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Eroica Fenice

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Fun & Tech

Ataribox: il ritorno dell’Atari

Negli anni ’70 e ’80 la Atari era una delle compagnie più importanti nell’ambito di computer e videogiochi. Tra i suoi prodotti più famosi vi sono l’Atari 2600, una delle prime console per videogiochi ad avere un’ampia diffusione, e l’Atari ST, serie di personal computer. In quegli anni ha segnato la storia del mercato dei videogiochi, ma a partire dagli anni ’90 è iniziato il declino. Una serie di investimenti andati male seguiti da vari passaggi di proprietà hanno portato l’Atari ad occupare oggi un ruolo marginale. Questo potrebbe cambiare con l’annuncio di un nuovo prodotto, l’Ataribox. Ataribox, console evanescente L’Atari ha annunciato che ritornerà sul mercato delle console con l’Ataribox, di cui però al momento non si sa quasi niente. Le uniche informazioni disponibili, ricavabili dalla newsletter ufficiale, sono relative a due versioni della console, una delle quali richiama la vecchia 2600. Si sa, inoltre, che l’Ataribox avrà una connessione HDMI, 4 porte USB ed un lettore di schede SD. Altra notizia ufficiale è che probabilmente la produzione della console, quando avrà inizio, sarà finanziata con una campagna di crowdfunding. Le informazioni sicuramente non sono molte, si passa poi alle congetture. Partiamo dall’hardware: per alcuni sarà una console in grado di rivaleggiare con Playstation 4 e Xbox One, per altri sarà più orientata verso il retrogaming (l’utilizzo di videogiochi vintage). Sicuramente sfrutta lo stesso filone “nostalgico” già usato ad esempio dalla Nintendo con le riedizioni di NES e SNES, console anni ’90 della società giapponese. Stesso ragionamento per i giochi disponibili: dalle poche notizie rilasciate si evince che la produzione sarà incentrata su riedizioni dei giochi “classici” anche se saranno disponibili titoli moderni, ma non sono stati diffusi esempi né in un caso né nell’altro. Ovviamente non sono stati annunciati data e prezzo di lancio e probabilmente nel prossimo futuro non si avranno altre notizie a proposito dell’Ataribox. Vista questa mancanza di dettagli si può pensare che, nonostante gli articoli ottimisti circolanti, finora l’Ataribox esiste solo come operazione di marketing, sospetto aumentato dal fatto che nessuno l’ha vista realizzata. Le uniche prove dell’esistenza della console sono infatti delle immagini che ne mostrano solo l’esterno e potrebbero essere solo delle “scatole” vuote. Nessuna software house ha affermato di star producendo giochi per l’Ataribox, e del resto non è possibile nemmeno volendo, dato che non sono state pubblicate le specifiche da rispettare ed i software da usare per creare giochi per la console. Se così fosse la pubblicità fatta finora all’Ataribox sarebbe un modo per capire se si tratta di un affare realizzabile e redditizio. Il sospetto diventa certezza quando nei comunicati stampa ufficiali si legge che “Le groupe Atari a annoncé la « (…) préparation d’une campagne de relations publiques et de crowdfunding pour tester la viabilité d’un nouveau produit hardware pour les jeux vidéo ». Le Groupe a depuis diffusé une vidéo dévoilant un premier design de ce nouveau produit, dont les fonctionnalités et les caractéristiques techniques seront annoncées selon l’avancement des travaux.”. Tradotto e sintetizzato significa proprio che […]

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Culturalmente

Modelle e rivoluzione: il volto della moda che cambia

Diceva Albert Camus che «la rivoluzione consiste nell’amare un uomo che non esiste ancora»: la verità di ogni circostanza, anche (e soprattutto) quando si parla di moda e modelle. Quel cambiamento che tanto spaventa, il nemico che nasce dalla minoranza, da chi non parla, ma sussurra: qualunque cosa voglia esistere e resistere deve cercare il compromesso col nuovo che rompe gli schemi, che cambia le regole del gioco. È la regola aurea della metamorfosi: partire dalla regola per ambire all’eccezione. Il regno in cui il canone è sovrano è ovviamente quello dell’esteriorità, dell’estetica e della bellezza. Le passerelle e i cartelloni pubblicitari vengono riempiti di volti perfettamente simmetrici e corpi statuari, imponendo (perché di imposizione si può parlare ogni volta in cui il bello è ciò che dice la pubblicità e il brutto è tutto quello che ne resta fuori) parametri di valutazione che ci rendono così duri con noi stessi. eAd infondere coraggio agli esclusi, a chi cerca una bellezza più vicina alla propria e a chi ne vuole una che baci ogni diversità, provvedono le modelle della rivoluzione: donne coraggiose, donne della minoranza che fanno forza sul bello più vero che appartiene loro per condividerlo, moltiplicarlo, lasciarlo vivere erodendo gli schemi. La vita, ormai, splende fuori dalla regola, lo schema fa soltanto ombra. La rivoluzione modelle che hanno sfidato gli stereotipi: l’eccezione contro la regola Il faro rappresentato dall’entrata in scena delle modelle curvy non è che la prima pietra di una rivoluzione che sta cambiando il volto della moda dall’interno. Tanto discussa è stata, ad esempio, negli ultimi tempi la figura di Melanie Gaydos, affetta da displasia ectodermica: non una singola malattia, ma un insieme di problematiche fisiche derivanti da anomalie strutturali dell’ectoderma che impediscono la crescita di denti, unghie, cartilagine ed ossa. Melanie è calva (a causa dell’alopecia congenita) e quasi del tutto ciec, ha un viso che di convenzionale ha ben poco: eppure gli scatti dall’atmosfera magica, fantastica, di Eugenio Recuenco e poi la partecipazione al video musicale della band metal Rammstein, “Mein Herz Brennt”, l’hanno introdotta e consacrata proprio in quel mondo di luci e champagne. Seguitissima è stata anche la polemica che ha coinvolto il noto brand di intimo Victoria’s secret e Rain Dove, modella cisgender o, in altre parole, eclettica: una donna che ha saputo adattare i suoi tratti androgini per servizi e sfilate tanto maschili quanto femminili. Dopo aver posato per Vogue, Elle e Vanity Fair, Rain Dove si è sentita definire “troppo mascolina” per gli standard dei sensualissimi angeli di Victoria: un carattere imponente come il suo come avrebbe potuto fermarsi innanzi ad uno stereotipo? Innanzi ad un ostacolo così banale? Sfida, così, il mondo tradizionalista e conservatore della moda ricreando le stesse pose in cui vengono normalmente ritratte le modelle di Victoria’s secret: poco desiderabile le hanno detto, ribelle ha risposto. Come non inserire nell’elenco delle belle della rivolta Chantelle Brown-Young, meglio conosciuta come Winnie Harlow, la modella con la vitiligine protagonista del fortunato spot pubblicitario della Desigual. Attivista e […]

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Libri

L’estate Eroica: i libri da leggere sotto l’ombrellone

Le ore scorrono lente sotto l’ombrellone o distesi al sole, i bagni non sono mai troppo lunghi. Con l’arrivo di agosto per molti arriveranno anche le vacanze vere e proprie, le tanto attese ferie da trascorrere nel segno del relax e della spensieratezza. Si cessano tutte le attività e ci si dedica all’ozio… non proprio tutte le attività, per gli amanti dei libri leggere è un’attività indispensabile e a cui non si rinuncia, anzi, è un modo per riempire le ore di ozio e relax con avventure, mondi e sentimenti mai vissuti. Certamente il caldo non aiuta la concentrazione, e pensare di riuscire a leggere “il librone” serio è una battaglia persa in partenza al solo pensiero. Sì, proprio “Quel libro”, quello che tutti i lettori non confesseranno mai di aver rimandato all’infinito, magari per anni, perché troppo importante per destinargli qualche ora distratta in treno, tra diversi impegni o prima di addormentarsi. Ogni lettore lo negherà, ma probabilmente ogni lettore ha IL suo libro rimandato di anno in anno con i buoni propositi di Capodanno. Alla fine passa talmente tanto tempo che agli amici lettori – non meno colpevoli, sia chiaro –  si dirà di averlo letto, e che sì «è proprio un capolavoro, non c’è alcun dubbio» e perché no, «ha anche scalato con un salto la gerarchia dei libri preferiti piazzandosi al vertice». Non c’è da prendersi in giro, IL libro verrà rimandato anche questa volta, ma è anche vero che l’amore per la lettura e la voglia di portarsene uno in vacanza o al mare non si estirpa con il buonsenso. Un po’ come la coperta di Linus, è necessario averne uno con sé. Quindi ecco per i più temerari e fedeli alla causa, una lista di libri pensati da noi di Eroica Fenice per consentirne la lettura nonostante il sole e il caldo infernale. Tre uomini in barca – Jerome K. Jerome. Tre amici viaggiano in barca per riposarsi dalle fatiche della vita londinese. Diverse le peripezie e le avventure che, grazie alla vis comica e alla filosofia spicciola, hanno reso questo romanzo parte integrante della storia della letteratura. I viaggi di Gulliver – Jonathan Swift. Capolavoro del fantastico e della satira. Tanti viaggi, peripezie, creature straordinarie, giganti e nani, popolazioni assurde popolano questo romanzo che, a torto, è stato relegato alla narrativa per ragazzi. Il barone rampante – Italo Calvino. «Un ragazzo sale su di un albero, si arrampica tra i rami, passa da una pianta all’altra, decide che non scenderà più. […] una vira tutt’altro che monotona, anzi: piena d’avventure, e tutt’altro che da eremita, però sempre mantenendo tra sé e i suoi simili questa minima ma invalicabile distanza» (prefazione di Calvino) Ecco la storia – Daniel Pennac. Tutto ha inizio quando un dittatore agorafobico (fittizio) decide di assumere un sosia. Le varie storie che il dittatore ripropone si intersecano tra realtà e fantasia. Si riflette sui ruoli e sul vago inseguimento del personaggio di una propria identità. Baci a tutti – Andrea Antonello. «Sono […]

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Attualità

Attualità

Diario di un disoccupato: il libro di Mario Migliara

Il mondo del lavoro è un mondo complesso, diviso tra sacrifici e soddisfazioni. Una sfera di vetro, una parentesi, croce e delizia della vita di ogni uomo. Da qualche anno a questa parte questo mondo sembra essere diventato una realtà parallela, impossibile da valicare, soprattutto se il paese in questione è l’Italia. La parola d’ordine è diventata disoccupazione, la via d’uscita da questo tunnel buio richiede costanza e una forte creatività, poiché molto spesso è necessario ripiegare in un piano B, un fuori programma lontano dalle aspirazioni e gli obbiettivi iniziali. Diario di un disoccupato, uno sguardo interno di chi si trova al margine Il lavoro resta “questo sconosciuto” proprio come recita il libro di Mario Migliara Dario di un disoccupato – edito da 13Lab – he con grande lucidità ed ironia affronta un argomento più attuale che mai. La forma stilistica scelta da Migliara è quella del diario, un diario di bordo scritto da chi si trova al margine, sul fondo, ma proprio per questo riesce ad avere una visione più completa della realtà che lo circonda. Migliara nella premessa parla di plurale maiestatis, definendo la condizione di disoccupazione un problema di tutti, di cui bisogna esserne a conoscenza ed avere i mezzi giusti per formare una propria coscienza sulla tematica. Raccontata l’avventura di chi un lavoro non lo ha, con modi alle volte anche al limite del grottesco, che fanno nascere numerose domande e dubbi, ma è questo che rende il libro interessante. Scorrendo tra le pagine del libro è possibile trovare aforismi, citazioni appartenenti a mondi diversi dell’arte: da Carboni a Borges, ma anche uomini che appartengono alla sfera della quotidianità. Incuriosisce il sottotitolo “Straniero in terra propria”, accattivante nella sua concezione ossimorica, conserva al suo interno il vero cuore della riflessione del testo: ciò che dovrebbe essere normalità, diviene lotta, conquista, ostacolo. Una verità difficile, una pillola amara da ingoiare, che mette in ginocchio più generazioni e lascia costantemente una sensazione di vuoto.

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Attualità

In mare la nave “identitaria” che vuole respingere i migranti in Libia

Treccani definisce la parola ”emergenza” come “c Allo stesso tempo, l’equilibrio politico italiano si sposta costantemente verso posizioni sempre più intolleranti nei confronti dei migranti. Risale a pochi giorni fa la polemica seguita alla pubblicazione su Facebook da parte del leader del Partito Democratico Matteo Renzi, di un estratto del suo libro che termina con il famoso motto di fattura leghista “aiutiamoli a casa loro”. Generazione Identitaria nasce in Italia nel novembre del 2012 sulla scia della Génération Identitaire francese, poi diffusasi in molte altre nazioni europee. È un movimento che si definisce a-politico, a-partitico, a-nazionalista. Il fulcro della sua attività è la salvaguardia delle identità locali, ritenute ben definite, stabili e immutabili: un glorioso passato da salvaguardare. Il concetto è stato elaborato dallo scrittore francese Renaud Camus – condannato nel 2014 per incitamento all’odio razziale – secondo il quale sarebbe in corso in Francia e in Europa una colonizzazione da parte di migranti islamici provenienti da Medio Oriente e Africa, che minaccia di mutare permanentemente il paese – la Francia – e la sua cultura. Tra le soluzioni proposte dal movimento per la salvaguardia dell’identità, oltre a quella del blocco totale dell’arrivo di migranti sul suolo europeo, vi è il “rimpatrio di tutti gli immigrati extraeuropei attualmente presenti nei nostri territori”. La nave “identitaria” si prepara a respingere i migranti in Libia I migranti, in attesa dell’apertura di sicuri canali di spostamento, si trovano così sempre più stretti tra Scilla e Cariddi: da una parte la povertà, le carceri e le torture della Libia, dall’altra un pericolosissimo viaggio verso un’Europa sempre più restia ad accoglierli.

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Attualità

Muore Pelosi, ma ancora nessuna verità sulla morte di Pasolini

Giuseppe Pelosi è morto a 58 anni, il 20 luglio 2017. Aveva scontato una pena pari a nove anni di reclusione per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Pino Pelosi, in verità, è morto a 17 anni, il 2 novembre 1975. Perché quella notte, insieme a quella di Pasolini, è finita anche la sua vita. Pierpaolo Pasolini fu ucciso da un “ragazzo di vita” per ragioni omosessuali. Sineddoche nella vita e nella morte dell’intellettuale di Casarsa: il sesso, la parte, che diventa il tutto. Perlomeno, così ha stabilito la legge italiana, scevra di giustizia, durante un processo che non ha convinto nessuno e che si è fatto specchio dell’aggravarsi dei sintomi di disagio politico nella società e nelle istituzioni durante gli Anni di Piombo. E, ripercorrendo gli ultimi giorni e le ultime ore di vita di Pasolini, è facile comprenderne il perché. Durante le prime ore del giorno dedicato alla commemorazione dei defunti del 1975, una pattuglia dei carabinieri ferma un’automobile contromano sul lungomare di Ostia. Alla sua guida c’è Pino Pelosi, 17 anni, che viene arrestato per furto d’auto. Infatti quell’Alfa Romeo era l’auto di Pier Paolo Pasolini che, intanto, giaceva a terra sulla sabbia sporca di sangue, accanto ad un campetto di calcio al Molo di Ostia, accerchiato da un gruppetto di curiosi. Pelosi in carcere confessa al suo compagno di cella: “Ho ammazzato Pasolini”. 2 Novrembre 1975: la celebrazione dei morti e la passione di un blasfemo, Pasolini Il corpo martoriato di Pasolini fu ritrovato alle 6:30 da una donna di borgata, che lo aveva scambiato per un mucchio di spazzatura. La polizia giunge sul luogo del delitto e conduce indagini superficiali. Permette alla folla di avvicinarsi al corpo, ai ragazzini di giocare a calcio nel campetto adiacente e rilancia con un calcio il pallone quando giunge nello squallido spiazzo dove giace il corpo. Ironia della sorte, della morte. Crudeltà di tempo e spazio. Pasolini muore nel giorno in cui la chiesa celebra i fedeli defunti. Il suo corpo è dilaniato: un “grumo di sangue”, ha dieci costole rotte, il volto irriconoscibile. Passione di un blasfemo. Nel 1949 era stato cacciato dal PCI per via della sua omosessualità. Nel ‘63 era stato accusato di vilipendio alla religione di Stato per il corto “La Ricotta”, epopea e morte dei poveri cristi contenuta in RoGoPaG. Muore a due passi da un campetto da calcio, ucciso da un ragazzo di vita: ciò che aveva caratterizzato la sua vita, segna la sua morte. Il calcio “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” e i ragazzi delle borgate di cui, nella sua vasta opera, ci restituisce la dignità e il dolore. Comincia il processo. Al primo grado di giudizio il giudice, fratello di Aldo Moro, sentenzia che Pelosi è colpevole ma “non ha agito da solo”. La Corte d’Appello conferma la condanna per omicidio, ma non dà credito all’ipotesi dei complici. Nel 1979 la Cassazione conferma la sentenza. Omicidio omosessuale: Pelosi, per difendersi, ha ucciso Pasolini che voleva costringerlo ad avere una prestazione sessuale […]

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Attualità

Complottista, ovvero: “guida alla diffusione delle bugie”

Dite la verità, conoscete pure voi l’amico o il parente che crede di vivere in un mondo dove tutto è già prestabilito, dove ogni attentato e ogni manovra presa del governo siano frutto di un contorto e complesso complotto. Tutti noi, volenti o nolenti, abbiamo a che fare con lui: il complottista. Definizione di “Complottista” Il dizionario Treccani definisce il complottista come colui “che ritiene che dietro molti accadimenti si nascondano cospirazioni, trame e complotti occulti“.  In parole povere, si tratta di un individuo che vive la vita come un film di fantascienza, con sfumature da thriller dispotico. Ogni cosa che sappiamo è falsa. Ecco alcuni esempi: –   L’allunaggio del 1969 non è mai avvenuto ed è stato girato in studio da Stanley Kubrick. –   Il nostro pianeta non è una sfera, bensì un disco piatto (la teoria del “terrapiattismo”). –   L’attentato alle torri gemelle dell’ 11 settembre se lo sono inflitti gli stessi USA. –   Alcuni alieni noti come “rettiliani” vivono in mezzo noi e si sono inseriti nel mondo della politica e dello spettacolo. –   Le canzoni rock e pop contengono messaggi massonico/satanisti, volti a corrompere la gioventù. Il calderone del complottista, come si evince, è in continua ebolizione: a questa zuppa di enciclopedismo alternativo si aggiungono ogni giorno ingredienti sempre nuovi, senza però alterarne l’inspido sapore. Il meccanismo complottista .. Il lavoro effettuato dal complottista segue un credo basilare: Rinnegate e dimenticate ogni cosa con cui i giornali e le università, sotto il controllo delle demoniache “lobby”, vi   imbottiscono la mente ogni giorno. La verità sulla scienza, sulla storia e sulla politica è nelle mani di pochi eletti, privi di titoli accademici  che si sono istruiti rifiutando le vie considerate “ufficiali” del sapere. Ora vi starete chiedendo: “Ma se chi crede nei complotti rifiuta gli insegnamenti di quelle istituzioni che considera nemiche, in che modo si informa?”. La risposta è semplice: con internet. Vi è mai capitato di trovare sulla home di Facebook, scorrendo tra i vari post, un link ad un articolo di giornale o ad un video di You Tube con titoli in maiuscolo come “ECCO COME SE LA SPASSANO I PROFUGHI” oppure “WALT DISNEY ERA ANTISEMITA!!”? Ecco, la maggior parte di quelle notizie sono in realtà false. Queste notizie, dette “bufale” (o “fake news“), vengono prese da siti che con il giornalismo hanno ben poco a che fare (come “Il fatto quotidaino” o “Il giomale”) e senza neanche verificare le fonti, il complottista le condivide. Ne deriva così una meccanismo di reazione a catena. L’utente che legge quella notizia e non si degna di verificarne la veridicità la condivide sulla sua bacheca e a sua volta un altro utente la legge e la condivide sulla sua di bacheca e così via. .. e le sue conseguenze Il meccanismo descritto è dannatamente efficace, se il suo scopo principale è soprattutto quello di infondere inutilmente paura e terrore psicologico, di cui ne approfittano alcuni personaggi per affermare le proprie tesi […]

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Cinema & Serie tv

Cinema & Serie tv

Rizzoli and Isles, quando poliziesco e amicizia si intrecciano in una serie tv

Rizzoli and Isles è una serie tv statunitense di sette stagioni trasmessa dal 2010 (in Italia dall’anno successivo) al 2016. Ispirata ai romanzi della scrittrice Tess Gerritsen, la serie è basata sul genere poliziesco e vede come protagoniste principali due donne: Jane Rizzoli (interpretata da Angie Harmon) e Maura Isles (l’attrice Sasha Alexander apparsa in altre serie tv, quali Dawson’s Creek e NCIS). Rizzoli and Isles: l’amicizia tra due donne Gli episodi di Rizzoli and Isles, ambientati a Boston, si concentrano sui casi polizieschi e investigativi da risolvere, e sul bellissimo rapporto di amicizia tra le due protagoniste: la detective Jane e il medico legale Maura. Un’amicizia disinteressata, fatta di battute ironiche, dove il sarcasmo è pungente ma mai offensivo. Un rapporto in cui si mescolano amicizia e lavoro, senza che mai l’uno interferisca nell’altro.  Il rapporto tra colleghi nell’ambiente di lavoro Sul posto di lavoro non è sempre facile instaurare veri rapporti di amicizia con i colleghi, perché si tende quasi sempre a voler scavalcare l’altro per raggiungere la vetta superiore. In Rizzoli and Isles questo non accade: indipendentemente dal grado o dalla qualifica, i personaggi si muovono tutti sullo stesso piano e, al rapporto strettamente lavorativo, hanno associato quello di intima familiarità, per cui ci si può permettere di scherzare, senza la preoccupazione che l’altro fraintenda. Questo accade tra tutti i personaggi principali: il partner di Jane, Barold Frost (Lee Thompson Young), Vince Korsak, primo partner di Jane (Bruce McGill) e Frankie Rizzoli (Jordan Bridges). Rizzoli and Isles: una bella serie tv Rizzoli and Isles è un appuntamento durante la settimana,  non si segue con il fiato sospeso, né tanto meno con quell’ansia di vederne tante (troppe!) puntate al giorno, ma come un’abitudine pacata. I casi polizieschi sono interessanti, avvincenti in alcuni episodi, i rapporti interpersonali ti fanno entrare in un mondo non troppo distante dalla realtà, fatto di relazioni genuine e positive. Ciò che risalta in primo piano è l’amicizia tra Jane e Maura: due donne unite soltanto dall’affetto che provano l’una verso l’altra, due colleghe appassionate del proprio lavoro, due amiche che hanno instaurato un rapporto al pari tra sorelle. Tutti buoni motivi per trascorrere qualche ora nel mondo di Rizzoli and Isles, perché a volte ciò di cui si ha bisogno è soltanto fermarsi in un bar, stappare una birra e raccontare alla propria migliore amica la giornata appena trascorsa. 

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Cinema & Serie tv

2:22 – Il destino è già scritto…in un’ora

“Avete mai fatto un sogno tanto reale da pensare di essere svegli?” – cit. dal film 2:22. 2:22 è un orario insolito, legato a degli schemi ricorrenti ed abitudinari della vita quotidiana di tante persone, un orario in cui per chi è ancora sveglio possono ripetersi strane e impensabili accadimenti, come nella vita del predestinato Dylan (interpretato nel film da Michiel Huisman), inscatolato in una serie di eventi e grazie al  quale soltanto,  in un tempo scandito dalle lancette, una donna e un luogo possono svelarne il significato. 2:22 – Il destino è già scritto, diretto da Paul Currie (socio fondatore della Lightstream Pictures) e scritto da Todd Stein, ideatore del soggetto, e da Nathan Parker per la sceneggiatura, trascina lo spettatore in uno scenario ridondante su realtà improbabili, abbattendo la sottile parete che divide il mondo percepito da quello ipotizzabile. Il protagonista, interpretato dal bravo M. Huisman, osserva e studia il ripetersi degli eventi alla stessa ora, cercando di trovare la chiave di lettura e il significato dei fatti attraverso un incontro fatale con una ragazza. ” Un incontro casuale cambierà il suo destino ” – cit. dal film 2:22 Dylan Branson svolge l’attività di controllore del traffico aereo presso l’aeroporto di New York, ha una grande capacità di gestione del suo lavoro, ad eccezione di un avvenimento imprevisto durante una notte come tante, quando allo scoccare delle 2:22 un lampo di luce accecante lo paralizza nell’istante in cui due aerei stanno per entrare in collisione tra loro, sfiorando la tragedia. Dylan dopo questo episodio viene temporaneamente sollevato dal lavoro nonostante l’incidente non avesse avuto modo di verificarsi, e i circa 900 passeggeri abbiano avuto modo di salvarsi vivendo attimi di terrore: sono questo fatti e situazioni che da quell’istante si ripeteranno sistematicamente ogni giorno alla stessa ora, le 2:22. Dylan si rende conto di come gli avvenimenti di quell’episodio drammatico possano averlo condotto a conoscere Sarah (Teresa Palmer), una bella e raffinata ragazza giunta allo scalo di New York da uno dei due voli scampati alla collisione… per entrambi scocca un autentico colpo di fulmine durante un balletto artistico. Sarah lavora come gallerista d’arte per conto del suo ex fidanzato Jonas (interpretato da Sam Reid che ricordiamo per Anonymous e Posh), con cui ha rotto temporaneamente ogni relazione. Nei giorni successivi Dylan cerca di fare chiarezza su fatti e situazioni che si ripetono periodicamente alla stessa ora, osservando durante il suo percorso le stesse situazioni; anche se con persone diverse una sensazione di ripetitività infinita degli eventi lo avvolge, e Dylan percepisce chiaramente che il luogo dove si nasconde la soluzione di un complesso puzzle da svelare è la stazione con il suo orologio, un luogo in cui stanno per accadere fatti drammatici che lo coinvolgeranno insieme alla stessa Sarah. Dylan prima che sia troppo tardi dovrà trovare il modo per controllare il tempo rompendo la catena ripetitiva degli eventi: Sarah potrebbe rivelarsi la vera chiave d’uscita dello strano labirinto spazio/temporale in cui si nascondono molti enigmatici messaggi risalenti a 20 […]

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Cinema & Serie tv

Frequency, una nuova serie tv che mescola fantascienza e poliziesco

Frequency è una serie tv statunitense (qui il trailer) apparsa sugli schermi americani nell’anno 2016  e su quelli italiani il 18 aprile scorso. Interamente ispirata al film diretto da Gregory Hoblit: Frequency– il futuro è in ascolto, probabilmente non si rinnoverà per un prosieguo, e la si vedrà conclusa con la sola prima stagione di tredici episodi. Frequency: la trama in breve Nel 2016 il detective Raimy Sullivan (Peyton List) scopre, in una serata temporalesca, che una vecchia radio appartenente al padre morto anni prima emette dei suoni attraverso un’unica frequenza ancora funzionante. Proprio attraverso quella radio Raimy riesce a mettersi in collegamento con un altro periodo temporale: il 1996 e a comunicare con il detective Frank Sullivan (Riley Smith), suo padre. Insieme i due collaboreranno per risolvere il caso di un serial killer che dopo tanti anni è rimasto ancora irrisolto. Frequency, i salti temporali e il rapporto tra un padre e sua figlia Frequency ruota intorno a due temi principali: i cambiamenti dettati da scelte diverse e il rapporto tra padre e figlia. Entrambi detective e dediti al proprio lavoro Raimy e Frank trascorrono le loro giornate – uno nel 1996, l’altra nel 2016 – a risolvere un caso che è iniziato dieci anni prima e che nel futuro di Raimy ancora resta irrisolto. Attraverso le comunicazioni quotidiane con il padre, che è rimasto ucciso quando era ancora una ragazzina, Raimy riscopre un uomo diverso da quello che credeva fosse Frank e stabilisce con lui un rapporto spezzato troppo presto.  Tutta la serie è basata sui continui salti temporali tra il passato e il presente e sulle scelte diverse che i due compiono per poter cambiare una o più parti del futuro, per poi rendersi conto che ogni minimo cambiamento effettuato nel passato stravolge radicalmente la vita futura. Dramma, fantascienza e poliziesco Tre sono i generi su cui si basa Frequency e che si mescolano l’uno con l’altro in ogni puntata: il dramma di una perdita importante o di un cambiamento estremo, la comunicazione tra due periodi temporali, i casi polizieschi da risolvere.  Frequency è una serie tv piacevole da seguire, che riprende un tema già usato diverse volte anche in altre serie tv (si pensi a Being Erika, o Outalnder, per citarne qualcuna), ma che sempre avvince il pubblico, e che lascia un duplice messaggio: in alcuni casi le scelte derivate dal passato ti cambiano la vita, in altri casi, qualsiasi decisione tu prenda, alcune cose sono destinate inevitabilmente ad accadere.

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Cinema & Serie tv

Civiltà perduta: epico viaggio di Fawcett

“Ciò che cerchi è infinitamente più grande di quello che la tua mente può arrivare a comprendere. E’ il tuo destino” – dal film Civiltà perduta. L’opera cinematografica con il titolo originale The lost city of Z, presentato alla Berlinale 2017 e al Festival di New York”, diretta e sceneggiata da James Gray e ispirata al romanzo biografico scritto da David Grann su fatti realmente accaduti, è uno sguardo rivolto alle epiche esplorazioni del tenente colonnello Percy Fawcett negli anni ’20, un uomo in lotta con se stesso e fedele alla famiglia, un patriota avventuriero nella costante ricerca di una mitica civiltà nascosta nella giungla. Il film nutre di un grande fascino legato di avventura e mistero un genere che sembra non tramontare mai nella storia del cinema, senza ovviamente cadere nella trappola dei remake come spesso si è verificato in misura maggiore per i generi horror, fantasy e fantascienza, e mantenendo pertanto una dignitosa continuità nei decenni. In questo quadro prendono consistenza le idee del regista J. Gray, orientate a rivalutare un incredibile e inafferrabile personaggio come Fawcett, esploratore avventuroso nell’ossessiva ricerca della città Z, luogo puramente immaginario o realtà archeologica nascosta tra la fitta vegetazione dell’Amazonia? Non lo sapremo mai, tant’è vero che l’esploratore in compagnia di suo figlio non fece mai ritorno dal suo ultimo mitico viaggio. “Sognare, ricercare l’ignoto, inseguire ciò che ci affascina, è già questa una ricompensa” – dal film Civiltà perduta. Il film, ambientato nel Regno Unito all’inizio del XX sec., narra eventi autobiografici e realmente accaduti a Fawcett (Charlie Hunnam, perfetto nel sostituire Brad Pitt su cui puntava inizialmente il regista), un militare uscito quasi indenne dalla Grande Guerra, che accetta su proposta della Royal Society di recarsi con il suo aiutante, il caporale Henty Costin (Robert Pattinson), ed esplorare i remoti confini pluviali dell’Amazonia, tra il Brasile e la Bolivia. Il viaggio di Fawcett dura circa due anni, periodo in cui deve sacrificare la vicinanza della moglie (interpretata da Sienna Miller nel ruolo di Nina Fawcett, una donna forte senza ambizioni velleitarie) e del figlio Jack (interpretato da Tom Holland), per una missione avventurosa di notevole rischio. L’esploratore resta affascinato dal Mato Grosso, e, anche se criticato e ridicolizzato dalla comunità scientifica, decide di farvi ritorno con suo figlio per seguire i percorsi e le indecifrabili mappature del territorio sulle tracce di Z, la misteriosa città avvolta dalla vegetazione. Il destino sembra travolgere Fawcett e suo figlio, entrambi coinvolti nella nuova spedizione verso una El Dorado senza ritorno nell’anno 1925 D.C. “Il suo sogno di trovare un’antica civiltà amazzonica gli ha permesso di attraversare difficoltà inimmaginabili, superare lo scetticismo della comunità scientifica, i tradimenti e la lontananza dalla sua famiglia” – J. Gray. Civiltà perduta ha le caratteristiche dei kolossal cinematografici anni ’70, periodo in cui era particolarmente apprezzato il genere avventuroso. James Gray punta molto in alto, inquadrando e ricostruendo con meticolosità storica gli ultimi viaggi esplorativi di Fawcett nei territori sconosciuti ed inesplorati dell’Amazzonia, senza mai tralasciare le sue combattute dinamiche familiari e sociali alimentate […]

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Cucina & Salute

Cucina & Salute

Barefooting: camminare a piedi nudi (non solo nel parco!)

«Paul, sei addormentato? Solo le mani e i piedi». I cinefili più nostalgici sicuramente ricorderanno questa battuta tratta dal film A piedi nudi nel parco scambiata tra la solare sposina Corie e lo scontroso neo-marito Paul che, dopo essere stato cacciato di casa dalla moglie, cammina a piedi nudi nel parco, abbandonandosi per la prima volta alla spontaneità e semplicità della vita, e ritrovando il senso di radicamento al suolo e contatto con la natura. Di recente sembra che la libertà, inaspettatamente scoperta dal giovane Robert Redford, protagonista del film, sia divenuta uno dei motivi principali della diffusione del nuovissimo barefooting, ovvero il “camminare a piedi nudi”. Questa tendenza, sicuramente recente e molto praticata in America, rientra in un’attività che – non tutti sanno – apporta molteplici benefici all’organismo. Primi tra tutti il senso di benessere e di serenità, che nasce dal senso di libertà del camminare senza scarpe, calze, sandali, calzini, tacchi alti. Inoltre la scarpa impedisce il normale e corretto movimento dei piedi, ne indebolisce la muscolatura, e il carico del corpo non si distribuisce, gravando solo sull’avanpiede. I benefici del barefooting (a piedi nudi) non solo del corpo, ma anche della psicologia Al contrario, camminare scalzi, oltre ad esercitare correttamente la muscolatura del piede e favorire una distribuzione corretta dei carichi, migliora la traspirazione, dal momento che sotto la pianta dei piedi si concentra la maggior parte della ghiandole sudorifere. Infatti poggiare la pianta dei piedi a terra non solo migliorerebbe la circolazione del sangue e il senso di pesantezza alle gambe (e questo, soprattutto per le donne, anche in gravidanza, diminuirebbe il rischio di vene varicose e di trombosi), ma favorirebbe anche il ruolo degli elettroni che riducono l’effetto dei radicali liberi sui tessuti sani.  Riattivando la circolazione, si contribuisce a migliorare i dolori cronici e, in alcuni casi, anche i disturbi del sonno. Camminare correttamente aiuta a correggere anche la postura (soprattutto per gli adolescenti che tendono all’atteggiamento scoliotico e cifotico), prevenire dolori alla schiena e i tanti e fastidiosi problemi dei piedi, come calli o bollicine. Ma questa pratica è sconsigliata nel caso si soffre di particolari patologie del piede come la fascite plantare, la tallonite o la spina calcaneare. Non è solo l’organismo a beneficiare del barefooting: camminare a piedi scalzi, magari immersi nella natura, favorisce non solo l’aumento dell’autostima, ma accresce anche la concentrazione e la memoria, soprattutto se si unisce la presenza di aria pura e del verde che aiuta nel rilassamento e nella generazione di pensieri positivi (ritrovando anche il contatto con la natura-earthing). Questa pratica oggi è in voga anche nelle grandi metropoli e perfino nei locali pubblici o per le strade molti neofiti del barefooting si lanciano nella “falcata delle Valchirie”, dimenticandosi dei possibili e, spesso, frequenti inconvenienti di questo “hobby“: ad esempio, la scarsa igiene derivante dalla sporcizia di strade e pavimenti e quindi la possibilità di incorrere in funghi e verruche o la presenza di pezzi di vetro. Ecco perché, è sempre preferibile seguire percorsi guidati (non […]

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Cipolla rossa: antiossidante naturale contro il cancro

Ciò che mangiamo incide notevolmente sulla nostra salute. La rivista scientifica Food Research International ha lanciato importanti scoperte circa la “Ruby ring Onion”: le cipolle rosse sono una potente arma anti cancro. La notizia arriva dal Canada, in seguito ad uno studio compiuto presso l’Università di Guelph, testando cinque diversi tipi di cipolle cresciute in Ontario. Dalla ricerca è stato evidenziato che la varietà più proficua è proprio la cipolla rossa, molto efficace contro il cancro al colon e al seno, grazie alla presenza di un alto contenuto di quercetina. La quercetina è un flavonoide piuttosto comune, presente in alcuni alimenti tra cui il cappero, l’uva rossa e il vino rosso, il tè verde, il mirtillo, la mela, la propoli, il sedano. Durante lo studio, un estratto di questa sostanza è stato messo a contatto con le cellule tumorali del cancro al colon prima e di quello al seno poi. Oltre a svolgere una funzione antiossidante, la quercetina è considerato un inibitore naturale di vari enzimi intracellulari. Per tali proprietà è stata studiata in campo oncologico sperimentale, nella delucidazione dei meccanismi di proliferazione cellulare e della cancerogenesi. L’azione della quercetina è favorita ed arricchita da una classe di pigmenti, gli antociani, anch’essi appartenenti alla famiglia dei flavonoidi, che danno all’ortaggio il classico colore rosso. Uno dei ricercatori, Abdulmonem Murayyan, spiega: “Le cipolle attivano percorsi che incoraggiano le cellule tumorali a subire la morte cellulare. Promuovono un ambiente sfavorevole per le cellule tumorali e disturbano la comunicazione tra le stesse, cosa che ne inibisce la crescita“. I ricercatori stanno lavorando ad un metodo di estrazione della quercetina, libero da sostanze chimiche, che consenta di assumerla sotto forma di pillole. La cipolla, un alimento sempre presente ma poco conosciuto La cipolla è una pianta erbacea attribuita alla famiglia delle Liliaceae. In Italia, cresce sui terreni fertili dell’Emilia-Romagna, della Campania, della Calabria, della Sicilia e della Puglia, anche se in genere predilige una temperatura piuttosto fredda. La cipolla è una pianta bulbosa dalle radici superficiali e la parte commestibile, cioè il frutto, è una capsula. Questo “bulbo” centrale di cui ci nutriamo può essere consumato sia crudo che cotto. Diverse sono le varietà della specie, che si distinguono in base alla forma del bulbo, al colore delle tuniche e al sapore; la più conosciuta è la cipolla rossa di Tropea, più aromatica rispetto a quella bianca, seguita da quella di Suasa, quella di Breme, la “ramata” di Monitoro e la Borrettana. La denominazione della cipolla rossa associata al toponimo “Tropea” sembra sia dovuta al fatto che gli ortaggi, trasportati su carri trainati da buoi o da somari, venivano convogliati a Tropea dove vi era uno scalo ferroviario che permetteva di spedirle ovunque. La cipolla rossa, un alleato della nostra salute Come già osservava nel I secolo d.C. Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, la cipolla rossa è un ottimo rimedio per curare una serie di mali e di disturbi fisici. La cipolla rossa di Tropea è principalmente usata come alimento e condimento, grazie […]

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Storia e diffusione della pizza: un orgoglio tutto italiano

Ogni giorno in Italia si preparano e si vendono circa 5 milioni di pizze. È il più tipico dei piatti italiani, amato da molti se non da tutti. Come sappiamo, prima di fare il giro del mondo è nato dall’ingegno del napoletano Raffaele Esposito, figura  ormai mitica. Ma è stato davvero lui ad inventare la pizza? «L’amante perfetto è quello che si trasforma in pizza alle quattro del mattino» – Charles Pierce Siamo nel 1600 ed è ormai assodato l’uso della “schiacciata di pane“. Non è altro che pasta per pane cotta nel forno a legna e condita con aglio, strutto e sale grosso. La sua versione barocca aveva persino caciocavallo e basilico! Ne fu creata la variante con le acciughe, con la mozzarella, con i “cicinielli” – i bianchetti napoletani – e ancora la variante a portafoglio, ripiegata su se stessa, o quella con ripieno, l’attuale calzone. Ma il primo vero e proprio passo verso la pizza moderna fu sostituire lo strutto con l’olio. Non manca qualcosa? Un tassello principale, la salsa di pomodoro. Importato dal Perù, solo nella seconda metà del 1800 qualcuno ebbe l’idea di stendere il pomodoro sulla pizza. Ed eccoci arrivati alla fatidica data: 1889. I sovrani d’Italia Umberto I e sua moglie Margherita, in visita alla città di Napoli, assaggiarono in questa occasione tre pizze preparate dal più grande pizzaiolo napoletano, Raffaele Esposito: la pizza alla Mastunicola (strutto, formaggio, basilico), la pizza alla Marinara (pomodoro, aglio, olio, origano) e la pizza pomodoro, mozzarella e basilico. Quest’ultima, richiamando i colori del vessillo italiano, fu dedicata alla regina. Ella apprezzò tanto il gesto e ringraziò il pizzaiolo per iscritto. Lusingato egli si sdebitò dando alla sua creazione (sua?) il nome di Margherita. «Ti offro una bella pizza… i soldi ce li hai?» – Totò La prima pizzeria nasce a Napoli, naturalmente. Anno 1830: la Pizzeria Port’Alba – aperta tutt’oggi – si trova a fianco dell’arco che da piazza Dante immette in via Costantinopoli. Molto tempo dopo, divenne un ritrovo di artisti e scrittori famosi. Si dice che lì D’Annunzio scrisse i versi della canzone A vucchella. Tra i frequentatori illustri ricordiamo anche Salvatore Di Giacomo, che alla pizza ha dedicato molti versi, e Alexandre Dumas. Egli scrisse che « la pizza è una specie di stiacciata come se ne fanno a St.Denis: è di forma rotonda, e si lavora con la stessa pasta del pane. A prima vista è un cibo semplice: sottoposta a esame apparirà un cibo complicato ». E così la pizza potè iniziare il suo tour. Arrivò prima in America che nel nord Italia! Solo dopo la seconda guerra mondiale con le emigrazioni verso il triangolo industriale la pizza esce dai confini del meridione per sbarcare al nord. Dal 1989, con la caduta del muro di Berlino, si assiste ad una nuova migrazione verso l’Europa dell’Est. E così la nostra pizza arriva in tutti i continenti e, dove arriva, conquista. «Fatte ‘na pizza e lievete ‘o sfizio» – Pino Daniele E mettendo la nostra pizza nelle mani degli altri non potevamo evitare le numerose variazioni o meglio… aberrazioni! Basta pensare alla pizza […]

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Ettore, un piccolo grande animale eroico

Quando Diamante aprì l’anta dell’armadio non poteva crederci: Birba, la gattina di casa, con grande sorpresa di tutti, aveva partorito! Tre mesi prima, Diamante e la sua famiglia erano stati in vacanza in una casa in Calabria dove la micia aveva completa libertà di uscita; per lunghe ore, infatti, indisturbata vagava per i dintorni. Avendola cresciuta in un cortile, la famiglia di Diamante era abituata a vederla in giro perché poi, tornava sempre. E anche durante quella vacanza tornò, portando con sé una piccola sorpresa. Insomma, tra i vestiti di Diamante, allora una bimba di dieci anni, si accoccolavano tra loro piccole palle di pelo bianche, dal pianto affamato. Tra questi, uno catturò la sua attenzione: Ettore. Dal giorno in cui Diamante posò gli occhi su quel piccolo, capì che non si sarebbero più separati Diventarono uno il quotidiano dell’altra; la mattina, seduti a tavola facevano colazione, lei la sua tazza di latte, lui le sue crocchette. Questa abitudine nacque quando una mattina, lasciata la tazza colma sul tavolo per un attimo, tornata, la trovò vuota. Dopo essersi interrogata sul suo stato mentale, capì che non era stato un vuoto di memoria o un sintomo di pazzia ma semplicemente Ettore che si era appropriato della sua colazione. Nonostante crescesse, invece di fare come gli altri gatti che dopo essere stati svezzati acquistano la loro indipendenza, continuava a cercare nutrizione dalla madre che esasperata dall’insistenza di quel gatto (che giorno dopo giorno la superava in peso e in grandezza) prese a cacciarlo duramente. Ettore, il gatto “mammone” Ettore era un gatto “mammone”, un rapporto che ha conservato con Birba fino a quando quest’ultima non li ha lasciati, purtroppo a causa di un errore medico. Nonostante la perdita della sua mamma, Ettore, gatto che sfata i miti sulla sua specie, consolava Diamante e la famiglia, riempiendoli di attenzioni e baci, mostrando tutta la sua compassione e comprensione. Pian piano, come succede quasi alla maggior parte degli animali domestici, si stava “umanizzando”. Diamante si sentiva capita da lui in quei momenti, d’altronde entrambi avevano appena perso una figura importante nella loro vita eppure si facevano forza a vicenda, armati di tanto affetto l’uno per l’altra. Oltre ad essere “mammone” e affettuoso, nutriva sempre più nei confronti di Diamante un senso di protezione. Quando avvertiva il pericolo, si mostrava fiero e pronto a combattere per la sua amica, mamma e sorella. La fifa spariva, lasciando spazio a soffi arrabbiati e zampe pronte a partire. Un vero cavaliere. Ogni mattina, quando lei andava a scuola, lui l’accompagnava fino all’ingresso del palazzo per poi aspettarla lì, al suo ritorno. E la sera, quando lei usciva, lui l’aspettava ancora, a volte addormentandosi in piedi perché Ettore, senza Diamante, non riusciva a dormire. Condividevano il letto. Accucciato sul suo petto, con le fusa si abbandonava al mondo di Morfeo e, anche d’estate, non esitava a lasciare il suo petto, perché era lì il suo posto sicuro. Diamante ci ha raccontato che spesso soffriva d’insonnia e quindi, immaginarsi lei […]

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Rubato un manoscritto di J.K. Rowling: facciamo chiarezza

Quando si parla di J.K. Rowling e dell’universo di Harry Potter, i contorni della vicenda iniziano sempre ad essere fluttuanti e misteriosi, come se il mondo di Hogwarts tingesse tutto con le sue tonalità tremendamente suggestive. Già la parola manoscritto sembra aprire strade affascinanti, giacché evoca proprio l’inchiostro magico con cui la Rowling ha plasmato le storie del maghetto e dei suoi amici, e soprattutto ci permette di immaginare la sua mano che ha intrecciato con sapienza e genialità una saga che ha emozionato, cresciuto e salvato più di una generazione di lettori, che con Harry sono rimasti fin proprio alla fine. Il mistero del manoscritto di J.K. Rowling rubato: facciamo un po’ di chiarezza Da qualche giorno, su bacheche e schermi di tutto il mondo, rimbalza la notizia di un furto di un racconto scritto dalla Rowling di suo pugno. Tante sono state le notizie fagocitate da un web sempre più affamato di informazioni, in una giungla di titoli sensazionalistici e costruiti ad hoc per scatenare il clic compulsivo: c’è chi afferma che ad essere stato rubato sarebbe una sorta di fantomatico prequel da consegnare al più presto e in gran segreto, così come c’è chi ha azzardato l’ipotesi di un nuovo libro in uscita imminente e dalla trama rigorosamente tenuta nascosta. Ma qual è la verità? Facciamo chiarezza, immaginando di pronunciare un bel Lumos Maxima per illuminare i contorni di una vicenda alquanto nebbiosa, e partiamo dal principio. Pronti con l’incantesimo? Qualche giorno fa, a Birmingham, è stato rubato un racconto che J.K. Rowling aveva scritto per un’asta di beneficenza organizzata nel 2008 dalla catena di librerie Waterstone’s, con ricavato da destinare all’associazione Dyslexia Action e alla divisione inglese dell’organizzazione letteraria Pen International. All’asta non aveva partecipato solo il racconto della Rowling, ma tredici racconti brevi scritti su fogli autografati A5 da tredici diversi autori: il racconto della Rowling era stato venduto per venticinquemila sterline a un presidente di una compagnia di consulenza finanziaria. Ma cosa c’era scritto in quel racconto? Ciò che sappiamo per certo è che il racconto non parlava di Harry, ma di suo padre, James Potter, e dell’inseparabile amico (nonché suo fedele compagno e malandrino) Sirius Black. Come in un ritratto in seppia, il racconto si apre narrando le vicende di due giovanissimi James e Sirius in sella ad una motocicletta e in fuga dalla polizia babbana, dopo aver superato il limite di velocità: tutto ciò non tradirebbe il topos che vedrebbe James e Sirius come due avventurieri sprezzanti delle regole. Molte pagine e molti siti Internet hanno interpretato male la vicenda del furto, credendo che addirittura la Rowling avesse scritto recentemente questo racconto per proporlo ad un editore, e che fosse tenuto sotto chiave prima di diventare il nuovo prequel ufficiale della storia di Harry Potter, magari l’inizio di una nuova saga ambientata prima della nascita di Harry ed incentrata sulle avventure del gruppo dei Malandrini James Potter, Sirius Black, Remus Lupin e Peter Minus. In realtà la rapina non è avvenuta ai danni di J.K. Rowling, ma del proprietario del racconto, ossia colui che se […]

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Il costo dell’efficienza nell’era della velocità

Oliver Burkeman, sulle pagine del The Guardian, propone una riflessione sul legame tra tempo ed efficienza, legame che sembra caratterizzare inesorabilmente la nostra società. L’articolo, tradotto da Internazionale, si apre con il racconto dell’esperienza di Marlin Mann che in un lunedì dell’estate del 2007 propose ai dipendenti di Google inbox zero, un sistema per evitare l’accumularsi di e-mail, problema fortemente sentito in un settore dove essere al passo coi tempi e ricevere tutte le notizie è fondamentale. Burkeman fa notare come negli ultimi decenni siano stati scritti sempre più libri in cui si dispensano metodi per organizzare il lavoro in modo tale da rendersi più produttivi ed efficienti. Secondo lo scrittore: «Il nostro destino di uomini moderni, è caratterizzato dal fatto che ci sentiamo obbligati a rispondere alla pressione dei vincoli temporali diventando quanto più possibile efficienti, anche se così facendo, a dispetto delle promesse che vi vengono fatte, non riduciamo lo stress». Il problema del tempo a nostra disposizione durante l’esistenza era già stato trattato da Seneca nel De brevitate vitae ma da allora la vita e il modo di lavorare è cambiato. Dalla fine del 1800, da quando Taylor diede vita all’ “organizzazione scientifica del lavoro”, il dover sfruttare il tempo con la massima efficienza per rendere massima la produttività è divenuto il problema principale dei lavoratori e dei dirigenti. Il taylorismo e il fordismo si sono posti alla base di un modello economico che si è evoluto col passare del tempo e ha influenzato sempre di più la vita dei lavoratori e dei consumatori. Durante lo scorso secolo, infatti, in seguito all’introduzione delle catene di montaggio, la produzione è stata caratterizzata da ritmi di lavoro serrati, produzione standardizzata, stipendi alti quanto necessario per garantire l’acquisto dei beni prodotti dagli stessi lavoratori e pubblicità volte a rendere quei beni prodotti appetibili. Tutto ciò nel 1930 aveva portato Keynes a pensare che entro un secolo avremmo lavorato solo quindici ore alla settimana. Le previsioni dell’economista si sono rivelate errate dato che, a differenza di quanto egli riteneva, non ci siamo accontentati della soddisfazione dei bisogni elementari ma abbiamo iniziato a desiderare sempre di più. A tal proposito Burkeman scrive: «A seconda del grado che occupiamo nella scala economica, è impossibile, o almeno ci sembra impossibile, ridurre le ore di lavoro in cambio di più tempo libero». «Ma se questa efficienza non facesse altro che peggiorare le cose?» si chiede Burkeman.  Molti dei metodi di organizzazione del tempo e del lavoro sul lungo termine si rivelano fallimentari perché una volta raggiunti gli obiettivi primari se ne pongono costantemente di nuovi o perché l’incremento di efficienza porta ad una domanda di lavoro maggiore. Lo stesso Mann, creatore del sistema inbox zero, a dieci anni di distanza da quella conferenza afferma: «Ho abbandonato le mie priorità per scrivere di altre priorità. Senza volere ho ignorato il mio stesso consiglio: non permettere mai che il lavoro comprometta le cose più belle». Il problema è che questo modo di pensare ci ha portati a […]

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Che Fare, dunque? La sempiterna questio

Che fare, dunque? tradotto da Flavia Sigona, pubblicato in una nuova edizione in Italia dalla Fazi editore questo febbraio. Come per le grandi opere, le quali anche a distanza di anni non smettono di dire qualcosa alle nuove generazioni, questa di Lev Tolstoj, edito nel 1886, tratta di un tema che ahimè non ha mai smesso di mostrare tutta la sua attualità: la povertà. Parentesi storica: l’Ottocento e Tolstoj L’Ottocento fu il secolo nel quale si trova il preludio alla crisi del Novecento. Il tempo in cui Tolstoj va a vivere in città e fa esperienza della miseria urbana è il periodo di massima industrializzazione dove il Capitalismo sempre imperante inizia la sua opera di oppressione verso la povera gente. Segnaliamo infatti, anche se di qualche anno addietro, la pubblicazione di Povera Gente appunto, scritto dal connazionale e ugualmente geniale Dostoevskij. Questo sta a dimostrare una situazione diffusa e tentacolare che attanagliava, quella fin de siècle che pure è stata denominata dagli storici “Belle Epoque”: sintomatico delle contraddizioni sempre presenti nell’esistenza umana. Come reazione alla crisi nascono movimenti sociali, movimenti operai, di cui in Italia Mazzini è fondatore. Nasce il Partito Socialista. Ed è a quei movimenti che Tolstoj guarda ponendo in essere un Cristianesimo sociale innovativo. Dopo essere stato a lungo a contatto con i contadini poverissimi e oppressi della campagna russa, sulla soglia dei sessant’anni, divenuto famoso e ricco dopo i suoi capolavori “Guerra e Pace” e “Anna Karenina”, Tolstoj scopre la terribile miseria metropolitana degli operai e dei senzatetto della città di Mosca agli inizi del suo processo di industrializzazione. Che Fare, dunque? Cosa possiamo fare? Questa domanda che contiene, dice Tolstoj, l’ammissione dell’errore e della stortura della nostra vita, e al tempo stesso la scusa del cambiamento impossibile. “Mai, in vita mia, avevo abitato in città. Quando nel 1881 mi trasferii a Mosca restai stupito della miseria urbana“. “Un giorno, mentre camminavo lungo il vicolo Afanas’evskij vidi una guardia che caricava su una carrozza un uomo tutto cencioso e gonfio; domandai: «Cosa ha fatto?». Il poliziotto rispose «chiedeva l’elemosina». «Perché, è vietato?» «A quanto pare, sì», replicò quello”. Questo è uno fra gli innumerevoli casi di povertà e di miseria in cui si imbatte l’autore e che rendono l’intero saggio una vera e propria fenomenologia dello spirito di Tolstoj, paradigma di chi guarda criticamente la realtà sociale,  il quale conosce gli ultimi, i poveri; i miserabili con le loro sofferenze. Tali eventi  scuotono così profondamente lo scrittore russo da non poterlo lasciare indifferente dinnanzi a tanta miseria e per questo motivo una domanda lo tormenta. Cosa fare? Come fare a cambiare almeno in parte l’ordine delle cose? Ogni giorno, verso il tramonto, Tolstoj esce dalla sua bellissima villa in mezzo a un parco non lontano dal Cremlino e vaga per le strade per indagare come si vive nei quartieri popolari. Di fronte a un’umanità disperata e derelitta che si difende a malapena dalla fame e dal freddo, sente la sua ricchezza come una colpa: è a disagio nel salire le scale dotate di una passatoia, […]

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Pompei e Grecia: un conubium perfetto

Un conubium perfetto. la fusione tra Pompei e la Grecia  Le strade e le curve che solcano il grande corpo sinuoso di Pompei diventeranno una tela su cui dipingere sbuffi di leggenda e storie antiche ed eterne. “Pompei e i Greci” prenderà forma nella Palestra Grande degli scavi di Pompei dal 12 aprile al 27 novembre, e avrà il compito di celebrare un sodalizio tanto misterioso quanto emblematico e suggestivo, quello tracciato dal sincretismo tra Pompei e la Grecia. Il sincretismo tra la cultura ellenica e le colonie del sud Italia è stratificato a livello sociale, linguistico, artistico, letterario, poetico, filosofico, creando una parabola particolare e unica che svela tutte le pieghe del Mediterraneo e delle sue influenze più o meno decisive. Tante sono le gocce di Grecia, zampillanti proprio come un profumo o un unguento speziato sul grande corpo della città di Pompei: un profumo che non ha mai intaccato l’odore naturale di una città che ha sempre conservato i suoi caratteri originari, senza però rinunciare all’ascendenza greca. L’aroma della Grecia ha sempre modellato e accarezzato il corpo della città sepolta dall’eruzione del 79 d.C, dissolvendosi e condensandosi in una moltitudine di scie e figure: i  filosofi arcaici, quando pronunciavano la parola natura, physis, masticavano il mito e abbracciavano tutta l’eternità, al di là del tempo e dello spazio. La stessa physis dei Greci è la stessa natura che sfiora il Mediterraneo e il paesaggio campano, in una fusione pànica tra ambiente, foglie, acqua e divinità. Pompei e Grecia: uno speculum che trascende i secoli Come un grande specchio che non ha mai deformato il reale, ma l’ha raccolto e inglobato nelle sue viscere, la cultura greca ha da sempre permeato la città vesuviana: basta chiudere gli occhi per pensare agli artigiani con la loro tèchne, ai decoratori, pittori e incisori, ai loro preziosissimi manufatti, agli oggetti particolarissimi e finissimi importanti dall’Oriente. L’alito della Grecia si incarna nell’atmosfera pompeiana tra i volti della gente, nelle risate dolci ed amare delle prostitute, nel passo degli schiavi, nei graffiti e nelle incisioni che costellano le vie e nelle parole greche miste a quelle etrusche e latine. La mostra che partirà il 12 aprile avrà la finalità di narrare l’epopea di questa influenza sottile e penetrata sotto la pelle di Pompei, e lo farà servendosi di più di seicento reperti provenienti dai principali musei nazionali ed europei, divisi in tredici sezioni, provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Cuma, Metaponto, Torre di Satriano e Poseidonia.  Agli occhi dell’osservatore curioso si presenteranno sculture, ceramiche, armi e stili decorativi, che srotoleranno la testimonianza di ciò che la mente può solo vagamente immaginare, rendendolo tangibile e vero. Il progetto è stato curato dal direttore generale della Soprintendenza di Pompei, Massimo Osanna e da Carlo Rescigno, dell’Università Luigi Vanvitelli, mentre invece l’allestimento nella Palestra Grande degli scavi è opera dell’architetto svizzero Bernard Tschumi. Oltre alle sculture e alle ceramiche e ad una moltitudine di stili decorativi, vi saranno anche argenti e sculture greche riprodotte in età romana, nonché installazioni audiovisive curate dallo studio canadese GeM (Graphic eMotion). Verso il tema […]

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Sapere di più e conoscere meno: il sovraccarico cognitivo

Il fenomeno del sovraccarico cognitivo è in costante aumento in questi nostri giorni fatti di luci e di ombre. Esso risulta essere il triste e spiacevole prodotto dell’uso massiccio, e per questo sconsiderato, delle contemporanee forme di telecomunicazioni sociali. Ogni giorno un utilizzatore di media tecnologici viene esposto ad una mole di dati elevata che viaggia nella rete attraversando l’etere e giungendo al suo cervello in maniera “indisturbata”. La funzione cognitiva delle nostre attività cerebrali ha lo scopo di immagazzinare all’interno del nostro cervello le nozioni per far sì che, in termini semplici, il multiforme e caotico insieme di notizie e nozioni, tramite l’atto dell’apprendimento, diventi ordinato sapere ed uniforme conoscenza. Questa è la funzione corretta delle nostre attività cognitive cerebrali. Ma il “meccanismo armonico” dell’apprendimento e del ricordo col disturbo del sovraccarico cognitivo finisce per “funzionare male”. Cosa succede, allora, quando un assiduo frequentatore di mezzi di comunicazione di massa da questa mole di dati (proposti in forma virtuale ma, si ricordi sempre, pur sempre reali!) ne viene travolto? Il sovraccarico cognitivo Le notizie viaggiano intorno a noi nella grande ed onnipresente (ed onnipotente?) rete telematica. Ma noi spesso non siamo i soggetti consapevoli di queste informazioni che ci raggiungono, piuttosto diventiamo gli oggetti che queste notizie attraversano. Il sovraccarico cognitivo si manifesta proprio nel momento in cui il cervello, sollecitato da troppi impulsi esterni, finisce per “non connettere più”, non dando cioè il giusto peso alle priorità, e così per far spazio a nuove cose ne dimentica altre, ma senza un criterio giusto. Si finisce così per perdere la capacità della selezione, del dare giusto peso e misura all’importanza di determinate informazioni su altre. E si ingenera un declino cognitivo, una perdita di attenzione, di memoria, di facoltà cerebrali primarie per l’uomo. Essere sempre e costantemente connessi ed aggiornati su tutto ciò che accade di secondario, e spesso futile, fa perdere il senso delle cose importanti e di quelle che sono intorno a noi. Ma anche soffermarsi su tutto ciò che c’è nel mondo di importante finisce per essere impresa titanica per un singolo cervello umano (ed allora eccoci al discorso dell’importanza di una rete sociale co-produttiva invece di un ostinato e sterile individualismo). Il disturbo comportamentale del sovraccarico cognitivo porta a conseguenze spesso tragiche: dimenticanze gravi, distrazioni fatali, che con un comportamento responsabile si sarebbero potute evitare. Non sarebbe il caso di essere attenti a vivere e ad apprendere giorno dopo giorno quest’arte, prendendosi ognuno i propri spazi di silenzio, tranquillità ed attesa? Un aggiornamento in più (spesso di pressoché nulla importanza rispetto a ciò che ci sta accadendo intorno) vale la nostra vita e quella del prossimo? Non sarebbe il caso molto spesso ( e forse una buona volta) di alzare il nostro sguardo sul mondo, fra le macerie umane che si stanno disseminando nei nostri luoghi? Questa la domanda che ognuno di noi dovrebbe porsi approcciandosi alle telecomunicazioni, croce e delizia di questo nostro strano (troppo spesso strano) secolo.

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Multa da record: Google dovrà pagare 2,42 miliardi

La Commissione europea, organo dell’UE con numerose competenze tra cui quella di antitrust, ha inflitto a Google una multa di 2,42 miliardi di euro per aver abusato della sua posizione dominante nel mercato dei motori di ricerca. Google ora ha 90 giorni di tempo per mettersi in regola con le prescrizioni della commissione. Se non lo farà per ogni giorno di violazione dovrà pagare il 5% del fatturato giornaliero di Alphabet, società che raccoglie gli introiti di numerose attività del gruppo Google. La decisione arriva dopo un’indagine durata sette anni sul servizio ora noto come Google Shopping che permette di confrontare prodotti di ogni tipo. L’infrazione che ha portato alla multa non riguarda il servizio in sé ma il suo posizionamento all’interno delle ricerche effettuate su Google. Infatti se un utente cerca su Google un prodotto i risultati di Google Shopping sono posti in evidenza in alto, mentre altri servizi di comparazione simili si trovano nella colonna dei risultati generici, mettendo così in risalto i risultati di Google. Nelle prove effettuate dalla Commissione risulta che il primo risultato di un servizio di comparazione diverso da Google Shopping si trova a pagina 4 delle ricerche. Ed è provato che la prima pagina totalizza il 95% delle visualizzazioni, la seconda solo l’1% poi sempre a scendere. La multa non è dovuta al servizio in quanto tale ma al fatto di averlo promosso a scapito della concorrenza. La commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager ha infatti dichiarato: «La strategia usata da Google per i suoi servizi shopping non era solo attrarre gli utenti rendendo i suoi prodotti migliori di quelli dei rivali. Google ha invece abusato della sua posizione dominante sul mercato della ricerca per promuovere il suo servizio di comparazione dello shopping nei suoi risultati, declassando quelli dei suoi concorrenti. Quello che ha fatto è illegale per le regole antitrust». 2,42 miliardi: multa record La multa da 2,42 miliardi ha segnato un record poiché è la più alta mai inflitta dall’UE, ma è comunque inferiore al massimo imponibile per legge. Questo è infatti il 10% del fatturato di Google, 80 miliardi nel 2016, quindi 8 miliardi. Dal canto suo Google annuncia di essere in disaccordo con la decisione europea e annuncia ricorso. Sostiene infatti che il suo servizio agevola l’utente negli acquisti rispetto agli algoritmi concorrenti e dunque merita una posizione migliore nei risultati. Si annuncia una lunga causa, anche poiché questa non è l’unica indagine europea a carico di Google: anche su Android e AdSense vi sono infattti sospetti di pratiche illecite per ottenere e mantenere una posizione dominante. In ogni caso questa multa segna la fine del web come far-west dove non esistono regole nemmeno per chi opera in ambiti legali. Francesco Di Nucci

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Socks the Cat Rocks the Hill diventa finalmente realtà

Nell’ormai lontano 1993 un development studio americano di nome Realtime, in accordo con il produttore Kaneko, ebbe la bizzarra idea di sviluppare un videogioco satirico dal titolo “Socks the Cat Rocks the Hill“ per le console SNES e SEGA Genesis. Socks the Cat Rocks the Hill, dalle poche immagini e descrizioni che all’epoca trapelarono in alcune riviste di video games, sarebbe stato un platform game in 2D e, come suggerisce il titolo, avrebbe avuto come protagonista il gatto Socks, divenuto famoso per essere stato l’animale da compagnia alla Casa Bianca durante gli anni della presidenza di Bill Clinton. L’avventura avrebbe visto Socks in versione cartoon alle prese con nemici dalle sembianze di politici statunitensi dell’epoca e dei relativi simboli (la trama avrebbe incluso, ad esempio, un combattimento contro un asinello, simbolo del Democratic Party) per scovare alcuni ladri che si sono impossessati dei codici nucleari del suo padrone Bill, il tutto attraversando mondi ricchi di riferimenti alla pop culture e all’attualità degli anni ’90. Ma qualcosa, durante lo sviluppo del gioco, andò storto e la sua pubblicazione venne cancellata. Lo sviluppo travagliato di Socks the Cat Rocks the Hill Inizialmente si pensava che lo sviluppo fosse stato bloccato da Nintendo, che da sempre è molto contraria alla presenza di riferimenti politici all’interno dei giochi pubblicati per le proprie console. Tuttavia, in un paio di interviste recenti, alcuni ex sviluppatori di Socks the Cat Rocks the Hill hanno voluto specificare che le ragioni della mancata pubblicazione non sono da ricercare nelle restrizioni di Nintendo, che anzi all’epoca pare che gradì molto lo spirito satirico del loro gioco. Il motivo vero fu la chiusura dello studio di Kaneko in America. Inoltre, nel 2011 l’unico prototipo esistente di Socks the Cat Rocks the Hill finì nelle mani del collezionista Jason Wilson: un retro-gamer che filmò una sua sessione di gameplay del gioco caricando poi il tutto su YouTube in bassissima definizione per burlarsi del suo pubblico. La rinascita con Kickstarter Per un po’ il filmato di Jason Wilson rimase l’unica prova concreta dell’esistenza di una copia del gioco, finchè nel 2012 un altro affiatato collezionista, Tom Curtin, acquistò quell’unica copia in circolazione e, dopo essersi messo d’accordo con il publisher Second Dimension, decise di impegnarsi affinché il gioco venisse finalmente distribuito in tutto il mondo dopo averne acquistati i diritti un paio di anni dopo. La rinascita di Socks the Cat Rocks the Hill, avvenuta più di vent’anni dopo la sua iniziale data di pubblicazione, è stata possibile grazie al sito di crowdfunding Kickstarter: con il supporto delle donazioni ricevute dagli utenti, Tom Curtin e Second Dimension, dopo aver rimosso qualche bug dal gioco, hanno promesso che Socks the Cat Rocks the Hill verrà finalmente messo in commercio sia in “formato cartuccia” (come avrebbe dovuto essere l’originale) che in versione digitale a prezzi diversi. L’uscita è prevista per luglio 2017.

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Fun & Tech

Le app della salute: in forma con lo smartphone

Che bello sarebbe avere il medico a portata di smartphone, sempre nella tasca della giacca o sulla scrivania, pronto a controllare glicemia e pressione o snocciolare consigli su come mantenerci in salute con dieta e attività fisica. Devono averlo pensato in molti, anche tra aziende tecnologiche, investitori e società scientifiche, tanto che quello della salute “mobile” è un mercato in rapida ascesa che oggi raggiunge un valore mondiale di quasi 7 miliardi di dollari. Una vera e propria “appidemia”, una diffusione epidemica di app per il benessere e medicali che, in pochi anni, ha imbottito le vetrine dei negozi virtuali. Nel nostro paese un italiano su tre possiede uno smartphone, uno strumento in grado di intrattenerlo, informarlo, divertirlo e anche… aiutarlo a prendersi cura della propria salute! Come? Monitorando quello che mangia, quanto si muove, come dorme, ma anche esaminando parametri clinici come i battiti del cuore e il glucosio nel sangue, e suggerendo come curarsi in base ai propri disturbi. Abbiamo selezionato per voi alcune applicazioni per la salute e il fitness Automedicazione è un’app creata dall’Unione Nazionale Consumatori (www.consumatori.it), in collaborazione con Anifa (Associazione nazionale dell’industria farmaceutica dell’automedicazione – www.anifa.it), per aiutare l’utente ad orientarsi nel mondo delle patologie più comuni ed essere informato su cosa siano i farmaci senza obbligo di ricetta. Gli autori consigliano di utilizzarla con la giusta attenzione. Infatti i farmaci non sono prodotti come gli altri: anche per quelli senza obbligo di ricetta è necessario seguire alcune semplici regole per un trattamento consapevole della propria salute, leggendo sempre il foglietto illustrativo e rivolgendosi al medico o al farmacista in caso di dubbi. Per comprare la medicina che serve può dare una mano FarmaCity, un’applicazione che sfrutta il Gps del telefono per visualizzare su una mappa o in forma di elenco le farmacie di turno più vicine al punto in cui ci si trova. Per coloro che hanno a che fare con la celiachia, e devono evitare alimenti che contengano glutine, un ottimo alleato è il prontuario messo a punto dall’Associazione Italiana Celiachia, con la relativa app gratuita, Aic mobile, sempre aggiornata e consultabile per tipologia di prodotti, nome e marca. Interessanti, per mangiare fuori casa, anche Senza glutine e Mangiare senza glutine: due applicazioni che sfruttano il Gps e le segnalazioni degli utenti per fornire nomi e indirizzi di bar, ristoranti e alberghi dove i celiaci sono benvenuti. Calendario mestruale è un’agenda personale per monitorare il ciclo mestruale: è possibile salvare il calendario, monitorare i sintomi e gli umori, prevedere i 12 cicli futuri ed i periodi di ovulazione e fertilità. Inoltre esiste anche la modalità gravidanza per seguire i nove mesi prima del parto. L’acqua è indispensabile per il nostro organismo, e molto spesso dimentichiamo di idratare la nostra pelle ed il nostro corpo. Grazie a Tempo dell’acqua possiamo attivare un alert che ci avvisa e ricorda di bere acqua. Durante la giornata possiamo aggiornare i valori, e, grazie alla funzionalità “memo”, possiamo monitorare la quantità d’acqua bevuta. Melodie rilassanti è un’app per addormentarsi in totale relax, una raccolta di più di 50 suoni ambientali in alta qualità. Melodie e rumori della natura che ci permettono di prendere […]

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Libri

Libri

I tre giorni di Pompei, un libro di Alberto Angela

Pubblicato da Rizzoli Editore nel novembre del 2014, I tre giorni di Pompei (23-25 ottobre 79 d.C.: ora per ora, la più grande tragedia dell’antichità) è il dettagliato romanzo, scritto dal noto giornalista e divulgatore scientifico Alberto Angela, della tragedia che colpì la città di Pompei quasi duemila anni fa. L’attenzione dello studioso, tuttavia, non è rivolta alla sola Pompei ma anche alle altre zone limitrofe colpite dall’eruzione del Vesuvio come Ercolano, Oplontis, Boscoreale, Terzigno e Stabia, delle quali non manca di fornire descrizioni ricche di particolari. Attraverso le voci di sette sopravvissuti a questa catastrofe che costò la vita a migliaia di persone, Angela riporta i lettori indietro nel tempo proiettandoli sensorialmente in queste cittadine ricche di storia e tradizione spazzate via, nell’arco di poche ore, dalla furia implacabile del vulcano. Alcuni anni prima, un violento terremoto aveva provocato altri ingenti danni nella zona, ma sarà il Vesuvio a seppellire per sempre queste rigogliose civiltà consegnandole ai posteri come si possono “ammirare” recandosi sul posto: luoghi silenti, costruzioni in rovine, oggetti inutilizzati e corpi immobilizzati nelle posizioni più disparate nell’ultimo, disperato e vano tentativo di proteggersi dalla sciagura che si abbatté su di loro uccidendoli. I tre giorni di Pompei : cronaca di una fine inevitabile Quello di Alberto Angela è un vero e proprio viaggio, seppur virtuale, tra le strade, le splendide domus e tutti gli esercizi commerciali e di ritrovo dell’epoca. Si tratta, come lo stesso autore precisa, di ricostruzioni verosimili di ciò che videro, fecero e provarono le genti di quei luoghi prima, durante e dopo la catastrofe a cui pochi, pochissimi riuscirono a scampare. In questo modo, grazie alla variegata gamma di personaggi presentati e incontrati sfogliando le pagine del libro – dalla nobildonna Rectina, al famoso scrittore latino Plinio il Vecchio, dal liberto di Stabia Flavio Cresto, alla famosa attrice Novella Primigenia, dall’usuraia Faustilla al tribuno Tito Suedio Clemente – si viene a conoscenza degli usi e dei costumi vigenti nell’impero romano. Angela sceglie e utilizza i termini più appropriati alla delicatezza dell’argomento trattato nella sua opera, senza mancare di inserire aneddoti e commenti personali che riescono anche a far sorridere. Tante, inoltre, sono le spiegazioni rivolte ai non competenti del settore per quanto riguarda i fenomeni naturali verificatisi, segno del suo voler far comprendere a chiunque quanto riportato nel libro. I tre giorni di Pompei è un romanzo storico che cattura l’attenzione sin dalle prime battute senza mai annoiare ma, al contrario, continuando ad appassionare fino alla sua drammatica e funesta conclusione che, a distanza di secoli, è sempre presente, impressionandoci e affascinandoci, nella nostra memoria.

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Libri

Il mio nemico mortale di Willa Cather

Quest’anno la Fazi Editore ha pubblicato il breve ma intenso romanzo di Willa Cather (1873-1947), vincitrice del Premio Pulitzer, Il mio nemico mortale, precedentemente edito Adelphi, affascinante spaccato di vita di un’alto borghese caduta in disgrazia, raccontato da una giovane amica, Nelly, che è cresciuta nel mito della ricca e spregiudicata Myra Driscoll. E quello di Myra Driscoll è davvero un mito, quello di una gioventù esemplare per spirito di ribellione e forza d’animo: ricca ereditiera, la giovane Myra abbandona lo zio e tutte le sue ricchezze per inseguire il suo sogno d’amore, incarnato dall’affascinante Oswald Henshawe, totalmente sprovvisto del senso degli affari. Il gesto audace e romantico dell’intraprendente Myra diventa presto una leggenda presso famiglia e amici, tanto da fare della donna, nell’immaginario collettivo, il simbolo di una perfetta felicità coniugale e di una ricerca della felicità che sfida le convenzioni sociali e le differenze economiche. Il mio nemico mortale, un sogno che s’infrange Nelly è molto giovane e carica di aspettative quando incontra per la prima volta Myra, dopo averne sentito a lungo parlare dalla sua famiglia. Prova un misto di curiosità e soggezione in presenza di questa colta e abile comunicatrice, così diversa dal marito, che appare un uomo banalmente ordinario. Con un’ombra di delusione scopre, però, che il matrimonio da favola che immaginava e su cui tanti racconti avevano ricamato, non è diverso da un qualsiasi altro matrimonio: lapidarie sono le parole di sua zia che, quando la giovane le chiede se la coppia fosse felice, risponde che si tratta di una coppia felice come la maggior parte della gente. Crolla in questa frase il mito di un’amore folle e irrazionale, di un’incontrollabile felicità, che non è scalfita dalle difficoltà economiche che la coppia affronta né dagli anni che passano: Myra e Oswald appaiono il perfetto ritratto di una coppia alto-borghese caduta in disgrazia, che tende, più che altro, alla reciproca sopportazione e, da parte soprattutto di Myra, a rimproveri e accuse nei confronti del coniuge, definito nemico mortale.   Ma nemico mortale non è solo il coniuge: è anche il demone dell’insoddisfazione, insito nella donna, che la fa sentire inadatta alla vita che vive e in perenne ricerca di qualcosa di più. Lo stesso demone che l’aveva spinta ad abbandonare le ricchezze familiari quando era una giovane aristocratica viziata ed annoiata, alla ricerca di nuove avventure con un giovane di diversa estrazione sociale. Lo stesso demone che ogni giorno le rinfaccia questo errore e nega la felicità e la spensieratezza dei primi anni, prima che la monotonia ed i problemi economici prendessero il sopravvento. S’incrina negli anni un rapporto, nato dalla leggerezza tipica della giovinezza, di fronte ai problemi concreti della quotidianità: è la donna a rinfacciare al marito la sua totale mancanza di concretezza e abilità pratica, la sua inettitudine, mentre a sé stessa adduce frivolezza, materialismo e un perenne senso d’insoddisfazione. Il mio nemico mortale è il racconto del declino di un matrimonio che aveva fatto scalpore proprio perché esempio di un amore fuori dal […]

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Libri

Divorziare con stile, il ritorno di Malinconico

Divorziare con stile è l’ultima creazione dello scrittore napoletano Diego de Silva. Edito da Einaudi e uscito da pochissimo nelle librerie, il romanzo torna a parlare dell’avvocato Vincenzo Malinconico, protagonista di molti libri di de Silva – tutti editi da Einaudi – a cominciare dal fortunato “Non avevo capito niente” (2007), con il sequel esilarante “Mia suocera beve” (2010) e dai meno entusiasmanti “Sono contrario alle emozioni” (2011)  e “Arrangiati, Malinconico!” (2013). Divorziare con stile riporta in auge la figura di Vincenzo Malinconico, avvocato napoletano squattrinato dotato di un’intelligenza fuori dal comune e di grande umorismo. Divorziato da Nives e padre di Alagia (che in realtà è la figlia della ex moglie) e di Alfredo, Malinconico vive la vita alla giornata, un po’ vittima degli eventi che gli capitano. Condivide l’ufficio (“diciamo loft“) arredato rigorosamente Ikea, con Espedito, ragioniere che si millanta commercialista e dispone, grazie al “coinquilino” di un segretaria incompetente che sta tutto il tempo a chattare al cellulare. Malinconico ora è alle prese con due cause: la prima riguarda un suo quasi zio che è andato a sbattere contro la porta a vetri di una tabaccheria per cui chiede di essere risarcito, mentre la seconda, decisamente più interessante, è una causa di divorzio tra la bellissima Veronica Starace Tarallo e suo marito Ugo, uno dei più famosi avvocati di Napoli. La vita di Malinconico si snoda tra mille eventi dove si intrecciano le questioni familiari (Afredo che inizia l’università, Alagia che inizia una nuova vita, Nives che frequenta il suo personal trainer, ecc.), le adolescenziali scorribande con Benny Lacalamita, avvocato sui generis, ai danni di un famoso giudice di pace, l’amicizia ritrovata con alcuni compagni di scuola, soprattutto con il soprannominato “Gaviscon”, che ha l’affidamento condiviso del suo cane con la sua ex moglie nonché aspirante scrittore, e con il quale mette in scena siparietti esilaranti. Divorziare con stile, Malinconico torna alla grande In questo romanzo Malinconico riacquista lo smalto che aveva un po’ perso nei romanzi precedenti: il suo modo di affrontare la vita (o non affrontare) diverte, appassiona, alleggerisce. Malinconico incarna la precarietà dei giorni nostri, dove diventare “avvocato” non significa, come qualche anno fa, raggiungere una posizione socio-economica di un certo livello; precarietà anche sentimentale: Vincenzo ha quasi cinquant’anni, figli ormai adulti ma non ha una relazione sentimentale vera e propria, un matrimonio fallito alle spalle e tanta confusione su quello che vuole dalla vita. Ma la sua forza è proprio la maniera di vivere la vita, con leggerezza e tanto senso dell’umorismo.

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Libri

Rondini d’inverno: Ricciardi inizia ad osare

“Rondini d’inverno. Sipario per il Commissario Ricciardi” è l’ultima creazione dello scrittore napoletano Maurizio De Giovanni che, come ogni anno, torna a deliziarci con un altro romanzo della saga che ha come protagonista il Commissario Luigi Alfredo Ricciardi che vive nella Napoli degli anni Trenta. “Rondini d’inverno. Sipario per il Commissario Ricciardi”, dopo “Anime di vetro” e “Serenata senza nome” (tutti editi da Einaudi), continua a parlare d’amore attraverso le strofe delle canzoni classiche napoletane. Questa volta sarà “Rundinella” (1918, autore: Galdieri, musica: Spagnolo) a fare da sottofondo all’omicidio di Fedora Marra, attrice di teatro, uccisa in scena dal marito. La canzone parla di un amore infedele, di una donna che ha lasciato il marito per scappare con un altro, al pari di una rondine che vola via. E così la vittima dell’omicidio, avvenuto per mano del marito che continua a dichiararsi innocente malgrado sia stata la sua mano a sparare, vive una vita parallela, ebbra di piaceri e capricci, forte del suo successo in teatro e della sua bellezza. Napoli è alle prese con il Capodanno in un dicembre troppo caldo per il periodo e da una strana nebbia che cala in città. Ricciardi decide di mettere da parte i suoi demoni per concedersi un po’ di serenità e dare una possibilità al suo amore per Enrica malgrado venga a sapere da Livia che le sue scelte sentimentali siano legate a pericolose manovre politiche. Maione e Modo sono invece alle prese con una triste vicenda che vede come protagonista Lina, una donna alla quale il dottore è molto legato, picchiata brutalmente e arrivata in fin di vita in ospedale. Rondini d’inverno e gli altri romanzi “musicali” Con “Rondini d’inverno. Sipario per il Commissario Ricciardi” De Giovanni continua ad associare le canzoni classiche napoletane a struggenti storie d’amore che, il più delle volte, sfociano in omicidi. Ciò conferisce alla trama un’aura di solennità: ci si immerge totalmente nella storia, raccontata attraverso le parole di uno dei musicisti che faceva parte della compagnia teatrale che si è trovata a mettere in scena,  suo malgrado, l’omicidio di Fedora.  Maurizio De Giovanni non ha bisogno di presentazioni, intervistato anche dalla nostra redazione, è uno dei più prolifici scrittori napoletani del momento. Eroica Fenice ha recensito gran parte dei suoi romanzi, sia quelli che hanno come protagonista il Commissario Luigi Alfredo Ricciardi, sia la squadra investigativa chiamata “I Bastardi di Pizzofalcone” (protagonista dell’omonima serie tv), nonché romanzi di altro genere (come “I Guardiani”).

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Napoli & Dintorni

Food

E’ Guagliune presentano il menù di Agosto

Grande cena e degustazione nella serata di martedì 18 nel Ristorante-Pizzeria E’ Guagliune di Pomigliano D’Arco dove il proprietario Mario Filosa ha imbandito un ricco banchetto per la stampa, presentando i nuovi piatti del menù di Agosto. Noi di Eroica, da veri buongustai, eravamo lì. Pronti per il nostro gustoso racconto? E’ Guagliune, l’inizio Ore 20:00, iniziano ad arrivare i primi invitati e i camerieri sistemano gli ultimi preparativi sulla terrazza decorata di tutto punto. Al centro, un tavolo con tutti i prodotti che saranno serviti durante la cena. Eccellenze campane selezionate personalmente dall’occhio sapiente e critico di Mario Filosa: vini, formaggi e pasta fresca. Qualche invitato curioso, colpito dall’abbondanza e dalla qualità di tale assortimento, non perde occasione per scattare foto, magari anche insieme a un bel Provolone del Monaco. Arrivati gli ultimi invitati e sedutisi tutti ai tavoli, iniziano le danze. E’ Guagliune, gli antipasti La cena viene inaugurata con le immancabili zeppoline d’alghe e con un assaggio di un’interessantissima variante di un tipico piatto della tradizione campana: la pizza di scarole. Una pizza di scarole con tarallo sbriciolato, peperoncino forte e alici salate nata dall’esperienza del maestro pizzaiolo Nicola Trinchese. Una vera delizia. Con le piccantissime bruschette con lardo di colonnato e ‘nduja vengono serviti anche i primi due vini, due bianchi: una frizzante falanghina irpina delle Selve di S. Angelo e un Fiano d’Avellino. Ottime per accompagnare anche la seconda portata di antipasti: bruschette con pomodorino giallo vesuviano e Marinara al ruoto con pomodorino, aglio, olio, olive nere, acciughe e scaglie di parmigiano. Soffice e morbida proprio come vuole l’antica tradizione casareccia. E’ Guagliune, i primi piatti Dopo l’abbondante e succulento antipasto si passa ai tanto attesi primi piatti del giovane cuoco Vincenzo Mingacci: un mezzo pacchero con pomodorino datterino giallo, noci e vongole e tubettoni con fagioli e gamberi. Accompagnati non dal vino bianco ma da un ottimo aglianico rosso. E’ Guagliune, il gran finale Archiviati anche i due pregiatissimi primi, è tempo per una graditissima sorpresa per gli ospiti: il Gran Finale. Mario Filosa si prende la scena, mostra e offre, a uno a uno, i formaggi e i salumi da lui selezionati durante le sue visite in giro per la Campania che gli sono valse il titolo di “Talent Scout dei formaggi”. Ce ne sono di tutti i tipi, dal pecorino ai provoloni passando per le caciotte, e di tutte le provenienze, da Bagnoli Irpino ad Agerola. E’ Guagliune, considerazioni Una cena davvero ottima che ha saputo unire tante portate senza peccare in qualità, proponendo nuovi piatti e accostamenti culinari attraverso il riutilizzo di prodotti D.O.P campani. Prodotti testimoni di tradizioni secolari che non vanno abbandonate. Mario Filosa e tutto lo staff de E’ Guagliune si sono resi protagonisti di un lavoro eccellente realizzando un menù da leccarsi i baffi. Sarà disponibile da agosto, se non sarete impegnati con le vacanze o con impegni lavorativi fateci un pensiero!

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Eventi/Mostre/Convegni

Confini, un racconto danzato in scena alla Galleria Borbonica

«Tu hai chiesto uno spazio, io ho chiesto del tempo. Ricordi le sirene, e la gente che fuggiva? Io ero già qui, chissà da quanti anni. Forse da secoli. Eppure non sembra così tardi, per noi che ci siamo incontrati in un sogno». Tra i cunicoli della Galleria Borbonica è andato in scena Confini, un racconto danzato ideato da Giorgio Coppola e Stefania Contocalakis, con i ballerini del Modern Advisor Dance Project e le musiche eseguite da Daniele Ciaravolo e Carlo Contocalakis. In un luogo dove il tempo sembra essere sospeso si incontrano le anime di una ballerina dell’Ottocento e di un soldato della prima guerra mondiale, entrambi in fuga da un mondo di devastazione e violenza. Il loro Amore sembra sfidare i vincoli spazio-temporali e gli permette di vivere un Sogno che si realizza nel Presente, basato non sui ricordi ma su sensazioni vere, rese ancora più intense dall’impossibilità di avere un contatto fisico. Una storia d’amore fatta di sguardi, mani che si sfiorano senza mai toccarsi, parole immaginate, sorrisi, illusione d’eternità. A rompere l’idillio intervengono lo Spazio e il Tempo che, freddi e impassibili, allontanano le due anime costringendole a vagare in eterno alla ricerca l’uno dell’altra, in un labirinto di strade che non s’incontreranno mai. Questa performance di forte impatto visivo ed emotivo, narrata dall’attore Sergio Savastano, ha accompagnato gli spettatori alla scoperta dei suggestivi luoghi della Galleria Borbonica, viadotto sotterraneo realizzato a partire dal 1853 dall’architetto Errico Alvino per volere di Ferdinando II di Borbone, con lo scopo di costituire una rapida via di fuga verso il mare per la famiglia reale, reduce dai tumulti popolari del 1848, oltre a consentire alle truppe acquartierate nella caserma di via Pace (attuale via Domenico Morelli) di raggiungere velocemente la Reggia. Confini, uno spettacolo itinerante con visita guidata Lo spettacolo è stato arricchito da un’interessante visita guidata, con le spiegazioni e i cenni storici forniti da Marco Minin, uno dei soci fondatori della Galleria, alla scoperta di tunnel e grotte che durante il periodo bellico, tra il 1939 e il 1945, furono utilizzate dai cittadini come ricovero antiaereo. All’interno della galleria sono ancora visibili letti, bagni, giocattoli, auto e vespe d’epoca, che permettono di immaginare la vita di uomini, donne e bambini costretti a lasciare le proprie case senza la certezza di ritrovarle integre al proprio ritorno. In queste condizioni di estremo disagio non mancano testimonianze di grande coraggio e voglia di vivere: su alcune pareti, infatti, si legge “Noi vivi”, oltre a nomi e cognomi che hanno aiutato a rintracciare i superstiti, che oggi hanno tra i 75 e i 95 anni. All’evento era presente una di loro: una donna dal passo incerto e dallo sguardo fiero, che ad un certo punto mi ha messo la mano sulla spalla sussurrandomi: «E c’amm passat». Sono rimasta senza parole. Forse perché è difficile comprendere cosa significa aver vissuto sulla propria pelle un’esperienza che il tempo e lo spazio non riusciranno mai a cancellare.   SediMenti e Modern Advisor Dance Project presentano Confini spettacolo […]

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Food

Verdebaccalà: il panino col baccalà fritto

Qualcuno potrebbe forse storcere il naso. Ma quello che stiamo per presentarvi è un’assoluta novità nel panorama culinario. Nasce il Verdebaccalà: il primo panino con il baccalà fritto! Tradizione e innovazione della cucina campana in un unico piatto. Il Verdebaccalà è stato presentato nel corso di una serata per la stampa martedì 4 luglio presso il locale – di recente apertura – Cipajò Pub & Girarrosto di Giugliano in Campania (Napoli), il quale ha chiuso una partnership con Fenesta Verde, storica impresa giuglianese di ristorazione, dalla fama nazionale. Proprio dal dialogo tra queste due realtà nasce il Verdebaccalà. Il panino deriva da uno dei piatti più celebri di Fenesta Verde, il baccalà fritto, che viene rivisitato ed accomodato tra due fette di pane. Il baccalà è il protagonista principale, reso croccante da una particolare impanatura, ed esaltato dalla crema di scarole stufate, dal patè di olive nere e dalla scarola alla carrettiera. Verdebaccalà, l’incontro tra una realtà giovane e una realtà storica Il pub Cipajò nasce da un’amicizia tra quattro giovani imprenditori giuglianesi fondata su tre principi chiave: passione per i viaggi, amore per la cucina ed aggregazione giovanile nel proprio territorio. Durante i numerosi viaggi nella penisola iberica i giovani amici hanno scoperto i Cipaj, centri d’unione e attivismo giovanile volti al miglioramento delle autonomie locali. L’amore per la cucina e l’ammirazione per la filosofia del Cipaj li hanno spinti a mettersi in gioco, dando vita a Cipajò (Cibo – Passione – Joventude). Con un pizzico di novità – e anche con molto coraggio, considerando la particolarità del luogo – il locale vuole essere una forma d’aggregazione per i giovani del territorio, basata naturalmente sulla buona cucina realizzata con prodotti freschi e genuini, prodotti tipici e della tradizione. Proprio nel solco del rispetto della tradizione nasce il connubio con Fenesta Verde, una trattoria storica nata nel 1948 e arrivata oggi alla terza generazione di gestione. ”Spesso si pensa ai pub come ad una cucina di serie B ma noi vogliamo dimostrare che è un pensiero errato. La buona cucina è la regina indiscussa dei nostri territori e dei nostri piatti che sono sì calorici ma pensati e creati con prodotti di prima qualità”, ha affermato Domenico Iovino, uno dei titolari dell’attività.  I giovani imprenditori, visibilmente emozionati ma decisi, hanno trasmesso alla sala, gremita di gente, una grande e fresca energia: ”Abbiamo deciso di unire la realtà ambiziosa e giovane di Cipajò – insieme al concetto d’innovazione che si porta dietro – al nome di Fenesta Verde, che è per eccellenza il ristorante della tradizione. L’incontro è stato dei migliori”, – ha spiegato Emanuele Bifaro, altro socio dell’attività.  Dell’importanza di farsi spazio tra la modernità ha parlato anche Laura Iodice, chef della famosa trattoria giuglianese: ”È importante amare il proprio paese e portare avanti le proprie tradizioni, bisogna dare lustro a quest’ultime apprezzando i prodotti del nostro territorio”.  La serata ha visto un menù ricco e vario, con prelibatezze gourmet che sposano perfettamente sapori rustici e tradizionali. Il Verdebaccalà, dal […]

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Napoli & Dintorni

Documentaria, cento anni dell’Unione Industriali di Napoli

Fino al 13 luglio presso Palazzo Partanna, la sede dell’Unione degli Industriali di Napoli, sarà possibile visitare la mostra Documentaria realizzata con i patrocini del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e della Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Campania. Il 27 luglio del 1917 fu fondata la prima associazione che fu denominata l’Unione Industriale Regionale. L’associazione nacque anche grazie al periodo positivo per l’economia di tutto il sud Italia, soprattutto grazie alle commesse belliche.  Dopo la soppressione che avvenne il 10 dicembre 1943, l’associazione fu ricostituita il 22 gennaio 1944 e allora prese il nome di Unione Industriali della Provincia di Napoli. Dalla rappresentanza ai servizi di consulenza, l’associazione svolge attività che mirano ai rapporti e alle esigenze delle imprese industriali nelle diverse aree di attività. Quest’anno ricorre il centenario dell’Unione Industriali Napoli ed è la prima associazione del mezzogiorno a tagliare tale traguardo. Il centenario è un evento che vuol riportare al centro dell’attenzione tutto ciò che ha rappresentato la città di Napoli, dalla sua storia al suo ingegno, dalla sua cultura alla visione di un futuro nel quale tutti potranno ritrovare il senso di appartenenza alla città partenopea. Un ciclo di eventi è stato programmato per celebrare la nascita dell’Unione Industriali Napoli, uno di questi è  stato denominato”Documentaria” Al secondo piano di Palazzo Partanna in Piazza Dei Martiri, come un percorso tra storia e cultura, è stata allestita un’esposizione di numerosi documenti che narrano la storia che ha accompagnato l’associazione. Documentaria non è solo un’importante raccolta di documenti che riescono a far rivivere la storia che ha fatto grandi le imprese del mezzogiorno, è anche e soprattutto uno dei tasselli che rendono evidente l’importanza dell’associazione sul territorio campano. Alle fonti documentarie di natura istituzionale infatti sono state affiancate quelle rese disponibili dalle aziende associate alcune delle quali hanno per la prima volta aperto alla consultazione archivi storici strutturati o raccolte di documenti che si relazionano al prezioso materiale fotografico. Per i cento anni dell’associazione si è deciso di accompagnare gli eventi con un’immagine che deve rappresentare il lavoro svolto fino ad oggi e scelta con il concorso denominato “100 anni d’imprese – Unione Industriali Napoli – 1917-2017“. La giuria, composta dall’imprenditore Giovanni Cotroneo, dal Presidente del Gruppo Tecnico Cultura di Confindustria, Renzo Iorio, dal Responsabile del Domenicale del Sole 24 Ore, Armando Massarenti, dal Presidente di Pomilio Blumm, Franco Pomilio e dal critico d’arte Ludovico Pratesi, hanno deciso di premiare Helga Aversa per la sua opera “N’Ovo“. È stato assegnato inoltre  un premio speciale all’opera “Elettronatura” di Roberto Izzo. Le opere vincitrici, assieme a quelle realizzate dai dieci finalisti del concorso, fanno parte anch’esse della mostra Documentaria, ne aprono infatti il percorso con un grande totem  che le racconta. Il presidente dell’Unione Industriali della Provincia di Napoli, Ambrogio Prezioso, ha dato una giusta definizione all’esposizione: «Documentaria  è un ponte tra passato e futuro».

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Musica

Concerti

Gazebo Penguins e One Dimensional Man: l’inizio ruggente del NaDir

Un inizio all’insegna di un sound potente e graffiante per il NaDir, il festival musicale nella Polifunzionale di Soccavo completamente autofinanziato e organizzato dai membri della Rete di Scacco Matto e Cap80126. Noi di Eroica eravamo presenti e questo è il nostro racconto. NaDir: Un inizio “emergente” Sale sul palco, poco dopo le 20, il gruppo emergente campano L’erba sotto l’asfalto, una delle band selezionate tramite il progetto Gravità Zero, davanti a un pubblico, purtroppo, assai risicato. Dopo aver dato sfoggio di qualche canzone del loro primo lavoro Siamo tutti pazzi, lasciano il posto ai Gomma (in foto), un nuovo astro nascente musicale della nostra terra. Una dopo l’altro si succedono i brani del loro primo album Toska che, come spiega la cantante, è un termine russo che indica uno stato di insoddisfazione senza una causa specifica. Degne di nota anche due loro cover di I’m so tired dei Fugazi e Someone to lose dei Wilco. Termina così la prima parte della serata, con due band all’inizio del loro percorso ma che promettono davvero bene. La convincente esibizione dei Gazebo Penguins Un repentino cambio di strumenti e salgono sul palco i ragazzi emiliani dei Gazebo Penguins che iniziano con Bismantova, brano tratto dal loro ultimo disco Nebbia. L’atmosfera inizia a riscaldarsi e il pubblico a infoltirsi. Danno vita a una scaletta che attraversa trasversalmente i loro lavori, dal più recente con Soffrire non è inutile, Nebbia, Porta ad altri più vecchi come Il Tram delle 6 e  Senza di te tratti dall’album Legna; passando anche per canzoni tratte da Raudo come È finito il caffè. Nel frattempo, mentre i Gazebo sono nel pieno della loro esibizione e tra il pubblico iniziano i primi poghi, compare Pierpaolo Capovilla (front-man degli One Dimensional Man) vicino la postazione dei tecnici del suono intento a fumarsi una sigaretta e scambiare quattro chiacchiere con qualche fan curioso. I tanto attesi One Dimensional Man  Dopo la più che convincente prova dei Gazebo, è finalmente tutto pronto per la main band della serata: i One Dimensional Man. Sulle note di Bella Ciao, lo storico trio capitanato da Capovilla, dopo diversi anni di silenzio, si riprende finalmente la scena e inizia a martellare a più non posso con il suo sound ruggente e graffiante. Non c’è spazio per pause, le potenti linee di basso di Capovilla si fondono ai ritmi frenetici imposti dalla batteria di Francesco Valente, accompagnati dalle distorte melodie della chitarra di Carlo Veneziano. Nella loro set-lists danno largo spazio a tutti i loro lavori discografici: One Dimensional Man, 1000 Doses of Love, You Kill Me, Take Me Away, A Better Man. La platea continua a essere poco affollata e la pronuncia inglese di Capovilla non è certo impeccabile ma la potenza scatenata dal trio è incredibile e i pochi fan affezionati sotto il palco appaiono decisamente soddisfatti. La prima pausa arriva dopo più di quaranta minuti di esibizione, Capovilla ringrazia il pubblico e gli organizzatori con un emblematico elogio alla vita e alla lotta politica:”Vivere è lottare e […]

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Musica

Sgt Pepper, perché ascoltare il capolavoro dei Beatles

La banda del club dei cuori solitari del sergente Pepper dei Beatles Il 1 giugno del 1967 i Beatles pubblicavano “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band”. Il loro ottavo album in cinque anni, il primo vero concept album della storia. Fino ad allora le canzoni venivano pubblicate come singoli o, a volte, raccolte in un album. Il record di lunghezza di un disco all’epoca era detenuto da Bob Dylan con Blonde On Blonde. Il menestrello di Duluth incise ben quattordici tracce in un solo lavoro. Canzoni bellissime, ma ognuna con una propria storia e un proprio universo di riferimento. “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band” è un disco speciale perché è stato il primo ad avere un proprio filo conduttore. Più che un prodotto musicale, sembra appartenere al campo della letteratura. Ascoltarlo è come leggere Robinson Crusoe o 1984. E come quando si recensisce un romanzo: non si può che partire dalla storia. “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band” comincia in teatro. Si sente il brusio degli spettatori. Cala il sipario, ma a suonare non sono i Beatles. Nè tantomeno John Lennon o Paul McCartney. Sul palco c’è la Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band. Comincia un rock’n’roll che nella sua semplicità preannuncia all’ascoltatore l’inizio di qualcosa di diverso, che va ben al di là del filo logico che unisce le tredici tracce. Non c’è nemmeno un attimo di pausa con la seconda canzone, o meglio, il secondo capitolo. The Beatles, all you need is pop “With A Little Help From My Friends”: con questa semplice trovata ci si rese conto che un disco poteva essere il supporto di una vera e propria opera musicale. Segue un pezzo storico: “Lucy in the Sky with Diamonds”. Si viene catapultati in un mondo psichedelico. Immagini colorate e visioni acide come di chi ha fatto uso di sostanze allucinogene. Come suggerito tra le righe del titolo, con la sigla Lsd ben nascosta. “Follow her down to a bridge by a fountain/Where rocking horse people/eat marshmallow pies”. “Fixing A Hole” sembrò anch’essa ispirata ad esperienze allucinogene. In virtù del verbo fix che in gergo indica il “bucarsi”. Abbandonato il tema della psichedelia, i Beatles si incentrano sulla solitudine. L’incomprensione generazionale, all’epoca argomento molto dibattuto. “She’s leaving home” fu ispirata da una notizia del Daily Mirror in merito a una sparizione di una ragazza. “Why would she treat us so thoughtlessly/How could she do this to me?” si chiede Paul McCartney. Sgt Pepper porta i Beatles e la musica pop nel mondo dell’arte Il genio di Lennon viene fuori nuovamente con le atmosfere giocose, quasi circensi, di “Being for the benefit of Mr Kite!”. Un caleidoscopio che trascina come un vortice in una pista di acrobati e giocolieri. “Within you without you” è, invece, l’unico aiuto del disco firmato da George Harrison. Un pezzo che ci porta dritti in India, pervaso come è di spiritualità, un tratto distintivo della futura carriera del membro  più ribelle tra i Beatles, nato grazie anche al contributo di numerosi musicisti indiani, perlopiù […]

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Musica

Eternal vibes, il ritorno dei Sud Sound System

Il prossimo 30 giugno esce “Eternal vibes“, l’album che segna il ritorno sulla scena discografica dei Sud Sound System, a tre anni dal loro ultimo lavoro “Sta tornu”. “Brigante”: ribelle sognatore e innamorato L’uscita del disco, il decimo per la formazione salentina, è stata anticipata dal singolo “Brigante“, disponibile in tutti i digital stores dal 9 giugno. Il brano, come spiegato dalla band stessa su Facebook, parla di tradimenti, di illusioni e promesse disattese che il Sud Italia ha vissuto sulla propria pelle che fino a qualche decennio fa riguardavano solo il meridione e le periferie. Oggi, dicono i Sud Sound System,  «la parola “brigante” rappresenta tutti quei giovani italiani che, da Nord a Sud, uniti dalla sopportazione di istituzioni politiche ed economiche insensibili alle problematiche giovanili, sono costretti a lasciare la propria terra per realizzare i propri sogni. “Brigante” è chi si ribella, si arrabbia e allo stesso tempo è sognatore e innamorato, alla costante ricerca di un equilibrio nella società attuale». La denuncia sociale di Eternal vibes L’album, in uscita il 30 giugno in tutti i digital store e negozi di dischi  per Salento Sound System Record e distribuito da Believe, contiene 16 tracce dalle inconfondibili sonorità Made in Salento. Il disco, spiega il gruppo, è «carico di emozioni ed è un album di denuncia sociale, che invita a liberarsi dalle bugie del sistema e a mettere in discussione retoriche e luoghi comuni e l’operato delle istituzioni politiche e religiose, sotto al quale si celano le violenze della società attuale». Eternal vibes è però anche un disco di ballate d’amore e di riscoperta della propria terra. Diverse le collaborazioni di cui i Sud Sound System si sono avvalsi per la loro ultima fatica, tra cui quelle di Enzo Avitabile, U-Roy, Anthony B, Freddy Mc Gregor e Wild Life. Tracklist 1. Mistycal Sound 02. A nume de Diu 03. Nu be na carta te bruciare 04. Tegnu na scusa 05. Eternal Vibes feat. Anthony B. 06. Chi lottera vivrà feat. Enzo Avitabile 07. Na luce feat. Freddy Mc Gregor 08. Mare de lu salentu 09. Brigante 10. Balance 11. Ribelle 12. Alle pezze 13. Come un gabbiano 14. Cose de pacci 15. Indifferenza feat. U ROY 16. Tocca Sai feat. Wild Life Il tour La band salentina, tra le prime ad aver portato le sonorità reggae e la dance hall giamaicana in Italia, da giugno a settembre sarà in tour in numerose città italiane. Previsto, inoltre, anche un live in Jamaica, a Montego bay, e uno in Germania, a Bersenbruck.    

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Interviste

Io secondo Woody, l’album d’esordio di LePuc

  “Io secondo Woody” è l’album d’esordio di LePuc, nome d’arte del giovane cantautore Giacomo Palombino, registrato negli studi del Sanità Music Studio di Napoli e pubblicato per l’etichetta discografica Apogeo Records.  Io secondo Woody, un viaggio che inizia da lontano Una passione, quella di Giacomo, per la musica che nasce sui palchi dei club della lontana Salamanca. Un’esperienza che ci racconta così: ” Salamanca ha segnato inevitabilmente la storia di LePuc. Arrivato lì, dove ho vissuto per un anno grazie al progetto Erasmus, ho trovato un numero straordinario di artisti e di spazi adatti ad accoglierli. In un certo senso, è bastato lasciarsi trasportare. Quello che Salamanca mi ha dato è stata la voglia di far sapere agli altri qualcosa di me parlando da un palco. Insomma, senza questa avventura oggi LePuc non esisterebbe”. Io secondo Woody, il motore del racconto Non c’è però soltanto Salamanca in Io secondo Woody.  Essenziale è stata anche l’influenza dell’omonimo regista statunitense: ”Il titolo si riferisce a Woody Allen. Ci sono tante cose che mi legano ai suoi film. Ho sempre trovato, infatti, qualcosa di simile a me nei personaggi che racconta. L’ansia, la paranoia, la paura di rischiare, il desiderio di “vedere che succede”, sono tutti motori che muovono, credo, molte storie di Allen. Lo stesso avviene nelle storie delle mie canzoni”. Grazie a tutto questo prende forma un album di undici tracce il cui unico filo conduttore è il cambiamento. “A volte è paura di cambiare, a volte la voglia di cambiare. Altre volte ancora si parla di trasformazione, che si viva in prima persona o la si scopra negli altri. In generale, il modo più facile per parlare del cambiamento è quello di descrivere un viaggio, credo. Quindi sì, il binomio viaggio/cambiamento è il minimo comune denominatore che accompagna tutti i brani dell’album.” Sono le storie e i viaggi di Camilla, una giovane studentessa universitaria fuori sede; di Mario, benzinaio quarantenne che non si è mai arreso alle ingiustizie; di Fausto e Giacomo, alle prese con le noie della scuola. Queste e tante altre storie che si intrecciano con le atmosfere sfumate e sognanti dell’infanzia e dell’estate. Io secondo Woody, le scelte musicali Io secondo Woody è un pregiatissimo album d’esordio, curato nei minimi particolari. Ponderate e ben selezionate, infatti, le scelte musicali impreziosite anche dalla collaborazione di molti musicisti come Luciano Cicero (basso), Tiziano Cicero (batteria e timbales), Salvatore Carlino (congas), Enrico Valanzuolo (tromba), Francesco Fabiani (chitarra). Degne di nota anche i featuring con altri giovani artisti quali Roberto Ormanni in Un bastone e Federica Vezzo nel brano Bicchieri di carta.

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Teatro

Recensioni

Prometeo: il titano ribelle al Teatro Grande di Pompei

In una terra deserta ai confini del mondo Prometeo è punito da Zeus, reo di aver rubato il fuoco e di averlo donato agli uomini, permettendo l’inizio della civiltà. In scena il dramma è tutto concentrato sulla figura del titano, ma a rompere la staticità, intervengono anche altri personaggi, funzionali a mettere in risalto l’eroica ribellione del dio al signore degli dei. La rappresentazione punta su una scenografia scarna ed essenziale e su musiche greche che ben si coniugano con il testo basato sulla traduzione di Eschilo fatta da Davide Susanetti. Prometeo: l’instancabile ribelle in difesa degli uomini Prometeo, costretto su una sedia da pesanti catene, non è stato vinto. Eroe e vittima insieme, alza il volto, non si piega, non teme Zeus, non teme il destino e a nulla valgono minacce o previsioni di dolori più grandi da sopportare: «Per me Zeus non vale niente, faccia, comandi come gli pare: il suo tempo è breve». Un’immagine nobile e dolorosa che cattura lo sguardo dello spettatore spostando l’attenzione dalla narrazione teatrale verso la forte carica emotiva del titano. Luca Lazzareschi dà vita a questo personaggio, e ne trasmette tutta l’energia primordiale, si elevano imponenti e forti le parole del dio, in boati minacciosi e rauchi che si innalzano e si abbattono sui presenti. In scena c’è lui, che racconta la storia degli dei e il tradimento, che rivendica con orgoglio la sua decisione e a nulla valgono le esortazioni del coro delle oceanine – sintetizzato da una sola attrice – a mostrare remissività e saggezza. Lo stesso consiglio gli giunge da Oceano che si è fatto strada tra gli dei usando la diplomazia e la politica e da Ermes che porta il messaggio di un Zeus infastidito dalla superbia di Prometeo. Ma il titano non si adegua, resta arrogante e spavaldo e non teme nulla perché conosce il suo destino e quello mortale di Zeus. È proprio il destino a legarlo con un altro personaggio presente nel dramma, Io, altra vittima del sopruso di Zeus e la cui dinastia genererà l’eroe che distruggerà il signore degli dei e libererà Prometeo. Un dramma al di fuori del tempo «Chi governa è sempre spietato». Queste le parole che Prometeo ripete incessantemente, e proprio lui si è sempre battuto contro il potere, prima deponendo Crono e poi contrastando Zeus. Guardando il Prometeo di Lazzareschi, è fin troppo facile riportare alla mente tante figure di ribelli che hanno fatto la storia, fin troppo e anche inutile. Questa rappresentazione non pretende parallelismi o attualizzazioni, dà vita a una vicenda fuori dal tempo e dallo spazio e offre un messaggio che si cristallizza e diventa eterno. Chi governa è sempre spietato, Zeus è un tiranno inarrestabile, sordo alle parole e inflessibile nel nome di una giustizia che protegge solo chi la esercita, una giustizia cieca alle sorti degli uomini. Poi Prometeo, il ribelle, che inevitabilmente nasce proprio dal potere spietato, nasce per distruggerlo, per ricordare che nulla è invincibile, che a Zeus sono superiori le Moire e le Erinni. «Gli […]

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Teatro

Eccoci…la nuova stagione del Teatro Stabile

Il Teatro Stabile come anima della città. Mi piace pensarlo così, come un luogo della cultura e della legalità, ma come uno spazio dove va in scena l’anima di Napoli. Tutta la programmazione della nuova stagione teatrale è densa di pathos. Non solo quello tragico. Si ride, si piange, si riflette, perché l’anima di Napoli ha mille colori. Una pluralità di registri e di messaggi, un mix di culture e di scuole di pensiero. In una parola, va in scena l’inclusione. In una città di marcata identità storica e culturale, popolata da cittadini del mondo, anzi, per dirla con Erri de Luca, da N-apolidi, cittadini di nessun mondo. Queste le parole spese per la presentazione di ECCOCI, titolo con il quale il Teatro Stabile di Napoli-Teatro Nazionale, presieduta da Filippo Patroni Griffi e diretto da Luca De Fusco, annuncia alla città la sua nuova Stagione Teatrale. Una Stagione ricca di testi che spaziano dai grandi classici ai moderni, ai maestri del Novecento, ai contemporanei fino ai giorni nostri. Tra produzioni, coproduzioni e ospitalità, sono oltre venti le opere che animeranno il Mercadante e il San Ferdinando, presentate ieri, 29 giugno, che vedranno sul palco volti e voci di interpreti straordinari, diretti dai registi Luca De Fusco, Andrea De Rosa, Peter Stein, Claudio Tolcachir, Andrea Renzi, Mimmo Borrelli e tanti altri. 18 ottobre-5 novembre Uscita d’emergenza, di Manlio Santanelli, interpretato da Mariano Rigillo e Claudio Di Palma, che ne firma anche la regia (Teatro San Ferdinando). 25 ottobre- 12 novembre Sei personaggi in cerca d’autore, di Luigi Pirandello, diretto da Luca De Fusco e interpretato da Eros Pagni, Angela Pagano, Gaia Aprea, Paolo Serra, Enzo Turrin, Giacinto Palmarini (Teatro Mercadante) 22 novembre-3 dicembre Le Baccanti, di Euripide, nell’adattamento e nella regia di Andrea De Rosa (Teatro Mercadante). 5-10 dicembre Riccardo II, di William Shakespeare, diretto da Peter Stein e interpretato da Maddalena Crippa (Teatro Mercadante). 12-17 dicembre Emilia, di Claudio Tolcachir e interpretato da Giulia Lazzarin (Teatro San Ferdinando). 20 dicembre- 7 gennaio Ragazze sole con qualche esperienza, di Enzo Moscato, messo in scena dal regista Francesco Saponaro e interpretato da Veronica Mazza, Carmine Paternoster, Salvatore Striano e Lara Sansone. 10-21 gennaio Il Servo, dal romanzo omonimo di Robin Maugham, con la regia di Pierpaolo Sepe e Andrea Renzi (Teatro Mercadante). 24 gennaio-4 febbraio Desideri mortali, oratorio profano per Giuseppe Tomasi di Lampedusa, diretto da Ruggero Cappuccio e interpretato da Claudio Di Palma (Teatro San Ferdinando). 27-28 gennaio  Masquerade, dramma del poeta russo Mikhail Lermontov, diretto dal regista Rimas Tuminas, vincitore del prestigioso premio teatrale russo, la Maschera d’Oro (Teatro Mercadante). 30 gennaio-4 febbraio Intrigo e amore, di Friedrich Schiller, con la regia di Marco Sciaccaluga (Teatro Mercadante). 6-8 febbraio Dieci storie proprio così, progetto teatrale dedicato alle vittime conosciute e sconosciute della criminalità organizzata, nato da un’idea di Giulia Minoli, con la regia di Emanuela Giorndano (Teatro San Ferdinando). 7-18 febbraio L’anatra all’arancia, dal testo The Secretary Bird di William Douglas-Home, versione francese di Marc-Gilbert Sauvajon, con regia e interpretazione di Luca […]

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Teatro

Luca Zingaretti legge il racconto La Sirena

Martedì 27 giugno è andata in scena nel chiostro del Duomo di Salerno, per la rassegna teatrale del Napoli Teatro Festival, la lettura ad alta voce del racconto di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, La Sirena. Solo sul palco, accompagnato dal suono vibrante della fisarmonica, Luca Zingaretti ha prestato la sua voce e le sue ossa ai due protagonisti della vicenda, catapultando lo spettatore in una Sicilia arcaica, dai sapori mitologici. In un’ora o poco più tutta la magia che può sgorgare dalle profonde viscere dell’essere umano viene tirata fuori, prima sussurrata, poi quasi cantata, fino a tenere con l’animo sospeso tutto il pubblico: vietato respirare. La storia, di amicizia e di amore – “che alla fine sono un po’ la stessa cosa” a detta di Zingaretti -, narra dell’incontro casuale di due personalità diversissime all’interno di un caffè di Torino, città invernale e plumbea: Rosario La Ciura, illustre classicista e grande conoscitore del greco, e il giovane Paolo Corbera, giornalista de La Stampa. Nonostante le profondissime divergenze, caratteriali e culturali, i due subito instaureranno una delicata e al tempo stesso ironica amicizia, forti soprattutto di un particolare che li accomuna: sono entrambi siciliani. Così, una sera, il professore riesce a confidare al giovane Corbera un fatto straordinario, accadutogli quando era ancora molto giovane e si preparava ad un concorso per la cattedra di greco all’Università. Trasferitosi nella casa di un suo amico ad Augusta per studiare, la mattina presto era solito uscire in barca. È proprio durante una di queste uscite che avviene l’incontro con una sirena. Grazie a Lighea – questo è il nome della sirena – la sua vita cambierà per sempre e cambierà per sempre anche la sua percezione della bellezza. Dopo un incontro con una creatura divina tutto il resto diventa mediocre e privo di significato. L’odore della Sicilia, il suo incanto e il suo essere selvaggia emergono dalle parole di Zingaretti-La Ciura, evocando a poco a poco dal passato classico tutta la bellezza di una terra che un tempo fu la prescelta dagli dei. Per questo motivo è vietato respirare: l’alito del pubblico avrebbe corrotto tutti i profumi e i sapori che inebriavano l’atmosfera, avrebbe dissolto l’estiva aria degli agrumeti, il gusto delicato dei ricci di mare; avrebbero stinto i colori caldi dei templi antichi e dei tramonti marini. Siamo in Sicilia o a Salerno? Non fa differenza, le concezioni topografiche e temporali vengono confuse, sovrapposte, negli occhi i paesaggi dell’isola e al tempo stesso le volte decorate del chiostro. Per questo Zingaretti è straordinario, forse anche grazie al fatto che sempre in Sicilia sono ambientate le vicende del commissario Montalbano, a cui il suo volto ormai da anni è legato. Dulcis in fundo, la lettura della poesia di Montale Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale, omaggio inaspettatamente porto a tutte le donne presenti che arriva dritto al cuore, emozionandolo.

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Teatro

L’Orestea, intreccio di colpe ataviche

“Il mattino porta buone notizie se a farlo nascere è stata una buona notte”. Orestea, Eschilo.   Ad Argo, sul tetto della reggia degli Atridi, una sentinella attende il segnale di fuoco che deve annunziare la presa di Troia. Il fuoco appare sulle vette dei monti, Troia è caduta. La regina, Clitemnestra, felice della buona notizia, accoglie con parole falsamente gioiose, il ritorno vittorioso di Agamennone, marito, le cui mani sono ancora macchiate dell’orribile assassinio di sua figlia Ifigenia, sacrificata ad Artemide per concedere una navigazione propizia alla flotta greca. Accompagna il re Cassandra, figlia di Priamo, principessa troiana e bottino di guerra, che, in preda a un delirio profetico, rivede le colpe antiche di quella casa, e predice le tinte macabre dei giorni che verranno. Una grande porta metallica che si apre e si chiude sul fondo nero della reggia di Argo. Un palcoscenico in pendio ricoperto di sabbia lavica che, spazzata, oltre a rivelare resti di colonne, oggetti, e una testa di cavallo per il ritorno di Agamennone, mostrerà, al centro, un lungo schermo di volta in volta tappeto, striscia di sangue, tomba. Nel nero e nella terra, dunque, in una dimensione che sembra irrimediabilmente lontana, nasce l’Agamennone, primo dramma di una trilogia, scritta da uno dei più grandi tragediografi che la storia conosce: Eschilo (525 – 456 a.C.). E sono stati proprio i versi di Eschilo ad aprire Pompeii Theatrum Mundi, Pompei palcoscenico del mondo, 22 giugno – 23 luglio, prima edizione della rassegna di drammaturgia antica, nel suggestivo teatro Grande di Pompei. Dall’Orestea al Prometeo, dall’Antigone a Le Baccanti, nelle regie di Luca De Fusco, Massimo Luconi, Andrea De Rosa. Immaginato per  il Teatro Grande del più imponente sito archeologico del mondo, quello di Pompei, Pompeii Theatrum Mundi è un progetto triennale, nato dalla collaborazione del Teatro Stabile di Napoli e della Soprintendenza di Pompei. “Dal 2014 – dichiara il Soprintendente Massimo Osanna – le scene del Teatro Grande sono state restituite al pubblico internazionale, dove la rassegna del Teatro Stabile di Napoli si inserisce in modo naturale. Nel celebrare e far rivivere al pubblico l’unicità e la sacralità di questi luoghi, Pompei ancora una volta si profila come laboratorio di arte e cultura, palcoscenico del mondo, aperto alla tradizione e all’innovazione“. Un appuntamento assolutamente imperdibile per gli amanti del genere. Il potere evocativo dello stile di Eschilo trova nell’Orestea la sua massima espressione. Grandiosa la sua istintualità, soprattutto nello scontro tra dimensione privata e dimensione pubblica, tra razionalità e sentimenti lividi, tra giustizia e legge statale.  Orestea, contenitore di passioni e crimini Sangue, violenza, dimensione primigenia: il vero volto dell’uomo di sempre, che trova il coraggio di uscire allo scoperto. L’Orestea di Eschilo, unica tragedia giuntaci completa, rappresenta un viaggio alle radici della nostra civiltà. Con essa si inaugura il primo tribunale della storia, nasce il Diritto, ponendo fine all’atavica pratica della vendetta di padre in figlio, di generazione in generazione.   ORESTEA Agamennone, Coefore, Eumenidi di ESCHILO regia di LUCA DE FUSCO con MARIANO RIGILLO […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Baudelaire, la città in mezzo, e poi noi

La città in mezzo Così grande, chiassosa, intrecciata, percorsa da migliaia di grida E poi noi. Mi sei apparso, assiso in un soffio di silenzio, hai fermato il tempo che mi travolge. Mi sei apparso, come fossi un’immagine antica e meravigliosa, come fossi stato tu il padrone del tempo, o creatura celeste: hai fermato il mio tempo, tenera illusione! Avevi un dolore negli occhi, un dolore profondo, ed io bevevo, come  fosse un naufrago il mio cuore, la tua malinconia di tempesta, livido cielo, dai tuoi occhi e naufragando ancora in essi senza più ritorno… Ma fu un attimo La passione è dolore e la tua bellezza fuggitiva restò appena il tempo di un lampo di luce Poi fu. Ci ritroveremo mai, mia bella illusione? Ci ritroveremo mai, ancora, divisi dalla folla che ci allontana, lontani da una folla che disperde nella piazza assordante le sue voci? Incrocerai di nuovo, almeno un’altra volta, il tuo livido cielo ai miei occhi di naufraga? Ci ritroveremo di nuovo seppure inconsapevolmente a condividere un soffio d’eterno racchiuso nel silenzio che la tua anima promana? Attraverserai più queste strade così chiassose, ricolme di vite che ci ignorano? Forse ti avrei parlato di tutti i miei fantasmi che stridono le loro catene sopra il mio cuore ferito, di ogni mia inquieta ora, delle mie notti insonni, di ogni tormento che mi sprofonda nel petto. E ti avrei confessato del mio desiderio vagabondo di perdermi ancora nel tuo cielo livido, nella tempesta che giace nel fondo dei tuoi occhi. Eppure temo che ancora l’ombra dei timori mi assalga e finirò  per tacere. E così perfino la speranza mi guarda attraverso la maschera ambigua dell’inganno e si trasforma in follia! E ho avuto lungo questi attimi lunghi come eterno quei certi versi di Baudelaire per la mente, declinati al mio caso:   La rue assourdissante autour de moi hurlait […] Moi, je buvais, crispé comme un extravagant, Dans son oeil, ciel livide où germe l’ouragan, La douceur qui fascine et le plaisir qui tue. […] Un éclair… puis la nuit! – Fugitive beauté Dont le regard m’a fait soudainement renaître, Ne te verrai-je plus que dans l’éternité? […] Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais, O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais! […] Ailleurs, bein loin d’ici! trop tard! Jamais peut-être! La città in mezzo. E poi noi.

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Voli Pindarici

Analisi Filologica del testo spot del cono Sammontana 2017

Buonasera la vostra Redattrice preferita vi dà il bentornato al tradizionale articolo estivo per la stagione 2017! Come ben sapete, affezionati Lettori, d’Estate sono tormentata dai tormentoni, ma sono anche Filologo e Critico Letterario per formazione e dunque la mia Natura mi chiama alla comprensione profonda del Testo, tanto più quando esso appare oscuro e di difficile interpretazione… Ebbene sto parlando del tradizionale spot del cono Sammontana, assurto al rango di nuovo tormentone, che da ben 3 edizioni ormai (e dico 3!) fa da sfondo alla nostra “Estate Italiana” di quando guardiamo Beautiful o Il Segreto (quando siamo giustamente a mare con le gambe in ammollo non lo sentiamo). Con l’analisi che mi accingo umilmente a fare ho la nobile intenzione di servire la Scienza e quanti come me quando passa questo spot vorrebbero lanciare il televisore dalla finestra. Mi accingo umilmente a cominciare: “Cara mia estate, gambe da rasare,     – * Io quattro esami, gli altri i selfie al mare. Assaggio tutto: il morbido,  il cremoso, pure la parmigiana…     – NOTA 1 … sarà il nervoso? Voglio un’anatra vegana.     – NOTA 2 Quattro di notte, è arrivato l’arrotino.    – NOTA 3 Ti piacciono i coni?  Cinque stelle al croccantino. Vado in bici come Don Taddeo  – NOTA 4 in pattino col pareo. Partiamo, non partiamo, se mi fai una ricarica prenotiamo. Tienimi stretta estate,  tienimi fra i fagiani.  – NOTA 5 Cinque stelle al croccantino… … tre amiche, i sette nani.  – NOTA 6 Cinque Stelle Sammontana, grazie a tutti per la vostra estate italiana.” *Innanzi tutto una premessa: ricordate il testo precedente? Diceva “Estate è DOVE accadono le cose” a tal proposito ho controllato al catasto delle città d’Italia e non c’è nessun comune, in nessuna provincia di nessuna regione, di nome “Estate”… spiacente di deludervi: non so dove possiate andare per far accadere queste… “cose”. – NOTA 1: si potrebbe obiettare che tale dicitura su cose “morbide” e “cremose” senza specificare quali esse siano potrebbe dare adito a fraintendimenti… ma mi limiterò a dare consigli salutari per la vostra digestione: cari Lettori, meglio evitare di mescolare cose “morbide” e “cremose” di incerta natura con la parmigiana, già pesante di per sé; meglio assaggiare la parmigiana (ché ne vale sempre la pena!) e armarsi di bicarbonato. – NOTA 2: “Anatra Vegana”: questa specie è di incerta definizione. Per documentarmi ho spulciato i cataloghi zoologici scientifici della biblioteca, ma, haime, nulla ho cavato fuori. Così ho ipotizzato 3 possibili soluzioni: a tale specie è molto rara e in via di estinzione b tale specie vive solo a Estate, questo luogo nebuloso e favoleggiante che non c’è sulle carte, ma alla seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino te lo trovi di fronte c tutte le anatre sono vegane, dato che non s’è mai vista un’anitra nutrirsi di hamburger, hot dog e lombo di manzo arrostito. – NOTA 3: l’arrotino non passa alle 4:00 di notte… se lo facesse credo che come minimo la brava gente che a quell’ora dorme gli rovescerebbe in […]

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Voli Pindarici

Lettera ad un’ombra che ha smarrito se stessa su sentieri dissestati

Ti vedo come un’ombra smarrita Cara Ombra, hai smesso di essere te stessa. Non so bene quando sia accaduto, non credo sia avvenuto in un momento preciso: tanti piccoli segnali, minuscoli passetti, giorno dopo giorno. Avrei potuto rendermene conto, te lo concedo. È l’età, mi dicevo. E invece no, stavi lasciando, a poco a poco, il tuo corpo per diventare un’ombra. Così quando mi sono decisa ad agire, era troppo tardi. Eh sì, troppo tardi. E allora a nulla sono bastate le ore, i giorni, i mesi, addirittura  gli anni, a parlare, a ragionare insieme, perché tu non sei più te stessa. Solo un’ombra di ciò che eri. E quella che sei ora non è che non vada bene a me, perché per me tu andrai sempre più che bene, qualsiasi persona vorrai decidere di essere. Il problema è che non vai bene per te, per la vita che hai condotto negli ultimi tempi, per le strade che hai intrapreso, per quelle che vorrai intraprendere, per quei sentieri che proprio non ti decidi a cambiare, anche se così dissestati, così pieni di ciottoli e dossi fastidiosi. Ti vuoi mostrare forte, adulta e invece sei fragile, lo sei talmente tanto da non rendertene conto. Quella poca stima che, incomprensibilmente, hai di te stessa ti ha portato a credere di valere zero, quando poi in realtà vali cento, ti ha portato a credere di poter vivere come un’ombra. E invece di percorrere strade lisce e agevoli ti sei andata ad inerpicare su quei sentieri dissestati, e sei caduta, oh quante volte sei caduta e ti sei fatta male, e tu non sei tornata indietro, non hai svoltato a destra o a sinistra o semplicemente sei rimasta a terra. No, hai continuato a camminare e hai perso te stessa. Vorrei aiutarti a ritrovare, ma non so come fare. Lo so, tu non vuoi essere ritrovata, questo l’ho capito bene. Non fai altro che ripeterlo a gran voce. Tu che credi di essere forte, tu che sei così fragile. Un giorno se ne renderà conto, mi dicevo. Continuo a dirmelo. Solo che ora non ci credo più. Prima riuscivo ancora a vederti, in lontananza, su quei sentieri dissestati. Ora faccio fatica a scorgerti, solo un’ombra, sempre più indistinta. Non importa quanto io corra verso di te, sei più veloce, cadi, cadi mille volte, e ti rialzi e corri più veloce di prima e io, per quanto corra, non riesco a starti dietro. E ti vedo sempre più lontana, solo un’ombra, su quei sentieri dissestati.

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Voli Pindarici

Ho abbracciato un’alice

È Luglio ed io, come al mio solito, vago. Ispeziono ogni singolo centimetro di asfalto con i passi: i miei piedi sfiorano la terra mentre le mie mani sognano di toccare il mare. È così, dunque, che m’incammino alla ricerca di quell’acqua che acqua poi non sembra, perché è blu, è il blu del cielo. Da bambina supplicavo i miei genitori di farmi bere l’acqua blu: rifiutavo categoricamente l’acqua che provavano a farmi mandare giù, quell’acqua priva di colore, trasparente. Erano lacrime amare le mie, lacrime cariche delle sfumature dell’acqua che avrei dovuto bere: inesistenti. Il mare era blu, poi verde, poi azzurro, poi chiaro, poi scuro. Perché non potevo bere un liquido dello stesso colore? Il nome era lo stesso! Era acqua Dio mio. Acqua. È Luglio ed io, come al mio solito, bevo birra. I piedi immersi nella sabbia: provo a piantarli in maniera salda nel fondale marino, ma la sabbia è mobile, si rifiuta di farmi stare ferma; la sabbia mi fa trovare l’equilibrio mentre io gioco a respingerlo in ogni modo, la terra mi fa perdere l’equilibrio mentre io gioco a ricercarlo in ogni angolo. Ho l’amo, non ho una pesca, mi rifiuto di usare l’esca. Pesco. Abbocca di tutto e niente abbocca a causa della mia bravura: abboccano i pesci malati, quelli morenti, quelli senza branchie. Abboccano i pesci smarriti, quelli malandati, quelli già in via di putrefazione. Abboccano i pesci che non possono esser salvati, quelli che però non possono esser più nemmeno mangiati. Abbocca il pesce palla, ci gioco un po’ e lo ributto in mare. Abbocca il pesce gatto, mi aspetto faccia miao e due fusa, delusa, mi libero anche di esso. Abbocca il pesce martello, ma non ho chiodi: via anche quello. Abbocca il delfino: mi sorride, è davvero carino. Ma dove lo metto poi un delfino? Nell’orto del vicino? Abbocca la medusa, la vedo e non la vedo, mi sarò forse confusa? Abbocca perfino la balena che m’invita a fare un giro sulla sua schiena. Rilancio l’ultima volta l’amo: intravedo lei, ne riconosco le linee. Un’alice! Siedo a riva, la tengo tra le mani. Ha i capelli neri neri, sorride timida, mentre mi chiede: Che fai domani? Ho abbracciato un’alice È così che ho conosciuto la mia alice, un po’ per caso, un po’ per gioco. In un mare pieno di pesci con i quali ho giocato liberandomi di essi in breve tempo, ho riconosciuto lei. Sottile, breve, corta, infinita la mia alice. Mi riempio le mani di essa nonostante a causa delle sue dimensioni ridotte rischi di sfuggirmi costantemente, la guardo, l’accarezzo: lei non vuole più nuotare ed io non voglio più pescare. Stiamo insieme notte e giorno, non siamo più al mare, qui c’è la gente intorno. C’è chi guarda e non capisce, c’è chi osserva attentamente e s’infastidisce. C’è chi non guarda perché non vuole vedere, c’è chi vede e finge di non guardare. Cosa ne sarà di me e dell’alice? Siamo una coppia davvero stramba. Rischio di soffocarla […]

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