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Eroica Fenice

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Culturalmente

Dalla tombola alla smorfia: una storia di Natale

Le derrate alimentari che circolavano durante le feste erano sufficienti a sfamarci per più e più giorni. Sembrava un’impresa anche solo pensare di mangiare tutto quello c’era sul tavolo. E dalla cucina continuavano ad arrivare pietanze, come da una cambusa capace di contenere molto più di quello che le quattro lasciavano supporre. Alla fine quando stremati e felici e sazi veniva servito il caffè, dal vecchio armadio che conteneva liquori che venivano aperti solo durante le feste e che sembravano trovarsi lì dentro da centinaia di anni, se ne usciva fuori l’immancabile tombola, impolverata e timida in tutta la sua antica eleganza da vecchia dama. La prima a comparire era la scatola di cartone con le cartelline vecchie di anni e poi il sacchetto, anzi no, il panariello, un semplice sacco di tela che conteneva i numeri. La vecchia signora faceva la sua comparsa sul tavolo e l’anfitrione di turno – il nonno di solito o qualcuno abbastanza vecchio da rappresentare per i suoi stessi capelli bianchi un arbitro affidabile e a prova di trucco – estraeva il primo numero prima ancora che ci fossimo messi seduti e con le cartelle davanti. Il rituale si ripete da centinaia di anni, da quando nel 1734 Carlo III di Borbone, allora re di Napoli, ufficializzò il gioco del lotto e nelle case di tutti entrò la Tombola napoletana. Questo non è un gioco di parole, visto che nell’ambiente familiare dove il gioco si diffuse come momento di aggregazione durante le feste, il lotto prese il nome di tombola. Hai fatto tombola. Tombola! Quest’auto mi è costata una tombola! Le espressioni in cui compare la parola tombola non si contano e per tutti gli appassionati di etimologia vale la pena ricordare che il suo nome deriva dalla forma cilindrica del pezzo di legno dove è impresso il numero e dal suo rumore quando dal panariello cade sul tavolo. Il panariello è l’altro componente essenziale del gioco, il sacchetto o, all’epoca di Carlo III, la cesta di vimini che conteneva i novanta numeri del lotto, gli stessi che comparivano nelle classiche cartelle. Da quell’epoca di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia e il gioco della tombola è diventato gioco del lotto e poi gioco del bingo senza perdere le sue caratteristiche essenziali di condivisione e divertimento: in compagnia ovviamente. In questo percorso che dal Regno di Napoli ci porta ai giorni nostri la tombola si è trasformata seguendo le rivoluzioni storiche e sociali per approdare sul web. Le tombole digitali e le piattaforme online dove è possibile giocare continuano ad essere spazi di aggregazione per condividere insieme agli amici la passione per questo gioco. E in alcuni casi la tradizione riesce a sposarsi perfettamente con la tecnologia, è il caso ad esempio della piattaforma online di William Hill. Perché giocare a bingo non è la stessa cosa che partecipare alla vera tombola napoletana. Questione di tradizione direte voi, ma il bello della tradizione sta proprio nella suo fascino retrò e per questo […]

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Voli Pindarici

Incomprensibile: tu, l’altra me stessa

Tu l’altra me stessa: incomprensibile. Incomprensibile:  è così che tu sei, è così che io sono. Allo specchio, nuda fra i miei vestiti e le altre abitudini, sola, in mezzo al silenzio che poi sa di rumore. Silenzio. Ti guardo e il tuo riflesso, il mio riflesso, è tutto ciò che mi appare, ed è muto. Interrogativi senza alcuna ragione, domande forse ancora da chiedere. È strano come tutto sembri schiarirsi di fronte al trasparente, ma non sono che opachi frammenti di vetro i tuoi, e non è che un riflesso, altro, quello che appare. Labirinti di segni i tuoi, inestricabili, e arabeschi di sogni i miei, indecifrabili. Disegni, punti di fuga e ritorni, linee, geometrie: inesprimibili. La materia è confusa: i miei tratti nei tuoi, i tuoi tratti nei miei, inafferrabili, e la tua immagine allo specchio, l’altra me stessa all’interno di un miraggio, è inesprimibile. Tu l’altra me stessa, inafferrabile. Io l’altra te stessa, incomprensibile Ti ho cercata, mi sono cercata, al di là della tua immagine, della mia stessa immagine: ci ho provato, disperatamente cercando qualcosa che parlasse di noi, che parlasse per noi. La mia anima è un groviglio di sensi, la tua forma un intrico di cose, emozioni diverse, inconciliabili. Ho provato funambolici equilibri, cadendo e restando pur ferma, restando immobile e sollevandomi ad ogni respiro e riscendendo, come te, guardandoti, guardandomi. Inevitabile. Ho provato con un silenzio, ma quel che ho ricevuto non è stato altro che altro silenzio, altro desolante silenzio, e ho ritentato. Ho provato con un sorriso, ma non era sorriso il tuo, solo un movimento di guance, di occhi, di sopracciglia mi hai dato, o forse ti ho dato, inconsolabile, incomprensibile. Ti ho guardata negli occhi, allora, ancora e disperatamente: solo fenomeni fugaci ho raccolto, apparenti impressioni ad attendermi. Eppure tu eri lì, tu sei lì e ugualmente io, altro riflesso entro cui il tuo stesso riflesso si esprime, e mi scrutavi, sì, resti a scrutarmi come faccio io. Ma i tuoi capelli non sono fili di sogni intrecciati nel vento, le tue labbra non sono alfabeti di voci sull’acqua, i tuoi occhi non sono le profonde tempeste, le distese marine, gli incontri di strane lucerne sul filo dei tempi. No. Sono solo colori e colori, dai contorni precisi e insieme confusi. È meccanica apparente, cinematica degli inganni. Riflessi. Chi sei tu, chi sono io, non lo so. Ancora un’altra illusione. Ma ti cerco. Disperatamente. La tua forma inaccessibile, il tuo spirito inesprimibile. La tua ombra inafferrabile, la cerco, mi cerco: incomprensibile.

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Libri

Le Macerie prime di Zerocalcare e i nostri demoni

Edito da Bao Publishing, Macerie prime è il nuovo libro di Zerocalcare che torna in vetta alle classifiche dopo i successi di Dimentica il mio nome e Kobane calling. Zerocalcare, al secolo Michele Rech, è uno dei fumettisti italiani più apprezzati. Negli ultimi anni, grazie ai suoi lavori, migliaia di lettori si sono avvicinati ai “disegnini”, come li definisce lo stesso autore, capendo che le tavole di una graphic novel possono essere belle quanto le pagine di un romanzo. Il successo di pubblico è stato poi consacrato dal riconoscimento della critica quando Dimentica il mio nome è stato preso in considerazione per il Premio Strega. Chi ha letto tutti i lavori di Zerocalcare sa bene quanto le opere siano progressivamente migliorate negli anni constatando una crescita artistica notevole. Dopo aver dimostrato una maturità artistica, Zerocalcare torna al racconto della quotidianità per riflettere su quanto sia difficile crescere e cambiare. Cosa sono le Macerie prime? «Se penso che le persone con le quali sono cresciuto – persone migliori di me che ancora adesso, quando parlano, prendo appunti per segnarmi le cose da dire nelle interviste – fanno l’inventario di notte nei supermercati, l’unico modo che ho di rappresentare le loro vite è questo: un mondo di macerie». Sebbene l’intento dell’autore non sia quello di comporre un ritratto generazionale, Macerie prime è il miglior modo per capire la precarietà di chi ha dai venti ai quaranta anni. Non si pensi però ad una lettura noiosa ed angosciante, perché Zerocalcare non si sofferma su stereotipi o complesse dinamiche sociali ma propone dialoghi semplici e diretti. Il punto di forza di Macerie prime sono i personaggi che, esprimendo desideri e aspirazioni individuali, intercettano  sentimenti, paure e gioie che sono universali. A tal proposito l’autore ha dichiarato: «Ho intervistato i miei amici per fare questo libro ed è stato imbarazzante. Ho il pallino di non voler mettere in bocca alle persone cose arbitrarie o che non pensano o che non dicono. Poi i personaggi sono stati mescolati, alcuni racchiudono anche tre personaggi insieme, oppure ho cambiato dei dettagli in modo tale che tutti possano dire alla loro madre, “Ahò, guarda che questo non sono io!”». Mentre nelle opere precedenti la presenza di un narratore che filtrava gli eventi era costante, in Macerie Prime Zerocalcare fa un passo indietro per dare vita ad un’opera corale. Finalmente il lettore ha la possibilità di capire chi sono realmente Secco e Cinghiale, personaggi storici che in questi anni sono cresciuti e cambiati. Il pretesto per conoscere meglio tutti gli amici di sempre è il matrimonio di uno di loro che porterà Zerocalcare a riflettere su quanto il successo e gli impegni rendano difficile dedicare le dovute attenzioni agli affetti più cari. È difficile trovare un equilibrio tra persona e personaggio soprattutto a causa delle aspettative altrui. Tra le Macerie si aggirano i demoni che Zerocalcare vuole affrontare Macerie prime è il racconto dei demoni che ognuno di noi deve costantemente affrontare per crescere. Ma di cosa si nutrono i nostri […]

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Attualità

Attualità

Arriva il Monopoly Napoli, interamente dedicato alla città

Il Monopoly Napoli, il gioco di società più famoso al mondo, onorerà Napoli con un edizione speciale, interamente dedicata al capoluogo Campano. La versione Napoletana dell’inimitabile gioco da tavolo, verrà presentata ufficialmente il 10 novembre e stando alle anticipazioni, il tabellone, le singole caselle e le modalità di gioco saranno elaborate in modo da ritrarre i luoghi e i costumi tipici della Città Partenopea. Il Monopoly, fa la sua comparsa all’inizio del XX secolo quando fu inventato da Elizabeth Magie, la versione originale fu poi modificata da Charles Darrow ed il gioco venne lanciato nel mercato nel 1935 dalla società Parker Brothers, oggi di proprietà della Hasbro. Da allora il famoso gioco da tavolo ha fatto tantissima strada, evolvendosi e conquistando milioni di persone. Nel corso degli anni il Monopoly è stato più volte reinventato così da poterlo adattare alle nuove tendenze ed alle aspettative delle nuove generazioni. I giocatori del Monopoly hanno come obiettivo quello di prevalere sui propri avversari, ottenendo così il “monopolio del gioco”. In estrema sintesi, il gioco finisce quando un partecipante riesce ad eliminare tutti gli altri, concentrando nelle proprie mani tutte le risorse disponibili. Accanto alla versione classica, oggi la Hasbro, propone il gioco in un numero sempre crescente di accattivanti versioni speciali. Tra queste, a titolo meramente esemplificativo possiamo citare il Monopoly Disney e quello Disney villans, il Monopoly Star wars, Il monopoly città di Italia, Il monopoly Game of thrones e così via. Le versioni sono tantissime ed è impossibile non trovarne una capace di suscitare il nostro interesse. Un Monopoly Napoli dedicato alla città Partenopea Napoli sarà la prima città italiana a cui sarà interamente dedicata una versione del gioco, e quindi i cittadini partenopei saranno i prima ad avere la possibilità di giocare una partita di monopoly interamente ambientata nella propria città. Possiamo affermare che la scelta della Hasbro  è sicuramente un grandissimo onore nonché segno della crescente importanza che la città Campana sta acquisendo non solo a livello nazionale ma anche e soprattutto mondiale. Per il lancio del Monoply Napoli sono state organizzate diverse iniziative, in particolare il gioco sarà presentato ufficialmente venerdì 10 novembre  alle ore 10,30 al comune di Napoli presso la sala Giunta di Palazzo San giacomo. Infine il 12 novembre alle ore 10 sarà organizzato presso Piazza Vittoria un apposito evento dove i partecipanti potranno finalmente giocare, o forse sarebbe meglio dire «jucà», al Monopoly Napoletano.

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Attualità

Atto vandalico a Napoli, sfregiati i murales di Totò e Troisi.

L’atto vandalico che la scorsa notte ha colpito Napoli potrebbe essere bollato come uno dei tanti episodi di degrado che colpiscono continuamente la città. Ma in questo caso non ci si può ridurre ad una semplice etichetta, se il bersaglio di tale atto sono due figure emblematiche della cultura napoletana: Totò e Massimo Troisi. Sinossi dell’accaduto Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre i murales della stazione di Piazza Garibaldi , dedicati a Totò ed opera di Orticanoodles  e quelli della stazione di San Giorgio a Cremano dedicato a Massimo Troisi e Alighiero Noschese del duo “Rosk&Loste” sono stati il bersaglio di un vero e proprio raid simultaneo, che ha deturpato i volti degli artisti omaggiati con delle verniciate. I murales erano stati commissionati dall’ EAV, l’Ente Autonomo Volturno, e inaugurati il 3 ottobre. Il tempo di durare tre settimane per poi essere rovinati, distrutti e offesi da questo atto vigliacco e gratuito. Il presidente dell’EAV, Umberto De Gregorio, alla luce di quanto successo, ha definito la lotta al vandalismo come una vera e propria “guerra”. Ha poi lanciato un  appello ai cittadini: «Chiediamo a tutti i cittadini di aiutarci nella lotta al vandalismo e al nichilismo. Chiunque abbia notizie su questi incappucciati che si sono introdotti di notte nelle nostre stazioni […] può aiutarci a capire o rivolgersi alle forze dell’ordine. Le nostre telecamere li hanno ripresi, ci serve una mano per identificarli». L’ennesimo atto vandalico e l’ennesima (infruttuosa) indignazione L’atto vandalico non ha mancato di scatenare l’indignazione, tanto sul web quanto nella realtà, del popolo napoletano. Indignazione giusta e necessaria, ma non sufficiente per mettere a tacere per sempre gli autori di questo gesto scellerato e gratuito. Un gesto i cui autori danno un significato preciso: quello di tenere la città di Napoli in uno stato di degrado, negandole ogni possibilità di riscatto. Per questa “gente” Napoli deve continuare ad apparire, agli occhi esterni, come l’emblema del disordine, dell’anarchia e dello squallore. Non servono i controlli, non servono le campagne di sensibilizzazione e neanche l’educazione all’arte, alla cultura, alla storia e a quello che è “bello”. Serve il pugno di ferro contro chi, nonostante i divieti, continua a mostrare insofferenza verso l’educazione e il vivere civile.  

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Attualità

Il mistero della Camera d’ambra: un tesoro ritrovato ?

La Camera d’ambra costituisce uno dei più intriganti misteri della seconda guerra mondiale. Era il tesoro più prezioso dello zar e per la sua bellezza fu definita l’ottava meraviglia del mondo. Da pochi giorni un trio di cacciatori di tesori ha informato le autorità di aver scoperto il suo nascondiglio… o quasi. I tre uomini sono certi di aver individuato il posto in cui l’Eldorado europeo dovrebbe essere nascosta. Si tratta di una scoperta che potrebbe riportare alla luce un tesoro del valore di milioni di dollari oltre che una delle più vistose e ricche opere dell’arte barocca. Breve storia della Camera d’ambra: il tesoro della Russia La camera d’ambra si trovava nel palazzo di  Caterina a Carskoe Selo, un complesso di residenze della famiglia imperiale russa a ventisei chilometri da San Pietroburgo. Era una stanza rivestita  da centosette pannelli di ambra. Proprio la presenza di questa resina la rendeva il tesoro più prezioso della Russia, inequivocabile simbolo del potere dell’impero e dello zar. Durante l’assedio fascista a Leningrado – l’attuale San Pietroburgo – la residenza fu trafugata e la camera d’ambra fu portata via. Come? Correva l’anno 1943: l’Armata russa passò alla controffensiva. In questa circostanza la camera fu smantellata e impacchettata in ventisette casse d’acciaio. Le casse furono trasportate nel palazzo di Königsberg – l’attuale Kaliningrad – capoluogo dell’exclave russa. Da questo momento non ci sono più notizie.  Centomila pezzi di resina del Mare del Nord dal peso maggiore di sei tonnellate. La Camera d’ambra era un regalo del re di Prussia Federico Guglielmo I all’alleato Pietro il Grande, zar di Russia. Fu concepita per il castello di Charlottemburg a Berlino – che allora si trovava in Prussia – dall’architetto Andrea Schluter e fu cesellata dal danese Gottfried Wolffram in sette anni di lavoro. In capolavoro d’arte barocca fu poi donato nel 1716 e fu per anni il più grande tesoro dei Romanov. Più di cinquecento candele illuminavano la camera tanto da sembrare che avesse imprigionato il sole. È per questo che fu soprannominata ottava meraviglia del mondo. Si stima che il suo valore attuale vada da 170 a 300 milioni di euro. Dove è finita la Camera d’ambra? Secondo le teorie più affermate la camera sarebbe stata distrutta dall’artiglieria russa durante il bombardamento di Königsberg nel 1945. Non sono della stessa idea Gunter Eckard, medico sessantasettenne, Peter Lohr, esperto di georadar, e Leonhard Blume, omeopata settantatreenne. Sono questi i nomi dei cacciatori di tesori secondo cui il nascondiglio si troverebbe nei cunicoli della Sassonia, al confine con la Repubblica Ceca e la Polonia, tra Lipsia e Dresda. I tre cacciatori hanno trovato le corde d’acciaio con cui erano state issate le casse e, con l’aiuto di potenti georadar, avrebbero individuato un bunker tra le gallerie, circondato da trappole esplosive. Secondo le notizie raccolte dai tre esploratori, nell’aprile del 1945 si fermò in questi cunicoli un treno proveniente da Königsberg. Dopo aver informato le autorità di questa potenziale scoperta il prossimo step è raccogliere i fondi necessari per proseguire l’impresa. […]

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Attualità

Quella volta che: storie di abusi e violenze raccontate sui social – Parte 1

“Quella volta che” è il titolo di una campagna lanciata su Twitter dalla scrittrice e blogger Giulia Blasi, volto ad incentivare le donne vittime di abusi a raccontare le proprie esperienze senza vergogna né timore. “Questo è il momento di parlare, non di minimizzare” ha scritto in un post Asia Argento che, recentemente, ha confessato di essere stata molestata e ricattata più volte, in ambito lavorativo. Proprio dall’esperienza dell’attrice, una delle tante vittime di abusi consumati nel mondo dello spettacolo (vedi il dibattuto caso Weinstein), prende le mosse quest’iniziativa rivolta a chiunque volesse lasciare una testimonianza per far conoscere la propria storia, confrontarsi, sostenersi a vicenda, lanciare un messaggio, cercare conforto o anche solo per sfogo. Inserendo nel post l’hashtag #quellavoltache su Twitter, Instagram e Facebook, o consultando siti web appostiti come Narrazioni differenti e scrivendo al relativo indirizzo e-mail, è possibile tracciare la propria storia ed esprimere o anche solo condividere il dolore, molto spesso indelebile, che da tempo alberga nel cuore di troppe donne. Alcune storie di abusi sono emerse attraverso l’hashtag #quellavoltache “#Quellavoltache ho detto di no al ragazzo con cui mi stavo frequentando e ha cominciato a cercare di aprirmi le gambe a forza, lasciandomi i lividi nell’interno coscia”. O “#quellavoltache sul bus chiesi ‘cosa sta facendo?’ ad un uomo che mi stava toccando e lui riuscì a far passare me per quella che vede molestie ovunque”; “#quellavoltache ho superato un esame universitario, solo quando il prof che mi invitava insistentemente ad andare a trovarlo nel suo ufficio privato di sera, non era presente all’appello”; “#quellavoltache mio cugino, più grande di me di una decina di anni, mi porta in camera sua e, al buio, mi tocca in mezzo alle gambe”; “#quellavoltache avendo rifiutato svariati inviti di un superiore ad “andare al parco insieme” le ripercussioni sul lavoro furono notevoli”; “#quellavoltache a 19 anni, mentre tornavo dall’università con due amiche, ci fermarono 2 giovani carabinieri, ci controllarono i documenti e cercarono di estorcerci i numeri del cellulare con velate minacce”; “#quellavoltache il ragazzo con cui mi stavo frequentando mi ha fatta ubriacare e, quando non ero in grado di reagire fisicamente (ma ero comunque mentalmente presente), mi ha violentata, e quando ho scoperto, tramite terzi, che era sieropositivo sono andata a fare i test”; “#quellavoltache durante un’occupazione, un ragazzo ha cominciato a insistere perché facessimo del sesso e, quando mi sono negata, mi ha detto ‘allora ti piace essere violentata’”; “#quellavolta che, ormai adulta e mamma, il capo dell’ufficio dove lavoravo da poco, mi aveva ‘appoggiato’ il suo bacino al mio lato b mentre ero in piedi a parlare con un cliente, dietro al bancone della reception, e una collega mi catechizzò: ‘tieniti queste smancerie, ti valgono 500/600 euro di mancia sullo stipendio’… io mi sono licenziata e l’ho denunciato“; “#quellavoltache di anni ne avrò avuti 18, aspettavo il pullman per andare a scuola, di mattina, ad una fermata piena di gente. Avevo delle calze a righe nere e fucsia, mi piacevano un sacco. Un signore […]

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Cinema & Serie tv

Cinema & Serie tv

Assassinio sull’Orient Express, Poirot torna al cinema

Dal 30 novembre torna al cinema in Assassinio sull’Orient Express il celebre investigatore Hercule Poirot, nato dalla penna di Agatha Christie, la più grande giallista del ventesimo secolo, riletto da Kenneth Branagh, che nella pellicola interpreta magistralmente l’investigatore belga dai lunghi baffi e dall’intuito infallibile. L’Orient Express è un treno da cui i lettori -adesso anche spettatori- non scendono mai: a 41 anni dalla morte della scrittrice, Assassinio sull’Orient Express è ancora il suo titolo più venduto e senza dubbio uno dei più riusciti, la cui nuova trasposizione cinematografica registra già un ottimo esordio al botteghino. Assassinio sull’Orient Express: la morte viaggia in prima classe “Ha un suo fascino un groviglio di estranei, costretti insieme per giorni, con nulla in comune a parte il bisogno di recarsi da un luogo ad un altro, che non si rivedranno mai più.” – dal trailer Istanbul, 1934. L’Orient Express è stato un treno che collegava Parigi a Istanbul: luogo d’incontri, di viaggi, di storie che s’incontrano e si passano accanto, senza mai toccarsi. O quasi mai. Sarà questo treno a fare da sfondo alle intricate vicende di dodici sconosciuti che non dimenticheranno facilmente questo viaggio. Hercule Poirot, di ritorno nella sua Londra da un viaggio in Israele, affitta per sé una cabina sul lussuoso treno, dotato di ogni comfort e pronto a soddisfare ogni necessità dei suoi passeggeri, tra legni pregiati, comodi sofà, cocktail e banchetti per palati fini. Suoi compagni di viaggio saranno un’eterogenea compagnia: una vedova a caccia di marito, un fisico austriaco, un medico ispanico, un antiquario truffaldino e il suo segretario, un maggiordomo, un’anziana principessa e la sua governante, una missionaria, una coppia di conti. La moltitudine e varietà dei personaggi offre occasione per presentare un cast d’eccellenza, che comprende Johnny Depp, Penelope Cruz e Michelle Pfeiffer. Il piacevole viaggio si trasforma in un incubo quando una tempesta di neve causa una sosta forzata nei Balcani: sarà questo il set ideale, ristretto e circoscritto, per le indagini di Hercule Poirot, che si riveleranno necessarie quando, nel cuore della notte, verrà assassinato con efferati colpi di pugnale uno dei passeggeri. Sospettati, tutti gli altri: nessun altro sarebbe potuto entrare o uscire dal treno, bloccato dalla tempesta su un binario a strapiombo sui Balcani. Il Poirot di Kenneth Branagh riprende fedelmente il Poirot di Agatha Christie: riprende le manie ossessivo-compulsive del singolare investigatore, infastidito da una cravatta allentata o da un granello di polvere e altrettanto metodico e scrupoloso nel lavoro, ma porta in scena soprattutto quell’interesse così spiccato per la natura umana in tutte le sue sfaccettature, affinché chi vive e conosce ogni giorno il crimine non perda la facoltà di riconoscerlo e di riconoscere il bene, nonché una spiccata curiosità e uno straordinario istinto, che lo portano sempre a capo dei misteri apparentemente più irrisolvibili. Il segreto del suo successo? Ordine, metodo e celluline grige. La facoltà dell’anziano investigatore di riconoscere il bene e il male verrà messa a dura prova, in Assassinio sull’Orient Express, quando, una volta rivelate […]

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Cinema & Serie tv

Riccardo va all’inferno: diabolico dark musical

Riccardo va all’inferno e lo fa con ironia. Folle, diabolico, potente e visionario, così possiamo definire l’ultima opera cinematografica di Roberta Torre (scritta con la collaborazione di Valerio Bariletti), regista ironica e inafferrabile divisa tra cinema e teatro, ancora una volta pronta a stupire la critica e il pubblico con un dark musical definito da molti psichedelico, una originale rilettura in chiave pop del Riccardo III di Shakespeare, atipico nella sostanza ma con nuova linfa vitale per gli amanti del teatro al cinema. Il film si avvale di un cast d’attori straordinari e di un geniale staff dalle grandi competenze tecniche e fuori dagli schemi considerati tradizionali. Il protagonista assoluto è uno straordinario Massimo Ranieri nel ruolo di Riccardo Mancini vero mattatore della storia affiancato da una sorprendente Sonia Bergamasco perfettamente calata nel ruolo della Regina Madre….Riccardo sta tornando e qualcosa sta per cambiare. Come in un dark musical, “d’ora in poi per la nostra famiglia, questo sarà considerato…..un giorno di festa!” Lo story/musical Riccardo va all’inferno, racconta di un fantastico regno alle porte di Roma dove, in una decadente fortezza, dimora la nobile stirpe familiare dei Mancini, la quale, nonostante l’alto lignaggio, controlla il traffico di stupefacenti in tutto il regno traendo grandi profitti. Le lotte intestine tra fratelli all’interno del casato capeggiato e gestito da un’oscura e potente Regina Madre non mancano, e la stessa Regina tesse in modo subdolo gli equilibri familiari nell’ombra, equilibri che si rivelano instabili con il ritorno di Riccardo Mancini da un ospedale psichiatrico giudiziario, dove è rimasto rinchiuso per molto tempo a causa di problemi mentali. Riccardo, zoppo e minato nel fisico fin dall’infanzia, a causa di un tragico incidente che lo rese storpio per il resto della sua esistenza, appare agli occhi dei familiari guarito, ma pur di garantirsi lo scettro e la corona regale, trama e realizza senza alcuno scrupolo una serie di efferati omicidi nei riguardi dei suoi fratelli, prevenuti nell’ostacolare la sua imminente ascesa al potere. Riccardo durante la sua scalata al trono, sostenuta da alcuni amici fedelissimi, nascosti nei sotterranei del castello, commette il grave errore di sottovalutare la più potente degli avversari, la Regina Madre, autentica anima nera pronta a spedirlo all’inferno. “Siamo in un inferno permanente in questo film, un inferno comunque musicale, un inferno colorato e anche molto buio alle volte!” – Roberta Torre. La rilettura dark musical di Riccardo III di William Shakespeare, musicata da Mauro Pagani, va ben oltre le aspettative della critica, il musical stupisce con i multi-colorati e fantasiosi costumi di Massimo Cantini Parrini, le strabilianti scenografie con numerosi cambi di scena di Luca Servino e le coreografie di Francesca Romana Di Maio, che completano nell’insieme uno spettacolo entusiasmante ed ambizioso, in cui ad assumere il ruolo di autentico mattatore ritroviamo il poliedrico Massimo Ranieri, attore partenopeo in una sua veste insolita con il capo rasato per esigenze interpretative. Ranieri, concedendo al pubblico una notevole interpretazione degna di nota, è sempre pronto a rimettersi in gioco con nuove idee ottenendo […]

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Cinema & Serie tv

Justice League, Zack Snyder dirige un’intera squadra di supereroi

In programmazione nelle sale italiane, Justice League è l’ultimo film basato su un soggetto scritto da Chriss Terrio e Joss Whedon, diretto dal regista Zack Snyder. La storia si svolge in seguito alle vicende di Batman v Superman: Dawn of Justice – del 2016 sempre per la regia di Snyder – e vede Bruce Wayne/Batman (Ben Affleck) e Diana Prince/Wonder Woman (Gal Gadot) alle prese con Steppenwolf (Ciarán Hinds), un malvagio alieno che minaccia la Terra insieme al suo esercito di parademoni. Dopo la morte di Clark Kent/Superman (Henry Cavill), il potere delle tre scatole madri si è riattivato richiamando a sé Steppenwolf che intende impadronirsene. Quest’ultimo riesce a prendere prima quella custodita dalle Amazzoni che avvisano Diana la quale, insieme a Bruce – sempre aiutato dal fedele Alfred (Jeremy Irons), convincerà a unirsi a loro altri tre supereroi: Barry Allen/Flash (Ezra Miller), Victor Stone/Cyborg (Ray Fisher) e Arthur Curry/Aquaman (Jason Momoa). Il gruppo si compatta definitivamente quando l’alieno riesce a impossessarsi anche della scatola degli Atlantidei e Bruce propone di riportare in vita Clark utilizzando l’energia dell’ultima scatola in loro possesso. Dopo un’iniziale perplessità, gli altri decidono di mettere in pratica il suo piano riuscendo nel loro intento; tuttavia, non riconoscendo i compagni, il supereroe kryptoniano li attacca e soltanto l’intervento della sua amata Lois Lane (Amy Adams) lo fa rinsavire evitando il peggio. Steppenwolf, richiamato ancora una volta dal potere della scatola, riesce a prenderla e lo scontro finale tra lui e la lega dei supereroi con Superman al loro fianco sarà inevitabile. Justice League, non tutti i supereroi sono poi così “super” Justice League, il cui promo è stato presentato al San Diego Comic-Con International del 2016 – si mostra al pubblico in una veste più leggera rispetto ai precedenti lavori targati D.C. Sostituita la serietà con una buona dose di battute e gag comiche – Ezra Miller e Jason Momoa conquistano per la loro simpatia, goffa nel caso del primo e più sfrontata per il secondo – il nuovo film di Zach Snyder ha però dei difetti che sono alquanto evidenti. Partendo dagli effetti speciali che non soddisfano appieno – anche se su alcuni, come la resa del personaggio di Steppenwolf e Cyborg ad esempio, ci si sarebbe dovuti concentrare di più – la pellicola in sé stessa sembra quasi “doversi sbrigare”. I nuovi personaggi vengono introdotti con poche e sommarie spiegazioni, i dialoghi presentano inutili ripetizioni e palese è l’intenzione di emulare – malamente – la Marvel. A dare credito e credibilità alla squadra, vengono in soccorso dei nuovi arrivati i veterani Wayne/Affleck, Prince/Gadot e Kent/Cavill ormai probabilmente più avvezzi a vestire i panni dei loro supereroi. In definitiva, Justice League è ben lontano dall’essere portatore di quella perfezione cinematografica riscontrabile nei film del genere che l’hanno preceduto e in alcuni più recenti. Tuttavia, si sa, il mondo è sempre soggetto a nuove minacce perciò non resta che sperare che, nel frattempo, i suoi supereroi e chi li dirige non si facciano trovare impreparati.

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Cinema & Serie tv

Caccia al tesoro dei Vanzina: tentato furto a San Gennaro!

Mercoledì 22 novembre, presso il cinema Metropolitan di Via Chiaia, ha avuto luogo la proiezione in anteprima del film Caccia al Tesoro che arriverà nelle sale italiane il 23 Novembre. Al termine della visione, si è svolta una conferenza stampa a cui hanno partecipato i fratelli Vanzina, insieme a parte del cast. In particolare erano presenti Vincenzo Salemme, Carlo Buccirosso, Christiane Filangieri, Serena Rossi e Gennaro Guazzo. Caccia al tesoro è una commedia divertentissima prevalentemente ambientata a Napoli. Il film narra la storia di Domenico Greco (Vincenzo Salemme), un attore di teatro fallito e pieno di debiti, che vive con la cognata, Rosetta (Serena Rossi) vedova di suo fratello. Purtroppo il figlio di Rosetta è affetto da una grave patologia cardiaca e l’unica speranza di salvezza è rappresentata da un’operazione in America, il cui costo è di ben 160 mila euro. La famiglia non ha però i fondi per sostenere tale spesa e, per questa ragione, in preda alla disperazione, decide di rivolgersi a San Gennaro! Domenico e Rosetta si recano in chiesa per pregare e qui inizia un’esilarante escalation di equivoci e fraintendimenti, che porterà i due ad avere la convinzione che il santo li abbia autorizzati a rubare parte del proprio tesoro per pagare l’intervento. Nel corso del film, la storia di Domenico e Rosetta si intreccerà poi con quella dello sfortunato Ferdinando (Carlo Buccirosso) e di suo figlio Gennarino (Gennaro Guazzo). Questi decidono di partecipare all’operazione criminale, ma lungo la loro strada troveranno molti imprevisti, tra i quali Cesare (Max Tortora) e Claudia (Christiane Filangieri), ladri romani anch’essi intenzionati a rubare il tesoro! Caccia al tesoro dei Vanzina: San Gennà pienzace tu! Il film, girato tra Napoli, Torino e Cannes, si presenta come una commedia fresca e divertente, in cui viene dato molto risalto al forte legame che lega i napoletani all’amato San Gennaro. I protagonisti, da buoni partenopei hanno un enorme rispetto per il patrono e decidono di organizzare il colpo solo perché convinti che il Santo abbia dato loro il permesso. Per quanto la pellicola abbia come oggetto un furto, la storia è articolata in modo tale da far prevalere le buone intenzioni dei protagonisti, anziché i loro intenti criminali, ed è forse per questo che essi hanno avuto la benedizione del Santo. Purtroppo, per esigenze di produzione, nella commedia non compare il Duomo di Napoli, reale sede del tesoro del santo, bensì la stupenda chiesa di san Paolo Maggiore. In ogni caso il bellissimo capoluogo campano è mostrato come una città viva, colorata e calorosa. Ciò rende particolarmente orgogliosa Serena Rossi, che nel corso della Conferenza stampa ha più volte ribadito quanto essa sia fiera delle proprie origini napoletane. Uno dei temi centrali della commedia è quello del furto del tesoro del Santo e di conseguenza appare impossibile non pensare al celebre film di Dino Risi Operazione San Gennaro. Enrico Vanzina chiarisce però che non si tratta di un remake del film di Risi, poiché in Caccia al tesoro la storia è diversa ed […]

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Scrub naturali: consigli per una pelle liscia e luminosa dopo il sole

Tra il graduale riabituarsi alla routine e l’ostinato rifiuto di dire alle lunghe giornate in spiaggia, ecco qualche consiglio per donare alla vostra pelle il profumo di un nuovo principio senza dire addio al colorito bronzato faticosamente conquistato: il futuro è nello scrub. Scrub fai-da-te: rimedi naturali per la pelle post-tintarella Settembre è il mese dei traumatici “punto e d’accapo”, ma non solo per noi: anche alla nostra pelle mancano il sole e la salsedine, ma non per questo lasceremo la tintarella scolorirsi insieme ai ricordi al bar della spiaggia. In primis, “è una verità universalmente riconosciuta che” esistono tanti tipi diversi di pelle e ognuno di essi richiede un diverso trattamento a seconda dell’obiettivo che s’intende raggiungere. Certo, tante le tipologie di pelle, ma unica è la parola d’ordine se la si vuole fresca e luminosa dopo il sole: idratare, soprattutto per prevenire la comparsa delle odiose pellicine. Esfoliare e nutrire la pelle richiede impegno e pazienza (quanti trattamenti benessere interrotti dopo due giorni?), ma una pelle liscia al tatto e dal colore uniforme ne varrà decisamente la pena. Lo scrub, infatti, è un eccezionale alleato nella rimozione delle cellule morte: esfoliando lo strato superficiale dell’epidermide, dona alla pelle una luce nuova. È una vera e propria medicina disintossicante per la cute, oltre che un massaggio piacevole che aiuta la circolazione. Consigliato, insomma, per coccolare la pelle in ogni stagione, ma tassativamente vietato su eritemi, scottature ed eruzioni cutanee. Rimedi di questo tipo si trovano in farmacia quanto nell’erboristeria di fiducia, ma non sarebbe male pasticciare provando una ricetta per uno scrub fai-da-te, naturale ed economico! In pole position, lo scrub casalingo per eccellenza: due cucchiai di sale (sconsigliato il sale grosso alle pelli delicate, poiché potrebbe graffiarla oltre che arrossarla particolarmente) misti ad un semplice bagnoschiuma da passare sotto la doccia su tutto il corpo. Per il viso, invece, insieme al sale, si propone olio d’oliva e gocce di olio essenziale (i prediletti dopo l’esposizione al sole sono olio di jojoba e olio di lavanda). Chi cerca uno scrub fluido, dalla consistenza simile ad una crema, potrebbe provare una ricetta dolce, composta soltanto da 4 cucchiai di zucchero e 2 di miele: un impasto da passare sotto la doccia sulla pelle bagnata (da asciugare poi e ricoprire con crema idratante). Il miele torna anche insieme all’aloe, tre cucchiaini di bicarbonato e un cucchiaino di burro di cocco o di karitè, per una pelle non solo abbagliante, ma anche incredibilmente profumata. Ancora, una carezza per il corpo è la miscela fatta da miele, farina di cocco e yogurt: segreto di bellezza tutto naturale. Miracoloso è l’olio di mandorle, nutriente e delicato, che mescolato insieme a del miele e a dello zucchero di canna diventa un piacevole scrub per pelli sensibili. Oppure, a chi invece ama sperimentare si consiglia di mischiare qualche cucchiaio di yogurt (in sostituzione del miele) a 4 cucchiai di caffè macinato (un toccasana per favorire la circolazione e drenare i liquidi che spesso sono causa della […]

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Dieta detox: pro e contro della dieta del momento

La dieta detox è una dieta disintossicante, che mira a restituire all’organismo un buon grado di benessere nel minor tempo possibile. L’estate è finita, e per quanti se la sono goduta senza badare alla linea e senza alcun tipo di controllo sull’alimentazione, ahimè, è arrivato il momento di fare i conti con la bilancia.  Così, con la solita routine, il lavoro e lo studio, ritornano la palestra e l’incubo della dieta. Senso di pesantezza, gonfiore, scarsità di energia: questi sono alcuni campanelli d’allarme che indicano la necessità di depurare l’organismo. Il primo passo consiste nel cambiare regime alimentare: ritornare ad un’alimentazione sana per restituire equilibrio e salute al nostro corpo. I giovamenti della dieta detox Molti avranno già sentito parlare di questo tipo di dieta che negli ultimi anni è diventata non solo molto popolare, ma anche un grosso business. Sul web sono in vendita tantissime bevande, che presentano una dieta per lo più liquida, a base di tisane, succhi o integratori, molto pubblicizzati attraverso i social network,  in nome di una disintossicazione e persino un aiuto al fegato, ai reni e all’intestino. La dieta detox ha come scopo principale la depurazione dell’organismo, pertanto, a differenza delle solite diete dimagranti, non suggerisce un regime alimentare volto unicamente alla perdita di peso. Ciò non  esclude che la detox consenta di sbarazzarsi di qualche kg di troppo, se seguita correttamente. Prima di fornire indicazioni più specifiche su questo tipo di dieta, è bene premettere che i consigli dati non sostituiscono il parere di un medico. Se si desidera cambiare stile di vita, è necessario rivolgersi ad un medico dietologo, dietista o biologo nutrizionista che indichi l’alimentazione più adatta alla persona, considerando lo stato di salute e le esigenze specifiche di ciascun organismo. Come svolgere correttamente una dieta detox La dieta detox va seguita per un lasso di tempo che va dai 7 ai 15 giorni al massimo.  Non suggerisce uno stile di vita, ma solamente un tipo di alimentazione che può aiutare a combattere la stanchezza, digerire meglio e recuperare energia. La prima regola è: bere molta acqua. Per cominciare, al mattino bere un bicchiere di acqua tiepida con del succo di limone è utile ad attivare il metabolismo ed avviare la digestione. Importanti sono anche le spremute di verdura o frutta fresca come mele, pere, prugne, ananas, kiwi. Un’altra regola è: restare lontani da cibi raffinati e prodotti in scatola. Per la colazione è possibile spaziare dalla crusca di avena e il caffè, sino allo yogurt magro, alle carote, o semplicemente mangiare un frutto fresco. Altrettanto esclusi sono i latticini. A pranzo, la dieta prescrive zuppe vegetali, legumi, e non devono mai mancare le insalate. A metà pomeriggio è possibile fare uno spuntino, ma semplicemente con un frutto (evitare le arance), del tè o tisane dimagranti, prive di zucchero. La dieta detox predilige una cena a base di riso integrale e verdure cotte. Ricordare che l’olio va utilizzato solo a crudo ed evitate le aggiunte di sale. Una valida alternativa possono essere […]

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Sindrome da rientro: tutta colpa degli ormoni…dello stress

Si guarda sempre il mare con spirito romantico e sguardo sognante. L’ultimo sguardo che lanciamo al mare prima di rientrare a casa dalle vacanze, però, è un autentico tripudio di amore e precoce nostalgia. Che quest’anno la scelta delle vacanze sia ricaduta sul mare, sulla montagna o su una città d’arte fa poca differenza; il momento in cui si è costretti a consumare l’ultima colazione in hotel e poi a svuotare gli ultimi cassetti risulta immancabilmente traumatico. Stare in vacanza piace a tutti: ma piace perché è un’esperienza limitata nel tempo (e quindi troppo breve per iniziare a provare l’insofferenza della routine) o perché siamo liberi di organizzare la giornata secondo le nostre preferenze e di svolgere quelle attività a cui spesso non possiamo dedicarci durante l’anno? L’opinione degli esperti Gli esperti rispondono: per entrambi i motivi. Se la vacanza durasse tutto l’anno, risulterebbe un’esperienza alienante e noiosa, così come ci appare la routine lavorativa. Ma è anche vero che è la prospettiva di abbandonare spiagge idilliache, panorami da cartolina, la nuova comitiva, i giri in canoa, le agognatissime visite ai musei, gli aperitivi serali e le nottate con birra e stelle cadenti ad avvilirci. Incatastiamo nelle valigie con indolenza la stessa roba che avevamo piegato con cura e precisione all’andata, ripensiamo all’inflessibile capo messo temporaneamente nel ripostiglio dei pensieri, alle serate in pigiama davanti alla televisione e a quell’esame intenzionalmente dimenticato. In che cosa consiste la sindrome da rientro? Questa strana nostalgia viene definita “sindrome da rientro”, un’espressione mutuata dal disturbo che affligge i soldati di ritorno dalla guerra che devono affrontare problemi psicofisici di riadattamento. Ovviamente eliminando opportunamente i caratteri tragici e patologici, una sindrome del ritorno colpisce anche i vacanzieri che devono accettare il ritorno a un tenore di vita ben diverso da quello goduto durante le vacanze. La sindrome esiste davvero, al di là di ogni diceria, scetticismo e incredulità. Parola degli studiosi: tutta colpa dei surreni, che producono i cosiddetti “ormoni dello stress”, ovvero adrenalina e cortisolo. Il processo ha origine nelle informazioni stressanti che l’organismo mette in circolo e che vanno a sollecitare la risposta dell’ipotalamo, che stimola l’ipofisi, che a sua volta interviene sui già citati surreni. Lo stress generato da eventi esteriori così repentini da poter risultare traumatici è il vero responsabile di questo disagio certamente non grave ma non per questo poco fastidioso. Spesso il nostro corpo, incapriccito, risponde a tono a questo rimpatrio forzato, facendoci sentire spossati, ansiosi, lievemente depressi, insonni o al contrario sempre stanchi e insonnoliti, rendendoci lunatici e facilmente irritabili. È una fase di transizione immancabile, una sorta di limbo dalla cui permanenza temporanea non ci si può astenere: fa parte del gioco, del cambio di stagione. È come tornare a indossare i jeans e riporre per l’anno prossimo le infradito. Quali sono i rimedi più consigliati? I consigli degli esperti per combattere la sindrome del ritorno da veri vacanzieri-soldati sono semplici: prendersi cura della propria alimentazione senza variarla bruscamente, privilegiando frutta, verdura e bevendo almeno un paio di […]

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I benefici del succo di limone: l’elisir di lunga vita

Originario dell’Asia il limone fu importato in Italia dagli Arabi. Oggi il nostro paese è al primo posto nella produzione di questi agrumi. Li usiamo soprattutto in ambito culinario, nelle creme, come condimento o aroma. Non tutti però sanno che il limone vanta di una moltitudine di proprietà benefiche che lo rendono un vero e proprio toccasana. È per questo che il limone è ingrediente base dei cosiddetti rimedi della nonna: a causa delle sue infinite proprietà, possiamo trarne i più svariati benefici.  Gli usi terapeutici del limone Acido citrico, limonene, pinene, fosforo, calcio, rame, manganese, vitamine C, A, B, PP e zuccheri: sono questi gli ingredienti che rendono tanto speciale il limone e che gli forniscono tutte le sue proprietà: È un antiossidante: previene l’invecchiamento cellulare e le malattie degenerative grazie alla presenza di vitamina C Sempre grazie alla vitamina C, il limone stimola il sistema immunitario L’acido ascorbico presente in questo agrume ha effetti antinfiammatori: è usato contro l’asma e altri problemi respiratori Migliora l’assorbimento di ferro nel corpo, a scopo immunitario Depura e disintossica. Aiuta a depurare il nostro intestino dalle tossine che vi si accumulano. Stimolando la produzione di urina promuove la disintossicazione È utile contro l’acidità gastrica. La buccia di un limone bollita per dieci minuti è un rimedio contro nausea, meteorismo e mal di stomaco Aiuta la digestione, stimolando il fegato a produrre bile È un ottimo alleato nelle diete. La pectina in esso contenuta aiuta a combattere la fame improvvisa Previene l’arteriosclerosi e l’ipercolesterolemia È antibatterico e antimicrobico, utile per curare una piccola ferita. Grazie alla presenza delle saponine i limoni aiutano anche a tenere a bada raffreddore e influenze Previene la formazione di cellule tumorali, specie al fegato, pancreas, stomaco e intestino È antivenefico: si narra che fosse ampiamente utilizzato da Nerone che, per la aura di essere avvelenato, ne assumesse ogni giorno I limone è uno degli elementi più alcalinizzanti. Per questo motivo aiuta ad eliminare l’acidità del nostro corpo riequilibrando il Ph Allevia il mal di denti e il dolore alle gengive Ci rende più belli! Riduce le rughe e le macchie della pelle, dona luminosità al viso e uccide alcuni dei batteri che causano l’acne Come beneficiarne? Con una bella limonata Succo di mezzo limone in un bicchiere di acqua tiepida da assumere tutte le mattine a digiuno. Basterà seguire questo consiglio per sentirsi subito meglio! È preferibile seguirlo per dodici giorni, con una pausa di otto. Il tutto andrebbe ripetuto per tre volte. Un’alternativa è la cosiddetta terapia dei sette limoni. Si parte assumendo il succo di mezzo limone – diluito in acqua, a digiuno – e se ne aumenta ogni giorno la quantità fino ad arrivare a sette limoni, per poi regredire. La pausa deve essere almeno di sette giorni. Un’altra grande idea è gustarsi un ottimo sorbetto al limone, sollievo perfetto al caldo estivo!

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Il Gigante di Palazzo: La statua parlante di piazza Plebiscito

Nei giardini del museo Nazionale di Napoli giace, semi dimenticato, il Gigante di Palazzo, un imponente busto di marmo, rinvenuto a Cuma, e risalente al periodo compreso tra la fine del I secolo e gli inizi del II secolo d.C. Purtroppo, come spesso accade per le opere ammassate nei musei, la storia di questa statua non è adeguatamente valorizzata ed, in particolare, pochissimi sono a conoscenza della enorme importanza che essa ha avuto nella storia di Napoli. Sulla targa posta accanto all’opera vi è scritto “torso colossale di Giove, cosiddetto Gigante di Palazzo”, ed è quest’ultimo l’appellativo che maggiormente assume rilievo poiché esso è il nome dato alla statua dal popolo napoletano. Il busto di Giove, opera avente circa 2000 anni, fu rinvenuta durante gli scavi effettuati a Cuma, e venne portato a Napoli nel 1668 per volere del viceré Spagnolo don Pedro Antonio D’Aragona. Alla statua vennero aggiunte braccia e gambe e fu posta su di una base di marmo posizionata accanto al palazzo vicereale di piazza Plebiscito (da qui il nome gigante di palazzo). La strada che conduceva verso Santa Lucia fu denominata salita del gigante, e lo stesso appellativo fu dato anche alla maestosa fontana dell’Immacolatella (oggigiorno collocata in via Partenope) che all’epoca si erigeva proprio accanto all’opera, e che per questo fu chiamata fontana del gigante. Il Gigante di Palazzo: La voce del popolo Napoletano Tralasciando la grande bellezza dell’opera, ciò che rileva ai fini della comprensione della sua importanza storica, è l’utilizzo che i napoletani ne hanno fatto. Infatti la statua, che doveva essere il simbolo del potere precostituito, divenne invece, ben presto, lo strumento con il quale il popolo partenopeo manifestò il proprio dissenso contro i regnanti. I napoletani iniziarono ad utilizzare la statua come punto di ritrovo dove fare satira e leggere componimenti aventi lo scopo di attaccare e schernire il potere politico. Il gigante di piazza Plebiscito (o Gigante di Palazzo) divenne tanto importante per i rivoltosi che, lo stesso viceré don Antonio, decise di porre una sentinella a guardia della statua così da impedire a chiunque di soffermarsi a leggere versi. Nonostante le iniziative dei sovrani, i napoletani continuarono ad attaccare le autorità utilizzando il Gigante di Palazzo come portavoce del proprio dissenso. Il popolo, sfidando la sorveglianza e non curante del rischio, riusciva puntualmente ad apporre sul gigante componimenti, critiche ed offese. In tale ottica, assume particolare rilievo la vicenda che vide come protagonista il viceré Luis De la Cerda, Duca di Medinaceli. Quest’ultimo per combattere l’impudenza partenopea annunciò la sua intenzione di offrire 8.000 scudi a chiunque avesse fornito notizie utili all’arresto dei rivoltosi. Come risposta a questa iniziativa, i napoletani, il giorno seguente, fecero trovare sul gigante un foglio con il quale venivano offerti ben 80.000 scudi a chi avesse portato la testa del viceré in piazza Mercato. Per quanto le autorità si sforzassero di frenare il fenomeno, il Gigante di Palazzo continuò ad essere per molto tempo la voce del popolo napoletano. Purtroppo però nel 1806, Giuseppe […]

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Qalatga Darband: riemerge in Iraq un forte macedone

È stata recentemente riportato alla luce nel nord dell’attuale Iraq, da una squadra di archeologi del British Museum, il sito di Qalatga Darband, avamposto macedone presumibilmente fondato nel 331 a.C., nel periodo ellenistico, dall’immenso condottiero Alessandro Magno. Perse le tracce di tale “città perduta”, la relativa pace stabilitasi nella regione dopo circa un trentennio di episodi bellici, unitamente alla recentissima tecnica dei droni che ha consentito di scattare fotografie in grado di penetrare nel sottosuolo, hanno permesso di far riemergere in tutto il suo splendore questa città-fortezza munita di templi e vigneti. Affacciata sulle rive del lago artificiale Dokan, nella provincia di Sulaimaniya nel Kurdistan iracheno, doveva trattarsi, stando alle fonti, di un centro vinicolo piuttosto noto e di gran reputazione, base di appoggio per i soldati e i mercanti in transito tra Iraq e Iran. La città di Qalatga Darband era già stata individuata negli anni ’90 Si tratta di un sito individuato già nel 1996 attraverso la declassificazione di immagini aeree acquisite da satelliti sovietici, per ovvi scopi militari, durante la Guerra Fredda; tuttavia, la situazione politico-militare dell’area, all’epoca dominata dalla dittatura del leader iracheno Saddam Hussein, non avrebbe in alcun modo consentito di preporre interessi culturali e archeologici allo stato di guerra perdurante, prolungatosi fino all’invasione degli Stati Uniti nel 2003 e alle successive e disastrose scorrerie dell’Isis. Grazie alla finestra di relativa quiete nell’area, così martoriata dai conflitti precedenti, gli studiosi londinesi hanno messo a frutto un copioso finanziamento volto al recupero dei millenari tesori iracheni minacciati dagli eventi bellici e dall’avvento dell’Isis; dunque, servendosi di tecniche all’avanguardia basate sull’impiego di droni e dopo aver individuato il perimetro della città sepolta sotto secoli di detriti, hanno identificato con cura il luogo esatto di escavazione e iniziato un programma di estrazione e protezione dei beni archeologici del luogo, coadiuvati da archeologi iracheni. Le fotografie aeree dei droni sono risultate decisive nel disvelamento del sito «La nuova tecnica messa a punto dagli studiosi britannici, non ancora impiegata in ambito archeologico, si fonda sull’analisi dei segni dei raccolti agricoli» spiega il professor John McGinnis, direttore dell’Iraq Emergency Heritage Programme, al Times di Londra. «Nei punti in cui ci sono mura sotterranee, il grano non cresce bene come altrove, per cui si notano diversità di colori nelle coltivazioni». Identificato il sito di Qalatga Darband – il cui nome in curdo significa “castello del valico montano” – da un iniziale edificio rettangolare riemerso, sono stati via via rinvenuti vari reperti di notevole interesse: due statue, una di una figura femminile identificata con Persefone, divinità legata ai cicli dell’agricoltura e all’alternarsi delle stagioni, l’altra di un nudo maschile, in cui parrebbe individuarsi Adone, figura connessa alla rinascita, alla fioritura e alla fertilità. È stato poi possibile tracciare una sorta di mappa della città, attraverso il rinvenimento di ulteriori reperti e seguendo il perimetro di abitazioni, empori, monumenti e complessi presumibilmente adibiti alla lavorazione di olio e vino. «Pensiamo che fosse una cittadina con una vigorosa attività economica sulla strada fra Iraq e Iran», aggiunge il […]

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Le Royelles: le bambole super-eroine e diverse

Circa un anno fa alcune mamme inglesi avevano lanciato l’hashtag #toyslikeme sui social network dando vita ad una campagna virale di solidarietà e umanità avente lo scopo di creare giocattoli e bambole che avessero menomazioni e evidenti difetti fisici simili a quelli dei loro bambini. Giocattoli, quindi, in cui i bambini potessero ritrovare sé stessi, con tutte le loro imperfezioni: i genitori di bambini con disabilità erano poi stati invitati a postare idee per giochi e giocattoli con difficoltà fisiche. Le foto postate erano state tante e commoventi tanto che le ideatrici del progetto avevano chiesto alle aziende produttrici di giocattoli di realizzare questi progetti artigianali e originali di molti volontari e genitori o almeno di ispirarvisi per immettere sul mercato prodotti più vicini alle esigenze di tanti bambini “diversi” ma non per questo meno importanti. Le Royelles: un progetto di Mùkami Kinoti Kimotho Il progetto delle bambole Royelles sembra voler percorrere una strada affine a quella non solo di Toy like me, ma anche quella di Mighty Dolls dell’artista canadese Wendy Tsao (che aveva dato alle note bambole Bratz il volto di donne famose per la loro cultura, professionalità e importanza nel mondo scientifico e letterario) e di Tree Change Dolls di Sonia Sigh (che aveva struccato le stesse bambole ridisegnando volti e realizzando vestitini così da renderle più simili alle bambine che vi giocavano). Ideate dalla fashion designer e imprenditrice sociale Mùkami Kinoti Kimotho (nonché mamma della piccola Zara), le Royelles sono 13 bambole interamente realizzate a mano (dai disegni ai modelli stampati in 3D) dalle fisicità e vestiario diversi, ispirate a donne vere come nonne o atlete. Secondo la Kimotho le mamme americane spendono ogni anno circa 5 miliardi di dollari in bambole, mentre le mamme afroamericane spendono circa 300 milioni di dollari e più per le stesse bambole che però, secondo alcune statistiche, hanno un impatto negativo sulla loro immagine. «Mia figlia  Zara a soli 4 anni mi disse di non sentirsi bella come i suoi amici». Proprio notando (dopo 2 anni di lavoro e tante ricerche e incontri con tantissime mamme) che si trattava di un problema esistente non solo nella comunità di colore, Mùkami ha pensato di realizzare questi “avatar” come lei stessa ama definire le Royelles, bambole diverse dagli standard in commercio, modelli che riflettessero le diversità di colore, cultura, fisico e abilità. Avatar perché  ognuna ha una propria personalità, storia e missione. Come Teti, mamma single di 3 bambini e scrittrice di successo,  che non rinuncia alla sua famiglia ma che persevera nel mettere il suo talento al servizio della comunità, un omaggio alla mamma dell’artista. O Tanni, ballerina classica con due protesi alle gambe: i suoi limiti fisici non le impediscono di portare avanti i suoi sogni. O come Mara donna guerriera che affronta la vita con fierezza e coraggio, cui sarà ispirata la prima libea di bambole progettata dalla Kimotho. #MillionRoyellesMillionGirls: una delle Royelles per tutte le bambine Dalla vendita di queste bambole (lo del costo di 99 dollari), l’imprenditrice, […]

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Monna Lisa e il mistero della versione senza veli al Musée Condé

Presso il Musée Condé nel castello francese di Chantilly, è custodita una versione senza veli del celebre ritratto di Monna Lisa, di Leonardo Da Vinci. Si tratta di un disegno a carboncino con pigmenti bianchi su un doppio foglio di 72 centimetri, senza firma, raffigurante un nudo femminile impressionantemente rassomigliante alla Gioconda, parte della collezione privata di Henri d’Orléans, duca d’Aumale, donata dell’artista al Musée Condé di Chantilly nel 1897. L’opera è stata recentemente trasferita nei laboratori del Centre de Recherche et de Restauration des Musées de France, nel Museo del Louvre, dove i ricercatori, mediante la riflettografia, i raggi infrarossi, la luce rasente, la radiografia e la fluorescenza ai raggi X, stanno effettuando una minuziosa indagine iconografica per valutare se la mano che l’ha ritratta sia la stessa del quadro più famoso del mondo. Benché i risultati non siano ancora stati ufficializzati, alcune indiscrezioni diffuse da “Le Figaro” avrebbero dichiarato che la rilevazione di una serie di dettagli confermerebbe il coinvolgimento dello stesso Leonardo nella sua esecuzione, o almeno la sua bottega. Stando sempre alle tesi del quotidiano francese, le prime verifiche effettuate con il radiocarbonio avrebbero assicurato la datazione dell’opera fra il 1485 e il 1638: un lasso di tempo ancora troppo vasto per valutare se la tela, conosciuta come Monna Vanna, sia posteriore o anteriore alla celebre Gioconda dipinta tra il 1503 e il 1506, e se possa perfino essere considerata una bozza preparatoria della celebre opera eseguita dal genio del Rinascimento, di cui ha più o meno le stesse dimensioni (72 centimetri per 54). I ricercatori del Louvre concordano con la realizzazione del disegno di Chantilly nella bottega di Leonardo, ma senza ancora sbilanciarsi sulla presenza o meno della mano del genio toscano nel ritratto. Le varie riproduzioni della Monna Lisa e le indagini sul disegno rinvenuto al Musée Condé Effettivamente esistono, nel mondo, oltre venti riproduzioni successive della Monna Lisa, tra le quali la più nota è stata realizzata da un allievo di Leonardo, Gian Giacomo Caprotti, denominato il Salai che, secondo alcuni critici, sarebbe stato l’amante del proprio maestro e avrebbe ispirato il celebre sorriso del dipinto. Si aggiungano poi la cosiddetta Gioconda svizzera e la Gioconda di San Pietroburgo, raffiguranti una Monna Lisa più giovane e con due colonne ai lati: da un’osservazione degli elementi strutturali, i due dipinti della Gioconda giovane parrebbero anch’essi di un pittore leonardesco della medesima bottega, anche se la vicinanza al maestro pare notevole. L’opera rappresenta tradizionalmente Lisa Gherardini, ovvero “Monna” Lisa, moglie di Francesco Del Giocondo, benché tale apparentemente facile identificazione sia stata in realtà molto dibattuta dalla storiografia artistica. Il dipinto seguì Leonardo fino alla sua morte in Francia e fu ritoccato per molti anni dall’artista. Altre identificazioni proposte, nel tempo, sono state Caterina Sforza, la sorellastra Binaca, la madre stessa di Leonardo, Isabella D’Aragona. Fu Leonardo stesso a portare con sé in Francia, nel 1516, la Gioconda, che potrebbe essere stata poi acquistata, insieme ad altre opere, da Francesco I; successivamente, Luigi XIV fece condurre il dipinto a Versailles, ma la la Rivoluzione francese […]

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Fun & Tech

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Generazione Z, tra tecnologia e lavoro

Dopo la Generazione X, anni Ottanta, e la Generazione Y,anni Novanta, siamo arrivati alla cosiddetta Generazione Z, che include i nati tra 1990 e 2010, con fasce diverse a seconda di chi la definisce. Tutti nati e cresciuti tra le tecnologie digitali, che influiscono sui loro stili di vita e abitudini, e in un’epoca di precarietà economica, che ha influenzato le loro aspettative sul mondo del lavoro. La LivePerson, azienda statunitense specializzata in chatbot e piattaforme per l’assistenza clienti, ha svolto la ricerca “The digital lives of Millennials and Gen Z” sui nati 1993-1999 in diversi paesi, il loro rapporto con la tecnologia e con gli acquisti, anche rispetto alle generazioni precedenti. È incentrata soprattutto sugli aspetti commerciali, ma se ne ricavano anche altri dati interessanti, come uno stretto legame con la tecnologia. Più della metà degli intervistati preferirebbe uscire di casa senza portafoglio ma con il telefono. Tra il 50% ed il 70% degli intervistati ogni giorno comunica più virtualmente che di persona, il 70% dorme con il telefono a portata di mano. Nonostante questo la maggioranza non vorrebbe una digitalizzazione totale dei servizi: ad esempio nel rapportarsi ad un’assistenza clienti preferirebbero avere a che fare con un persona piuttosto che con un bot, oppure vorrebbero l’automatizzazione solo di compiti più semplici (come una prenotazione) ma preferirebbero il contatto umano per quelli più complessi (come spedire un pacco alle Poste). Generazione Z al lavoro La Accenture, multinazionale del settore consulenza aziendale, ha pubblicato una ricerca intitolata Gen Z Rising, riferita all’ingresso del mondo nel lavoro dei primi laureati della generazione Z (in questo caso definita come i nati tra 1993 e 1999). Ne risulta che il 60% si considera sottoccupato, impiegato in lavori al di sotto delle proprie qualifiche. Allo stesso tempo i neolaureati sono pronti a tutto pur di lavorare. L’82% non avrebbe problemi a cambiare città e/o regione per lavorare, dato questo che indica flessibilità, ma non negativo. Altre statistiche però non sono entusiasmanti: l’82% dei neolaureati si dichiara pronto a svolgere un tirocinio gratuito pur di avere la possibilità di ottenere poi un lavoro pagato. Ricordiamo che la Costituzione tutela il diritto ad una giusta retribuzione, ma non è solo un problema di diritti. Se buona parte di ogni leva di neolaureati è disposta a lavorare senza retribuzione, le aziende possono sfruttare ciò e impiegare (gratuitamente) ogni anno nuova manodopera, creando un circolo vizioso. I nuovi neolaureati sarebbero disposti a lavorare gratuitamente per un lavoro che però non vedranno mai poiché ci sarà sempre qualcun altro dopo di loro disposto a svolgerlo senza essere retribuito. Stesso problema sugli orari di lavoro: il 52% degli intervistati considera accettabile lavorare anche di sera e/o nei fine settimana. Ovviamente gli unici a guadagnarci da tutta questa disponibilità sono i datori di lavoro. D’altro canto emergono anche numerosi aspetti positivi, come una maggior confidenza con le nuove tecnologie, voglia di migliorare la propria posizione e disponibilità ad apprendere nuove conoscenze. La conclusione è ambivalente: la Generazione Z è abituata ad […]

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Stephen Hawking: resa pubblica la tesi di dottorato

L’Università di Cambridge ha reso accessibile al pubblico la tesi di dottorato di Stephen Hawking, dietro permesso dell’astrofisico, la cui vita è stata narrata nel film La teoria del tutto. La tesi, intitolata Properties of expanding universes, era precedentemente accessibile solo recandosi fisicamente all’università oppure dietro pagamento di una quota di 65 sterline. Ora è liberamente accessibile online ed Hawking ha dichiarato “In questo modo spero di ispirare sempre più persone in tutto il mondo a guardare le stelle e a chiedersi quale sia il nostro posto nell’universo”. L’argomento non è di facile comprensione: nascita ed espansione dell’universo, con conclusioni di rilevanza tale da aver aiutato Hawking a diventare poco tempo dopo la laurea Professore al Gonville e Caius College dell’Università di Cambridge. Ma a dispetto di questo la pubblicazione ha avuto un successo inaspettato: il numero di download è stato tale da creare temporaneamente problemi ai server dell’università con ben 60.000 accessi. Ovviamente non provengono solo dal mondo accademico, ma anche dal pubblico generale: “È meraviglioso sapere quante persone hanno già dimostrato interesse a scaricare la mia tesi e spero che non rimarranno delusi ora che hanno finalmente accesso”, il commento del fisico e matematico. Stephen Hawking: Proprietà degli universi in espansione su Open Access La pubblicazione della tesi di Hawking è la parte più eclatante del progetto Open Access dell’Università di Cambridge. Scopo dell’iniziativa è convincere anche altri accademici a rendere pubblici i loro lavori, ed Hawking si è prestato a fare da “esempio” per i colleghi: “Chiunque, ovunque nel mondo dovrebbe avere accesso libero e non ostacolato non solo alla mia ricerca, ma anche a quella di qualunque grande mente che si interroga sullo spettro dell’umana comprensione”. Iniziativa non da poco, visto che come spiega Jessica Gardner, direttrice della biblioteca dell’Università di Cambridge, “La Biblioteca Universitaria di Cambridge ha una storia di 600 anni e ospita i documenti di grandi personaggi come Isaac Newton e Charles Darwin, mentre la nostra biblioteca digitale, Apollo, ospita oltre 200.000 oggetti digitali, tra cui 15.000 articoli di ricerca, 10.000 immagini, 2.400 tesi e 1.000 set di dati. Gli articoli resi disponibili sono stati scaricati da quasi tutti i paesi del mondo, ricevendo solo nel 2017 oltre un milione di download”. Un’iniziativa del genere porta vantaggi non solo a chi può accedere liberamente ai risultati delle ricerche, ma anche ai ricercatori stessi, poiché i loro lavori non sono confinati nelle riviste di settore ma ottengono una maggiore visibilità. La disponibilità dei lavori su Open Access è anche una “questione di principio”, legata alla volontà di rendere universalmente accessibili i risultati della ricerca: come è riportato sullo stesso sito istituzionale, una buona parte della ricerca nel Regno Unito è finanziata con fondi pubblici, inoltre i ricercatori non ricevono entrate in denaro dalla pubblicazione dei loro lavori, eppure la consultazione di questi è a pagamento. Francesco Di Nucci

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Mining di criptovalute: nuova frontiera del malware

È solo di qualche mese fa la storia di WannaCry, virus che cifrava i dati degli utenti chiedendo un riscatto in bitcoin, ma quel tipo di virus è già diventato obsoleto. Pur avendo avuto una notevole diffusione (centinaia di migliaia di computer) WannaCry aveva raccolto un ben misero bottino al confronto con i danni (poco più di centomila dollari). Tra le cause dell’insuccesso anche la difficoltà del metodo di pagamento: non è alla portata di tutti gli utenti acquistare bitcoin online e spedirli ad un dato indirizzo, anche avendo le istruzioni. Sono nati così dei nuovi malware che generano entrate sempre tramite le cosiddette criptovalute, ma in modo diverso. Criptovalute, queste sconosciute È qui necessaria una breve digressione: le criptovalute sono delle “monete virtuali” basate sulla crittografia. Non sono gestite da una banca centrale ed il loro valore è teoricamente basato sulla quantità di calcoli necessaria per forgiarne di nuove (in gergo questo processo è detto mining) e sui costi per lo svolgimento dei calcoli (hardware ed elettricità). In pratica il valore effettivo dipende fortemente da coloro che fanno da intermediari per la conversione in valute esistenti. Altro punto forte delle criptovalute è l’anonimato che offrono nelle transazioni, che non sono riconducibili ad una determinata persona, fatto che ha contribuito alla loro diffusione sul dark web per transazioni illecite. Tra le più famose abbiamo Bitcoin, Ethereum, Litecoin e Monero, ma ne esistono centinaia ed il loro valore oscilla tra pochi centesimi e migliaia di dollari. Torniamo ora ai nuovi tipi di malware progettati per sfruttare le criptovalute. Vista la difficoltà nell’estorcere denaro agli utenti, la soluzione che è stata trovata è quella di sfruttare il loro hardware per fare mining. Il mining consiste essenzialmente nel far svolgere dei calcoli ad un computer per risolvere determinati problemi matematici. La loro soluzione rappresenta la criptovaluta, poi convertibile anonimamente in comune denaro. Teoricamente questo processo è realizzabile con una qualsiasi delle criptovalute, ma attualmente la più utilizzata è Monero, che unisce un discreto valore ad una relativa facilità dei calcoli neccessari. Ovviamente i costi in elettricità e hardware sono a carico dei malcapitati le cui macchine sono state colpite. Un altro metodo è dato dall’utilizzo di script web per effettuare mining tramite i browser dei visitatori. Software come CoinHive nascono teoricamente come alternative alla pubblicità, per permettere ai gestori di siti web di guadagnare in criptovalute tramite i calcoli svolti dagli utenti. Il funzionamento è semplice: quando gli utenti visualizzano la pagina web caricano uno script che inizia ad eseguire in background calcoli per mining di criptovaluta. I guadagni saranno poi divisi tra il gestore del sito ed il creatore del software. Questo può però avvenire anche senza il consenso dell’utente, che potrebbe ritrovarsi il pc paralizzato nello svolgere calcoli per conto di terzi all’apertura di una pagina web. Finora un codice del genere è stato incluso in siti Internet (PirateBay, come esperimento per un’alternativa alla pubblicità), estensioni per browser (SafeBrowse per Chrome, ma in questo caso si sospetta più un attacco che un […]

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Treedom, quando gli alberi sono a portata di un click

Quante cose possiamo comprare con un click ? Tante cose: libri, vestiti, scarpe… un albero. “Un albero !?” probabilmente vi starete chiedendo e la risposta è: “Si, un albero. Sai come ? Grazie a Treedom” Treedom è una rivoluzionaria piattaforma nata nel 2010 che permette di acquistare e piantare alberi da frutto in Italia, Africa e Sud America per finanziare progetti ecologici, di rivalutazione territoriale e di volontariato volti a supportare comunità di contadini locali. Forse, però, le parole di Tommaso Speroni e Federico Garcea, fondatori della piattaforma, vi aiuteranno a capire meglio questa realtà. L’abbiamo intervistati, ecco a voi ! Treedom, l’intervista Come nasce Treedom? Treedom è nata a Firenze nel 2010 per iniziativa di Tommaso Speroni e Federico Garcea (allora rispettivamente 24 e 29 anni) mentre, ogni giorno, oltre 30 milioni di persone come loro giocavano a simulare la vita di un contadino grazie a Farmville. A differenza di tutti gli altri, durante l’ennesima sessione di gioco, Tommaso e Federico hanno avuto un’idea per unire il reale al virtuale e l’utile al dilettevole: creare un’innovativa piattaforma dove chiunque possa scegliere un albero da piantare e seguire online e, contestualmente, far sì che un contadino pianti realmente quell’albero da qualche parte. Non importa se vicino o lontano, l’importante è che venga piantato. In che modo questo progetto può aiutare le comunità di contadini locali? Tutti gli alberi Treedom vengono piantati da contadini locali in paesi o realtà dove hanno anche un’utilità sociale, come ad esempio in Kenya per incrementare la produzione agricola e ad Haiti nelle zone colpite dal terremoto del 2010. Grazie a Treedom migliaia di contadini hanno l’opportunità di farsi finanziare la piantumazione di alberi da frutto – che nel tempo offriranno nutrimento ed opportunità di guadagno – o alberi utili all’ecosistema locale, ad esempio per contrastare la desertificazione o per essere ripiantati a seguito di fenomeni di deforestazione. Abbiamo visto che sul vostro sito sono presenti progetti di green marketing e green business. In cosa consistono? Treedom offre anche servizi di green branding che puntano a valorizzare l’impegno ecologico delle aziende con soluzioni di marketing e comunicazione in campo ambientale. Lo stesso meccanismo utilizzato per i singoli utenti, che hanno la possibilità di piantare, regalare e seguire i propri alberi, è esteso infatti anche alle imprese, le quali possono dar vita a una “foresta aziendale” ed aggiungere virtualmente il proprio logo agli alberi scelti. Treedom in occasioni speciali come il Natale propone dei prodotti unici nel suo genere. Quest’anno ha lanciato B Box, il primo regalo corporate che contiene solo prodotti realizzati da B Corp, ossia da imprese che si contraddistinguono per elevate performance ambientali e sociali. L’azienda stessa, grazie al suo innovativo business model, a partire dal 2014 fa parte delle Certified B Corporations. B Box è il risultato di questo importante connubio e ha l’obiettivo di offrire a tutte le aziende che lo desiderano la possibilità di fare a tutti i propri stakeholder un regalo che rispetta il pianeta in varie forme e vari gusti e di […]

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Libri

Libri

Van Helsing: via alla saga di Gianmario Mattei

Van Helsing – Una questione di famiglia: questo il titolo dell’opera di Gianmario Mattei, primo capitolo di una saga gothic-horror firmata Edizioni 2000diciassette, presentata sabato 2 dicembre al ‘Paiolo’ di Telese Terme, con la partecipazione di Pasquale Carlo (giornalista Il Mattino), Maria Pia Selvaggio (Direttore Editoriale Edizioni 2000diciassette), Marzio Di Mezza (giornalista Direttore neifatti.it), Rosa Caruso (blogger La Fenice Magazine) e del Delegato alla Cultura del Comune di Telese Terme, Giovanni Liverini. L’evento ha previsto la visione di un trailer realizzato da Gaia Studio, accolta in maniera entusiasta dal pubblico, e un’introduzione di Pasquale Carlo, che ha evidenziato quanto Edizioni 2000diciassette, casa editrice telesina nata l’anno scorso per la ferma volontà di due donne, Maria Pia Selvaggio e Maria Grazia Porceddu, e con all’attivo già diciassette uscite, abbia portato una ventata di aria nuova nel territorio in un periodo asfittico. La Selvaggio ha poi introdotto Van Helsing – Una questione di famiglia e si è definita ‘conquistata’ sia dall’entusiasmo dell’autore Gianmario Mattei, che ha convinto Edizioni 2000diciassette a scommettere sull’opera, sia dall’originalità di cui essa si fa portavoce, per l’approccio originale allo sviluppo in chiave romanzesca dell’eterno scontro tra Bene e Male. Van Helsing, infatti, ripropone questo tema in una delle storie più accattivanti della letteratura, quella di Dracula di Bram Stoker, che ha consacrato il personaggio del ‘vampiro’ nell’immaginario collettivo come incarnazione di tutte le pulsioni perverse dell’animo umano e che, a seconda delle varie epoche e delle varie voci, è stato dipinto come disumano, seduttivo, romantico. Mattei, nondimeno, rovescia gli equilibri e sceglie di narrare la storia di Boudjewin Van Helsing, antenato di Abraham, antagonista del conturbante Dracula di Stoker. Il Male non cambia nei secoli ma cambia la maniera in cui si presenta In Van Helsing lo scrittore racconta il Male visto con gli occhi di un uomo del ‘400, già singolare perché si affida alla ragione e non alla fede, come le consuetudini tardo medievali avrebbero fatto invece presagire, e che, coinvolto in una tragedia immane, decide di intervenire, restando fedele a se stesso, avvicinandosi quindi al mondo soprannaturale usando la ratio e perseguendo rettitudine e verità. L’indagine del periodo storico entro cui si svolge la storia narrata e della genesi letteraria di Van Helsing  diventano, dunque, imprescindibili per lo scrittore. Mattei ambienta la sua vicenda tra il 1396 ed il 1470 in Olanda, paese laico, pur sotto il controllo del duca di Borgogna, che gode di un fiorente commercio mercantile in un momento i cui altri Paesi, al tramonto del Medioevo, subiscono le conseguenze distruttive della guerra dei Cent’anni. La Storia interviene anche nell’indagine su Vladislav III Hagyak (Vlad), figlio di Vlad II Dracul, voivoda di Valacchia e membro dell’Ordine del Drago, fondato per proteggere il cristianesimo nell’Europa orientale ma noto anche come Țepeș (in rumeno: l’Impalatore), per la predilezione ad impalare i nemici. La sua brutalità e il suo patronimico lo rendono una fonte d’ispirazione accattivante per Stoker nella creazione del protagonista  di Dracula (1897). Dal punto di vista letterario, invece, al contrario di quel che accade col Frankenstein, o il moderno Prometeo (1818) di Mary Shelley, […]

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Libri

La ferina levità di Certe stanze di Anna Marchitelli

Volendo utilizzare le parole dello scrittore Massimiliano Virgilio, Anna Marchitelli, «poetessa-scurpiona» nella sua prima raccolta di poesie Certe stanze ha realizzato uno «zodiaco di parole». I lettori, «disarmati e nudi», come al momento viscerale della nascita, devono vagare in questa realtà oscura, dal gusto misterico, spesso macchiata di sangue, sudicia di fango, cercando di decifrare segnali, immagini bestiali che poco avranno delle feroci fiere di Dante o degli animali guida dei racconti fantastici. L’uomo è bestiale in quanto simile a questi animali, gli animali sono sempre più bestiali perché ricordano l’uomo. Il lettore che abbia conosciuto Anna Marchitelli e la sua raccolta poetica Certe stanze all’incontro di presentazione avvenuto nell’angolo letterario di LaterzAgorà presso il Teatro Bellini, non potrà che ricordare la grande interpretazione degli attori, con l’accompagnamento musicale, e quello dell’autrice stessa. Le loro voci risuonano nella mente nella lettura di ogni poesia. La forza di Anna Marchitelli risiede però nella capacità di comporre una raccolta che di per sé ha già una voce acuta, disarmante, piena, che ingombra le pagine di per sé quasi spoglie, fatta eccezione per le composizioni di una maggiore estensione. I versi vengono recepiti come urlati, un grande grido alla vita, all’amore, al mistero che si cela nelle nostre viscere, alla profondità intesa non solo come spessore psicologico, ma anche come spessore cutaneo, quello che è dentro di noi è analizzato dalla prospettiva anatomica. «Corpi concavi, accoglienti e ferini, voluttuosi e feroci, come può essere il corpo di una donna», citando ancora la Prefazione di Massimiliano Virgilio. L’attenzione riposta nella figura femminile e nel suo corpo come caverna, probabilmente dettata dalle vicissitudini biografiche della Marchitelli, cornice e causa di quel periodo della sua vita, parte dalla visione predominante nelle prime composizioni della raccolta, quella della Grande Madre, alla ricerca della Grande Madre che risiede in una donna piccola piccola, quella stessa donna che ha sposato un cavallo, come recita una poesia dell’ultima sezione della raccolta. La divisione in quattro sezioni non prevede un riferimento tematico netto. Il primo impatto è quello con la ferinità, quella che non conosce genere o età, ma che alberga in ognuno. La nostra unica possibilità di conoscenza completa di noi stessi è quella di immergerci nei nostri umori, superando l’epidermide e penetrando nelle viscere. La sintonizzazione con la natura è progressivamente illustrata nella prima sezione, Ferina Levità, nella quale non mancano rifermenti espliciti alla natura che circonda immediatamente la scrittrice: quella di Napoli. «Messo a bollire il sangue nel Vesuvio/l’ha riversato nelle arterie» scrive Anna Marchitelli Il virtuosismo della Marchitelli sta nel non citare mai in modo esplicito la città, ma nel ricollegarsi a essa con elementi che la caratterizzano, creando quasi un linguaggio in codice che solo chi abbia vissuto sulla propria pelle la Città potrà davvero recepire. La pelle salata dalle acque del Golfo, salsedine tra capelli di «sirena e seni scoperti», bollore della lava nelle vene di strega, ma anche nel sangue della sacralità profana di San Gennaro. Napoli si nasconde tra le pieghe, se ne […]

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Interviste emergenti

Sangue di lupo: l’alchimia di Borghetti

Sangue di lupo di Cristian Borghetti, autore poetico e visionario dei nostri tempi (tra le opere scritte, Le cabinet Masson, Phobia, Hawthorn Bend), ci conduce dentro scenari immaginari vissuti tra la magica città di Praga e la riva del Moldava. Un tragico omicidio di sangue può assumere ben altro significato se osservato dagli occhi di un lupo, animale libero e in perfetta simbiosi con l’ambiente naturale. L’incontro tra una ragazza dai capelli rossi, Rozovi Kriz e un lupo bianco, Rosen Wolfenkreuz, genera un delitto che in chiave filosofica rappresenta la conoscenza e il passaggio a uno stadio evolutivo successivo dell’antica sapienza alchemica rosacrociana. Il lupo bianco, la giovane ragazza e il maestro di conoscenza Christian Rosenkreuz (fondatore dei Rosa+Croce) sembrano incarnare un unico ed indivisibile spirito di conoscenza. Il lupo iniziato dal maestro insegue la sua preda Rozovi che rappresenta il pasto della conoscenza e l’amore incondizionato, attraverso il quale la morte genera la rinascita. I segreti della Mala Strana si materializzano nella città di Praga, dove il tempo sembra essersi fermato tra le impercettibili ombre notturne e il bianco candore della neve, dove l’attimo diviene eternità, il lupo uccide la sua preda per amore di conoscenza e il suo pelo si tinge di sangue che, come l’oro, simboleggia le nozze alchemiche. Gli attimi interminabili vissuti dal lupo in compagnia della ragazza sembrano reali ed oltre l’immaginazione, ma spesso tra realtà e sogno non esiste un confine stabilito. Sangue di lupo di Cristian Borghetti, l’intervista Incontriamo Cristian che ci rivela alcuni aspetti del suo racconto: Ciao Cristian ben ritrovato, ti avevamo lasciato sul circuito automobilistico britannico di Brands Hatch con Hawthorn bend per ritrovarti a Praga con il tuo ultimo racconto Sangue di lupo. Contesto diverso, ma con la medesima vena letteraria. Cosa in particolare ha ispirato la tua storia ambientata in una delle città più magiche d’Europa? C.B. – Sangue di lupo fa parte di una serie di racconti brevi, ambientati in diverse capitali europee. In queste storie, ho voluto sondare l’animo umano, rappresentando il protagonista, uomo, con i tratti tipici di un animale. La prima di queste storie fu “Gideon, il pellicano di Londra”, pubblicato nella raccolta Horror Polidori vol. 2. Quando mi è venuta l’idea del lupo, la mia mente si è rivolta a Praga, la città magica, capitale degli alchimisti sotto l’imperatore Rodolfo II. Sangue di lupo si ispira chiaramente al simbolismo dei Rosa+Croce ed ad alcuni suoi passaggi da uno stadio evolutivo all’altro. Qual è stato l’elemento determinante che ha generato convergenza tra il mondo animale legato alla natura e la filosofia rosacrociana legata all’universo alchemico? C.B. – Il movimento Rosa+Croce ha fatto suo il principio alchemico per cui il Piombo può essere trasformato in Oro, applicato alla condizione umana. Attraverso le fasi alchemiche l’uomo rozzo (Piombo) si distrugge per rinascere uomo nuovo (Oro). È un ciclo che si ripete e porta l’individuo ad evolversi per essere migliore. L’essere umano però è fallibile ed il processo di evoluzione può essere influenzato da fattori esterni. Il lupo […]

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Libri

Marsilio editori e la “Disinformazia” di Nicodemo

Quello di Francesco Nicodemo, edito da Marsilio editori nel 2017, è uno dei classici libri difficili da recensire proprio perché di classico non ha niente. L’acume e il prezioso criticismo del suo autore rendono questo saggio, spiazzante per le complicate verità che rivela con semplicità, un prodotto atipico. Disinformazia è il solo titolo con cui avrebbe potuto battezzare quello che è un piccolo regno dell’informazione e della disinformazione. Nicodemo farcisce ogni rigo con la sua perizia nella comunicazione e nell’innovazione digitale, in quanto membro dello staff del Presidente del Consiglio. Con scrupolosità immette i suoi lettori nella dimensione labirintica della comunicazione digitale, smascherandone i luoghi comuni, i rischi e le controversie. Diagnostica i tumori della nostra società, planando dall’alto su contraddizioni e nefandezze di un’era assuefatta dai privilegi e dalle condanne del web. Ma è anche un insider, avviluppato in prima persona dai circuiti della comunicazione di massa. La sua analisi puntuale delle menzogne che alimentano il web e che sono alimentate da esso non gli impedisce di cogliere l’indiscussa utilità dell’informazione digitale. Non idealizza né demonizza l’uso del web e dei social media, piuttosto ci insegna come farne un uso lungimirante. Il web sa tanto di noi, noi così poco del web In primo luogo Nicodemo, autore di Marsilio Editori, delucida ai suoi lettori alcuni meccanismi base, come il funzionamento dei motori di ricerca di internet, settati su algoritmi, che orientano le informazioni verso una lettura unilaterale della realtà. Gli algoritmi, strutture fondanti dei social networks, hanno la funzione di catalogare e filtrare i contenuti in base alle preferenze degli utenti, manifestate mediante gruppi o pagine o utenti ricercati. Le notizie vengono disposte nell’ordine ritenuto gradito o utile, con il beneficio di accorciare i tempi di ricerca. Tuttavia la conseguenza più incriminabile – tanto da aver sviluppato la questione della responsabilità algoritmica – è la creazione di un ambiente isolato in cui coesistono solo persone che pensano le stesse cose, con una visione partigiana della realtà. L’effetto collaterale è la formazione di tribù virtuali, all’interno delle quali si compie un errore di generalizzazione poiché si ritiene che il pensiero di una fetta di umanità coincida con quello dell’intera umanità. Il web ci mostra il mondo bianco o nero, polarizzando le nostre percezioni. Adescati da questa trappola sordida, si rischia di abbracciare l’omofilia, ovvero la tendenza umana ad associarsi a chi è simile. Per Nicodemo l’utente è un moderno Narciso: avverso al dissenso, a caccia dell’approvazione altrui – di cui l’emblema più significativo è il like – dà forma a un nuovo tipo di egotismo. Non si cerca più il confronto, ma l’autoconferma. Per combattere la disinformazione… qualche informazione in più Due i concetti fondamentali per potersi tutelare dalle insidie di internet: quello di echo chamber e di filter bubble. Dalle echo chambers, camere di risonanza autoreferenziali dove sono presenti solo persone e attività che rispecchiano le nostre preferenze, dipendono strettamente le filter bubbles, invece definite “ecosistemi informativi personali costruiti dagli algoritmi che ci isolano da ogni cosa che è conflittuale rispetto […]

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Napoli & Dintorni

Food

Osteria Partenope: un piccolo ristorante di pesce nel cuore del Vomero

Presso l’Osteria Partenope, in via Cimarosa 56 al Vomero di Napoli, l’ospitalità e il buon cibo sono di casa. Un piccolo corridoio introduce al locale che il 26 novembre ha compiuto tre anni e ha avuto già tanti consensi da parte della clientela da potersi espandere ulteriormente con una nuova sala. Parola d’ordine: passione Il compleanno del piccolo ristorante è stato una serata piacevole, trascorsa in una familiare atmosfera conviviale. Il proprietario Fabio Messina, tra una degustazione culinaria e un assaggio di vino, si è lasciato andare a racconti sulla nascita dell’osteria e sulle sue ricerche culinarie. Tutto ha inizio quando decide di allontanarsi dall’attività della famiglia, sempre in ambito gastronomico dal ’38, per inseguire il suo sogno, per cominciare la sua avventura, finalmente. Tanta passione, tanto lavoro e un pizzico di fortuna gli hanno permesso di dar vita ad un progetto ambizioso: l’apertura di un ristorante in tempi di crisi economica e in un posto che solitamente punta di più sullo street food. Ma la voglia di una nuova sfida ha la meglio, e le prime soddisfazioni arrivano proprio dalla clientela, seguita a ruota anche dai familiari, in un primo momento diffidenti e preoccupati per la realizzazione di un sogno così rischioso. L’Osteria Partenope accoglie il cliente a pranzo e a cena e la passione del proprietario, la voglia di crescere ed imparare sempre nuove cose coinvolge e contagia, ricevendo così il sostegno da parte dei clienti. Regno delle Due Sicilie: le materie prime L’Osteria Partenope nasce volgendo uno sguardo al passato, alla storia, al Regno delle Due Sicilie. A partire dalle decorazioni del locale, dai quadri, che richiamano i due grandi vulcani, “Vesuvio” ed “Etna”, fino alla preparazione dei piatti e nella scelta delle materie prime. Segno distintivo delle proposte dello chef è la ricerca del prodotto di qualità, che spesso proviene proprio dalle terre e dal mare una volta uniti sotto la stessa bandiera del Regno. La passione del proprietario per il mare si traduce in un menù che propone soprattutto, ma non solo, pesce fresco e crudi. Lo staff giovane è diretto in cucina dallo chef napoletano Giancarlo Musto, che in occasione del compleanno, ha dato prova della sua bravura con una serie di piccole degustazioni di mare e pensati abbinamenti di vini. Sono stati proposti tanti piccoli assaggi: parmigiana di melanzane con provola,parmigiano Grana in un ragù; polipo con patate, sedano ed olio extravergine di oliva; carpaccio di tonno con tartufo, prezzemolo e sale dell’Himalaya; tartara di carne con capperi, aceto, olio, sale e una foglia di timo appoggiata sopra; fagioli alla messicana con crostini e salsicce di maiale nero; tartara di ricciola condita con l’arancia; ostriche; mezzi paccheri con ragù; e infine alici fritte.

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Eventi/Mostre/Convegni

“Cenando sotto un cielo diverso”: street food solidale

Si è tenuta il 16 novembre la conferenza stampa per presentare “Cenando sotto un cielo diverso”. Una cena benefica che si rinnova ogni anno e che di volta in volta raccoglie i fondi per diverse cause. In quest’occasione, sono destinati ai bambini ricoverati nel reparto di nefrologia e dialisi dell’ospedale Santobono Pausilipon di Napoli. L’incontro ha fornito delucidazioni sull’organizzazione dell’evento e un’anticipazione su quella che sarà la location per la cena. Cenando sotto un cielo diverso: una cena nel segno dell’inclusione e della beneficenza “Cenando sotto un cielo diverso” è un evento che viene organizzato due volte nell’arco di un anno, prevedendo un’edizione estiva, ospitata sempre dal bellissimo Castello medioevale di Lettere, e una invernale “on the road”, presso una location di volta in volta diversa per valorizzare al meglio tutto il territorio campano. Per questa settima edizione si è deciso di mostrare le bellezze dell’antica città di Pompei. La sera del 3 dicembre i piatti saranno portati sulle eleganti tavole del ristorante “Tiberius“, situato vicino i famosi scavi archeologici. Una location raffinata per gustare le migliori pietanze dello street food campano, grazie al magistrale lavoro di circa 100 chef, pizzaioli, maestri panificatori, bar tender e produttori. La kermesse punta sulla valorizzazione del patrimonio enogastronomico campano -concentrandosi sui frutti del territorio nel corso delle quattro stagioni-, e delle figure professionali che li lavorano, sulla divulgazione degli attrattori turistici della Regione e sull’inclusione sociale di soggetti svantaggiati. Con il guadagno ricavato dalla serata, verranno acquistati dei giochi per i bambini del reparto nefrologico dell’ospedale Santobono Pausillipon di Napoli. I doni saranno consegnati la settimana successiva l’evento dalle mani dell’attore, regista, autore e sceneggiatore Francesco Albanese, anche ospite della serata. Bisogna andare oltre la diversità A presenziare la conferenza, lo chef Danilo Di Vuolo e i due stellati Giovanni De Vivo e Michele De Leo, che con la loro bravura rappresentano la cucina italiana nel mondo e che hanno accettato di partecipare all’iniziativa «per un sorriso», quello che illuminerà il volto dei ragazzi diversamente abili delle associazioni coinvolte e dei bambini a cui saranno donati i giochi. Sin dal 2013 l’associazione “Tra cielo e mare” si è occupata di raccogliere fondi per i soggetti più deboli della società, quelli esclusi, svantaggiati, che vivono in condizioni di disagio difficili da affrontare. Proprio dalla marcata sensibilità alla problematica, è nata la spinta per prendere parte a questa cena e per organizzare la kermesse. Infatti “Cenando sotto un cielo diverso” fa riferimento proprio al loro cielo, che in fondo non è tanto diverso dal nostro, sostenendo molte associazioni di volontariato tra cui,  “I Disabili di Gragnano”, “L’Aliante”, “Abili alla Vita” e “Amaranta”. L’ideatrice dell’iniziativa è la psicologa ed esperta di food e beverage, Alfonsina Longobardi, che sin dall’inizio ha sempre creduto nelle potenzialità del territorio e si è battuta, anche con l’organizzazione di altri eventi, per metterlo in risalto. Riguardo il risvolto benefico della cena, dichiara: «Noi vogliamo portare luce sul territorio, sul disagio della diversità, ma una diversità intesa come persone speciali, io credo che ognuno di noi una persona speciale. Non vedo il disagio negli altri, forse lo vedo nelle […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Immaginario: la mostra di Gennaro Vallifuoco al PAN

Il PAN (Palazzo delle Arti di Napoli) apre le porte alla mostra Immaginario di Gennaro Vallifuoco (dal giorno 11 novembre al 3 dicembre 2017), evento volto a celebrare la fertile collaborazione tra Roberto De Simone e l’artista avellinese Gennaro Vallifuoco, illustratore di numerosi lavori del grande fondatore della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Un sodalizio che vede prodotto un proficuo dialogo tra musica e pittura, in cui la tradizione letteraria e musicale viene sviscerata dalle assidue ricerche di De Simone e ritrova attraverso una rinnovata forma di espressione attraverso i brillanti colori e le chine di Vallifuoco. Gennaro Vallifuoco per De Simone: un “immaginario” popolare tra il sacro e il profano Già dal titolo proposto per la mostra, Immaginario, è possibile comprendere il taglio personale che caratterizza i dipinti e le illustrazioni esposte. Si tratta di un ventaglio di ispirazioni che non si ferma al singolo soggetto rappresentato. Ogni dipinto si inanella con altri limitrofi inscrivendosi in un mondo pittorico, un “immaginario”, per cui Gennaro Vallifuoco tende a superare ed ampliare l’esperienza artistica individuale. Si definisce in questo modo una pittura, per sua stessa natura, priva di artefatti intellettualismi in favore di una spontanea ispirazione fanciullesca. A questo punto sorge spontanea una domanda: in quale terreno affondano le radici del mondo pittorico di Gennaro Vallifuoco? Una domanda lecita, alla quale va necessariamente anteposto un breve premessa di stampo biografico. Nel 1990 Vallifuoco si diploma in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze con una tesi su Roberto De Simone, il quale affida al giovane avellinese la ricerca, in territorio campano, di favole popolari. Da questa esperienza nascono le illustrazioni per libro curato da Roberto De Simone Fiabe campane (Einaudi, 1994) in cui Vallifuoco coniuga il folclore contadino della campagna campana con l’iconografia tradizionale relativa alle carte da gioco napoletane. Oltre la vibrante colorazione tipica dell’artista,  si vede come Vallifuoco inoltre sembri  unire un immaginario classico e addirittura mitico con un’immaginazione sacra, il tutto inscritto in un contesto popolare, folcloristico e, se si vuole, anche tendenziosamente realistico. Ecco allora, nell’ambito delle Fiabe campane, una Donna di Denari sorgere dalle acque come una Venere botticelliana, o ancora un drago giacere sconfitto ai piedi di Re di Spade o di un Fante di Spade che in fattezze angeliche cavalca sul demonio languente. Fatte queste premesse è possibile rispondere alla domanda prima postulata: una fitta rete di significati si legge nei dipinti, come le disseminate presenze angeliche (simboli di una cristianità popolare) o gli animali domestici e da pascolo (simboli di un mondo pastorale e contadino), a cui fanno sfondo le campagne campane filtrate da un immaginario che sa intrecciare tradizione popolare, sacra e profana. L’intreccio di questi mondi trova dunque terreno fertile nell’ispirazione spontanea di Vallifuoco nel cui immaginario sembrano prendere vita valori e ideale che è possibile arricchire dall’esperienza di chi è in grado di ammirare ed apprezzare le sue opere. Altro capolavoro nato dal sodalizio di Vallifuoco e De Simone è un lavoro su Il Pentamerone di Giovan Battista Basile, riscritto […]

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Food

Salumeria Moderna: gastronomia di Giugliano tra passato e innovazione

“La modernità risale alla notte dei tempi”, diceva Daniel Pennac. È davvero moderno ciò che lega l’innovazione al passato, traendo da esso tutto ciò che “serve” per costruire il futuro. Pensiero assolutamente confermato dalla nostra visita alla Salumeria Moderna, nome alquanto singolare per un… locale! Scopriamo insieme la Salumeria Moderna Salumeria Moderna ha aperto i battenti lo scorso martedì 31 ottobre a Giugliano in Campania (NA), nella centralissima Piazza Matteotti. Difficile definirne la tipologia: una salumeria bistrot, oseremmo dire. Il locale – come suggerisce il nome – è un connubio di gusto giovane e memoria del passato: offre ai clienti pane, salumi di prima scelta sapientemente selezionati, formaggi, dolci di stagione ma soprattutto vini di ottima qualità. Sedersi ad un tavolo di Salumeria Moderna davanti ad un tagliere di salumi e formaggi, accompagnato da un calice di vino, è un’esperienza che coinvolge tutti i dati sensoriali, non solo quelli gustativi. Un luogo in cui il passato incontra l’innovazione La grande particolarità di Salumeria Moderna è soprattutto nella scelta del sito. Il locale è stato ricavato, mediante importanti lavori, da una vecchia stalla di uno storico palazzo giuglianese che risale al XVI secolo: Palazzo Pinelli, chiamato anche Palazzo Palumbo, costruito nel 1545. Insomma, entrare nella Salumeria Moderna significa fare un tuffo nel passato: pareti di pietra antica (il tufo, tanto caro ai napoletani) e teche in vetro che svelano costruzioni e pavimentazioni di secoli fa. Un ponte, dunque, tra storia e modernità gastronomica, nato dall’intraprendenza di Giuseppe Simonetti, giuglianese di nascita, in collaborazione con Luca Volpicelli (già gestore di un locale in via del Seggio – Aversa). Un’impresa portata avanti con tenacia, passione e coraggio. Un’idea nata dai giovani per i giovani. “Sono laureato in Economia – ci ha raccontato Peppe Simonetti durante la serata inaugurale – ma ho deciso di seguire ciò che mi piace. Ho lavorato come salumiere per tanti anni, ma sentivo le mie ali tappate. Ho anche viaggiato, sperimentando gusti e sapori. Ho quindi deciso di rendere realtà le mie ambizioni e col mio socio Luca abbiamo dato forma a quest’idea, investendo sul mio territorio che, negli ultimi anni, sta attraversando una fase di rinascita dal punto di vista sociale e commerciale”. Simonetti, accanto alle esperienze lavorative, ha abbinato viaggi e ricerche sul territorio nazionale e oltre confine, per studiare prodotti e sapori. Le sue storie sono raccontate, in modo molto genuino, in un blog. Durante l’inaugurazione sono state offerte degustazioni di prosciutto crudo spagnolo Pata Negra, con baguette calde e con un vino intenso della nostra terra: il Voccanera. Solo un assaggio di ciò che Salumeria Moderna ha da offrire. Bisogna dirlo: non c’è niente di meglio che un mondo pieno di “affetto!” Nunzia Serino

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Musica

Musica

Amore che torni, l’album “fenice” dei Negramaro

Il 17 novembre 2017 la Sugar Music pubblica il nuovo album dei Negramaro Amore che torni. Settimo dei precedenti album, che hanno reso celebre la band salentina, viene presentato nel Planetario di Pino Torinese, location in tema con la copertina, che rende l’idea di una costellazione atta ad incorniciare un volto stilizzato, probabilmente quello della nipotina del frontman Giuliano, Maria Sole Sangiorgi, prestavoce di due brani. Amore che torni ha un sapore nuovo. Un album diverso da quelli pubblicati in precedenza. I 12 brani inediti sembrano creare toni altalenanti, muovendosi tra inquietudine, paure e speranza.  Amore che torni, la crisi La scintilla che funge da motore per Amore che torni è data da una crisi, mai dichiarata pubblicamente, che aveva provocato un momentaneo scioglimento della band. Nel novembre 2016, dopo una serie di litigi e malintesi, Giuliano Sangiorgi e il tastierista e programmatore Andrea Mariano si mandano letteralmente a quel paese. Sangiorgi vive un periodo di riflessione a New York, dove sperimenta un’acuta e gelida solitudine, resa ancor più incalzante in quel periodo dall’innalzamento delle frontiere americane contro l’immigrazione, attuato dal Presidente Trump. Dopo due mesi circa, Giuliano torna a casa. Decide di mettere da parte l’orgoglio contattando Andrea e scoprendo, dopo avergli fatto ascoltare uno dei testi scritti a New York, che il tastierista sarebbe diventato padre. Con un abbraccio sanciscono la rinascita del gruppo, proprio come una fenice rinasce dalle proprie ceneri. All’inquietante inverno segue il sole della speranza e della serenità. FINO ALL’IMBRUNIRE E IL SIGNIFICATO DELL’ALBUM “Oggi possiamo raccontarvi di un amore che non è finito e anzi vive un nuovo inizio”. Così parla il frontman Giuliano durante la presentazione dell’album. E aggiunge “Questo disco ha una luce incredibile proprio perché viene dal buio, da un buco nero”. Non a caso Amore che torni si apre con il singolo che ne ha già preceduto la pubblicazione Fino all’imbrunire. Un brano che comunica subito il concetto di buio, paura e travaglio, per poi raggiungere in volo la luce della speranza. Emblematica la scelta del cantautore di servirsi della voce della nipotina (simbolo della fresca genuinità della vita), che così recita all’interno del brano, creando uno straordinario featuring con lo zio: «Torneranno anche gli uccelli. Ci diranno come volare. Per raggiungere orizzonti più lontani al di là del mare». Intertesto che racchiude simbolicamente tutto il significato dell’intero album. Compare appunto quel binomio dialettico buio-luce, che alla fine si realizza in un’aspettativa positiva, una vittoria su quel tunnel negativo in cui Giuliano e gli altri componenti della band stavano precipitando. Amore che torni, un focus sui testi  Non è un caso che l’album si apra con la parola “Torneranno” e si chiuda con le tre “un nuovo inizio”. Un pendolo che oscilla tra il turbamento e la felicità. Ma l’altalena sembra fermarsi infine proprio sul terreno della rivalsa e della rinascita. Il cambiamento e il desiderio di speranza sembrano percorrere l’album, con il genere rock elettronico che ricorda a volte il vecchio album dei Negramaro Casa 69. È simbolica e […]

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Concerti

Labrano e Dragotto aprono la rassegna del Be Quiet al Piccolo Bellini

Labrano e Dragotto inaugurano la rassegna del Be Quiet al Piccolo Bellini Buio. Impreziosito da luci che affiorano colpendo volti e svelando silenzi, tra la penombra e il chiaroscuro. Il piccolo corpo vibrante e raccolto della platea sussulta, diventa un’unica cosa con l’evanescenza del palco, la tappezzeria ricamata, le locandine storiche che costellano l’ambiente e il rosso delle sedie. Il buio e i giochi di luce disegnano punti luminosi sul piccolo corpo della platea del Piccolo Bellini, che respira quasi dallo stesso stomaco degli artisti, così vicini alla pelle del pubblico da poterla sfiorare. Il 23 novembre sono stati due gli artisti che hanno giocato con le penombre e i chiaroscuri dell’animo del pubblico, Nicola Dragotto e Luciano Labrano, che hanno inaugurato la rassegna del Be Quiet al Piccolo Bellini. Labrano e Dragotto, che cos’è il Be Quiet ?  Ingabbiare un concetto nei codici retorici o nelle gabbie della parola è un’operazione ardua, specie se si tenta di incapsulare un’idea nelle strette maglie dei nostri codici linguistici: Be Quiet è un agglomerato di sinapsi, processi creativi e condivisione partecipativa. Un movimento sorto nel 2012 dal magma della scena underground napoletana da un’idea dell’artista Giovanni Block, che, tra i tanti riconoscimenti di cui si fregia, ha ricevuto la Targa Siae/Club Tenco del Premio Tenco come miglior autore emergente e il primo premio assoluto del Festival Musicultura, nonché un premio speciale dall’Università delle Marche per il miglior testo, oltre a tanti altri premi, progetti e iniziative che lo rendono un componente davvero prezioso della scena musicale odierna. Be Quiet è un circuito che ingloba e raccoglie una rete di pubblico, appassionati, addetti ai lavori, musicisti e cultori della musica d’autore e ha trovato, da due anni a questa parte, la propria casa di penombre, luce e chiaroscuri al Piccolo Bellini. Il corpo fremente e musicale che ribolle nelle nudità di Napoli viene così sviscerato, portato alla ribalta e messo in diretta comunicazione col pubblico, giacché ognuno di loro, a rotazione e nel corso della rassegna, calcherà il palco per esternare se stesso e le proprie contraddizioni. Labrano e Dragotto, lo spettacolo Giovedì 23 novembre, Nicola Dragotto è stato il primo artista a salire sul palco: trovarsi a diretto contatto con un artista del genere è come fronteggiare una di quelle personalità che sembrano nate dalle scintille dei migliori personaggi goldoniani, con una spruzzata di fascino brillante alla Paolo Conte. Figura  senz’altro carismatica, quella di Dragotto, che è salito sul palco tenendo in pugno il pubblico senza far calare mai l’attenzione: si è svelato e denudato, pur rimanendo in pantaloni, camicia, maglia e scarpe, spogliandosi del proprio mestiere di avvocato, stracciando le vesti dell’inquadramento sociale e mostrando la sua carne pura, in una sorta di processo di disvelamento pirandelliano. Dragotto canta le tracce del suo album L’Ultima Causa (lo sentite anche qui il pirandellismo?), e porta al Piccolo Bellini una ventata di resistenza, perché resistere è l’imperativo categorico del cantautore, che ha parlato al pubblico di fuga (ma dove si va? dove si […]

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Musica

Francesco Di Bella alla Federico II: guardare la città dando le spalle al mare

Francesco di Bella alla Federico II: dai 24 Grana alla Nuova Gianturco. Cosa è cambiato? Magrolino, piccolo e con un timbro rauco, graffiato e inconfondibile. L’andatura sempre uguale, del resto lui non è mai cresciuto, come cantava in Vesto sempre uguale. La risata fresca da eterno guaglione del centro storico napoletano e di Piazza San Domenico: Francesco Di Bella, ex leader dei 24 Grana, si porta addosso, come un aroma delicato, una napoletanità malinconica e ombrosa, con negli occhi i fasti e la distruzione di un’epoca che non tornerà più, che si è consumata tra i vicoli, le notti sudate e le note dissonanti di un centro storico che non è stato mai tanto fertile e fecondo come in quegli anni lì. Il ventre del centro storico. Se quelle piazze potessero parlare, racconterebbero la storia dei 24 Grana, degli anni d’oro di Metaversus, Ghostwriters, del K Album, di quella musica che attingeva a piene mani dal ventre della città  senza toccarne gli organi interni: sì, perché Di Bella e soci hanno sfiorato la pelle della musica napoletana rifondandola e sovvertendola, creando-senza esserne consapevoli- una sorta di Neapolitan Power che è stato, paradossalmente, riscoperto dopo anni nella sua piena portata storica. Di tutto ciò ce ne ha parlato lo stesso Francesco Di Bella, il pomeriggio del 22 novembre all’incontro presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II: l’appuntamento con l’ex leader dei 24 Grana è stato il primo del ciclo di incontri e dei dibattiti con le voci che hanno caratterizzato il sound napoletano dagli anni ’60 fino ad oggi, e si spera possano seguirne altri altrettanto soddisfacenti e proficui, come ha puntualizzato il professor Enrico Careri, docente di Musicologia presso l’ateneo federiciano. Una chiacchierata intima e confidenziale: ecco cosa è stato l’incontro di Francesco Di Bella con gli studenti della Federico II; non sono mancati i momenti di confessione e neppure quelli in cui ha imbracciato la chitarra per suonare alcuni dei classici dei 24 Grana e del suo album da solista, Nuova Gianturco. Anni di fermento controculturale: la Napoli dell’Officina 99 La Napoli di Di Bella sputa fumo, dub, postpunk e sonorità scheggiate: non è la Napoli tinta di mille colori di Pino Daniele, non è la Napoli che sa del sugo delle pizze a portafoglio mangiate sulle gradinate, e non è neppure la Napoli delle sirene e dei miti. È  una Napoli che sa di tumulti intestini, dell’aria della notte del centro antico e di officine dove -senza saperlo- si stava creando un serbatoio di controcultura (dal quale si sarebbe abbeverata più di una generazione di gruppi musicali, cantautori, menestrelli o aspiranti tali). I maestri di Di Bella non sono canonici, come ci ha raccontato: per lui molto preziose sono state le sonorità del gruppo operaio di Pomigliano D’Arco E’ Zezi, rispetto a quelle di Pino Daniele.  Allo stesso modo il cantautorato classico italiano non ha impresso la sua influenza in lui in modo rivelante. Molto più importanti per Di Bella sono stati Lou Reed e la sua inquietudine […]

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Interviste

Fil Bo Riva, intervista al musicista dei Milky Chance

Fil Bo Riva (qui il sito ufficiale), nome d’arte di Filippo Bonamici, è un musicista di origini italiane, vissuto tra l’Irlanda e la Germania. Da poche settimane ha intrapreso il tour con la sua band, i Milky Chance, e il 3 dicembre farà tappa a Milano. Il 7 novembre scorso è uscito il singolo Head Sonata, inserito nella compilation di Spotify “Italians Do It Better” (dedicata agli artisti italiani che cantano in inglese) e il 2018 vedrà l’uscita del suo primo album. Fil Bo Riva ha concesso un’intervista a Eroica Fenice Il 7 novembre hai iniziato il tour con i Milky Chance e il mese prossimo, per la prima volta dopo molti anni, tornerai in Italia. È difficile dirlo, ma il motivo perché me ne sono andato era perché sapevo che i miei sogni da musicista erano internazionali. Quindi direi che probabilmente non ce l’avrei fatta perché mi sarebbe mancata la motivazione giusta. Il fatto è che tornare è sempre facile, ma andarsene e riuscire a raggiungere qualcosa è la cosa difficile. Si vedrà nel futuro se l’Italia accetterà la mia musica. Il prossimo sarà un anno molto ricco e impegnativo, intanto hai già in mente i progetti futuri da realizzare?

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Teatro

Recensioni

“La vita ferma” approda al Piccolo Bellini

La vita ferma: dramma sul dolore del ricordo approda dal 28 novembre al 3 dicembre 2017 al Teatro Piccolo Bellini di Napoli. La vita ferma. Una vita che rimane ferma e silenziosa come lo strato di terra che gettiamo addosso ai nostri morti, quando li copriamo di marmo e lapidi e non possono più sentirci. La vita ferma di chi rimane, di chi fissa la polvere della terra o un marmo glaciale, provando sulla propria pelle la spaccatura dell’incomunicabilità; la vita ferma e sospesa di chi si ritrova a partorire quel processo straziante che si chiama elaborazione del lutto, di chi deve elaborare la morte fisica di chi prima era così quotidiano, così caldo, così presente, così vivo. La vita rimane ferma, fissata, cristallizzata nella terra di mezzo tra la mancata accettazione e il ricordo bruciante di un volto, di un inarcarsi di sopracciglia e una piega di un labbro. La vita ferma: dramma sul dolore del ricordo, scritto e diretto da Lucia Calamaro, porta in scena la frequentazione interiore dei morti in tre atti; assistere a questo spettacolo non è un processo indolore per lo spettatore, è come passare un guanto ruvido su un’abrasione che non si è mai placata, nonostante il morso risolutore degli anni. La platea si ritrova orfana: ognuno degli spettatori si riscopre orfano del proprio papà, della propria madre, di un amico o di un parente, ognuno degli astanti scoperchia il proprio vaso di vulnerabilità e fissa immobilizzato il palco, respirando e mordendo il dolore più antico dell’uomo. La morte, la zona neutra in cui non ci si è più, in cui si smette di essere, la voragine buia e fredda che ci porterà a non respirare, a non sentir più fluire sangue nelle vene e a non avvertire più i rintocchi del cuore; la caverna umida e buia, che ha rapito i nostri cari e ci ha lasciati in una landa desolata a fissare una lastra di marmo col nome e il cognome delle persone che amiamo. La vita ferma di Simona, Riccardo e Alice Il dolore di non esserci più, che ci rende conchiglie senza suono e senza energia, come se un mare ci ricoprisse d’acqua nera e ci seppellisse con i suoi litri di silenzio; la morte, quella di Simona, moglie di Riccardo e madre di Alice, che non c’è più ma continua ad essere presenza fissa sul palco. L’assenza di Simona è presenza martellante nei ricordi di Riccardo e Alice: Simona stesa sul terrazzo al sole, Simona nei suoi bizzarri vestiti a fiori, Simona che continua a parlare con Riccardo e a chiedergli di scegliere il vestito adatto per quando morirà e verrà esposta ai visitatori durante la veglia funebre. Simona che continua a visitare la sua casa, a osservare Riccardo mentre ripone i suoi libri e i suoi oggetti negli scatoloni, suggerendogli cosa buttare e cosa tenere, Simona che chiede insistentemente a Riccardo di ricordarla, di non dimenticarla, e Riccardo che chiede un po’ di collaborazione alla moglie defunta. – “Se […]

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Recensioni

“Quel gran pezzo della Desdemona” al Teatro Bellini

Desdemona tra Shakespeare e Lando Buzzanca. Accostare Shakespeare e la commedia sexy all’italiana non è proprio esercizio da tutti i giorni. Da un lato, il più grande drammaturgo della cultura occidentale. Dall’altro, più che un genere cinematografico, un sottogenere che ha accomunato registi e attori italiani durante gli anni settanta. Lino Banfi, Lando Buzzanca e Pippo Franco tra gli altri. Sarebbe dunque difficile anche solo lontanamente trovare un punto di contatto tra Shakespeare e le pellicole appena citate. Luoghi, tematiche e protagonisti profondamente diversi l’uno dall’altro. Apparentemente inconciliabili. Luciano Saltarelli però ha saputo coniugare la struttura narrativa del Bardo dell’Avon con il gusto trash della commedia sexy. È su questo gioco di contrasti che si poggia Quel gran pezzo della Desdemona, spettacolo di cui Saltarelli è regista e attore e che sarà in scena al Teatro Bellini fino al 3 dicembre. Prodotto da Napoli Teatro Festival, Quel gran pezzo della Desdemona è una rivisitazione dell’Otello di Shakespeare. Una versione va detto, estremamente licenziosa. Della tragedia del Bardo resta poco e niente: oltre che i nomi originali, rimangono le numerosi citazioni e i riferimenti disseminati qua e là nella messa in scena. L’operazione risulta però estremamente dilettevole e aiuta a riflettere su un periodo controverso della nostra storia recente. Gli anni di piombo. Quelli delle brigate rosse, dei neofascisti, degli anarchici e delle masse in cerca di lavoro. Desdemona: tragedia sexy all’italiana La vicenda è ambientata nella Milano degli anni settanta. Una Milano infiammata da lotte di classe e atti terroristici, che accoglie fiumi di meridionali in cerca di fortuna nelle fabbriche. In questo contesto agiscono i personaggi: maschere gaudenti, superficiali e sessuomani. Tutte accomunate da quel gusto trash di cui già si è detto. Tipico di una città vogliosa di emanciparsi da anni bui, ma ancora lontana dal diventare la Milano da bere del decennio successivo. Rebecca Furfaro è la bellissima e avvenente Desdemona. Una pin-up che potrebbe recitare tranquillamente accanto a Lando Buzzanca. Desdemona è la figlia di Brambilla, proprietario di una fabbrica di manichini. Nell’azienda del Cavaliere, interpretato dallo stesso Saltarelli, lavorano gli altri protagonisti della vicenda. Moro (Luca Sangiovanni) è un emigrato dal profondo sud. Operaio efficientissimo, un soldatino nella mani di Brambilla. Egli è muto, privo di voce da quando salvò la fabbrica da un incendio. Lo stesso Saltarelli e Giampiero Schiano sono Jago e Cassiolo, personaggi che agiscono spesso assieme nella messinscena. Cassiolo è un operaio romano, perdutamente innamorato di Desdemona. Per conquistare la bellissima figlia di Brambilla si serve degli stratagemmi di Jago: un “gentiluomo napoletano”, per sua stessa definizione, infimo e astuto che truffa continuamente lo sciocco Cassiolo. Metti un Bardo a Milano La contrapposizione tra i due dialetti, romano e napoletano, è davvero riuscita. Le scene con Cassiolo e Jago sono tra le più divertenti dello spettacolo. “Chistu è propeto strunz” afferma a più riprese Jago in riferimento al collega romano. Assiolo dovrà però lottare con Moro, di cui a sua volta è perdutamente innamorata Desdemona. Completano il quadro gli altri personaggi femminili della messinscena. Giovanna […]

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Teatro

La Principessa Sissi al Palapartenope: il musical

La Principessa Sissi al Palapartenope: il musical. Il 25 e 26 novembre la Compagnia Corrado Abbati, in collaborazione con Alessandro Nidi, porta in scena il musical Principessa Sissi al Palapartenope di Napoli, incentrato sulla figura della ben nota principessa Sissi, Elisabetta di Baviera, sposa di Francesco Giuseppe d’Asburgo e Imperatrice d’Austria, che ha incantato il mondo intero e ispirato adattamenti teatrali e cinematografici, come i film con Romy Schneider, e finanche una serie animata. Il musical è una riscrittura della storia d’amore fra la giovane principessa e suo cugino Franz, imperatore d’Austria, e racconta le peripezie che condurranno la principessa bavarese sul trono. Melodie romantiche, arie a tratti liriche, danze tradizionali ed intermezzi comici si mescolano sul palco, a comporre uno spettacolo ricco e godibile, appassionante e divertente. La Principessa Sissi al Palapartenope: l’amore trionfa alla corte di Vienna La scena si apre in Baviera, dove il duca Max di Baviera (Corrado Abbati), uomo alla mano, semplice e cordiale, a dispetto di ciò che ci si aspetterebbe dal suo lignaggio, cresce le sue due figlie Elena, detta Nené (Antonietta Manfredi), ed Elisabetta, detta Sissi (Cristina Calisi), all’aria aperta, in armonia con la natura e abituate a seguire la legge del proprio cuore, più che la rigida etichetta di corte. Nel frattempo a Vienna l’arciduchessa Sofia (Lucia Antinori) s’impegna a trovare una degna sposa a suo figlio, il giovane Francesco Giuseppe (Francesco Bertoni), imperatore d’Austria. La scelta dell’austera regnante ricadrà sulla nipote bavarese Nené, figlia primogenita del duca Max, beneducata, mite ed assennata come si conviene ad un’imperatrice. L’arciduchessa organizzerà dunque un incontro tra suo figlio, la zia Louise (Antonella Degasperi) e le due belle cugine a Ischl, residenza estiva nella quale l’imperatore avrebbe festeggiato il suo compleanno, incontro finalizzato ad un fidanzamento ufficiale con la prima che, emozionata ed agitata all’idea di esser stata scelta per diventare sua sposa, è tesa all’idea dell’incontro col cugino che non incontra da anni, cugino che è ormai imperatore d’Austria. Tuttavia Franz, contrario alle mire materne e ben più propenso a scegliere da sé la propria sposa, s’innamora, ricambiato, della ben più spontanea ed esuberante Sissi, cugina minore, del tutto allergica alla rigida etichetta di corte e ben più a suo agio tra i boschi e in mezzo ai divertimenti semplici cui era abituata in Baviera, incontrandola un giorno nel bosco, senza conoscerne l’identità. Colpi di scena e forti passioni irrompono alla corte di Vienna quando Francesco Giuseppe scoprirà l’identità della bella fanciulla di cui è innamorato, dichiarazione d’amore che vedrà Sissi combattuta tra seguire il proprio cuore e lasciarsi trasportare dai propri sentimenti, obbedendo ciecamente all’amore che lei stessa prova per il cugino, e il timore d’infrangere il sogno dell’amata sorella, senza il sostegno della quale Sissi sa di non poter essere mai davvero felice, seppur riuscisse a coronare il suo sogno d’amore. Come in una favola -e, in effetti, la storia d’amore tra la principessa Sissi e Francesco Giuseppe è passata alla tradizione popolare come una favola- , l’intrigo si risolverà da sé, […]

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Teatro

Serenvivity: lo swing incontra la tradizione

Dal 23 al 26 novembre è in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli lo spettacolo musicale Serenvivity, del duo musicale EbbaneSiS composto dalle cantanti Viviana Cangiano e Serena Pisa. Lo spettacolo musicale Serenvivity Due voci e prevalentemente una chitarra: pochi elementi con cui le due artiste del gruppo musicale EbbaneSis riescono a riempire la scena. Scena avvolta dalle calde voci del duo musicale che riarrangia pezzi classici su ritmi e motivi swing.Vicina l’una più alla tradizione classica napoletana, l’altra vicina più a sonorità moderne, Viviana Cangiano e Serena Pisa nel giugno di quest’anno hanno deciso di provare a mescolare le loro due inclinazioni fondendole in un linguaggio musicale unico: così è nato il duo EbbaneSis e l’esperimento, tenendo conto del plauso del pubblico numeroso, sembra aver ricevuto del tutto l’esito sperato dalle due artiste. Lo spettacolo musicale Serenvivity proposto al Nuovo Teatro Sancarluccio da Viviana Cangiano e Serena Pisa nasce da un progetto artistico e musicale che mescola innanzitutto tradizione a modernità. Mescolanze e alternanze fra registri musicali e sonori, contaminazioni e sperimentazioni, inarcature di testi su musiche di tempi e architetture musicali diverse rispetto alle partiture originali su cui quei testi erano pensati: su questo versante si rivolge in larga parte lo sperimentalismo dello spettacolo. Un grande crogiolo di sensazioni, in cui vengono distillate musiche, ritmi e parole in cui tempo e spazio si distorcono in una atemporalità, del resto spesso essenza prima della musica stessa. E così al fianco di riprese fedeli, si muovono influenze swing e, sembra, una certa dose di improvvisazione modulata, che vestono d’un abito alternativo le grandi musiche e le intense sonorità del patrimonio musicale della canzone della tradizione napoletana e italiana. Arrangiamenti con sonorità moderne, sul “canovaccio” della musica della tradizione partenopea, miscela sapiente di musica e spettacolo: Viviana Cangiano e Serena Pisa sul palco dimostrano una presenza scenica e artistica a tutto tondo. L’interpretazione musicale e l’estensione vocale prodotte dalle due artiste condivide la scena con uno schema teatrale fatto di recitativi. Condivisione di scena, si diceva: spettacolo e concerto, infatti, sono un tutt’uno in Serenvivity, di cui di spettacolo musicale propriamente detto è giusto parlare. Le coordinate temporali e spaziali anche se nella realtà delle cose appaiono irriducibilmente distanti tra loro, sul palco del Nuovo Teatro Sancarluccio prendono “fantasticamente” a incontrarsi, a intrecciarsi, in un vortice al cui centro vi è la musica. Contaminazione: è questa la parola che prende la scena a più riprese nello spettacolo musicale Serenvivity.

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Analisi di una lastra di ghiaccio: l’arte delle persone fredde

«Niente è più brutto di una parola d’amore pronunciata freddamente da una bocca annoiata». Diceva, a tempo debito, il nostro caro Naguib Mahfouz. Oggi, cari lettori, ci siamo muniti di lente di ingrandimento per scovare i segreti più oscuri delle… persone fredde. Fredde come il ghiaccio. Vi sentite forse chiamati in causa? Meglio, quest’articolo vi insegnerà qualcosa. Non vi sentite chiamati in causa, ma capite di cosa sto parlando? Non capite neanche di cosa sto parlando? Ma suvvia, è impossibile. A meno che voi non viviate su Marte, in quel caso… le persone non possono che essere di fuoco. (capito la battuta?). Quanto è difficile rompere il ghiaccio? Il prototipo della persona fredda è piuttosto interessante da analizzare: no, no, non la lente di ingrandimento in quella direzione, nell’altra! Che significa che dall’altra parte non vedete alcunché? È ovvio! C’è una lastra di ghiaccio: che vi aspettavate di vedere? Mi scuso con i signori lettori per le continue interruzioni: ho assunto un’equipe di assistenti per la mia impresa (psicologica, si intende) di analisi delle lastre di ghiaccio. Forse avrei dovuto selezionare i candidati più rigorosamente: ma, del resto, si commettono errori. Considerate chi mi ha lasciato una penna in mano e mi ha permesso di comporre questo articolo: malo, malo! Dicevo, il prototipo della persona fredda è piuttosto interessante da analizzare: interessante quanto difficile. Mentre stilare un profilo psicologico di una persona che esterna i propri sentimenti è abbastanza facile, ma pensate di farlo di qualcuno che non lascia intravedere un minimo di ciò che pensa, lì è davvero diventa un’impresa quasi impossibile! Pensate ad una persona solare e socievole: beh, quando è a proprio agio il suo carattere verrà fuori e brillerà in tutta la sua magniloquenza e magnificenza; ma quando è in una situazione di imbarazzo o di disagio assumerà, ovviamente, un comportamento diverso. Bene. Ora pensate ad una persona che è sempre uguale. Statica, una roccia, stesso viso, stessa espressione. Riuscireste a capire in quali situazioni sta meglio, quali circostanze preferisce, quali compagnie ama? Non penso. (E se ci riuscite, signori lettori, vi consiglio di intraprendere una carriera in Psicologia: siete davvero bravi). Ecco perché abbiamo bisogno di un’analisi specifica. Il laboratorio è sulla destra: vi prego di entrare con me.   L’arte delle persone fredde Osservando attentamente il prototipo in questione, ci siamo resi conto che: Se la persona fredda sta bene con voi, non ve lo dirà. Se la persona fredda vi vuole bene, non ve lo dirà. Se la persona fredda vi ama, non ve lo dirà. Che dire? Le parole non sono l’arte della persona fredda. Ma, allora, qual è? Probabilmente, i gesti. Ciò che qualcuno non vi esprime attraverso le parole, vi dimostrerà attraverso i gesti. State attenti a ciò che le persone fredde fanno: anche un abbraccio può significare davvero molto. Il nostro piccolo ghiacciolo Tuttavia, in questa eterna lotta fra un tipo psicologico e l’altro, nel tentativo perseverato dall’uno di prevalicare sull’altro, io rivolgo un appello alle persone fredde: perché […]

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Voli Pindarici

Sale a mare. Desiderio per una stella cadente

Mi sveglio con uno strano sapore in bocca come di sangue misto a sale… Penso di aver bevuto dell’acqua salata. Non capisco dove mi trovo, ho solo tanto freddo ed ho i vestiti fradici. Sono nella penombra e sento uno strano odore che punge nel naso… benzina! No: nafta misto a orina, ecco cos’è. Faccio forza sui gomiti e da sdraiato riesco a sedermi. Mi fa male la faccia, ho pochi ricordi, ma è da quelli che devo ripartire. Dalla spiaggia alla barca, un attimo e colpisco la sponda di resina, un piede in fallo, forse un sasso e sono caduto in avanti, ma con le ultime forze sono risalito, pensando al saluto di mio padre, alle lacrime di mia madre. Sento qualcuno che piange, c’è chi invece ha il sopraffiato di chi trema, e c’è anche chi prega. Siamo in tanti, troppi per poco spazio. Qualche bambino strilla perché ha fame. Acqua, tanta acqua, riesco finalmente a mettere a fuoco. Il rumore di fondo che pian piano si sostituisce al ronzio nella mia testa è quello delle onde contro lo scafo. Chi sono persone attorno a me? Hanno gli sguardi pieni di sale soffiato dal vento che si alza dal mare. Segnati da lacrime amare, i loro occhi guardano ovunque ma non si cercano per non dover scrutare la paura nell’altro. Faccio lo stesso, forse più per vergogna. Capisco che non c’è nessuna nuvola sopra di noi, capisco ch’è notte, perché vedo tante stelle brillare. È pericoloso muoverci perché l’imbarcazione sembra essere in equilibrio precario. Ci muoviamo piano, riesco a ricordare il giorno in cui tutto è iniziato, il deserto, le città dove bisognava arrangiarsi, dove un pezzo di pane era una grande risorsa. È passato qualche anno e di molti miei amici non ho saputo più nulla e, purtroppo, di molti ho solo saputo che non potrò mai più rivederli. Ora mi ritrovo qui, con il motore spento perché non vuol mettersi nessuno al timone. Mi dissero che l’Italia sarebbe stata la nostra meta. Penso che arrivato a terra non dovrò fermarmi lì. Voglio raggiungere mio fratello in Francia. Ricordo la sua ultima lettera dove diceva di star male perché seppur circondato da fratelli era da solo contro il mondo. In questo mare una mia lacrima aggiunge sale al sale, perché una stella cadente mi dà speranza… Le lascio una preghiera. Vorrei arrivare vivo perché non sono pronto per essere pasto di questo mare. Vorrei che nessuno più come me debba bruciare le frontiere perché vorrei che non esistessero più i confini… … in fondo siamo tutti fratelli della stessa Terra…

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Voli Pindarici

Un viaggio lontano. Cosa mi regalavi davvero?

Un viaggio lontano Un cielo rosso al tramonto, un viaggio lontano… cosa mi regalavi davvero? Spiagge infinite, la città è lontana, palafitte sul mare, il sole è calato dietro l’orizzonte Le acque arrossate, il colore del bronzo ricopre gli ori del mattino e verrà il turchese a bagnare il cielo. La notte, ah, la notte, dimmi, che notte vivi nelle tue terre? Spingersi lontano, oltre se stessi Tuffarsi nel mare, nel cielo rosso del tramonto, da lì, da quel promontorio, e finalmente rinascere. Lo credi impossibile? No, nel cielo del tramonto delle tue terre tutto riveste la vita Un cielo rosso al tramonto, e quella canzone che continua a prendere il mio ricordo Le stagioni ci stanno aspettando, eppure l’Estate ci sta già attraversando,  ci bagna con le sue onde, le sue lente onde… Ma forse ancora c’è chi non si abbandona Sogni spenti in stanchi passi sulla spiaggia al tramonto, mentre il sole cala al di là del cielo. I loro occhi non comprendono il nostro sguardo già perso nelle stelle. Le stelle, riesci a contarle? Dimmi, davvero riesci a comprenderne il prodigio? E il loro sguardo distratto davvero può pretendere di alzarsi già sazio del mondo? Oh, no, e lo sai Un viaggio lontano Sì, un viaggio lontano, nel tramonto di terre perdute, lontane Cosa mi hai regalato davvero? Un cielo rosso, un tramonto lontano, case azzurre che dormono sopra le onde che dondolano pigramente, e le foglie che nuotano. La notte Vedo acque ed un blu che si perde infinito, sopra le case sul mare e giù nel profondo Una barca è ormeggiata, un’altra scivola lenta e un’altra ancora si spinge nell’ombra, l’ombra della notte. Le stelle brillano e sul piano dell’acqua scivolano lente, insieme al fondo dei legni delle barche, insieme alle onde, insieme ai miei sogni. I sogni, dimmi, che forma dai ai tuoi sogni? I passi stanchi hanno già lasciato la spiaggia, l’orizzonte è puro ora dinnanzi a noi Ora il mare è di chi vuole amare, di chi tuffando le proprie speranze è disposto a sognare Un viaggio lontano, terre lontane, lontana è la città ed il sole che domani di nuovo dal mare ritornerà Un cielo rosso al tramonto, la sera è vicina, la luna i suoi bagliori d’argento dal promontorio e sul mare riflette. La notte è già qui Cosa mi hai regalato davvero? Un suono lontano, un ricordo creduto perduto che ancora giace ineffabile nel fondo della mia anima… Ma lo sento qui nel petto tornato Un viaggio lontano, dimmi, cosa mi hai regalato davvero?

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Voli Pindarici

Quanto è bella l’estate, una bella stagione…davvero

Quanto è bella l’estate, umh? Il sole, il mare, la spiaggia, gli amici, le vacanze, i viaggi… L’estate è proprio una bella stagione, davvero. Una bella pausa dal lavoro o dallo studio e via a immergersi nelle acque cristalline… o quasi, anche lievemente trasparenti vanno bene. Certo, magari è da evitare quella massa schiumosa che s’intravede in lontananza. Oh no… una donna è appena stata punta da qualcosa e tutti iniziano a fuggire. Per fortuna, se il mare non soddisfa, c’è sempre il meritato riposo sulla spiaggia. Ed eccoti lì, disteso sul tuo lettino mezzo rotto (pagato più di due euro) con in mano un libro (sì, esistono ancora) pronto a immergerti in chissà quali avventure. Bella domanda, quali avventure? Di certo non quelle nel libro considerando che appena inizi a ricordarti come si legge, vieni prontamente e brutalmente colpito da una poderosa pallonata. L’aspirante calciatore-killer ti fissa con palese disgusto, urlando di restituirgli il pallone. Con molta fatica ti porti seduto sulla sdraio e, riluttante, gli consegni l’arma del delitto. In quel momento ti rendi conto del perché il ragazzino ti scruta con disprezzo: grondi sudore da ogni singolo poro. In effetti ci sono quarantaquattro gradi all’ombra (merito dell’anticiclone africano denominato Satana l’Infame) e purtroppo il mare è inagibile a causa di qualche mostro marino non identificato che continua a terrorizzare chiunque osi avvicinarsi alla battigia. L’ombrellone è completamente inutile (la sua ombra è proiettata così lontana che neanche la vedi) e intanto ti ritrovi anche a boccheggiare. Quanto è bella l’estate Certo è proprio bella… il caldo soffocante, le spiagge pubbliche inagibili, il mare putrido, gli animali marini inferociti, i venditori abusivi che ti vedono boccheggiare e ti chiedono se ti serve un tatuaggio all’henné raffigurante una balena che sorride, i bagnini che dormono… Ma per fortuna ecco arrivare l’illuminazione. No, non è un colpo di sole… forse. Ti alzi, abbandoni la sdraio arrugginita e vai via, lontano, verso la salvezza. Esci dalla spiaggia e, ancora in costume, t’imbuchi nel primo negozio che trovi per strada. Oltrepassata la soglia entri finalmente in contatto con la beatitudine. L’aria condizionata del negozio ti avvolge e ti abbandoni in un lungo sospiro di goduria. Ma non sei il solo… ti guardi e riconosci alcuni dei bagnanti della spiaggia appena abbandonata. Già, sono tutti lì a godersi l’estate.

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