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Eroica Fenice

In Primo Piano

Comunicati stampa

Giappo Airport vince la ‘Best Retailer’ Food&Beverage 2017

È Giappo Airport di Napoli l’attività vincitrice del concorso ‘Best Retailer’ 2017, indetto dall’aeroporto di Capodichino. L’attività di ristorazione giapponese, nata in città e presente presso lo scalo aeroportuale da tre anni si è aggiudicata il premio per la categoria Food&Beverage. La Gesac, la Società di gestione dell’aeroporto, ha strutturato la classifica Best Retailer sulla somma di due principali fattori: il punteggio attribuito dal Mistery Client (specifica metodologia di verifica della soddisfazione del cliente, dell’applicazione degli standard aziendali e della qualità percepita dalla clientela) e l’incremento percentuale di fatturato a passeggero. “E’ una soddisfazione enorme che gratifica il mio operato, quello dei dipendenti di Giappo Airport Napoli e di tutti i miei collaboratori – ha dichiarato l’Amministratore Delegato di Giappo Italia, Enrico Schettino – anche in considerazione del fatto che il prestigioso riconoscimento arriva all’interno dello scalo di Capodichino a sua volta premiato, lo scorso anno, quale miglior aeroporto europeo nella sua categoria (5-10 milioni di passeggeri, ndr) con l’Aci Europe Award”. Mentre l’aeroporto di Capodichino prosegue la propria crescita, con un ulteriore incremento previsto per il 2018 che porterà a superare i 9 milioni di passeggeri, Giappo riesce a mantenere altissimo il proprio livello di qualità e servizio; la formula vincente della catena nipponica nata a Napoli si concretizza infatti, tra le altre cose, proprio nella qualità dei prodotti che offre e delle materie prime, nei menù freschi e variegati – nati dalla fusione dell’esperienza di oltre 50 chef –, nei pratici box da portare direttamente in aereo e nel nuovo format Me&Tea, per un Healthy Break a base di 25 tipologie di tea, tisane e prodotti gluten free. Con il premio ricevuto da Gesac, il gruppo Giappo si conferma, ancora una volta, una realtà affermata nel settore ed in costante sviluppo; oltre a fornire sushi nelle più prestigiose location, durante i principali eventi e manifestazioni, con i suoi 15 ristoranti in Italia, Giappo si rivela anche un importante polo occupazionale nazionale e, da circa un anno, con la neonata Giappo Academy (la prima scuola di cucina giapponese professionale) un centro di avvio al lavoro, che ha già formato oltre 500 corsisti amatoriali e 60 chef professionisti. Per ulteriori informazioni sulle molteplici attività del gruppo Giappo è possibile visitare il sito: http://www.giappo.com/

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Teatro

“Gli uccelli migratori” di Francesco Lagi, dal 20 al 25 febbraio al Piccolo Bellini

Si è aperta ieri la settimana de Gli uccelli migratori, lo spettacolo scritto e diretto da Francesco Lagi, con Anna Bellato, Francesco Colella, Leonardo Maddalena e Mariano Pirrello, in scena dal 20 al 25 febbraio al Teatro Piccolo Bellini. Francesco Lagi, autore e regista, ha raccontato che uno degli spunti che nutre l’idea dello spettacolo si muove attorno a questo paradosso: il viaggio reale, visibile e aperto degli uccelli che attraversano chilometri di cielo. Gli uccelli migratori appaiono, dunque, come un viaggio nascosto che si propone di raccontare e scoprire, il viaggio di una donna che sta per mettere al mondo una persona. E in quella casa il tempo è sospeso in un’attesa. C’è una persona che sta per arrivare e delle persone che la stanno aspettando. Ci sono una tutina azzurra e l’invenzione di un’app. Una casa in mezzo a una pineta, dove una ragazza aspetta la nascita della propria figlia circondata da tre uomini: il fratello, uno scrittore inconcludente nonché programmatore fallito; il padre della nascitura (amante di una notte), per il quale la paternità rappresenta un’occasione per combinare qualcosa di buono nella vita; e un ornitologo, che parla con gli uccelli, preso dalla ricerca di Yoda, un uccello migratore sparito. Con il tipico linguaggio della compagnia, dall’incedere lieve e poetico, Teatrodilina ci insegna ad osservare la vita, la quale scorre attraverso una serie di personaggi che ne affrontano i cambiamenti e che, come dice lo stesso regista, “ruotano intorno a un centro, si affaticano distrattamente cercando di sintonizzarsi sulla frequenza del loro motivo di stare al mondo. Cercando di trovare una grammatica emotiva, una lingua comune che possa svelarne la loro identità”. “Gli uccelli migratori” di Francesco Lagi: uno spettacolo pieno di luce Un ricordo di bambini, Yoda che è sparito e non si trova più. L’arrivo di un padre, il linguaggio degli uccelli, una bussola rimasta in tasca. La paura di cambiare e la vita che prima bussa alla porta e poi improvvisante si rivela. I personaggi ruotano intorno a un centro, si affaticano distrattamente cercando di sintonizzarsi sulla frequenza del loro motivo di stare al mondo, cercando di trovare una grammatica emotiva, una lingua comune che possa svelarne loro un cambiamento. La pratica in Gli uccelli migratori è l’indagare su quel periodo misterioso che riguarda la fine di una gravidanza e l’inizio di un parto, quell’intercapedine di tempo nella quale, come dichiarato da Francesco Colella, si muovono tra le persone dei sentimenti speciali. 

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Recensioni

Battlefield: il Mahābhārata secondo Luca Delgado al Teatro Bellini

Battlefield, straordinario spettacolo tratto dal testo teatrale di Jean-Claude Carrière ed ispirato al Mahābhārata, è presentato al Teatro Bellini di Napoli dal 20 al 25 febbraio. L’opera è portata in scena con traduzione ed adattamento in italiano a cura di Luca Delgado. La rappresentazione, realizzata con la regia di Peter Brook e Marie Hélène Estienne, ha ad oggetto il Mahābhārata, che è l’opera fondamentale della letteratura Induista. Il testo, elaborato nel corso di otto secoli (tra il IV a.C ed il IV d.C), fu originariamente redatto in lingua sanscrita, ed è costituito da più di 100.000 versi. Esso si configura come una delle saghe più imponenti dell’intera letteratura mondiale. All’interno dell’opera è narrata la storia dell’antica e sanguinaria guerra per il potere combattuta dai due rami della discendenza del re Bharata. Al termine dello scontro, il campo di battaglia si presenta come una sterminata distesa di corpi. Milioni di morti giacciono ammassati l’uno sull’altro. Lo scenario è talmente atroce che vincitori e vinti cominceranno ad interrogarsi sulle proprie scelte… La guerra può essere evitata? Il sacrificio di vite umane può essere giustificato? Esiste il perdono per chi con i propri errori ha determinato la morte altrui? Questi sono solo alcuni dei quesiti ai quali la magnifica opera tenta di dare risposta. Battlefield: dopo trent’anni il capolavoro di Brook – riletto da Luca Delgado – torna in scena L’opera, ispirata al Mahābhārata, fece la sua prima apparizione sui palcoscenici nel 1985, quando il regista britannico Peter Brook ne portò in scena una monumentale versione teatrale della durata di 9 ore. Lo spettacolo venne presentato al Festival di Avignone,  e fu fin da subito definito come un vero capolavoro. La rappresentazione ebbe un successo enorme, e lo stesso Brook, anni dopo, si occupò di riadattarne il testo per una miniserie televisiva e per il grande schermo. Dopo trent’anni dalla “prima”, il grande maestro inglese, oggi novantenne, ha deciso di regalare al pubblico una nuova straordinaria rappresentazione del poema. Brook spiega che non si tratta di un mero omaggio al passato, ma di un lavoro volto a reinterpretare l’opera in chiave moderna, perché, come chiarisce il regista, i temi trattati sono più attuali che mai. Una guerra spaventosa che dilania una famiglia e milioni di vite sacrificate per acquisire il potere, questi sono gli elementi fondamentali su cui si regge il Mahābhārata, una storia senza tempo, che attraverso Battlefield descrive in modo disarmante i drammi della realtà contemporanea. Il testo, per nulla scontato, si caratterizza per l’enorme attenzione che viene riservata ai moti interiori dei protagonisti, i quali in seguito alla guerra saranno costretti a fare i conti con la propria coscienza. Nel corso della narrazione, anche attraverso l’utilizzo di significative metafore, gli attori cercheranno di trasmettere al pubblico l’enorme saggezza e le profonde riflessioni che caratterizzano l’ opera su cui si fonda il lavoro svolto. Lo spettacolo portato in scena, caratterizzato da una recitazione chiara ed essenziale, si pone come un attenta ed intelligente elaborazione del capolavoro della letteratura Induista. In soli 70 minuti […]

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Attualità

Attualità

Nati per leggere. La lettura al servizio dei più piccoli

Da quando esiste il mondo si conosce l’importanza del ruolo giocato dai genitori nell’educazione dei loro bambini. Un’educazione che, a causa di situazioni di disagio e di ambienti sfavorevoli, non è sempre possibile garantire.  Il programma Nati per Leggere Nato nel 1999 sulla scia del britannico Bookstart e dell’americano Reach out and read, il programma Nati per Leggere segue un obiettivo preciso: promuovere la lettura condivisa  in famiglia e ad alta voce, intesa come un momento che crea e rinforza lo sviluppo cognitivo del bambino,la relazione affettiva tra genitore e figlio e che è soprattutto capace anche di sviluppare tutti quei benefici psicofisici importanti nella fase dei “1000 giorni” (quella che va dai 0 ai 3 anni). Il programma è promosso dall’alleanza tra l’Associazione Culturale Pediatri ACP, l’Associazione Italiana Biblioteche AIB e il Centro per la Salute del Bambino onlus CSB. Esso vanta 600 progetti locali sparsi lungo la nostra penisola, a cui partecipano, migliaia e migliaia di volontari, vero motore del programma. Nati per Leggere in Campania In Campania il progetto giunge nel 2000 con la volontà di dare anche alla città di Napoli uno spazio di lettura funzionante, dal momento che la città non dispone di biblioteche per bambini. Dapprima presente al PAN | Palazzo delle Arti di Napoli con il primo Punto Lettura della regione, dopo una lunga diatriba, Nati per Leggere Campania trova una nuova casa spostandosi nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Tiziana Cristiani, referente regionale di Nati per Leggere Campania, rivendica l’utilità sociale del programma e sottolinea l’importanza del legame empatico che si crea tra l’adulto che legge e il bambino, mostrando come anche i genitori stessi godano di enormi vantaggi dalla pratica della lettura di relazione. Pone l’accento, inoltre, sull’importanza della rivendicazione del “diritto alle storie” per tutte le bambine e tutti i bambini e, quindi, sull’importanza dell’esistenza di punti lettura in diverse aree della città: da Soccavo a San Giovanni a Teduccio, dalla Sanità a Piazza Ottocalli, passando per realtà complesse come il carcere di Secondigliano o quello minorile di Nisida – dove, ad esempio, i detenuti possono trascorrere qualche ora leggendo con i propri figli – Nati per Leggere Campania opera all’interno di una fitta rete di “alleanze educative” con le agenzie sociali del territorio, affinché i bambini possano godere di quante più numerose occasioni crescita. Leggere per diventare grandi (divertendosi) Per tutte queste ragioni, Nati per Leggere è quindi anche uno strumento di democrazia, qualcosa di utile e necessario per cercare di debellare condizioni di disagio e diseguaglianza sociale, per cercare di contrastare fenomeni di devianza e delinquenza di cui la Campania, troppo spesso, detiene il triste primato. Nessun bambino merita, infatti, l’esclusione dalle opportunità di crescita per via di una situazione sociale di partenza sfavorevole o di un contesto di vita più deprivante: al contrario, tutti i bambini hanno diritto ad essere protetti dallo svantaggio socio culturale e dalla troppo diffusa, ormai, povertà educativa: è questo il principio fondante di Nati per Leggere, che fa dell’universalità e della gratuità le parole-chiave […]

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Attualità

Foto di minori sui social. Sanzioni in arrivo per i genitori

Foto di minori sui social spiattellate a cuor leggero da genitori social media addicted. Una social dipendenza cresciuta a dismisura negli ultimi anni, in concomitanza con il boom tecnologico e con il dannoso utilizzo dei dispositivi in connessione planetaria. Bambini immortalati durante una passeggiata al parco,fratellini fotografati su una spiaggia, ragazzini intenti a gustare un gelato o ripresi in attività ludiche. Se in passato fotografare assumeva in maniera congeniale il significato di tramandare un ricordo, un’azione, espressioni nel tempo; oggi, con lo smodato utilizzo dei social network, la parola “privacy”, connessa al concetto “fotografia”, sembra davvero sopravvalutata. Sempre minor peso sembra attribuirsi al pericolo che può innescarsi con la condivisione ostentata sul web di foto e video personali. Foto di minori sui social e pedopornografia in rete I soggetti maggiormente esposti a pericolo sono i minori. Bambini e ragazzini fotografati e mostrati (al mondo!) nelle loro azioni e abitudini quotidiane. È vero. Nei loro primi mesi di vita le loro faccine vengono sostituite da graziose emoticon con occhietti a cuoricino e dolci sorrisini. Sembra che i genitori abbiano a cuore la loro privacy e sicurezza! Ma dopo qualche tempo, quest’attenzione cede posto all’immaturità e all’ignoranza. Il desiderio di apparire e mostrare i propri “figli-trofeo” trionfa sulla deontologia genitoriale. Genitori sempre più presi dal proprio ego, sembrano ignorare il mastodontico pericolo – confermato anche dal garante della Privacy Antonello Soro in una relazione presentata in Parlamento -, a cui espongono ogni giorno i propri figli, con la smania di condividere e apparire. Nonostante le reiterate tragedie e molestie riportate dai notiziari, i genitori sembrano non prendere in dovuta considerazione la “pedopornografia” in rete, in crescita vertiginosa. Una pratica diffusa tra persone disturbate, concernente nell’appropriarsi delle immagini di minori pubblicate nell’infosfera, ritoccarle e servirsene per scopi pornografici. Un pericolo virtuale che non ne esclude l’attuazione nella realtà. Casi di sparizioni e molestie si ripetono tragicamente, eppure ci sono genitori ancora abbastanza superficiali nel trattamento dei dati e delle immagini dei propri figli. Foto di minori sui social. Sanzioni e consenso di entrambi i genitori Ma la legislazione riesce finalmente a porre un limite a cotanta leggerezza e negligenza. Già lo scorso novembre il Tribunale di Mantova – su ricorso presentato da un coniuge separato circa la tutela dell’immagine dei propri figli e la possibilità di rivederne l’affido -, tramite una sentenza firmata dal giudice Mauro Bernardi, sembra colmare finalmente un vuoto legislativo che fino ad oggi ha lasciato ampio spazio a comportamenti soggettivi, già moralmente criticati dall’opinione pubblica. Tale sentenza stabilisce che le foto dei figli minorenni non possono essere postate sui social network senza il consenso di entrambi i genitori. Un ulteriore provvedimento giunge dal Tribunale di Roma con un’ordinanza emessa lo scorso 23 dicembre 2017. Con la medesima, il Tribunale ha condannato una madre a rimuovere le foto del figlio minorenne pubblicate sui social. Il mancato adempimento dell’obbligo corrisponderà ad una sanzione pecuniaria pari a 10.000 euro, che la donna dovrà versare al minore, tramite il tutore, e al marito. […]

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Attualità

Tra baby gang e Spelacchio, il Natale tra Napoli e Roma

Prima Spelacchio. Poi il solito caso da Chi l’ha visto? dell’albero natalizio in Galleria Umberto a Napoli. Nel primo caso diretta responsabilità dell’amministrazione locale: l’albero era orrendo secondo i romani. Nel secondo responsabilità indiretta; ma non è un alibi, dal momento in cui l’albero è stato allestito d’iniziativa dello storico bar Gambrinus che dista qualche metro dalla Galleria. Allestito anche bene, perché se si vuole confrontarlo con Spelacchio risulta tutt’altra cosa. Nel caso napoletano è la sorveglianza che è mancata e che manca ormai da anni. Sembra il caso del giovane prodigioso destinato a morire in tenera età. Sembra anzi una ciclica barzelletta che non fa più ridere, un evento che qualche scrittore sopra le righe potrebbe usare a scopo umoristico, ma è l’amara realtà di una città che, come ormai anche quella capitolina, vive di costanti paradossi. Paradossi che conferiscono il fascino della dannazione a spese di chi però convive con le insidie di questa. Una vera e propria zavorra. Un albero mancante e un atto vandalico delle baby gang in più Intendiamoci: la presenza dell’albero in Galleria o meno è di importanza tutta esteriore. Quello che è un simbolo su cui sarebbe facile sorvolare viene caricato però della connotazione vandalica che il furto implica. Un furto che mette in risalto una delle più invadenti pietrine dello Stivale: l’inciviltà, prodotto di educazione e istruzione scadenti. Una volta vergato lo schema causa-effetto sembrerebbe facile smuovere la situazione, se non fosse per la matrice culturale, anzi a-culturale, che muove alla base di ciò. Sarebbe coprire uno scempio e non curare la sua radice malata. Il problema si risolverebbe, ma non in toto. Diverse ipotesi riconducono il gesto alle babygang che per il 17 gennaio fanno scorpacciata di legno per il falò di Sant’Antonio Abate. Dopo il furto tra la notte del 21 e la mattina del 22 dicembre, però, sembra che il 23 dicembre l’albero sia tornato in Galleria (per poi essere nuovamente vandalizzato il giorno di Natale). La bravata ha deciso di costituirsi, senza però smascherare l’idea che alla base del non-rispetto civile ci sia una vera e propria sabbia mobile di abbandono educativo, perché “non sono solo dei ragazzi”, ma gli adulti che un domani insegneranno ai figli a fare lo stesso, facendo dilagare, ancora per troppo tempo, la pedagogia del bastone o del silenzio e dell’indifferenza.

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Attualità

Nuovi inquilini in casa Disney: ufficiale l’acquisto della 21st Century Fox

In questi giorni, il mondo dell’intrattenimento assiste ad un grande cambiamento: la Walt Disney Company ha comprato la 21st Century Fox Inc per 52,4 miliardi di dollari. Rupert Murdoch, presidente esecutivo della 21st Century Fox, depone la corona cedendo al regno di Topolino le attività cinematografiche e televisive della sua multinazionale, ma non solo: inclusi nel pacchetto, anche i 13,7 miliardi di dollari di debiti di Fox. I termini dell’accordo tra la Disney e la 21st Century Fox Murdoch ha smembrato l’impero, ma non l’ha abbandonato del tutto: le reti Fox News Channel, Fox Business Network, Fox Sports 1 e altri canali sportivi non verranno ceduti, bensì saranno scorporati dell’azienda e diverranno parte di una nuova società. Che Murdoch voglia tornare ad investire nell’informazione? La Walt Disney Company, invece, appare più decisa che mai a guidare il gioco nell’ambito dell’intrattenimento. Sul grande schermo, il marchio Disney è già su quello della Marvel e dei suoi supereroi, della Pixar e della Lucasfilm (che ha dato i natali alla saga di Star Wars). Tra i canali televisivi, invece, l’ABC e la rete sportiva ESPN che, in crisi da tempo, più di tutte potrebbe beneficiare dell’accordo con la Fox. Nonostante detenga il controllo della Marvel, è soltanto con l’acquisizione che acquisirà i diritti su X-Men e i Fantastici Quattro, oltre a quelli su serie tv di successo come This is us e American Horror Story. Insomma, dai Simpson alla versione animata della favola di Anastasia: casa Disney trova nuovi inquilini. “Siamo estremamente orgogliosi di tutto ciò che abbiamo costruito alla 21st Century Fox, e credo fermamente che questa combinazione con Disney darà ancora più valore agli azionisti dato che la nuova Disney continua a stabilire il ritmo in un’industria eccitante e dinamica. Inoltre, sono convinto che questa combinazione, sotto la guida di Bob Iger, sarà una delle più grandi aziende al mondo”, ha dichiarato Rupert Murdoch. Infatti, su richiesta della 21st Century Fox e del Consiglio di amministrazione della Disney, Bob Iger ha deciso di mantenere fino al 2021 la carica di presidente e amministratore delegato della The Walt Disney Company (nonostante il suo contratto scadesse nel 2019), per fornire la giusta visione d’insieme e l’importante fattore continuità, in una situazione nuova dalle lunghe fasi di assestamento. Data la portata dell’accordo, seppur definito e rifinito in ogni termine, l’intesa già ufficializzata tra Disney e 21st Century Fox non ha però ancora ottenuto l’autorizzazione dalle autorità antitrust statunitensi. Il web, dal canto suo, in poche ore dall’ufficializzazione dell’intesa ha già preso coscienza della nuova situazione e sembra essersi già abituato: tra caricature e vignette in ogni salsa, gli spettatori del piccolo e del grande schermo sono già pronti a riscuotere i frutti di quest’ultima scommessa della Disney.

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Cinema & Serie tv

Cinema & Serie tv

Intervista a Davide Guida, regista di un originale lavoro sul bullismo

Il bullismo: un tema scottante e attuale, ma mai trattato abbastanza. Il regista Davide Guida ne parla in modo non convenzionale Il bullismo è un tema sulla bocca di tutti, in tutte le sfumature semantiche e giornaliere. Bullismo scolastico, fisico, cyberbullismo. Logoramento quotidiano in tutte le sue declinazioni, fino a sconfinare nella più becera e sottile violenza psicologica che svuota la vittima di ogni scampolo di autostima e fiducia in se stessa, fino a renderla un involucro incolore e privo di spessore, suono e odore. Un cadavere che si aggira nei corridoi scolastici e nei meandri della vita comune, convinto, grazie all’erosione lenta e progressiva dei bulli, di non meritare amore, affetto e successo nella vita, arrivando a guardarsi con gli stessi occhi dei suoi carnefici. Davide Guida, regista napoletano, esperto tecno-informatico, consulente in comunicazione, operatore audiovideo, scrittore ed event planner, tratta il tema del bullismo nella sua opera “Vittima della mia Libertà”, con tinte originali e alquanto anticonformiste: non ripropone il cliché (purtroppo frequente nella realtà delle cronache attuali) della vittima svuotata, ma quello della vittima forte e orgogliosa, desiderosa di rivalsa. Diamo direttamente la parola a lui, per farci raccontare come ha trattato, a modo suo, il bullismo. Un progetto quasi totalmente no-budget, realizzato col supporto di artisti locali, per tratteggiare un ritratto insolito e originale di un tema spesso inflazionato. Per non cadere nella banalità, in cui spesso si incespica, quando si parla di problematiche del genere. Una vittima di bullismo che non soccombe, ma si ribella la protagonista del lavoro di Davide Guida. Addentriamoci nell’anima del suo lavoro L’intervista Come è nata l’idea di sviluppare un lavoro attorno a un tema così scottante e attuale come quello del bullismo? Qualche fatto di cronaca ha inciso su questa scelta? Direi che “Vittima della mia libertà” va oltre il classico tema del bullismo così come la cronaca lo riporta giornalmente. La vittima infatti, protagonista della trama, non è una adolescente debole, anzi è troppo forte e orgogliosa, desiderosa di un senso di libertà alquanto anticonformista e per quello risulterà scomoda e sarà malvista dalla società in cui vive, ambiente scolastico in primis. Come è articolato “Vittima della mia libertà” e quali sono i principi che muovono questo lavoro? “Vittima della mia libertà” è nato da un soggetto originale scritto da me in forma di breve novella una decina d’anni fa. Da tempo pensavo di trasformarlo in un cortometraggio ma, nel realizzarlo, è diventato un vero e proprio film della durata di circa 80 minuti. Grazie a un gruppo di amici artisti, la maggior parte dei quali professionisti a livello locale, ma volenterosi e desiderosi di impegnarsi in un tema sociale, abbiamo realizzato questo lavoro nell’arco di pochi giorni e pochissimi mezzi: parliamo infatti di un lavoro quasi totalmente no-budget. Definiresti il tuo lavoro un’opera di narrazione sociale o di denuncia? Da dove hai attinto per rappresentare il mondo contorto e difficile degli adolescenti? I miei lavori in genere sono di denuncia, ma questo forse è più di narrazione sociale, […]

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San Valentino Stories: perché Cupido è nato a Napoli

Il 14 febbraio, arriva nei cinema italiani San Valentino Stories, una commedia fresca, divertente ma anche riflessiva, nata da un’idea di Alessandro Siani. Il film è un lungometraggio diviso in tre episodi, diretti da tre giovani e promettenti registi campani, in cui l’amore, nelle sue diverse sfaccettature, viene raccontato utilizzando la città di Napoli come sfondo. San Valentino Stories: tre storie d’amore a Napoli Il primo episodio è intitolato PER AMOR DI DIO ed è diretto da Antonio Guerriero. Questa storia, ambientata nella meravigliosa Posilipo, ha come oggetto le vicende di Pasquale (Pasquale Palma), ragazzo estremamente cattolico, e Chiara (Denise Capezza) buddhista convinta. I due giovani, pur essendo innamorati, dovranno affrontare molti problemi dovuti al loro diverso credo… sarà possibile trovare un compromesso? oppure le divergenze religiose costituiranno un ostacolo insormontabile per il loro amore? Il secondo episodio è intitolato L’ISOLA DI CIOCCOLATO ed è diretto da Emanuele Palamara. La vicenda raccontata si svolge tra le mura del carcere minorile di Nisida. Qui Antonio (Giovanni Buselli), detenuto del maschile, si iscriverà ad un corso di pasticceria per avere la possibilità di incontrare Anastasia (Noemi Sales), detenuta del femminile. Purtroppo, i due giovani innamorati dovranno affrontare molte difficoltà per stare assieme e soprattutto dovranno fare i conti con gli errori commessi nel passato. Il destino dei due ragazzi non sarà semplice ma l’amore vince su tutto ed i due potrebbero salvarsi a vicenda. Il terzo episodio è intitolato CARICHI DI MERAVIGLIA ed è diretto da Gennaro Scarpato. Questa terza ed ultima storia, ambientata a Pozzuoli, racconta le vicende di due irriducibili amici (Gigi e Ross) che a quarant’anni, condividono il medesimo, triste, destino sentimentale. Entrambi, infatti, sono accomunati da una patologica paura delle responsabilità e si ritrovano single e disperati il giorno di San Valentino. Le vite dei due protagonisti sono però destinate a cambiare perché, proprio in questo magico giorno, alla loro porta busserà Aregash (Elena Sotgiu), una adolescente africana, che i due amici adottarono a distanza quando era ancora una bambina. La ragazza racconta di essere immigrata in Italia per conoscerli, perché li considera la sua famiglia… i due saranno pronti ad assumersi la responsabilità di una figlia? Questo terzo episodio, particolarmente interessante, pone l’attenzione sull’esistenza di diversi tipi d’amore e, nello specifico, viene dato rilievo all’amore inteso come amicizia da una parte, e all’amore inteso come sentimento che lega i genitori ai propri figli, dall’altra. Ad arricchire ulteriormente la trama vi è poi un’interessante parentesi volta a denunciare le pecche di un sistema giuridico che, in materia di adozioni, spesso preferisce il rispetto della burocrazia alla felicità delle persone. Gli episodi, pur essendo molto diversi tra loro, sono caratterizzati da una visione romantica della vita. Il film ambientato nella meravigliosa Napoli, grazie all’originalità delle storie e alla bravura degli attori, riesce a coinvolgere il pubblico facendolo sorridere e sospirare. San Valentino Stories è stato prodotto da Alessandro e Andrea Cannavale per Run Film con Rai Cinema ed è distribuito da Optima Entertainment.

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Marc Bauder e il suo Master of the Universe

Master of the Universe è un documentario che spiega il mondo della finanza e le cause della crisi economica da una prospettiva europea e interna allo stesso sistema che ha provocato la crisi. Master of the Universe, il documentario scritto e diretto da Marc Bauder e disponibile su Netflix, racconta il mondo della finanza attraverso la testimonianza di Rainer Voss, ex banchiere tedesco.  Avendo lavorato per le più grandi banche europee dall’inizio degli anni’80 fino al 2008, Voss spiega con spietata lucidità come la finanza sia cambiata nel corso del tempo e quali sono i meccanismi che hanno portato alla crisi economica-finanziaria del 2008. Quasi tutte le scene di Master of the Universe sono girate all’interno di un grattacielo abbandonato da cui è possibile vedere i palazzi delle principali banche tedesche. Voss si aggira in enormi stanze vuote dove in passato, con molta probabilità, lavoravano centinaia di operatori finanziari.  La capacità di Bauder consiste nello sfruttare quel vuoto per rappresentare qualcosa di più profondo. Il primo elemento che rende questo documentario interessante è la presenza di una prospettiva differente da quella americana. Nonostante ci siano diversi film che raccontano la crisi economica, quasi tutti sono incentrati su ciò che è successo negli Stati Uniti tralasciando completamente la narrazione degli eventi che hanno travolto il vecchio continente. Il documentario di Bauder offre una prospettiva europea e interna al sistema riuscendo a spiegare con estrema precisione dinamiche complesse. Voss propone un ritratto del mondo della finanza impietoso: gli operatori devono dimostrare fedeltà incondizionata senza poter mai mettere in discussione il sistema. L’immensa quantità di capitali che vengono trasferiti in poche decine di secondi porta i traiders a «sentirsi padroni dell’universo».  «Ti sembra che spingendo un tasto tu abbia cambiato il corso della storia». Il distacco dal mondo reale diventa sempre più importante e la stessa famiglia può diventare un ostacolo alla possibilità di concludere affari. Tuttavia, come spiega Voss, spesso venditori ed acquirenti non conoscono realmente i prodotti che sono sul mercato. Il desiderio smodato di ottenere maggiori introiti ha portato all’elaborazione di prodotti finanziari così sofisticati che neanche gli operatori conoscono ciò che stanno vendendo. La complessità del mercato finanziario, frutto di anni di deregolamentazione, comporta l’impossibilità di trasparenza. Master of the Universe descrive con lucidità dinamiche del passato ma accende i riflettori anche sul presente e sul futuro. «Prima o poi la situazione esploderà. Esploderà una crisi finanziaria o una crisi sociopolitica, ma non credo proprio che ci sarà un lieto fine. […] Non credo si possa fare qualcosa dall’interno del sistema. Tutti guardano incantati alla politica e dicono: “Diteci cosa dobbiamo fare”. Lo sanno cosa dovrebbero fare solo che non lo fanno». È difficile inquadrare la testimonianza di Voss perché è in costante bilico tra confessione dei peccati e difesa dalle accuse. C’è troppa consapevolezza nelle sue parole per non far trapelare una sorta di senso di colpa per ciò che ha fatto nei tanti anni di carriera. Come quando invita Marc Bauder a non fare altre domande perché […]

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Cinema & Serie tv

In punta di piedi. Storia di coraggio e bellezza

La Rai accende i riflettori su una storia di coraggio e bellezza, attraverso il film In punta di piedi, in onda il 5 febbraio con la regia di Alessandro d’Alatri, dopo il successo I bastardi di Pizzofalcone 2, e prodotto da Luca Barbareschi in collaborazione con Rai Fiction e Casanova. Un film anticamorra, in cui le scarpette di danza diventano protagoniste della lotta contro il buio della malavita. Già più volte è stata portata sugli schermi la battaglia contro la piovra e il crimine organizzato, attraverso storie di eroi, vittime mai sconfitte. Ma la peculiarità di questo film è il contrasto che risalta tra orrore e bellezza. Emerge la speranza, e soprattutto il coraggio di dire basta offrendo, ad un destino già segnato, la possibilità di riscatto. In punta di piedi: la trama In punta di piedi è ispirato ad una storia vera, ma non in senso stretto e al centro c’è il coraggio di quanti hanno deciso di anteporre la libertà alla schiavitù mentale della corruzione. Protagonista assoluta Angela (Giorgia Agata), una ragazza di undici anni che vive a Secondigliano, nell’entroterra napoletano. In una, dunque, tra le varie località partenopee inquinata dal veleno della malavita organizzata, che sembra non lasciare spazio a sogni di libertà e giustizia. Il sogno di Angela è quello di diventare una ballerina di danza classica professionista. Una passione sbocciata grazie anche alla pura amicizia che la lega alla sua coetanea Lucia. Angela prende a seguire lezioni di danza in una piccola scuola diretta da Lorenza (Bianca Guaccero), la quale non tarda a notare il talento innato della piccola. Ma Angela vive una realtà difficile, tra intrighi e terrore in un ambiente poco sicuro per una famiglia al centro di lotte tra clan. Suo padre Vincenzo (Marco Palvetti) è infatti capo piazza dei Peluso, che decide di tradire per entrare nelle file del clan avversario. Braccato dai suoi “vecchi amici”, Vincenzo costringe così la sua famiglia ad una vita di reclusione. Angela vede il suo sogno sgretolarsi, piombando nella disperazione. Ma contro tutto e tutti, e soprattutto contro il volere di Vincenzo, Nunzia (Cristiana dell’Anna), madre di Angela, dopo un’iniziale resistenza e rassegnazione ad una vita passiva, prende coscienza del dolore che attanaglia Angela, come tutte le vittime di un ambiente marcio e colluso. Nunzia intende concedere alla figlia una speranza di salvezza, consentendole, tra sacrifici e turbamenti, di realizzare il suo sogno e costruirsi una brillante carriera lontana dalla violenza della camorra, divenendo una famosa étoile. In punta di piedi. Il coraggio e la bellezza Angela riesce a forgiare un destino diverso da quello segnato in partenza. Ma ciò è reso possibile dal sacrificio e dal coraggio delle sue due eroine, la madre Nunzia e la maestra di danza Lorenza. Entrambe lotteranno per garantire alla piccola un futuro migliore, che spesso, in certi ambienti, stenta a realizzarsi. Esemplare, dunque, il coraggio di sua madre che, con sprezzo del pericolo e tra mille rischi, vuole regalare a sua figlia Angela una vita degna di essere […]

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Cucina & Salute

Cucina & Salute

Ricette con la Zucca: l’ortaggio che colora le tavole autunnali

La zucca è indubbiamente la protagonista più colorata e versatile delle nostre tavole autunnali, nelle sue molteplici varianti, tutte in eguale misura ricche di proprietà nutrizionali particolarmente benefiche per l’organismo. Appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee e originaria del Messico, dove sono stati ritrovati i semi più antichi, risalenti al VII sec. a.C., la zucca è stata diffusa dai coloni spagnoli in seguito alla scoperta dell’America e importata dal Nuovo Continente in Europa a partire dal 1500, insieme al pomodoro e alla patata: nel nord America, infatti, la zucca costituiva l’alimento basilare della dieta degli Indiani, dai quali, appunto, i coloni europei appresero a coltivarla. In Italia è ampiamente coltivata e consumata, costituendo l’ingrediente base di svariati piatti; essa è, inoltre, impiegata non solo in cucina, ma anche in medicina e in cosmesi, ad esempio nella preparazione di maschere e creme fai da te, emollienti per il corpo e fortificanti per capelli ed unghie fragili. Si tratta di un ortaggio molto ricco di varietà, per forma e colore: le specie più note sono la cucurbita maxima, molto voluminosa, farinosa e dolciastra, e la cucurbita moschata, dalla forma allungata, di medie dimensioni e dalla polpa più tenera. La zucca cruda si conserva nello scomparto delle verdure del frigo, coperta dalla carta trasparente, ma con l’accortezza di consumarla entro pochi giorni; se invece si preferisce congelarla, occorrerà raschiare la buccia, sminuzzare la polpa a dadini e sbollentarla. Le sue virtù sono molteplici, nondimeno ogni ricetta risulterà non solo salutare, ma anche invitante: gli ottimi valori nutrizionali unitamente alle cospicue proprietà benefiche per il corpo e la sua salute, rendono, infatti, la zucca un ortaggio eccellente, da consumare con frequenza nella stagione autunnale. Grazie al bassissimo contenuto sia glucidico che lipidico, alle notevoli percentuali di fibre, vitamine B e C, di sali minerali, soprattutto calcio, fosforo, potassio, zinco, selenio e magnesio, e all’ingente contenuto d’acqua, di cui è composta per circa il 90%, la zucca si presta validamente al consumo nelle diete ipocaloriche e in quelle dei pazienti diabetici: 100 grammi di zucca, infatti, apportano sole 26 kcal. La polpa risulta un vero scrigno di mucillagini, pectine e preziosi carotenoidi, noti per le loro eccellenti doti antiossidanti, in grado di contrastare l’insorgenza dei radicali liberi e conseguentemente prevenire lo sviluppo delle patologie cardiovascolari; la folta presenza di grassi buoni Omega-3 la rendono un’alleata ideale per la riduzione di colesterolo e trigliceridi ematici e per l’abbassamento della pressione sanguigna. L’elevato contenuto di fibre e acqua favorisce il corretto funzionamento del transito intestinale, contribuisce a ridurre l’assorbimento degli zuccheri nel sangue, agevola la diuresi e risulta particolarmente valido nel contrastare la ritenzione di liquidi e tossine trattenuti dall’organismo; la presenza di magnesio e triptofano, un amminoacido coinvolto nella produzione della serotonina, facilita il rilassamento muscolare e apporta benefici umorali. I semi, inoltre, risultano ricchi di fitosteroli, olii grassi, melene e fitolecitina; essi, inoltre, grazie alla presenza di cucurbitina, hanno una funzione terapeutica contro la tenia echinococco, meglio conosciuta come “verme solitario”, favorendone il distacco dalla parete […]

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Una mela al giorno toglie il medico di torno

La parola mela deriva dal latino malum, a sua volta risalente al greco mêlon, con radice –mal probabilmente indoeuropea, portatrice del significato “molle” o “dolce”. La sua etimologia è già indicativa di una delle caratteristiche più apprezzate della mela, cioè l’ottimo sapore zuccherino (fortunatamente) associato a un basso apporto calorico. È il frutto che per eccellenza ci fa compagnia tutto l’anno in quanto è il più destagionalizzato, e anche quello che ci regala più versioni di se stesso, poiché ne esistono circa 2000 varietà. Forse per questo, o anche per il suo essere un prodotto semplice ma assolutamente indispensabile, ha sempre esercitato un grande fascino nell’immaginario collettivo e nella narrativa, caricandosi di connotati simbolici. È proprio la mela il simbolo associato al peccato originale commesso da Adamo ed Eva. È la mela l’icona della città di New York, e anche quella scelta dall’azienda Apple. È proprio una mela, secondo la tradizione, ad essere caduta sulla testa di Isaac Newton facendogli scoprire la gravità, ed è proprio questa, ma ricoperta d’oro, che Paride assegnò ad Afrodite in qualità di dea più bella dell’Olimpo. La mela appartiene alla famiglia delle Rosacee. Ha un pomo definito globoso, è ombelicata e ha un colore che varia solitamente tra il rosso e il verde. Il picciolo è generalmente robusto e fissato alla sua forma tondeggiante in un incavo, alla cui estremità opposta si rintraccia la calicina. È uno dei primi alimenti che si consumano dopo il latte materno. Eppure sono in pochi a conoscere una verità sul suo conto: la mela è un falso frutto, in quanto solo il torsolo è il vero frutto, mentre la sua polpa succosa è il ricettacolo del fiore. Ma perché “Una mela al giorno toglie il medico di torno?” Sembra proprio che l’antichissimo proverbio sia stato convertito in verità scientifica: lo conferma uno studio condotto dal Dipartimento di Farmacia della Federico II, dal quale è stata siglata una collaborazione tra l’Università di Napoli e Il Consorzio della Melannurca. Proprio su questa specifica varietà della mela, la Melannurca, prodotto ortofrutticolo tipico della regione Campania, sono stati condotti studi ed esperimenti. I ricercatori hanno infatti estratto due nuovi prodotti nutraceutici in fase di sperimentazione da un campione selezionato di mele e appurato la loro efficacia terapeutica su diversi piani. In primo luogo la mela produce un significativo aumento del colesterolo buono a discapito di quello cattivo. Inoltre è da tenere in considerazione il suo effetto antidiabetico causato da un basso contenuto di zuccheri, il suo ruolo rinforzante per unghie e capelli, la sua utilità contro i calcoli renali in quanto combatte l’acidità di stomaco, e la sua ricchezza di fibre che svolgono numerose funzioni tra cui quella dello sbiancamento dentale. Non meno fondamentale risulta la sua duplice funzionalità: se consumata cruda è indicata per lenire la dissenteria, se consumata cotta invece è adatta a chi soffre di stipsi. Queste sono qualità tipiche di tutte le varietà della mela? Tutti i tipi di mela sono un farmaco naturale: la vitamina B1 che contiene aiuta a […]

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La ricetta della prelibatezza: i marron glacé

I marron glacé sono un tipico dolce francese e piemontese dal sapore e l’aspetto inequivocabile. Castagne, zucchero, acqua, vaniglia e pazienza: questi sono gli unici ingredienti necessari per prepararlo. Eppure il costo di questi particolari dolci dice il contrario. A renderli così prelibati è la loro particolare lavorazione in cui la castagna – necessariamente di qualità marrone – viene progressivamente sciroppata. Si penserà che l’origine di questa ricetta è da cercare senza dubbio in Francia. In effetti la città di Lione rivendica questo tipico dolce ma questa non è l’unica teoria. Molto più probabilmente le marron glacé sono nate nei dintorni di Cuneo. È proprio nella città piemontese che nel Cinquecento aveva luogo il più grande mercato di castagne e ancora oggi la zona è un importante punto di esportazione di questo frutto. Ai marron glacé è anche associato una figura: il cuoco del duca di Savoia Carlo Emanuele I. La ricetta compare nel trattato Confetturiere Piemontese e risale all’anno 1790. Come si preparano le marron glacé? Gli INGREDIENTI necessari sono: 1kg di marroni 500g di zucchero 1 bacca di vaniglia La particolarità del dolce richiede una particolare preparazione, che deve essere preparato a più riprese e necessita di un bel po’ di giorni. Innanzitutto – secondo la tradizione – le castagne devono essere lasciate in acqua per nove giorni al fine di facilitare la pelatura. Dopo la cosiddetta novena bisogna praticare un taglio a croce sulla buccia delle castagne e sottoporle ad un gesto di vapore o, in alternativa, pelarle a mano. A questo punto bisogna bollire le castagne in acqua. Non appena l’acqua giunge ad ebollizione bisogna lasciarvi le castagne a sobbollire per dieci minuti. Trascorso questo tempo, avendo cura di non farle sciupare, si deve estrarre i marroni con un mestolo forato. Non resta che preparare lo sciroppo con 300g d’acqua, lo zucchero e la stecca di vaniglia. Il composto deve bollire per cinque minuti, dopo di che possiamo incorporare le castagne e aspettare il bollore prima di spegnere il fuoco. Il tutto deve essere coperto con coperchio per 24 ore. Il giorno seguente e i due giorni successivi bisogna portare nuovamente a bollore lo sciroppo contenente i marroni e, sempre, dopo il bollore, spegnere la fiamma e coprire il composto per 24 ore. In alcune ricette è aggiunto in pentola progressivamente lo zucchero e si aspetta il raggiungimento di una temperatura sempre più alta giorno dopo giorno. Arrivati al quinto giorno i marroni devono essere scolati e posti ad asciugare su una griglia. Su di essi va versato lo sciroppo restante che, nel frattempo, deve essere portato a bollore. Ponendo le castagne ricoperte dalla glassa in un luogo asciutto – il forno andrà benissimo – essa avrà il tempo di solidificarsi. Ed ecco che i nostri marron glacé sono pronti! Possiamo scegliere di servirli in pirottini di carta e tenerli in frigo per due settimane oppure conservarli per alcuni mesi in contenitori di vetro ricoperti dal loro sciroppo di zucchero. E, come se non bastasse, il dolce si […]

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Le proprietà dei Fichi: usi cosmetici e proprietà del frutto

I fichi sono uno dei più deliziosi doni di agosto. Nonostante differiscano per forma e e colore, tutte le innumerevoli qualità hanno caratteristiche uguali. Sono dolci al palato e soprattutto ricchi di proprietà nutrizionali! Freschi o secchi che siano, i fichi sono infatti ricchi di benefici. Bisogna però tener presente che l’apporto di calorie tra i fichi freschi e secchi cambia notevolmente. Mentre i fichi freschi contengono 50 calorie per 100 grammi, quelli secchi ne contengono più del doppio e, essendo privi di acqua, i nutrienti presenti nel frutto sono più concentrati. Quali sono i benefici e le proprietà dei fichi? Sono ricchi di fibre, motivo per cui sono ottimi per la stitichezza. Agiscono si problemi intestinali al pari delle prugne, soprattutto se la loro assunzione avviene a stomaco vuoto. I loro zuccheri costituiscono per il ostro organismo una fonte di energia che per di più è molto più sana di un bignè! Essendo ricchi di calcio aiutano le nostre ossa e i nostri denti, specialmente se associati ad una corretta alimentazione. Sono ottimi in gravidanza! I fichi sono infatti un sano spuntino che apporta al corpo vitamine e sali minerali. Il calcio contenuto in essi aiuterà anche il corretto sviluppo delle ossa e della spina dorsale del bambino! I fichi sono ricchi di polifenoli che sono antiossidanti naturali. Questo significa che – combinati con una sana dieta e una giusto stile di vita – agiscono sulle nostre cellule prevenendone l’invecchiamento e la formazione di tumori. Prevengono la pressione alta perché sono poveri di sodio. Al contrario combinano potassio, cacio e magnesio. I fichi sono ottimi anche per il sistema immunitario  Migliorano la digestione ed equilibrano la nostra flora batterica essendo ricchi di prebiotici. Sono un ottimo alleato delle donne! Avendo potere antinfiammatorio possono essere applicati sulla pelle per curarne l’acne  Ecco come preparare un’ottima maschera ai fichi! Questa maschera è adatta per una pulizia del viso ma è perfetta per curare o prevenire la disidratazione causata dal freddo. Basterà seguire pochi semplici passi e il risultato è  Il procedimento è elementare: bisogna ricavare dai fichi una purea, schiacciandoli con l’aiuto di una forchetta. Il prodotto deve essere mescolato con un cucchiaio di olio, preferibilmente  di mandorle. In alternativa si può scegliere di utilizzare una variante con l’olio di oliva, che è di solito usata per favorire una corretta esposizione della pelle al sole. Per ottenere un’azione esfoliante è preferibile applicare l’impasto sulla pelle con un leggero strofinio. Basterà lasciare agire la maschera per dieci minuti. Al risciaquo la pelle apparirà con effetto immediato più liscia e morbida al tatto.assicurato! È così che i fichi ci beneficiano con le loro proprietà donandoci bellezza sia interiore che esteriore. Tutto ciò combinato ad un irresistibile gusto!   

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La vera Cenerentola è la napoletana Zezolla

A tutti, adulti e bambini, è nota la fiaba di Cenerentola. Ma pochi forse sanno che la Cenerentola di Charles Perrault e dei fratelli Grimm, oppure la versione per piccini prodotta da Walt Disney, è in realtà il riadattamento della fiaba napoletana La Gatta Cenerentola. Tale è contenuta nella straordinaria raccolta di favole Lo cunto de li cunti, overo lo trattenemiento de peccerille (1634-1636), scritta dal letterato e scrittore napoletano Giambattista Basile. La Gatta Cenerentola e il Pentamerone di Giambattista Basile La Gatta Cenerentola risulta essere una delle più maestose e complesse opere in Lingua Napoletana, e, insieme alle altre, successivamente tradotta dal filosofo Benedetto Croce. Tale versione originale in napoletano è stata resa nota al pubblico grazie alla rappresentazione teatrale di Roberto De Simone, ripresa anche da Peppe Barra. L’opera di Basile in cui si inserisce la fiaba è nota anche con il titolo di Pentamerone, seguendo il modello del Decameron di Boccaccio. La raccolta è costituita infatti da 50 fiabe, scritte in lingua napoletana, raccontate da 50 novellatrici in cinque giorni. A differenza dell’opera boccacciana, quella di Basile attinge a temi diversi e soprattutto utilizza toni fiabeschi. Non novelle, ma fiabe. Tuttavia le fiabe di Basile, sebbene lascino intendere di esser rivolte ad un pubblico infantile, risultano in alcuni tratti abbastanza crude. Pertanto la raccolta è destinata ad un pubblico di adulti, in quanto la fiaba è la forma di espressione popolare scelta da Basile per rendere immediati e fruibili una materia abbastanza complessa e l’insegnamento che se ne deduce. A differenza della Cenerentola di Walt Disney e dei fratelli Grimm, la protagonista della fiaba di Basile, Zezolla, si macchia dell’omicidio della matrigna, persuasa dall’amabile maestra, che diventerà per lei una matrigna peggiore della prima. I toni risultano dunque abbastanza forti. La stessa protagonista eroina, per un attimo, viene dipinta con un’anima dark, spinta al misfatto dalla disperazione e ancor più dalle mire di quella maestra che si finge inizialmente amorevole solo per concretizzare i suoi piani di ricchezza, sfoderando poi pura cattiveria e il più cupo egoismo. Non è la versione conosciuta dalle bambine. Ma è quella originale, in cui Basile riesce magistralmente a porre l’accento sul reale, e non solo sulla fantasia, trasmettendo al pubblico messaggi di verità attraverso la semplicità e i toni fanciulleschi. Zezolla, la Gatta Cenerentola. Orgoglio partenopeo Ma a rendere così interessante quest’opera non è certamente solo il contenuto: la ciliegina è offerta dalla veste linguistica! È straordinario pensare infatti che la prima versione in assoluto della fiaba Cenerentola sia stata scritta in lingua napoletana da un napoletano. Non a caso viene utilizzato il sostantivo “lingua” e non “dialetto”, dal momento che l’Unesco riconosce ormai il napoletano come lingua a tutti gli effetti. Questo riconoscimento, nazionale e mondiale, è dovuto alla sua lunga tradizione artistica e culturale. Il napoletano, a differenza di altri dialetti, ha una sua forma scritta, con una sua grammatica, affermatasi attraverso lo sviluppo di una letteratura tutta partenopea, composta da opere, canzoni e poesie che ne hanno sancito […]

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Terme di Caracalla in 3D: i vantaggi della realtà aumentata

A partire dal 20 dicembre 2017, il percorso delle Terme di Caracalla sarà consolidato dalla disponibilità di speciali visori, che consentiranno una visione tridimensionale degli ambienti, ricostruiti nella loro architettura e decorazione originarie, al fine di fornire una vista competa del sito a 360°; tale innovativo strumento di potenziamento alla visita è stato presentato dalla Soprintendenza speciale di Roma Archeologia/Belle Arti/Paesaggio, guidata da Francesco Prosperetti ed è intitolato «Caracalla IV dimensione/ Immergetevi nelle Terme più belle del mondo». Il progetto, coordinato da Francesco Cochetti di CoopCulture con l’ideazione tecnologica di Francesco Antinucci del Consiglio Nazionale delle Ricerche, frutto di un meticoloso lavoro storico e scientifico, assorbe ricerche e scavi trentennali riguardanti il sito archeologico, promossi per iniziativa dell’attuale direttrice Marina Piranomonte. «Grazie alla tecnologia – chiarisce il soprintendente Prosperetti – dotiamo le Terme di Caracalla di un indispensabile supporto per consentire di vedere non solo gli spazi, ma anche gli strabilianti apparati e gruppi scultorei che decoravano gli ambienti antichi»: le Terme di Caracalla diventano, così, il primo grande sito archeologico italiano interamente fruibile in 3D. Le Terme di Caracalla come le vedevano i romani: indietro nel tempo con il 3D I visori tridimensionali saranno a disposizione all’ingresso a un costo di 7 euro, pari a quello delle normali audioguide; la tecnologia del visore si basa su un cellulare di ultima generazione dotato di un software innovativo, che consentirà di scegliere un punto delle dieci tappe indicate nella mappa per ritrovarsi in un vero e proprio video-intrattenimento totalizzante, sia culturale che spettacolare. «Si parte con una dotazione di 30 visori, ma l’idea – spiega Giovanna Barni, presidente di CoopCulture – è aumentarne il numero in vista dell’estate; nel tempo si potrebbero aggiungere anche game e mappe digitali». L’applicazione della realtà aumentata permetterà, dunque, un costante confronto tra la realtà contemporanea delle rovine e la ricostruzione virtuale. Enormi e spettacolari, adorate dagli antichi romani che a migliaia le affollavano ogni giorno, queste grandiose terme pubbliche furono fatte costruire dall’imperatore Caracalla sul Piccolo Aventino tra il 212 ed il 216 d.C., destinate principalmente ai residenti della I, II e XII regione augustea, ovvero l’area compresa tra il Celio, l’Aventino e il Circo Massimo. Le Terme di Caracalla nei secoli hanno rappresentato una miniera di tesori a cielo aperto: le numerose opere d’arte ivi rinvenute nel corso dei vari scavi sono, infatti, andate disperse nelle piazze e nei palazzi nobiliari di tutta Italia, soprattutto nel Rinascimento. Di queste, le tre gigantesche sculture Farnese, il Toro, la Flora e l’Ercole, unitamente alla vasca in porfido rosso del frigidarium, si trovano ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli; il mosaico policromo con ventotto figure di atleti, scoperto nel 1824 nell’emiciclo di una delle palestre, è ai Musei Vaticani; due grandi vasche di granito recuperate dal complesso si trovano attualmente nel cortile del Belvedere, presso i Musei Vaticani; il secondo Ercole è alla Reggia di Caserta, mentre le colonne della Biblioteca delle Terme si trovano dal XII secolo a Santa Maria in Trastevere; infine, la Colonna […]

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Profilo di emozioni a cielo aperto: arte urbana

È magia che grida, denuncia, che s’impone, anomalia che incanta: è l’arte a cielo scoperto che si fa guardare anche dai distratti, è arte urbana. L’arte urbana, globalmente detta street art, non ha una definizione che la circoscriva in un modus o un periodo ben definito, anzi potremmo descriverla come l’insieme di tutte quelle forme d’arte che nascono e si stabiliscono in luoghi pubblici, a cui chiunque può accedere, artisti e curiosi. La caratteristica più forte dell’arte urbana è probabilmente l’artista che se ne fa messaggero: il fine è comunicare, che sia un sentimento che esige di vedere la luce, un muro da abbattere o una fiamma da tenere accesa in nome della speranza che il sole un giorno splenda davvero per tutti. L’arte urbana nasce, dunque, dall’immortale esigenza sociale di farsi ascoltare: un insieme di linee e colori sono i segni del linguaggio universale di chi ha qualcosa da dire. Sembrerebbe di ascoltare un dialogo a tre voci, quello tra il territorio, l’artista e la sua passione. Quando l’arte chiama, chi l’ascolta risponde con ogni mezzo. Arte urbana tra graffiti e murales Lo ha detto il più celebre tra gli esponenti della street art, il provocatorio Banksy, che “l’arte deve confortare il disturbato e disturbare il comodo”. Non per questo, però, l’ arte urbana va confusa e mischiata con il graffitismo e il muralismo. Figlio della cultura hip-hop, il graffito è legato alla forma delle parole, alla vernice spray e all’identità del suo autore (al punto che il semplice logo o nome d’arte del “graffitaro” è da considerarsi un graffito). Non a caso, in inglese il fenomeno viene detto Graffiti Writing o semplicemente Writing: quando si parla di graffiti ci si riferisce, infatti, a scritte dagli stili più disparati, mai a disegni o simboli. Al graffitismo, inoltre, viene spesso associato il fenomeno del vandalismo, eppure i graffitari che hanno a cuore l’arte (e che su di essa, da artisti, compiono un lavoro di studio e di ricerca) si dissociano dai criminali che sfigurano edifici pubblici e d’immenso valore storico-artistico, delinquenti che difendono un reato come atto di denuncia sociale. Solitamente, infatti, le amministrazioni comunali mettono a disposizione spazi inutilizzati o periferici in cui chiunque può sentirsi libero di far passare la sua visione del mondo attraverso la bomboletta e i pennelli. Ancora sui muri, ancora diversi, sono i murales. Un murale (in spagnolo mural) è a tutti gli effetti un dipinto senza cornice, un quadro fatto direttamente su una parete e che si estende su tutto lo spazio disponibile o necessario. Da strumento di lotta sociale a espressione creativa che impreziosisce un luogo e attira spettatori, i murales rientrano perfettamente in ciò che l’arte urbana è e rappresenta. Il muralismo colora, come ha ricolorato il quartiere romano di Tor Pignattara: è I Love Torpignart, un progetto supportato da gallerie d’arte e dai cittadini della zona (un tempo disastrata, oggi inserita negli itinerari di turisti interessati) che hanno visto le facciate delle loro abitazioni prendere vita attraverso i disegni di […]

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La Donazione di Costantino: falsa da 500 anni

Considerata una delle più grandi imposture della storia, la Donazione di Costantino continua a suscitare fascino e curiosità. Nel 2017 il trattato di Lorenzo Valla, che ne smaschera la clamorosa falsità, ha compiuto 500 anni dalla sua pubblicazione. Il più celebre alibi del radicamento del potere della Chiesa sulla terra fatta a brandelli da uno studio filologico: è così che il grande umanista ha distrutto un intero passato storico di falsa testimonianza. Distrutto, ma anche salvaguardato. La Donazione di Costantino: quali bugie racconta? Nella sua Donazione, datata 30 marzo 315, l’imperatore Costantino I Il Grande avrebbe conferito a papa Silvestro I la giurisdizione civile su Roma, sull’Italia e sull’Impero romano d’Occidente, ammettendo la superiorità del potere papale su quello politico, su tutti i sacerdoti del mondo, sui cinque patriarcati (Roma, Costantinopoli, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme). Chiara legittimazione delle mire temporali universalistiche delle istituzioni ecclesiastiche nel Medioevo, la Donazione di Costantino riporta un editto che Costantino non aveva mai emesso. Tale documento godette del rispetto e dell’adesione di molteplici figure nel corso della storia: riesumata da papa Leone IX nel 1053, è citata anche da Dante Alighieri nel De Monarchia, il quale però la priva del suo valore giuridico. Secoli di storia canzonati dal tentativo di rendere perfettamente giustificabile l’autorità del papato su quella del sovrano. La Donazione di Costantino racconta moltissimo dell’epoca in cui realmente fu registrata, probabilmente compresa tra il 750 e l’850, e della ricerca spasmodica una legittimazione temporale da parte della Chiesa. Nessuno ha mai dubitato per anni della veridicità dell’editto – perfino i nemici del potere temporale della Chiesa lo assurgono come veritiero – e questo ha generato le conseguenze più durature. 500 anni fa la Donazione di Costantino si scopre falsa: i meriti di Valla A porre rimedio al più grande falso della storia è stato Lorenzo Valla, eccelso umanista, filologo, scrittore, nato a Roma e mai morto per i contributi elargiti al mondo della cultura. Avverso all’aristotelismo e alla cultura scolastica, allarga la sua polemica a tutto ciò che è astrazione e dogma e erge la lingua a eccelso strumento di comunicazione. Sviluppa un metodo filologico attento alla storicità e connette il proprio amore per le humanae litterae all’impegno civile. Proprio in quest’ottica si inserisce la stesura del suo De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio, redatto nel 1440 e pubblicato esattamente cinquecento anni fa, nel 1517. Lorenzo Valla si avvale delle proprie competenze storiche e linguistiche, e anche di una certa dose di indignazione, per dimostrare che la Donazione di Costantino è stata realizzata negli ambienti ecclesiastici durante il Medioevo. I suoi studi filologici rivelano in maniera inequivocabile che il latino adoperato non poteva essere antecedente rispetto alla proclamazione di Costantinopoli come capitale nel 330. Mette in rilievo la presenza di barbarismi, di concetti come quello di feudo, che non potevano sussistere all’epoca dell’imperatore Costantino. 500 anni fa il mondo veniva a conoscenza di una delle più scandalose menzogne storiche conservatasi nei secoli. Lorenzo Valla, intellettuale critico e grintoso, ripara gli squarci […]

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Novità nel campo della messaggistica: WhatsApp Business

La più famosa app di messaggistica si evolve in una nuova versione, WhatsApp Business, con nuove funzioni che rendono la piattaforma con cui siamo abituati ad interagire ogni giorno ancora più efficiente e pratica. WhatsApp Business: cos’è e come funziona Gratuita e già disponibile sul Play Store per android, ma non ancora per iOS, la novità di WhatsApp Business è già arrivata in Italia e contemporaneamente in Indonesia, negli USA, nel Regno Unito e in Messico, mentre nelle prossime settimane è previsto il suo approdo in molti altri Paesi. È in primis il nome dell’applicazione a suggerire il primo elemento che la differenzia dalla versione standard: con WhatsApp Business è possibile creare il profilo della propria attività, ovviamente associato ad un numero di cellulare, con tutte le informazioni utili (indirizzo, sito web, email e numeri di telefono a cui fare riferimento) affinché l’impresa venga diffusa e conosciuta da più persone possibili. Riconoscere un account aziendale è semplice: risulterà contrassegnato da una spunta blu, la stessa che su Facebook, Instagram e Twitter contraddistingue i profili verificati. Oltre a poter impostare un messaggio di benvenuto rivolto a tutti i clienti che s’imbattono nella vostra attività per la prima volta, questa nuova versione di WhatsApp, grazie alle statiche in continuo aggiornamento, rende semplicissimo tenere sotto controllo il numero di messaggi inviati o visualizzati. “Messaggia di più, lavora di meno” recita la pagina di presentazione dell’applicazione sul Play Store: viene, infatti, introdotta anche la possibilità di impostare risposte rapide o salvare messaggi predefiniti per velocizzare la diffusione di informazioni (soprattutto quelle richieste più spesso). Inoltre, qualora foste impegnati (supponiamo, a lavorare) e impossibilitati a rispondere al cellulare, l’app permette di impostare un messaggio d’assenza avvisando i clienti della temporanea distanza e dell’imminente ritorno: perché no, anche suggerendo loro gli orari migliori per contattarvi. In più, il team di WhatsApp ci informa che «gli attuali utenti WhatsApp potranno continuare ad usare la loro applicazione senza bisogno di scaricarne una nuova e continueranno ad avere pieno controllo dei messaggi che ricevono, inclusa la possibilità di bloccare qualsiasi numero (compresi i numeri delle attività), e di segnalare messaggi di spam». Ci sono cose, però, che non cambiano mai, come la grafica (col caratteristico colore verde) e WhatsApp Web, per accedere al proprio profilo da computer. Se anche questa nuova funzione si rivelerà un successo sarà il tempo a dimostrarlo, d’altro canto però, Mark Zuckerberg con la sua rivoluzione dei social network si riconferma il giocatore con tutte le carte giuste per rappresentare una pietra miliare dello sviluppo tecnologico del nuovo millennio.  

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Bitcoin: oltre 20.000$, boom della criptovaluta

Nell’ultimo anno i bitcoin sono saliti prepotentemente alla ribalta, con un utilizzo in vari campi illeciti ed un valore che ha quasi raggiunto i 20.000 dollari. Nel 2010 un bitcoin valeva 7 centesimi di dollaro, nel 2013 ha superato i 100$ ed in quest’ultimo anno è schizzato da 1000$ a quasi 20.000$. Come si spiega una crescita così vertiginosa? Bitcoin: il funzionamento Partiamo dall’inizio: i bitcoin sono una moneta virtuale “open source”. Nascono nel 2009 per iniziativa di Satoshi Nakamoto, pseudonimo di autore ignoto. Scopo del progetto: creare un sistema monetario decentralizzato, libero da ogni controllo esterno e basato sulla crittografia. Per poter utilizzare dei bitcoin basta un software da installare sul computer e diventare così un nodo della rete. Il funzionamento è abbastanza complesso e meritevole di approfondimenti, proviamo a spiegarlo in sintesi. Le transazioni tra gli utenti sono basate sulla crittografia asimmetrica, uno scambio di criptovaluta è praticamente uno scambio di messaggi cifrati. Questo garantisce che il trasferimento possa avvenire solo tra gli indirizzi che hanno concordato lo scambio (ma non ne garantisce l’identità nel mondo reale: non è di solito possibile risalire a chi c’è dietro un indirizzo bitcoin). Poi c’è la blockchain, il libro mastro di tutte le transazioni, di cui ogni utente ha una copia. Affinché una transazione in bitcoin sia valida deve essere inserita nella blockchain, questo è un processo basato sul calcolo di hash SHA-256. Richiede numerosi calcoli ripetitivi, svolti da nodi detti miners, che ottengono una ricompensa in bitcoin se trovano la soluzione (ricompensa che si dimezza ogni quattro anni). Maggiore è il numero di miners, maggiore è la difficoltà di calcolo e quindi la quantità di energia necessaria a risolverli: attualmente i calcolatori della rete bitcoin consumano più elettricità dell’Irlanda in un intero anno. Le transazioni possono includere una commissione che sarà riscossa dal nodo che la inserirà nella blockchain, guadagno aggiuntivo per i miner. Altro fattore da tenere in conto: la criptovaluta è progettata in modo tale da permettere la creazione solamente di 21 milioni di bitcoin. Raggiunto questo limite i miner guadagneranno solamente dalla commissione, portando probabilmente ad un innalzamento dei prezzi delle stesse (le transazioni con commissione più alta avrebbero ovviamente precedenza per l’inserimento nella blockchain). Detto questo, l’idea di moneta indipendente per ora non si è realizzata: attualmente gli intermediari ed i gestori di nodi e/o pool con una notevole capacità di calcolo hanno una notevole influenza sull’andamento del bitcoin. Finiti gli aspetti tecnici si passa a quelli finanziari: da dove arriva il valore record di 20.000 dollari? Non esiste una banca centrale che possa regolare il valore del bitcoin, il cambio dipende dalla volontà degli intermediari e dalla legge della domanda e dell’offerta. Negli anni passati il prezzo del bitcoin era salito grazie all’uso su siti come Silk Road, negozi online di droga e merci illecite di ogni tipo. Un meccanismo anonimo come bitcoin era l’ideale per attività del genere, ma molto probabilmente non sono state quelle a generare l’incedibile aumento di prezzo del 2017. Infatti […]

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SKY Q, il nuovo modo di guardare la TV

“Dimenticatevi la parola decoder, da oggi nasce un nuovo modo di guardare la televisione, un modo che tiene conto delle diverse esigenze, del tempo libero che uno ha a disposizione e che è uno dei nostri beni più prezioso“. Risuonano interessanti le parole di Andrea Zappia, amministratore delegato di Sky Italia. Alla recente presentazione di Sky Q egli ha esposto le potenzialità del nuovo non-decoder. Sky Q: addio al decoder A quanto pare si tratta di una piattaforma tecnologica che consente di guardare i programmi, lineari, on demand e registrati, su tv e device e senza cavi. Zappia lo ha definito “un sets box che in realtà è un piccolo computer“. Il gioiello di Sky Q sarà Sky Q Platinum, il pezzo principale del nuovo metodo di trasmissione dati. Esso sarà collegato alla parabola e alla rete internet come tutti gli altri decoder Sky. La novità sta nel fatto che può essere collegato anche ad altri televisori – massimo cinque – attraverso dei piccoli box, gli Sky Q Mini. Le potenzialità si estendono: su ogni televisore si potrà guardare un programma diverso e lo stesso sarà per smartphone e tablet. Il vantaggio di questa rete – oltre l’assenza dei numerosi fastidiosissimi cavi – sta nel fatto che tutte le informazioni saranno condivise su questa piattaforma: si potrà scegliere per esempio di interrompere un programma su uno schermo e riprenderlo dallo stesso punto su un altro. La memoria di Sky Q Platinum è pari a 2 terabyte. Questo vuol dire che si potrà registrare qualsiasi programma fino a mille ore di contenuti. Inoltre sarà possibile registrare quattro canali contemporaneamente, mentre se ne vede un quinto. Il collegamento – anche da smartphone e tablet – può avvenire fuori casa con Sky Go Q. Il tutto coronato da un design elegante e moderno. Verso il futuro… “Tutto questo consentirà un modo di guardare la televisione fino ad oggi impossibile, con una tecnologia che entra nella quotidianità – ha detto Zappia –. Per noi è un momento di straordinario entusiasmo come quanto abbiamo cominciato questa avventura 14 anni fa“. Correva infatti l’anno 2003 quando Sky presentò il suo primo decoder che, da allora, ha compiuto molti passi in avanti. L’installazione dell’ecosistema Sky – con box Platinum e di uno Sky mini – costa 199 euro. Per gli Sky mini aggiuntivi il costo sarà di 69 euro a testa. Sky ha già pensato a promozioni e pacchetti speciali per i nuovi clienti. “Investire in innovazione e tecnologia è stato sempre uno dei nostri punti di forza” ha detto Zappia. Secondo l’amministratore delegato la nascita di Sky Q dovrebbe aprire la strada ad altri servizi che potranno essere presentati nei prossimi mesi. Ha parlato di 4K hadr, uno standard di definizione più evoluto, di Sky Soudbox per una visione a 360 gradi, di Voice Contro, per il controllo vocale e di un misterioso Sky Q Black.

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Fun & Tech

Food delivery, tante app per il cibo a portata di click

È da qualche anno che è disponibile ogni sorta di app legata al food delivery, il cibo a domicilio. La concorrenza come si sa in questi casi è spietata e le app diventano sempre più performanti. Chiaramente i servizi sono sempre più diffusi e disponibili nelle grandi città, dove il tempo di cottura è sempre troppo lungo e dove, purtroppo, gli ingredienti giusti sono qualcosa che sembra appartenere solo alle casalinghe che riescono a districarsi tra orari e scelte. Era il 1993 qundo Mrs Doubtfire fece capire al mondo quali erano i problemi nella ricerca del cibo a domicilio. Con le app oggi a nostra disposizione, sicuramente riusciremo a gestire la situazione meglio di Robin Williams nelle vesti della famosa tata. La teach industry non poteva farsi scappare i milioni di appetibili utenti che, dopo aver provato a preparare le ricette provenienti da La Prova del Cuoco a MasterChef, si sono resi conto che la parte migliore della cucina è la tavola. Il tempo dunque gioca a favore degli sviluppatori del digital take away che guerreggiano in campo sfoderando le loro armi. Dai metodi di pagamento alle chat per deliberare dal miglior prezzo al miglior prodotto, le applicazioni forniscono varie opzioni a disposizione degli utenti. Ma quali sono le più in voga al momento? La lista è assai più lunga della nostra piccola classifica. Abbiamo testato le app per capire quali sono quelle più gestibili e che davvero agevolano un probabile utente. All’ultimo gradino della nostra piccola classifica si pone sicuramente Just Eat. In un’unica parola, superata. Il sistema è più che vetusto, di fantasia ce n’è poca e purtroppo, inserito il nostro indirizzo, ci vengono proposti tanti ristoratori che hanno aderito al sistema, con non poca confusione e dando poca importanza a cosa pensano gli utenti dei vari servizi. Forse il complesso sistema è dovuto anche alle non poche fusioni e assorbimenti che il colosso mondiale del food delivery ha eseguito negli ultimi anni. Il pensiero va sicuramente alla triste vicenda della start app Pizzabo, gioiellino bolognese, letteralmente fagocitata. Subito dopo la precede Moovenda. Molto fruibile con un tocco di colore che riesce sempre a farla apprezzare. Purtroppo molti ristoratori che hanno aderito affidando le loro ordinazioni a quest’app risultano poco flessibili alle esigenze last minute. Per fortuna l’app ci avvisa dell’indisponibilità. Tante sono le food delivery app e tante sono le classifiche stilate per riuscire ad orientare i degustatori più difficili, ma soprattutto quelli più coraggiosi Sul podio troviamo più che un’app, una grandiosa start app. Fanceat fa sentire il suo potenziale da Torino. I grandi menù degli chef stellati saranno a nostra disposizione. Ordinato l’occorrente arriverà a casa nostra un kit che non potrà che farci fare bella figura con i nostri ospiti. Istruzioni per l’uso e pesce già sfilettato, salse da scaldare e cibi da impiattare. In 48h è garantita la consegna in tutta la nazione, in giornata solo nel torinese. È chiaro, è tutto da programmare, ma per le cene importanti forse uno sforzo lo potremo fare. […]

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La piccola Parigi, il romanzo di Alessandro Tonoli

La piccola Parigi – Leggende di Cabiate è un romanzo scritto da un giovanissimo studente, Alessandro Tonoli, e pubblicato da GWMAX Editore. A cosa faccia riferimento il titolo non è chiaro nemmeno ai protagonisti della storia, che decidono di attribuire tale nome a volte a una piccola e sconosciuta bambina, a volte alla città di Cabiate. O a entrambe. La cosa certa è che è una storia d’amore, tutt’altro che ordinaria e convenzionale. La piccola Parigi, una storia di sogni e desideri Cabiate è un piccolo comune in provincia di Como. Qualcuno lo chiama la “Piccola Parigi”, qualcun altro attribuisce il nome a una dolcissima bambina che gironzola saltellando per la città, vestita di rosso. Nessuno sa chi sia, ma tutti la conoscono: è colei che parla sempre con tutti e ha un sogno quasi surreale ma rispettato con assoluta dignità dagli abitanti della cittadina. La piccola vorrebbe far crescere un seme molto particolare al centro dell’unico spazio verde di Cabiate. A raccontare questa vicenda è il nonno di Chiara, che dopo la morte della propria compagna di vita, sente di dover svelare un segreto alla sua nipotina di 10 anni. Chiara, come tutti i bambini della sua età, si mostra inizialmente irrequieta e reticente, ma le basta percepire quanto ciò sia importante per il nonno da sedersi buona e restare immobile prima di dover fare i compiti. Poche parole e la sua attenzione viene completamente catturata: ascolta con espressione solenne, introducendosi prudentemente quando sente di tradire la propria infantile curiosità. Lei assomiglia terribilmente alla Piccola Parigi e, come assorbe tutta la storia, si ritrova improvvisamente a condividere con il nonno qualcosa di estremamente importante, forse più di quanto lei stessa possa comprendere. A colpirla è la consapevolezza del peso di una vita fatta d’amore e devozione, di un affetto talmente profondo da legare due persone in maniera indissolubile, persino dopo la morte. Chiara sarà felice, nonostante il romanzo porti, al suo completamento, strascichi di pura amarezza, di quelli difficili da mandar via.

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Libri

120, rue de la Gare: l’ultima inchiesta di Nestor Burma

120, rue de la Gare è uno dei romanzi di Leo Malet, da sempre considerato uno dei maggiori rappresentanti del noir francese (insieme a George Simenon e André Héléna). L’opera rappresenta l’ultima inchiesta di Nestor Burma, investigatore privato dai metodi di indagine decisamente anarchici. Riproposto al pubblico (dallo scorso gennaio) dalla Fazi Editore, 120, rue de la Gare è l’indirizzo che viene sussurrato a Nestor Burma, di ritorno dal campo di prigionia (siamo nel pieno della Seconda guerra mondiale) dal suo socio Colomer, prima che un colpo di pistola freddasse il suo collaboratore, proprio nel momento in cui si stavano salutando dopo tanto tempo, nella stazione ferroviaria.  Burma era un investigatore privato prima che la guerra chiudesse la sua agenzia Fiat Lux che gestiva proprio insieme a Colomer e alla bellissima segretaria Hélène Chatelain. Così, finita la guerra e lasciato l’ospedale dove era stato ricoverato dopo l’incontro con Colomer, che gli era costato una brutta caduta, Burma riprende di nuovo possesso della sua vita e della sua attività, iniziando ad indagare proprio sull’assassinio del suo collaboratore, contando sull’appoggio “formale” del poliziotto Florimond Faroux ma agendo in totale anarchia, al limite della legalità e mostrando – come negli altri romanzi che lo vedono protagonista – un fiuto fuori dal comune. Vari gli indiziati, compresi la ex segretaria dell’agenzia investigativa e un prigioniero con un grave problema di amnesia, e numerosi saranno i tentativi di depistaggio da parte dei colpevoli insieme agli immancabili colpi di scena. 120, rue de la Gare: un caso intricato e coinvolgente Un caso intrigante ed intricato che stuzzicherà il lettore dalla prima all’ultima pagina. Bisogna però aggiungere che 120, rue de la Gare è un tipo di romanzo che si rivolge soprattutto a coloro i quali amano particolarmente i polizieschi che sposano il ritmo del noir francese, sicuramente più lento rispetto a quello americano. 120, rue de la Gare viene considerato un classico del noir francese (infatti da 120, rue de la Gare è stato tratto anche un film nel 1946 di J. Daniel-Norman) insieme agli altri romanzi dello scrittore Malet, tra i quali ricordiamo – oltre agli altri romanzi-inchieste di Nestor Burma – le seguenti opere parimenti riproposte dalla casa editrice Fazi: La vita è uno schifo, Il sole non è per noi, Nodo alle budella. 

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Libri

Oltre l’inverno: il nuovo libro di Isabel Allende

La casa degli spiriti, Eva Luna, L’amante giapponese, L’isola sotto il mare, Inés dell’anima mia, sono solo alcuni dei titoli che richiamano alla mente una delle più importanti scrittrici della narrativa contemporanea: Isabel Allende. Quando Isabel Allende decide di cominciare a scrivere un romanzo, lo fa sempre l’8 di gennaio, perché proprio in questa data intraprese la stesura del suo primo libro, che l’ha decretata scrittrice di successo mondiale: La casa degli spiriti. Scaramanzia o meno, Allende non sbaglia mai un colpo. Conferma di ciò è la sua ultima pubblicazione: Oltre l’inverno, edito da Feltrinelli nel 2017. Oltre l’inverno: la trama L’inverno dell’anno 2015 è particolarmente freddo a Brooklyn e una tempesta di neve paralizza l’intera città, provocando problemi alla viabilità e ai riscaldamenti nelle abitazioni. È in questo scenario freddo che si intrecciano le vite di tre persone completamente diverse tra di loro e, in apparenza, senza nulla in comune: Lucìa Maraz, donna cilena che lascia la sua patria durante l’insediamento di Pinochet; Richard Bowmaster, professore universitario disilluso e tormentato dal passato; Evelyn Ortega, ragazza immigrata dal Guatemala.  Il destino, sempre in allerta e pronto a intervenire quando è necessario, tesse i fili dei tre protagonisti attraverso un incontro fortuito che diventa l’inizio di un’avventura e, in seguito, di un legame di sguardi e affetti, sentimenti vecchi e nuovi, gioventù e vecchiaia. Durante la tempesta di neve Richard decide di uscire con l’automobile e tampona involontariamente una macchina, alla cui guida c’è Evelyn. Un banale incidente che Richard dimentica velocemente appena rientra a casa, nella tranquillità delle sue mura domestiche e tra i suoi numerosi gatti, fin quando Evelyn non viene a bussare alla sua porta per chiedergli aiuto e Richard non riesce a trovare altra soluzione che rivolgersi a Lucìa, la bizzarra cilena a cui ha affittato un appartamento nel suo stabile.  Un tamponamento che Richard crede casuale si tramuta in un’avventura che vedrà coinvolti i tre e che prenderà una piega inaspettata.  Lo stile inconfondibile di Isabel Allende Isabel Allende non delude mai. Non può farlo perché il suo stile ha il potere di trascinare in un vortice di emozioni, di far viaggiare in un passato che sembra lontano e invece è più vicino che mai, di trasportare in scenari diversi, affascinanti, crudeli a volte, ma sempre realistici. Il suo mescolare le vite dei personaggi in uno sfondo storico rende ancora più reale ciò che si sta leggendo. Questo stile lo si ritrova completamente anche in Oltre l’inverno, dove l’avventura che si ritroveranno a vivere i tre protagonisti fa solo da sfondo alle loro storie personali. Storie di un passato che, anche se per motivi diversi, Richard, Evelyn e Lucìa vorrebbero lasciarsi alle spalle, ma vi sono ancora troppo ancorati. Storie di amori, dolori, affetti familiari, abbandoni e ritrovi che passano dall’uno all’altro, in un continuo alternarsi tra passato e presente.  La svolta thriller che assume il romanzo rappresenta solo un espediente per indagare sulle vite dei tre e fare in modo che escano “dall’inverno in cui sono rimasti intrappolati”. «Risolvere il […]

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Libri

Ah, ma è BUFALE.NET! Lotta alla disinformazione per la GM Press

«Lercio e gli sbufalatori sono ormai fedeli alleati che conducono fianco a fianco l’ardua battaglia per vaccinare il web contro le notizie infide e truffaldine». Con questa condanna alle bugie telematiche si apre il libro dei debunker più agguerriti del web, Claudio Michelizza e Fabio Milella, inchiesta giornalistica pubblicata per la GM Press lo scorso dicembre: BUFALE.NET. Ammettilo… Ne hai condivisa qualcuna. Un titolo che non può di certo lasciare indifferenti nemmeno i più abili della rete che tra social network e siti di intrattenimento si soffermano abitualmente sui titolo shock accalappia – moralisti. La famosa piattaforma giornalistica Lercio nasce d’altronde proprio dalla spinta propulsiva di quei giornalisti un po’ “impulsivi”, o di quelli che si improvvisano tali tra le fitte trame della rete. La prefazione al libro BUFALE.NET si apre nel nome di una missione nata per loro quanto per Lercio.it nel 2013, quando di questi titoli tronfi e ingannatori pullulavano le righe degli articoli in costante circolazione. Non raro l’intervento di lettori incalliti e pronti a fare del facile moralismo, ingannati dalle menzogne ricoperte di oro colato. La soluzione di Lercio è ormai nota: l’espediente di titoli paradossali richiama l’attenzione tanto di creduloni quanto degli abituali frequentatori, consci dell’escamotage parodico della pagina. Per tutti loro ormai è prassi pronunciare la nota sentenza: «Ah, ma è Lercio!». Claudio Michelizza e Fabio Milella reagiscono in BUFALE.NET stigmatizzando questa giungla di disinformazione che non di rado porta alla ribalta l’elogio di mirabilia dalla dubbia integrità morale e culturale, infangando il buon nome del giornalismo e dell’informazione. Il libro si articola in una serie di titoli e immagini circolanti sul web dalla dubbia origine. L’obiettivo è stigmatizzare tali siti internet che avanzano proposte giornalistiche fasulle ma verosimili rintracciando la reale fonte alla quale ha attinto lo sbadato informatore. Clamoroso notare come fonti predilette siano proprio siti satirici e persino lo stesso Lercio! Ne abbiamo parlato con Fabio Milella, co-autore di BUFALE.NET Panda marini, bicarbonato come elisir di lunga vita, donna di 101 anni in sala parto, Putin e le sue manie di fecondazione invadono la Russia, e molte altre informazioni circolanti e condivise sui social, che per immagini e talvolta video sembrano ottenere una parvenza di credibilità. Come fermare questo flusso di disinformazione? La disinformazione, a mio avviso, si combatte solo attraverso una corretta informazione. Quella che sembra un frase banale, nasconde, in realtà, l’unico sistema efficace per combattere (ma non sconfiggere) la diffusione delle fake news. Quando troviamo una notizia su internet, dobbiamo, prima di tutto, analizzare e verificare le fonti, cercando di capire se, chi ha pubblicato la notizia, è da considerarsi attendibile o meno. Il controllo va fatto con molta attenzione poiché i creatori di “bufale”, spesso, storpiano il nome di testate giornalistiche famose, traendo in inganno i lettori. Dobbiamo, successivamente, controllare anche la data in cui la notizia è stata scritta, controllare le immagini che la accompagnano e non fidarsi di notizie provenienti solo da blog o siti personali. La rete, responsabile della diffusione di moltissime fake news, […]

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Napoli & Dintorni

Eventi/Mostre/Convegni

La Chiesa del Real Monte Manso e il velo di Cristo

Per la sua varietà di gioielli culturali Napoli può essere considerata un vero e proprio museo, e, come ogni museo, contiene tesori che sono celati a una prima occhiata, tesori come la Chiesa del Real Monte Manso di Scala. La Chiesa del Real Monte Manso, contenente la scultura del Cristo Svelato (commissionato nel 2010 e inaugurato nel 2011) di Giuseppe Corcione, è l’attuale sede della Istituzione del Real Monte Manso fondata nel 1608 da Giovan Battista Manso, illustre mecenate del XVII secolo che, tra l’altro, oltre a essere nominato esecutore testamentario di Giovan Battista Marino (nonché destinatario di sue numerose epistole), fu dedicatario dell’ultimo dei Dialoghi di Torquato Tasso, Il Manso overo de l’amicizia (1592) e autore della prima biografia del poeta sorrentino (Vita di Torquato Tasso, 1621) e di un volume di dialoghi di stampo tassiano (Erocallia, 1528). L’importanza della Chiesa del Real Monte Manso risiede nella costruzione al terzo piano del Palazzo d’Afflitto, proiettandosi al di sopra della Cappella San Severo, sede del mausoleo del principe massone Raimondo di Sangro e della scultura del Cristo velato (1753) di Giuseppe Sanmartino. Ciò è stato messo in luce durante la doppia visita guidata tenuta da Maria Girardo, storica dell’arte e presidentessa dell’associazione Megaride, che ha avuto come punti di interesse la Cappella San Severo e la Chiesa del Real Monte Manso. Il velo di Cristo alla Chiesa del Real Monte Manso Nella visita alla Cappella San Severo, Maria Girardo si è soffermata sull’importanza della doppia lettura dei simboli presenti nella Cappella espressi con un linguaggio contemporaneamente iconografico e iconologico di sculture, dipinti e affreschi. Circa la Cappella, che si fonda sulla base della chiesa secentesca dedicata a Santa Maria della Pietatella, Raimondo di Sangro ne trasformò nel 1740 la struttura decorativa per dar forma al suo progetto: realizzare un luogo di sepoltura dei suoi antenati e dei suoi successori e luogo di celebrazione della cultura massonica. Si tratta di una concezione illuminata della cultura, in quanto grazie alla simbologia da lui personalmente pianificata intendeva esprimere il messaggio di una forma di pensiero scevra da condizionamenti, in grado di adombrare la popolare ignoranza. Si potrebbe parlare di un senso , se non anagogico delle opere d’arte volute da Raimondo di Sangro. Testimoni di questa volontà sono per esempio il grande affresco della Gloria del Paradiso, o della famiglia di Sangro realizzato da Francesco Russo sul soffitto della Cappella, in cui si mette in evidenza la Sacra Colomba recante il simbolo triangolare, caro alla tradizione religiosa in quanto significante la trinità, ma contemporaneamente identificativo del Principe massone a cui gli affiliati devono tendere religiosamente. Circa le sculture, Maria Girardo ha posto la sua attenzione sulle sculture di Antonio Corradino (artista precedentemente impegnato presso la corte austriaca), tra le quali La Pudicizia e Il Disinganno di Francesco Queirolo, poste rispettivamente ai lati sinistro e destro dell’altare maggiore, oltre che sullo straordinario Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino. La Pudicizia (dedicata alla madre) rappresenta le delicate fattezze di una matrona ricoperta da un velo, un […]

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Napoli & Dintorni

Nasce NaCLIPS – Napoli Cultura e Lingua Italiana Per Stranieri

Napoli è sempre più una città multietnica e cosmopolita. Con il crescente numero di studenti Erasmus e di turisti, aumenta anche l’interesse verso la nostra lingua e la nostra cultura. Per soddisfare questa richiesta nasce NaCLIPS – Napoli Cultura e Lingua Italiana Per Stranieri, associazione che offre corsi di lingua italiana ed esperienze! I fondatori sono due insegnanti di Italiano L2, Rita Raimondo e Mario De Simone, che ci hanno concesso il loro tempo per una breve intervista. NaCLIPS, intervista ai professori Con quale intento nasce NaCLIPS? Gli stranieri subiscono il fascino dell’Italia. Si sa. Per la sua storia, la sua cultura, il suo cibo -mammamia il cibo! – e quindi la sua lingua. E allora decidono di studiarla, questa lingua. Decidono che devono proprio impararla fino in fondo, coglierne le sfumatura, cantarla più che parlarla. Perché per loro l’italiano è una lingua musicale e meravigliosa. Ma poi, quando chiedi perché vuoi studiare davvero l’italiano, ti rispondono che amano l’Italia, in particolare la cultura, la storia. E il cibo. Sempre lui. E allora, abbiamo deciso di mettere insieme grammatica e cultura, verbi e cibo, periodi ipotetici e storia. E in questo modo, solo in questo modo, chi studia l’italiano può studiare meglio anche l’Italia. Con quale approccio didattico affronterete questa sfida? Ai nostri studenti verranno forniti tutti i mezzi per orientarsi nelle situazioni quotidiane grazie al nostro metodo comunicativo-situazionale. Ma non solo. C’è un’intera sezione della didattica dedicata alle esperienze sensoriali, che permettono agli studenti di confrontarsi con lo stile di vita italiano, vivendolo da protagonisti e toccando con mano la realtà quotidiana in tutti i suoi aspetti. Siamo convinti che non ci sia modo migliore di imparare una lingua se non quello di viverla, e Napoli sotto questo punto di vista aiuta. Diteci voi dove potremmo trovare un’altra città italiana così festosa, armoniosa, creativa e rumorosa. Così entusiasmante per chi viene da fuori – per nulla abituato a questa festa di suoni e sapori continua. Diteci voi dove potremmo trovare un’altra città così stimolante, così accogliente, così autentica. Ditecelo. Voi ditecelo. Ma noi non vi ascolteremo. Sarebbe una bugia: Una città come Napoli non esiste. Lo sanno in tutto il mondo. Nel ringraziare Rita Raimondo e Mario De Simone, vi ricordiamo che NaCLIPS  offre la possibilità di fare una lezione di prova gratuita tramite Skype. Riferimenti: http://www.facebook.com/naclips www.naclips.it info@naclips.it  

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Napoli & Dintorni

Restaurate tre domus pompeiane, simbolo di riscatto e di rinnovamento

Tre domus pompeiane delle tante che il mondo ci invidia. Tre domus della città mai morta che rendono Pompei un simbolo di riscatto e di rinnovamento. Tre domus pompeiane recentemente restaurate che offrono spettacolo di loro stesse ai visitatori che, nel 2017, sono giunti addirittura alla quota di 3 milioni e mezzo. Situate nei pressi di Porta Nocera, uno degli accessi della città che conducevano coloro che dal suburbio desideravano recarsi a Pompei per assistere agli spettacoli del poco distante Anfiteatro, le tre domus pompeiane furono dissepolte negli anni Cinquanta del Novecento solo parzialmente, ma divennero oggetto di studi negli anni Ottanta. Sono state oggetto di restauro nell’ambito del progetto Grande Progetto Pompei. Ma approfondiamo la conoscenza delle Tre domus restaurate All’anagrafe sono riconosciute così: Edificio Domus e Botteghe, Casa del Triclinio all’aperto e Casa del Larario Fiorito. Mai aperte al pubblico e restaurate nell’ambito del Grande Progetto Pompei, dal giorno 23 dicembre 2017 sono visitabili. In tale data il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, ha presenziato alla loro inaugurazione, accolto dal prefetto di Napoli Carmela Pagano e dal sindaco di Pompei, Pietro Amitrano. Anche quest’anno, dunque, il Parco archeologico di Pompei ha riservato ai suoi visitatori un regalo di Natale davvero imperdibile. L’offerta espositiva è stata resa ulteriormente allettante dall’apertura della mostra Pompei@Madre, elaborata sulla base di un programma di collaborazione tra il Parco Archeologico di Pompei e il museo campano di arte contemporanea Madre. Essa consente di comparare le varie campagne di scavo a Pompei – con i relativi documenti, mezzi e manufatti – a opere e documenti contemporanei. Il progetto Pompei@Madre è stato curato da Massimo Osanna, direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, e da Andrea Viliani, Direttore generale museo d’arte contemporanea Donnaregina di Napoli. Le parole di Franceschini nel corso dell’inaugurazione sono state profuse di calore e soddisfazione. “Pompei è il simbolo di una storia di riscatto e di rinascita ” ha dichiarato, sottolineando il passaggio della città da un momento di difficoltà a un sapiente utilizzo dei finanziamenti europei ottenuti. Ha invitato tutti a provare orgoglio per questa “bella storia italiana” e ha ricordato come i brillanti risultati conseguiti siano stati frutto del lungo, silenzioso e professionale impegno di molte personalità dei beni culturali. Pompei, insostituibile gioiello europeo: Pompei, con questa trionfale restaurazione, ha voltato pagina per iniziare un capitolo di rinnovamento e intelligente politica culturale. Dimostrazione tangibile di un utilizzo intelligente dei fondi europei, riconferma il proprio di polo di attrazione turistica internazionale, insostituibile gioiello annoverato nel Patrimonio dell’UNESCO. Nel 79 d.c, in seguito a un eruzione del Vesuvio, come testimoniato da Plinio il Giovane tra altri storici contemporanei, la città di Pompei era stata interamente seppellita da ceneri e lapilli derivanti dall’esplosione. Tuttavia, oggi, una sua straordinaria e impeccabile conservazione ci fa dono del miracolo di una figurazione nitida dell’organizzazione e della conduzione della vita ordinaria nelle città romane.  

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Eventi/Mostre/Convegni

“Pino Daniele”: il libro di Jacopo Ottenga Barattucci che riscopre Pino a partire dal sentimento

Il 13 gennaio la nota “Libreria Raffaello” a Napoli ha ospitato la presentazione del libro “Pino Daniele. Dove tutto ha senso c’è sentimento” di Jacopo Ottenga Barattucci, edito dalla casa editrice partenopea Kairós Edizioni. Il libro è il risultato degli studi dell’autore, classe 1993, in “Linguaggi della musica, dei media e dello spettacolo” e delle conoscenze musicali acquisite con il diploma in pianoforte ottenuto al Conservatorio di Pescara. Autore di racconti e collaboratore con testate giornalistiche online, Jacopo ha dato fondo a tutta la sua passione nella stesura del libro ed ha così travolto col suo entusiasmo quanti hanno avuto modo di leggerlo in anteprima. Gli interventi durante la presentazione di Jacopo Ottenga Barattucci  Desta meraviglia il beneplacito di Gino Giglio, percussionista e amico di Pino Daniele, compagno di classe di quella famosa 5C, e uno dei pochi ad aver veramente conosciuto Pino, l’uomo e non solo l’artista. Nella prefazione scrive : «In questo libro […] l’autore descrive, con attenta analisi, le ispirazioni che hanno condotto il cantautore napoletano alla stesura dei suoi brani. Con ammirevole profondità d’animo, Jacopo Ottenga Barattucci coglie l’esatto senso poetico di alcuni capolavo­ri di Daniele, che io, essendo stato suo vecchio amico, ho condiviso in pieno».   Parole lodevoli che ha pronunciato anche dinnanzi alla platea riunita per la presentazione del libro. Lieto di appoggiare il giovane capace di cogliere il sentimento che ha ispirato il cantante a scrivere le sue canzoni, si è lasciato andare anche in simpatiche confessioni ed aneddoti che ritraggono un Pino ancora giovane, dagli occhi pieni di sogni e ignaro dell’impatto che avrebbe poi avuto nel mondo della musica italiana. Alla presentazione, moderata dal giornalista Giuseppe Giorgio, ha presieduto anche Rosario Jermano, musicista e collega di vecchia data di Pino Daniele. Il suo apporto all’incontro si è incentrato maggiormente sugli aspetti tecnici della loro collaborazione e, tra vari aneddoti ambientati in studi di registrazione e risalenti alle prime tracce, ha delineato il profilo del Pino artista, ormai consapevole della strada che stava percorrendo. Gli interventi dei due musicisti hanno, quindi, raccontato Pino Daniele sia come uomo che come artista, esattamente come Jacopo Ottenga Barattucci si era ripromesso di fare con il suo libro, e a quanto pare riuscendoci. “Pino Daniele” non è una biografia né una discografia, ma un’analisi a tutto tondo del cantante, ripercorrendo il suo percorso artistico e il sentimento che lo ha guidato passo dopo passo nelle sue produzioni. Dopo una prima parte in cui viene raccontata a grandi linee la carriera del cantautore, Jacopo si sofferma sulle canzoni raggruppandole per temi. Ne risulta che il filo conduttore è il sentimento, capace di riunire le inevitabili contraddizioni dell’animo di Pino: l’amore e l’odio per la sua terra natale, i diversi sguardi destinati alla figura femminile, l’oscillazione tra appocundria e alleria. È stato un piacevole incontro dai toni pacati e sereni, che per un attimo ha fatto rivivere Pino Daniele. Una chiacchierata sincera e appassionata, che ha spazzato via le tante e vuote parole snocciolate alla morte dell’ amato cantante partenopeo, e ha ricollocato sotto la giusta luce […]

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Musica

Concerti

Le stelle sono rare, il primo album delle Mujeres Creando (Apogeo Records)

Lo sfondo nero le avvolge, la calda luce sul palco le illumina. Cinque donne: alla voce Assia Fiorillo, alla chiarra Claudia Postiglione, al violino Igea Montemurro, alla fisarmonica Giordana Curati, alla batteria Marisa Cataldo. Insieme sono le Mujeres Creando. Davanti ad una platea gremita, nell’Ex Asilo Filangieri, spazio aperto dedicato alla cultura, le Mujeres Creando hanno presentato il loro primo disco, Le stelle sono rare, prodotto dall’etichetta discografica napoletana Apogeo Records, con la direzione artistica di Ernesto Nobili, anch’egli presente sul palco nelle vesti di bassista. Non è l’unico special guest della serata, infatti dopo pochi brani entra in scena anche la pianista Elisabetta Serio. Preceduto dall’uscita del primo singolo “Per sempre ancora”, l’album Le stelle sono tare è un viaggio composto da dieci tracce, piene di colori e sfumature di suono. Fin dal primo ascolto ci si immerge in un mondo fatto di gipsy jazz, cambi ritmici dominanti ed un sound potente come una freccia, che colpisce il bersaglio e non lascia indifferenti. C’è posto per ogni sperimentazione, a partire dalla lingua: si inizia con l’italiano, passando poi per lo spagnolo, il dialetto napoletano, concludendo con l’inglese. In un mondo così variopinto come quello delle Mujeres, è riservato un posto d’eccezione all’amore, protagonista assoluto dei testi del quintetto napoletano: un tema sfiorato con delicatezza da E je parlo ‘e te, un brano dall’atmosfera rarefatta, ma che non perde mai il sound che contraddistingue le Mujeres. Forse la vera ricchezza è proprio che le Mujeres Creando sanno come distinguersi e sono chiaramente identificabili, grazie al particolare set strumentale ed al minuzioso lavoro nella costruzione dei brani, in cui i cambi di tempo sono la ciliegina sulla torta, che impreziosisce ancor di più il loro mondo musicale. Nel disco tra Rosaspina, unicum strumentale dell’album e Once More, ultima traccia, che vede la collaborazione con Elisabetta Serio, vi è Remedios, cover di Gabriella Ferri del 1974, riportata in vita come colonna sonora del film Saturno Contro. Le stelle sono rare, il lavoro delle “donne che creano” Devono il loro nome al movimento femminista boliviano fondato nel 1992 da Julieta Parades, Maria Galindo e Monica Mendoza. Mujeres Creando, ovvero Donne che creano. Una band tutta al femminile originale, una mosca bianca del panorama musicale napoletano e non solo, cinque artiste che insieme hanno “creato” una bella atmosfera, un unico suono dal suono unico. L’album Le stelle sono rare è stato realizzato grazie ad una campagna di crowdfunding, ad oggi è disponibile sia nel formato standard che digitale.

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Musica

James Senese e Napoli Centrale al Teatro Sannazaro

Si avvicina il concerto di James Senese e Napoli Centrale al Teatro Sannazaro, rinviato a mercoledì 31 gennaio alle ore 21, nell’ambito della rassegna “Sound of The City”, a cura dell’etichetta Jesce Sole. L’icona del Neapolitan Power torna a calcare il palco dopo il live-recording in occasione del festival “Sorrento Incontra – M’Illumino d’Inverno 2017/18”, che lo ha visto impegnato nella registrazione dal vivo del nuovo disco prossimo all’uscita. In scaletta, tanti brani cari ai suoi fan che hanno segnato le tappe fondamentali della carriera di un artista che, a distanza di cinquant’anni, continua a stupire ed emozionare con il suo inconfondibile groove. Napoletano nato a Miano. Figlio di James Smith, soldato statunitense afroamericano e di Anna Senese, giovane ragazza napoletana. Inizia da giovanissimo la sua carriera di sassofonista, nel 1961, insieme a Mario Musella. Un sodalizio che proseguirà dando vita alla nascita degli Showmen. Insieme ai Napoli Centrale, gruppo formato insieme all’amico Franco Del Prete, incide gli album “Mattanza” e “Qualcosa ca nun mmore”, distinguendosi per il suo jazz-rock dalla forte e innovativa connotazione popolare. Insieme a Pino Daniele, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Joe Amoruso e Rino Zurzolo, ha preso parte ad uno dei più grandi gruppi che il panorama partenopeo abbia mai ricevuto in dote, collaborando ai dischi d’esordio del cantautore partenopeo. Testimone e protagonista assoluto di uno spaccato della musica napoletana, precursore di un sound d’innovazione, capace di entusiasmare e dare spunti alle nuove generazioni di musicisti che sempre più a fatica tentano di scalare il gradimento di un pubblico il quale sembra aver già ascoltato tutto. Uno stile inimitabile, quello di Senese. Lo stesso che, oltre ai Napoli Centrale e agli Showmen, ha regalato tante emozioni insieme al suo grande amico Pino Daniele, di cui è stato accompagnatore fidato in quei brani che ancora oggi riecheggiano a tutto volume per i vicoli del centro storico. James Senese e Napoli Centrale: nel ricordo di Pino Daniele, o’sanghe di un nero a metà sulle note del Sax più amato dai napoletani Di ritorno da un lunghissimo tour di oltre 150 date in due anni, James Senese ha girato  l’Italia e l’Europa per promuovere “O’ Sanghe” (Ala Bianca/Warner), album uscito nel 2016 e vincitore della Targa Tenco. L’instancabile musicista partenopeo si prepara quindi alla pubblicazione – nella primavera 2018 – di un doppio disco celebrativo per i 50 anni della sua carriera, a cui farà seguito un fitto calendario di concerti. La formazione attuale dei Napoli Centrale, la stessa che ha registrato “Nero a metà” di Pino Daniele, vedrà Senese alla voce e al sax, Ernesto Vitolo alle tastiere, Gigi De Rienzo al basso e Agostino Marangolo alla batteria.  

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Musica

Unconscious Oracle, ritornano gli Snow in Damascus

Lo scorso 19 gennaio è uscito Unconscious Oracle, il secondo album degli Snow in Damascus, band di Città di Castello a metà tra post–rock, wave, folk ed elettronica (mix ribattezzato come “folktronica”). Il nuovo disco arriva a quattro anni di distanza dal disco d’esordio “Dylar” e, rispetto a quest’ultimo, presenta  un sound più maturo e raffinato. Dieci i brani contenuti in esso, registrati con Michele Pazzaglia, già musicista per Paolo Benvegnù, e Michele Mandrelli, presso gli studi Jam Recordings e CurtainLab di Città di Castello. L’album è stato masterizzato da Giovanni Versari presso La Maestà Mastering di Faenza. Unconscious Oracle: il ritorno degli Snow in Damascus tra folktronica e atmosfere oniriche “Unconscious Oracle” viene presentato dal gruppo perugino come un disco: “sul bisogno e sulla scelta di ritirarsi nella discrezione e, attraverso tale sottrarsi, su quegli attimi di cecità che, consapevoli o meno, tutti esperiamo”. “I suoi dieci brani – proseguono i cinque ragazzi umbri– finiscono per porci di fronte a un rischio decisivo: scoprire che “intercapedine” e “crepa”, tanto nei possibili sconvolgimenti tellurici delle nostre vite quanto nella loro ingannevole placida quotidianità, non possono essere che sinonimi”. I musicisti perugini parlano di “due spazi”,  “a separarli – dicono – per alcuni di noi una piccola intercapedine, per altri una sottile crepa. L’intercapedine rimarrà della sua larghezza, mentre la crepa potrebbe espandersi, con effetto disastroso, o liberatorio. Due spazi. Il primo è la scelta di sottrarsi, l’arte della discrezione: il venir meno pur essendo presenti. Il secondo è invece un’estrema e involontaria forma di quella stessa discrezione: un’improvvisa e fugace cecità, e la ricompensa – o risarcimento – che ne deriva, ovvero un piccolo, laico e intimo potere divinatorio, un’inattesa capacità d’istantanea visione e sussurrato racconto”. “Ed è proprio nell’intercapedine o nella crepa che li separa – spiegano infine – che si colloca “Unconscious Oracle”: è in quel vuoto divisorio che i brani del secondo album degli Snow In Damascus! sono spuntati e fioriti”. I brani che compongono Unconscious Oracle abbracciano diversi ambiti e per questo il lavoro si presta a varie  definizioni quali electrofolk, folktronica, alternativa, shoegaze. Un disco ambizioso con arrangiamenti post-rock impiantati su di uno sfondo elettronico, a tratti ambient. Un album dal sound soave ed omogeneo e dalle atmosfere oniriche che restituiscono eleganza e raffinatezza al lavoro. Inoltre, la scelta della lingua inglese potenzia il respiro internazionale che la seconda fatica discografica del quintetto perugino già assume grazie alla predilezione di sonorità a metà strada tra elettronica, folk, wave e post-rock. Unconscious Oracle si apre con le atmosfere sognanti dell’omonima traccia, ma è il pezzo immediatamente successivo, “Vultures”, ad essere stato scelto come singolo di lancio dell’album. Già da tempo è stato pubblicato anche il video. La sensazione di essere trasportati in una dimensione onirica si ha anche ascoltando le tracce successive alla title track, il sound del disco, come detto, risulta infatti piuttosto compatto. Beat computerizzati, vocals ripetitivi e synth incalzanti prevalgono, spesso a discapito della dinamicità, tuttavia nel complesso possiamo parlare di un disco […]

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Interviste

“Eco Trip”, il primo progetto rap sull’ecologia

Eco Trip è il frutto della collaborazione tra Doc Domi, Domenico D’Alelio per chi lo incontra alla Stazione Zoologica Anton Dohrn, e Fabio Orza, in arte Fabio Musta. Il primo album rap per la scienza parla di ecologia, di evoluzione e del rapporto tra scienza e società. Doc Domi riesce a raccontarci del mondo che ci circonda senza risultare didascalico, cosa che purtroppo spesso accade utilizzando il rap come stile narrativo. Eco Trip è soprattutto il lavoro di uno scienziato che ritorna a fare rap per poter divulgare in modo diverso, sintetico e completo un pensiero. Domenico D’Alelio ci ha raccontato come mai il rap è divenuto il suo nuovo mezzo di divulgazione. «Eco Trip non è la mia prima esperienza rap. Ho imparato a scrivere in rime prima di scrivere di scienza. Io e Musta collaborammo per realizzare un altro progetto musicale, ma dopo un periodo incerto durante il quale purtroppo scomparì anche mia madre, non riuscimmo a chiudere l’album. Era il 2005 e “presi una pausa” dal mio lato creativo». Domenico D’Alelio, lo scienziato, prevalse sull’artista rap Doc Domi. Sono trascorsi poco più di dieci anni da quando decidesti di lasciare la strada che stavi intraprendendo, perchè hai deciso di tornare nel mondo della musica rap? «Torno a fare rap perché sì. Punto. Personalmente gli devo molto, anzi, devo tanto soprattutto alla cultura hip hop. Scrivere in linguaggio rap, mi ha insegnato la sintesi, fondamentale per scrivere di scienza. Esibirmi, invece, mi ha insegnato a parlare al pubblico, catturandone l’attenzione soprattutto nelle mie conferenze. Non ho mai smesso di fare rap». Domenico D’Alelio si definisce uno scienziato abbastanza atipico, la sua storia è fatta di bivi e di ritorni di fiamma. Eco Trip non è l’unico progetto che va oltre gli schemi della convenzionale divulgazione scientifica. Leggendo la tua bio si nota subito che la tua carriera da “semplice” scienziato ha avuto una svolta particolare legata alla bicicletta, come mai hai intrapreso questo percorso divulgativo? «Nel 2015, ho cominciato trasformando la mia passione per i cicloviaggi in esperienze lavorative. Le tappe divennero luoghi d’incontro tra scienziati e cittadini. Con Mesothalassia eravamo in sella ad una bici. Tra una pedalata e l’altra i ciclisti non scienziati potevano “mettere le proprie mani” nel lavoro degli ecologi. Con i miei amici “cicloscienziati” abbiamo organizzato tre viaggi, dalle Alpi al mar Ionio. Ho raccontato l’esperienza vissuta nel primo viaggio in un libro dal titolo “Uno scienziato a pedali”, Ediciclo Editore, scritto in “tandem letterario”, con Emilio Rigatti, uno dei miei autori preferiti, che ho avuto la fortuna di coinvolgere nel team degli scienziati a pedali». Il libro porta il lettore a vivere con te quell’esperienza riuscendo a far comprendere le motivazioni di quel viaggio, ma tornando ad Eco Trip, come mai hai pensato di reindossare i panni di Domi al tempo di  dei SangAmaro? «Qualcosa durante quel viaggio era cambiato. Nella primavera del 2016 partecipai a Famelab, una competizione nella quale scienziati si sfidano a raccontare in tre minuti un argomento scientifico senza ausili multimediali. Mi ero […]

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Teatro

Recensioni

L’anatra all’arancia di Luca Barbareschi al Teatro Mercadante

Commedia d’autore sul palco del Teatro Mercadante con L’anatra all’arancia, in scena dal 7 al 18 febbraio. Tratta da un’opera del drammaturgo scozzese William Douglas Home dal titolo The Secretary Bird, uno straordinario Luca Barbareschi, nel ruolo di regista e attore, porta in scena una traduzione dell’adattamento francese realizzato da Marc Gilbert Sauvajon, riproponendo, in chiave moderna, uno spettacolo cult del teatro comico. L’opera di Home, nata nella Scozia degli anni Settanta e riadattata per la Francia degli anni Ottanta (con il titolo di Le Canard à l’orange) da Sauvajon, è ripensata da Barbareschi per le quattro mura di una villa di San Vittore Olona, in provincia di Milano, dove prende forma l’intreccio rocambolesco che vede come protagonosta il matrimonio, ormai al capolinea, tra i coniugi Ferrari: Gilberto (Luca Barbareschi), uomo egocentrico ed incline al tradimento, e Lisa (Chiara Noschese), fragile vaso di Murano tra le mani di uomo egoista e bugiardo. Proprio a causa della difficile ed insoddisfacente vita coniugale, Lisa si innamora di Volodia Smirnov (Gerardo Maffei), un russo aristocratico dall’animo romantico, con il quale progetta una fuga amorosa a Parigi ed una vita idilliaca in Lucania, nei poderi della famiglia Smirnov. Ma dinanzi al disastro imminente, Gilberto non si arrende ed architetta un piano perfetto per riconquistare sua moglie: la geniale idea di un week-end a quattro, con la complicità di Chanel Pizziconi (Margerita Laterza), segretaria tanto sexy quanto stupida – seppure con rari picchi di assoluta genialità, che innesca una vorticosa spirale di equivoci ed imprevisti. L’anatra all’arancia di Luca Barbareschi: un piano geniale L’incontro tra personaggi così diversi, rinchiusi all’interno di un appartamento, dà vita ad una caotica situazione di tutti contro tutti che ricorda Le dieu du carnage di Yasmina Reza (noto anche nella versione cinematografica di Roman Polański, Carnage), ma la personalità poliedrica di Gilberto domina la scena e proprio il suo comportamento da clown – complice l’altare consacrato agli alcolici che la fa da protagonista – mette a nudo tutti i difetti di Livia dinanzi agli occhi di Volodia e, allo stesso tempo, risveglia la gelosia della moglie con la complicità della Pizziconi. Una comicità frizzante e sempre elegante, fatta di dialoghi divertenti e sapientemente conditi da un sottile cinismo, accompagna il susseguirsi concitato degli eventi, che, in due ore ricche di imprevisti e colpi di scena, portano al lieto fine e alla riconciliazione tra Gilberto e Livia, il tutto condito dalle improvvise apparizioni di un’anatra sulla scena, quella che Gennaro (Ernesto Mahieux), fedele domestico dai tratti caricaturali, ha il compito di cucinare per cena, ma che, di fatto, non verrà mai servita. Due universi a confronto: uomini e donne ne L’anatra all’arancia L’anatra all’arancia mette in scena l’universo femminile e quello maschile a confronto, in un incontro-scontro che lascia emergere tutte le nevrosi e gli equilibri precari che ne caratterizzano il rapporto. Con una scrittura che si avvale dell’apporto di «due grandi scienze, la psicologia e l’antropologia, studiando atteggiamenti, movimenti e nevrosi che caratterizzano le nostre abitudini», come spiega Luca Barbareschi, […]

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Recensioni

Regine sorelle al Nuovo Teatro Sancarluccio

Dal I al 4 febbraio è andato in scena, al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli, lo spettacolo Regine sorelle, scritto e diretto da Mirko Di Martino e interpretato da Titti Nuzzolese. Lo spettacolo Regine sorelle Lo spettacolo ruota intorno alle figure di Maria Antonietta, moglie di re Luigi XVI di Francia, e di Maria Carolina d’Asburgo, moglie di re Ferdinando di Borbone di Napoli. La storia, narrata e portata in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio dallo spettacolo Regine sorelle, rivolge uno sguardo sulle due donne, nel loro rapporto di sorelle, prima, e di regnanti e mogli di regnanti poi. Ma la scrittura di Di Martino non si sofferma solo sull’aspetto storico delle due regine: lo spettacolo, infatti, si propone di offrire uno sguardo interiore e intimo verso le due figure. Due sorelle che, come il testo scritto e proposto da Mirko Di Martino ricorda, sono state privatamente legate e che per vicende storiche e politiche si sono ritrovate allontanate. Due regine, diverse nei loro comportamenti, ma entrambe si opposero alla Rivoluzione francese: una direttamente, con la presa della Bastiglia e del potere da parte dei giacobini, l’altra in forma indiretta con le vicende legate alla Rivoluzione della Repubblica Partenopea del 1799. Lo spettacolo Regine sorelle non si presenta come uno spettacolo che ha intenzioni strettamente storiografiche. L’approccio è di tipo evenemenziale: i fatti storici non sono analizzati nel loro rapporto causa-effetto nel senso storico del termine, e i fatti narrati, su cui si svolge gran parte dello spettacolo, sono quelli paralleli alle circostanze intime delle due regine. Questo sguardo interiore che la scrittura di Mirko Di Martino ha voluto portare in scena, e che Titti Nuzzolese intensamente interpreta sul palcoscenico, si mescola ad uno stile e quindi ad una volontà di enfatizzare questo aspetto della dimensione privata delle due donne e il loro rapporto di sorelle. Si è finora parlato sempre di due figure distinte, per quanto unite, di due donne, ma sul palco del Nuovo Teatro Sancarluccio con Regine sorelle l’interprete di entrambe è una sola attrice, Titti Nuzzolese. E la stessa attrice ha anche interpretato altre figure profondamente legate alle due regine. Si pensi ai loro rispettivi consorti, o alle cameriere di Maria Carolina e alle dame di compagnia di Maria Antonietta, in cui è possibile rintracciare una corrispondenza fra i due mondi regali, quello napoletano e quello francese, evidenziando le differenze e i tratti d’unione fra i due regni. La scenografia, rievocando, nell’idea, un salotto di corte si divide tra i ritratti delle due regine alle quali peraltro corrispondono distinti temi luminosi volti a marcare la cesura fra le due intimità messe contemporaneamente in scena sul palco.

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Recensioni

Il Pirandello di Tato Russo arriva al Teatro Bellini con “La ragione degli altri”

Grande debutto al Teatro Bellini de La ragione degli altri, commedia di Pirandello in tre atti, riscritta, diretta e interpretata dal regista e attore Tato Russo, in scena dal 2 all’11 febbraio. Una lettura del tutto inedita de La ragione degli altri, titolo attuale della commedia nata dalla novella Il nido, poi diventata Il nibbio ed infine messa in scena nel 1915 come Se non così, è quella proposta da Tato Russo, il quale, filtrando il dramma pirandelliano attraverso la sua idea personale dell’autore, lascia emergere ‘la carne viva‘ dei personaggi, liberandoli dalle maschere borghesi e grottesche nelle quali essi sono intrappolati. La commedia racconta di Livia (Giulia Gallone), ricca donna borghese, che un giorno scopre la relazione che il marito Leonardo (Armando De Ceccon), giornalista squattrinato, ha avuto con Elena (Giorgia Guerra) e come da questo adulterio sia nata una figlia. Nonostante la dolorosa scoperta, tuttavia, la donna decide di perdonare il marito, mentre l’amante Elena, a sua volta, accetta il ritorno di Lorenzo dalla moglie. Ma il corso delle vicende è stato ormai irrimediabilmente compromesso: Lorenzo non sarà mai più solo il marito di Livia, ora che, diventato padre, una parte di lui sarà inevitabilmente legata a sua figlia, e dunque ad Elena. Le ragioni degli altri di Tato Russo: da Maschere nude a ‘Corpi nudi’ Le ragioni degli altri sono le vere protagoniste della commedia pirandelliana, in cui ciascuno dei personaggi, indossando una maschera necessaria per superare inganni ed egoismi reciproci, non è altro che una pedina del mondo retorico e filosofico creato dall’autore stesso. Ma è proprio tali maschere che la rilettura di Tato Russo intende strappare, lasciando emergere umanità, fragilità ed egoismi che dietro di esse si celano. «Più che rileggere in chiave critica o contestuale, metto in gioco la mia idea sull’autore, eliminando le sovrastrutture […] per far emergere, come dicevo, la carne viva dei personaggi.» Una rielaborazione, dunque, che mira alla dimensione concreta e reale dell’uomo, mediante un percorso che, partendo da Maschere nude (titolo della raccolta pirandelliana nella quale è confluita poi la commedia) mira a giungere a ‘Corpi nudi’. Tato Russo e ‘Pirandello contro Pirandello’ Attraverso la scomposizione della commedia con un procedimento metateatrale che, più che teatro nel teatro, si configura come teatro sul teatro, il primo atto mette lo spettatore dinanzi a una rappresentazione scenica in fieri, denudando gli ingranaggi della macchina treatrale e svelandone la lenta ed intricata gestazione, durante la quale gli attori, insofferenti alle maschere con le quali sono costretti a recitare, uno dopo l’altro se ne liberano, squarciando il velo della finzione scenica e rivelando la dimensione umana di ognuno dei personaggi in gioco. Tale umanità esplode finalmente sulla scena con un secondo atto dal forte pathos e coinvolgimento emotivo, nel quale avviene l’incontro tra Livia ed Elena, un momento cruciale in cui le due donne si scontrano faccia a faccia, ognuna portatrice delle proprie ragioni. Un finale inaspettato, tuttavia, suggella la definitiva trasformazione delle maschere pirandelliane in personaggi in carne ed ossa, abbandonati sulla scena […]

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Teatro

Teatro Polifunzionale di Ischia e gli sfida-Match d’improvvisazione teatrale

Trasformare un palcoscenico in una monumentale città romana, oppure in un bizzarro supermercato, o ancora, in un castello gotico, questo è quanto riescono a fare i cosiddetti “improvvisatori” durante un match di improvvisazione teatrale. L’improvvisazione, appunto, è una fusione tra teatro e gioco: un match, dove tutto ciò che vedi un istante prima non c’era, non esisteva e un istante dopo non esisterà più. Si pensa che la “improvvisa”, come si dice in gergo, sia qualcosa che viene quasi naturale, che rappresenti una dote straordinaria insita in chi improvvisa appunto, ma ovviamente non è così: l’improvvisazione è una questione di mestiere, così come affermava saggiamente Dario Fo, “bisogna avere una pratica chiara, occorre aver dentro delle -metope-, per parafrasare gli antichi, ossia degli andamenti, averli già pronti, quasi in riserva e pronti ad essere utilizzati”. In questo contesto, la scena si trasforma in luogo di alterco, dove il compito dell’attore-improvvisatore è quello di saper reggere il confronto con il pubblico, senza poter far riferimento ad un copione già scritto. Ed è così che, dopo il divertente esordio delle precedenti edizioni, ad Ischia è tornato in scena, gli scorsi sabato 28 e domenica 29 gennaio, al Teatro Polifunzionale, l’originale show recitativo ed artistico, con una scricchiolante ed esilarante due-giorni di match all’insegna della improvvisazione teatrale, con Luigi Mennella e la Compagnia STRANI TIPICI dell’Associazione Culturale “Laboratorio Artisti Precari”. L’ambiente scenografico è quello di una partita di hockey su ghiaccio, sport nazionale in Canada, paese in cui negli anni ’70 sono nati i Match dalla fortunata idea di due attori appassionati di hockey, in cui le due squadre si sfidano a vicenda su temi sconosciuti. La dinamica teatrale e narrativa è piuttosto semplice e intuitiva: in scena si contrappongono due squadre di giocatori chiamati a contendersi la vittoria improvvisando su temi a loro sconosciuti, mentre un rigoroso arbitro, assegna a proprio piacimento, categorie, tempi, dinamiche ed anche i più improbabili falli. Dopo la lettura del tema le squadre hanno soltanto 20 secondi di tempo per trovare un’idea di partenza e creare, dal nulla, una cornice narrativa che sia idonea a quanto chiesto, che rispetti i temi, le categorie e soprattutto che sappia allietare il pubblico. Alla fine di ogni improvvisazione l’arbitro potrà segnalare ed assegnare dei “falli”, ossia degli errori di tecnica teatrale (ad esempio: fuori tema, mancanza d’ascolto, cliché…) ed i capitani delle squadre dovranno dare delle spiegazioni che siano plausibili e anche divertenti creando un ulteriore momento di spettacolo. Il vero protagonista delle serate è il pubblico, chiamato a suggerire ai vari concorrenti i temi da recitare improvvisando e votando con dei cartoncini forniti all’inizio della serata, dopo ogni improvvisazione per l’una o per l’altra squadra, nel caso di sabato e domenica, le due squadre contrapposte erano Rossi vs Blu e Belli vs Brutti, entrambe di Ischia. Improvvisazione teatrale, un racconto immediato con il corpo Dunque nella patinoire del Teatro Polifunzionale si sono affrontate due squadre briose, dai componenti Match di improvvisazione teratrale ironici e divertenti; creare una dinamica narrativa […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Lei, lui e quello strano dovere di amare

Lei, lui e quello strano dovere d’amare Dopo l’annuncio del loro matrimonio, lei continuava a chiedersi con sgomento sempre crescente cosa diamine lui ci trovasse in quella tizia. Era così insulsa che si meravigliava del fatto che un uomo avesse potuto trascorrere ben tre anni di fidanzamento con quella donnetta, per poi volerla sposare. Sì, proprio lui, che lei amava in silenzio da un anno, alla fine aveva deciso per le nozze con “l’altra”, tirato certo un po’ per la giacchetta, ma comunque determinato a dare una svolta a quella relazione, tra il dovuto e il voluto.  Lei e ” l’altra” Ai suoi occhi, quella sottospecie di femmina non aveva niente di bello né dentro né fuori, nessun tipo di appeal o dote che potesse attirare a sé un uomo di media intelligenza, figurarsi proprio colui che lei considerava perfetto alla luce del suo amore. La sua rivale era di bassa statura, dai capelli radi e perennemente arruffati, il viso arcigno e a tratti inespressivo, sgraziata nella voce e nelle movenze. Non era particolarmente intelligente né colta, aveva un modo di pensare astruso e presuntuoso nonché una concezione della realtà del tutto avulsa dall’oggettività dei fatti che le derivava dagli insegnamenti della sua famiglia, altrettanto insensata e nevrotica come  lei. Dai racconti dell’uomo, aveva evinto pure con sommo dispiacere che era anche fintamente bigotta e terribilmente moralista. Quando la guardava, le veniva in testa quel noto aforisma di Oscar Wilde che recita “Un uomo che moraleggia è di solito un ipocrita, una donna che moraleggia è inevitabilmente brutta”.  Lei si sforzava di trovare spiegazioni sensate a quell’amore paradossale in una massima condita da sano realismo pur di non cedere all’indignazione. Lei e l’altra: il confronto Sì, quella tizia era terribilmente brutta, a differenza sua. Lei sapeva che certi aggettivi non dovrebbero mai essere usati nei confronti di una persona, che la bellezza è negli occhi di chi guarda, che l’amore è cieco, che de gustibus non disputandum est  ma insisteva nel definirla così, non fosse altro che per la rabbia e una buona dose di insana invidia che nutriva nei suoi confronti. Era brutta come la peste, e non c’era storia. Quando non si conosce la compagna dell’uomo amato, la si immagina sempre in qualche modo migliore rispetto a sé sotto svariati punti di vista, tali da impedire e giustificare il mancato distacco dell’uomo verso un’altra donna. Ma, come in questo caso, quando quelle sembianze dapprima immaginate si manifestano in tutta la loro dirompenza, i perché senza risposta non potevano non affollarsi nella sua mente.  Lei si domandava come facesse a stare con la fidanzata, ancora e nonostante tutto, come riuscisse a sopportare la sua voce, la sua presenza, le sue pretese, i suoi stupidi ragionamenti, come facesse a vedere un futuro con lei nonostante le continue lamentele che confidenzialmente l’uomo le rivelava. Si chiedeva perché non avesse mai avuto il coraggio di guardarsi attorno e come sarebbero andate le cose tra loro  se solo lei si fosse dichiarata. Non […]

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Voli Pindarici

Rendez-vous nella città dei desideri irrealizzati

Spengo il motore, tiro il freno a mano, tolgo la chiave. Gesti abituali e mente altrove. Spalanco lo sportello, scendo, lo chiudo e muovo i primi passi in mezzo alla nebbia. I piedi conoscono la strada; prendo un respiro; il vento mi scompiglia i capelli, io me li riporto dietro l’orecchio. Nelle mie orecchie risuona il rumore di ciottoli, inizio a salire le scale: sette. È passato qualche anno da quando, un giorno come tanti di un’altra vita, mi chiesi per la prima volta quanti fossero gli scalini che mi portavano lì. Forse in quel momento era l’ultimo pensiero che avrei dovuto avere eppure lo ebbi e contai. Improvvisamente quest’ informazione mi sembrava infinitamente importante, per cosa poi? Non lo ricordo più. Infine entro e rifletto sul fatto che il sorriso che mi è comparso sulle labbra potrebbe sembrare insolito ad alcuni, ma non a te, perché questo è il nostro momento. Ho sentito i tuoi passi sulla ghiaia, la foschia ti avvolgeva e la tua figura non vedevo chiaramente, ma sapevo che eri lì: mi hai chiamata, mi aspettavi, volevi rivelarti, ma la mia mano non ha fatto in tempo ad afferrare una delle tue ciocche bionde e sei scomparsa. Le pietre grigie ci circondano ed osservano: tu, passato ancor presente ed io, nata passato. Il tempo ha avuto fretta di fuggire e di portar con sé il tuo stendardo, l’affanno. Al perché di te stessa, hai risposto con la sola malinconia, raffinata nella scelta dei suoi proseliti, totalizzante nella sovranità della loro natura e hai spento il tuo sorriso, esacerbando i tuoi desideri per non offrire più appigli alla felicità: troppo rischiosa, troppo confusa, troppo poco reale. E se ti avesse giocato? Ciò che si conosce non ferisce. La consapevolezza di aver vinto il male non sempre dà soddisfazione. E il vuoto dentro ci assale. Ma all’improvviso una luce, in fondo ai tuoi occhi stanchi. Luce di amore, che la tua natura sempre fu certa di saper dare, riservato a me soltanto e io cosi ti rincorro, per poter rivedere quella luce, quella luce che vale una vita, che vale un sogno abortito, rimasto nell’aria insieme a tanti altri che si muovono tra le pietre grigie, nel regno indiscusso della calma e della presenza nell’assenza. Nella città più ricca al mondo, perché piena di desideri mai realizzati, io, ospite accettata ma guardata con diffidenza, muovo i miei passi accompagnata da voci conosciute e non e ti vedo nasconderti nella nebbia, tra le pietre, tra visi di famiglia. La tua pelle sembra più giovane, i tuoi capelli più lunghi e morbidi, la tua gonna nera diventa un vestito bianco a maniche corte, con la cintura rossa che spicca come uno schizzo di colore su una tela, e corro anche io, ti inseguo, sento la tua risata, la tua risata di fanciulla, divertita perché sono lenta e non riesco ad afferrarti. E i miei sogni si mescolano ai tuoi, il mio sogno di rivedere quella luce nei tuoi occhi diventa […]

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Voli Pindarici

Ero solo andata in vacanza

Stavolta è toccato a me. Qualche mese fa ho pianto ascoltando la notizia dell’attentato di Manchester, di quei poveri padri, madri, ragazzini e umanità varie straziati da una bomba innescata durante un concerto. Però il pensiero dell’imminente vacanza a Barcellona con la mia famiglia mi tirava su di morale. Tanto, mica ci capiterà qualcosa? Ripetevo impaurita per autoconvincermi che niente sarebbe potuto accadere a chi, come noi, andava solo in vacanza dopo un anno di duro lavoro. Invece ho sbagliato in maniera clamorosa. Sono diventata anch’io un titolo di giornale, la protagonista di un doloroso fatto di cronaca a cui dedicare un editoriale, perché la mia storia è stata sicuramente la più straziante tra tutte quelle raccontate sui morti e i sopravvissuti di quell’attentato. Ma cos’è successo qui? Una strage? La guerra? Io ero solo andata in vacanza Mi sono ritrovata ad essere vittima inopinata di una guerra che non si vede ma c’è. Una violenza a sprazzi, una di quelle subdole che colpiscono i civili inermi, preferibilmente occidentali, classificati come “infedeli” da qualche “mente superiore” che brandisce la propria religione come arma di distruzione di massa, benchè le motivazioni sottese alla loro guerra  siano ben altre. Non è uno di quei conflitti tra tre, quattro nazioni contrapposte come quelli che si studiano a scuola, che durano un paio di anni e poi si concludono con la resa incondizionata di qualcuno, un bell’armistizio e la rinnovata pace che trionfa. Questa guerra non si sa con precisione tra quali nazioni venga combattuta, è ovunque e in nessun luogo contemporaneamente. Nessuno può sentirsi totalmente al sicuro. Questo conflitto non si manifesta quotidianamente in tutta la sua efferatezza ma è una sorta di malattia cronica che appare e scompare ma che c’è sempre, con forme subdole o plateali, con cadenza mensile, trimestrale o a discrezione di qualche cane sciolto. La guerra in vacanza Tra le vittime di questa guerra ci sono finita anch’io con la mia famiglia, durante un’agognata vacanza in un caldo giorno di sole. Ora mi sento accomunata nella mia triste sorte ai parenti delle vittime e ai superstiti degli attentati di New York, di Parigi, di Londra, di Madrid, di Manchester, visti dapprima solo nei tg come poveri  disgraziati la cui vita è stata spezzata da una sofferenza inenarrabile e ora improvvisamente così simili e vicini al mio dolore e alla mia storia.   Mi sono chiesta se ci sia differenza tra paura e terrore, dato che questa scia di sangue che ci perseguita si chiama proprio terrorismo, nemmeno fossimo ai tempi della fine della Rivoluzione Francese o negli anni ’70 in Italia. Forse la paura si ha occasionalmente nella vita, mentre il terrore serpeggia sempre fin quando qualcuno o qualcosa non stronca le sue ombre in maniera definitiva. Il terrore è un sentimento più penetrante della paura e si insinua nella tua vita fino al punto di paralizzarla o, quantomeno, fortemente limitarla nelle sue forme e manifestazioni più alte  di pienezza e libertà. Ed è proprio così che sono […]

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Voli Pindarici

Mi nutro della mia sofferenza

At tu, Catulle, destinatus obdura. Risucchiato nel vortice del dolore, penso. Penso ai baci, alle carezze, agli abbracci. Penso ai giorni trascorsi insieme e alle notti in cui abbiamo fatto l’amore, senza staccarci, senza stancarci. Come se i nostri corpi fossero stati legati, come se non avessimo potuto dividerci neanche se lo avessimo voluto. Ma noi non volevamo. Alba o tramonto? Penso ai tramonti e alle albe. Perché i tramonti son per tutti, ma le albe son per quell’élite che è in grado di aspettarle. Perché il tramonto è intriso di sentimenti. “Ti porto in spiaggia a vedere il tramonto” è un’emozione. È un “voglio condividere uno dei momenti più belli della giornata con te perché per me sei importante”. Ma l’alba è diversa: l’alba è un’altra storia. È un “stiamo svegli e facciamo l’amore fin quando il nostro sentimento non consuma questo buio, fin quando la paura delle cose che scompaiono non viene travolta dalla nostra passione”. L’alba è per pochi. Non ho pace e tuttavia non ho mezzi per combattere, ho paura e speranza; ardo e sono impassibile; e volo sopra il cielo, e mi giaccio inerte a terra; e non ho nulla in mano, e mi slancio ad abbracciar tutto. Amore e sofferenza Ci siamo amati. Ci siamo amati immensamente, perdutamente, maledettamente, a tal punto che ci siamo distrutti. L’amore che provo per te è la mia più grande gioia… e il mio più immenso dolore. È un coltello conficcato in petto che sprofonda nella carne. Che taglia, ogni giorno di più e che va sempre più dentro, attimo dopo attimo. È un dolore così intenso, così carico, così… passionale. Sì, passionale: come lo è stato il nostro amore. Perché noi non siamo mai stati “tutti”: noi non abbiamo amato come due adolescenti alle prese con il primo amore e non abbiamo amato come due trentenni già stanchi della vita. Noi abbiamo amato interiorizzando davvero il significato di amore. E ogni sentimento, e ogni emozione, sembra quasi nulla in confronto a ciò che tu hai dato a me ed io ho dato a te. Vedo senza aver occhi, non ho lingua eppure grido; desidero la morte e invoco aiuto; e odio me stesso, e amo altri da me. Da quando ci sei tu, non esisto più io Mi hai tolto me stessa. Hai preso tutti i pezzi del mio puzzle: Babbo Natale è arrivato anche per te. Ti ho regalato un puzzle che spero tu ancora custodisca preziosamente. Era esattamente ciò che volevi, ricordi? Mi hai chiesto di lasciarmi andare, mi hai chiesto di mostrarti quei lati di me che celo a chiunque. L’ho fatto: te li ho donati come si fa con i Baci Perugina nel giorno di San Valentino, e come si fa con le rose nel giorno della Laurea. Tu sei il mio San Valentino e sei la mia Laurea. Sei il mio più grande amore e la mia più grande soddisfazione. O forse no: tu sei tu. E da quando ci sei tu, […]

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