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Eroica Fenice

Libri

Giovanissimi: il romanzo di formazione di Alessio Forgione

Alessio Forgione con il suo libro Giovanissimi (NNEditore) si inserisce ufficialmente tra i dodici finalisti del Premio Strega 2020, raccontando Napoli nella sua contraddizione e natura bipartita di odio/amore. In questo contesto prende corpo la storia di Marocco, un ragazzo di quattordici anni che deve il suo nome al cespuglio nero di capelli crespi. Ha piedi leggeri che danzano sui campi da calcio, ma ha anche pensieri troppo rumorosi che lascia rinchiusi tra le mura della sua stanza. Possiamo considerare Giovanissimi un romanzo di formazione che l’autore ha suddiviso in cinque fasi: il rifiuto, la rabbia, il patteggiamento, la depressione e l’accettazione. Una parabola che abbraccia tutto il primo anno di superiori di Marocco, un’altalena che oscilla tra nichilismo ed eccitazione. Marocco assaggia la vita futura a piccoli morsi e abbuffate improvvise, ma non tra i banchi di scuola. Gli scenari in cui sembra sentirsi a suo agio sono i muretti vicino alla chiesa, le partite improvvisate di calcetto, i tetti da cui poter vedere le traverse della metro e le sale da gioco. Fumo, alcol, sogni e desideri prendono vita in questi luoghi e allo stesso modo vengono distrutti. L’entrata nel periodo adolescenziale dona a Marocco la curiosità nei confronti dei piaceri e delle emozioni, la volontà di autonomia rispetto alla figura del padre, ma toglie a lui l’innocenza e, materialmente, gli amici che, chi per scelta, chi per necessità, chi per caso, perdono la vita. La periferia, specialmente quella napoletana del secolo scorso, non è l’ambiente più semplice in cui crescere e la perdita dell’innocenza può diventare cruda e traumatica.  A tutto questo caos, si contrappone la calma della sua camera, pervasa da un silenzio a tratti insopportabile, lo stesso che si traduce nel vuoto che la madre ha lasciato andandosene di casa cinque anni prima. È un vuoto che lo inghiotte e lo fa sprofondare nella tristezza e nel dolore. Ogni tanto Marocco sogna la madre, la insegue ed è assettato del suo amore. Se questa è la vita, se bisogna provare così tanta sofferenza, allora la violenza è la risposta, pensa Marocco, rimanendo poi stordito dall’imprevedibilità degli eventi. Ad un tratto semplicemente scopre l’amore e la violenza non sembra essere più una valida risposta. Le tenebre cedono il passo al sole e all’arrivo dell’estate, con il profumo di salsedine e la riscoperta della propria purezza. Ma se ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, l’altra faccia della medaglia si svela nella sua natura malvagia e brutale. «La vita non è altro che un’inconsapevole attesa. Poi arriva, e fa male.» La scrittura di Forgione graffia il foglio con estrema forza, donando corpo e realtà alle immagini descritte. Il suo è un linguaggio che fa a meno della retorica e dei moralismi e la voce di Marocco diventa la voce collettiva di tutti i giovanissimi di ieri e di oggi. Gli episodi che investono il percorso di crescita del protagonista si illuminano come investiti da flash improvvisi, descrivendo in modo calzante quello che è il punto […]

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Libri

Tabish Khair: La notte della felicità, un libro sull’altro

La notte della felicità, opera dello scrittore indiano Tabish Khair con traduzione di Adalinda Gasparini per Tunuè, porta con sé un interrogativo che, bene o male, ci siamo posti tutti quanti una volta nella vita: quanto siamo disposti a conoscere l’altro? Quanto a voler condividere la sofferenza altrui? Il romanzo di Tabish Khair non dà risposte in merito, ma apre spunti di riflessione grazie alla voce narrante del personaggio principale, un business man di nome Anil Mehotra, uomo pragmatico, di successo che è riuscito a creare nel tempo il suo regno e la sua ricchezza. Ovviamente per fare tutto ciò è stato indispensabile l’aiuto dei suoi dipendenti, tra cui uno in particolare, Ahmed. Egli è già sulla cinquantina quando si candida per la posizione di lavoro e in più il suo nome evoca e traduce l’inquietudine degli equilibri sottili della società indiana che si basa sulla commistione fragile di culture e religioni a volte in simbiosi e a volte in contrasto. Mehotra scrive ricordando che, inizialmente,  era tentato dallo scartare l’eventuale assunzione di Ahmed  giustificandosi dietro al suo pragmatismo, il quale attentamente si può ridurre a una forma inconsapevolmente interiorizzata di razzismo. Tuttavia le notevoli capacità linguistiche di Ahmed sovrastano il senso di paura di Mehotra, il quale decide di assumerlo e, nel tempo, iniziare a considerarlo anche il suo braccio destro all’interno dell’azienda. Tra i due si va a stabilire una routine lavorativa che accorcia le distanze fra loro e fa cadere nel vuoto ogni diffidenza, o almeno questo è quello che pensa Mehotra, per il quale il lavoro rappresenta la ragione di vita e gli affari sono anteposti anche agli affetti famigliari. Mehotra si illude, in questo modo, di conoscere Ahmed nella sua integrità di uomo e lavoratore. Succede però che nella piovosa notte di Shab-e-baraat, Ahmed si mostra agli occhi del suo capo in vesti diverse più umane e fragili, rompendo il solido strato di cecità pragmatica di Anil Mehotra, il quale si sente tradito, offeso e umiliato dalla rivelazione che si spiega di fronte ai suoi occhi increduli. I colpi di scena di Tabish Khair Il libro prende una piega diversa. Incomincia l’indagine di Mehotra verso la scoperta del passato di Ahmed, nella speranza di riappropriarsi della sua realtà ordinaria e semplice che non ammette disordini e imprevisti. La ricerca febbrile però svela ancora di più la sofferenza che Ahmed ha vissuto nella sua vita, la genuinità dei suoi sentimenti, gli orrori che sono calati nel suo cuore come ghigliottine. Orrori così banali nella loro ragion d’essere da cui però sono sorte ferite che non possono essere curate in alcun modo. L’immersione nella storia di Ahmed, porta Mehotra a rispolverare l’esercizio dell’empatia. È proprio grazie a questa apertura del cuore che un uomo ordinario e anche un po’ superficiale come Mehotra riesce a vivere un’esperienza stupefacente e di grande sensibilità. Con quest’opera, Tabish Khair è riuscito a demolire mattone dopo mattone la figura oggi divinizzata dell’uomo pragmatico che, ridimensionato nella sfera degli uomini “comuni”, crolla nell’isteria […]

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Attualità

Studio Trisorio: Matronato alla carriera a Lucia Trisorio

Il 2020 si apre con eventi che mostrano una fresca e rinnovata sensibilità. Sintomo di ciò è l’evento di sabato 22 febbraio in sala Re_Pubblica al Museo Madre in cui la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee ha conferito il Matronato alla carriera a Lucia Trisorio, fondatrice dello studio Trisorio insieme al marito Pasquale. Un’avventura che inizia nell’ottobre del ’74 e che continua ancora oggi. Il volume “Studio Trisorio. Una storia d’arte” edito e pubblicato da Electa, ripercorre il percorso di 45 anni di lavoro e di vita di Lucia, Pasquale e delle loro tre figlie. Una storia di vita, quindi, che diventa arte proprio perché a servizio dell’arte. Lo sguardo rivolto all’orizzonte, la semplicità della disposizione d’animo, il desiderio di contribuire alla vita dell’arte e non prendere in considerazione il mero lucro personale: questi sono soltanto alcuni degli elementi che hanno contribuito al successo dei progetti di Lucia e Pasquale. Lo Studio Trisorio diventa quindi un luogo in cui si possono ripercorrere le tracce di artisti precursori dei loro tempi, come Dan Flavin, Kounellis, Andy Warhol fino ad arrivare agli orizzonti del futuro con artisti più recenti come Rebecca Horn, Marisa Albanese, Alfredo Maiorino. L’attività dello Studio continua con il suo percorso di ricerca e innovazione diventando un bacino di utenza anche per gli studenti universitari, i quali vedono svelarsi sotto ai loro occhi quegli artisti che compariranno successivamente nei manuali di storia dell’arte. Gli anni ’80 diventano il momento in cui dare spazio alla fotografia, ai video d’artista. Consapevolezza che sfocerà successivamente nel progetto ArteCinema dedicato ai documentari d’artista, festival ideato e curato da Laura Trisorio e seguitissimo tra i fruitori del panorama dell’arte contemporanea.  Si trova questo e molto altro nel volume “Studio Trisorio. Una storia d’arte.” L’attività instancabile, costante e frenetica di Lucia Trisorio non poteva non essere raccontata e premiata con il Matronato alla carriera.   Durante il corso dell’anno 2020 verranno assegnati altri due Matronati alla carriera, rispettivamente alla critica e storica dell’arte Lea Vergine e all’artista Tomaso Binga (Bianca Menna).   Ph © Filippo Tufano

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Food

Bertie’s Bistrot a Nola: un viaggio tra sapori esotici e tradizionali

Pressdinner di presentazione del menù primaverile del Bertie’s Bistrot di Nola. Materie prime di ottima qualità del panorama campano accostate a sapori esotici e freschi, come lo zenzero e l’alga in polvere. Il Bertie’s Bistrot si trova a Nola, in Via dei Mille n. 50, in provincia di Napoli. Già dall’entrata si percepisce il calore e la piacevolezza dello spazio interno, arredato in stile post-industriale e con una forte presenza dell’elemento legno. Ad addolcire e abbracciare lo sguardo sono inoltre le luci calde e soffuse che illuminano l’ambiente e catapultano immediatamente i commensali in una dimensione intima e rilassata. Questa è l’atmosfera che ci ha accolti e che ci ha permesso di poter godere a pieno del percorso culinario, minuziosamente studiato e curato dallo chef Valentino Buonincontri. Buonincontri non concepisce il cibo soltanto come mera esperienza sensoriale, ma lo associa anche ad un momento di convivialità e condivisione. Proprio per questo, tra le altre novità del Bertie’s Bistrot, troviamo l’introduzione del menù “Family Style” che si costruisce proprio sulla filosofia della condivisione, servendo tutte le portate dall’antipasto al dessert  a centrotavola in un unico piatto. Welcome Aperitif itinerante del Bertie’s Bistrot All’insegna della socialità e convivialità, siamo stati accolti al Bertie’s Bistrot da un aperitivo itinerante sul bancone in legno del locale in cui abbiamo assaggiato l’irresistibile Carrozzami, un croccante di mozzarella di bufala, per poi continuare con le alici in tempura e, degne di particolare attenzione, le ribs di maialino  croccanti accompagnate da un chutney di mela annurca, un accostamento perfetto per chi ama piatti vivaci e  agrodolci . In abbinamento agli assaggi dell’aperitivo, abbiamo provato la rivisitazione del Cocktail french 75, dalle tonalità fresche e perfetto per riequilibrare il palato dai sapori forti e corposi. Dinner Come antipasto abbiamo assaggiato un hot dog di polpo su un letto di patata concia. Un piatto che si è presentato molto equilibrato nell’esecuzione. Una nota di merito va alla cottura, effettuata a basse temperature per un tempo prolungato, che ha reso il gusto e la consistenza del polpo molto soffice e piacevole. Continua a sorprendere il Bertie’s Bistrot con la proposta dei due primi: Ravioli con ricotta, vongole, zenzero e polvere di alghe tritate e Risotto, piselli, limone e taleggio di bufala mantecato all’olio al rosmarino. Piatti che stuzzicano la fantasia di chi li legge sul menù e che non deludono nel sapore. L’accostamento del ripieno di ricotta dei ravioli con lo zenzero è ottimo e descrive a pieno la freschezza del menù primaverile e del vino abbinato, l’Aryete, un caprettone maturato in anfora dalle note delicate e floreali della casa vinicola Setaro. Come secondi la proposta è molto semplice. Abbiamo assaggiato un piatto a base di pollo, miso e croccante di verdure. A seguire una selezione ottima  di carne di bovino e suino alla brace, con cui siamo passati dalla cottura al sangue fino alle carni ben cotte.  La bottiglia di “Don Vincenzo”, un lacryma christi riserva del 2014 sempre prodotta dalla cantina Setaro, è riuscita ad esaltare e a […]

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Teatro

Il Quarto Vuoto alla Galleria Toledo: il dramma della solitudine

Andare a vedere “Il Quarto Vuoto” alla Galleria Toledo è un’esperienza che stordisce, riempie per poi svuotare nuovamente. È un cammino che diventa sempre più intimo e si insinua nei posti più bui, quasi dimenticati, del nostro pensiero. Allo stesso tempo si ricollega anche alla parte sensoriale, istintiva, animale dell’essere umano. Il teatro-danza non poteva che essere il veicolo di espressione più adatto per raccontare la storia senza tempo dello spettacolo, carico di allegorie, simboli e gesti primordiali collegati alle parole e ai discorsi frammentati della voce narrante di Andrea Lavagnino. Cos’è il quarto vuoto? L’idea della regista Gina Merulla nasce dopo un viaggio nel deserto,  il Rubʿ al-Khālī, il secondo deserto più esteso al mondo che ricopre un quarto della Penisola Arabica, soprannominato “il quarto vuoto”. Sconfinato come il paesaggio del deserto, si presenta così anche la scenografia completamente assente dello spettacolo. Uno spazio libero che però viene subito riempito dalla presenza irresistibile e magnetica dei performers. “Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria e l’ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici”. Ed è con le parole di Blaise Pascal che si va in scena. Le luci si accendono e inizia la danza spasmodica dell’esistenza umana. I veli del pressapochismo esistenziale vengono mano a mano tolti, non limitandosi a lasciare una carne nuda, ma andando ben oltre fino a toccare il nocciolo nascosto e indifeso della solitudine. Alle maschere sorridenti e sorprese di Sabrina Biagioli, Massimo Secondi, Fabrizio Facchini e Mamadou Dioume (attore e collaboratore di Peter Brook) si sostituiscono visi nascosti nei palmi delle mani, corpi chiusi in loro stessi, movimenti scomposti e scattanti delle membra seguiti da voci strozzate, lamenti antichi e dolorosi. Durante lo spettacolo si raggiunge quasi la consapevolezza di come in realtà sia semplicissimo essere soli anche se circondati da una grande folla di persone. “Non posso amarti da così lontano” – dice la voce di Lavagnino ad un tratto, forse perché il luogo della solitudine è isolato da tutto il resto  e in apparenza nemmeno l’amore è in grado di raggiungere quelle lande desolate. Persi, confusi, fragili. Ci ritroviamo a camminare nel buio con i palmi protesi verso il vuoto. Tocchiamo corpi, li viviamo e ci fondiamo con essi per sentirci meno soli. Ma nemmeno il sesso sembra poter placare la fame. E allora la fame prende forma in una scena di cannibalismo dettata dal desiderio di sentirsi pieni, pieni di persone, pieni del loro amore. Proprio nel momento in cui tutto sembra essere perduto, quando ormai con difficoltà si riesce a marcare il confine tra umanità e mostruosità, Dioume si erge possente sul palco e con infinita delicatezza prende tra le sue braccia il corpo rimpicciolito dalle paure di Sabrina Biagioli forse ricordando che per quanto si presenti oscuro e tenebroso il cammino della solitudine, alla fine si può trovare salvezza  nell’incontro e nella condivisione con il prossimo. Per maggiori informazioni sulla stagione teatrale della Galleria Toledo, consultare il seguente link   Ph.  © Violetta Canitano  

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Recensioni

Peppe Iodice in Jody Beach Party: l’estate a Gennaio al Teatro Augusteo

Jody Beach Party è lo spettacolo ideato da Lello Marangio e Peppe Iodice, con regia di Francesco Mastrandrea e ha portato con sé l’odore del mare e il suono dei tormentoni estivi  in sala al Teatro Augusteo le sere del 23 e 24 Gennaio, stravolgendo completamente la percezione dello spazio-tempo. Com’è nata l’idea del Jody Beach Party? Ce lo spiega Peppe Iodice in persona all’inizio dello spettacolo. Non è tanto per andare contro o competere con Lorenzo Jovanotti, quanto il desiderio di vivere la vita di tutti giorni, per quanto abitudinaria a volte, con la voglia di divertirsi. Infatti il Jody Beach Party parte dall’essere spettacolo per diventare un’esperienza condivisa. Il pubblico interagisce attivamente e segue e cambia le carte in gioco, ride e risponde. L’atmosfera che si respira appena si entra in sala è elettrica. Le maschere camminano tra le file e le poltrone con cesti pieni di cibo e vivande, tanto da avere l’impressione di essere al Super Bowl negli U.S.A. Il palco è completamente inondato dalla luce dei fari, forti come il sole in Agosto. Alla consolle c’è Daniele “Decibel” Bellini, speaker dello stadio San Paolo che riesce ad interagire con grande alchimia insieme a Peppe Iodice e a divertire il pubblico con il mix e la scelta delle canzoni. La musica non è solo un accompagnamento, ma vero e proprio strumento di viaggio nel tempo. Tra gli ospiti speciali ci sono i Los Locos, duo italiano di musica latino-americana composto da Roberto Boribello e Paolo Franchetto. Il loro beat ci riporta con un battere di ciglia automaticamente all’inizio degli anni novanta e i colori delle camicie fluo stile hawaiano incoronano l’atmosfera. E tra le note di Mueve la colita  e El tic tic tac abbiamo momenti di “serietà” con un pezzo che si avvicina molto per lo stile ai monologhi di stand-up comedy con temi che trattato l’imprevedibilità e la disorganizzazione del sopraggiungere della morte e un monologo che celebra per vie traverse l’importanza della cultura. A dividere il palco con Peppe Iodice, oltre a ballerini, amici e baristi, c’è Lello Marangio, co-conduttore e la voce indispensabile dell’amico razionale nelle serate di festa, quell’amico che non ti abbandona nemmeno durante le serate in cui hai bevuto un po’ di più. Si raggiunge la sublimazione del party con la celebrazione di un matrimonio, l’amore come parte del divertimento e il sentimento che porta con sé la felicità di una semplice e indimenticabile serata estiva, come quella del Jody Beach Party. Per maggiori informazioni sulla stagione teatrale 2020 del Teatro Augusteo, consultate il seguente sito: http://www.teatroaugusteo.it/1/cartellone_2019_2020_1365226.html

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Comunicati stampa

Peppe Iodice con lo spettacolo Jody Beach Party al Teatro Augusteo

Al teatro Augusteo di Napoli, giovedì 23 e venerdì 24 gennaio alle ore 21:00, Peppe Iodice sarà in scena con lo spettacolo “Jody Beach Party”, di Lello Marangio e Peppe Iodice, prodotto da Claudio Malfi, con la regia di Francesco Mastandrea. Una festa per ogni giorno di spettacolo: “La musica, la playa, l’inverno, la notte, la festa, caro Lorenzo Jovanotti è facile fare il party sulla spiaggia in estate, il difficile è fare un party estivo in teatro in inverno”, ma Peppe Iodice lo sta organizzando e si preannuncia lo spettacolo teatrale meno spettacolo teatrale degli ultimi anni. Fino a ora Gino Paoli era riuscito a far entrare “Il cielo in una stanza”, Peppe farà entrare la spiaggia nel teatro e il clima sarà ‘caliente’ anche in pieno inverno. “Cosa importa se sognavi Puertorico o San Felice al Circeo, se restiamo insieme sembra un paradiso anche il teatro Augusteo” e intorno gente che balla con la musica di Decibel Bellini e con i protagonisti in carne e ossa delle migliori estati della nostra vita: i Los Locos. Sul bagnasciuga gli amici di Peppe e coloro che quella sera coroneranno il proprio ‘sogno d’amore’, celebrando le nozze officiate da Peppe Iodice sul palcoscenico del teatro, ma questa è un’altra storia, che scoprirete solo venendo… Nota del regista Francesco Mastandrea L’idea di una collaborazione tra me e Peppe Iodice per dirigere il Jody Beach Party è nata in un luogo altamente professionale e di grande caratura teatrale: una festa di compleanno di Peppe all’interno di un villaggio turistico, dove eravamo in vacanza. Complice il clima festoso e qualche bicchiere in più, dopo 30 minuti eravamo in piedi sulle sedie a cantare e ballare i successi di Los Locos, che guarda caso sono coinvolti anche in questa follia! Quello che cercheremo di fare in questo spettacolo è ricostruire esattamente quel clima di festa: conviviale, divertente, irriverente. Per dirigere un artista imprevedibile come Peppe Iodice, a mio parere, non bisogna preoccuparsi di un taglio registico per delineare la sua recitazione, bisogna piuttosto costruire una macchina intorno al suo estro, capace di innescarlo quante più volte possibile, e generare quella dote innata che neanche lui riesce a controllare completamente e che lo rende un artista strepitoso. Per fortuna non sono solo in questa pazzia, a darmi una mano nel contenimento di questo vulcano c’è Lello Marangio, co-autore preziosissimo di questo, come di tutti gli altri spettacoli di Iodice, e unica persona che riesca a mettere un minimo di ordine in quel caos totale che è il talento di Peppe. Che Jody Beach Party sia, e che Lorenzo Jovanotti ci perdoni! Prezzi: platea € 30,00 – galleria € 20,00 Informazioni sono disponibili al sito del teatro Augusteo o telefonando al botteghino: 081414243 – 405660, dal lunedì al sabato tra le ore 10:30 e le 19:30. La domenica dalle ore 10:30 alle 13:30. Ufficio stampa e comunicazione Per la produzione: Francesca Scognamiglio Per il teatro Augusteo: Marco Calafiore

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Recensioni

Natale al TRAM: La scuola delle mogli, di Diego Sommaripa

Nell’intimità della sala del Teatro TRAM ha riscosso grande successo la rappresentazione  teatrale  de La scuola delle mogli, opera di Molière riscritta dal drammaturgo e anche regista Diego Sommaripa e ambientata nella Napoli dei giorni nostri. Il sottotitolo dello spettacolo – Oggi come ieri – rende ancora più reale l’attualità delle tematiche affrontate che mettono in  risalto la difficoltà di scavalcare e cancellare del tutto determinati pregiudizi che vengono covati quasi con morbosità nei cuori delle persone. Si parla specialmente del sentimento della gelosia, più precisamente della gelosia amorosa che porta a sotterfugi  ed inganni per preservare la facciata di un amore corrisposto. Temi che sono tuttora in gioco in molte delle dinamiche di coppia e che spesso portano a dei risvolti inimmaginabili e tragici. Proprio per la contemporaneità del tema, la traslazione temporale riesce alla perfezione ed entra nella mente e nell’immaginario degli spettatori senza alcun tipo di difficoltà. La scuola delle mogli di Diego Sommaripa – la storia Lo schema dell’opera teatrale segue i canoni della commedia. Abbiamo infatti il “vecchio” Arnolfo, distinto specialmente dalla sua avidità nei confronti della vita. Egli vuole tutto, possiede tutto e ha l’arroganza di pensare che anche l’amore può essere posseduto. L’erroneamente considerato oggetto del suo amore è  Agnese, adottata da lui in tenera età ed educata per diventare la moglie perfetta. In che modo si diventa la moglie perfetta? Per Arnolfo la risposta è: l’ignoranza. Proprio per questo Agnese viene isolata per diciotto anni dalle classiche dinamiche sociali con un’istruzione elementare e poca esperienza del mondo. Non saranno tuttavia delle mura a nascondere la bellezza della ragazza. Infatti il giovane Orazio, trovandosi a passare sotto alla finestra della casa, scorge Agnese e se ne innamora. L’ignoranza di Agnese, che in realtà può essere considerata più ingenuità, diventa l’arma che colpirà Arnolfo in pieno viso sventando e rovinando il piano di tutta una vita. Perché l’amore, soprattutto quello che nasce nei cuori puri e sinceri, ha una forza sorprendente e nella sua genuinità trova sempre il modo di esistere e resistere alle complicazioni, ai ricatti e all’avidità. Per quanto Diego Sommaripa abbia dato maggior rilievo al lato comico dell’opera, molti sono gli spunti di riflessione e critica nei confronti di una società che tende a voler nascondere e sminuire le proprie responsabilità verso il prossimo. Molto interessante è stata la reinterpretazione dei ruoli di Alano e Giorgina, specchio della precarietà dei lavoratori del ventunesimo secolo che, pur di mantenere la propria famiglia, si ritrovano ad accettare qualsiasi tipo di impiego. Una nota di merito va all’attore Antonio De Rosa, nei panni di Arnolfo, ruolo splendidamente interpretato donando al pubblico una montagna russa di intonazioni, espressioni facciali e grande versatilità. Sul palco dall’inizio alla fine, De Rosa ha sfoggiato un’elettricità crescente, mantenendo l’attenzione del pubblico e intrattenendolo fino alle lacrime. Per maggiori informazioni sulla stagione teatrale 2020 del Teatro TRAM: https://www.teatrotram.it/stagione-2019-20/ Ph  © Giulio Pollica

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Libri

Fuga di morte: la poesia della ribellione

Sheng Keyi, autrice del libro Fuga di morte pubblicato da Fazi Editore, regala ai suoi lettori una carrellata di immagini piene di un’emotività esplosiva: senso di libertà, importanza della conoscenza della verità, commozione di fronte all’arte, l’amore come motore primo e ultimo dell’azione dell’uomo. La voce della scrittrice è senza dubbio una delle più interessanti nel panorama della letteratura contemporanea. Oltre ad avere un linguaggio schietto e crudo, la forza delle sue parole risiede soprattutto nella tangibilità delle immagini, forse anche uno dei motivi per il quale il romanzo è stato rifiutato in Cina considerando il suo contenuto controverso. Fuga di morte, la storia La storia inizia con Yuan Mengliu, un giovane ragazzo nato negli anni Sessanta che vive e studia a Beiping, capitale dello stato di Dayang. Di fronte a sé ha un futuro da illustre poeta, e quando tutto sembra fluire naturalmente verso quella direzione, ecco che qualcosa succede dirottando completamente il corso degli eventi. In un giorno qualunque compare dal nulla sulla piazza principale di Beiping un enorme escremento a forma di pagoda. Lo Stato cerca di sminuire la questione fomentando invece ancora di più la voglia di sapere dei cittadini, soprattutto dei giovani, anelanti di conoscere la verità. Le tensioni aumentano, nasce un movimento di protesta contro l’organo centrale guidato dagli intellettuali e i poeti. Yuan Mengliu cerca di dare il suo contributo al movimento, senza però stare tra le prime linee, assopendo mano a mano la sua voce di poeta fino a perderla del tutto quando le proteste vengono violentemente represse e null’altro rimane se non corpi esanimi, persone scomparse e voltagabbana. Da quel momento in poi Yuan sceglie di non scrivere più poesie, portando avanti una piccola e tacita rivoluzione interiore. Egli cambia completamente vita, diventa medico e, così facendo, annienta la sua identità di poeta nella speranza che anche il mondo se ne dimentichi. Ma per quanto una persona si voglia chiudere nel silenzio e nell’oblio dopo aver vissuto eventi così tragici, il ricordo dell’amore diventa il suo nuovo canto poetico e il motore primario delle azioni di Yuan Mengliu, il quale dieci anni dopo la repressione delle proteste dei suoi compagni poeti, andrà alla ricerca della sua amata e scomparsa Qi Zi. Nel mentre del suo viaggio, Yuan si ritrova catapultato in un mondo utopico ma dispotico, la Valle dei Cigni, in cui non esistono povertà e malattia ma la libertà delle persone è veicolata da un tacito senso di timore nei confronti del capo spirituale. La narrazione diventa un continuo parallelismo tra passato e presente, vestito da futuro lontano. La Valle dei Cigni diventa metafora dei sogni e i vaneggiamenti di un mondo migliore, corrotti però dalla fragilità dell’essere umano che non può non cadere in qualche modo in errore. La perfezione di questo nuovo mondo è retta dall’illusione, dall’appiattimento delle emozioni, dalla religiosa fiducia nei confronti di Alien, il capo spirituale della Valle. Nessuno vuole chiedersi quale sia la realtà, nessuno vuole combattere per la verità perché ciò ha portato in […]

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Teatro

La Bella Addormentata al Teatro Bellini: la magia del balletto

L’incanto è reale in sala al Teatro Bellini la sera del 4 Dicembre durante la messinscena della rappresentazione de La Bella Addormentata, con coreografia curata da Fredy Franzutti, scene di Francesco Palma e musiche di  Čajkovskij. La realizzazione del balletto è stata ispirata alla storia del napoletano Gian Battista Basile, il quale aveva scritto una versione di questa fiaba intitolata “Sole, Luna e Talia”, pubblicata poi postuma nel 1636. Tuttavia rispetto alla versione originale, il coreografo ha apportato delle modifiche riadattando e impregnando la storia della magia del Salento. Questa trasposizione geografica, risultato dell’intervento creativo di Franzutti, ha reso ancor più interessante la storia della principessa Aurora, allontanando i fumi del mito dal suo personaggio e dandole un corpo reale e tangibile ai sensi dello spettatore. La storia de La Bella Addormentata copre un arco temporale molto vasto che va dagli ultimi anni ’40 ai primi 2000 e la prima scena che si svela all’apertura del sipario è quella della notte della nascita di Aurora. I colori delle vesti dei danzatori sono scuri quanto quelli delle tenebre, il futuro padre percorre a gran falcate quasi tutta l’area del parco, snervato dall’attesa e dalla paura. Ma a squarciare il velo della notte, insieme all’incedere dell’alba, è un fiocco rosa: è nata Aurora. A ciò segue il battesimo cristiano e successivamente, come da tradizione, un’iniziazione pagana che avrebbe dovuto augurare una buona sorte alla bambina. Per il rito viene chiamata una zingara che, come viene ricordato, non è la maga ufficiale del paese. In mezzo ad una folla confusa, appare la strega Carabosse, l’aria diventa sempre più pesante e intrisa dei fumi del mistero della magia. Nonostante gli altri si fossero dimenticati di chiamarla, anche la chiromante vuole offrire un dono alla piccola Aurora. Si svela sotto gli occhi dei presenti una premonizione: al compiere dei suoi sedici anni, Aurora incontrerà nel suo cammino una tessitrice, si pungerà e per questo morirà. Ma nei sedici anni successivi, cercando di prendere qualsiasi misura precauzionale, la minaccia non sembra essere più una cosa reale. Gli animi si distendono, la vita prosegue felice e i colori dei vestiti si accendono di rosa e celeste. Arriva anche il giorno del sedicesimo compleanno di Aurora. I festeggiamenti sono tanti, la bellezza della ragazza attira gli occhi di molti giovani che la invitano continuamente a danzare e roteare leggiadra sul palco. Arriva anche la maga che porge alla principessa una scatola graziosa al cui interno vi è la terribile tessitrice: una tarantola. Bellissimo l’utilizzo dell’immagine del ragno, caro ai racconti folkloristici pugliesi, che trova una piacevole coerenza con la fiaba. La premonizione trova il suo compimento, ma grazie all’intervento della zingara convocata al battesimo che si svela essere una potente fata, Aurora non morirà e cadrà in un lungo sonno. La storia si riallaccia fedelmente al classico svolgersi degli eventi. Infatti passeranno cinquanta anni prima dell’arrivo di un principe, Ernesto, il quale allontanerà finalmente la minaccia della malefica Carabosse, ormai troppo vecchia per lottare, e darà il bacio […]

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Libri

A spasso con l’antiviaggiatore, di Carlo Crescitelli

A spasso con l’antiviaggiatore è una raccolta di dodici racconti “brevi e brevissimi”, come dice l’autore stesso Carlo Crescitelli, edito da Terebinto edizioni. Suddiviso in tre sezioni (Geoviaggi, Viaggi nel tempo, Viaggi nell’anima), ciascun racconto è introdotto dalla voce narrante talvolta di Carlo, talvolta dell’antiviaggiatore, o addirittura di uno scambio di battute tra l’autore e il suo alter ego. Entrambe queste voci vogliono farsi sentire, e per non finire nell’ombra dell’altro, si punzecchiano con battute taglienti, ma che trasudano familiarità e complicità. Il primo racconto, con cui Carlo Crescitelli ha vinto un premio quattro anni fa, è intitolato Chissà ed è una storia che mette in relazione la vita di tre personaggi: Dragana, Ahmed e Gerardo. Loro non si conoscono, e in realtà non si incontreranno mai. L’unica cosa che hanno in comune è quella di vivere a Monteverde. Il secondo racconto è Il Circo delle Profondità in cui viene raccontata la storia di un gruppo circense in trasferta nelle isolate ed inospitali Dagon Island. La lettura continua con Strade. I personaggi principali sono Nicholas e Susan. Nessuno dei due sa dell’esistenza dell’altro e le loro attività e vite non potrebbero mai metterli a contatto. Non c’è nulla che li accomuna se non l’esistere. Però si sa, la vita è strana, e pure ciò che sembra impossibile potrebbe avverarsi. Il quarto racconto è Traffico atlantico perturbato, il più lungo della prima sezione. L’ambientazione è una nave da crociera che sta navigando nella parte più settentrionale dell’Oceano Atlantico. L’equipaggio viene travolto da una tempesta ed Emilio, il protagonista, si ritrova a vivere un luogo molto simile all’hotel di Shining . La seconda sezione inizia con il racconto intitolato La scheda. John porta avanti una missione, ovvero quella di costruire uno schedario quanto più accurato della sua persona. Analizza qualsiasi aspetto della sua vita: dalle funzioni vitali alle relazioni inter-personali. La scoperta della verità è un racconto intriso di umanità, intendendo le emozioni e le fragilità sbrigliate dalla psiche del personaggio principale. Egli è affetto da una rara forma di sindrome psichica: l’aotite, che limita la sua percezione della realtà, anzi, la annulla completamente. Con L’invisibile coppia invece veniamo catapultati nella città di Avellino. Abbiamo un lui ed una lei. Vengono dallo stesso paesino limitrofo, i loro genitori si conoscono da sempre, ‘lui’ e ‘lei’ hanno anche frequentato il liceo insieme. Però si sono conosciuti e visti per la prima volta solo a trent’anni. Come è potuto accadere? Potere all’immaginazione è un racconto distopico, in cui i simboli e le idee sono bandite in quanto, in passato, hanno portato alla guerra e alla quasi estinzione dell’essere umano. Il governo centrale proibisce qualsiasi tipo di prodotto scaturito dall’immaginazione. Si dà il caso però che il personaggio principale, PX 1251, porti dentro di sé un animo da artista. La terza sezione è composta dai seguenti titoli: Consuelo, in cui vengono svelate in modo grottesco le dinamiche che si vanno a creare nel micro-cosmo degli uffici di un’azienda. La festa, racconto in cui vengono narrate […]

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Teatro

Allert Comedy: la Stand-Up Comedy allo Slash+

Gli spettacoli di stand-up comedy continuano a Napoli con un rinnovato incontro domenica 1° Dicembre allo Slash+ (Via Vincenzo Gemito, 20). Ad esibirsi sono i ragazzi dell’Allert Comedy, un gruppo nato circa un anno e mezzo fa fondato da Vincenzo Comunale e Adriano Sacchettini, che risponde alla necessità di riuscire a dare uno spazio agli artisti napoletani (e non solo) di esibirsi. Alcuni dei nomi incominciano a diventare familiari alle orecchie degli appassionati. Oltre a Vincenzo ed Adriano infatti ci sono quelli di Davide DDL, Flavio Verdino e Elena Mormile. Ma prima di immergerci in quelli che sono stati i punti caldi della serata, soffermiamoci sul significato più generale di stand-up comedy, di ciò che include e la potenza comunicativa che è insita ad ogni spettacolo. Quindi, cosa si intende per stand-up comedy? Sicuramente possiamo affermare che è ciò di più vicino al vero. Con i monologhi degli artisti il pubblico ha la possibilità di entrare negli spaccati di vita vissuta degli stessi. È un tipo di spettacolo che rifugge dai meccanismi artificiosi del teatro e ha come necessità quella di interagire attivamente con il suo pubblico. La comunicazione e il trasporto sono elementi fondamentali ed imprescindibili. Se il comico si nasconde dietro ad una maschera che non gli appartiene, la magia della stand-up ne risente, e non può più essere chiamata tale. Risulta difficile nell’immaginario comune dei nostri giorni fare una distinzione tra quella che è la figura del satiro e quella del comico. Ecco perchè il gruppo di Allert Comedy è un importante esempio di commistione di elementi che può dare finalmente i giusti strumenti al pubblico partenopeo per la comprensione di questa forma di spettacolo. Allert Comedy allo Slash+ Ad aprire la scena abbiamo proprio Vincenzo Comunale, subito dopo raggiunto da Davide DDL. Riscaldano il pubblico con una serie di botta e risposta riguardo al Black Friday, analizzando in particolar modo l’assurdità degli atteggiamenti febbrili degli acquirenti. Vincenzo avrà modo durante tutto lo spettacolo di intervenire e portare in piccoli flash un monologo riguardante la vita di coppia. Si spazia su tematiche che riguardano la gelosia, la difficoltà nel comunicare e comprendersi. Sincero, esilarante. Vincenzo ha strappato molte risate al pubblico pur portando il suo pezzo sul palco a spezzoni. Lascia poi spazio ad Adriano Sacchettini che introduce il suo monologo riguardante l’essere troppo buoni. Direte voi, che male c’è? Essere troppo buoni ai giorni nostri può risolversi in un tragico susseguirsi di eventi. Da quello di essere perennemente friend zonati dalle ragazze a quello di essere subito catalogati come esseri spregevoli per aver espresso per la prima volta nella propria vita un dissenso rispetto a qualcosa. Un bel spunto di riflessione che ha strappato qualche risata e ha (speriamo) ridimensionato l’ego delle cosiddette ‘volpi’. Flavio Verdino è il secondo ad entrare in scena e ci espone il suo monologo riguardante la napoletanità. Ma non come la si intende e si usa leggere ormai da qualche tempo sui giornali. La napoletanità espressa da Flavio non ha nessuna […]

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Eventi/Mostre/Convegni

VitignoItalia 2020: anteprima all’Hotel Excelsior

Si è tenuta lunedì 25 Novembre una grande degustazione con la presenza di circa 100 aziende provenienti da tutta Italia e oltre 500 etichette. Un evento targato VitignoItalia 2020 che anche in questa anteprima è riuscita a soddisfare la richiesta di qualità ed eccellenza, rappresentando l’Italia del vino da Nord a Sud. Un viaggio variegato ed esteso che è riuscito ad appagare sia gli operatori del settore sia i neofiti appassionati. Nei banchi d’assaggio abbiamo naturalmente riscontrato un predominio numerico dei prodotti campani, con la presenza di oltre 40 realtà produttive: una giusta rappresentazione dell’aumento della presenza del patrimonio dei vitigni campani sui mercati nazionali e internazionali. La conferenza di presentazione di VitignoItalia 2020 La preview autunnale dedicata al vino italiano non si è però fermata qui. Infatti lo stesso 25 Novembre, presso la Sala Mascagni dell’Hotel Vesuvio (Via Partenope 45), ha avuto luogo il convegno “Sala e Vino: l’importanza del fattore umano” con ospiti di eccellenza quali Livia Iaccarino (Ristorante Don Alfonso 1890), il giovane Alessandro Perricone (Ristorante Relæ di Copenaghen), i giornalisti Eleonora Cozzella (gruppo Repubblica-L’Espresso) e Giuseppe Cerasa (Direttore de Le Guide di Repubblica). Infine Giuseppe Palmieri, maître e sommelier dell’Osteria Francescana di Modena, a cui è stata consegnata, durante il convegno, la nomina di Ambasciatore di VitignoItalia 2019/2020. Durante il talk show ciascun ospite ha avuto modo di riportare le proprie esperienze professionali nel campo della ristorazione, arricchendo specialmente il significato del servizio in sala. Interessanti le parole di Livia Iaccarino: «La sala è un luogo magico che deve avvolgere, travolgere. Perché se l’ospite non viene accolto nel migliore dei modi, non sentirà la necessità di ritornare. La sala è l’ambasciatore della cucina e, se è un lavoro fatto bene, permette all’ospite di poter carpire il gusto dei piatti al loro più grande potenziale. La sala è un lavoro che richiede comprensione e delicatezza» Ad arricchire questo messaggio ci pensa anche Alessandro Perricone, il quale afferma: «I clienti non si assomigliano mai, quindi la vera arte sta nel  saper adeguare il servizio in base alla persona che si ha di fronte. Questa è professionalità. La sala per me è amicizia, educazione ed empatia» Anche Giuseppe Palmieri si esprime in merito, ponendo specialmente l’accento sulla necessità di smettere di fare una distinzione tra sala e cucina ed evitare la ‘mostrificazione’ della sala. Aggiunge inoltre che l’umiltà è una caratteristica importantissima per far funzionare bene il lavoro in sala. In realtà è una caratteristica che lo ha accompagnato durante tutto il suo percorso professionale e che sta anche alla base del successo della Francescana. La grande versatilità del lavoro di Giuseppe Palmieri gli permette di poter comunicare con naturalezza con ciascuno utilizzando i linguaggi più disparati, da quello tecnico all’amatoriale. E la cosa più sorprendente è che gli switch e le commistioni di linguaggi non stonano, ma danno origine ad un ingranaggio che funziona alla perfezione. Immancabile un accenno da parte degli ospiti sull’importanza della carta dei vini. Possiamo dire che Livia, Alessandro e Giuseppe si sono ritrovati […]

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Culturalmente

Detti Toscani: tra simpatia e saggezza

Oggi parleremo dei detti toscani! Curiosi? A ben ragione. Premettendo che è già molto simpatica la spirantizzazione, detta anche gorgia, delle consonanti (specialmente la C: la famosissima Hoha Hola), i toscani non hanno nulla da invidiare alla fantasia e alla concretezza delle immagini delle espressioni campane. Anzi, possiamo affermare che l’umorismo di entrambi sia molto affine e lascia un sorriso sardonico sul volto degli ascoltatori. La corporeità dei detti è da rintracciare nell’utilizzo che se ne fa, infatti capita a chiunque di dire o di sentire almeno una volta al giorno questa bomba di saggezza verace lanciata al momento opportuno. Ma prima che qualcuno ci dia dei “bischeri”, ecco a voi cinque detti toscani che abbiamo selezionato: C’ha più garbo un ciuco a bere a boccia. Letteralmente vuol dire “è più aggraziato un asino a bere dalla bottiglia”. Con questa espressione ci si riferisce e ci si appella di solito a quel tipo di persona che non è molto precisa nel portare a termine una mansione, o se ci prova, non lo fa con eleganza, ma con estrema goffaggine. Più chiaro di così! Se la mi nonna aveva le ruote era un carretto. Ed ecco il parallelismo! Questo detto vi ricorda qualcosa? Un periodo ipotetico dell’irrealtà molto efficace e diretto. Chi di gallina nasce, convien che razzoli. Abbiamo trovato molto interessate questo detto. È un modo per indicare l’importanza dell’ambiente famigliare, in quanto l’educazione ricevuta condiziona profondamente il comportamento delle persone. In questo caso l’espressione ha in sé un’accezione non proprio positiva. Infatti metaforicamente chi è figlio di una gallina, e quindi proveniente da un’estrazione sociale non proprio alta, l’unica cosa che può fare è razzolare e non ambire a cambiare il proprio status. Il grano del Diavolo va tutto in crusca. La crusca è un sottoprodotto della cariosside e la sua macinazione ha un valore minore rispetto a quello del grano. Detto ciò, possiamo già avere un’idea del significato di questa espressione. Con questo detto ci si riferisce alla disonestà delle persone, i cosiddetti diavoli. Il frutto della loro disonestà finirà per ritorcersi contro di loro. Una definizione di karma alla toscana. Se ‘un si va all’Arno, ‘un si vede l’Arno. “Se non vai all’Arno, non puoi vedere l’Arno”. L’Apostolo Tommaso e gli gnostici avrebbero acconsentito. Questa frase vuol dire che prima di credere a qualcosa, c’è la necessità di verificare di persona per poi poterle valutare e giudicare. Siamo giunti alla conclusione di questo breve viaggio illuminante tra le colline toscane. Possiate far tesoro di queste piccole perle che, tra una risatina e l’altra, raccontano semplici verità. Fonte immagine: pixabay.com

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Recensioni

Rumori fuori scena con Valerio Binasco al Teatro Bellini

Divertente, assurdo, erotico. Valerio Binasco porta in scena al Teatro Bellini Rumori fuori scena,  tratto dal testo dell’inglese Michel Frayn. Diventato ormai un cult del teatro contemporaneo, lo spettacolo mette in evidenza le dinamiche, spesso nascoste all’occhio e alla coscienza del pubblico, che intercorrono tra gli attori, il regista e non solo nell’allestimento di una rappresentazione teatrale in chiave tragicamente comica. Il bisogno di usare ossimoro è dettato proprio dal fatto che, da spettatrice, indipendentemente dalle risate al susseguirsi delle scene, rimane sempre una vaga sensazione di inquietudine. In ogni caso Rumori fuori scena è da considerarsi senza alcun dubbio un testo appartenente al genere comico e basa la sua comicità sull’elemento dell’equivoco. Tutto inizia con l’allestimento della messinscena di Niente addosso di Robin Housemonger. Il regista è Lloyd Dallas, interpretato dallo stesso Valerio Binasco, mentre la compagnia è composta dagli attori con le esperienze più disparate: partendo dai professionisti ai “raccomandati”. La quarta parete non viene solo squarciata, non è mai esistita. Con il sipario già aperto e Lloyd/Valerio che scorrazza tra il pubblico, interagendo a tratti con esso, i personaggi iniziano a presentarsi al pubblico in duplice veste: quella dell’attore e quella più propriamente umana e fragile. Il tempo è quello delle prove generali, quindi l’elettricità e la confusione hanno la meglio. Ognuno dei personaggi ha dentro di sé un piccolo dramma interiore che inevitabilmente si riversa con una forza moltiplicata per nove sulla riuscita dell’esecuzione. Prima fra tutti c’è Dotty che, oltre ad aver investito gran parte dei suoi averi sul risultato dello spettacolo, si trova in difficoltà con i continui cambiamenti e l’aggiunta di elementi sulle sue scene. Poi c’è Selsdon con evidenti problemi di alcolismo, Garry che non riesce ad improvvisare, Brooke che, inizialmente, non riesce nemmeno a capire di avere un problema. A ciò si aggiungono gli scandali all’interno della compagnia, alimentati dai pettegolezzi di Belinda che saranno la prima causa dello sfacelo degli equilibri. Verso la fine del primo atto si scopre l’esistenza di un triangolo amoroso e ciò porterà ad un accorciamento ancora più importante della distanza tra finzione e realtà. Nel secondo atto la scenografia fa un giro di 180° e ci ritroviamo dietro le quinte della compagnia. Inizia il debutto dello spettacolo e l’elemento che pervade l’atmosfera è quello della fragilità umana. I rapporti tra gli attori sono gravemente compromessi ed essi rispondono a ciò portando materialmente in scena il proprio malcontento. Il regista è sparito, lasciandosi alle spalle le proprie responsabilità, attuando un vero e proprio ghosting, per poi comparire nuovamente rivestendo non i panni del suo ruolo professionale, bensì quelli di un uomo e i suoi desideri. Il punto di rottura estremo è rappresentato nel terzo atto. I personaggi non esistono più, così come non esiste più la messinscena dello spettacolo. Sul palco prendono finalmente vita le voci degli attori, delle loro persone. La finzione è una maschera troppo debole e non può arginare le debolezze e le fragilità della compagnia. Da rumori fuori scena, si passa ad […]

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Food

Chocolartì by Olivarte: un bon bon dal cuore Mediterraneo

Per chi pensa che in Campania l’arte culinaria abbia ormai raggiunto il suo picco più alto, si sbaglia. Olivarte ci presenta un nuovo prodotto: Chocolartì, tutto il gusto del cioccolato che racchiude in un equilibrio perfetto un cuore fatto di olio d’oliva. Olivarte si presenta a noi come “una nuova e giovane azienda, ma con una missione antica”, ovvero quella della produzione dell’olio di oliva. L’alta qualità dei suoi prodotti a marchio D.O.P. si traduce in una sintesi che comprende la selezione oculata delle olive in un’area geografica ben delimitata, la cura della coltivazione e della trasformazione in olio. Le varietà di olive selezionate spaziano da quelle del frantoio, leccino, cappellese e rotondella. Insomma possiamo considerarla una chiara e deliziosa presentazione di parte della macchia mediterranea che porta il marchio di Olivarte e che si sposa perfettamente con quella che è la missione dell’azienda: contribuire nella conoscenza e nella consumazione dell’olio di oliva di qualità, con una promozione che non si limita al suolo nazionale, ma spazia per l’Europa. Tuttavia il loro operato non si limita solo a questo. Infatti il 16 Ottobre all’Enoteca Continisio in Via Crispi, siamo stati invitati ad assaggiare un prodotto all’avanguardia: chocolartì. Dalla mente di Olivarte all’arte di Gennaro Bottone. Olio e cioccolato, due ingredienti che fanno parte della nostra tavola da sempre, ma che difficilmente possono combinarsi nel nostro immaginario in un unico bon bon. Ebbene Anna Smeraglia, affidandosi all’arte del mastro cioccolataio Gennaro Bottone,  abbatte questo muro in modo più che convincente, presentando un vasto assortimento di cioccolatini che spaziano dalla semplice combinazione “classica” di olio evo e cioccolato, ai bon bon aromatizzati al limone, peperoncino e, per i più curiosi, al tartufo bianco. Cosa? Come? Sì! Le affinità tra i due prodotti sono molte, partendo dai toni amari e piccanti, fino a considerare le proprietà benefiche costitutive. Entrambi ricchi di sostanze anti-ossidanti, efficaci nella prevenzione di disturbi cardio-vascolari, la combinazione di olio e cioccolato porta anche ad una conclusione raffinata e gustosa dei pasti. Chocolartì infatti è stato concepito come un piccolo dessert e un’idea innovativa per “bussare con i piedi” alla porta dei nostri cari, soprattutto con l’avvicinarsi delle feste natalizie. Infatti Anna Smeraglia confessa di avere altre idee in cantiere al cui centro rimarrà l’olio di oliva, ovvero la produzione di un panettone. Ma la nostra esperienza sensoriale non finisce qui! Ad impreziosire ed esaltare il gusto di questo cioccolatino, ci pensa Stefano Continisio, sommelier e maestro assaggiatore ONAF, se non anche uno dei proprietari dell’Enoteca Continisio, grazie al vino selezionato ad hoc per l’occasione. Dalle colline salernitane, passiamo quindi ai vigneti francesi della Côte Vermeille con un assaggio di Banyuls, le cui proprietà zuccherine sostenute dal tannino si sposano perfettamente con la particolarità ed eccezionalità del sapore di chocolartì. E se tutto ciò non basta a stuzzicare la vostra fantasia, non vi resta che provarlo. Per maggiori informazioni sull’azienda e i suoi prodotti: www.olivartesas.it

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