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Eroica Fenice

Teatro

Teatro Augusteo, presentata la nuova stagione teatrale

Il Teatro Augusteo compie 25 anni Sono passati 25 anni da quando il teatro Augusteo è stato riaperto. Adibito per anni a cinema, nel corso del tempo ha visto esibirsi cantanti e attori di fama nazionale: sono passati da queste parti Bruce Springsteen e Pino Daniele tra gli altri; tanti attori locali hanno cominciato poi la loro carriera qui, un punto di riferimento per la scena teatrale partenopea, situato nel cuore nevralgico della città, nella piazzetta Duca d’Aosta di Via Toledo. Il Teatro Augusteo festeggia così i primi 25 anni dalla riapertura: con un cartellone che tenta di soddisfare ogni tipologia di pubblico. Si passa dai musical alla prosa, senza tralasciare la tradizione napoletana; numerosi, come da tradizione, i concerti: certa è la presenza di Giovanni Allevi e Cristiano De Andrè; non con un concerto bensì con un musical contribuirà invece Elio. Il fondatore de Le storie tese riadatterà, dal 26 gennaio al 4 febbraio, Monty Pithon e il sacro Graal. Il film vincitore di 3 Tony Award rivivrà in Spamalot: parodia del ciclo di Re Artù, è una commedia a cavallo tra tecniche classiche e riferimenti culturali. Teatro Augusteo, al via la nuova stagione teatrale Quest’anno la stagione teatrale parte il 24 settembre. Saranno Gianni Ferreri ed Anna Falchi ad inaugurare l’anno teatrale. La banda degli onesti è una rivisitazione di Mario Scarpetta dell’omonima pellicola di Totò a metà tra tradizione ed innovazione. “La cosa più difficile è stata doversi dimenticare del principe della risata” affermò Scarpetta, pronipote di Eduardo De Filippo. Nel solco di stampo partenopeo tracciato da La Banda degli Onesti, Lello Arena sarà presente in scena con ben due spettacoli. L’ex membro della Smorfia indosserà le vesti di attore principale e regista, rispettivamente in Parenti Serpenti e No grazie il caffè mi rende nervoso 2, entrambe ispirate a celeberrimi film di maestri come Monicelli e Troisi. Quest’ultima più che una rivisitazione è un vero e proprio sequel, dal finale tutto da scoprire. Salirà poi sul palco, fra gli altri, l’acclamato Paolo Caiazzo. Il cinema è poi nuovamente protagonista del programma con due spettacoli di derivazione che più diversa non si potrebbe. Se Il sorpasso è stato apprezzato da generazioni intere, Dirty Dancing invece è stato idolatrato da una sola nidiata di adolescenti e giovani, quelli cresciuti negli anni ottanta. Giuseppe Zeno, Cristiana Vaccaro e Luca Di Giovanni sono protagonisti della rivisitazione della pellicola di Dino Risi. L’intramontabile storia d’amore tra Baby e Johnny sarà invece diretta da Federico Bellone. Lello Arena e Sal Da Vinci presenti nella sala foyer del Teatro Augusteo Altro protagonista dell’anno venturo all’Augusteo sarà senz’altro Sal Da Vinci, presente anch’egli con ben due spettacoli. Peter Pan è un’opera che ha fatto sognare tutti, adulti o bambini che fossero. E se c’è qualcuno che in Italia ha interpretato alla perfezione il messaggio di James Matthew Barrie quello è senz’altro Edoardo Bennato. Il cantautore di Bagnoli è infatti l’autore della colonna sonora dello spettacolo con alcuni fra i suoi brani più celebri, fra cui L’Isola che non […]

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Musica

Sgt Pepper, perché ascoltare il capolavoro dei Beatles

La banda del club dei cuori solitari del sergente Pepper dei Beatles Il 1 giugno del 1967 i Beatles pubblicavano “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band”. Il loro ottavo album in cinque anni, il primo vero concept album della storia. Fino ad allora le canzoni venivano pubblicate come singoli o, a volte, raccolte in un album. Il record di lunghezza di un disco all’epoca era detenuto da Bob Dylan con Blonde On Blonde. Il menestrello di Duluth incise ben quattordici tracce in un solo lavoro. Canzoni bellissime, ma ognuna con una propria storia e un proprio universo di riferimento. “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band” è un disco speciale perché è stato il primo ad avere un proprio filo conduttore. Più che un prodotto musicale, sembra appartenere al campo della letteratura. Ascoltarlo è come leggere Robinson Crusoe o 1984. E come quando si recensisce un romanzo: non si può che partire dalla storia. “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band” comincia in teatro. Si sente il brusio degli spettatori. Cala il sipario, ma a suonare non sono i Beatles. Nè tantomeno John Lennon o Paul McCartney. Sul palco c’è la Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band. Comincia un rock’n’roll che nella sua semplicità preannuncia all’ascoltatore l’inizio di qualcosa di diverso, che va ben al di là del filo logico che unisce le tredici tracce. Non c’è nemmeno un attimo di pausa con la seconda canzone, o meglio, il secondo capitolo. The Beatles, all you need is pop “With A Little Help From My Friends”: con questa semplice trovata ci si rese conto che un disco poteva essere il supporto di una vera e propria opera musicale. Segue un pezzo storico: “Lucy in the Sky with Diamonds”. Si viene catapultati in un mondo psichedelico. Immagini colorate e visioni acide come di chi ha fatto uso di sostanze allucinogene. Come suggerito tra le righe del titolo, con la sigla Lsd ben nascosta. “Follow her down to a bridge by a fountain/Where rocking horse people/eat marshmallow pies”. “Fixing A Hole” sembrò anch’essa ispirata ad esperienze allucinogene. In virtù del verbo fix che in gergo indica il “bucarsi”. Abbandonato il tema della psichedelia, i Beatles si incentrano sulla solitudine. L’incomprensione generazionale, all’epoca argomento molto dibattuto. “She’s leaving home” fu ispirata da una notizia del Daily Mirror in merito a una sparizione di una ragazza. “Why would she treat us so thoughtlessly/How could she do this to me?” si chiede Paul McCartney. Sgt Pepper porta i Beatles e la musica pop nel mondo dell’arte Il genio di Lennon viene fuori nuovamente con le atmosfere giocose, quasi circensi, di “Being for the benefit of Mr Kite!”. Un caleidoscopio che trascina come un vortice in una pista di acrobati e giocolieri. “Within you without you” è, invece, l’unico aiuto del disco firmato da George Harrison. Un pezzo che ci porta dritti in India, pervaso come è di spiritualità, un tratto distintivo della futura carriera del membro  più ribelle tra i Beatles, nato grazie anche al contributo di numerosi musicisti indiani, perlopiù […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Napoli Teatro Festival, Battiato in Piazza del Plebiscito

Napoli Teatro Festival, Battiato in Piazza del Plebiscito Il Napoli Teatro Festival giunge alla sua decima edizione. Manifestazione che si è aperta ieri sera con il botto. È stato infatti Franco Battiato ad aprire il Festival con Luce del Sud, un concerto gratuito in Piazza del Plebiscito. Quest’anno l’organizzazione è stata affidata alla Fondazione Campania dei Festival, organo della Regione Campania al cui vertice siede Luigi Grispello. Ruggero Cappuccio, noto regista teatrale, è invece a capo della direzione artistica. L’artista partenopeo ha introdotto il live, affermando la sua volontà di un festival popolare non nel senso di facile consenso bensì di crescita interiore. Giacca salmone, occhiali da sole e il solito codino: così Franco Battiato ha accolto la folla di venticinquesima persone ammassate in Piazza del Plebiscito. Una piazza blindata, con barriere, anticarro e transenne, a causa degli attentati che hanno colpito la Gran Bretagna nelle ultime settimane. “La folla di giovani presente questa sera è la migliore risposta possibile che possiamo dare all’estremismo islamico” sottolinea il governatore De Luca in apertura del concerto. Nonostante le parole di solidarietà per le vittime di Londra e Manchester, il presidente della Regione è stato pesantemente fischiato dal pubblico. Fischi che hanno sancito l’inizio del concerto. Franco Battiato, la voce del padrone Derogando al proprio spettacolo classico, Battiato si è esibito immerso in una scenografia semplice, arricchita solo dai video di Antonio Biasucci sul megaschermo. Il tutto seduto su una semplice sedia da salotto al centro del palco, accompagnato dalla Symphony Orchestra e dalla Electric Band, con le sue canoniche cuffie. Battiamo ha così raccontato in un crescendo narrativo, attraverso la musica, la sua perenne ricerca spirituale. L’era del cinghiale bianco ha dato inizio al concerto, scaldando immediatamente la notte napoletana. No time no space, Up patriots to arms e Shock in my time riscaldano il pubblico e Battiato padroneggia da subito la piazza con il suo carisma e la sua ironia. Il cantautore siciliano esegue sia grandi successi che pezzi più nascosti della propria discografia. Canzoni che vengono periodicamente intervallate da contributi letterari di altissimo spessore culturale. D’improvviso spuntano citazioni della Scienza Nuova di Vico, tratte dal Libro secondo: dalla sapienza poetica, che prende vita grazie a Mimmo Borrelli. Successivamente è il turno Fabrizio Gifuni con Auden e l’Addio al Mezzogiorno, altra celeberrima esaltazione delle bellezze del Sud. «I miei sacri nomi meridiani: Pirandello,/ Croce, Vico, Verga, Bellini,/ per benedire questo paese, le sue vendemmie e gli uomini/ che lo chiamano casa loro: sebbene non sempre si possa/ ricordare esattamente perché si è stati felici,/ non ci si dimentica d’esserlo stati». Battiato tra Vico, Giordano e Auden Sull’onda di cotanta poesia e bellezza, Battiato ha abbandonato l’approccio cauto e mistico per far ballare la piazza sulle note dei suoi più grandi successi. Cucurucucu paloma, Voglio vederti danzare, La cura e Centro di gravità permanente sono state un medley che ha scaldato i cuori di tutti i presenti. Canzoni dal successo magari più radiofonico, lontane dall’esoterismo di altri lavori. Misticismo e spiritualità che però […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Napoli, ritorno al Futuro Remoto

Una festa di scienza, tecnologia, innovazione, arte e cultura. Torna, per la 31esima edizione, “Futuro Remoto”, viaggio tra scienza e fantascienza organizzato da Città della Scienza. Una quattro giorni che vedrà protagonista la città di Napoli tra il 25 e il 28 maggio. Piazza del Plebiscito verrà arricchita con una serie di eventi, convegni, dibattiti e seminari volti a far conoscere le nuove frontiere della ricerca scientifica e tecnologica. Mai come quest’anno la manifestazione, appena insignita della seconda medaglia consecutiva ricevuta dal Presidente della Repubblica, ha un’agenda particolarmente ricca. Futuro remoto ha un calendario che prevede 100 incontri con ospiti internazionali, esperti e ricercatori, e 10.000 dimostrazioni ed esperimenti in programma. Il tema è comune, ed è quello delle “Connessioni”, ma la declinazione dell’argomento è estremamente variegata. La programmazione è poi affidata a una miriade di enti, tra cui veri e propri fiori all’occhiello. Futuro Remoto ospiterà praticamente i principali istituti e centri di ricerca pubblici e la gran parte delle università campane. Molte imprese private dedite all’innovazione tecnologica hanno confermato poi la loro partecipazione. Ritorno al Futuro Remoto Da sottolineare è l’elenco degli ospiti, che comprende eccellenze nel campo della scienza e dell’innovazione e personalità eminenti.  Vincenzo De Luca, presidente della regione Campania, taglierà il nastro al via della manifestazione. Futuro Remoto però non si ferma al discusso governatore campano. Parteciperanno alla manifestazione personalità del calibro del sindaco di Napoli Luigi De Magistris e il rettore della Federico II Gaetano Manfredi. Anche il presidente di Città Della Scienza Vittorio Silvestrini e il sottosegretario al Miur Vito De Filippo saranno dell’evento. Una vera e propria parata di personalità eminenti, che comprende anche Giuseppe Gaeta, direttore dell’Accademia delle Belle Arti e Massimo Inguscio, presidente del Cnr. “Connessioni” è dunque il filo conduttore di Futuro Remoto versione 2017. Una scelta volta a sottolineare l’importanza del dialogo tra i diversi soggetti che producono e promuovono cultura, scienza e innovazione. Fare rete è essenziale per alimentare la fantasia, trovare nuove soluzioni, innovare nella prospettiva di uno sviluppo sostenibile e creativo. Tanti gli argomenti che saranno affrontati grazie a Futuro Remoto. Un dibattito continuo lungo quattro giorni che avrà luogo nelle dodici isole tematiche di Piazza del Plebiscito. Si parte da temi prettamente scientifici quali astrofisica, robotica, domotica, nanomedicina, valorizzazione del mare. Un percorso che passa anche per tematiche filosofiche ed etiche, come il biotestamento e la libertà di scelta. In particolare, il dibattito de “Il sabato delle idee” che si terrà sabato alle 10 al Circolo artistico politecnico, metterà a confronto esperti di bioetica, scienziati, giuristi ed attivisti. Come sempre, un ruolo preponderante lo avranno le mostre. Quella sul Cosmo, ad esempio, e sulle tecnologie che potrebbero indicarci la strada per raggiungere ed abitare altri pianeti. Oppure quella sull’Artico, che propone anche un viaggio interattivo al Polo Nord. Non mancheranno stand e padiglioni ancora più variegati, come la mostra sugli atlanti anatomici o sulle donne marocchine. Quest’ultima, curata dall’Orientale, propone un ritratto lontano dagli stereotipi tipici dei paesi islamici. Futuro Remoto, un punto di […]

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Attualità

Manchester, strage al concerto di Ariana Grande

Strage a Manchester, nel Regno Unito. Nella serata di ieri la cittadina britannica è stata coinvolta in un attentato alla Manchester Arena, il secondo palazzetto più grande d’Europa con i suoi ventunomila posti, dove era in corso il concerto di Ariana Grande. Bambini e adolescenti nell’attentato alla Manchester Arena Il bilancio dell’esplosione kamikaze, avvenuta alle 22.35 del 22 maggio, è finora di 22 morti e 60 feriti. Tra le vittime molti sono bambini e adolescenti, i principali fan della cantante americana. La prima vittima identificata aveva appena 18 anni. Si chiama Georgina Bethany Callander, secondo l’Independent. La ragazza è stata riconosciuta grazie a una foto del suo profilo Instagram che la ritrae assieme alla sua beniamina Ariana Grande. Era stata scattata dietro le quinte di un concerto di due anni fa. La più giovane finora identificata ha 8 anni, Saffie Rose Roussos di Leyland, proveniente dal Lancashire, come riferisce la Bbc.  Sono in corso d’opera accertamenti per verificare l’identità dell’attentatore, i cui resti sarebbero ancora tra le macerie provocate dall’esplosione dell’ordigno, una bomba artigianale peraltro piena di chiodi. Secondo Cbs News si tratterebbe di Salman Abedi, 23enne anglo – libico già noto alle forze dell’ordine. L’Isis ha rivendicato l’azione terroristica tramite un comunicato ripreso dall’agenzia di stampa AMAQ. Comunicato dove si legge che le bombe spedite dall’aviazione britannica sui bambini di Mosul e Racca sono tornate al mittente. Immediate le reazioni dalle principali istituzioni d’oltremanica. Il sindaco di Londra Sadiq Khan ha annunciato l’aumento delle misure di sicurezza nella capitale britannica, la premier Theresa May ha momentaneamente sospeso la campagna elettorale per le elezioni dell’8 giugno. L’incidente di Manchester è il secondo attacco terroristico in Gran Bretagna nell’arco di pochi mesi. Il 22 marzo cinque persone sono morte e oltre 50 sono state ferite quando un uomo si è lanciato alla guida di un auto contro i pedoni a Londra, sul ponte di Westminster, schiantandosi contro la recinzione del Parlamento. L’attentato di Manchester è il più grave in Inghilterra dal 2005. Il 7 luglio di quell’anno quattro kamikaze si fecero esplodere in tre treni della metropolitana in un autobus di Londra uccidendo 52 persone.

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Attualità

Vocabolario delle parole che ci mancano

  Le parole sono importanti Le parole, parafrasando Nanni Moretti, sono importanti. Il problema del linguaggio è stato centrale per tutta la filosofia del Novecento. Da Heidegger a Gadamer, numerosi filosofi e studiosi si sono occupati del linguaggio umano e dei sistemi di comunicazione. La funzione più basilare delle parole, a detta degli specialisti, è unire il nostro subconscio al mondo reale. Per creare una parola bisogna senz’altro avere percezione di quest’ultima. Cognizione e linguaggio dunque sarebbero collegati intimamente l’uno all’altro. Esistono però parole straniere impossibili da tradurre perché concernenti una determinata cultura Immaginiamo di passeggiare in un bosco poco prima del crepuscolo.  La situazione è di assoluta tranquillità e pace. Oppure uno stato di ubriacatura estremo, un’ebbrezza che può durare giorni o settimane. Come potremo definire queste esperienze in una sola parola? L’italiano presenta una serie di termini affini a queste sensazioni. “Serenità”,”calma” “appagamento”, “sbronza”. Parole che però riescono solo ad avvicinarsi a quella emozione, senza descriverla nel profondo. La questione non si presenta nel primo caso per il giapponese. In Sol Levante la parola komorebi esprime il senso della passeggiata nella foresta, mentre le ultime luci del giorno filtrano tra gli alberi. Allo stesso modo, in Russia uno stato di ubriachezza di tale portata viene denominato zapoi. Komorebi e zapoi sono parole che non possono essere tradotte in altre lingue. Esprimono impressioni che conosciamo e che abbiamo magari anche sperimentato. Nonostante ciò, non possediamo un termine per descriverle. Il rapporto tra parole e pensiero è un dibattito molto acceso tra i linguisti Queste espressioni definiscono infatti l’idea in un modo più solido e organizzato, rendendo il concetto più credibile. La questione non è irrilevante e sempre più studiosi si occupano di casi del genere. I portoghesi ad esempio pongono particolare attenzione all’abbandono dei propri freni inibitori mentre ci si diverte. Un momento che tutti noi abbiamo provato una volta nella vita riassunto in un verbo, desbundar. Portoghese che incuriosisce ancora di più con l’imperativo sacanagem! Letteralmente, un’esortazione ad avere esperienze sessuali robuste e prive di tabù. In Scozia poi deve essere solito gettarsi nell’acqua gelata, visto che esiste una parola specifica raccontare quest’esperienza a dir poco estrema. Curglaff, per l’appunto. Hassliebe è invece una parola tedesca, relativa a situazioni tra le più disparate. Accomunate tutte da quella particolare mescolanza tra odio e amore. Un sentimento unico, che perderebbe la propria unicità venendo tradotto in un mero amore-odio. Sono molte le parole intraducibili nella Babele delle nostre lingue. Tutti i termini citati definiscono impressioni particolarmente specifiche, permettendo a due persone che comunicano di comprendersi l’uno con l’altro semplicemente. Il linguaggio dunque funzionerebbe in tal modo, suddividendo l’esperienza in gruppi di dati, contenenti ciascuno emozioni e sensazioni. Una volta in grado di associare un nome a un’esperienza, siamo in grado di comunicarla agli altri. Parole e immagini sono legate indissolubilmente. Avendo le parole specifiche per una fattispecie, richiamano alla mente l’immagine con maggiore facilità Ed è così che in Olanda, magari tra un campo di tulipani e l’altro, si passeggia nella natura per […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Festival Mann, arriva Motta: nella sala Farnese intervista e set acustico

Pop non è una cattiva parola. È possibile fare del pop semplice, profondo e ascoltabile. Il pisano Francesco Motta sa come si fa. Mescolando pop, folk e rock. Proprio lui è il primo ospite pomeridiano della seconda giornata al Festival Mann. Reduce da un tour trionfale in giro per l’Italia, sold out praticamente ovunque, Motta si racconta a tutto tondo. Intervistato da Francesco Raiola, capo area Musica a Fanpage.it. Motta al Festival MANN Dai suoi esordi in lingua inglese, come cantante nei Criminal Jokers. Fino alla pubblicazione del suo primo disco solista, La fine dei vent’anni, di cui si è parlato tanto nell’ultimo anno. Si tratta probabilmente del più bel disco italiano del 2016. Vincitore della Targa Tenco come migliore opera prima. Se la gioca forse solo con le ultime incisioni di Capossela e Fabi. Del tempo che passa la felicità è, a modesto parere di chi scrive, la più bella canzone registrata in Italia nell’ultimo anno. Non è però il momento di fare classifiche. La fine dei vent’anni è stato un esordio a dir poco prepotente. Parte del merito, per ammissione dello stesso Francesco, è della produzione di Riccardo Sinigallia, del quale viene sottolineata più volte l’amicizia instauratasi tra i due. La fine dei vent’anni La materia prima è però di alto livello. La fine dei vent’anni è un’opera persuasiva a prescindere. Mescola l’orecchiabilità tipica del pop con la struttura tipica delle canzoni d’autore. L’artista pisano ha una voce così nitida, forte e versatile al punto da utilizzarla come vuole. Ciò spiega l’elemento che più caratterizza La fine dei vent’anni: la varietà. Partendo dalla title track, eseguita live, con l’accompagnamento della sapiente chitarra di Giancarlo Maria Condemi ed emozionando il pubblico numeroso della sala Farnese. «La fine dei vent’anni/ è un po’ come essere in ritardo/ non devi sbagliare strada, non farti del male»: parole forti, dedicate a quell’attimo inevitabile nella crescita di ognuno. Il momento di prendere decisioni, di crescere, di staccarsi dal grembo materno. Queste parole si riallacciano a un altro elemento fondamentale del disco, di cui si è parlato tanto nell’incontro: l’intimità, inteso come la profonda estraneità di Francesco dagli agenti esterni e la sua volontà di concentrarsi solo ed esclusivamente su se stesso per esprimere al meglio ciò che si trova dentro di lui. In questo modo trasforma paure e incertezze personali in arte. La fine dei vent’anni è stato definito un disco generazionale. Il motivo resta profondamente oscuro. Sarà stato forse il titolo, chissà. Motta, sollecitato da Raiola, infatti, ci tiene a dire che il disco era e resta profondamente personale. Il suo momento di zenit creativo, racconta lo stesso Francesco, prevede la solitudine in camera come un adolescente qualsiasi. Nessuna intenzione di ritrarre la condizione dei giovani d’oggi, dunque. Solo, si fa per dire, una profonda introspezione interiore. Prendono in tal modo vita i versi di Mio padre era comunista, altra colonna portante dell’album. «Mio padre era un comunista/ e adesso colleziona cose strane/ Mia madre era bellissima/ dice che un figlio un giorno lo farò/ […]

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Attualità

Parte il Festival MANN: Andrea Scanzi in memoria di Ivan Graziani

Andrea Scanzi torna a Napoli. Era da da cinque anni che il giornalista aretino non si esibiva nella città partenopea. Dai tempi del suo spettacolo teatrale Gaber se fosse Gaber. L’occasione è di quelle speciali. Il Festival Mann ha preso il via e Scanzi è certamente tra gli ospiti di punta della manifestazione. In una giornata che ha visto esibirsi e dialogare, tra gli altri, personaggi del calibro di Riccardo Sinigallia e Patrizio Oliva. Ospite frequente delle maggiori trasmissioni televisive, Scanzi, che piaccia o meno, nel suo campo è tra i più eclettici del panorama nazionale. Un giornalista che spazia con facilità dalla televisione alla carta stampata, dalla politica allo sport. Che sul Fatto Quotidiano è riuscito a conquistarsi uno spazio in cui non solo commenta le notizie quotidiane. Ma parla anche delle sue passioni. La musica è certamente tra queste. Il tesoro del chitarrista Proprio di musica si è parlato nella giornata di ieri. Soggetto del dibattito non era un personaggio qualsiasi, bensì Ivan Graziani. Ovvero, forse insieme al nostro Edoardo Bennato, il cantautore più originale della musica leggera italiana. Nella Sala Farnese il ritratto che ha avuto un ospite d’eccezione come Filippo Graziani, figlio del celebre chitarrista. Sempre un passo avanti i suoi colleghi dell’epoca, artista bizzarro e sicuramente unico, Ivan Graziani ha educato la canzone d’autore italiana ad affrontare il rock in maniera totalmente nuova. Senza complessi di inferiorità verso i modelli anglosassoni e con l’orgoglio della tradizione provinciale italiana. Portano la sua firma alcune tra le più famose canzoni della musica leggera nel nostro paese. Chi non hai mai ballato sui versi polemici di “Pigro”? Oppure non si è commosso sui racconti di donne ne “Lugano Addio” o “Firenze canzone triste”? Scanzi ripercorre la storia del cantautore teramano, partendo dai suoi dischi più famosi. Fottuti di malinconia, parafrasando un successo grazianiano. E che trovano tutti la stella cometa in quella voce inimitabile, sempre altissima ma mai sconfinante nel falsetto. Voce che viene perfettamente riprodotta dal figlio Filippo. Ha impressionato difatti la somiglianza canora tra i due. Filippo sembra artisticamente la versione di Ivan teletrasportata ai giorni nostri, e la folta barba hipster ha sostituito i fatidici occhiali. L’incontro trascorre così con la narrazione da parte di Scanzi di eventi della vita privata e artistica di Ivan Graziani. Come quando rifiutò di diventare il frontman della PFM, all’epoca il gruppo italiano più celebrato in patria e all’estero. Definito dal giornalista aretino “goliardicamente rivoluzionario”, la leggerezza del teramano è ripercossa da Filippo sulle note dei suoi pezzi più famosi e non. Tra un racconto e l’altro, si canta e ci si emoziona al ritmo di “Monna Lisa”, “Lugano Addio”, “Taglia la testa al gallo”, “Fuoco sulla Collina”. Scanzi definisce “Agnese dolce Agnese” come il disco perfetto. Dieci canzoni ognuna perfettamente al loro posto. Ci sono le atmosfere oniriche di “Fuoco sulla collina”, il folklore di “Taglia la testa al gallo” e il successo radiofonico di “Agnese”. Tanto da far passare in secondo piano canzoni che in altri lavori sarebbero stati […]

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Attualità

Napoli Milionaria

“Napollywood”. È una Napoli nuova quella che si sta affermando negli ultimi anni. Che scopre continuamente nuovi aspetti di sé  tanto da lasciare essa stessa a bocca aperta. Spot, film, serie tv, in tutte le loro sfumature, dalla commedia alla tragedia, hanno scelto ormai Napoli come loro soggetto principale. Tanto da trasformarla in un set a cielo aperto: basta fare un giro in città per rendersene conto. Solo negli ultimi mesi, per dire, chiunque abbia passeggiato dalle parti del quartiere di Chiaia, magari per godersi il sole del lungomare, si è imbattuto nel set de I Bastardi di Pizzofalcone. Serie in otto puntate tratta dai libri di Maurizio De Giovanni, andata in onda tra gennaio e febbraio su Rai 1, con protagonisti Alessandro Gassmann e Carolina Crescentini. Un successo impensabile che ha portato otto milioni di telespettatori alla rete nazionale. I Bastardi di Pizzofalcone è stata considerata la risposta buonista, vuoi per le ambientazioni borghesi e benestanti, alla brutta, sporca e cattiva Gomorra. Una serie che non ha bisogno di presentazioni, trasmessa in più di 100 paesi al mondo. Proprio nelle ultime settimane sono state girati, nei pressi di Piazza Cavour, alcuni episodi della terza stagione, in onda in autunno su Sky Atlantic. Una, cento, mille Napoli È un vero e proprio Rinascimento partenopeo quello che sta vivendo la città. Che viene scelta addirittura da grandi produzioni internazionali, rovesciando l’immagine offuscata di terra di camorra. E così che Joaquin Phoenix è Gesù nel blockbuster Mary Magdalene tra i porticati di Piazza del Plebiscito. Emilia Clarke e Kit Harrington direttamente dal “Trono di Spade” girano una pubblicità per Dolce&Gabbana  nel cuore del centro storico. Nel mentre si lavora al film tratto dal più grande successo di Elena Ferrante, L’amica geniale, che verrà girato in estate tra i luoghi simboli del libro, dalla chiesa della Sacra Famiglia al Rione Luzzatti. Una rivoluzione che non ha come protagonisti un capopopolo alla Masaniello o Maradona, bensì la creatività di attori, registi e sceneggiatori. Che provano, ognuno come può, a raccontare Napoli a modo loro. Nei prossimi mesi apprezzeremo i salotti della Napoli bene ne La tenerezza di Gianni Amelio, con Elio Germano tra gli altri, per comprendere come il benessere, quello lontano dalle periferie, possa comunque rivelarsi tragico. Un altro che ha voluto dire la sua sulla città è Ferzan Ozpetek, che da maggio girerà in città l’intrigante e misterioso Napoli Velata. Il regista turco,  intenditore di luoghi inafferrabili e così seduttori essendo di Istanbul, dal 23 aprile curerà la messa in scena anche de “La Traviata” di Giuseppe Verdi al Teatro San Carlo. Napoletani D.O.C come Edoardo Angelis trovano poi la loro consacrazione in questo periodo. Il regista partenopeo è stato recentemente premiato per Indivisibili, brillante cinematografo vincitore di sei David di Donatello. Un boom insomma inaspettato, probabilmente iniziato con il successo strepitoso di Gomorra il film del regista Matteo Garrone. Il quale mostrò un lato ovviamente un lato negativo di Napoli, fatto di clan, alleanze e scissioni. Ma che dimostrò, per la prima volta dopo anni, come anche la città […]

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Musica

George Harrison e il parricidio del rock

La musica, così come altre manifestazioni esteriori dell’animo umano quali cinema, sport e letteratura, riflette la complessità della vita nelle sue mille sfaccettature, rendendo facili e accessibili idee e concetti che apparentemente sembrerebbero proibitivi. Vivere in un mondo materiale A rendere più complesse le carte in tavola, non bastasse l’ineluttabilità del destino e degli eventi naturali, ci si mette di mezzo anche la stessa natura dell’uomo. Un essere di per sé scorbutico, avverso a qualsivoglia forma di dialogo o socializzazione. Homo homini lupus, si diceva un tempo. La mitologia e la storia stesse sono piene di grandi scismi: dal mito primordiale di Caino e Abele alla vicenda di Martin Lutero, passando per le idi di Marzo alle guerre mondiali del Novecento, l’uomo pare non far altro che litigare e uccidersi l’uno con l’altro. Convinto pacifista, fedele sostenitore del buddismo tanto da far gettare le proprie ceneri nel Gange, George Harrison non uccise mai un proprio fratello né tantomeno creò una costola della Chiesa Cattolica. Gli eventi sopracitati si riallacciano però evidentemente alla sua di vicenda: George Harrison era un membro dei Beatles. Faceva parte dei Fab Four. E forse tra i quattro era l’esponente più equilibrato, il collante ideale tra la schizofrenia di John Lennon e la chiccheria di Paul McCartney, le due personalità più esuberanti, con il dovuto rispetto per Ringo Starr. George Harrison, il mantra del rock Una scalata sempre più prepotente, quella di Harrison nei Beatles, che dai timidi esordi lo ha portato a scrivere alcuni tra i pezzi più belli del gruppo di Liverpool. Something, Here Comes The Sun e While My Guitar Gently Sweeps sono tutte farina del suo sacco. Fu lui a presentare ai Beatles il guru Maharishi Mahesh Yogi, figura chiave per il soggiorno dei Beatles in India nel 1968, durante il quale si convertì al buddismo. Un viaggio che ispirò i futuri lavori del gruppo, incluso il celeberrimo Abbey Road. Fino a Let It Be. Siamo nel 1970, ed in concomitanza con la pubblicazione di questo lavoro qualcosa si ruppe. Tanto da portare i Fab Four a sciogliersi nel luglio di quell’anno. Una frattura insanabile, una tragedia per appassionati di tutto il pianeta. George Harrison è stato, senza se e senza ma, il membro dei Beatles che più ha beneficiato dello scioglimento. Anche il resto della truppa, a scanso di equivoci, ebbe o addirittura ha ancora una carriera brillante anche da solista. Harrison era però come oppresso dal duopolio Lennon-McCartney, una coppia dalla personalità straripante. Che, pur non complottando insieme (numerosi furono i litigi tra loro stessi) schiacciarono la creatività di George in una sorta di limbo senza uscita. “Dovevo sempre aspettare dieci delle loro, prima che anche solo ascoltassero una delle mie canzoni” rispose Harrison a chi gli chiedeva come mai All Things Must Pass, suo disco d’esordio, avesse così tanti pezzi. Ventitré, per la precisione. Ventotto con la ristampa del 2001. Un disco d’esordio particolarmente brillante,  frutto del lavoro e della rinnovata libertà di chi si era sentito costipato per così […]

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Cinema & Serie tv

Non si ruba a casa dei ladri, il cast al Metropolitan

Salemme e la Arcuri al cinema Metropolitan di Via Chiaia Esce oggi nelle sale di tutta Italia Non si ruba a casa dei ladri, ultima fatica del regista Carlo Vanzina. Il cast comprende attori del calibro di Vincenzo Salemme, Massimo Ghini, Stefania Rocca, Manuela Arcuri e Maurizio Mattioli. Ieri sera, al cinema Metropolitan di Via Chiaia, la presentazione alla stampa a cui sono intervenuti Vanzina, Salemme, vero mattatore della serata, e la Arcuri. La vendetta di un cittadino leale, Antonio Russo, che si vendica di un politico disonesto, Simone Santoro. È questa la trama di Non si ruba a casa dei ladri, una tipica commedia all’italiana che strizza l’occhio qua e là al neorealismo di Rossellini e De Sica. Non si ruba a casa dei ladri Antonio Russo (Vincenzo Salemme) è un imprenditore napoletano la cui ditta di pulizie è fallita perché ha perso una gara d’appalto truccata. Per riuscire a pagare il master della figlia, lui e la moglie Daniela (Stefania Rocca) trovano lavoro come camerieri per Simone Santoro (Massimo Ghini), politico affiliato col malaffare che vive con la fidanzata Lori (Manuela Arcuri). Santoro ha come interlocutore primario un onorevole pugliese in combutta con la criminalità organizzata: quando l’onorevole viene arrestato, Simone non può fare altro che recuperare i soldi che ha versato su un fondo privato a Zurigo. Nel frattempo, Antonio viene a sapere che è proprio il suo datore di lavoro ad aver manovrato la gara d’appalto che gli è costata la ditta di pulizie: per questo decide di vendicarsi colpendo il politico dove sa di ferirlo più a fondo: al portafogli! Non si ruba a casa dei ladri è una commedia divertente che mira a una riflessione sul tema della corruzione. Dalla realtà al cinema il passo è breve: ma il tema viene così riletto in chiave goliardica e comica. “Non è un film su Roma, però– sottolinea Vincenzo Salemme nella sala 1 del Metropolitan – la pellicola non è legata a una città in particolare ma più in generale al malcostume non solo della classe politica ma di tutta la popolazione. Una corruzione che spaventa e che contagia non solo i potenti, ma anche gli umili e gli onesti, come Antonio e Daniela nel film”. Il regista, originario di Bacoli, si sofferma anche sulla città di Napoli, “città estremamente conservatrice, legata in maniera siderale alle sue tradizioni ma che riesce sempre ad aprirsi alle novità”. Una sceneggiatura solida, accompagnata da una gestione speculare dei personaggi e da dialoghi sempre brillanti e vivaci, con battute spesso esilaranti, lasciano un pubblico entusiasta, al termine di novantatré minuti di spensieratezza e risate. Il risultato finale al contrario è notevole, a tratti addirittura eccellente. Gran parte di ciò è dovuto al cast, impegnato in ruoli ardui, solidi, con una propria credibilità. Gli attori non cadono nella trappola rischiosa di diventare figurine, personaggi pre-impostati che sono l’anticamera di fantocci di abusati stereotipi. Tutto va a vantaggio del film: Non si ruba a casa dei ladri è un prodotto gradevole, una commedia divertente che non limita al […]

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Musica

Il quadrifarmaco dei Rolling Stones

È il 1972 e i Rolling Stones sono all’apice della loro fama. Hanno ai loro piedi un’intera generazione di sessantottini, che li hanno idolatrati a guru della ribellione contro il potere e il conformismo. Mick Jagger e Keith Richards sfornano capolavori a ripetizione da un quinquennio e sembrano non sbagliare una mossa. In quell’anno i Rolling Stones pubblicano Exile On Main Street, zenith della loro creatività. E ideale punta di un iceberg comprensivo di altri tre capolavori degli Stones, Let It Bleed, Sticky Fingers e Beggars Banquet, sublimazione di un genere, il rock, di cui sono i portabandiera da più di cinquant’anni. Da quel momento fu chiaro per tutti che erano loro “The world greatest’s rock’n’roll band”. Perché nessuno meglio dei Rolling Stones ha incarnato l’essenza stessa del rock con le sue smanie, esplorandone i bassifondi e partendo dalle loro radici blues. Beggars Banquet, Let It Bleed, Sticky Fingers e Exile On Main Street sono un quadrifarmaco che avrebbe steso anche Epicuro. Una tetralogia semplicemente essenziale. Certo, i Rolling Stones hanno pubblicato anche altri grandi album nel corso della loro carriera, Aftermath e Some Girls su tutti. Ma quei quattro capolavori, registrati uno dopo l’altro, sono figli di un periodo probabilmente irripetibile. Rolling Stones, la tetralogia perfetta La saga comincia nel 1968: è l’anno di Beggars Banquet, è l’anno delle grandi rivolte studentesche nel mondo. “But what can a poor boy do,except to sing for a rock ‘n’ roll band?” si chiedono i Rolling Stones in Street Fighting Man. Versi che riflettono molto meglio di un manuale di storia il clima di quell’anno. Il perno su cui gira il disco è ovviamente la samba satanica dell’intramontabile Sympathy For The Devil, con un Mick Jagger perfettamente a suo agio nei panni di Mefistofele. La delicatezza di No expectations, il country-folk di Dear Doctor, la psichedelia di Jigsaw Puzzle vanno a comporre un Lato A del disco estremamente eclettico. Beggars Banquet contiene però, perdonate il gioco di parole, anche un Lato B da urlo. Dell’inquietudine di Street Fighting Man si è già parlato. Che dire allora del blues sporco e cattivo di Stray Cat Blues (storia di un seduttore di minorenni), del country melanconico di Factory Girl e del gospel corale di Salt Of The Earth? Let It Bleed è il secondo atto della tetralogia, totalmente diverso da Beggars Banquet per la maggiore presenza di suoni acustici. L’album si apre con una delle canzoni più celebri del repertorio dei Rolling Stones, quella Gimme Shelter che è un’apoteosi sonora sempre più in crescendo. You Can’t Always Get What You Want e You Got The Silver sono le altre canzoni più apprezzate dai fan dell’album. Estremamente differenti dal sound tipico del gruppo, esse presentano caratteristiche tipiche del rock, quali un testo ottimista che invita, in particolare nella prima, a provarci sempre a ottenere ciò che si vuole perché “If you try sometimes, you get what you need”. Nessuna canzone sembra farsi preferire ad un altra in Let In Bleed, peraltro arricchito dalla cover di […]

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Attualità

I Babysitter, Mandelli e Ruffini all’Hotel Vesuvio

Presentata a Napoli la nuova commedia di Bognetti, I Babysitter La magica cornice dell’Hotel Vesuvio fa da sfondo a I Babysitter, in sala da mercoledì 19 ottobre. Diretto da Giovanni Bognetti, sceneggiatore di Fuga di cervelli e Tutto molto bello, il film è un remake del successo francese Babysitting. Il cast comprendi attori noti della scena comica italiana, in particolare Francesco Mandelli e Paolo Ruffini, che continuano il loro sodalizio professionale nato ai tempi di MTV. Fra gli attori principali figurano anche l’esperto Diego Abatantuono oltre che i già noti Andrea Pisani, Simone Peracido e Simona Tabasco. Presenti nella sala Puccini dell’albergo, Mandelli, Ruffini e la Tabasco, che da napoletana verace quale è prova il difficilissimo compito di essere profeta in patria. All’appello risponde presente anche il regista Bognetti. I Babysitter racconta la storia di Andrea, interpretato da Mandelli,  un trentenne imbranato e timido, che sogna di diventare un importante procuratore sportivo. Egli è un impiegato nello studio del celebre agente di campioni Gianni Porini (Diego Abatantuono). Quando il suo capo gli chiede una sera di fare da babysitter al pestifero figlio Remo, Andrea, che quel giorno festeggia il compleanno, accetta, non immaginando che gli amici Aldo e Mario (rispettivamente Ruffini e Pisani) abbiano in mente per lui un party scatenato, video filmato minuto per minuto. “È il film più divertente che abbia mai girato” dichiara Bognetti. “Durante la consueta première prima della distribuzione nelle sale non potevamo non passare da Napoli: la presenza di una partenopea DOC come Simona non può che aumentare il successo della pellicola in Campania”. Ruffini, interpellato sul film, si sofferma invece sulla tecnica cinematografica del found footage. “È la prima volta che una produzione italiana adotta questa tecnica, sono sicuro che sarà di grande attrattiva per i giovani che vedranno Babysitter“. La tecnica del found footage, letteralmente “filmato ritrovato”, si usa per descrivere film realizzati parzialmente o interamente con un metraggio preesistente, successivamente riassemblato in un nuovo contesto. Il comico livornese, cultore come pochi di cinema, cita Blair Whitch Project e Cannibal Olocaust come esempi da cui Babysitter ha tratto spunto per l’aspetto del montaggio. Anche Mandelli si dichiara entusiasta della tecnica cinematografica adottata nel film. “I Babysitter ha un ritmo pazzesco e travolgente, veloce e scatenato, grazie ai lunghi piani di sequenza del found footage che creano un ritmo estremamente serrato“. Il creatore del personaggio di Ruggero De Ceglie si sofferma poi sul rapporto con Paolo Ruffini, amico oltre che collega, avendo collaborato con lui sia su MTV che in Natale col boss. “C’è sempre stata grande complicità tra me e Paolo, non siamo il comico e la sua spalla ma lavoriamo alla pari, ci basiamo su comicità diverse. In questa occasione poi Giovanni Bognetti è stato un ottimo coach che, spero, abbia fatto al giocare al meglio la sua squadra“. I Babysitter è una commedia giovane, frizzante, che magari ha il difetto di peccare in qualche punto di originalità, rifugiandosi in battute apparentemente scontate. Purtroppo questo è un vizio di fondo del cinema italiano degli ultimi anni. Interpellato sull’argomento, Ruffini guarda il bicchiere […]

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Fun & Tech

Netflix: entro l’anno l’offline viewing?

Netflix è il più popolare servizio di streaming online on demand del mondo. Stiamo parlando di un’azienda globale, che ha un fatturato di 6,77 miliardi di dollari al 2015 e per la quale lavorano 3500 dipendenti. Circa 74 milioni di utenti nel mondo hanno sottoscritto un abbonamento a Netflix, di cui 44 nei soli Stati Uniti. Il servizio permette di vedere alcune tra le serie più popolari degli ultimi anni, prodotte dalla stessa azienda, come Narcos, Daredevil e Orange Is The New Black. Tutti gli abbonati hanno però sperato, almeno una volta, che Netflix aggiungesse una caratteristica specifica alla propria offerta: “l’offline viewing”, la trasmissione offline. Una nuova era per Netflix L’attesa potrebbe però essere finita. Secondo le fonti, il servizio presente da quasi un anno in Italia potrebbe rendere disponibile ai suoi utenti, entro la fine dell’anno, la possibilità di scaricare film e serie tv sulle applicazioni desktop e mobile, per guardarli in seguito. È The Next Web, sito made in USA di tecnologia, a riportare la notizia che farà impazzire milioni di nerd nel mondo. The Next Web riferisce la testimonianza di Dan Taitz, amministratore delegato del gruppo mobile Penthera: Netflix sta lavorando attivamente sull’offline viewing, preparandosi a lanciare il servizio al più presto. Taitz definisce il lavoro dell’azienda statunitense “un segreto di Pulcinella nella comunità streaming video”.  Si tratta di un cambiamento radicale per Netflix, dopo che il Ceo della stessa, Reed Hasting, aveva inizialmente detto, lo scorso anno, che la modalità offline “non è neanche immaginabile”. Salvo poi cambiare idea già lo scorso aprile, con le prime avvisaglie in tal senso, quando affermò che Netflix manteneva “una mentalità aperta su questo punto“. Finalmente l’offline viewing L’offline viewing dovrà inevitabilmente passare dal via libera dei detentori dei contenuti. Per questo non sarebbe una sorpresa se, almeno inizialmente, l’offline potrebbe riguardare i contenuti originali di Netflix, come The Stranger Things. Probabilmente la concorrenza, sempre più spietata, ha spinto l’azienda americana a fare questa scelta. In primis l’avvento di Sky Go, che ha rosicchiato col passare del tempo fette di mercato sempre più ampie nel dominio finora incontrastato di Netflix. Sky Go ha da poco avviato lo stesso servizio offline, al costo di un modico supplemento per gli abbonati. In secundis, la lotta contro la pirateria è acerrimo nemico di Netflix. Uno dei principali motivi che induce la gente a scaricare illegalmente i film e le serie che preferisce è che questi, una volta completato il download, sono disponibili ovunque si voglia. Con l’offline viewing le carte in tavola cambiano, e Netflix ha sicuramente un asso in più da sfruttare nel proprio mazzo. La modalità offline, utile ad esempio quando si è in viaggio o si ha difficoltà con la connessione dati, fa parte del concetto ormai sempre più diffuso della “tv fai da te”, con un palinsesto che presenta modalità e orari di visione decisi dagli spettatori, e non più dai canali televisivi.

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Teatro

Teatro Il Primo, inaugurata una nuova stagione teatrale

Una stagione teatrale arricchita da tre percorsi che si intersecano: La paura mangia l’anima, Ad est del mondo e Napoli underground “Per me cultura significa creazione di vita”. La frase è di Cesare Zavattini, tra i maggiori cineasti neorealisti, sceneggiatore tra gli altri di Ladri di Biciclette, di cui giovedì si è celebrato l’anniversario della scomparsa. Cultura che nasce ovunque, che spunta come un fungo dal sottobosco o fiorisce dal nulla nella roccia. Il teatro Il Primo, che al contrario ieri ha inaugurato la sua nuova stagione teatrale, tramuta in realtà il messaggio di Zavattini. Inaugurato nel 1998 sulle ceneri di una fabbrica di pellicce ormai in disuso per rispondere alle necessità culturali della zona collinare della città, in pochi anni si è imposto all’attenzione per il livello degli eventi culturali e dei personaggi che ha ospitato. I Colli Aminei, inizialmente sprovvisti di un qualsiasi polo di aggregazione culturale, hanno così visto avvicendarsi nel corso degli anni attori del calibro di Ugo Pagliai, Paola Gassman, Angela Luce, Lucia Poli, Miranda Martino, Mario Scarpetta e molti altri. Oggi la presentazione della nuova stagione di teatro non ha fatto eccezione. Presenti in sala il direttore artistico Arnolfo Petri, l’addetta stampa Federica Pacilio e l’attore Rosario Ferro a mostrare il cartellone  dell’annata 2016/2017. Una stagione teatrale che vede tre percorsi differenti intersecarsi a cavallo tra indagini linguistiche e itinerari culturali: La paura mangia l’anima con i suoi quindici appuntamenti di prosa; Ad est del mondo, indagine sull’Oriente e Napoli underground, confermato dalla scorsa stagione grazie alla forza di note e parole. La paura mangia l’anima Il Primo consolida un’esperienza fatta di consapevolezze conquistate e grandi soddisfazioni. “Le scelte di questo teatro sono spesso stato oggetto di critiche, amo definirmi un combattente perché ho sempre creduto in ciò che ho fatto per amore de Il Primo” afferma Petri. La paura mangia l’anima, titolo ispirato da un film di Rainer Werner Fassbinder, conferma quanto detto dal direttore: si spazia dalla commedia alla tragedia, portando in scena spettacoli difficilmente riscontrabili in altri ambienti. Come in Ritratti, diretto da Adriana Carli e presentato in sala dall’attrice Cristiana Marchetti, che si sofferma sulle “atmosfere oniriche e viscerali della Germania degli anni ’70 divisa tra Est e Ovest“, in una complicata trasposizione dell’opera di Thomas Bernhard. O come in Attenti ai quei due di Tatisso, dialogo tra Monica Assante  e Rosario Ferro sulla storia della canzone napoletana. Tanti sono poi i classici che rivivono grazie a trasposizioni del tutto inedite. Uno specialista in questo senso è il già citato Rosario Ferro, presenti in cartellone con due rivisitazioni di Čechov (Domanda di Matrimonio e L’anniversario) e una di Eduardo Scarpetta, il celeberrimo Tre cazune furtunate. La singolarità in questa trasposizione di Čechov è in una originale traduzione dal russo al napoletano, elemento che contraddistingue peraltro anche Scemo di Guerra di Enzo Arciè, riadattamento in salsa partenopea del Miles Gloriosus di Plauto. “Il passaggio dal latino al napoletano non è stato complicato come ci si potrebbe aspettare: entrambe le lingue fanno parte della Commedia dell’Arte“, afferma il regista dell’opera, il quale presenterà anche […]

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Musica

Panegirico agli U2

 U2, In the name of love “Gli U2 sono probabilmente l’ultimo gruppo di cui la gente ricorderà il nome di tutti e quattro i componenti”. Bono Vox, The Edge, Larry Mullen Jr e Adam Clayton devono essersi sentiti gonfi d’orgoglio quando ascoltarono queste parole. Ricevere un complimento da un collega fa sempre piacere, figurarsi da una leggenda quale Bruce Springsteen. D’altronde si tratta di una delle più grandi band della storia della musica. Entrata nel mito negli anni in cui il rock stava cedendo lo scettro del potere discografico. Ascoltare gli U2 rode l’anima, è un’esperienza mistica consigliabile a chi ha voglia di credere nell’esistenza di Dio, Buddha o chi per lui. I favolosi ’80  The Joshua Tree è il disco perfetto, con quella sequenza iniziale impressionante di singoli di successo mai più rivista in una singola opera. Where The Streets Have No Name, I Still Haven’t Found What I’m Looking For e With Or Without You: qualsiasi gruppo avrebbe basato la propria carriera su quella triade favolosa, su cui è inutile spendere altre parole. E invece no, gli U2 regalano altre perle meravigliose che hanno il solo difetto di vivere all’ombra di quei tre grandi successi. L’armonica selvaggia di Trip Through Your Wires, la chitarra sinuosa di Bullet In The Blue Sky, gli acuti di In God’s Country. The Unforgettable Fire è lo zenit creativo degli U2, il vertice di tutta la produzione New Wave mondiale. È un disco che va trattato con cura, ascoltarlo troppo spesso è come guardare negli occhi un basilisco. A Sort of Homecoming non è un malinconico ritorno a casa, è l’accoglienza che ogni disco dovrebbe dare al proprio pubblico. Pride è l’inno degli anni ottanta, Promenade l’affresco visionario di una città dove ognuno di noi abita e Bad un toccante pensiero sul tunnel dell’eroina. Hanno emozionato con le turbe giovanili di Boy, le cui angosce adolescenziali vennero approfondite nel successivo October. All’epoca il rock si cibava letteralmente di sesso e di droga, loro avevano come valvola di sfogo la fede. Gloria, ad esempio, ha un ritornello cantato completamente in latino. Non è rock, non è new wave né pop, è un salmo cantato da San Tommaso con mille anni di ritardo. E poi quella sinergia unica tra la voce di Bono e la chitarra di The Edge. How long must we sing these songs? Dal vivo gli U2 sono forse la più potente band della storia della musica. Live indimenticabili, diventati album altrettanto memorabili come Under A Blood Red Sky, con le canzoni di War e i virtuosismi ritmici di Sunday Bloody Sunday. Quest’ultima crea dipendenza, perché non è una canzone di protesta, ma solo Sunday Bloody Sunday. Poi è venuto Achtung Baby, album di separazione tra realtà differenti, che siano queste la Berlino Est o Ovest o il rapporto controverso tra Bono e suo padre. Come in One, diversa ad ogni ascolto ma nella quale ci si ritrova sempre di più col passare degli anni. E che fa parte di quella ristrettissima cerchia di canzoni […]

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Attualità

Imparare a costruire un Futuro (non) Remoto

Futuro Remoto ricomincia da trenta: questo il numero delle edizioni del convegno inaugurato nel lontano 1987 da Città della Scienza. Un punto di riferimento per la divulgazione scientifica a livello nazionale e non solo, un modello per un Meridione non vuole arrendersi di fronte alla crisi. Anche oggi file a tutti i padiglioni della mostra. In due giorni battuto il primato del 2015: il numero dei visitatori è già a quota 100mila, lo stesso dell’edizione scorsa. Neanche la pioggia incessante ha scoraggiato la gente, in coda dalle prime ore del mattino per una visita virtuale del Palazzo Reale o esplorare i meandri del cosmo. Quest’anno Futuro Remoto ospita otto isole tematiche con laboratori scientifici, dibattiti, performance, dimostrazioni, letture, spettacoli e molto altro. “Costruire”, il tema di quest’anno, risulta quantomai odierno: Futuro Remoto, come affermato nella conferenza inaugurale di Piero Angela, si incentra sul rapporto tra scienza e società, toccando temi come la bioetica e la genetica. Costruire il futuro della scienza: ricomincio da trenta Una possibilità insomma per tutti, dai bambini agli adulti, di conoscere le nuove sfide e le nuove opportunità che nascono dal progresso della scienza o da quello della tecnologia. Mare, terra e cibo sono tra i protagonisti della rassegna. Così come i droni e le nuove frontiere nell’era del Cloud e dei social network. Uno sviluppo che però, senza una adeguata competenza, può rappresentare una bufala, come affermato durante la conferenza tenuta da Silvia Bencivelli, giornalista scientifica. Il tema è quantomai attuale, in un’epoca in cui chiunque può trasformarsi in un opinionista in grado di influenzare le masse. «Basta prendere un problema ambientale, medico, economico o anche personale, scegliere un nemico e un’arma plaudile, l’eroe che ti salverà, aggiungere un tocco esotico e hai pronta la bufala». “Comunico ergo sum”, per citare una delle isole tematiche di maggior successo della manifestazione. Altra grande conferenza è stata quella dello scrittore e giornalista Bruno Arpaia, che riflette sul rapporto tra scienza e letteratura. «Paradossalmente, ai giorni nostri si può essere considerati dotti se si conoscono Dante, Bach, Velázquez o Aristotele, ma l’ignoranza su Einstein, Heisenberg o Darwin non viene ritenuta rilevante per definirci tali, quasi che la scienza non sia a pieno titolo cultura». Arpaia afferma che gli occhi con cui guardano il mondo artisti e scienziati non sono poi tanto diversi: fisici, pittori e neuroscienzati usano allo stesso modo ingenti doti di immaginazione. Così come il rigore adoperato da uno scrittore è paragonabile a quello adoperato da un matematico e un biologo. L’invito di Futuro Remoto va quindi letto in chiave esplicitamente ottimistica e propositiva. “Costruire” il verbo attraverso il quale abbiamo la possibilità di unire scienza, società e tecnologia al fine di creare un futuro migliore. Il presente è prossimo, bisogna sperare che il futuro non sia troppo remoto ma che rispetti tutte le nostre speranze.

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