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Eroica Fenice

Eventi/Mostre/Convegni

Immaginario: la mostra di Gennaro Vallifuoco al PAN

Il PAN (Palazzo delle Arti di Napoli) apre le porte alla mostra Immaginario di Gennaro Vallifuoco (dal giorno 11 novembre al 3 dicembre 2017), evento volto a celebrare la fertile collaborazione tra Roberto De Simone e l’artista avellinese Gennaro Vallifuoco, illustratore di numerosi lavori del grande fondatore della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Un sodalizio che vede prodotto un proficuo dialogo tra musica e pittura, in cui la tradizione letteraria e musicale viene sviscerata dalle assidue ricerche di De Simone e ritrova attraverso una rinnovata forma di espressione attraverso i brillanti colori e le chine di Vallifuoco. Vallifuoco per De Simone: un “immaginario” popolare tra il sacro e il profano Già dal titolo proposto per la mostra, Immaginario, è possibile comprendere il taglio personale che caratterizza i dipinti e le illustrazioni esposte. Si tratta di un ventaglio di ispirazioni che non si ferma al singolo soggetto rappresentato. Ogni dipinto si inanella con altri limitrofi inscrivendosi in un mondo pittorico, un “immaginario”, per cui Gennaro Vallifuoco tende a superare ed ampliare l’esperienza artistica individuale. Si definisce in questo modo una pittura, per sua stessa natura, priva di artefatti intellettualismi in favore di una spontanea ispirazione fanciullesca. A questo punto sorge spontanea una domanda: in quale terreno affondano le radici del mondo pittorico di Gennaro Vallifuoco? Una domanda lecita, alla quale va necessariamente anteposto un breve premessa di stampo biografico. Nel 1990 Vallifuoco si diploma in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze con una tesi su Roberto De Simone, il quale affida al giovane avellinese la ricerca, in territorio campano, di favole popolari. Da questa esperienza nascono le illustrazioni per libro curato da Roberto De Simone Fiabe campane (Einaudi, 1994) in cui Vallifuoco coniuga il folclore contadino della campagna campana con l’iconografia tradizionale relativa alle carte da gioco napoletane. Oltre la vibrante colorazione tipica dell’artista,  si vede come Vallifuoco inoltre sembri  unire un immaginario classico e addirittura mitico con un’immaginazione sacra, il tutto inscritto in un contesto popolare, folcloristico e, se si vuole, anche tendenziosamente realistico. Ecco allora, nell’ambito delle Fiabe campane, una Donna di Denari sorgere dalle acque come una Venere botticelliana, o ancora un drago giacere sconfitto ai piedi di Re di Spade o di un Fante di Spade che in fattezze angeliche cavalca sul demonio languente. Fatte queste premesse è possibile rispondere alla domanda prima postulata: una fitta rete di significati si legge nei dipinti, come le disseminate presenze angeliche (simboli di una cristianità popolare) o gli animali domestici e da pascolo (simboli di un mondo pastorale e contadino), a cui fanno sfondo le campagne campane filtrate da un immaginario che sa intrecciare tradizione popolare, sacra e profana. L’intreccio di questi mondi trova dunque terreno fertile nell’ispirazione spontanea di Vallifuoco nel cui immaginario sembrano prendere vita valori e ideale che è possibile arricchire dall’esperienza di chi è in grado di ammirare ed apprezzare le sue opere. Altro capolavoro nato dal sodalizio di Vallifuoco e De Simone è un lavoro su Il Pentamerone di Giovan Battista Basile, riscritto da […]

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Eventi/Mostre/Convegni

L’Esercito di Terracotta in mostra a Napoli

Approda a Napoli dal lontano Oriente la mostra L’Esercito di Terracotta e il Primo Imperatore della Cina. La mostra, prodotta dalla giovane società di comunicazione LiveTree e curata da Fabio Di Gioia, è stata inaugurata il 24 ottobre 2017, e sarà possibile ammirarla fino al 28 gennaio 2018 presso la Basilica dello Spirito Santo, in via Toledo 402 a Napoli. L’esposizione comprende gli oggetti, i marmi e le statue scoperti nella necropoli dedicata al primo imperatore della Cina Qin Shi Huangdi, la cui storia risale a più di due millenni fa. Egli fu colui che pose le basi per la struttura governativa cinese che a tratti sopravvive ancora ai giorno nostri. L’Esercito di Terracotta e il Primo Imperatore della Cina comprende esposizioni che fanno sì che gli astanti possano instaurare un intimo rapporto con l’idea del mondo ultraterreno così com’era percepito all’epoca quasi mitica a cui appartengono i rarissimi reperti. LA GENESI DELL’ESERCITO DI TERRACOTTA E L’IDEA DI IMMORTALITÀ Tutti i reperti, il vasellame, le decorazioni e gli utensili esposti in occasione della presente esposizione, che rappresenta una Prima italiana, si configurano come una sorta di “bagaglio” che l’imperatore Qin Shi Huangdi portò con sé nel misterioso viatico che lega il mondo dei vivi a quello dei morti. Quasi alla maniera delle usanze egiziane, per cui si accompagnavano al sarcofago dei grandi faraoni oggetti che potessero agevolare il trapasso e glorificarne l’assunzione tra gli dèi, i numerosi manufatti rispecchiano l’idea per cui nel mondo delle ombre l’Imperatore avrebbe continuato una sorta di manifestazione del suo potere regale; di qui gli oggetti di uso quotidiano come il vasellame, o i carri, o le armi, o le armature, tutto riprodotto con precisione. Il viaggio nel mondo degli spiriti diviene così un grande viaggio in cui si manifesta la consapevolezza, o il desiderio, dell’immortalità dell’uomo. Questa particolarità si esprime, inoltre, nella sapiente scelta del luogo prescelto per ospitare la mostra, ovvero la Basilica dello Santo Santo. Costruita nel XVI secolo, e trasformata nel corso delle epoche e degli stili architettonici fino al Settecento, per cui ad oggi si presenta secondo una architettura e decorazione neoclassica, pur conservando reminiscenze del suo passato manierista e barocco, la Basilica, come ha infatti osservato Susy Stracchino dell’Associazione Medea Art, impegnata nella costituzione dell’esposizione, instaura con la mostra L’Esercito di Terracotta e il Primo Imperatore della Cina un rapporto di silenziosa sacralità. L’ESERCITO DI TERRACOTTA E IL TURISMO CULTURALE Il lavoro di allestimento della mostra si inserisce perfettamente nel contesto napoletano, andando a confluire in quella messe di eventi culturali che soprattutto nell’ultimo periodo stanno dando lustro culturale alla capitale partenopea. Una Napoli come crocevia di culture che è in grado di attirare una forma di turismo diversa da quella tradizionale. Come ha osservato nella detta conferenza Virginia Gangemi, Professore Emerito dell’Università Federico II, la mostra dà la possibilità alla città di Napoli di favorire quello che è il turismo colto, che sa andare oltre le attrazioni convenzionali, complice anche il periodo invernale che vedrà attiva l’esposizione, e […]

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Recensioni

“Uscita di emergenza”, in scena al Teatro San Ferdinando

Nell’interpretazione registica di Claudio Di Palma, Uscita di Emergenza di Manlio Santanelli (in scena al Teatro San Ferdinando dal 18 ottobre al 5 novembre 2017) risulta essere una commedia che riflette principalmente sulla frantumazione degli equilibri, sulla devastazione di un antico ordine armonico precipitato nel caos. Uscita di emergenza e il rumore delle parole Il senso di devastazione è percepibile fin da prima dell’apertura del sipario. Difatti nel canto di una solenne e antica Ave Maria prorompe il fragore di un boato che pare annientare l’ordine preesistente e lasciare aglio occhi del pubblico, una volta aperto il sipario, solo devastazione e desolazione. Ciò che si mostra è lo scenario che si può immaginare successivamente  alla venuta di un terremoto: un immenso lastrone che a schiacciato e frantumato l’antica Statua del Corpo di Napoli. La rete simbolica che cela dietro la complessità della suggestiva scenografia (realizzata da Luigi Ferrigno) si può spiegare alla luce delle leggi testuali e delle leggi interne della commedia. L’opera è frutto dello scontro fra l’ordine tradizione e il disordine del presente, il che si traduce nella battaglia tra un principio ideale e un principio di realtà. La commedia si apre con la frantumazione di un mondo idealizzato su cui sovrasta quello reale, più arido e muto. In questo mondo che sembra post-apocalittico (che, in senso traslato, nei riferimenti di Santanelli al teatro internazionale, pare rimandare al testo beckettiano di Finale di partita) si muovono due figure solitarie: l’ex sagrestano Pacebbene e l’ex suggeritore Cirillo, interpretati magistralmente (ma sarebbe inutile dirlo) da Claudio Di Palma e da Mariano Rigillo. Essi, quasi come due sopravvissuti alla Fine del mondo, passano i loro giorni inasprendosi a vicenda, gettandosi addosso parole vuote, ma taglienti, prive di significato e concretezza, talora bugie che sembrano confondersi con la realtà. Il dialogo non riesce ad instaurarsi tra i mancati interlocutori proprio a causa del linguaggio fittizio pronunciato dai due. Sono molti i passaggi in cui i due “non riescono a spiegarsi” o “non riescono a comunicare” a causa, sembra, di un collasso della parola avvenuto a monte. Il motivo della loro incomunicabilità è da ritrovarsi nella dissoluzione dei rispettivi mondi ideali in cui il punto di vista interno soccombe di fronte a quello esterno. Nel caso di Pacebbene il punto di rottura si scopre essere il riaffiorare di un suo carattere morboso che lo porta all’allontanamento dalla società, mentre per Cirillo il punto critico è costituito dalla morte della Grande Signora, diva della famosa compagnia per cui egli lavorava. In entrambi i casi cade in frammenti il loro particolare mondo ideale, cosa che, in senso universale, si riflette nella distruzione del Corpo di Napoli, figurazione di un mondo quasi arcadico. Un’altra particolarità della regia di Di Palma è anche il valore profetico del quale egli investe l’opera di Santanelli: Uscita di emergenza fu scritta nel 1978, e in essa si fa riferimento a un bradisismo che sconquassa le coscienze dei personaggi proiettandoli nella devastazione di un mondo esteriore, che corrisponde a una devastazione […]

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Teatro

Uscita di emergenza, Santanelli al San Ferdinando

Uscita di emergenza di Manlio Santanelli ritorna al Teatro San Ferdinando a più di trent’anni di distanza dalla sua prima rappresentazione nel 1980, interpretata da Bruno Cirno e Nello Mascia. Dal 18 ottobre al 5 novembre la commedia santanelliana calcherà ancora le assi del San Ferdinando, e sarà interpretata da Claudio Di Palma, che ne cura anche la regia, e Mariano Rigillo. L’allestimento si avvale delle scene di Luigi Ferrigno, dei costumi di Marta Crisolini Malatesta, delle luci di Gigi Saccomandi e delle musiche di Paolo Coletta. Uscita di emergenza, o la fuga delle parole Come Di Palma ha sottolineato durante la presentazione dello spettacolo tenutasi nel foyer del Teatro Mercadante, la sua interpretazione si basa su di un critico «svuotamento delle parole», il quale diviene riflesso del caos comunicativo in cui annega la società contemporanea. Oggi si dicono parole “ovvie” e parole “bastarde” (nel senso etimologico dei termini) che sono state svuotate dei loro significati primordiali profondi; esse da sentimenti divengono rumore, un rumore che testimonia una inevitabile e tragica dissoluzione di valori. Questo, anticipa Di Palma, si esplica nel momento in cui «un grande lastrone marmoreo, forse staccatosi dalla parete di un’antica chiesa, o teatro, schiaccia la statua del Corpo di Napoli». In questo senso si rappresenta simbolicamente la devastazione, quasi un’apocalisse, degli antichi equilibri che reggevano tradizioni, parole ed affetti. Si tratta di una rottura di equilibri che sembra essere ripresa dalla celeberrima scena eduardiana di Natale in casa Cupiello in cui Ninuccia distrugge il presepe di Lucariello sancendo l’annientamento dell’armonia familiare e per estensione della città ideale che esso rappresentava nella concezione di Luca Cupiello. Quello della rottura degli equilibri è un discorso che, come sottolinea Santanelli, è «vicino al binomio tra eros e tanathos». Amore e morte sono, nell’humus napoletano, due fratelli che camminano lungo un labile confine. Ecco, ancora, il senso drammatico e tragico della distruzione dei valori che si esprime nella potente battuta «non c’è più religione, non c’è più teatro, non c’è più città». La dissoluzione dei valori passa, dunque, per la dissoluzione del linguaggio in quanto lo sfogo dei due protagonisti, Cirillo (Claudio di Palma) e Pacebbene (Mariano Rigillo), come specifica Rigillo, si fonda soltanto sul rumore, che diviene sonno emotivo. I personaggi in questo modo tentano “un’uscita di emergenza” dalla dissoluzione attraverso le parole; tuttavia la distruzione del passato e dei suoi testimoni decreta in questo modo la sconfitta del dialogos e il trionfo del vuoto. Metafisiche al teatro Va inoltre segnalato che nell’ambito della nuova stagione si terranno incontri di preparazione al teatro che offriranno spunti di riflessione su determinati spettacoli presenti nel cartellone. Tali incontri (tutti a ingesso libero) saranno tenuti da Gianni Garrera, studioso fine, curatore, tra le varie cose, delle opere estetiche di Kierkegaard  per i Classici del pensiero BUR e dei suoi Diari per Marcellina. Garrera, peraltro drammaturgo e traduttore del Direttore del Teatro Stabile Napoli (Teatro Nazionale della Campania) propone così le sue intelligenti divagazioni con con lo scopo di preparare o arricchire il bagaglio culturale dello spettatore […]

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Eventi/Mostre/Convegni

San Giovanni a Carbonara: una “galleria” artistica

Accedere nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara, sita presso l’omonima via di Napoli, è come entrare in una “galleria temporale”. Essa, infatti, è stata costruita, ampliata ed arricchita in un ampio ventaglio di anni che va dal XIV al XVIII secolo, grazie all’opera di architetti e artisti, ed al contributo di committenza di famiglie facoltose che desideravano prestigiose sepolture, al fine di imprimere i loro nomi nel marmo secolare e assicurarsi un posto fra gli annali della Storia. Le numerose ed inestimabili opere, soprattutto architettoniche e pittoriche, i loro legami con il contesto culturale napoletano e italiano in generale, nonché quelli instauratisi tra i vari filoni artistici, sono stati portati in superficie dalle parole di Maria Girardo, presidentessa di Megaride Art, associazione nata per far conoscere al grande pubblico i tesori artistici napoletani e sensibilizzare gli animi verso il proprio patrimonio culturale. Maria Girardo, con perizia e passione, ha così illustrato le numerose particolarità che marmi e affreschi celano dietro il filtro del senso visivo. La Chiesa di San Giovanni a Carbonara: un crogiolo artistico napoletano La Chiesa di San Giovanni a Carbonara, nella sua struttura architettonica, si presenta come un crogiuolo di stili che vanno dal gotico al barocco, con le sue tensioni scultoree, nonché all’artificiosità formale (in particolare nelle sculture) tipiche del barocco. I lavori di costruzione incominciarono nella prima metà del XIV secolo, e la chiesa fu costruita in maniera adiacente a un convento di frati agostiniani, ai quali sono peraltro tributati tra i più begli affreschi ivi presenti. Per comprendere, inoltre, quanto la struttura sia stata modificata del corso del tempo, si pensi a come ad oggi sia possibile accedere attraverso un’ entrata diversa, laterale rispetto a quella originale, dovuta alla costruzione della Cappella Somma, edificata da Annibale Caccavello intorno la metà del Cinquecento. La potenza evocativa e sacrale della struttura si basa sulla presenza del grande monumento di Ladislao di Durazzo (1376-1414) che si imponeva alla vista degli antichi fedeli come un’opera volta a testimoniare la grandezza del suo potere in vita. Il sepolcro, costruito tra il 1414 e il 1428 su più livelli nella zona absidale, contiene numerosi elementi, come il pinnacoli tendenti dalla sfera terrena a quella celeste, gli archi trilobati e gli angeli scolpiti sulla scia di Tino da Camaino durante il soggiorno napoletano, al quale si devono anche i sotterranei della Certosa di San Martino; ad essi si affianca inoltre un’impostazione classica della scultura delle statue, tra le quali spiccano le virtù teologali poste alla base della “macchina architettonica”, così come l’ha definita Maria Girardo, e le raffigurazioni di Ladislao di Durazzo e Ludovico da Tolosa che ne benedice il sarcofago. Attraversando poi la zona absidale è possibile giungere alla Cappella Caracciolo del Sole in cui si erge il sepolcro del discusso Ser Gianni Caracciolo (1350-1432), amante della regina Giovanna II di Napoli, la quale forse fu la mandante del suo omicidio a causa di intrighi di palazzo. La Cappella oltre ad accogliere il monumento, attribuito ad Andrea Guardi, è anche riccamente e superbamente affrescata […]

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Cinema & Serie tv

Starwarp! La webserie: dal web con amore

Dopo un anno di attesa e lavori il 29 settembre scorso è stato finalmente pubblicato il primo dei quattro episodi della webserie Starwarp per la regia di Sergio Scoppetta e la colonna sonora dei Foja. Il progetto, nato in seno all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e al Corriere del Mezzogiorno, ha il merito di essere la prima webserie formativa, allo scopo dunque di fornire agli studenti che hanno liberamente aderito le conoscenze pratiche in ambito cinematografico. Starwarp! Odissea nello spazio Già dal titolo della webserie è evidente il rimando di Starwarp a un cult del cinema (Star Wars), ma i simboli inseriti in fase di ripresa vanno dalla silenziosa citazione al riallestimento di scene tratte da grandi film che hanno fatto la storia del cinema. In particolare, il tutto prende avvio dalla passione per il cinema di un giovane, Valerio Esposito (interpretato da se stesso), una passione così forte da causargli strane visioni delle scene più famose dei suoi amati film che gli figurano innanzi la vista. In questo senso prende forma quella “distorsione stellare“, evocata nel titolo, che vede sovrapposti i piani della realtà e della finzione. Quasi sembrerebbe che Valerio veda la realtà attraverso i suoi occhi trasformati in una onirica cinepresa. Ad aggravare questa precaria condizione di equilibrio tra vita “entro” ed “oltre” l’obbiettivo degli occhi-cinepresa vi è anche un contest cinematografico a cui il giovane ha partecipato, Valerio stesso. L’incombere della fine del contest e il desiderio di vincere comporta inoltre una graduale assottigliarsi del confine tra realtà e finzione trasformando la realtà stessa un unico grande film. Il tutto è inoltre affrontato con ironia e comicità. A una trama molto lineare, la cui semplicità rende piacevolmente fruibili le disavventure di Valerio, si affianca una ricca serie di citazioni e cammeo che spaziano da una rapida ripresa di un particolare a una complessa rievocazione delle scene madri di capolavori cinematografici. Starwarp coinvolge in questo modo lo spettatore che non subisce passivamente le immagini, ma è chiamato a rispondere alla sfida di saper riconoscere la totalità dell’ambiente di Starwarp. In questo gioco tra regista e spettatore si inserisce l’idea di far entrare a far parte del cast personalità di spicco: nella prima puntata fanno infatti capolino Alessandro Cecchi Paone nei panni di un docente universitario e Gino Sorbillo nei panni di Jack Torrence in The shining. Altri vip transiteranno sul set di Starwarp, conferendo agli imperdibili episodi sfumature particolari che si legano ben insieme nel gran finale. Sarà infine possibile guardare gli episodi di Starwarp, che usciranno a scadenza quindicinale, grazie al canale video del Corriere del Mezzogiorno. Starwarp ha operato così tra formazione e passione; essa non è solo una webserie, ma un lungo percorso che ha contribuito a formare un gran numero di giovani mossi dalla passione del cinema.

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Eventi/Mostre/Convegni

La Chiesa della Pietà dei Turchini: la riscoperta di un tesoro

Camminare per Napoli e voltare lo sguardo verso i palazzi e le chiese che costellano i tanti vicoli dà sempre una sensazione di pienezza, eppure sembra sempre che ci sia qualcosa che non si è ammirato. I vicoli di Napoli nascondono vere e proprie perle inestimabili che raccontano la vita e la storia degli uomini e della città. Tra queste vi è la Chiesa della Pietà dei Turchini, sulla quale ha focalizzato l’attenzione Maria Girardo, fondatrice dell’associazione culturale Megaride, le cui iniziative risiedono soprattutto nel reintrodurre nel circuito culturale, in un momento di fiorente turismo napoletano, i siti purtroppo lasciati in secondo piano. La Chiesa della Pietà dei Turchini: un patrimonio nel segno di Caravaggio. L’incontro del 23 settembre Incastonata tra i palazzi di via Medina, la Chiesa della Pietà dei Turchini si apre al visitatore come uno scrigno pronto a rivelare le sue bellezze. La struttura dell’ampia navata centrale, sui cui lati si affacciano numerose cappelle, culmina nell’ampio transetto e nell’abside che abbracciano solennemente lo sguardo, come spiega Maria Girardo, è un tipico elemento della Riforma cattolica in seguito al concilio tridentino terminato nel 1563.  Tra i tesori della Chiesa della Pietà dei Turchini, quasi una galleria pittorica che pone in risalto una gran varietà di poetiche, figurano opere attraverso cui poter osservare la trasformazione cui andò incontro la pittura italiana tra il Cinquecento e il Seicento. Attraverso un percorso cronologico tra i dipinti delle cappelle, Maria Girardo ha spiegato come la pittura rinascimentale abbia subito numerose trasformazioni. L’operare della Riforma ha portato alla diffusione di opere con soggetto religioso che, oltre ad avere un valore esornativo, instaurassero un dialogo intimo con il fedele suscitando emozioni reverenziali. In altre parole, attraverso opere religiose si tentava di riaffermare tra il volgo il primato di un potere religioso in grado di preservare l’anima dal peccato. L’artista che dominò l’ispirazione pittorica fu sicuramente Caravaggio, la cui influenza è evidente nei dipinti conservati nella Chiesa della Pietà dei Turchini, necessitanti di doverosi restauri. Nella maggioranza delle opere il delicato panneggio o il soave dinamismo delle figure, oltre al realismo, tipici della pittura di Caravaggio, conferiscono vita alle immagini. In particolare, ci sono opere di noti artisti quali  Belisario Calenzio, che con i suoi colori accesi si inscrive in un contesto manieristico; Andrea Molinaro, nella cui Madonna col rosario brillano tinte dorate di stampo gotico-bizantino; Battistello Caracciolo con la Sacra famiglia; Andrea Vaccaro, che con la sua Flagellazione riprende il soggetto della più nota opera di Caravaggio; Filippo Vitale, che nell’impostazione sospesa delle figure dell’Angelo custode segue anch’egli la lezione caravaggesca; Luca Giordano, nella cui Deposizione si intravedono elementi di un dinamismo fisico alla maniera del pittore milanese, incarnato dall’affaticata figura di Nicodemo che di spalle sorregge Gesù, oltre che una sorta di luminismo tizianesco (che pervade l’intera opera e i profili dei personaggi); Paolo De Matteis, allievo di Luca Giordano, che nel Transito di San Giuseppe dimostra un distacco dal dinamismo del maestro in favore di un’impostazione classica dell’opera; Giovan Battista Rossi, autore della Madonna in […]

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Teatro

“Eleonora Pimentel Fonseca”: un dramma storico

Eleonora Pimentel Fonseca. Con civica espansione di cuore, scritto e curato nella regia da Riccardo De Luca, è uno spettacolo che, ripercorrendo gli eventi fatali della Repubblica Partenopea del 1799, mostra la sua potenza evocativa attraverso il contrasto di visioni opposte: da un lato trova spazio la massa informe del popolo napoletano che sul finire del Settecento sopravvive sotto il regno dell’imbelle re Ferdinando IV; dall’altro appare lo sguardo di Eleonora, che vede dapprima nella sua gioventù il carattere festoso del popolo e poi con la maturità la degradazione in cui ignora di vivere a causa del re. In questo senso Eleonora Pimentel Fonseca. Con civica espansione di cuore si configura, oltre che come dramma umano, soprattutto come dramma storico in quanto i personaggi che si delineano hanno ragione di esiste soprattutto per il valore che essi hanno significato nella Storia. Eleonora Pimentel Fonseca. Con civica espansione di cuore all’Istituto Italiano di Studi Filosofici (22-24 settembre) Di grande impatto è stata poi l’interpretazione di tutti gli attori, i quali hanno spaziato nell’interpretazione sia di personaggi ben precisi, sia dell’intero volgo multiforme: Annalisa Renzulli, interprete lieve e carismatica di Eleonora, ha restituito il profilo di una patriota; Riccardo De Luca, oltre che regista, si è fatto interprete, tra gli altri, del re Ferdinando, del giudice Vincenzo Speciale che decreta la morte di Leonora, e di Pasquale Tria, marito della donna; Francesca Rondinella, che, oltre a impersonare Maria Carolina d’Austria, è stata la voce nelle voci del popolo napoletano attraverso le sue interpretazioni canore; Salvatore Veneruso che interpreta il secondo protagonista della pièce, Gennaro Serra di Cassano, esponente della famiglia a cui apparteneva l’antico palazzo che ha ospitato il dramma (ora sede dell’Istituto Italiano di Studi Filosofici fondato da Gerardo Marotta), e martire insieme con Eleonora; Gino Grossi, tra i cui personaggi qui interpretati è spiccato il padre Alessandro de Forti, consolatore e anch’egli martire; Lucrezia Delli Veneri, che si è divisa tra la sfrontata cuffiara che estirpa Leonora dalla vita coniugale, alla dolce Caterina, figlia illegittima di Tria e la stessa cuffiara; Marianna  Barba, popolana e giacobina; Dario Barbato, che, tra i vari ruoli, ha interpretato quello di un religioso insorgente, quasi identificando le manovre operate da una parte del potere ecclesiastico. Tanti sono stati poi i momenti ricchi di pathos in Eleonora Pimentel Fonseca. Con civica espansione di cuore, ma la vera catarsi pare raggiungersi durante la rievocazione intensa delle pagine del Monitore Napolitano da parte di Leonora, alla quale si vedeva contrapposto il volgo ignorante che imprecava contro la donna abbagliato dalla luce fittizia del re. Si tratta di due visioni opposte il cui contrasto è stato dato dalla confusione: un clangore di voci in un cozzare di idee culminato in uno sterminato silenzio, elemento palpabile dell’incomunicabilità che si verificò tra le idee illuminate e l’eco del dispotismo. La narrazione drammaturgica dello Eleonora Pimentel Fonseca. Con civica espansione di cuore è stata condotta attraverso un’oscillazione di piani e ideologie, quello illuminato di Leonora, credente della Libertà, e quello del volgo […]

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Teatro

Centro Teatro Spazio: la nuova stagione 2017-2018

Il Centro Teatro Spazio ha il merito di continuare, innovandola la tradizione teatrale di San Giorgio a Cremano con la promozione di eventi e formazione teatrale. Si apre così la stagione teatrale 2017-2018 che il Centro Teatro Spazio propone al suo pubblico tra commedie, drammi e tentativi di avanguardia. Centro Teatro Spazio: il cartellone 2017-2018 In linea con la sua idea di promozione della cultura teatrale soprattutto tra i giovan,i in quanto, come ha affermato in conferenza il direttore artistico Vincenzo Borrelli, «il teatro va portato tra le persone nel suo valore sociale», il Centro Teatro Spazio suddivide il suo cartellone in due momenti: uno che va da ottobre 2017 a marzo 2018 con le drammaturgie di veterani e uno che va da marzo a maggio 2018, nel quale a calcare le assi del palco dove mosse i primi passi Massimo Troisi saranno giovani attori e giovani registi. In particole la stagione avrà inizio con la prima nazionale di Macedonia e Valentina (dal 27 ottobre 12 novembre), di Pasquale Ferro, per la regia dello stesso Borrelli, in cui si focalizza l’attenzione sulle storie di coraggio quotidiano delle donne; a seguire Il medico dei pazzi (dal 24 al 26 novembre), di Eduardo Scarpetta, per la regia di Salvatore Sannino; Vita, miserie e quasi morte di Mackie Messer (dal 15 al 30 dicembre), spettacolo nato da un’idea ispirata dall’Opera di tre soldi di Bertold Brecht, per la regia di Vincenzo Borrelli e Maurizio Tieri;  Storie di donne (13 e 14 gennaio) di Myriam Lattanzio, che si configura come un viaggio teatrale e musicare nelle camere silenti dell’anima femminile; I fiori del Kaos (dal 19 al 21 gennaio), per la regia di Libero De Martino, è uno spettacolo che, riprendendo e fondendo i temi pirandelliani dell’Uomo dal fiore in bocca e delle novelle La carriola e Il marito di mia moglie, riflette sull’espressione dell’ interiorità intesa come caos; S’amavano (3 e 4 febbraio), di Enrico Maria Falconi che ne cura anche la regia; Locas (17 e 18 febbraio), per la regia di Niko Mucci, che riflette da un punto di vista femminile sulla polarizzazione e lo scambio di identità tra chi vince e chi viene sconfitto dalla vita; Aspettando Don Godo’ (10 e 11 marzo), per la regia di Rodolfo Fornario, che diviene traduzione in termini linguistici e sociali dell’opera beckettiana a cui si ispira; Tre. Le sorelle Pronzorov (17 e 18 marzo), per la regia di Giovanni Meola, che si ispira a Tre sorelle di Anton Cechov. Fuori cartellone è Nel primo mistero di Santa Medea (30 marzo), la regia di Vincenzo Borrelli, della giornalista del Mattino Angela Matassa. Il Centro Teatro Spazio mette anche in primo piano un gran numero di spettacoli realizzati dai giovani, tra i quali figurano Così non si va avanti (24 e 25 marzo), di Francesco Spiedo e Simone Somma, che ne cura anche la regia, Bagarìa (7 e 8 aprile), per la regia di Francesco Rivieccio, I demoni e gli dei (5 e 6 maggio), per […]

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Libri

Napoli: allegro, ma non troppo. Un libro tra storia e musica

Quando si parla di  discipline come la letteratura, l’arte o la scienza, è imprescindibile un riferimento alla Storia umana alle quali esse s’intrecciano. È questo infatti l’approccio allo studio della musica, eloquente fin dal titolo, del libro “Napoli: allegro, ma non troppo. La canzone, colonna sonora della nostra storia” (Napoli, Graus, 2017) dell’avvocato Teodoro Cicala. Napoli: allegro, ma non troppo. Tra musica e passione Cultore della musica napoletana, l’avvocato Cicala apre con il suo libro un squarcio sulla storia del Novecento da cui è possibile osservare, talora con sorpresa e talora con rammarico, ogni singolo passo della vita musicale nel secolo breve. Il libro inizia con la descrizione  della storia dell’umilissima, e contemporaneamente nostalgica, voce dei posteggiatori, la cui presenza risale fin dai tempi del Medioevo. I posteggiatori erano dei cantastorie che  traevano spunti per le loro poesie (madrigali o villanelle) dagli eventi quotidiani. Tra i nomi citati dall’autore figurano Luigi Calienno detto anche “il Caruso dei posteggiatori”, in quanto  fu chitarrista e tenore; la famiglia Liberti, che ruota intorno alla figura del capofamiglia Ciro Liberti; Giuseppe De Francesco, «posteggiatore considerato il più celebre tra tutti», a cui Salvatore Di Giacomo dedicò una poesia (Li’ortenzie) e Libero Bovio una canzone musicata da Pasquale Frustaci (‘O Zingariello). La voce dei posteggiatori si muove poi attraverso i vicoli della Belle Époque napoletana del primissimo Novecento giungendo fino al Café Chantant, la cui storia «è indissolubilmente legata alle chanteuses, che ne costituiscono l’elemento portante». In queste pagine l’avvocato Cicala sembra camminare tra i vicoli di Napoli illuminati dal riverbero delle luci dei Café  animati dalla musica e dalle voci ammaliatrici delle sciantose come Elvira Donnarumma, Ersilia Sampieri e Nella Vandea. Tuttavia, in un’epoca che appariva felice e  spensierata, si distese sulla terra l’ombra della guerra e, successivamente, quella del fascismo. Il Café Chantant e la Belle Époque erano finiti. Non era una “Napule ca se ne va”, ma una bella Napoli già andata via. Viveva soltanto un nostalgico e malinconico ricordo. “Il vortice turbinoso della guerra aveva inabissato anche il mondo di favole”. Dopo la musica, le risate, ma anche, come si è detto, il fascismo e i fascismi. L’avvocato Cicala concentra inoltre la sua attenzione su Raffaele Viviani ed Enrico Caruso: il musicista e il tenore che insieme danno voce al popolo, vero fautore della storia e della conoscenza dell’uomo. Le ultime pagine di Napoli: allegro, ma non troppo assurgono a emblemi della musica e della storia partenopea.  Il libro  si configura dunque come una rassegna delle musiche e delle canzoni che hanno attraversato la storia di Napoli. Attraverso il titolo, scelto con sapiente aderenza all’andamento musicale ed emotivo, l’autore  sembra guardare  con un occhio malinconico i trascorsi della storia, una storia filtrata dal suo occhio ottuagenario. Gran parte di quanto descritto nel libro è dunque parte integrante dei trascorsi umani di Teodoro Cicala.

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Teatro

Estratti di anime femminili al Nuovo Teatro Sancarluccio

Estratti di anime femminili – donne che danno voce alle donne, è uno spettacolo messo in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli, per la regia di Gianluca Masone, interpretato da Rita Licenziato e Manuela Pugliese, con le musiche di Lino Blandizzi. Lo spettacolo nasce dalla rassegna Marzo donna 2016 curato dalle giornaliste Carolina Fenizia e Francesca Saveria Cimmino, che si rivolge alle donne offrendo loro uno spazio di condivisione e di compartecipazione in cui confidare le proprie intimità. Gli incontri ed il confronto delle donne coinvolte ha portato alla nascita di una silloge pubblicata da Homo Scrivens, esperienze in cui le donne si raccontano nell’auspicio di donare conforto ad altre donne, che così possono riconoscersi nel libro curato dalle due giornaliste. I proventi della vendita del libro saranno devoluti dalle curatrici per il sostegno dell’associazione Ferma le tue mani . Lo spettacolo Estratti di anime femminili Estratti di anime femminili si basa sull’omonima raccolta di testi nei quali numerose donne, dalle variegate esperienze, raccontano di quotidiane sconfitte dovute proprio al fatto di essere donne. Come si mette in risalto nei brani del libro letti e recitati per lo spettacolo, l’odierna società, sostanzialmente maschilista in cui una donna è costretta a vivere e contro cui è quotidianamente costretta a combattere, ingenera nella mente quasi una colpa per essere nata donna, una condizione di “necessaria” condizione di soggezione all’uomo, che nei racconti si configura con il compagno-padrone. Non si parla per congetture o sensazioni, ma per aver ascoltato storie toccanti in cui emerge la brama di riscatto per la donna, e soprattutto la sanità del suo pensiero. In Estratti di anime femminili, tanto nel libro quanto nello spettacolo, emerge  dunque l’immensa opposizione tra la tenerezza femminile e la perversione maschile: ecco dunque delinearsi i volti immaginari e pure reali di donne innamorate ma vittime della gelosia malata di un uomo; ed ecco la voce di donne che dopo tanti sacrifici si scoprono prese in giro da un uomo che credevano di conoscere. Appare così l’innocenza dell’animo femminile di fronte a quello maschile. Ciò che viene in mente guardando lo spettacolo è: davvero è possibile che storie come queste siano vere, che si possa patire tanto, e che si possa fare tanto male a una donna non in quanto donna, ma in quanto essere umano? Ma è la realtà purtroppo a rispondere. Nonostante il grande dolore che si esprime in questi tratti, Estratti di anime femminili è anche la testimonianza dalla rinascita dal baratro, del riscatto. È vero che gli “estratti di anime femminili” da cui prende vita la drammaturgia sono sì la storia di una sconfitta, ma soprattutto la storia del riscatto: dopo la violenza fisica e mentale perpetrata dall’uomo, dopo la malattia contro cui pure si è combattuto avviene finalmente la purificazione. Questo per quella capacità dell’essere umano, e soprattutto della donna, di guardare avanti senza dimenticare il passato, cercando la forza di vivere in un nuovo presente. Come si può evincere, il punto di forza dello spettacolo di Masone (al quale anch’egli ha preso parte in qualità di interprete) è la potenza della drammaturgia, e cioè sui testi […]

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Attualità

Bruno Agolini. Vicoli e veicoli: mostra d’autore a Villa Pignatelli

Bruno Agolini, polivalente artista della parola, dei colori e della musica, si inserisce nell’ambito del COMIC(ON)OFF, rassegna che fa capo al COMICON 2017, con la mostra Bruno Agolini. Vicoli e veicoli. Bruno Agolini: Vicoli e veicoli, la mostra e la rassegna Nell’ambito del COMICON 2017 (dal 28 aprile al I maggio presso la Mostra d’Oltremare di Napoli) si inserisce la rassegna di eventi legati al mondo dell’arte e del fumetto COMIC(ON)OFF che vede inaugurata il 29 aprile la mostra Bruno Agolini. Vicoli e veicoli presso l’antica Serra del Museo Villa Pignatelli alla Riviera di Chiaia (Napoli). In particolare, saranno esposti una serie di 40 disegni, sia di piccolo che di grande formato, in cui è stato possibile ammirare come l’ispirazione dell’artista sia mediata in parte anche da i reperti quali le carrozze finemente lavorate e gli attrezzi adatti alla diligenza custoditi presso il Museo delle carrozze della stessa Villa Pignatelli visitato dallo stesso Agolini nel 2014. Una ricca e preziosa suggestione quella che ha fatto scoccare la scintilla per la creazione dei disegni ospitati nella mostra. Bruno Agolini tra musica, vicoli e carrozze Dai numerosi disegni esposti emerge la dinamicità di un mondo vivo in cui si fondono la formazione e l’animo dell’artista. Possono vedersi ad esempio elementi sapientemente disposti come strumenti musicali, (chitarre, tasti di xilofono, tamburi) in rimando alla produzione musicale dello stesso Bruno Agolini, affiancati a quelli delle carrozze e in particolare delle ruote che conferiscono dinamismo all’intera opera. Nei disegni lo spettatore -come ha specificato con gentilezza lo stesso Agolini, presente all’inaugurazione e disponibile al dialogo col pubblico- può seguire la miriade di grovigli di vicoli che l’artista inserisce nei disegni. Essi rappresentano un percorso per gli occhi, affinché riescano a scoprire l’infinità di particolari mimetizzati nel disegno tra i quali spiccano, come si è detto, le carrozze; e a seguire quasi la costruzione del soggetto rappresentato, che si concretizza, sottolinea Agolini, anche nella scelta del titolo della mostra, Vicoli e veicoli. I mondi di Bruno Agolini, come quello rappresentato dal disegno Guida Latorre, sono come dei mondi da scoprire e conoscere silenziosamente, quasi per non disturbare la vita che in essi segue i suoi ritmi idilliaci. Data la varietà di particolari, inoltre, l’opera è in grado di favorire in chi le ammira varie e numerose associazioni di idee tra il piccolo mondo ritratto dalle fascinazioni della mente e quello reale che soggiace l’ispirazione; un mondo nostalgico fatto di una materia passata resa presente dai numerosi rimandi resa con fedele devozione all’epoca a cui si accostano. Uno dei caratteri che colpiscono di più nelle opere visive di Bruno Agolini è indubbiamente la resa cromatica. Si tratta di colori costituiti, come informa l’artista, da inchiostri leggeri e contemporaneamente luminosi. Gli accostamenti operati dall’artista risultano, così, sgargianti ma graduati; tonalità sincretiche che avvicinano il suono del mondo espresso nei quadri alle parole che esso racconta. Nell’ammirare un disegno di Agolini, soprattutto se di grande formato, infatti, non si può non parlare di un vero e proprio mondo in quanto […]

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Libri

Mario Pieri: Memorie dall’Ottocento

La conoscenza dell’opera di Mario Pieri (Corfù, 1776 – Firenze, 1852) si configura come un passaggio obbligato per chi voglia avvicinarsi allo studio del XIX secolo; in particolare, nelle sue Memorie (il cui progetto di pubblicazione è stato abbracciato dal Centro di Studi sul Classicismo di Prato) egli registra gli usi, i costumi e le tendenze culturali di un’epoca – così come tutte le epoche letterarie del II millennio – che spesso si dice di conoscere solo attraverso i suoi esponenti maggiori. Nello studio della letteratura, infatti, per capire le dinamiche che regolano la vita intellettuale va sempre anche considerata la mole di opere di intellettuali “altri” rispetto a quelli tendenzialmente considerati, e che per avventura o per indirizzi di studio contemporanei ed assolutamente arbitrari vengono talora posti in secondo piano dalla letteratura critica specialistica, che pure, non a torto, si concentra su elementi e fenomeni più vistosi e di portata più ampia. Tali intellettuali risultano, diversamente, di rilevante importanza in quanto, rappresentando i punti di contatto fra esperienze culturali diversificate, finiscono per essere determinanti per la formazione e crescita delle grandi corone della letteratura e cruciali per lo studioso contemporaneo (si tenga presente, ad esempio, la grande schiera di intellettuali e cortigiani, oggi tendenzialmente sconosciuti, che orbitavano intorno la corte ferrarese ai tempi di Luigi e Alfonso II d’Este e che furono determinanti nella formazione poetica di Torquato Tasso). È l’esempio questo, ritornando al caso in questione, di Mario Pieri, il quale rappresenta con le sue Memorie (che hanno visto la luce in un primo volume solo nel 2003), come si è detto, i tratti particolari di una cultura, quella italiana, in fieri, ovvero divisa tra quella settecentesca e quella ottocentesca. Mario Pieri e le Memorie di un quasi italiano Come emerge dal profilo letterario tracciato da Claudio Chiancone, per cui si deve la cura del secondo volume delle Memorie di Mario Pieri – Memorie II (dicembre 1811-settembre 1818), con una premessa di Roberto Cardini e trascrizione del testo a cura di Angelo Fabrizi e Roberta Masini, l’intellettuale corcirese rappresenta un vero e proprio caso di studio, per il valore storico che esse impetrano. Mario Pieri, uomo del suo tempo, infatti, «leggeva leggeva [e soprattutto] scriveva scriveva» (Memorie II, 7 aprile 1815), e proprio questa sua “grafomania” consente al lettore di immergersi profondamente nella vita quotidiana dell’epoca e quindi nella sua cultura. L’autore, infatti, annotava fatti e pensieri quasi quotidianamente, ricordando, mediante un punto di vista e di riflessione interno, le dinamiche sociali, culturali e storiche del suo tempo; Mario Pieri “offre un diario originale non solo per gli eventi che racconta, ma anche per un taglio fortemente soggettivo e psicologico, che intacca dal profondo la sua narrazione rendendola più simile a una confessione, o ad un romanzo di formazione, che ad una cronaca” (p. 18). Oltre la rete dei rapporti quotidiani di Pieri, è possibile riscontrare quello che era lo status di un letterato che provenendo da una formazione prettamente settecentesca, in cui i regimi parevano garantire una certa forma […]

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Culturalmente

Psammetico I e il passato che rivive ancora

A el-Matariya (periferia de Il Cairo), presso le rovine dell’antica Eliopoli, sono da poco emersi dalla terra e dal fango i resti di un colosso che paiono attribuibili alla figura del faraone Psammetico I (XXVI dinastia), e con esso i frammenti di un simulacro (a grandezza naturale) del faraone Seti II (XIX dinastia). L’emozione generale, che definiva la scoperta come «una delle più importanti scoperte del Paese» (parole del Ministro delle Antichità egiziano Khaled al-Anani), aveva fatto pensare che i frammenti del colosso potessero appartenere a Ramses II, data la presenza di un tempio a lui dedicato che sorgeva proprio a Eliopoli; in seguito, però, analizzando altri frammenti – in particolare il capo della statua – che riportavano elementi caratteristici di periodi successivi a quello di Ramses II, si è ipotizzata una datazione più tarda identificando nella statua il faraone Psammetico I, che regnò nel VII secolo a. C.. Tale ritrovamento risulta essere pregno di significato non soltanto per chi ha avuto la fortuna di avere in esso una parte attiva, ma anche per coloro che assistono da lontano al recupero di un tesoro inestimabile come, in questo caso, le statue di Psammetico I e Seti II. La scoperta archeologica della statua di Psammetico I e il senso di memoria e materia I reperti archeologici che ritornano alla luce dopo secoli di riposo nelle ombre (nel caso delle statue di Psammetico I e Seti II), costituiscono, per chi con sensibilità compartecipa a tali eventi sia da vicino che da lontano, un’occasione tangibile per instaurare un rapporto diretto con il passato, anche se distante ed inerente ad una cultura diversa (ma non troppo) dalla propria. Il ritrovamento, infatti, di reperti così antichi rende tangibili nel presente le manifestazioni di un passato che altrimenti resterebbe immobile in se stesso. Secondo la concezione bergsoniana del tempo come flusso continuo, il passato si instaura nel presente attraverso i ricordi di un individuo; in più, eventi come quello riguardante Psammetico I si arricchiscono di suggestioni che non appartengono al ricordo di un singolo individuo (in questo senso sarebbe alquanto improbabile data la distanza temporale che ci separa), ma alle fascinazioni di un’entità comunitaria. La presenza di elementi concreti (quasi dei “ricordi” tangibili) – quali i frammenti della statua di Psammetico I – trasporta il senso della memoria sul piano della materia facendo sì che sia possibile attuare nello spettatore quella aristotelica catarsi che si traduce nell’insegnamento di realtà nuove e diverse, che si è spinti ad apprendere. Ciò che viene in mente nel partecipare alla storia di Psammetico I, così come pure per i vari ritrovamenti archeologici, è una presa di coscienza volta a commisurare il passato ed il presente spogliandosi di quelle che sono le velleità eterne delle società contemporanee; in questo modo si pone maggiormente l’azione umana nel presente, traendo insegnamenti dal passato: insegnamenti che indirizzano (o dovrebbero indirizzare) alla convivenza serena degli uomini.

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Riflessioni culturali

Palmira e la stampa 3D al servizio dell’archeologia

Il sito archeologico di Palmira e la stampa 3D; un progetto “incrociato” che parte in seguito alla distruzione da parte di gruppi jihadisti nel maggio del 2015 di gran parte del sito archeologico in Siria, ed in seguito alla proposta delle autorità mondiali che avevano ipotizzato un piano di ricostruzione dei reperti archeologici distrutti mediante l’ausilio proprio della stampa 3D. Palmira e la stampa 3D al servizio dell’archeologia Un progetto, attuato dopo la liberazione del sito, e tuttora in corso volto al risanamento tanto dei danni subiti dai templi, sia quelli subiti dalle statue sfregiate e ribaltate dai loro piedistalli. In questo progetto di ricostruzione parte dell’attuazione è stata possibile per opera dell’archeologia italiana che di recente ha prospettato il successo della ricostruzione di due statue lesionate: l’idea è quella di recuperare, mediante scansione elettronica, le parti mancanti, “stamparle”, applicarle e ricoprire il tutto con polvere di pietra locale. In questo modo le statue, e sostanzialmente l’intero sito, sarebbero “restaurate”. Il restauro del sito di Palmira e la stampa 3D, quindi, si presenta come un esempio di interdisciplinarità, di scambio di saperi, umanistico e scientifico, al servizio dell’uomo. Tuttavia, per quanto all’apparenza il sito riprenderà la sua antica forma, resterà il ricordo di ciò che è stato, delle statue sfregiate e dei templi divelti. E così le questioni culturali si intrecciano a questioni profondamente umane. L’arte dimenticata, la polvere che si stratifica sulle coscienze umane, l’arbitrarietà dell’uno nei confronti della vita dell’altro. Questioni che, seppur nel loro carattere disumanizzante, sembrano purtroppo permeare le situazioni quotidiane. Si pensi allo snaturamento del genuino rapporto tra uomo e natura, tra uomo e terra, e tra uomo e uomo. E si pensi ancora all’aberrante facilità con cui si avvelenano le terre, e l’aria, e la vita stessa, e all’altrettanto aberrante indifferenza con cui si decide e si dispone delle altrui vite. La cronaca, purtroppo, ci fa da specchio, giorno per giorno, di questa condizione. E la questione Palmira non è che un pezzo di questo mosaico. Forse ciò che è venuto a mancare è la solidarietà tra piccoli gruppi sociali, familiari e conoscenti, fino alla grande rete mediatica. Una solidarietà troppo spesso ostentata ma insincera, tanto che viene a mancare nel momento del bisogno. Ma non sempre “perde” questa cultura del rispetto, sia del passato che del presente. Ecco, allora, esserci i volontari davanti al sostegno verso le calamità, d’ogni genere; ed ancora ecco che le rovine di Palmira, rivivono, con il progetto su Palmira e la stampa 3D, nel suo valore di conoscenza ed evoluzione scientifica, assume così un senso importante. Perciò la graduale costruzione del sito e delle sue componenti danneggiate dovrebbe essere visto come tentativo di ricostruzione di un’umanità ridotta in pezzi, ed una nuova unione – utopica forse, ma sempre auspicata – dei popoli nel segno della fratellanza. «Scrivi ciò che vedesti. Manderò la mia voce dalle rovine, e ti detterò la mia storia. Piangeranno i secoli sulla mia solitudine; e le genti s’ammaestreranno nelle mie disavventure». (Ugo Foscolo, Ultime lettere […]

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Teatro

Pirandello al Teatro Comunale di Caserta

Nelle mattinate del 6 e del 7 dicembre 2016 il Teatro Comunale di Caserta ha ospitato lo spettacolo Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello inscenato dalla compagnia teatrale La rete dell’immaginario di Paolo Spezzaferri (a cui si deve la cura della regia e dell’adattamento). Un Pirandello napoletano Lo spettacolo, che si colloca nell’ambito del progetto di Spezzaferri di avvicinare i giovani studenti delle scuole al poliedrico mondo del teatro, presenta fin da subito il personale taglio del regista, mostrando da un lato la versatilità ed universalità della drammaturgia pirandelliana, dall’altro l’accortezza di Spezzaferri nel mantenere e preservare la bellezza dell’opera originale pur scomponendo e rielaborando taluni elementi del testo. A tal proposito, basta citare il principio dello spettacolo che nell’originale pirandelliano si apre con l’allestimento de Il giuoco delle parti. Nell’adattamento il discorso metateatrale abbandona, per quanto apparentemente, il motivo che ruota intorno al concetto di identità vera o fittizia portato avanti dall’autore proponendo, al posto de Il giuco delle parti, Filomena Marturano di Eduardo De Filippo. Tale modifica, che trova la sua ragione in un ideale omaggio da parte di Spezzaferri al Maestro napoletano, può configurarsi come un’ulteriore forma di appropriazione dell’opera di Pirandello attraverso il transito da Agrigento a Napoli. Modifica che, comunque, non si ripercuote affatto sull’effetto generale della rappresentazione, anzi pare fungere da ponte fra il dramma di Domenico Soriano e il dramma consumatosi nella famiglia dei “sei personaggi in cerca d’autore”. In linea con l’opera di Pirandello, Paolo Spezzaferri (peraltro interprete del suo adattamento nei panni del padre tra i sei personaggi) mette in risalto uno dei messaggi principali dell’opera: il rapporto tra realtà e finzione, tra il vivere la scena e il recitare la vita, nella cui dicotomia ha ruolo fondamentale l’identità dell’uomo-attore, mostrata al prossimo nelle sue infinite maschere e  celata allo stesso interprete. Viene così a configurarsi, tanto nell’originale quanto nell’adattamento, l’incontro-scontro tra i sei personaggi e gli attori, i quali rispettivamente ambiscono ai ruoli degli altri. In quest’ottica gli attori, da persone reali, nella messa in scena del dramma dei sei personaggi, si ritrovano ad essere mancanti, in quanto semplici interpreti, di quella identità, di quella verità e naturalezza, di cui diversamente sono intrisi i sei personaggi in quanto carichi di esperienza vissuta; una naturalezza che raggiunge le sue estreme e fatali conseguenze con il suicidio in scena de bambino (Francesco Pace), che corrisponde, diversamente da quanto credono gli attori veri e il direttore dello spettacolo, alla vera realtà, e non quella allestita per per lo spettacolo che si preparava in principio d’opera. Un particolare tecnico che merita di essere evidenziato è la cura delle luci di scena: scomponevano il palco in due ambienti contrastanti, quello dei sei personaggi (illuminato da toni freddi e scuri) e quello degli attori (illuminato da toni caldi e chiari). Questo, oltre ad essere funzionale alla trama dell’opera (condizione, in quel momento, luttuosa dei sei personaggi), rimarca maggiormente quanto detto circa il rapporto antinomico tra verità e finzione, vita vera e rappresentazione fittizia. Per concludere, l’adattamento di Sei personaggi in cerca d’autore […]

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Libri

L’ombra di Masaniello vaga per Piazza del Mercato

È indubbio che l’uomo Tommaso Aniello d’Amalfi abbia trasceso la realtà storica divenendo universalmente conosciuto come Masaniello. Questo soprannome del giovane pescatore sembra quasi essere diventato il nome di un mito ai giorni nostri, e che tale doveva sembrare ai suoi contemporanei. Ed è su tale importanza che riflette Carmela Politi Cenere nel suo ultimo romanzo L’ombra di Masaniello vaga per Piazza del Mercato (Napoli, Graus Editore, 2016). L’autrice, per altro presidentessa del Premio Letterario Internazionale Emily Dickinson, ha dedicato già diversi libri alla realtà napoletana (ad esempio Città nel caos, sempre edito da Graus Editore). L’ombra di Masaniello di Carmela Politi Cenere Ne L’ombra di Masaniello vaga per Piazza del Mercato, Politi Cenere riflette sulla figura del pescatore, che, rispetto a Pulcinella, altro “patrono” napoletano ben più anziano, traendo forse origine dalle antichissime commedie Atellane, è entrato più di recente, ma a buon diritto, nell’immaginario partenopeo come simbolo di lotta contro soprusi sofferti dai più deboli e nemico delle disparità sociali. Andando con ordine, il romanzo presenta quella che si può definire una cornice degli eventi narrati: la storia dei due protagonisti, i giornalisti Anna Luce ed Alfonso, che decidono di sposarsi e di celebrare le nozze nella Chiesa del Carmine. Quindi si palesa il fulcro del romanzo, in quanto nella detta chiesa giace la cripta proprio di Masaniello, la cui figura, umana e simbolica, viene raccontata con grande animo dall’anziana Maestra di Alfonso, messa al corrente delle nozze. Da tutto questo, la maestra trae lo spunto per narrare dei casi di Masaniello, a partire dalla sua giovinezza, dal matrimonio con la bella Bernardina Pisa, alla nomina di Capitano del Popolo in occasione della rivolta nel luglio del 1647, fino all’assassinio e l’entrata nel pantheon delle leggende. Ciò che emerge è, infatti, un duplice aspetto della figura di Masaniello: quello umano, che contribuisce a renderlo vicino e totalmente immerso nei problemi di povertà del popolo, e quello storico, che mette in luce quelli che furono i motivi della ribellione del popolo e dell’esasperazione del pescatore: «viva il re di Spagna, mora il malgoverno». In entrambi i casi, l’autrice si avvale di molti testi che contribuiscono a rendere più viva la figura di Masaniello. Uno stile ricercato, tendente alla bellezza nella descrizione delle meraviglie napoletane e delle fisionomie dei personaggi. Quella stessa bellezza che, come scriveva Dostoevskij, “salverà il mondo”. Assume, quindi, grande importanza la scelta della parola al fine di non renderla mai casuale nel discorso. Non pare errato affermare ciò alla luce delle numerose descrizioni della desolazione che spesso Napoli affianca alle sue incommensurabili bellezze; una desolazione che però, attraverso gli occhi limpidi dei protagonisti, assume quasi un valore di transizione in quanto da questa, grazie proprio all’intervento di anime sublimi quali Masaniello, può trasformarsi da caos in armonia. L’ombra di Masaniello vaga per Piazza del Mercato si configura, in ultimo, ed in maniera preponderante, come una riflessione di Carmela Politi Cenere sulla realtà sociale napoletana, di cui, sebbene filtrata attraverso uno sguardo palesemente innamorato della propria città d’origine, non manca di […]

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