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Eroica Fenice

Culturalmente

Giuseppe: «Colui che aggiunge»

Nella sua forma originaria Yohsifyàh, contiene in sé il nome divino, Yahvè. L’abbreviazione, diffusa nel mondo antico e giunta a noi dal latino volgare Ioseppus, deriva dall’ebraico Yohsèf, dal verbo yasàf e significa «Colui che aggiunge».  Artigiano per la gente umile, che cosa aggiunge Yosef? Erri De Luca ha sparso in più luoghi dei suoi brani alcune chiavi di lettura, che ne delineano un ritratto al contempo vigoroso e delicato.  Yosef aggiunge la sua fede. Nessun vangelo afferma che era anziano, dunque, possiamo immaginarlo giovane e innamorato. Matteo scrive che sognò un angelo e lo ascoltò parlare: “Non avere paura di sposare Maria, la tua promessa”. Fu così che divenne eroico: lui CREDE alla versione che gli dà Maria della sua gravidanza, inverosimile e come tale bisognosa di fede ed entusiasmo per essere creduta. Nelle Sacre Scritture esiste una “Legge delle gelosie”, per un marito che dubiti della fedeltà della propria moglie: Giuseppe rifiutò di ricorrervi. Fu solo nella sua battaglia, nonché audace ad accollarsi il biasimo sicuro della gente di Nazaret. Di fronte alla comunità, difese la sua donna ed accettò di sposarla gravida dell’annuncio di un angelo venuto a lei col maestrale di marzo.  Yosef aggiunge il suo matrimonio: si fa sposo secondo di quella ragazza e, così, la salva dai sassi della legge. Giuseppe non toccò Maria per la durata della gravidanza: fu dolce anche nella premura di un’astinenza. In inverno, con lei incinta dell’ultimo mese, affrontò il viaggio verso la Giudea, per obbedire al censimento voluto dai romani; un cammino di giorni e notti in ricoveri di fortuna. E poi continua ad aggiungere. Di quel figlio non suo, fu padre in pieno. Lo iscrisse all’anagrafe ebraica nella sua discendenza, che passava attraverso l’antenato Davide, primo re d’Israele in Gerusalemme: Yeshua, Gesù, figlio di Yosef; gli insegnò il mestiere e ne fece un falegname. Ma quel figlio doveva staccarsi da lui, dal luogo e dal lavoro ereditato. Giuseppe non lo trattenne: seppe uscire di storia quando quel giovane uomo andò via dalla sua casa, per compiere la sua missione.  Il poeta tedesco Rilke, immaginandosi l’incontro di Maria con l’angelo, fa pronunciare a questi un magnifico verso: “Io sono il fiore, ma tu sei la pianta”. All’interno di questa metafora botanica, Yosef è molto più di un fiore: è la terra, che abbraccia le radici di quella pianta e, impedendo alla legge di estirparla, la nutre e la rende capace di dare frutto. Senza di lui questa storia non sarebbe possibile. Giuseppe ha diritto di prestare nome alla festa dei padri: ha scelto di sposare un mistero ed esserne padre. Raffigurato anziano, è comunque giovane, innamorato e valoroso; “santo” è un attributo che aggiunge poco alla sua integrità. Ogni padre deve custodire in sé un Giuseppe, puro e devoto all’amore. Tenace nelle sue scelte, affronta i sentieri impervi, toglie le spine, pota i rami secchi, con la pialla smussa le asperità del legno, sforna il pane della semplicità e del rispetto, versa il vino dell’unione e della comprensione. Costantemente fedele a chi […]

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Culturalmente

Giuseppe: «Colui che aggiunge»

Nella sua forma originaria Yohsifyàh, contiene in sé il nome divino, Yahvè. L’abbreviazione, diffusa nel mondo antico e giunta a noi dal latino volgare Ioseppus, deriva dall’ebraico Yohsèf, dal verbo yasàf e significa «Colui che aggiunge».  Artigiano per la gente umile, che cosa aggiunge Yosef? Erri De Luca ha sparso in più luoghi dei suoi brani alcune chiavi di lettura, che ne delineano un ritratto al contempo vigoroso e delicato.  Yosef aggiunge la sua fede. Nessun vangelo afferma che era anziano, dunque, possiamo immaginarlo giovane e innamorato. Matteo scrive che sognò un angelo e lo ascoltò parlare: “Non avere paura di sposare Maria, la tua promessa”. Fu così che divenne eroico: lui CREDE alla versione che gli dà Maria della sua gravidanza, inverosimile e come tale bisognosa di fede ed entusiasmo per essere creduta. Nelle Sacre Scritture esiste una “Legge delle gelosie”, per un marito che dubiti della fedeltà della propria moglie: Giuseppe rifiutò di ricorrervi. Fu solo nella sua battaglia, nonché audace ad accollarsi il biasimo sicuro della gente di Nazaret. Di fronte alla comunità, difese la sua donna ed accettò di sposarla gravida dell’annuncio di un angelo venuto a lei col maestrale di marzo.  Yosef aggiunge il suo matrimonio: si fa sposo secondo di quella ragazza e, così, la salva dai sassi della legge. Giuseppe non toccò Maria per la durata della gravidanza: fu dolce anche nella premura di un’astinenza. In inverno, con lei incinta dell’ultimo mese, affrontò il viaggio verso la Giudea, per obbedire al censimento voluto dai romani; un cammino di giorni e notti in ricoveri di fortuna. E poi continua ad aggiungere. Di quel figlio non suo, fu padre in pieno. Lo iscrisse all’anagrafe ebraica nella sua discendenza, che passava attraverso l’antenato Davide, primo re d’Israele in Gerusalemme: Yeshua, Gesù, figlio di Yosef; gli insegnò il mestiere e ne fece un falegname. Ma quel figlio doveva staccarsi da lui, dal luogo e dal lavoro ereditato. Giuseppe non lo trattenne: seppe uscire di storia quando quel giovane uomo andò via dalla sua casa, per compiere la sua missione.  Il poeta tedesco Rilke, immaginandosi l’incontro di Maria con l’angelo, fa pronunciare a questi un magnifico verso: “Io sono il fiore, ma tu sei la pianta”. All’interno di questa metafora botanica, Yosef è molto più di un fiore: è la terra, che abbraccia le radici di quella pianta e, impedendo alla legge di estirparla, la nutre e la rende capace di dare frutto. Senza di lui questa storia non sarebbe possibile. Giuseppe ha diritto di prestare nome alla festa dei padri: ha scelto di sposare un mistero ed esserne padre. Raffigurato anziano, è comunque giovane, innamorato e valoroso; “santo” è un attributo che aggiunge poco alla sua integrità. Ogni padre deve custodire in sé un Giuseppe, puro e devoto all’amore. Tenace nelle sue scelte, affronta i sentieri impervi, toglie le spine, pota i rami secchi, con la pialla smussa le asperità del legno, sforna il pane della semplicità e del rispetto, versa il vino dell’unione e della comprensione. Costantemente fedele a chi […]

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Libri

Moore e le piccole Veneri di F. R. Borruso: la fascinazione per l’arte preistorica

Henry Moore e le piccole Veneri di Francesca R. Borruso: viaggio nell’arte preistorica. Leggi qui la nostra recensione! «Una visione innata, qualcosa di mentale piuttosto che fisico […]. La monumentalità è parte integrante della visione di alcuni artisti, non può essere insegnata» (L. Papi, Incontro con Henry Moore, 22 settembre 1968, La Nazione, Firenze). Tale potenza di visione e la monumentalità che ne scaturiva erano considerate da Henry Moore, uno dei maggiori scultori del Novecento, le doti artistiche fondamentali, che egli riconosceva come il linguaggio senza tempo di uomini e donne della preistoria: ebbene, è proprio di questo viaggio nella storia dell’arte che si occupa Francesca R. Borruso nel suo volume Henry Moore e le piccole Veneri: arte e identità umana, edito nel dicembre 2019 da Edizioni Espera. Le sue ricerche riguardanti l’interesse di Moore per l’arte del Paleolitico superiore e del Neolitico si snodano a partire dalla formazione dell’artista: nato nel 1898 a Castleford, cittadina mineraria dello Yorkshire, da una famiglia di minatori, nutriva una vera e propria fascinazione per l’esplorazione delle profonde cavità naturali che si trovavano nei pressi della sua cittadina natale: fu proprio qui che egli radicò il suo rapporto con lo spazio cavo, con la sua plasticità in quanto negativo di un solido – «Una caverna è una forma. Non è il grumo di montagna che c’è sopra» – e soprattutto con la percezione palpabile della presenza dei suoi antichi abitatori, che Moore riconosceva simili a se stesso in termini di identità umana. All’interno della National Gallery e del British Museum avvenne il suo incontro con i reperti artistici della preistoria: li descriverà dopo venti anni, nel suo famoso articolo Primitive Art, pubblicato per la rivista The Listener, «dove descrisse per la prima volta quelle piccole figure femminili teneramente scolpite, di un realismo umano, non accademico e di una grande pienezza di forme», come scrive la nostra autrice. Anche l’Italia fu per Moore una tappa fondamentale della maturazione artistica, perché nel corso di un viaggio nella penisola egli rimase affascinato dalle opere di Masaccio, Giotto, Michelangelo e Donatello. Fu in quegli anni che, dopo una fase di profonda crisi, si manifestò il conflitto tra la doppia polarità della sua personalità – forza e tenerezza – che lo scultore condenserà nella sua arte. La scoperta dell’arte preistorica e la reazione del mondo accademico Nel 1926, al suo ritorno dall’Italia, Moore cominciò a disegnare le piccole Veneri: in un flusso di continue folgorazioni e rielaborazioni, mediante un incessante trasformare e riprendere che si dipanava fin dai ricordi dell’adolescenza, potenziato dal viaggio di esplorazione che condusse nel 1934 presso le grandiose grotte con le pitture rupestri di Altamira e della Dordogna, Moore attinse alla memoria di tali statuette con accenni costanti all’arte preistorica nelle sue opere – come il tema a lui caro della madre col bambino – ben visibili nei bozzetti preparatori e nei disegni. L’autrice si sofferma poi, con grande accuratezza, sulla storia del rinvenimento delle “Veneri paleolitiche”, piccole immagini femminili in avorio di mammut o di pietre tenere, scoperte […]

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Culturalmente

Giovanna la Papessa: aneddoti e curiosità

Giovanna la Papessa: la figura di un papa donna, Giovanna, che avrebbe retto la Chiesa dall’853 all’855, ribalta totalmente l’indiscutibile virilità della somma guida religiosa. Alcuni autori protestanti del Cinquecento rifunzionalizzano in chiave anti-romana un rito fantasticato dal popolo, traccia evidente dell’esigenza di accertamento della virilità del cardinale chiamato al soglio pontificio: in esso si immaginava che ogni nuovo papa venisse sottoposto a un accurato esame intimo, mediante una sedia di porfido rosso, nella cui seduta era presente un foro. Da dove trae origine la rappresentazione di questo rito, immaginata o veritiera che sia? Il groviglio di testimonianze scritte e orali che ritraggono la Papessa Giovanna, esposte per la prima volta nel XIII sec. dall’abate e cronista Giovanni di Metz e poi riprese dal cronista domenicano Martino di Troppau, la ritrae come una donna inglese, educata a Magonza, entrata come monaco benedettino nell’abbazia di Fulda, per mezzo dei suoi abili travestimenti in abiti maschili, con il nome di Johannes Anglicus e, avviata da qui una carriera, inaspettatamente giunta ai vertici ecclesiastici fino al soglio pontificio, alla morte di Leone IV, con il nome di Giovanni VIII. Non praticando l’astinenza sessuale, Giovanna rimase incinta di un suo amante e durante la solenne processione della Pasqua dell’855, nella quale il Papa faceva ritorno al Laterano dopo la celebrazione della messa in San Pietro, la folla entusiasta si strinse attorno al cavallo che la trasportava, il quale, imbizzarritosi, reagì furiosamente e le procurò un travaglio prematuro. Scopertone il segreto, Giovanna fu fatta trascinare per i piedi da un cavallo attraverso le strade di Roma e lapidata a morte dalla folla inferocita; infine fu sepolta nella strada, dove la sua vera identità era stata svelata, tra San Giovanni in Laterano e San Pietro in Vaticano, evitata dalle successive processioni papali. Mariano Scoto, monaco e storico irlandese dell’XI sec., aggiunge che Giovanna sarebbe stata insultata con l’oscuro Petre Pater Patrum Papissa Pandito Partum, «Pietro, Padre dei Padri, rendi Pubblico il Parto della Papessa», proferitole contro da un indemoniato presente al corteo, mentre tentava di esorcizzarlo. La Papessa Giovanna tra “damnatio memoriae” e Controriforma  Le narrazioni aggiungono che a lei succedette papa Benedetto III, che regnò per breve tempo, assicurandosi di omettere il suo infamante predecessore dalle registrazioni storiche; inoltre la confusione fu acuita dall’ordine dato ai papi di nome Giovanni, il nome più usato, dal fatto che alcuni Giovanni erano stati antipapi e soprattutto dalla censura introdotta dalla Controriforma. In seguito il mito della Papessa fu totalmente screditato dagli studi di David Blondel, storico e pastore protestante della metà del Seicento, che, adducendo svariati elementi di debole affidabilità, quali l’assenza di documenti d’archivio sull’evento, la presenza d’imprecisioni nella versione diffusa e, soprattutto, la coincidenza della comparsa della storia con la morte di Federico II di Svevia, protagonista di uno stridente conflitto con il papato, ne leggeva l’occasione per l’ideazione di una satira anti-papale costruita sulle tre “paure cattoliche” medievali: un papa sessualmente attivo; una donna in posizione di autorità dominante; l’inganno portato nel cuore della […]

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Culturalmente

Taylorismo e catena di montaggio: dinamiche e risvolti sociali

Agli inizi del Novecento, la produzione di beni di consumo, asse portante dell’economia capitalistica, portò all’elaborazione di una nuova organizzazione del lavoro, su base scientifica: il taylorismo, dal nome del suo ideatore, l’ingegnere statunitense Frederick Taylor. La pianificazione del lavoro di fabbrica definita “taylorismo” era finalizzata a razionalizzare il ciclo produttivo, eliminando sforzi inutili e tempi morti, definendo con precisione compiti, tempi e modi. L’applicazione pratica di questi principi aprì la strada alla catena di montaggio che, introdotta nel 1913 da Henry Ford per la fabbricazione dell’automobile Ford modello T, modificò ampiamente l’organizzazione del lavoro nelle industrie. La figura dell’operaio professionale ne risultò completamente trasformata, dal momento che egli perse ogni potere decisionale sui tempi e i modi del suo lavoro, e fu progressivamente sostituita dall’operaio-macchina, puro esecutore di compiti rigorosamente prestabiliti. Nella nuova organizzazione del lavoro, il processo produttivo era scomposto in un numero elevatissimo di operazioni elementari, che aumentavano la produttività e riducevano i tempi di produzione: l’operaio, di conseguenza, era chiamato a compiere sempre e solo il medesimo movimento, aggiungendo infinite volte un singolo elemento al manufatto in formazione sulla catena. Il taylorismo come principio di organizzazione sociale La catena di montaggio e la produzione in serie, da nuovo sistema di organizzazione del lavoro, finirono per incidere anche sulla modalità di accesso all’acquisto degli stessi beni di consumo posti sul mercato; pertanto, oltre al livellamento della persona sulle esigenze della produzione, che si compiva nei luoghi di lavoro, si associò nella vita quotidiana il conformismo dei comportamenti, indotto dal fatto che i consumatori subivano la massificazione di gusti ed atteggiamenti, servendosi soprattutto dei mezzi di comunicazione di massa. La società consumistica tendeva irresistibilmente a penetrare fino nelle coscienze imponendo stili, tendenze, valori, orizzonti culturali, costumi e abitudini. Il successo del consumismo e la sua affermazione in termini di massa, pertanto, sono stati agevolati dalla continua creazione capitalistica di nuovi bisogni: la merce, da appagamento di un bisogno, si impose gradualmente come sollecitatrice di bisogni, percepiti come veri e necessari, ma in realtà imposti all’individuo da parte di interessi sociali particolari che lo costringevano in un ingranaggio di cui egli stesso, alla fine, finiva per condividere la logica.  L’alienazione dell’operaio di ieri e del consumatore di oggi Tuttavia, pur producendo un effettivo, straordinario incremento della produttività e della ricchezza generale, i ritmi esasperati e la rigorosa disciplina introdotti dal macchinismo sul lavoro umano provocarono una micidiale frustrazione psicologica sull’esecutore, alienato, spersonalizzato, privo di creatività personale e ridotto sempre più a una parte della macchina complessiva. L’operaio non aveva più connotazioni artigianali che gli permettevano di vedere nel prodotto il risultato della sua creatività e abilità: Non a caso Charlie Chaplin, nella pellicola cinematografica Tempi moderni, scelse proprio la catena di montaggio, con la sua devastante ripetitività, per denunciare l’alienazione dell’individuo nella società industriale avanzata, fagocitato da un sistema penetrato in ogni ambito della sua esistenza. Il taylorismo, pertanto, sanziona il primato della fabbrica sul mercato e dell’offerta sulla domanda: ossia, in tale sistema le fabbriche non producono quello che i […]

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Culturalmente

Medicina nel mondo antico: storia, sviluppi e pregiudizi

È convenzione che ogni indagine sulle origini del pensiero medico occidentale abbia come punto di partenza il grado di evoluzione raggiunto dalla medicina nella civiltà greca arcaica. In realtà, le nozioni di malattia e medicina, prima di raggiungere la connotazione di “scienza” che caratterizzano l’opera di Ippocrate e i primi testi conservatici della letteratura medica occidentale risalenti al V secolo a.C., avevano già raggiunto un livello notevole in Oriente: infatti, i primi medici di cui abbiamo notizia provengono dalla Mesopotamia, come documentano i sigilli di medici professionisti risalenti al III millennio a.C.; ancora, nel codice di Hammurabi – dell’inizio del II millennio a.C. – sono contenute disposizioni precise su come un medico dovesse essere ricompensato o punito a seconda degli esiti delle sue prestazioni professionali. Fu però nell’antico Egitto che i medici, eredi della figura complessa del divino Imhotep/Asclepio, venerato per secoli come dio della medicina, praticarono un’arte evoluta, di cui resta ampia traccia nei sofisticati metodi d’imbalsamazione dei cadaveri. Significativa e copiosa è la letteratura medica tramandata dai papiri egiziani: il famoso Papiro Ebers, risalente al 1500 a.C., è il più antico testo medico che si conosca e contiene circa novecento ricette dedicate alla cura delle malattie più varie, combattute con il ricorso ad un’accorta farmacopea, ma anche con l’aiuto di formule magiche e di scongiuri. La pratica della medicina in Grecia e a Roma Le pratiche della medicina primitiva in Grecia non furono molto diverse da quelle in uso nel mondo orientale, dove gli uomini si affidavano ai rituali e alle piante prodigiose, per fronteggiare pestilenze e malattie inviate dalle divinità. È nell’azione di Ippocrate – il vero fondatore della medicina, in quanto aveva saputo separarla dalla filosofia e si era distinto per competenza medica e talento letterario – che è ricondotta la maturazione del pensiero medico nel V secolo a.C. La medicina razionale greca conobbe il suo pieno sviluppo ad Alessandria d’Egitto, la città fondata da Alessandro Magno sulla costa del Mediterraneo nel 331 a.C.: l’ambiente cosmopolita della nuova capitale della dinastia lagide, insediatasi dopo la dissoluzione dell’Impero macedone, offrì ai medici greci emigrati le condizioni ideali per condurre in piena libertà le loro ricerche anatomiche, che favorirono i progressi della scienza medica. Tuttavia, si era ben lontani dal concetto moderno di eziologia e di terapia causale, giacché Ippocrate si limitò a proporre l’uso di blandi medicamenti associandoli alle pratiche del clistere e del salasso; per spiegare questa sua profonda avversione per la chirurgia, è opportuno ricordare che, a quell’epoca, era sconosciuta ogni pratica anestesiologica e antisettica, con conseguenze fatali per i pazienti. La medicina a Roma, invece, si affermò relativamente tardi e, come in altri campi fondamentali della vita culturale e sociale, si sviluppò nel III secolo a.C.  grazie agli stimoli provenienti dal mondo greco. Tuttavia, essa si giovava di un sapere medico prescientifico e preletterario – con caratteristiche diverse a seconda dei vari popoli italici, per i quali la magia giocava un ruolo non secondario – che ha influito notevolmente nel successivo processo di valutazione critica, […]

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Culturalmente

Donne, lavoro e cultura tra coercizione ed emancipazione

L’evoluzione nei valori ed ideali della società ha da sempre influito in maniera determinante sulle possibilità per le donne di accedere agli impieghi retribuiti e a svolgere un ruolo significativo nell’economia. Esaminare il lavoro delle donne nelle società del passato sottintende la volontà di mettere in luce situazioni, comportamenti, ruoli che sono stati occultati, dimenticati, ma anche quella di riflettere, in senso storico, su continuità e mutamenti, su realtà che sono di lunghissima durata, in parte perché dipendono dal ruolo riproduttivo che la natura ha assegnato alle donne. Per le donne, infatti, l’identità di genere ha sempre prevalso sull’identità lavorativa: i salari femminili in età moderna erano inferiori a quelli maschili, perché considerate non specializzate, era impedito loro l’accesso alla formazione e all’educazione ed erano mantenute in uno stato di minorità e subordinazione. Molte donne lavoravano a domicilio ed erano raramente ammesse nelle associazioni di mestiere; inoltre, il dibattito filosofico sui diritti del “cittadino” escludeva le donne da tali diritti, identificandole con la “natura”: lo spazio pubblico della politica era di competenza degli uomini, quello privato della casa spettava alle donne. Tuttavia, le ricerche storiche hanno dimostrato l’importanza dei lavori svolti dalle donne, ma anche la diffusione di attività al limite della legalità, come il contrabbando e la rivendita di materiali da lavoro dei padroni. Artigianato, servizio domestico e commercio al dettaglio erano le occupazioni femminili più diffuse nelle realtà urbane, spesso determinate dalla specializzazione produttiva di alcune città; anche nei monasteri femminili esse lavoravano e producevano beni da mettere in commercio, non di rado entrando in conflitto con le organizzazioni corporative. Molto spesso si tratta di vedove che avevano “ereditato” il lavoro dei mariti: ad esempio, rammendavano le vele per le imbarcazioni, svolgevano il mestiere di muratore, fabbro o falegname. All’epoca della rivoluzione industriale si registrò una massiccia immissione di donne nelle manifatture, il che offrì loro maggiori possibilità di emancipazione. In particolare nell’Olanda seicentesca, le donne erano impiegate nella lavorazione della seta e del filo d’oro, nelle stamperie, nel commercio ambulante e, nell’Europa nord-occidentale, si rilevò perfino uno sviluppo imprenditoriale femminile: infatti, nelle città portuali, esse erano a capo di imprese industriali e commerciali, partecipando attivamente alle attività marittime di pesca e fondando compagnie mercantili. Non va trascurata, inoltre, la fondamentale presenza femminile nell’agricoltura, a tutti i livelli: servizio e attività salariata, contributo al lavoro dei campi svolto in famiglia, ma anche gestione di aziende agricole e commercializzazione dei prodotti della terra. Ma l’attività maggiormente monopolizzata dalle donne fu il lavoro a domicilio di filatura e tessitura svolto nelle campagne, a beneficio delle industrie e dei mercanti di città, secondo il modello detto della “protoindustria”. Il contributo della donna all’economia europea in età moderna Pertanto, non ci sono dubbi sull’effettiva partecipazione delle donne alle economie europee di età moderna. Si trattava di partecipazione formalizzata, ufficiale, regolata dalle leggi, ma anche sommersa, clandestina, illegale, eppure altrettanto diffusa e a volte persino tollerata dalle stesse autorità municipali e statali, perché necessaria alla sopravvivenza della popolazione. Economia di espedienti, arte di […]

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Cucina e Salute

Glutine o non glutine: guida per una spesa consapevole

Sempre più spesso, negli ultimi anni, si sta diffondendo una maggiore attenzione e sensibilità verso l’intolleranza al glutine. Il glutine è un complesso proteico contenuto nei semi di diversi cereali, in particolare nei semi di frumento, e proprio nel frumento fu scoperto nel 1728 da J. B. Beccari, chimico e accademico italiano del Settecento bolognese; venne in seguito studiato da Taddei (1818), mentre successive ricerche sistematiche condotte da Osborne (1901) ne confermarono le osservazioni, distinguendo nel glutine due sostanze chiamate rispettivamente glutenina (insolubile) e gliadina (solubile), differenziabili in base alla solubilità o meno in alcool diluito. Si presenta, ottenuto dalle farine di frumento, come una massa elastica, bianco-bruna, che per essiccamento dà granuli cornei. Per le sue proprietà adesive, il glutine trova impiego come collante nell’industria della carta, nell’appretto e nella stampa dei tessuti. Inoltre, conferendo agli impasti elasticità e struttura, la quantità e il grado di integrità delle proteine che compongono il glutine presente in una farina è un importante indice per valutarne la qualità e l’attitudine alla panificazione.  Celiachia: il fastidioso disturbo dell’intolleranza al glutine Tuttavia, durante la digestione ad opera di transglutaminasi intestinali, in alcuni soggetti si sviluppano anticorpi anti-transglutaminasi che determinano un processo infiammatorio ed alterazioni patologiche a carico dei villi intestinali: ciò nei bambini giunge a provocare perfino un arresto dell’accrescimento corporeo, sia staturale sia ponderale. Tale condizione patologica si definisce celiachia e pare diffondersi in modo sempre più accentuato, determinando una maggiore attenzione alla proposta alimentare, affinché essa risponda alle esigenze dei soggetti affetti da questa fastidiosa patologia. Esiste, inoltre, la sensibilità al glutine non celiaca (NCGS), un disturbo di recente introduzione, che designa la reazione avversa al glutine e la presenza dei sintomi tipici della celiachia, pur non essendo diagnosticabile quest’ultima dagli esami diagnostici. I prodotti senza glutine in commercio L’Associazione Italiana Celiachia ha registrato un marchio a tutela dei consumatori, la spiga sbarrata, al fine di certificare come idonei al consumo da parte della popolazione celiaca i prodotti alimentari privi di glutine. Oggigiorno, è possibile disporre di una vasta gamma di alimenti, che sempre più si concentrano negli appositi scaffali dei supermercati: abbonda, infatti, la disponibilità di mix di farine, pane, pasta, cereali da colazione, biscotti, merendine, grissini, snack dolci e salati, gallette e preparati per pizza privi di glutine, nei quali il fattore di elasticità e consistenza di quest’ultimo è ottenuto mediante addensanti naturali, come la cuticola di psillio, la lecitina di soia, l’agar agar, la farina di semi di carrube o la gomma xantana. Esistono, inoltre, svariati cereali e pseudo-cereali naturalmente privi di glutine, ricchi di proteine: il riso, l’amaranto, la quinoa, il grano saraceno e il miglio, ideali per estrarne farine da adoperare negli impasti casalinghi, oppure come cereali da lessare, condire e impiegare nella preparazione di ottime insalate fredde, primi piatti e polpette vegetariane. Infine, per il suo tenore proteico, il glutine è spesso usato come sostitutivo della carne in alcune diete vegetariane ed è la base del seitan, un alimento vegetale tipico della cucina tradizionale giapponese, altamente […]

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Culturalmente

Diotima di Mantinea: maestra di Socrate e dell’amore

«Ma adesso ti lascerò in pace. Dirò invece il discorso su Amore che ho ascoltato una volta da una donna di Mantinea, di nome Diotima, la quale era dotta su questa e molte altre questioni». Rientrato dal primo soggiorno in Sicilia, nel 387 a.C. Platone fonda l’Accademia e si dedica con rinnovato slancio agli studi di filosofia, orientando la sua riflessione verso la definizione della teoria delle idee. Nei dialoghi risalenti a questo fecondo periodo di studio, il filosofo rielabora in modo originale la lezione socratica, mettendo in luce il profondo legame interno alla sua filosofia tra conoscenza, etica e politica. Nello specifico, nel Simposio egli sviluppa un’analitica riflessione sulle modalità di conquista della conoscenza ideale da parte del soggetto e indica nell’amore la sola guida capace di condurre l’anima alla visione dell’idea di bello. Per presentare il tema dell’amore, cui attribuisce l’insostituibile ruolo di intermediario tra il filosofo e le idee, Platone sceglie come ambiente un banchetto, da cui il nome: riunitisi in casa del poeta Agatone per celebrare la sua vittoria in una gara di poesia, alcuni amici (tra cui vi è Socrate) decidono di celebrare, ciascuno con un personale elogio, le virtù dell’amore e uno dopo l’altro, tutti i commensali espongono la propria concezione dell’amore lasciando che sia Socrate a esprimersi per ultimo. Questo vivace affresco è composto da tutte le immagini dell’amore tipiche della cultura greca: la superiorità del delirio divino sulla razionalità, la presentazione dell’amore come atteggiamento che potenzia ogni forma di conoscenza e di azione, l’indicazione dell’atteggiamento contemplativo come vertice della conoscenza, la presentazione del filosofo come invasato dalla più alta forma di follia, l’amore di ciò che è ideale, sono temi sui quali il Simposio apre l’attenzione della filosofia. Diotima, maestra di Socrate, è introdotta da Platone nel Simposio per esporre la sua concezione dell’amore La forte aspettativa per il discorso di Socrate e l’intensità con cui egli mostra di aderire a quanto espone, rendono questo discorso la vera e propria enunciazione di una verità conclusiva: Eros è un’entità demonica generata dall’unione di Pòros (l’abbondanza) e Penìa (la povertà), e tale genesi accidentale è emblematica dell’indole contraddittoria di Eros, nella cui natura convivono le tensioni che nascono dal bisogno e dalla mancanza. Ne consegue che l’aspirazione a conoscere la bellezza sia una condizione destinata a rimanere uno stato di felicità solo potenziale: giacché il possesso della bellezza, precluso agli esseri umani, è prerogativa esclusiva della natura divina. Ma aspirare alla conoscenza, senza poterla possedere, è nella natura stessa della ricerca filosofica: l’amore si rivela, così, il privilegiato veicolo di conoscenza che il filosofo deve apprendere a orientare verso il bello ideale, «la bellezza in sé, pura, schietta, non toccata, non contagiata da carne umana, né da colori, né da altra vana frivolezza mortale». Socrate sceglie la forma dialogica per esporre il proprio «discorso» sull’amore. Nel suo encomio di Eros, infatti, il filosofo rievoca una conversazione avuta con la sacerdotessa Diotima, ricreando così l’atmosfera viva e aperta del suo dialogare: «Facendo fare dei sacrifici agli Ateniesi prima della peste, […]

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Riflessioni culturali

Tyche nel mondo greco-romano: la dea dell’imperscrutabile

Il concetto di sorte/fortuna, che nella mitologia greca confluisce nella dea Tyche, varia a seconda del contesto filosofico, religioso o letterario. La fortuna è interpretabile in senso “prescrittivo”, come concetto soprannaturale e deterministico, in base al quale vi sono forze che determinano il verificarsi di certi eventi, ed in senso “descrittivo”, ovvero in relazione ad eventi che hanno come esito la felicità o l’infelicità. Essa è, pertanto, il motore imprevedibile e incontrollabile delle circostanze, da lei plasmate in modo non razionalmente motivabile, di cui è impregnata ogni cultura. Dai Greci la Tyche, dea della sorte e del caso, è identificata con il fato ed è definita dal termine μοῖρα, dal verbo μείρομαι, “avere in parte”, dal momento che essi ritenevano che a ciascun uomo toccasse in sorte una porzione della sorte umana. Il termine Tyche, invece, ha la radice di τυγχάνω, “accadere”, che conferisce al termine una connotazione di inevitabilità, ben esemplificata da un passo dell’Aiace di Sofocle: «Aiace, mio signore, non c’è per gli uomini un male più terribile della sorte cui non è possibile sfuggire». La Tyche ne I miti greci di Robert Graves Menzionata nella Teogonia di Esiodo – opera nella quale il poeta delinea la genealogia delle varie divinità – fra le figlie di Teti e di Oceano, è una delle forze primigenie pre-olimpiche che, esclusa dall’Olimpo omerico, in età arcaica figura per lo più subordinata alle divinità principali. Stando a quanto scrive Robert Graves nel suo celebre volume I miti greci, «Tyche è la figlia di Zeus ed egli le diede il potere di decidere quale sarà la sorte di questo o quel mortale. A taluni essa concede i doni contenuti nella cornucopia, ad altri nega persino il necessario. Tyche è irresponsabile delle sue decisioni e corre qua e là facendo rimbalzare una palla per dimostrare che la sorte è cosa incerta». L’autore, inoltre, aggiunge in nota che si tratta di una divinità “artificiale” inventata dai primi filosofi, la cui ruota rappresentava in origine l’anno solare, come indica il suo nome latino, Fortuna (da vortumna, “colei che fa volgere l’anno”), ed era legata al destino del re sacro, sottoposto a una morte rituale allo scadere della sua buona sorte, allorquando avrebbe dovuto procedere alla vendetta sul rivale che l’aveva soppiantato. Il culto della dea Tyche è attestato in Attica dalla prima metà del IV secolo a.C., giacché il nome Ảγαθὴ τύχη, “buona sorte”, compare sempre più assiduamente nelle iscrizioni, e nel corso del IV secolo esso si formalizza e diventa popolare. Iconografia e amplificazione del suo ruolo in età ellenistica  Acquistò invece particolare importanza durante la crisi religiosa dell’ellenismo: Tyche, infatti, rappresentò non soltanto la personificazione del caso, nell’ambito di un pensiero scettico e pessimistico che dubitava delle divinità tradizionali e dei loro interventi provvidenziali, ma anche la forza oscura e sovrana di una divinità superiore a tutte le altre, inaccessibile, reggitrice dei destini secondo un disegno ignoto agli umani. A quest’ultima interpretazione, nettamente mistica, si affiancava quella più laica e storicistica di cui è principale […]

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Cinema e Serie tv

Us + Them: stravince al cinema il docufilm di Roger Waters

Il film concerto Us + Them esordisce al secondo posto al box office, seguendo Joker. In testa alle preferenze degli spettatori, il docufilm Us + Them è stato in programmazione nelle sale italiane per soli tre giorni, dal 7 al 9 ottobre 2019, distribuito da Nexo Digital. La pellicola, presentata in anteprima al Festival del Cinema di Venezia, ripropone lo spettacolo del cofondatore dei Pink Floyd e racconta la sua voglia di cambiare il mondo. Leader del gruppo, mente creativa, paroliere e ideatore dei temi che hanno improntato alcuni degli album più celebri, Roger Waters, noto per il suo attivismo politico – in particolare in supporto alla causa palestinese –, si è imposto a livello internazionale con il suo sorprendente tour di 157 concerti, tenuto tra maggio 2017 e dicembre 2018: un’incredibile sequenza di date sold out tra Nord, Centro e Sud America, Europa, Australia e Nuova Zelanda, con tappe in Italia a Milano, Bologna, Roma e Lucca. Il film, che ripropone integralmente lo spettacolo tenuto allo Ziggo Dome di Amsterdam, garantisce un’esperienza immersiva che consente di rivivere in 4K e Dolby Atmos la potenza dell’eccezionale tour, esaudendo perfettamente le aspettative legate alle leggendarie esibizioni dal vivo di Roger Waters, famose in tutto il mondo per gli straordinari effetti speciali, come i laser e le gigantografie. Il tutto è valorizzato dall’attenta regia di Sean Evans, direttore creativo del tour e già regista di Roger Waters: The Wall e dei video di The Last Refugee e Wait for Her. Us + Them: l’attivismo rock di Roger Waters Il valore aggiunto del concerto è, senza dubbio, il messaggio politico che Waters ha inteso veicolare. Sì, perché la scaletta non è solo ricca dei grandi classici dei Pink Floyd, ma i vari brani sono incastonati tra loro e reinterpretati in modo tale da inchiodare lo spettatore alle sue responsabilità, proponendogli crudamente il presente politicamente malsano. Così si è espresso Waters in merito al suo docufilm: «Non vedo l’ora che sia ottobre. Questo non è il classico concerto rock and roll. Molti spettatori piangeranno. Us + Them è un invito all’azione. Oggi l’Homo Sapiens si trova ad un bivio: possiamo far sì che l’amore sia l’elemento che ci unisce, possiamo sviluppare la nostra capacità di entrare in empatia con gli altri e agire collettivamente per il bene del nostro pianeta. Oppure possiamo rimanere comodi e insensibili e continuare, come pecoroni ciechi, a percorrere la nostra marcia omicida verso l’estinzione. Us + Them è un voto all’amore e alla vita». E in effetti nel suo tour, dal forte contenuto politico ed umanitario, Waters ha intessuto un incessante dialogo con il pubblico su tematiche di forte attualità ed urgenza mondiale. Sullo sfondo le immagini di guerra e dei viaggi di migranti Il film ha inizio con l’immagine di una donna di colore di spalle, seduta, che osserva il mare: una migrante che scruta nell’acqua il suo futuro senza scampo, sovrastata da un cielo che si tinge di rosso. La tragedia dei migranti e la battaglia per […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Mediterraneo: conclusa la mostra temporanea al MANN

«Il Mediterraneo è un immenso archivio e un profondo sepolcro» (Predrag Matvejević) Si è conclusa il 12 settembre la mostra temporanea “Mediterraneo”, nata in sinergia con la casa editrice ilfilodipartenope lo scorso 29 luglio. Svoltasi nel Salone della Meridiana e organizzata dalla Biblioteca del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, l’esposizione si è incentrata sul ruolo del Mediterraneo: «La riflessione – come si legge nei pannelli-guida del percorso – sulle antiche civiltà, sui luoghi, sugli uomini che lo attraversano da secoli, sostanzia la mostra che unisce gli antichi libri della Biblioteca d’Istituto e i moderni libri d’artista de ilfilodipartenope – piccola casa editrice artigiana nata a Napoli nel 2003. Il mare si respira nelle gemme di sale, nel dolore delle migrazioni, nei libri che hanno le copertine impastate con le sabbie dei paesi, vicini o remoti, di cui narrano». Il percorso espositivo si snoda attraverso due fili tematici: il concetto di Magna Grecia, in armonia con la recente riapertura della preziosa collezione del Museo, e il concetto di Mare nostrum, coerentemente con il legame speciale del Museo con il Mediterraneo, non solo per la ricchezza di reperti da esso provenienti nelle sue collezioni, ma anche per la centralità che il MANN sta assumendo nel panorama delle mostre internazionali, che ospita e alle quali aderisce con i suoi prestiti, come la recentissima mostra sugli Assiri. Mediterraneo e Magna Grecia Il percorso “Magna Grecia: anticipazioni e sviluppo di un’idea”, ha inteso valorizzare il patrimonio librario del MANN. «Magna Grecia è il percorso – così si legge percorrendone le tappe – tracciato attraverso i preziosi volumi della Biblioteca d’Istituto. Pubblicate tra Cinquecento e Ottocento, per l’autorevolezza e la fama dei loro autori, le opere in mostra segnano delle tappe miliari nella storia degli studi e delle esplorazioni archeologiche in Magna Grecia. L’esposizione nasce con l’intento di evocare nel visitatore la costruzione dell’idea di Magna Grecia, a partire dalla fortuna editoriale di alcuni classici, come Strabone – storico di I sec. a.C., autore della Geographia, in cui descrive tutte le regioni del mondo abitato toccate nei suoi numerosi viaggi, includendo l’Italia e le colonie di Magna Grecia – nei secoli delle grandi esplorazioni, per continuare con gli studi di autori e geografi eruditi del Rinascimento e del Barocco, con la documentazione degli scavi settecenteschi fino agli scritti dei grandi viaggiatori del Grand Tour. Le opere, dall’innegabile valore documentale, sono state scelte anche per la rarità, la pregevolezza dell’edizione e per lo straordinario apparato iconografico che le correda: acqueforti e tavole realizzate dai più grandi disegnatori e incisori del tempo». Ed hanno senza dubbio incantato i visitatori le splendide carte geografiche e tavole topografiche dell’esposizione: tra di esse, la prima edizione, datata al 1592, del volume Rariora Magnae Greciae Numismata di Prospero Parisio, in cui figura una delle prime rappresentazioni cartografiche della Magna Grecia; le Dissertationes de Campania Felice di Camillo Pellegrino, che rappresentano, per accuratezza delle fonti bibliografiche e della ricerca storica, una delle opere principali della prima metà del XVII sec. sulla Campania antica, […]

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Musica

Testamento del maiale: la riscrittura di Vinicio Capossela

Il noto cantautore Vinicio Capossela si è ispirato alla parodia latina di un testamento, che ha come protagonista il maiale.  La tradizione dell’allevamento, della macellazione e dell’impiego di carne di maiale è molto antica, tant’è che figurava nei riti sacrificali e nel consumo rituale; inoltre, nel folklore alimentare esso ha sempre rivestito un ruolo notevole, costituendo, insieme ai beni dell’orto, uno dei principali soggetti della dispensa del contadino: allevato in casa, infatti, il maiale ne costituiva la ricchezza, garantendo la sopravvivenza di intere famiglie, mentre la sua macellazione nel periodo più freddo dell’anno rappresentava una festa comunitaria, in grado di coinvolgere parenti e vicinato. Il maiale fa testamento ne “La ballata del porco” di Vinicio Capossela Nel suo ultimo album, “Ballate per uomini e bestie”, undicesimo lavoro in studio, il cantautore Vinicio Capossela si rapporta con storia, letteratura, filosofia, religione, poesia, figurando quale prezioso menestrello contemporaneo. Come egli stesso ha dichiarato, «I protagonisti sono animali antropomorfizzati in una dimensione plurale e ricca di spunti e mezzi narrativi». Ebbene, all’interno di questa preziosa miscellanea spicca “La ballata del porco”, nella quale il maiale, animale simbolo della civiltà contadina, dopo una vita d’ingrasso mette in luce il tema del sacrificio: la creatura più prossima all’uomo, tanto negli organi interni, quanto nei nomi e negli aggettivi, fa testamento, continuando in tal modo a vivere con tutto il suo “corpo”, che è appunto anagramma di “porco”. Il Testamentum Porcelli: parodia di un testamento e folklore popolare Si tratta di un brano che senza dubbio trae spunto da un testo latino molto singolare, prodotto nel III-IV sec. d.C., periodo che vede il fiorire dei più importanti giuristi della storia del diritto romano. In questo contesto, l’importanza degli studi sulle leggi e sul diritto trova una curiosa conferma in una divertente parodia del diritto testamentario che va sotto il nome di Testamentum Porcelli, o più precisamente Testamentum Grunni Corocottae Porcelli: un maiale, avendo capito che è ormai giunta l’ora della sua fine per mano del cuoco, stende in forma perfettamente legale, con tanto di notaio e di testimoni, le sue ultime volontà, lasciando amici e parenti eredi dei propri beni. L’intreccio fra la tradizione favolistica dell’animale parlante e la tecnica parodica che degrada un argomento serio fanno di questo breve testo un interessante documento letterario, unitamente al ruolo fondamentale del maiale nelle società agricole e alle tradizionali usanze che accompagnavano la sua macellazione. Il testo, di autore ignoto, è citato nel IV sec. d.C. da San Gerolamo – traduttore in latino di parte dell’Antico Testamento e dell’intera Scrittura ebraica – nella prefazione al Commentario ad Isaia, il quale aggiunge che esso era letto a mo’ di filastrocca dagli studenti delle scuole, suscitando il riso generale. E così l’animale che per gusti, sapori, nobiltà e versatilità, meglio rappresenta lo stretto e continuo legame fra il passato remoto ed i tempi moderni, elenca le sue molteplici benemerenze verso l’umanità. Eccone un estratto: «E il maiale viene afferrato dai servi il sedicesimo giorno delle calende di Candelora [potrebbe trattarsi […]

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Napoli e Dintorni

Solfatara di Pozzuoli: notizie storiche e curiosità

La Solfatara, sita a circa tre chilometri dal centro di Pozzuoli, è un antico cratere vulcanico – uno dei quaranta vulcani dell’area flegrea – attualmente ancora attivo, ma quiescente, che rappresenta oggi una sorta di sfiatatoio del magma presente al di sotto dei Campi Flegrei, riuscendo a preservare una pressione costante dei gas sotterranei mediante fenomeni di vulcanismo secondario perduranti da circa due millenni, come fumarole di vapore acqueo, mofete (esalazioni di CO2), solfatare (emissioni calde di composti gassosi dello zolfo) e vulcanetti di fango che eruttano argilla, trasportata in superficie da emissioni di gas. I pozzi di fango bollente che si formano all’interno di esso sprigionano esalazioni tossiche a base di anidride carbonica e idrogeno solforato. Dalla principale fumarola della Solfatara, la Bocca Grande, fuoriescono vapori fortemente tossici; tali esalazioni si depositano sulle rocce circostanti, conferendo una colorazione giallo-rossastra. La sua formazione è avvenuta circa quattromila anni fa: chiamata da Plinio il Vecchio Colles o Fontes Leucogei (dal greco λευκός, “bianco”), con riferimento alle terre biancastre dovute all’azione disgregante del vapore acqueo sulle rocce magmatiche, e considerata da Strabone come la dimora del dio Vulcano e l’ingresso per gli Inferi, la Solfatara è già nota in età imperiale, allorquando diventa oggetto di una attività mineraria per l’estrazione di bianchetto, impiegato come stucco. Tale attività estrattiva raggiunge il suo culmine nel Medioevo, fase in cui si estraggono la polvere d’Ischia, il rosso di Pozzuoli, la terra gialla, la piombina, il bianchetto e lo zolfo. Nell’Ottocento l’area si trasforma in un rinomato stabilimento termale, grazie a vapori, fanghi ed acqua ritenuti terapeutici: infatti, a seguito delle precipitazioni meteorologiche, sono riemerse le fondamenta di piccoli edifici, riferibili agli impianti destinati ai frequentatori che vi giungevano per curarsi. In effetti il suo fango, utilizzato per fini termali, è ricco di minerali quali boro, sodio, magnesio, vanadio, arsenico, zinco, iodio, antimonio, rubidio. La sua acqua termominerale era considerata prodigiosa per la cura della sterilità femminile: in miniatura del Codice Angelico si notano donne immerse fino alla vita in una vasca, mentre tra le rocce un personaggio alimenta le fiamme e le esalazioni provenienti da varie fumarole. Quest’acqua, inoltre, era impiegata per alleviare i sintomi del vomito e dei dolori allo stomaco, per favorire la guarigione dalla scabbia, distendere i nervi, acuire la vista e lenire i brividi della febbre. A tale scopo, sempre nell’Ottocento sono realizzate delle Stufe – chiamate una “del Purgatorio” e l’altra “dell’Inferno” a causa della variazione di temperatura tra le due – ricavate da due grotte naturali rivestite di mattoni, sfruttate ai fini termali grazie ai vapori delle fumarole: oggi non sono più utilizzate, ma nel periodo di piena attività delle cure termali esse consentivano agli avventori di sostare all’interno per pochi minuti, al fine di inalarne i vapori solfurei ritenuti ottimali per la cura di patologie delle vie respiratorie e della pelle.  La Solfatara e il fenomeno del bradisismo Tale attività termale, unitamente all’estrazione mineraria, conosce un graduale declino a seguito dei progressi della scienza medica, fino all’interruzione definitiva […]

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Napoli e Dintorni

Trekking in Campania: le mete più suggestive

La Campania, terra ricca di paesaggi montuosi e di mete balneari tra le più belle d’Italia, offre molteplici opportunità per gli amanti del trekking, custodendo luoghi incantevoli, paesaggi incontaminati e riserve naturali spesso sconosciute a chi vive immerso nei ritmi frenetici della città. Tra le mete preferite dagli appassionati dell’avventura e dei percorsi tortuosi fra mare e montagna, la Campania propone diverse opzioni di escursionismo nel territorio lungo percorsi mozzafiato, di cui vi proponiamo una carrellata. I luoghi del trekking in Campania Trekking sul Monte Faito Il Monte Faito, costituito prevalentemente da calcari e dolomie depostesi in mare, con i suoi 1.131 metri è la vetta più alta dei Monti Lattari, da cui si gode una vista ineguagliabile sulla penisola sorrentina, sulla costiera amalfitana, sul golfo di Napoli e sul Vesuvio. L’incantevole itinerario naturalistico consente percorsi di trekking attraverso faggete secolari ed antiche neviere, nelle quali per secoli la popolazione locale ha immagazzinato il ghiaccio da utilizzare durante la calura estiva. Il Canyon dell’Inferno, il Sentiero dei Monaci e il Tratturo di San Pasquale L’affascinante percorso di trekking ad anello nel Parco regionale del Matese attraversa parte della Valle dell’Inferno fino a Valle Orsara, continua lungo il Sentiero dei monaci fino al campanile di San Pasquale, per poi ritornare a Piedimonte attraverso l’antico tratturo, uno dei “cammini storici d’Italia”, dove la natura irrompe in tutta la sua forza e bellezza. È indubbiamente una delle zone più suggestive e selvagge del Matese, con tratti boschivi, panorami vertiginosi, ruderi di pastori, dove è possibile imbattersi nelle aquile, che vi nidificano: un’avventura in uno dei canyon più profondi d’Europa, caratterizzato da altissime pareti rocciose, sorgenti, grotte e cascate. La Valle del Tusciano e la grotta di San Michele È senza dubbio una delle mete più importanti degli antichi itinerari religiosi europei, ubicata tra i monti Picentini, nel salernitano. Il sentiero, che attraversa il vallone del fiume Tusciano e il monte Raione, tra macchia mediterranea, boschi, olivi, sorgenti e fabbriche medievali, consente di raggiungere la suggestiva Grotta di San Michele ad Olevano, al cui interno gruppo di monaci orientali edificarono un un complesso religioso di IX-­X secolo, contenente preziosi affreschi. Il percorso di trekking tocca numerosi punti di interesse storico e ambientale, tra cui i ruderi dell’antica cartiera amalfitana, orgoglio tutto campano, e le spettacolari gole del Tusciano, circondate da impressionanti pareti a picco. Gole, forre e sentiero delle miniere a Cusano Mutri Ubicata sul versante sud del Matese, inglobato nell’antico Sannio Pentro, oggi al confine tra Campania e Molise, offre aree naturali e siti di interesse naturalistico lungo il corso del fiume Titerno, ricche di sentieri, grotte, forre e gole, alcune raggiungibili tramite un apposito sentiero guidato, altre visitabili con l’ausilio di guide esperte, mediante imbracature collegate a delle corde di acciaio fissate nella roccia. L’incantevole paesaggio circostante comprende anche gallerie esplorative e di estrazione della bauxite spesso affiorante in superficie, da sempre chiamata “pietra rossa” dalla popolazione locale. Il Ponte Tibetano di Laviano Inaugurato solo nel 2015, il ponte sorge sul massiccio […]

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Napoli e Dintorni

Port’Alba: il varco dei libri nel cuore di Napoli

Port’Alba è una delle porte antiche della città di Napoli, collocata sul lato sinistro di piazza Dante, e il suo storico arco simboleggia l’ingresso verso il centro storico della città, nel decumano maggiore; in origine vi era ubicato un vecchio torrione di guardia e la zona era soprannominata “Largo delle Sciuscelle” per la notevole presenza di alberi di carrube. Essa trae il proprio nome da don Antonio Álvarez de Toledo, duca del comune spagnolo di Alba de Tormes, nobile e statista del Regno di Spagna e del vicereame di Napoli, discendente del celebre viceré Don Pedro de Toledo, che ne dispose l’erezione nel 1625 all’interno dell’antica murazione angioina: la popolazione, infatti, per poter transitare più agevolmente verso la parte interna della città, oltre le mura greche, aveva praticato un pertuso, ovvero un’apertura posticcia nel torrione originario, che il duca d’Alba provvide diverse volte a far chiudere; tuttavia, di fronte alla resistenza degli abitanti della zona che continuavano a riaprirlo, si vide costretto a rendere l’apertura “ufficiale”, affidando la realizzazione dell’opera all’architetto Pompeo Lauria, che fregiò la porta con i tre stemmi di Filippo III di Spagna, della città di Napoli e del Viceré, il funzionario reale a governo del vicereame. Port’Alba: un varco nella storia  Qualche anno dopo, nel 1656, il pittore Mattia Preti, uno dei più importanti esponenti della pittura napoletana, aggiunse alla costruzione alcuni affreschi raffiguranti la Vergine con San Gennaro e San Gaetano e la scena dei moribondi appestati; molto dopo, nel 1781, vi fu collocata la statua di San Gaetano, ubicata in origine nella Porta dello Spirito Santo – che costituiva l’ingresso da nord e dall’area collinare alla città sorto in sostituzione dell’antico accesso duecentesco – demolita nel corso del Settecento a causa dei problemi che causava al “traffico” del tempo, ma anche per le sue precarie condizioni di stabilità; sia gli affreschi che la statua non sono più esistenti. Nel 1797 furono eseguiti dei lavori di rifacimento e di ampliamento che resero la porta così come appare attualmente, mentre l’iscrizione che vi fu posta e che menzionava Ferdinando IV di Borbone fu abbattuta nel corso dei rivolgimenti della Repubblica Napoletana del 1799. Vi hanno avuto luogo, nel corso dei secoli, svariati fatti di cronaca, come la morte di Maria ‘a rossa, giovane donna dai capelli rossi che, regredita mentalmente e fisicamente a causa del suo amore perduto, e in conseguenza di ciò evitata e segnalata da tutti come la “strega di Port’Alba”, fu condannata a morte dall’Inquisizione, rinchiusa in una gabbia sospesa a un gancio sotto l’arco della Porta e lasciata morire di fame e di sete, pronunciando parole di minaccia che qualcuno sostiene di aver sentito riecheggiare tutt’oggi, proferite da un’ombra che di notte si aggira nel luogo. Port’Alba: l’angolo dei libri senza tempo La porta, luogo di passaggio per raggiungere Piazza Bellini ed addentrarsi nel centro storico di Napoli, immette all’omonima via Port’Alba, celebre per il mercato librario che vi si svolge e i cui edifici risalgono al Settecento. Una volta varcata la […]

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Culturalmente

Ipazia: «astro incontaminato della sapiente cultura»

Ipazia, la filosofa d’Alessandria d’Egitto Alessandria d’Egitto, prima metà del V sec. d.C.: fulcro della sapienza del mondo antico, principale centro neoplatonico – insieme ad Atene – in grado di garantire la continuità degli antichi riti, oltre che teatro di fanatismi ed intolleranze sistematiche e reciproche. In un rissoso clima di lotte religiose fra ebrei, cristiani e pagani aderenti al culto di Serapide, brilla la figura di Ipazia, «Figlia del filosofo Teone, che ottenne tali successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo», come afferma Socrate Scolastico, teologo e storico della Chiesa dell’Impero Romano d’Oriente. Ipazia fu istruita dal padre nella matematica e, come sostiene Filostorgio, storico della Chiesa, «Divenne molto migliore del maestro, particolarmente nell’astronomia». Pur celebrata dal mondo della cultura a lei contemporaneo, i suoi scritti non ci sono giunti, ad eccezione dei titoli di tre opere. I progressi sulle conoscenze ereditate fino ad allora sono rivendicate da Sinesio, il più fedele e famoso degli studenti di Ipazia, poi convertitosi al Cristianesimo e fatto vescovo di Cirene, il quale riferisce della costruzione di un astrolabio «concepito sulla base di quanto mi insegnò la mia veneratissima maestra». Il filosofo bizantino Damascio aggiunge: «Ella non si accontentò del sapere che viene dalle scienze matematiche e, non senza altezza d’animo, si dedicò anche alle altre scienze filosofiche». Un altro elemento, sottolineato dal lessico bizantino di Suida, è il pubblico insegnamento da lei esercitato, la cui audacia sembra quasi voluta, come un gesto di sfida: «Così la donna, indossando il mantello dei filosofi nel percorrere le strade in mezzo alla città, era solita spiegare pubblicamente, a coloro che desiderassero ascoltare, Platone o Aristotele o qualunque altro dei filosofi. Giunta al colmo della virtù pratica riguardo all’insegnamento, diventata anche giusta e saggia, rimaneva vergine, pur essendo così grandemente bella ed avvenente».  Il contesto storico dell’insegnamento di Ipazia Nell’ultimo decennio del IV secolo ad Alessandria, a seguito dell’emanazione dei decreti teodosiani, sono demoliti i templi dell’antica religione, in conformità alla volontà di distruzione di una cultura alla quale anche Ipazia appartiene. Nel 391 il patriarca cristiano di Alessandria, Teofilo, assedia il Serapeion, tempio consacrato a Serapide e biblioteca minore di Alessandria, a capo di una folla inferocita ed eccitata dal fanatismo religioso nell’ambito del confronto tra la comunità cristiana di Alessandria e i non cristiani. Purtroppo l’arroganza dottrinale del Cristianesimo delle origini produsse un sistema totalmente oppressivo e liberticida sul piano pratico, polverizzando tracce notevoli della sapienza antica e rendendo un delitto passibile di morte il continuare a seguire la religione dei padri. Il clima sociale di Alessandria d’Egitto era, dunque, a cavallo tra IV e V secolo, molto instabile: la comunità cristiana era la più forte e teneva a far valere questo suo potere. Cirillo rappresentava il massimo potere ecclesiastico, mentre Ipazia era il fulcro della cultura, occupando la prestigiosa cattedra di filosofia; ma il vescovo cristiano doveva detenere il monopolio della parrhesia, la libertà di parola e di azione. Una martire del libero pensiero La fine di Ipazia fu terribile: nel marzo del […]

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