ci rende liberi nel mondo reale ma schiavi dell’altro. Abbiamo bisogno dell’altro. […] Solo l’amore riesce a unire l’uno con l’altro.” È difficile e crudele sottrarsi alla forza magnetica e benefica dell’amore. Accettarlo e viverlo, prendersi la responsabilità di preservarne la bellezza è un impegno che porta alla conoscenza di se stessi e alla possibilità di generare del bene in questo mondo. L’amore perfetto non esiste, perché imperfetti sono gli esseri umani. Ma è proprio dalle screziature e dai lati frastagliati della persona, che può nascere un amore tanto forte da rendere luminoso e perfetto tutto ciò che incontra. Fonte immagine: Ufficio Stampa.

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Musica

Chris Obehi, musica come umanità unita | Intervista

Chris Obehi, in occasione della pubblicazione di OBEHI, ha risposto ad alcune domande. Leggi qui la nostra intervista! Chris Obehi lancia il suo album d’esordio per 800A Records. Il titolo è OBEHI che in dialetto Esan vuol dire “mano dell’Angelo”.  L’album è un viaggio di 30 minuti in cui vengono racchiuse tante storie, ed in primis quella di Chris e dell’Africa che vuole raccontarci. Chris intraprende nel 2015 il suo viaggio per l’Italia, un viaggio che dura 5 mesi e durante il quale è stato incarcerato in Libia. Ancora minorenne, si stabilizza poi a Palermo dove continua a coltivare la sua passione per la musica frequentando il Conservatorio di Palermo. La storia che ci racconta è quindi materia viva, ricca di emozioni e bellezza. Grazie alla campagna crowdfunding su ProduzionidalBasso è stato possibile realizzare l’incisione dell’album, uscito venerdì 20 Marzo. In esso si alternano il pop al funk, percussioni e bassi che riportano all’afrobeat e il reggae. È un viaggio a tuttotondo sia nello stile musicale sia nella potenza narrante dei testi. Con Chris abbiamo parlato anche di plurilinguismo, umanità e ispirazione. Lasciamo direttamente la parola a Chris Obehi e ai suoi racconti. Ciao Chris, prima di tutto vorrei ringraziarti di aver accettato questa intervista. Da ex-studentessa di lingue vorrei subito partire con una domanda che mi è venuta in mente durante l’ascolto del tuo album. Nella canzone 100% Amore  hai cantato in almeno quattro lingue diverse. In che modo vivi e utilizzi il tuo plurilinguismo? Pensi che la commistione di più lingue possa descrivere al meglio le emozioni  che esprimi nei tuoi testi? Il mio plurilinguismo è l’espressione di me stesso e come lo utilizzo nella mia vita di tutti i giorni, lo uso anche in musica. Ciò che mi piace fare è mischiare più lingue all’interno della stessa canzone, perché esprimono me stesso. Credo infatti che usare diverse lingue all’interno dei miei testi possa unire le persone, perché la musica è per me uno strumento d’inclusione, che riesce ad avvicinare persone di background culturali diversi. Non scelgo la lingua più adatta per ogni mia canzone ma semplicemente scrivo nella lingua in cui mi sento di scrivere. Ci sono alcune canzoni dove la scelta della lingua non si pone, come con Mr Oga che non poteva che essere in pidgin per seguire la tradizione dell’afro-beat. Altre invece, come Non siamo pesci, dove la scelta della lingua è dettata dal messaggio che la canzone vuole dare. In questo caso, Non siamo pesci è stata ispirata dall’ esperienza che ho vissuto durante la traversata del Mar Mediterraneo. Volendo lanciare un messaggio a sostegno dei diritti umani, mi è venuto spontaneo scriverla in italiano, anche se quando l’ho scritta non era certo la lingua che padroneggiavo meglio. Walaho invece l’ho scritta in Esan, la mia lingua madre, perché è una canzone dedicata alla mia mamma. Tutte le lingue in cui scrivo i testi delle mie canzoni le considero parte di me. Inoltre nell’album c’è anche una traccia in siciliano, Cu ti lu […]

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Culturalmente

Mitologia Giapponese: divinità dello Shintō

Mitologia giapponese, un tema che solo a pronunciarlo già stuzzica la curiosità. Di cosa si tratta? Quanto si allontana dalla concezione di mitologia che abbiamo in mente? Le figure divine che costellano e caratterizzano la mitologia giapponese prendono inizialmente corpo negli insegnamenti dello shintoismo. La parola Shintō è composta dai seguenti kanji: 神 shin “divinità”, “spirito” e 道tō “via”, quindi letteralmente vuol dire “la via del divino” oppure “la via degli dei”. Gli studiosi rintracciano nello shintoismo le caratteristiche inconfondibili delle religioni primitive, basate sul culto della natura e i riti di purezza, chiamati in giapponese 穢れ kegare. Inoltre le divinità presentate e descritte, oltre a simboleggiare determinate caratteristiche degli eventi naturali e atmosferici, sono spesso caratterizzate da emozioni ed atteggiamenti umani. Parte del materiale mitologico che abbiamo a disposizione ci è pervenuto grazie al primo manoscritto giapponese, il  Kojiki (古事記 “Memorie di avvenimenti antichi”), compilato presumibilmente intorno al 712 d.C. dal nobile di corte Ō no Yasumaro, su richiesta del sovrano Tenmu. Mitologia Giappone: il mito della Creazione Partiamo dall’inizio dei tempi. Gli dei si riunirono nella Pianura dell’Alto Cielo e, guardando sotto le nuvole, si resero conto che sotto al cielo non vi era altro che una distesa informe di acqua salmastra e oleosa. Decisero che qualcuno sarebbe dovuto discendere e formare la terra ferma così da poter anche creare la vita. Si offrirono volontari i più giovani tra gli dei, Izanami e Izanagi, rispettivamente fratelli. I due scesero attraverso il Ponte Fluttuante del Cielo e nelle acque turbinose immersero la Lancia Gioiello del Cielo. Dalla punta della lancia incominciò a gocciolare del fango che, addensandosi e unendosi, incominciò a formare la prima isola del mondo, l’isola di Onogoro. Ma il lavoro di Izanami ed Izanagi era solo all’inizio. Circondati da una landa deserta, adesso dovevano procedere con la creazione della natura, della vita. Al centro del palazzo da loro costruito, si ergeva una colonna. Il rito del corteggiamento consisteva nel camminare intorno alla colonna, gli amanti si salutavano per procedere poi al concepimento. «Che giovane amabile!» – disse Izanami. «Che splendida fanciulla!» – disse Izanagi. Ma da questo loro primo tentativo nacque un bambino debole e privo di ossa, Hiruko il “bambino-sanguisuga”. Izanami e Izanagi incominciarono a interrogarsi su quale fosse stato il loro errore. Risalirono il Ponte Fluttuante del Cielo per interrogare le altre divinità, le quali risposero che non doveva essere la donna a parlare per prima durante il corteggiamento. I due, compreso l’errore, ritornarono sull’isola e tornarono a girare intorno alla colonna al centro del palazzo. «Che splendida fanciulla!» – disse Izanagi. «Che giovane amabile!» – disse Izanami. Izanami si trovò nuovamente incinta e i figli che nacquero furono tutti forti e possenti divinità. Anche loro continuarono il processo di creazione portato avanti dai genitori, generando altre otto isole sulla superficie salmastra, tra cui la divina terra di Yamato, ovvero l’odierno Giappone. La discesa nel Profondo Izanami e Izanagi continuarono a generare divinità. Nacquero le divinità del vento, degli alberi, delle pianure e dei monti. […]

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Libri

Giovanissimi: il romanzo di formazione di Alessio Forgione

Alessio Forgione con il suo libro Giovanissimi (NNEditore) si inserisce ufficialmente tra i dodici finalisti del Premio Strega 2020, raccontando Napoli nella sua contraddizione e natura bipartita di odio/amore. In questo contesto prende corpo la storia di Marocco, un ragazzo di quattordici anni che deve il suo nome al cespuglio nero di capelli crespi. Ha piedi leggeri che danzano sui campi da calcio, ma ha anche pensieri troppo rumorosi che lascia rinchiusi tra le mura della sua stanza. Possiamo considerare Giovanissimi un romanzo di formazione che l’autore ha suddiviso in cinque fasi: il rifiuto, la rabbia, il patteggiamento, la depressione e l’accettazione. Una parabola che abbraccia tutto il primo anno di superiori di Marocco, un’altalena che oscilla tra nichilismo ed eccitazione. Marocco assaggia la vita futura a piccoli morsi e abbuffate improvvise, ma non tra i banchi di scuola. Gli scenari in cui sembra sentirsi a suo agio sono i muretti vicino alla chiesa, le partite improvvisate di calcetto, i tetti da cui poter vedere le traverse della metro e le sale da gioco. Fumo, alcol, sogni e desideri prendono vita in questi luoghi e allo stesso modo vengono distrutti. L’entrata nel periodo adolescenziale dona a Marocco la curiosità nei confronti dei piaceri e delle emozioni, la volontà di autonomia rispetto alla figura del padre, ma toglie a lui l’innocenza e, materialmente, gli amici che, chi per scelta, chi per necessità, chi per caso, perdono la vita. La periferia, specialmente quella napoletana del secolo scorso, non è l’ambiente più semplice in cui crescere e la perdita dell’innocenza può diventare cruda e traumatica.  A tutto questo caos, si contrappone la calma della sua camera, pervasa da un silenzio a tratti insopportabile, lo stesso che si traduce nel vuoto che la madre ha lasciato andandosene di casa cinque anni prima. È un vuoto che lo inghiotte e lo fa sprofondare nella tristezza e nel dolore. Ogni tanto Marocco sogna la madre, la insegue ed è assettato del suo amore. Se questa è la vita, se bisogna provare così tanta sofferenza, allora la violenza è la risposta, pensa Marocco, rimanendo poi stordito dall’imprevedibilità degli eventi. Ad un tratto semplicemente scopre l’amore e la violenza non sembra essere più una valida risposta. Le tenebre cedono il passo al sole e all’arrivo dell’estate, con il profumo di salsedine e la riscoperta della propria purezza. Ma se ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, l’altra faccia della medaglia si svela nella sua natura malvagia e brutale. «La vita non è altro che un’inconsapevole attesa. Poi arriva, e fa male.» La scrittura di Forgione graffia il foglio con estrema forza, donando corpo e realtà alle immagini descritte. Il suo è un linguaggio che fa a meno della retorica e dei moralismi e la voce di Marocco diventa la voce collettiva di tutti i giovanissimi di ieri e di oggi. Gli episodi che investono il percorso di crescita del protagonista si illuminano come investiti da flash improvvisi, descrivendo in modo calzante quello che è il punto […]

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Libri

Tabish Khair: La notte della felicità, un libro sull’altro

La notte della felicità, opera dello scrittore indiano Tabish Khair con traduzione di Adalinda Gasparini per Tunuè, porta con sé un interrogativo che, bene o male, ci siamo posti tutti quanti una volta nella vita: quanto siamo disposti a conoscere l’altro? Quanto a voler condividere la sofferenza altrui? Il romanzo di Tabish Khair non dà risposte in merito, ma apre spunti di riflessione grazie alla voce narrante del personaggio principale, un business man di nome Anil Mehotra, uomo pragmatico, di successo che è riuscito a creare nel tempo il suo regno e la sua ricchezza. Ovviamente per fare tutto ciò è stato indispensabile l’aiuto dei suoi dipendenti, tra cui uno in particolare, Ahmed. Egli è già sulla cinquantina quando si candida per la posizione di lavoro e in più il suo nome evoca e traduce l’inquietudine degli equilibri sottili della società indiana che si basa sulla commistione fragile di culture e religioni a volte in simbiosi e a volte in contrasto. Mehotra scrive ricordando che, inizialmente,  era tentato dallo scartare l’eventuale assunzione di Ahmed  giustificandosi dietro al suo pragmatismo, il quale attentamente si può ridurre a una forma inconsapevolmente interiorizzata di razzismo. Tuttavia le notevoli capacità linguistiche di Ahmed sovrastano il senso di paura di Mehotra, il quale decide di assumerlo e, nel tempo, iniziare a considerarlo anche il suo braccio destro all’interno dell’azienda. Tra i due si va a stabilire una routine lavorativa che accorcia le distanze fra loro e fa cadere nel vuoto ogni diffidenza, o almeno questo è quello che pensa Mehotra, per il quale il lavoro rappresenta la ragione di vita e gli affari sono anteposti anche agli affetti famigliari. Mehotra si illude, in questo modo, di conoscere Ahmed nella sua integrità di uomo e lavoratore. Succede però che nella piovosa notte di Shab-e-baraat, Ahmed si mostra agli occhi del suo capo in vesti diverse più umane e fragili, rompendo il solido strato di cecità pragmatica di Anil Mehotra, il quale si sente tradito, offeso e umiliato dalla rivelazione che si spiega di fronte ai suoi occhi increduli. I colpi di scena di Tabish Khair Il libro prende una piega diversa. Incomincia l’indagine di Mehotra verso la scoperta del passato di Ahmed, nella speranza di riappropriarsi della sua realtà ordinaria e semplice che non ammette disordini e imprevisti. La ricerca febbrile però svela ancora di più la sofferenza che Ahmed ha vissuto nella sua vita, la genuinità dei suoi sentimenti, gli orrori che sono calati nel suo cuore come ghigliottine. Orrori così banali nella loro ragion d’essere da cui però sono sorte ferite che non possono essere curate in alcun modo. L’immersione nella storia di Ahmed, porta Mehotra a rispolverare l’esercizio dell’empatia. È proprio grazie a questa apertura del cuore che un uomo ordinario e anche un po’ superficiale come Mehotra riesce a vivere un’esperienza stupefacente e di grande sensibilità. Con quest’opera, Tabish Khair è riuscito a demolire mattone dopo mattone la figura oggi divinizzata dell’uomo pragmatico che, ridimensionato nella sfera degli uomini “comuni”, crolla nell’isteria […]

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Attualità

Studio Trisorio: Matronato alla carriera a Lucia Trisorio

Il 2020 si apre con eventi che mostrano una fresca e rinnovata sensibilità. Sintomo di ciò è l’evento di sabato 22 febbraio in sala Re_Pubblica al Museo Madre in cui la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee ha conferito il Matronato alla carriera a Lucia Trisorio, fondatrice dello studio Trisorio insieme al marito Pasquale. Un’avventura che inizia nell’ottobre del ’74 e che continua ancora oggi. Il volume “Studio Trisorio. Una storia d’arte” edito e pubblicato da Electa, ripercorre il percorso di 45 anni di lavoro e di vita di Lucia, Pasquale e delle loro tre figlie. Una storia di vita, quindi, che diventa arte proprio perché a servizio dell’arte. Lo sguardo rivolto all’orizzonte, la semplicità della disposizione d’animo, il desiderio di contribuire alla vita dell’arte e non prendere in considerazione il mero lucro personale: questi sono soltanto alcuni degli elementi che hanno contribuito al successo dei progetti di Lucia e Pasquale. Lo Studio Trisorio diventa quindi un luogo in cui si possono ripercorrere le tracce di artisti precursori dei loro tempi, come Dan Flavin, Kounellis, Andy Warhol fino ad arrivare agli orizzonti del futuro con artisti più recenti come Rebecca Horn, Marisa Albanese, Alfredo Maiorino. L’attività dello Studio continua con il suo percorso di ricerca e innovazione diventando un bacino di utenza anche per gli studenti universitari, i quali vedono svelarsi sotto ai loro occhi quegli artisti che compariranno successivamente nei manuali di storia dell’arte. Gli anni ’80 diventano il momento in cui dare spazio alla fotografia, ai video d’artista. Consapevolezza che sfocerà successivamente nel progetto ArteCinema dedicato ai documentari d’artista, festival ideato e curato da Laura Trisorio e seguitissimo tra i fruitori del panorama dell’arte contemporanea.  Si trova questo e molto altro nel volume “Studio Trisorio. Una storia d’arte.” L’attività instancabile, costante e frenetica di Lucia Trisorio non poteva non essere raccontata e premiata con il Matronato alla carriera.   Durante il corso dell’anno 2020 verranno assegnati altri due Matronati alla carriera, rispettivamente alla critica e storica dell’arte Lea Vergine e all’artista Tomaso Binga (Bianca Menna).   Ph © Filippo Tufano

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Food

Bertie’s Bistrot a Nola: un viaggio tra sapori esotici e tradizionali

Pressdinner di presentazione del menù primaverile del Bertie’s Bistrot di Nola. Materie prime di ottima qualità del panorama campano accostate a sapori esotici e freschi, come lo zenzero e l’alga in polvere. Il Bertie’s Bistrot si trova a Nola, in Via dei Mille n. 50, in provincia di Napoli. Già dall’entrata si percepisce il calore e la piacevolezza dello spazio interno, arredato in stile post-industriale e con una forte presenza dell’elemento legno. Ad addolcire e abbracciare lo sguardo sono inoltre le luci calde e soffuse che illuminano l’ambiente e catapultano immediatamente i commensali in una dimensione intima e rilassata. Questa è l’atmosfera che ci ha accolti e che ci ha permesso di poter godere a pieno del percorso culinario, minuziosamente studiato e curato dallo chef Valentino Buonincontri. Buonincontri non concepisce il cibo soltanto come mera esperienza sensoriale, ma lo associa anche ad un momento di convivialità e condivisione. Proprio per questo, tra le altre novità del Bertie’s Bistrot, troviamo l’introduzione del menù “Family Style” che si costruisce proprio sulla filosofia della condivisione, servendo tutte le portate dall’antipasto al dessert  a centrotavola in un unico piatto. Welcome Aperitif itinerante del Bertie’s Bistrot All’insegna della socialità e convivialità, siamo stati accolti al Bertie’s Bistrot da un aperitivo itinerante sul bancone in legno del locale in cui abbiamo assaggiato l’irresistibile Carrozzami, un croccante di mozzarella di bufala, per poi continuare con le alici in tempura e, degne di particolare attenzione, le ribs di maialino  croccanti accompagnate da un chutney di mela annurca, un accostamento perfetto per chi ama piatti vivaci e  agrodolci . In abbinamento agli assaggi dell’aperitivo, abbiamo provato la rivisitazione del Cocktail french 75, dalle tonalità fresche e perfetto per riequilibrare il palato dai sapori forti e corposi. Dinner Come antipasto abbiamo assaggiato un hot dog di polpo su un letto di patata concia. Un piatto che si è presentato molto equilibrato nell’esecuzione. Una nota di merito va alla cottura, effettuata a basse temperature per un tempo prolungato, che ha reso il gusto e la consistenza del polpo molto soffice e piacevole. Continua a sorprendere il Bertie’s Bistrot con la proposta dei due primi: Ravioli con ricotta, vongole, zenzero e polvere di alghe tritate e Risotto, piselli, limone e taleggio di bufala mantecato all’olio al rosmarino. Piatti che stuzzicano la fantasia di chi li legge sul menù e che non deludono nel sapore. L’accostamento del ripieno di ricotta dei ravioli con lo zenzero è ottimo e descrive a pieno la freschezza del menù primaverile e del vino abbinato, l’Aryete, un caprettone maturato in anfora dalle note delicate e floreali della casa vinicola Setaro. Come secondi la proposta è molto semplice. Abbiamo assaggiato un piatto a base di pollo, miso e croccante di verdure. A seguire una selezione ottima  di carne di bovino e suino alla brace, con cui siamo passati dalla cottura al sangue fino alle carni ben cotte.  La bottiglia di “Don Vincenzo”, un lacryma christi riserva del 2014 sempre prodotta dalla cantina Setaro, è riuscita ad esaltare e a […]

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Teatro

Il Quarto Vuoto alla Galleria Toledo: il dramma della solitudine

Andare a vedere “Il Quarto Vuoto” alla Galleria Toledo è un’esperienza che stordisce, riempie per poi svuotare nuovamente. È un cammino che diventa sempre più intimo e si insinua nei posti più bui, quasi dimenticati, del nostro pensiero. Allo stesso tempo si ricollega anche alla parte sensoriale, istintiva, animale dell’essere umano. Il teatro-danza non poteva che essere il veicolo di espressione più adatto per raccontare la storia senza tempo dello spettacolo, carico di allegorie, simboli e gesti primordiali collegati alle parole e ai discorsi frammentati della voce narrante di Andrea Lavagnino. Cos’è il quarto vuoto? L’idea della regista Gina Merulla nasce dopo un viaggio nel deserto,  il Rubʿ al-Khālī, il secondo deserto più esteso al mondo che ricopre un quarto della Penisola Arabica, soprannominato “il quarto vuoto”. Sconfinato come il paesaggio del deserto, si presenta così anche la scenografia completamente assente dello spettacolo. Uno spazio libero che però viene subito riempito dalla presenza irresistibile e magnetica dei performers. “Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria e l’ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici”. Ed è con le parole di Blaise Pascal che si va in scena. Le luci si accendono e inizia la danza spasmodica dell’esistenza umana. I veli del pressapochismo esistenziale vengono mano a mano tolti, non limitandosi a lasciare una carne nuda, ma andando ben oltre fino a toccare il nocciolo nascosto e indifeso della solitudine. Alle maschere sorridenti e sorprese di Sabrina Biagioli, Massimo Secondi, Fabrizio Facchini e Mamadou Dioume (attore e collaboratore di Peter Brook) si sostituiscono visi nascosti nei palmi delle mani, corpi chiusi in loro stessi, movimenti scomposti e scattanti delle membra seguiti da voci strozzate, lamenti antichi e dolorosi. Durante lo spettacolo si raggiunge quasi la consapevolezza di come in realtà sia semplicissimo essere soli anche se circondati da una grande folla di persone. “Non posso amarti da così lontano” – dice la voce di Lavagnino ad un tratto, forse perché il luogo della solitudine è isolato da tutto il resto  e in apparenza nemmeno l’amore è in grado di raggiungere quelle lande desolate. Persi, confusi, fragili. Ci ritroviamo a camminare nel buio con i palmi protesi verso il vuoto. Tocchiamo corpi, li viviamo e ci fondiamo con essi per sentirci meno soli. Ma nemmeno il sesso sembra poter placare la fame. E allora la fame prende forma in una scena di cannibalismo dettata dal desiderio di sentirsi pieni, pieni di persone, pieni del loro amore. Proprio nel momento in cui tutto sembra essere perduto, quando ormai con difficoltà si riesce a marcare il confine tra umanità e mostruosità, Dioume si erge possente sul palco e con infinita delicatezza prende tra le sue braccia il corpo rimpicciolito dalle paure di Sabrina Biagioli forse ricordando che per quanto si presenti oscuro e tenebroso il cammino della solitudine, alla fine si può trovare salvezza  nell’incontro e nella condivisione con il prossimo. Per maggiori informazioni sulla stagione teatrale della Galleria Toledo, consultare il seguente link   Ph.  © Violetta Canitano  

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Recensioni

Peppe Iodice in Jody Beach Party: l’estate a Gennaio al Teatro Augusteo

Jody Beach Party è lo spettacolo ideato da Lello Marangio e Peppe Iodice, con regia di Francesco Mastrandrea e ha portato con sé l’odore del mare e il suono dei tormentoni estivi  in sala al Teatro Augusteo le sere del 23 e 24 Gennaio, stravolgendo completamente la percezione dello spazio-tempo. Com’è nata l’idea del Jody Beach Party? Ce lo spiega Peppe Iodice in persona all’inizio dello spettacolo. Non è tanto per andare contro o competere con Lorenzo Jovanotti, quanto il desiderio di vivere la vita di tutti giorni, per quanto abitudinaria a volte, con la voglia di divertirsi. Infatti il Jody Beach Party parte dall’essere spettacolo per diventare un’esperienza condivisa. Il pubblico interagisce attivamente e segue e cambia le carte in gioco, ride e risponde. L’atmosfera che si respira appena si entra in sala è elettrica. Le maschere camminano tra le file e le poltrone con cesti pieni di cibo e vivande, tanto da avere l’impressione di essere al Super Bowl negli U.S.A. Il palco è completamente inondato dalla luce dei fari, forti come il sole in Agosto. Alla consolle c’è Daniele “Decibel” Bellini, speaker dello stadio San Paolo che riesce ad interagire con grande alchimia insieme a Peppe Iodice e a divertire il pubblico con il mix e la scelta delle canzoni. La musica non è solo un accompagnamento, ma vero e proprio strumento di viaggio nel tempo. Tra gli ospiti speciali ci sono i Los Locos, duo italiano di musica latino-americana composto da Roberto Boribello e Paolo Franchetto. Il loro beat ci riporta con un battere di ciglia automaticamente all’inizio degli anni novanta e i colori delle camicie fluo stile hawaiano incoronano l’atmosfera. E tra le note di Mueve la colita  e El tic tic tac abbiamo momenti di “serietà” con un pezzo che si avvicina molto per lo stile ai monologhi di stand-up comedy con temi che trattato l’imprevedibilità e la disorganizzazione del sopraggiungere della morte e un monologo che celebra per vie traverse l’importanza della cultura. A dividere il palco con Peppe Iodice, oltre a ballerini, amici e baristi, c’è Lello Marangio, co-conduttore e la voce indispensabile dell’amico razionale nelle serate di festa, quell’amico che non ti abbandona nemmeno durante le serate in cui hai bevuto un po’ di più. Si raggiunge la sublimazione del party con la celebrazione di un matrimonio, l’amore come parte del divertimento e il sentimento che porta con sé la felicità di una semplice e indimenticabile serata estiva, come quella del Jody Beach Party. Per maggiori informazioni sulla stagione teatrale 2020 del Teatro Augusteo, consultate il seguente sito: http://www.teatroaugusteo.it/1/cartellone_2019_2020_1365226.html

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