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Eroica Fenice

In Primo Piano

Recensioni

“Uscita di emergenza”, in scena al Teatro San Ferdinando

Nell’interpretazione registica di Claudio Di Palma, Uscita di Emergenza di Manlio Santanelli (in scena al Teatro San Ferdinando dal 18 ottobre al 5 novembre 2017) risulta essere una commedia che riflette principalmente sulla frantumazione degli equilibri, sulla devastazione di un antico ordine armonico precipitato nel caos. Uscita di emergenza e il rumore delle parole Il senso di devastazione è percepibile fin da prima dell’apertura del sipario. Difatti nel canto di una solenne e antica Ave Maria prorompe il fragore di un boato che pare annientare l’ordine preesistente e lasciare aglio occhi del pubblico, una volta aperto il sipario, solo devastazione e desolazione. Ciò che si mostra è lo scenario che si può immaginare successivamente  alla venuta di un terremoto: un immenso lastrone che a schiacciato e frantumato l’antica Statua del Corpo di Napoli. La rete simbolica che cela dietro la complessità della suggestiva scenografia (realizzata da Luigi Ferrigno) si può spiegare alla luce delle leggi testuali e delle leggi interne della commedia. L’opera è frutto dello scontro fra l’ordine tradizione e il disordine del presente, il che si traduce nella battaglia tra un principio ideale e un principio di realtà. La commedia si apre con la frantumazione di un mondo idealizzato su cui sovrasta quello reale, più arido e muto. In questo mondo che sembra post-apocalittico (che, in senso traslato, nei riferimenti di Santanelli al teatro internazionale, pare rimandare al testo beckettiano di Finale di partita) si muovono due figure solitarie: l’ex sagrestano Pacebbene e l’ex suggeritore Cirillo, interpretati magistralmente (ma sarebbe inutile dirlo) da Claudio Di Palma e da Mariano Rigillo. Essi, quasi come due sopravvissuti alla Fine del mondo, passano i loro giorni inasprendosi a vicenda, gettandosi addosso parole vuote, ma taglienti, prive di significato e concretezza, talora bugie che sembrano confondersi con la realtà. Il dialogo non riesce ad instaurarsi tra i mancati interlocutori proprio a causa del linguaggio fittizio pronunciato dai due. Sono molti i passaggi in cui i due “non riescono a spiegarsi” o “non riescono a comunicare” a causa, sembra, di un collasso della parola avvenuto a monte. Il motivo della loro incomunicabilità è da ritrovarsi nella dissoluzione dei rispettivi mondi ideali in cui il punto di vista interno soccombe di fronte a quello esterno. Nel caso di Pacebbene il punto di rottura si scopre essere il riaffiorare di un suo carattere morboso che lo porta all’allontanamento dalla società, mentre per Cirillo il punto critico è costituito dalla morte della Grande Signora, diva della famosa compagnia per cui egli lavorava. In entrambi i casi cade in frammenti il loro particolare mondo ideale, cosa che, in senso universale, si riflette nella distruzione del Corpo di Napoli, figurazione di un mondo quasi arcadico. Un’altra particolarità della regia di Di Palma è anche il valore profetico del quale egli investe l’opera di Santanelli: Uscita di emergenza fu scritta nel 1978, e in essa si fa riferimento a un bradisismo che sconquassa le coscienze dei personaggi proiettandoli nella devastazione di un mondo esteriore, che corrisponde a una devastazione […]

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Libri

Il primo fiore di zafferano, romanzo di Laila Ibrahim

Il primo fiore di zafferano (Yellow crocus), edito da Amazon Crossing, è il romanzo con cui la scrittrice americana Laila Ibrahim ha esordito sulla scena letteraria contemporanea sebbene la sua opera sia ambientata nel passato. Siamo alla fine degli anni ’30 del diciannovesimo secolo nella Virginia schiavista, più precisamente nella grande piantagione di tabacco posseduta dalla ricca famiglia dei Wainwright dove la giovane padrona sta per dare alla luce il suo primogenito. È in un giorno di aprile che Mattie, una delle schiave divenuta anche lei madre da soli tre mesi del piccolo Samuel, è costretta ad adempiere ai suoi doveri di balia nei confronti della neonata Miss Elizabeth affidando il figlio alle cure dei suoi parenti. Tra la ragazza di colore e la sua padroncina – che lei chiama affettuosamente “Lisbeth” – si instaura da subito un legame talmente forte e profondo da dare quasi l’impressione che si tratti proprio di quello che esiste tra una madre naturale e la propria creatura. Passano gli anni e le due sono sempre più unite ma, una serie di eventi, le separerà fino al momento in cui potranno ricongiungersi, malgrado i tanti mutamenti che hanno modificato il corso delle loro esistenze. Il primo fiore di zafferano : una storia di amore e conquista della libertà Il romanzo ruota attorno alle vite delle due protagoniste delle quali il lettore impara sin da subito ad apprezzare, anzi, ammirare il carattere determinato, nonostante i loro ruoli siano all’opposto. Entrambi dolci e premurose, danno l’idea di essere destinate, ancor prima di conoscersi, a instaurare un legame duraturo. Tuttavia, mentre Mattie mostra da principio la propria determinazione, salda e ben radicata, poiché ha subito una condizione vergognosa impostale dalla nascita ma non intende portarsela dietro fino alla fine dei suoi giorni; Lisbeth acquisisce consapevolezza di sé e di cosa sia giusto e sbagliato crescendo e grazie alla sua adorata balia dalla quale trae linfa vitale, non solo attraverso il latte con cui la nutre da piccola ma, soprattutto, attraverso i gesti, le parole e gli insegnamenti che le rivolge e che faranno di lei un’altra giovane donna forte, indipendente e anticonformista, capace di affrontare ciò che l’attende lungo il suo cammino. Il primo fiore di zafferano è davvero un bellissimo romanzo denso di dolci emozioni e amare verità che, malgrado concentri l’attenzione su Mattie e Lisbeth, non fa mai perdere di vista il grande tema centrale nell’opera: subire, equivale ad accettare e, di fronte alle ingiustizie, come è stato lo schiavismo e come tanto altro accade ai giorni nostri, non bisogna chinare il capo o voltarlo facendo finta di niente. Bisogna lottare perché una vita senza libertà e dignità è una vita sprecata e priva del suo senso.

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Culturalmente

La donna tra pressioni e violenza

Questo pomeriggio Serena indossa una camicia che le lascia l’ombelico appena in vista, attraversa la piazza per raggiungere l’amica da poco tornata da una vacanza, mentre viene fischiata da due uomini sulla trentina che le urlano quanto belle siano le sue forme. Chi l’ha vista parecchio infastidita le ha detto di star esagerando e che, anzi, avrebbe dovuto sentirsi lusingata. Perché Serena cammina per le strada di una città in cui la bellezza si misura in apprezzamenti del sesso opposto e vige imperativo il principio secondo cui chiunque può permettersi qualunque cosa per mettere a tacere una vocina che sussurra “che male può fare”. È stato un mediatore culturale (chi si suppone debba essere voce attenta di un coro che non parla all’unisono) ad assimilare lo stupro ad un normale rapporto dopo i primi momenti di resistenza della donna. Sono stati tanti gli uomini e troppe le donne che hanno chiesto “cosa indossavi?” ad una ragazza violentata per verificare che non fosse stato il suo abbigliamento a provocare quell’uomo che ci si ostina a chiamare così ma che di umanità ha ben poco. Da bestie da ammanettare a povere vittime della donna tentatrice il passo è breve. La donna tra le mille sfumature del rispetto L’inesistente distinzione etico-morale tra femmina e donna, la convinzione che basti uno sguardo ammiccante e un apprezzamento per considerare una donna oggetto di proprietà, la disonesta verità che ci si racconta: tanto alla ragazza prima o poi passerà, intanto ci si ride su. Sesso debole, bersaglio facile. Nei giorni scorsi sulla bocca di tutti c’era lo sdegno per l’ultimo (poco spassoso) passatempo di cui si è diffusa notizia dall’altro lato del confine: “pull a pig”, traducendo “inganna un maiale”, in altre parole il gioco in cui vince chi conquista la ragazza più brutta tra tutte, ossia il maiale in questione, per intenderci. La voce giunta fino a noi è quella della giovane inglese Sophie Stevenson, una ventenne cascata nelle dolci bugie di un coetaneo olandese conosciuto in vacanza. Dalla denuncia della ragazza si legge che lo sbruffone l’avrebbe attirata ad Amsterdam, dicendosi desideroso di incontrarla ancora, per poi non presentarsi all’atterraggio della ragazza e lasciare Sophie da sola all’aeroporto, ad aspettare un finto innamorato che non sarebbe mai arrivato e che le avrebbe di lì a poco inviato il messaggio in cui le svelava l’inganno dietro la favola: una scommessa goliardica tra amici, vince chi riesce a portarsi a letto la più grassa e disperata. Una ragazza ridotta a pedina, a puntata vincente. Sophie ha avuto la straordinaria forza di denunciare uno stupido giocatore di uno stupido gioco, un’altra avrebbe potuto non averla. “Pull a pig” è una delle tante etichette apposte sul fenomeno bullismo, una goccia in un mare di allarmi, in cui c’è chi soffre e non tace, accanto a chi tappa la bocca al debole e chi, muto, soccombe. Il forte è destinato a portare a casa il trofeo: no, non la legge di selezione naturale, ma l’assurda convinzione che basti brillare […]

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Attualità

Attualità

Strage a Las Vegas, 59 morti e oltre 500 feriti

Domenica 1° ottobre, Las Vegas, la città del Nevada famosa in tutto il mondo come il paradiso dei casinò e del gioco d’azzardo, è divenuta lo scenario di una strage senza precedenti, una ferita insanabile nell’animo del popolo americano e del mondo intero. Stephen Paddock, un pensionato americano di 64 anni, dopo aver ucciso una guardia di sicurezza, si è affacciato ad una finestra al trentaduesimo piano del Mandalay Bay Hotel, e da lì ha iniziato a sparare all’impazzata sulla folla di oltre 40.000 persone che si era riversata nelle strade per il concerto del Route 91 Harvest Festival, un’importantissima rassegna di musica country. Il killer ha continuato ad uccidere fino a quando, prossimo all’arresto, ha deciso di suicidarsi. Nonostante il repentino intervento degli agenti della SWAT, la follia sanguinaria di Paddock è riuscita a provocare 59 morti e oltre 500 feriti. Uno degli aspetti più sconcertanti dell’intera vicenda è che, stando alle prime ricostruzioni, il killer non aveva nessun precedente penale nè aveva mai dato segnali di squilibrio mentale. Secondo gli amici e i parenti di Paddock, questi era un uomo benestante che conduceva una vita semplice insieme alla moglie. Di conseguenza è impossibile non interrogarsi sulle ragioni che possono aver portato un uomo, apparentemente mite e normale, a procurarsi un arsenale di armi e compiere un’atrocità di tale portata. Las Vegas: una strage senza movente Il movente del killer è ancora incerto. Da una parte vi è l’ISIS che ha rivendicato l’attentato tramite un comunicato web: stando alla dichiarazione dell’organizzazione criminale, Paddock si sarebbe convertito all’Islam alcuni mesi prima e avrebbe quindi dato luogo all’attacco in veste di soldato dello stato islamico; dall’altra parte vi è l’FBI che per il momento smentisce la presenza di ogni legame tra l’attentatore e le cellule terroristiche islamiche. La gravissima vicenda si configura come la più grande strage americana dopo l’11 settembre. Essa scuote profondamente gli animi e sollecita su più fronti le polemiche sulla tematica dell’utilizzo delle armi da fuoco negli USA. Polemica già accesa dalla strage di Orlando avvenuta nel giugno 2016, ove persero la vita 49 persone. Quanto successo a Las Vegas è per molti l’ennesima dimostrazione della pericolosità di un sistema in cui è eccessivamente semplice procurarsi armi usate per uccidere poveri innocenti. A prescindere delle ragioni che hanno spinto l’assassino, bisogna riconoscere che questa orribile vicenda contribuirà ad accrescere il clima di terrore che si sta diffondendo negli ultimi anni. Sempre più spesso terroristi e folli di ogni sorta decidono di dare sfogo alla loro sete di sangue in luoghi e contesti dove le persone si riuniscono per svagarsi e trascorrere momenti di piacere. L’attentato al Bataclan di Parigi, quello di Nizza, l’attentato ai mercatini di natale di Berlino, quello al concerto di Ariana Grande a Manchester, quello al Pulse di Orlando ed infine la strage di Las Vegas, sono solo alcune delle troppe tragedie che inevitabilmente insinuano la paura nei nostri animi ed un odio profondo contro gli artefici di tutto questo male.

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Attualità

Facebook, arrivano le news a pagamento

Facebook, nella realtà contemporanea, non solo è il più importante social network del mondo, ma è anche divenuto lo strumento mediante il quale milioni di persone decidono ogni giorno di informarsi. Mentre nel passato l’attività “informativa” veniva svolta prevalentemente da professionisti dotati di adeguate competenze, e ciò comportava la garanzia di un’informazione accurata e diligente, oggi chiunque può immettere in rete informazioni, più o meno veritiere. Questa circostanza ha comportato il dilagare del fenomeno delle “Fake News” notizie del tutto false, diffuse solo per creare disinformazione ed aumentare le visualizzazioni, così da ottenere un rendiconto di natura meramente economica. La consapevolezza che in rete circolino moltissime notizie false, e la difficoltà di individuare le fonti effettivamente attendibili, hanno evidenziato la necessità di elaborare soluzioni volte a guidare i lettori nel caos dell’informazione mediatica, così da indirizzarli verso news serie e corrette. Facebook e le news a pagamento L’innovativo progetto, che è ancora in fase di sperimentazione, si fonda sulla collaborazione tra il social americano e ben 10 partner editoriali mondiali. L’idea è quella di utilizzare Facebook come tramite tra editori e lettori. In questo modo, gli utenti di Fb potranno acquistare in modo agevole e diretto le news, garantendosi così la sicurezza di disporre di un prodotto editoriale accurato ed attendibile. Per il momento è prevista la sperimentazione di due modelli di pagamento, entrambi relativi alla visualizzazione di “Instant articles” (articoli visibili solo da utenti che accedono a Facebook mobile e che si aprono direttamente nell’app senza dover aprire finestre del browser): il primo è quello del “Paywall” in base al quale sarà consentito leggere gratis solo un certo numero di news; il secondo si sostanzia nella modalità “Freemium” con la quale saranno gli editori a decidere quali articoli offrire gratis sul social e quali a pagamento. La transazione economica per l’acquisto delle notizie non avverrà sul social, il 100% dei ricavi sarà destinato alle società editrici e saranno queste ultime a decidere le modalità e l’entità del pagamento delle notizie. Ovviamente a questo punto sorge spontaneo chiedersi quale sarà il rendiconto per Facebook, e la risposta, data da Tessa Lyons, product manager del News Feed di Facebook, è che la piattaforma nella sua battaglia contro le fake news ha interesse a garantire per i suoi utenti la possibilità di reperire in modo agevole notizie certe ed attendibili.

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Attualità

Fortunata, è sold out al Napoli Film Festival

Si è svolto ieri sera, al cinema Hart, quello che per i nostalgici continua a chiamarsi Ambasciatori, l’ultimo incontro del Napoli Film Festival, dedicato al film Fortunata di Sergio Castellitto, premiato con tre Nastri d’Argento e il riconoscimento a Jasmine Trinca nella sezione “Un Certain Regard” del Festival di Cannes. Incontro che, oltre ai tanti aneddoti cinematografici, verrebbe da definire come celebrativo di un amore, quello per Margaret Mazzantini, che il regista stesso ha definito come scritto dal destino. Un appuntamento che è riuscito ad andare avanti perché in amore incontrarsi non è mai abbastanza, in quello che diventa un mestiere a tempo pieno e non ha nulla a che vedere con il part-time. E un’intervista, quella rivolta al regista, che ha saputo sorprendere per la piacevole armonia celata dietro così tante diversità. Quelle che contrappongono il mestiere di scrittore a quello di regista. La perfetta antitesi che si inserisce tra caratteri e lavori diversi. La stesura di personaggi come culmine di un gesto di solitudine, contrapposta all’interpretazione cinematografica di chi lavora lo stesso con la fantasia, ma è immerso in una moltitudine di persone che compongono un set. Due anime diverse, che hanno imparato a rispettare i segreti interiori dell’altro. Un cinema, quello di Castellitto, che si nutre di una raccolta di personaggi e di archetipi che sanno resistere nel tempo, in cui, spesso e volentieri, ha rivelato che è difficile tagliare troppo perché portatori quasi sempre di qualcosa di vivente e strettamente necessario. Personaggi dei quali si finisce per avere nostalgia proprio perché diventano figure esistenti, ancor più esistenti di tante persone che fingono di esistere. Fortunata, un cuore grande quanto la periferia È in questa miriade di pagine scritte, di quelle che il regista ha definito “fantasmi” che piano piano prendono vita, che si inserisce Fortunata. Condottiera di un film in cui la vita sembra giri intorno alla frenesia di un mondo in cui tutti “dormono male” le poche ore in cui riescono a farlo. Un universo fatto di personaggi belli e dannati, con la fisionomia scavata dai pensieri. Una figura di madre alle prese con un marito assente, quella di una splendida Jasmine Trinca, che, per certi versi e sicuramente il guardaroba, ricorda Eva Mendes in “Come un Tuono” di Derek Cianfrance. Meches bionde, jeans strappati e quello stile rock che fa da cornice ai sobborghi di Tor Pignattara, nella corrente di verismo che accompagna gli spettatori in una Roma buia e dannata alla quale spesso non siamo abituati. Fortunata, che di mestiere fa la parrucchiera, è il rincorrersi di stati d’animo che fanno a schiaffi con la realtà, che vorrebbero uscire dalla sua pelle per entrare in quella di un’altra, che continuano a tatuarsela per protesta ma che al tempo stesso si rivelano paladini di un grandissimo esempio di libertà, sconosciuta a tutti coloro che vivono una vita tranquilla, con la routine al posto delle pasticche. Un’interpretazione che si mescola con la vita di Chicano (Alessandro Borghi), il suo amico tatuato dall’equilibrio instabile ed una […]

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Attualità

Mummie animali “a tu per tu” al Museo Egizio di Torino

Un team di ricercatori e restauratori del Museo Egizio di Torino, insieme con la Soprintendenza, ha avviato uno studio approfondito sulle 120 mummie di animali conservate nella celebre collezione, fiore all’occhiello della città. Tale lavoro è stato recentemente svelato agli occhi curiosi dei visitatori, essendo trasferito e reso fruibile all’interno della Sala 10, alla quale si accede percorrendo la galleria dei sarcofagi: uno spazio che normalmente ospita i reperti della regina Nefertari, in questo momento esposti all’Ermitage di San Pietroburgo nell’ambito della mostra “Nefertari e la Valle delle Regine”. Come spiega Marco Rossani, collection manager del Museo, «si è deciso di approfittare di quella sala temporaneamente vuota per mostrare ai visitatori il restauro delle mummie animali; pensiamo possa essere un modo per far capire che il Museo è una realtà viva, dinamica, in continuo movimento e trasformazione».  Il progetto sulle mummie animali, realizzato in collaborazione con l’Eurac di Bolzano e il Gruppo Horus Usa, ha avuto inizio nel 2015, quando tali reperti organici sono stati inventariati e sottoposti all’esame della Tac nonché a svariate analisi, quali radiografie e analisi al carbonio 14, finalizzate ad individuare la razza e l’età degli animali, la composizione delle resine e dei pigmenti, le tecniche di imbalsamazione e la disposizione delle bende. I risultati saranno pubblicati a cura dell’archeologa ed egittologa pakistana Salima Ikram, che collabora allo studio torinese e che è co-direttrice dell’Animal Mummy project al Museo Egizio del Cairo. Gli elementi chimici rilevati nei campioni di tessuto delle mummie animali hanno rivelato la presenza di grassi animali, oli, cera d’api, gomma di zucchero, bitume, e resine di pino, materiali di imbalsamazione usati per gli umani, il che denota la medesima sofisticazione e riverenza delle mummie umane per le mummie animali. La scoperta delle mummie animali nei siti egizi  Nel 1888, scavando nella sabbia vicino al villaggio di Istabl Antar, un contadino egiziano scoprì per caso una grande fossa comune, non contenente resti umani, bensì un numero strabiliante di corpi di felini, mummificati e sepolti da migliaia di anni; era l’epoca in cui le spedizioni archeologiche, in una sorta di “caccia al trofeo”, dragavano il deserto alla ricerca di monili provenienti da tombe regali, con cui poter abbellire ville e musei in Occidente. I migliaia reperti di animali mummificati scoperti nei siti sacri di tutto l’Egitto, dunque, erano ritenuti semplici scarti, d’importanza irrisoria. Oggi, tuttavia, gli addetti agli scavi si rendono conto di quanto essi che essi costituiscano un’espressione della vita quotidiana degli antichi Egizi; grazie al contributo della già citata Salima Ikram, egittologa specialista di archeologia zoologica, è stato avanzato un nuovo filone di ricerca a partire dalla collezione di mummie animali, che stava languendo nel Museo Egizio cairota, il quale rappresenta una sorta di ponte tra l’umanità odierna e quella antica: «Chi guarda questi animali può pensare: “però, il Faraone aveva un animale domestico come ce l’ho io”, e da figure lontane 5.000 anni e più, gli antichi Egizi diventano persone in carne e ossa». Alcuni di questi animali dovevano tenere compagnia al defunto […]

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Cinema & Serie tv

Cinema & Serie tv

Nico, 1988: intensa performance di Dyrholm

“La mia vita è iniziata solo dopo l’esperienza con i Velvet Undergroud, quando ho cominciato a fare la mia musica!” – dal film Nico, 1988. Nico, 1988 è uno straordinario biopic dedicato a Christa Paffgen, artista madre e donna alla costante ricerca di un equilibrio interiore e in eterna lotta con il mondo circostante, che narra i suoi ultimi due anni di vita; Christa, in arte Nico, è qualcosa di più di un personaggio da adattare per una produzione biografica, la regista, Susanna Nicchiarelli, indaga e ricostruisce gli ultimi momenti della cantante tedesca in un periodo in cui si riconosceva nella sua volontà ciò che cercava, attraverso la musica e in un ritrovato rapporto affettivo con suo figlio. Per la Nicchiarelli, il film rappresenta un dignitoso traguardo professionale e una prova di coraggio nell’indagare sulla vera essenza della controversa artista, andando oltre i clichè e le immagini iconiche della rock star. Nico è straordinariamente interpretata da una inarrivabile Trine Dyrholm, interamente calata in un ruolo di difficile interpretazione, proiettando nell’immaginario collettivo gli aspetti caratteriali di una cantante pronta a rimettersi in gioco per se stessa. “Non chiamarmi Nico, chiamami con il mio vero nome Christa” – dal film. “Sono andata a vedere di questa donna, ciò che era diventata dopo, soprattutto mi ha molto colpito la storia che c’era e che non si conosceva di Nico, e non la donna dietro l’icona”. S. Nicchiarelli. Nico, 1988, girato in diverse location: Parigi, Praga, Norimberga, Manchester, la Polonia e il litorale laziale presso Anzio, è stato ambientato, come si evince dal titolo, tra il 1986 e il 1988. Il film racconta e ricostruisce gli ultimi due anni vissuti dalla stupenda Christa (interpretata da T. Dyrholm) in arte Nico, musa ispiratrice nella Factory di Warhol, amica di Jim Morrison e cantante tra gli anni ’70 e ’80 della band “Velvet Underground”. La nota cantante solista, conosciuta anche come “sacerdotessa delle tenebre”, dopo la sua scomparsa, ispirò numerosi artisti e produttori per il suo innovativo genere musicale di impronta rock sperimentale. Nico con la sua band si ritrovò a girare l’Europa liberandosi di tutti i condizionamenti musicali degli anni precedenti e portando nuovi linguaggi musicali. Il suo ultimo tour costituì un’evoluzione importante per l’artista che oltre a ritrovare l’affetto di suo figlio, testimone di quegli ultimi momenti poco noti, liberò il suo pensiero positivo attraverso nuovi e indimenticabili brani, riproposti da Dyrholm nelle vesti della rabbiosa cantante. Il film apre con una Berlino in fiamme e una Christa bambina che osserva le conseguenze folli del grande conflitto mondiale; i suoni e le visioni delle fiamme accendono il suo futuro proiettato tra quotidiani trionfi alternati ad altrettanti insuccessi musicali, appena sostenuti da uno scarno pubblico: l’uso dell’eroina, la perdita della condizione di madre e i dolori sentimentali e familiari, segnano in modo indelebile gli anni di Nico, tra splendori e opacità. Nico non demorde e negli ultimi anni della sua tormentata esistenza, ritrova la forza di reagire combattendo la sua ultima battaglia per la vita […]

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Cinema & Serie tv

Finalmente Will e Grace! Dopo undici anni arriva il revival

Il tanto atteso revival di Will e Grace è ormai alle porte! Dopo esser stata trasmessa il 29 settembre negli Stati Uniti, ecco che la serie tv approda in Italia, su Premium Joi, trasmessa ogni venerdì alle 21:15. Il primo appuntamento è il 13 ottobre, una puntata aprifila con una lunga invettiva su Donald Trump, il solito sano umorismo combinato alla tagliente satira politica. Da sempre la serie ha manifestato un orientamento politico, i protagonisti, durante il governo Bush, hanno mostrato spesso il loro ideale democratico; ne è poi conferma l’episodio speciale pubblicato nel 2016, con un profuso sostegno per la candidata alla Casa Bianca, Hilary Clinton. Will e Grace tocca più argomenti spinosi con tanta ilarità e buon gusto Sembra proprio che per questa prima puntata i riflettori siano puntati tutti su The Donald, a cominciare dall’amicizia tra Karen Walker e Melania, first lady della Casa Bianca. Ci saranno grandi ritorni, primo fra tutti l’ex marito di Grace, continuando con l’acerrima nemica di Karen, Lorraine. La serie della Nbc ritorna dopo ben undici anni di silenzio – l’unica parentesi è stata l’episodio speciale dello scorso anno – ed un finale che aveva lasciato tutti a bocca aperta, ma non per la meraviglia, ma per la domanda: può davvero finire così? Infatti, non aveva per nulla convinto il finale proposto nel 2006: Will e Grace, entrambi sposati, che proseguivano le loro vite, senza scambiarsi più parola. Con un finale del genere come scrivere una nuova stagione? Ponendosi questa domanda, gli autori hanno così deciso di azzerare i minuti finali dell’ultimo episodio, per ritornare alla solita formazione, divertente ed irriverente. In fondo vale sempre il motto che recita “Squadra che vince, non si cambia” ed ecco che nella nona stagione ritorneranno ad essere coinquilini Will e Grace, così come Jack resterà il vicino di casa esuberante, chiudendo con la signora della risata Karen Walker. 16 puntate per scoprire l’evoluzione delle vite dei quattro matti protagonisti, ormai cresciuti, ma pronti a sorprendere ancora una volta.

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Cinema & Serie tv

Zerocalcare: La profezia dell’Armadillo diventa un film

Zerocalcare. Tuttattaccato. Nel 2009, quando uscì La profezia dell’Armadillo, digitando zerocalcaretuttattaccato su Google, bisognava scorrere qualche pagina prima che non si parlasse più della salute delle lavastoviglie e si arrivasse a parlare di fumetti. Pochi mesi dopo la pubblicazione della graphic novel dalla coscienza d’armadillo, la situazione era completamente diversa, opposta. Verrebbe da chiedersi quanti idraulici leggano Zerocalcare. «Si chiama “profezia dell’armadillo” qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi oggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti, nei secoli dei secoli. Amen.» Così, dopo quasi dieci anni, con il ben volere del mostro del tempo che passa, l’opera prima di Zerocalcare diventa un film. La data di uscita non è certa, ma si ritiene probabile nel corso del 2018. A collaborare con Zerocalcare alla sceneggiatura, Valerio Mastandrea, Oscar Giloti e Pietro Martinelli. Ad interpretare la pellicola troveremo Simone Liberati e Pietro Castellitto (rispettivamente Zero e Secco), insieme a Laura Morante, Claudia Pandolfi, Valerio Aprea, Teco Celio e Diana Del Bufalo. Il compito della regia è stato assunto da Emanuele Scaringi. La profezia dell’Armadillo: semiotica d’amore e di morte Rebibbia. Zero, disegnatore o aspirante tale, si arrangia con illustrazioni per gruppi punk. Arrotonda con ripetizioni di francese e cronometrando le file al check-in negli aeroporti. Vicino a lui, l’amico di sempre, Secco, e la personificazione della sua coscienza: un armadillo. Il cuore – frantumato – del racconto è la morte di una compagna di scuola, Camille, antico amore di Zero. Accanto alla crudele tenerezza a cui ci incatenano i ricordi, si tratteggia il ritratto di una generazione che vive alla periferia del tempo e dello spazio e, come in ogni periferia, viene accusata e ignorata. Il linguaggio di Zerocalcare si costituisce di parole veicolate dal romanesco, dalle linee, da gruppi di significanti che tessono la storia di un’attitudine alla vita, alla realtà, alla morte. Michele Rech è un maestro in questo e crea sulla pagina un microcosmo fatto di mondi interi. Dissacrante e teneramente attento, in ogni tavola si esprimono e nascondono significati di una generazione che dell’instabilità e del dolore ha fatto scrigno, fortezza, armadillo. Con essi e con se stessi si convive, contro di essi e di se stessi si combatte. Per chi è avvezzo alla lettura di Calcare – beato chi non lo è, che potrà godersi tutto il corpus per la prima volta! – La profezia dell’armadillo ha i tratti d’opera non del tutto matura da un lato e, dall’altro, i segni inconfondibili che Zerocalcare porta con sé e consegna al lettore. Tra le pagine si ride, si ride tanto e si piange di dolore sincero che viaggia fra l’amore, la perdita, la decisa rinuncia al disincanto. Si afferma con opportuno sarcasmo la necessità di restare saldamente attaccati alla vita, lottando contro tutto quanto vorrebbe farci mollare la presa, dimostrandoci decisi a resistere, a non cadere. Aspettiamo dunque un film che, per chi conosce Zerocalcare, porta con sé grandi promesse e grandissime premesse. Intanto, dopo il capolavoro che è Kobane Calling, […]

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Cinema & Serie tv

Kyle XY: mistero e fantascienza nella serie tv ABC Family

Nell’anno 2006 il network americano ABC Family manda in onda una nuova serie tv, Kyle XY, con una prima stagione di dieci episodi. Gli ascolti elevati hanno permesso alla ABC di produrre e mandare in onda una seconda stagione di ventitré episodi l’anno successivo, confermandone subito dopo una terza invece di dieci. Purtroppo quest’ultima non ha avuto la stessa fortuna delle precedenti serie e Kyle XY è stata cancellata; a nulla sono valse le richieste dei fan, che hanno manifestato a gran voce il desiderio di voler vedere mettere un punto fermo a molti interrogativi rimasti in sospeso. Dopotutto non è la prima volta che accade che vengano improvvisamente cancellate alcune serie, quasi sempre per gli ascolti bassi, solo che non sempre questa cancellazione è meritata (si pensi a Veronica Mars o Dark Angel, solo per citarne qualcuna). Anche in questo caso gli ascolti bassi si scontrano con chi dall’altro lato nella serie ci continuava a vedere un potenziale. A dimostrarlo sono i romanzi di Wilkins: Kyle XY: Nowhere to Hide e Kyle XY: under the Radar, editi solo in lingua inglese. Kyle XY: la trama Un giorno qualsiasi, nei boschi della città di Siattle, un ragazzo (l’attore Matt Dallas) si sveglia nudo, smarrito e incosciente del mondo circostante e di se stesso. Non ha alcun nome, è soltanto una sigla, una coppia di due lettere: XY, i famosi cromosomi che identificano il sesso maschile, solo che c’è un particolare che lo differenzia dagli umani: non ha l’ombelico. Quando la polizia si rende conto che la sua identità non compare da alcuna parte, allora lo porta in un istituto che accoglie i ragazzi affetti da diverse problematiche. Qui incontra Nicole Trager (l’attrice Marguerite MacIntyre), una psicologa che vuole studiare da vicino il ragazzo e capire chi sia veramente. Da quel momento XY acquista il nome di Kyle e si trova a convivere in casa con la famiglia di Nicole: suo marito Stephen (Bruce Thomas) e i figli Lori (April Matson) e Josh (Jean-Luc Bilodeau). E da un’iniziale convivenza tesa e difficile si giunge ben presto a considerare Kyle come uno di famiglia. Ma gli interrogativi su chi sia, da dove arrivi e quale mistero si celi dietro la sua improvvisa comparsa non svaniscono. Il mistero della serie e quello della cancellazione Mistero. Questa è la parola che più balza alla mente quando si ripensa alla serie Kyle XY. Mistero sull’improvvisa comparsa di Kyle, sulle sue doti straordinarie, sulla sua conformazione fisica. Mistero sulle persone che si presentano improvvisamente da un passato lontano e che Kyle non sembra riconoscere. E ancora mistero intorno alla cancellazione e agli ascolti precipitati a picco all’inizio della terza serie. Mistero, infine, su ciò che è stato lasciato in sospeso, perché le risposte rilasciate dalla sceneggiatrice non sono bastate a chi in Kyle XY ci credeva. Una bella serie, insomma, una visione su una realtà che si crede aliena e che invece è più terrestre che mai, quella che riguarda gli uomini, mai sazi di ricerche, mai paghi di esperimenti, sempre più […]

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Cucina & Salute

Cucina & Salute

Sindrome da rientro: tutta colpa degli ormoni…dello stress

Si guarda sempre il mare con spirito romantico e sguardo sognante. L’ultimo sguardo che lanciamo al mare prima di rientrare a casa dalle vacanze, però, è un autentico tripudio di amore e precoce nostalgia. Che quest’anno la scelta delle vacanze sia ricaduta sul mare, sulla montagna o su una città d’arte fa poca differenza; il momento in cui si è costretti a consumare l’ultima colazione in hotel e poi a svuotare gli ultimi cassetti risulta immancabilmente traumatico. Stare in vacanza piace a tutti: ma piace perché è un’esperienza limitata nel tempo (e quindi troppo breve per iniziare a provare l’insofferenza della routine) o perché siamo liberi di organizzare la giornata secondo le nostre preferenze e di svolgere quelle attività a cui spesso non possiamo dedicarci durante l’anno? L’opinione degli esperti Gli esperti rispondono: per entrambi i motivi. Se la vacanza durasse tutto l’anno, risulterebbe un’esperienza alienante e noiosa, così come ci appare la routine lavorativa. Ma è anche vero che è la prospettiva di abbandonare spiagge idilliache, panorami da cartolina, la nuova comitiva, i giri in canoa, le agognatissime visite ai musei, gli aperitivi serali e le nottate con birra e stelle cadenti ad avvilirci. Incatastiamo nelle valigie con indolenza la stessa roba che avevamo piegato con cura e precisione all’andata, ripensiamo all’inflessibile capo messo temporaneamente nel ripostiglio dei pensieri, alle serate in pigiama davanti alla televisione e a quell’esame intenzionalmente dimenticato. In che cosa consiste la sindrome da rientro? Questa strana nostalgia viene definita “sindrome da rientro”, un’espressione mutuata dal disturbo che affligge i soldati di ritorno dalla guerra che devono affrontare problemi psicofisici di riadattamento. Ovviamente eliminando opportunamente i caratteri tragici e patologici, una sindrome del ritorno colpisce anche i vacanzieri che devono accettare il ritorno a un tenore di vita ben diverso da quello goduto durante le vacanze. La sindrome esiste davvero, al di là di ogni diceria, scetticismo e incredulità. Parola degli studiosi: tutta colpa dei surreni, che producono i cosiddetti “ormoni dello stress”, ovvero adrenalina e cortisolo. Il processo ha origine nelle informazioni stressanti che l’organismo mette in circolo e che vanno a sollecitare la risposta dell’ipotalamo, che stimola l’ipofisi, che a sua volta interviene sui già citati surreni. Lo stress generato da eventi esteriori così repentini da poter risultare traumatici è il vero responsabile di questo disagio certamente non grave ma non per questo poco fastidioso. Spesso il nostro corpo, incapriccito, risponde a tono a questo rimpatrio forzato, facendoci sentire spossati, ansiosi, lievemente depressi, insonni o al contrario sempre stanchi e insonnoliti, rendendoci lunatici e facilmente irritabili. È una fase di transizione immancabile, una sorta di limbo dalla cui permanenza temporanea non ci si può astenere: fa parte del gioco, del cambio di stagione. È come tornare a indossare i jeans e riporre per l’anno prossimo le infradito. Quali sono i rimedi più consigliati? I consigli degli esperti per combattere la sindrome del ritorno da veri vacanzieri-soldati sono semplici: prendersi cura della propria alimentazione senza variarla bruscamente, privilegiando frutta, verdura e bevendo almeno un paio di […]

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I benefici del succo di limone: l’elisir di lunga vita

Originario dell’Asia il limone fu importato in Italia dagli Arabi. Oggi il nostro paese è al primo posto nella produzione di questi agrumi. Li usiamo soprattutto in ambito culinario, nelle creme, come condimento o aroma. Non tutti però sanno che il limone vanta di una moltitudine di proprietà benefiche che lo rendono un vero e proprio toccasana. È per questo che il limone è ingrediente base dei cosiddetti rimedi della nonna: a causa delle sue infinite proprietà, possiamo trarne i più svariati benefici.  Gli usi terapeutici del limone Acido citrico, limonene, pinene, fosforo, calcio, rame, manganese, vitamine C, A, B, PP e zuccheri: sono questi gli ingredienti che rendono tanto speciale il limone e che gli forniscono tutte le sue proprietà: È un antiossidante: previene l’invecchiamento cellulare e le malattie degenerative grazie alla presenza di vitamina C Sempre grazie alla vitamina C, il limone stimola il sistema immunitario L’acido ascorbico presente in questo agrume ha effetti antinfiammatori: è usato contro l’asma e altri problemi respiratori Migliora l’assorbimento di ferro nel corpo, a scopo immunitario Depura e disintossica. Aiuta a depurare il nostro intestino dalle tossine che vi si accumulano. Stimolando la produzione di urina promuove la disintossicazione È utile contro l’acidità gastrica. La buccia di un limone bollita per dieci minuti è un rimedio contro nausea, meteorismo e mal di stomaco Aiuta la digestione, stimolando il fegato a produrre bile È un ottimo alleato nelle diete. La pectina in esso contenuta aiuta a combattere la fame improvvisa Previene l’arteriosclerosi e l’ipercolesterolemia È antibatterico e antimicrobico, utile per curare una piccola ferita. Grazie alla presenza delle saponine i limoni aiutano anche a tenere a bada raffreddore e influenze Previene la formazione di cellule tumorali, specie al fegato, pancreas, stomaco e intestino È antivenefico: si narra che fosse ampiamente utilizzato da Nerone che, per la aura di essere avvelenato, ne assumesse ogni giorno I limone è uno degli elementi più alcalinizzanti. Per questo motivo aiuta ad eliminare l’acidità del nostro corpo riequilibrando il Ph Allevia il mal di denti e il dolore alle gengive Ci rende più belli! Riduce le rughe e le macchie della pelle, dona luminosità al viso e uccide alcuni dei batteri che causano l’acne Come beneficiarne? Con una bella limonata Succo di mezzo limone in un bicchiere di acqua tiepida da assumere tutte le mattine a digiuno. Basterà seguire questo consiglio per sentirsi subito meglio! È preferibile seguirlo per dodici giorni, con una pausa di otto. Il tutto andrebbe ripetuto per tre volte. Un’alternativa è la cosiddetta terapia dei sette limoni. Si parte assumendo il succo di mezzo limone – diluito in acqua, a digiuno – e se ne aumenta ogni giorno la quantità fino ad arrivare a sette limoni, per poi regredire. La pausa deve essere almeno di sette giorni. Un’altra grande idea è gustarsi un ottimo sorbetto al limone, sollievo perfetto al caldo estivo!

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Cheesecake ed estate: il binomio perfetto

Il cheesecake, il “dolce al formaggio”, è un dessert conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, degustato in una miriade di varianti sia nella forma cotta che fredda. Nella sua versione più nota, ovvero la “New York cheesecake”, è composto da una base di pasta biscotto sulla quale è adagiato uno spesso strato di crema al formaggio fresco, lavorato con le uova, lo zucchero e la panna. Tuttavia tale ascendenza statunitense, avendo diffuso la convinzione che si tratti di una preparazione originaria della Grande Mela, ha velato in realtà un’origine ben più antica. Le origini del cheesecake Benché nella ricetta attuale il cheesecake sia un dolce relativamente recente, pare che la prima torta a base di formaggio di pecora e miele di cui abbiamo memoria fosse servita già nel 776 a.C. agli atleti Greci durante i primi giochi olimpici come corroborante, essendo considerata un alimento altamente energetico – secondo quanto ci tramanda Callimaco, che narra di una tale, Egimio, dilettatosi nella stesura di un testo integralmente dedicato alla preparazione di torte al formaggio. Dai Greci il cheesecake dovette passare ai conquistatori Romani: Catone Il Censore infatti nel suo De agri cultura riporta la ricetta del libum, un dolce a base di formaggio che potrebbe considerarsi un antenato del cheesecake: «Farai così il libum. Sciogli bene in un mortaio due libbre di formaggio. Quando lo avrai reso del tutto liscio, impasta bene col formaggio una libbra di farina o, se lo vuoi più leggero, mezza libbra. Aggiungi un uovo e di nuovo impasta tutto attentamente. Forma la pagnotta, ponila sopra un letto di foglie e falla cuocere lentamente in un forno caldo». Dai Romani il dolce seguì le legioni, espandendosi per le province dell’Impero. È presumibile che il suo trasferimento oltreoceano sia stato agevolato dalla traversata degli immigrati verso il Nuovo Continente; qui, sul finire dell’Ottocento, l’imprenditore americano James Lewis Kraft nel tentativo di ricreare un formaggio francese, il Neufchatel, particolarmente adatto alla preparazione del cheesecake, ideò un formaggio fresco pastorizzato che chiamò Philadelphia. Solo nel XVIII secolo il cheesecake iniziò a poco a poco ad assestarsi nella forma contemporanea diffusa in tutto il mondo, adottato come torta simbolo dei parlanti in Esperanto, “lingua dell’umanità”, nata allo scopo di far dialogare i diversi popoli, creando tra di essi comprensione e pace. Tuttavia, se è vero che al tempo di Greci e Romani il cheesecake era già gustato, come è possibile che non sia rimasta traccia nei territori in cui essi vivevano? In effetti basta riflettere su alcuni dei dolci tipici e più amati della cucina del nostro Paese per accorgerci che il dolce al formaggio fa ampiamente parte anche della nostra tradizione: infatti, che cos’è la deliziosa pastiera napoletana se non un’ottima torta a base di ricotta? E che dire della cassata siciliana, la torta alla robiola, la torta laurina tipica del Lazio e lo sfogghiu, tipico del palermitano? Insomma a ciascuno il suo cheesecake: ve ne proponiamo dunque una duplice versione, dolce e salata, nonché sana e leggera, ideale per deliziare queste torride giornate agostane.  Versione dolce: cheesecake al […]

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La storia di Coco, un’eroica trovatella

Era una sera di primavera quando, ritornando da un’uscita con gli amici, Mattia trovò sotto casa una cagnolina. Le si avvicinò per controllare se avesse il collare: forse si era persa? Nulla. Non ce l’aveva. Sembrava piuttosto magra ed era tutta sporca, così Mattia, vedendo che la piccola lo seguiva, decise di portarla su con sé per darle da mangiare e da bere. Mai gesto più fu bello. Davanti a certe situazioni, si è sempre indecisi sul da farsi e spesso si deve tener conto di altre persone, che possono pensarla diversamente da te. Mattia infatti, agendo d’impulso e, soprattutto, con il cuore, non considerò cosa poteva succedere nel suo nucleo familiare: la madre aveva terrore dei cani e il padre non voleva animali in casa. Aiutare un animale indifeso in quel momento era la priorità e, tanta della compassione, senza riflettere troppo sulle conseguenze, entrò in casa con lei, in tarda nottata, con grande sgomento dei genitori. Mattia pensava che Coco non sarebbe rimasta nemmeno per la notte successiva, invece così non è stato. Da piccolo, un’esperienza negativa con un cane gli aveva sempre impedito di instaurare rapporti con altri e, in generale, non era mai stato un amante degli animali fino a quando non conobbe il cane della fidanzata; la quotidianità e l’interazione necessaria perché dovuta alla convivenza con l’animale stesso, gli aveva finalmente fatto scoprire un nuovo mondo: quello bellissimo, dove si intrecciano rapporti con gli animali e la bellezza del prendersi cura di un cane o di qualsiasi altro animale domestico e non. Ma mai avrebbe pensato che un giorno avrebbe voluto un cane. Tornando al ritrovamento della cagnolina, il giorno seguente, la prima cosa che fece fu controllare se avesse il microchip: nulla. Nessuna identità e apparentemente nessun padrone. Chiese aiuto per sistemarla ma, ancora una volta, la risposta fu negativa: era il periodo degli abbandoni, le volontarie piene di cuccioli ritrovati nei posti più impensabili e nelle condizioni più terribili, i canili pieni e disposti a prendersi cura della trovatella solo se pagati, perché auto sovvenzionati quindi senza l’aiuto del Comune e l’Asl veterinaria, un posto dove i cani si vede quando entrano ma non si sa quando escono. Davanti a uno scenario così negativo, Mattia cominciò a vivere alla giornata, senza dare un nome alla trovatella e mantenendosi a distanza, soprattutto emotivamente. Sapeva che il cane non poteva rimanere, che era difficile prendersene cura, ma l’ha fatto lo stesso: la portò dalla veterinaria. Non avendo avuto molta assistenza dal pubblico, si riferì al privato per le cure. Coco, il nome della piccola che piano piano si stava insinuando nel cuore di Mattia, riportava segni di percosse su varie parti del corpo, malnutrita, aveva numerose e grasse zecche che le invadevano la cute e la coda tagliata. Grazie alle indicazioni della dottoressa e alle costanti attenzioni di Mattia, Coco è diventata una cagnolina allegra, sana e felice. Questo lungo percorso ha privato Mattia di tante cose, sia economicamente che psicologicamente, lo ha messo a […]

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Nasce Kaleydoskop, rivista italiana interamente dedicata alla Turchia

Kaleydoskop è il termine turco per caleidoscopio, uno strumento all’interno del quale piccoli oggetti colorati si trovano posti alla rinfusa, e grazie a un sistema di specchi danno vita a immagini simmetriche sempre differenti, che mutano in modo imprevedibile al movimento di ogni singolo, piccolo oggetto. Ognuno di questi piccoli oggetti colorati potrebbe rappresentare un’anima della vivace, ampia e molteplice società turca. Kaleydoskop è una rivista indipendente che si propone di descrivere in senso ampio tutto ciò che avviene nella vita culturale e sociale della Turchia, un paese che, negli ultimi tempi, spesso viene prepotentemente proiettato all’interno delle nostre case tramite tv e giornali, ma la cui rappresentazione, altrettanto spesso, si trova schiacciata esclusivamente tra fatti di politica e di cronaca. Ma la Turchia non è soltanto questo, la Turchia non è soltanto Erdoğan, non è soltanto la repressione, non è soltanto una serie di crisi politiche. La Turchia è una vastissima pluralità di culture e attività culturali i cui frutti si impongono e resistono alla tendenza omologatrice del potere centrale, una società multi-etnica, multi-linguistica, multi-religiosa. E Kaleydoskop vuole raccontare questa molteplicità, concentrandosi sulla “vita culturale e sociale della Turchia, parlando di mostre, di fenomeni culturali, di iniziative, di produzioni musicali, di film, letteratura, storie che raccontano il rapporto con il presente e con il passato, di esperimenti urbani che provano l’esistenza di una società dinamica, attiva, estremamente variegata”. Un crowdfunding per sostenere l’ambizioso progetto di Kaleydoskop Il progetto nasce da un’idea di Lea Nocera, studiosa di Turchia contemporanea e insegnante di Lingua e Letteratura Turca all’Università Orientale di Napoli, autrice di diversi testi sulla storia della Turchia e collaboratrice o coordinatrice di numerose riviste e trasmissioni radiofoniche. Alla realizzazione del progetto contribuiscono inoltre quattro studiose – Fazıla Mat, Valentina Marcella, Giulia Ansaldo e Carlotta De Sanctis – che da anni si occupano di Turchia da diverse angolazioni, parlano correntemente turco e trascorrono regolarmente periodi anche lunghi nel paese. Kaleydoskop è “un progetto che si sviluppa principalmente su un lavoro redazionale di base volontario”: è per questo motivo che è stato lanciato un crowdfunding, per coprire le ingenti spese amministrative, legali e di produzione che sottendono il lancio di una rivista così ambiziosa priva di finanziamenti esterni. Sarà possibile contribuire con una donazione fino al 31 luglio, e sono previste ricompense per chiunque deciderà di partecipare. Le relazioni tra i popoli abitanti quei territori che noi oggi conosciamo come Italia e Turchia si perdono nei secoli. Emblematica è la storia di Galata, quartiere situato nel cuore della zona più turistica di Istanbul, che fu una colonia genovese dal 1268 fino alla fine del XV secolo. L’omonima torre, figura imprescindibile dello skyline cittadino, dalla quale si può godere di un panorama spettacolare sul Corno D’Oro, faceva parte delle fortificazioni della cittadella genovese e si è conservata in buona parte immutata fino ai giorni nostri. Così come dalla la torre si può spaziare con lo sguardo su Istanbul, Kaleydoskop ci permette di spaziare su tutta la Turchia, da Izmir fino a Trabzon, da […]

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Colori d’artista: uno studio cromatico

En plein air o tra le mura di uno studio, l’artista con la sua tavolozza di colori è un laboratorio itinerante: non c’è quadro che non abbia racchiuso in sé, nei quattro angoli di cornice, un attento studio cromatico, un girare e rigirare di geometrie e pensieri. È innegabile che il colore giochi un ruolo fondamentale in quel tutto, nella somma di dettagli che chiamiamo arte, così come va evidenziato con penna e pennarello che l’innovazione, molte volte, abita proprio nella prassi, in un’abitudine che vede la tinta prima della linea, nella convinzione che il colore dica tanto, quasi tutto, di un’emozione che si vuole tramandare alla vista dell’opera. Il colore che sta al significato come il disegno sta al significante. Da chi usa il colore per ricreare la luce e il buio come Caravaggio, a chi come Picasso lo usa come emblema di cambiamenti (si pensi al periodo blu e al periodo rosa): che vada reso il giusto onore a chi ha scelto l’istinto e lo ha fuso con la ricerca, a chi si è contraddistinto per aver messo il cuore in quella tavolozza di colori. Colori come specchi La storia dell’arte ha conosciuto pochi geni che abbiano saputo fondersi totalmente con le proprie opere, privando la propria carne di pezzi poi trasferiti alla propria creatura: pochi artisti, pochi uomini come Vincent Van Gogh. L’uso del colore è, nelle sue opere, indicativo del suo sentire, è l’esasperazione di un malessere, è portare il dolore fuori, è strapparlo via. Non a caso incorona sovrano il giallo cromo (perché a base di cromato di piombo), non un colore, ma la sfumatura di un’anima. Sono stati, inoltre, avviati studi recenti per ripristinare l’originale lucentezza del giallo tanto amato da Van Gogh, un pigmento instabile quanto il suo “custode”, un giallo che col tempo tende ad imbrunirsi, a perdere quella brillantezza che accecava ogni sguardo. Non una predilezione, ma un’ossessione, l’espressione più intima del suo modo di percepire il mondo. Una visione distorta, specchio dell’instabilità che lo contraddistinse: non si è mai omesso l’abuso che l’artista faceva di assenzio, un vizio che lo ha maledetto provocandogli danni al sistema nervoso, con conseguenti allucinazioni e xantopia, la visione gialla degli oggetti bianchi, un’alterata percezione dei colori che Van Gogh rigetta sui suoi quadri rappresentando ciò vede, filtrato da una disgrazia reale. Il colore della luce, del fuoco del sole che brucia lontano, un’accesa vitalità, una corsa in un’auto senza freni, e poi, lo schianto. La nevrosi dell’affascinante Vincent è nei suoi celebri Girasoli, nel Campo di grano con corvi, nella Casa gialla che comprò ad Arles per dar vita ad una comunità di artisti a cui veniva richiesto, semplicemente, di assumersi la responsabilità di amare l’arte. Se si dovesse esprimere, invece, la sensualità con un colore, la maggioranza delle preferenze cadrebbe senza dubbio sul rosso. Un colore caldo, che rapisce, accoglie, come sa bene Tiziano Vecellio, pittore cinquecentesco associato ad una ben precisa tonalità di rosso: il rosso Tiziano. Immediato è il collegamento con […]

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Chris Cornell: il buco nero del grunge e della vita

Chris Cornell: una delle pietre miliari del grunge, dalla musica alla vita Questa è la storia di un ragazzo di 24 anni che calcava il palco a torso nudo, divorando il pubblico e il microfono con un timbro di voce che riecheggiava nel grigiore di una Seattle paranoica ma estremamente produttiva. Questa è la storia di un buco nero che squarcia il sole, come recita la più famosa canzone del gruppo di quel ragazzo dai capelli lunghi, che ha scritto la storia del grunge prima ancora che le pagine ingiallissero e cominciassero a raggrinzire: quel buco nero Chris Cornell se lo portava dentro, così come se lo portavano dentro Kurt Cobain dei Nirvana, Layne Staley degli Alice in Chains, Andrew Bone dei Mother Love Bone e Scott Weiland degli Stone Temple Pilots. Ad aprirsi è la storia di Seattle: lo sentite l’odore della metà degli anni ’80, la puzza del Teen Spirit, l’aroma penetrante dei boschi e della provincia americana? Grunge è una parola che si arrotola cruda in bocca, che ferisce quasi la lingua con la sola pronuncia: un ammasso di consonanti che sputa in bocca il sapore di una chitarra distorta, di accordi tradizionali spazzati via e ideali sgualciti come la svalutazione di ogni valore sociale. Il Grunge in principio fu l’etichetta musicale Sub Pop, e la culla furono gruppi come Melvins, Mudhoney, Mother Love Bone: nel loro alveo si inserirono le urla strazianti di Bleach dei Nirvana, il caos equilibrato del leggendario album Ten dei Pearl Jam, il tormento degli Alice in Chains e i Soundgarden. I Soundgarden nacquero nel 1984 proprio dal corpo vivo di Seattle, giacché presero il nome da un’installazione artistica della città che produceva suoni al soffio del vento. Chris Cornell fu da subito il tipico antieroe del classico romanzo di formazione grunge: un’adolescenza e una giovinezza costellate dalla depressione, due genitori in contrasto tra loro e la nausea pungente di una Seattle immersa nel nichilismo. Gli ingredienti per fare di Cornell una sagoma perfettamente cristallizzata nelle strette maglie di un canone ci furono tutti, fin dal principio; ma alle etichette sfuggì subito il grunge dei Soundgarden: ibrido, pieno di venature heavy metal e lontane dal noise di Bleach dei Nirvana, con una voce preponderante e  vicina al timbro di Robert Plant dei Led Zeppelin. Chris Cornell: perfetto antieroe di un’epoca che non tornerà più Ci furono i fasti con Badmotorfinger, un album trascinato da singoli come Rusty Cage e Jesus Christ Pose, nello stesso anno, il 1991, in cui Nevermind dei Nirvana giganteggiava  sul Seattle Sound. Ci fu Black Hole Sun, il brano più conosciuto di Cornell e compagni, diventato un’istituzione anche per va del suo videoclip, allucinato e visionario (vincitore dell’MTV Video Music Award), con eclissi sparse, una Barbie consumistica che si muove meccanicamente e una bambina che si sbrodola, più emblematica della bambina Ku Klux Klan del video di Heart Shaped Box dei Nirvana. Chris Cornell si impose fin da subito come uno dei numi di questo genere musicale e di vita, un perfetto antieroe che raggiunse subito una maturità limpida, lucida e trasparente. Poi ci fu il progetto parallelo Temple of The Dog, che Cornell stesso definì supergruppo in memoria dell’amico […]

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Rubato un manoscritto di J.K. Rowling: facciamo chiarezza

Quando si parla di J.K. Rowling e dell’universo di Harry Potter, i contorni della vicenda iniziano sempre ad essere fluttuanti e misteriosi, come se il mondo di Hogwarts tingesse tutto con le sue tonalità tremendamente suggestive. Già la parola manoscritto sembra aprire strade affascinanti, giacché evoca proprio l’inchiostro magico con cui la Rowling ha plasmato le storie del maghetto e dei suoi amici, e soprattutto ci permette di immaginare la sua mano che ha intrecciato con sapienza e genialità una saga che ha emozionato, cresciuto e salvato più di una generazione di lettori, che con Harry sono rimasti fin proprio alla fine. Il mistero del manoscritto di J.K. Rowling rubato: facciamo un po’ di chiarezza Da qualche giorno, su bacheche e schermi di tutto il mondo, rimbalza la notizia di un furto di un racconto scritto dalla Rowling di suo pugno. Tante sono state le notizie fagocitate da un web sempre più affamato di informazioni, in una giungla di titoli sensazionalistici e costruiti ad hoc per scatenare il clic compulsivo: c’è chi afferma che ad essere stato rubato sarebbe una sorta di fantomatico prequel da consegnare al più presto e in gran segreto, così come c’è chi ha azzardato l’ipotesi di un nuovo libro in uscita imminente e dalla trama rigorosamente tenuta nascosta. Ma qual è la verità? Facciamo chiarezza, immaginando di pronunciare un bel Lumos Maxima per illuminare i contorni di una vicenda alquanto nebbiosa, e partiamo dal principio. Pronti con l’incantesimo? Qualche giorno fa, a Birmingham, è stato rubato un racconto che J.K. Rowling aveva scritto per un’asta di beneficenza organizzata nel 2008 dalla catena di librerie Waterstone’s, con ricavato da destinare all’associazione Dyslexia Action e alla divisione inglese dell’organizzazione letteraria Pen International. All’asta non aveva partecipato solo il racconto della Rowling, ma tredici racconti brevi scritti su fogli autografati A5 da tredici diversi autori: il racconto della Rowling era stato venduto per venticinquemila sterline a un presidente di una compagnia di consulenza finanziaria. Ma cosa c’era scritto in quel racconto? Ciò che sappiamo per certo è che il racconto non parlava di Harry, ma di suo padre, James Potter, e dell’inseparabile amico (nonché suo fedele compagno e malandrino) Sirius Black. Come in un ritratto in seppia, il racconto si apre narrando le vicende di due giovanissimi James e Sirius in sella ad una motocicletta e in fuga dalla polizia babbana, dopo aver superato il limite di velocità: tutto ciò non tradirebbe il topos che vedrebbe James e Sirius come due avventurieri sprezzanti delle regole. Molte pagine e molti siti Internet hanno interpretato male la vicenda del furto, credendo che addirittura la Rowling avesse scritto recentemente questo racconto per proporlo ad un editore, e che fosse tenuto sotto chiave prima di diventare il nuovo prequel ufficiale della storia di Harry Potter, magari l’inizio di una nuova saga ambientata prima della nascita di Harry ed incentrata sulle avventure del gruppo dei Malandrini James Potter, Sirius Black, Remus Lupin e Peter Minus. In realtà la rapina non è avvenuta ai danni di J.K. Rowling, ma del proprietario del racconto, ossia colui che se […]

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Chiude YouTube-MP3, baluardo dello stream-ripping

È ufficiale: gli oppositori della pirateria online hanno un nuovo nemico da combattere, ovvero i convertitori MP3. Il primo a essere chiuso è stato il famosissimo YouTube-MP3, utilizzato quotidianamente da una vasta quantità di utenti. Si tratta, probabilmente, della prima di una potenzialmente lunga lista di “vittime”. Cos’èra YouTube-MP3? YouTube-MP3 era uno dei tanti siti detti “convertitori” che metteva a disposizione un funzione gratuita di stream-ripping, cioè di estrazione audio da un video di YouTube. Il processo di conversione era composto da pochissimi passaggi: l’utente doveva solo copiare il link dal video di YouTube del quale desiderava ricavare l’audio, poi incollarlo nella barra di YouTube-MP3 e il sito in pochissimi secondi era in grado di restituire il file in formato MP3. Non solo videoclip musicali, ma qualsiasi altra tipologia di video presente su YouTube era convertibile in file musicale grazie a questa semplice funzione, con l’unica eccezione di video eccessivamente lunghi. Il sito, come è facile intuire, grazie alla possibilità di ricavare musica gratis e alla rapidità dei tempi di conversione, arrivava a ricevere milioni di visite ogni giorno. Il Music Consumer Insight Report commissionato dalla IFPI (International Federation of the Phonographic Industry) ha riportato che quasi il 50% degli intervistati ha ammesso di aver utilizzato il sistema di conversione offerto dai convertitori online. YouTube-MP3 e le case discografiche L’uso smodato di questa funzione non è però riuscito a passare inosservato. Da più di un anno molte principali case discografiche (affiancate da alcune etichette indipendenti) lamentavano questa “concorrenza sleale”, considerando il convertitore un veicolo per una violazione di copyright su larga scala. Il sito è rimasto attivo fino al 5 agosto di quest’anno quando, in seguito a un accordo extragiudiziale, ne è stata stabilita definitivamente la chiusura. Philip Matesanz, giovane creatore del sito, dovrà pagare alle case discografiche in questione una cifra segreta e dovrà impegnarsi a non sviluppare nessun altro sito con le medesime funzioni di YouTube-MP3. Con ogni probabilità la guerra ai convertitori non finirà qua. A pagare un caro prezzo, tuttavia, non saranno solo i creatori di questi siti web. Se infatti, sotto un punto di vista legale, è giusto che l’industria discografica difenda le proprie creazioni, dall’altro a essere penalizzati saranno anche i piccoli content creator privi di qualsiasi contratto discografico che, in caso di un’ipotetica rimozione di tutti i convertitori MP3, dovranno necessariamente allegare un link di download in ogni loro video per permettere agli utenti di scaricare i propri contenuti.

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ReplyASAP, l’app che ti costringe a rispondere

Il suo nome è ReplyASAP ed è l’applicazione destinata a diventare l’incubo di ogni adolescente. Si tratta del parto della mente di un padre ansioso, stanco che il figlio tredicenne non rispondesse mai a telefono. Si presenta come una normalissima app di messaggistica scaricabile gratuitamente (anche se soggetta ad abbonamento). In realtà ReplyASAP è molto di più: l’app è strutturata in modo che i messaggi giungano al destinatario anche se il telefono è impostato su “silenzioso”, bloccandone ogni funzionalità – oltre a fare un gran rumore – fino a che il ricevente non risponde. In questo modo si potrà dire addio alla scusa “non ho sentito il telefono”, ed i genitori saranno in grado di rintracciare i figli in ogni momento. Ma non solo. Per quanto l’idea sia sicuramente geniale o molto utile per tenere d’occhio gli adolescenti, presenta comunque delle possibilità di degenerazione. Dando un’occhiata alla pagina ufficiale, si nota che ci sono diversi abbonamenti possibili. Se l’abbonamento “bronze” e quello “silver” vengono descritti come strumenti per tenere d’occhio la propria famiglia, non è lo stesso per gli altri. Gli abbonamenti “gold” e “platinum” destano infatti qualche preoccupazione. Sono segnalati come molto utili per poter mandare messaggi “inignorabili” a famiglia, amici, e addirittura dipendenti lavorativi. Che sia la fine della privacy per chiunque? ReplyASAP, strumento di protezione o di controllo eccessivo? Si immagini la situazione di partner maniaci del controllo, dirigenti tiranni e quant’altro: se l’abbonamento è sì a pagamento, una volta pagato questo mandare messaggi è totalmente gratuito. Chi garantisce allora che gli acquirenti non abusino di questo strumento? Cancellare ReplyASAP, qualora diventasse estremamente fastidiosa, è sicuramente un’opzione, ma anche in quel caso coloro che possono mandarti messaggi saranno avvisati con una notifica. Sembra che da questa forma di controllo non si possa scappare e, se questo è in parte giusto nei confronti di adolescenti alle prime prese con il mondo (ma non hanno anche loro bisogno della loro privacy, in fondo?), diventa però totalmente assurdo quando si parla di persone ormai adulte. Che l’essere reperibili in ogni momento, qualunque cosa si stia facendo, rischi di diventare un requisito essenziale nei colloqui per le assunzioni? Con il costo di soli £12.99 un datore di lavoro potrà mandare messaggi a ben 20 dipendenti, ed essi saranno costretti a rispondere a qualunque ora del giorno e della notte. Pena: l’impossibilità di silenziare la notifica e di utilizzare il proprio smartphone. Resta sempre l’ultima opzione, quella più semplice e più antica: spegnere il cellulare. Ma anche in quel caso, i maniaci del controllo che scaricheranno quest’app accetteranno la sconfitta?

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Glossario tecnico su Android

Android è il sistema operativo installato sul 60% circa degli smartphone e spesso si sentono termini ad esso legati dei quali non si conosce il significato, come root, OTA, recovery, flash. Facciamo un po’ di chiarezza sui termini più oscuri con questo glossario. Attenzione: alcune procedure qui descritte possono danneggiare, anche irreversibilmente gli smartphone o invalidarne la garanzia. Nel caso decidiate di approfondire e metterle in pratica è a vostro esclusivo rischio e pericolo. Android: il glossario * ADB: strumento incluso in Android Studio, nello specifico serve ad inviare comandi allo smartphone. * Android: è un sistema operativo, del codice che gestisce l’hardware dello smartphone (ormai un vero pc in miniatura) e permette di eseguire dei programmi su di esso. * Android Studio: insieme di software per creare software per Android e fare debug, individuazione e risoluzione di difetti nei software in sviluppo. * Bootloader: software che gestisce l’avvio del telefono. Permette avvio normale, in Fastboot Mode, in Recovery Mode. * Brick: condizione di telefono che è incorso in problemi, solitamente software, tali da renderlo inutilizzabile in modo potenzialmente definitivo. * Driver: software necessario per la corretta comunicazione tra pc e smartphone. * Fastboot Mode: modalità nella quale si possono inviare dei comandi da un pc ad un telefono ad esso collegato via cavo. Richiede l’installazione di Android Studio. * Factory Mode: modalità nella quale si possono effettuare test sull’hardware, ottenere informazioni o cancellare la memoria del telefono. È utilizzata nelle fabbriche a scopo di test, di solito è solo in cinese, è vivamente sconsigliato mettervi mano. * Firmware: insieme di tutto il software installato sullo smartphone: sistema operativo, recovery e parte dedicata alla gestione dell’hardware. * Flash: installazione di una Rom su di un telefono tramite ADB e Fastboot Mode. * Modding: creazione ed uso di software modificato. Ad esempio: installazione di versioni modificate di Android, acquisizione dei privilegi di root. * OTA: Over The Air, aggiornamento del firmware del telefono, distribuito dal produttore. Permette di aggiornare il sistema senza cancellare i dati o usare la Recovery Mode. Prima di effettuarne è comunque d’obbligo un backup. * OTG: On The Go, dispositivi e software che permettono di collegare allo smartphone periferiche quali tastiere e chiavi usb. * Recovery Mode: modalità dello smartphone da utilizzare in caso di problemi. Permette di fare e caricare backup, riportare il telefono alle impostazioni di fabbrica, effettuare aggiornamenti. * ROM: termine usato impropriamente che indica i file per installare una certa versione di Android sul telefono. Può essere una versione modificata con i privilegi di root già attivati, interfaccia riprogettata o altre differenze dalle versioni di Android ufficiali. Si vedano alcuni esempi qui. Normalmente in informatica indica una Read Only Memory, memoria di sola lettura. * Root: utente che ha il controllo totale del sistema operativo e può eseguire ogni tipo di operazione. Su Android di norma non è presente un utente root per motivi di sicurezza poiché un utente root e le app da esso eseguite possono impartire ogni comando, anche dannoso, allo […]

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Ataribox: il ritorno dell’Atari

Negli anni ’70 e ’80 la Atari era una delle compagnie più importanti nell’ambito di computer e videogiochi. Tra i suoi prodotti più famosi vi sono l’Atari 2600, una delle prime console per videogiochi ad avere un’ampia diffusione, e l’Atari ST, serie di personal computer. In quegli anni ha segnato la storia del mercato dei videogiochi, ma a partire dagli anni ’90 è iniziato il declino. Una serie di investimenti andati male seguiti da vari passaggi di proprietà hanno portato l’Atari ad occupare oggi un ruolo marginale. Questo potrebbe cambiare con l’annuncio di un nuovo prodotto, l’Ataribox. Ataribox, console evanescente L’Atari ha annunciato che ritornerà sul mercato delle console con l’Ataribox, di cui però al momento non si sa quasi niente. Le uniche informazioni disponibili, ricavabili dalla newsletter ufficiale, sono relative a due versioni della console, una delle quali richiama la vecchia 2600. Si sa, inoltre, che l’Ataribox avrà una connessione HDMI, 4 porte USB ed un lettore di schede SD. Altra notizia ufficiale è che probabilmente la produzione della console, quando avrà inizio, sarà finanziata con una campagna di crowdfunding. Le informazioni sicuramente non sono molte, si passa poi alle congetture. Partiamo dall’hardware: per alcuni sarà una console in grado di rivaleggiare con Playstation 4 e Xbox One, per altri sarà più orientata verso il retrogaming (l’utilizzo di videogiochi vintage). Sicuramente sfrutta lo stesso filone “nostalgico” già usato ad esempio dalla Nintendo con le riedizioni di NES e SNES, console anni ’90 della società giapponese. Stesso ragionamento per i giochi disponibili: dalle poche notizie rilasciate si evince che la produzione sarà incentrata su riedizioni dei giochi “classici” anche se saranno disponibili titoli moderni, ma non sono stati diffusi esempi né in un caso né nell’altro. Ovviamente non sono stati annunciati data e prezzo di lancio e probabilmente nel prossimo futuro non si avranno altre notizie a proposito dell’Ataribox. Vista questa mancanza di dettagli si può pensare che, nonostante gli articoli ottimisti circolanti, finora l’Ataribox esiste solo come operazione di marketing, sospetto aumentato dal fatto che nessuno l’ha vista realizzata. Le uniche prove dell’esistenza della console sono infatti delle immagini che ne mostrano solo l’esterno e potrebbero essere solo delle “scatole” vuote. Nessuna software house ha affermato di star producendo giochi per l’Ataribox, e del resto non è possibile nemmeno volendo, dato che non sono state pubblicate le specifiche da rispettare ed i software da usare per creare giochi per la console. Se così fosse la pubblicità fatta finora all’Ataribox sarebbe un modo per capire se si tratta di un affare realizzabile e redditizio. Il sospetto diventa certezza quando nei comunicati stampa ufficiali si legge che “Le groupe Atari a annoncé la « (…) préparation d’une campagne de relations publiques et de crowdfunding pour tester la viabilité d’un nouveau produit hardware pour les jeux vidéo ». Le Groupe a depuis diffusé une vidéo dévoilant un premier design de ce nouveau produit, dont les fonctionnalités et les caractéristiques techniques seront annoncées selon l’avancement des travaux.”. Tradotto e sintetizzato significa proprio che […]

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Amori e altri soprusi: Domenico Cacopardo stupisce ancora

Il prolifico scrittore siciliano ottantunenne Domenico Cacopardo torna nelle librerie italiane con il suo ultimo romanzo – il sedicesimo – Amori e altri soprusi pubblicato da Marsilio Editori nella collana Farfalle il 14 settembre scorso. La storia è ambientata tra il paesino di Letojanni in provincia di Messina, Roma e, in conclusione, Milano. Al centro dei fatti narrati, vi sono le figure dell’avvocato Sebastiano Bellopede, detto Jano, e la dipendente statale Gloria Laguidara. I due si sono conosciuti da giovani, lei bellissima diciottenne e lui ventiduenne innamorato. Dopo un periodo di corteggiamento, Jano e Gloria si sposano nella capitale dove iniziano la loro vita coniugale. Il loro rapporto si delinea sin da subito e ciò che ne esce fuori è la relazione tra una sadica e un maschilista. Difatti, la fascinosa e disinibita moglie del protagonista non disdegna, anzi, va alla continua ricerca, di amanti più giovani e anche più vecchi di lei e – ecco cosa ne mostra la tendenza al sadismo – non ne fa assolutamente mistero al marito. Quest’ultimo, proprio perché ne è follemente innamorato, arrivando al punto di soffrire a causa dei suoi continui tradimenti, non riesce a lasciarla se non dopo molti anni trascorsi nel dolore. Jano e Gloria sono ormai separati quando lui riceve una telefonata che lo informa della morte violenta della donna. È da qui che, tra il susseguirsi e il concatenarsi di ricordi del passato ed eventi presenti, si sviluppa la trama nella quale verranno smascherate le tante menzogne di una vita intera  e sarà svelata una sorprendente verità. Amori e altri soprusi , l’amore malato Se non fosse per la forma romanzata, l’opera di Cacopardo sembrerebbe un vero e proprio saggio volto a proporre due esempi personificati di sadismo e masochismo. In quest’ottica, i personaggi di Gloria e, in particolar modo, quello di Jano ne risulterebbero essere l’esatta riproduzione. Lei fascinosa, ammaliatrice, spregiudicata tanto con i suoi amanti quanto- e anche di più- con il marito; lui mite, corretto e tanto, troppo innamorato da risultare passivo a ogni sopruso ricevuto. “Non avendo carattere né spina dorsale, mi sono dato un metodo, sbagliato, eppure efficace… Il mio metodo è stato quello di subire, di accettare tutto da Gloria, non senza battere ciglio, ma rilevando, inutilmente, di tanto in tanto, ciò che non mi piaceva e non andava nel suo modo di comportarsi nei confronti miei e degli altri.” Le parole di Jano, caratterizzate da una lucida e fredda ironia, ribadiscono il suo inutile reagire a ciò che la moglie gli fa ed evidenziano  un’impotenza della quale lui stesso è responsabile perché “affetto da amore malato”. Grazie a un’approfondita descrizione dei caratteri, l’autore offre al pubblico dei personaggi dalla psicologia contorta ma nonostante tutto uniforme. Amori e altri soprusi, difatti, è un romanzo vero e prepotentemente accattivante che incuriosisce e fa in modo che il lettore necessiti di risposte che non tardano ad arrivare in un finale esplicativo tutto umano e comprensibile.

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Le cose che esistono, raccolta poetica di Salvatore Azzarello

“Le cose che esistono” è una raccolta di poesie di Salvatore Azzarello edita da Round Midnight. L’opera si apre con la Sicilia, che resta presente in tutte le trenta pagine con il sole, i colori e il fuoco. “Le cose che esistono” catapulta il lettore in un mondo senza tempo, dove l’attesa e la malinconia sono i sentimenti più tangibili e presenti. Sembra quasi un percorso, la raccolta di poesie, che percorre diversi luoghi d’Italia, diverse sensazioni ed emozioni. Salvatore Azzarello riesce a far vedere attraverso le sue parole i paesaggi che descrive, tanto da rendere quasi inutili, anche se comunque molto apprezzate, le illustrazioni di Michela Volponis. Il modo in cui le immagini diventano vivide avanti agli occhi del lettore è pregio e difetto di questa raccolta. Se le descrizioni sono perfette e minuziose, rendono il tutto molto poco “poetico”, privo della musicalità che ci si aspetterebbe comprando una raccolta di poesie. Stesso effetto crea l’astrusità e la mancanza di concordanze delle parti in cui invece si parla di sentimenti. Due elementi che mischiati insieme funzionano, tengono viva l’attenzione senza scendere nella monotematicità promessa in copertina, che avrebbe potuto annoiare i lettori. Non è il tema a mancare, o la varietà dei versi, ma la loro composizione a trarre il lettore in confusione. “Le cose che esistono”, una piccola opera intrisa di malinconia e vita. In punti in cui un’assonanza sarebbe più che logica, il lettore si stupisce di non trovarla e si chiede “È mai possibile che Azzarello non ci abbia pensato?”. Ed è lì che ci si rende conto che l’unica risposta possibile è “no”. No, l’autore ha necessariamente notato che altri suoni, altre combinazioni di parole avrebbero reso meglio l’idea di poesia che i più hanno. E bisogna credere dunque che necessariamente l’autore abbia scelto di far stridere tra loro i versi di “Le cose che esistono”, per dar vita a una nuova forma di poesia che, anche se non è quella che ci si aspetta, piace e può conquistare. La malinconia, che fa da sfondo all’intera opera, è la sensazione che rimane nel lettore dopo aver letto l’ultima parola del libro. Ma è una malinconia giusta, simile a quella che si prova nel lasciare andare qualcuno verso il luogo che ha sempre sognato. Una malinconia che non è però l’unica sensazione. Alla fine di “Le cose che esistono” ci si sente arricchiti di un tassello in più. E viene voglia di riaprirlo per scoprire i segreti nascosti dietro quelle rime sbagliate.

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Intervista a Pino Imperatore e la sua pungente satira

In occasione della fiera Ricomincio dai Libri, che quest’anno si terrà a Napoli dal 29 settembre al 1°ottobre, l’autore e giornalista Pino Imperatore ha concesso a Eroica Fenice un’intervista. Lo scrittore napoletano tiene particolarmente al rapporto con i giovani, ragione per la quale ha dedicato l’anno scorso ogni fine settimana a una scuola diversa, tra superiori, medie, elementari ed università, e ha frequentato associazioni culturali giovanili. L’autore ha sentito la necessità di sottolineare l’importanza dell’arrivo dell’evento (senza scopo di lucro e che vivrà dei fondi richiesti tramite la piattaforma Meridonare) a Napoli, dopo un periodo “pioneristico” vissuto a San Giorgio a Cremano. Il comune campano ha ospitato fino al 2011 un importantissimo riconoscimento, il premio Massimo Troisi, che Pino Imperatore ha conseguito nel 2001, ricoprendo poi il ruolo di responsabile della Scrittura comica. Quest’anno – finalmente – riprenderà, nelle mani del Direttore artistico Paolo Caiazzo (proprio originario di San Giorgio, tra l’altro) che ha affidato nuovamente a lui l’onere (e l’onore) della categoria. La notizia non è ancora ufficiale, ma lo sarà a breve e prevederà una novità: vi sarà come sempre la sezione per racconti inediti (dando spazio quindi agli aspiranti scrittori), ma questa volta anche quella dedicata alla narrativa edita, per chi voglia valorizzare la letteratura comico-umoristica di cui il nostro paese ha una grande tradizione. Per descriverlo con le sue parole: “nella vita nulla accade per caso”. Intervista a Pino Imperatore: il coraggio di trattare con umorismo i drammatici temi della nostra attualità Giornalista e poi autore umoristico-satirico. Come è avvenuta la svolta? In effetti l’attività giornalistica non l’ho mai abbandonata perché continuo a svolgerla ancora oggi presso il Comune di Napoli, essendo Dirigente del Servizio Comunicazioni istituzionale e del Servizio Portale web e Social Media. Mi è servita, come attività, per affinare la mia scrittura, per puntare all’essenziale, raccontare fatti reali e quindi per entrare con maggiore forza ed energia nei fatti stessi, nei personaggi che sono diventati alla fine protagonisti delle mie storie. È stata per me un’esperienza fondamentale anche perché ho avuto degli ottimi maestri e, fra questi, i compianti Amato Lamberti e Giancarlo Siani. Come ha pensato quindi di associare camorra e umorismo come in Benvenuti in casa Esposito? L’esperienza che ho avuto, sia prima che dopo l’uccisione di Giancarlo Siani, ha portato a impegnarmi di più nel sociale, per far sì che i fenomeni camorristici e criminali venissero compresi di più dalla popolazione, dal pubblico e dai cittadini (soprattutto napoletani e campani) e, utilizzando lo strumento mio, proprio, l’ironia, perché venissero ridicolizzati i comportamenti camorristici. Questa è stata l’operazione che ho fatto fin dall’inizio. L’idea di associare la mia scrittura comica a un fenomeno così grave come la criminalità organizzata è stata una sfida, quasi un azzardo. Non sapevamo a cosa potesse portare tutto questo e fortunatamente il pubblico ha capito l’operazione, i libri sono andati benissimo e anche la commedia successivamente… Siamo stati in scena per tre anni, commedia che ho scritto con Alessandro Siani e Paolo Caiazzo e ancora oggi, a […]

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Libri

Emiliano Fittipaldi e l’inchiesta contro il potere corrotto

Dal 29 settembre al 1° ottobre si terrà – questa volta nel centro storico di Napoli – “Ricomincio dai Libri”, la fiera del libro, precisamente all’ex Ospedale della Pace in Via dei Tribunali 227. È un progetto senza scopo di lucro, che si basa sulla donazione di fondi (attraverso la piattaforma Meridonare) e sulla partecipazione gratuita di ospiti e visitatori. Le associazioni Librincircolo, La Bottega delle Parole, Cooperativa Sociale Sepofà e Parole Alate sono le organizzatrici dell’evento a cui parteciperanno, come ogni anno, personalità di spicco. Tra questi, Emiliano Fittipaldi, giornalista d’inchiesta e scrittore, napoletano e laureato alla facoltà di Lettere Moderne della Federico II, che ha concesso ad Eroica Fenice un’intervista. Emiliano Fittipaldi e le sue “scomode” inchieste Cosa l’ha spinta a fare giornalismo d’inchiesta? Il giornalismo si può fare in tanti modi. Si può raccontare semplicemente quello che accade tutti i giorni, si può dare voce alla gente comune. Ci sono tanti settori: la cronaca, la politica… A me piaceva quello di “cercare segreti”, quelli che i potenti non vogliono che le persone comuni, che l’opinione pubblica conosca. E quello di volerli svelare al lettore o allo spettatore, in caso di tv, è una cosa che ho capito quando, molto tardi, ho deciso di fare il giornalista. Perché tardi? Perché di solito si dice che il mestiere di giornalista uno ce l’ha nel sangue, ma io facevo l’attore a teatro e volevo fare il regista teatrale. Poi il professore universitario. Alla fine, da grande lettore di giornali, ho pensato di provare questo mestiere, quindi mi sono iscritto alla Luiss e fare il Master di giornalismo. Già là ho capito, leggendo molto, soprattutto La Repubblica e Giuseppe D’Avanzo – che per me è un mito assoluto –, napoletano pure lui, che avrei voluto provare a fare quel tipo di giornalismo: inchieste su potere. Qualsiasi potere sia. Come ha affrontato i temi di Avarizia e Lussuria? Non ha temuto le ripercussioni? Sai, se tu ti preoccupi delle ripercussioni che ci possono essere – se fai inchieste sul potere, ad esempio il Vaticano – meglio lasciar stare. Il potere si difende sempre da chi lo attacca, anche attraverso la penna, dato che questa ha un potere superiore a quella di qualsiasi arma, soprattutto se si è coerenti e si riesce, non attraverso l’invettiva o la polemica e nemmeno l’opinione, ma attraverso il semplice elenco di fatti, a unire le false promesse del potente di turno. Sia in Lussuria che in Avarizia – e in questo caso nel libro ancora non uscito a Napoli (uscirà tra il 25 e il 26 settembre) Gli impostori – il mio obiettivo è proprio quello di spiegare come un giornalista, anche con fonti aperte e non per forza avendo relazioni straordinarie con fonti chiuse, che ovviamente pochi riusciamo ad avere, può creare a un potere corrotto molti problemi. Cosa consiglierebbe ai futuri laureati in Lettere Moderne che vogliano intraprendere lo stesso percorso? Il consiglio maggiore è quello di lavorare tanto, di non lagnarsi delle difficoltà che […]

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Napoli & Dintorni

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Emporio solidale: quando la valuta è il volontariato

Si chiama “Arca, Emporio della Solidarietà”, e non è soltanto un supermercato: al confine tra i comuni di Monte di Procida e Bacoli, infatti, è stato recentemente realizzato un lodevole e ambizioso progetto, volutamente ideato per rispondere alle esigenze di coloro che abbiano difficoltà a “passare alla cassa”, per pagare l’indispensabile spesa familiare. Si tratta di un supermercato sociale, unico in Campania, nato dalla collaborazione fra l’associazione flegrea «La Casetta Onlus» e la «Fondazione Progetto Arca Onlus» di Milano, allo scopo di supportare le famiglie indigenti dell’area flegrea, superando la logica dell’assistenzialismo: giacché l’organizzazione dell’emporio incoraggia chi si trovi in situazioni di difficoltà ad uscire dall’isolamento, a porsi in gioco e a creare relazioni nuove, mettendo a frutto  le competenze e appagando l’individuo, il quale sente di poter donare in cambio le proprie capacità. Il progetto del social market “Arca” si inserisce nel complesso discorso sulla povertà, offrendo un servizio di supporto ai più bisognosi: secondo i recenti dati Istat, infatti, sarebbero 4,6 milioni le persone povere in Italia, mentre secondo il “VII Atlante dell’infanzia a rischio” presentato da Save The Children, i bambini di quattro famiglie povere su dieci si trovano in condizioni precarie, soprattutto nel Sud d’Italia. Cosi si esprime in merito Anna Gilda Gallo, presidente della Onlus flegrea: «In Italia 1 milione e 582.000 a famiglie vivono in povertà assoluta; non si tratta di un disagio economico, ma della forma più grave di indigenza, quella di chi non riesce ad accedere a quei beni e servizi necessari per una vita dignitosa. Ancora una volta è il Mezzogiorno a vivere la situazione più difficile, dove si concentra il 45,3% dei poveri di tutta la nazione». L’emporio solidale intende, appunto, essere presente per aiutare le famiglie in difficoltà, che hanno  il diritto di riprendersi e ricominciare a vivere, non soddisfacendo meramente i bisogni materiali, benché primari, attraverso l’esclusiva fornitura di beni alimentari, ma superando l’idea stessa di assistenza, costruendo un futuro di integrazione sociale per tutti, nell’ossequioso rispetto della dignità individuale. Struttura e funzioni dell’Emporio solidale  Dal punto di vista sociale, l’iniziativa permette alle famiglie di non gravare sulle comunità con l’ausilio di fondi pubblici: il progetto, infatti, è stato finanziato dai contributi privati della Fondazione e dalla “Casetta”. Progressivamente si sono associati vari piccoli imprenditori, che hanno “adottato” uno scaffale da arricchire mensilmente con i prodotti di base: così, anche grazie alla generosità di tanti sostenitori, l’Emporio della ​ Solidarietà offre un paniere di circa una dozzina di prodotti fissi e sempre disponibili, prodotti essenziali come pasta, riso, olio, latte, tuttavia l’auspicio è di poter ampliare l’offerta, dilatando sempre più la rete solidale con i commercianti del territorio.  Parteciperanno al progetto quaranta famiglie, venti residenti nel Comune di Bacoli e venti nel Comune di Monte di Procida, selezionate appositamente dai Servizi Sociali dei due Comuni flegrei, con i quali è stato siglato uno specifico protocollo d’intesa. I clienti riceveranno una tessera a punti, che impiegheranno per effettuare la propria spesa; una volta esauriti i punti a disposizione, i beneficiari potranno ricaricare […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Ricomincio dai Libri, conferenza stampa di presentazione

Martedì 26 settembre è stata presentata in conferenza stampa, presso la sala Giunta di Palazzo San Giacomo, Ricomincio dai Libri, la fiera del libro che si terrà a Napoli dal 29 settembre al 1 ottobre. La kermesse dedicata al libro e all’editoria, arrivata alla IV edizione, si svolgerà nella sede dell’ex Ospedale della Pace, in via Tribunali 227. Le prime tre edizioni si erano invece tenute a San Giorgio a Cremano (NA). Nata nel 2014 dalla sinergia di tre associazioni – “La Bottega delle parole”, “Librincircolo” e “Arenadiana”, col contributo del “Forum delle Associazioni” e del Comune di San Giorgio a Cremano –  la fiera quest’anno vede la collaborazione di altre due nuove realtà culturali del territorio: la “Coop. Soc. Sepofà” e l’associazione culturale “Parole Alate”. Ricomincio dai Libri: “un nuovo impulso alla lettura” Alla conferenza stampa di presentazione del programma della fiera del libro erano presenti, oltre ai presidenti delle associazioni organizzatrici – Miryam Gison de “La Bottega delle Parole”, Gianluca Calvino di “Librincircolo”, Deborah Divertito di “Se.po.fà” e Paquito Catanzaro di “Parole Alate”- anche l’assessore alla cultura Nino Daniele, l’assessore Giovani e Creatività del Comune di Napoli, Alessandra Clemente, il vice Sindaco Raffaele Del Giudice, il presidente della Municipalità 4 Giampiero Perrella, l’assessore alla cultura della Municipalità 4 Giovanni Parisi e lo scrittore Pino Imperatore. Intervenuta nel corso della conferenza, l’assessore Clemente ha parlato di “uno straordinario investimento nella lettura come strumento culturale e di rigenerazione urbana dei nostri territori”. “Il programma – ha aggiunto – è meraviglioso: libri, autori, storie, ragazzi, narrativa, romanzi, attività laboratoriali, giochi, letteratura, interviste, musica, scrittura creativa, editoria, corsi, incontri, dibattiti, poesia, favole, spettacoli, teatro”. La Clemente ha poi sottolineato la volontà di scegliere come location dell’evento “una parte del centro storico della città, la parte bassa di via dei Tribunali e la sala del Lazzaretto,  per riconsegnarla alla bellezza e sottrarla al degrado”. “Ricomincio dai Libri – ha concluso – è frutto di un lavoro di squadra. Ci abbiamo creduto tanto e siamo certi che sarà un successo”. “Finalmente Napoli riavrà la sua fiera. Era ora che un’iniziativa così forte e importante si tenesse nella nostra città – ha invece detto lo scrittore Pino Imperatore -. Ricomincio dai Libri arriva in un momento storico, per la città di Napoli, straordinario. A testimoniarlo, la presenza di almeno 40 autori che pubblicano testi con le case editrici più importanti d’Europa. Questo è un motivo di orgoglio. Ecco perché è importante questa fiera: suggella questo cambiamento culturale avvenuto nella nostra città. Ricomincio dai Libri darà un nuovo impulso alla lettura, anche se le statistiche dicono il contrario. Ricominciamo al fianco di chi pensa che un libro possa cambiare la vita, in meglio, di tutti noi”. Il programma della kermesse La fiera, ad ingresso gratuito, verrà inaugurata venerdì 29 settembre presso la sala del Lazzaretto. Nel corso della mattinata verrà presentato il libro “La città ribelle” del sindaco Luigi de Magistris, alla presenza, tra gli altri, del giornalista d’inchiesta Sandro Ruotolo. Nel pomeriggio, tra le altre cose, si terrà invece la […]

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Napoli & Dintorni

Torna Operazione San Gennaro Art 2017 alla sua VII edizione

Al secondo piano del Museo del Tesoro di San Gennaro al lato del Duomo di Napoli, è stata inaugurata la VII edizione della mostra “Operazione San Gennaro Art” 2017. La mostra sarà aperta al pubblico fino al 2 ottobre tutti i giorni dalle 9.30 alle 14.00 con ingresso libero. Gli artisti che espongono all’Operazione San Gennaro sono: Renato Aiello, Ciro Di Costanzo, Lucia Vecchiarelli, Giovanni Di Cecca, Loretta Bartoli, Roger Peeraerts, Ena Villani, Pasquale Manzo, Stefania Colizzi, Chrisophe Mourey, Vittorio Musella, Pina Catino, Massimo Maci, Daniele Galdiero, Francisco Antonio Basile Pasquale, Camilla De Falco, Annamaria Balzano, Fortunato Danise, Arturo Vastarelli, Pasquale Gatta, Marisa Perrotta, Aurora Micieli De Biase. Il professor Fortunato Danise, presidente del Club per l’Unesco di Napoli, ha presentato l’iniziativa come la possibilità per dar visibilità agli artisti di ogni età e caratura. Scultori, poeti, fotografi e pittori sono presenti con le loro opere presso l’Appartamento Storico del Domenichino in via Duomo 149. La professoressa Margherita Calò, storica e critica d’arte, ha elogiato l’operazione. «La mostra realizzata con la collaborazione della Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro, e con il patrocinio morale del Comune di Napoli, è riuscita a restituire un’espressione dell’arte organica e completa». Tanti tra i più grandi artisti si sono cimentati nella riproduzione dell’immagine di San Gennaro. Esistono infatti tante opere di grande valore che sono custodite proprio dal popolo napoletano, anche e soprattutto nell’immagine culturale che viene da sempre restituita. Operazione San Gennaro Art 2017 è un’occasione per riuscir a ritrovare il filo rosso che collega l’iconografia del Santo Patrono con la cultura partenopea. La titolazione dell’evento è stata pensata per richiamare la famosa “Operazione San Gennaro”, pellicola di Dino Risi con Nino Manfredi, con la quale viene palesato un vero e proprio rapporto carnale tra il popolo napoletano e il Santo, una commistione di rispetto e familiarità.  Operazione San Gennaro sarà in mostra proprio durante le giornate promosse dall’Unesco, una dedicata al patrimonio e l’altra per la pace. Il Club per l’Unesco di Napoli ha dato una forte contributo per partecipare alle manifestazioni promosse dall’organizzazione.  Il presidente Fortunato Danise ha spiegato che non poteva esserci modo migliore per partecipare se non aderendo con un’evento per rinnovare il legame tra il popolo e le sue radici.

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Eventi/Mostre/Convegni

Mostra Scrigno di Memorie: intervista a Cristina Fernandez

La mostra Scrigno di Memorie: Arte nei tesori nascosti, è un progetto organizzato dall’Associazione culturale “Terra del Sole” e mira a far “riscoprire” luoghi culturali “dimenticati”, organizzando attività artistiche e culturali in essi. In particolare dal 22 al 27 settembre, al Palazzo Paternò di Caserta, saranno organizzate delle giornate dedicate alla scultura, alla pittura ed alla fotografia, il tutto mescolato alla poesia e alla musica. Il palazzo, in stile barocco, fu progettato dall’architetto Gaetano Barba e costruito nel XVIII secolo. Nel XX secolo venne ristrutturato, facendo sì che diventasse da dimora nobiliare a sede dell’Arcivescovado di Caserta e della Biblioteca. Oggi, con la mostra Scrigno di Memorie: Arte nei tesori nascosti, si “anima” con arte, musica e poesia. Tra gli artisti partecipanti, Cristina Fernandez, fotografa, con all’attivo varie esposizioni fotografiche tra Napoli, Caserta e Capua e varie collaborazioni con associazioni quali Bresson, Appunti Fotografici e Trimlab31. A lei Eroica Fenice ha rivolto alcune domande, sulla mostra e sul suo percorso artistico. Mostra Scrigno di Memorie: intervista alla fotografa Cristina Fernandez Ciao Cristina! Come nasce e si sviluppa in particolare l’idea del progetto Scrigno di memorie: Arte nei tesori nascosti? Nasce da un’opportunità: da una parte esiste un immobile di straordinaria bellezza, di grande valore storico (è del 1775), la disponibilità dei generosi proprietari e dei gestori tutti amanti dell’arte, e dall’altra ci sono gli artisti, pittori, fotografi, scultori, scrittori, generosi talenti che hanno bisogno di spazi così. C’è l’esigenza di mostrare questo immenso patrimonio di cose e di persone, al centro di questa mia città, ed è tutto così a portata di mano… perché non provarci? Realizzare un progetto così significa aprire le porte di tutto questo in modo ordinato e culturalmente valido, a tutti i casertani e non. Quali opere presenterai? Presenterò cinque fotografie il cui filo comune è la figura femminile. Racconto quell’universo intimo e silenzioso che spesso ci accomuna. C’è l’immobilità dell’attesa, del silenzio, ma anche una direzione, una decisione, e di questo dinamismo parlano i miei colori, in cui spesso vanno a nascondersi i miei personaggi. Cerco quel momento in cui si riflette prima di fare il passo decisivo e che le donne, si sa, sanno sempre fare. Come nasce la tua arte? È bello sentir parlare delle mie foto come arte! Nasce dal gioco, da lunghe passeggiate, dai valori e dalla cultura che mi hanno trasmesso in famiglia, è un continuare a conoscersi in relazione al resto del mondo. Cos’è per te la fotografia? Per me è la salvezza! È il legame tra quello che sono io e il resto del mondo. Può sembrare strano ma la sento anche come un’arma di difesa: se vado in un luogo sconosciuto ed ho la macchina con me mi sento sicura, so di poter analizzare la situazione, mi dà coraggio. Cosa desideri comunicare attraverso l’obiettivo fotografico? Un mondo interiore ed esteriore che sento di poter vivere e di esserne privilegiata in qualche modo; un punto di vista che nella sua condivisione può essere una spinta forte alla lettura del […]

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Musica

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Plagi musicali, quando copiare non è un reato

“I buoni artisti copiano, i grandi rubano” diceva il buon Picasso. Pare che non tutti abbiano però condiviso la massima del vecchio Pablo: soprattutto in ambito musicale, questi “prestiti” artistici sono stati spesso oggetti di dispute giudiziarie. C’è un termine specifico per indicarli: plagi. Plagi musicali for dummies: come si definisce un plagio? Stando alle legge sul diritto d’autore, il plagio è “l’appropriazione, totale o parziale, della paternità di un’opera creata dall’ingegno altrui”. Apparentemente una definizione in grado di fugare ogni dubbio ma che in realtà, insieme all’intera legge sul diritto d’autore, non è in grado di stabilire parametri precisi per il riconoscimento certo di un plagio. Tutt’oggi, infatti, i plagi sono materia di studio per gli esperti di diritto e giurisprudenza. Plagi musicali, perché è così difficile riconoscerli? Si è soliti considerare che sia sufficiente un ascolto comparativo oppure un’uguaglianza compresa tra le quattro e le otto battute per definire un plagio, ma questi potrebbero essere soltanto criteri utili per poter parlare di un’ipotesi di plagio. Innanzitutto, un plagio potrebbe essere casuale. Ebbene sì, come molti sapranno, le combinazioni possibili tra le note musicali non sono infinite e quindi la possibilità, seppur ultra infinitesimale, di un’identità fortuita tra due canzoni può esistere. Vi è la possibilità che un autore componga e plagi involontariamente una canzone a lui completamente sconosciuta. Anche la riproduzione esatta di una melodia potrebbe però non bastare. Potrebbe infatti essere inserita in un altro contesto, di diverso ritmo o di diverso timbro, tale da suscitare nell’ascoltatore un’impressione diversa dal brano originale. È quindi necessario lo studio di ogni singolo caso. Plagi musicali, l’opinione di Ennio Morricone È nella musica leggera che riscontriamo il maggior numero di plagi, spesso non riconosciuti giuridicamente. A tal proposito Ennio Morricone, in un intervento raccolto nel libro “Anche Mozart copiava” di Michele Bovi, afferma: “La musica orecchiabile, proprio perché tale, assomiglia a qualche cosa già scritta, già proposta alla gente. Se non fosse stata udita non avrebbe successo. Se un autore vuole davvero creare qualcosa di originale deve attingere a parametri inadatti alla musica leggera il cui prodotto è una canzonetta, a volte dilettantesca, a volte infantile, sempre destinata ad un successo stagionale. La mia posizione morale e musicale è che chi ha coscienza di questa professione, pertanto della orecchiabilità forzata di queste canzoni che hanno vita breve, dovrebbe astenersi dal fare cause e controcause per plagi indimostrabili e disturbare i giudici per queste cose”. Chiaro, dunque, che l’identità o anche solo la somiglianza di due brani -stando alla buona fede agli artisti- può essere semplicemente frutto di un comune background musicale e tematico. Spirit e Al Bano, quando il plagio non sussiste Due dei più famosi processi su presunti plagi, vinti dagli imputati per motivi simili a quelli sopra elencati, sono stati quello degli Spirit contro i Led Zeppelin e di Al Bano contro Michael Jackson. Il primo fu indetto nel 2014 perché Michael Skidmore, curatore del patrimonio del defunto chitarrista degli Spirit Randy Wolfe, accusò i Led Zeppelin di […]

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Musica

“Concrete And Gold” il nuovo album dei Foo Fighters

L’attesa è terminata: i Foo Fighters sono tornati con il loro nono album in studio “Concrete And Gold”. Prodotta da Greg Kurstin (lo stesso che ha lavorato all’esordio solista di Liam Gallagher, per intenderci), l’ultima fatica della band di Seattle si compone di undici tracce; l’ultima in elenco, “Concrete And Gold”, dà il nome all’album. «I have an engine made of gold Something so beautiful The world will never know Our roots are stronger than you know Up through the concrete we will grow Our roots are stronger than you know Up through the concrete we will grow» (Concrete And Gold) Dopo tre anni di intensi tour, apparizioni televisive e progetti (e anche una gamba rotta), la band è tornata in studio e, ad anticipare l’uscita, ci sono due brani, ormai da settimane top trend su internet: “Run” e “The Sky Is A Neighborhood“. I numeri parlano chiaro: insieme, i due lavori hanno già conquistato 25 milioni di visualizzazioni e oltre, rendendo alte le aspettative del pubblico adorante e della critica feroce. Nonostante il penultimo album sia risultato un po’ fiacco, questo si è presentato abbastanza bene, facendo sperare che “Concrete And Gold” avrebbe potuto in qualche modo quanto meno equiparare i primi lavori della ultra ventennale band. “Concrete And Gold”, annunciato su tutti i canali dei Foo Fighters nel mese di giugno, è uscito il 15 settembre Le undici canzoni sono sistemate in un crescendo, quasi come a voler costruire un racconto: curiose sono le collaborazioni che, se non fossero note, passerebbero un po’ in sordina: il coro di “Make It Right”? Justin Timberlake che si è proposto a Dave Grohl per un featuring. La batteria di “Sunday Rain” è quella di Sir Paul McCartney, che di certo qui non ha bisogno di presentazioni, e poi Alison Mosshart (The Kills), Shawn Stockman (Boyz II Men) e il sax di Dave Koz. Tornando ai primi due singoli lanciati, la trovata è stata strategicamente geniale. In “Run” si osserva una grinta speciale, una leggera rottura con il passato; un alternarsi di melodico e heavy, che rimbomba nelle casse della macchina quando la radio lo trasmette. Poi c’è “The Sky is A Neighborhood”, anche questa grintosa, ma soprattutto evocativa. Un testo non proprio innovativo, ma del quale non si può trascurare una certa bellezza. Leggermente ripetitivo ma davanti a un Dave Grohl e compagni dagli occhi stellari che battono i piedi su un tetto non si può dire nulla di negativo. “Concrete And Gold”: cemento e oro Le restanti canzoni, a parte la parentesi di “Sunday Rain” dove Taylor Hawkins è la voce solista (non succedeva in studio dal 2005 con “Cold Day In The Sun”) cullata dalla chitarra di Grohl e, come già anticipato prima, dalle bacchette tamburellanti di Paul McCartney, scorrono tranquille, senza scatenare emozioni eccessive; un disco consigliabile per un viaggio in auto con un caro amico ma, di certo, non da eleggere come miglior album dell’anno. Tirando le somme, dell’animo grunge di Mr. Grohl sono rimasti solo i capelli […]

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Musica

“Non ascoltare in caso d’incendio”: la trilogia di Davide Buzzi

“Non ascoltare in caso d’incendio” è l’ultimo album di Davide Buzzi, in uscita il 1° ottobre. È il suo quarto disco, primo della serie che si intitolerà “La trilogia”, con uscita prevista tra il 2017 ed il 2019. I testi sono opera di Buzzi stesso, tranne in “Canzone d’addio”, inedito del milanese Massimo Priviero e “A muso duro” di Pierangelo Bertoli. Gli arrangiamenti sono del chitarrista Alex Cambise, anche produttore dell’album, al quale hanno collaborato anche Massimo Priviero Dario Gay e Jason Kemp. Davide Buzzi: non solo rock Il rock è il genere principale dell’album con il suo suono aggressivo e “cattivo”: è il caso di “Te ne vai”, traccia di apertura del cd che parla di responsabilità nell’affrontare la vita. Ma molti dei brani hanno un ritmo più lento, dovuto anche ai testi più riflessivi, meno arrabbiati, basati su storie di vita. Per rendersene conto basta ascoltare “Alice e le ali”, storia di una donna e dei suoi sogni infranti da una vita dura oppure “Salvatore Fiumara”, storia di un trombettiere del 121° fanteria, al fronte nella I Guerra Mondiale. Suo malgrado il trombettiere diventa simbolo dei tanti giovani coinvolti in una guerra inutile, delle loro vite, emozioni e soprattutto tragedie. Notevole anche la ballata “In dra vita d’un omm”, ballata con un ritmo suggestivo dato dal testo in dialetto di Aquila, piccolo villaggio ticinese: una riflessione sulla piccolezza dell’uomo rispetto all’universo. Struggente nonostante l’utilizzo del dialetto stretto la renda di difficile comprensione. “Non ascoltare in caso d’incendio” risente anche di influenze country, in “On the road”, versione italiana (ad opera di Davide Buzzi) di un brano inedito dell’australiano Jason Kemp su di un viaggio on the road di padre e figlio. Un’esperienza fondamentale per l’autore, tale da ricordarla vividamente a distanza di anni. Con “Aspetterò” si ritorna infine al rock aggressivo, sfondo ideale per un testo basato sulle esperienze di una vita, su attese, fiducia, amicizia e rese di conti con il passato. In ordine sparso queste sono solo alcune delle canzoni dell’ultimo album di Davide Buzzi: ognuna delle mancanti meriterebbe un capitolo a sé. “Non ascoltare in caso d’incendio” è il lavoro di un artista maturo (venticinque anni di carriera): il prodotto finale è un album di 11 tracce da quattro minuti circa (cui va aggiunta la versione radio di “Te ne vai”) coinvolgenti e profonde. Un buon inizio per un progetto impegnativo come quello di una trilogia. Francesco Di Nucci

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Interviste

Tunonna, un’intervista tra Eurospin e username rifiutati

Tunonna, nome d’arte di Silvia Sicks, è, secondo noi, una delle cantautrici più interessanti in circolazione. A inizio anno ha pubblicato su bandcamp Buono, album targato Ùa! Dischi, etichetta discografica per la quale lei stessa lavora, accompagnato da un fumetto di Zerocalcare. Non avrà una voce melodiosa e possente, i suoi arrangiamenti acustici non saranno di certo indimenticabili, eppure Tunonna ha un potere comunicativo incredibile. Arriva dritta al cuore e alla mente con la sua voce un po’ strozzata e le sue storie di grottesca quotidianità, come le discussioni con la nonna, la cene di Natale con i parenti e le “partenze intelligenti alle cinque di mattina” per andare al mare in comitiva. Sono racconti malinconici, spesso tristi, ma che riescono quasi sempre a strappare un sorriso sincero. Come? Grazie ad un po’ di insofferente ironia e ad una fedele Peroni (rigorosamente da 66 cl!). Siamo subito rimasti affascinati dall’immaginario narrativo contenuto in Buono e così abbiamo deciso di fare quattro chiacchiere con lei. Ecco a voi! Tunonna, l’intervista Come nasce Tunonna? Il “progetto” non ha una data di nascita ben precisa, ho sempre scritto canzoni “sceme” per divertimento, per noia o perché mi suonava qualcosa in testa, senza uno scopo ben preciso. Ho fatto qualche concerto una decina di anni fa, coinvolta da un po’ di amici, e pareva funzionare, ma poi mi sentivo in imbarazzo e ho lasciato perdere. Ho continuato nel frattempo a scrivere e parallelamente a suonare solo con i Godog, poi un giorno mi hanno convinto a registrare la cover di “Pagliaccio di ghiaccio in studio” (già la suonavo da anni per divertimento) e dopo averla messa su YouTube ha avuto un riscontro che minimamente mi sarei aspettata. Nel frattempo stavamo mettendo su la nostra etichetta la Ùa! Dischi, così alla fine mi sono buttata, ho ripreso un po’ di pezzi vecchi e ne ho scritti dei nuovi e ho registrato il disco. Il nome nasce per caso, quando mi sono iscritta a YouTube non mi accettava gli username che mettevo e così, avendo la pazienza di un topo morto, ho messo Tunonna e così è rimasto, alla fine fa ridere… In un’intervista a Rockol hai definito la tua musica come “il parcheggio di un discount”. Cosa intendi precisamente? I parcheggi dei discount mi hanno sempre trasmesso un senso di malinconia, soprattutto quando sono mezzi vuoti, però mi fanno anche sorridere con la loro estetica un po’ brutta, semplice, il logo colorato dell’Eurospin che si staglia sopra a tutto cemento, non so, come immagine visiva è quella più vicina a quello che sento quando devo buttare giù una canzone. Allegato al tuo disco, “Buono”, è uscito un fumetto realizzato da Zerocalcare. Le tue canzoni sono probabilmente la colonna sonora migliore per i suoi disegni. Cosa ci racconteresti, dunque, della tua Roma che, in fondo, è anche un po’ quella di Zerocalcare? Sì, sono molto contenta che sia stato lui a disegnarlo, sia perché mi piace un sacco sia perché comunque è un amico. Su Roma […]

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Teatro

Teatro

Nuovo Teatro Sancarluccio: la stagione 2017-2018

La stagione 2017-2018 presentata al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli propone un cartellone ricco di spettacoli e attività. Nuovo Teatro Sancarluccio: la stagione 2017-2018 Il cartellone della stagione 2017-2018 del Nuovo Teatro Sancarluccio si divide in tre sezioni: “I Teatri comici”, “Il Teatro in Musica” e “Il Teatro Rinnovato”. Alle sezioni si aggiungono una serie di letture interpretate da Massimo Andrei e intitolata “Gente di Napoli”. Ogni sezione si dedica ad un genere, come gli eloquenti titoli suggeriscono. Il cartellone della stagione del Nuovo Teatro Sancarluccio, fra l’altro, apre uno sguardo ai giovani: questo è stato uno dei punti su cui si è soffermata maggiormente l’attenzione durante la conferenza stampa. Anche in questo senso si sviluppano i laboratori teatrali proposti come attività ancillari rispetto alla stagione teatrale, la rassegna “Nuovi scenari” e le musiche della SoundFly night. Per quanto riguarda i laboratori, essi saranno Pensa Comico, diretto da Eduardo Cocciardo; Laboratorio Permanente di Formazione Teatrale, diretto da Ettore Massarese, e To play, diretto da Antonella Stefanucci, e suddiviso in tre sezioni per bambini, ragazzi e adulti. Per quanto riguarda la rassegna “Nuovi scenari”, saranno in scena la Compagnia Gli Ignoti con Variazioni enigmatiche, dal 6 al giorno 8 ottobre; la Compagnia La coperta di Zazà con Alla corte d’ ‘o rre piccerillo, dal 13 al 15 ottobre; la Compagnia Pipariello con Fatemi capire, il 26 ottobre; la Compagnia Il Sipario con Cornuti e contenti, dal 27 al 29 ottobre; e la Compagnia I Mastacanà con I figli di San Gennaro, dal 22 al 25 febbraio. Per i concerti della SoundFly night, i Diversamente rossi, il 21 dicembre; Marilù, il 25 gennaio; Romito, il 15 febbraio; Riccardo Ceres, il 15 marzo; e Rione Junno, il 12 aprile. Un’offerta teatrale, quella della stagione 2017-2018 del Nuovo Teatro Sancarluccio, così, varia e che si apre ad interessanti proposte. Di seguito gli spettacoli in cartellone: dal 2 novembre, Òmm… un napoletano in Tibet, scritto, diretto e interpretato da Ettore Massa (I Teatri comici); dal 9 novembre, Tre sull’altalena, scritto da Luigi Lunari, diretto da Roberto Negri, e interpretato da Stefania Benincaso, Arianna Gaudio, Stefania Aluzzi e Nicola Ciccariello (Il Teatro Rinnovato); dal 16 novembre, 06-05-38, scritto e diretto da Luca Pizzurro e interpretato da Gigliola De Feo e Andrea Fiorillo (Il Teatro Rinnovato); dal 23 novembre, Serenvivity, di e con Viviana Cangiano e Serena Pisa (Il Teatro in Musica); dal 30 novembre, Dietro la quinta dell’Universo, scritto e diretto da Enrico maria Falconi, e interpretato da Annalisa Amodio, Sara Giglio e Diletta Acanfora (Il Teatro Rinnovato); dal 7 dicembre, Il Cappellaio magico – dedicato a Rino Gaetano, scritto e diretto da Giacomo Casaula, e con i suoni di Davide Trezza, Vincenzo Gigantino, Luca Masi, Ernesto Tortorella, Ermanno Ferrara e Luca Senatore (Il Teatro in Musica); dal 14 dicembre, Il mio amico D. – “I migliori sogni sono due: giocare il mondiale ed essere il campione”, scritto da Pietro Tammaro, diretto da Luca Saccoia e interpretato dallo stesso Pietro Tammaro (Il Teatro Rinnovato); dal 22 dicembre, […]

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Teatro

El Romancero de Lazarillo e la transcultura tra passato e futuro

Un palco allestito sotto le stelle, un teatro all’aperto inscritto in un’atmosfera paesana in cui sorprendentemente si respira una festosa pluralità culturale, quella degli stand gastronomici di Intrecci, il Festival della cucina mediterranea, che offre la possibilità di degustare abitudini culinarie e tradizioni con cui vari popoli imbandiscono le loro tavole, devolvendo l’intero guadagno all’Associazione SOS Sostenitori Ospedale Santobono. È questo lo squisito scenario in cui, a Città della Scienza, ha avuto luogo lo spettacolo teatrale El Romancero de Lazarillo il 30 settembre 2017, curato dall’Associazione Teatrale Aisthesis e messo in scena dalla rassegna teatrale itinerante I viaggi di Capitan Matamoros. Una rivisitazione modernissima  e un tripudio di esperienze culturali Tutta l’energia di questo banchetto interculturale sembra fatalmente assorbita da Luca Gatta, protagonista indiscusso della scena; e non soltanto perché è l’unico personaggio a librarsi sul palco assumendo voci, facce, ruoli e comportamenti sempre nuovi, ma soprattutto per il connubio tra naturalezza e tragicità che riesce a realizzare con la propria performance. Prende possesso del palco con un’originalissima rivisitazione del cinquecentesco Lazarillo de Tormes, primo romanzo della tradizione occidentale moderna, che verte sulle vicissitudini del servo Lazarillo, che si racconta e si vive mentre vagabonda in cerca di fortuna per la Spagna. Dando prova di un’eccelsa padronanza linguistica ed esibendosi in capriole, giravolte e acrobazie varie (indice di notevoli abilità ginniche) sbandiera a tutti come il vero teatro sia sodalizio tra mente e corpo. Con grande eclettismo Luca Gatta frammenta il proprio io per essere voce di tutte le peripezie a cui il servo Lazarillo si deve sottoporre per ascendere alla dimensione borghese. Le sue disgrazie, il suo tormentato girovagare, il suo vendersi a padroni diversi (portando sulla scena molti topoi medievali) confluiscono in un’esibizione strabiliante, condotta nella totale assenza di quinte. L’attore si identifica in un giullare dal piglio drammatico e inquieto, con una tragicità sempre rispettosa del carattere narrativo dell’opera. Un trionfale ritorno alla commedia dell’arte che disseppellisce il gusto medievale, con quella particolare trasposizione del testo dalla prosa alle ottave. Un linguaggio ibrido, ponte tra modernità e antichità, che aiuta lo spettatore a calarsi nel passato inscenato ma con i piedi ben piantati nel proprio presente. Una commedia che, fedelissima al progresso e alla molteplicità culturale, resuscita la tradizione del romanzo e l’atmosfera medievale. L’attore veste i panni di un impeccabile cantastorie, in un sortilegio quasi inquietante, che lo fa rimanere Lazarillo per tutta la durante dello spettacolo ma lo trasforma anche in tutti i personaggi in cui egli si imbatte. Con pochi oggetti di scena e il suo retroscena culturale, l’esibizione vuole ricongiungere alle origini del teatro. A tu per tu con il protagonista de El Romancero de Lazarillo Alla fine dello spettacolo ho raggiunto la star della sera per congratularmi della sua notevole capacità di immedesimazione. Luca Gatta si dimostra piacevolissimo e professionale anche di persona. “Ho fatto quello che ha fatto Gauguin, che alla fine della sua vita ha ricominciato a dipingere il suo villaggio natale. Ho vissuto tra le montagne avellinesi, dopo ho […]

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Teatro

Dentro la tempesta per i Viaggi di Capitan Matamoros

Nato dal laboratorio L’altro nello sguardo dell’altro, condotto dall’Associazione Teatrale Aisthesis con le comunità migranti residenti sul territorio irpino, ieri 28 settembre (e oggi 29 settembre), presso la Sala delle Colonne dell’Annunziata, è andato in scena Dentro la tempesta, pièce teatrale che ha al centro La tempesta di Shakespeare, interpolata con la versione napoletana di Edoardo De Filippo e con le scritture e i racconti personali dei partecipanti al laboratorio;  diretto da Luca Gatta, direttore artistico de I viaggi di Capitan Matamoros. In una cornice maestosa, fatta di marmi e colonne e su una colorata scenografia, resa ancora più vivace dai costumi folkloristici degli attori, si è svolta la vicenda, ambientata su un’isola imprecisata del Mediterraneo, che ha per protagonista Prospero, il vero duca di Milano, che trama per riportare sua figlia Miranda al posto che le spetta, servendosi della magia.  Mentre suo fratello Antonio e il suo complice, il Re di Napoli Alonso, stanno navigando sul mare di ritorno da Cartagine, il mago invoca una tempesta e attraverso l’aiuto del suo servo Ariel, uno spirito dell’aria, riesce a riscattare il Re e a far innamorare e sposare sua figlia con il principe di Napoli, Ferdinando.  Dentro la tempesta, storia di migrazione e identità La tempesta è stata scelta per la grande densità tematica, infatti affronta temi attualissimi, quali il naufragio, l’esclusione, il rapporto con il diverso , il conflitto tra natura e conoscenza; e per il suo forte legame con il territorio campano grazie alla celebre riscrittura di Eduardo De Filippo, pur avendo una struttura drammaturgica diversa, manipolata attraverso le esperienze e le scritture dei partecipanti. Lo spettacolo porta in scena un intreccio linguistico, fatto di  italiano, inglese, francese, napoletano, bambara, mandingo, ewandu ed è  arricchito da canti africani.  Dentro la tempesta – L ‘altro nello sguardo dell’altro è, nelle intenzioni dei suoi ideatori, un progetto pilota avente come finalità l’inclusione scolastica e lavorativa di giovani migranti. Insomma, il primo atto di quella che, si spera, diventerà una vera e propria scuola di teatro per l’integrazione.  

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Recensioni

“Né serva né padrona”: le donne e la Commedia dell’Arte

Nella seconda settimana del Festival internazionale di Commedia dell’Arte I viaggi di Capitan Matamoros – Storie di migranza, la sera di giovedì 21 settembre è tutta al femminile, con lo spettacolo Né serva né padrona, un vero e proprio One Woman Show all’interno della sagrestia della Basilica dello Spirito Santo, sede dell’Associazione Culturale Medea Art. Italia, Sedicesimo secolo: divieto per le donne di calcare le scene e severe condanne da parte della Chiesa verso le eretiche che osavano trasgredire e dedicarsi a quelle forme d’arte ‘scandalose’ e indegne. In tali temperie culturali, donne coraggiose e intraprendenti si distinsero per i loro meriti nell’arte oratoria, poetica, musicale e persino comica, come l’attrice padovana Isabella Andreini e la famosa cantante napoletana Adriana Basile.  Le personalità di queste brillanti figure femminili rivivono sulla scena con Claudia Contin Arlecchino, autrice, attrice, regista e artista figurativa, nonché prima donna ad interpretare il personaggio di Arlecchino, e grazie alle musiche di Luca Fantinutti. Claudia Contin Arlecchino, spogliandosi dei tradizionali panni della maschera del buffo Arlecchino, con i quali fa il suo ingresso sulla scena, svela al pubblico tutti i retroscena del mestiere di attrice, con grande autoironia e comicità, passando attraverso l’interpretazione dei diversi ruoli femminili della Commedia dell’Arte (dalla servetta, all’innamorata, alla cortigiana) e mostrando le movenze tipiche e la gestualità che contraddistingue tali figure, in un continuo coinvolgimento degli spettatori che crea un clima di ilarità ed improvvisazione. Donne e teatro: dalla Commedia dell’Arte al Terzo Millennio Dall’aperitivo a base di polenta, al ‘punzecchiamento’ giocoso degli uomini presenti nel pubblico, Claudia veste e sveste i panni dei suoi personaggi, con un viaggio attraverso i secoli, il cui trait d’union è l’emancipazione della figura femminile e la rivoluzione portata dall’ingresso della donna sulle scene. Attraverso due coraggiose donne del Cinquecento, Isabella Andreini ed Adriana Basile (baronessa per ‘meriti d’arte’), simboli di tale emancipazione, si arriva fino alle donne del Terzo Millennio, con la stessa Claudia. In una ‘confessione scritta’, l’attrice spiega le ragioni che si nascondono dietro la scelta della maschera di Arlecchino e la convivenza con questo personaggio, chiudendo la sua performance con una riflessione che si ricollega al titolo e all’essenza stessa di tale spettacolo: “Né serva né padrona, ma libera persona”.

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Un viaggio lontano. Cosa mi regalavi davvero?

Un viaggio lontano Un cielo rosso al tramonto, un viaggio lontano… cosa mi regalavi davvero? Spiagge infinite, la città è lontana, palafitte sul mare, il sole è calato dietro l’orizzonte Le acque arrossate, il colore del bronzo ricopre gli ori del mattino e verrà il turchese a bagnare il cielo. La notte, ah, la notte, dimmi, che notte vivi nelle tue terre? Spingersi lontano, oltre se stessi Tuffarsi nel mare, nel cielo rosso del tramonto, da lì, da quel promontorio, e finalmente rinascere. Lo credi impossibile? No, nel cielo del tramonto delle tue terre tutto riveste la vita Un cielo rosso al tramonto, e quella canzone che continua a prendere il mio ricordo Le stagioni ci stanno aspettando, eppure l’Estate ci sta già attraversando,  ci bagna con le sue onde, le sue lente onde… Ma forse ancora c’è chi non si abbandona Sogni spenti in stanchi passi sulla spiaggia al tramonto, mentre il sole cala al di là del cielo. I loro occhi non comprendono il nostro sguardo già perso nelle stelle. Le stelle, riesci a contarle? Dimmi, davvero riesci a comprenderne il prodigio? E il loro sguardo distratto davvero può pretendere di alzarsi già sazio del mondo? Oh, no, e lo sai Un viaggio lontano Sì, un viaggio lontano, nel tramonto di terre perdute, lontane Cosa mi hai regalato davvero? Un cielo rosso, un tramonto lontano, case azzurre che dormono sopra le onde che dondolano pigramente, e le foglie che nuotano. La notte Vedo acque ed un blu che si perde infinito, sopra le case sul mare e giù nel profondo Una barca è ormeggiata, un’altra scivola lenta e un’altra ancora si spinge nell’ombra, l’ombra della notte. Le stelle brillano e sul piano dell’acqua scivolano lente, insieme al fondo dei legni delle barche, insieme alle onde, insieme ai miei sogni. I sogni, dimmi, che forma dai ai tuoi sogni? I passi stanchi hanno già lasciato la spiaggia, l’orizzonte è puro ora dinnanzi a noi Ora il mare è di chi vuole amare, di chi tuffando le proprie speranze è disposto a sognare Un viaggio lontano, terre lontane, lontana è la città ed il sole che domani di nuovo dal mare ritornerà Un cielo rosso al tramonto, la sera è vicina, la luna i suoi bagliori d’argento dal promontorio e sul mare riflette. La notte è già qui Cosa mi hai regalato davvero? Un suono lontano, un ricordo creduto perduto che ancora giace ineffabile nel fondo della mia anima… Ma lo sento qui nel petto tornato Un viaggio lontano, dimmi, cosa mi hai regalato davvero?

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Voli Pindarici

Quanto è bella l’estate, una bella stagione…davvero

Quanto è bella l’estate, umh? Il sole, il mare, la spiaggia, gli amici, le vacanze, i viaggi… L’estate è proprio una bella stagione, davvero. Una bella pausa dal lavoro o dallo studio e via a immergersi nelle acque cristalline… o quasi, anche lievemente trasparenti vanno bene. Certo, magari è da evitare quella massa schiumosa che s’intravede in lontananza. Oh no… una donna è appena stata punta da qualcosa e tutti iniziano a fuggire. Per fortuna, se il mare non soddisfa, c’è sempre il meritato riposo sulla spiaggia. Ed eccoti lì, disteso sul tuo lettino mezzo rotto (pagato più di due euro) con in mano un libro (sì, esistono ancora) pronto a immergerti in chissà quali avventure. Bella domanda, quali avventure? Di certo non quelle nel libro considerando che appena inizi a ricordarti come si legge, vieni prontamente e brutalmente colpito da una poderosa pallonata. L’aspirante calciatore-killer ti fissa con palese disgusto, urlando di restituirgli il pallone. Con molta fatica ti porti seduto sulla sdraio e, riluttante, gli consegni l’arma del delitto. In quel momento ti rendi conto del perché il ragazzino ti scruta con disprezzo: grondi sudore da ogni singolo poro. In effetti ci sono quarantaquattro gradi all’ombra (merito dell’anticiclone africano denominato Satana l’Infame) e purtroppo il mare è inagibile a causa di qualche mostro marino non identificato che continua a terrorizzare chiunque osi avvicinarsi alla battigia. L’ombrellone è completamente inutile (la sua ombra è proiettata così lontana che neanche la vedi) e intanto ti ritrovi anche a boccheggiare. Quanto è bella l’estate Certo è proprio bella… il caldo soffocante, le spiagge pubbliche inagibili, il mare putrido, gli animali marini inferociti, i venditori abusivi che ti vedono boccheggiare e ti chiedono se ti serve un tatuaggio all’henné raffigurante una balena che sorride, i bagnini che dormono… Ma per fortuna ecco arrivare l’illuminazione. No, non è un colpo di sole… forse. Ti alzi, abbandoni la sdraio arrugginita e vai via, lontano, verso la salvezza. Esci dalla spiaggia e, ancora in costume, t’imbuchi nel primo negozio che trovi per strada. Oltrepassata la soglia entri finalmente in contatto con la beatitudine. L’aria condizionata del negozio ti avvolge e ti abbandoni in un lungo sospiro di goduria. Ma non sei il solo… ti guardi e riconosci alcuni dei bagnanti della spiaggia appena abbandonata. Già, sono tutti lì a godersi l’estate.

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Voli Pindarici

Ho mangiato una persona scaduta

Mi sveglio, apro gli occhi e con essi il frigorifero: trovo uno yogurt scaduto. In preda alla fame più disperata e ai rumori più strambi e forti che uno stomaco possa produrre, armata di coraggio, decido di sfamarmi dell’unico alimento in mio possesso, benché esso sia certamente avariato a causa degli effetti del tempo subiti dallo stesso. Temeraria e paranoica quale sono, ad ogni boccone interrogo il web circa le conseguenze che i microrganismi formatisi nell’alimento avrebbero avuto sul mio organismo, come ogni stolta curiosa farebbe. Nausea, crampi, dolore addominale, sudorazione, vertigini, vomito. Potrei continuare con la stesura degli effetti collaterali ma mi fermo per decenza, poiché credere che uno yogurt andato a male potesse realmente portarmi alla morte sarebbe stato alquanto eccessivo Ma non vi nego che ho temuto anche di poter finire all’inferno a causa del mio gesto decisamente avventato e poco saggio. Non ho avuto la nausea, non ho avuto i crampi, non ho avuto la diarrea, non ho avuto il vomito, non ho sudato! Non ho avuto niente nonostante io stia narrando la mia triste esperienza, prova del fatto che non sono morta: Vivo! Mi sveglio, apro gli occhi e con essi il mio passato: trovo persone scadute. In preda all’amore più esasperato e ai battiti più forti che il cuore possa produrre, armata di buona volontà, ho scelto di nutrirmi dell’unica persona che io volessi, nonostante lei fosse risaputamente andata a male a causa degli effetti degli anni vissuti. Coraggiosa e fiduciosa quale sono, ad ogni bacio dato non ho interrogato nessuno circa le conseguenze che la sua saliva avrebbe avuto sulla mia, come ogni innamorata farebbe. Batticuore, sorrisi, felicità, lacrime, gioia. Potrei continuare con l’elenco degli effetti benevoli ma mi fermo per indecenza, poiché illudermi che una persona andata a male potesse realmente farmi vivere sarebbe stato alquanto esagerato Ma non vi nascondo che ho sognato anche di poter rinascere a causa del sentimento più puro che io potessi provare. Ho mangiato una persona scaduta Ho la nausea, ho i crampi, ho la diarrea, ho il vomito e sudo perché sono a Napoli e ci sono 35 gradi all’ombra. Ho temuto anche di poter morire ma non è successo. Sono sopravvissuta: Vivo! Uno yogurt scaduto nuoce alla salute meno di una persona scaduta. Lo yogurt scade, non può scegliere di non scadere: vittima del tempo, ne subisce ogni conseguenza senza possibilità alcuna di ribellione. Le persone scadono ma potrebbero scegliere di non scadere. Non sono vittime del tempo, sono artefici del proprio tempo e le uniche conseguenze che subiscono sono quelle delle proprie errate azioni nelle quali loro stesse decidono di soccombere. Io non sono uno yogurt, sono una persona. Non voglio mai scadere Non voglio mai scaderti.

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Voli Pindarici

Il bambino sulla spiaggia e quello sul lettone

Il bambino disteso sulla spiaggia sembrava uno di quei pupazzi di gomma che si gonfiano a bocca. Pareva  un bambolotto dimenticato sul bagnasciuga da qualche bimbo dopo una giornata intensa di giochi trascorsa in riva al mare. Le onde fredde del mare del mattino lo scalfivano già da qualche ora ma lui restava immobile, disteso a pancia sotto, con il sederino un po’ alzato. Indossava una magliettina rossa, un pantaloncino blu, le scarpette con la suola gialla e aveva  la testolina piegata sul lato destro del corpo, tonda piena di capelli scuri. Dalla corporatura sembrava anche cicciottello e, anche se in realtà non è stato mai visto in faccia, doveva essere certamente bellissimo. E immobile è rimasto. Per sempre, però. Immobile su quella spiaggia turca, protagonista involontario e inconsapevole di uno scatto che lo ha reso per sempre un’icona indelebile dell’orrore di una delle tante conseguenze della guerra in Siria. Il bambino sul lettone Dopo più di due anni e lontano migliaia di chilometri da quella spiaggia turca, in una mattinata come tante, il bambino disteso sul lettone dormiva placido e beato. Ha solo qualche mese e la fortuna di essere nato in un luogo che, seppur denso di contraddizioni, sfaceli, ladrocini, ipocrisie e ingiustizie di ogni sorta e natura è, in fondo e nonostante ciò, ancora un buon posto nel quale venire al mondo. Fosse solo perché non c’è la guerra. Il bambino disteso sul lettone è il mio ed è così dolce ed indifeso quando passa dalla veglia al sonno, assumendo quella posizione raggomitolata che ispira un mare di tenerezza solo a guardarlo. Per una strana coincidenza, quella mattina, con la sua testolina tonda piena di capelli scuri rivolta a destra e i vestitini blu e rossi, aveva assunto quasi la stessa postura con il sederino in sù nella quale fu ritrovato Aylan. Che strane associazioni di immagini ha prodotto la mia mente in quel nanosecondo in cui ho visto mio figlio in quella posizione. Una sorta di veloce flashback da pugno nello stomaco composto da un’immagine così dolce e da una così odiosa come quella della fine di una creatura indifesa. Un bambino e la morte I bambini e la morte: una contraddizione innaturale, un maledetto ossimoro. Sarà stata la potenza di quella foto scattata in spiaggia, l’impatto emotivo della tragedia dei profughi, le mille paure che a volte attanagliano la mente dei neo genitori ma quella mattina ho pianto guardando il mio bimbo dormire felice sul lettone e pensando ad Aylan, che, al contrario, una vita non ce l’ha più. I genitori del piccolo ritrovato sulla riva del mare alle prime luci fredde dell’alba non lo vedranno più dormire per poi risvegliarsi. Quel bambino morto barbaramente è uno schiaffo in faccia all’umanità, ricca o povera che sia, e si dovrebbe ben riflettere sulla circostanza per la quale nessuno ci assicura che un domani i protagonisti del macabro rituale degli sbarchi dei profughi saranno invertite o quantomeno diverse, se la bella Italia o la mitica Europa diventeranno posti […]

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