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Eroica Fenice

Recensioni

Campania Teatro Festival 2021: Les Folies Napolitaines

Per il Campania Teatro Festival è andato in scena il 1 e 2 luglio lo spettacolo di burlesque Les Folies Napolitaines prodotto dalla scuola Burlesque Cabaret Napoli e diretto da Floriana D’Ammorra nella cornice incantevole del Real Bosco di Capodimonte. Possiamo considerare Les Folies Napolitaines un omaggio alla tradizione degli spettacoli di music hall, varietà e cabaret de Les Folies Bergère di Parigi, che tanto hanno ispirato i lavori di famosi pittori, come Manet e Toulouse-Lautrec. In questo spettacolo si fondono magistralmente l’estetica retrò e un linguaggio, espressioni ed immagini dei giorni nostri. Infatti la sensazione è quella di ritrovarsi in una macchina del tempo che catapulta in un’altra dimensione ed essere comunque in grado di ritrovare aspetti familiari e riconoscibili. Il ritmo dello spettacolo è un continuo salire e lo spettatore può solo che rimanerne incantato. Durante l’esibizione a tenere sempre alta l’attenzione ci pensano Fanny Damour e Marlon Dietrich che, grazie alla loro alchimia e fascino, tra una battuta e qualche battibecco, sono stati il collante tra una performance e l’altra. Fanny è accogliente, sbarazzina e a tratti svampita. Marlon invece ha sempre pronta la risposta giusta, stuzzica con la sua arguzia e caparbietà. Il filo rosso che unisce le perfomance è l’espressione dell’erotismo, che sul palco assume una vera e propria forma e storia. Gli artisti si donano letteralmente al pubblico, rivelando e nascondendo, creando una tensione che non può non stuzzicare la curiosità. Nulla è scontato ed ogni siparietto è riuscito a riempire di meraviglia e sorpresa le facce del pubblico. Gli schemi del fantomatico decoro sociale si trasformano, diventando fluidi e liminali. Sul palco si celebra la bellezza dei corpi in tutte le sue forme, che siano maschili, femminili, statuarie o morbide. Se questo aspetto ha sempre fatto parte del burlesque, ora più che mai si inserisce e contribuisce al contesto del movimento del body positivity. Durante lo spettacolo sono molti gli stereotipi che vengono abbattuti e il clima è festoso, libero e gioioso. Un applauso a tutti gli artisti che si sono esibiti e che hanno reso l’aria magnetica ed elettrizzante: Floriana D’Ammorra in arte Fanny Damour e Roberta della Volpe in arte Roby Roger,  Salvatore Veneruso in arte Marlon Dietrich, gli “sguatteri” della compagnia che ci hanno intrattenuto in un continuum di risate, lo special-guest della serata che da Portland, passando per Vienna, è giunto sul palco del Campania Teatro Festival portando un bagaglio pieno di meraviglie: Russell Brunner. Grazie ad Alessandro Capasso in arte Al Capasso, Chiara D’Agostino in arte Grace Heart, Flora Coppola in arte Madame Flo e Claudia Esposito, la mastodontica bellezza primigenia, in arte Claude Legal.   Fonte immagine: Ufficio Stampa

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Libri

Il libro del tè – un ponte tra antico e moderno Giappone

Entra a far parte della collana I piccoli grandi libri di Garzanti “Il libro del tè”, tradotto da Giuseppe Maugeri. Questo libro che, per il titolo, dà l’idea di essere un manuale su come preparare un buon tè, è in realtà un saggio con un intento ancora più grande: quello di mostrare in modo essenziale e diretto parte della grande cultura orientale, passando dal lascito dei grandi maestri cinesi fino ad approdare in Giappone. Lo scrittore di questo saggio, Okakura Kakuzo, ha operato dai primi del ‘900 con lo scopo di divulgare la cultura del Giappone in risposta al processo di occidentalizzazione dell’Asia orientale. Con l’arrivo sulle coste giapponesi delle fumose navi del Commodoro Perry, infatti, incomincia a dilagare sempre più la tendenza all’imitazione dello stile di vita e dei costumi dell’occidente, a discapito della cultura autoctona. Okakura Kakuzo, discendente da una dinastia di samurai, sembra rappresentare l’anello di congiunzione tra l’antico e il moderno Giappone e “il libro del tè” è parte di questa congiunzione.   La filosofia del tè non costituisce un mero estetismo nella comune accezione del termine, dal momento che esprime, insieme con l’etica e la religione, il nostro modo di concepire l’uomo e la natura. Dietro e dentro alla tazza di tè è possibile trovare molteplici significati, oltre che essere una bevanda con una tradizione antichissima. Kakuzo percorre a ritroso la storia del tè, la sua declinazione nelle varie epoche. Inizialmente il tè viene utilizzato come medicina, igiene per poi diventare il veicolo attraverso il quale poter accedere al proprio io, un’introspezione che è andata a convergere con varie correnti di pensiero, quali il taoismo, per poi ancorarsi alla filosofia Zen. La storia del tè abbraccia inconsapevolmente anche altri aspetti della cultura giapponese, quali l’architettura. La stanza in cui viene praticato lo Cha no yu, ovvero la cerimonia del tè, ha una conformazione abbastanza precisa, con degli elementi e uno stile imprescindibili. Così lontano dall’opulenza delle regge e dei palazzi imperiali, della stanza del tè si celebra l’essenzialità, l’incompiuto e il vuoto. Questo perché nella totalità degli elementi che compongono una stanza, non deve perdersi l’opportunità di esprimere la propria individualità. Mantenere la proporzione delle cose e concedere spazio agli altri senza perdere il proprio. Il concetto della proporzione ricorre in tutto il libro e ho trovato di grande ispirazione la riflessione che l’autore fa circa il rapporto che intercorre tra l’uomo e la natura, e come anche questo abbia bisogno di proporzione, specialmente in merito ai fiori, decorazione presente nella stanza del tè e che conferisce il tono e il tema dell’incontro tra le persone. “Il libro del tè” è l’assaggio perfetto per incominciare ad affacciarsi al mondo di una cultura così distante quale quella giapponese e la voce di Kakuzo risulta chiara in tutti i passaggi del libro. Accompagna il lettore verso riflessioni a tratti scomode, ma che arricchiscono notevolmente lo spirito con una visione estetizzante della realtà.   Fonte immagine: Pixabay

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Teatro

Raccontami Shakespeare: una rivoluzione teatrale

Raccontami Shakespeare, spettacolo di debutto della compagnia teatrale campana Cercamond, semifinalista del Roma Fringe Festival e messo in scena il 22 Aprile sulla piattaforma streaming teatro.it. Il nucleo della compagnia Cercamond è costituito da Sara Guardascione e Andrea Cioffi, nonché protagonisti della pièce teatrale Raccontami Shakespeare, interpretando rispettivamente i fratelli Mary e Charles Lamb. Recensione di Raccontami Shakespeare Siamo nel primo decennio del 1800 a Londra, Charles e Mary presentano ad un editore il loro coraggioso progetto: una riscrittura delle opere di  Shakespeare in forma narrativa, con l’intento di far appassionare i giovani ai personaggi e alle storie che hanno reso tanto famoso il teatro inglese. Un progetto innovativo ma anche rischioso, in quanto mette in discussione lo stesso sistema scolastico del tempo ed è quindi un oggetto facile a critiche e rifiuti. Il progetto editoriale sarà anche un pretesto per raccontare il singolare rapporto di stima e affetto tra i fratelli Lamb. Charles e Mary filtrano il mondo che li circonda con una sensibilità precorritrice, mettendoli inevitabilmente in contrasto con le etichette sociali e morali. Mary Lamb è una donna molto intelligente ed emancipata. Tra i suoi progetti per il futuro non compare la ricerca di un marito e questo la porterà ad avere delle accese discussioni con la madre, che è tutto fuorché affettuosa, incarnando il simbolo di un femminile oppresso e incattivito dalla società.   Anche Charles Lamb è vittima dell’epoca in cui è nato che lo relega nella sola funzione di capo di famiglia, in cui i sentimenti di fragilità e malinconia non sono ammessi. Mostrando la sua sensibilità, che materialmente si esprime anche nella sua balbuzie, egli verrà costretto ad un anno in manicomio, per sanare il suo spirito troppo vagabondo. A seguito di eventi traumatici, i fratelli Lamb si avvicineranno ancora di più con la volontà di proteggere l’un l’altro dalle barbarie di un sistema che vuole appiattire e semplificare l’animo delle persone. La loro promessa riecheggerà in sala molte volte: “fino all’ultimo istante”. Questa promessa che porta conforto, ma diventa anche condanna, prende forma ed espressione  nella narrazione che i fratelli Lamb fanno delle opere di Shakespeare. In quei frangenti, i fasci di luce colpiscono i personaggi dall’alto, inombrando il viso e dando spazio unicamente alle parole. Lo stesso Charles Lamb non balbetta più quando declama e recita le opere di Shakespeare, e la sorella lo segue e lo accompagna nell’interpretazione, facendo proprie e intime le immagini di un teatro che sembra perduto, un teatro vero in cui le fragilità della carne e i voli pindarici dello spirito erano ammessi. Raccontami Shakespeare è uno spettacolo che racchiude in sé molte riflessioni, mettendo a nudo il precario equilibrio in cui gli uomini e le donne si giostrano per sopravvivere e rimanere fedeli al proprio io nel tessuto sociale, utilizzando lo strumento del teatro e della narrativa come generatore primario di realtà e bellezza.   Fonte Immagine: Ufficio Stampa 

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Libri

Shady e Mohamed Hamadi raccontano la Siria | Recensione

Mohamed e Shady Hamadi per Add Editori: recensione “La nostra Siria grande come il mondo”. Dopo le pubblicazioni de La felicità araba (2013) e Esilio dalla Siria (2016), esce l’ultimo tassello del ciclo di narrazione della Siria “La nostra Siria grande come il mondo” dello scrittore Shady Hamadi in collaborazione con il padre Mohamed Hamadi per Add Editore. Questo saggio scritto a quattro mani mostra istantaneamente e in modo distinto le voci dei due autori che si incontrano nella narrazione della Siria, intersecando immagini sia visive che interiori di questa terra, in una sorta di confessione e racconto intimo. Il libro è suddiviso in 10 capitoli: 5 scritti da Mohamed e 5 da Shady. È interessante notare come, capitolo dopo capitolo, la voce dei due autori converge sempre più, quasi a dipingere quella vicinanza avvenuta solo successivamente nel loro rapporto padre e figlio. “Sono nato nel 1943 a Talkalakh, primo di nove tra figlie e figli.” Così si presenta Mohamed, andando a ritroso nei suoi ricordi e raccontandoci la sua città natale, il percorso di crescita, il rapporto con la famiglia, la scuola e, crescendo, il governo. Ma non solo, perché le sue parole esprimono anche la sensazioni, le emozioni, la mutazione di desideri e sogni per il proprio futuro, intersecato in un qualche modo con quello della Siria, lo specchio in cui immancabilmente si riflettono i pensieri di Mohamed. Pensare alla Siria a tratti sembra faticoso, perché un addio con la propria terra natale non è del tutto possibile, ma la violenza e la macchina avvelenata e corrotta di un governo ingiusto possono allontanare. Tuttavia, anche quando il racconto si fa più tetro, la voce di Mohamed echeggia con la forza di chi ha riflettuto nel tempo, riuscendo a raggiungere un proprio equilibrio. “Allora la lingua araba aveva un posto nelle mie orecchie e nel mio cuore, ma non era ancora arrivata alla mia mente né alla mia lingua. Amavo ascoltarla, mi dava tranquillità e una sensazione di familiarità, ma non comprendevo neanche una parola. Era come essere in una casa che sai di conoscere, ma avvolta in un buio impenetrabile dove è impossibile muoversi.” I capitoli scritti da Shady Hamadi mostrano spesso la sua ricerca nel tempo di “casa”, intesa come legame familiare, ricerca della propria identità, ricerca di una fede, di giustizia, di una patria. Shady evidenzia, descrivendo vari stadi della sua vita, come la sete di conoscenza e ricerca aumenti fino a diventare insostenibile, fino a quando la nebbia incomincia a dipanarsi grazie anche ad un avvicinamento intimo al padre. È parlando, confrontandosi e discutendo che Shady incomincia a capire e a improntare il suo avvenire anche grazie alla consapevolezza raggiunta, agli obiettivi che da mere idee prendono forma: raccontare la Siria. Parlare così onestamente ad un pubblico di lettori non deve essere stato semplice, ma Mohamed e Shady hanno raggiunto un equilibrio importante nella narrazione che non passa inosservato. Il racconto della Siria si incrocia con il racconto della famiglia Hamadi, con il riuscire a […]

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Libri

Ora che eravamo libere di Henriette Roosenburg – Recensione

Recensione del romanzo memoir “Ora che eravamo libere” di Henriette Roosenburg, edito Fazi 21 Gennaio 2021: a ridosso della giornata della memoria esce la novità editoriale “Ora che eravamo libere” di Henriette Roosenburg edito Fazi Editore, il memoir che negli anni del dopoguerra ha avuto una grande fama non solo per lo stile ma soprattutto per il contenuto, una testimonianza diretta della libertà ritrovata in quelli che sono stati anni bui e di inimmaginabile sofferenza. Il contenuto di questo romanzo è una preziosa documentazione di un periodo storico che necessita di essere ricordato, raccontando un aspetto inedito e poco esplorato. Infatti i personaggi presentati hanno partecipato alla resistenza olandese durante gli anni della guerra, collaborando a stretto contatto con l’Inghilterra. Zip, la narratrice, alias Henriette Roosenburg, di ventotto anni, collabora con la stampa clandestina del “Het Parool”. Diventa una staffetta tra Belgio, Francia e Svizzera per aiutare un gruppo di partigiani che trasmettevano informazioni all’Inghilterra circa lo spostamento delle truppe tedesche. Joke, la più giovane, di venti anni appena, lavora nelle cosiddette “vie di fuga”, accompagnando aviatori alleati oltre il confine tra Olanda e Belgio. Nell, trent’anni, fa parte della resistenza e coordina i nascondigli per i piloti alleati abbattuti in Olanda. Dries, ventisei anni, è un marinaio mercantile in congedo. Aveva tentato di attraversa il canale della Manica da una spiaggia olandese per poi essere catturato. Tutti e quattro i personaggi vennero arrestati nella primavera del 1944 e condannati a morte. Il loro destino nei mesi successivi è simile, infatti i prigionieri politici di guerra avevano due sorti: o venivano giustiziati oppure venivano deportati nei campi di prigionia e concentramento, luoghi in cui trovare la morte era abbastanza semplice. I prigionieri politici facevano parte del cosiddetto gruppo “Nacht und Nebel” (ovvero Notte e Nebbia) soprannominato NN, ovvero il gradino più basso della scala gerarchica della prigione. Infatti, i prigionieri del gruppo NN, oltre a dover svolgere i lavori più faticosi, ricevevano la minor quantità di cibo ed erano isolati da qualsiasi interazione sociale. “Il fatto è che il corpo umano è capace di sopportare molte più privazioni di quante comunemente si pensi, a patto che la mente abbia qualcosa cui appigliarsi, anche la cosa più sciocca.” La fine della guerra arriva e gli alleati entrano in Germania e i prigionieri ritrovano la libertà, accompagnata dal suono dei cardini della cella che si apre. “Adesso invece, al cospetto della vastità di quel panorama luminoso e quieto, l’immensità della libertà ci investì come un’onda sulla spiaggia, inghiottendoci, togliendoci il respiro, facendoci barcollare sulle gambe stanche.” È proprio da questo punto che prende forza la narrazione in un susseguirsi di scene, gesti e parole che hanno assunto un nuovo significato, un rinnovato valore. Trovata la libertà Nell, Joke, Zip e Dries vogliono tornare a casa dalle proprie famiglie, in Olanda per poter nuovamente parlare olandese e girare per le strade sentendosi al sicuro. Ma, quello che segue la liberazione dalla prigionia, è una grande avventura e un processo lento e importante di […]

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Musica

Sessioni Segrete, il nuovo album di Attilio Fontana

Sessioni segrete è il nuovo album acustico di Attilio Fontana uscito il 4 dicembre in versione digitale. Ecco la nostra intervista. Sessioni segrete è il nuovo album acustico di Attilio Fontana uscito il 4 dicembre in versione digitale composta da 11 tracce di storie narrate, dal sapore romantico e sognante. L’atmosfera è seducente e richiama gli ambienti fumosi e le tonalità del jazz. Tra le interessantissime note che compongono questo album, è doveroso menzionare la registrazione volutamente “rustica”. Infatti Sessione segrete è stato registrato in una live session all’Ellington Club, uno dei più importanti locali live di Roma, a seguito del rinvio di un concerto già pattuito. Attilio e il suo trio hanno dimostrato con la registrazione di questo disco che, per quanto alcune situazioni possano sembrare avverse, la capacità di reinventarsi e di continuare a credere nei propri progetti genera una forza e una bellezza che mette in ombra le difficoltà. Sessioni Segrete, intervista ad Attilio Fontana Ciao Attilio! Prima di tutto volevo ringraziarti per la disponibilità e comincerei subito con le domande. Il titolo dell’album, Sessioni segrete, sembra sposarsi perfettamente con l’atmosfera – a tratti misteriosa – di questo anno. Com’è stato registrare e suonare all’Ellington Club senza pubblico? Grazie a te.  È stato prima di tutto un bisogno, la necessità di intrappolare queste canzoni in questa forma. Ho amato follemente i bootleg da adolescente, alcuni dischi registrati live li ho consumati e visto che era l’unico modo e il periodo perfetto per (non) farlo ho deciso di provare adesso e, un po’ come dici tu, in segreto. È come sussurrare qualcosa nell’orecchio a chi ha voglia di ascoltare e la cosa più affascinante nella sua stranezza è stata l’intimità con la quale abbiamo messo il più possibile l’anima e l’empatia del momento, ogni sessione era diversa dall’altra, con un’energia differente. È incredibile quello che succede nel live e anche in questo caso volevamo intrappolare persino l’aria che si respirava tra i silenzi, i respiri nudi e il rumore del tasto REC. La mancanza del pubblico ovviamente si è fatta sentire, ma l’alchimia di questo progetto, per l’entusiasmo che sta generando, è proprio questa: la “mezza mela” mancante di Sessioni Segrete sta diventando chi lo ascolta, mi stanno scrivendo cose molto belle e tra queste il complimento che più ho apprezzato è quello di chi mi dice che una volta messe le cuffie si sente lì a un centimetro da noi e con noi percependo ogni respiro, questo per me è inestimabile. Come mai il titolo Sessioni segrete? Mi piaceva l’idea di una bottiglia di Rum distillata clandestinamente, che potesse essere “bevuta” solo da chi l’ha assaggiata e da chi vuole tornare a sentire quel sapore, analogico e senza conservanti, che ho sempre messo nei miei dischi dove il ruolo del computer era solo quello di registrare senza mai manipolare troppo il sound. Sono sempre stato suggestionato dal lavoro fatto con musicisti in studio o dalle registrazioni dei primi vinili dove si appoggiava la puntina sulla cera e […]

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Musica

Sky of Birds e il nuovo album: Matte Eyes / Matte Moon

Matte Eyes / Matte Moon è l’ultima uscita disponibile dal 20 Novembre della band Sky of Birds per MiaCameretta Records. L’album, composto da dieci tracce, è un turbine di esperienze e riflessioni che si perdono nell’atmosfera nebbiosa della notte, il tutto possibile grazie alla ricerca e allo stravolgimento dei suoni classici degli strumenti utilizzati. Matte Eyes / Matte Moon è un viaggio interiore che si consuma fino ai primi momenti dell’alba, in cui non mancano introspezione e risveglio. Dal sapore internazionale, non solo per il cantato inglese, gli Sky of Birds propongono un album ricco di sperimentazioni e contaminazioni; un esperimento musicale che ricorda la scia post-rock e sfocia a tratti nel low-fi. Nel panorama della musica alternativa italiana, gli Sky of Birds si presentano forti, e di certo ne è una prova il nuovo album. Matte Eyes / Matte Moon – Intervista alla band Sky of Birds Come descrivereste il percorso dal primo album Blank Love a Matte Eyes / Matte Moon? Il percorso tra i due dischi è stato di grande ricerca e di rinnovamento del suono della band. Già dalle prime canzoni scritte dopo Blank Love ci siamo resi conto che i pezzi stavano prendendo una piega molto diversa da quelli del disco precedente; che andavano verso sonorità più cupe, notturne, rispetto alla vecchia produzione, ma anche molto più “soniche” e meno cantautorali, e per certi aspetti più ossessive e minimali. Abbiamo lavorato moltissimo sul suono, sia in sala prove durante la pre-produzione che in studio al momento della registrazione e del mixaggio, cercando di non tralasciare nessun elemento, di fare attenzione al dettaglio anche più piccolo, ad ogni feedback di chitarra, all’intensità di ogni eco o delay. Abbiamo sperimentato sui nostri strumenti (e anzi abbiamo lavorato tutti da polistrumentisti) e abbiamo aggiunto strumenti nuovi (come la chitarra baritona, o il mandolino, stravolto con dosi massicce di delay e fuzz); e c’è stato poi un uso maggiore delle sonorità elettroniche (in un pezzo in particolare, “Haze daze dazzle”). C’è poi da considerare che durante la scrittura di questo disco la band ha subito un cambio di formazione (con l’abbandono di un membro e con la sostituzione del batterista), per cui, come succede spesso in queste occasioni, il lavoro di “ripensamento” del suono è stato ancora più evidente e importante. Matte Eyes / Matte Moon, insomma, è un disco che da un certo punto di vista rappresenta il “nuovo corso” della band, ma in fondo non ne snatura le caratteristiche fondamentali, né le peculiarità del songwriting. Come mai “Matte”? Cosa avete cercato di qualificare come opaco nelle vostre tracce? È un’opacità figurata, come quella di una persona con lo sguardo annebbiato che guarda una luna offuscata dalle nuvole. Un’opacità, dunque, sia reale che di percezione: un’incertezza di fondo, come quella di questi “strani giorni” che stiamo vivendo. Durante l’ascolto dell’album ci si sente catapultati in atmosfere notturne e nebbiose. È questo il genere di atmosfera che avete cercato di creare? È esattamente il genere di atmosfera che andavamo […]

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Libri

Romanzo dell’assenza: Perdersi di Elizabeth Jane Howard

Perdersi, edito e pubblicato da Fazi Editori l’8 Ottobre 2020, è stato il mio primo approccio con la scrittrice Elizabeth Jane Howard, famosa soprattutto per la saga dei Cazalet. Questo perché la scrittura della Howard è pungente, fresca e cattura la curiosità dei lettori con facilità. Perdersi  si apre con il finale, la prima riga svela l’epilogo crudo della storia. Elizabeth Jane Howard tuttavia sa come tenere viva l’attenzione e ogni capitolo dona dettagli e sfumature alla storia, che si ricompone come pezzi di un puzzle, dando la possibilità al lettore di entrare ed essere coinvolto sempre più nel flusso narrativo. Il racconto è affidato al duetto dei personaggi principali: Daisy e Henry. Per quanto deprecabile e inquietante, inizialmente Henry si presenta come un uomo solo, ferito, ma anche fantasioso e tenace. La sua è una psiche turbolenta, annebbiata dai propri monologhi. Lui stesso si rende conto della facilità in cui riesce a perdersi nelle sue bugie, nelle fantasie che hanno subordinato la realtà al proprio volere. Dall’altro lato abbiamo invece la voce di Daisy, donna dal passato costellato da sofferenze legate spesso agli affetti e all’amore. Nonostante ciò è riuscita a costruirsi una carriera soddisfacente come drammaturgo: è indipendente e circondata da amici amorevoli. «[…]non devi più preoccuparti di come dividerti tra lavoro e amore, ti vesti bene per piacere a te stessa, puoi leggere tutta la notte se ti va, puoi saltare i pasti, comprarti un’auto costosa e un cottage: insomma sei libera di fare ciò che più ti piace.» La consapevolezza di libertà e indipendenza soddisfa Daisy, ma non la fa sentire completa come persona sociale, capace di amare. Questo Henry l’ha capito posando su di lei un solo sguardo. Lui è un uomo sensibile che, bene o male, riesce ad inquadrare con facilità i pensieri e le debolezze delle persone che ha di fronte, specialmente le donne, e ha fatto uso in passato di questa sua abilità strumentalizzando sentimenti ed emozioni, piegandoli alle sue necessità e desideri. «Volevo che mi amasse, che dipendesse da me, che mi considerasse la persona più importante nella sua vita.» Il titolo originale dell’opera Falling è interessante per molti aspetti in quanto, nella sua essenzialità, ha moltissimi livelli di significato. Può indicare il cadere in tentazione, cadere tra le grinfie, cadere nell’oblio. In tutto il romanzo c’è una sensazione di pesantezza, di presagio verso la disfatta, in cui nessuno ne uscirà illeso. Nonostante gli eventi del libro siano pochi, così come l’azione, Perdersi è una di quelle letture che dà spazio ad una introspezione onesta e che proprio per questo risulta piacevole e scorrevole. Fonte immagine: Fazi Editore

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Attualità

Fish Bar Burger: il pub di mare nel cuore di Chiaia

La squadra composta da Alfio Giacco, Raffaele Verde, Ivan Vigilante e Alberto Ruffolo si lancia in una nuova avventura con l’apertura di Fish Bar Burger nel cuore di Chiaia, a Napoli, precisamente in via Bisignano 3. Il format è quello di un pub di mare, con gustosi panini e proposte di pesce di alta qualità, accompagnati da salse homemade e abbinamenti di drink studiati per ogni piatto. Abbiamo intervistato il Sig. Giacco per entrare nel vivo del progetto Fish Bar Burger. Cosa ha ispirato l’apertura del Fish Bar Burger? In cosa si differenzia dal Fish Bar Marechiario? L’ispirazione è nata dal connubio perfetto dell’ingrediente di pesce, presente in tutti i piatti del nostro famoso locale di Marechiaro, e i panini fatti in casa da un forno di nostra conoscenza. Il locale di Via Bisignano si differenzia da quello di Marechiaro soprattutto nella location e nel menù.  Nello specifico come avete diviso i compiti nel vostro team? Qual è l’ingrediente fondamentale per far funzionare bene una squadra come la vostra? Abbiamo due dei nostri soci che sono anche dipendenti della nostra azienda. La nostra forza è la divisione dei ruoli e il rispetto degli stessi.  Durante la scrittura del menù, avete pensato a dei piatti che potessero descrivere gli odori e i sapori di Napoli? Si, nel nostro menù ci sono tanti ingredienti che vengono dalla terra campana . Dalla mozzarella di bufala ai limoni di Sorrento.  Quale abbinamento piatto&drink pensa sia il must-have del menù? Scugnizzo islandese con Gin Tonic alla menta.  Avete in mente altri progetti per il futuro? Se sì, ci sarà sempre di mezzo il mare? Si abbiamo in progetto un’altra apertura con lo stesso format improntato sui panini di mare.    Ringraziamo lo staff di Fish Bar Burger e, se lo scugnizzo islandese vi ha incuriosito, potrete trovare il locale in Via Bisignano 3.   Fonte immagine: Facebook

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Recensioni

Stand-up Comedy Napoli allo Slash+

A distanza di un bel po’ di tempo, si torna ad una serata di Stand-up Comedy, che si è svolta giovedì 15 Ottobre allo Slash+, per sentire i nuovi pezzi del pacchetto di comici “quattro più uno”: Vincenzo Comunale, Adriano Sacchettini, Davide DDL, Flavio Verdino ed Elena Mormile. Oltre ad esibirsi, questi ragazzi organizzano serate open-mic per Stand-up Comedy Napoli, il format locale gestito da The Comedy Club, che cura anche il management di comici come Filippo Giardina e Pietro Sparacino. Il lavoro, svolto in primis da The Comedy Club e dai ragazzi di Stand-up Comedy Napoli, sta portando a  grandi risultati nel panorama della stand-up comedy in Italia, spostando l’epicentro di questi spettacoli sempre più verso il meridione. Inoltre è interessante notare come nelle serate open-mic organizzate da Stand-up Comedy Napoli, ovvero spettacoli in cui le persone possono provare pezzi nuovi e inediti previa prenotazione, l’affluenza dei volti sul palco è molto eterogenea e con una grande rappresentatività di genere. Stand-up comedy allo Slash+ Torniamo adesso allo Slash+ e al quintetto protagonista della serata “Sentite questa puzza? C’è aria di lockdown”. Impossibile dare torto a questo dubbio che si sta insinuando silenziosamente nelle menti di molti e che proprio per questo motivo ha reso ancora più elettrizzante la sfida degli stand-up comedian. L’atmosfera tuttavia è quella giusta. Intima, luci soffuse, il palco e il microfono in mezzo. Trenta persone a distanza di sicurezza e il servizio impeccabile di cocktails del locale. Tra il pubblico si nota una certa familiarità e tra gli habitués anche qualche volto nuovo e incuriosito. A scaldare il pubblico ci pensa Vincenzo Comunale, chiarendo senza mezzi termini ai neofiti ciò a cui andranno incontro: una bella dose di sarcasmo e parole scurrili. Vincenzo Comunale è il comico del gruppo con più esperienza: oltre ad aver vinto per due anni consecutivi il “Premio Massimo Troisi”, di recente ha partecipato insieme a Valerio Lundini al programma “Battute” trasmesso su Rai2. Cavalleria vuole che ad aprire lo spettacolo sia proprio l’unica donna della serata, Elena Mormile, che in pochi minuti mette a tacere gli uomini in sala portando alla luce un aspetto risaputo ma taciuto della nostra quotidianità: il sexting durante il lockdown. I temi di Elena si fanno via via più pungenti, fino ad addentrarsi nei problemi tipici di un rapporto tra coniugi. A seguire Flavio Verdino e il suo rapporto con la droga. Sembra di vedere un ispettore della guida Michelin che enumera le qualità e i difetti di ciascuna delle sostanze. Le combinazioni che si possono fare sono numerosissime e coloratissime.  Punto centrale del suo monologo è rappresentato dalla difficoltà di togliersi di dosso le etichette che ci vengono assegnate. Lo switch di tema è rapido, sale sul palco Davide DDL. Sempre molto attento ai fenomeni politici e sociali, parla del concetto di “eterofobia”. Sottile, intellettuale e incisivo. Lo stile della narrazione è diretto e interessante. Adriano Sacchettini a seguire. L’uomo troppo buono che viene spesso friend-zonato ha trovato una soluzione: la pornografia. Un Don […]

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Libri

Tornare a casa di Dörte Hansen | Il caso letterario tedesco del 2020

Recensione del romanzo “caso letterario” del 2020 “Tornare a casa” di Dörte Hansen, edito Fazi. Ingwer Feddersen è in macchina, alla radio suona Neil Young e la nebbia avvolge la vettura, svelando a poco a poco i tetti e le case di Brinkebüll. Ingwer, come suggerisce anche il libro, sta tornando a casa nel suo paesino di origine nel nord della Frisia per assistere i suoi nonni, ormai troppo anziani e fragili nel corpo e nella mente. Per lui tornare a casa non può essere una cosa semplice. Tornare sui propri passi è faticoso ma inevitabile. Perché tornare a casa vuol dire anche ritrovarsi e accettare ciò che siamo diventati. Con il suo ritorno il tempo si accartoccia su se stesso e si dispiega nuovamente nel presente, lasciando segni e crepe sull’assetto della realtà. Il perno su cui ruota la vicenda è proprio la cittadina di Brinkebüll e la narrazione che i vari personaggi del libro fanno di essa, così descritta: “Il vento era lo stesso di sempre. Affilava le pietre e scuoteva gli alberi, piegava le schiene. Neanche quel vento antico si curava di cosa facevano le persone, se si fermavano lì o passavano oltre.” Come la Natura delle Operette Morali di Leopardi, la roccia morenica su cui sorge Brinkebüll non muta nel tempo, rimane la stessa, a tratti imperiosa e indifferente dei suoi abitanti. Questi ultimi, dal canto loro, mutano diventando vittime del loro stesso desiderio di cambiamento. Ingwer è il primo tra le “vittime”, un ragazzo promettente che si distacca da Brinkebüll già durante il periodo del liceo e non accetta di ereditare la locanda del nonno, Sönke, per continuare a studiare e perseguire il suo sogno di diventare archeologo. Abbandona anche la lingua, non più basso tedesco ma il tedesco scolastico sarà il suo nuovo mezzo di espressione. Ingwer diventa professore all’Università di Kiel e condivide un appartamento con Claudius e Rebekah, due persone molto diverse da lui, provenienti da famiglie facoltose e sofisticate. Tuttavia il richiamo dell’Heimat è fortissimo e ritorna a galla nella memoria, nei gesti e nelle parole di Ingwer. La fuga da Brinkebüll lo ha riportato inevitabilmente tra le braccia della città in un cerchio che prova a spezzarsi, ma poi rimane intatto. Dietro al bancone della locanda Feddersen, Ingwer riporta in superficie immagini, odori e volti del passato. Alcuni uomini che frequentavano la locanda sono morti, e quei pochi che sono ancora rimasti portano i segni del tempo sul viso. Dörte Hansen riesce a tracciare in queste pagine la storia di una cittadina che viene trasfigurata e plasmata dalle mani degli uomini in più parti. Le strade sterrate lasciano spazio al cemento, le fattorie scompaiono e al loro posto sorgono grandi allevamenti. Chi ha memoria del passato è in via di estinzione e le generazioni future hanno sulle spalle la responsabilità di mantenere viva quella memoria. Attraverso descrizioni dettagliate, la Hansen permette al lettore di entrare nella psiche dei personaggi, di viverne le sensazioni e le emozioni, la malinconia e la […]

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Teatro

Il Colloquio di Eduardo Di Pietro al Napoli Teatro Festival 2020

Il Colloquio di Eduardo Di Pietro: recensione dello spettacolo presentato al NTFI 2020 Torna in scena durante la tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia 2020 (NTFI) “Il Colloquio” del Collettivo Lunazione e prodotto dalla Fondazione Teatri di Napoli – Teatro Bellini. Lo spettacolo, vincitore del Premio Scenario Periferie 2019, progettato e diretto da Eduardo Di Pietro, sbarca finalmente a Napoli dopo un tour che conta repliche a Milano, Roma e Bologna e seguirà in autunno la stagione del Teatro Bellini. Non poteva essere altrimenti, in quanto la realtà presentata e descritta nello spettacolo è quella del carcere di Poggioreale, nello specifico la situazione sospesa dell’attesa dei colloqui periodici con i detenuti. Un tempo che non passa né dentro alla cella, né fuori. Saranno per sempre le 6.30 nella vita di chi è condannato ad attendere il turno per incontrare il proprio caro, detenuto in carcere. Questo è un tempo in cui si dispiegano i desideri e i sogni, in cui si desidera ardentemente un’alternativa alla propria esistenza. Proprio quando i pensieri diventano dolci, il tempo torna imperioso a scandire la realtà e l’entrata al carcere, a suon di violino, ricorda ai personaggi la vana attesa e l’immobilità dell’esistenza. I personaggi de Il Colloquio sono tre donne, interpretate da Renato Bisogni, Alessandro Errico e Marco Montecatino, tre donne che sono collegate e attratte come da una forza centripeta al luogo del carcere. Tra di loro c’è chi sta in fila da anni ogni settimana e chi da pochi mesi, ma le sensazioni sono le stesse: sulle tre figure femminili gravita la pesantezza dell’inevitabilità del destino, il respiro corto di chi vorrebbe fuggire e cambiare la propria vita ma poi non ci riesce, non vuole o non può. Queste donne sono state plasmate e forgiate dalle difficoltà della vita così tanto da non avere più sembianze femminili, bensì maschili, proprio perché gli uomini della loro casa, per motivi diversi, hanno subito la condanna della reclusione, lasciandole sole nelle responsabilità e difficoltà. Tutte e tre vestono qualcosa di rosso, quasi a simboleggiare un filo che le lega e che marca ancora di più la ciclicità del tempo che sono destinate a vivere, un tempo che non vuole cambiare e trova il proprio compimento nella sua natura immutabile. Di fronte a noi abbiamo una scenografia vuota, scarna che si riempie del racconto dei personaggi, fino a strabordare nel dramma della vita. La voce e il corpo vengono utilizzati nella loro totalità dagli attori, rendendo ancora più reale la storia e le emozioni dei loro personaggi. Il lavoro del regista Eduardo Di Pietro mostra grande studio e sensibilità verso l’argomento trattato e ciò rende ancor più piacevole l’esperienza di vedere “Il Colloquio”.   Per maggiori informazioni sulla tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival, consultare il seguente link  Ph© Ufficio Stampa: Sabrina Sabatino

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Libri

La storia di Munnu e del Kashmir | Recensione

Munnu, ragazzo del Kashmir, racconta la sua storia e insieme a lui quella del suo paese Munnu: un ragazzo del Kashmir di Malik Sajad è una graphic novel edita Add Editore è la storia di Munnu un bambino che vive nella regione del Kashmir: una popolazione devastata dalle occupazioni subite nel corso dei secoli che hanno ridotto a brandelli il territorio. Munnu ha sette anni, siamo negli anni ’90, ma il suo percorso di crescita è costellato da eventi che non fanno parte del nostro immaginario. La città in cui egli vive, Srinagar, è il palcoscenico di un conflitto tra India e Pakistan. Entrambe rivendicano sovranità sul territorio e i kashmiri, dal canto loro, reclamano l’indipendenza, organizzandosi in gruppi indipendentisti, tra cui il Jammu & Kashmir Liberation Front (Jklf). Il regime militare indiano sul territorio comporta molti rischi per gli abitanti kashmiri, i quali possono essere giudicati “terroristi” e giustiziati senza troppe cerimonie. Coprifuoco e rastrellamenti sono all’ordine del giorno. Il precorso di crescita di Munnu si svolge su questo scenario e, per quanto complesso e terrificante, il bambino riesce a trovare una valvola di sfogo nel disegno. Figlio di un artigiano che intaglia il legno con motivi floreali tradizionali del Kashmir, anche Munnu dimostra di avere talento nelle arti ricopiando le immagini di uomini e donne dal giornale. Crescendo i giornali non rimangono per lui un mero strumento di ispirazione, le parole incise nero su bianco sulle pagine iniziano ad acquistare senso e Munnu raffina la sua capacità critica nei confronti della realtà che ha intorno, una realtà che egli vuole cambiare tramite la sua arte. Incomincia a frequentare le redazioni dei giornali all’età di sedici anni, le sue vignette sono una denuncia della realtà in cui vive. Il suo nome arriva all’attenzione di un editore e una conseguente proposta di raccontare la storia del Kashmir in una graphic novel. È proprio l’espediente della graphic novel che consente a Malik Sajad di poter rappresentare con ironia disarmante una storia dai risvolti cruenti e sanguinosi come lo è stata, ed è tutt’ora, la vicenda del Kashmir. Infatti i kashmiri sono disegnati con fattezze animali antropomorfi, nello specifico i cosiddetti hangul, una sottospecie di cervo dal manto rosso. A causa del sovrappascolo del bestiame e dal bracconaggio, gli hangul sono in via di estinzione. Il simbolismo è palese, così come gli hangul, anche l’esistenza e l’identità dei kashmiri è minata dall’aggressiva occupazione indiana e dalle conseguenti rivendicazioni sul territorio da parte di India e Pakistan. Anche il linguaggio e lo stile utilizzato da Sajad si stratifica e addensa di significato con la crescita di Munnu: il tratto è semplice, essenziale, ridotto ai minimi termini. Proprio questa assenza di particolari scatena nel lettore un processo di ricostruzione parallela degli avvenimenti e scene. La libertà è per lui, inizialmente, un concetto interiorizzato inconsapevolmente  per poi diventare un desiderio e una necessità, che si concretizza con la volontà consapevole di contribuire alla causa di indipendenza del Kashmir. La maestria di Sajad sta nella sua […]

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Culturalmente

Top 3 dei grandi scrittori americani di ieri e di oggi

Questa è la nostra top 3 degli scrittori americani, anche se scegliere è stato più difficile del previsto. America, la terra in cui per alcuni i sogni potrebbero diventare realtà, per altri è illusione e per altri ancora è condanna. 1) Francis S. Fitzgerald Primo della lista è Francis Scott Fitzgerald autore de il grande Gatsby, rappresentante dell’età Jazz, o se preferite, dei ruggenti anni ’20. Fitzgerald ha fatto parlare molto di sé, e continua ad affascinare tantissimi tra i lettori dei nostri giorni. Il grande Gatsby è stato inizialmente accolto dalla critica come un vero e proprio disastro e Fitzgerald non ebbe modo di vederne il successo. Adesso, invece, possiamo considerare l’opera un vero e proprio caposaldo della narrativa americana del Novecento. Ambientato a New York tra upper east e upper west side, il libro ha come tema centrale quello della solitudine. Nel caos e la dissoluzione delle feste proibite, nei fondi delle bottiglie vuote, nessuno conosce l’identità, né tanto meno i pensieri, della persona che ha di fronte. Il più solo fra tutti è Gatsby. Rimasto prigioniero nel suo desiderio d’amore per Daisy, lo si vede nell’ora del crepuscolo ipnotizzato dal faro verde che si riflette sul pontile della casa della sua amata. «La notte, nel letto, lo perseguitavano le ambizioni più grottesche e fantastiche, il cervello gli tesseva un universo di sfarzo indicibile, mentre l’orologio ticchettava sul lavabo e la luna gli intrideva di luce umida gli abiti sparsi alla rinfusa sul pavimento. Ogni notte alimentava le sue fantasie finché la sonnolenza si abbatteva con un abbraccio dimentico su qualche scena vivace. Per un certo periodo queste fantasticherie gli procurarono uno sfogo all’immaginazione; erano un’intuizione confortante dell’irrealtà della realtà, una promessa che la roccaforte del mondo era saldamente basata sull’ala di una fiaba.» 2) J. D. Salinger A seguire J.D. Salinger autore de Il giovane Holden. Anche questo scrittore ha intorno a sé un aurea di fascino e mistero. Ispiratore del movimento letterario della Beat Generation, Salinger tratta temi come il rifiuto della vita borghese e l’incapacità dei suoi personaggi, specialmente quello di Holden Caulfield, di esprimere liberamente pensieri ed emozioni che si allontanano alla semplicità e abitudinarietà borghese. Il senso di inadeguatezza e incomprensione trovano spazio in molte delle sue pagine, rendendolo tuttora un autore significativo tra i lettori. «La gente pensa sempre che le cose siano del tutto vere. Io me ne infischio, però certe volte mi secco quando la gente mi dice di comportarmi da ragazzo della mia età. Certe volte mi comporto come se fossi molto più vecchio di quanto sono – sul serio – ma la gente non c’è caso che se ne accorga. La gente non si accorge mai di niente.» 3) Don DeLillo La riflessione interiore continua nella narrazione di Don DeLillo in Cosmopolis. Uno degli esponenti del postmodernismo americano, Don DeLillo descrive lo scenario di una realtà accelerata dal desiderio di produrre, consumare, automatizzare gesti e interazioni sociali. L’alienazione è una diretta conseguenza dei ritmi frenetici in cui è scandita […]

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Napoli e Dintorni

Insolitaguida – intervista alla presidentessa Salino

Negli ultimi anni il turismo a Napoli ha avuto una crescita esponenziale, senza freni. Le strade sono invase da cittadini e turisti per 365 giorni all’anno, senza sosta, tutti animati dal desiderio di scoprire e valorizzare una città dalla narrazione secolare. Dalle piazze invase dal sole ai vicoletti bui e stretti, Insolitaguida è un’associazione che dal 2007 opera sul territorio con l’idea di arricchire parte di questa narrazione, organizzando tour, chiamati anche passeggiate narrate, cene spettacolo e laboratori didattici. L’approccio di Insolitaguida nei confronti di Napoli non è quello di assorbire passivamente nozioni e informazioni riguardo la città, ma è quello di viverla e diventare parte di essa seppur soltanto per un paio di ore. I recenti sviluppi hanno portato ad un capovolgimento della situazione su scala globale, ma Insolitaguida non si ferma. Abbiamo intervistato la presidentessa dell’associazione, la dott.ssa Luigia Salino, proprio per capire come verranno gestiti i tour e quali sono i nuovi progetti in cantiere per il futuro. Insolitaguida – Luigia Salino Com’è nata Insolitaguida? Nasce da una mia idea nel 2007. Sono nel settore turismo da sempre e in questi anni ho preso diverse abilitazioni da accompagnatore a guida turistica. Avevo voglia di far conoscere una Napoli diversa da quella che si vede sulle cartoline. Già il nome dell’associazione suggerisce il tipo di approccio che adottate nei confronti della narrazione di Napoli. Potrebbe dirmi nello specifico quali sono gli aspetti “insoliti” che caratterizzano i vostri tour? Io le definisco “passeggiate narrate” perché con i nostri soci ci piace creare un’atmosfera informale dove la guida racconta al gruppo non solo la storia ma anche aneddoti, curiosità e, soprattutto, nello studio dei percorsi inseriamo sempre una piacevole sorpresa, ad esempio un caffè prima di partire oppure un cornicello realizzato a mano… il socio si sente coccolato e quest’aspetto mi piace particolarmente. Quale, tra la vasta scelta delle passeggiate narrate, pensa sia la più completa per conoscere Napoli? Questa è difficile! Forse Rione Sanità e cimitero delle Fontanelle perché unisce la visita a palazzi storici, all’attraversamento del colorato mercato dei Vergini, per poi visitare la chiesa di Santa Maria la Sanità, unica nel suo genere, e infine visitiamo il cimitero delle Fontanelle. L’accesso al cimitero porta all’interno di una cava di tufo dove riposano circa 40.000 teschi, chiamate a Napoli capuzzelle, e attraverso questa visita raccontiamo la devozione particolare dei napoletani. Il periodo di quarantena ha ispirato l’aggiunta di nuovi format alle attività dell’associazione? Assolutamente si! Lo stop forzato mi ha dato la possibilità di provare nuove strade, ho ideato due contest fotografici su Napoli e sul cibo cucinato in quarantena, abbiamo partecipato ad una maratona per bambini con la lettura di favole e ideazione di laboratori, tutto online e infine ho deciso “di metterci la faccia” realizzando delle dirette su Facebook passeggiando e intervistando la guida di turno e portando chi ci segue online in giro per la città. Una volta che le attività riprenderanno regolarmente, quale sarà la prima passeggiata narrata che farete? Il borgo di Santa […]

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Libri

Riscoprire Mazo de la Roche: il gioco della vita | Recensione

Il gioco della vita di Mazo de la Roche edito Fazi Editore è il secondo capitolo della saga di Jalna: una saga che racconta le vicissitudini e la storia centenaria di una famiglia stabilitasi nelle terre coloniali del Canada. Dopo un successo clamoroso, pari a quello di Via col vento, al seguito della prima pubblicazione negli anni ’20, Fazi Editore ha pubblicato giovedì 28 Maggio nella collana le strade l’opera di de la Roche, permettendoci di riscoprire la sua scrittura. Il gioco della vita di Mazo de la Roche: la trama Il centro di tutto è Jalna, la magione della famiglia Whiteoak immersa nei paesaggi selvaggi e incontaminati del Canada. Il cuore di Jalna è Adeline, il membro più vecchio della famiglia, donna ultracentenaria dai mille racconti e dal carattere indomito e passionale. Da lei, come genitrice più antica e quindi tronco stabile, si estendono i rami degli altri componenti della famiglia Whiteoak. La trama tessuta da Adeline sembra incominciare a perdere di stabilità con l’avanzare della sua età e la perdita di lucidità, portando tensioni e sconvolgimenti all’interno della famiglia. Tensioni giustificate dalla decisione della vecchia di destinare tutta l’eredità ad un unico componente della famiglia. In parallelo si dispiega la storia di Finch, da considerare quasi come una parentesi nel romanzo famigliare che assume i connotati di un romanzo di formazione. Penultimo dei nipoti, sensibile alla bellezza, all’arte e alla vita in generale. Egli è cresciuto troppo in fretta e si trova rinchiuso in un corpo fragile che, però, non placa la sua fame di cibo e di emozioni. Si ingozza fino alla nausea e così sono anche i suoi sentimenti. Come il giovane Holden, sentendosi costretto in dinamiche che strozzano la sua persona, scappa a New York. Tuttavia i luoghi, o meglio, le emozioni collegate a dei luoghi, imprimono vividi ricordi nei personaggi e il richiamo di Jalna è seducente e travolgente. Il gioco della vita. Magnetismo famigliare e natura L’opera di Mazo de la Roche porta con sé molte delle caratteristiche della letteratura canadese. In primis quella della descrizione degli spazi e dei luoghi. Jalna è completamente immersa nella natura e diventa parte integrante di essa. Infatti le mura della magione sono completamente ricoperte da piante rampicanti. Il gioco della vita copre l’arco di un anno e con il passare delle stagioni, lo scenario intorno muta. Il momento più glorioso della narrazione è quello dell’estate. Jalna è colma di vita, i fiori sono sgargianti, i giardini sono un tripudio di odori e colori. Per alcuni aspetti, questi elementi ricordano i luoghi de Le affinità elettive di Goethe, in cui la lussuria della natura e la vitalità degli specchi d’acqua, nascondono un lato sinistro e misterioso, l’olezzo della morte. È una natura carica di significato, allegorica per certi aspetti. I vari livelli di significato ci vengono esposti direttamente o indirettamente da quasi tutti i personaggi. Infatti Il gioco della vita è un romanzo corale che accoglie e muta lo stile e la psicologia del  linguaggio in base […]

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Libri

L’amore (im)perfetto di Pietro Falconetti | Recensione

L’amore (im)perfetto è l’esordio letterario di Pietro Falconetti, edito da Les Flâneurs e pubblicato il 4 Maggio. Il titolo è eloquente e suggerisce al lettore quale sia la tematica prevalente: l’amore. Un amore sfaccettato e dalle caratteristiche più disparate, ma che trova una sua unità  e un suo equilibrio con l’epilogo. Infatti, “L’amore (im)perfetto” è un romanzo corale che dà voce e corpo ai pensieri di ben dodici personaggi. Trama de L’amore (im)perfetto di Pietro Falconetti Elena e Alessandro vivono un amore clandestino, nascosto agli occhi curiosi della gente. Elena è sposata con Dario ed è madre da due anni di Giovanni quando incontra fortuitamente la sua anima gemella, Alessandro, un uomo affascinante, pieno di vita e amante della libertà. Basta uno sguardo ed entrambi vedono nella persona dell’altro un senso di familiarità, di completezza, così trascendentale da non potersi ignorare e stare lontano. Per quanto la volontà e la razionalità portino Elena ad allontanarsi da Alessandro, sarà il caso a farli rincontrare. La vita concede un’altra chance ai due di poter vivere il loro amore, ma saranno in grado di farlo? Alla figura di Elena sono collegati anche i personaggi di Daniele e Marilù. Daniele si è trasferito a Lecce a seguito di un evento traumatico: la morte del marito Alberto. A Lecce riqualifica un bar, apre l’attività e cerca di ristabilire nuovamente il proprio equilibrio. Il ricordo di Alberto lo accompagna sempre, tanto da pensare di non poter più essere in grado di amare. Tuttavia un giorno entra nel bar Enrico e le carte in gioco cambiano completamente il loro assetto. Marilù invece è l’amica più stretta di Elena. Ha conosciuto da poco Roberto, un ragazzo che la ama in modo incondizionato. Tutto sembra andare per il verso giusto, ma Marilù nasconde un segreto. Roberto, conosciuto il segreto della donna, riuscirà a sorprendere non solo lei, ma anche il lettore. A questa corona di personaggi, si aggiungo Elisabetta e Susanna. Due donne consapevoli di se stesse, dei propri obiettivi e desideri. L’amore che lega i personaggi si sviluppa in modo molto diverso, ma le loro relazioni possono essere ricondotte ad un unico denominatore comune, spiegato in un passaggio de “L’amore (im)perfetto”: “Vite diverse, persone diverse, storie diverse ma accomunati dall’amore che ci rende liberi nel mondo reale ma schiavi dell’altro. Abbiamo bisogno dell’altro. […] Solo l’amore riesce a unire l’uno con l’altro.” È difficile e crudele sottrarsi alla forza magnetica e benefica dell’amore. Accettarlo e viverlo, prendersi la responsabilità di preservarne la bellezza è un impegno che porta alla conoscenza di se stessi e alla possibilità di generare del bene in questo mondo. L’amore perfetto non esiste, perché imperfetti sono gli esseri umani. Ma è proprio dalle screziature e dai lati frastagliati della persona, che può nascere un amore tanto forte da rendere luminoso e perfetto tutto ciò che incontra. Fonte immagine: Ufficio Stampa.

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