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Eroica Fenice

Libri

La storia di Munnu e del Kashmir | Recensione

Munnu, ragazzo del Kashmir, racconta la sua storia e insieme a lui quella del suo paese Munnu: un ragazzo del Kashmir di Malik Sajad è una graphic novel edita Add Editore è la storia di Munnu un bambino che vive nella regione del Kashmir: una popolazione devastata dalle occupazioni subite nel corso dei secoli che hanno ridotto a brandelli il territorio. Munnu ha sette anni, siamo negli anni ’90, ma il suo percorso di crescita è costellato da eventi che non fanno parte del nostro immaginario. La città in cui egli vive, Srinagar, è il palcoscenico di un conflitto tra India e Pakistan. Entrambe rivendicano sovranità sul territorio e i kashmiri, dal canto loro, reclamano l’indipendenza, organizzandosi in gruppi indipendentisti, tra cui il Jammu & Kashmir Liberation Front (Jklf). Il regime militare indiano sul territorio comporta molti rischi per gli abitanti kashmiri, i quali possono essere giudicati “terroristi” e giustiziati senza troppe cerimonie. Coprifuoco e rastrellamenti sono all’ordine del giorno. Il precorso di crescita di Munnu si svolge su questo scenario e, per quanto complesso e terrificante, il bambino riesce a trovare una valvola di sfogo nel disegno. Figlio di un artigiano che intaglia il legno con motivi floreali tradizionali del Kashmir, anche Munnu dimostra di avere talento nelle arti ricopiando le immagini di uomini e donne dal giornale. Crescendo i giornali non rimangono per lui un mero strumento di ispirazione, le parole incise nero su bianco sulle pagine iniziano ad acquistare senso e Munnu raffina la sua capacità critica nei confronti della realtà che ha intorno, una realtà che egli vuole cambiare tramite la sua arte. Incomincia a frequentare le redazioni dei giornali all’età di sedici anni, le sue vignette sono una denuncia della realtà in cui vive. Il suo nome arriva all’attenzione di un editore e una conseguente proposta di raccontare la storia del Kashmir in una graphic novel. È proprio l’espediente della graphic novel che consente a Malik Sajad di poter rappresentare con ironia disarmante una storia dai risvolti cruenti e sanguinosi come lo è stata, ed è tutt’ora, la vicenda del Kashmir. Infatti i kashmiri sono disegnati con fattezze animali antropomorfi, nello specifico i cosiddetti hangul, una sottospecie di cervo dal manto rosso. A causa del sovrappascolo del bestiame e dal bracconaggio, gli hangul sono in via di estinzione. Il simbolismo è palese, così come gli hangul, anche l’esistenza e l’identità dei kashmiri è minata dall’aggressiva occupazione indiana e dalle conseguenti rivendicazioni sul territorio da parte di India e Pakistan. Anche il linguaggio e lo stile utilizzato da Sajad si stratifica e addensa di significato con la crescita di Munnu: il tratto è semplice, essenziale, ridotto ai minimi termini. Proprio questa assenza di particolari scatena nel lettore un processo di ricostruzione parallela degli avvenimenti e scene. La libertà è per lui, inizialmente, un concetto interiorizzato inconsapevolmente  per poi diventare un desiderio e una necessità, che si concretizza con la volontà consapevole di contribuire alla causa di indipendenza del Kashmir. La maestria di Sajad sta nella sua […]

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Culturalmente

Top 3 dei grandi scrittori americani di ieri e di oggi

Questa è la nostra top 3 degli scrittori americani, anche se scegliere è stato più difficile del previsto. America, la terra in cui per alcuni i sogni potrebbero diventare realtà, per altri è illusione e per altri ancora è condanna. 1) Francis S. Fitzgerald Primo della lista è Francis Scott Fitzgerald autore de il grande Gatsby, rappresentante dell’età Jazz, o se preferite, dei ruggenti anni ’20. Fitzgerald ha fatto parlare molto di sé, e continua ad affascinare tantissimi tra i lettori dei nostri giorni. Il grande Gatsby è stato inizialmente accolto dalla critica come un vero e proprio disastro e Fitzgerald non ebbe modo di vederne il successo. Adesso, invece, possiamo considerare l’opera un vero e proprio caposaldo della narrativa americana del Novecento. Ambientato a New York tra upper east e upper west side, il libro ha come tema centrale quello della solitudine. Nel caos e la dissoluzione delle feste proibite, nei fondi delle bottiglie vuote, nessuno conosce l’identità, né tanto meno i pensieri, della persona che ha di fronte. Il più solo fra tutti è Gatsby. Rimasto prigioniero nel suo desiderio d’amore per Daisy, lo si vede nell’ora del crepuscolo ipnotizzato dal faro verde che si riflette sul pontile della casa della sua amata. «La notte, nel letto, lo perseguitavano le ambizioni più grottesche e fantastiche, il cervello gli tesseva un universo di sfarzo indicibile, mentre l’orologio ticchettava sul lavabo e la luna gli intrideva di luce umida gli abiti sparsi alla rinfusa sul pavimento. Ogni notte alimentava le sue fantasie finché la sonnolenza si abbatteva con un abbraccio dimentico su qualche scena vivace. Per un certo periodo queste fantasticherie gli procurarono uno sfogo all’immaginazione; erano un’intuizione confortante dell’irrealtà della realtà, una promessa che la roccaforte del mondo era saldamente basata sull’ala di una fiaba.» 2) J. D. Salinger A seguire J.D. Salinger autore de Il giovane Holden. Anche questo scrittore ha intorno a sé un aurea di fascino e mistero. Ispiratore del movimento letterario della Beat Generation, Salinger tratta temi come il rifiuto della vita borghese e l’incapacità dei suoi personaggi, specialmente quello di Holden Caulfield, di esprimere liberamente pensieri ed emozioni che si allontanano alla semplicità e abitudinarietà borghese. Il senso di inadeguatezza e incomprensione trovano spazio in molte delle sue pagine, rendendolo tuttora un autore significativo tra i lettori. «La gente pensa sempre che le cose siano del tutto vere. Io me ne infischio, però certe volte mi secco quando la gente mi dice di comportarmi da ragazzo della mia età. Certe volte mi comporto come se fossi molto più vecchio di quanto sono – sul serio – ma la gente non c’è caso che se ne accorga. La gente non si accorge mai di niente.» 3) Don DeLillo La riflessione interiore continua nella narrazione di Don DeLillo in Cosmopolis. Uno degli esponenti del postmodernismo americano, Don DeLillo descrive lo scenario di una realtà accelerata dal desiderio di produrre, consumare, automatizzare gesti e interazioni sociali. L’alienazione è una diretta conseguenza dei ritmi frenetici in cui è scandita […]

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Napoli e Dintorni

Insolitaguida – intervista alla presidentessa Salino

Negli ultimi anni il turismo a Napoli ha avuto una crescita esponenziale, senza freni. Le strade sono invase da cittadini e turisti per 365 giorni all’anno, senza sosta, tutti animati dal desiderio di scoprire e valorizzare una città dalla narrazione secolare. Dalle piazze invase dal sole ai vicoletti bui e stretti, Insolitaguida è un’associazione che dal 2007 opera sul territorio con l’idea di arricchire parte di questa narrazione, organizzando tour, chiamati anche passeggiate narrate, cene spettacolo e laboratori didattici. L’approccio di Insolitaguida nei confronti di Napoli non è quello di assorbire passivamente nozioni e informazioni riguardo la città, ma è quello di viverla e diventare parte di essa seppur soltanto per un paio di ore. I recenti sviluppi hanno portato ad un capovolgimento della situazione su scala globale, ma Insolitaguida non si ferma. Abbiamo intervistato la presidentessa dell’associazione, la dott.ssa Luigia Salino, proprio per capire come verranno gestiti i tour e quali sono i nuovi progetti in cantiere per il futuro. Insolitaguida – Luigia Salino Com’è nata Insolitaguida? Nasce da una mia idea nel 2007. Sono nel settore turismo da sempre e in questi anni ho preso diverse abilitazioni da accompagnatore a guida turistica. Avevo voglia di far conoscere una Napoli diversa da quella che si vede sulle cartoline. Già il nome dell’associazione suggerisce il tipo di approccio che adottate nei confronti della narrazione di Napoli. Potrebbe dirmi nello specifico quali sono gli aspetti “insoliti” che caratterizzano i vostri tour? Io le definisco “passeggiate narrate” perché con i nostri soci ci piace creare un’atmosfera informale dove la guida racconta al gruppo non solo la storia ma anche aneddoti, curiosità e, soprattutto, nello studio dei percorsi inseriamo sempre una piacevole sorpresa, ad esempio un caffè prima di partire oppure un cornicello realizzato a mano… il socio si sente coccolato e quest’aspetto mi piace particolarmente. Quale, tra la vasta scelta delle passeggiate narrate, pensa sia la più completa per conoscere Napoli? Questa è difficile! Forse Rione Sanità e cimitero delle Fontanelle perché unisce la visita a palazzi storici, all’attraversamento del colorato mercato dei Vergini, per poi visitare la chiesa di Santa Maria la Sanità, unica nel suo genere, e infine visitiamo il cimitero delle Fontanelle. L’accesso al cimitero porta all’interno di una cava di tufo dove riposano circa 40.000 teschi, chiamate a Napoli capuzzelle, e attraverso questa visita raccontiamo la devozione particolare dei napoletani. Il periodo di quarantena ha ispirato l’aggiunta di nuovi format alle attività dell’associazione? Assolutamente si! Lo stop forzato mi ha dato la possibilità di provare nuove strade, ho ideato due contest fotografici su Napoli e sul cibo cucinato in quarantena, abbiamo partecipato ad una maratona per bambini con la lettura di favole e ideazione di laboratori, tutto online e infine ho deciso “di metterci la faccia” realizzando delle dirette su Facebook passeggiando e intervistando la guida di turno e portando chi ci segue online in giro per la città. Una volta che le attività riprenderanno regolarmente, quale sarà la prima passeggiata narrata che farete? Il borgo di Santa […]

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Libri

Riscoprire Mazo de la Roche: il gioco della vita | Recensione

Il gioco della vita di Mazo de la Roche edito Fazi Editore è il secondo capitolo della saga di Jalna: una saga che racconta le vicissitudini e la storia centenaria di una famiglia stabilitasi nelle terre coloniali del Canada. Dopo un successo clamoroso, pari a quello di Via col vento, al seguito della prima pubblicazione negli anni ’20, Fazi Editore ha pubblicato giovedì 28 Maggio nella collana le strade l’opera di de la Roche, permettendoci di riscoprire la sua scrittura. Il gioco della vita di Mazo de la Roche: la trama Il centro di tutto è Jalna, la magione della famiglia Whiteoak immersa nei paesaggi selvaggi e incontaminati del Canada. Il cuore di Jalna è Adeline, il membro più vecchio della famiglia, donna ultracentenaria dai mille racconti e dal carattere indomito e passionale. Da lei, come genitrice più antica e quindi tronco stabile, si estendono i rami degli altri componenti della famiglia Whiteoak. La trama tessuta da Adeline sembra incominciare a perdere di stabilità con l’avanzare della sua età e la perdita di lucidità, portando tensioni e sconvolgimenti all’interno della famiglia. Tensioni giustificate dalla decisione della vecchia di destinare tutta l’eredità ad un unico componente della famiglia. In parallelo si dispiega la storia di Finch, da considerare quasi come una parentesi nel romanzo famigliare che assume i connotati di un romanzo di formazione. Penultimo dei nipoti, sensibile alla bellezza, all’arte e alla vita in generale. Egli è cresciuto troppo in fretta e si trova rinchiuso in un corpo fragile che, però, non placa la sua fame di cibo e di emozioni. Si ingozza fino alla nausea e così sono anche i suoi sentimenti. Come il giovane Holden, sentendosi costretto in dinamiche che strozzano la sua persona, scappa a New York. Tuttavia i luoghi, o meglio, le emozioni collegate a dei luoghi, imprimono vividi ricordi nei personaggi e il richiamo di Jalna è seducente e travolgente. Il gioco della vita. Magnetismo famigliare e natura L’opera di Mazo de la Roche porta con sé molte delle caratteristiche della letteratura canadese. In primis quella della descrizione degli spazi e dei luoghi. Jalna è completamente immersa nella natura e diventa parte integrante di essa. Infatti le mura della magione sono completamente ricoperte da piante rampicanti. Il gioco della vita copre l’arco di un anno e con il passare delle stagioni, lo scenario intorno muta. Il momento più glorioso della narrazione è quello dell’estate. Jalna è colma di vita, i fiori sono sgargianti, i giardini sono un tripudio di odori e colori. Per alcuni aspetti, questi elementi ricordano i luoghi de Le affinità elettive di Goethe, in cui la lussuria della natura e la vitalità degli specchi d’acqua, nascondono un lato sinistro e misterioso, l’olezzo della morte. È una natura carica di significato, allegorica per certi aspetti. I vari livelli di significato ci vengono esposti direttamente o indirettamente da quasi tutti i personaggi. Infatti Il gioco della vita è un romanzo corale che accoglie e muta lo stile e la psicologia del  linguaggio in base […]

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Libri

L’amore (im)perfetto di Pietro Falconetti | Recensione

L’amore (im)perfetto è l’esordio letterario di Pietro Falconetti, edito da Les Flâneurs e pubblicato il 4 Maggio. Il titolo è eloquente e suggerisce al lettore quale sia la tematica prevalente: l’amore. Un amore sfaccettato e dalle caratteristiche più disparate, ma che trova una sua unità  e un suo equilibrio con l’epilogo. Infatti, “L’amore (im)perfetto” è un romanzo corale che dà voce e corpo ai pensieri di ben dodici personaggi. Trama de L’amore (im)perfetto di Pietro Falconetti Elena e Alessandro vivono un amore clandestino, nascosto agli occhi curiosi della gente. Elena è sposata con Dario ed è madre da due anni di Giovanni quando incontra fortuitamente la sua anima gemella, Alessandro, un uomo affascinante, pieno di vita e amante della libertà. Basta uno sguardo ed entrambi vedono nella persona dell’altro un senso di familiarità, di completezza, così trascendentale da non potersi ignorare e stare lontano. Per quanto la volontà e la razionalità portino Elena ad allontanarsi da Alessandro, sarà il caso a farli rincontrare. La vita concede un’altra chance ai due di poter vivere il loro amore, ma saranno in grado di farlo? Alla figura di Elena sono collegati anche i personaggi di Daniele e Marilù. Daniele si è trasferito a Lecce a seguito di un evento traumatico: la morte del marito Alberto. A Lecce riqualifica un bar, apre l’attività e cerca di ristabilire nuovamente il proprio equilibrio. Il ricordo di Alberto lo accompagna sempre, tanto da pensare di non poter più essere in grado di amare. Tuttavia un giorno entra nel bar Enrico e le carte in gioco cambiano completamente il loro assetto. Marilù invece è l’amica più stretta di Elena. Ha conosciuto da poco Roberto, un ragazzo che la ama in modo incondizionato. Tutto sembra andare per il verso giusto, ma Marilù nasconde un segreto. Roberto, conosciuto il segreto della donna, riuscirà a sorprendere non solo lei, ma anche il lettore. A questa corona di personaggi, si aggiungo Elisabetta e Susanna. Due donne consapevoli di se stesse, dei propri obiettivi e desideri. L’amore che lega i personaggi si sviluppa in modo molto diverso, ma le loro relazioni possono essere ricondotte ad un unico denominatore comune, spiegato in un passaggio de “L’amore (im)perfetto”: “Vite diverse, persone diverse, storie diverse ma accomunati dall’amore che ci rende liberi nel mondo reale ma schiavi dell’altro. Abbiamo bisogno dell’altro. […] Solo l’amore riesce a unire l’uno con l’altro.” È difficile e crudele sottrarsi alla forza magnetica e benefica dell’amore. Accettarlo e viverlo, prendersi la responsabilità di preservarne la bellezza è un impegno che porta alla conoscenza di se stessi e alla possibilità di generare del bene in questo mondo. L’amore perfetto non esiste, perché imperfetti sono gli esseri umani. Ma è proprio dalle screziature e dai lati frastagliati della persona, che può nascere un amore tanto forte da rendere luminoso e perfetto tutto ciò che incontra. Fonte immagine: Ufficio Stampa.

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Musica

Chris Obehi, musica come umanità unita | Intervista

Chris Obehi, in occasione della pubblicazione di OBEHI, ha risposto ad alcune domande. Leggi qui la nostra intervista! Chris Obehi lancia il suo album d’esordio per 800A Records. Il titolo è OBEHI che in dialetto Esan vuol dire “mano dell’Angelo”.  L’album è un viaggio di 30 minuti in cui vengono racchiuse tante storie, ed in primis quella di Chris e dell’Africa che vuole raccontarci. Chris intraprende nel 2015 il suo viaggio per l’Italia, un viaggio che dura 5 mesi e durante il quale è stato incarcerato in Libia. Ancora minorenne, si stabilizza poi a Palermo dove continua a coltivare la sua passione per la musica frequentando il Conservatorio di Palermo. La storia che ci racconta è quindi materia viva, ricca di emozioni e bellezza. Grazie alla campagna crowdfunding su ProduzionidalBasso è stato possibile realizzare l’incisione dell’album, uscito venerdì 20 Marzo. In esso si alternano il pop al funk, percussioni e bassi che riportano all’afrobeat e il reggae. È un viaggio a tuttotondo sia nello stile musicale sia nella potenza narrante dei testi. Con Chris abbiamo parlato anche di plurilinguismo, umanità e ispirazione. Lasciamo direttamente la parola a Chris Obehi e ai suoi racconti. Ciao Chris, prima di tutto vorrei ringraziarti di aver accettato questa intervista. Da ex-studentessa di lingue vorrei subito partire con una domanda che mi è venuta in mente durante l’ascolto del tuo album. Nella canzone 100% Amore  hai cantato in almeno quattro lingue diverse. In che modo vivi e utilizzi il tuo plurilinguismo? Pensi che la commistione di più lingue possa descrivere al meglio le emozioni  che esprimi nei tuoi testi? Il mio plurilinguismo è l’espressione di me stesso e come lo utilizzo nella mia vita di tutti i giorni, lo uso anche in musica. Ciò che mi piace fare è mischiare più lingue all’interno della stessa canzone, perché esprimono me stesso. Credo infatti che usare diverse lingue all’interno dei miei testi possa unire le persone, perché la musica è per me uno strumento d’inclusione, che riesce ad avvicinare persone di background culturali diversi. Non scelgo la lingua più adatta per ogni mia canzone ma semplicemente scrivo nella lingua in cui mi sento di scrivere. Ci sono alcune canzoni dove la scelta della lingua non si pone, come con Mr Oga che non poteva che essere in pidgin per seguire la tradizione dell’afro-beat. Altre invece, come Non siamo pesci, dove la scelta della lingua è dettata dal messaggio che la canzone vuole dare. In questo caso, Non siamo pesci è stata ispirata dall’ esperienza che ho vissuto durante la traversata del Mar Mediterraneo. Volendo lanciare un messaggio a sostegno dei diritti umani, mi è venuto spontaneo scriverla in italiano, anche se quando l’ho scritta non era certo la lingua che padroneggiavo meglio. Walaho invece l’ho scritta in Esan, la mia lingua madre, perché è una canzone dedicata alla mia mamma. Tutte le lingue in cui scrivo i testi delle mie canzoni le considero parte di me. Inoltre nell’album c’è anche una traccia in siciliano, Cu ti lu […]

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Culturalmente

Mitologia Giapponese: divinità dello Shintō

Mitologia giapponese, un tema che solo a pronunciarlo già stuzzica la curiosità. Di cosa si tratta? Quanto si allontana dalla concezione di mitologia che abbiamo in mente? Le figure divine che costellano e caratterizzano la mitologia giapponese prendono inizialmente corpo negli insegnamenti dello shintoismo. La parola Shintō è composta dai seguenti kanji: 神 shin “divinità”, “spirito” e 道tō “via”, quindi letteralmente vuol dire “la via del divino” oppure “la via degli dei”. Gli studiosi rintracciano nello shintoismo le caratteristiche inconfondibili delle religioni primitive, basate sul culto della natura e i riti di purezza, chiamati in giapponese 穢れ kegare. Inoltre le divinità presentate e descritte, oltre a simboleggiare determinate caratteristiche degli eventi naturali e atmosferici, sono spesso caratterizzate da emozioni ed atteggiamenti umani. Parte del materiale mitologico che abbiamo a disposizione ci è pervenuto grazie al primo manoscritto giapponese, il  Kojiki (古事記 “Memorie di avvenimenti antichi”), compilato presumibilmente intorno al 712 d.C. dal nobile di corte Ō no Yasumaro, su richiesta del sovrano Tenmu. Mitologia Giappone: il mito della Creazione Partiamo dall’inizio dei tempi. Gli dei si riunirono nella Pianura dell’Alto Cielo e, guardando sotto le nuvole, si resero conto che sotto al cielo non vi era altro che una distesa informe di acqua salmastra e oleosa. Decisero che qualcuno sarebbe dovuto discendere e formare la terra ferma così da poter anche creare la vita. Si offrirono volontari i più giovani tra gli dei, Izanami e Izanagi, rispettivamente fratelli. I due scesero attraverso il Ponte Fluttuante del Cielo e nelle acque turbinose immersero la Lancia Gioiello del Cielo. Dalla punta della lancia incominciò a gocciolare del fango che, addensandosi e unendosi, incominciò a formare la prima isola del mondo, l’isola di Onogoro. Ma il lavoro di Izanami ed Izanagi era solo all’inizio. Circondati da una landa deserta, adesso dovevano procedere con la creazione della natura, della vita. Al centro del palazzo da loro costruito, si ergeva una colonna. Il rito del corteggiamento consisteva nel camminare intorno alla colonna, gli amanti si salutavano per procedere poi al concepimento. «Che giovane amabile!» – disse Izanami. «Che splendida fanciulla!» – disse Izanagi. Ma da questo loro primo tentativo nacque un bambino debole e privo di ossa, Hiruko il “bambino-sanguisuga”. Izanami e Izanagi incominciarono a interrogarsi su quale fosse stato il loro errore. Risalirono il Ponte Fluttuante del Cielo per interrogare le altre divinità, le quali risposero che non doveva essere la donna a parlare per prima durante il corteggiamento. I due, compreso l’errore, ritornarono sull’isola e tornarono a girare intorno alla colonna al centro del palazzo. «Che splendida fanciulla!» – disse Izanagi. «Che giovane amabile!» – disse Izanami. Izanami si trovò nuovamente incinta e i figli che nacquero furono tutti forti e possenti divinità. Anche loro continuarono il processo di creazione portato avanti dai genitori, generando altre otto isole sulla superficie salmastra, tra cui la divina terra di Yamato, ovvero l’odierno Giappone. La discesa nel Profondo Izanami e Izanagi continuarono a generare divinità. Nacquero le divinità del vento, degli alberi, delle pianure e dei monti. […]

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Libri

Giovanissimi: il romanzo di formazione di Alessio Forgione

Alessio Forgione con il suo libro Giovanissimi (NNEditore) si inserisce ufficialmente tra i dodici finalisti del Premio Strega 2020, raccontando Napoli nella sua contraddizione e natura bipartita di odio/amore. In questo contesto prende corpo la storia di Marocco, un ragazzo di quattordici anni che deve il suo nome al cespuglio nero di capelli crespi. Ha piedi leggeri che danzano sui campi da calcio, ma ha anche pensieri troppo rumorosi che lascia rinchiusi tra le mura della sua stanza. Possiamo considerare Giovanissimi un romanzo di formazione che l’autore ha suddiviso in cinque fasi: il rifiuto, la rabbia, il patteggiamento, la depressione e l’accettazione. Una parabola che abbraccia tutto il primo anno di superiori di Marocco, un’altalena che oscilla tra nichilismo ed eccitazione. Marocco assaggia la vita futura a piccoli morsi e abbuffate improvvise, ma non tra i banchi di scuola. Gli scenari in cui sembra sentirsi a suo agio sono i muretti vicino alla chiesa, le partite improvvisate di calcetto, i tetti da cui poter vedere le traverse della metro e le sale da gioco. Fumo, alcol, sogni e desideri prendono vita in questi luoghi e allo stesso modo vengono distrutti. L’entrata nel periodo adolescenziale dona a Marocco la curiosità nei confronti dei piaceri e delle emozioni, la volontà di autonomia rispetto alla figura del padre, ma toglie a lui l’innocenza e, materialmente, gli amici che, chi per scelta, chi per necessità, chi per caso, perdono la vita. La periferia, specialmente quella napoletana del secolo scorso, non è l’ambiente più semplice in cui crescere e la perdita dell’innocenza può diventare cruda e traumatica.  A tutto questo caos, si contrappone la calma della sua camera, pervasa da un silenzio a tratti insopportabile, lo stesso che si traduce nel vuoto che la madre ha lasciato andandosene di casa cinque anni prima. È un vuoto che lo inghiotte e lo fa sprofondare nella tristezza e nel dolore. Ogni tanto Marocco sogna la madre, la insegue ed è assettato del suo amore. Se questa è la vita, se bisogna provare così tanta sofferenza, allora la violenza è la risposta, pensa Marocco, rimanendo poi stordito dall’imprevedibilità degli eventi. Ad un tratto semplicemente scopre l’amore e la violenza non sembra essere più una valida risposta. Le tenebre cedono il passo al sole e all’arrivo dell’estate, con il profumo di salsedine e la riscoperta della propria purezza. Ma se ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, l’altra faccia della medaglia si svela nella sua natura malvagia e brutale. «La vita non è altro che un’inconsapevole attesa. Poi arriva, e fa male.» La scrittura di Forgione graffia il foglio con estrema forza, donando corpo e realtà alle immagini descritte. Il suo è un linguaggio che fa a meno della retorica e dei moralismi e la voce di Marocco diventa la voce collettiva di tutti i giovanissimi di ieri e di oggi. Gli episodi che investono il percorso di crescita del protagonista si illuminano come investiti da flash improvvisi, descrivendo in modo calzante quello che è il punto […]

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Libri

Tabish Khair: La notte della felicità, un libro sull’altro

La notte della felicità, opera dello scrittore indiano Tabish Khair con traduzione di Adalinda Gasparini per Tunuè, porta con sé un interrogativo che, bene o male, ci siamo posti tutti quanti una volta nella vita: quanto siamo disposti a conoscere l’altro? Quanto a voler condividere la sofferenza altrui? Il romanzo di Tabish Khair non dà risposte in merito, ma apre spunti di riflessione grazie alla voce narrante del personaggio principale, un business man di nome Anil Mehotra, uomo pragmatico, di successo che è riuscito a creare nel tempo il suo regno e la sua ricchezza. Ovviamente per fare tutto ciò è stato indispensabile l’aiuto dei suoi dipendenti, tra cui uno in particolare, Ahmed. Egli è già sulla cinquantina quando si candida per la posizione di lavoro e in più il suo nome evoca e traduce l’inquietudine degli equilibri sottili della società indiana che si basa sulla commistione fragile di culture e religioni a volte in simbiosi e a volte in contrasto. Mehotra scrive ricordando che, inizialmente,  era tentato dallo scartare l’eventuale assunzione di Ahmed  giustificandosi dietro al suo pragmatismo, il quale attentamente si può ridurre a una forma inconsapevolmente interiorizzata di razzismo. Tuttavia le notevoli capacità linguistiche di Ahmed sovrastano il senso di paura di Mehotra, il quale decide di assumerlo e, nel tempo, iniziare a considerarlo anche il suo braccio destro all’interno dell’azienda. Tra i due si va a stabilire una routine lavorativa che accorcia le distanze fra loro e fa cadere nel vuoto ogni diffidenza, o almeno questo è quello che pensa Mehotra, per il quale il lavoro rappresenta la ragione di vita e gli affari sono anteposti anche agli affetti famigliari. Mehotra si illude, in questo modo, di conoscere Ahmed nella sua integrità di uomo e lavoratore. Succede però che nella piovosa notte di Shab-e-baraat, Ahmed si mostra agli occhi del suo capo in vesti diverse più umane e fragili, rompendo il solido strato di cecità pragmatica di Anil Mehotra, il quale si sente tradito, offeso e umiliato dalla rivelazione che si spiega di fronte ai suoi occhi increduli. I colpi di scena di Tabish Khair Il libro prende una piega diversa. Incomincia l’indagine di Mehotra verso la scoperta del passato di Ahmed, nella speranza di riappropriarsi della sua realtà ordinaria e semplice che non ammette disordini e imprevisti. La ricerca febbrile però svela ancora di più la sofferenza che Ahmed ha vissuto nella sua vita, la genuinità dei suoi sentimenti, gli orrori che sono calati nel suo cuore come ghigliottine. Orrori così banali nella loro ragion d’essere da cui però sono sorte ferite che non possono essere curate in alcun modo. L’immersione nella storia di Ahmed, porta Mehotra a rispolverare l’esercizio dell’empatia. È proprio grazie a questa apertura del cuore che un uomo ordinario e anche un po’ superficiale come Mehotra riesce a vivere un’esperienza stupefacente e di grande sensibilità. Con quest’opera, Tabish Khair è riuscito a demolire mattone dopo mattone la figura oggi divinizzata dell’uomo pragmatico che, ridimensionato nella sfera degli uomini “comuni”, crolla nell’isteria […]

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Attualità

Studio Trisorio: Matronato alla carriera a Lucia Trisorio

Il 2020 si apre con eventi che mostrano una fresca e rinnovata sensibilità. Sintomo di ciò è l’evento di sabato 22 febbraio in sala Re_Pubblica al Museo Madre in cui la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee ha conferito il Matronato alla carriera a Lucia Trisorio, fondatrice dello studio Trisorio insieme al marito Pasquale. Un’avventura che inizia nell’ottobre del ’74 e che continua ancora oggi. Il volume “Studio Trisorio. Una storia d’arte” edito e pubblicato da Electa, ripercorre il percorso di 45 anni di lavoro e di vita di Lucia, Pasquale e delle loro tre figlie. Una storia di vita, quindi, che diventa arte proprio perché a servizio dell’arte. Lo sguardo rivolto all’orizzonte, la semplicità della disposizione d’animo, il desiderio di contribuire alla vita dell’arte e non prendere in considerazione il mero lucro personale: questi sono soltanto alcuni degli elementi che hanno contribuito al successo dei progetti di Lucia e Pasquale. Lo Studio Trisorio diventa quindi un luogo in cui si possono ripercorrere le tracce di artisti precursori dei loro tempi, come Dan Flavin, Kounellis, Andy Warhol fino ad arrivare agli orizzonti del futuro con artisti più recenti come Rebecca Horn, Marisa Albanese, Alfredo Maiorino. L’attività dello Studio continua con il suo percorso di ricerca e innovazione diventando un bacino di utenza anche per gli studenti universitari, i quali vedono svelarsi sotto ai loro occhi quegli artisti che compariranno successivamente nei manuali di storia dell’arte. Gli anni ’80 diventano il momento in cui dare spazio alla fotografia, ai video d’artista. Consapevolezza che sfocerà successivamente nel progetto ArteCinema dedicato ai documentari d’artista, festival ideato e curato da Laura Trisorio e seguitissimo tra i fruitori del panorama dell’arte contemporanea.  Si trova questo e molto altro nel volume “Studio Trisorio. Una storia d’arte.” L’attività instancabile, costante e frenetica di Lucia Trisorio non poteva non essere raccontata e premiata con il Matronato alla carriera.   Durante il corso dell’anno 2020 verranno assegnati altri due Matronati alla carriera, rispettivamente alla critica e storica dell’arte Lea Vergine e all’artista Tomaso Binga (Bianca Menna).   Ph © Filippo Tufano

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Food

Bertie’s Bistrot a Nola: un viaggio tra sapori esotici e tradizionali

Pressdinner di presentazione del menù primaverile del Bertie’s Bistrot di Nola. Materie prime di ottima qualità del panorama campano accostate a sapori esotici e freschi, come lo zenzero e l’alga in polvere. Il Bertie’s Bistrot si trova a Nola, in Via dei Mille n. 50, in provincia di Napoli. Già dall’entrata si percepisce il calore e la piacevolezza dello spazio interno, arredato in stile post-industriale e con una forte presenza dell’elemento legno. Ad addolcire e abbracciare lo sguardo sono inoltre le luci calde e soffuse che illuminano l’ambiente e catapultano immediatamente i commensali in una dimensione intima e rilassata. Questa è l’atmosfera che ci ha accolti e che ci ha permesso di poter godere a pieno del percorso culinario, minuziosamente studiato e curato dallo chef Valentino Buonincontri. Buonincontri non concepisce il cibo soltanto come mera esperienza sensoriale, ma lo associa anche ad un momento di convivialità e condivisione. Proprio per questo, tra le altre novità del Bertie’s Bistrot, troviamo l’introduzione del menù “Family Style” che si costruisce proprio sulla filosofia della condivisione, servendo tutte le portate dall’antipasto al dessert  a centrotavola in un unico piatto. Welcome Aperitif itinerante del Bertie’s Bistrot All’insegna della socialità e convivialità, siamo stati accolti al Bertie’s Bistrot da un aperitivo itinerante sul bancone in legno del locale in cui abbiamo assaggiato l’irresistibile Carrozzami, un croccante di mozzarella di bufala, per poi continuare con le alici in tempura e, degne di particolare attenzione, le ribs di maialino  croccanti accompagnate da un chutney di mela annurca, un accostamento perfetto per chi ama piatti vivaci e  agrodolci . In abbinamento agli assaggi dell’aperitivo, abbiamo provato la rivisitazione del Cocktail french 75, dalle tonalità fresche e perfetto per riequilibrare il palato dai sapori forti e corposi. Dinner Come antipasto abbiamo assaggiato un hot dog di polpo su un letto di patata concia. Un piatto che si è presentato molto equilibrato nell’esecuzione. Una nota di merito va alla cottura, effettuata a basse temperature per un tempo prolungato, che ha reso il gusto e la consistenza del polpo molto soffice e piacevole. Continua a sorprendere il Bertie’s Bistrot con la proposta dei due primi: Ravioli con ricotta, vongole, zenzero e polvere di alghe tritate e Risotto, piselli, limone e taleggio di bufala mantecato all’olio al rosmarino. Piatti che stuzzicano la fantasia di chi li legge sul menù e che non deludono nel sapore. L’accostamento del ripieno di ricotta dei ravioli con lo zenzero è ottimo e descrive a pieno la freschezza del menù primaverile e del vino abbinato, l’Aryete, un caprettone maturato in anfora dalle note delicate e floreali della casa vinicola Setaro. Come secondi la proposta è molto semplice. Abbiamo assaggiato un piatto a base di pollo, miso e croccante di verdure. A seguire una selezione ottima  di carne di bovino e suino alla brace, con cui siamo passati dalla cottura al sangue fino alle carni ben cotte.  La bottiglia di “Don Vincenzo”, un lacryma christi riserva del 2014 sempre prodotta dalla cantina Setaro, è riuscita ad esaltare e a […]

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Teatro

Il Quarto Vuoto alla Galleria Toledo: il dramma della solitudine

Andare a vedere “Il Quarto Vuoto” alla Galleria Toledo è un’esperienza che stordisce, riempie per poi svuotare nuovamente. È un cammino che diventa sempre più intimo e si insinua nei posti più bui, quasi dimenticati, del nostro pensiero. Allo stesso tempo si ricollega anche alla parte sensoriale, istintiva, animale dell’essere umano. Il teatro-danza non poteva che essere il veicolo di espressione più adatto per raccontare la storia senza tempo dello spettacolo, carico di allegorie, simboli e gesti primordiali collegati alle parole e ai discorsi frammentati della voce narrante di Andrea Lavagnino. Cos’è il quarto vuoto? L’idea della regista Gina Merulla nasce dopo un viaggio nel deserto,  il Rubʿ al-Khālī, il secondo deserto più esteso al mondo che ricopre un quarto della Penisola Arabica, soprannominato “il quarto vuoto”. Sconfinato come il paesaggio del deserto, si presenta così anche la scenografia completamente assente dello spettacolo. Uno spazio libero che però viene subito riempito dalla presenza irresistibile e magnetica dei performers. “Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria e l’ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici”. Ed è con le parole di Blaise Pascal che si va in scena. Le luci si accendono e inizia la danza spasmodica dell’esistenza umana. I veli del pressapochismo esistenziale vengono mano a mano tolti, non limitandosi a lasciare una carne nuda, ma andando ben oltre fino a toccare il nocciolo nascosto e indifeso della solitudine. Alle maschere sorridenti e sorprese di Sabrina Biagioli, Massimo Secondi, Fabrizio Facchini e Mamadou Dioume (attore e collaboratore di Peter Brook) si sostituiscono visi nascosti nei palmi delle mani, corpi chiusi in loro stessi, movimenti scomposti e scattanti delle membra seguiti da voci strozzate, lamenti antichi e dolorosi. Durante lo spettacolo si raggiunge quasi la consapevolezza di come in realtà sia semplicissimo essere soli anche se circondati da una grande folla di persone. “Non posso amarti da così lontano” – dice la voce di Lavagnino ad un tratto, forse perché il luogo della solitudine è isolato da tutto il resto  e in apparenza nemmeno l’amore è in grado di raggiungere quelle lande desolate. Persi, confusi, fragili. Ci ritroviamo a camminare nel buio con i palmi protesi verso il vuoto. Tocchiamo corpi, li viviamo e ci fondiamo con essi per sentirci meno soli. Ma nemmeno il sesso sembra poter placare la fame. E allora la fame prende forma in una scena di cannibalismo dettata dal desiderio di sentirsi pieni, pieni di persone, pieni del loro amore. Proprio nel momento in cui tutto sembra essere perduto, quando ormai con difficoltà si riesce a marcare il confine tra umanità e mostruosità, Dioume si erge possente sul palco e con infinita delicatezza prende tra le sue braccia il corpo rimpicciolito dalle paure di Sabrina Biagioli forse ricordando che per quanto si presenti oscuro e tenebroso il cammino della solitudine, alla fine si può trovare salvezza  nell’incontro e nella condivisione con il prossimo. Per maggiori informazioni sulla stagione teatrale della Galleria Toledo, consultare il seguente link   Ph.  © Violetta Canitano  

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Recensioni

Peppe Iodice in Jody Beach Party: l’estate a Gennaio al Teatro Augusteo

Jody Beach Party è lo spettacolo ideato da Lello Marangio e Peppe Iodice, con regia di Francesco Mastrandrea e ha portato con sé l’odore del mare e il suono dei tormentoni estivi  in sala al Teatro Augusteo le sere del 23 e 24 Gennaio, stravolgendo completamente la percezione dello spazio-tempo. Com’è nata l’idea del Jody Beach Party? Ce lo spiega Peppe Iodice in persona all’inizio dello spettacolo. Non è tanto per andare contro o competere con Lorenzo Jovanotti, quanto il desiderio di vivere la vita di tutti giorni, per quanto abitudinaria a volte, con la voglia di divertirsi. Infatti il Jody Beach Party parte dall’essere spettacolo per diventare un’esperienza condivisa. Il pubblico interagisce attivamente e segue e cambia le carte in gioco, ride e risponde. L’atmosfera che si respira appena si entra in sala è elettrica. Le maschere camminano tra le file e le poltrone con cesti pieni di cibo e vivande, tanto da avere l’impressione di essere al Super Bowl negli U.S.A. Il palco è completamente inondato dalla luce dei fari, forti come il sole in Agosto. Alla consolle c’è Daniele “Decibel” Bellini, speaker dello stadio San Paolo che riesce ad interagire con grande alchimia insieme a Peppe Iodice e a divertire il pubblico con il mix e la scelta delle canzoni. La musica non è solo un accompagnamento, ma vero e proprio strumento di viaggio nel tempo. Tra gli ospiti speciali ci sono i Los Locos, duo italiano di musica latino-americana composto da Roberto Boribello e Paolo Franchetto. Il loro beat ci riporta con un battere di ciglia automaticamente all’inizio degli anni novanta e i colori delle camicie fluo stile hawaiano incoronano l’atmosfera. E tra le note di Mueve la colita  e El tic tic tac abbiamo momenti di “serietà” con un pezzo che si avvicina molto per lo stile ai monologhi di stand-up comedy con temi che trattato l’imprevedibilità e la disorganizzazione del sopraggiungere della morte e un monologo che celebra per vie traverse l’importanza della cultura. A dividere il palco con Peppe Iodice, oltre a ballerini, amici e baristi, c’è Lello Marangio, co-conduttore e la voce indispensabile dell’amico razionale nelle serate di festa, quell’amico che non ti abbandona nemmeno durante le serate in cui hai bevuto un po’ di più. Si raggiunge la sublimazione del party con la celebrazione di un matrimonio, l’amore come parte del divertimento e il sentimento che porta con sé la felicità di una semplice e indimenticabile serata estiva, come quella del Jody Beach Party. Per maggiori informazioni sulla stagione teatrale 2020 del Teatro Augusteo, consultate il seguente sito: http://www.teatroaugusteo.it/1/cartellone_2019_2020_1365226.html

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Comunicati stampa

Peppe Iodice con lo spettacolo Jody Beach Party al Teatro Augusteo

Al teatro Augusteo di Napoli, giovedì 23 e venerdì 24 gennaio alle ore 21:00, Peppe Iodice sarà in scena con lo spettacolo “Jody Beach Party”, di Lello Marangio e Peppe Iodice, prodotto da Claudio Malfi, con la regia di Francesco Mastandrea. Una festa per ogni giorno di spettacolo: “La musica, la playa, l’inverno, la notte, la festa, caro Lorenzo Jovanotti è facile fare il party sulla spiaggia in estate, il difficile è fare un party estivo in teatro in inverno”, ma Peppe Iodice lo sta organizzando e si preannuncia lo spettacolo teatrale meno spettacolo teatrale degli ultimi anni. Fino a ora Gino Paoli era riuscito a far entrare “Il cielo in una stanza”, Peppe farà entrare la spiaggia nel teatro e il clima sarà ‘caliente’ anche in pieno inverno. “Cosa importa se sognavi Puertorico o San Felice al Circeo, se restiamo insieme sembra un paradiso anche il teatro Augusteo” e intorno gente che balla con la musica di Decibel Bellini e con i protagonisti in carne e ossa delle migliori estati della nostra vita: i Los Locos. Sul bagnasciuga gli amici di Peppe e coloro che quella sera coroneranno il proprio ‘sogno d’amore’, celebrando le nozze officiate da Peppe Iodice sul palcoscenico del teatro, ma questa è un’altra storia, che scoprirete solo venendo… Nota del regista Francesco Mastandrea L’idea di una collaborazione tra me e Peppe Iodice per dirigere il Jody Beach Party è nata in un luogo altamente professionale e di grande caratura teatrale: una festa di compleanno di Peppe all’interno di un villaggio turistico, dove eravamo in vacanza. Complice il clima festoso e qualche bicchiere in più, dopo 30 minuti eravamo in piedi sulle sedie a cantare e ballare i successi di Los Locos, che guarda caso sono coinvolti anche in questa follia! Quello che cercheremo di fare in questo spettacolo è ricostruire esattamente quel clima di festa: conviviale, divertente, irriverente. Per dirigere un artista imprevedibile come Peppe Iodice, a mio parere, non bisogna preoccuparsi di un taglio registico per delineare la sua recitazione, bisogna piuttosto costruire una macchina intorno al suo estro, capace di innescarlo quante più volte possibile, e generare quella dote innata che neanche lui riesce a controllare completamente e che lo rende un artista strepitoso. Per fortuna non sono solo in questa pazzia, a darmi una mano nel contenimento di questo vulcano c’è Lello Marangio, co-autore preziosissimo di questo, come di tutti gli altri spettacoli di Iodice, e unica persona che riesca a mettere un minimo di ordine in quel caos totale che è il talento di Peppe. Che Jody Beach Party sia, e che Lorenzo Jovanotti ci perdoni! Prezzi: platea € 30,00 – galleria € 20,00 Informazioni sono disponibili al sito del teatro Augusteo o telefonando al botteghino: 081414243 – 405660, dal lunedì al sabato tra le ore 10:30 e le 19:30. La domenica dalle ore 10:30 alle 13:30. Ufficio stampa e comunicazione Per la produzione: Francesca Scognamiglio Per il teatro Augusteo: Marco Calafiore

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Recensioni

Natale al TRAM: La scuola delle mogli, di Diego Sommaripa

Nell’intimità della sala del Teatro TRAM ha riscosso grande successo la rappresentazione  teatrale  de La scuola delle mogli, opera di Molière riscritta dal drammaturgo e anche regista Diego Sommaripa e ambientata nella Napoli dei giorni nostri. Il sottotitolo dello spettacolo – Oggi come ieri – rende ancora più reale l’attualità delle tematiche affrontate che mettono in  risalto la difficoltà di scavalcare e cancellare del tutto determinati pregiudizi che vengono covati quasi con morbosità nei cuori delle persone. Si parla specialmente del sentimento della gelosia, più precisamente della gelosia amorosa che porta a sotterfugi  ed inganni per preservare la facciata di un amore corrisposto. Temi che sono tuttora in gioco in molte delle dinamiche di coppia e che spesso portano a dei risvolti inimmaginabili e tragici. Proprio per la contemporaneità del tema, la traslazione temporale riesce alla perfezione ed entra nella mente e nell’immaginario degli spettatori senza alcun tipo di difficoltà. La scuola delle mogli di Diego Sommaripa – la storia Lo schema dell’opera teatrale segue i canoni della commedia. Abbiamo infatti il “vecchio” Arnolfo, distinto specialmente dalla sua avidità nei confronti della vita. Egli vuole tutto, possiede tutto e ha l’arroganza di pensare che anche l’amore può essere posseduto. L’erroneamente considerato oggetto del suo amore è  Agnese, adottata da lui in tenera età ed educata per diventare la moglie perfetta. In che modo si diventa la moglie perfetta? Per Arnolfo la risposta è: l’ignoranza. Proprio per questo Agnese viene isolata per diciotto anni dalle classiche dinamiche sociali con un’istruzione elementare e poca esperienza del mondo. Non saranno tuttavia delle mura a nascondere la bellezza della ragazza. Infatti il giovane Orazio, trovandosi a passare sotto alla finestra della casa, scorge Agnese e se ne innamora. L’ignoranza di Agnese, che in realtà può essere considerata più ingenuità, diventa l’arma che colpirà Arnolfo in pieno viso sventando e rovinando il piano di tutta una vita. Perché l’amore, soprattutto quello che nasce nei cuori puri e sinceri, ha una forza sorprendente e nella sua genuinità trova sempre il modo di esistere e resistere alle complicazioni, ai ricatti e all’avidità. Per quanto Diego Sommaripa abbia dato maggior rilievo al lato comico dell’opera, molti sono gli spunti di riflessione e critica nei confronti di una società che tende a voler nascondere e sminuire le proprie responsabilità verso il prossimo. Molto interessante è stata la reinterpretazione dei ruoli di Alano e Giorgina, specchio della precarietà dei lavoratori del ventunesimo secolo che, pur di mantenere la propria famiglia, si ritrovano ad accettare qualsiasi tipo di impiego. Una nota di merito va all’attore Antonio De Rosa, nei panni di Arnolfo, ruolo splendidamente interpretato donando al pubblico una montagna russa di intonazioni, espressioni facciali e grande versatilità. Sul palco dall’inizio alla fine, De Rosa ha sfoggiato un’elettricità crescente, mantenendo l’attenzione del pubblico e intrattenendolo fino alle lacrime. Per maggiori informazioni sulla stagione teatrale 2020 del Teatro TRAM: https://www.teatrotram.it/stagione-2019-20/ Ph  © Giulio Pollica

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Libri

Fuga di morte: la poesia della ribellione

Sheng Keyi, autrice del libro Fuga di morte pubblicato da Fazi Editore, regala ai suoi lettori una carrellata di immagini piene di un’emotività esplosiva: senso di libertà, importanza della conoscenza della verità, commozione di fronte all’arte, l’amore come motore primo e ultimo dell’azione dell’uomo. La voce della scrittrice è senza dubbio una delle più interessanti nel panorama della letteratura contemporanea. Oltre ad avere un linguaggio schietto e crudo, la forza delle sue parole risiede soprattutto nella tangibilità delle immagini, forse anche uno dei motivi per il quale il romanzo è stato rifiutato in Cina considerando il suo contenuto controverso. Fuga di morte, la storia La storia inizia con Yuan Mengliu, un giovane ragazzo nato negli anni Sessanta che vive e studia a Beiping, capitale dello stato di Dayang. Di fronte a sé ha un futuro da illustre poeta, e quando tutto sembra fluire naturalmente verso quella direzione, ecco che qualcosa succede dirottando completamente il corso degli eventi. In un giorno qualunque compare dal nulla sulla piazza principale di Beiping un enorme escremento a forma di pagoda. Lo Stato cerca di sminuire la questione fomentando invece ancora di più la voglia di sapere dei cittadini, soprattutto dei giovani, anelanti di conoscere la verità. Le tensioni aumentano, nasce un movimento di protesta contro l’organo centrale guidato dagli intellettuali e i poeti. Yuan Mengliu cerca di dare il suo contributo al movimento, senza però stare tra le prime linee, assopendo mano a mano la sua voce di poeta fino a perderla del tutto quando le proteste vengono violentemente represse e null’altro rimane se non corpi esanimi, persone scomparse e voltagabbana. Da quel momento in poi Yuan sceglie di non scrivere più poesie, portando avanti una piccola e tacita rivoluzione interiore. Egli cambia completamente vita, diventa medico e, così facendo, annienta la sua identità di poeta nella speranza che anche il mondo se ne dimentichi. Ma per quanto una persona si voglia chiudere nel silenzio e nell’oblio dopo aver vissuto eventi così tragici, il ricordo dell’amore diventa il suo nuovo canto poetico e il motore primario delle azioni di Yuan Mengliu, il quale dieci anni dopo la repressione delle proteste dei suoi compagni poeti, andrà alla ricerca della sua amata e scomparsa Qi Zi. Nel mentre del suo viaggio, Yuan si ritrova catapultato in un mondo utopico ma dispotico, la Valle dei Cigni, in cui non esistono povertà e malattia ma la libertà delle persone è veicolata da un tacito senso di timore nei confronti del capo spirituale. La narrazione diventa un continuo parallelismo tra passato e presente, vestito da futuro lontano. La Valle dei Cigni diventa metafora dei sogni e i vaneggiamenti di un mondo migliore, corrotti però dalla fragilità dell’essere umano che non può non cadere in qualche modo in errore. La perfezione di questo nuovo mondo è retta dall’illusione, dall’appiattimento delle emozioni, dalla religiosa fiducia nei confronti di Alien, il capo spirituale della Valle. Nessuno vuole chiedersi quale sia la realtà, nessuno vuole combattere per la verità perché ciò ha portato in […]

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Teatro

La Bella Addormentata al Teatro Bellini: la magia del balletto

L’incanto è reale in sala al Teatro Bellini la sera del 4 Dicembre durante la messinscena della rappresentazione de La Bella Addormentata, con coreografia curata da Fredy Franzutti, scene di Francesco Palma e musiche di  Čajkovskij. La realizzazione del balletto è stata ispirata alla storia del napoletano Gian Battista Basile, il quale aveva scritto una versione di questa fiaba intitolata “Sole, Luna e Talia”, pubblicata poi postuma nel 1636. Tuttavia rispetto alla versione originale, il coreografo ha apportato delle modifiche riadattando e impregnando la storia della magia del Salento. Questa trasposizione geografica, risultato dell’intervento creativo di Franzutti, ha reso ancor più interessante la storia della principessa Aurora, allontanando i fumi del mito dal suo personaggio e dandole un corpo reale e tangibile ai sensi dello spettatore. La storia de La Bella Addormentata copre un arco temporale molto vasto che va dagli ultimi anni ’40 ai primi 2000 e la prima scena che si svela all’apertura del sipario è quella della notte della nascita di Aurora. I colori delle vesti dei danzatori sono scuri quanto quelli delle tenebre, il futuro padre percorre a gran falcate quasi tutta l’area del parco, snervato dall’attesa e dalla paura. Ma a squarciare il velo della notte, insieme all’incedere dell’alba, è un fiocco rosa: è nata Aurora. A ciò segue il battesimo cristiano e successivamente, come da tradizione, un’iniziazione pagana che avrebbe dovuto augurare una buona sorte alla bambina. Per il rito viene chiamata una zingara che, come viene ricordato, non è la maga ufficiale del paese. In mezzo ad una folla confusa, appare la strega Carabosse, l’aria diventa sempre più pesante e intrisa dei fumi del mistero della magia. Nonostante gli altri si fossero dimenticati di chiamarla, anche la chiromante vuole offrire un dono alla piccola Aurora. Si svela sotto gli occhi dei presenti una premonizione: al compiere dei suoi sedici anni, Aurora incontrerà nel suo cammino una tessitrice, si pungerà e per questo morirà. Ma nei sedici anni successivi, cercando di prendere qualsiasi misura precauzionale, la minaccia non sembra essere più una cosa reale. Gli animi si distendono, la vita prosegue felice e i colori dei vestiti si accendono di rosa e celeste. Arriva anche il giorno del sedicesimo compleanno di Aurora. I festeggiamenti sono tanti, la bellezza della ragazza attira gli occhi di molti giovani che la invitano continuamente a danzare e roteare leggiadra sul palco. Arriva anche la maga che porge alla principessa una scatola graziosa al cui interno vi è la terribile tessitrice: una tarantola. Bellissimo l’utilizzo dell’immagine del ragno, caro ai racconti folkloristici pugliesi, che trova una piacevole coerenza con la fiaba. La premonizione trova il suo compimento, ma grazie all’intervento della zingara convocata al battesimo che si svela essere una potente fata, Aurora non morirà e cadrà in un lungo sonno. La storia si riallaccia fedelmente al classico svolgersi degli eventi. Infatti passeranno cinquanta anni prima dell’arrivo di un principe, Ernesto, il quale allontanerà finalmente la minaccia della malefica Carabosse, ormai troppo vecchia per lottare, e darà il bacio […]

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