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Eroica Fenice

Recensioni

“Quel gran pezzo della Desdemona” al Teatro Bellini

Desdemona tra Shakespeare e Lando Buzzanca. Accostare Shakespeare e la commedia sexy all’italiana non è proprio esercizio da tutti i giorni. Da un lato, il più grande drammaturgo della cultura occidentale. Dall’altro, più che un genere cinematografico, un sottogenere che ha accomunato registi e attori italiani durante gli anni settanta. Lino Banfi, Lando Buzzanca e Pippo Franco tra gli altri. Sarebbe dunque difficile anche solo lontanamente trovare un punto di contatto tra Shakespeare e le pellicole appena citate. Luoghi, tematiche e protagonisti profondamente diversi l’uno dall’altro. Apparentemente inconciliabili. Luciano Saltarelli però ha saputo coniugare la struttura narrativa del Bardo dell’Avon con il gusto trash della commedia sexy. È su questo gioco di contrasti che si poggia Quel gran pezzo della Desdemona, spettacolo di cui Saltarelli è regista e attore e che sarà in scena al Teatro Bellini fino al 3 dicembre. Prodotto da Napoli Teatro Festival, Quel gran pezzo della Desdemona è una rivisitazione dell’Otello di Shakespeare. Una versione va detto, estremamente licenziosa. Della tragedia del Bardo resta poco e niente: oltre che i nomi originali, rimangono le numerosi citazioni e i riferimenti disseminati qua e là nella messa in scena. L’operazione risulta però estremamente dilettevole e aiuta a riflettere su un periodo controverso della nostra storia recente. Gli anni di piombo. Quelli delle brigate rosse, dei neofascisti, degli anarchici e delle masse in cerca di lavoro. Desdemona: tragedia sexy all’italiana La vicenda è ambientata nella Milano degli anni settanta. Una Milano infiammata da lotte di classe e atti terroristici, che accoglie fiumi di meridionali in cerca di fortuna nelle fabbriche. In questo contesto agiscono i personaggi: maschere gaudenti, superficiali e sessuomani. Tutte accomunate da quel gusto trash di cui già si è detto. Tipico di una città vogliosa di emanciparsi da anni bui, ma ancora lontana dal diventare la Milano da bere del decennio successivo. Rebecca Furfaro è la bellissima e avvenente Desdemona. Una pin-up che potrebbe recitare tranquillamente accanto a Lando Buzzanca. Desdemona è la figlia di Brambilla, proprietario di una fabbrica di manichini. Nell’azienda del Cavaliere, interpretato dallo stesso Saltarelli, lavorano gli altri protagonisti della vicenda. Moro (Luca Sangiovanni) è un emigrato dal profondo sud. Operaio efficientissimo, un soldatino nella mani di Brambilla. Egli è muto, privo di voce da quando salvò la fabbrica da un incendio. Lo stesso Saltarelli e Giampiero Schiano sono Jago e Cassiolo, personaggi che agiscono spesso assieme nella messinscena. Cassiolo è un operaio romano, perdutamente innamorato di Desdemona. Per conquistare la bellissima figlia di Brambilla si serve degli stratagemmi di Jago: un “gentiluomo napoletano”, per sua stessa definizione, infimo e astuto che truffa continuamente lo sciocco Cassiolo. Metti un Bardo a Milano La contrapposizione tra i due dialetti, romano e napoletano, è davvero riuscita. Le scene con Cassiolo e Jago sono tra le più divertenti dello spettacolo. “Chistu è propeto strunz” afferma a più riprese Jago in riferimento al collega romano. Assiolo dovrà però lottare con Moro, di cui a sua volta è perdutamente innamorata Desdemona. Completano il quadro gli altri personaggi femminili della messinscena. Giovanna […]

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Teatro

Teatro Bellini, in scena “Il nome della rosa”

Al Teatro Bellini è in programma Il nome della rosa: trasposizione dell’omonimo romanzo di Umberto Eco, che farà tappa a Napoli fino al 26 novembre per la regia di Leo Muscato, con Luca Lazzareschi e Luigi Diberti tra gli altri. Una parentesi, quella napoletana, prevista nel mezzo di una tournée che toccherà i teatri di tutta Italia, da Milano a Roma, passando per Firenze e Padova. Il nome della rosa è l’opera più famosa di Umberto Eco (1932-2016), intellettuale, semiologo e accademico tra i più importanti del Novecento italiano, la cui recente scomparsa è una ferita ancora aperta nel cuore di molti. Fu tra i pochi intellettuali capaci di unire più che di dividere; peculiare era la sua capacità di rendere fruibile la sua immensa sapienza anche a chi di cultura non ha mai vissuto direttamente. E il romanzo in questione è proprio uno dei maggiori esempi in tal senso. Vincitore del Premio Strega nel 1981, inserito tra i 100 libri del XX secolo da Le Monde: sono tanti i riconoscimenti di cui può fregiarsi Il nome della rosa. L’opera viene ricordata anche per la versione cinematografica del 1987 di Jean-Jacques Annaud, con un indimenticabile Sean Connery. Oggi il romanzo, che definire storico, giallo o filosofico è riduttivo, vive la sua prima trasposizione teatrale. Il nome della rosa diverte, commuove e fa riflettere Come in una sorta di dejavù veniamo proiettati in una fantomatica abbazia di ordine cluniacense dell’Italia settentrionale. Teatro di omicidi, veleni, intrighi e scoperte. Si viene catapultati agli inizi del XIV secolo, nel culmine della lotta tra Chiesa e Impero e riappaiono figure familiari quali Guglielmo da Baskerville e il suo giovane scudiero Adso da Melk. I due vengono incaricati dall’ansioso abate Abbone di far luce sull’omicidio del confratello Anselmo. Tornano Jorge Da Burgos, l’anziano frate cieco, e l’inquisitore Bernardo Gui. Per non dimenticare il celleraio Remigio da Varagine e l’anziano Alinardo da Grottaferrata. Personaggi entrati di prepotenza nell’immaginario collettivo, grazie al successo del libro e del film. Leo Muscato ha provato a reinterpretare in maniera personale queste maschere. Un rischio calcolato, quello del regista di Martina Franca. Prima che uno dei più apprezzati autori del panorama teatrale italiano, Muscato è stato infatti un appassionato lettore del romanzo di Eco. L’opera viene scomposta e analizzata minuziosamente in ogni sua parte. La versione teatrale si compone di undici quadri tematici che scandiscono lo spettacolo, segnati da continui cambi di spazio. Lo spettatore dimentica quanto già letto o visto in precedenza e viene immerso in nuove dimensioni percettive Un’operazione non facile, quella di ricreare uno spazio temporale e scenico credibile, soprattutto per le numerose citazioni e descrizioni presenti all’inizio di ogni capitolo del libro. La scenografia è solo apparentemente spoglia; in un ambiente così piccolo come quello teatrale sembrerebbe difficile ricreare i mille luoghi dell’abbazia. Grazie però a giochi di luce, proiezioni, interpretazioni entriamo man mano nell’erboristeria, nella biblioteca, nel cortile, nella chiesa. Quando Adso e Guglielmo approdano in abbazia siamo lì con loro, a patire il freddo sotto la neve. Nelle […]

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Teatro

“Mozart chi?” al Piccolo Bellini. Mozart secondo Salieri

Antonio Salieri è stato uno dei più grandi compositori italiani del Settecento. Cittadino della Repubblica di Venezia, visse gran parte della sua esistenza presso la corte di Vienna. Uomo geniale, ebbe come allievi artisti della portata di Beethoven, Schubert e Liszt. Le verità del maestro Salieri La fama di Antonio Salieri non è però legata al suo pur eccezionale talento. Nell’immaginario collettivo Salieri è infatti l’eterno rivale di Wolfgang Amadeus Mozart, vuoi anche per il successo di un film come Amadeus. Diretto da Miloš Forman, vincitore di otto premi Oscar, Amadeus ha la propria voce narrante in un Salieri vecchio e decrepito, ricoverato in un manicomio. Il compositore confessa infatti la propria profonda ammirazione per il genio di Mozart, accompagnata da un contemporaneo odio per la persona, una invidia tale da desiderarne perfino la morte. Antonio Salieri è stato però una personalità molto più complessa di quel che potrebbe sembrare in apparenza. La storia infatti ha un debito con questo personaggio. Solitamente inquadrato come il rivale di Mozart, in realtà l’inimicizia tra i due è priva di qualsiasi fondamento. Salieri ebbe tra i suoi pupilli uno dei figli di Mozart, Franz Xaver Wolfgang. Inoltre mentre il veneziano riscosse un successo strepitoso già in vita, la fama di Wolfgang crebbe dopo la morte. Amadeus vs Salieri Mozart chi? è l’ultimo lavoro di Vittorio Cielo, finalmente in scena al Teatro Bellini, fino al 19 novembre. Nell’atmosfera intima e raccolta del Piccolo Bellini, simil-teatro borghese settecentesco, il regista continua così il racconto inedito dei geni del passato, sulla scia dello scorso anno, quando ottenne un grande successo con Shakespeare in Love with Marlowe. Mozart chi? è il ritratto di Wolfgang Amadeus Mozart, “il compositore più universale della storia della musica occidentale”. Produzione affidata a TTR- Il Teatro di Tato Russo. Un affresco inedito che indaga sul genio ma anche sul mito dell’austriaco. Il tutto grazie alla narrazione, ancora una volta, di Antonio Salieri. Mozart chi? è proprio il punto di vista del compositore veneziano su Amadeus, raccontato attraverso un ampio materiale biografico recentemente pubblicato. Anche i Quaderni di Conversazione di Ludwig Van Beethoven sono stati fonte di ispirazione, appunti cui il compositore tedesco affidò i propri pensieri una volta raggiunta la cecità. Il testo di Vittorio Cielo è completato dalla sapiente prova attoriale di Ennio Coltorti. L’intera messinscena si poggia sulla sua interpretazione. Il monologo di Salieri commuove e diverte, non perde mai il ritmo per tutta la durata dei sessanta minuti previsti. L’esistenza di Mozart viene ispezionata con cura e meticolosità, ed estremamente spassosi risultano i riferimenti alla vita sessuale di Amadeus. Salieri effettua numerosi salti temporali, criticando il nostro tempo. Oggetto di scherno è anche l’arte, in particolare questa concezione a suo dire diffusasi dell’artista come “dio sociale”. Mozart chi? Il monologo è accompagnato da musica d’eccezione. In una messinscena così volutamente povera, Antonio Di Pofi e Monica Berni illuminano il palco con pianoforte e flauto. Lui ha all’attivo più di 50 colonne sonore per film di successo, lei è stata per anni il […]

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Comunicati stampa

Maldestro in concerto al teatro Sannazaro di Napoli

Un duplice ritorno a casa per Maldestro, cantautore-rivelazione del 2017, con il concerto che lo vedrà protagonista il 15 novembre al Teatro Sannazaro, e che aprirà la rassegna “Sound of the City” a cura dell’etichetta Jesce sole: oltre ad essere un ritorno a Napoli, la città che gli ha dato i natali, suonare su di un palcoscenico teatrale ha – nel caso di Maldestro – il sapore di un qualcosa di “familiare”, data la nutrita esperienza da attore ed autore di teatro che il giovane ed apprezzato cantautore vanta. Reduce da un fortunato ed intenso tour in giro per l’Italia, mercoledì porterà in scena la sua musica, quella che i muri interiori, come tra le persone, o tra le persone e le istituzioni, prova, con la poesia e storie di vita quotidiana, a demolire, a buttare giù. Maldestro, con il brano “Canzone per Federica”, ha partecipato allo scorso Festival di Sanremo classificandosi secondo tra le Nuove Proposte e facendo incetta di premi, tra i quali il Premio della critica “Mia Martini”. Così, dopo aver raccolto riconoscimenti ambiti ed una calorosa quanto trasversale risposta di pubblico, il cantautore napoletano regalerà ai presenti una performance, ora trascinante ora intimistica, che attingerà a piene mani dall’ultimo album, uscito il 24 marzo. Nella scaletta, inoltre, saranno incluse canzoni come “Sopra al tetto del comune” e “Dannato amore”, tratte dal disco d’esordio “Non trovo le parole” del 2015. Ospiti della serata, Gnut e Alessio Sollo ed il duo Ebbanesis (Viviana Cangiano e Serena Pisa).

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Cinema & Serie tv

The Deuce, al via la nuova serie HBO

The Deuce, l’ultima fatica di HBO The Deuce è l’ultima serie originale HBO. Composta da otto episodi, andrà in onda a partire da martedì 24 ottobre su Sky Atlantic. HBO torna dunque prepotentemente sul piccolo schermo. Lo fa dopo il fallimentare Vinyl, progetto cancellato dopo una sola stagione. Ideatori del progetto sono David Simon e George Pelecanos, già collaboratori in passato di serie di successo come The Wire e Treme. La serie è ambientata agli inizi degli anni ’70 a New York. A Times Square due fratelli gemelli, Vincent e Frankie Martino, lavorano per la mafia americana. Nella stessa zona agisce Candy (Maggy Gyllenhaal) prostituta che vede nella neonata industria pornografica una fonte di guadagno. James Franco interpreta contemporaneamente Vincent e Frankie. Franco, già protagonista in brillanti opere cinematografiche, si supera con questa prova attoriale doppia. James Franco e Maggie Gyllenhaal sono i pesi massimi su cui si regge The Deuce Le tematiche affrontante da The Deuce non sono nuove. Così come le ambientazioni. Da un’analisi preliminare potrebbe emergere l’accostamento con opere quali Boogie Nights. Un aspetto però sembra chiaro, a giudicare dal materiale finora a disposizione, in attesa di visionare la serie. The Deuce non vuole essere ridotta ad un mero ritratto dell’industria pornografica. La Grande Mela degli anni ’70 non è altro che il pretesto per narrare l’America, di ieri e di oggi. Un paese che nonostante continui e ripetuti errori fatica a riguardare il proprio passato. Quanto si è appena detto rappresenta proprio la maggior incognita dietro The Deuce. Un progetto accattivante, con una tematica e un’ambientazione insolite, sia per il piccolo che per il grande schermo. La presenza di attori di assoluti livello quali i già detti Franco e Gyllenhaal garantisce qualità e virtuosismo. Per non parlare di Emily Meade, Michael Rispoli e Gary Carr. David Simon e George Pelecanos sono le menti di alcune delle serie più premiate degli ultimi anni. The Deuce: fenomeno pubblicitario o prodotto di qualità? Resta da verificare fino a che punto gli effetti scenici e i nomi altisonanti siano la punta o meno dell’iceberg. Se dietro tutto questo sfarzo c’è effettivamente delle sostanza. Le serie TV hanno praticamente sostituito il cinema negli ultimi anni. Per qualità delle produzioni, degli interpreti, delle ambientazioni. Film che a parte rarissimi casi faticano ad adattarsi al tempo che cambia. Anche le serie TV, come ad Hollywood, si dividono in mega produzioni di facciata e in prodotti che effettivamente riescono ad entrare nel cuore della gente. The Deuce al momento non rientra né nell’una né nell’altra categoria. Per farlo, non resta che aspettare il 24.

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Attualità

Rosatellum, come funziona la nuova legge elettorale

Rosatellum, tutto quel che c’è da sapere Il Rosatellum 2.0 è la nuova legge elettorale appena approvata dalla Camera. Superato il primo ostacolo, dovrà ora essere confermata dal Senato. Il Rosatellum prende il nome dal capogruppo PD alla camera Ettore Rosato. La legge ha il sostegno, oltre che del Partito Democratico, anche di Forza Italia, Lega Nord e centristi. Se verrà approvata, la riforma assegnerà i seggi parlamentari per due terzi con un sistema proporzionale. Il restante terzo sarà invece distribuito con un sistema maggioritario in collegi uninominali.  Come funziona la nuova legge elettorale? Alla Camera ci saranno 232 collegi uninominali, mentre altri 386 seggi saranno assegnati con sistema proporzionale. Per i collegi uninominali, ogni partito o coalizione presenterà un solo candidato. Verrà eletto il candidato che ha ottenuto almeno un voto in più negli altri nel collegio. È la logica anglossassone del first past the post. Per i collegi plurinominali, saranno decisivi i voti conseguiti da ogni lista. I partiti e le coalizioni otterranno un numero di seggi proporzionale rispetto ai voti ottenuti. Altri 12 seggi saranno attribuiti alle circoscrizioni estere. Riguardo il Senato, vale lo stesso principio. 102 i collegi uninominali, 207 quelli plurinominali, 6 i seggi degli eletti all’estero. Per quanto riguarda le circoscrizioni straniere, cambiano le regole. Gli elettori residenti in Italia potranno candidarsi anche all’estero. Gli italiani non residenti in patria invece non potranno candidarsi se negli ultimi 5 anni hanno ricoperto cariche politiche all’estero. No al voto disgiunto Non sarà possibile il voto disgiunto. Ciò che significa che l’elettore sceglie con un’unica croce lista e candidato. Se vota per il suo candidato ai collegi uninominali spalma comunque il voto sull’intera coalizione collegata o sul singolo partito collegato. Se invece traccia la “x” sul simbolo di un partito, il voto si trasferisce solo al candidato uninominale collegato. Affiancato al simbolo di ogni partito ci saranno inoltre i nomi dei candidati del listino bloccato. Candidati che verranno eletti con il riparto proporzionale dei voti. Verrà annullato il voto se dovessero essere barrate contemporaneamente la casella di un candidato al collegio uninominale e quella di una lista diversa. Soglia di sbarramento, pluricandidature, quote rosa Il Rosatellum prevede una soglia di sbarramento. Soglia diversa, rispettivamente, per i singoli partiti e le coalizioni. I partiti non otterranno alcun seggio se si staglieranno sotto la soglia del 3%. Al contrario, le coalizioni per eleggere dei parlamentari dovranno conseguire almeno il 10%. Per i partiti in coalizione, la soglia è dell’1%. Ciò consentirà di distribuire i voti ottenuti dalla lista alla coalizione stessa. Sotto la soglia dll’1%, i voti vanno dispersi. Ciascun potenziale eletto potrà candidarsi in cinque collegi proporzionali differenti. Potendosi poi contemporaneamente presentarsi in un unico collegio uninominale. Saranno dunque consentite le pluricandidature, ma esclusivamente nella quota proporzionale. Se il candidato verrà eletto contemporaneamente nel collegio uninominale e plurinominale, vincerà il primo. Se invece sarà eletto in più di un Collegio su base proporzionale, gli sarà assegnato il seggio corrispondente al seggio in cui ha ottenuto il numero maggiore di […]

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Napoli & Dintorni

Napoli Buskers Festival, l’arte circense in centro storico

Napoli Buskers Festival al via Parte oggi il Napoli Buskers Festival. Busker è un termine inglese che designa gli artisti di strada. Una categoria di persone estremamente variegata. Basta una passeggiata in qualsiasi grande città per rendersene conto. Accomunate però tutte dal fatto di offrire ai passanti uno spettacolo d’intrattenimento. Proprio gli artisti di strada saranno i protagonisti del Napoli Buskers Festival. Diretto dalla rinominata Compagnia dei Saltimbanchi, la rassegna avrà luogo per le vie del centro storico di Napoli. Da Via dei Tribunali fino a Piazzetta Miraglia, il festival animerà dalle 18 alle 21 il cuore pulsante della città. Sono previsti numerosi spettacoli pronti ad accendere la fantasia di grandi e bambini. Si passa dagli spettacoli itineranti di trampolieri e giocolieri. Per arrivare agli immancabili fachiri e clown. E poi i maghi, con i loro effetti speciali. Le danzatrici di ventre, con i loro movimenti sinuosi. Fino alle immancabili bolle di sapone, simbolo di leggerezza. Un evento totalmente gratuito, che ha ottenuto il patrocinio della IV municipalità del comune di Napoli. Gli artisti di strada animeranno il cuore pulsante della città La qualità della rassegna è garantita dalla Compagnia dei Saltimbanchi. Forte di un’esperienza ventennale, nel campo dello spettacolo e degli show da circo. Clown e maghi che sanno mescolare perfettamente elementi della tradizione senza tuttavia perdere il pubblico delle ultime generazioni. Il Napoli Buskers Festival sarà una potente miscela di improvvisazione, pantomina, giocolerie. Il tutto con la partecipazione attiva degli spettatori. Non semplici testimoni dell’evento, ma protagonisti dello stesso assieme agli artisti. Saranno dunque i saltimbanchi a farla da padrone questo venerdì sera Napoli. Un’occasione da non perdere, anche per riscoprire sotto una luce nuova il centro storico. Per riscoprire lo spettacolo circense, troppo spesso sottovalutato o  poco celebrato. Arti minori come il cinema o il fumetto sono annoverate tra le forme di spettacolo. Quando poi l’arte è qualsiasi manifestazione del talento espressivo  innovativo dell’uomo.

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Attualità

Tutte le ragioni del referendum della Catalogna

Il prossimo primo ottobre forse si terrà un referendum in Spagna per l’indipendenza della Catalogna. Il governo centrale di Madrid si è fortemente opposto a questa consultazione. Mariano Rajoy, il premier iberico, ha definito il referendum illegittimo e contrario ai principi stabiliti nella Costituzione. Madrid contro Barcellona, insomma. Una partita tutta da giocare non solo in campo calcistico. El clasìco ha reso le rivendicazioni catalane famose in tutto il mondo. Mes qué un club, recita il motto del FC Barcelona. Più che una squadra di calcio. Da Messi vs Ronaldo a Rajoy vs Puigdemont.  Catalogna, tutti i perché del prossimo referendum La crepa catalana ricorda quanto sono precari gli assetti geopolitici in Spagna. Un dibattito secolare che ha trovato nuovo fermento con le ultime vicende di questi giorni. Non bisogna però incappare nell’errore di limitare lo scontro tra Madrid e Barcellona alla sola penisola iberica. La sfida per l’indipendenza non è un gioco, visto che potrebbe moltiplicare le spinte secessioniste in Europa. Nel vecchio continente sono presenti molteplici movimenti e correnti che rivendicano maggiore autonomia se non addirittura l’indipendenza. È il caso della Scozia, ma si potrebbero citare anche le Fiandre e la Baviera. Per tacere dei nostri padani e veneti. L’indipendenza della Catalogna potrebbe essere la classica goccia che fa traboccare il vaso. La Catalogna è, storicamente, la regione più ricca della Spagna e vero motore trainante di un paese che ha subito uno sviluppo importante dopo la caduta del regime franchista. Per poi ripiombare nel baratro con l’avvento della crisi economica del 2008. Il Pil pro Capite della Catalogna è superiore, per citare un dato tra gli altri, a quello del resto della Spagna. La regione è inoltre annoverata tra i quattro motori economici, assieme a Lombardia, Baden-Württemberg e Alvernia-Rodano-Alpi.  La crepa catalana La Catalogna, è importante ricordarlo, rivendica nella propria Costituzione lo status di nazione. Ha un suo inno, una sua bandiera e una sua lingua, il catalano, che viene parlata da tutti i dipendenti pubblici e usata negli atti ufficiali. La regione affonda le proprie radici agli albori dell’impero carolingio, quando spuntarono alcune contee autonome nella regione. Proprio queste ultime svilupparono un’autonomia di fatto perdurata fino al 1714. In quell’anno, nel mezzo della guerra di secessione spagnola, l’esercito catalano fu sconfitto dalle truppe borboniche di Carlo VI d’Asburgo. Il nuovo re eliminò del tutto le istituzioni catalane, sancendo la definitiva sottomissione della regione al potere centrale. La questione catalana rimase sospesa per più di due secoli, fino all’avvento di Francisco Franco. Durante il regime franchista furono eliminati tutti i simboli catalani. Incluso l’utilizzo della bandiera e della lingua negli atti pubblici. Subito dopo la morte del generale, nel 1979, la Catalogna venne riconosciuta come una comunità autonoma all’interno della Spagna. Un riconoscimento condiviso con altre realtà fortemente identitarie, come i Paesi Baschi. Lo statuto affidava ampi poteri alla regione in ambito economico e finanziario, ma nel 2010 fu dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale spagnola. Specie per il passaggio in cui si affermava che la Catalogna fosse una nazione […]

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Interviste emergenti

Humans of Naples, intervista all’ideatore Vincenzo Noletto

Humans of Naples è il progetto artistico di Vincenzo Noletto, giovane fotografo di 29 anni in rampa di lancio. Venerdì 22 settembre approderà allo Slash Art/Msic, locale di via Bellini, nel cuore pulsante di Napoli. Instant sarà una mostra fotografica vuota, in cui tutti i visitatori diventano soggetti fotografati, e quindi parte dell’evento stesso. Sulle orme del cinema e del teatro, un curioso esperimento di metafotografia, con l’arte che diventa protagonista di se stessa. Instant è stata l’occasione per scambiare quattro chiacchiere con Vincenzo Noletto. Humans of Naples e Vincenzo Noletto Ho letto che il progetto Humans of Naples è nato in seguito a un tuo viaggio in Irlanda. Al ritorno hai deciso che fare il fotografo sarebbe stata l’unica cosa che volevi fare nella vita. In virtù di questo, cos’è per te la fotografia? Gli ultimi anni mi hanno insegnato tante cose, tutte riassumibili in una sola frase: non smetti mai di essere un fotografo. Se abbracci la fotografia come hanno fatto in tanti (e pure io) è tutto un susseguirsi di foto su foto su foto, ti cambia il modo di vedere le cose, di spiegarti, di raccontare, di rendere partecipi e di inserirti in altre realtà. Per buona parte della mia vita ho seguito e visto le cose di tutti i giorni, dalle più piccole alle più grandi, con gli occhi degli altri e non ho mai cercato una verità che fosse solo mia, mi facevo bastare quella degli altri, una qualsiasi, standard. Poi d’un tratto ho conosciuto una persona che ha tirato fuori la mia incapacità di spiegarmi, che mi ha fatto riflettere su ogni aspetto della mia vita poiché davvero non sapevo cosa mi piaceva e cosa non mi piaceva (non posso mai dimenticare il momento in cui arrivò a chiedermi persino il motivo per cui mi piaceva la pasta con la salsa… ed io non seppi rispondere). Avvicinarmi alla fotografia ha reso tutto questo molto più facile, mi ha permesso di racchiudere storie e concetti ovvi a miei occhi ma di difficile spiegazione, e quindi comprensione. S’è innescato un meccanismo a catena grazie alla fotografia, mi ha permesso di capire cosa fosse importante e cosa non lo fosse e se oggi sono un fotografo forse lo devo proprio alla fotografia stessa. Che cos’è per me la fotografia? È il mio passato, il mio distacco dal passato, il mio presente e credo il mio futuro. Veniamo a Humans of Naples. Una mostra “vuota”, dove gli spettatori sono anche i protagonisti dell’evento. Dopo il metateatro, ecco la fotografia protagonista di se stessa. Come è venuto in mente questo progetto? Diciamo che non sono uno troppo metodico, sono colpito dalle idee nei momenti più strani. Ad esempio l’idea di Humans of Naples è nata mentre lavavo una padella dopo cena, mani sotto l’acqua corrente e spugnetta zuppa di sapone. Ora che mi ci fai pensare devo essere stato suggestionato da JR e il suo Inside Out Project (non quello surrogato che abbiamo visto a Napoli, parlo di […]

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Teatro

Teatro Augusteo, presentata la nuova stagione teatrale

Il Teatro Augusteo compie 25 anni Sono passati 25 anni da quando il teatro Augusteo è stato riaperto. Adibito per anni a cinema, nel corso del tempo ha visto esibirsi cantanti e attori di fama nazionale: sono passati da queste parti Bruce Springsteen e Pino Daniele tra gli altri; tanti attori locali hanno cominciato poi la loro carriera qui, un punto di riferimento per la scena teatrale partenopea, situato nel cuore nevralgico della città, nella piazzetta Duca d’Aosta di Via Toledo. Il Teatro Augusteo festeggia così i primi 25 anni dalla riapertura: con un cartellone che tenta di soddisfare ogni tipologia di pubblico. Si passa dai musical alla prosa, senza tralasciare la tradizione napoletana; numerosi, come da tradizione, i concerti: certa è la presenza di Giovanni Allevi e Cristiano De Andrè; non con un concerto bensì con un musical contribuirà invece Elio. Il fondatore de Le storie tese riadatterà, dal 26 gennaio al 4 febbraio, Monty Pithon e il sacro Graal. Il film vincitore di 3 Tony Award rivivrà in Spamalot: parodia del ciclo di Re Artù, è una commedia a cavallo tra tecniche classiche e riferimenti culturali. Teatro Augusteo, al via la nuova stagione teatrale Quest’anno la stagione teatrale parte il 24 settembre. Saranno Gianni Ferreri ed Anna Falchi ad inaugurare l’anno teatrale. La banda degli onesti è una rivisitazione di Mario Scarpetta dell’omonima pellicola di Totò a metà tra tradizione ed innovazione. “La cosa più difficile è stata doversi dimenticare del principe della risata” affermò Scarpetta, pronipote di Eduardo De Filippo. Nel solco di stampo partenopeo tracciato da La Banda degli Onesti, Lello Arena sarà presente in scena con ben due spettacoli. L’ex membro della Smorfia indosserà le vesti di attore principale e regista, rispettivamente in Parenti Serpenti e No grazie il caffè mi rende nervoso 2, entrambe ispirate a celeberrimi film di maestri come Monicelli e Troisi. Quest’ultima più che una rivisitazione è un vero e proprio sequel, dal finale tutto da scoprire. Salirà poi sul palco, fra gli altri, l’acclamato Paolo Caiazzo. Il cinema è poi nuovamente protagonista del programma con due spettacoli di derivazione che più diversa non si potrebbe. Se Il sorpasso è stato apprezzato da generazioni intere, Dirty Dancing invece è stato idolatrato da una sola nidiata di adolescenti e giovani, quelli cresciuti negli anni ottanta. Giuseppe Zeno, Cristiana Vaccaro e Luca Di Giovanni sono protagonisti della rivisitazione della pellicola di Dino Risi. L’intramontabile storia d’amore tra Baby e Johnny sarà invece diretta da Federico Bellone. Lello Arena e Sal Da Vinci presenti nella sala foyer del Teatro Augusteo Altro protagonista dell’anno venturo all’Augusteo sarà senz’altro Sal Da Vinci, presente anch’egli con ben due spettacoli. Peter Pan è un’opera che ha fatto sognare tutti, adulti o bambini che fossero. E se c’è qualcuno che in Italia ha interpretato alla perfezione il messaggio di James Matthew Barrie quello è senz’altro Edoardo Bennato. Il cantautore di Bagnoli è infatti l’autore della colonna sonora dello spettacolo con alcuni fra i suoi brani più celebri, fra cui L’Isola che non […]

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Musica

Sgt Pepper, perché ascoltare il capolavoro dei Beatles

La banda del club dei cuori solitari del sergente Pepper dei Beatles Il 1 giugno del 1967 i Beatles pubblicavano “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band”. Il loro ottavo album in cinque anni, il primo vero concept album della storia. Fino ad allora le canzoni venivano pubblicate come singoli o, a volte, raccolte in un album. Il record di lunghezza di un disco all’epoca era detenuto da Bob Dylan con Blonde On Blonde. Il menestrello di Duluth incise ben quattordici tracce in un solo lavoro. Canzoni bellissime, ma ognuna con una propria storia e un proprio universo di riferimento. “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band” è un disco speciale perché è stato il primo ad avere un proprio filo conduttore. Più che un prodotto musicale, sembra appartenere al campo della letteratura. Ascoltarlo è come leggere Robinson Crusoe o 1984. E come quando si recensisce un romanzo: non si può che partire dalla storia. “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band” comincia in teatro. Si sente il brusio degli spettatori. Cala il sipario, ma a suonare non sono i Beatles. Nè tantomeno John Lennon o Paul McCartney. Sul palco c’è la Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band. Comincia un rock’n’roll che nella sua semplicità preannuncia all’ascoltatore l’inizio di qualcosa di diverso, che va ben al di là del filo logico che unisce le tredici tracce. Non c’è nemmeno un attimo di pausa con la seconda canzone, o meglio, il secondo capitolo. The Beatles, all you need is pop “With A Little Help From My Friends”: con questa semplice trovata ci si rese conto che un disco poteva essere il supporto di una vera e propria opera musicale. Segue un pezzo storico: “Lucy in the Sky with Diamonds”. Si viene catapultati in un mondo psichedelico. Immagini colorate e visioni acide come di chi ha fatto uso di sostanze allucinogene. Come suggerito tra le righe del titolo, con la sigla Lsd ben nascosta. “Follow her down to a bridge by a fountain/Where rocking horse people/eat marshmallow pies”. “Fixing A Hole” sembrò anch’essa ispirata ad esperienze allucinogene. In virtù del verbo fix che in gergo indica il “bucarsi”. Abbandonato il tema della psichedelia, i Beatles si incentrano sulla solitudine. L’incomprensione generazionale, all’epoca argomento molto dibattuto. “She’s leaving home” fu ispirata da una notizia del Daily Mirror in merito a una sparizione di una ragazza. “Why would she treat us so thoughtlessly/How could she do this to me?” si chiede Paul McCartney. Sgt Pepper porta i Beatles e la musica pop nel mondo dell’arte Il genio di Lennon viene fuori nuovamente con le atmosfere giocose, quasi circensi, di “Being for the benefit of Mr Kite!”. Un caleidoscopio che trascina come un vortice in una pista di acrobati e giocolieri. “Within you without you” è, invece, l’unico aiuto del disco firmato da George Harrison. Un pezzo che ci porta dritti in India, pervaso come è di spiritualità, un tratto distintivo della futura carriera del membro  più ribelle tra i Beatles, nato grazie anche al contributo di numerosi musicisti indiani, perlopiù […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Napoli Teatro Festival, Battiato in Piazza del Plebiscito

Napoli Teatro Festival, Battiato in Piazza del Plebiscito Il Napoli Teatro Festival giunge alla sua decima edizione. Manifestazione che si è aperta ieri sera con il botto. È stato infatti Franco Battiato ad aprire il Festival con Luce del Sud, un concerto gratuito in Piazza del Plebiscito. Quest’anno l’organizzazione è stata affidata alla Fondazione Campania dei Festival, organo della Regione Campania al cui vertice siede Luigi Grispello. Ruggero Cappuccio, noto regista teatrale, è invece a capo della direzione artistica. L’artista partenopeo ha introdotto il live, affermando la sua volontà di un festival popolare non nel senso di facile consenso bensì di crescita interiore. Giacca salmone, occhiali da sole e il solito codino: così Franco Battiato ha accolto la folla di venticinquesima persone ammassate in Piazza del Plebiscito. Una piazza blindata, con barriere, anticarro e transenne, a causa degli attentati che hanno colpito la Gran Bretagna nelle ultime settimane. “La folla di giovani presente questa sera è la migliore risposta possibile che possiamo dare all’estremismo islamico” sottolinea il governatore De Luca in apertura del concerto. Nonostante le parole di solidarietà per le vittime di Londra e Manchester, il presidente della Regione è stato pesantemente fischiato dal pubblico. Fischi che hanno sancito l’inizio del concerto. Franco Battiato, la voce del padrone Derogando al proprio spettacolo classico, Battiato si è esibito immerso in una scenografia semplice, arricchita solo dai video di Antonio Biasucci sul megaschermo. Il tutto seduto su una semplice sedia da salotto al centro del palco, accompagnato dalla Symphony Orchestra e dalla Electric Band, con le sue canoniche cuffie. Battiamo ha così raccontato in un crescendo narrativo, attraverso la musica, la sua perenne ricerca spirituale. L’era del cinghiale bianco ha dato inizio al concerto, scaldando immediatamente la notte napoletana. No time no space, Up patriots to arms e Shock in my time riscaldano il pubblico e Battiato padroneggia da subito la piazza con il suo carisma e la sua ironia. Il cantautore siciliano esegue sia grandi successi che pezzi più nascosti della propria discografia. Canzoni che vengono periodicamente intervallate da contributi letterari di altissimo spessore culturale. D’improvviso spuntano citazioni della Scienza Nuova di Vico, tratte dal Libro secondo: dalla sapienza poetica, che prende vita grazie a Mimmo Borrelli. Successivamente è il turno Fabrizio Gifuni con Auden e l’Addio al Mezzogiorno, altra celeberrima esaltazione delle bellezze del Sud. «I miei sacri nomi meridiani: Pirandello,/ Croce, Vico, Verga, Bellini,/ per benedire questo paese, le sue vendemmie e gli uomini/ che lo chiamano casa loro: sebbene non sempre si possa/ ricordare esattamente perché si è stati felici,/ non ci si dimentica d’esserlo stati». Battiato tra Vico, Giordano e Auden Sull’onda di cotanta poesia e bellezza, Battiato ha abbandonato l’approccio cauto e mistico per far ballare la piazza sulle note dei suoi più grandi successi. Cucurucucu paloma, Voglio vederti danzare, La cura e Centro di gravità permanente sono state un medley che ha scaldato i cuori di tutti i presenti. Canzoni dal successo magari più radiofonico, lontane dall’esoterismo di altri lavori. Misticismo e spiritualità che però […]

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Napoli, ritorno al Futuro Remoto

Una festa di scienza, tecnologia, innovazione, arte e cultura. Torna, per la 31esima edizione, “Futuro Remoto”, viaggio tra scienza e fantascienza organizzato da Città della Scienza. Una quattro giorni che vedrà protagonista la città di Napoli tra il 25 e il 28 maggio. Piazza del Plebiscito verrà arricchita con una serie di eventi, convegni, dibattiti e seminari volti a far conoscere le nuove frontiere della ricerca scientifica e tecnologica. Mai come quest’anno la manifestazione, appena insignita della seconda medaglia consecutiva ricevuta dal Presidente della Repubblica, ha un’agenda particolarmente ricca. Futuro remoto ha un calendario che prevede 100 incontri con ospiti internazionali, esperti e ricercatori, e 10.000 dimostrazioni ed esperimenti in programma. Il tema è comune, ed è quello delle “Connessioni”, ma la declinazione dell’argomento è estremamente variegata. La programmazione è poi affidata a una miriade di enti, tra cui veri e propri fiori all’occhiello. Futuro Remoto ospiterà praticamente i principali istituti e centri di ricerca pubblici e la gran parte delle università campane. Molte imprese private dedite all’innovazione tecnologica hanno confermato poi la loro partecipazione. Ritorno al Futuro Remoto Da sottolineare è l’elenco degli ospiti, che comprende eccellenze nel campo della scienza e dell’innovazione e personalità eminenti.  Vincenzo De Luca, presidente della regione Campania, taglierà il nastro al via della manifestazione. Futuro Remoto però non si ferma al discusso governatore campano. Parteciperanno alla manifestazione personalità del calibro del sindaco di Napoli Luigi De Magistris e il rettore della Federico II Gaetano Manfredi. Anche il presidente di Città Della Scienza Vittorio Silvestrini e il sottosegretario al Miur Vito De Filippo saranno dell’evento. Una vera e propria parata di personalità eminenti, che comprende anche Giuseppe Gaeta, direttore dell’Accademia delle Belle Arti e Massimo Inguscio, presidente del Cnr. “Connessioni” è dunque il filo conduttore di Futuro Remoto versione 2017. Una scelta volta a sottolineare l’importanza del dialogo tra i diversi soggetti che producono e promuovono cultura, scienza e innovazione. Fare rete è essenziale per alimentare la fantasia, trovare nuove soluzioni, innovare nella prospettiva di uno sviluppo sostenibile e creativo. Tanti gli argomenti che saranno affrontati grazie a Futuro Remoto. Un dibattito continuo lungo quattro giorni che avrà luogo nelle dodici isole tematiche di Piazza del Plebiscito. Si parte da temi prettamente scientifici quali astrofisica, robotica, domotica, nanomedicina, valorizzazione del mare. Un percorso che passa anche per tematiche filosofiche ed etiche, come il biotestamento e la libertà di scelta. In particolare, il dibattito de “Il sabato delle idee” che si terrà sabato alle 10 al Circolo artistico politecnico, metterà a confronto esperti di bioetica, scienziati, giuristi ed attivisti. Come sempre, un ruolo preponderante lo avranno le mostre. Quella sul Cosmo, ad esempio, e sulle tecnologie che potrebbero indicarci la strada per raggiungere ed abitare altri pianeti. Oppure quella sull’Artico, che propone anche un viaggio interattivo al Polo Nord. Non mancheranno stand e padiglioni ancora più variegati, come la mostra sugli atlanti anatomici o sulle donne marocchine. Quest’ultima, curata dall’Orientale, propone un ritratto lontano dagli stereotipi tipici dei paesi islamici. Futuro Remoto, un punto di […]

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Attualità

Manchester, strage al concerto di Ariana Grande

Strage a Manchester, nel Regno Unito. Nella serata di ieri la cittadina britannica è stata coinvolta in un attentato alla Manchester Arena, il secondo palazzetto più grande d’Europa con i suoi ventunomila posti, dove era in corso il concerto di Ariana Grande. Bambini e adolescenti nell’attentato alla Manchester Arena Il bilancio dell’esplosione kamikaze, avvenuta alle 22.35 del 22 maggio, è finora di 22 morti e 60 feriti. Tra le vittime molti sono bambini e adolescenti, i principali fan della cantante americana. La prima vittima identificata aveva appena 18 anni. Si chiama Georgina Bethany Callander, secondo l’Independent. La ragazza è stata riconosciuta grazie a una foto del suo profilo Instagram che la ritrae assieme alla sua beniamina Ariana Grande. Era stata scattata dietro le quinte di un concerto di due anni fa. La più giovane finora identificata ha 8 anni, Saffie Rose Roussos di Leyland, proveniente dal Lancashire, come riferisce la Bbc.  Sono in corso d’opera accertamenti per verificare l’identità dell’attentatore, i cui resti sarebbero ancora tra le macerie provocate dall’esplosione dell’ordigno, una bomba artigianale peraltro piena di chiodi. Secondo Cbs News si tratterebbe di Salman Abedi, 23enne anglo – libico già noto alle forze dell’ordine. L’Isis ha rivendicato l’azione terroristica tramite un comunicato ripreso dall’agenzia di stampa AMAQ. Comunicato dove si legge che le bombe spedite dall’aviazione britannica sui bambini di Mosul e Racca sono tornate al mittente. Immediate le reazioni dalle principali istituzioni d’oltremanica. Il sindaco di Londra Sadiq Khan ha annunciato l’aumento delle misure di sicurezza nella capitale britannica, la premier Theresa May ha momentaneamente sospeso la campagna elettorale per le elezioni dell’8 giugno. L’incidente di Manchester è il secondo attacco terroristico in Gran Bretagna nell’arco di pochi mesi. Il 22 marzo cinque persone sono morte e oltre 50 sono state ferite quando un uomo si è lanciato alla guida di un auto contro i pedoni a Londra, sul ponte di Westminster, schiantandosi contro la recinzione del Parlamento. L’attentato di Manchester è il più grave in Inghilterra dal 2005. Il 7 luglio di quell’anno quattro kamikaze si fecero esplodere in tre treni della metropolitana in un autobus di Londra uccidendo 52 persone.

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Vocabolario delle parole che ci mancano

  Le parole sono importanti Le parole, parafrasando Nanni Moretti, sono importanti. Il problema del linguaggio è stato centrale per tutta la filosofia del Novecento. Da Heidegger a Gadamer, numerosi filosofi e studiosi si sono occupati del linguaggio umano e dei sistemi di comunicazione. La funzione più basilare delle parole, a detta degli specialisti, è unire il nostro subconscio al mondo reale. Per creare una parola bisogna senz’altro avere percezione di quest’ultima. Cognizione e linguaggio dunque sarebbero collegati intimamente l’uno all’altro. Esistono però parole straniere impossibili da tradurre perché concernenti una determinata cultura Immaginiamo di passeggiare in un bosco poco prima del crepuscolo.  La situazione è di assoluta tranquillità e pace. Oppure uno stato di ubriacatura estremo, un’ebbrezza che può durare giorni o settimane. Come potremo definire queste esperienze in una sola parola? L’italiano presenta una serie di termini affini a queste sensazioni. “Serenità”,”calma” “appagamento”, “sbronza”. Parole che però riescono solo ad avvicinarsi a quella emozione, senza descriverla nel profondo. La questione non si presenta nel primo caso per il giapponese. In Sol Levante la parola komorebi esprime il senso della passeggiata nella foresta, mentre le ultime luci del giorno filtrano tra gli alberi. Allo stesso modo, in Russia uno stato di ubriachezza di tale portata viene denominato zapoi. Komorebi e zapoi sono parole che non possono essere tradotte in altre lingue. Esprimono impressioni che conosciamo e che abbiamo magari anche sperimentato. Nonostante ciò, non possediamo un termine per descriverle. Il rapporto tra parole e pensiero è un dibattito molto acceso tra i linguisti Queste espressioni definiscono infatti l’idea in un modo più solido e organizzato, rendendo il concetto più credibile. La questione non è irrilevante e sempre più studiosi si occupano di casi del genere. I portoghesi ad esempio pongono particolare attenzione all’abbandono dei propri freni inibitori mentre ci si diverte. Un momento che tutti noi abbiamo provato una volta nella vita riassunto in un verbo, desbundar. Portoghese che incuriosisce ancora di più con l’imperativo sacanagem! Letteralmente, un’esortazione ad avere esperienze sessuali robuste e prive di tabù. In Scozia poi deve essere solito gettarsi nell’acqua gelata, visto che esiste una parola specifica raccontare quest’esperienza a dir poco estrema. Curglaff, per l’appunto. Hassliebe è invece una parola tedesca, relativa a situazioni tra le più disparate. Accomunate tutte da quella particolare mescolanza tra odio e amore. Un sentimento unico, che perderebbe la propria unicità venendo tradotto in un mero amore-odio. Sono molte le parole intraducibili nella Babele delle nostre lingue. Tutti i termini citati definiscono impressioni particolarmente specifiche, permettendo a due persone che comunicano di comprendersi l’uno con l’altro semplicemente. Il linguaggio dunque funzionerebbe in tal modo, suddividendo l’esperienza in gruppi di dati, contenenti ciascuno emozioni e sensazioni. Una volta in grado di associare un nome a un’esperienza, siamo in grado di comunicarla agli altri. Parole e immagini sono legate indissolubilmente. Avendo le parole specifiche per una fattispecie, richiamano alla mente l’immagine con maggiore facilità Ed è così che in Olanda, magari tra un campo di tulipani e l’altro, si passeggia nella natura per […]

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Festival Mann, arriva Francesco Motta: nella sala Farnese intervista e set acustico

Pop non è una cattiva parola. È possibile fare del pop semplice, profondo e ascoltabile. Il pisano Francesco Motta sa come si fa. Mescolando pop, folk e rock. Proprio lui è il primo ospite pomeridiano della seconda giornata al Festival Mann. Reduce da un tour trionfale in giro per l’Italia, sold out praticamente ovunque, Motta si racconta a tutto tondo. Intervistato da Francesco Raiola, capo area Musica a Fanpage.it. Francesco Motta al Festival MANN Dai suoi esordi in lingua inglese, come cantante nei Criminal Jokers. Fino alla pubblicazione del suo primo disco solista, La fine dei vent’anni, di cui si è parlato tanto nell’ultimo anno. Si tratta probabilmente del più bel disco italiano del 2016. Vincitore della Targa Tenco come migliore opera prima. Se la gioca forse solo con le ultime incisioni di Capossela e Fabi. Del tempo che passa la felicità è, a modesto parere di chi scrive, la più bella canzone registrata in Italia nell’ultimo anno. Non è però il momento di fare classifiche. La fine dei vent’anni è stato un esordio a dir poco prepotente. Parte del merito, per ammissione dello stesso Francesco, è della produzione di Riccardo Sinigallia, del quale viene sottolineata più volte l’amicizia instauratasi tra i due. La fine dei vent’anni La materia prima è però di alto livello. La fine dei vent’anni è un’opera persuasiva a prescindere. Mescola l’orecchiabilità tipica del pop con la struttura tipica delle canzoni d’autore. L’artista pisano ha una voce così nitida, forte e versatile al punto da utilizzarla come vuole. Ciò spiega l’elemento che più caratterizza La fine dei vent’anni: la varietà. Partendo dalla title track, eseguita live, con l’accompagnamento della sapiente chitarra di Giancarlo Maria Condemi ed emozionando il pubblico numeroso della sala Farnese. «La fine dei vent’anni/ è un po’ come essere in ritardo/ non devi sbagliare strada, non farti del male»: parole forti, dedicate a quell’attimo inevitabile nella crescita di ognuno. Il momento di prendere decisioni, di crescere, di staccarsi dal grembo materno. Queste parole si riallacciano a un altro elemento fondamentale del disco, di cui si è parlato tanto nell’incontro: l’intimità, inteso come la profonda estraneità di Francesco Motta dagli agenti esterni e la sua volontà di concentrarsi solo ed esclusivamente su se stesso per esprimere al meglio ciò che si trova dentro di lui. In questo modo trasforma paure e incertezze personali in arte. La fine dei vent’anni è stato definito un disco generazionale. Il motivo resta profondamente oscuro. Sarà stato forse il titolo, chissà. Motta, sollecitato da Raiola, infatti, ci tiene a dire che il disco era e resta profondamente personale. Il suo momento di zenit creativo, racconta lo stesso Francesco, prevede la solitudine in camera come un adolescente qualsiasi. Nessuna intenzione di ritrarre la condizione dei giovani d’oggi, dunque. Solo, si fa per dire, una profonda introspezione interiore. Prendono in tal modo vita i versi di Mio padre era comunista, altra colonna portante dell’album. «Mio padre era un comunista/ e adesso colleziona cose strane/ Mia madre era bellissima/ dice che un figlio un giorno […]

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Parte il Festival MANN: Andrea Scanzi in memoria di Ivan Graziani

Andrea Scanzi torna a Napoli. Era da da cinque anni che il giornalista aretino non si esibiva nella città partenopea. Dai tempi del suo spettacolo teatrale Gaber se fosse Gaber. L’occasione è di quelle speciali. Il Festival Mann ha preso il via e Scanzi è certamente tra gli ospiti di punta della manifestazione. In una giornata che ha visto esibirsi e dialogare, tra gli altri, personaggi del calibro di Riccardo Sinigallia e Patrizio Oliva. Ospite frequente delle maggiori trasmissioni televisive, Scanzi, che piaccia o meno, nel suo campo è tra i più eclettici del panorama nazionale. Un giornalista che spazia con facilità dalla televisione alla carta stampata, dalla politica allo sport. Che sul Fatto Quotidiano è riuscito a conquistarsi uno spazio in cui non solo commenta le notizie quotidiane. Ma parla anche delle sue passioni. La musica è certamente tra queste. Il tesoro del chitarrista Proprio di musica si è parlato nella giornata di ieri. Soggetto del dibattito non era un personaggio qualsiasi, bensì Ivan Graziani. Ovvero, forse insieme al nostro Edoardo Bennato, il cantautore più originale della musica leggera italiana. Nella Sala Farnese il ritratto che ha avuto un ospite d’eccezione come Filippo Graziani, figlio del celebre chitarrista. Sempre un passo avanti i suoi colleghi dell’epoca, artista bizzarro e sicuramente unico, Ivan Graziani ha educato la canzone d’autore italiana ad affrontare il rock in maniera totalmente nuova. Senza complessi di inferiorità verso i modelli anglosassoni e con l’orgoglio della tradizione provinciale italiana. Portano la sua firma alcune tra le più famose canzoni della musica leggera nel nostro paese. Chi non hai mai ballato sui versi polemici di “Pigro”? Oppure non si è commosso sui racconti di donne ne “Lugano Addio” o “Firenze canzone triste”? Scanzi ripercorre la storia del cantautore teramano, partendo dai suoi dischi più famosi. Fottuti di malinconia, parafrasando un successo grazianiano. E che trovano tutti la stella cometa in quella voce inimitabile, sempre altissima ma mai sconfinante nel falsetto. Voce che viene perfettamente riprodotta dal figlio Filippo. Ha impressionato difatti la somiglianza canora tra i due. Filippo sembra artisticamente la versione di Ivan teletrasportata ai giorni nostri, e la folta barba hipster ha sostituito i fatidici occhiali. L’incontro trascorre così con la narrazione da parte di Scanzi di eventi della vita privata e artistica di Ivan Graziani. Come quando rifiutò di diventare il frontman della PFM, all’epoca il gruppo italiano più celebrato in patria e all’estero. Definito dal giornalista aretino “goliardicamente rivoluzionario”, la leggerezza del teramano è ripercossa da Filippo sulle note dei suoi pezzi più famosi e non. Tra un racconto e l’altro, si canta e ci si emoziona al ritmo di “Monna Lisa”, “Lugano Addio”, “Taglia la testa al gallo”, “Fuoco sulla Collina”. Scanzi definisce “Agnese dolce Agnese” come il disco perfetto. Dieci canzoni ognuna perfettamente al loro posto. Ci sono le atmosfere oniriche di “Fuoco sulla collina”, il folklore di “Taglia la testa al gallo” e il successo radiofonico di “Agnese”. Tanto da far passare in secondo piano canzoni che in altri lavori sarebbero stati […]

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