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Eroica Fenice

In Primo Piano

Interviste emergenti

Michele Di Vico, intervista all’autore di “L’amore brigante”

Sguardo penetrante, modi cortesi, profilo discreto. Abbiamo avuto modo di fare due chiacchiere con il prof. Michele Di Vico, autore del libro in prossima uscita “L’amore brigante. Il Sannio tra sangue e passione” (Edizioni 2000 diciassette), una trasposizione di fatti storici, studiati e documentati attraverso libri parrocchiali, documenti d’archivio e libri coevi e posteriori, in un dramma storico teatrale. Chi è Michele Di Vico? Innanzitutto un insegnante. La mia intenzione è scrivere tre libri, uno per ogni anno del triennio delle superiori, per avvicinare i ragazzi alla storia. Il primo, già pubblicato, “Streghe e cavalieri. Una storia d’amore nel Sannio del 1300”. É rivolto ai ragazzi che frequentano il terzo anno, questo di cui oggi parliamo agli alunni del quarto e l’ultimo, in cantiere, ai frequentanti del quinto.  Cosa l’ha spinta a voler dedicare la sua vita all’insegnamento della storia? La storia mi ha da sempre affascinato e sono convinto che dobbiamo conoscere le nostre radici per poi puntare alla nostra meta ma io non sono interessato alla storia in generale, da trovare sui manuali. Io cerco di scavare tra le cose minute, di portare a galla le abitudini, le tradizioni del nostro territorio. La mia visione della storia è quella di un orticello non di un grande campo! Dietro al mio impegno di scrittore c’è dunque una finalità didattica: il mio pubblico è stato da sempre rappresentato dalla scuola e dai miei alunni. Perché la tecnica teatrale? I ragazzi non sono più abituati a leggere e quindi avvicinarli ad un testo di storia scritto con un linguaggio specialistico è difficile mentre la forma teatrale credo sia la tecnica che può colpirli di più e con maggiore immediatezza.  Cosa significa essere docente di storia e scrittore nel 2018? Cos’è la scrittura per lei? Essere insegnante di storia è un mestiere difficile, bisogna avere una forte passione. L’insegnante che tratta i suoi allievi come se fossero i propri figli è un buon maestro, oggigiorno. La scrittura, invece, è un po’ il nostro doppio, l’alter ego. Lo scrittore rinasce nelle pagine che scrive, vive altre vite e ha un ampliamento di orizzonte non indifferente. Creiamo personaggi, che a volte arrivano naturalmente nella mente dell’autore o che altre volte l’autore va a cercare, in cui rispecchiarci e su cui riflettere e che dobbiamo rispettare: una volta definita una personalità, tutto vi è condizionato. Michele Di Vico e il suo “L’amore brigante. Il Sannio tra sangue e passione”  Il 7 agosto 1861, i briganti di Cosimo Giordano occupano Pontelandolfo e Casalduni (Bn), proclamandovi un governo provvisorio. Tre giorni dopo un commando composto da quaranta soldati e quattro carabinieri, inviati ad appurare la portata della sommossa, vengono uccisi dai briganti e da alcuni abitanti del posto. Il generale Enrico Cialdini, appresa la notizia, invia due reparti. I cittadini di Casalduni, avvertiti, riescono in gran parte a mettersi in salvo; quelli di Pontelandolfo, colti di sorpresa, saranno brutalmente uccisi e le case del paese incendiate. Il testo si divide in tre sezioni: corpus teatrale, sintesi storiche con schede […]

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Cronaca locale

Pasqualino Esposito, da testimonial a Seiano a ospite alla mostra di Venezia

Pasqualino Esposito e le sue nuove avventure: testimonial al Grand Hotel Angiolieri di Seiano fino alla Mostra Cinematografica di Venezia Lui si chiama Pasqualino Esposito, vive a Casavatore vicino Napoli ed ha una simpatia travolgente ed una purezza d’animo, ed è appassionato di cinema, di arte, ama guardare film e incontrare i suoi idoli in carne ed ossa. Pasqualino è affetto da osteogenesi imperfetta, detta anche malattia delle ossa di vetro: la sua malattia gli porta grave fragilità alle ossa, malformazione degli arti, difficoltà respiratorie a causa della gabbia toracica malformata e gli è quindi essenziale l’aiuto della ventilazione meccanica. Il cinema è la stella polare della sua quotidianità, la sua scappatoia ed isola felice, e questa passione lo ha portato a divenire una stella del sorriso che ha incontrato stelle in carne ed ossa: i suoi idoli cinematografici. Pasqualino può infatti vantare tantissimi incontri con svariate stelle del cinema, attori di fiction e nomi di spicco della scena nostrana e internazionale, nonché la partecipazione a numerosi eventi e festival. Il suo festival preferito è La Festa del Cinema di Roma, a cui ha partecipato due volte: ha anche instaurato un forte legame con il direttore Antonia Monda e con Valeria Allegritti. La passione può salvare una vita e renderla degna di essere vissuta, può dare respiro e leggerezza alla sofferenza, e Pasqualino ci affida un grande messaggio: la realtà non è quella che si vede. Ci eravamo già occupati di Pasqualino, per narrare la sua storia e la sua travolgente passione per il cinema. Ci sono delle novità, perché Pasqualino ha dei nuovi progetti in cantiere e che si aggiungono al racconto della sua storia: è stato chiamato a fare da testimonial, col suo sorriso, al Grand Hotel Angiolieri di Seiano ed è stato invitato dal direttore Alberto Barbera in persona alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, per coronare ulteriormente la sua smodata passione per il cinema. Due chiacchiere con Pasqualino Esposito, tra cinema, nuovi progetti e desideri Ciao Pasqualino, ti andrebbe di raccontarci della tua esperienza come testimonial al Grand Hotel Angiolieri di Seiano? Come è iniziata quest’avventura e come sei diventato il volto di questo hotel? Quest’esperienza è nata tramite i social network. La proprietaria del Grand Hotel Angiolieri mi ha contattato su Facebook, abbiamo molti amici in comune. Abbiamo fatto una bellissima chiacchierata e lei mi ha chiesto se mi andasse di prendere parte a quest’esperienza, e quindi sono stato testimonial di questa bellissima location, che io consiglio a tutti di andare a visitare almeno una volta, anche per un week end. Ti andrebbe di raccontarci anche della tua prossima avventura a Venezia? Per quanto riguarda l’esperienza della Mostra d’arte Cinematografica di Venezia, è nata sempre tramite i social network, Qualche tempo ho pubblicato su Facebook un post, un amico ha letto il mio post e, notando la mia passione per il cinema e per i festival, mi ha chiesto se mi andasse di partecipare alla mostra di Venezia, dal momento che si occupa dell’organizzazione. Io […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Presentazione del volume “Dopo Eduardo” al Mercadante

Lunedì 23 aprile, al foyer del Teatro Mercadante di Napoli, si è tenuta la presentazione del libro Dopo Eduardo – Trenta anni di Nuova Drammaturgia a Napoli, curato dalla giornalista Luciana Libero e sponsorizzato dalla Fondazione Eduardo De Filippo. Il libro, primo volume della Collana Teatro della Serie Oro della casa editrice Apeiron, ideata e diretta dalla giornalista Anita Curci, è stato presentato dalla stessa Casa Editrice Apeiron e dal Teatro Stabile di Napoli. Il volume Dopo Eduardo – Trenta anni di Nuova Drammaturgia a Napoli Il libro, curato dalla giornalista, studiosa e critica teatrale Luciana Libero, è un’antologia critica sul teatro a Napoli dagli anni ‘80 del 1900 fino ai giorni nostri. Il volume segue nelle intenzioni il precedente testo di Luciana Libero in cui la studiosa aveva raccolto riflessioni critiche e indagini proprio sulla Nuova Drammaturgia napoletana. Con Dopo Eduardo – Trenta anni di Nuova Drammaturgia a Napoli, si ampliano i discorsi ritornando e rinnovando questioni e riflessioni intorno all’argomento del teatro post-eduardiano. La presentazione di Dopo Eduardo – Trenta anni di Nuova Drammaturgia a Napoli La presentazione, scandita in letture di brani a cura degli autori e di attori e moderata da Sergio Marra, responsabile dell’Ufficio stampa del Teatro Stabile di Napoli, si è aperta con i saluti di Luca De Fusco, regista e direttore dello stesso Teatro Stabile, e con gli interventi del critico teatrale Giulio Baffi, della giornalista Titti Marrone, del drammaturgo napoletano Manlio Santanelli, della giornalista Anita Curci e della stessa Luciana Libero. La presentazione è proseguita con letture di brani tratti da Scannasurice di Enzo Moscato, da Saro e la rosa di Francesco Silvestri, Donne di potere di Fortunato Calvino, L’abito della sposa di Mario Gelardi e Mal’essere di Davide Iodice: nell’ordine, hanno prestato le loro voci, tra gli altri, e le loro interpretazioni, Imma Villa, Maria Basile Scarpetta, Rosaria De Cicco, Rita Montes, Roberta De Pasquale, Gennaro Maresca e gli interpreti e autori del lavoro collettivo, di trascrittura – riscrittura, Mal’essere. Aspetti del libro Dopo Eduardo – Trenta anni di Nuova Drammaturgia a Napoli approfonditi durante la presentazione Durante la presentazione del volume gli aspetti su cui si è soffermata l’attenzione sono stati soprattutto la presenza imprescindibile in senso teatrale della parola e della presenza dello stile e dei concetti eduardiani e della poderosa mole, come ricorda Luca De Fusco, di drammaturgia napoletana di qualità in età contemporanea. Le riflessioni si sono catalizzate intorno a quello che è, teatralmente, il post-Eduardo, la concezione del teatro e della drammaturgia negli anni successivi al maestro De Filippo. «Tradizione e tradimento», come ha metaforicamente espresso Manlio Santanelli, un’indagine fra ciò che è e ciò che è stato, un tentativo di lettura che intrecci e differenzi, al tempo stesso, passato e presente teatrale. Una «autobiografia generazionale condivisa», come ha detto Titti Marrone, della grande famiglia teatrale, fatta di ritmi e suggestioni, di vibrazioni e movimenti, di frenesia, riflessioni e vivacità.

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Attualità

Attualità

Aurora Station: il primo hotel di lusso tra le stelle

Vacanze pluristellari e turismo spaziale? Ormai sembra non essere più un sogno ad occhi aperti. Il futuro sensazionale hotel nello spazio ha già una firma: Aurora Station. Un modulo spaziale con un diametro di 4 metri e 20 centimetri e una lunghezza di 10 metri, che dovrebbe appunto rappresentare il primo hotel di lusso nello spazio a 320 Km di distanza dalla Terra. Dietro al progetto la Orion Span di Houston, una società texana fondata da Frank Bunger che dichiara di voler investire sul turismo spaziale, in quanto lo spazio rappresenterebbe l’ultima frontiera della civiltà umana. Il primo soggiorno rigorosamente stellare dovrebbe essere offerto tra pochissimo tempo, entro il biennio 2021/2022. Prima di Aurora Station: il progetto del MIT premiato dalla NASA Ma l’Aurora Station non è certo il primo progetto diretto verso le stelle. Un’idea simile, ancora irrealizzata, è stata partorita da giovani studenti laureati del MIT (Massachusetts Institute of Technology) ipotizzando Marina (Managed reconfigurable in-space nodal assembly). Un porticciolo spaziale per far attraccare moduli privati ospitante stanze con vista mozzafiato sul nostro pianeta. Questa spaziale e fantasmagorica idea è stata premiata dalla NASA come miglior progetto in concorso tra le università, culle di nuove idee nel campo dei sistemi aerospaziali. Marina prevedeva otto stanze con bar, ristorante e palestra. Niente di nuovo per un’offerta standard di un comune hotel terrestre. Ma a rendere speciale ed irrinunciabile il progetto era senz’altro l’incredibile emozione di sorvolare il nostro amato pianeta soggiornando tra le stelle; privilegio finora di astronauti e pionieri spaziali. Ma gli studenti del MIT hanno anche immaginato di andare oltre, presentando Marina come approdo e punto di partenza per altri viaggi verso Marte. Insomma, se con l’avvento di Internet le interconnessioni informatico-digitali viaggiano ormai alla velocità della luce, il futuro sembra non incontrare barriere nemmeno in campo fisico-aerospaziale. Aurora Station: organizzazione e addestramento Il geniale progetto della Orion Span prevede la possibilità di soggiornare su Aurora Station per dodici giorni, per un costo pari a 9,5 milioni di dollari a persona, per quasi 800.000 dollari a notte. Frank Bunger apre le prenotazioni, con possibilità di versare un acconto di 80.000 dollari, per quanti intendano sperimentare una vacanza elitaria, all’insegna di emozioni mozzafiato mai vissute prima. Il modulo sarà in grado di ospitare sei persone, di cui due membri dell’equipaggio. Ma i futuri turisti spaziali potranno immergersi in questa sensazionale avventura non prima di essersi sottoposti ad un addestramento, ridotto alla durata di tre mesi, contro i ventiquattro di norma necessari, così da contenere ulteriormente le spese. È fondamentalmente prioritario infatti acquisire alcune nozioni di meccanica orbitale, volo spaziale e soprattutto di microgravità, trovandosi in ambienti pressurizzati. Costi stellari e lavoro d’addestramento. Ne varrà davvero la pena? Per una delle esperienze più incredibili per l’esistenza umana assolutamente sì. Se finora era inimmaginabile poter tenere la mano del nostro partner fluttuando tra le stelle, al cospetto del panorama più spettacolare di cui l’uomo abbia mai fatto esperienza, adesso ciò non è più fantascienza. La vacanza dei sogni diviene realtà, salvo […]

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Attualità

Suicidio alla Federico II, l’emblema di un forte disagio

Giada ha 26 anni ed è iscritta alla facoltà di scienze naturali alla Federico II. Tra cinque mesi si sposerà con il suo fidanzato e a parenti e amici ha comunicato che il 9 aprile si laurea. Tutti sono pronti, entusiasti all’idea che quella ragazza originaria di Sesto Campano stia per raggiungere uno dei traguardi più importanti della sua vita. Ma quel giorno non c’è nessuna seduta di laurea: Giada decide di rinunciare ai propri sogni e affida la sua disperazione al suicidio. Così si lancia dall’ultimo piano della sede universitaria di Monte Sant’Angelo, in pieno pomeriggio, davanti a studenti, professori e personale che lavora all’università. Suicidio alla Federico II, una tragedia enorme, che ha spinto il rettore Gaetano Manfredi (sotto richiesta delle associazioni studentesche) a sospendere le elezioni studentesche che si sarebbero dovute tenere oggi e domani, nonché qualunque altra attività culturale che era prevista in giornata. Suicidio alla Federico II: unica, tragica via Ci troviamo davanti all’ennesimo caso di disagio giovanile, che raggiunge il culmine estremo con il suicidio. Giada, che la famiglia definiva una ragazza dolce e solare, è una delle tante vittime di questa piaga che colpisce persone fragili come il vetro più delicato. Persone che si sentono bloccate, come se un entità oscura le divorasse dall’interno distruggendo ogni forza vitale. Sono tanti i casi di giovani universitari che, sentendo di aver deluso le aspettative dei genitori, scelgono la via del suicidio. Si può citare il caso di Fulvio, studente della Suor Orsola Benincasa, morto suicida gettandosi anche lui dall’ultimo piano dell’università. O ancora quello studente di Chieti iscritto a giurisprudenza, che ha mentito ai propri genitori annunciandogli la sua imminente laurea per poi suicidarsi. Sono solo due di tanti casi che hanno un tragico comune denominatore con quello di Giada: la delusione delle aspettative. La necessità di ascoltare il malessere degli altri, in un mondo anafettivo e freddo Giada era una ragazza come noi, una coetanea che avremmo potuto conoscere durante una qualche lezione o  una pausa caffè mentre preparavamo qualche esame. Era una persona che forse sentiva il peso gravoso delle aspettative e il non averle soddisfatte come una colpa imperdonabile all’interno di una società sempre più veloce e insensibile, dove i giovani sono considerati numeri di un codice a barre a cui vengono imposti modelli da seguire: “Devi laurearti il prima possibile, altrimenti non troverai lavoro“, “Devi trovarti un ragazzo/una ragazza al più presto, così potrai farti una famiglia“, “Devi avere successo nella vita, altrimenti deluderai i tuoi genitori“.  Siamo continuamente messi sotto pressione da un mondo che non ammette la fragilità nell’essere umano, esigendone la perfezione assoluta in ogni singolo dettaglio. Le parole di troppo di qualche genitore, parente o amico fanno da carburante a questo stile di vita malato, che viene fatto passare per giusto anche a chi non riesce ad adattarvisi. Questa è la condanna della nostra generazione, in bilico tra un futuro pieno di vicoli bui e la speranza di trovare qualche via illuminata lungo la strada. Giada non ha […]

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Attualità

Don Silverio Mura, la battaglia per la verità di Diego Esposito

Una giornata primaverile dal sapore estivo e i turisti che fotografano la cattedrale di Santa Maria Assunta fanno da sfondo a quella che sembra una mattinata qualsiasi a via Duomo, se non fosse per la presenza di tre figure mascherate di bianco, due uomini e una donna. Uno di loro indossa la maschera di Guy Fawkes, il protagonista della graphic novel V per vendetta, che nasconde il volto di Diego Esposito, una delle vittime di don Silverio Mura. La vicenda di Diego Esposito, una vittima di Don Silverio Mura La storia di Diego inizia a 13 anni quando don Silverio, all’epoca suo insegnante di religione, lo invita a casa sua. Da lì inizia una serie di abusi lunga 3 anni e un difficile percorso per trovare la forza di denunciarlo. Una denuncia che Diego compie a 35 anni e che segna l’inizio di una battaglia con la curia di Napoli, la quale sembra aver fatto di tutto per insabbiare la vicenda. Nel 2013 Diego espone il caso a papa Francesco, il quale gli comunica l’intenzione di occuparsene personalmente. Nel 2015 Diego scrive al cardinale Crescenzo Sepe, chiedendo informazioni sul processo in corso e minacciando di togliersi la vita in mancanza di risposte. Il cardinale fa girare la mail alla prefettura, con la conseguenza che Diego perde il lavoro. Nel 2016 invia una mail nuovamente a papa Francesco nella quale, appellandosi anche ad un provvedimento di un anno prima in cui viene legittimata la denuncia delle vittime di abusi sessuali commessi dai sacerdoti,  accusa il cardinale di aver coperto don Silverio. Il cardinale, per tutta risposta, comunica il nome di Diego a tutta la stampa ed egli, coadiuvato dal proprio avvocato, nel 2019 darà inizio ad un processo contro la curia per violazione della privacy. Grazie a dei recenti servizi della trasmissione televisiva Le Iene, si è scoperto che don Silverio si è trasferito nel paesino di Montù Beccaria in provincia di Pavia (a 800 km di distanza da Napoli), dove fa catechismo a 40 minori sotto il falso nome di “Saverio Aversano”. Dopo la messa in onda di tali servizi, inoltre, Don Silverio Mura è sparito dal paese. Giustizia per chi è stato privato della propria innocenza Una storia, quella di Diego, che sottolinea in modo drammatico come la piaga della pedofilia sia lontana dall’essere sradicata dagli ambienti clericali. «Chiedo al papa di intervenire e di far dimettere immediatamente il cardinale Sepe per gravi motivi»: questa è la richiesta che Diego fa al santo padre affinché venga riconosciuta giustizia a chi è vittima ma passa per la parte del colpevole e dove i veri colpevoli godono addirittura di protezione da parte di chi dovrebbe usare il pugno di ferro verso gli autori di spiacevoli episodi che hanno come vittime i minori.

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Attualità

Il giudice respinge il ricorso della mamma lavoratrice licenziata da Ikea: la lotta di Marica Ricutti

Ai primi di questo Aprile, è stata emessa dal tribunale di Milano la sentenza che sembra aver messo un punto alla discussa vicenda di Marica Ricutti, la mamma di due bimbi, di cui uno affetto da disabilità, ex impiegata dell’Ikea, licenziata per non aver rispettato più volte i turni di lavoro. Ritenute ingiuste le motivazioni addotte dal colosso svedese come giustificazione per la decisione presa, la donna ha impugnato il licenziamento e fatto ricorso, chiedendo, col sostegno del sindacato e dei suoi colleghi, il reintegro e il risarcimento del danno. Il giudice, però, ha rigettato l’appello di Marica, valutando non discriminatorio il licenziamento della donna. Sembra, e non è cosa certa, che si sia giunti all’epilogo dell’accaduto, e non solo per i numerosi riscontri negativi che la sentenza ha avuto nell’opinione pubblica, ma soprattutto perché Marica e i suoi sostenitori non intendono arrendersi. Ma com’è nata l’epopea di Marica? E perché si è trasformata nella lotta di ogni lavoratrice madre? Dal licenziamento disciplinare di Marica Ricutti al sostegno di sindacati e colleghi Innanzitutto, chi è Marica Ricutti? Il riferimento “madre lavoratrice” dice già tanto: Marica Ricutti è una donna di 39 anni, separata e madre di due bambini, di cui uno disabile, che ha lavorato per ben 17 anni presso l’Ikea di Corsico, fin quando, il 21 novembre dello scorso anno, non è stata licenziata. L’accento va necessariamente posto sull’invalidità del figlio, perché è per questa ragione che la signora Ricutti ha potuto usufruire della cosiddetta 104, cioè dei particolari benefici (previsti, appunto, dalla legge quadro 104/92) per i familiari conviventi con un portatore di handicap. L’Ikea era, senz’altro, al corrente delle necessità della donna, così come non era passato inosservato l’impegno della lavoratrice, che l’ha portata alla promozione da addetta al bistrot a coordinatrice del ristorante. Un avanzamento di carriera che Marica ha con piacere accettato, chiedendo però che non le venissero cambiati gli orari dei turni, grazie ai quali riusciva a conciliare il suo impiego con le terapie seguite dal figlio. Una richiesta, da quanto emerge, non pienamente accolta dai suoi responsabili, poiché i turni sono stati effettivamente ridimensionati. Per due volte, così, Marica sarebbe arrivata sul posto di lavoro con qualche ora di ritardo, inadempienza che le è costata prima un richiamo, poi il licenziamento. Stando alle dichiarazioni dell’azienda svedese, infatti, si tratterebbe di licenziamento disciplinare, nello specifico a causa del mancato rispetto dei turni. “Negli ultimi 8 mesi la signora Ricutti ha lavorato meno di 7 giorni al mese e, per circa la metà dei giorni lavorati, ha usufruito di cambi di turno e spostamenti di orario, concordati con i colleghi e con la direzione del negozio, (…) in più occasioni, la lavoratrice, per sua stessa ammissione, si è autodeterminata l’orario di lavoro senza alcun preavviso né comunicazione di sorta, mettendo in gravi difficoltà i servizi dell’area che coordinava e il lavoro dei colleghi, creando disagi ai clienti e disservizi evidenti e non tollerabili”, ha dichiarato l’Ikea, non mancando di sottolineare che gran parte delle assenze […]

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Cinema & Serie tv

Cinema & Serie tv

Napoli festeggia i suoi David al Maschio Angioino: ovazione per Renato Carpentieri

Lunedì 9 aprile la città di Napoli ha festeggiato i propri talenti, premiati ai David di Donatello 2018, nella ieratica cornice della Sala dei Baroni del Maschio Angioino. La cerimonia, suggellata da una targa commemorativa destinata agli illustri ospiti, ha inteso donare un riconoscimento non solo agli artisti napoletani, ma ad una Napoli fucina, da sempre, di eccellenza. Il successo del cinema napoletano per l’assessore alla cultura Nino Daniele è spiegato attraverso la parola fondante «comune origine» che racchiude l’idea tutta partenopea di lavorare assieme, vivere in comune, ed essere un tutt’uno con la cultura, la vivacità e i fermenti di una terra unica. Il valore della cultura come arma per disperdere la violenza e la rabbia sono gli argomenti sottolineati dal sindaco De Magistris, presente alla cerimonia, che ha dichiarato: «Se noi riusciamo a dimostrare in questa città che con la cultura si può produrre; se si comprende che esiste un’alternativa al  prendere una pistola e fare una strage, e questa alternativa è la cultura, ci si può salvare e vivere con umanità. Sono convinto che grazie a questi esempi in tanti stanno scegliendo di fare spettacolo, in alternativa alla malavita. La cultura è l’arma di riscatto migliore per la nostra terra». I riconoscimenti ai vincitori dei David di Donatello Il sindaco  ha consegnato il riconoscimento al regista Antonio Manetti, vincitore del David di Donatello come miglior film con “Ammore e Malavita“ e a Daniela Salernitano, vincitrice per i migliori costumi per la stessa pellicola. Infine, Franco Ricciardi e Nelson hanno ricevuto la targa per la miglior canzone originale “Bang bang”. «È la prima volta che la  mia città mi riconosce qualcosa –  ha dichiarato un emozionato Nelson – è come andare a dormire con un bacio in fronte della mamma». Applausi scroscianti hanno accompagnato la crew di “Gatta Cenerentola“, che si è aggiudicata una statuetta ai David per i migliori effetti digitali, grazie al lavoro della Mad Entertainment: «Mad è una squadra –  ha affermato il vincitore come miglior produttore Luciano Stella – un gruppo che riesce a stare assieme a lungo, rende più forte quello che produce». Renato Carpentieri: miglior attore ai David di Donatello Dulcis in fundo è arrivato il riconoscimento a Renato Carpentieri, vincitore del David di Donatello 2018 come miglior attore protagonista, che per via della colossale standing ovation profusa dal pubblico e gli addetti ai lavori presenti nella Sala dei Baroni, non è riuscito a proferir parola per circa due minuti. Ironiche e ficcanti sono le parole dell’attore napoletano: «Ci ho messo un pò di tempo, però l’ho avuto» – ha commentato Carpentieri, poi  ha aggiunto – sono orgoglioso di questo riconoscimento, la mia formazione è avvenuta qui a Napoli, dove ho incontrato negli anni tante persone di valore. In parte questi David 2018 sono stati dati a persone di periferia o outsider, persone che per loro scelta o per scelta degli altri sono state tenute ai margini della cultura italiana. Questi David hanno premiato quelli di “fuori” non quelli del “centro”. Ora non so […]

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Cinema & Serie tv

Bob e Marys: Criminali a domicilio

Bob e Marys: criminali a domicilio, la nuova ironica commedia di Francesco Prisco, interamente ambientata a Napoli, con protagonisti Rocco Papaleo e Laura Morante, arriverà nei cinema italiani il 5 aprile. Il film narra la storia di Roberto (Rocco Papaleo) e Marisa (Laura Morante), una coppia di coniugi, che conduce una vita tranquilla e forse fin troppo monotona. Lei è dedita al volontariato, mentre lui fa l’istruttore di scuola guida. Le esistenze dei due protagonisti sono però destinate a cambiare profondamente a causa dell’ impellente matrimonio della figlia, che li porterà a traslocare in una deliziosa villetta, purtroppo situata in uno dei quartieri più malfamati della città. Qui la sfortunata coppia sarà presa di mira da una banda di pericolosi criminali, i quali tenteranno di sfruttare la casa dei coniugi per i loro loschi traffici o, per dirla con le parole del regista, li “accùpperanno”. I criminali con violenza e minacce costringeranno i coniugi a custodire dei pacchi molto sospetti… Questa situazione porterà i protagonisti ad affrontare uno dei periodi più difficili della loro vita e ad interrogarsi su come reagire. Nella ricerca di una soluzione saranno particolarmente influenzati da un’amico avvocato (Massimiliano Gallo) e da un divertentissimo ex malvivente detto Metallino (Giovanni Esposito). Bob e Marys: Criminali a domicilio e la pratica dell’ accùppatura Il tema trattato dalla commedia è molto serio, ed è interessante notare come il regista abbia deciso di affrontarlo in modo ironico, cercando di raccontare con leggerezza una triste realtà che purtroppo affligge moltissime brave persone. “Accùppatura” è il termine coniato da Prisco per descrivere quella pratica criminale consistente nello sfruttare le abitazioni di individui innocenti ed insospettabili come deposito per la merce oggetto di traffico illegale. Le sfortunate vittime, con minacce e violenza, sono costrette ad accontentare le pretese di criminali senza scrupoli, perdendo così la propria libertà e rendendosi involontariamente complici di pratiche criminose. La paura che hanno le persone accùppate è tanta, e molto spesso preferiscono subire ed aspettare che l’incubo finisca piuttosto che esporsi denunciando i malviventi alle forze dell’ordine. La scelta di questo tema non è stata casuale, infatti, come racconta lo stesso Francesco Prisco durante la conferenza stampa, il film è basato su una storia vera, di cui sono stati sfortunati protagonisti dei suoi conoscenti. Prisco, colpito dalla vicenda, ha deciso di raccontare la storia in modo leggero, tramite una commedia capace di far sorridere senza però far passare in secondo piano l’enorme serietà e delicatezza del tema affrontato. Durante un’intervista il cast parlando del film ha detto che “Bob e Marys non è un film comico, è piuttosto una commedia tenera e complicata, essa non fa troppo ridire perché altrimenti verrebbero indeboliti gli altri temi trattati”. Inizialmente la vicenda raccontata potrebbe trasmettere, in modo velato, una sorta di sfiducia nei confronti di quelli che sono i canali tradizionali della giustizia. Ma di fronte a questo appunto, il regista ha giustamente replicato che, a prescindere dai giudizi di merito, ha deciso di strutturare la commedia, nella sua impalcatura essenziale, nel […]

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Cinema & Serie tv

Quanto basta. Il film elogio alla semplicità di Francesco Falaschi

Il 5 aprile 2018 irrompe nelle sale cinematografiche in tutta la sua genuinità Quanto basta, il nuovo film di Francesco Falaschi, distribuito da Notorious Pictures. Quanto basta. Trama Protagonista una coppia portentosa, definita nei ruoli di tutor e apprendista. Un uomo e un ragazzo, le cui vite sembrano viaggiare su lunghezze d’onda differenti, ma uniti dalla medesima intensa passione per la cucina e dalla difficoltà di conformarsi ai canoni che la società impone. Arturo, interpretato da un vivace Vinicio Marchioni, è uno chef stellato precipitato dalla cresta dell’onda in seguito al suo temperamento collerico e all’assente controllo dell’aggressività, che gli fruttano una condanna per percosse e lesioni aggravate. Ma la pena alternativa che gli viene concessa è la possibilità di tenere un corso di cucina per ragazzi autistici seguiti dai servizi sociali. Qui incontra Guido, interpretato magistralmente da Luigi Fedele, un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, come i suoi compagni, ma che da subito cattura l’attenzione di Arturo, spiccando tra gli altri per la sua preparazione e viscerale passione per l’arte culinaria. Lo chef “aggressivo” non risparmia i toni severi di fronte alla neurodiversità di Guido, che non è mai inferiorità, scansando pietismo ed agendo con iniziale impulsività. Sarà in occasione della partecipazione ad un talent culinario, fortemente desiderata da Guido ed odiata da Arturo per la barocca creatività che profana la genuinità della buona cucina, che la coppia fenomenale vedrà mutare il proprio destino. Quanto basta. Panoramica del film Dopo l’esordio con Emma sono io (2002), che già affrontava il tema della disabilità mentale, il lavoro di Falaschi prosegue con due lungometraggi Last Minute Marocco (2007) e Questo mondo è per te (2011), fino a giungere al suo quarto prodotto che già dona commozione e sorrisi ad un pubblico che ancora spesso ignora l’entità di una sindrome, come l’Asperger, molto affine all’autismo. La straordinaria interpretazione della coppia Marchioni-Fedele rende poi ancor più interessante l’argomento trattato. Il film si inserisce anche in quel vibrante filone del “road movie”, che ha conclamato il successo de La pazza gioia (2016) e del più datato Rain Man (1988), in cui il viaggio è metafora di un percorso di crescita e consapevolezza di sé. Arturo e Guido sperimentano imprevisti ed emozioni inedite nella bella Toscana, terra di sapori autentici. Il giovane Luigi Fedele, già promessa del cinema da bambino, offre il meglio della sua professionalità, vestendo un ruolo complesso, determinato e commovente “quanto basta” e dimostrando un talento incommensurato. Quanto basta. Semplicità anticonvenzionale nella vicinanza delle diversità Si sa, la ricetta per un ottimo spaghetto al pomodoro è la genuinità degli ingredienti e del loro accostamento. Pertanto il segreto per eccellenza è la semplicità. Una semplicità che affiora nelle pietanze, ma nelle emozioni dei protagonisti, condite da grazia e delicatezza non spesso presenti sui grandi e piccoli schermi. La semplicità è la parola d’ordine per Falaschi, scelta come arma contro gli eccessi e le convenzioni sociali, contro la ricercatezza esasperata della perfezione che finisce per privarsi poi del vero ed autentico condimento che […]

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Cinema & Serie tv

Serie tv Glitch: il sempre più apprezzato filone degli “a volte ritornano”

La serie tv Glitch è una creazione australiana rientrante nel genere drammatico/fantasy: diretta da Emma Freeman, è prodotta da Ewan Burnett e Louise Fox, con Tony Ayres come produttore esecutivo. Glitch è uscita nel 2015 in Australia (canale televisivo ABC) ed è arrivata in Italia nel 2016. La seconda stagione è del 2017 ed è stata coprodotta da Netflix. Serie tv Glitch: la trama tra la prima e la seconda stagione Siamo a Yoorana, una cittadina di fantasia, situata nei pressi di Melbourne in Australia. Durante la notte alcuni morti, vecchi abitanti del posto, escono dalle tombe del cimitero di Yoorana. Nudi ed impauriti, non sono consapevoli di quello che gli sta accadendo né tantomeno ricordano la causa della loro morte. Il poliziotto del luogo, James Hayes (interpretato da  Patrick Brammall) e la dottoressa del consultorio locale, Elishia McKellar (interpretata da Genevieve O’Reilly) li soccorrono, rendendosi presto conto che sono esseri umani a tutti gli effetti e sono perfettamente in salute. Tra i “risorti” c’è anche la moglie di James, Kate Willis, morta due anni prima per cancro al seno. Non si sa cosa li accomuni e perché siano resuscitati, in quanto non ricordano nulla della loro vita. Solo con il tempo inizieranno ad avere dei flashback sulla loro vita passata. James ed Elishia decidono di non divulgare la notizia circa la loro presenza in città anche perché tra di loro c’è la moglie di James, diviso tra l’amore per lei e la sua moglie attuale, Sarah, prossima al parto. Nella seconda stagione gli eventi avranno una rapida impennata: ciascun “risorto” comincerà a ricordare qualcosa, compresa la motivazione del proprio ritorno. Altri personaggi subentreranno nella serie, come Phil, che custodiranno importanti segreti. La serie termina annunciando altri ed intriganti  misteri da svelare. Gli elementi caratterizzanti della serie Un elemento caratterizzante la serie è quello di non offrire una visione dei “risorti” che li accomuni ai classici “zombie” con un aspetto “poco umano”: sono persone normali che cercano di comprendere il senso della loro esistenza, cercando di sfruttare al meglio l’opportunità che per motivi misteriosi gli è stata offerta. Gli elementi “pulp” comunque presenti, svolgono solo un ruolo marginale. Le interpretazioni degli attori della serie tv Glitch risultano molto convincenti, in particolare quella di Patrick Brammall, uno dei personaggi principali e di Emma Booth, che interpreta Kate Willis, una dei “risorti”.  La serie non è molto lunga in quanto consta, sia per la prima che per la seconda stagione, di 6 episodi della durata di circa 50 minuti cadauno. Glitch è una serie tv di successo, tanto che ha ricevuto vari riconoscimenti, quali  quello di  miglior drama per la tv australiana (per la prima stagione). Ha avuto un discreto successo anche da noi in Italia. Pertanto, lo scorso dicembre la rete tv ABC e Netflix hanno annunciato il rinnovo della serie per una terza stagione.  

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Ricette con la Zucca: l’ortaggio che colora le tavole autunnali

La zucca è indubbiamente la protagonista più colorata e versatile delle nostre tavole autunnali, nelle sue molteplici varianti, tutte in eguale misura ricche di proprietà nutrizionali particolarmente benefiche per l’organismo. Appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee e originaria del Messico, dove sono stati ritrovati i semi più antichi, risalenti al VII sec. a.C., la zucca è stata diffusa dai coloni spagnoli in seguito alla scoperta dell’America e importata dal Nuovo Continente in Europa a partire dal 1500, insieme al pomodoro e alla patata: nel nord America, infatti, la zucca costituiva l’alimento basilare della dieta degli Indiani, dai quali, appunto, i coloni europei appresero a coltivarla. In Italia è ampiamente coltivata e consumata, costituendo l’ingrediente base di svariati piatti; essa è, inoltre, impiegata non solo in cucina, ma anche in medicina e in cosmesi, ad esempio nella preparazione di maschere e creme fai da te, emollienti per il corpo e fortificanti per capelli ed unghie fragili. Si tratta di un ortaggio molto ricco di varietà, per forma e colore: le specie più note sono la cucurbita maxima, molto voluminosa, farinosa e dolciastra, e la cucurbita moschata, dalla forma allungata, di medie dimensioni e dalla polpa più tenera. La zucca cruda si conserva nello scomparto delle verdure del frigo, coperta dalla carta trasparente, ma con l’accortezza di consumarla entro pochi giorni; se invece si preferisce congelarla, occorrerà raschiare la buccia, sminuzzare la polpa a dadini e sbollentarla. Le sue virtù sono molteplici, nondimeno ogni ricetta risulterà non solo salutare, ma anche invitante: gli ottimi valori nutrizionali unitamente alle cospicue proprietà benefiche per il corpo e la sua salute, rendono, infatti, la zucca un ortaggio eccellente, da consumare con frequenza nella stagione autunnale. Grazie al bassissimo contenuto sia glucidico che lipidico, alle notevoli percentuali di fibre, vitamine B e C, di sali minerali, soprattutto calcio, fosforo, potassio, zinco, selenio e magnesio, e all’ingente contenuto d’acqua, di cui è composta per circa il 90%, la zucca si presta validamente al consumo nelle diete ipocaloriche e in quelle dei pazienti diabetici: 100 grammi di zucca, infatti, apportano sole 26 kcal. La polpa risulta un vero scrigno di mucillagini, pectine e preziosi carotenoidi, noti per le loro eccellenti doti antiossidanti, in grado di contrastare l’insorgenza dei radicali liberi e conseguentemente prevenire lo sviluppo delle patologie cardiovascolari; la folta presenza di grassi buoni Omega-3 la rendono un’alleata ideale per la riduzione di colesterolo e trigliceridi ematici e per l’abbassamento della pressione sanguigna. L’elevato contenuto di fibre e acqua favorisce il corretto funzionamento del transito intestinale, contribuisce a ridurre l’assorbimento degli zuccheri nel sangue, agevola la diuresi e risulta particolarmente valido nel contrastare la ritenzione di liquidi e tossine trattenuti dall’organismo; la presenza di magnesio e triptofano, un amminoacido coinvolto nella produzione della serotonina, facilita il rilassamento muscolare e apporta benefici umorali. I semi, inoltre, risultano ricchi di fitosteroli, olii grassi, melene e fitolecitina; essi, inoltre, grazie alla presenza di cucurbitina, hanno una funzione terapeutica contro la tenia echinococco, meglio conosciuta come “verme solitario”, favorendone il distacco dalla parete […]

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Una mela al giorno toglie il medico di torno

La parola mela deriva dal latino malum, a sua volta risalente al greco mêlon, con radice –mal probabilmente indoeuropea, portatrice del significato “molle” o “dolce”. La sua etimologia è già indicativa di una delle caratteristiche più apprezzate della mela, cioè l’ottimo sapore zuccherino (fortunatamente) associato a un basso apporto calorico. È il frutto che per eccellenza ci fa compagnia tutto l’anno in quanto è il più destagionalizzato, e anche quello che ci regala più versioni di se stesso, poiché ne esistono circa 2000 varietà. Forse per questo, o anche per il suo essere un prodotto semplice ma assolutamente indispensabile, ha sempre esercitato un grande fascino nell’immaginario collettivo e nella narrativa, caricandosi di connotati simbolici. È proprio la mela il simbolo associato al peccato originale commesso da Adamo ed Eva. È la mela l’icona della città di New York, e anche quella scelta dall’azienda Apple. È proprio una mela, secondo la tradizione, ad essere caduta sulla testa di Isaac Newton facendogli scoprire la gravità, ed è proprio questa, ma ricoperta d’oro, che Paride assegnò ad Afrodite in qualità di dea più bella dell’Olimpo. La mela appartiene alla famiglia delle Rosacee. Ha un pomo definito globoso, è ombelicata e ha un colore che varia solitamente tra il rosso e il verde. Il picciolo è generalmente robusto e fissato alla sua forma tondeggiante in un incavo, alla cui estremità opposta si rintraccia la calicina. È uno dei primi alimenti che si consumano dopo il latte materno. Eppure sono in pochi a conoscere una verità sul suo conto: la mela è un falso frutto, in quanto solo il torsolo è il vero frutto, mentre la sua polpa succosa è il ricettacolo del fiore. Ma perché “Una mela al giorno toglie il medico di torno?” Sembra proprio che l’antichissimo proverbio sia stato convertito in verità scientifica: lo conferma uno studio condotto dal Dipartimento di Farmacia della Federico II, dal quale è stata siglata una collaborazione tra l’Università di Napoli e Il Consorzio della Melannurca. Proprio su questa specifica varietà della mela, la Melannurca, prodotto ortofrutticolo tipico della regione Campania, sono stati condotti studi ed esperimenti. I ricercatori hanno infatti estratto due nuovi prodotti nutraceutici in fase di sperimentazione da un campione selezionato di mele e appurato la loro efficacia terapeutica su diversi piani. In primo luogo la mela produce un significativo aumento del colesterolo buono a discapito di quello cattivo. Inoltre è da tenere in considerazione il suo effetto antidiabetico causato da un basso contenuto di zuccheri, il suo ruolo rinforzante per unghie e capelli, la sua utilità contro i calcoli renali in quanto combatte l’acidità di stomaco, e la sua ricchezza di fibre che svolgono numerose funzioni tra cui quella dello sbiancamento dentale. Non meno fondamentale risulta la sua duplice funzionalità: se consumata cruda è indicata per lenire la dissenteria, se consumata cotta invece è adatta a chi soffre di stipsi. Queste sono qualità tipiche di tutte le varietà della mela? Tutti i tipi di mela sono un farmaco naturale: la vitamina B1 che contiene aiuta a […]

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La ricetta della prelibatezza: i marron glacé

I marron glacé sono un tipico dolce francese e piemontese dal sapore e l’aspetto inequivocabile. Castagne, zucchero, acqua, vaniglia e pazienza: questi sono gli unici ingredienti necessari per prepararlo. Eppure il costo di questi particolari dolci dice il contrario. A renderli così prelibati è la loro particolare lavorazione in cui la castagna – necessariamente di qualità marrone – viene progressivamente sciroppata. Si penserà che l’origine di questa ricetta è da cercare senza dubbio in Francia. In effetti la città di Lione rivendica questo tipico dolce ma questa non è l’unica teoria. Molto più probabilmente le marron glacé sono nate nei dintorni di Cuneo. È proprio nella città piemontese che nel Cinquecento aveva luogo il più grande mercato di castagne e ancora oggi la zona è un importante punto di esportazione di questo frutto. Ai marron glacé è anche associato una figura: il cuoco del duca di Savoia Carlo Emanuele I. La ricetta compare nel trattato Confetturiere Piemontese e risale all’anno 1790. Come si preparano le marron glacé? Gli INGREDIENTI necessari sono: 1kg di marroni 500g di zucchero 1 bacca di vaniglia La particolarità del dolce richiede una particolare preparazione, che deve essere preparato a più riprese e necessita di un bel po’ di giorni. Innanzitutto – secondo la tradizione – le castagne devono essere lasciate in acqua per nove giorni al fine di facilitare la pelatura. Dopo la cosiddetta novena bisogna praticare un taglio a croce sulla buccia delle castagne e sottoporle ad un gesto di vapore o, in alternativa, pelarle a mano. A questo punto bisogna bollire le castagne in acqua. Non appena l’acqua giunge ad ebollizione bisogna lasciarvi le castagne a sobbollire per dieci minuti. Trascorso questo tempo, avendo cura di non farle sciupare, si deve estrarre i marroni con un mestolo forato. Non resta che preparare lo sciroppo con 300g d’acqua, lo zucchero e la stecca di vaniglia. Il composto deve bollire per cinque minuti, dopo di che possiamo incorporare le castagne e aspettare il bollore prima di spegnere il fuoco. Il tutto deve essere coperto con coperchio per 24 ore. Il giorno seguente e i due giorni successivi bisogna portare nuovamente a bollore lo sciroppo contenente i marroni e, sempre, dopo il bollore, spegnere la fiamma e coprire il composto per 24 ore. In alcune ricette è aggiunto in pentola progressivamente lo zucchero e si aspetta il raggiungimento di una temperatura sempre più alta giorno dopo giorno. Arrivati al quinto giorno i marroni devono essere scolati e posti ad asciugare su una griglia. Su di essi va versato lo sciroppo restante che, nel frattempo, deve essere portato a bollore. Ponendo le castagne ricoperte dalla glassa in un luogo asciutto – il forno andrà benissimo – essa avrà il tempo di solidificarsi. Ed ecco che i nostri marron glacé sono pronti! Possiamo scegliere di servirli in pirottini di carta e tenerli in frigo per due settimane oppure conservarli per alcuni mesi in contenitori di vetro ricoperti dal loro sciroppo di zucchero. E, come se non bastasse, il dolce si […]

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Le proprietà dei Fichi: usi cosmetici e proprietà del frutto

I fichi sono uno dei più deliziosi doni di agosto. Nonostante differiscano per forma e e colore, tutte le innumerevoli qualità hanno caratteristiche uguali. Sono dolci al palato e soprattutto ricchi di proprietà nutrizionali! Freschi o secchi che siano, i fichi sono infatti ricchi di benefici. Bisogna però tener presente che l’apporto di calorie tra i fichi freschi e secchi cambia notevolmente. Mentre i fichi freschi contengono 50 calorie per 100 grammi, quelli secchi ne contengono più del doppio e, essendo privi di acqua, i nutrienti presenti nel frutto sono più concentrati. Quali sono i benefici e le proprietà dei fichi? Sono ricchi di fibre, motivo per cui sono ottimi per la stitichezza. Agiscono si problemi intestinali al pari delle prugne, soprattutto se la loro assunzione avviene a stomaco vuoto. I loro zuccheri costituiscono per il ostro organismo una fonte di energia che per di più è molto più sana di un bignè! Essendo ricchi di calcio aiutano le nostre ossa e i nostri denti, specialmente se associati ad una corretta alimentazione. Sono ottimi in gravidanza! I fichi sono infatti un sano spuntino che apporta al corpo vitamine e sali minerali. Il calcio contenuto in essi aiuterà anche il corretto sviluppo delle ossa e della spina dorsale del bambino! I fichi sono ricchi di polifenoli che sono antiossidanti naturali. Questo significa che – combinati con una sana dieta e una giusto stile di vita – agiscono sulle nostre cellule prevenendone l’invecchiamento e la formazione di tumori. Prevengono la pressione alta perché sono poveri di sodio. Al contrario combinano potassio, cacio e magnesio. I fichi sono ottimi anche per il sistema immunitario  Migliorano la digestione ed equilibrano la nostra flora batterica essendo ricchi di prebiotici. Sono un ottimo alleato delle donne! Avendo potere antinfiammatorio possono essere applicati sulla pelle per curarne l’acne  Ecco come preparare un’ottima maschera ai fichi! Questa maschera è adatta per una pulizia del viso ma è perfetta per curare o prevenire la disidratazione causata dal freddo. Basterà seguire pochi semplici passi e il risultato è  Il procedimento è elementare: bisogna ricavare dai fichi una purea, schiacciandoli con l’aiuto di una forchetta. Il prodotto deve essere mescolato con un cucchiaio di olio, preferibilmente  di mandorle. In alternativa si può scegliere di utilizzare una variante con l’olio di oliva, che è di solito usata per favorire una corretta esposizione della pelle al sole. Per ottenere un’azione esfoliante è preferibile applicare l’impasto sulla pelle con un leggero strofinio. Basterà lasciare agire la maschera per dieci minuti. Al risciaquo la pelle apparirà con effetto immediato più liscia e morbida al tatto.assicurato! È così che i fichi ci beneficiano con le loro proprietà donandoci bellezza sia interiore che esteriore. Tutto ciò combinato ad un irresistibile gusto!   

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La casa del comandante rivede la luce a Roma durante gli scavi per la metro C

Roma, stazione Amba Aradam. 2 marzo 2018. Queste le coordinate spazio-temporale di una scoperta eccezionale, come l’ha definita la responsabile dello scavo, Rossella Rea. Disseppellita domus romana durante gli scavi per la metro C, la cosiddetta casa del comandante collegata ai dormitori della caserma rinvenuta nel 2016. Gli scavi per la realizzazione della metro hanno una notevole rilevanza anche dal punto di vista archeologico in quanto consentono di scendere a grandi profondità, in questo caso fino a 12 metri e si progetta di scendere di altri 5 metri. A farlo presente è ancora Rea, che sottolinea l’importanza storica del ritrovamento. La caserma riportata alla luce nel 2016, di impianto traianeo e con modifiche risalenti al tempo di Adriano, è direttamente connessa ai 14 ambienti della domus scoperta questo mese. Ritrovati anche resti delle due ali che completano il complesso dei dormitori della caserma romana. Tuttavia, il polo magnetico di questa sensazionale scoperta risulta essere la casa privata di un comandante d’età imperiale, di particolare pregio. Disgiunta dai dormitori attraverso un cancelletto, mentre una scala conduceva a quello che doveva essere l’ufficio del comandante, essa risale al secondo secolo d.C. La casa del comandante presenta numerose ristrutturazioni, come si può evincere dalla sovrapposizione di diverse pavimentazioni risalenti a più epoche storiche. Ricalca la struttura tipica delle case romane, organizzata intorno a uno spazio centrale aperto. Peculiare è anche la presenza di una fontana di marmo bianco con un sistema di scolo per l’acqua in accesso. Caratterizzata prevalentemente da mosaico, la pavimentazione risalta per il biancore del marmo e il grigiore dell’ardesia, entrambi trapunti di elementi geometrici. Un satiro lotta o danza con un amorino sotto una vite, questa la scena che decora la sua superficie. Si è presupposto che l’ambiente fosse riscaldato, per la presenza di un’intercapedine per il passaggio di aria calda costituita da mattoni e posta al di sotto del pavimento (sono le note suspensurae). è l’archeologa Simona Morretta, direttrice scientifica dello scavo, ad informarci delle fattezze della domus riesumata. La casa del comandante, una mini Pompei romana. La casa del comandante, tesoriere di inestimabili ricchezze storiche se si considera che a Roma non è mai stato dissepolto niente di simile e anello di congiunzione di precedenti scoperte: è già stata definita una mini Pompei. Un pianeta in miniatura, smembrato, da ricomporre con dedizione. Un vero e proprio quartiere militare dotato di corridoi, blocchi di travertino per immagazzinare merci e eccedenze alimentari, sistemi di canalizzazione acquifera. «Forse la struttura ospitava i servizi segreti dell’imperatore» ipotizza Rossella Rea. Sorprendente anche la riesumazione di oggetti di uso comune, come anelli d’oro, amuleti, pugnali rivestiti di avorio, mosaici e pavimenti in mattoncini disposti a spina di pesce. La casa del centurione è dunque il vero focus di interesse degli archeologi: la straordinaria complessità e l’impeccabile stato di conservazione dei ritrovamenti acuiscono il loro appetito. Rivede la luce miracolosamente dopo secoli di oblio, come è avvenuto per le campane Pompei o Ercolano. Un’altra storia che scalpita per avere altra aria, un passato obnubilato […]

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Culturalmente

Le donne raccontate da J. W. Waterhouse

La donna è da sempre musa ispiratrice e soggetto prediletto da artisti di ogni epoca, tra i tanti fu il pittore John William Waterhouse a raccontare il gentil sesso dalla sua personale prospettiva. Parole d’ordine? Grazia e femminilità, calate in mille contesti, in mille forme. J. W. Waterhouse nacque a Roma nel 1849, per poi morire a Londra all’età di 67 anni. Viene definito un pre-raffaelita moderno, essendo le sue opere successive allo scioglimento della suddetta società artistica, nonché innegabile l’influenza stilistica e tematica da questi esercitata sul nostro pittore. Il suo lavoro gira intorno alla ritrattistica delle figure femminili, mitologiche e letterarie soprattutto. Ogni donna ha una sua storia, che Waterhouse dipinge sullo sfondo accanto ai loro corpi delicati e visi malinconici. Per l’artista, la donna è sensualità che smuove lunghi capelli, delicatezza che tocca mani sottili, dolcezza che incontra pelli pallide e volti segnati da quella giovinezza a cui le donne dipinte sono condannate per l’eternità. Ve ne presentiamo alcune. Tra grazia e sofferenza: la femminilità raccontata da Waterhouse Da dove avrebbe potuto Waterhouse trarre ispirazione se non dalla mitologia greca, la galassia della bellezza del corpo e dell’anima? Gli spunti sono tanti e quelli raccolti appartengono soprattutto al panorama delle creature magiche, delle donne non umane, ma divine: da un’Arianna vestita di rosso alla Danae madre premurosa. Come non menzionare la maga Circe, dipinta in più sfaccettature, tutte coerenti con l’aura con cui la tradizione l’ha circondata. La prima è una Circe del 1891, “Circe che porge una coppa a Ulisse”, la coppa che contiene l’inganno, il filtro che ha trasformato i compagni dell’eroe in maiali, la coppa che Odisseo rifiuterà, attirando l’attenzione dell’incantatrice. L’anno successivo, Waterhouse dipinge la “Circe Invidiosa”, avvolta dal blu, col volto che trasuda rancore, colta nell’atto di avvelenare l’acqua che trasfonmerà Scilla, la sua rivale per il cuore di Glauco, nel mostro orribile disegnato da Omero. Circe torna protagonista nel dipinto del 1911-1915, “La Strega (The Sorceress)”, e la troviamo persa in sé stessa, una maga tra le sue pozioni e i suoi incantesimi, da sola, alle prese con la più pericolosa delle magie: l’amore. Mentre Circe è confinata sulla terraferma, le sirene, altrettanto amate dal pittore preraffaelita, albergano nei mari. O quantomeno, questo è quello che emerge nei dipinti del 1900, “A Marmaid” e “The Siren”, in cui la donna ibrido con le squame viene dipinta, rispettivamente, mentre pettina i capelli e mentre incanta col suono di un’arpa uno sfortunato marinaio. Lontana dal nostro immaginario è invece la rappresentazione che ne dà in “Ulisse e le sirene”, del 1891, dove le sirene sono dipinte come uccelli: forse tra tutte la versione più fedele alla tradizione, considerando che nei testi classici le sirene vengono descritte col corpo alato, mentre è soltanto nell’alto Medioevo che vengono associate alle figure metà donna metà pesce alle quali pensiamo ancora oggi. Sempre greche sono le belle ninfe de “Ila e le ninfe”, fatate, dai capelli lunghi e dallo sguardo seducente. Il dipinto, che ritrae le ninfe […]

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La Gioconda diventerà itinerante: la svolta culturale parte dalla Francia

“Senza tabù”: così che la ministra della Cultura francese, Françoise Nyssen, ha intenzione di trattare questioni culturali considerate da sempre delicate. Il quotidiano francese Le Figaro ha riportato la cronaca di un incontro verificatosi tra Nyssen e il presidente del Museo Louvre, Jean-Luc Martinez, durante il quale la ministra ha anticipato diverse iniziative culturali rivoluzionarie da portare a termine nel 2018. Tra di essi, emerge il progetto di “prestare la Gioconda” al fine di opporsi alla segregazione culturale. La promozione e l’allargamento spazio-temporale della cultura si fanno rivoluzionari a partire dalla Francia: la tradizionale inamovibilità della Monna Lisa, capolavoro iconico proveniente dal genio di Leonardo Da Vinci, nonché ritratto più celebre al mondo, verrà abolita. Il suo prestito ad altri musei è sempre apparso estremamente utopico: dipinta su una tavola di pioppo particolarmente erodibile, la Gioconda ha subito danneggiamenti derivanti dal tempo ma anche da atti vandalici. Inoltre, nel 1911 essa fu soggetta a un furto, particolarmente scandaloso non solo perché verificatosi al Louvre ma anche perché risultò il primo furto di opere d’arte della storia. Preservata dietro una teca di vetro infrangibile, a temperatura e umidità controllate, la Gioconda ha sempre suscitato fascino, curiosità e una carica emotiva eccezionale nei visitatori del Louvre, che decantano il sorriso enigmatico della giovane donna raffigurata, la posa delicata delle mani, la naturalezza del paesaggio entro cui si inscrive. La Gioconda, ritratto di respiro internazionale. E ancora, l’universalità e la monumentalità della Gioconda si coniugano alla spontaneità e alla concretezza di un ritratto che non ha niente delle pose ufficiali e un po’ fisse della ritrattistica quattrocentesca. La resa pittorica sublime sottace un’enigma, che è sia l’enigma dell’identità del soggetto rappresentato che quello del suo autore, sia l’enigma dell’introspezione psicologica ben visibile nell’opera. Nel 2011, la richiesta di trasferire temporaneamente la Gioconda alla Galleria degli Uffizi di Firenze per il centesimo del suo furto fu respinta. Ciò rende ancora più eccezionale il piano itinerante della ministra francese Nyssen, che medita di regalare la visione della sua ambiguità ai visitatori di altri musei. La ministra sottolinea che uno dei pilastri per combattere la segregazione culturale è rappresentato dalle opere itineranti. La filiale del Louvre a Lens potrebbe rivelarsi la prima meta che la Gioconda toccherà, avendo il sindaco Sylvain Robert già presentato domanda al presidente della Repubblica. La Gioconda dunque si presta a un’iniziativa intelligente per la liberalizzazione dell’arte, che concepisce il prestito dell’arte come strumento di diffusione della cultura. La svolta culturale, radicale e priva di tabù, scaturisce dall’esigenza di svincolare la Gioconda dalla “paralisi” che la tiene segregata nella sua scatola di vetro da dove viene prelevata per il check-up annuale solo per poche ore, restando all’interno della galleria. La fine della segregazione culturale potrebbe aver origine proprio dalla condivisione di un’icona dell’arte di respiro universale che finalmente mette piede nel mondo.

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Dopo 7 anni torna a crescere il mercato dei libri (grazie all’eCommerce)

Ci sono voluti sette anni di attesa, ma finalmente il mercato del libro in Italia ha abbandonato il “rosso” dei bilanci: come spiega l’ultima indagine della Aie – associazione italiana editori – alla fine del 2017 il numero di copie vendute è tornato a essere positivo, grazie anche all’impatto dei nuovi strumenti digitali. Le vendite di libri in Italia In realtà ci sono alcuni chiarimenti da fare, in merito ai dati rivelati dall’Aie: innanzitutto, dal totale complessivo sono esclusi (per ora) i risultati delle vendite realizzate attraverso Amazon (che non rivela i propri dati e sui cui è possibile fare solo stime), e soprattutto il trend positivo non sembra avere un impatto sul numero di lettori (ma questo è un aspetto più “culturale”), come appunto sottolineato nel corso della giornata conclusiva del 35esimo seminario di perfezionamento della Scuola per librai Umberto ed Elisabetta Mauri, durante la quale l’associazione ha presentato il bilancio dell’anno 2017 dei libri in Italia. Più di 88 milioni di copie Guardando più nello specifico i numeri, sono 88,6 milioni i libri acquistati in Italia nell’anno passato, e a livello complessivo il fatturato generato dalla vendita delle copie è cresciuto del +5,8 per cento, arrivando a un giro d’affari di 1 miliardo e 485 milioni di euro da “spartire” nei canali di librerie, librerie on-line e grande distribuzione; segno più anche per il mercato degli e-book e degli audiolibri, che nel 2017 ha raggiunto quota 64 milioni di euro (con incremento di 3,2 punti percentuali sul 2016). L’impatto dell’eCommerce Come accennato, questa crescita sembra legata a doppio filo all’aumento del peso degli acquisti online, mentre continuano a calare le piccole librerie; nello specifico (e sempre senza considerare il gigante Amazon), l’eCommerce librario pesa per il 21,3 per cento del venduto, con circa 5 punti percentuali di incremento in un solo anno. Tra i motivi di questo successo ci sono vari fattori, sia pratici (la comodità di trovare il libro che stiamo cercando con un clic e di riceverlo direttamente a casa) che economici. I vantaggi degli acquisti online Gli sconti consentiti ai rivenditori attraverso il Web attraggono sempre più utenti, che possono anche utilizzare sui vari portali i coupon promozionali diffusi su piattaforme come Piucodicisconto.com, che servono ad abbassare ancor più il prezzo dei propri acquisti. E così, se l’eCommerce guadagna spazio, a rimetterci sono innanzitutto le librerie indipendenti, scelte oggi solo da un italiano su quattro (erano al 40 per cento appena 7 anni fa, nel 2010), e la grande distribuzione organizzata, che comunque limita le perdite passando dal 16,3 per cento di dieci anni fa all’attuale 9,1 per cento. Ma si legge ancora poco L’aspetto più amaro di questa indagine è però un altro: è vero che gli italiani sono tornati a comprare libri, ma a quanto risulta osservando le analisi statistiche dell’Istat questo non significa che nel nostro Paese si sfoglino più pagine. L’istituto di statistica nazionale ha infatti pubblicato il rapporto “Produzione e lettura di libri in Italia” (ma su dati 2016), in cui rivela che i lettori sono scesi di 2 punti percentuali in un anno, e che solo un terzo degli italiani dichiara di aver letto almeno un libro durante gli ultimi dodici mesi, […]

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Da oggi anche gli pneumatici hanno una loro carta di identità

Gli automobilisti italiani sono tra i più “ignoranti” d’Europa quando si tratta di informazioni circa lo stato delle gomme montate sulle proprie vetture, o quanto meno sono tra i più indisciplinati e meno accorti a fattori come la non omogeneità per asse o, peggio ancora, l’usura. È il quadro che emerge dalla analisi delle irregolarità compiute alla guida nel nostro Paese, che vede una forte preponderanza di comportamenti sbagliati circa appunto la salute delle coperture. Poca conoscenza delle gomme. Eppure, è da anni che le associazioni dei produttori di gomme e l’Unione Europea, tra gli altri protagonisti, sono impegnati per divulgare le giuste informazioni e per far passare un messaggio tanto semplice quanto importante: la sicurezza al volante passa anche e soprattutto dagli pneumatici, e quindi conoscerli in tutti i loro aspetti (e sapere quando sostituirli) è un fattore di prevenzione per incidenti o altri problemi.  Come leggere le caratteristiche degli pneumatici. Dal punto di vista pratico, come si può vedere anche nello specchietto realizzato sul noto portale di eCommerce https://www.euroimportpneumatici.com/, gli pneumatici devono rispettare una serie di criteri e caratteristiche, a cominciare dall’indice di carico (che segnala il carico massimo che può sopportare una gomma) e dal codice di velocità (la velocità massima cui può arrivare una copertura in condizioni di sicurezza), riportati sulla spalla del modello con specifici cifre e numeri. Tuttavia, in pochi ricordano che esiste una vera e propria “carta di identità” degli pneumatici, così come nuovi simboli sono stati approvati a livello comunitario. La carta di identità. La prima iniziativa è partita già nel 2007 ad opera di Assogomma e Federpneus, le associazioni che rappresentano i produttori e i rivenditori di pneumatici, e si “manifesta” in un documento che ogni automobilista e motociclista privato può richiedere gratuitamente al rivenditore all’atto dell’acquisto di pneumatici di qualsiasi marca, che accompagna lo scontrino o la fattura fiscale e riporta i termini della garanzia unitamente alla descrizione del prodotto. Tra le altre caratteristiche, su questo foglio sono segnalate anche la data di produzione e il codice identificativo con cui risalire al modello comprato.  L’intervento dell’Ue È entrata invece in vigore il primo novembre 2012 la nuova etichettatura europea degli pneumatici, obbligatoria per tutte le gomme fabbricate ex novo dal 1 luglio di quell’anno, che mette immediatamente in luce alcuni aspetti dei prodotti, anche dal punto di vista dell’effettiva resa delle gomme circa consumo di carburante, caratteristiche di sicurezza su fondo umido e inquinamento acustico, che comunque (è bene ricordare) dipendono strettamente dal comportamento del conducente. La nuova etichetta In termini pratici, l’etichetta riporta innanzitutto il risparmio di carburante ed emissioni di CO2, ovvero il livello di resistenza del battistrada al rotolamento, con una scala di valutazione varia da A (il migliore in termini di resa) a G (che invece indica il modello più dispendioso). La stessa scala viene utilizzata anche per l’aderenza su fondo bagnato, un parametro che identifica le prestazioni di frenata su fondo bagnato: anche in questo caso, la lettera G viene attribuita alla gomma meno performante, mentre la A segnala uno pneumatico che riduce la distanza di frenata. Infine, l’etichettatura prevede una simbologia precisa per il rumore del rotolamento misurato all’esterno del veicolo, espresso con il […]

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Sky e Netflix: alleanza che ci terrà incollati al divano

Dite addio agli aperitivi con gli amici e comprate un nuovo pigiama dalla fantasia ridicola, perché la vostra volontà di seminare e coltivare vita sociale verrà messa a dura prova: Sky e Netflix, che da anni giocano al rialzo per tenerci incollati agli schermi di tablet e televisori, hanno siglato un’alleanza che in pochi giorni ha già accumulato tante reazioni positive. Dal 2019 (non è ancora stata svelata una data certa), gli abbonati Sky potranno scegliere un pacchetto con cui accedere ai contenuti Netflix attraverso la piattaforma Sky Q, già lanciata in Italia da novembre 2017. L’offerta riguarda i Paesi Europei e i primi a poter mettere a disposizione dei consumatori il nuovo abbonamento saranno Gran Bretagna e Irlanda, seguiti da Italia, Germania e Austria: infatti, nei Paesi anglosassoni, Sky Q viene utilizzato già da due anni, mentre in Italia soltanto da pochi mesi e in Germania, addirittura, non è ancora arrivato. Ma, nello specifico, qual è l’oggetto di questo sodalizio di ultima generazione? Cosa sappiamo sull’alleanza tra Sky e Netflix Si legge, in una nota dell’accordo, che “Sky renderà disponibile la vastità dell’offerta Netflix ai clienti nuovi ed esistenti creando un pacchetto TV di intrattenimento ad hoc, che per la prima volta raggrupperà sotto lo stesso tetto i contenuti Sky e Netflix”. I dettagli dell’accordo resi noti sono pochi, oltre a non conoscere con precisione una data di uscita non conosciamo, ad esempio, neanche il costo del nuovo abbonamento, anche se non mancherà di certo né la vastità di offerta né la scelta. Ad ogni modo, l’intesa prevede che gli abbonati Sky possano avere accesso dal menu Sky Q a tutti i contenuti Netflix e che, viceversa, gli abbonati Netflix possano accedere al loro account (quindi senza necessità di crearne uno nuovo) all’interno del nuovo pacchetto Sky, così come non viene preclusa la possibilità ai nuovi abbonati di entrare per la prima volta nelle piattaforme con questo pacchetto. Ma perché proprio la piattaforma Sky Q? Quest’ultima rappresenta un sistema comodo e semplice per poter utilizzare da ogni dispositivo il proprio account Sky e beneficiare di tutti i servizi acquistati a 360 gradi, salvando programmi per guardarli offline, mettendoli in pausa, organizzando l’intrattenimento su propria misura. Ferma restando la distinzione tra le produzioni delle due aziende, con questo servizio integrato si avrà la possibilità di avere sotto controllo e a propria completa disposizione tutte le proposte Sky e Netflix. Inoltre, l’accordo si estende anche ai servizi di streaming di Sky senza abbonamento, dunque si potrà guardare Netflix anche attraverso il portale NowTv, nato proprio per portare l’offerta Sky nelle case di chi non ha un impianto satellitare. “Siamo di fronte a una tappa rivoluzionaria nel nostro percorso di innovazione tecnologica e culturale” ha dichiarato l’amministratore delegato di Sky Italia, Andrea Zappia, e non sarà di sicuro l’affezionato pubblico della pay-tv a dargli torto: dopo l’acquisizione della 21st Century Fox da parte della Disney, quest’altro passo compiuto dai colossi Sky e Netflix ha contribuito non poco alla metamorfosi del volto dell’intrattenimento.

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Google Arts&Culture: l’arte che ti somiglia

Google inventa il modo per farci diventare letteralmente un’opera d’arte! La nuova applicazione di Google Arts&Culture permette di trovare il nostro sosia nelle opere d’arte: basta scattarsi un selfie e un algoritmo cerca il nostro volto nelle opere di oltre 1200 musei, gallerie e istituzioni italiane. La funzione selfie di Google Arts&Culture L’applicazione, nata in realtà nel 2016, è stata rilanciata nelle ultime settimane negli Stati Uniti, dove ha riscosso subito enorme successo. Il motivo per cui si trova in testa negli app store è la sua nuova funzione chiamata “C’è un tuo ritratto in un museo?”. Prima di questo apporto, l’applicazione offriva una possibilità di avvicinamento all’arte attraverso foto, informazioni, storie e tour virtuali dei principali musei di tutto il mondo. Eppure la nuova funzione sembra essere molto più apprezzata. «Il software – commentano da Google – è un archivio di milioni di manufatti e opere d’arte, dalla preistoria a oggi, da musei di tutto il mondo. Esplorare tutta quell’arte è un’impresa impossibile, così abbiamo inventato una soluzione divertente: collegare le persone all’arte attraverso la ricerca di se stessi… in questo caso, dei selfie. Abbiamo avviato un esperimento che, negli ultimi giorni, ha prodotto qualcosa come 30 milioni di selfie». Come funziona l’applicazione? È necessario che la foto caricata sia un selfie scattato al momento e non un’immagine in galleria. Non possiamo applicare filtri o modifiche al nostro ritratto. L’unico modo per barare è fotografare una foto da un altro dispositivo. Ad ogni modo, dopo il click, passeranno pochi secondi prima che Google Arts&Culture ci mostri il nostro sosia scovato in un ampio database di immagini. I criteri non sono chiarissimi e il sistema non è immune a errori: donne vengono accostate a uomini barbuti o viceversa. Insomma l’intelligenza artificiale in questo caso non è infallibile ma funziona nella maggior parte dei casi. A testimoniarlo sono le migliaia di utenti che condividono i risultati ottenuti e che rendono l’applicazione virale, tanto che da tutti i paesi sta arrivando la richiesta di rendere l’app disponibile su tutti gli store. Al momento la funzione non è disponibile in Italia ma, dato il successo riscosso, sembra che ci siano già progetti per estenderla. Un’applicazione simpatica che, sfruttando le tecnologie per il riconoscimento facciale, permette anche ai più giovani di avvicinarsi al mondo dell’arte. La Gioconda, la ragazza con l’orecchino di perla, Van Gogh e così via… I risultati possono essere sorprendenti. Google Arts&Culture – che può essere scaricato dal sito  di Google Play– è il modo per diventare vere e proprie opere d’arte!

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Fun & Tech

Più della metà degli abitanti del mondo usa Internet

Sorpasso avvenuto: a livello mondiale, più della metà delle persone viventi utilizza Internet, secondo le ultime indagini. Anche in Italia le connessioni aumentano, anche se bisogna soffermarsi a valutare la situazione complessiva per capire come viene usata la Rete nel nostro Paese. Quattro miliardi di persone sul Web A tentare di far luce sul settore è il rapporto Digital in 2018 di We Are Social, che si apre con il dato citato in precedenza: ovvero, in tutto il mondo il numero di utenti del Web è salito ancora del 7 per cento nell’ultimo anno, raggiungendo i 4,021 miliardi di persone, che rappresentano il 53 per cento della popolazione mondiale. Com’è facile immaginare, non c’è una distribuzione uniforme di questo numero, perché alcune zone del pianeta restano ancora tagliate fuori. Connessioni non uniformi Nello specifico, a livello statistico si stima che l’Europa del Nord abbia una percentuale di popolazione connessa pari al 94 per cento, mentre il tasso scende all’88 per cento in Nord America e al 77 per cento in Europa del Sud, per arrivare al 57 per cento in Asia Orientale; al contrario, in Africa centrale si concentra il maggior numero di persone escluse dal Web, con un tasso di penetrazione pari appena al 10 per cento della popolazione, anche se proprio alcuni Paesi africani hanno migliorato negli ultimi dodici mesi le proprie percentuali di accesso a Internet, in particolare in territori come quelli di Mali, Sierra Leone, Niger e Benin, che hanno visto un incremento medio del 20 per cento da un anno all’altro. La situazione in Italia In questo quadro generale, come stanno andando le cose per l’Italia? Secondo il rapporto, anche nel nostro Paese ci sono vari miglioramenti: a livello assoluto, ci sono circa 43 milioni di italiani che navigano in Rete, ma il contesto di Internet in Italia non è dei migliori, a causa della presenza di connessioni lente, digital divide ancora ben presente e costi per accedere alla Rete che sono mediamente superiore rispetto a quanto accade oltre confine, nonostante l’impegno “controcorrente” di provider come Eolo, che propone per tariffe internet per la casa davvero interessanti e, soprattutto, in grado di superare le difficoltà infrastrutturali grazie all’impiego della tecnologia wireless. Sempre più social Ma come si usa Internet nel mondo e in Italia? È sempre il rapporto Digital in 2018 a rivelare che c’è una tendenza piuttosto comune, ovvero l’utilizzo dei social: solo nell’ultimo anno, il numero di utenti delle varie piattaforme di condivisione è cresciuto di 13 punti percentuali, coinvolgendo a fine 2017 circa 3,2 miliardi di persone a livello mondiale. L’Italia non solo non fa eccezione, ma si dimostra uno dei Paesi più “social” al mondo. Un miliardo di anni online Più della metà dei 43 milioni di italiani connessi, infatti, utilizza la Rete principalmente per consultare i profili sulle piattaforme social, con un forte aumento di 3 milioni di persone in più rispetto al 2016; in media, si stima che i nostri connazionali trascorrano due ore (su un totale di sei passate ogni giorno online) a consultare Facebook, Twitter, Instagram et similia, quasi lo stesso tempo dedicato alla “mitica” televisione. Insomma, anche noi italiani contribuiamo a raggiungere l’incredibile […]

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Libri

Libri

Il pianista di Yarmouk di Aeham Ahmad: il musicista tra le bombe

Il pianista di Yarmouk di Aeham Ahmad, edito da La nave di Teseo e uscito da pochissimo nelle librerie, è un’autobiografia: lui è il musicista che si è fatto conoscere a livello internazionale per aver suonato tra le macerie della guerra siriana, usando la musica come strumento di resistenza contro il terrorismo e la violenza. Il pianista di Yarmouk: la storia di Aeham Ahmad Aeham Ahmad, originario di una famiglia di rifugiati palestinesi, ha trascorso la sua infanzia e giovinezza, a Yarmouk, un quartiere nato negli anni Cinquanta con l’obiettivo di offrire la residenza ai rifugiati palestinesi in Siria. Aeham è figlio di Ahmad, un uomo non vedente che si guadagna da vivere suonando il violino ai matrimoni e accordando pianoforti. La sua disabilità, causata da un’infezione contratta da bambino, non gli ha mai impedito di conoscere ed imparare cose nuove, anche perché è stata ben compensata dalla tenacia e dalla voglia di crescere; soprattutto non gli ha impedito di essere un buon padre, dotato di  grande capacità di ascolto, in grado di supportare Aeham (e suo fratello) in tutto e per tutto. Aeham ha ereditato proprio dal padre, il talento per la musica, studiata con mille sacrifici presso la Scuola di Musica della città, di solito accessibile solo da coloro che possedevano un elevato status economico e sociale.  Quando Aeham diventa un pianista a tutti gli effetti, inizia a dare lezioni di musica  e insieme a suo padre, aprirà un negozio di strumenti musicali.  Tutto procede per il meglio, il negozio va bene ed Aeham decide di sposarsi con Tahani. Con la guerra tutto cambia. La vita degli abitanti di Yarmouk e di tutta la Siria viene profondamente sconvolta. La quotidianità viene scandita dal recupero di beni di prima necessità, dall’evitare di finire nelle mani dei soldati, a prescindere dalle mille fazioni a cui appartengono. Per mesi la famiglia di Aeham, che nel frattempo si allarga con la nascita di un figlio, sopravvive grazie al pacco alimentare dell’ONU. Troppa gente inizia a morire, non solo perché uccisa dalle bombe ma, soprattutto di fame. La voglia di suonare di Aeham non si placa e non gli basta sopravvivere friggendo falafel alle lenticchie per strada. Così con altre persone sperimenta vari gruppi musicali che vedono la partecipazione anche di bambini, una dei quali viene uccisa. Inizia a farsi conoscere attraverso i social grazie ad alcuni video amatoriali. Con la musica Aeham si trova a far conoscere la guerra all’Occidente, ignaro di quello che veramente accade – e purtroppo sta ancora accadendo – laggiù. Giornalisti occidentali iniziano a contattarlo, la sua posizione inizia a diventare pericolosa in Siria e così Aeham decide di tentare di andare all’estero, nell’accogliente Germania. Dopo un viaggio che è stato un vero e proprio esodo, Aeham riesce finalmente a vivere a Wiesbaden, all’inizio da solo e dopo un anno con la sua famiglia.  Ora Aeham trascorre la sua vita facendo concerti in varie città europee, raccontando così gli orrori della guerra in Siria, adesso lontana geograficamente ma sempre […]

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Interviste vip

Sergio Mari l’ex calciatore diventato scrittore

Sergio Mari è un ex calciatore diventato attore e scrittore. Ho avuto la possibilità di intervistarlo, dopo aver letto uno dei suoi libri,  Racconti,  una raccolta nella quale è sempre forte l’attenzione al mondo del pallone. Il calcio ma anche altri temi quali la musica, la radio, i concerti con gli amici. Tutto scritto in veste di racconto, in cui passato e presente coincidono, l’uno nelle rimembranze dell’altro. Dopo quindici anni di carriera calcistica si è reso conto di aver  vissuto in una sorta di “gabbia”. Più che un’intervista è stata una chiacchierata piacevole con una persona dotata di forte simpatia. Sergio Mari, l’intervista Come hai scritto nella Prefazione del tuo libri “Racconti”, “il futuro che ti era davanti, quando in punta di piedi hai dato le spalle a pallone, ti prometteva altre stelle, tra cui un mare dove nuotare tutti i giorni”, questa affermazione è sicuramente metafora di nuova vita, di una nuova esistenza. Cosa hai voluto affermare già nelle prime pagine del tuo libro, affidandoti a una metafora così evocativa? Era il mare sereno del futuro a cui facevo riferimento, quello che immaginavo di vedere dopo aver preso la decisione di lasciare il mondo del calcio. Era un’immagine ottimistica: chissà, ancora, cosa mi accadrà di bello? Quando si è giovani non si sta molto sul presente, si viaggia con la fantasia, troppo forse; amiamo il domani, l’anno prossimo, il futuro ce lo prospettiamo molto più bello dei giorni che stiamo attraversando. Con gli anni, invece, mi sono reso conto che l’armadio, dove avevo riposto i ricordi del calcio e che avevo messo solo in un angolo del mio cervello, l’ho dovuto riaprire. Erano là dentro le cose migliori, le gioie, le persone belle che avevo conosciuto. Il futuro che avevo atteso non mi aveva regalato, nell’attraversarlo, le stesse gioie che mi aveva riservato il passato. Non è stato un gesto nostalgico il mio, ma solo un recupero oggettivo, un giusto riconoscimento a un mondo, quello del pallone, che mi aveva permesso di crescere e a cui avevo dato un’importanza limitata. La mia introduzione al libro suona come un: “Scusate, mi sono sbagliato, riparliamo dei miei anni di calcio.” Certo, poi, per parlarne lo faccio a modo mio, senza santificarmi per il calciatore che sono stato, ma cercando di mettere in evidenza aspetti psicologici che il pubblico sportivo non può conoscere e parlando di personaggi finiti troppo presto nel dimenticatoio. Che tipo di autore è Sergio Mari? Mi spiego meglio, leggendo si possono notare le varie caratteristiche degli autori, vi sono quelli molto selettivi, quelli metodici, quelli fantasiosi, quelli critici. In che categoria ti poni? Sono ipercritico di me stesso, mai contento di quello che scrivo, almeno nelle prime tre stesure di un libro o di un racconto. Di solito alla quarta mi piaccio. Ho una mia tecnica, ma non un metodo, nel senso che posso stare giorni senza scrivere, perché sto elaborando i temi, le scene, l’ambientazione, i dialoghi, per poi mettere il fiume di idee su carta. […]

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Libri

“La Primula Rossa” di Emma Orczy: una spy story del Settecento

La Primula Rossa è il primo volume di un ciclo di dieci romanzi dedicati all’omonimo personaggio, scritto nel 1905 dalla baronessa britannica di origine ungherese Emma “Emmuska” Orczy. Oggi Fazi Editore sceglie di riproporre quest’opera, scommettendo su un classico il cui percorso letterario e pubblicitario sembra ripercorrere le traversie del protagonista. Ad inizi ‘900 La Primula Rossa viene diffuso in fascicoli, seguendo le consuetudini del tempo, e suscita un notevole interesse nei lettori. Nel 1917 viene portato sullo schermo ma il primo film di successo ispirato a La Primula Rossa risale al 1934 e ha come protagonista quel Leslie Howard, che fu l’insignificante Ashley nel colossal Via col vento. In Italia, l’opera esce per la prima volta come romanzo mensile del Corriere della Sera nel 1910 e in volume per Salani nel 1930. Seguono la ristampa integrale negli anni ’60 per la Biblioteca Romantica Sonzogno, la ripubblicazione del primo volume negli anni ’90 per la Newton & Compton e la nuova versione cartacea nel 2012 di Salani. Fino ad oggi, gli altri romanzi di  Emma Orczy pare siano praticamente introvabili. “La cercan qui, la cercan là, dove si trovi nessuno lo sa. Che catturare mai non si possa, quella dannata Primula Rossa?” Parigi, settembre 1792. La Rivoluzione francese ha rovesciato l’ancien régime e il motto Liberté, Égalité, Fraternité infiamma i cuori del popolo che da secoli non aspetta altro che vendicarsi degli aristos. Mam’zelle Guillotine reclama ogni giorno vittime tra le sue braccia e, quando cessa la sua spaventosa attività, l’attenzione popolare si sposta verso le varie barriere della città, che la noblesse cerca in tutti i modi di oltrepassare. Travestimenti, trucchi e pretesti tuttavia non bastano perché, tra gli sghignazzi dei popolani, i tentativi di fuga vengono quasi sempre scoperti. I soldati della Repubblica, impegnati a scovare i fuggiaschi e puniti con la vita se falliscono in questa loro missione, sembrano avere un solo tormento: una misteriosa associazione segreta “d’inglesi dotati di audacia e astuzia senza pari” è riuscita più volte a far attraversare la Manica a famiglie nobili già condannate a morte, permettendo loro di raggiungere l’Inghilterra o altri Paesi e cercare da lì di salvare il re e altri nobili o di insorgere contro la Repubblica francese. A capo di questa lega c’è un personaggio di cui non si conosce praticamente nulla, la Primula Rossa, chiamato così per il fiore che lascia ogniqualvolta gli riesce un salvataggio. In Inghilterra è acclamato come un eroe e le donne ne sono affascinate. Tra loro anche Marguerite St.Just, un tempo nota attrice della Comédie- Française e ora sposa del nobile inglese Percy Blakeney, odiata dagli aristos ma temuta per l’amicizia intima che sir Percy coltiva con il principe del Galles. Bizzarra la natura del matrimonio dei due: lei, “la donna più intelligente e affascinante di Francia” e lui, irritante e vanesio, che sembra divertirsi solo con moda e canzoncine, come quella sull’inafferrabilità della Primula Rossa, inventate per intrattenere i suoi ancor più insignificanti amici. Proprio il mistero che circonda questa figura e la facilità con […]

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Libri

Dietro anime d’inchiostro di Marco Chiaravalle, tra sogno e realtà

Presso la libreria Raffaello sabato 14 aprile si è tenuta la presentazione del libro Dietro anime d’inchiostro, edito da La strada per Babilonia, con la partecipazione di Ida Basile, scrittrice del blog ReadEat – Libri da mangiare e Marilena Cracolici di Marilena’s Journal, insieme al giovane autore Marco Chiaravalle. Dietro anime d’inchiostro e la dicotomia sogno-realtà Uno scrittore intrattiene un rapporto con la scrittura molto particolare, viscerale. Questa necessità può essere definita sempre in maniera diversa, in quanto diverse sono le anime che costellano il panorama della narrativa. E può succedere addirittura che la necessità sia talmente bruciante che a volte si ritiene necessario staccarsene, un po’ come un fumatore che decide di smettere di fumare. Il vizio, pur donando piacere incommensurabile, si converte automaticamente in senso di colpa. È questo che è successo a Marco Bandini, protagonista del romanzo: scrittore appassionato, a causa di un misterioso evento non riesce più a scrivere una sola parola e ciò che prima rappresentava l’unica via di fuga dalla realtà adesso diventa qualcosa di troppo pesante per essere sostenuta. Accanto a lui, i suoi amici Mike e Luca e due ragazze Alice e Michelle. Marco si innamora di Alice, ma nella notte il ricordo della sua ex ragazza Michelle torna a tormentarlo, impedendogli di superare alcuni sensi di colpa e vivere la vita in maniera spensierata. Entrambe sono l’emblema della voglia di andare avanti e delle paure che ci tengono legati e impossibilitati a conseguire qualsiasi passo verso la felicità. Un romanzo onirico, un funambolismo tra sogno e realtà, vita e fantasia, incarnano perfettamente le pagine del racconto, che non disdegna di fare riferimento al racconto di Alice nel Paese delle meraviglie, ma al contempo anche ad aspetti più concreti della realtà, legate alla società: Marco, infatti, stringerà una forte amicizia con due ragazzini rom e li difenderà contro le ingiustizie del campo in cui vivono; non solo, ma anche il terremoto dell’Aquila trova un posto d’onore nel libro. Insomma, Dietro anime d’inchiostro rivela perfettamente il nostro essere in assoluto frammentario, racconta la convivenza di caratteristiche spesso divergenti dentro ognuno di noi, all’apparenza inspiegabili. Dolce e salato, bianco e nero, in noi stessi si contrappongono anime che se fossero d’inchiostro potrebbero essere protagonisti dei nostri romanzi quotidiani. Come va a finire Dietro anime d’inchiostro? E via così, il pomeriggio è scorso tra una domanda e l’altra: il rapporto di Marco Chiaravalle con la scrittura, la presenza della sua personalità all’interno dei vari personaggi e, punto cruciale, il finale. Senza rivelare oltre, Ida Basile ha spiegato che il finale del romanzo è aperto e può essere sottoposto a interpretazioni varie. Il che potrebbe sembrare un aspetto negativo, ma, ha spiegato la scrittrice del blog ReadEat, in realtà invece potrebbe risultare un escamotage per lo scrittore al fine di coinvolgere attivamente il lettore e, attraverso le risposte diverse che coloro che lo leggono si forniscono, ci si può mettere qualcosa della propria anima.  

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Napoli & Dintorni

Eventi/Mostre/Convegni

L’Eden ritrovato: Carla Castaldo al Palazzo Venezia

Il 23 marzo è stata presentata L’Eden ritrovato, la mostra dell’artista Carla Castaldo nella magica cornice del Palazzo Venezia, in Via Benedetto Croce. La mostra è stata presieduta dalla filosofa Esther Basile e dalla scrittrice e poetessa Lucia Stefanelli Cervelli. L’artista, che ha esposto le sue opere nel più grandi città europee ed anche oltre oceano, ci trascina con i suoi mix di colori eccentrici ma sempre eleganti in un mondo che va al dì là delle etnie e delle normali concezioni di arte. La Castaldo evidenzia nei suoi lavori quella che lei chiama necessità di sperimentare sui colori sì, ma soprattutto sui materiali che si pongono come tela sotto il suo magistrale pennello. «La mia necessità nasce da una particolare esigenza di scoprire il nuovo» da qui il suo interessamento per la ceramica che l’ha portata a sperimentare nuove forme di arte facendola arrivare alle più alte vette della sua carriera artistica. Numerosi, infatti, sono i premi ricevuti dalla Castaldo: Premio alla Carriera, Menzione speciale della critica ed il Premio Internazionale Paolo Levi. L’Eden ritrovato si fermerà all’interno delle suggestive mura di Palazzo Venezia fino al 28 marzo, unisce un corpus di opere che evidenziano la pragmaticità dell’artista: dipinti su piastre di porcellana, bassorilievi in terracotta, gioielli in lamina d’ottone, dipinti su lamine di legno in foglia d’oro. Particolare è la tecnica che Carla Castaldo utilizza per l’elaborazione delle sue opere: la tecnica del terzo fuoco, tecnica risalente al periodo settecentesco, ottocentesco poco conosciuta ma molto particolare nella sua fattispecie. I dipinti in piastra di porcella vengono, dopo numerose lavorazioni a partire dalla diluizione dei colori, infornati in un apposito forno per ben tre volte. Quello che ritroviamo all’interno de L’ Eden ritrovato è un viaggio tra la filosofia e l’arte Lucia Stefanelli, poetessa, ha descritto la mostra della Castaldo come un insieme di opere che parlano all’animo e al contempo all’occhio, nel loro continuum narrativo che non viene mai interrotto nonostante la varietà dei materiali utilizzati dall’artista. «Un figurativo senza l’obbligo di figure» continua ancora la poetessa. Dall’abile mano dell’artista è la materia che chiede di essere plasmata e vivacizzata da colori che esprimono tutta la vitalità coi loro luminosi cromatismi. «Un senso di serenità viene all’occhio dell’osservatore», diretto, come invece fa notare la filosofa Esther Basile, che continua a descrivere l’arte della Castaldo come una “realtà penetrata nell’amore”. L’Eden ritrovato è amore evidente per la vita, per la materia che circonda l’uomo, per i colori che armonizzano il filo che lega l’essere all’arte. Un’arte che sente la necessità di parlare e di comunicare tutta la natura e la vitalità dei colori e della materia.

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Eventi/Mostre/Convegni

La comicità surreale di Nino Frassica al Festival del Mann

Nel calderone degli artisti, cantanti e attori che si avvicendano nella prestigiosa rassegna di eventi promossa nel Festival del Mann, è presente anche  il poliedrico attore e comico  Nino Frassica.  Nel corso della presentazione dell’ultimo libro di Frassica “Sani Gesualdi Superstar”, svoltasi il 23 marzo scorso nella sala Toro Farnese, il comico messinese risponde alle domande dell’intervistatrice Annapaola Merone con la solita sagace ironia, raccontando storie legate alla sua carriera e alla sua vita. Nino Frassica: artista a tutto tondo Nino Frassica  è non solo  antesignano del genere comico surreale, ma soprattutto uno showman multitasking. L’artista messinese è uno stakanovista che si divide tra fiction, televisione, teatro, cinema e radio. Riscuote, da anni, molto successo  il ruolo del goffo maresciallo Nino Cecchini in Don Matteo, una delle serie tv più amate dagli italiani, giunta alla sua undicesima stagione. Non solo fiction per Nino, che si ritaglia  uno spazio nel programma di Fabio Fazio ” Che tempo che fa”, in cui sciorina comicità nei panni del vicedirettore del novennale “Novella Bella”. Ma oltre ad essere attore e comico, è anche conduttore radiofonico sulle frequenze di Radio2, dove presenta ” Il programmone” in onda il sabato e la domenica alle 13,45  da circa tre anni.  La radio, come lo stesso Frassica ammette, è il mezzo con cui riesce ad esprimersi meglio, dove non ci sono limiti e  dove può dar libero sfogo ai suoi “monumenti umani” . Negli ultimi anni si moltiplicano le sue apparizioni in molti film al fianco di registi quali: Paolo Genovese, Sofia Coppola, Giuseppe Tornatore, Ficarra e Picone e Maccio Capatonda. Nino Frassica: da”Quelli della notte” a “Sani Gesualdi superstar” Il successo di Nino Frassica si lega strettamente alla proficua collaborazione con Renzo Arbore, e dal trionfo dei personaggi portati nelle trasmissioni rivoluzionarie della metà degli anni ottanta: ” Quelli della notte “( 1985) ed “Indietro Tutta!”( 1987). Come Frassica dichiara durante l’intervista: «Prima di “Quelli della notte” la comicità era tutta preparata in televisione. Si raccontavano barzellette per lo più, tutto era impostato. Quando Arbore mi scelse per il suo programma, mi disse che “sembravo napoletano” per il mio senso dell’humor. Fui, ovviamente, contento del complimento». La comicità surreale di frate Antonino da Scasazza,  il celebre personaggio creato da Frassica e protagonista del suo libro, è il divulgatore di strampalati “nanetti” (aneddoti) edificanti del santo Sani Gesualdi che «nabbe nel 1111 e morve nel 1777». Frate Antonino riesce a farci ridere attraverso giochi di parole ed improvvisi cambi di stile, che rendono il religioso una vera e propria maschera grottesca. La comicità surreale di Nino Frassica resiste nel tempo I personaggi come frate Antonino o  il “bravo presentatore” sono maschere che rappresentano personaggi esasperati nell’essenza, su cui la gente può ridere  anche a distanza di anni. Su questo tasto Nino Frassica è chiaro, quando dichiara: «La comicità surreale, la farsa, la commedia sono immortali perché non legate all’attualità, a differenza della satira sociale o politica, che è quotidiana e legata al momento. Se si legge una vignetta satirica  […]

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Concerti

Festival MANN, Roberto Vecchioni canta al cuore dei suoi “ragazzi”

Il 22 sera Roberto Vecchioni ha tenuto un concerto nel Salone della Meridiana del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. L’evento rientra tra quelli previsti dal FestivalMANN – Muse al Museo in 8 giorni dedicati alle più disparate espressioni artistiche e personalità d’eccezione. Il cantante durante questa edizione del Festival è stato anche nominato ambasciatore del Museo Archeologico dal Direttore del Museo Paolo Giulierini. Roberto Vecchioni è salito sul palco e l’evento ha assunto i connotati di una serata trascorsa tra vecchi amici che si rincontrano dopo tanto tempo. Un uomo tra gli uomini, non un mito, che ha portato con sé tutta la sua umanità, il suo carico di emozioni, mostrandosi senza maschere né difese sterili. Il peso dell’età, che pure avanza, non ha arrestato la sua marcia e sempre in groppa al suo Ronzinante lotta per la difesa dei sentimenti, dell’umanità, delle bellezze che l’uomo è capace di compiere, della poesia interna di tutti i suoi eterni “ragazzi”. Il professore rivolge uno sguardo gentile alla platea e non vede adulti – chi più, chi meno – seduti ad ascoltarlo, ma vede cuori senza età e con l’anima negli occhi pendere dalle sue labbra, in una magia di corrispondenze e commozioni. Festival MANN, Roberto Vecchioni canta il mito e l’animo umano Il concerto prosegue senza fretta, senza banali orpelli, senza spettacolarizzazioni e resta fedele allo stile essenziale del cantante. Tra le varie esibizioni dialoga con le persone sedute avanti a lui, scherza, racconta aneddoti di vita personale e ogni tanto sale in superficie l’attitudine da professore. Discorre del mito, che è l’essenzialità stessa delle cose, il racconto della scelta primordiale delle azioni e delle sensazioni che abbiamo tutti. Il mito è parola, nel momento in cui il suono invade il mondo, si propaga e da parola diventa storia. E quando nei suoi racconti raggiunge il climax dell’attenzione, quasi con incuranza, abbandona il discorso e si mette a cantare, con la leggerezza di un bambino nel cambiare gioco. La splendida Sala della Meridiana si riempie delle note e delle parole di Roberto Vecchioni e si mescola ai quadri, alle statue, alla storia, passato e presente. L’odore di marmo e bronzo ammoniscono che la storia non è morta ma è ancora viva, che noi siamo membri della razza umana e nutriamo gli stessi sentimenti e dubbi e paure e passioni degli antichi. Ed ecco che il professore torna a parlare dell’umanità, che nasce dai dubbi, dai problemi e dal volerli risolvere con la propria forza e il proprio senso della vita. Tra una canzone e una lezione si insinua la donna, tema caro a Vecchioni, sempre presente nelle sue canzoni e nelle sue riflessioni. Il suo conclamato amore per le donne gli ha portato, quasi per destino, solo nipotine e lui approfitta del concerto per omaggiarle ancora una volta. «Le donne hanno quel sentore di qualcosa di più alto – dice – di qualcosa che viene direttamente da Dio. L’amore di una donna è universale, è qualcosa che ti prende tutta perché tu […]

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Eventi/Mostre/Convegni

John Peter Sloan al Festival Mann: Real Life English e la didattica dell’inglese

John Peter Sloan presenta il suo libro Real Life English in occasione del Festival Mann, una maestosa macchina culturale che anima il Museo Archeologico di Napoli in ogni suo ambiente. Dal 21 al 26 Marzo grande affluenza di curiosi ed appassionati di letteratura, teatro, arte, cultura in senso ampio affollano le gradinate di uno dei musei storici del capoluogo partenopeo. Ed Eroica Fenice risponde all’appello. John Peter Sloan nella Sala Stellata del MANN John Sloan si presenta in un sabato soleggiato sul palco della Sala Stellata: una platea sorprendentemente gremita di spettatori di ogni età, navigate insegnanti di inglese con figli al seguito, addetti stampa, appassionati attendono il discorso di uno dei più famosi insegnanti di inglese in Italia. L’autore di Real Life English è specializzato proprio nella didattica dell’inglese per studenti italiani e lancia in una serie di presentazioni questo sul nuovo manuale, che mira ad insegnare (traduco liberamente) l’inglese della vita di tutti i giorni. Il britannico più famoso della tv italiana si presenta nella sua semplicità nella Sala Stellata del Museo Archeologico di Napoli: archetto, jeans, camicia, una parlantina tagliente, in italiano, straordinariamente vicina al parlato di tutti i giorni, quello che sentiresti parlare, con gli inevitabili influssi dall’inglese, da un amico durante una cena informale. Con questa formula già rodata sia in televisione, fra Amici di Maria de Filippi e Zelig, John Peter Sloan ci racconta delle tante disavventure e dei numerosi misunderstanding che fanno parte, inevitabilmente, del lungo processo di acquisizione e insegnamento di una lingua straniera: del bambino che insiste per dire “one, two, three”, la cui pronuncia italianizzata farebbe intendere “uno mastica un albero”, ci parla dei grandi pregi e difetti sia culturali che linguistici degli italiani, ma soprattutto ci racconta del lungo e a tratti comico percorso che lo ha portato a diventare uno dei più famosi insegnanti d’inglese d’Europa. Il metodo di Real Life English Il metodo di Sloan è un mix di idee già rodate nel mondo glottodidattico e al contempo di innovazioni personali sperimentate nei tanti anni di insegnamento: in Real Life English John si propone di insegnare un inglese della vita quotidiana, senza tralasciare la giusta pronuncia delle parole in un’ottica contrastiva italiano-inglese. Chi lavora nell’ambito della didattica delle lingue sa bene che lo scoglio insormontabile è sicuramente quello della pronuncia, il marchio dello straniero: come insegnare una corretta pronuncia senza ricorrere alle articolate classificazioni delle scienze linguistiche? Sloan risolve l’arcano proponendo di abbinare, a dei suoni particolarmente complessi, delle emoticons, degli smiles, insomma delle espressioni facilmente e universalmente comprensibili che si rifanno alla vita di tutti i giorni. Per pronunciare la s di sdoganare si rifà all’immagine di una mosca, per quella di stalla usa l’icona di un serpente, per il suono indistinto (schwa) del napoletano ha la grande intuizione dell’uomo morente (testa indietro, suono gutturale dalla gola, impossibile da spiegare a parole in un articolo). Con Real Life English John Peter Sloan porta in Italia un metodo che dà già i suoi frutti in tutto il […]

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Musica

Interviste

Intervista a Gabriele Finotti, leader e fondatore dei Misfatto

Una storia lunga più di 30 anni fatta di sperimentazioni musicali, festival e libri. Di chi parliamo? Parliamo di Gabriele Finotti e della sua rock band Misfatto con la quale, lo scorso 19 Gennaio, ha pubblicato il suo ultimo album, L’uomo dalle 12 dita edito dall’etichetta discografica Orzorock Music. Per l’occasione abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui ripercorrendo, tra le tante cose, la storia della sua band. Ecco a voi. L’intervista al leader della band hard rock i Misfatto Come nascono i Misfatto? Potresti raccontarci qualcosa di ogni vostro album ? I Misfatto sono nati nell’87, io trent’ anni fa avevo 15 anni. In una cantina dei sobborghi della provincia di Piacenza, a Gragnano Trebbiense, vicino al fiume Trebbia, il fiume caro a Hemingway. Io sono l’ultimo dei fondatori rimasto, gli altri non suonano più. L’ultimo è stato Alessandro Chiesa che ha smesso nel 2011. Tra il ‘90 e il ‘93 abbiamo fatto uscire tre demotape che erano a tutti gli effetti degli album, però, non sono inclusi nella discografia ufficiale perché, fondamentalmente, a quel tempo, fare l’album ufficiale significava far uscire o un CD, che era un miraggio, o un vinile. La spesa era veramente esagerata, serviva proprio un produttore: erano altri tempi. Arriviamo al ’97 con il primo disco ufficiale La fine del giorno (Audiar), un disco rock/hard rock in italiano. Sono presenti canzoni che tutt’ora eseguiamo dal vivo come Prima che ritorni il sole e Lentamente. Nell’originale fisico- non c’è sul web- era presente anche una prima bozza di Ossessione che è diventata ora Ossessione Baudelaire. Nel 2000 Misfatto che abbiamo registrato in un mese in un agriturismo di Arezzo. È un album che ha avuto una realizzazione di master non felicissima però ne andiamo comunque fieri. Nel 2005 abbiamo pubblicato Invisible e nel 2008 è uscito il libro cd Caos Duemila a mio nome. È stato il mio primo libro. Nel 2011 Undici Eroi Morti, un disco al quale tengo molto perché ha avuto la direzione artistica di Lorenzo Poli che, dal 2010 all’anno scorso, è stato il bassista ufficiale dell’orchestra di Sanremo e adesso è il bassista del trio Renga, Nek e Pezzali. Poi nel 2012 è uscito il nostro unico vinile in discografia ed è infatti un oggetto di culto tra i nostri non numerosi fan: Eleven Dead Heroes, la trasposizione in inglese del disco precedente. Nel 2014 esce Heleonor Rosencrutz e l’anno successivo Rosencrutz is dead. Sono due album che prendono spunto dal mio secondo libro La chiesa senza tetto- 35 sogni a Lisbona. Sono dei concept-album dove si delinea già quello che poi è lo stile al quale siamo arrivati con L’uomo dalle 12 dita. Ovvero un crossover di generi dal pop al rock, dal prog al grunge che però poi sfociano in quello che è il nostro stile: rock a due voci con delle chitarre pungenti e dell’elettronica che si avvicina all’era moderna. L’uomo dalle 12 dita è uscito quest’anno e ci ha occupato tutto il 2017. Ha avuto il mix finale […]

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Interviste

Si vuole scappare, Eugenio Sournia racconta i Siberia

Si vuole scappare è il secondo album dei Siberia pubblicato il 23 Febbraio da Maciste Dischi. Dopo il buon successo riscosso nel 2016 con In sogno è la mia patria, la band livornese ritorna con il suo sound new wave raccontandoci, attraverso le loro canzoni, il senso di una realtà, quella attuale, precaria e instabile che si affaccia al futuro titubante, ancorata alle ormai fievoli certezze del passato. Per l’occasione abbiamo intervistato Eugenio Sournia, voce del gruppo, che, insieme a tante altre cose, ci ha raccontato della storia e del messaggio della loro musica. “Io penso che il dolore sia quel qualcosa che faccia scattare un po’ la molla a chiunque intraprenda un percorso creativo. Quando si crea qualcosa, c’è sempre un tentativo di combattere il nulla. Colui che scrive è sempre qualcuno che vuole aggiungere qualcosa, non vedo mai nelle mie canzoni, anche quelle più apparentemente negative, una volontà di ritrarre un fenomeno negativo. Le mie canzoni penso che abbiano sempre offerto un ‘seme’ per individuare una via di fuga”. Ecco a voi. Si vuole scappare, intervista a Eugenio Sournia Come nascono i Siberia? L’inizio è stato nel 2010 con il nucleo originario e la scelta del nome, ma direi che il progetto Siberia vero e proprio nasce nel 2014 con i tre quarti dei componenti attuali. Veniamo tutti da una città abbastanza piccola come Livorno di centocinquantamila abitanti, quindi alla fine chi suona finisce per conoscersi di persona. Semplicemente c’eravamo io e il mio batterista, amici fraterni, poi abbiamo coinvolto altre due persone che sembravano affini dal punto di vista musicale. La scelta del nome non ha a che vedere con i Diaframma ma a che fare con le atmosfere del libro Educazione Siberiana di Nicolai Lilin. Come riportate nella vostra musica queste atmosfere del libro? Mi correggo: è stato ispirato dalla lettura del romanzo di Nicolai Lilin. Al tempo stesso non vuole essere una trasposizione di quelle atmosfere o di quell’immaginario. Siberia evoca da una parte un immaginario freddo, riflessivo e introspettivo dall’altro, foneticamente, è una parola che tende a rimanere in mente. Tra l’altro ha il vantaggio di non evocare immediatamente una lingua di appartenenza perché, comunque, si dice più o meno allo stesso modo in francese, in italiano, in inglese… Ha un nome, come dire, che si spende bene in tutti contesti. Quando ci siamo accorti che esisteva un album dei Diaframma, uno dei più importanti della new wave italiana, da una parte siamo stati contenti che esistesse questo rimando, dall’altra meno. Diciamo che da allora siamo costantemente accusati di “derivatività”. Basta però ascoltare qualche canzone per capire che, sicuramente i Diaframma sono presenti fra i nostri ascolti, l’ambizione è fare qualcosa di diverso. Nel 2015 avete partecipato a Sanremo Giovani, cosa puoi raccontarci di quest’esperienza? Avete mai pensato di riprovarci? Sanremo è stata una cosa che è giunta un po’ come un fulmine a ciel sereno. Tra l’altro, all’epoca, l’etichetta Maciste Dischi, che è la nostra etichetta fin dall’esordio, non aveva ancora questa visibilità […]

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Musica

Reloaded, il sesto disco del cantautore Germano Bonaveri

Lo scorso 26 gennaio è uscito Reloaded, il nuovo album del cantautore bolognese Germano Bonaveri, prodotto da Maurizio Biancani per Fonoprint. Il disco, anticipato a novembre dal singolo Le piccole vite, è stato presentato dal vivo il 15 febbraio al Teatro Fanin di San Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna, e il 21 febbraio al Teatro Leonardo di Milano. Reloaded: i 14 anni di musica di Germano Bonaveri  Reloaded è il sesto album di Bonaveri e contiene 18 brani rivisitati che raccontano i 14 anni di carriera del cantautore. Un progetto che raccoglie tutti i pensieri dell’artista durante la sua quotidianità e rappresenta, come da lui spiegato, “la pausa del cammino, quella in cui reinterpreti le esperienze vissute, le riordini e ti rendi finalmente conto che hanno costituito l’essenza del tuo peregrinare”. Musicalmente parlando la bravura di Bonaveri è inconfutabile. L’artista bolognese, che incarna pienamente lo spirito dei grandi cantautori, ci consegna un album di grande spessore e ci ricorda che è ancora possibile produrre lavori di qualità. Ottimi gli arrangiamenti che restituiscono sonorità eleganti e raffinate, creando atmosfere sognanti e rilassanti. Non sono da meno i testi: profondi e mai banali, caratterizzati da un linguaggio colto e ricercato. La voce di Bonaveri rievoca a tratti Eugenio Finardi, a tratti Ivano Fossati, ma ha dentro anche un po’ di De Andrè e De Gregori. Reloaded  è un album molto intimo e curato nel dettaglio: rappresenta indubbiamente materiale  per pochi. Reloaded, track by track Il disco si apre con Magnifico, una canzone in cui Bonaveri racconta l’assoluta irrilevanza di tutto ciò che riteniamo importante a tal punto da permettergli di impedirci di vivere. Il cantautore descrive “l’inseguimento vano dell’effimero bisogno di sembrare sempre qualcosa di diverso da noi stessi, senza peraltro esserci mai davvero incontrati” Segue Le Piccole Vite, il brano uscito il 24 novembre 2017, scelto come singolo di lancio della sesta fatica del cantautore bolognese. Come raccontato dallo stesso autore, si tratta di una poesia scritta quattro anni fa per Topo, il gatto che lo ha accompagnato per 14 anni. “Ho voluto raccontare – ha spiegato – quello che sono certo mi avrebbe detto quando ho dovuto scegliere di ucciderlo per risparmiargli inutili sofferenze, e volevo condividerlo con il pubblico perché la canzoni qualche volta possono aiutarci a sentirci meno soli di fronte a certi dolori”. Torquemada è la terza traccia dell’album ed è ispirata alla figura di Tomás de Torquemada, un religioso spagnolo, primo Grande Inquisitore dell’Inquisizione spagnola. Bonaveri spiega così il significato di questo brano: “Mi sono chiesto cosa direbbe il Grande Inquisitore oggi, di fronte a un ipotetico creatore, in un ipotetico aldilà vedendo quali strumenti usi il potere oggi per limitare le persone, strumenti diversi nella forma ma non nell’intenzione dai metodi di un tempo. Cambiano i metodi ma, a ben guardare, le facce sono sempre le stesse” Un elegante e passionale tango è invece Scivola via, una canzone che parla d’amore: “quello sensuale, quello vissuto e quello immaginato”. Bonaveri definisce l’amore “la forza immaginifica […]

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Musica

Giacomo Scudellari: countdown per Lo Stretto Necessario

Metti un cantautore, che non vuole percorrere i soliti luoghi comuni del cantautorato incompreso, ma che vuole celebrare la realtà per quella che è attraverso tonalità maggiori e cuore aperto. Mettici le percussioni in stile africano, un ricordo dell’India, un pizzico degli arrangiamenti alla De Andrè e gli anni ’70 amarcord. Mescola il tutto e scoprirai Giacomo Scudellari, cantautore romagnolo, in uscita con il suo primo album “Lo Stretto Necessario”, anticipato dal singolo di lancio “Il cantico della sambuca”. L’album è stato prodotto da Francesco Gianpaoli (Sacri Cuori, Classica Orchestra Afrobeat) per la sua etichetta Brutture Moderne, registrato in una formazione orchestrale, composta da 8 membri. Le nove tracce che disegnano l’album hanno tutte arrangiamenti molto colorati, che mascherano bene una voce piuttosto monocorde. Questo tipo di vocalità però non è del tutto definibile come difetto, sono tanti ormai gli artisti, sopratutto nella nuova scena cantautorale e indie, a non disporre di una grande estensione vocale; puntando tutto sulla musicalità dei brani e sugli arrangiamenti impeccabili, risultano più che ascoltati e ricercati. Su questa scia si inserisce Scudellari, da premiare per la scelta stilistica di ogni brano, vestito sempre con gli giusti strumenti e pieno di sorprese, ma sopratutto per la semplicità con cui si racconta in ogni testo. Il singolo “Il cantico della sambuca” è accompagnato dal video ufficiale. Circa 4 minuti di illustrazioni animate, realizzate da Davide “Bart” Salvemini, che ritraggono un tronco alle prese con avventure fuori dall’ordinaria routine. Al centro, l’esigenza di rappresentare la consapevolezza ed il cambiamento. Una storia dalla profondità filosofica, vissuta con spirito allegro, proprio come l’intero album. La vicenda raccontata ne Il cantico della sambuca affonda le sue radici in un rituale romagnolo, “una specie di messa alcolica”: nel bicchiere pieno di sambuca, è necessario che ci sia un chicco di caffè, la cosiddetta mosca. Gioia, leggerezza, quotidianità, tradizione musicale, ingredienti indispensabili per Scudellari, che ribalta i soliti stereotipi del cantautore triste e desolato, ridefinendo la concezione cantautoriale. Tra le scelte che attuano questo cambiamento, sicuramente portante è quella di aver chiesto l’aiuto negli arrangiamenti a tanti musicisti, sotterrando così l’idea del cantautore chitarra e voce, poco movimento, nell’attesa di tanta emozione. Giacomo Scudellari si esibirà il 10 aprile, al Teatro Socjale di Piangipane (RA), per presentare il nuovo disco; con lui sul palco ci sarà anche la cantautrice francese Emmanuelle Sidal.

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Teatro

Teatro

Autobiografia erotica, una relazione pericolosa al Piccolo Bellini

Con “Autobiografia erotica”, in scena dal 17 al 22 Aprile, la casa di produzione di Silvio Orlando si affida ancora una volta alla penna di Domenico Starnone e fa un passo ulteriore nelle complessità di quel sentire che chiamiamo amore. La scena è affidata questa volta a Pier Giorgio Bellocchio e Vanessa Scalera, che con Orlando sono stati già protagonisti in Lacci. Nei panni di Aristide e Mariella, si rivedono dopo 20 anni in un appartamento romano. Non sono due vecchi amici ma due sconosciuti che si sono incontrati, una volta sola e per poche ore 20 anni prima, e hanno avuto un furtivo e frettoloso rapporto sessuale. Lui neanche si ricordava lei chi fosse quando ha ricevuto la mail in cui, con linguaggio provocatorio e ammiccante, lo convocava. Lui accetta l’invito e ora lei gli chiede di scavare in quelle poche ore di molti anni prima, di ricostruirle minutamente, utilizzando, per giunta, ancora un linguaggio lascivo: cosa è accaduto allora? Autobiografia erotica, un capovolgimento dell’amore senza paura dell’oscenità che lo rappresenta Perché parlarne con il linguaggio dolce dell’amore? Meglio l’oscenità. Comincia così un gioco in cui i due ripercorrono, scompongono e analizzano il loro primo incontro, mettendo a confronto, ora con allegria, ora con crudeltà, due esperienze sessuali molto diverse: dal punto di vista femminile e maschile. Andrea De Rosa in “Autobiografia erotica” dirige il duo rendendo quasi inevitabile il concatenarsi degli eventi come una ‘relazione pericolosa’ che gioca a sfregiare ogni idealizzazione sentimentale. Dietro l’esibizione verbale si rivelerà invece il pulsare commovente e fragile della vita, con un finale che porterà nuovi sensazioni nel profondo dell’anima. L’esperienza più importante che si possa fare ancora oggi a teatro è quella di mettere in discussione la propria identità. Per questo si è affascinati da quei personaggi che, credendo di conoscersi, nel corso di un dramma o di una commedia finiscono invece per vedere sgretolarsi le proprie certezze, scoprendo che ciò che credevano di sapere di se stessi e della propria vita era falso, artefatto o almeno incompleto. È ciò che accade ad Aristide Gambia nel corso del bellissimo testo che Domenico Starnone ha tratto dal suo romanzo. Una donna si ripresenta nella vita di Aristide a distanza di vent’anni e lo invita, in maniera insieme ludica e misteriosa, a ripercorrere un episodio che lui aveva velocemente archiviato nel reparto “avventure erotiche senza importanza della mia vita”: una mezza giornata trascorsa insieme, una scopata veloce, vent’anni prima. Attraverso un linguaggio crudo ed esplicito, la memoria di quella giornata diventa pian piano il pretesto per andare a fondo nel pozzo nero della rimozione, dove spesso accantoniamo ciò che crediamo senza alcuna importanza e che è invece lì, in agguato, pronto a rimescolare profondamente il senso della nostra vita. “Ho scelto di cancellare dalla scena e dal testo originale qualunque riferimento realistico”, dice De Rosa. “Dopo molti spettacoli in cui ho sperimentato a fondo gli apparati che le nuove tecnologie offrono al teatro (soprattutto nel campo delle tecnologie del suono), ho scelto stavolta […]

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Recensioni

“A-Medeo” (diMarina Cioppa e Michele Brasilio) e i figli teatrali di Eduardo De Filippo

Lo spettacolo teatrale A-Medeo di Marina Cioppa e Michele Brasilio, interpretato da Stefania Remino Antimo Navarra, è incentrato sui caratteri dei figli di Eduardo De Filippo nati dalla stesura delle sue indimenticabili commedie. A-Medeo: Eduardo De Filippo e la gelida paternità Lo spettacolo A-Medeo, ritornato per il secondo anno consecutivo (14-15 aprile 2018) sul cartellone del Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli, si prefigura di dare spazio ai figli “teatrali” di Eduardo De Filippo riprendendo e collegando scene e battute d’autore con alcuni monologhi originali, definendosi nel complesso come un “centone teatrale”. Lo spettacolo A-Medeo nel suo svolgersi rivela così la sua origine giacente su una domanda: se noi conosciamo il destino di personaggi eduardiani come Luca Cupiello, Pasquale Lojacono, Domenico Soriano, Gennaro Jovine, o, andando ancor più indietro nel tempo, Sik-Sik, cosa conosciamo del destino dei figli di Eduardo? Quale la loro vita dopo i drammi, e quale l’eredità da loro raccolta? Dei “figli teatrali” di Eduardo noi conosciamo il loro percorso sulla scena, la loro crescita sul palcoscenico, la loro catarsi all’interno del testo della commedia. Tutto quello che viene dopo è spesso lasciato all’immaginazione dello spettatore. Un esempio su tutti, Tommasino Cupiello: il suo essere distaccato, chiuso nel suo mondo, o nei suoi giochi (come si vede in chiusura del I atto di Natale in casa Cupiello) è specchio della chiusura del padre Luca, che (nella medesima scena) è dedito al suo presepe, entrambi ignari del dramma di Ninuccia e Concetta; solo con la malattia di Luca (III atto), Tommaso ritorna alla realtà, cresce e matura assumendo sulle sue spalle il destino della famiglia, anche dopo il calare della “tela”. Inoltre, rievocando le parole di Eduardo pronunciate a Taormina nel 1984, suggestivo brano che ha chiuso A-Medeo, possiamo dire come la paternità biologica e quella teatrale sia vissuta in un ambiente di «gelo», così come lo pronunciò Eduardo. Il gelo del teatro, in cui si può leggere una certa solitudine, nel quale crebbe il compianto Luca De Filippo, è il medesimo in cui vivono i figli teatrali di Eduardo le loro irripetibili vite. Eduardo De Filippo o il padre attore/autore Il problema posto da A-Medeo consente anche di riflettere su una questione che può ampliarsi come i cerchi in un lago, scagliata una pietra: i “figli” di Eduardo sono figli dell’attore o dell’autore? È indubbio che nella fictio scenica esiste un profondo rapporto fisiologico tra padre e figlio, ma i Tommaso e le Ninuccia Cupiello, gli Amedeo Jovine, i Vincenzo De Pretore, o i figli non nati, ma potenziali, come in Sik Sik l’artefice magico, sono figli di Eduardo De Filippo autore, prima che attore. E in quanto figli, anch’essi hanno conosciuto, vissuto e sofferto quel gelo che li raccoglie nel segno del teatro. E figli di Eduardo sono anche i tanti attori, e autori, che con lui si sono misurati. In ognuno dei figli teatrali di Eduardo batte il cuore di Eduardo; un cuore che continuerà a battere, come egli disse a Taormina, «anche quando si sarà […]

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Recensioni

L’ultimo Decamerone: Massini e Russo portano il Decameron al Bellini

L’ultimo Decamerone, lo straordinario spettacolo di Stefano Massini, con la regia di Gabriele Russo, realizzato grazie alla collaborazione tra la fondazione Teatro di San Carlo e la fondazione Teatro di Napoli-Teatro Bellini, avente ad oggetto il Decameron di Boccaccio, andrà in scena presso il teatro Bellini di Napoli dal 10 Aprile al 6 Maggio. Il Decamerone ( o Decameron),  scritto da giovanni Boccaccio nel XIV secolo, è indubbiamente una delle opere più importanti e studiate della storia della letteratura italiana. Il testo si sostanzia in una raccolta di 100 novelle e narra le vicende di un gruppo di giovani fiorentini, 7 donne e 3 uomini, che per sfuggire alla peste, che nel 1300 si era abbattuta sulla città, decidono di scappare da Firenze, per rifugiarsi in un casale di campagna. I protagonisti resteranno assieme per 14 giorni, prevedendo per ogni giornata determinate attività, tra le quali, quella di raccontarsi delle storie. Le Novelle sono 100 e non 140 perché la narrazione non aveva luogo il venerdì e il sabato. Nelle 10 giornate destinate alla narrazione, ogni dì veniva eletto un “re” che avrebbe dovuto scegliere il tema delle novelle da raccontare, solo Diomede, il più piccolo del gruppo, aveva la possibilità di sottrarsi al tema predefinito, mentre gli altri ne erano vincolati, fatta eccezione per il primo e il nono giorno, che erano a tema libero per tutti. Il titolo dell’opera:  Decamerone, infatti, sta proprio a significare 10 giorni. L’ultimo Decamerone: Il Decameron secondo Stefano Massini e Gabriele Russo Stefano Massini, autore teatrale di grandissimo talento, vincitore di numerosi premi in tutto il mondo, ha deciso di dedicarsi all’opera di Boccaccio mediante una innovativa rilettura, capace di differenziare il suo spettacolo dagli innumerevoli altri aventi ad oggetto il Decamerone. Di norma, data la complessità dell’opera e l’alto numero di storie contenute nella stessa, il pubblico è abituato a spettacoli in cui vengono portati in scena solo alcuni racconti mentre gli altri sono omessi, ma Massini decide invece di proporre una riscrittura estremamente originale in cui si tiene conto di tutte e 100 le novelle. Ovviamente sarebbe impossibile in una solo spettacolo riuscire a rappresentare così tante vicende ma l’autore, grazie al proprio talento, riesce a estrapolare il cuore dei racconti, realizzando così una riscrittura meravigliosamente peculiare in cui le 100 novelle si fondono e confondono, dando vita ad un opera “diversa” dall’originale, ma al contempo fedele perché capace di descriverla nella sua complessità. Per ogni protagonista è stata elaborata una storia che, pur non essendo parte del Decamerone originario, è in realtà il risultato della fusione e della reinterpretazione di tutte le novelle che Boccaccio fa raccontare a quel singolo personaggio. La straordinaria opera riesce con maestria a reinventare il capolavoro di Boccaccio conferendogli una veste nuova capace di preservarne l’essenza. Lo spettacolo è ambientato in un Bunker che, come l’originale casa di campagna, dovrebbe essere un luogo sicuro, dove poter scappare e nascondersi dai mali del nostro tempo. Qui le attrici non solo narreranno le loro storie, ma rifletteranno […]

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Teatro

Teatro in pillole all’Hart: giochi teatrali con Pirandello

Ritorna presso l’Hart l’appuntamento mensile di Teatro in Pillole, ideato e diretto da Stefania Russo. Il format, alla sua quarta edizione, vede cambiare la sua location e il suo tema di volta in volta. Giovedì 12 aprile è stato scelto come topic quello del Così è se vi pare, tratto da una famosissima commedia di Luigi Pirandello. Ospiti speciali Gabriella Cerino, direttrice del teatro Diana, e il pittore Massimiliano Mirabella, autore a fine serata di un vero e proprio tableau vivant. Teatro in pillole all’Hart, la verità pirandelliana In un’atmosfera molto informale, va in scena un vero e proprio contest teatrale: si sfidano tre attori amatoriali e tre attori professionisti e sarà poi il pubblico a decidere il vincitore di entrambe  le categorie. Tra un piatto di pasta e un bicchiere di vino si è assistito, comodamente seduti sulle poltrone del teatro, alla sfida a colpi di battute, intervallata dal commosso monologo sulla solitudine delle donne di Gabriella Cerino. Teatro in pillole all’Hart, attori amatoriali sfidano attori professionisti Per la categoria amatoriali Stefania Ciancio e Paolo Amodio hanno interpretato una coppia in crisi nella quale non si capisce bene chi sia la vittima e chi il carnefice; Paolo Alfaro ha portato sulla scena un monologo di Checov molto intenso sui danni del tabagismo, che in realtà si presenta più come pretesto per esprimere tutta la sofferenza dell’autore russo e la sua voglia di scappare lontano; Mariangela Saggese e Ivan Valentinelli sono stati invece due neo sposini all’apparenza molto innamorati. Per la categoria professionisti, invece, la spassosissima scenetta del Mago Sasà, prestigiatore e ventriloquo ha dato un tocco di leggerezza alla serata; a seguire Marcello Cozzolino con il suo racconto di com’è morto infilandosi un calzino. Infine, Paolo Gentile nel ruolo di un attore pronto a sacrificare tutto per ottenere fama, dimenticandosi tuttavia delle cose più essenziali. Come se si ritrovassero dopo molto tempo e decidessero di passare la serata a giocare al gioco da bambini “facciamo che io ero”, di volta in volta i personaggi hanno regalato performance diverse unite dal  fil rouge pirandelliano della verità sfuggente. Le scenette, infatti, erano accomunate dal fatto che lo spettatore pensasse che ciò che veniva inscenato non avesse segreti o seconde interpretazioni. In realtà, tutto era velato dalla sottile patina dell’apparenza e sotto sotto, andando a scavare nel profondo, la verità era altra da quella puramente estetica. Come insegna il caro Pirandello, non può esistere un’unica interpretazione del contingente, questa deve essere invece plurima, molteplice, cangiante. È una, nessuna e centomila. Teatro in pillole all’Hart, ma non solo Sono previste in tutto 10 cene-spettacolo alla fine delle quali i vincitori di ciascuna serata si sfideranno per il superamento della prova finale e il conseguimento del super premio. Per ulteriori informazioni sugli spettacoli visitate la pagina Facebook del gruppo Teatro in pillole.        

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

L’italia è un Paese per vecchi, restare o andare?

Giorni fa parlavo con un collega. Lui, più grande di età, avviato già nella sua carriera di pendolare e docente non di ruolo, siamo “colleghi intellettuali”. Ci scambiamo dei consigli sugli ultimi libri da leggere, lui mi chiede degli esami e gli racconto la mia storia funesta su quell’ennesimo che forse “un giorno passerò”. Mentre parlava guardavo le sue rughe intorno agli occhi, la sua pelle spenta. Il suo atteggiamento e portamento, di solito sicuri, adesso mi apparivano sbiaditi, e così di impeto gli chiedo: “ma tu come stai?”. Gli chiedo sincerità nella sua risposta, volevo più che altro che si sfogasse con me. Lo vedi posare le sue pesanti lenti sul tavolo dove ormai il nostro caffè era finito ed iniziò a raccontarmi. A scuola non si trova bene, ha diverse cattedre in diversi plessi anche molto distanti tra di loro, è costretto ad una maratona quotidiana per tornare a casa stanco, distrutto e vuoto. Mi pronuncia questa parola guardandomi negli occhi e me la ripete. “Vuoto”. Essendo più grande di me, non ho vissuto insieme a lui la sua carriera universitaria ma so per certo quanto la sua passione potesse rendere minuscoli tutti i suoi compagni di studio, quanto prendesse le materie e le cucisse su di lui per farle sue e portarle per sempre nel suo bagaglio culturale. È uno di quelli che la famosa luce gliela vedi negli occhi, ed illumina anche te. Mi racconta dei suoi colleghi, quasi tutti anziani, quasi tutti trascinati dall’abitudine in un mestiere che di abitudine dovrebbe non avere nulla, se non quella di alzarsi ogni mattina ed avviarsi a scuola. Mi racconta di come ha avuto la necessità di essere aiutato finanziariamente dalla sua famiglia perché l’affitto e le spese sono più onerose di quanto possa permettersi. Parla con una cadenza che mi permea e trascina in me tutta la tristezza delle sue dure parole. E poi mi guarda e mi dice “non restare qui, scappa”. Ecco, questa parola nessuno me l’aveva detta, ancora. Tutti mi avevano avvertito sulla difficoltà lavorativa italiana, ma non ce n’era, in effetti, vera necessità: quotidiani ogni giorni ci spiattellano in faccia la forte pendenza della situazione lavorativa.  Ma dette da lui quelle parole pesano tanto, tanto quanto le sue rughe, tanto quanto la sua stanchezza.   “L’Italia è un paese per vecchi” mi ammonisce ancora. Proprio quella mattina mi è capitato di aprire i giornali, come mio solito, e di soffermarmi su di un articolo che descriveva la profonda falda presente nel settore lavorativo giovanile, e più si è giovani, più la falda si apre. Dopo esserci salutati con un lungo abbraccio lo vidi andare via, portandosi alle spalle la borsa piena dei suoi libri che di tanto in tanto scivolava giù. La testa china di chi non porta solo quel peso addosso. E, per la prima volta, io che sento di avere delle profonde radici ancorate al mio Paese, mi chiedo: “è più pesante la valigia per partire o quella, invece, per restare?”.

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Voli Pindarici

Lei, lui e quello strano dovere di amare – parte 2

Dovere. Amare. Ma da quando e perché  un sentimento come l’amore, che dovrebbe nascere, crescere ed evolversi in maniera libera e spontanea, era diventato il sinonimo incontrovertibile di un obbligo morale, quando in realtà niente dovrebbe avere a che vedere con le imposizioni? Lei aveva sempre pensato che certe scelte, specie in campo sentimentale, andassero fatte con convinzione e non per convenzione. Quanto senso del dovere c’era da parte di lui dietro la volontà di contrarre matrimonio con la sua compagna, quanta voglia di non deludere le aspettative delle rispettive famiglie si nascondeva dietro la scelta di impostare una vita secondo gli standard tradizionali, e quante speranze per un’unione serena c’erano davvero guardando in prospettiva? Se davvero lui credeva di accomodarsi la vita dentro un matrimonio e accontentare così tutti con l’accondiscendenza propria del suo carattere, aveva imboccato una strada a dir poco tortuosa. Lei e l’altra Il punto era sempre lo stesso: come faceva a stare con quella lì. Ma che diamine ci trovava? Più si arrovellava il cervello, più si moltiplicavano le domande senza risposta  e le considerazioni razionali su quella coppia sgangherata. Ormai lei doveva mettersi bene in testa che quello che aveva connotato sin ora come un vincolo ineluttabile vissuto con pseudo costrizione da parte di lui, agli occhi del suo amato, invece, poteva essere vero amore sancito da una libera scelta. Di conseguenza, aveva promesso a se stessa che avrebbe smesso quanto prima di pensare a quei due insieme, di avere rimorsi su quanto non dichiarato a lui e, soprattutto, di soffrire ancora per quel circo balordo di emozioni a cui aveva in qualche modo preso parte. Soprattutto, visto l’esito della vicenda, aveva giurato a se stessa che avrebbe smesso di appellare l’ “altra” come brutta, orrenda, insulsa, insignificante o con qualunque altro terribile aggettivo possa definirsi una donna  e che non l’avrebbe più incolpata dell’amaro sapore dei sentimenti che provava in quel momento. Brutta o bellissima che fosse, alla fine lui aveva scelto inspiegabilmente proprio quella donna lì e le motivazioni intime, reali o inconsce le conosceva solo lui. Si tenessero pure il loro amore stropicciato, la loro vita incasellata dentro schemi precostituiti e i loro precisissimi calcoli mascherati da sentimenti. Forse la vita e l’amore sono fatti di incroci, precedenze, bivi e strade senza uscita. Lei e lui si erano incrociati, ma c’era prima l’altra. Aveva la precedenza, anche se il rischio di un grosso botto era tristemente in agguato. Lei, il presente e il futuro D’ora in poi, lei avrebbe guardato solo uomini bellissimi, sia dentro che fuori, si sarebbe innamorata solo di ragazzi che la ricambiassero follemente e non più di un tizio con un piede sull’altare. Avrebbe amato un uomo idealista, passionale, libero e sensibile, indipendente e scevro  da imposizioni e dogmi di nessun tipo;  affascinante, di quelli talmente belli da far voltare la testa alle donne per strada. Un uomo talmente meraviglioso che avrebbe suscitato l’invidia di tutte, anche della futura moglie del suo amato, fosse solo per una stupida […]

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Incomprensibile: tu, l’altra me stessa

Tu l’altra me stessa: incomprensibile. Incomprensibile:  è così che tu sei, è così che io sono. Allo specchio, nuda fra i miei vestiti e le altre abitudini, sola, in mezzo al silenzio che poi sa di rumore. Silenzio. Ti guardo e il tuo riflesso, il mio riflesso, è tutto ciò che mi appare, ed è muto. Interrogativi senza alcuna ragione, domande forse ancora da chiedere. È strano come tutto sembri schiarirsi di fronte al trasparente, ma non sono che opachi frammenti di vetro i tuoi, e non è che un riflesso, altro, quello che appare. Labirinti di segni i tuoi, inestricabili, e arabeschi di sogni i miei, indecifrabili. Disegni, punti di fuga e ritorni, linee, geometrie: inesprimibili. La materia è confusa: i miei tratti nei tuoi, i tuoi tratti nei miei, inafferrabili, e la tua immagine allo specchio, l’altra me stessa all’interno di un miraggio, è inesprimibile. Tu l’altra me stessa, inafferrabile. Io l’altra te stessa, incomprensibile Ti ho cercata, mi sono cercata, al di là della tua immagine, della mia stessa immagine: ci ho provato, disperatamente cercando qualcosa che parlasse di noi, che parlasse per noi. La mia anima è un groviglio di sensi, la tua forma un intrico di cose, emozioni diverse, inconciliabili. Ho provato funambolici equilibri, cadendo e restando pur ferma, restando immobile e sollevandomi ad ogni respiro e riscendendo, come te, guardandoti, guardandomi. Inevitabile. Ho provato con un silenzio, ma quel che ho ricevuto non è stato altro che altro silenzio, altro desolante silenzio, e ho ritentato. Ho provato con un sorriso, ma non era sorriso il tuo, solo un movimento di guance, di occhi, di sopracciglia mi hai dato, o forse ti ho dato, inconsolabile, incomprensibile. Ti ho guardata negli occhi, allora, ancora e disperatamente: solo fenomeni fugaci ho raccolto, apparenti impressioni ad attendermi. Eppure tu eri lì, tu sei lì e ugualmente io, altro riflesso entro cui il tuo stesso riflesso si esprime, e mi scrutavi, sì, resti a scrutarmi come faccio io. Ma i tuoi capelli non sono fili di sogni intrecciati nel vento, le tue labbra non sono alfabeti di voci sull’acqua, i tuoi occhi non sono le profonde tempeste, le distese marine, gli incontri di strane lucerne sul filo dei tempi. No. Sono solo colori e colori, dai contorni precisi e insieme confusi. È meccanica apparente, cinematica degli inganni. Riflessi. Chi sei tu, chi sono io, non lo so. Ancora un’altra illusione. Ma ti cerco. Disperatamente. La tua forma inaccessibile, il tuo spirito inesprimibile. La tua ombra inafferrabile, la cerco, mi cerco: incomprensibile.

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Lei, lui e quello strano dovere di amare

Lei, lui e quello strano dovere d’amare Dopo l’annuncio del loro matrimonio, lei continuava a chiedersi con sgomento sempre crescente cosa diamine lui ci trovasse in quella tizia. Era così insulsa che si meravigliava del fatto che un uomo avesse potuto trascorrere ben tre anni di fidanzamento con quella donnetta, per poi volerla sposare. Sì, proprio lui, che lei amava in silenzio da un anno, alla fine aveva deciso per le nozze con “l’altra”, tirato certo un po’ per la giacchetta, ma comunque determinato a dare una svolta a quella relazione, tra il dovuto e il voluto.  Lei e ” l’altra” Ai suoi occhi, quella sottospecie di femmina non aveva niente di bello né dentro né fuori, nessun tipo di appeal o dote che potesse attirare a sé un uomo di media intelligenza, figurarsi proprio colui che lei considerava perfetto alla luce del suo amore. La sua rivale era di bassa statura, dai capelli radi e perennemente arruffati, il viso arcigno e a tratti inespressivo, sgraziata nella voce e nelle movenze. Non era particolarmente intelligente né colta, aveva un modo di pensare astruso e presuntuoso nonché una concezione della realtà del tutto avulsa dall’oggettività dei fatti che le derivava dagli insegnamenti della sua famiglia, altrettanto insensata e nevrotica come  lei. Dai racconti dell’uomo, aveva evinto pure con sommo dispiacere che era anche fintamente bigotta e terribilmente moralista. Quando la guardava, le veniva in testa quel noto aforisma di Oscar Wilde che recita “Un uomo che moraleggia è di solito un ipocrita, una donna che moraleggia è inevitabilmente brutta”.  Lei si sforzava di trovare spiegazioni sensate a quell’amore paradossale in una massima condita da sano realismo pur di non cedere all’indignazione. Lei e l’altra: il confronto Sì, quella tizia era terribilmente brutta, a differenza sua. Lei sapeva che certi aggettivi non dovrebbero mai essere usati nei confronti di una persona, che la bellezza è negli occhi di chi guarda, che l’amore è cieco, che de gustibus non disputandum est  ma insisteva nel definirla così, non fosse altro che per la rabbia e una buona dose di insana invidia che nutriva nei suoi confronti. Era brutta come la peste, e non c’era storia. Quando non si conosce la compagna dell’uomo amato, la si immagina sempre in qualche modo migliore rispetto a sé sotto svariati punti di vista, tali da impedire e giustificare il mancato distacco dell’uomo verso un’altra donna. Ma, come in questo caso, quando quelle sembianze dapprima immaginate si manifestano in tutta la loro dirompenza, i perché senza risposta non potevano non affollarsi nella sua mente.  Lei si domandava come facesse a stare con la fidanzata, ancora e nonostante tutto, come riuscisse a sopportare la sua voce, la sua presenza, le sue pretese, i suoi stupidi ragionamenti, come facesse a vedere un futuro con lei nonostante le continue lamentele che confidenzialmente l’uomo le rivelava. Si chiedeva perché non avesse mai avuto il coraggio di guardarsi attorno e come sarebbero andate le cose tra loro  se solo lei si fosse dichiarata. Non […]

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