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Eroica Fenice

Teatro

Al Pacone, un avarissimo boss al TRAM

Al Pacone, una rilettura di Molière Massimo Maraviglia ritorna al Teatro TRAM fino al 22 aprile. Dopo lo Strafaust, il regista napoletano scrive e dirige a modo suo un’altra figura celeberrima dell’immaginario collettivo artistico e figurativo. Se nella precedente elaborazione era stata la volta di Faust e Mefistofele, stavolta è l’Avaro di Molière a subire una trasposizione. Il personaggio del vecchio avaro è una figura estremamente ricorrente nella storia del teatro classico. Fu Plauto a darne una prima elaborazione con Euclione nella sua Aulularia, ispirando proprio Molière secoli dopo. Un personaggio che, con i suoi vizi, offre lo spunto per numerose situazioni comiche, ma che spesso è stato il pretesto per analizzare tematiche più complesse. Quegli avari avevano però un rapporto molto infantile con il denaro. Euclione e Arpagone sono semplicemente ossessionati dal timore di essere derubati. Entrambi, compenetrati nella loro ossessione, non possono danneggiare nessuno. Al più fanno fanno sorridere, che è questo lo scopo semplicistico della commedia. Avarissimo boss Così si giunge alla rilettura di Massimo Maraviglia. Arpagone diventa Al Pacone, che non è solo una rima ma anche un’assonanza di Al Capone, celeberrimo gangster americano. Un simbolo, suo malgrado, della mafia newyorchese del primo dopoguerra. Idolatrato anche da personaggi che con la mafia non hanno mai avuto niente  a che fare, al punto da divenire il protagonista di film e romanzi. Proprio questo è il presupposto sul quale si basa l’intera vicenda. Il ruolo dell’avaro viene preso da un boss. Due figure che sembrano apparentemente simili ma che in realtà presentano numerose differenze. L’avaro ha un rapporto compulsivo ma egoistico con il denaro, pensa solo a come e quanto arricchirsi. L’avarizia dei boss prende invece il sopravvento su tutto quello che gira intorno. E così la sete di denaro di Al Pacone si scatena su tutta la sua famiglia e diviene il fulcro dello spettacolo. Al Pacone (Antonio Torino) è un personaggio che sente l’influenza dei classici avari del teatro ma che riesce a vivere di vita propria. Di Plauto si sente senz’altro l’influsso della commedia degli equivoci. Il malinteso tra il boss e il proprio figlio Geruzzo (Giovanni Scotti) sul matrimonio con Gloriosa Assunta (Alessandra Sass0) diverte e commuove allo stesso tempo. Come in Molière, quello dell’avarizia è solo un pretesto per approfondire altre tematiche. Molière e Plauto rivivono in Al Palcone Estremamente riuscita è infatti la scelta di trasporre la figura di Arpagone in un boss criminale. Al Pacone ridicolizza tutte quelle figure del crimine che al giorno d’oggi televisione e cinema mettono in risalto. Personaggi che, per definizione, dovrebbero essere anti-eroi e che invece vengono trattati all’esatto opposto. La parlata a tratti incomprensibile e il costume popolare completano poi la maschera più riuscita della messinscena, quella interpretata da Antonio Torino. Al Pacone è anche un antidoto contro tutta questa serietà e importanza che viene data a determinate figure. La compagnia Asylum Anteatro ai Vergini continua così una duplice e proficua collaborazione, non solo con Massimo Maraviglia, cui va dato atto di aver riletto in maniera estremamente originale […]

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Recensioni

La paranza dei bambini al Teatro Trianon Viviani

« E ti pare che io mi metto paura di un bambino come te? Io per diventare bambino c’ho messo dieci anni, per spararti in faccia ci metto un secondo. » Saviano e Gelardi con La paranza dei bambini al Trianon Dopo la felice esperienza di Gomorra, Roberto Saviano e Mario Gelardi tornano con un nuovo progetto teatrale. La paranza dei bambini sarà in scena al Trianon fino al 9 aprile. Un ritorno attesissimo a Napoli dopo il brillante debutto al Nuovo Teatro Sanità degli scorsi mesi. Tra le menti partenopee più brillanti partorite negli ultimi anni, il duo continua così una proficua collaborazione. Lo scenario è ancora una volta la loro città natale, sempre ricca di contraddizioni e così adatta con i suoi luoghi a subire analisi e trasposizioni artistiche. La paranza dei bambini si ispira all’omonimo romanzo di Saviano, pubblicato nel 2016,prima opera completamente di finzione dell’autore partenopeo. Il progetto teatrale narra la controversa ascesa di un giovane gruppo criminale verso il potere. Un successo apparentemente inarrestabile, a metà tra la tragedia shakespeariana e il buio dei fumetti di Frank Miller. Saviano e Gelardi ci portano direttamente in medias res. Dei personaggi si sanno poche e frammentate informazioni. Il leader della paranza, Nicolas (Riccardo Ceccarelli), detto Maraja, è probabilmente un universitario, accecato dal potere e dai soldi facili del crimine. Anche degli altri componenti, nulla farebbe pensare a famiglie disagiate. Una scelta stilistica evidentemente in contrapposizione con il romanzo. La paranza viene dal mare Lollipop, Dentino, Drone, Dumbo. Quindicenni dai soprannomi innocui, con le scarpe firmate e il nome delle ragazze tatuato sulla pelle. La paranza non ha paura di niente, né del domani né della morte. Questi adolescenti sanno che bisogna giocare sul rischio, puntando tutto e subito. Guidati dal capo Nicolas Fiorillo, imparano a sparare con le pistole semiautomatiche e gli AK-47. Seminano il terrore per le vie del centro di Napoli. A poco a poco prendono il controllo dei quartieri. Stringono alleanze con i vecchi boss in declino e distruggono le paranze avversarie. Gestiscono piazze di spaccio che fatturano migliaia di euro. Una pesca a strascico che non tiene conto di niente e nessuno. Non a caso “paranza”, che in gergo camorristico indica un gruppo criminale, è un termine di origine marinaresca.  Le “Paranze” sono infatti le piccole imbarcazioni che con le reti pescano pesci per la frittura. Questi giovani sono corvi neri, senza scrupoli, violenti nelle parole ma soprattutto nei fatti. Saviano e Gelardi sono abili a fotografarli in un momento chiave, quello della crescita, il passaggio ancestrale dall’infanzia all’età adulta. Un’ascesa irrefrenabile, una sete di potere che finirà per inghiottire Nicolas in un accostamento ideale con Riccardo III. Il sangue bagna Napoli La paranza dei bambini è un dramma puro. Davvero sorprendente è  la resa teatrale del testo di Saviano. Un’opera che incredibilmente appare più profonda se vissuta a teatro. Assistere infatti alle interpretazioni degli attori in scena è godimento puro. Non si può non evidenziare la prova di Riccardo Ciccarelli, il giovane attore partenopeo merita una citazione […]

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Teatro

Qualcuno volò sul nido del cuculo, il grande cinema al Teatro Bellini

“Almeno ci ho provato, vacca troia… Almeno ci ho provato”. Randle McMurphy Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo’s Nest) è uno dei film più celebri della storia della cinema. Diretto da Milos Forman, si avvale della straordinaria interpretazione di Jack Nicholson. Rientra nel ristretto novero, con Accadde una notte e Il silenzio degli innocenti, delle opere ad aver vinto i cinque Oscar principali. Nel 1976 fu premiato come miglior film, per il regista, gli attori e la sceneggiatura. Un en plein che lo proietta di diritto nella storia della cinema. Qualcuno volò sul nido del cuculo: la trasposizione teatrale al Bellini Al Bellini tocca così alla settima arte a subire una trasposizione teatrale. L’adattamento del pluripremiato film di Milos Forman è in scena da ieri sera fino al 25 marzo, in una stagione che ha visto il teatro di Via Conte di Ruvo mettere numerose opere letterarie in scena, con un occhio particolare per il lavoro di Dostoevksij grazie alle rappresentazioni di Delitto/Castigo e Il giocatore. Numerose sono le collaborazioni di prestigio che hanno preso parte a questa opera. Lo spettacolo è diretto da Alessandro Gassman, mentre l’adattamento è stato curato da Maurizio De Giovanni: due nomi di spessore che rappresentano l’architrave dell’intero spettacolo. Qualcuno volò sul nido del cuculo vede però la partecipazioni di attori ormai punto di riferimento per la scena teatrale italiana: Daniele Russo e Elisabetta Valgoi in primis, nei panni di Randle McMurphy e dell’infermiera Ratched, Giacomo Rosselli, Emanuele Maria Basso e Alfredo Angelici tra gli altri. Uno stormo di tre oche, una volò ad est, una volò ad ovest, una volò sul nido del cuculo Lo spettacolo dunque trova il proprio riferimento più diretto, nell’immaginario collettivo, nel pluripremiato film di Forman del 1975. Opera che però fu basata sul libro pubblicato da Ken Kesey nel 1962, seguita l’anno successivo dal primo adattamento teatrale di Kirk Douglas a Broadway. L’interpretazione di Jack Nicholson, l’amicizia con il grande capo Bromden, la rigidità della Ratched. Per la prima volta nella storia della cultura pop venivano trattati temi fino ad allora considerato tabù: la pazzia, gli ospedali psichiatrici, le malattie mentali. Qualcuno volò sul nido del cuculo subisce così una rielaborazione estremamente personale da parte di Gassman. Randle McMurphy diventa Dario Danise e la sua storia e quella dei suoi compagni si trasferiscono nel 1982, nell’Ospedale psichiatrico di Aversa. L’istrionico attore Daniele Russo conferma la sua crescita professionale e umana con una straordinaria interpretazione dalle molteplici sfaccettature. Dario Danise, così come Randle McMurphy, diviene simbolo di libertà, voglia di scappare da una vita preimpostata e dettata dalle rigide regole della quotidianità. È questo il presupposto sul quale si basa l’intera pièce. I compagni di Danise sono spaventati a tal punto dal momento che c’è fuori dall’accettare di essere sottoposti dal “regolamento” di Suor Luisa. La direttrice dell’OPG di Aversa (nel film miss Ratched, per alcuni metafora della ben più celebre Margaret Thatcher) è interpretata da una strepitosa Elisabetta Valgoi. Sul valore e la splendida riuscita delle interpretazioni […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Richard Galliano, al via il Festival MANN

Il jazz di Richard Galliano al Museo Archeologico Ricomincia il Festival MANN. La manifestazione, giunta alla seconda edizione, si svolgerà anche quest’anno negli spazi insoliti ma affascinanti del Museo Archeologico. Un luogo sicuramente inusuale per un evento del genere. Forse è proprio questa la forza del Festival. È infatti difficile trovare un altro posto dove poter dialogare con Daniel Pennac, o ammirare la musica di Michael Nyman all’ombra delle innumerevoli statue greche e romane. Per dire tra gli ospiti più attesi di questa edizione. L’idea di un museo moderno come spazio da vivere a tutto tondo, che non si limita alla semplice visita scolastica o pomeridiana. Richard Galliano è uno dei più grandi compositori viventi. Nato in Provenza nel 1950, virtuoso della fisarmonica, unico esponente di questo particolare strumento a registrare per la prestigiosa etichetta “Deusche Grammophon”. Considerato l’erede di Astor Piazzola, l’uomo che rivoluzionò per sempre il tango. Proprio l’incontro, nel 1980, con il musicista argentino ha cambiato la vita di Galliano. Il fisarmonicista da quel momento incentrò la ricerca sui propri generi e stili preferiti. Il tango, senza dubbio. Ma anche la tradizione mediterranea e la samba. Richard Galliano ha portato in scena questo insieme tra generi così apparentemente contraddittori sul palco della Sala della Meridiana. D’altronde, pochi luoghi come Napoli sono capaci di unire stili e culture differenti. Atmosfere francesi, tango angertino, ritmi brasiliani Lo stesso Galliano ha infatti elogiato Napoli sotto questo punto di vista. Il musicista francese non è nuovo ad esibirsi all’ombra del Vesuvio. Memorabile fu il suo concerto nel 2014 con Marco Zurzolo sul “Gran Cono” del vulcano più famoso del mondo. Napoli che entra di diritto nel cuore di Galliano, al pari di città multietniche e controverse, come Buenos Aires o Marsiglia. Richard Galliano è stato capace di ricordare quanto la forza della musica può valere più di mille parole. Le sue composizioni trasportano infatti l’ascoltatore nei luoghi d’ispirazione del jazzista. Per un attimo, più che sotto il soffitto settecentesco della Sala della Meridiana, sembra di potersi specchiare nelle acque del Vieux Port o passeggiare sull’Avenida 9 Julio. L’omaggio ad Astor Piazzola Il grande merito di Galliano sta nella sua originalità, nell’essere riuscito a mescolare tutte queste culture in una nuova musica, fatta di jazz e di tradizioni filtrate dalle proprie esperienze. Dalle ballads a echi di valzer, passando per il Tango Nuevo di Piazzola. Proprio il maestro argentino è stato omaggiato a più riprese durante il concerto. In particolare con un arrangiamento di una delle più celebri composizioni, Libertango. Il Festival MANN comincia insomma come meglio non potrebbe. Con una Sala della Meridiana gremita per omaggiare uno dei più grandi jazzisti viventi. La manifestazione avrà luogo fino al 28 marzo. Tanti gli ospiti attesi, oltre ai già citati Nyman e Pennac. Paolo Fresu, Carlo Verdone e Rick Wakeman tra gli altri. Per un’edizione che punta alla conferma e alla crescita di uno dei progetti più interessanti in città.

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Teatro

TRAM, debutta Malagrazia di Phoebe Zeitgest

Malagrazia al TRAM Continua la stagione teatrale al TRAM. Il piccolo teatro, sito nel cuore del centro storico, è ormai un punto di riferimento culturale per la città di Napoli. Questa settimana sarà in scena, dal 15 al 18 marzo, Malagrazia. Uno spettacolo ideato da Phoebe Zeitgest, gruppo teatrale fondato nel 2008 a Milano dal regista Giuseppe Isgrò. Malagrazia nasce da un’idea di Michelangelo Zeno, scrittore e drammaturgo milanese. I temi principali della compagnia teatrale emergono tutti con forza nell’ora e venti di spettacolo. La lotta tra parola e corpo, la persistenza dell’immaginario, il potere e le sue ripercussioni nelle relazioni private. In un’isola non specificata, che potrebbe essere in ogni dove, si svolge la storia di Sebastiano e Carmelo: due fratelli assediati dal pensiero costante di ciò che è fuori, di ciò che è stato e ciò che sarà. Sebastiano e Carmelo sono orfani che riscrivono la propria vita familiare, sono superstiti all’alba di una nuova era. I loro dialoghi assurdi ed esistenzialisti spiazzano continuamente lo spettatore. L’amore tra due fratelli piano piano finisce con l’abbandonare le dimensioni del lecito e del comune. La grazia che viene dal male L’isola di Sebastiano e Carmelo non viene mai specificata nel corso dello spettacolo. Potrebbe essere pertanto qualunque luogo, qualsiasi città. Malagrazia è ispirata fortemente dall’opera del drammaturgo palermitano Franco Scaldati, autore che dedicò gran parte del proprio lavoro alla terra natale, la Sicilia. I due gemelli simulano nel corso dell’opera mondi passati e presenti. Sebastiano e Carmelo sono esemplari di una nuova specie, all’alba di un mondo tutto da scoprire. Ogni oggetto e ogni ricordo che rimangono sull’isola acquista un nuovo significato, un uso improprio o paradossale. Vengono sperimentati mondi nuovi, passati ed eterni, fino alla ricerca dell’origine dell’uomo. Malagrazia offre diversi spunti particolarmente interessanti. Diverse possono essere le chiavi di lettura, per uno spettacolo che non perde la leggerezza nonostante la gravità delle tematiche analizzate. La paura della morte, innanzitutto: un timore ancestrale, che accomuna tutti gli uomini di ogni generazione. Al quale Sebastiano e Carmelo trovano però un rimedio nei loro dialoghi. L’amore, con la sua forza prepotente, che sia passione per una persona o per una particolare attività. Nessuno vive per sé stesso Nota di merito per gli attori Edoardo Borbone e Daniele Fedeli. I due giovani interpreti meritano un plauso per il loro coraggio nel mettere in scena un’opera di certo non semplice. La scrittura di Michelangelo Zeno lascia continuamente di stucco chi assiste alla messinscena. Evidente è l’influenza del lavoro di Franco Scaldati, così come le opere di teatro dell’assurdo. Malagrazia è la storia di due gemelli , Sebastiano e Carmelo, emblemi della solitudine in attesa della maturazione dei nostri sogni. Nella storia dei due emerge tutto lo sconforto di un’umanità terribilmente dilaniata dalla paura di restare con sé stessa. La vertigine emotiva di Michelangelo Zeno arricchisce lo spettatore, lasciandolo sgomento nel tentativo di trovare interpretazioni personali. Malagrazia è la “grazia che viene dal male”, ovvero l’incredibile e controversa capacità umana di resistere alla catastrofe.

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Teatro

Frida y Mexico, l’arte approda al TRAM

Concerto per Frida Khalo Della vita di Frida Kahlo si è scritto ormai di tutto. Un’esistenza tormentata e passionale, degna di un’artista ribelle ai canoni della società e della quotidianità. Molteplici sono le versioni di questa piccola e geniale messicana. C’è una Frida anticonformista, una Frida icona delle donne, una Frida militante comunista. Ossessionata dal suo rapporto con un corpo gracile segnato da un incidente in autobus all’età di diciotto anni. Grazie alla voce di Ana Rita Rosarillo e alle letture di Rita Russo, gli strazi e le gioie dell’artista messicana approdano sul palco del TRAM. Il teatro, sito nel cuore di Port’Alba, si conferma punto di riferimento per un riuscito connubio tra arte e teatro. Il concerto segue infatti l’iniziativa Vissidarte-L’arte racconta i pittori. Una serie di spettacoli e workshop dove gli spettatori hanno assistito alle vicende di artisti geniali e tormentati: da Vincent Van Gogh a Oscar Wilde, passando per la Gioconda di Leonardo da Vinci. La Khalo è una delle più grandi artiste del Novecento. Figlia della rivoluzione messicana, al punto da cambiare la propria data di nascita dal 1907 al 1910, anno che segna l’inizio delle lotte che portarono alla fine del regime di Porfirìo Diaz. Frida y Mexico scava nell’animo dell’artista, per raccontare i suoi sogni e le angosce. C’è l’amore folle per Diego Rivera, ci sono le sue esperienze bisessuali, i successi con le mostre a New York e Parigi. Frida y Mexico,pasiòn en musica Lo spettacolo, grazie alla sua struttura sofisticata, analizza anche un aspetto spesso sottovalutato della sua vita: il suo rapporto con la musica. Partendo dall’animo latino di Rosarillo, italo-argentina, Frida y Mexico alterna una selezione di canzoni classiche messicane e i successi del jazz americano che la Kahlo amava. “La llorona”, “Paloma negra”, “Sandunga”, “Cielito Lindo”. Mariachi e latinos approdano così sul palco del TRAM. Figure tipiche di quel folklore messicano che tanto le fu caro. Frida y Mexico è anche un omaggio alla canzone sudamericana e argentina. La Rosarillo ha scelto saggiamente di omaggiare in questo modo la sua terra natia. Ci sono anche riferimenti all’Europa, le cui canzoni Frida imparò ad amare nei suoi pochi viaggi all’estero. Importante è anche il riferimento a Maxine Sullivan, precorritrice di Ella Fitzgerald e Billie Holiday, l’artista jazz americana che  amava di più.  

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Teatro

Qui e ora di Mattia Torre debutta al Teatro Nuovo

Continua la stagione teatrale al Teatro Nuovo. Sito nel cuore dei quartieri spagnoli, punto di riferimento culturale per la città, il teatro vede approdare sul proprio palcoscenico Qui e Ora, spettacolo diretto da Mattia Torre, scrittore e regista capitolino. Prodotta da Marco Balsamo e Fabrizia Pompilio, l’opera sarà in scena fino al 25 febbraio. Sullo sfondo della parata militare del 2 giugno, due scooter si scontrano sul Raccordo Anulare. Le frecce tricolore brillano nel cielo mentre in terra c’è l’inferno. Una scena quotidiana, apparentemente banale, avvenuta chissà quante volte nel traffico di Roma. Grazie all’umorismo di Mattia Torre essa diviene il pretesto per offrire uno spaccato dell’Italia. Una società arrabbiata, ottusa, esterofila. Sempre sull’orlo della guerra civile ma, in realtà, maestra nell’arte dell’arrangiarsi. Valerio Aprea e Paolo Calabresi sono i protagonisti della messinscena. Entrambi gli attori sono noti non solo alle platee teatrali ma anche al grande pubblico, grazie alle loro partecipazioni ad alcuni dei maggiori programmi nazionali, da Boris alle Iene. Il feroce umorismo di Mattia Torre Gli attori sono straordinari a rovesciare col passare del tempo le premesse iniziali. Se l’uno era inizialmente vittima e l’altro carnefice, in attesa dei trascorsi tutto si capovolge. L’opera è un turbinio continuo di accuse e reazioni. Con l’aiuto dello black humour di Torre, più che a una comune commedia sembra di assistere a un’opera di teatro dell’assurdo. Un Endgame in salsa capitolina. Paolo Calabresi è Aurelio, volto noto dei programmi culinari. Un cuoco brillante dalla vita mondana che ha di sé l’immagine di un superuomo. Valerio Aprea è Claudio, disoccupato e divorziato della provincia romana che fatica a trovare un impiego. Proprio il conflitto tra queste due personalità così differenti è il presupposto su cui si regge l’intero spettacolo. La scena si apre in medias res. I due scooter giacciono sullo sfondo, distrutti dallo scontro. Claudio è a terra moribondo e fa fatica a rialzarsi. Aurelio, noncurante dell’uomo ferito, è invece alla prese con i suoi impieghi di lavoro. Uno specchio, perché no, di una società sempre più veloce, ma che pecca sempre più di umanità. Calabresi e Aprea rovesciano completamente le premesse iniziali Comincia così uno scontro tra due vite completamente opposte. Nell’ora e dieci di attesa dei soccorsi- e del tempo teatrale della vicenda- si assiste al confronto tra la mondanità e l’ordinarietà. Tantissime sono le accuse che i due si rivolgono a vicenda. Inizialmente è Aurelio a prendersi la scena definendo a più riprese Claudio un rustico, un uomo che viene dal passato. Con il proseguo dell’opera è però il disoccupato romano a prevaricare. Claudio identifica nella sciccheria di Aurelio il male del nostro tempo, in un crescendo finale di accuse che porteranno gradualmente alla conclusione. Grazie alle straordinarie interpretazioni dei protagonisti, Qui e Ora rovescia completamente le aspettative iniziali dello spettatore.  La diatriba tra Aurelio e Claudio non è solo divertente e spassosa, grazie anche alla scrittura tagliente di Mattia Torre e ai suoi continui riferimenti ai luoghi comuni del nostro tempo: Qui e Ora è metafora dei […]

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Teatro

Certe Notti con Luciano e Felice Panico al Teatro Gloria di Pomigliano

Io, Ligabue e altre storie “Certe Notti con Luciano – Io, Ligabue e altre storie” torna in scena. Continua la tournée di Felice Panico, dopo il fortunato debutto a Napoli. Autore e attore teatrale, vanta all’attivo importanti collaborazioni, tra cui qulle con Marco Baliani, Roberto Andò, Giuseppe Bertolucci, Rocco Papaleo. Lo spettacolo è approdato in un luogo simbolo per il regista, Pomigliano d’Arco, sua città natale. Città che ha dato inizio a una carriera ormai quasi ventennale. Quello che un tempo era un ragazzo alle prese con i primi amori liceali ora è un affermato regista teatrale. Se c’è un elemento che ha accomunato questi venti anni è però la musica di Luciano Ligabue. Autori di testi e melodie dove è possibile specchiarsi, trovando le parole giuste che altrimenti mancherebbero. Così le canzoni di Ligabue diventano il pretesto sul quale si poggia l’intero spettacolo. “Certe notti con Luciano” è un’opera di teatro canzone, forma cara a Felice Panico. Nessun attacco alla borghesia e alla società tipiche dei riferimenti gaberiani. “Certe Notti con Luciano” è la storia di un ragazzo di provincia che ha realizzato i propri sogni. Passando per l’università a Roma, le estati pugliesi nei villaggi turistici, le prime esperienze teatrali in giro per l’Italia. Per gli amori e i dolori che fanno parte della vita di ogni uomo. Passando per il Liga. Certe notti con Luciano Sulla scena Felice Panico è accompagnato da Ernesto D’Arienzo (percussioni), Umberto Esposito (tastiere), Giovanni Nocerino (basso), Davide Tammaro (chitarra). Assoli e intermezzi acustici che ripercorrono i sogni di rock’n’roll, quelle certe notti, da farci l’amore fin quando fa male fin quando ce n’è. Di quella notte sul Lungotevere. Oppure di quella magica estate del 2006, con l’Italia ‘pallonara’ sul tetto del mondo. La musica ci riporta indietro indietro al 1995. L’anno di Buon compleanno Elvis. “Vivo o Morto X”, “I ragazzi sono in giro”, “Hai un momento Dio?”. Ma soprattutto Certe Notti. Il disco segna l’ingresso prepotente di Ligabue nel pantheon della musica italiana. Lui, all’epoca, era un indie dai capelli lunghi fino alle spalle e con gli stivali da cowboy. Che con le sue canzoni arriva a un ragazzo di provincia, dagli occhiali ‘modello Prima Repubblica’ e dai mocassini Lumberjacks. Voglioso di esperienze, di passioni, di amori, di qualcosa in cui credere. Convincendolo ad abbandonare il violino in favore della chitarra. Comincia così una storia lunga vent’anni. Arrivata fino ai giorni nostri, e che deve ancora terminare. Perché, come canta Ligabue, il meglio deve ancora venire. Tanti sono i riferimenti personali della messinscena. Ridurre però “Certe Notti con Luciano” a una semplice opera autobiografica sarebbe riduttivo. Oltre che narcisistico da parte di chi ha ideato lo spettacolo. Tra palco e realtà con Felice Panico “Certe Notti con Luciano” è uno specchio dove poter immergerci. Perché siamo esseri mutevoli, continuamente soggetti alle sfide cui ci pone la vita. Ma c’è sempre quel minimo denominatore che ci accompagnerà per sempre e che aiuta a ricordare cosa eravamo e cosa siamo. Un compito che viene svolto […]

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Teatro

Dostoevskij, il giocatore al Teatro Bellini riletto da Gabriele Russo e Vitaliano Trevisan

“È forse possibile accostarsi al tavolo da gioco senza farsi immediatamente contagiare da superstiziosi presentimenti?” Fëdor Dostoevskij, Il giocatore secondo Gabriele Russo e Vitaliano Trevisan La grande letteratura torna al Teatro Bellini. Fino al 17 dicembre sarà in scena Il giocatore, tratto dal romanzo di Fëdor Dostoevskij. L’opera è il terzo atto di una ideale trilogia della libertà. Il giocatore segue la società dispotica del visionario Arancia Meccanica e l’opprimente ospedale psichiatrico di Qualcuno volò sul nido del cuculo. Quest’ultima messinscena, diretta da Alessandro Gassmann, tornerà sul palco del Bellini nel mese di marzo. Diretta da Gabriele Russo, la pièce riprende fedelmente la struttura narrativa di Dostoevskij. Siamo a Roulettenburg, una cittadina fittizia della Germania. Il giocatore narra di un giovane precettore, Aleksej Ivànovic (Daniele Russo), che perde interesse nei confronti di tutto ciò che lo circonda. In nome di un’unica passione, alienante e dispotica: il gioco d’azzardo. La vicenda si svolge in un’atmosfera affascinante e atemporale, tra baroni tedeschi, francesi manipolatori, gentlemen inglesi. Ivànovic è follemente innamorato della giovane Polina (Camila Semino Favro), figliastra di un generale russo. Amore, tuttavia, non ricambiato. Sullo sfondo agiscono altri personaggi particolarmente caratterizzati. Il generale russo, interpretato da Marcello Romolo, a sua volta innamorato perdutamente di M.lle Blanche (Martina Galletta). Attorno a questo nucleo agiscono l’inglese Mr. Ashley (Alfredo Angelici) e il marchese De Grieux (Sebastiano Gavasso). Una straordinaria Paola Sambo è Antonida Vasil’evna, la baboulinka che spezzerà l’equilibrio della prima parte dopo l’intervallo. Dostoevskij e la grande letteratura al Teatro Bellini Il giocatore è probabilmente l’opera di Dostoevskij nel quale sono presenti maggiori spunti autobiografici. Lo stesso romanziere russo soffrì a più riprese di problemi di ludopatia. Il ricordo di quanto vissuto in prima persona e la straordinaria abilità narrativa del romanziere russo si intrecciano così in un’unica opera, permettendo di tastare con mano, di vivere direttamente le vicende di Aleksej Ivànovic (vero e proprio alter ego di Fëdor Dostoevskij). La stessa genesi creativa del romanzo è da rintracciarsi nella scommessa e nel rischio. Il giocatore è stato scritto nel 1866, anno particolarmente tragico nella vita di Dostoevskij. Vedovo e dedito alla roulette, Fëdor Michajlovič si rivolse all’editore Stellovskij per pubblicare un nuovo romanzo. Stellosvij gli diede un ultimatum di dieci mesi, fino al novembre del 1866, per dare alle stampe una nuova opera. In caso contrario, gli sarebbero spettati tutti i diritti d’autore delle opere di Dostoevskij. Il romanziere russo dimenticò completamente la scadenza. Nell’ottobre dello stesso anno decide di affidarsi ad una stenografa per completare un nuovo romanzo entro la scadenza prefissata. Il libro fu ultimato in soli ventotto giorni, salvando Dostoevskij dal rischio di perdere tutto. E nacque un amore con la stenografa, Anna Grigor’evna. Un vortice senza uscita di azzardo, amori, passioni Il gioco d’azzardo è così il vero protagonista del romanzo e della messinscena. Esso è presente, in forma di metafora o di allusione, ovunque: è nelle relazioni ossessive dei personaggi, nei vani momenti di luce nel buio della ludopatia, nei rilanci cui sono costretti dalle circostanze. “Zéro!” afferma a più riprese Ivànovic con la baboulinka Antonida Vasil’evna, nel casinò […]

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Recensioni

“Quel gran pezzo della Desdemona” di Luciano Saltarelli al Teatro Bellini

Desdemona tra Shakespeare e Lando Buzzanca. Accostare Shakespeare e la commedia sexy all’italiana non è proprio esercizio da tutti i giorni. Da un lato, il più grande drammaturgo della cultura occidentale. Dall’altro, più che un genere cinematografico, un sottogenere che ha accomunato registi e attori italiani durante gli anni settanta. Lino Banfi, Lando Buzzanca e Pippo Franco tra gli altri. Sarebbe dunque difficile anche solo lontanamente trovare un punto di contatto tra Shakespeare e le pellicole appena citate. Luoghi, tematiche e protagonisti profondamente diversi l’uno dall’altro. Apparentemente inconciliabili. Luciano Saltarelli però ha saputo coniugare la struttura narrativa del Bardo dell’Avon con il gusto trash della commedia sexy. È su questo gioco di contrasti che si poggia Quel gran pezzo della Desdemona, spettacolo di cui Saltarelli è regista e attore e che sarà in scena al Teatro Bellini fino al 3 dicembre. Prodotto da Napoli Teatro Festival, Quel gran pezzo della Desdemona è una rivisitazione dell’Otello di Shakespeare. Una versione va detto, estremamente licenziosa. Della tragedia del Bardo resta poco e niente: oltre che i nomi originali, rimangono le numerosi citazioni e i riferimenti disseminati qua e là nella messa in scena. L’operazione risulta però estremamente dilettevole e aiuta a riflettere su un periodo controverso della nostra storia recente. Gli anni di piombo. Quelli delle brigate rosse, dei neofascisti, degli anarchici e delle masse in cerca di lavoro. Desdemona: tragedia sexy all’italiana di Luciano Saltarelli La vicenda è ambientata nella Milano degli anni settanta. Una Milano infiammata da lotte di classe e atti terroristici, che accoglie fiumi di meridionali in cerca di fortuna nelle fabbriche. In questo contesto agiscono i personaggi: maschere gaudenti, superficiali e sessuomani. Tutte accomunate da quel gusto trash di cui già si è detto. Tipico di una città vogliosa di emanciparsi da anni bui, ma ancora lontana dal diventare la Milano da bere del decennio successivo. Rebecca Furfaro è la bellissima e avvenente Desdemona. Una pin-up che potrebbe recitare tranquillamente accanto a Lando Buzzanca. Desdemona è la figlia di Brambilla, proprietario di una fabbrica di manichini. Nell’azienda del Cavaliere, interpretato dallo stesso Saltarelli, lavorano gli altri protagonisti della vicenda. Moro (Luca Sangiovanni) è un emigrato dal profondo sud. Operaio efficientissimo, un soldatino nella mani di Brambilla. Egli è muto, privo di voce da quando salvò la fabbrica da un incendio. Lo stesso Saltarelli e Giampiero Schiano sono Jago e Cassiolo, personaggi che agiscono spesso assieme nella messinscena. Cassiolo è un operaio romano, perdutamente innamorato di Desdemona. Per conquistare la bellissima figlia di Brambilla si serve degli stratagemmi di Jago: un “gentiluomo napoletano”, per sua stessa definizione, infimo e astuto che truffa continuamente lo sciocco Cassiolo. Metti un Bardo a Milano La contrapposizione tra i due dialetti, romano e napoletano, è davvero riuscita. Le scene con Cassiolo e Jago sono tra le più divertenti dello spettacolo. “Chistu è propeto strunz” afferma a più riprese Jago in riferimento al collega romano. Assiolo dovrà però lottare con Moro, di cui a sua volta è perdutamente innamorata Desdemona. Completano il quadro gli altri personaggi femminili della […]

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Teatro

Teatro Bellini, in scena “Il nome della rosa”

Al Teatro Bellini è in programma Il nome della rosa: trasposizione dell’omonimo romanzo di Umberto Eco, che farà tappa a Napoli fino al 26 novembre per la regia di Leo Muscato, con Luca Lazzareschi e Luigi Diberti tra gli altri. Una parentesi, quella napoletana, prevista nel mezzo di una tournée che toccherà i teatri di tutta Italia, da Milano a Roma, passando per Firenze e Padova. Il nome della rosa è l’opera più famosa di Umberto Eco (1932-2016), intellettuale, semiologo e accademico tra i più importanti del Novecento italiano, la cui recente scomparsa è una ferita ancora aperta nel cuore di molti. Fu tra i pochi intellettuali capaci di unire più che di dividere; peculiare era la sua capacità di rendere fruibile la sua immensa sapienza anche a chi di cultura non ha mai vissuto direttamente. E il romanzo in questione è proprio uno dei maggiori esempi in tal senso. Vincitore del Premio Strega nel 1981, inserito tra i 100 libri del XX secolo da Le Monde: sono tanti i riconoscimenti di cui può fregiarsi Il nome della rosa. L’opera viene ricordata anche per la versione cinematografica del 1987 di Jean-Jacques Annaud, con un indimenticabile Sean Connery. Oggi il romanzo, che definire storico, giallo o filosofico è riduttivo, vive la sua prima trasposizione teatrale. Il nome della rosa diverte, commuove e fa riflettere Come in una sorta di dejavù veniamo proiettati in una fantomatica abbazia di ordine cluniacense dell’Italia settentrionale. Teatro di omicidi, veleni, intrighi e scoperte. Si viene catapultati agli inizi del XIV secolo, nel culmine della lotta tra Chiesa e Impero e riappaiono figure familiari quali Guglielmo da Baskerville e il suo giovane scudiero Adso da Melk. I due vengono incaricati dall’ansioso abate Abbone di far luce sull’omicidio del confratello Anselmo. Tornano Jorge Da Burgos, l’anziano frate cieco, e l’inquisitore Bernardo Gui. Per non dimenticare il celleraio Remigio da Varagine e l’anziano Alinardo da Grottaferrata. Personaggi entrati di prepotenza nell’immaginario collettivo, grazie al successo del libro e del film. Leo Muscato ha provato a reinterpretare in maniera personale queste maschere. Un rischio calcolato, quello del regista di Martina Franca. Prima che uno dei più apprezzati autori del panorama teatrale italiano, Muscato è stato infatti un appassionato lettore del romanzo di Eco. L’opera viene scomposta e analizzata minuziosamente in ogni sua parte. La versione teatrale si compone di undici quadri tematici che scandiscono lo spettacolo, segnati da continui cambi di spazio. Lo spettatore dimentica quanto già letto o visto in precedenza e viene immerso in nuove dimensioni percettive Un’operazione non facile, quella di ricreare uno spazio temporale e scenico credibile, soprattutto per le numerose citazioni e descrizioni presenti all’inizio di ogni capitolo del libro. La scenografia è solo apparentemente spoglia; in un ambiente così piccolo come quello teatrale sembrerebbe difficile ricreare i mille luoghi dell’abbazia. Grazie però a giochi di luce, proiezioni, interpretazioni entriamo man mano nell’erboristeria, nella biblioteca, nel cortile, nella chiesa. Quando Adso e Guglielmo approdano in abbazia siamo lì con loro, a patire il freddo sotto la neve. Nelle […]

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Teatro

“Mozart chi?” al Piccolo Bellini. Mozart secondo Antonio Salieri

Antonio Salieri è stato uno dei più grandi compositori italiani del Settecento. Cittadino della Repubblica di Venezia, visse gran parte della sua esistenza presso la corte di Vienna. Uomo geniale, ebbe come allievi artisti della portata di Beethoven, Schubert e Liszt. Le verità del maestro Salieri La fama di Antonio Salieri non è però legata al suo pur eccezionale talento. Nell’immaginario collettivo Salieri è infatti l’eterno rivale di Wolfgang Amadeus Mozart, vuoi anche per il successo di un film come Amadeus. Diretto da Miloš Forman, vincitore di otto premi Oscar, Amadeus ha la propria voce narrante in un Salieri vecchio e decrepito, ricoverato in un manicomio. Il compositore confessa infatti la propria profonda ammirazione per il genio di Mozart, accompagnata da un contemporaneo odio per la persona, una invidia tale da desiderarne perfino la morte. Antonio Salieri è stato però una personalità molto più complessa di quel che potrebbe sembrare in apparenza. La storia infatti ha un debito con questo personaggio. Solitamente inquadrato come il rivale di Mozart, in realtà l’inimicizia tra i due è priva di qualsiasi fondamento. Salieri ebbe tra i suoi pupilli uno dei figli di Mozart, Franz Xaver Wolfgang. Inoltre mentre il veneziano riscosse un successo strepitoso già in vita, la fama di Wolfgang crebbe dopo la morte. Amadeus vs Antonio Salieri Mozart chi? è l’ultimo lavoro di Vittorio Cielo, finalmente in scena al Teatro Bellini, fino al 19 novembre. Nell’atmosfera intima e raccolta del Piccolo Bellini, simil-teatro borghese settecentesco, il regista continua così il racconto inedito dei geni del passato, sulla scia dello scorso anno, quando ottenne un grande successo con Shakespeare in Love with Marlowe. Mozart chi? è il ritratto di Wolfgang Amadeus Mozart, “il compositore più universale della storia della musica occidentale”. Produzione affidata a TTR- Il Teatro di Tato Russo. Un affresco inedito che indaga sul genio ma anche sul mito dell’austriaco. Il tutto grazie alla narrazione, ancora una volta, di Antonio Salieri. Mozart chi? è proprio il punto di vista del compositore veneziano su Amadeus, raccontato attraverso un ampio materiale biografico recentemente pubblicato. Anche i Quaderni di Conversazione di Ludwig Van Beethoven sono stati fonte di ispirazione, appunti cui il compositore tedesco affidò i propri pensieri una volta raggiunta la cecità. Il testo di Vittorio Cielo è completato dalla sapiente prova attoriale di Ennio Coltorti. L’intera messinscena si poggia sulla sua interpretazione. Il monologo di Salieri commuove e diverte, non perde mai il ritmo per tutta la durata dei sessanta minuti previsti. L’esistenza di Mozart viene ispezionata con cura e meticolosità, ed estremamente spassosi risultano i riferimenti alla vita sessuale di Amadeus. Salieri effettua numerosi salti temporali, criticando il nostro tempo. Oggetto di scherno è anche l’arte, in particolare questa concezione a suo dire diffusasi dell’artista come “dio sociale”. Mozart chi? Il monologo è accompagnato da musica d’eccezione. In una messinscena così volutamente povera, Antonio Di Pofi e Monica Berni illuminano il palco con pianoforte e flauto. Lui ha all’attivo più di 50 colonne sonore per film di successo, lei è stata per anni […]

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Comunicati stampa

Maldestro in concerto al teatro Sannazaro di Napoli

Un duplice ritorno a casa per Maldestro, cantautore-rivelazione del 2017, con il concerto che lo vedrà protagonista il 15 novembre al Teatro Sannazaro, e che aprirà la rassegna “Sound of the City” a cura dell’etichetta Jesce sole: oltre ad essere un ritorno a Napoli, la città che gli ha dato i natali, suonare su di un palcoscenico teatrale ha – nel caso di Maldestro – il sapore di un qualcosa di “familiare”, data la nutrita esperienza da attore ed autore di teatro che il giovane ed apprezzato cantautore vanta. Reduce da un fortunato ed intenso tour in giro per l’Italia, mercoledì porterà in scena la sua musica, quella che i muri interiori, come tra le persone, o tra le persone e le istituzioni, prova, con la poesia e storie di vita quotidiana, a demolire, a buttare giù. Maldestro, con il brano “Canzone per Federica”, ha partecipato allo scorso Festival di Sanremo classificandosi secondo tra le Nuove Proposte e facendo incetta di premi, tra i quali il Premio della critica “Mia Martini”. Così, dopo aver raccolto riconoscimenti ambiti ed una calorosa quanto trasversale risposta di pubblico, il cantautore napoletano regalerà ai presenti una performance, ora trascinante ora intimistica, che attingerà a piene mani dall’ultimo album, uscito il 24 marzo. Nella scaletta, inoltre, saranno incluse canzoni come “Sopra al tetto del comune” e “Dannato amore”, tratte dal disco d’esordio “Non trovo le parole” del 2015. Ospiti della serata, Gnut e Alessio Sollo ed il duo Ebbanesis (Viviana Cangiano e Serena Pisa).

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Cinema & Serie tv

The Deuce, al via la nuova serie HBO

The Deuce, l’ultima fatica di HBO The Deuce è l’ultima serie originale HBO. Composta da otto episodi, andrà in onda a partire da martedì 24 ottobre su Sky Atlantic. HBO torna dunque prepotentemente sul piccolo schermo. Lo fa dopo il fallimentare Vinyl, progetto cancellato dopo una sola stagione. Ideatori del progetto sono David Simon e George Pelecanos, già collaboratori in passato di serie di successo come The Wire e Treme. La serie è ambientata agli inizi degli anni ’70 a New York. A Times Square due fratelli gemelli, Vincent e Frankie Martino, lavorano per la mafia americana. Nella stessa zona agisce Candy (Maggy Gyllenhaal) prostituta che vede nella neonata industria pornografica una fonte di guadagno. James Franco interpreta contemporaneamente Vincent e Frankie. Franco, già protagonista in brillanti opere cinematografiche, si supera con questa prova attoriale doppia. James Franco e Maggie Gyllenhaal sono i pesi massimi su cui si regge The Deuce Le tematiche affrontante da The Deuce non sono nuove. Così come le ambientazioni. Da un’analisi preliminare potrebbe emergere l’accostamento con opere quali Boogie Nights. Un aspetto però sembra chiaro, a giudicare dal materiale finora a disposizione, in attesa di visionare la serie. The Deuce non vuole essere ridotta ad un mero ritratto dell’industria pornografica. La Grande Mela degli anni ’70 non è altro che il pretesto per narrare l’America, di ieri e di oggi. Un paese che nonostante continui e ripetuti errori fatica a riguardare il proprio passato. Quanto si è appena detto rappresenta proprio la maggior incognita dietro The Deuce. Un progetto accattivante, con una tematica e un’ambientazione insolite, sia per il piccolo che per il grande schermo. La presenza di attori di assoluti livello quali i già detti Franco e Gyllenhaal garantisce qualità e virtuosismo. Per non parlare di Emily Meade, Michael Rispoli e Gary Carr. David Simon e George Pelecanos sono le menti di alcune delle serie più premiate degli ultimi anni. The Deuce: fenomeno pubblicitario o prodotto di qualità? Resta da verificare fino a che punto gli effetti scenici e i nomi altisonanti siano la punta o meno dell’iceberg. Se dietro tutto questo sfarzo c’è effettivamente delle sostanza. Le serie TV hanno praticamente sostituito il cinema negli ultimi anni. Per qualità delle produzioni, degli interpreti, delle ambientazioni. Film che a parte rarissimi casi faticano ad adattarsi al tempo che cambia. Anche le serie TV, come ad Hollywood, si dividono in mega produzioni di facciata e in prodotti che effettivamente riescono ad entrare nel cuore della gente. The Deuce al momento non rientra né nell’una né nell’altra categoria. Per farlo, non resta che aspettare il 24.

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Attualità

Rosatellum, come funziona la nuova legge elettorale

Rosatellum, tutto quel che c’è da sapere Il Rosatellum 2.0 è la nuova legge elettorale appena approvata dalla Camera. Superato il primo ostacolo, dovrà ora essere confermata dal Senato. Il Rosatellum prende il nome dal capogruppo PD alla camera Ettore Rosato. La legge ha il sostegno, oltre che del Partito Democratico, anche di Forza Italia, Lega Nord e centristi. Se verrà approvata, la riforma assegnerà i seggi parlamentari per due terzi con un sistema proporzionale. Il restante terzo sarà invece distribuito con un sistema maggioritario in collegi uninominali.  Come funziona la nuova legge elettorale? Alla Camera ci saranno 232 collegi uninominali, mentre altri 386 seggi saranno assegnati con sistema proporzionale. Per i collegi uninominali, ogni partito o coalizione presenterà un solo candidato. Verrà eletto il candidato che ha ottenuto almeno un voto in più negli altri nel collegio. È la logica anglossassone del first past the post. Per i collegi plurinominali, saranno decisivi i voti conseguiti da ogni lista. I partiti e le coalizioni otterranno un numero di seggi proporzionale rispetto ai voti ottenuti. Altri 12 seggi saranno attribuiti alle circoscrizioni estere. Riguardo il Senato, vale lo stesso principio. 102 i collegi uninominali, 207 quelli plurinominali, 6 i seggi degli eletti all’estero. Per quanto riguarda le circoscrizioni straniere, cambiano le regole. Gli elettori residenti in Italia potranno candidarsi anche all’estero. Gli italiani non residenti in patria invece non potranno candidarsi se negli ultimi 5 anni hanno ricoperto cariche politiche all’estero. No al voto disgiunto Non sarà possibile il voto disgiunto. Ciò che significa che l’elettore sceglie con un’unica croce lista e candidato. Se vota per il suo candidato ai collegi uninominali spalma comunque il voto sull’intera coalizione collegata o sul singolo partito collegato. Se invece traccia la “x” sul simbolo di un partito, il voto si trasferisce solo al candidato uninominale collegato. Affiancato al simbolo di ogni partito ci saranno inoltre i nomi dei candidati del listino bloccato. Candidati che verranno eletti con il riparto proporzionale dei voti. Verrà annullato il voto se dovessero essere barrate contemporaneamente la casella di un candidato al collegio uninominale e quella di una lista diversa. Soglia di sbarramento, pluricandidature, quote rosa Il Rosatellum prevede una soglia di sbarramento. Soglia diversa, rispettivamente, per i singoli partiti e le coalizioni. I partiti non otterranno alcun seggio se si staglieranno sotto la soglia del 3%. Al contrario, le coalizioni per eleggere dei parlamentari dovranno conseguire almeno il 10%. Per i partiti in coalizione, la soglia è dell’1%. Ciò consentirà di distribuire i voti ottenuti dalla lista alla coalizione stessa. Sotto la soglia dll’1%, i voti vanno dispersi. Ciascun potenziale eletto potrà candidarsi in cinque collegi proporzionali differenti. Potendosi poi contemporaneamente presentarsi in un unico collegio uninominale. Saranno dunque consentite le pluricandidature, ma esclusivamente nella quota proporzionale. Se il candidato verrà eletto contemporaneamente nel collegio uninominale e plurinominale, vincerà il primo. Se invece sarà eletto in più di un Collegio su base proporzionale, gli sarà assegnato il seggio corrispondente al seggio in cui ha ottenuto il numero maggiore di […]

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Napoli & Dintorni

Napoli Buskers Festival, l’arte circense in centro storico

Napoli Buskers Festival al via Parte oggi il Napoli Buskers Festival. Busker è un termine inglese che designa gli artisti di strada. Una categoria di persone estremamente variegata. Basta una passeggiata in qualsiasi grande città per rendersene conto. Accomunate però tutte dal fatto di offrire ai passanti uno spettacolo d’intrattenimento. Proprio gli artisti di strada saranno i protagonisti del Napoli Buskers Festival. Diretto dalla rinominata Compagnia dei Saltimbanchi, la rassegna avrà luogo per le vie del centro storico di Napoli. Da Via dei Tribunali fino a Piazzetta Miraglia, il festival animerà dalle 18 alle 21 il cuore pulsante della città. Sono previsti numerosi spettacoli pronti ad accendere la fantasia di grandi e bambini. Si passa dagli spettacoli itineranti di trampolieri e giocolieri. Per arrivare agli immancabili fachiri e clown. E poi i maghi, con i loro effetti speciali. Le danzatrici di ventre, con i loro movimenti sinuosi. Fino alle immancabili bolle di sapone, simbolo di leggerezza. Un evento totalmente gratuito, che ha ottenuto il patrocinio della IV municipalità del comune di Napoli. Gli artisti di strada animeranno il cuore pulsante della città con lo Napoli Buskers Festival La qualità della rassegna è garantita dalla Compagnia dei Saltimbanchi. Forte di un’esperienza ventennale, nel campo dello spettacolo e degli show da circo. Clown e maghi che sanno mescolare perfettamente elementi della tradizione senza tuttavia perdere il pubblico delle ultime generazioni. Il Napoli Buskers Festival sarà una potente miscela di improvvisazione, pantomina, giocolerie. Il tutto con la partecipazione attiva degli spettatori. Non semplici testimoni dell’evento, ma protagonisti dello stesso assieme agli artisti. Saranno dunque i saltimbanchi a farla da padrone questo venerdì sera Napoli. Un’occasione da non perdere, anche per riscoprire sotto una luce nuova il centro storico. Per riscoprire lo spettacolo circense, troppo spesso sottovalutato o  poco celebrato. Arti minori come il cinema o il fumetto sono annoverate tra le forme di spettacolo. Quando poi l’arte è qualsiasi manifestazione del talento espressivo  innovativo dell’uomo.

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Attualità

Tutte le ragioni del referendum della Catalogna

Il prossimo primo ottobre forse si terrà un referendum in Spagna per l’indipendenza della Catalogna. Il governo centrale di Madrid si è fortemente opposto a questa consultazione. Mariano Rajoy, il premier iberico, ha definito il referendum illegittimo e contrario ai principi stabiliti nella Costituzione. Madrid contro Barcellona, insomma. Una partita tutta da giocare non solo in campo calcistico. El clasìco ha reso le rivendicazioni catalane famose in tutto il mondo. Mes qué un club, recita il motto del FC Barcelona. Più che una squadra di calcio. Da Messi vs Ronaldo a Rajoy vs Puigdemont.  Catalogna, tutti i perché del prossimo referendum La crepa catalana ricorda quanto sono precari gli assetti geopolitici in Spagna. Un dibattito secolare che ha trovato nuovo fermento con le ultime vicende di questi giorni. Non bisogna però incappare nell’errore di limitare lo scontro tra Madrid e Barcellona alla sola penisola iberica. La sfida per l’indipendenza non è un gioco, visto che potrebbe moltiplicare le spinte secessioniste in Europa. Nel vecchio continente sono presenti molteplici movimenti e correnti che rivendicano maggiore autonomia se non addirittura l’indipendenza. È il caso della Scozia, ma si potrebbero citare anche le Fiandre e la Baviera. Per tacere dei nostri padani e veneti. L’indipendenza della Catalogna potrebbe essere la classica goccia che fa traboccare il vaso. La Catalogna è, storicamente, la regione più ricca della Spagna e vero motore trainante di un paese che ha subito uno sviluppo importante dopo la caduta del regime franchista. Per poi ripiombare nel baratro con l’avvento della crisi economica del 2008. Il Pil pro Capite della Catalogna è superiore, per citare un dato tra gli altri, a quello del resto della Spagna. La regione è inoltre annoverata tra i quattro motori economici, assieme a Lombardia, Baden-Württemberg e Alvernia-Rodano-Alpi.  La crepa catalana La Catalogna, è importante ricordarlo, rivendica nella propria Costituzione lo status di nazione. Ha un suo inno, una sua bandiera e una sua lingua, il catalano, che viene parlata da tutti i dipendenti pubblici e usata negli atti ufficiali. La regione affonda le proprie radici agli albori dell’impero carolingio, quando spuntarono alcune contee autonome nella regione. Proprio queste ultime svilupparono un’autonomia di fatto perdurata fino al 1714. In quell’anno, nel mezzo della guerra di secessione spagnola, l’esercito catalano fu sconfitto dalle truppe borboniche di Carlo VI d’Asburgo. Il nuovo re eliminò del tutto le istituzioni catalane, sancendo la definitiva sottomissione della regione al potere centrale. La questione catalana rimase sospesa per più di due secoli, fino all’avvento di Francisco Franco. Durante il regime franchista furono eliminati tutti i simboli catalani. Incluso l’utilizzo della bandiera e della lingua negli atti pubblici. Subito dopo la morte del generale, nel 1979, la Catalogna venne riconosciuta come una comunità autonoma all’interno della Spagna. Un riconoscimento condiviso con altre realtà fortemente identitarie, come i Paesi Baschi. Lo statuto affidava ampi poteri alla regione in ambito economico e finanziario, ma nel 2010 fu dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale spagnola. Specie per il passaggio in cui si affermava che la Catalogna fosse una nazione […]

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