Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Attualità

Rosatellum, come funziona la nuova legge elettorale

Rosatellum, tutto quel che c’è da sapere Il Rosatellum 2.0 è la nuova legge elettorale appena approvata dalla Camera. Superato il primo ostacolo, dovrà ora essere confermata dal Senato. Il Rosatellum prende il nome dal capogruppo PD alla camera Ettore Rosato. La legge ha il sostegno, oltre che del Partito Democratico, anche di Forza Italia, Lega Nord e centristi. Se verrà approvata, la riforma assegnerà i seggi parlamentari per due terzi con un sistema proporzionale. Il restante terzo sarà invece distribuito con un sistema maggioritario in collegi uninominali.  Come funziona la nuova legge elettorale? Alla Camera ci saranno 232 collegi uninominali, mentre altri 386 seggi saranno assegnati con sistema proporzionale. Per i collegi uninominali, ogni partito o coalizione presenterà un solo candidato. Verrà eletto il candidato che ha ottenuto almeno un voto in più negli altri nel collegio. È la logica anglossassone del first past the post. Per i collegi plurinominali, saranno decisivi i voti conseguiti da ogni lista. I partiti e le coalizioni otterranno un numero di seggi proporzionale rispetto ai voti ottenuti. Altri 12 seggi saranno attribuiti alle circoscrizioni estere. Riguardo il Senato, vale lo stesso principio. 102 i collegi uninominali, 207 quelli plurinominali, 6 i seggi degli eletti all’estero. Per quanto riguarda le circoscrizioni straniere, cambiano le regole. Gli elettori residenti in Italia potranno candidarsi anche all’estero. Gli italiani non residenti in patria invece non potranno candidarsi se negli ultimi 5 anni hanno ricoperto cariche politiche all’estero. No al voto disgiunto Non sarà possibile il voto disgiunto. Ciò che significa che l’elettore sceglie con un’unica croce lista e candidato. Se vota per il suo candidato ai collegi uninominali spalma comunque il voto sull’intera coalizione collegata o sul singolo partito collegato. Se invece traccia la “x” sul simbolo di un partito, il voto si trasferisce solo al candidato uninominale collegato. Affiancato al simbolo di ogni partito ci saranno inoltre i nomi dei candidati del listino bloccato. Candidati che verranno eletti con il riparto proporzionale dei voti. Verrà annullato il voto se dovessero essere barrate contemporaneamente la casella di un candidato al collegio uninominale e quella di una lista diversa. Soglia di sbarramento, pluricandidature, quote rosa Il Rosatellum prevede una soglia di sbarramento. Soglia diversa, rispettivamente, per i singoli partiti e le coalizioni. I partiti non otterranno alcun seggio se si staglieranno sotto la soglia del 3%. Al contrario, le coalizioni per eleggere dei parlamentari dovranno conseguire almeno il 10%. Per i partiti in coalizione, la soglia è dell’1%. Ciò consentirà di distribuire i voti ottenuti dalla lista alla coalizione stessa. Sotto la soglia dll’1%, i voti vanno dispersi. Ciascun potenziale eletto potrà candidarsi in cinque collegi proporzionali differenti. Potendosi poi contemporaneamente presentarsi in un unico collegio uninominale. Saranno dunque consentite le pluricandidature, ma esclusivamente nella quota proporzionale. Se il candidato verrà eletto contemporaneamente nel collegio uninominale e plurinominale, vincerà il primo. Se invece sarà eletto in più di un Collegio su base proporzionale, gli sarà assegnato il seggio corrispondente al seggio in cui ha ottenuto il numero maggiore di […]

... continua la lettura
Napoli & Dintorni

Napoli Buskers Festival, l’arte circense in centro storico

Napoli Buskers Festival al via Parte oggi il Napoli Buskers Festival. Busker è un termine inglese che designa gli artisti di strada. Una categoria di persone estremamente variegata. Basta una passeggiata in qualsiasi grande città per rendersene conto. Accomunate però tutte dal fatto di offrire ai passanti uno spettacolo d’intrattenimento. Proprio gli artisti di strada saranno i protagonisti del Napoli Buskers Festival. Diretto dalla rinominata Compagnia dei Saltimbanchi, la rassegna avrà luogo per le vie del centro storico di Napoli. Da Via dei Tribunali fino a Piazzetta Miraglia, il festival animerà dalle 18 alle 21 il cuore pulsante della città. Sono previsti numerosi spettacoli pronti ad accendere la fantasia di grandi e bambini. Si passa dagli spettacoli itineranti di trampolieri e giocolieri. Per arrivare agli immancabili fachiri e clown. E poi i maghi, con i loro effetti speciali. Le danzatrici di ventre, con i loro movimenti sinuosi. Fino alle immancabili bolle di sapone, simbolo di leggerezza. Un evento totalmente gratuito, che ha ottenuto il patrocinio della IV municipalità del comune di Napoli. Gli artisti di strada animeranno il cuore pulsante della città La qualità della rassegna è garantita dalla Compagnia dei Saltimbanchi. Forte di un’esperienza ventennale, nel campo dello spettacolo e degli show da circo. Clown e maghi che sanno mescolare perfettamente elementi della tradizione senza tuttavia perdere il pubblico delle ultime generazioni. Il Napoli Buskers Festival sarà una potente miscela di improvvisazione, pantomina, giocolerie. Il tutto con la partecipazione attiva degli spettatori. Non semplici testimoni dell’evento, ma protagonisti dello stesso assieme agli artisti. Saranno dunque i saltimbanchi a farla da padrone questo venerdì sera Napoli. Un’occasione da non perdere, anche per riscoprire sotto una luce nuova il centro storico. Per riscoprire lo spettacolo circense, troppo spesso sottovalutato o  poco celebrato. Arti minori come il cinema o il fumetto sono annoverate tra le forme di spettacolo. Quando poi l’arte è qualsiasi manifestazione del talento espressivo  innovativo dell’uomo.

... continua la lettura
Attualità

Catalogna, tutte le ragioni del referendum

Il prossimo primo ottobre forse si terrà un referendum in Spagna per l’indipendenza della Catalogna. Il governo centrale di Madrid si è fortemente opposto a questa consultazione. Mariano Rajoy, il premier iberico, ha definito il referendum illegittimo e contrario ai principi stabiliti nella Costituzione. Madrid contro Barcellona, insomma. Una partita tutta da giocare non solo in campo calcistico. El clasìco ha reso le rivendicazioni catalane famose in tutto il mondo. Mes qué un club, recita il motto del FC Barcelona. Più che una squadra di calcio. Da Messi vs Ronaldo a Rajoy vs Puigdemont.  Catalogna, tutti i perché del prossimo referendum La crepa catalana ricorda quanto sono precari gli assetti geopolitici in Spagna. Un dibattito secolare che ha trovato nuovo fermento con le ultime vicende di questi giorni. Non bisogna però incappare nell’errore di limitare lo scontro tra Madrid e Barcellona alla sola penisola iberica. La sfida per l’indipendenza non è un gioco, visto che potrebbe moltiplicare le spinte secessioniste in Europa. Nel vecchio continente sono presenti molteplici movimenti e correnti che rivendicano maggiore autonomia se non addirittura l’indipendenza. È il caso della Scozia, ma si potrebbero citare anche le Fiandre e la Baviera. Per tacere dei nostri padani e veneti. L’indipendenza della Catalogna potrebbe essere la classica goccia che fa traboccare il vaso. La Catalogna è, storicamente, la regione più ricca della Spagna e vero motore trainante di un paese che ha subito uno sviluppo importante dopo la caduta del regime franchista. Per poi ripiombare nel baratro con l’avvento della crisi economica del 2008. Il Pil pro Capite della Catalogna è superiore, per citare un dato tra gli altri, a quello del resto della Spagna. La regione è inoltre annoverata tra i quattro motori economici, assieme a Lombardia, Baden-Württemberg e Alvernia-Rodano-Alpi.  La crepa catalana La Catalogna, è importante ricordarlo, rivendica nella propria Costituzione lo status di nazione. Ha un suo inno, una sua bandiera e una sua lingua, il catalano, che viene parlata da tutti i dipendenti pubblici e usata negli atti ufficiali. La regione affonda le proprie radici agli albori dell’impero carolingio, quando spuntarono alcune contee autonome nella regione. Proprio queste ultime svilupparono un’autonomia di fatto perdurata fino al 1714. In quell’anno, nel mezzo della guerra di secessione spagnola, l’esercito catalano fu sconfitto dalle truppe borboniche di Carlo VI d’Asburgo. Il nuovo re eliminò del tutto le istituzioni catalane, sancendo la definitiva sottomissione della regione al potere centrale. La questione catalana rimase sospesa per più di due secoli, fino all’avvento di Francisco Franco. Durante il regime franchista furono eliminati tutti i simboli catalani. Incluso l’utilizzo della bandiera e della lingua negli atti pubblici. Subito dopo la morte del generale, nel 1979, la Catalogna venne riconosciuta come una comunità autonoma all’interno della Spagna. Un riconoscimento condiviso con altre realtà fortemente identitarie, come i Paesi Baschi. Lo statuto affidava ampi poteri alla regione in ambito economico e finanziario, ma nel 2010 fu dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale spagnola. Specie per il passaggio in cui si affermava che la Catalogna fosse una nazione […]

... continua la lettura
Interviste emergenti

Humans of Naples, intervista all’ideatore Vincenzo Noletto

Humans of Naples è il progetto artistico di Vincenzo Noletto, giovane fotografo di 29 anni in rampa di lancio. Venerdì 22 settembre approderà allo Slash Art/Msic, locale di via Bellini, nel cuore pulsante di Napoli. Instant sarà una mostra fotografica vuota, in cui tutti i visitatori diventano soggetti fotografati, e quindi parte dell’evento stesso. Sulle orme del cinema e del teatro, un curioso esperimento di metafotografia, con l’arte che diventa protagonista di se stessa. Instant è stata l’occasione per scambiare quattro chiacchiere con Vincenzo Noletto. Humans of Naples e Vincenzo Noletto Ho letto che il progetto Humans of Naples è nato in seguito a un tuo viaggio in Irlanda. Al ritorno hai deciso che fare il fotografo sarebbe stata l’unica cosa che volevi fare nella vita. In virtù di questo, cos’è per te la fotografia? Gli ultimi anni mi hanno insegnato tante cose, tutte riassumibili in una sola frase: non smetti mai di essere un fotografo. Se abbracci la fotografia come hanno fatto in tanti (e pure io) è tutto un susseguirsi di foto su foto su foto, ti cambia il modo di vedere le cose, di spiegarti, di raccontare, di rendere partecipi e di inserirti in altre realtà. Per buona parte della mia vita ho seguito e visto le cose di tutti i giorni, dalle più piccole alle più grandi, con gli occhi degli altri e non ho mai cercato una verità che fosse solo mia, mi facevo bastare quella degli altri, una qualsiasi, standard. Poi d’un tratto ho conosciuto una persona che ha tirato fuori la mia incapacità di spiegarmi, che mi ha fatto riflettere su ogni aspetto della mia vita poiché davvero non sapevo cosa mi piaceva e cosa non mi piaceva (non posso mai dimenticare il momento in cui arrivò a chiedermi persino il motivo per cui mi piaceva la pasta con la salsa… ed io non seppi rispondere). Avvicinarmi alla fotografia ha reso tutto questo molto più facile, mi ha permesso di racchiudere storie e concetti ovvi a miei occhi ma di difficile spiegazione, e quindi comprensione. S’è innescato un meccanismo a catena grazie alla fotografia, mi ha permesso di capire cosa fosse importante e cosa non lo fosse e se oggi sono un fotografo forse lo devo proprio alla fotografia stessa. Che cos’è per me la fotografia? È il mio passato, il mio distacco dal passato, il mio presente e credo il mio futuro. Veniamo a Humans of Naples. Una mostra “vuota”, dove gli spettatori sono anche i protagonisti dell’evento. Dopo il metateatro, ecco la fotografia protagonista di se stessa. Come è venuto in mente questo progetto? Diciamo che non sono uno troppo metodico, sono colpito dalle idee nei momenti più strani. Ad esempio l’idea di Humans of Naples è nata mentre lavavo una padella dopo cena, mani sotto l’acqua corrente e spugnetta zuppa di sapone. Ora che mi ci fai pensare devo essere stato suggestionato da JR e il suo Inside Out Project (non quello surrogato che abbiamo visto a Napoli, parlo di […]

... continua la lettura
Teatro

Teatro Augusteo, presentata la nuova stagione teatrale

Il Teatro Augusteo compie 25 anni Sono passati 25 anni da quando il teatro Augusteo è stato riaperto. Adibito per anni a cinema, nel corso del tempo ha visto esibirsi cantanti e attori di fama nazionale: sono passati da queste parti Bruce Springsteen e Pino Daniele tra gli altri; tanti attori locali hanno cominciato poi la loro carriera qui, un punto di riferimento per la scena teatrale partenopea, situato nel cuore nevralgico della città, nella piazzetta Duca d’Aosta di Via Toledo. Il Teatro Augusteo festeggia così i primi 25 anni dalla riapertura: con un cartellone che tenta di soddisfare ogni tipologia di pubblico. Si passa dai musical alla prosa, senza tralasciare la tradizione napoletana; numerosi, come da tradizione, i concerti: certa è la presenza di Giovanni Allevi e Cristiano De Andrè; non con un concerto bensì con un musical contribuirà invece Elio. Il fondatore de Le storie tese riadatterà, dal 26 gennaio al 4 febbraio, Monty Pithon e il sacro Graal. Il film vincitore di 3 Tony Award rivivrà in Spamalot: parodia del ciclo di Re Artù, è una commedia a cavallo tra tecniche classiche e riferimenti culturali. Teatro Augusteo, al via la nuova stagione teatrale Quest’anno la stagione teatrale parte il 24 settembre. Saranno Gianni Ferreri ed Anna Falchi ad inaugurare l’anno teatrale. La banda degli onesti è una rivisitazione di Mario Scarpetta dell’omonima pellicola di Totò a metà tra tradizione ed innovazione. “La cosa più difficile è stata doversi dimenticare del principe della risata” affermò Scarpetta, pronipote di Eduardo De Filippo. Nel solco di stampo partenopeo tracciato da La Banda degli Onesti, Lello Arena sarà presente in scena con ben due spettacoli. L’ex membro della Smorfia indosserà le vesti di attore principale e regista, rispettivamente in Parenti Serpenti e No grazie il caffè mi rende nervoso 2, entrambe ispirate a celeberrimi film di maestri come Monicelli e Troisi. Quest’ultima più che una rivisitazione è un vero e proprio sequel, dal finale tutto da scoprire. Salirà poi sul palco, fra gli altri, l’acclamato Paolo Caiazzo. Il cinema è poi nuovamente protagonista del programma con due spettacoli di derivazione che più diversa non si potrebbe. Se Il sorpasso è stato apprezzato da generazioni intere, Dirty Dancing invece è stato idolatrato da una sola nidiata di adolescenti e giovani, quelli cresciuti negli anni ottanta. Giuseppe Zeno, Cristiana Vaccaro e Luca Di Giovanni sono protagonisti della rivisitazione della pellicola di Dino Risi. L’intramontabile storia d’amore tra Baby e Johnny sarà invece diretta da Federico Bellone. Lello Arena e Sal Da Vinci presenti nella sala foyer del Teatro Augusteo Altro protagonista dell’anno venturo all’Augusteo sarà senz’altro Sal Da Vinci, presente anch’egli con ben due spettacoli. Peter Pan è un’opera che ha fatto sognare tutti, adulti o bambini che fossero. E se c’è qualcuno che in Italia ha interpretato alla perfezione il messaggio di James Matthew Barrie quello è senz’altro Edoardo Bennato. Il cantautore di Bagnoli è infatti l’autore della colonna sonora dello spettacolo con alcuni fra i suoi brani più celebri, fra cui L’Isola che non […]

... continua la lettura
Musica

Sgt Pepper, perché ascoltare il capolavoro dei Beatles

La banda del club dei cuori solitari del sergente Pepper dei Beatles Il 1 giugno del 1967 i Beatles pubblicavano “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band”. Il loro ottavo album in cinque anni, il primo vero concept album della storia. Fino ad allora le canzoni venivano pubblicate come singoli o, a volte, raccolte in un album. Il record di lunghezza di un disco all’epoca era detenuto da Bob Dylan con Blonde On Blonde. Il menestrello di Duluth incise ben quattordici tracce in un solo lavoro. Canzoni bellissime, ma ognuna con una propria storia e un proprio universo di riferimento. “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band” è un disco speciale perché è stato il primo ad avere un proprio filo conduttore. Più che un prodotto musicale, sembra appartenere al campo della letteratura. Ascoltarlo è come leggere Robinson Crusoe o 1984. E come quando si recensisce un romanzo: non si può che partire dalla storia. “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band” comincia in teatro. Si sente il brusio degli spettatori. Cala il sipario, ma a suonare non sono i Beatles. Nè tantomeno John Lennon o Paul McCartney. Sul palco c’è la Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band. Comincia un rock’n’roll che nella sua semplicità preannuncia all’ascoltatore l’inizio di qualcosa di diverso, che va ben al di là del filo logico che unisce le tredici tracce. Non c’è nemmeno un attimo di pausa con la seconda canzone, o meglio, il secondo capitolo. The Beatles, all you need is pop “With A Little Help From My Friends”: con questa semplice trovata ci si rese conto che un disco poteva essere il supporto di una vera e propria opera musicale. Segue un pezzo storico: “Lucy in the Sky with Diamonds”. Si viene catapultati in un mondo psichedelico. Immagini colorate e visioni acide come di chi ha fatto uso di sostanze allucinogene. Come suggerito tra le righe del titolo, con la sigla Lsd ben nascosta. “Follow her down to a bridge by a fountain/Where rocking horse people/eat marshmallow pies”. “Fixing A Hole” sembrò anch’essa ispirata ad esperienze allucinogene. In virtù del verbo fix che in gergo indica il “bucarsi”. Abbandonato il tema della psichedelia, i Beatles si incentrano sulla solitudine. L’incomprensione generazionale, all’epoca argomento molto dibattuto. “She’s leaving home” fu ispirata da una notizia del Daily Mirror in merito a una sparizione di una ragazza. “Why would she treat us so thoughtlessly/How could she do this to me?” si chiede Paul McCartney. Sgt Pepper porta i Beatles e la musica pop nel mondo dell’arte Il genio di Lennon viene fuori nuovamente con le atmosfere giocose, quasi circensi, di “Being for the benefit of Mr Kite!”. Un caleidoscopio che trascina come un vortice in una pista di acrobati e giocolieri. “Within you without you” è, invece, l’unico aiuto del disco firmato da George Harrison. Un pezzo che ci porta dritti in India, pervaso come è di spiritualità, un tratto distintivo della futura carriera del membro  più ribelle tra i Beatles, nato grazie anche al contributo di numerosi musicisti indiani, perlopiù […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Napoli Teatro Festival, Battiato in Piazza del Plebiscito

Napoli Teatro Festival, Battiato in Piazza del Plebiscito Il Napoli Teatro Festival giunge alla sua decima edizione. Manifestazione che si è aperta ieri sera con il botto. È stato infatti Franco Battiato ad aprire il Festival con Luce del Sud, un concerto gratuito in Piazza del Plebiscito. Quest’anno l’organizzazione è stata affidata alla Fondazione Campania dei Festival, organo della Regione Campania al cui vertice siede Luigi Grispello. Ruggero Cappuccio, noto regista teatrale, è invece a capo della direzione artistica. L’artista partenopeo ha introdotto il live, affermando la sua volontà di un festival popolare non nel senso di facile consenso bensì di crescita interiore. Giacca salmone, occhiali da sole e il solito codino: così Franco Battiato ha accolto la folla di venticinquesima persone ammassate in Piazza del Plebiscito. Una piazza blindata, con barriere, anticarro e transenne, a causa degli attentati che hanno colpito la Gran Bretagna nelle ultime settimane. “La folla di giovani presente questa sera è la migliore risposta possibile che possiamo dare all’estremismo islamico” sottolinea il governatore De Luca in apertura del concerto. Nonostante le parole di solidarietà per le vittime di Londra e Manchester, il presidente della Regione è stato pesantemente fischiato dal pubblico. Fischi che hanno sancito l’inizio del concerto. Franco Battiato, la voce del padrone Derogando al proprio spettacolo classico, Battiato si è esibito immerso in una scenografia semplice, arricchita solo dai video di Antonio Biasucci sul megaschermo. Il tutto seduto su una semplice sedia da salotto al centro del palco, accompagnato dalla Symphony Orchestra e dalla Electric Band, con le sue canoniche cuffie. Battiamo ha così raccontato in un crescendo narrativo, attraverso la musica, la sua perenne ricerca spirituale. L’era del cinghiale bianco ha dato inizio al concerto, scaldando immediatamente la notte napoletana. No time no space, Up patriots to arms e Shock in my time riscaldano il pubblico e Battiato padroneggia da subito la piazza con il suo carisma e la sua ironia. Il cantautore siciliano esegue sia grandi successi che pezzi più nascosti della propria discografia. Canzoni che vengono periodicamente intervallate da contributi letterari di altissimo spessore culturale. D’improvviso spuntano citazioni della Scienza Nuova di Vico, tratte dal Libro secondo: dalla sapienza poetica, che prende vita grazie a Mimmo Borrelli. Successivamente è il turno Fabrizio Gifuni con Auden e l’Addio al Mezzogiorno, altra celeberrima esaltazione delle bellezze del Sud. «I miei sacri nomi meridiani: Pirandello,/ Croce, Vico, Verga, Bellini,/ per benedire questo paese, le sue vendemmie e gli uomini/ che lo chiamano casa loro: sebbene non sempre si possa/ ricordare esattamente perché si è stati felici,/ non ci si dimentica d’esserlo stati». Battiato tra Vico, Giordano e Auden Sull’onda di cotanta poesia e bellezza, Battiato ha abbandonato l’approccio cauto e mistico per far ballare la piazza sulle note dei suoi più grandi successi. Cucurucucu paloma, Voglio vederti danzare, La cura e Centro di gravità permanente sono state un medley che ha scaldato i cuori di tutti i presenti. Canzoni dal successo magari più radiofonico, lontane dall’esoterismo di altri lavori. Misticismo e spiritualità che però […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Napoli, ritorno al Futuro Remoto

Una festa di scienza, tecnologia, innovazione, arte e cultura. Torna, per la 31esima edizione, “Futuro Remoto”, viaggio tra scienza e fantascienza organizzato da Città della Scienza. Una quattro giorni che vedrà protagonista la città di Napoli tra il 25 e il 28 maggio. Piazza del Plebiscito verrà arricchita con una serie di eventi, convegni, dibattiti e seminari volti a far conoscere le nuove frontiere della ricerca scientifica e tecnologica. Mai come quest’anno la manifestazione, appena insignita della seconda medaglia consecutiva ricevuta dal Presidente della Repubblica, ha un’agenda particolarmente ricca. Futuro remoto ha un calendario che prevede 100 incontri con ospiti internazionali, esperti e ricercatori, e 10.000 dimostrazioni ed esperimenti in programma. Il tema è comune, ed è quello delle “Connessioni”, ma la declinazione dell’argomento è estremamente variegata. La programmazione è poi affidata a una miriade di enti, tra cui veri e propri fiori all’occhiello. Futuro Remoto ospiterà praticamente i principali istituti e centri di ricerca pubblici e la gran parte delle università campane. Molte imprese private dedite all’innovazione tecnologica hanno confermato poi la loro partecipazione. Ritorno al Futuro Remoto Da sottolineare è l’elenco degli ospiti, che comprende eccellenze nel campo della scienza e dell’innovazione e personalità eminenti.  Vincenzo De Luca, presidente della regione Campania, taglierà il nastro al via della manifestazione. Futuro Remoto però non si ferma al discusso governatore campano. Parteciperanno alla manifestazione personalità del calibro del sindaco di Napoli Luigi De Magistris e il rettore della Federico II Gaetano Manfredi. Anche il presidente di Città Della Scienza Vittorio Silvestrini e il sottosegretario al Miur Vito De Filippo saranno dell’evento. Una vera e propria parata di personalità eminenti, che comprende anche Giuseppe Gaeta, direttore dell’Accademia delle Belle Arti e Massimo Inguscio, presidente del Cnr. “Connessioni” è dunque il filo conduttore di Futuro Remoto versione 2017. Una scelta volta a sottolineare l’importanza del dialogo tra i diversi soggetti che producono e promuovono cultura, scienza e innovazione. Fare rete è essenziale per alimentare la fantasia, trovare nuove soluzioni, innovare nella prospettiva di uno sviluppo sostenibile e creativo. Tanti gli argomenti che saranno affrontati grazie a Futuro Remoto. Un dibattito continuo lungo quattro giorni che avrà luogo nelle dodici isole tematiche di Piazza del Plebiscito. Si parte da temi prettamente scientifici quali astrofisica, robotica, domotica, nanomedicina, valorizzazione del mare. Un percorso che passa anche per tematiche filosofiche ed etiche, come il biotestamento e la libertà di scelta. In particolare, il dibattito de “Il sabato delle idee” che si terrà sabato alle 10 al Circolo artistico politecnico, metterà a confronto esperti di bioetica, scienziati, giuristi ed attivisti. Come sempre, un ruolo preponderante lo avranno le mostre. Quella sul Cosmo, ad esempio, e sulle tecnologie che potrebbero indicarci la strada per raggiungere ed abitare altri pianeti. Oppure quella sull’Artico, che propone anche un viaggio interattivo al Polo Nord. Non mancheranno stand e padiglioni ancora più variegati, come la mostra sugli atlanti anatomici o sulle donne marocchine. Quest’ultima, curata dall’Orientale, propone un ritratto lontano dagli stereotipi tipici dei paesi islamici. Futuro Remoto, un punto di […]

... continua la lettura
Attualità

Manchester, strage al concerto di Ariana Grande

Strage a Manchester, nel Regno Unito. Nella serata di ieri la cittadina britannica è stata coinvolta in un attentato alla Manchester Arena, il secondo palazzetto più grande d’Europa con i suoi ventunomila posti, dove era in corso il concerto di Ariana Grande. Bambini e adolescenti nell’attentato alla Manchester Arena Il bilancio dell’esplosione kamikaze, avvenuta alle 22.35 del 22 maggio, è finora di 22 morti e 60 feriti. Tra le vittime molti sono bambini e adolescenti, i principali fan della cantante americana. La prima vittima identificata aveva appena 18 anni. Si chiama Georgina Bethany Callander, secondo l’Independent. La ragazza è stata riconosciuta grazie a una foto del suo profilo Instagram che la ritrae assieme alla sua beniamina Ariana Grande. Era stata scattata dietro le quinte di un concerto di due anni fa. La più giovane finora identificata ha 8 anni, Saffie Rose Roussos di Leyland, proveniente dal Lancashire, come riferisce la Bbc.  Sono in corso d’opera accertamenti per verificare l’identità dell’attentatore, i cui resti sarebbero ancora tra le macerie provocate dall’esplosione dell’ordigno, una bomba artigianale peraltro piena di chiodi. Secondo Cbs News si tratterebbe di Salman Abedi, 23enne anglo – libico già noto alle forze dell’ordine. L’Isis ha rivendicato l’azione terroristica tramite un comunicato ripreso dall’agenzia di stampa AMAQ. Comunicato dove si legge che le bombe spedite dall’aviazione britannica sui bambini di Mosul e Racca sono tornate al mittente. Immediate le reazioni dalle principali istituzioni d’oltremanica. Il sindaco di Londra Sadiq Khan ha annunciato l’aumento delle misure di sicurezza nella capitale britannica, la premier Theresa May ha momentaneamente sospeso la campagna elettorale per le elezioni dell’8 giugno. L’incidente di Manchester è il secondo attacco terroristico in Gran Bretagna nell’arco di pochi mesi. Il 22 marzo cinque persone sono morte e oltre 50 sono state ferite quando un uomo si è lanciato alla guida di un auto contro i pedoni a Londra, sul ponte di Westminster, schiantandosi contro la recinzione del Parlamento. L’attentato di Manchester è il più grave in Inghilterra dal 2005. Il 7 luglio di quell’anno quattro kamikaze si fecero esplodere in tre treni della metropolitana in un autobus di Londra uccidendo 52 persone.

... continua la lettura
Attualità

Vocabolario delle parole che ci mancano

  Le parole sono importanti Le parole, parafrasando Nanni Moretti, sono importanti. Il problema del linguaggio è stato centrale per tutta la filosofia del Novecento. Da Heidegger a Gadamer, numerosi filosofi e studiosi si sono occupati del linguaggio umano e dei sistemi di comunicazione. La funzione più basilare delle parole, a detta degli specialisti, è unire il nostro subconscio al mondo reale. Per creare una parola bisogna senz’altro avere percezione di quest’ultima. Cognizione e linguaggio dunque sarebbero collegati intimamente l’uno all’altro. Esistono però parole straniere impossibili da tradurre perché concernenti una determinata cultura Immaginiamo di passeggiare in un bosco poco prima del crepuscolo.  La situazione è di assoluta tranquillità e pace. Oppure uno stato di ubriacatura estremo, un’ebbrezza che può durare giorni o settimane. Come potremo definire queste esperienze in una sola parola? L’italiano presenta una serie di termini affini a queste sensazioni. “Serenità”,”calma” “appagamento”, “sbronza”. Parole che però riescono solo ad avvicinarsi a quella emozione, senza descriverla nel profondo. La questione non si presenta nel primo caso per il giapponese. In Sol Levante la parola komorebi esprime il senso della passeggiata nella foresta, mentre le ultime luci del giorno filtrano tra gli alberi. Allo stesso modo, in Russia uno stato di ubriachezza di tale portata viene denominato zapoi. Komorebi e zapoi sono parole che non possono essere tradotte in altre lingue. Esprimono impressioni che conosciamo e che abbiamo magari anche sperimentato. Nonostante ciò, non possediamo un termine per descriverle. Il rapporto tra parole e pensiero è un dibattito molto acceso tra i linguisti Queste espressioni definiscono infatti l’idea in un modo più solido e organizzato, rendendo il concetto più credibile. La questione non è irrilevante e sempre più studiosi si occupano di casi del genere. I portoghesi ad esempio pongono particolare attenzione all’abbandono dei propri freni inibitori mentre ci si diverte. Un momento che tutti noi abbiamo provato una volta nella vita riassunto in un verbo, desbundar. Portoghese che incuriosisce ancora di più con l’imperativo sacanagem! Letteralmente, un’esortazione ad avere esperienze sessuali robuste e prive di tabù. In Scozia poi deve essere solito gettarsi nell’acqua gelata, visto che esiste una parola specifica raccontare quest’esperienza a dir poco estrema. Curglaff, per l’appunto. Hassliebe è invece una parola tedesca, relativa a situazioni tra le più disparate. Accomunate tutte da quella particolare mescolanza tra odio e amore. Un sentimento unico, che perderebbe la propria unicità venendo tradotto in un mero amore-odio. Sono molte le parole intraducibili nella Babele delle nostre lingue. Tutti i termini citati definiscono impressioni particolarmente specifiche, permettendo a due persone che comunicano di comprendersi l’uno con l’altro semplicemente. Il linguaggio dunque funzionerebbe in tal modo, suddividendo l’esperienza in gruppi di dati, contenenti ciascuno emozioni e sensazioni. Una volta in grado di associare un nome a un’esperienza, siamo in grado di comunicarla agli altri. Parole e immagini sono legate indissolubilmente. Avendo le parole specifiche per una fattispecie, richiamano alla mente l’immagine con maggiore facilità Ed è così che in Olanda, magari tra un campo di tulipani e l’altro, si passeggia nella natura per […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Festival Mann, arriva Motta: nella sala Farnese intervista e set acustico

Pop non è una cattiva parola. È possibile fare del pop semplice, profondo e ascoltabile. Il pisano Francesco Motta sa come si fa. Mescolando pop, folk e rock. Proprio lui è il primo ospite pomeridiano della seconda giornata al Festival Mann. Reduce da un tour trionfale in giro per l’Italia, sold out praticamente ovunque, Motta si racconta a tutto tondo. Intervistato da Francesco Raiola, capo area Musica a Fanpage.it. Motta al Festival MANN Dai suoi esordi in lingua inglese, come cantante nei Criminal Jokers. Fino alla pubblicazione del suo primo disco solista, La fine dei vent’anni, di cui si è parlato tanto nell’ultimo anno. Si tratta probabilmente del più bel disco italiano del 2016. Vincitore della Targa Tenco come migliore opera prima. Se la gioca forse solo con le ultime incisioni di Capossela e Fabi. Del tempo che passa la felicità è, a modesto parere di chi scrive, la più bella canzone registrata in Italia nell’ultimo anno. Non è però il momento di fare classifiche. La fine dei vent’anni è stato un esordio a dir poco prepotente. Parte del merito, per ammissione dello stesso Francesco, è della produzione di Riccardo Sinigallia, del quale viene sottolineata più volte l’amicizia instauratasi tra i due. La fine dei vent’anni La materia prima è però di alto livello. La fine dei vent’anni è un’opera persuasiva a prescindere. Mescola l’orecchiabilità tipica del pop con la struttura tipica delle canzoni d’autore. L’artista pisano ha una voce così nitida, forte e versatile al punto da utilizzarla come vuole. Ciò spiega l’elemento che più caratterizza La fine dei vent’anni: la varietà. Partendo dalla title track, eseguita live, con l’accompagnamento della sapiente chitarra di Giancarlo Maria Condemi ed emozionando il pubblico numeroso della sala Farnese. «La fine dei vent’anni/ è un po’ come essere in ritardo/ non devi sbagliare strada, non farti del male»: parole forti, dedicate a quell’attimo inevitabile nella crescita di ognuno. Il momento di prendere decisioni, di crescere, di staccarsi dal grembo materno. Queste parole si riallacciano a un altro elemento fondamentale del disco, di cui si è parlato tanto nell’incontro: l’intimità, inteso come la profonda estraneità di Francesco dagli agenti esterni e la sua volontà di concentrarsi solo ed esclusivamente su se stesso per esprimere al meglio ciò che si trova dentro di lui. In questo modo trasforma paure e incertezze personali in arte. La fine dei vent’anni è stato definito un disco generazionale. Il motivo resta profondamente oscuro. Sarà stato forse il titolo, chissà. Motta, sollecitato da Raiola, infatti, ci tiene a dire che il disco era e resta profondamente personale. Il suo momento di zenit creativo, racconta lo stesso Francesco, prevede la solitudine in camera come un adolescente qualsiasi. Nessuna intenzione di ritrarre la condizione dei giovani d’oggi, dunque. Solo, si fa per dire, una profonda introspezione interiore. Prendono in tal modo vita i versi di Mio padre era comunista, altra colonna portante dell’album. «Mio padre era un comunista/ e adesso colleziona cose strane/ Mia madre era bellissima/ dice che un figlio un giorno lo farò/ […]

... continua la lettura
Attualità

Parte il Festival MANN: Andrea Scanzi in memoria di Ivan Graziani

Andrea Scanzi torna a Napoli. Era da da cinque anni che il giornalista aretino non si esibiva nella città partenopea. Dai tempi del suo spettacolo teatrale Gaber se fosse Gaber. L’occasione è di quelle speciali. Il Festival Mann ha preso il via e Scanzi è certamente tra gli ospiti di punta della manifestazione. In una giornata che ha visto esibirsi e dialogare, tra gli altri, personaggi del calibro di Riccardo Sinigallia e Patrizio Oliva. Ospite frequente delle maggiori trasmissioni televisive, Scanzi, che piaccia o meno, nel suo campo è tra i più eclettici del panorama nazionale. Un giornalista che spazia con facilità dalla televisione alla carta stampata, dalla politica allo sport. Che sul Fatto Quotidiano è riuscito a conquistarsi uno spazio in cui non solo commenta le notizie quotidiane. Ma parla anche delle sue passioni. La musica è certamente tra queste. Il tesoro del chitarrista Proprio di musica si è parlato nella giornata di ieri. Soggetto del dibattito non era un personaggio qualsiasi, bensì Ivan Graziani. Ovvero, forse insieme al nostro Edoardo Bennato, il cantautore più originale della musica leggera italiana. Nella Sala Farnese il ritratto che ha avuto un ospite d’eccezione come Filippo Graziani, figlio del celebre chitarrista. Sempre un passo avanti i suoi colleghi dell’epoca, artista bizzarro e sicuramente unico, Ivan Graziani ha educato la canzone d’autore italiana ad affrontare il rock in maniera totalmente nuova. Senza complessi di inferiorità verso i modelli anglosassoni e con l’orgoglio della tradizione provinciale italiana. Portano la sua firma alcune tra le più famose canzoni della musica leggera nel nostro paese. Chi non hai mai ballato sui versi polemici di “Pigro”? Oppure non si è commosso sui racconti di donne ne “Lugano Addio” o “Firenze canzone triste”? Scanzi ripercorre la storia del cantautore teramano, partendo dai suoi dischi più famosi. Fottuti di malinconia, parafrasando un successo grazianiano. E che trovano tutti la stella cometa in quella voce inimitabile, sempre altissima ma mai sconfinante nel falsetto. Voce che viene perfettamente riprodotta dal figlio Filippo. Ha impressionato difatti la somiglianza canora tra i due. Filippo sembra artisticamente la versione di Ivan teletrasportata ai giorni nostri, e la folta barba hipster ha sostituito i fatidici occhiali. L’incontro trascorre così con la narrazione da parte di Scanzi di eventi della vita privata e artistica di Ivan Graziani. Come quando rifiutò di diventare il frontman della PFM, all’epoca il gruppo italiano più celebrato in patria e all’estero. Definito dal giornalista aretino “goliardicamente rivoluzionario”, la leggerezza del teramano è ripercossa da Filippo sulle note dei suoi pezzi più famosi e non. Tra un racconto e l’altro, si canta e ci si emoziona al ritmo di “Monna Lisa”, “Lugano Addio”, “Taglia la testa al gallo”, “Fuoco sulla Collina”. Scanzi definisce “Agnese dolce Agnese” come il disco perfetto. Dieci canzoni ognuna perfettamente al loro posto. Ci sono le atmosfere oniriche di “Fuoco sulla collina”, il folklore di “Taglia la testa al gallo” e il successo radiofonico di “Agnese”. Tanto da far passare in secondo piano canzoni che in altri lavori sarebbero stati […]

... continua la lettura
Attualità

Napoli Milionaria

“Napollywood”. È una Napoli nuova quella che si sta affermando negli ultimi anni. Che scopre continuamente nuovi aspetti di sé  tanto da lasciare essa stessa a bocca aperta. Spot, film, serie tv, in tutte le loro sfumature, dalla commedia alla tragedia, hanno scelto ormai Napoli come loro soggetto principale. Tanto da trasformarla in un set a cielo aperto: basta fare un giro in città per rendersene conto. Solo negli ultimi mesi, per dire, chiunque abbia passeggiato dalle parti del quartiere di Chiaia, magari per godersi il sole del lungomare, si è imbattuto nel set de I Bastardi di Pizzofalcone. Serie in otto puntate tratta dai libri di Maurizio De Giovanni, andata in onda tra gennaio e febbraio su Rai 1, con protagonisti Alessandro Gassmann e Carolina Crescentini. Un successo impensabile che ha portato otto milioni di telespettatori alla rete nazionale. I Bastardi di Pizzofalcone è stata considerata la risposta buonista, vuoi per le ambientazioni borghesi e benestanti, alla brutta, sporca e cattiva Gomorra. Una serie che non ha bisogno di presentazioni, trasmessa in più di 100 paesi al mondo. Proprio nelle ultime settimane sono state girati, nei pressi di Piazza Cavour, alcuni episodi della terza stagione, in onda in autunno su Sky Atlantic. Una, cento, mille Napoli È un vero e proprio Rinascimento partenopeo quello che sta vivendo la città. Che viene scelta addirittura da grandi produzioni internazionali, rovesciando l’immagine offuscata di terra di camorra. E così che Joaquin Phoenix è Gesù nel blockbuster Mary Magdalene tra i porticati di Piazza del Plebiscito. Emilia Clarke e Kit Harrington direttamente dal “Trono di Spade” girano una pubblicità per Dolce&Gabbana  nel cuore del centro storico. Nel mentre si lavora al film tratto dal più grande successo di Elena Ferrante, L’amica geniale, che verrà girato in estate tra i luoghi simboli del libro, dalla chiesa della Sacra Famiglia al Rione Luzzatti. Una rivoluzione che non ha come protagonisti un capopopolo alla Masaniello o Maradona, bensì la creatività di attori, registi e sceneggiatori. Che provano, ognuno come può, a raccontare Napoli a modo loro. Nei prossimi mesi apprezzeremo i salotti della Napoli bene ne La tenerezza di Gianni Amelio, con Elio Germano tra gli altri, per comprendere come il benessere, quello lontano dalle periferie, possa comunque rivelarsi tragico. Un altro che ha voluto dire la sua sulla città è Ferzan Ozpetek, che da maggio girerà in città l’intrigante e misterioso Napoli Velata. Il regista turco,  intenditore di luoghi inafferrabili e così seduttori essendo di Istanbul, dal 23 aprile curerà la messa in scena anche de “La Traviata” di Giuseppe Verdi al Teatro San Carlo. Napoletani D.O.C come Edoardo Angelis trovano poi la loro consacrazione in questo periodo. Il regista partenopeo è stato recentemente premiato per Indivisibili, brillante cinematografo vincitore di sei David di Donatello. Un boom insomma inaspettato, probabilmente iniziato con il successo strepitoso di Gomorra il film del regista Matteo Garrone. Il quale mostrò un lato ovviamente un lato negativo di Napoli, fatto di clan, alleanze e scissioni. Ma che dimostrò, per la prima volta dopo anni, come anche la città […]

... continua la lettura
Musica

George Harrison e il parricidio del rock

La musica, così come altre manifestazioni esteriori dell’animo umano quali cinema, sport e letteratura, riflette la complessità della vita nelle sue mille sfaccettature, rendendo facili e accessibili idee e concetti che apparentemente sembrerebbero proibitivi. Vivere in un mondo materiale A rendere più complesse le carte in tavola, non bastasse l’ineluttabilità del destino e degli eventi naturali, ci si mette di mezzo anche la stessa natura dell’uomo. Un essere di per sé scorbutico, avverso a qualsivoglia forma di dialogo o socializzazione. Homo homini lupus, si diceva un tempo. La mitologia e la storia stesse sono piene di grandi scismi: dal mito primordiale di Caino e Abele alla vicenda di Martin Lutero, passando per le idi di Marzo alle guerre mondiali del Novecento, l’uomo pare non far altro che litigare e uccidersi l’uno con l’altro. Convinto pacifista, fedele sostenitore del buddismo tanto da far gettare le proprie ceneri nel Gange, George Harrison non uccise mai un proprio fratello né tantomeno creò una costola della Chiesa Cattolica. Gli eventi sopracitati si riallacciano però evidentemente alla sua di vicenda: George Harrison era un membro dei Beatles. Faceva parte dei Fab Four. E forse tra i quattro era l’esponente più equilibrato, il collante ideale tra la schizofrenia di John Lennon e la chiccheria di Paul McCartney, le due personalità più esuberanti, con il dovuto rispetto per Ringo Starr. George Harrison, il mantra del rock Una scalata sempre più prepotente, quella di Harrison nei Beatles, che dai timidi esordi lo ha portato a scrivere alcuni tra i pezzi più belli del gruppo di Liverpool. Something, Here Comes The Sun e While My Guitar Gently Sweeps sono tutte farina del suo sacco. Fu lui a presentare ai Beatles il guru Maharishi Mahesh Yogi, figura chiave per il soggiorno dei Beatles in India nel 1968, durante il quale si convertì al buddismo. Un viaggio che ispirò i futuri lavori del gruppo, incluso il celeberrimo Abbey Road. Fino a Let It Be. Siamo nel 1970, ed in concomitanza con la pubblicazione di questo lavoro qualcosa si ruppe. Tanto da portare i Fab Four a sciogliersi nel luglio di quell’anno. Una frattura insanabile, una tragedia per appassionati di tutto il pianeta. George Harrison è stato, senza se e senza ma, il membro dei Beatles che più ha beneficiato dello scioglimento. Anche il resto della truppa, a scanso di equivoci, ebbe o addirittura ha ancora una carriera brillante anche da solista. Harrison era però come oppresso dal duopolio Lennon-McCartney, una coppia dalla personalità straripante. Che, pur non complottando insieme (numerosi furono i litigi tra loro stessi) schiacciarono la creatività di George in una sorta di limbo senza uscita. “Dovevo sempre aspettare dieci delle loro, prima che anche solo ascoltassero una delle mie canzoni” rispose Harrison a chi gli chiedeva come mai All Things Must Pass, suo disco d’esordio, avesse così tanti pezzi. Ventitré, per la precisione. Ventotto con la ristampa del 2001. Un disco d’esordio particolarmente brillante,  frutto del lavoro e della rinnovata libertà di chi si era sentito costipato per così […]

... continua la lettura
Cinema & Serie tv

Non si ruba a casa dei ladri, il cast al Metropolitan

Salemme e la Arcuri al cinema Metropolitan di Via Chiaia Esce oggi nelle sale di tutta Italia Non si ruba a casa dei ladri, ultima fatica del regista Carlo Vanzina. Il cast comprende attori del calibro di Vincenzo Salemme, Massimo Ghini, Stefania Rocca, Manuela Arcuri e Maurizio Mattioli. Ieri sera, al cinema Metropolitan di Via Chiaia, la presentazione alla stampa a cui sono intervenuti Vanzina, Salemme, vero mattatore della serata, e la Arcuri. La vendetta di un cittadino leale, Antonio Russo, che si vendica di un politico disonesto, Simone Santoro. È questa la trama di Non si ruba a casa dei ladri, una tipica commedia all’italiana che strizza l’occhio qua e là al neorealismo di Rossellini e De Sica. Non si ruba a casa dei ladri Antonio Russo (Vincenzo Salemme) è un imprenditore napoletano la cui ditta di pulizie è fallita perché ha perso una gara d’appalto truccata. Per riuscire a pagare il master della figlia, lui e la moglie Daniela (Stefania Rocca) trovano lavoro come camerieri per Simone Santoro (Massimo Ghini), politico affiliato col malaffare che vive con la fidanzata Lori (Manuela Arcuri). Santoro ha come interlocutore primario un onorevole pugliese in combutta con la criminalità organizzata: quando l’onorevole viene arrestato, Simone non può fare altro che recuperare i soldi che ha versato su un fondo privato a Zurigo. Nel frattempo, Antonio viene a sapere che è proprio il suo datore di lavoro ad aver manovrato la gara d’appalto che gli è costata la ditta di pulizie: per questo decide di vendicarsi colpendo il politico dove sa di ferirlo più a fondo: al portafogli! Non si ruba a casa dei ladri è una commedia divertente che mira a una riflessione sul tema della corruzione. Dalla realtà al cinema il passo è breve: ma il tema viene così riletto in chiave goliardica e comica. “Non è un film su Roma, però– sottolinea Vincenzo Salemme nella sala 1 del Metropolitan – la pellicola non è legata a una città in particolare ma più in generale al malcostume non solo della classe politica ma di tutta la popolazione. Una corruzione che spaventa e che contagia non solo i potenti, ma anche gli umili e gli onesti, come Antonio e Daniela nel film”. Il regista, originario di Bacoli, si sofferma anche sulla città di Napoli, “città estremamente conservatrice, legata in maniera siderale alle sue tradizioni ma che riesce sempre ad aprirsi alle novità”. Una sceneggiatura solida, accompagnata da una gestione speculare dei personaggi e da dialoghi sempre brillanti e vivaci, con battute spesso esilaranti, lasciano un pubblico entusiasta, al termine di novantatré minuti di spensieratezza e risate. Il risultato finale al contrario è notevole, a tratti addirittura eccellente. Gran parte di ciò è dovuto al cast, impegnato in ruoli ardui, solidi, con una propria credibilità. Gli attori non cadono nella trappola rischiosa di diventare figurine, personaggi pre-impostati che sono l’anticamera di fantocci di abusati stereotipi. Tutto va a vantaggio del film: Non si ruba a casa dei ladri è un prodotto gradevole, una commedia divertente che non limita al […]

... continua la lettura
Musica

Il quadrifarmaco dei Rolling Stones

È il 1972 e i Rolling Stones sono all’apice della loro fama. Hanno ai loro piedi un’intera generazione di sessantottini, che li hanno idolatrati a guru della ribellione contro il potere e il conformismo. Mick Jagger e Keith Richards sfornano capolavori a ripetizione da un quinquennio e sembrano non sbagliare una mossa. In quell’anno i Rolling Stones pubblicano Exile On Main Street, zenith della loro creatività. E ideale punta di un iceberg comprensivo di altri tre capolavori degli Stones, Let It Bleed, Sticky Fingers e Beggars Banquet, sublimazione di un genere, il rock, di cui sono i portabandiera da più di cinquant’anni. Da quel momento fu chiaro per tutti che erano loro “The world greatest’s rock’n’roll band”. Perché nessuno meglio dei Rolling Stones ha incarnato l’essenza stessa del rock con le sue smanie, esplorandone i bassifondi e partendo dalle loro radici blues. Beggars Banquet, Let It Bleed, Sticky Fingers e Exile On Main Street sono un quadrifarmaco che avrebbe steso anche Epicuro. Una tetralogia semplicemente essenziale. Certo, i Rolling Stones hanno pubblicato anche altri grandi album nel corso della loro carriera, Aftermath e Some Girls su tutti. Ma quei quattro capolavori, registrati uno dopo l’altro, sono figli di un periodo probabilmente irripetibile. Rolling Stones, la tetralogia perfetta La saga comincia nel 1968: è l’anno di Beggars Banquet, è l’anno delle grandi rivolte studentesche nel mondo. “But what can a poor boy do,except to sing for a rock ‘n’ roll band?” si chiedono i Rolling Stones in Street Fighting Man. Versi che riflettono molto meglio di un manuale di storia il clima di quell’anno. Il perno su cui gira il disco è ovviamente la samba satanica dell’intramontabile Sympathy For The Devil, con un Mick Jagger perfettamente a suo agio nei panni di Mefistofele. La delicatezza di No expectations, il country-folk di Dear Doctor, la psichedelia di Jigsaw Puzzle vanno a comporre un Lato A del disco estremamente eclettico. Beggars Banquet contiene però, perdonate il gioco di parole, anche un Lato B da urlo. Dell’inquietudine di Street Fighting Man si è già parlato. Che dire allora del blues sporco e cattivo di Stray Cat Blues (storia di un seduttore di minorenni), del country melanconico di Factory Girl e del gospel corale di Salt Of The Earth? Let It Bleed è il secondo atto della tetralogia, totalmente diverso da Beggars Banquet per la maggiore presenza di suoni acustici. L’album si apre con una delle canzoni più celebri del repertorio dei Rolling Stones, quella Gimme Shelter che è un’apoteosi sonora sempre più in crescendo. You Can’t Always Get What You Want e You Got The Silver sono le altre canzoni più apprezzate dai fan dell’album. Estremamente differenti dal sound tipico del gruppo, esse presentano caratteristiche tipiche del rock, quali un testo ottimista che invita, in particolare nella prima, a provarci sempre a ottenere ciò che si vuole perché “If you try sometimes, you get what you need”. Nessuna canzone sembra farsi preferire ad un altra in Let In Bleed, peraltro arricchito dalla cover di […]

... continua la lettura
Attualità

I Babysitter, Mandelli e Ruffini all’Hotel Vesuvio

Presentata a Napoli la nuova commedia di Bognetti, I Babysitter La magica cornice dell’Hotel Vesuvio fa da sfondo a I Babysitter, in sala da mercoledì 19 ottobre. Diretto da Giovanni Bognetti, sceneggiatore di Fuga di cervelli e Tutto molto bello, il film è un remake del successo francese Babysitting. Il cast comprendi attori noti della scena comica italiana, in particolare Francesco Mandelli e Paolo Ruffini, che continuano il loro sodalizio professionale nato ai tempi di MTV. Fra gli attori principali figurano anche l’esperto Diego Abatantuono oltre che i già noti Andrea Pisani, Simone Peracido e Simona Tabasco. Presenti nella sala Puccini dell’albergo, Mandelli, Ruffini e la Tabasco, che da napoletana verace quale è prova il difficilissimo compito di essere profeta in patria. All’appello risponde presente anche il regista Bognetti. I Babysitter racconta la storia di Andrea, interpretato da Mandelli,  un trentenne imbranato e timido, che sogna di diventare un importante procuratore sportivo. Egli è un impiegato nello studio del celebre agente di campioni Gianni Porini (Diego Abatantuono). Quando il suo capo gli chiede una sera di fare da babysitter al pestifero figlio Remo, Andrea, che quel giorno festeggia il compleanno, accetta, non immaginando che gli amici Aldo e Mario (rispettivamente Ruffini e Pisani) abbiano in mente per lui un party scatenato, video filmato minuto per minuto. “È il film più divertente che abbia mai girato” dichiara Bognetti. “Durante la consueta première prima della distribuzione nelle sale non potevamo non passare da Napoli: la presenza di una partenopea DOC come Simona non può che aumentare il successo della pellicola in Campania”. Ruffini, interpellato sul film, si sofferma invece sulla tecnica cinematografica del found footage. “È la prima volta che una produzione italiana adotta questa tecnica, sono sicuro che sarà di grande attrattiva per i giovani che vedranno Babysitter“. La tecnica del found footage, letteralmente “filmato ritrovato”, si usa per descrivere film realizzati parzialmente o interamente con un metraggio preesistente, successivamente riassemblato in un nuovo contesto. Il comico livornese, cultore come pochi di cinema, cita Blair Whitch Project e Cannibal Olocaust come esempi da cui Babysitter ha tratto spunto per l’aspetto del montaggio. Anche Mandelli si dichiara entusiasta della tecnica cinematografica adottata nel film. “I Babysitter ha un ritmo pazzesco e travolgente, veloce e scatenato, grazie ai lunghi piani di sequenza del found footage che creano un ritmo estremamente serrato“. Il creatore del personaggio di Ruggero De Ceglie si sofferma poi sul rapporto con Paolo Ruffini, amico oltre che collega, avendo collaborato con lui sia su MTV che in Natale col boss. “C’è sempre stata grande complicità tra me e Paolo, non siamo il comico e la sua spalla ma lavoriamo alla pari, ci basiamo su comicità diverse. In questa occasione poi Giovanni Bognetti è stato un ottimo coach che, spero, abbia fatto al giocare al meglio la sua squadra“. I Babysitter è una commedia giovane, frizzante, che magari ha il difetto di peccare in qualche punto di originalità, rifugiandosi in battute apparentemente scontate. Purtroppo questo è un vizio di fondo del cinema italiano degli ultimi anni. Interpellato sull’argomento, Ruffini guarda il bicchiere […]

... continua la lettura