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Eroica Fenice

Fun & Tech

Treedom, quando gli alberi sono a portata di un click

Quante cose possiamo comprare con un click ? Tante cose: libri, vestiti, scarpe… un albero. “Un albero !?” probabilmente vi starete chiedendo e la risposta è: “Si, un albero. Sai come ? Grazie a Treedom” Treedom è una rivoluzionaria piattaforma nata nel 2010 che permette di acquistare e piantare alberi da frutto in Italia, Africa e Sud America per finanziare progetti ecologici, di rivalutazione territoriale e di volontariato volti a supportare comunità di contadini locali. Forse, però, le parole di Tommaso Speroni e Federico Garcea, fondatori della piattaforma, vi aiuteranno a capire meglio questa realtà. L’abbiamo intervistati, ecco a voi ! Treedom, l’intervista Come nasce Treedom? Treedom è nata a Firenze nel 2010 per iniziativa di Tommaso Speroni e Federico Garcea (allora rispettivamente 24 e 29 anni) mentre, ogni giorno, oltre 30 milioni di persone come loro giocavano a simulare la vita di un contadino grazie a Farmville. A differenza di tutti gli altri, durante l’ennesima sessione di gioco, Tommaso e Federico hanno avuto un’idea per unire il reale al virtuale e l’utile al dilettevole: creare un’innovativa piattaforma dove chiunque possa scegliere un albero da piantare e seguire online e, contestualmente, far sì che un contadino pianti realmente quell’albero da qualche parte. Non importa se vicino o lontano, l’importante è che venga piantato. In che modo questo progetto può aiutare le comunità di contadini locali? Tutti gli alberi Treedom vengono piantati da contadini locali in paesi o realtà dove hanno anche un’utilità sociale, come ad esempio in Kenya per incrementare la produzione agricola e ad Haiti nelle zone colpite dal terremoto del 2010. Grazie a Treedom migliaia di contadini hanno l’opportunità di farsi finanziare la piantumazione di alberi da frutto – che nel tempo offriranno nutrimento ed opportunità di guadagno – o alberi utili all’ecosistema locale, ad esempio per contrastare la desertificazione o per essere ripiantati a seguito di fenomeni di deforestazione. Abbiamo visto che sul vostro sito sono presenti progetti di green marketing e green business. In cosa consistono? Treedom offre anche servizi di green branding che puntano a valorizzare l’impegno ecologico delle aziende con soluzioni di marketing e comunicazione in campo ambientale. Lo stesso meccanismo utilizzato per i singoli utenti, che hanno la possibilità di piantare, regalare e seguire i propri alberi, è esteso infatti anche alle imprese, le quali possono dar vita a una “foresta aziendale” ed aggiungere virtualmente il proprio logo agli alberi scelti. Treedom in occasioni speciali come il Natale propone dei prodotti unici nel suo genere. Quest’anno ha lanciato B Box, il primo regalo corporate che contiene solo prodotti realizzati da B Corp, ossia da imprese che si contraddistinguono per elevate performance ambientali e sociali. L’azienda stessa, grazie al suo innovativo business model, a partire dal 2014 fa parte delle Certified B Corporations. B Box è il risultato di questo importante connubio e ha l’obiettivo di offrire a tutte le aziende che lo desiderano la possibilità di fare a tutti i propri stakeholder un regalo che rispetta il pianeta in varie forme e vari gusti e di […]

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Musica

Willie Peyote ha un cuore, anche lui

Willie Peyote ci aveva lasciato poco più di un anno fa con quella piccola perla, irriverente e dissacrante, di Educazione Sabauda e ora è ritornato con un nuovo album Sindrome di Tôret ( Etichetta 451 Records, Distribuzione Artist First). Anticipato e pubblicizzato tramite due singoli ( I Cani e Ottima Scusa) e attraverso dei brevi video riguardanti il “making of” del lavoro, l’album nasce sulla scia lasciata dal precedente disco e si pone senza soluzione di continuità con esso, sia dal punto di vista tematico che musicale. Infatti, il titolo era già contenuto nella copertina di Educazione Sabauda, come svelato dallo stesso autore su Facebook. È un titolo eloquente, Sindrome di Tôret, nato da un gioco di parole tra la parola “Tourette”, sindrome neurologica a causa della quale chi ne è affetto non è in grado di controllare ciò che dice, e “Tôret” nome delle tipiche fontanelle di Torino a forma di toro. Un indizio, di facile intuizione, sulla natura oculatamente critica dei temi toccati ed emblema del legame viscerale tra Willie e la sua città, la conditio sine qua non la sua musica probabilmente neanche esisterebbe. Quella di Willie è una critica acuta e irriverente nata dall’insofferenza verso ogni forma di pensiero conforme a pregiudizi e stereotipi. Un’insofferenza verso l’esigenza cronica – tipica dei nostri giorni- di dover mettere bocca su tutto e di vomitare ininterrottamente giudizi e sentenze. Il buon Peyote lascia, però, anche spazio a un po’ di sana autocritica e introspezione. Scopriamolo insieme ! Willie Peyote, il nuovo album Si parte subito in quarta con la linea di basso arrabbiata e sincopata di Avanvera per poi passare al riff “blueseggiante” e dissacrante de I Cani. Un cazzotto in pieno viso all’ipocrisia e a molte spiacevoli contraddizioni del nostro paese: “L’analfabetismo è funzionale nel senso che serve a chi comanda.Qua hanno tutti una risposta,però qual è la domanda?”. La carica aggressiva viene smorzata dalle atmosfere “smooth” di un’ Ottima Scusa e elettroniche di Metti che domani. Meno aggressive ma non per questo con meno verve ironica e sarcastica. La caccia alla pedanteria, però, non conosce tregua nemmeno tra i due brani, intervallati da un featuring C’hai ragione tu con Dutch Nazari, l’amico di tante collaborazioni. La sesta traccia Chiavi nella borsa, altro featuring con Dutch, costituisce però un punto di rottura, da questo brano in poi tutto l’album acquisirà un tono maggiormente introspettivo. Disteso, a tratti rassegnato. Una scelta decisamente saggia. Sul tavolo degli imputati non ci sono più gli altri perché altrimenti avrebbe rischiato di incorrere nello stesso errore di chi precedentemente ha criticato. C’è lui e questa, in fondo, insensata aggressività della quale molte volte incappiamo inconsapevolmente. “ […]Lei mi guarda negli occhi come se stesse cercando qualcosa di corsa e sparge tutto sul tavolo come quando non trova le chiavi in borsa. E secondo me cerca qualcosa che neanche c’è”. Ci affanniamo molte volte inseguendo fantasmi, illusioni nocive per la nostra serenità accumulando rabbia e rancori immotivati. Willie ci invita a prendere un respiro […]

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Musica

Plagi musicali, quando copiare non è un reato

“I buoni artisti copiano, i grandi rubano” diceva il buon Picasso. Pare che non tutti abbiano però condiviso la massima del vecchio Pablo: soprattutto in ambito musicale, questi “prestiti” artistici sono stati spesso oggetti di dispute giudiziarie. C’è un termine specifico per indicarli: plagi. Plagi musicali for dummies: come si definisce un plagio? Stando alle legge sul diritto d’autore, il plagio è “l’appropriazione, totale o parziale, della paternità di un’opera creata dall’ingegno altrui”. Apparentemente una definizione in grado di fugare ogni dubbio ma che in realtà, insieme all’intera legge sul diritto d’autore, non è in grado di stabilire parametri precisi per il riconoscimento certo di un plagio. Tutt’oggi, infatti, i plagi sono materia di studio per gli esperti di diritto e giurisprudenza. Plagi musicali, perché è così difficile riconoscerli? Si è soliti considerare che sia sufficiente un ascolto comparativo oppure un’uguaglianza compresa tra le quattro e le otto battute per definire un plagio, ma questi potrebbero essere soltanto criteri utili per poter parlare di un’ipotesi di plagio. Innanzitutto, un plagio potrebbe essere casuale. Ebbene sì, come molti sapranno, le combinazioni possibili tra le note musicali non sono infinite e quindi la possibilità, seppur ultra infinitesimale, di un’identità fortuita tra due canzoni può esistere. Vi è la possibilità che un autore componga e plagi involontariamente una canzone a lui completamente sconosciuta. Anche la riproduzione esatta di una melodia potrebbe però non bastare. Potrebbe infatti essere inserita in un altro contesto, di diverso ritmo o di diverso timbro, tale da suscitare nell’ascoltatore un’impressione diversa dal brano originale. È quindi necessario lo studio di ogni singolo caso. Plagi musicali, l’opinione di Ennio Morricone È nella musica leggera che riscontriamo il maggior numero di plagi, spesso non riconosciuti giuridicamente. A tal proposito Ennio Morricone, in un intervento raccolto nel libro “Anche Mozart copiava” di Michele Bovi, afferma: “La musica orecchiabile, proprio perché tale, assomiglia a qualche cosa già scritta, già proposta alla gente. Se non fosse stata udita non avrebbe successo. Se un autore vuole davvero creare qualcosa di originale deve attingere a parametri inadatti alla musica leggera il cui prodotto è una canzonetta, a volte dilettantesca, a volte infantile, sempre destinata ad un successo stagionale. La mia posizione morale e musicale è che chi ha coscienza di questa professione, pertanto della orecchiabilità forzata di queste canzoni che hanno vita breve, dovrebbe astenersi dal fare cause e controcause per plagi indimostrabili e disturbare i giudici per queste cose”. Chiaro, dunque, che l’identità o anche solo la somiglianza di due brani -stando alla buona fede agli artisti- può essere semplicemente frutto di un comune background musicale e tematico. Spirit e Al Bano, quando il plagio non sussiste Due dei più famosi processi su presunti plagi, vinti dagli imputati per motivi simili a quelli sopra elencati, sono stati quello degli Spirit contro i Led Zeppelin e di Al Bano contro Michael Jackson. Il primo fu indetto nel 2014 perché Michael Skidmore, curatore del patrimonio del defunto chitarrista degli Spirit Randy Wolfe, accusò i Led Zeppelin di […]

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Libri

La rinascita delle città-stato, il nuovo libro di Parag Khanna

La rinascita delle città-stato: come governare il mondo al tempo della devolution, pubblicato il 14 Settembre da Fazi Editore , è l’ultimo libro di Parag Khanna, scrittore ed esperto di geo-politica internazionale. La Rinascita delle città-stato, la necessità di una tecnocrazia diretta L’autore statunitense di origine indiana inizia la sua analisi dall’attuale situazione politica americana, ai minimi consensi storici e afflitta da un astensionismo dal voto sempre più diffuso. Sintomi di anni di governi impegnati a somministrare palliativi per confermarsi nelle sempre più dure e economicamente dispendiose campagne elettorali, piuttosto che nell’attuare serie politiche sociali e piani di sviluppo a lungo termine. Conseguenze di governi che hanno fomentato corruzione e clientelismo, trasformando la politica in un obbiettivo da conquistare e non in un mezzo attraverso il quale guidare il proprio paese. L’attuale condizione americana – che può benissimo essere paragonata a quella di altre democrazie occidentali, dove i diritti individuali sono ancora garantiti, ma le istituzioni non riescono a trasformare la volontà popolare in politiche pubbliche – può essere risollevata, secondo Khanna, attraverso la realizzazione di nuovi apparati amministrativi guidati da schiere di esperti e competenti tecnocrati scelti con meritocrazia. La soluzione proposta da Parag non è però astratta e concettosa, anzi, risulta decisamente pragmatica e concreta. Il compito più importante della tecnocrazia diretta è quello di coniugare i dati, quantitativi e qualitativi, e la democrazia per evitare le “austere” svolte create da molti governi tecnici negli ultimi anni. La democrazia deve essere lo strumento attraverso il quale interpretare e, nel caso, colmare le lacune dei dati per poter raggiungere i due soli obbiettivi ritenuti di vitale importanza per Khanna: un’efficace governance e il miglioramento del benessere di un paese. La rinascita delle città-stato, esempi e modelli da seguire Le proposte e le tesi proposte dall’autore vengono puntualmente supportate dai dati raccolti durante i suoi decennali studi ma anche da modelli politici attualmente esistenti. Le vere alternative da cui trarre importanti spunti sono costituite da due stati, due piccolissimi stati: la Svizzera e Singapore. Due paesi in cima a tutte le classifiche riguardanti salute, occupazione, ricchezza e bassa corruzione grazie all’operato di solide e articolate strutture tecnocratiche. Lo sguardo di Parag è molto ampio e allo stesso tempo meticoloso, non si limita all’osservazione di due soli stati ma spazia su tutto il globo, evidenziando anche soltanto dei singoli elementi di alcuni paesi dai quali gli Stati Uniti potrebbero trarre ispirazione. Non senza le dovute premesse e gli opportuni scongiuri, infatti, mette in risalto elementi di paesi molto contraddittori come la Cina. Il libro, nonostante la tecnicità degli argomenti trattati, risulta godibilissimo. Parag Khanna riesce, attraverso un linguaggio privo di fronzoli, a conciliare- non sempre- l’efficacia del messaggio alla perizia tecnica richiesta dall’argomento. È un libro che offre tantissimi spunti di riflessione su quelli che potrebbero essere gli scenari futuri e i percorsi da seguire per tante democrazie occidentali, responsabilizzandoci, in fondo, su quella che dovrà essere l’arma principale dei prossimi governi: l’istruzione.

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Cinema & Serie tv

Camera Café ritorna con la sesta stagione su Rai2

Torna in tv una delle sitcom italiane più divertenti e di successo di sempre: Camera Café Un ritorno in grande stile non più targato Mediaset ma Rai2, il format andrà infatti in onda sulla rete statale a partire da questa sera alle 21:05. Un totale di centocinquanta episodi, da cinque minuti ciascuno, che saranno trasmessi dal lunedì al venerdì in blocchi da tre. Camera Café, un ritorno tra vecchie conoscenze, novità e incredibili assenze Dopo cinque stagioni e altrettanti anni di silenzio, saranno sempre loro i protagonisti della serie: Paolo Kessisoglu e Luca Bizzarri, rispettivamente l’asso delle vendite Paolo Bitta e l’infame sindacalista Luca Nervi. Ad accompagnarli in questa nuova avventura personaggi immancabili come il goffo, ma allo stesso tempo geniale, Silvano Rogi (Alessandro Sampaoli), l’odiatissimo direttore De Marinis (Renato Liprandi), la sregolata Alex ( Sabrina Corabi) e la sfruttatissima stagista Wanda ( Margherita Fumero). Nell’ormai storica area relax prenderanno vita le avventure dei nostri personaggi alle prese con le nuove sfide di questi anni così incerti e turbolenti. L’azienda è stata infatti acquistata dalla società cinese rivale, la Fedain. Per quanto, grazie a loro, hanno potuto superare la crisi lavoreranno con il costante terrore di essere trasferiti in Cina a Nanchino. Come questa, tante altre realtà difficili da affrontare, su tutte, soprattutto per l’estemporaneo Bitta, il drammatico scioglimento dei Pooh. Ci sarà spazio anche per tante guest star e tantissimi nuovi personaggi come la Dottoressa Corti interpretata da Serena Autieri e il migrante violinista Asafa N’Kono. Meravigliano, invece, le incredibili assenze di  personaggi storici come Patti ( Debora Villa) e  Olmo ( Carlo Gabardini), quest’ultimo non poco polemico sui social con un lungo post riguardante la sua esclusione. Poco note invece le cause dell’assenza della Villa, motivate nella sitcom dall’impossibilità di lavorare per accudire il bambino avuto con suo marito Silvano ( Se ricordate bene, alla fine della quinta stagione lei e Silvano aspettavano un bambino). Camera Café, cosa aspettarsi dalla nuova stagione Le aspettative sono indubbiamente alte, aumentate anche dai piccoli retroscena regalatici da Luca Bizzarri sui social, ma sembra proprio che saranno ampiamente soddisfatte. Ci sono tutti i presupposti per far nascere una nuova scoppiettante stagione che riesca a coniugare allo stesso tempo l’ironia dissacrante e senza peli sulla lingua,il marchio di fabbrica che l’ha consolidata nella cultura pop, a vicende e tematiche sociali della più scottante attualità.  Magari rinnovando sketch cult o, perché no, creandone dei nuovi. Che dire dunque, non resta che goderci queste prime puntate. Siamo impazienti !

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Interviste

Tunonna, un’intervista tra Eurospin e username rifiutati

Tunonna, nome d’arte di Silvia Sicks, è, secondo noi, una delle cantautrici più interessanti in circolazione. A inizio anno ha pubblicato su bandcamp Buono, album targato Ùa! Dischi, etichetta discografica per la quale lei stessa lavora, accompagnato da un fumetto di Zerocalcare. Non avrà una voce melodiosa e possente, i suoi arrangiamenti acustici non saranno di certo indimenticabili, eppure Tunonna ha un potere comunicativo incredibile. Arriva dritta al cuore e alla mente con la sua voce un po’ strozzata e le sue storie di grottesca quotidianità, come le discussioni con la nonna, la cene di Natale con i parenti e le “partenze intelligenti alle cinque di mattina” per andare al mare in comitiva. Sono racconti malinconici, spesso tristi, ma che riescono quasi sempre a strappare un sorriso sincero. Come? Grazie ad un po’ di insofferente ironia e ad una fedele Peroni (rigorosamente da 66 cl!). Siamo subito rimasti affascinati dall’immaginario narrativo contenuto in Buono e così abbiamo deciso di fare quattro chiacchiere con lei. Ecco a voi! Tunonna, l’intervista Come nasce Tunonna? Il “progetto” non ha una data di nascita ben precisa, ho sempre scritto canzoni “sceme” per divertimento, per noia o perché mi suonava qualcosa in testa, senza uno scopo ben preciso. Ho fatto qualche concerto una decina di anni fa, coinvolta da un po’ di amici, e pareva funzionare, ma poi mi sentivo in imbarazzo e ho lasciato perdere. Ho continuato nel frattempo a scrivere e parallelamente a suonare solo con i Godog, poi un giorno mi hanno convinto a registrare la cover di “Pagliaccio di ghiaccio in studio” (già la suonavo da anni per divertimento) e dopo averla messa su YouTube ha avuto un riscontro che minimamente mi sarei aspettata. Nel frattempo stavamo mettendo su la nostra etichetta la Ùa! Dischi, così alla fine mi sono buttata, ho ripreso un po’ di pezzi vecchi e ne ho scritti dei nuovi e ho registrato il disco. Il nome nasce per caso, quando mi sono iscritta a YouTube non mi accettava gli username che mettevo e così, avendo la pazienza di un topo morto, ho messo Tunonna e così è rimasto, alla fine fa ridere… In un’intervista a Rockol hai definito la tua musica come “il parcheggio di un discount”. Cosa intendi precisamente? I parcheggi dei discount mi hanno sempre trasmesso un senso di malinconia, soprattutto quando sono mezzi vuoti, però mi fanno anche sorridere con la loro estetica un po’ brutta, semplice, il logo colorato dell’Eurospin che si staglia sopra a tutto cemento, non so, come immagine visiva è quella più vicina a quello che sento quando devo buttare giù una canzone. Allegato al tuo disco, “Buono”, è uscito un fumetto realizzato da Zerocalcare. Le tue canzoni sono probabilmente la colonna sonora migliore per i suoi disegni. Cosa ci racconteresti, dunque, della tua Roma che, in fondo, è anche un po’ quella di Zerocalcare? Sì, sono molto contenta che sia stato lui a disegnarlo, sia perché mi piace un sacco sia perché comunque è un amico. Su Roma […]

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Food

E’ Guagliune presentano il menù di Agosto

Grande cena e degustazione nella serata di martedì 18 nel Ristorante-Pizzeria E’ Guagliune di Pomigliano D’Arco dove il proprietario Mario Filosa ha imbandito un ricco banchetto per la stampa, presentando i nuovi piatti del menù di Agosto. Noi di Eroica, da veri buongustai, eravamo lì. Pronti per il nostro gustoso racconto? E’ Guagliune, l’inizio Ore 20:00, iniziano ad arrivare i primi invitati e i camerieri sistemano gli ultimi preparativi sulla terrazza decorata di tutto punto. Al centro, un tavolo con tutti i prodotti che saranno serviti durante la cena. Eccellenze campane selezionate personalmente dall’occhio sapiente e critico di Mario Filosa: vini, formaggi e pasta fresca. Qualche invitato curioso, colpito dall’abbondanza e dalla qualità di tale assortimento, non perde occasione per scattare foto, magari anche insieme a un bel Provolone del Monaco. Arrivati gli ultimi invitati e sedutisi tutti ai tavoli, iniziano le danze. E’ Guagliune, gli antipasti La cena viene inaugurata con le immancabili zeppoline d’alghe e con un assaggio di un’interessantissima variante di un tipico piatto della tradizione campana: la pizza di scarole. Una pizza di scarole con tarallo sbriciolato, peperoncino forte e alici salate nata dall’esperienza del maestro pizzaiolo Nicola Trinchese. Una vera delizia. Con le piccantissime bruschette con lardo di colonnato e ‘nduja vengono serviti anche i primi due vini, due bianchi: una frizzante falanghina irpina delle Selve di S. Angelo e un Fiano d’Avellino. Ottime per accompagnare anche la seconda portata di antipasti: bruschette con pomodorino giallo vesuviano e Marinara al ruoto con pomodorino, aglio, olio, olive nere, acciughe e scaglie di parmigiano. Soffice e morbida proprio come vuole l’antica tradizione casareccia. E’ Guagliune, i primi piatti Dopo l’abbondante e succulento antipasto si passa ai tanto attesi primi piatti del giovane cuoco Vincenzo Mingacci: un mezzo pacchero con pomodorino datterino giallo, noci e vongole e tubettoni con fagioli e gamberi. Accompagnati non dal vino bianco ma da un ottimo aglianico rosso. E’ Guagliune, il gran finale Archiviati anche i due pregiatissimi primi, è tempo per una graditissima sorpresa per gli ospiti: il Gran Finale. Mario Filosa si prende la scena, mostra e offre, a uno a uno, i formaggi e i salumi da lui selezionati durante le sue visite in giro per la Campania che gli sono valse il titolo di “Talent Scout dei formaggi”. Ce ne sono di tutti i tipi, dal pecorino ai provoloni passando per le caciotte, e di tutte le provenienze, da Bagnoli Irpino ad Agerola. E’ Guagliune, considerazioni Una cena davvero ottima che ha saputo unire tante portate senza peccare in qualità, proponendo nuovi piatti e accostamenti culinari attraverso il riutilizzo di prodotti D.O.P campani. Prodotti testimoni di tradizioni secolari che non vanno abbandonate. Mario Filosa e tutto lo staff de E’ Guagliune si sono resi protagonisti di un lavoro eccellente realizzando un menù da leccarsi i baffi. Sarà disponibile da agosto, se non sarete impegnati con le vacanze o con impegni lavorativi fateci un pensiero!

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Concerti

Gazebo Penguins e One Dimensional Man: l’inizio ruggente del NaDir

Un inizio all’insegna di un sound potente e graffiante per il NaDir, il festival musicale nella Polifunzionale di Soccavo completamente autofinanziato e organizzato dai membri della Rete di Scacco Matto e Cap80126. Noi di Eroica eravamo presenti e questo è il nostro racconto. NaDir: Un inizio “emergente” Sale sul palco, poco dopo le 20, il gruppo emergente campano L’erba sotto l’asfalto, una delle band selezionate tramite il progetto Gravità Zero, davanti a un pubblico, purtroppo, assai risicato. Dopo aver dato sfoggio di qualche canzone del loro primo lavoro Siamo tutti pazzi, lasciano il posto ai Gomma (in foto), un nuovo astro nascente musicale della nostra terra. Una dopo l’altro si succedono i brani del loro primo album Toska che, come spiega la cantante, è un termine russo che indica uno stato di insoddisfazione senza una causa specifica. Degne di nota anche due loro cover di I’m so tired dei Fugazi e Someone to lose dei Wilco. Termina così la prima parte della serata, con due band all’inizio del loro percorso ma che promettono davvero bene. La convincente esibizione dei Gazebo Penguins Un repentino cambio di strumenti e salgono sul palco i ragazzi emiliani dei Gazebo Penguins che iniziano con Bismantova, brano tratto dal loro ultimo disco Nebbia. L’atmosfera inizia a riscaldarsi e il pubblico a infoltirsi. Danno vita a una scaletta che attraversa trasversalmente i loro lavori, dal più recente con Soffrire non è inutile, Nebbia, Porta ad altri più vecchi come Il Tram delle 6 e  Senza di te tratti dall’album Legna; passando anche per canzoni tratte da Raudo come È finito il caffè. Nel frattempo, mentre i Gazebo sono nel pieno della loro esibizione e tra il pubblico iniziano i primi poghi, compare Pierpaolo Capovilla (front-man degli One Dimensional Man) vicino la postazione dei tecnici del suono intento a fumarsi una sigaretta e scambiare quattro chiacchiere con qualche fan curioso. I tanto attesi One Dimensional Man  Dopo la più che convincente prova dei Gazebo, è finalmente tutto pronto per la main band della serata: i One Dimensional Man. Sulle note di Bella Ciao, lo storico trio capitanato da Capovilla, dopo diversi anni di silenzio, si riprende finalmente la scena e inizia a martellare a più non posso con il suo sound ruggente e graffiante. Non c’è spazio per pause, le potenti linee di basso di Capovilla si fondono ai ritmi frenetici imposti dalla batteria di Francesco Valente, accompagnati dalle distorte melodie della chitarra di Carlo Veneziano. Nella loro set-lists danno largo spazio a tutti i loro lavori discografici: One Dimensional Man, 1000 Doses of Love, You Kill Me, Take Me Away, A Better Man. La platea continua a essere poco affollata e la pronuncia inglese di Capovilla non è certo impeccabile ma la potenza scatenata dal trio è incredibile e i pochi fan affezionati sotto il palco appaiono decisamente soddisfatti. La prima pausa arriva dopo più di quaranta minuti di esibizione, Capovilla ringrazia il pubblico e gli organizzatori con un emblematico elogio alla vita e alla lotta politica:”Vivere è lottare e […]

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Eventi/Mostre/Convegni

NaDir, Napoli Direzione Opposta Festival

Arriva alla sua terza edizione il NaDir/Napoli Direzione Opposta Festival, evento musicale indipendente e completamente autofinanziato, nato nel 2015 dalla collaborazione dei collettivi sociali gestiti dalla rete Scacco Matto e dal CAP80126. Via alla danze giovedì 29 giugno nella Polifunzionale di Soccavo (Napoli) e serata finale sabato 1 luglio. NaDir, gli artisti Dopo il successo dei primi due anni, culminato con la partecipazione dei Ministri, quest’anno il festival si preannuncia più scoppiettante che mai con una scaletta di artisti che unisce i grandi nomi della musica alternativa italiana a quelli dei gruppi emergenti del nostro territorio. Ecco il programma: Giovedì 29 Giugno – Toccherà a L’Erba sotto l’asfalto aprire il concerto della prima serata e scaldare l’atmosfera per le due band successive: Gomma e i Gazebo Penguins. Due dei gruppi indie più in voga del momento. Ospiti d’onore nel finale i One Dimensional Man di Pierpaolo Capovilla (Il Teatro degli Orrori). Venerdì 30 Giugno – Seconda serata all’insegna della musica elettronica con giovani artisti emergenti: Fugama, Luk, /Handlogic e Birthh. Chiuderà la serata il rapper Mecna. Sabato 1 Luglio – Finale con il botto per l’ultima sera dai tratti decisamente più rock. Apriranno i Travel Gum e La Bestia Carenne. Toccherà poi ai Sula Ventrebianco riscaldare il pubblico per i Marlene Kuntz. NaDir, non solo musica Sarà una grande festa, ma il NaDir non è soltanto un festival musicale. Obbiettivo dell’evento è infatti quello di “[…]creare una piattaforma alternativa di produzione artistica con un’attitudine che fa proprie l’etica Do It Yourself e lo spirito dell’underground. […] contrapponendo la cooperazione all’individualismo competitivo e il valore artistico senza compromessi alle logiche del profitto, offrendo contemporaneamente gli standard di qualità più elevati e rifiutando ogni forma di autoreferenzialità minoritaria”. A tale scopo, durante ogni giornata, saranno proposti dibattiti e tavole rotonde su temi di politica e attualità. NaDir, quindi, come spazio musicale, sociale ma anche come spazio ricreativo e di aggregazione. La mattina saranno organizzati tornei di calcetto e altre attività ludiche per i più piccini. Ci saranno inoltre esibizioni circensi, performance teatrali, mostre fotografiche e un’area mercato dedicata all’artigianato e all’autoproduzione. Chi vorrà potrà anche usufruire dell’area campeggio, dove poter piantare la propria tenda, e dell’area ristoro. NaDir, in direzione opposta Parte dal basso e viaggia in direzione opposta questo festival musicale, diventato ormai importantissimo, che attraverso la musica, la creatività e l’aggregazione vuole restituire dignità a quelle zone periferiche da troppo tempo in mano all’incuria e allo spreco.

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Libri

Elegia americana, l’America degli Hillbillies

“Mi chiamo J.D. Vance, e penso che dovrei iniziare con una confessione: trovo l’esistenza del libro che avete in mano piuttosto assurda” Inizia così Elegia Americana, libro d’esordio di James David “J.D.” Vance (in foto) pubblicato negli USA nel Giugno 2016 ed edito in Italia da Garzanti nell’Aprile di quest’anno. Un’introduzione che potrebbe a tratti ricordare quella che un altro J.D. scrisse per un certo Holden Caulfield, le radici di Vance però sono profondamente diverse. È un Hillbilly, termine dispregiativo che sta per “buzzuro, montanaro” con il quale vengono indicati il proletariato e il sottoproletariato bianco di origine scozzese e irlandese situato tra l’Alabama e la Georgia del Sud, lungo tutta la catena degli Appalachi, ovvero tutte quelle persone che hanno vissuto e continuano a vivere tutt’oggi il lato più oscuro e drammatico del sogno americano. Elegia americana, un’elegia d’inchiesta Attraverso la storia della sua famiglia J.D. analizza con il supporto di dati e statistiche i disastrosi effetti che una povertà plurisecolare ha causato alla cultura del suo popolo. I suoi nonni si trasferirono in Ohio dopo la seconda guerra mondiale; come loro tantissimi hillbillies degli Appalachi emigrarono in cerca di fortuna negli stati industrializzati della Rust Belt (tra cui l’Ohio, per l’appunto). L’emigrazione di massa viene riconosciuta come uno dei maggiori motivi del persistere dell’isolamento culturale del suo popolo: gli Hillbillies si trovarono in una terra nuova ma circondati dalle stesse persone di sempre. La stabilità economica non favorì una concreta integrazione ma assopì soltanto quella rabbia cronica che esplose anni dopo in modo ancora più violento con la chiusura delle fabbriche. J.D. non si limita, però, alla semplice lettura dei dati: va più a fondo indagando le cause più profonde. Prima di essere un’inchiesta, infatti, il libro ha i caratteri dell’elegia, è il manifesto del tormento e della disperazione di un’ intera etnia. Gli Hillbillies non hanno amor proprio, non badano alla loro alimentazione né tantomeno alla loro istruzione, non credono nella politica, nella scienza, nel valore del lavoro, non credono che le loro azioni possano determinare il futuro; la maggior parte di loro vive in un ambiente familiare malsano, fatto di violenze domestiche, dipendenze, abusi psicologici. Non c’è spazio per il dialogo, ogni rapporto, sentimentale o affettivo che sia viene vissuto con timore, con la paura che qualcuno possa prevaricare sull’altro. È in questo tipo di instabilità che J.D. identifica il male maggiore della sua gente, non nella mancanza di un forte presenza dello stato o in una precaria situazione economica, ma in tutti questi fattori ritenuti da lui incontrollabili per il governo. L’emancipazione hillbilly potrà essere ultimata solo quando si sarà accettata la sua irrealizzabilità nell’immediato e quando si sarà compreso che essa non può che partire dalle scelte dei singoli individui: è una cultura che presenta ferite troppo profonde per poter essere rimarginate nell’arco di una generazione con i sussidi statali e soprattutto è un retaggio culturale dal quale non ci si divincola senza soffrire. Nel pieno della sua ascesa sociale infatti J.D. dovrà più volte fare i conti […]

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Interviste

Io secondo Woody, l’album d’esordio di LePuc

  “Io secondo Woody” è l’album d’esordio di LePuc, nome d’arte del giovane cantautore Giacomo Palombino, registrato negli studi del Sanità Music Studio di Napoli e pubblicato per l’etichetta discografica Apogeo Records.  Io secondo Woody, un viaggio che inizia da lontano Una passione, quella di Giacomo, per la musica che nasce sui palchi dei club della lontana Salamanca. Un’esperienza che ci racconta così: ” Salamanca ha segnato inevitabilmente la storia di LePuc. Arrivato lì, dove ho vissuto per un anno grazie al progetto Erasmus, ho trovato un numero straordinario di artisti e di spazi adatti ad accoglierli. In un certo senso, è bastato lasciarsi trasportare. Quello che Salamanca mi ha dato è stata la voglia di far sapere agli altri qualcosa di me parlando da un palco. Insomma, senza questa avventura oggi LePuc non esisterebbe”. Io secondo Woody, il motore del racconto Non c’è però soltanto Salamanca in Io secondo Woody.  Essenziale è stata anche l’influenza dell’omonimo regista statunitense: ”Il titolo si riferisce a Woody Allen. Ci sono tante cose che mi legano ai suoi film. Ho sempre trovato, infatti, qualcosa di simile a me nei personaggi che racconta. L’ansia, la paranoia, la paura di rischiare, il desiderio di “vedere che succede”, sono tutti motori che muovono, credo, molte storie di Allen. Lo stesso avviene nelle storie delle mie canzoni”. Grazie a tutto questo prende forma un album di undici tracce il cui unico filo conduttore è il cambiamento. “A volte è paura di cambiare, a volte la voglia di cambiare. Altre volte ancora si parla di trasformazione, che si viva in prima persona o la si scopra negli altri. In generale, il modo più facile per parlare del cambiamento è quello di descrivere un viaggio, credo. Quindi sì, il binomio viaggio/cambiamento è il minimo comune denominatore che accompagna tutti i brani dell’album.” Sono le storie e i viaggi di Camilla, una giovane studentessa universitaria fuori sede; di Mario, benzinaio quarantenne che non si è mai arreso alle ingiustizie; di Fausto e Giacomo, alle prese con le noie della scuola. Queste e tante altre storie che si intrecciano con le atmosfere sfumate e sognanti dell’infanzia e dell’estate. Io secondo Woody, le scelte musicali Io secondo Woody è un pregiatissimo album d’esordio, curato nei minimi particolari. Ponderate e ben selezionate, infatti, le scelte musicali impreziosite anche dalla collaborazione di molti musicisti come Luciano Cicero (basso), Tiziano Cicero (batteria e timbales), Salvatore Carlino (congas), Enrico Valanzuolo (tromba), Francesco Fabiani (chitarra). Degne di nota anche i featuring con altri giovani artisti quali Roberto Ormanni in Un bastone e Federica Vezzo nel brano Bicchieri di carta.

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Napoli & Dintorni

Sciuè presenta Totò Le Mokò, il panino dedicato a Totò

Sciuè – il panino vesuviano – nasce nel 2015 da un’idea di Mauro De Luca e dei suoi due figli Giuseppe e Marco. Animati da una grande passione per il finger food, i De Luca (in foto) hanno aperto a Pomigliano D’Arco un burger store ormai “cult” in tutta l’area del vesuviano; con dedizione assoluta, hanno puntato su un nuovo concept di panino, alla cui base ci sono soltanto prodotti di prima qualità. Un format creato per i giovani che strizza anche l’occhio a famiglie e professionisti. Sciuè, la raccolta fondi della Fondazione San Gennaro In occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa di Totò, Sciuè ha aderito al progetto “50 anni senza Totò”, creato dall’associazione “Fondazione San Gennaro”. L’obbiettivo dell’iniziativa è recuperare le due piazze della Sanità, Largo Vita e Piazzetta San Severo, per poterle dotare di due opere d’arte dedicate al principe della risata. Per contribuire a tutto questo, lo staff di Sciuè ha quindi ideato “Totò Le Moko”, un gustosissimo panino ispirato all’omonimo film di De Curtis, il cui ricavato sarà devoluto alla Fondazione. Presentato al termine di una gustosissima cena a base di deliziosi panini e pregiate birre artigianali, alla quale noi di Eroica siamo stati invitati, Totò Le Mokò è stato il piatto forte della serata. Sciuè, gli ingredienti di Totò Le Mokò Questo panino è un vero mix di bontà. Un trionfo di sapori campani che attraversa più province. Impreziosiscono il sapore di un hamburger di suino nero casertano le cipolle arrostite di Alife, le patate di Avezzano e il caciocavallo di bufala. Condiscono il tutto l’olio extravergine di oliva Torretta dalle colline di Salerno e la salsa harissa a base di peperoni. Sciuè, il nuovo menù estivo La serata è stata anche l’occasione per presentare il nuovo menù estivo della paninoteca. Oltre a Totò le Mokò sono stati presentati il panino “’O Purp” a base di polipo, “Mediterraneo” con un interessante accostamento tra un hamburger di scottona e due alici, e “Papa Pollo”, come potete ben immaginare, a base di pollo. Tutti e tre impreziositi dall’uso sapiente di salse e verdure. Prende così forma una nuova linea estiva, fresca e leggera, che non cade nel dozzinale ma che non risulta neanche eccessivamente raffinata. Presentate anche due birre artigianali: La Belle Saison e Marilyn. Sciuè, considerazioni Un grande plauso va a Mauro e a tutto il suo staff per la professionalità con la quale hanno preparato il locale rendendolo elegante e accogliente, e alla cordialità e la gentilezza con le quali hanno servito i presenti. L’inaugurazione dei nuovi prodotti è stata davvero un successo. 

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Interviste

L’ipocrisia del razzismo: intervista a Tommy Kuti

Tommy Kuti è uno degli artisti rap più in voga del momento. Un simbolo per tutti quei figli di seconda generazione nati e cresciuti in un’Italia sempre più multi-etnica. Una forte risposta a chi, ancora oggi, semina odio e alimenta pregiudizi razziali speculando sulle paure e sull’ignoranza delle persone. Forte di un recente contratto con l’Universal Music, l’artista Afroitaliano è pronto a spiccare il volo e a realizzare il suo sogno d’infanzia: diventare un rapper di successo. Noi di Eroica abbiamo avuto il piacere di intervistarlo e di rivolgergli qualche domanda. Tommy Kuti, l’intervista Durante il tuo percorso artistico hai più volte cambiato “identità”: Mista Tolu, Tolu Kuti e poi Tommy Kuti. Potresti quindi raccontarci questi cambiamenti attraverso il tuo lungo viaggio nel rap? In realtà sono sempre stato Tommy Kuti: la gente a scuola e i miei amici mi hanno sempre chiamato Tommy. Il mio nome di battesimo è però Tolulope Olabode Kuti. Purtroppo era troppo difficile da pronunciare per i padani che mi circondavano, quindi sin da quando ero bambino mi hanno sempre chiamato tutti Tommy, una cosa importante. A me è sempre piaciuto come nome Tommy. Suona proprio come il nome di un rapper Afroitaliano, non trova? “ […] Sono troppo africano per essere solo italiano e troppo italiano per essere solo africano…”. Qual è stata la tua esperienza da Afroitaliano in Italia? Se devo essere sincero a parte gli stereotipi che hanno su di me gli sconosciuti e le saltuarie volte in cui ho dovuto discutere pesantemente con gente razzista, la mia esperienza di Afroitaliano è piuttosto positiva. Cioè, nonostante il razzismo e la discriminazione che ho percepito a scuola e negli ambienti lavorativi, sono riuscito a circondare me stesso di gente aperta mentalmente, ma soprattutto sto riuscendo a raggiungere i miei obiettivi. Fuck racism, I am Tommy. Nel tuo curriculum vanti una laurea in Scienze della Comunicazione a Cambridge. A fronte di ciò, quali differenze e/o similitudini hai riscontrato tra l’Inghilterra e l’Italia? Ma in realtà non è che io me ne vanti, cioè sono un rapper, dovrei essere almeno in galera o perlomeno dovrei essere già stato in un riformatorio, invece ho finito il liceo, non mi sono mai fatto bocciare e mi sono pure laureato. Per favore non lo dica agli altri rapper. Sinceramente. anche se ho vissuto per 3 anni a Cambridge mentre frequentavo la Anglia Ruskin University, non sento di poter esprimere un giudizio su un paese tanto vario come l’Inghilterra. Mentre ero lì a studiare frequentavo tutti gli altri studenti internazionali provenienti da ogni parte del globo, ed in classe, all’Università, gli inglesi erano una minoranza. Ah, forse sì, la più grande differenza tra l’Italia e l’Inghilterra è il fatto che nella città dell’Università più prestigiosa del mondo viva una grandissima quantità di stranieri, senza che debba arrivare Salvini a fare un comizio. Nei tuoi testi, inoltre, è sempre molto presente il tema della “provincia”. Cosa consigli a tutti quei ragazzi che magari si sentono soffocati e oppressi dalla provincia? Trovate […]

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Concerti

L’Amore Povero di Dutch Nazari al Rapsodia di Caserta

Ieri, domenica 30 Aprile, è andato in scena al Rapsodia Live Music Club di Caserta l’Amore Povero Tour dell’artista veneto Dutch Nazari. Per l’occasione, noi di Eroica Fenice eravamo lì per raccontare la serata. Amore Povero, il sound check Ore 20:30. Entro nel locale ancora semivuoto. Ci sono dei ragazzi intenti a provare i microfoni. Anche Dutch è lì e scambia qualche chiacchiera con alcuni fan curiosi. Noto che all’ingresso ci sono dei rusticini e degli stuzzichini gratis. “Gratis” è, per me, una di quelle parole che riempie il cuore soprattutto quando si unisce a quell’altra bellissima parola che è “cibo”. Inutile dirvi che mi ci fiondo. Intanto, il locale inizia a riempirsi. Amore Povero, lo show d’apertura Ore 22:00. Si inizia. Il primo a esibirsi è un ragazzo di 15 anni un po’ impacciato: si vede che è alle primissime armi. Nel suo brano racconta di essere in giro con il suo fantasma Casper. Si esibiscono poi due ragazzi decisamente meno impacciati e timidi di lui: Dalai e D’Orange. Il primo veste una maglia di calcio della Turchia con il numero 10. L’emblema, volendo usare le parole di Dargen D’Amico, del suo essere un “fantasista di dubbia moralità”. Tra il pubblico si inizia a ballare, o meglio, volendo usare una terminologia tecnica e inerente alla serata, a “swaggare” e “trappare”. I ragazzi ballano in questo modo per farsi ammirare dalle tante giovani ragazze che, abbastanza “inorridite” da quell’equivoco molleggiarsi, si mostrano alquanto contrariate. Si continua a “swaggare” pure con il terzo rapper, molto giovane anche lui. Parla di illusioni e de “ La Grande Bellezza”. Perplessi come me tre signori seduti in un angolo, che danno al pubblico un certo tocco di eterogeneità anagrafica. Lo show d’apertura si conclude, infine, con Baco Krisi, un rapper milanese, e Masa Masa, organizzatore della serata. Il livello si alza esponenzialmente. Sono davvero bravi. Conquistano il pubblico e riscaldano l’atmosfera per Dutch. Amore Povero, il concerto di Dutch Nazari Ore 23:00. Dopo essersi divincolato tra il pubblico, Dutch sale finalmente sul palco. Ad accompagnarlo solo DJ Wairaki. Sick Et Simpliciter, l’altro suo socio, è infatti assente per motivi di salute. Inizia subito con Proemio e, dopo qualche breve convenevole, continua con Così Bravi. Dà sfoggio in modo trasversale a gran parte del suo repertorio: Da Diecimila Lire fino a Amore Povero, passando per Fino a Qui. Si susseguono così, senza grandi interruzioni: Diecimila Lire, Sui Divanetti, Come Battisti, Stupido Paradosso, Da abbinarsi con un mondo grigio, Caramelle, Un fonico, Near Venice (per l’occasione trasformata in Near Naples), Luce Clandestina, Gin Jack Havana Cointreau, Falling Crumbs, Inutili e Belli, Nelle stazioni, Amore Povero e, in conclusione, Cura di me. Si alternano momenti di profonda introspezione ad altri più distesi e la musica si diffonde per tutto locale, ormai colmo di persone. L’alchimia tra le parole di Dutch e le strumentali risulta quasi perfetta. Come un abile fonico, Nazari mixa impeccabilmente gli alti di un disincantato cinismo e i bassi di una soffusa nostalgia. Ci si […]

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Interviste

Dutch Nazari, un’intervista tra progetti vecchi e futuri

In prossimità del concerto di domenica sera al Rapsodia di Caserta, che vedrà esibirsi Dutch Nazari in occasione dell’ “Amore Povero Tour”, abbiamo avuto il piacere di intervistare l’artista veneto in una interessantissima chiacchierata telefonica sui suoi progetti vecchi e futuri. (in foto,a sinistra Sick Et Simpliciter a destra Dutch Nazari) Dutch Nazari, l’intervista Come nasce Dutch Nazari ? Come hai iniziato ? Mi sono appassionato al rap una decina di anni fa, intorno al 2004/2005, soprattutto con l’ascolto di Mr. Simpatia di Fabri Fibra e Mi Fist dei Club Dogo. Questo mi ha portato prima a scoprire l’universo del rap italiano underground e poi a guardarmi intorno nella mia città, per vedere se c’erano altri ragazzi che amavano questo genere. In questo modo, sempre in quegli anni, è nata la mia crew Massima Tackenza. Nell’ultimo periodo, comunque, ho un po’ riscoperto i miei ascolti precedenti al rap, ovvero quelli relativi alla canzone d’autore italiana. Le mie due grosse influenze a livello artistico musicale sono queste e mi sono ritrovato a mescolarle nella musica che scrivo. Secondo me questa cosa si può sentire molto in Amore Povero, che è il mio ultimo disco. A proposito di Amore Povero, oltre a quest’album hai pubblicato Diecimila Lire e Fino a Qui. Cosa accomuna e cosa differenzia questi tre album? In realtà il primo lavoro solista che ho pubblicato è “Non lo avevo calcolato”. Era il 2011: a quei tempi non avevo un’etichetta e non avevo ancora un ufficio stampa quindi quel disco si è un po’ perso nel tempo, però io lo rivendico come tutti gli altri. La differenza sensibile a partire da Diecimila Lire in poi è che, con esso, è iniziata la mia collaborazione con il producer Sick Et Simpliciter che da lì in poi ha prodotto quasi tutte le strumentali dei miei dischi. Dopo la sua uscita ci siamo semplicemente messi a creare canzoni. Nell’arco di un anno, tra l’inizio del 2015 e l’inizio del 2016, ci siamo ritrovati ad avere un discreto numero di canzoni. Ci sembrava che alcune stessero meglio insieme e che altre, sebbene ci piacessero comunque, fossero un po’ più in un viaggio solitario. Anche perché non tutte erano state prodotte da Sick Et Simpliciter. Allora abbiamo accomunato le seconde in un EP, Fino a Qui; e poi tutte le altre, molto più amalgamate musicalmente, le abbiamo messe nel disco Amore Povero. Rimaniamo in tema Amore Povero. È come se l’intero album sia caratterizzato da questo senso di nostalgia “sfumato”. Confermi questa mia impressione ? Te la posso assolutamente confermare anche perché non sei affatto l’unico che me lo dice -ride- però non è una nostalgia che io dichiaro prima di iniziare a scrivere. È una cosa che ho notato a posteriori. Posso confermartela ma non sono così bravo a giustificartela razionalmente. Ritorniamo al tuo background musicale. Hai detto che, oltre al rap, è stata la canzone d’autore italiana a influenzarti maggiormente. Da quali cantautori hai tratto maggior ispirazione? Sono cresciuto con la musica che […]

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Musica

Fenomeno, convincersi di poter fare rap a 40 anni

Fenomeno è l’ultima creazione di Fabri Fibra, pubblicata il 7 aprile per la Universal Music Group, la major discografica per la quale il rapper marchigiano lavora dal 2006, dall’album “Tradimento”. Fenomeno, una nuova consapevolezza Sono passati tanti anni, Fabri Fibra non è più il ragazzo che scrive “col sole che filtra attraverso la serranda“ non è neanche più il ragazzo scontroso e strafottente che spruzza “rap in vena“. A 40 anni, per forza di cose, si cambia o, quanto meno, si acquisisce una consapevolezza nuova, diversa. Fenomeno viene interamente caratterizzato da questa nuova consapevolezza e dalla sfida che Fibra si prefissa: convincere e convincersi di poter ancora fare rap in Italia, nel paese dove molto spesso questa musica è insufficientemente considerata “roba per ragazzini”. È, in ogni caso, un Fibra maggiormente riflessivo e introspettivo. Un Fibra che non ha più bisogno di esagerare- non del tutto almeno – o di creare lo scandalo per fare notizia ed essere preso sul serio. Fenomeno, l’album Diciassette tracce si susseguono tra momenti di profonda introspezione come Money For Dope, Equilibrio, Stavo pensando, Invece no a momenti di denuncia sociale come Red Carpet, Fenomeno, Considerazioni (monologo a favore della legalizzazione della marijuana scritto da Roberto Saviano), Ogni Giorno; ad altri decisamente più distesi e leggeri come Pamplona (feat. Thegiornalisti) e Cronico. Un viaggio dalle diverse sfaccettature attraverso l’ipocrisia di certi legami e rapporti, nati per convenienza e con il solo obbiettivo del lucro. Un riavvolgimento del nastro che prende forma tra sogni persi e ambizioni mai realizzate, tra l’ansia del fallimento e la paura del dover sempre motivare e giustificare le proprie scelte. Il racconto delle proprie esperienze, però, non rimane una semplice prerogativa autobiografica ma diventa il punto di partenza per parlare del disagio di tutti quei ragazzi, di provincia e non, che vivono con la prospettiva di un futuro sempre troppo incerto nel quale l’unica certezza sembra essere quella del fallimento. Il disagio di tutti quei ragazzi che cercano, attraverso i falsi miti della televisione e del web, forme di evasione, non di riscatto, che si esplicitano molto spesso nell’abuso di sostanze stupefacenti e alcoliche; rendendosi così passivi e inerti alla vita. È un vuoto, quello del dover costantemente mantenere delle apparenze socialmente accettabili, che va a sommarsi a un altro vuoto, quello affettivo ed emotivo di molti ragazzi che vivono la propria famiglia come un ambiente soffocante e poco stimolante. Non è certo la prima volta che il rapper marchigiano tratta temi del genere ma, questa volta, magari non risultando impeccabile nella forma, risulta molto più efficace per la chiarezza e la lucidità con le quali denuncia un malessere sociale tremendamente diffuso e attuale. Un malessere nato durante vent’anni di brutale mercificazione culturale che hanno corrotto e spazzato via ogni valore, nutrendo tutti questi ragazzi con i fantasmi del denaro e del successo. Un malessere che chi di dovere continua a ignorare facendo finta che vada tutto bene. “Invece no”, non va tutto bene e Fabri Fibra dimostra di esserne ben cosciente. È proprio in […]

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Musica

Variazioni, la musica con i musicisti di Dargen D’Amico

Variazioni è il nuovo album di Dargen D’Amico, pubblicato lo scorso 31 Marzo per la Giada Mesi, la sua etichetta discografica, prodotto e registrato da Tommaso Colliva. Insieme al disco, D’Amico ha pubblicato anche il suo primo libro, un libro di racconti. Variazioni, l’album Prima di scrivere questa recensione ho pensato tanto, arrovellandomi il cervello ma, alla fine, dopo lunghi e profondi respiri ho iniziato. Perché? Perché trovare una chiave di lettura ai suoi testi e ai suoi lavori è arduo, davvero difficile. Il rapper milanese – sempre se sia ancora corretto definirlo un rapper – attraverso le sue canzoni ha sempre dato vita a dei veri e propri universi di parole, dove il fraintendimento è dietro l’angolo, estremamente facile. Dargen è sempre fuggito dall’univocità dei possibili significati destreggiandosi tra i flussi dei suoi pensieri, proiettandoli sul foglio e sulla strumentale. Questa volta, però, mettendo a nudo la propria mente e la propria coscienza, ha cercato nuovi piani di proiezione assoluti e infiniti. Il nuovo piano di proiezione, infatti, è l’universo nella sua immensità e nella freddezza dei suoi indefiniti contorni. Sono le suggestive melodie al pianoforte di Isabella Turso a legare inscindibilmente il mondo interiore allo spazio fisico, a elevare le parole al mondo sidereo superando, in tal modo, il limite del cielo, un tema molto ricorrente nella cultura hip-hop. L’artista milanese infrange ogni categoria o etichetta che lo vorrebbe ancora legato al mondo del rap. Che sia semplice rap o “cantautorap”, non importa. Adesso Dargen fa musica, con i musicisti tra l’altro. Le influenze elettroniche sono limitate al minimo, sono le sue parole sulle musiche di Isabella Turso, nient’altro. Da questo nuovo connubio nasce Variazioni, un album di tredici tracce tra le quali sei inediti (Ama Noi, Cambiare me, Il ritornello, Le squadre, Dello stesso colore e Il ritorno delle stelle) e sette “variazioni tematiche” di vecchi brani (La mia testa prima di me, Ma è un sogno, Le file per fare l’amore, Qualsiasi movimento faccia, L’altra, Un’altra cosa e L’aggettivo adatto). Variazioni nel suo essere, come precedentemente scritto, “musica con i musicisti” chiude un percorso musicale iniziato nel 2006 con “Musica senza musicisti”, il suo primo album. Il cerchio ora si chiude e le parole di Dargen prendono nuova vita grazie al pianoforte di Isabella, raggiungendo mete prima impensabili. Variazioni va ascoltato tante volte ma senza l’ostinata pretesa di voler capire o schematizzare. In fondo è musica e, in quanto musica, suscita sensazioni che non sempre è possibile descrivere o motivare. Ascoltatelo, magari distesi sul vostro letto, magari a occhi chiusi. Lasciatevi guidare dalla musica e dalle parole con leggerezza e serenità perché, in fondo,“il mondo è talmente brutto che non ne rideremo mai abbastanza”.

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