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Eroica Fenice

Musica

Scary Allan Crow, quando lo scratch è horror

Rimozioni mentali,allucinazioni, detti popolari, citazioni celebri, splatter, esoterismo, vendette, riti occulti, crimini irrisolti, indagini di polizia… Lorenzo Palloni ha saputo mescolare sapientemente tutti questi elementi nella sua Graphic Novel horror, Scary Allan Crow. Pubblicata per Edizioni Inkiostro e presentata ufficialmente al Lucca Comics & Games 2017, l’opera è accompagnata da una colonna sonora di grandissima fattura realizzata da uno dei più importanti esponenti del turntablism italiano: Dj Aladyn ( Aldino Di Chiano). Scary Allan Crow, quando un semplice divertimento si tramuta in una spirale di violenza Inizia con Jakob, Lucio, Malik, Katrina, Magdalena, Amalia e Svafa la nostra storia. Sette universitari, annoiati dalla loro quotidianità, che cercano svago e divertimento in un casolare di campagna abbandonato. Durante questa piccola “escursione” conosceranno una bizzarra pianta che li catapulterà in un’inaudita spirale di violenza che si prolungherà ininterrotta fino al sorprendente e ambiguo finale. Scary Allan Crow, quando lo scratch incontra il disegno A dirigere i fili di questa angosciante vicenda l’incredibile colonna sonora, pubblicata lo scorso 31 Ottobre in formato vinile 180 gr in limited edition (Kappa Distribution) realizzata da Dj Aladyn, che ha anche contribuito all’ideazione della graphic novel. Così come Palloni mescola nelle sue tavole tantissimi elementi diversi tra loro, allo stesso modo il disc jokey, da buon maestro del turntablism, manipola e distorce magistralmente suoni per creare atmosfere lugubri e inquietanti. Non a caso il turntablism è- Wikipedia può venire in nostro aiuto- “l’arte di manipolare suoni e creare musica mediante il giradischi e il mixer da Dj”. Quindi, se state pensando a “I Dj non fanno altro che mettere play”, no, non è questo il caso. Sei tracce, una per ogni capitolo, si susseguono intervallate da alcuni interludi. Poche inquietanti note al piano, introducono il tutto preparando il lettore- e ascoltatore in questo caso- alle atmosfere di pura malvagità nelle quali sarà immerso. C’è poi una breve pausa con una musichetta molto simile a quelle delle giostre- a dirla tutta neanche così rassicurante- che sfuma in una cupa sequenza di bassi. Ed è proprio qui che Aladyn mette in mostra tutta la sua abilità nello scratch. Le pagine scorreranno davanti ai vostri occhi a ritmi frenetici, quasi da togliere il fiato; altre volte lenti, sommessi, ma pronti ad esplodere in cruenti colpi di scena. Aladyn sarà il demiurgo di questa esperienza audio-visiva, accompagnato non solo dalla matita di Lorenzo Pallone ma anche dalla chitarra di Marco Trentacoste e dal pianoforte di Roberto Pace. Quel pianoforte dal quale, anche nell’ultima traccia, risuoneranno minacciose le stesse note che avevano introdotto l’album. Come se la vicenda di orrenda malvagità, capitata ai sette protagonisti, trovasse in questa sua “circolarità” una coerente conclusione o,forse, l’inizio di una nuova spirale di violenza destinata continuamente a ripetersi.

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Interviste

Crystal Ball, l’esordio degli Era Serenase. L’intervista

Crystal Ball è questa pasta con cui giocavamo da piccoli. Praticamente, avevi un tubicino di plastica e ci mettevi questa pallina che soffiandoci dentro facevi delle bolle e costruivi dei giochetti orribili, attaccando queste bolle. Era tossica, e infatti l’hanno tolta dal mercato, poi macchiava ovunque questa cosa schifosa e le mamme erano disperate. Noi comunque siamo figli di quegli anni dove non c’era tanta coscienza su cosa fa bene e cosa fa male: c’era stato Chernobyl, questa sostanza tossica e mangiavamo solo Findus. Quindi giochiamo un po’ sul fatto che noi ci siamo fatti gli anticorpi con queste cose. Siamo i supereroi che hanno respirato schifo e adesso siamo più forti anche per quello. Serena “Serenase” Gargani, cantante, beatmaker e video maker del duo ligure degli Era Serenase insieme al cugino Davide “EraSfera” Brancato, ci racconta così Crystal Ball, il loro debutto discografico. Un disco divertente e irriverente dalle sonorità Hip-Hop ed elettroniche che ci invita, con ironia e fantasia, a prendere la vita con più leggerezza, scherzandoci su; non senza, però, un’interessante riflessione sulla relatività del nostro mondo. In occasione della pubblicazione dell’album e della serata di Venerdì 17 all’MMB di Napoli -in cui apriranno il concerto di Dutch Nazari– abbiamo intervistato Serena durante una piacevolissima chiacchierata telefonica. Crystal Ball, l’intervista a Serenase Prima di scrivere le domande per quest’intervista ho ascoltato l’album e cercato un po’ di informazioni su di voi. Ho letto che siete cugini, che siete andati a vivere in campagna insieme e che, in fondo, questo vostro progetto musicale è nato un po’ per gioco e un po’ per caso. In Crystal Ball, però, di casuale c’è ben poco anzi traspare grande competenza sia nella parte delle liriche che in quella musicale; inoltre, ho visto che sei tu la regista dei video. La domanda quindi è: chi erano Era e Serenase prima di formare un duo ? Mio cugino si chiamava Sfera adesso si chiama EraSfera. Ha sempre fatto rap, da quando era ragazzino e frequentava le medie, quindi è arrivato a questo punto, a fare questo progetto nuovo, molto allenato nello scrivere canzoni, un po’ meno nella parte musicale. Io ho supplito la sue mancanze musicali, diciamo, e lui quelle dei miei testi. Io scrivo parte dei miei testi però lui magari trova la rima o il gioco di parole più adatto. Ho sempre fatto musica però senza mai propormi più di tanto. Ho un papà jazzista che mi ha cresciuto con Miles Davis nelle orecchie, suonando la tromba; ho sempre ascoltato tutti i generi, anzi, il rap gliel’ho fatto sentire io per la prima volta…(pensa, ndr)… Era il disco dei Fugees, The Score, ecco. Primo cd comprato e gliel’ho fatto sentire (al cugino, ndr). Avendo, quindi, questo modo nostro di giocare sempre da quando siamo nati, abbiamo detto “perché non proviamo a unire questa cosa qua?”. Diciamo che la prima canzone l’abbiamo fatta così per gioco, la seconda l’abbiamo fatta dopo mesi e mesi perché non pensavamo neanche di farlo davvero questo […]

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Musica

MOCO, il debutto discografico dei Monkey OneCanObey

MOCO è il debutto discografico del duo umbro dei Monkey OneCanObey, formato dai diciannovenni Filippo Lombardelli e Saverio Baiocco, targato Jap Records. Questi due giovanissimi artisti hanno dato vita a un qualcosa di davvero unico e originale che colpisce anche per la semplicità delle loro scelte: semplici ma estremamente efficaci e d’impatto. La loro musica si sviluppa, infatti, attraverso la beatbox di Filippo sulla quale si inscrivono gli energici riff della chitarra di Saverio. MOCO, l’album C’è un po’ il loro mondo in questo album. Il mondo di due giovani adolescenti affamati di musica e conoscenza che hanno assimilato, e messo su carta e in musica, tutte le loro influenze culturali, musicali e non. Si entra fin dal principio nell’immaginario creativo di questi due baldi giovani, a partire dal loro nome e dalla copertina dell’album. “Monkey OneCanObey” ricorda molto infatti il nome di un celebre personaggio di Star Wars: Obi-Wan Kenobi. “Coincidenze ? Io non credo” direbbe qualcuno. Le “chicche” nerd non finiscono però qui. Il Gigantesco Gorilla che emerge feroce dal terreno sembra ricordare l’enorme mostro verde apparso sulla copertina del primo numero dei Fantastici 4. La loro capacità onnivora di assimilazione si esplicita incredibilmente anche in ambito musicale dove riescono a far coesistere il beatbox e il sound rock/blues della chitarra elettrica di Saverio, elementi di generi molto distanti. Un connubio realizzato grazie anche alla loro istintiva complicità, frutto di un’amicizia di lunga data. Prendono così vita otto tracce, tra le quali sei inediti, una cover di Grinning in your face di Son House e un piccolo tributo finale ai Depeche Mode con Personal Jesus. Si inizia subito con la base ritmica “vocale” creata da Filippo che introduce il distorto arpeggio di chitarra di Saverio in Evolution Playstation, per proseguire con il massiccio sound blues di Philled Lungs. L’impronta blues resta preminente anche in Route66 e I Know, questa volta però con momenti più distesi e melodici, sintomo di un approccio un po’ più introspettivo. Proprio come quello di Traintears, brano caratterizzato da un arpeggio rassicurante e soprattutto non distorto. Non banali neanche i testi attraverso i quali Filippo e Saverio manifestano la loro voglia di evadere e sfuggire dalle gabbie mentali e dall’ipocrisia che troppo spesso ci imprigionano. Esternazioni di insofferenza e ribellione ma anche tentativi di riconciliazione con le proprie paure. Le lyrics ci lasciano qualche perplessità ma anche tanta curiosità. Perplessità per la lingua usata: un inglese non privo di qualche sbavatura; curiosità perché attendiamo con ansia dei brani in italiano che potrebbe far diventare i Monkey OneCanObey una vera e propria rivelazione del nostro panorama musicale.

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Interviste

Divertissement Avec Du Punk Rock

Divertissement Avec Du Punk Rock è il nuovo album di Monsieur Blumenberg, nome d’arte di Federico Montefiori, pubblicato lo scorso 22 Settembre per l’etichetta discografica Irma La Douce. Forse ai nostri lettori più giovani il suo nome non susciterà nessun ricordo ma i più “esperti” potranno sicuramente ricordare Federico come membro dello storico duo di musica lounge dei fratelli Montefiori: i Montefiori Cocktail. Inoltre, molti di voi, pur non conoscendolo, avranno potuto sicuramente apprezzare le sue tante sigle musicali realizzate negli anni per programmi come Mai Dire Goal, Le Iene e Zelig Divertissement Avec Du Punk Rock, l’album Sedici anni dopo il suo primo lavoro solista …Musique et Coleurs…, Federico si lancia in questa nuova brillante avventura dando vita a un personalissima interpretazione di alcuni dei più famosi brani punk della storia. Un progetto che nasce con l’obbiettivo di rendere un divertente e spensierato omaggio alla musica e alla cultura punk che, come ci racconta lui stesso, quest’anno festeggia il suo quarantesimo anniversario: «Io per gioco, riarrangio mentalmente qualsiasi musica che mi passi per le orecchie, questa idea lounge-punk in realtà l’avevo già elaborata qualche anno fa poi quando lo scorso inverno ho scoperto che quest’anno sarebbe stato il quarantennale del punk, mi ci sono dedicato totalmente. Innanzitutto ho scelto i miei brani preferiti e poi ho verificato se si sarebbero potuti adattare a nuove versioni senza perdere la loro forza.» Un vero e proprio divertissement, un “lusus” musicale, senza alcuna presunzione di aprire una nuova epoca aurea per il genere, se non quella di intrattenere e far ballare l’ascoltatore. Monsieur Blumenberg, infatti, si mostra molto scettico su un possibile revival punk: «No, un fenomeno di ribellione socio-musicale come il punk non potrà più rivivere perché non ci potranno più essere le stesse condizioni di 40 anni fa» Divertissement Avec Du Punk Rock, i brani Tredici i brani dei quali undici rivisitazioni di celebri brani come: God Save The Queen e Anarchy in The U.K. dei Sex Pistols; California über alles dei Dead Kennedys; Blitzkrieg Pop dei The Ramones; Should I Stay Or Should I Go, London Calling e Rock The Casbah dei The Clash; Dancing With Myself di Billy Idol; Psycho Killer dei Talking Heads; Jukebox Babe di Alan Vega e Lust For Life di Iggy Pop. Spazio anche per due inediti: Divertissement Avec Du Punk Rock, la strumentale d’apertura, e Sex, Bugs and Rock And Roll. Non ascolterete le violente schitarrate di Joe Strummer o la voce insolente e rabbiosa di Johnny Rotten, bensì da una sapiente miscela di sassofoni, bonghi e synth. Un eccellente cocktail musicale da assaporare, magari, proprio davanti a un buon drink!

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Musica

L’ombra della vita, il nuovo album di The Sniper

L’ombra  della vita è il nuovo lavoro del rapper cilentano The Sniper aka TicSnip, nomi d’arte di Aldo Matrone, pubblicato il 23 di questo mese per l’etichetta A-Dam Records e disponibile sui maggiori store digitali.  The Sniper e l’ombra della vita, un’epopea rap L’album, come dichiara il suo stesso autore, “è solo il primo capitolo di un’epopea rap che si svilupperà nell’arco dei prossimi album”. Un originale tentativo di implementare e superare i limiti dell’idea di concept album per creare, in questo modo, non un solo disco ma una vera e propria saga di album legati a un unico tema. The Sniper e l’ombra della vita, l’album Un’ ombra si staglia minacciosa sull’orizzonte del nostro protagonista. È Il conto salato dei tanti scheletri nell’armadio e di cicatrici mai completamente rimarginate, è l’ombra della vita. Un passato che si riaffaccia pericolosamente ma che The Sniper affronta a testa alta e senza timore. Le intenzioni sono ben chiare già dall’inizio con la traccia Lotterò ( Prod. Astratto), un inno a non mollare mai ma che troverà difficile realizzazione nelle tracce successive. Nel primo skit inizierà ad avvertire i primi sintomi di malessere ma lo psichiatra sorvolerà con sufficienza prescrivendo un dannoso aumento di farmaci. La rabbia e la frustrazione aumenteranno con Karma ( Prod. Astratto) e No Word (Prod. D. Ratz) che precedono il secondo skit, quello dove il suo alter ego deviato uscirà finalmente allo scoperto. Aldo cerca di resistere in questa logorante battaglia ma senza risultati. Dopo Schiaffon ( Prod. Astratto– Scratch Dj Creolo) e il terzo skit, il demone interiore avanzerà sempre più prepotentemente cercando di trascinare con sé Aldo nell’oblio. Questo si rispecchierà anche nei brani seguenti, caratterizzati da una carica sempre più aggressiva. Schiavitù Mentale ( Prod. Astratto feat Poeti Maledetti), Vilipendio ( Prod. Astratto– Scratch Dj Stivo), Suonn ( Prod. D. Ratz) e Meta (Prod. Astratto feat. Momih) costituiscono infatti il culmine della spinta impetuosa dell’album. Sarà nel quarto skit che Aldo arriverà alla resa dei conti- solo apparente- con il suo demone. Una resa dei conti che sembrerà terminare con un lieto fine per il protagonista con la traccia Fenice- un ovvio simbolo di rinascita- ma che in realtà rimarrà sospesa con l’inquietante e ambiguo outro finale.  The Sniper e l’ombra della vita, considerazioni L’ombra della vita è un godibilissimo racconto, a suon di rap tipicamente old school, di un ragazzo alle prese con i fantasmi del proprio passato che lotta, con le unghie e con i denti, per raggiungere un nuovo inizio. The Sniper ci fornisce un’importante lezione dando vita a quello che si spera essere il primo capitolo di una lunga e fortunata epopea rap.

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Musica

Tonight, il nuovo album dei Fitness Forever

Tonight è il terzo album dei Fitness Forever  pubblicato lo scorso 29 Settembre per l’etichetta spagnola Elefant Records. Guidata dal front-man napoletano di Torre del Greco Carlos Valderrama, nome d’arte di Gaetano Scognamiglio, la super band, composta da ben otto membri, ha dato vita a un disco di pregiatissima fattura. Sarà ufficialmente presentato il 27 Ottobre al Lanificio 25 di Napoli. Tonight, più che una coincidenza Non conosciamo i motivi precisi che hanno portato Gaetano a utilizzare “Carlos Valderrama” come nome d’arte ma l’omonimia con il calciatore della nazionale colombiana degli anni ’80 sembra fornirci importanti e coerenti indizi. Non si tratta, quindi, di una semplice coincidenza. Leader di quella che forse è stata la nazionale colombiana più forte e stramba di tutti i tempi, Valderrama si distingueva per il suo appariscente look (fitti baffi neri e folta chioma bionda riccioluta) ma anche per l’incredibile abilità grazie alla quale dirigeva le azioni offensive della sua squadra. Allo stesso modo, pur non esibendo uno sgargiante look, Gaetano è l’artefice della collaborazione di sette estrosissimi musicisti che in Tonight hanno ricreato, attraverso un sound oculatamente ricercato, le atmosfere sognanti della musica disco degli anni ’70-’80. Questa “operazione nostalgia” va però ben oltre una semplice riproposizione di un genere musicale: non è un anacronistico tentativo di imitazione bensì la ricreazione di un immaginario e di un contesto musicale rivitalizzati da una nuova frizzante linfa creativa. Tonight, l’album dei Fitness Forever Come dichiarato da Gaetano in più interviste, la prerogativa dei Fitness Forever è quella di riportare al centro del processo creativo gli strumenti e i musicisti, di promuovere il rapporto empatico di più persone che suonano insieme, mettendo da parte i computer. È da questa idea che nasce Tonight. Un’idea che, scritta così, potrebbe risultare un eccesso di “spocchia” ma che in realtà è soltanto l’esigenza di riscoprire un legame più diretto con la musica. Si passa così dalle incantate atmosfere di leggerezza di Tonight, Dance Boys, Andrè, Canadian Ranger, Port Ghalib, Baby Love ad altre più malinconiche e intime di Cosa Mi Hai Detto, Arbre Magique e Carlo. Nove tracce che si susseguono componendo un complesso mosaico musicale e immaginativo. L’album è impreziosito anche dai due bellissimi video, entrambi diretti da Zavvo Nicolosi, di Tonight e Canadian Ranger, usciti in anteprima rispettivamente a maggio e luglio. Emblemi di un lavoro curato nei minimi particolari. Tonight, un album “internazionale” Ad aggiungere un tocco di prestigio internazionale le tante collaborazioni con artisti del calibro di Kidsaredead ( Tonight), Paulita Demaiz (Dance Boys) e Juniore ( Arbre Magique). È impossibile rimanere indifferenti durante l’ascolto: il sound dei Fitness Forever con la sua vivace energia è coinvolgente e riesce a far vagheggiare la mente dell’ascoltatore. Tonight diverte, stupisce ed emoziona !

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Fun & Tech

Treedom, quando gli alberi sono a portata di un click

Quante cose possiamo comprare con un click ? Tante cose: libri, vestiti, scarpe… un albero. “Un albero !?” probabilmente vi starete chiedendo e la risposta è: “Si, un albero. Sai come ? Grazie a Treedom” Treedom è una rivoluzionaria piattaforma nata nel 2010 che permette di acquistare e piantare alberi da frutto in Italia, Africa e Sud America per finanziare progetti ecologici, di rivalutazione territoriale e di volontariato volti a supportare comunità di contadini locali. Forse, però, le parole di Tommaso Speroni e Federico Garcea, fondatori della piattaforma, vi aiuteranno a capire meglio questa realtà. L’abbiamo intervistati, ecco a voi ! Treedom, l’intervista Come nasce Treedom? Treedom è nata a Firenze nel 2010 per iniziativa di Tommaso Speroni e Federico Garcea (allora rispettivamente 24 e 29 anni) mentre, ogni giorno, oltre 30 milioni di persone come loro giocavano a simulare la vita di un contadino grazie a Farmville. A differenza di tutti gli altri, durante l’ennesima sessione di gioco, Tommaso e Federico hanno avuto un’idea per unire il reale al virtuale e l’utile al dilettevole: creare un’innovativa piattaforma dove chiunque possa scegliere un albero da piantare e seguire online e, contestualmente, far sì che un contadino pianti realmente quell’albero da qualche parte. Non importa se vicino o lontano, l’importante è che venga piantato. In che modo questo progetto può aiutare le comunità di contadini locali? Tutti gli alberi Treedom vengono piantati da contadini locali in paesi o realtà dove hanno anche un’utilità sociale, come ad esempio in Kenya per incrementare la produzione agricola e ad Haiti nelle zone colpite dal terremoto del 2010. Grazie a Treedom migliaia di contadini hanno l’opportunità di farsi finanziare la piantumazione di alberi da frutto – che nel tempo offriranno nutrimento ed opportunità di guadagno – o alberi utili all’ecosistema locale, ad esempio per contrastare la desertificazione o per essere ripiantati a seguito di fenomeni di deforestazione. Abbiamo visto che sul vostro sito sono presenti progetti di green marketing e green business. In cosa consistono? Treedom offre anche servizi di green branding che puntano a valorizzare l’impegno ecologico delle aziende con soluzioni di marketing e comunicazione in campo ambientale. Lo stesso meccanismo utilizzato per i singoli utenti, che hanno la possibilità di piantare, regalare e seguire i propri alberi, è esteso infatti anche alle imprese, le quali possono dar vita a una “foresta aziendale” ed aggiungere virtualmente il proprio logo agli alberi scelti. Treedom in occasioni speciali come il Natale propone dei prodotti unici nel suo genere. Quest’anno ha lanciato B Box, il primo regalo corporate che contiene solo prodotti realizzati da B Corp, ossia da imprese che si contraddistinguono per elevate performance ambientali e sociali. L’azienda stessa, grazie al suo innovativo business model, a partire dal 2014 fa parte delle Certified B Corporations. B Box è il risultato di questo importante connubio e ha l’obiettivo di offrire a tutte le aziende che lo desiderano la possibilità di fare a tutti i propri stakeholder un regalo che rispetta il pianeta in varie forme e vari gusti e di […]

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Musica

Willie Peyote ha un cuore, anche lui

Willie Peyote ci aveva lasciato poco più di un anno fa con quella piccola perla, irriverente e dissacrante, di Educazione Sabauda e ora è ritornato con un nuovo album Sindrome di Tôret ( Etichetta 451 Records, Distribuzione Artist First). Anticipato e pubblicizzato tramite due singoli ( I Cani e Ottima Scusa) e attraverso dei brevi video riguardanti il “making of” del lavoro, l’album nasce sulla scia lasciata dal precedente disco e si pone senza soluzione di continuità con esso, sia dal punto di vista tematico che musicale. Infatti, il titolo era già contenuto nella copertina di Educazione Sabauda, come svelato dallo stesso autore su Facebook. È un titolo eloquente, Sindrome di Tôret, nato da un gioco di parole tra la parola “Tourette”, sindrome neurologica a causa della quale chi ne è affetto non è in grado di controllare ciò che dice, e “Tôret” nome delle tipiche fontanelle di Torino a forma di toro. Un indizio, di facile intuizione, sulla natura oculatamente critica dei temi toccati ed emblema del legame viscerale tra Willie e la sua città, la conditio sine qua non la sua musica probabilmente neanche esisterebbe. Quella di Willie è una critica acuta e irriverente nata dall’insofferenza verso ogni forma di pensiero conforme a pregiudizi e stereotipi. Un’insofferenza verso l’esigenza cronica – tipica dei nostri giorni- di dover mettere bocca su tutto e di vomitare ininterrottamente giudizi e sentenze. Il buon Peyote lascia, però, anche spazio a un po’ di sana autocritica e introspezione. Scopriamolo insieme ! Willie Peyote, il nuovo album Si parte subito in quarta con la linea di basso arrabbiata e sincopata di Avanvera per poi passare al riff “blueseggiante” e dissacrante de I Cani. Un cazzotto in pieno viso all’ipocrisia e a molte spiacevoli contraddizioni del nostro paese: “L’analfabetismo è funzionale nel senso che serve a chi comanda.Qua hanno tutti una risposta,però qual è la domanda?”. La carica aggressiva viene smorzata dalle atmosfere “smooth” di un’ Ottima Scusa e elettroniche di Metti che domani. Meno aggressive ma non per questo con meno verve ironica e sarcastica. La caccia alla pedanteria, però, non conosce tregua nemmeno tra i due brani, intervallati da un featuring C’hai ragione tu con Dutch Nazari, l’amico di tante collaborazioni. La sesta traccia Chiavi nella borsa, altro featuring con Dutch, costituisce però un punto di rottura, da questo brano in poi tutto l’album acquisirà un tono maggiormente introspettivo. Disteso, a tratti rassegnato. Una scelta decisamente saggia. Sul tavolo degli imputati non ci sono più gli altri perché altrimenti avrebbe rischiato di incorrere nello stesso errore di chi precedentemente ha criticato. C’è lui e questa, in fondo, insensata aggressività della quale molte volte incappiamo inconsapevolmente. “ […]Lei mi guarda negli occhi come se stesse cercando qualcosa di corsa e sparge tutto sul tavolo come quando non trova le chiavi in borsa. E secondo me cerca qualcosa che neanche c’è”. Ci affanniamo molte volte inseguendo fantasmi, illusioni nocive per la nostra serenità accumulando rabbia e rancori immotivati. Willie ci invita a prendere un respiro […]

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Musica

Plagi musicali, quando copiare non è un reato

“I buoni artisti copiano, i grandi rubano” diceva il buon Picasso. Pare che non tutti abbiano però condiviso la massima del vecchio Pablo: soprattutto in ambito musicale, questi “prestiti” artistici sono stati spesso oggetti di dispute giudiziarie. C’è un termine specifico per indicarli: plagi. Plagi musicali for dummies: come si definisce un plagio? Stando alle legge sul diritto d’autore, il plagio è “l’appropriazione, totale o parziale, della paternità di un’opera creata dall’ingegno altrui”. Apparentemente una definizione in grado di fugare ogni dubbio ma che in realtà, insieme all’intera legge sul diritto d’autore, non è in grado di stabilire parametri precisi per il riconoscimento certo di un plagio. Tutt’oggi, infatti, i plagi sono materia di studio per gli esperti di diritto e giurisprudenza. Plagi musicali, perché è così difficile riconoscerli? Si è soliti considerare che sia sufficiente un ascolto comparativo oppure un’uguaglianza compresa tra le quattro e le otto battute per definire un plagio, ma questi potrebbero essere soltanto criteri utili per poter parlare di un’ipotesi di plagio. Innanzitutto, un plagio potrebbe essere casuale. Ebbene sì, come molti sapranno, le combinazioni possibili tra le note musicali non sono infinite e quindi la possibilità, seppur ultra infinitesimale, di un’identità fortuita tra due canzoni può esistere. Vi è la possibilità che un autore componga e plagi involontariamente una canzone a lui completamente sconosciuta. Anche la riproduzione esatta di una melodia potrebbe però non bastare. Potrebbe infatti essere inserita in un altro contesto, di diverso ritmo o di diverso timbro, tale da suscitare nell’ascoltatore un’impressione diversa dal brano originale. È quindi necessario lo studio di ogni singolo caso. Plagi musicali, l’opinione di Ennio Morricone È nella musica leggera che riscontriamo il maggior numero di plagi, spesso non riconosciuti giuridicamente. A tal proposito Ennio Morricone, in un intervento raccolto nel libro “Anche Mozart copiava” di Michele Bovi, afferma: “La musica orecchiabile, proprio perché tale, assomiglia a qualche cosa già scritta, già proposta alla gente. Se non fosse stata udita non avrebbe successo. Se un autore vuole davvero creare qualcosa di originale deve attingere a parametri inadatti alla musica leggera il cui prodotto è una canzonetta, a volte dilettantesca, a volte infantile, sempre destinata ad un successo stagionale. La mia posizione morale e musicale è che chi ha coscienza di questa professione, pertanto della orecchiabilità forzata di queste canzoni che hanno vita breve, dovrebbe astenersi dal fare cause e controcause per plagi indimostrabili e disturbare i giudici per queste cose”. Chiaro, dunque, che l’identità o anche solo la somiglianza di due brani -stando alla buona fede agli artisti- può essere semplicemente frutto di un comune background musicale e tematico. Spirit e Al Bano, quando il plagio non sussiste Due dei più famosi processi su presunti plagi, vinti dagli imputati per motivi simili a quelli sopra elencati, sono stati quello degli Spirit contro i Led Zeppelin e di Al Bano contro Michael Jackson. Il primo fu indetto nel 2014 perché Michael Skidmore, curatore del patrimonio del defunto chitarrista degli Spirit Randy Wolfe, accusò i Led Zeppelin di […]

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Libri

La rinascita delle città-stato, il nuovo libro di Parag Khanna

La rinascita delle città-stato: come governare il mondo al tempo della devolution, pubblicato il 14 Settembre da Fazi Editore , è l’ultimo libro di Parag Khanna, scrittore ed esperto di geo-politica internazionale. La Rinascita delle città-stato, la necessità di una tecnocrazia diretta L’autore statunitense di origine indiana inizia la sua analisi dall’attuale situazione politica americana, ai minimi consensi storici e afflitta da un astensionismo dal voto sempre più diffuso. Sintomi di anni di governi impegnati a somministrare palliativi per confermarsi nelle sempre più dure e economicamente dispendiose campagne elettorali, piuttosto che nell’attuare serie politiche sociali e piani di sviluppo a lungo termine. Conseguenze di governi che hanno fomentato corruzione e clientelismo, trasformando la politica in un obbiettivo da conquistare e non in un mezzo attraverso il quale guidare il proprio paese. L’attuale condizione americana – che può benissimo essere paragonata a quella di altre democrazie occidentali, dove i diritti individuali sono ancora garantiti, ma le istituzioni non riescono a trasformare la volontà popolare in politiche pubbliche – può essere risollevata, secondo Khanna, attraverso la realizzazione di nuovi apparati amministrativi guidati da schiere di esperti e competenti tecnocrati scelti con meritocrazia. La soluzione proposta da Parag non è però astratta e concettosa, anzi, risulta decisamente pragmatica e concreta. Il compito più importante della tecnocrazia diretta è quello di coniugare i dati, quantitativi e qualitativi, e la democrazia per evitare le “austere” svolte create da molti governi tecnici negli ultimi anni. La democrazia deve essere lo strumento attraverso il quale interpretare e, nel caso, colmare le lacune dei dati per poter raggiungere i due soli obbiettivi ritenuti di vitale importanza per Khanna: un’efficace governance e il miglioramento del benessere di un paese. La rinascita delle città-stato, esempi e modelli da seguire Le proposte e le tesi proposte dall’autore vengono puntualmente supportate dai dati raccolti durante i suoi decennali studi ma anche da modelli politici attualmente esistenti. Le vere alternative da cui trarre importanti spunti sono costituite da due stati, due piccolissimi stati: la Svizzera e Singapore. Due paesi in cima a tutte le classifiche riguardanti salute, occupazione, ricchezza e bassa corruzione grazie all’operato di solide e articolate strutture tecnocratiche. Lo sguardo di Parag è molto ampio e allo stesso tempo meticoloso, non si limita all’osservazione di due soli stati ma spazia su tutto il globo, evidenziando anche soltanto dei singoli elementi di alcuni paesi dai quali gli Stati Uniti potrebbero trarre ispirazione. Non senza le dovute premesse e gli opportuni scongiuri, infatti, mette in risalto elementi di paesi molto contraddittori come la Cina. Il libro, nonostante la tecnicità degli argomenti trattati, risulta godibilissimo. Parag Khanna riesce, attraverso un linguaggio privo di fronzoli, a conciliare- non sempre- l’efficacia del messaggio alla perizia tecnica richiesta dall’argomento. È un libro che offre tantissimi spunti di riflessione su quelli che potrebbero essere gli scenari futuri e i percorsi da seguire per tante democrazie occidentali, responsabilizzandoci, in fondo, su quella che dovrà essere l’arma principale dei prossimi governi: l’istruzione.

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Cinema & Serie tv

Camera Café ritorna con la sesta stagione su Rai2

Torna in tv una delle sitcom italiane più divertenti e di successo di sempre: Camera Café Un ritorno in grande stile non più targato Mediaset ma Rai2, il format andrà infatti in onda sulla rete statale a partire da questa sera alle 21:05. Un totale di centocinquanta episodi, da cinque minuti ciascuno, che saranno trasmessi dal lunedì al venerdì in blocchi da tre. Camera Café, un ritorno tra vecchie conoscenze, novità e incredibili assenze Dopo cinque stagioni e altrettanti anni di silenzio, saranno sempre loro i protagonisti della serie: Paolo Kessisoglu e Luca Bizzarri, rispettivamente l’asso delle vendite Paolo Bitta e l’infame sindacalista Luca Nervi. Ad accompagnarli in questa nuova avventura personaggi immancabili come il goffo, ma allo stesso tempo geniale, Silvano Rogi (Alessandro Sampaoli), l’odiatissimo direttore De Marinis (Renato Liprandi), la sregolata Alex ( Sabrina Corabi) e la sfruttatissima stagista Wanda ( Margherita Fumero). Nell’ormai storica area relax prenderanno vita le avventure dei nostri personaggi alle prese con le nuove sfide di questi anni così incerti e turbolenti. L’azienda è stata infatti acquistata dalla società cinese rivale, la Fedain. Per quanto, grazie a loro, hanno potuto superare la crisi lavoreranno con il costante terrore di essere trasferiti in Cina a Nanchino. Come questa, tante altre realtà difficili da affrontare, su tutte, soprattutto per l’estemporaneo Bitta, il drammatico scioglimento dei Pooh. Ci sarà spazio anche per tante guest star e tantissimi nuovi personaggi come la Dottoressa Corti interpretata da Serena Autieri e il migrante violinista Asafa N’Kono. Meravigliano, invece, le incredibili assenze di  personaggi storici come Patti ( Debora Villa) e  Olmo ( Carlo Gabardini), quest’ultimo non poco polemico sui social con un lungo post riguardante la sua esclusione. Poco note invece le cause dell’assenza della Villa, motivate nella sitcom dall’impossibilità di lavorare per accudire il bambino avuto con suo marito Silvano ( Se ricordate bene, alla fine della quinta stagione lei e Silvano aspettavano un bambino). Camera Café, cosa aspettarsi dalla nuova stagione Le aspettative sono indubbiamente alte, aumentate anche dai piccoli retroscena regalatici da Luca Bizzarri sui social, ma sembra proprio che saranno ampiamente soddisfatte. Ci sono tutti i presupposti per far nascere una nuova scoppiettante stagione che riesca a coniugare allo stesso tempo l’ironia dissacrante e senza peli sulla lingua,il marchio di fabbrica che l’ha consolidata nella cultura pop, a vicende e tematiche sociali della più scottante attualità.  Magari rinnovando sketch cult o, perché no, creandone dei nuovi. Che dire dunque, non resta che goderci queste prime puntate. Siamo impazienti !

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Interviste

Tunonna, un’intervista tra Eurospin e username rifiutati

Tunonna, nome d’arte di Silvia Sicks, è, secondo noi, una delle cantautrici più interessanti in circolazione. A inizio anno ha pubblicato su bandcamp Buono, album targato Ùa! Dischi, etichetta discografica per la quale lei stessa lavora, accompagnato da un fumetto di Zerocalcare. Non avrà una voce melodiosa e possente, i suoi arrangiamenti acustici non saranno di certo indimenticabili, eppure Tunonna ha un potere comunicativo incredibile. Arriva dritta al cuore e alla mente con la sua voce un po’ strozzata e le sue storie di grottesca quotidianità, come le discussioni con la nonna, la cene di Natale con i parenti e le “partenze intelligenti alle cinque di mattina” per andare al mare in comitiva. Sono racconti malinconici, spesso tristi, ma che riescono quasi sempre a strappare un sorriso sincero. Come? Grazie ad un po’ di insofferente ironia e ad una fedele Peroni (rigorosamente da 66 cl!). Siamo subito rimasti affascinati dall’immaginario narrativo contenuto in Buono e così abbiamo deciso di fare quattro chiacchiere con lei. Ecco a voi! Tunonna, l’intervista Come nasce Tunonna? Il “progetto” non ha una data di nascita ben precisa, ho sempre scritto canzoni “sceme” per divertimento, per noia o perché mi suonava qualcosa in testa, senza uno scopo ben preciso. Ho fatto qualche concerto una decina di anni fa, coinvolta da un po’ di amici, e pareva funzionare, ma poi mi sentivo in imbarazzo e ho lasciato perdere. Ho continuato nel frattempo a scrivere e parallelamente a suonare solo con i Godog, poi un giorno mi hanno convinto a registrare la cover di “Pagliaccio di ghiaccio in studio” (già la suonavo da anni per divertimento) e dopo averla messa su YouTube ha avuto un riscontro che minimamente mi sarei aspettata. Nel frattempo stavamo mettendo su la nostra etichetta la Ùa! Dischi, così alla fine mi sono buttata, ho ripreso un po’ di pezzi vecchi e ne ho scritti dei nuovi e ho registrato il disco. Il nome nasce per caso, quando mi sono iscritta a YouTube non mi accettava gli username che mettevo e così, avendo la pazienza di un topo morto, ho messo Tunonna e così è rimasto, alla fine fa ridere… In un’intervista a Rockol hai definito la tua musica come “il parcheggio di un discount”. Cosa intendi precisamente? I parcheggi dei discount mi hanno sempre trasmesso un senso di malinconia, soprattutto quando sono mezzi vuoti, però mi fanno anche sorridere con la loro estetica un po’ brutta, semplice, il logo colorato dell’Eurospin che si staglia sopra a tutto cemento, non so, come immagine visiva è quella più vicina a quello che sento quando devo buttare giù una canzone. Allegato al tuo disco, “Buono”, è uscito un fumetto realizzato da Zerocalcare. Le tue canzoni sono probabilmente la colonna sonora migliore per i suoi disegni. Cosa ci racconteresti, dunque, della tua Roma che, in fondo, è anche un po’ quella di Zerocalcare? Sì, sono molto contenta che sia stato lui a disegnarlo, sia perché mi piace un sacco sia perché comunque è un amico. Su Roma […]

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Food

E’ Guagliune presentano il menù di Agosto

Grande cena e degustazione nella serata di martedì 18 nel Ristorante-Pizzeria E’ Guagliune di Pomigliano D’Arco dove il proprietario Mario Filosa ha imbandito un ricco banchetto per la stampa, presentando i nuovi piatti del menù di Agosto. Noi di Eroica, da veri buongustai, eravamo lì. Pronti per il nostro gustoso racconto? E’ Guagliune, l’inizio Ore 20:00, iniziano ad arrivare i primi invitati e i camerieri sistemano gli ultimi preparativi sulla terrazza decorata di tutto punto. Al centro, un tavolo con tutti i prodotti che saranno serviti durante la cena. Eccellenze campane selezionate personalmente dall’occhio sapiente e critico di Mario Filosa: vini, formaggi e pasta fresca. Qualche invitato curioso, colpito dall’abbondanza e dalla qualità di tale assortimento, non perde occasione per scattare foto, magari anche insieme a un bel Provolone del Monaco. Arrivati gli ultimi invitati e sedutisi tutti ai tavoli, iniziano le danze. E’ Guagliune, gli antipasti La cena viene inaugurata con le immancabili zeppoline d’alghe e con un assaggio di un’interessantissima variante di un tipico piatto della tradizione campana: la pizza di scarole. Una pizza di scarole con tarallo sbriciolato, peperoncino forte e alici salate nata dall’esperienza del maestro pizzaiolo Nicola Trinchese. Una vera delizia. Con le piccantissime bruschette con lardo di colonnato e ‘nduja vengono serviti anche i primi due vini, due bianchi: una frizzante falanghina irpina delle Selve di S. Angelo e un Fiano d’Avellino. Ottime per accompagnare anche la seconda portata di antipasti: bruschette con pomodorino giallo vesuviano e Marinara al ruoto con pomodorino, aglio, olio, olive nere, acciughe e scaglie di parmigiano. Soffice e morbida proprio come vuole l’antica tradizione casareccia. E’ Guagliune, i primi piatti Dopo l’abbondante e succulento antipasto si passa ai tanto attesi primi piatti del giovane cuoco Vincenzo Mingacci: un mezzo pacchero con pomodorino datterino giallo, noci e vongole e tubettoni con fagioli e gamberi. Accompagnati non dal vino bianco ma da un ottimo aglianico rosso. E’ Guagliune, il gran finale Archiviati anche i due pregiatissimi primi, è tempo per una graditissima sorpresa per gli ospiti: il Gran Finale. Mario Filosa si prende la scena, mostra e offre, a uno a uno, i formaggi e i salumi da lui selezionati durante le sue visite in giro per la Campania che gli sono valse il titolo di “Talent Scout dei formaggi”. Ce ne sono di tutti i tipi, dal pecorino ai provoloni passando per le caciotte, e di tutte le provenienze, da Bagnoli Irpino ad Agerola. E’ Guagliune, considerazioni Una cena davvero ottima che ha saputo unire tante portate senza peccare in qualità, proponendo nuovi piatti e accostamenti culinari attraverso il riutilizzo di prodotti D.O.P campani. Prodotti testimoni di tradizioni secolari che non vanno abbandonate. Mario Filosa e tutto lo staff de E’ Guagliune si sono resi protagonisti di un lavoro eccellente realizzando un menù da leccarsi i baffi. Sarà disponibile da agosto, se non sarete impegnati con le vacanze o con impegni lavorativi fateci un pensiero!

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Concerti

Gazebo Penguins e One Dimensional Man: l’inizio ruggente del NaDir

Un inizio all’insegna di un sound potente e graffiante per il NaDir, il festival musicale nella Polifunzionale di Soccavo completamente autofinanziato e organizzato dai membri della Rete di Scacco Matto e Cap80126. Noi di Eroica eravamo presenti e questo è il nostro racconto. NaDir: Un inizio “emergente” Sale sul palco, poco dopo le 20, il gruppo emergente campano L’erba sotto l’asfalto, una delle band selezionate tramite il progetto Gravità Zero, davanti a un pubblico, purtroppo, assai risicato. Dopo aver dato sfoggio di qualche canzone del loro primo lavoro Siamo tutti pazzi, lasciano il posto ai Gomma (in foto), un nuovo astro nascente musicale della nostra terra. Una dopo l’altro si succedono i brani del loro primo album Toska che, come spiega la cantante, è un termine russo che indica uno stato di insoddisfazione senza una causa specifica. Degne di nota anche due loro cover di I’m so tired dei Fugazi e Someone to lose dei Wilco. Termina così la prima parte della serata, con due band all’inizio del loro percorso ma che promettono davvero bene. La convincente esibizione dei Gazebo Penguins Un repentino cambio di strumenti e salgono sul palco i ragazzi emiliani dei Gazebo Penguins che iniziano con Bismantova, brano tratto dal loro ultimo disco Nebbia. L’atmosfera inizia a riscaldarsi e il pubblico a infoltirsi. Danno vita a una scaletta che attraversa trasversalmente i loro lavori, dal più recente con Soffrire non è inutile, Nebbia, Porta ad altri più vecchi come Il Tram delle 6 e  Senza di te tratti dall’album Legna; passando anche per canzoni tratte da Raudo come È finito il caffè. Nel frattempo, mentre i Gazebo sono nel pieno della loro esibizione e tra il pubblico iniziano i primi poghi, compare Pierpaolo Capovilla (front-man degli One Dimensional Man) vicino la postazione dei tecnici del suono intento a fumarsi una sigaretta e scambiare quattro chiacchiere con qualche fan curioso. I tanto attesi One Dimensional Man  Dopo la più che convincente prova dei Gazebo, è finalmente tutto pronto per la main band della serata: i One Dimensional Man. Sulle note di Bella Ciao, lo storico trio capitanato da Capovilla, dopo diversi anni di silenzio, si riprende finalmente la scena e inizia a martellare a più non posso con il suo sound ruggente e graffiante. Non c’è spazio per pause, le potenti linee di basso di Capovilla si fondono ai ritmi frenetici imposti dalla batteria di Francesco Valente, accompagnati dalle distorte melodie della chitarra di Carlo Veneziano. Nella loro set-lists danno largo spazio a tutti i loro lavori discografici: One Dimensional Man, 1000 Doses of Love, You Kill Me, Take Me Away, A Better Man. La platea continua a essere poco affollata e la pronuncia inglese di Capovilla non è certo impeccabile ma la potenza scatenata dal trio è incredibile e i pochi fan affezionati sotto il palco appaiono decisamente soddisfatti. La prima pausa arriva dopo più di quaranta minuti di esibizione, Capovilla ringrazia il pubblico e gli organizzatori con un emblematico elogio alla vita e alla lotta politica:”Vivere è lottare e […]

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Eventi/Mostre/Convegni

NaDir, Napoli Direzione Opposta Festival

Arriva alla sua terza edizione il NaDir/Napoli Direzione Opposta Festival, evento musicale indipendente e completamente autofinanziato, nato nel 2015 dalla collaborazione dei collettivi sociali gestiti dalla rete Scacco Matto e dal CAP80126. Via alla danze giovedì 29 giugno nella Polifunzionale di Soccavo (Napoli) e serata finale sabato 1 luglio. NaDir, gli artisti Dopo il successo dei primi due anni, culminato con la partecipazione dei Ministri, quest’anno il festival si preannuncia più scoppiettante che mai con una scaletta di artisti che unisce i grandi nomi della musica alternativa italiana a quelli dei gruppi emergenti del nostro territorio. Ecco il programma: Giovedì 29 Giugno – Toccherà a L’Erba sotto l’asfalto aprire il concerto della prima serata e scaldare l’atmosfera per le due band successive: Gomma e i Gazebo Penguins. Due dei gruppi indie più in voga del momento. Ospiti d’onore nel finale i One Dimensional Man di Pierpaolo Capovilla (Il Teatro degli Orrori). Venerdì 30 Giugno – Seconda serata all’insegna della musica elettronica con giovani artisti emergenti: Fugama, Luk, /Handlogic e Birthh. Chiuderà la serata il rapper Mecna. Sabato 1 Luglio – Finale con il botto per l’ultima sera dai tratti decisamente più rock. Apriranno i Travel Gum e La Bestia Carenne. Toccherà poi ai Sula Ventrebianco riscaldare il pubblico per i Marlene Kuntz. NaDir, non solo musica Sarà una grande festa, ma il NaDir non è soltanto un festival musicale. Obbiettivo dell’evento è infatti quello di “[…]creare una piattaforma alternativa di produzione artistica con un’attitudine che fa proprie l’etica Do It Yourself e lo spirito dell’underground. […] contrapponendo la cooperazione all’individualismo competitivo e il valore artistico senza compromessi alle logiche del profitto, offrendo contemporaneamente gli standard di qualità più elevati e rifiutando ogni forma di autoreferenzialità minoritaria”. A tale scopo, durante ogni giornata, saranno proposti dibattiti e tavole rotonde su temi di politica e attualità. NaDir, quindi, come spazio musicale, sociale ma anche come spazio ricreativo e di aggregazione. La mattina saranno organizzati tornei di calcetto e altre attività ludiche per i più piccini. Ci saranno inoltre esibizioni circensi, performance teatrali, mostre fotografiche e un’area mercato dedicata all’artigianato e all’autoproduzione. Chi vorrà potrà anche usufruire dell’area campeggio, dove poter piantare la propria tenda, e dell’area ristoro. NaDir, in direzione opposta Parte dal basso e viaggia in direzione opposta questo festival musicale, diventato ormai importantissimo, che attraverso la musica, la creatività e l’aggregazione vuole restituire dignità a quelle zone periferiche da troppo tempo in mano all’incuria e allo spreco.

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Libri

Elegia americana, l’America degli Hillbillies

“Mi chiamo J.D. Vance, e penso che dovrei iniziare con una confessione: trovo l’esistenza del libro che avete in mano piuttosto assurda” Inizia così Elegia Americana, libro d’esordio di James David “J.D.” Vance (in foto) pubblicato negli USA nel Giugno 2016 ed edito in Italia da Garzanti nell’Aprile di quest’anno. Un’introduzione che potrebbe a tratti ricordare quella che un altro J.D. scrisse per un certo Holden Caulfield, le radici di Vance però sono profondamente diverse. È un Hillbilly, termine dispregiativo che sta per “buzzuro, montanaro” con il quale vengono indicati il proletariato e il sottoproletariato bianco di origine scozzese e irlandese situato tra l’Alabama e la Georgia del Sud, lungo tutta la catena degli Appalachi, ovvero tutte quelle persone che hanno vissuto e continuano a vivere tutt’oggi il lato più oscuro e drammatico del sogno americano. Elegia americana, un’elegia d’inchiesta Attraverso la storia della sua famiglia J.D. analizza con il supporto di dati e statistiche i disastrosi effetti che una povertà plurisecolare ha causato alla cultura del suo popolo. I suoi nonni si trasferirono in Ohio dopo la seconda guerra mondiale; come loro tantissimi hillbillies degli Appalachi emigrarono in cerca di fortuna negli stati industrializzati della Rust Belt (tra cui l’Ohio, per l’appunto). L’emigrazione di massa viene riconosciuta come uno dei maggiori motivi del persistere dell’isolamento culturale del suo popolo: gli Hillbillies si trovarono in una terra nuova ma circondati dalle stesse persone di sempre. La stabilità economica non favorì una concreta integrazione ma assopì soltanto quella rabbia cronica che esplose anni dopo in modo ancora più violento con la chiusura delle fabbriche. J.D. non si limita, però, alla semplice lettura dei dati: va più a fondo indagando le cause più profonde. Prima di essere un’inchiesta, infatti, il libro ha i caratteri dell’elegia, è il manifesto del tormento e della disperazione di un’ intera etnia. Gli Hillbillies non hanno amor proprio, non badano alla loro alimentazione né tantomeno alla loro istruzione, non credono nella politica, nella scienza, nel valore del lavoro, non credono che le loro azioni possano determinare il futuro; la maggior parte di loro vive in un ambiente familiare malsano, fatto di violenze domestiche, dipendenze, abusi psicologici. Non c’è spazio per il dialogo, ogni rapporto, sentimentale o affettivo che sia viene vissuto con timore, con la paura che qualcuno possa prevaricare sull’altro. È in questo tipo di instabilità che J.D. identifica il male maggiore della sua gente, non nella mancanza di un forte presenza dello stato o in una precaria situazione economica, ma in tutti questi fattori ritenuti da lui incontrollabili per il governo. L’emancipazione hillbilly potrà essere ultimata solo quando si sarà accettata la sua irrealizzabilità nell’immediato e quando si sarà compreso che essa non può che partire dalle scelte dei singoli individui: è una cultura che presenta ferite troppo profonde per poter essere rimarginate nell’arco di una generazione con i sussidi statali e soprattutto è un retaggio culturale dal quale non ci si divincola senza soffrire. Nel pieno della sua ascesa sociale infatti J.D. dovrà più volte fare i conti […]

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Interviste

Io secondo Woody, l’album d’esordio di LePuc

  “Io secondo Woody” è l’album d’esordio di LePuc, nome d’arte del giovane cantautore Giacomo Palombino, registrato negli studi del Sanità Music Studio di Napoli e pubblicato per l’etichetta discografica Apogeo Records.  Io secondo Woody, un viaggio che inizia da lontano Una passione, quella di Giacomo, per la musica che nasce sui palchi dei club della lontana Salamanca. Un’esperienza che ci racconta così: ” Salamanca ha segnato inevitabilmente la storia di LePuc. Arrivato lì, dove ho vissuto per un anno grazie al progetto Erasmus, ho trovato un numero straordinario di artisti e di spazi adatti ad accoglierli. In un certo senso, è bastato lasciarsi trasportare. Quello che Salamanca mi ha dato è stata la voglia di far sapere agli altri qualcosa di me parlando da un palco. Insomma, senza questa avventura oggi LePuc non esisterebbe”. Io secondo Woody, il motore del racconto Non c’è però soltanto Salamanca in Io secondo Woody.  Essenziale è stata anche l’influenza dell’omonimo regista statunitense: ”Il titolo si riferisce a Woody Allen. Ci sono tante cose che mi legano ai suoi film. Ho sempre trovato, infatti, qualcosa di simile a me nei personaggi che racconta. L’ansia, la paranoia, la paura di rischiare, il desiderio di “vedere che succede”, sono tutti motori che muovono, credo, molte storie di Allen. Lo stesso avviene nelle storie delle mie canzoni”. Grazie a tutto questo prende forma un album di undici tracce il cui unico filo conduttore è il cambiamento. “A volte è paura di cambiare, a volte la voglia di cambiare. Altre volte ancora si parla di trasformazione, che si viva in prima persona o la si scopra negli altri. In generale, il modo più facile per parlare del cambiamento è quello di descrivere un viaggio, credo. Quindi sì, il binomio viaggio/cambiamento è il minimo comune denominatore che accompagna tutti i brani dell’album.” Sono le storie e i viaggi di Camilla, una giovane studentessa universitaria fuori sede; di Mario, benzinaio quarantenne che non si è mai arreso alle ingiustizie; di Fausto e Giacomo, alle prese con le noie della scuola. Queste e tante altre storie che si intrecciano con le atmosfere sfumate e sognanti dell’infanzia e dell’estate. Io secondo Woody, le scelte musicali Io secondo Woody è un pregiatissimo album d’esordio, curato nei minimi particolari. Ponderate e ben selezionate, infatti, le scelte musicali impreziosite anche dalla collaborazione di molti musicisti come Luciano Cicero (basso), Tiziano Cicero (batteria e timbales), Salvatore Carlino (congas), Enrico Valanzuolo (tromba), Francesco Fabiani (chitarra). Degne di nota anche i featuring con altri giovani artisti quali Roberto Ormanni in Un bastone e Federica Vezzo nel brano Bicchieri di carta.

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