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Eroica Fenice

Food

E’ Guagliune presentano il menù di Agosto

Grande cena e degustazione nella serata di martedì 18 nel Ristorante-Pizzeria E’ Guagliune di Pomigliano D’Arco dove il proprietario Mario Filosa ha imbandito un ricco banchetto per la stampa, presentando i nuovi piatti del menù di Agosto. Noi di Eroica, da veri buongustai, eravamo lì. Pronti per il nostro gustoso racconto? E’ Guagliune, l’inizio Ore 20:00, iniziano ad arrivare i primi invitati e i camerieri sistemano gli ultimi preparativi sulla terrazza decorata di tutto punto. Al centro, un tavolo con tutti i prodotti che saranno serviti durante la cena. Eccellenze campane selezionate personalmente dall’occhio sapiente e critico di Mario Filosa: vini, formaggi e pasta fresca. Qualche invitato curioso, colpito dall’abbondanza e dalla qualità di tale assortimento, non perde occasione per scattare foto, magari anche insieme a un bel Provolone del Monaco. Arrivati gli ultimi invitati e sedutisi tutti ai tavoli, iniziano le danze. E’ Guagliune, gli antipasti La cena viene inaugurata con le immancabili zeppoline d’alghe e con un assaggio di un’interessantissima variante di un tipico piatto della tradizione campana: la pizza di scarole. Una pizza di scarole con tarallo sbriciolato, peperoncino forte e alici salate nata dall’esperienza del maestro pizzaiolo Nicola Trinchese. Una vera delizia. Con le piccantissime bruschette con lardo di colonnato e ‘nduja vengono serviti anche i primi due vini, due bianchi: una frizzante falanghina irpina delle Selve di S. Angelo e un Fiano d’Avellino. Ottime per accompagnare anche la seconda portata di antipasti: bruschette con pomodorino giallo vesuviano e Marinara al ruoto con pomodorino, aglio, olio, olive nere, acciughe e scaglie di parmigiano. Soffice e morbida proprio come vuole l’antica tradizione casareccia. E’ Guagliune, i primi piatti Dopo l’abbondante e succulento antipasto si passa ai tanto attesi primi piatti del giovane cuoco Vincenzo Mingacci: un mezzo pacchero con pomodorino datterino giallo, noci e vongole e tubettoni con fagioli e gamberi. Accompagnati non dal vino bianco ma da un ottimo aglianico rosso. E’ Guagliune, il gran finale Archiviati anche i due pregiatissimi primi, è tempo per una graditissima sorpresa per gli ospiti: il Gran Finale. Mario Filosa si prende la scena, mostra e offre, a uno a uno, i formaggi e i salumi da lui selezionati durante le sue visite in giro per la Campania che gli sono valse il titolo di “Talent Scout dei formaggi”. Ce ne sono di tutti i tipi, dal pecorino ai provoloni passando per le caciotte, e di tutte le provenienze, da Bagnoli Irpino ad Agerola. E’ Guagliune, considerazioni Una cena davvero ottima che ha saputo unire tante portate senza peccare in qualità, proponendo nuovi piatti e accostamenti culinari attraverso il riutilizzo di prodotti D.O.P campani. Prodotti testimoni di tradizioni secolari che non vanno abbandonate. Mario Filosa e tutto lo staff de E’ Guagliune si sono resi protagonisti di un lavoro eccellente realizzando un menù da leccarsi i baffi. Sarà disponibile da agosto, se non sarete impegnati con le vacanze o con impegni lavorativi fateci un pensiero!

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Concerti

Gazebo Penguins e One Dimensional Man: l’inizio ruggente del NaDir

Un inizio all’insegna di un sound potente e graffiante per il NaDir, il festival musicale nella Polifunzionale di Soccavo completamente autofinanziato e organizzato dai membri della Rete di Scacco Matto e Cap80126. Noi di Eroica eravamo presenti e questo è il nostro racconto. NaDir: Un inizio “emergente” Sale sul palco, poco dopo le 20, il gruppo emergente campano L’erba sotto l’asfalto, una delle band selezionate tramite il progetto Gravità Zero, davanti a un pubblico, purtroppo, assai risicato. Dopo aver dato sfoggio di qualche canzone del loro primo lavoro Siamo tutti pazzi, lasciano il posto ai Gomma (in foto), un nuovo astro nascente musicale della nostra terra. Una dopo l’altro si succedono i brani del loro primo album Toska che, come spiega la cantante, è un termine russo che indica uno stato di insoddisfazione senza una causa specifica. Degne di nota anche due loro cover di I’m so tired dei Fugazi e Someone to lose dei Wilco. Termina così la prima parte della serata, con due band all’inizio del loro percorso ma che promettono davvero bene. La convincente esibizione dei Gazebo Penguins Un repentino cambio di strumenti e salgono sul palco i ragazzi emiliani dei Gazebo Penguins che iniziano con Bismantova, brano tratto dal loro ultimo disco Nebbia. L’atmosfera inizia a riscaldarsi e il pubblico a infoltirsi. Danno vita a una scaletta che attraversa trasversalmente i loro lavori, dal più recente con Soffrire non è inutile, Nebbia, Porta ad altri più vecchi come Il Tram delle 6 e  Senza di te tratti dall’album Legna; passando anche per canzoni tratte da Raudo come È finito il caffè. Nel frattempo, mentre i Gazebo sono nel pieno della loro esibizione e tra il pubblico iniziano i primi poghi, compare Pierpaolo Capovilla (front-man degli One Dimensional Man) vicino la postazione dei tecnici del suono intento a fumarsi una sigaretta e scambiare quattro chiacchiere con qualche fan curioso. I tanto attesi One Dimensional Man  Dopo la più che convincente prova dei Gazebo, è finalmente tutto pronto per la main band della serata: i One Dimensional Man. Sulle note di Bella Ciao, lo storico trio capitanato da Capovilla, dopo diversi anni di silenzio, si riprende finalmente la scena e inizia a martellare a più non posso con il suo sound ruggente e graffiante. Non c’è spazio per pause, le potenti linee di basso di Capovilla si fondono ai ritmi frenetici imposti dalla batteria di Francesco Valente, accompagnati dalle distorte melodie della chitarra di Carlo Veneziano. Nella loro set-lists danno largo spazio a tutti i loro lavori discografici: One Dimensional Man, 1000 Doses of Love, You Kill Me, Take Me Away, A Better Man. La platea continua a essere poco affollata e la pronuncia inglese di Capovilla non è certo impeccabile ma la potenza scatenata dal trio è incredibile e i pochi fan affezionati sotto il palco appaiono decisamente soddisfatti. La prima pausa arriva dopo più di quaranta minuti di esibizione, Capovilla ringrazia il pubblico e gli organizzatori con un emblematico elogio alla vita e alla lotta politica:”Vivere è lottare e […]

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Eventi/Mostre/Convegni

NaDir, Napoli Direzione Opposta Festival

Arriva alla sua terza edizione il NaDir/Napoli Direzione Opposta Festival, evento musicale indipendente e completamente autofinanziato, nato nel 2015 dalla collaborazione dei collettivi sociali gestiti dalla rete Scacco Matto e dal CAP80126. Via alla danze giovedì 29 giugno nella Polifunzionale di Soccavo (Napoli) e serata finale sabato 1 luglio. NaDir, gli artisti Dopo il successo dei primi due anni, culminato con la partecipazione dei Ministri, quest’anno il festival si preannuncia più scoppiettante che mai con una scaletta di artisti che unisce i grandi nomi della musica alternativa italiana a quelli dei gruppi emergenti del nostro territorio. Ecco il programma: Giovedì 29 Giugno – Toccherà a L’Erba sotto l’asfalto aprire il concerto della prima serata e scaldare l’atmosfera per le due band successive: Gomma e i Gazebo Penguins. Due dei gruppi indie più in voga del momento. Ospiti d’onore nel finale i One Dimensional Man di Pierpaolo Capovilla (Il Teatro degli Orrori). Venerdì 30 Giugno – Seconda serata all’insegna della musica elettronica con giovani artisti emergenti: Fugama, Luk, /Handlogic e Birthh. Chiuderà la serata il rapper Mecna. Sabato 1 Luglio – Finale con il botto per l’ultima sera dai tratti decisamente più rock. Apriranno i Travel Gum e La Bestia Carenne. Toccherà poi ai Sula Ventrebianco riscaldare il pubblico per i Marlene Kuntz. NaDir, non solo musica Sarà una grande festa, ma il NaDir non è soltanto un festival musicale. Obbiettivo dell’evento è infatti quello di “[…]creare una piattaforma alternativa di produzione artistica con un’attitudine che fa proprie l’etica Do It Yourself e lo spirito dell’underground. […] contrapponendo la cooperazione all’individualismo competitivo e il valore artistico senza compromessi alle logiche del profitto, offrendo contemporaneamente gli standard di qualità più elevati e rifiutando ogni forma di autoreferenzialità minoritaria”. A tale scopo, durante ogni giornata, saranno proposti dibattiti e tavole rotonde su temi di politica e attualità. NaDir, quindi, come spazio musicale, sociale ma anche come spazio ricreativo e di aggregazione. La mattina saranno organizzati tornei di calcetto e altre attività ludiche per i più piccini. Ci saranno inoltre esibizioni circensi, performance teatrali, mostre fotografiche e un’area mercato dedicata all’artigianato e all’autoproduzione. Chi vorrà potrà anche usufruire dell’area campeggio, dove poter piantare la propria tenda, e dell’area ristoro. NaDir, in direzione opposta Parte dal basso e viaggia in direzione opposta questo festival musicale, diventato ormai importantissimo, che attraverso la musica, la creatività e l’aggregazione vuole restituire dignità a quelle zone periferiche da troppo tempo in mano all’incuria e allo spreco.

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Libri

Elegia americana, l’America degli Hillbillies

“Mi chiamo J.D. Vance, e penso che dovrei iniziare con una confessione: trovo l’esistenza del libro che avete in mano piuttosto assurda” Inizia così Elegia Americana, libro d’esordio di James David “J.D.” Vance (in foto) pubblicato negli USA nel Giugno 2016 ed edito in Italia da Garzanti nell’Aprile di quest’anno. Un’introduzione che potrebbe a tratti ricordare quella che un altro J.D. scrisse per un certo Holden Caulfield, le radici di Vance però sono profondamente diverse. È un Hillbilly, termine dispregiativo che sta per “buzzuro, montanaro” con il quale vengono indicati il proletariato e il sottoproletariato bianco di origine scozzese e irlandese situato tra l’Alabama e la Georgia del Sud, lungo tutta la catena degli Appalachi, ovvero tutte quelle persone che hanno vissuto e continuano a vivere tutt’oggi il lato più oscuro e drammatico del sogno americano. Elegia americana, un’elegia d’inchiesta Attraverso la storia della sua famiglia J.D. analizza con il supporto di dati e statistiche i disastrosi effetti che una povertà plurisecolare ha causato alla cultura del suo popolo. I suoi nonni si trasferirono in Ohio dopo la seconda guerra mondiale; come loro tantissimi hillbillies degli Appalachi emigrarono in cerca di fortuna negli stati industrializzati della Rust Belt (tra cui l’Ohio, per l’appunto). L’emigrazione di massa viene riconosciuta come uno dei maggiori motivi del persistere dell’isolamento culturale del suo popolo: gli Hillbillies si trovarono in una terra nuova ma circondati dalle stesse persone di sempre. La stabilità economica non favorì una concreta integrazione ma assopì soltanto quella rabbia cronica che esplose anni dopo in modo ancora più violento con la chiusura delle fabbriche. J.D. non si limita, però, alla semplice lettura dei dati: va più a fondo indagando le cause più profonde. Prima di essere un’inchiesta, infatti, il libro ha i caratteri dell’elegia, è il manifesto del tormento e della disperazione di un’ intera etnia. Gli Hillbillies non hanno amor proprio, non badano alla loro alimentazione né tantomeno alla loro istruzione, non credono nella politica, nella scienza, nel valore del lavoro, non credono che le loro azioni possano determinare il futuro; la maggior parte di loro vive in un ambiente familiare malsano, fatto di violenze domestiche, dipendenze, abusi psicologici. Non c’è spazio per il dialogo, ogni rapporto, sentimentale o affettivo che sia viene vissuto con timore, con la paura che qualcuno possa prevaricare sull’altro. È in questo tipo di instabilità che J.D. identifica il male maggiore della sua gente, non nella mancanza di un forte presenza dello stato o in una precaria situazione economica, ma in tutti questi fattori ritenuti da lui incontrollabili per il governo. L’emancipazione hillbilly potrà essere ultimata solo quando si sarà accettata la sua irrealizzabilità nell’immediato e quando si sarà compreso che essa non può che partire dalle scelte dei singoli individui: è una cultura che presenta ferite troppo profonde per poter essere rimarginate nell’arco di una generazione con i sussidi statali e soprattutto è un retaggio culturale dal quale non ci si divincola senza soffrire. Nel pieno della sua ascesa sociale infatti J.D. dovrà più volte fare i conti […]

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Interviste

Io secondo Woody, l’album d’esordio di LePuc

  “Io secondo Woody” è l’album d’esordio di LePuc, nome d’arte del giovane cantautore Giacomo Palombino, registrato negli studi del Sanità Music Studio di Napoli e pubblicato per l’etichetta discografica Apogeo Records.  Io secondo Woody, un viaggio che inizia da lontano Una passione, quella di Giacomo, per la musica che nasce sui palchi dei club della lontana Salamanca. Un’esperienza che ci racconta così: ” Salamanca ha segnato inevitabilmente la storia di LePuc. Arrivato lì, dove ho vissuto per un anno grazie al progetto Erasmus, ho trovato un numero straordinario di artisti e di spazi adatti ad accoglierli. In un certo senso, è bastato lasciarsi trasportare. Quello che Salamanca mi ha dato è stata la voglia di far sapere agli altri qualcosa di me parlando da un palco. Insomma, senza questa avventura oggi LePuc non esisterebbe”. Io secondo Woody, il motore del racconto Non c’è però soltanto Salamanca in Io secondo Woody.  Essenziale è stata anche l’influenza dell’omonimo regista statunitense: ”Il titolo si riferisce a Woody Allen. Ci sono tante cose che mi legano ai suoi film. Ho sempre trovato, infatti, qualcosa di simile a me nei personaggi che racconta. L’ansia, la paranoia, la paura di rischiare, il desiderio di “vedere che succede”, sono tutti motori che muovono, credo, molte storie di Allen. Lo stesso avviene nelle storie delle mie canzoni”. Grazie a tutto questo prende forma un album di undici tracce il cui unico filo conduttore è il cambiamento. “A volte è paura di cambiare, a volte la voglia di cambiare. Altre volte ancora si parla di trasformazione, che si viva in prima persona o la si scopra negli altri. In generale, il modo più facile per parlare del cambiamento è quello di descrivere un viaggio, credo. Quindi sì, il binomio viaggio/cambiamento è il minimo comune denominatore che accompagna tutti i brani dell’album.” Sono le storie e i viaggi di Camilla, una giovane studentessa universitaria fuori sede; di Mario, benzinaio quarantenne che non si è mai arreso alle ingiustizie; di Fausto e Giacomo, alle prese con le noie della scuola. Queste e tante altre storie che si intrecciano con le atmosfere sfumate e sognanti dell’infanzia e dell’estate. Io secondo Woody, le scelte musicali Io secondo Woody è un pregiatissimo album d’esordio, curato nei minimi particolari. Ponderate e ben selezionate, infatti, le scelte musicali impreziosite anche dalla collaborazione di molti musicisti come Luciano Cicero (basso), Tiziano Cicero (batteria e timbales), Salvatore Carlino (congas), Enrico Valanzuolo (tromba), Francesco Fabiani (chitarra). Degne di nota anche i featuring con altri giovani artisti quali Roberto Ormanni in Un bastone e Federica Vezzo nel brano Bicchieri di carta.

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Napoli & Dintorni

Sciuè presenta Totò Le Mokò, il panino dedicato a Totò

Sciuè – il panino vesuviano – nasce nel 2015 da un’idea di Mauro De Luca e dei suoi due figli Giuseppe e Marco. Animati da una grande passione per il finger food, i De Luca (in foto) hanno aperto a Pomigliano D’Arco un burger store ormai “cult” in tutta l’area del vesuviano; con dedizione assoluta, hanno puntato su un nuovo concept di panino, alla cui base ci sono soltanto prodotti di prima qualità. Un format creato per i giovani che strizza anche l’occhio a famiglie e professionisti. Sciuè, la raccolta fondi della Fondazione San Gennaro In occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa di Totò, Sciuè ha aderito al progetto “50 anni senza Totò”, creato dall’associazione “Fondazione San Gennaro”. L’obbiettivo dell’iniziativa è recuperare le due piazze della Sanità, Largo Vita e Piazzetta San Severo, per poterle dotare di due opere d’arte dedicate al principe della risata. Per contribuire a tutto questo, lo staff di Sciuè ha quindi ideato “Totò Le Moko”, un gustosissimo panino ispirato all’omonimo film di De Curtis, il cui ricavato sarà devoluto alla Fondazione. Presentato al termine di una gustosissima cena a base di deliziosi panini e pregiate birre artigianali, alla quale noi di Eroica siamo stati invitati, Totò Le Mokò è stato il piatto forte della serata. Sciuè, gli ingredienti di Totò Le Mokò Questo panino è un vero mix di bontà. Un trionfo di sapori campani che attraversa più province. Impreziosiscono il sapore di un hamburger di suino nero casertano le cipolle arrostite di Alife, le patate di Avezzano e il caciocavallo di bufala. Condiscono il tutto l’olio extravergine di oliva Torretta dalle colline di Salerno e la salsa harissa a base di peperoni. Sciuè, il nuovo menù estivo La serata è stata anche l’occasione per presentare il nuovo menù estivo della paninoteca. Oltre a Totò le Mokò sono stati presentati il panino “’O Purp” a base di polipo, “Mediterraneo” con un interessante accostamento tra un hamburger di scottona e due alici, e “Papa Pollo”, come potete ben immaginare, a base di pollo. Tutti e tre impreziositi dall’uso sapiente di salse e verdure. Prende così forma una nuova linea estiva, fresca e leggera, che non cade nel dozzinale ma che non risulta neanche eccessivamente raffinata. Presentate anche due birre artigianali: La Belle Saison e Marilyn. Sciuè, considerazioni Un grande plauso va a Mauro e a tutto il suo staff per la professionalità con la quale hanno preparato il locale rendendolo elegante e accogliente, e alla cordialità e la gentilezza con le quali hanno servito i presenti. L’inaugurazione dei nuovi prodotti è stata davvero un successo. 

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Interviste

L’ipocrisia del razzismo: intervista a Tommy Kuti

Tommy Kuti è uno degli artisti rap più in voga del momento. Un simbolo per tutti quei figli di seconda generazione nati e cresciuti in un’Italia sempre più multi-etnica. Una forte risposta a chi, ancora oggi, semina odio e alimenta pregiudizi razziali speculando sulle paure e sull’ignoranza delle persone. Forte di un recente contratto con l’Universal Music, l’artista Afroitaliano è pronto a spiccare il volo e a realizzare il suo sogno d’infanzia: diventare un rapper di successo. Noi di Eroica abbiamo avuto il piacere di intervistarlo e di rivolgergli qualche domanda. Tommy Kuti, l’intervista Durante il tuo percorso artistico hai più volte cambiato “identità”: Mista Tolu, Tolu Kuti e poi Tommy Kuti. Potresti quindi raccontarci questi cambiamenti attraverso il tuo lungo viaggio nel rap? In realtà sono sempre stato Tommy Kuti: la gente a scuola e i miei amici mi hanno sempre chiamato Tommy. Il mio nome di battesimo è però Tolulope Olabode Kuti. Purtroppo era troppo difficile da pronunciare per i padani che mi circondavano, quindi sin da quando ero bambino mi hanno sempre chiamato tutti Tommy, una cosa importante. A me è sempre piaciuto come nome Tommy. Suona proprio come il nome di un rapper Afroitaliano, non trova? “ […] Sono troppo africano per essere solo italiano e troppo italiano per essere solo africano…”. Qual è stata la tua esperienza da Afroitaliano in Italia? Se devo essere sincero a parte gli stereotipi che hanno su di me gli sconosciuti e le saltuarie volte in cui ho dovuto discutere pesantemente con gente razzista, la mia esperienza di Afroitaliano è piuttosto positiva. Cioè, nonostante il razzismo e la discriminazione che ho percepito a scuola e negli ambienti lavorativi, sono riuscito a circondare me stesso di gente aperta mentalmente, ma soprattutto sto riuscendo a raggiungere i miei obiettivi. Fuck racism, I am Tommy. Nel tuo curriculum vanti una laurea in Scienze della Comunicazione a Cambridge. A fronte di ciò, quali differenze e/o similitudini hai riscontrato tra l’Inghilterra e l’Italia? Ma in realtà non è che io me ne vanti, cioè sono un rapper, dovrei essere almeno in galera o perlomeno dovrei essere già stato in un riformatorio, invece ho finito il liceo, non mi sono mai fatto bocciare e mi sono pure laureato. Per favore non lo dica agli altri rapper. Sinceramente. anche se ho vissuto per 3 anni a Cambridge mentre frequentavo la Anglia Ruskin University, non sento di poter esprimere un giudizio su un paese tanto vario come l’Inghilterra. Mentre ero lì a studiare frequentavo tutti gli altri studenti internazionali provenienti da ogni parte del globo, ed in classe, all’Università, gli inglesi erano una minoranza. Ah, forse sì, la più grande differenza tra l’Italia e l’Inghilterra è il fatto che nella città dell’Università più prestigiosa del mondo viva una grandissima quantità di stranieri, senza che debba arrivare Salvini a fare un comizio. Nei tuoi testi, inoltre, è sempre molto presente il tema della “provincia”. Cosa consigli a tutti quei ragazzi che magari si sentono soffocati e oppressi dalla provincia? Trovate […]

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Concerti

L’Amore Povero di Dutch Nazari al Rapsodia di Caserta

Ieri, domenica 30 Aprile, è andato in scena al Rapsodia Live Music Club di Caserta l’Amore Povero Tour dell’artista veneto Dutch Nazari. Per l’occasione, noi di Eroica Fenice eravamo lì per raccontare la serata. Amore Povero, il sound check Ore 20:30. Entro nel locale ancora semivuoto. Ci sono dei ragazzi intenti a provare i microfoni. Anche Dutch è lì e scambia qualche chiacchiera con alcuni fan curiosi. Noto che all’ingresso ci sono dei rusticini e degli stuzzichini gratis. “Gratis” è, per me, una di quelle parole che riempie il cuore soprattutto quando si unisce a quell’altra bellissima parola che è “cibo”. Inutile dirvi che mi ci fiondo. Intanto, il locale inizia a riempirsi. Amore Povero, lo show d’apertura Ore 22:00. Si inizia. Il primo a esibirsi è un ragazzo di 15 anni un po’ impacciato: si vede che è alle primissime armi. Nel suo brano racconta di essere in giro con il suo fantasma Casper. Si esibiscono poi due ragazzi decisamente meno impacciati e timidi di lui: Dalai e D’Orange. Il primo veste una maglia di calcio della Turchia con il numero 10. L’emblema, volendo usare le parole di Dargen D’Amico, del suo essere un “fantasista di dubbia moralità”. Tra il pubblico si inizia a ballare, o meglio, volendo usare una terminologia tecnica e inerente alla serata, a “swaggare” e “trappare”. I ragazzi ballano in questo modo per farsi ammirare dalle tante giovani ragazze che, abbastanza “inorridite” da quell’equivoco molleggiarsi, si mostrano alquanto contrariate. Si continua a “swaggare” pure con il terzo rapper, molto giovane anche lui. Parla di illusioni e de “ La Grande Bellezza”. Perplessi come me tre signori seduti in un angolo, che danno al pubblico un certo tocco di eterogeneità anagrafica. Lo show d’apertura si conclude, infine, con Baco Krisi, un rapper milanese, e Masa Masa, organizzatore della serata. Il livello si alza esponenzialmente. Sono davvero bravi. Conquistano il pubblico e riscaldano l’atmosfera per Dutch. Amore Povero, il concerto di Dutch Nazari Ore 23:00. Dopo essersi divincolato tra il pubblico, Dutch sale finalmente sul palco. Ad accompagnarlo solo DJ Wairaki. Sick Et Simpliciter, l’altro suo socio, è infatti assente per motivi di salute. Inizia subito con Proemio e, dopo qualche breve convenevole, continua con Così Bravi. Dà sfoggio in modo trasversale a gran parte del suo repertorio: Da Diecimila Lire fino a Amore Povero, passando per Fino a Qui. Si susseguono così, senza grandi interruzioni: Diecimila Lire, Sui Divanetti, Come Battisti, Stupido Paradosso, Da abbinarsi con un mondo grigio, Caramelle, Un fonico, Near Venice (per l’occasione trasformata in Near Naples), Luce Clandestina, Gin Jack Havana Cointreau, Falling Crumbs, Inutili e Belli, Nelle stazioni, Amore Povero e, in conclusione, Cura di me. Si alternano momenti di profonda introspezione ad altri più distesi e la musica si diffonde per tutto locale, ormai colmo di persone. L’alchimia tra le parole di Dutch e le strumentali risulta quasi perfetta. Come un abile fonico, Nazari mixa impeccabilmente gli alti di un disincantato cinismo e i bassi di una soffusa nostalgia. Ci si […]

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Interviste

Dutch Nazari, un’intervista tra progetti vecchi e futuri

In prossimità del concerto di domenica sera al Rapsodia di Caserta, che vedrà esibirsi Dutch Nazari in occasione dell’ “Amore Povero Tour”, abbiamo avuto il piacere di intervistare l’artista veneto in una interessantissima chiacchierata telefonica sui suoi progetti vecchi e futuri. (in foto,a sinistra Sick Et Simpliciter a destra Dutch Nazari) Dutch Nazari, l’intervista Come nasce Dutch Nazari ? Come hai iniziato ? Mi sono appassionato al rap una decina di anni fa, intorno al 2004/2005, soprattutto con l’ascolto di Mr. Simpatia di Fabri Fibra e Mi Fist dei Club Dogo. Questo mi ha portato prima a scoprire l’universo del rap italiano underground e poi a guardarmi intorno nella mia città, per vedere se c’erano altri ragazzi che amavano questo genere. In questo modo, sempre in quegli anni, è nata la mia crew Massima Tackenza. Nell’ultimo periodo, comunque, ho un po’ riscoperto i miei ascolti precedenti al rap, ovvero quelli relativi alla canzone d’autore italiana. Le mie due grosse influenze a livello artistico musicale sono queste e mi sono ritrovato a mescolarle nella musica che scrivo. Secondo me questa cosa si può sentire molto in Amore Povero, che è il mio ultimo disco. A proposito di Amore Povero, oltre a quest’album hai pubblicato Diecimila Lire e Fino a Qui. Cosa accomuna e cosa differenzia questi tre album? In realtà il primo lavoro solista che ho pubblicato è “Non lo avevo calcolato”. Era il 2011: a quei tempi non avevo un’etichetta e non avevo ancora un ufficio stampa quindi quel disco si è un po’ perso nel tempo, però io lo rivendico come tutti gli altri. La differenza sensibile a partire da Diecimila Lire in poi è che, con esso, è iniziata la mia collaborazione con il producer Sick Et Simpliciter che da lì in poi ha prodotto quasi tutte le strumentali dei miei dischi. Dopo la sua uscita ci siamo semplicemente messi a creare canzoni. Nell’arco di un anno, tra l’inizio del 2015 e l’inizio del 2016, ci siamo ritrovati ad avere un discreto numero di canzoni. Ci sembrava che alcune stessero meglio insieme e che altre, sebbene ci piacessero comunque, fossero un po’ più in un viaggio solitario. Anche perché non tutte erano state prodotte da Sick Et Simpliciter. Allora abbiamo accomunato le seconde in un EP, Fino a Qui; e poi tutte le altre, molto più amalgamate musicalmente, le abbiamo messe nel disco Amore Povero. Rimaniamo in tema Amore Povero. È come se l’intero album sia caratterizzato da questo senso di nostalgia “sfumato”. Confermi questa mia impressione ? Te la posso assolutamente confermare anche perché non sei affatto l’unico che me lo dice -ride- però non è una nostalgia che io dichiaro prima di iniziare a scrivere. È una cosa che ho notato a posteriori. Posso confermartela ma non sono così bravo a giustificartela razionalmente. Ritorniamo al tuo background musicale. Hai detto che, oltre al rap, è stata la canzone d’autore italiana a influenzarti maggiormente. Da quali cantautori hai tratto maggior ispirazione? Sono cresciuto con la musica che […]

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Musica

Fenomeno, convincersi di poter fare rap a 40 anni

Fenomeno è l’ultima creazione di Fabri Fibra, pubblicata il 7 aprile per la Universal Music Group, la major discografica per la quale il rapper marchigiano lavora dal 2006, dall’album “Tradimento”. Fenomeno, una nuova consapevolezza Sono passati tanti anni, Fabri Fibra non è più il ragazzo che scrive “col sole che filtra attraverso la serranda“ non è neanche più il ragazzo scontroso e strafottente che spruzza “rap in vena“. A 40 anni, per forza di cose, si cambia o, quanto meno, si acquisisce una consapevolezza nuova, diversa. Fenomeno viene interamente caratterizzato da questa nuova consapevolezza e dalla sfida che Fibra si prefissa: convincere e convincersi di poter ancora fare rap in Italia, nel paese dove molto spesso questa musica è insufficientemente considerata “roba per ragazzini”. È, in ogni caso, un Fibra maggiormente riflessivo e introspettivo. Un Fibra che non ha più bisogno di esagerare- non del tutto almeno – o di creare lo scandalo per fare notizia ed essere preso sul serio. Fenomeno, l’album Diciassette tracce si susseguono tra momenti di profonda introspezione come Money For Dope, Equilibrio, Stavo pensando, Invece no a momenti di denuncia sociale come Red Carpet, Fenomeno, Considerazioni (monologo a favore della legalizzazione della marijuana scritto da Roberto Saviano), Ogni Giorno; ad altri decisamente più distesi e leggeri come Pamplona (feat. Thegiornalisti) e Cronico. Un viaggio dalle diverse sfaccettature attraverso l’ipocrisia di certi legami e rapporti, nati per convenienza e con il solo obbiettivo del lucro. Un riavvolgimento del nastro che prende forma tra sogni persi e ambizioni mai realizzate, tra l’ansia del fallimento e la paura del dover sempre motivare e giustificare le proprie scelte. Il racconto delle proprie esperienze, però, non rimane una semplice prerogativa autobiografica ma diventa il punto di partenza per parlare del disagio di tutti quei ragazzi, di provincia e non, che vivono con la prospettiva di un futuro sempre troppo incerto nel quale l’unica certezza sembra essere quella del fallimento. Il disagio di tutti quei ragazzi che cercano, attraverso i falsi miti della televisione e del web, forme di evasione, non di riscatto, che si esplicitano molto spesso nell’abuso di sostanze stupefacenti e alcoliche; rendendosi così passivi e inerti alla vita. È un vuoto, quello del dover costantemente mantenere delle apparenze socialmente accettabili, che va a sommarsi a un altro vuoto, quello affettivo ed emotivo di molti ragazzi che vivono la propria famiglia come un ambiente soffocante e poco stimolante. Non è certo la prima volta che il rapper marchigiano tratta temi del genere ma, questa volta, magari non risultando impeccabile nella forma, risulta molto più efficace per la chiarezza e la lucidità con le quali denuncia un malessere sociale tremendamente diffuso e attuale. Un malessere nato durante vent’anni di brutale mercificazione culturale che hanno corrotto e spazzato via ogni valore, nutrendo tutti questi ragazzi con i fantasmi del denaro e del successo. Un malessere che chi di dovere continua a ignorare facendo finta che vada tutto bene. “Invece no”, non va tutto bene e Fabri Fibra dimostra di esserne ben cosciente. È proprio in […]

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Musica

Variazioni, la musica con i musicisti di Dargen D’Amico

Variazioni è il nuovo album di Dargen D’Amico, pubblicato lo scorso 31 Marzo per la Giada Mesi, la sua etichetta discografica, prodotto e registrato da Tommaso Colliva. Insieme al disco, D’Amico ha pubblicato anche il suo primo libro, un libro di racconti. Variazioni, l’album Prima di scrivere questa recensione ho pensato tanto, arrovellandomi il cervello ma, alla fine, dopo lunghi e profondi respiri ho iniziato. Perché? Perché trovare una chiave di lettura ai suoi testi e ai suoi lavori è arduo, davvero difficile. Il rapper milanese – sempre se sia ancora corretto definirlo un rapper – attraverso le sue canzoni ha sempre dato vita a dei veri e propri universi di parole, dove il fraintendimento è dietro l’angolo, estremamente facile. Dargen è sempre fuggito dall’univocità dei possibili significati destreggiandosi tra i flussi dei suoi pensieri, proiettandoli sul foglio e sulla strumentale. Questa volta, però, mettendo a nudo la propria mente e la propria coscienza, ha cercato nuovi piani di proiezione assoluti e infiniti. Il nuovo piano di proiezione, infatti, è l’universo nella sua immensità e nella freddezza dei suoi indefiniti contorni. Sono le suggestive melodie al pianoforte di Isabella Turso a legare inscindibilmente il mondo interiore allo spazio fisico, a elevare le parole al mondo sidereo superando, in tal modo, il limite del cielo, un tema molto ricorrente nella cultura hip-hop. L’artista milanese infrange ogni categoria o etichetta che lo vorrebbe ancora legato al mondo del rap. Che sia semplice rap o “cantautorap”, non importa. Adesso Dargen fa musica, con i musicisti tra l’altro. Le influenze elettroniche sono limitate al minimo, sono le sue parole sulle musiche di Isabella Turso, nient’altro. Da questo nuovo connubio nasce Variazioni, un album di tredici tracce tra le quali sei inediti (Ama Noi, Cambiare me, Il ritornello, Le squadre, Dello stesso colore e Il ritorno delle stelle) e sette “variazioni tematiche” di vecchi brani (La mia testa prima di me, Ma è un sogno, Le file per fare l’amore, Qualsiasi movimento faccia, L’altra, Un’altra cosa e L’aggettivo adatto). Variazioni nel suo essere, come precedentemente scritto, “musica con i musicisti” chiude un percorso musicale iniziato nel 2006 con “Musica senza musicisti”, il suo primo album. Il cerchio ora si chiude e le parole di Dargen prendono nuova vita grazie al pianoforte di Isabella, raggiungendo mete prima impensabili. Variazioni va ascoltato tante volte ma senza l’ostinata pretesa di voler capire o schematizzare. In fondo è musica e, in quanto musica, suscita sensazioni che non sempre è possibile descrivere o motivare. Ascoltatelo, magari distesi sul vostro letto, magari a occhi chiusi. Lasciatevi guidare dalla musica e dalle parole con leggerezza e serenità perché, in fondo,“il mondo è talmente brutto che non ne rideremo mai abbastanza”.

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Musica

Prima dell’alba, il nuovo album di Mauro Marsu

Prima dell’alba è il nuovo album dello storyteller campano Mauro Marsu, pubblicato il 21 Marzo, disponibile su tutti gli store digitali e acquistabile in copia fisica su www.bucodelrap.it . Prima dell’alba: l’album Quasi tre anni dopo l’uscita de La Famiglia Rossi Marsu porta avanti il suo progetto di “cantautorap” strettamente connesso e influenzato dalla recitazione. Marsu questa volta si supera, consegnandoci un concept album, un’opera organica molto vasta di ben diciassette tracce. Leitmotiv del lavoro è la notte e, insieme ad essa, tutta quella vita che brucia e si consuma tra il tramonto e il sorgere del sole. Prima dell’alba raccoglie infatti le storie di sedici personaggi che, lontani dagli occhi indiscreti della folla mattutina e dai raggi inquisitori del sole, portano avanti le loro esistenze con fatica e sofferenza. Quella che ci descrive Mauro è un’umanità derelitta, degradata, che vive ai margini della società rifugiandosi in quelle contraddizioni e in quelle pieghe recondite create dall’indifferenza e dall’omertà borghese; tuttavia non per questo è un’umanità di scarsa importanza, anzi: nonostante tutto è più autentica proprio per questa sua capacità di barcamenarsi e tirare avanti tra realtà difficili e corrotte. É un’umanità che in ogni caso non si rassegna alla sconfitta ma reagisce attraverso un’ostinata volontà immaginativa, attraverso il desiderio e l’aspirazione di una vita migliore. Primo personaggio dell’opera è Angelo, un talentuoso chitarrista, “miseria e nobiltà del talento”, finito in bancarotta a causa dell’avidità del suo manager e dunque costretto a vivere per strada facendo cappello e rovistando tra i rifiuti. La sua non è però una storia autonoma e indipendente: come tutti i personaggi agirà e comparirà sia in modo diretto che in modo indiretto nelle altre storie. Assistiamo così a una narrazione polifonica di sedici esistenze che si intrecciano tra loro nella pericolosa oscurità della notte. Angelo non è l’unico ad aver visto i suoi sogni infrangersi: sogni infranti sono anche quelli di Cesare, suo unico amico, che sognava gli alti gradi dell’Arma di Stato ma che si è dovuto accontentare del noioso lavoro di vigilante; o ancora quelli di Maria Francesca, un’aspirante giornalista che si è ritrovata non a scrivere ma a consegnare fisicamente i giornali. C’è anche Renato, lo spazzino, il netturbino con il pallino del jazz che “suona” la sua scopa. Sogni amari quelli di Dea – all’anagrafe Liberato Amedeo – una prostituta transessuale che di giorno lotta contro i pregiudizi e l’ipocrisia delle persone e di notte cerca l’amore tra i barbari comportamenti dei suoi clienti. Sogni avventurosi e fantastici invece quelli del piccolo Simone, che attraverso la sua fervida immaginazione riesce a superare la paura del buio. Il silenzio della notte viene interrotto dal rombo dei motori di Tony e Roberta: il primo, che squarcia il velo dell’oscurità con i suoi fari per consegnare i suoi “prodotti” e la seconda, che con il suo taxi traghetta da un capo all’altro della città i suoi clienti. Sfrecciano e corrono senza paura anche Lauro e Francesco, attacchini di manifesti politici, due ventenni pieni di entusiasmo e di ideali […]

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Musica

Archivo General De Indias, l’album d’esordio dell’Hub Quartet

Archivo General De Indias è l’album d’esordio dell’Hub Quartet, un quartetto formato dall’unione dei talentuosi musicisti Rocco Zaccagnino ( fisarmonica e accordina), Bruno Tescione (chitarra), Gianluigi Pennino ( contrabbasso) e Giuseppe D’Alessandro ( batteria e percussioni). Pubblicato con l’etichetta discografica Skidoo Records e distribuito da Audioglobe, il disco è disponibile in tutti i negozi e store digitali dal 31 Marzo e sarà ufficialmente presentato dal vivo Martedì 4 Aprile al Cellar Theory di Napoli. Archivo General De Indias, l’album Il disco, composto da 11 tracce, è un pregiatissimo prodotto di musica latino-americana volto a rievocare, ricostruire e rinnovare, con un approccio attento e non invadente, il mondo musicale sudamericano del XX secolo. Un universo che unisce sonorità e sentimenti di paesi come l’Argentina e il Brasile. Risultato dell’incontro tra le culture indigene e primitive a quelle europee. Carattere d’incontro e unione testimoniato già dal titolo del lavoro: Archivo General De Indias; il nome dell’ufficio amministrativo di Siviglia che era capo della colonizzazione del “Nuovo Mondo”. L’album inizia con due dei tanghi più famosi del celebre musicista argentino Astor Piazzola: Escuela e Close your eyes and listen. Brani dal carattere passionale e tormentato, essenza pura e genuina dell’animo argentino. Alla struggersi argentino si passa alle sonorità rarefatte e malinconiche della musica brasiliana con Rebuliço di Hermeto Pascoal e Lamento Sertanejo di Gilberto Gil. Quest’ultimo brano vede la collaborazione della bellissima voce di Marialuisa Amorelli. Atmosfere tristemente sognanti che rievocano la saudade, il tipico sentimento malinconico della cultura brasiliana. Segue un più tipico brano di stampo jazzistico con Our Spanish Love Song del contrabbassista americano Charlie Haden per passare di nuovo all’universo latino americano con El Cacerolazo di Javier Girotto e Chorinho pra ele di Hermeto Pascoal; due brani intensi ricchi di vivacità, gioia e vitalità. Un inedito che con le sue sonorità introduce un altro capolavoro del maestro Astor Piazzola, loro indiscutibile punto di riferimento artistico, Verano Porteno. Come già accaduto in precedenza, al tango argentino segue nuovamente un brano brasiliano, Carinhoso di Pixinguinha. Questa volta, però, la malinconia viene sostituita da un canto sereno e affettuoso eseguito da Marialuisa Amorelli. Nel finale c’è spazio anche per un altro inedito, Little Hands, composto da Bruno Tescione. Archivo General De Indias, considerazioni L’Hub Quartet non poteva produrre un lavoro migliore per il loro debutto. È un album che rilancia brani, famosi e non, della musica sudamericana dello scorso secolo. Un coraggioso tentativo di riportare in auge tale mondo, spesso ai margini della grande attenzione mediatica. Un album da ascoltare ad occhi chiusi in modo tale che le sue sonorità e le sue melodie possano scavare al vostro interno, liberando sensazioni e ricordi. In modo tale che possano creare connessioni e corrispondenze con i suoni di terre lontane ma, mai come adesso, così vicine.

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Concerti

Murubutu, l’intervista al professore rapper

In occasione dell’uscita del nuovo album L’uomo che viaggiava nel vento con il suo relativo tour che vedrà il rapper Murubutu approdare a Napoli il 20 Maggio allo Scugnizzo Liberato, noi di Eroica Fenice abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’artista di Reggio Emilia in una breve ma piacevolissima intervista telefonica. Murubutu, l’intervista Come nasce Murubutu? Come artista nasco nei primi anni ’90, nel periodo delle Posse. Era il periodo della Golden Age dell’ Hip Hop italiano. In quegli anni praticavo anche altre discipline tra cui il writing, la break-dance e lo skate. In questi anni, in cui hai sfornato diversi lavori, è cambiato il tuo approccio al rap? Sì, prima avevo un approccio decisamente più militante e poi con il passare del tempo è diventato un approccio più culturale e più didattico, fino a dargli una curvatura fortemente narrativa. Ha influito il fatto di essere un professore? Sicuramente. Il fatto di dover studiare tanto e di dover cercare sempre il modo migliore per esprimere dei contenuti ha influito anche sul mio rap. Il tuo genere lo hai definito Letteraturap (unione tra letteratura e rap). Ti piacerebbe che questo genere arrivasse al grande pubblico oppure preferiresti che rimanesse un genere di nicchia? Magari perché l’acquisto di un bacino d’utenza maggiore potrebbe innescare un processo corruttivo di questo genere. A me piacerebbe sicuramente aumentare il bacino d’utenza però senza cedere su alcuni punti fissi che sono il tipo di produzione, che non è mai sintetica, e poi soprattutto il tipo di testi che sono sempre testi di ricerca e di approfondimento. Quindi non passano attraverso la semplificazione. L’ideale è sempre raggiungere il maggior bacino d’utenza mantenendo il prodotto pressoché intatto. Ritorniamo al tuo approccio al rap. Hai detto che in questi anni è cambiato ma pensi possa cambiare ulteriormente in futuro? Certo, già adesso nell’ultimo album e nel prossimo album, sto lavorando su un tipo di produzione molto più melodica. Più contaminata anche dal folk e da strumenti che solitamente non si ritrovano nel rap. Quindi dal punto di vista della produzione, ci sarà sicuramente un’evoluzione mentre dal punto di vista della scrittura sto cercando di valutare anche altri tipi di approcci. Sempre, però, nel bacino dello story-telling. Concluderei con l’ultima domanda. In vista del tuo concerto a Napoli, cosa devono aspettarsi i fan? Cambierà qualcosa rispetto alla tua ultima apparizione al Blu Club di Fuorigrotta? Quando verrò il 20 Maggio allo Scugnizzo Liberato porterò il nuovo album. Ci saranno canzoni e proposte nuove, tutte cose più seguite perché l’ultimo album ha avuto una circolazione maggiore. Ci sarà quindi possibilità di cantare tutti insieme. Ci saremmo io, il mio socio U.G.O e Dj T-Robb ai piatti. Ringraziamo tantissimo Alessio Mariani, in arte Murubutu, per la disponibilità e l’umiltà senza le quali quest’intervista non sarebbe potuta avvenire.

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Musica

I Sula Ventrebianco ritornano con Più Niente

La prima volta che si ascoltano i Sula Ventrebianco (qui per il sito ufficiale) si resta alquanto sbigottiti. Per chi è cresciuto a suon di Metallica e Pantera, sembra impensabile che, nel panorama musicale napoletano indipendente così legato al rinnovamento di suoni e temi tipici della tradizione, possa esserci un gruppo del genere. Un gruppo così potente, così rock. Un rock così hard e alternative da rendere i Sula una realtà eccezionale e unica sia nel panorama musicale regionale che in quello nazionale. Lo scorso 10 marzo, a suggellare i loro dieci anni di attività, hanno pubblicato il loro quarto lavoro discografico “Più Niente” (cliccare qui per lo streaming). Il disco, che rinnova la collaborazione con la Ikebana Records, è uscito tre anni dopo il loro ultimo lavoro, “Furente”; e vanta nel suo “making of” esponenti illustri come Alberto Ferrari (Verdena), che ne ha curato i mix. Sula, l’album L’album, contenente sedici tracce, è stato completamente registrato in analogico. Si apre con una breve strumentale “fischiettata” di un minuto, Yellow Stone, che anticipa i ritmi entusiastici e trascinanti di Saleinsogno. La terza traccia è Diamante, dove le chitarre elettriche cedono la scena ai synth e al violino di Caterina Bianco nella realizzazione di un suggestivo brano d’amore. I ritmi, però, ritornano di nuovo a essere serrati e sostenuti con Wormhole, un tormentato esame di coscienza costellato di paranoie e ansie. Seguono musicalità più distese con Una che non resta, una piacevole rock ballad d’amore. Neanche il tempo di riprendere fiato che i Sula riprendono a martellare, questa volta con Subutecs. Arriviamo dunque alla settima traccia, Merak, una strumentale di quasi due minuti. È il punto di svolta e rottura dell’intero album che segna la fine della prima parte, caratterizzata dall’alternanza di sonorità potenti e frenetiche ed altre più distese, e l’inizio della seconda parte maggiormente rabbiosa e introspettiva. Seguono in ordine L’Ade a te, Arkam Asylum, Metionina e Attraverso. Dei veri e propri sfoghi emotivi volti a liberarsi da ansie e paranoie, fuggendo da una dimensione claustrofobica e oppressiva; per spingersi sempre oltre e ritrovare la tanto agognata serenità. La frenesia di questi tre pezzi si interrompe con Resti, la dodicesima traccia interamente scritta dal cantante, Sasio Carannante, per suo figlio. Un inno di speranza e fiducia, una promessa di impegno verso una piccola creatura: “imparerò a sentirmi un gigante e a stare attento a non schiacciare niente”. Prima della fine, i Sula ci regalano un’altra impetuosa scarica di adrenalina con Dubhe, strumentale di un minuto e mezzo, Arva e Batticarne; quest’ultimo brano inizia con il cigolio di una betoniera. Fine di tutto è Amore e Odio, una ballad su due entità così diverse ma allo stesso tempo cosi strettamente necessarie l’una per l’altra. Sula e Più Niente, considerazioni I Sula Ventrebianco si dimostrano ancora una volta una band validissima, di uno spessore enorme. “Più Niente” è l’ennesima prova di un gruppo che, con impegno e dedizione, continua nella sua ricerca sonora e lirica, evolvendo il suo stile ma non snaturandolo mai. Vi invitiamo […]

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Cinema & Serie tv

Omicidio all’italiana, il ritorno cinematografico di Capatonda

Dopo poco più di due anni dal suo debutto cinematografico con “Italiano Medio”, Maccio Capatonda ritorna sul grande schermo con una nuova pellicola: Omicidio all’italiana. Accompagnato dai suoi colleghi di sempre come Herbert Ballerina, Ivo Avido e Rupert Sciamenna, il comico abruzzese ha dato vita a un altro eccellente capitolo della sua personalissima ed esilarante comicità; non cadendo nella banalità e nella ripetitività ma mostrando una maggiore maturità e una grande innovazione comica rispetto al suo precedente lavoro. Omicidio all’italiana, la trama del film Riassumiamo in breve la trama. Tranquilli, niente spoiler. Ci troviamo ad Acitrullo, un fittizio paesino in provincia di Campobasso composto da sedici anime con un’età media di 68 anni. Qui il sindaco Piero Peluria, insieme a suo fratello Marino, per mantenere la promessa di suo padre, tenta infruttuosamente di modernizzare il suo arcaico paese per portarlo ai moderni standard tecnologici europei. Un’impresa ardua, a dir poco utopica, in cui non si intravedono soluzioni al punto che Acitrullo sembra essere ormai prossimo all’ abbandono. Sono infatti pochissimi i giovani rimasti, tutti attratti dal fascino della maestosa metropoli molisana: Campobasso. L’inaspettato omicidio della contessa Ugalda Martirio in Cazzati, però, rovescia le carte in tavola e Piero approfitta del funesto evento per richiamare l’attenzione mediatica delle televisioni; e donare al paese la tanta agognata notorietà: Acitrullo diventa così “Il paese della morta ammazzata”. Omicidio all’italiana, considerazioni Già dai primi minuti, ci rendiamo conto di essere davanti a un lavoro molto più completo del precedente, indice di un netto miglioramento del regista. Anche in questo film, Maccio ironizza su alcuni stereotipi e vizi comuni a tutti gli italiani alla sua maniera. Esaspera alcuni cliché, li porta all’eccesso, al grottesco, quasi ai limiti del no-sense ma, questa volta, non cerca slogan o tormentoni. Soprattutto, non riprende e rielabora sketch e materiali del suo passato. Mentre Italiano Medio può essere considerato una “summa” di tutti i suoi lavori comici precedenti, Omicido all’italiana è un’opera autonoma che si riconferma nell’impostazione comica ma si rinnova nei contenuti. La grandezza e la peculiarità del film sta proprio nel riuscire a far ridere anche se si è a digiuno dell’universo “capatondiano”. Tema principale della pellicola, comunque, è l’efferatezza con la quale la televisione tratta i casi di omicidio e di cronaca nera. Ben patinata da un solido strato di perbenismo, l’industria mediatica spettacolarizza il dolore delle persone, strumentalizzandone i sentimenti e invadendone la privacy; trasformando così, questi funesti accaduti, in una mera forma di intrattenimento. Capatonda non fa nessuno sconto all’intero apparato dei rotocalchi televisivi ma questa forte vena di critica e denuncia non risulta pesante e noiosa da recepire. Soprattutto perché il film, pur essendo molto esilarante, non banalizza questi contenuti attraverso l’uso ripetitivo di formule fisse, correndo dunque il rischio di fraintendimento, ma mostra allo spettatore sketch comici sempre diversi; tenendolo sulle spine con una trama abbastanza complessa e non pochi colpi di scena. Un altro fattore positivo che emerge dal film è la definitiva affermazione di Maccio e Herbert come duo comico. C’è […]

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Napoli & Dintorni

Mario Sconcerti alla Federico II: l’insostenibilità del calcio

In occasione dell’inaugurazione del ciclo di incontri “Lo Sport in Accademia”, Venerdì 3 Marzo Mario Sconcerti, attuale giornalista Rai, è stato insignito del sigillo dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Un’importante onorificenza per testimoniare la qualità e il calibro del suo decennale lavoro con il quale ha sapientemente coniugato giornalismo, scrittura e passione per il calcio; divenendo un’icona per tanti giovani e aspiranti del mestiere. Per tale motivo, l’università ha deciso di coinvolgerlo in questo progetto mirato alla creazione di un approccio sociale maggiormente concreto, lontano dai consueti ruoli istituzionali. Quale metodo migliore, dunque, se non lo sport del calcio ? Mario Sconcerti, l’incontro L’incontro, aperto a tutti, si è svolto nell’aula De Sanctis della sede centrale di Corso Umberto. È stato introdotto dal rettore Gaetano Manfredi, dal direttore del Dipartimento di Giurisprudenza Lucio De Giovanni e dal Prorettore Arturo De Vivo Mario Sconcerti, i suoi quadernoni Tema dell’intervento di Sconcerti è stata l’insostenibilità del calcio moderno alle prese con cifre sempre più esorbitanti e inaccessibili per molti club. Il tutto è iniziato però dai suoi “quadernoni”, dalla sua esigenza di annotare qualsiasi dato e statistica utile del campionato italiano dal 1929 fino ad oggi. Un’ esigenza nata conseguentemente alla natura di questo sport che vive e si nutre di solo presente, divorando il passato e banalizzando il futuro. Per provare a conferire quindi un barlume di scientificità a questo fenomeno o, quanto meno, di individuare delle leggi e degli elementi comuni a ogni campionato. Mario Sconcerti, le origini e le evoluzioni del calcio Molto difficile poter affermare con certezza il come, il quando e il dove è nato il calcio. Più corretto dire che il calcio è nato ovunque. Ogni paese può fregiarsi di tale titolo. Convenzionalmente ,però, riconduciamo la sua nascita al 1863 quando fu fondata a Londra la Football Association con relativo regolamento formato da diciassette regole mai mutate. Sconcerti ripercorre in breve le varie evoluzioni tattiche dei sistemi di gioco, passando dal “dribbling game” inglese di otto attaccanti al “passing game” scozzese, costituito da quattro difensori e sei attaccanti. Tra le cause della sua diffusione globale sicuramente l’introduzione, durante la seconda rivoluzione industriale, del sabato libero dei lavoratori che permise a intere masse di operai e contadini di avvicinarsi a questo sport, a quel tempo relegato nelle attività sportive universitarie. Mario Sconcerti, l’insostenibilità dell’attuale sistema calcistico Sono altri tre però i grandi cambiamenti del calcio: l’introduzione delle tre sostituzioni, con il passaggio da 22 a 28 giocatori; la liberalizzazione dei trasferimenti dei giocatori stranieri; l’arrivo delle televisioni. Questi tre fattori avrebbero inciso positivamente solo per i calciatori e i loro stipendi. L’insostenibilità si origina dalla cattiva distribuzione di immensi capitali che rendono il calcio-sue testuali parole-“ uno sport per ricchi, dove solo i ricchi sono destinati a vincere”. Molte società si ritrovano infatti in veri e propri circoli viziosi: per poter guadagnare hanno bisogno di vincere o di mantenere almeno la categoria e, per farlo, hanno bisogno di calciatori forti, ovvero spese elevatissime per gli […]

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