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Eroica Fenice

Cucina e Salute

Zeppole al forno e fritte: ricetta, consigli e storia

Zeppole al forno o fritte, scopriamo come farle al meglio! Come molte delle tradizioni culinarie campane, anche le zeppole al forno, meglio note come zeppole di San Giuseppe, gustate soprattutto dai napoletani il 19 marzo, hanno origini antiche. Infatti nell’antica Roma il 17 marzo (due giorni prima della attuale festività sacra di San Giuseppe), si celebravano i Liberalia, feste in onore di Liber pater, dio italico della fecondità e del vino, e della consorte Libera (generalmente identificata con Proserpina). Durante queste celebrazioni, le famiglie romane consumavano la colazione in strada e si dedicavano a ogni tipo di giochi e divertimenti; i campi, protetti dal dio, riposavano e i ragazzi che avevano raggiunto i sedici anni consacravano ai Lari la bulla, una collana donata loro appena nati, la prima barba e la toga praetexta, sostituita dalla toga virilis, con la quale passavano dallo stato di puer a quello di adulto, dotato di un proprio praenomen. Le sacerdotesse di Liber, per ingraziarsi il dio, che presiedeva ai fanciulli, vendevano e deponevano sugli altari coronati di edera, frittelle a base di frumento (frictilia, simili agli antenati delle chiacchiere). Oggi si ritiene che siano proprio quelle frittelle romane le discendenti delle attuali zeppole di San Giuseppe, sebbene la festa vanti anche origini cristiane: secondo una tradizione di epoca romana, dopo la fuga in Egitto con Maria e Gesù, San Giuseppe dovette vendere frittelle per poter mantenere la famiglia in terra d’Africa. Il culto del padre falegname di Gesù, noto fin dal 1030 presso i monaci benedettini, si affiancava all’arrivo della primavera e della potatura e semina: per festeggiare il santo, celebrato per volere di Gregorio VI dal 1621, e per propiziarsi la prossima raccolta, ogni capofamiglia invitava i poveri al desco dando loro il seme della decima. Su queste tavole, ancora oggi note come tavole di San Giuseppe (in Sicilia e Puglia si preparano il 18 marzo), non mancano i tradizionali dolci, cotti anche sugli annuali falò di San Giuseppe, accesi durante i cosiddetti “riti di purificazione agraria”. La prima ricetta delle zeppole napoletane, oggi preparate anche per festeggiare i papà (la festa rende omaggio alla paternità in generale dal 1968), si deve al celebre gastronomo napoletano Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino, che la redasse nel suo trattato in lingua napoletana, Cucina teorico-pratica, nel 1837. Secondo la tradizione il duca imparò i segreti della frittura dalle monache di San Basilio nel convento di San Gregorio Armeno, sebbene molte delle ricette contenute nel trattato siano di ispirazione francese. Altri ne attribuiscono l’invenzione alle monache della Croce di Lucca o a quelle dello Splendore, note per inventare un dolce nuovo a ogni festività. All’impasto originario di Cavalcanti, simile alla pasta choux della pasticceria d’oltralpe, di acqua, farina e olio, si sono aggiunti uova, aromi agrumati e una doppia frittura prima in olio per la lievitazione, e poi nello strutto fuso per la doratura (anche se negli ultimi anni si è diffusa anche una variante al forno più leggera e meno calorica). Un tocco napoletano alla semplice […]

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Culturalmente

Faith Herbert, l’eroina XXL che amano tutte le ragazze

Dimenticate Catwoman, dimenticate Wonderwoman, dimenticate la Donna Invisibile e quella di fuoco. Dimenticate quelle super-eroine bellissime, magre e dal fisico perfetto.  Oggi a combattere il crimine è stata creata una nuova super donna. Si chiama Faith Herbert, di giorno è una blogger di gossip, di notte si trasforma in una paladina della giustizia che difende i cittadini di Los Angeles dai criminali e dagli attacchi alieni. Segni particolari? È una super eroina tutta curve e porta la taglia XXL. Nata dalla matita di due disegnatrici americane, Francis Portela e Marguerite Sauvage, con la sceneggiatura dell’autrice Jody Houser (che vanta anche collaborazioni con la Marvel – “Max Ride: Ultimate Flight”, “Avengers: No More Bullying”), Faith è l’eroina “della porta accanto”, quella che ciascun lettore inviterebbe in pasticceria o magari a cena. Protagonista di un fumetto pubblicato in Italia dalla casa editrice perugina Star Comics nota per le sue numerose collane di manga e supereroi, Faith è già amata da tutti gli appassionati di strisce a colori che in America, dopo la pubblicazione della miniserie che la vede protagonista a cura della newyorchese Valiant Comics (nell’ambito del progetto “The Future of Valiant”, teso a raccontare eroi diversi da quelli tradizionali, eroi moderni e futuristici), l’hanno premiata con cinque ristampe, un vero record di rapidità di ristampa nella storia del fumetto. Il primo numero presentato in occasione del Lucca Comics&Games (28 ottobre – 1 novembre 2016) da “mamma” Portela e disponibile in tutte le librerie e fumetterie (oltre che su Amazon) da metà novembre, è costituito da 128 pagine a colori e contiene la storia dal titolo “Hollywood e la vigna”, nella quale il lettore scopre in che modo Faith Herbert è diventata Zephyr (anche se ai lettori è nota con il nome di Faith, sua identità segreta, e non con quello da super eroina). Faith Herbert, un’eroina “cicciottella” che non parla di diete e vola avvolta in una maxi tutona  Alta, bionda, “cicciottella”, ha gli occhi azzurri e non ama le diete. Dopo la perdita di entrambi i genitori in un incidente stradale, aveva sempre desiderato essere un super eroe e avere super poteri, esattamente come quegli eroi delle cui avventure è appassionata e protagonisti dei racconti amati dalla madre e dal padre, fino al momento in cui scopre di essere dotata di poteri telecinetici. E così inizia la sua vita da super eroina fra un post per il suo blog Zipline (dove scrive con lo pseudonimo di Summer Smith), scritto in sospensione sui fili del telefono e il salvataggio di qualche cittadino, fra la squadra di supereroi “The Renegades” di cui fa parte e la lettura dei libri di Tolkien, autore da lei tanto amato, fra i dubbi sulla sua tutona bianca e azzurra e la visione a loop della saga di Star Wars, di cui conosce ogni battuta. Ironica, positiva, solare e molto modaiola, ha un certo successo con gli uomini (Chris Chriswell, l’attore di cinecomics hollywoodiani più quotato del momento, vuole incontrare proprio lei!) che adorano le sue curve messe in risalto […]

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Cucina e Salute

I dolci di San Valentino: peccati di gola

S. Valentino. Ogni anno il 14 febbraio è celebrata la festività che prende il nome dal santo e martire cristiano Valentino, originario della città di Terni. Istituita nel 496 da papa Gelasio I, la festa sostituì i riti romani purificatori dei lupercalia celebrati in onore del dio Fauno (detto lupercus perché protettore del bestiame dai lupi) sul colle detto Lupercale, dove i gemelli fondatori di Roma sarebbero stati allattati dalla lupa. L’origine dell’associazione del santo al patronato della festa dedicata agli innamorati è piuttosto controversa. La tradizione più accreditata è relativa al circolo di Geoffrey Chaucer, che nel suo poemetto onirico in 700 versi, Il Parlamento degli uccelli, associa questa ricorrenza al matrimonio tra il sovrano inglese Riccardo II e Anna di Boemia, riferendosi probabilmente al risveglio della natura a metà febbraio e al conseguente accoppiamento dei volatili. La storia della festa di San Valentino, tra leggenda e consumismo Inoltre sono numerosi i racconti che coinvolgono innamorati e con protagonista il giovane Valentino vissuto nel III secolo d. C., anche se la notorietà internazionale si deve alla leggenda anglosassone secondo la quale egli era solito donare ai giovani un fiore del suo giardino. Si narra che un giorno egli, passeggiando per le strade della sua città, abbia notato una giovane coppia litigare e, dopo aver donato loro una rosa (simbolo di amore e di passione) da stringere nelle mani intrecciate, i due ragazzi si siano allontanati riconciliati. Un’altra versione della leggenda racconta del volo sui loro capi di una serie di uccellini in amore invocati da Valentino. Secondo un’altra leggenda Valentino avrebbe unito in matrimonio, dopo averlo battezzato, un centurione romano, Sabino, e una giovane cristiana malata, Serapia, il cui amore era ostacolato dai genitori di lei. Le fonti tramandano anche la storia d’amore del giovane Valentino imprigionato durante il regno di Claudio II per essersi opposto alla legge che vietava il matrimonio con soldati romani: scriveva alla figlia cieca del carceriere firmandosi “il tuo Valentino”. Dal Medioevo si è cominciata a diffondere, soprattutto in Francia e in Inghilterra, la celebrazione della festa di San Valentino, con lo scambio di messaggi d’amore (le cosiddette “valentine”) e di regali tra innamorati, e ciò soprattutto per ispirazione dei monaci benedettini, affidatari in Italia della basilica dedicata al santo presso la città di Terni. La città del santo invoca ancora oggi San Valentino come principale patrono, e in città la domenica precedente il 14 febbraio è celebrata la famosa festa della promessa, in occasione della quale giungono in città centinaia di giovani che convoleranno a nozze durante l’anno. Ma è dal XIX secolo che la festa ha preso ad alimentare la commercializzazione di prodotti legati alla ricorrenza quali biglietti, regali e altri doni come cioccolatini e altre golosità. Si è stimato che sia la seconda festa annuale dopo il Natale come numero di biglietti e frasi d’amore inviati e acquistati (Valentine’s Day Greetings). L’uso di scambiare biglietti e messaggi d’amore risalirebbe al XV secolo: la prima “valentina” fu scritta da Carlo d’Orléans, all’epoca detenuto nella Torre di Londra dopo […]

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Attualità

I migranti climatici: un report sui nuovi migranti

Migranti climatici: chi sono e quali sono i diritti delle vittime dei cambiamenti ambientali Nell’Agenda 2030 (valida nel periodo 2015-2030), nella quale sono elencati 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (e 169 target specifici), concordati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, si rendono noti non solo preoccupanti dati relativi alla povertà, alla fame, all’istruzione, ai cambiamenti climatici, all’acqua e all’ambiente, all’uguaglianza sociale, ma si sottolinea anche l’urgenza di «adottare misure urgenti per contrastare il cambiamento climatico e i suoi impatti», specificando che proprio l’Asia e il Pacifico sono fra i più vulnerabili agli effetti dello stesso cambiamento climatico (obiettivo 13). Sono infatti proprio i cambiamenti climatici ad aver contribuito alla definizione sociale dei cosiddetti migranti climatici. Tuttavia, questo termine era già stato introdotto da Lester Brown nel lontano 1976, quando il migrante climatico era chi era costretto ad allontanarsi forzatamente dalla propria residenza a causa di un estremo evento climatico e il numero dei migranti climatici non era ancora ben definito. Poi, nel 1989, l’ex direttore dell’Agenzia per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP), Mustafa Tolba, parlò di circa 50 milioni di potenziali migranti climatici. Nel 1990 l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) accese i riflettori sulle migrazioni quale conseguenza della “crisi climatica”, per poi accettare i pronostici del professor Norman Myers, nel 1997, che ipotizzò 25 milioni di persone, anticipando che il numero sarebbe cresciuto fino ai 200 milioni nel 2050. Ebbene, nonostante le stime di Myers furono ritenute infondate, sembra proprio che l’ambientalista inglese avesse calcolato con una certa precisione, quanto sta accadendo attualmente. Infatti,  secondo la Banca Mondiale, entro il 2050, fino a 143 milioni di persone che attualmente vivono nei paesi dell’Africa sub sahariana (86 milioni), dell’Asia meridionale (40 milioni) e dell’America Latina (17 milioni), potrebbero muoversi forzatamente. Dal 2008 sono già 25 milioni le persone che ogni anno sono costrette a lasciare le proprie case (Internal Displacement Monitoring Center (IDMC). Ma chi sono i migranti climatici? Queste persone, costrette a migrare a causa dell’impatto dei cambiamenti climatici sulla propria vita presente e futura, sono stati definiti in più modi: migranti forzati dall’ambiente (forced environmental migrant o environmentally motivate migrant), rifugiati climatici (climate refugee), rifugiati “a causa del cambiamento climatico” (climate change refugee), persone abitanti a causa delle condizioni ambientali (environmentally displaced person), rifugiati a causa dei disastri ambientali (disaster refugee),  “eco-rifugiati” (eco-refugee). I migranti ambientali sono persone o gruppi di persone che, per motivi imperativi di cambiamenti improvvisi o progressivi per l’ambiente che influenzano negativamente la loro vita o le condizioni di vita, sono obbligati a lasciare le loro case abituali o scelgono di farlo, in maniera temporanea o definitiva, e che si spostano sia all’interno del loro paese sia uscendo dai confini del proprio Paese. Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (IOM). Il riscaldamento globale, l’effetto serra e l’aumento delle temperature, l’acidificazione degli oceani, lo scioglimento dei ghiacciai e del permafrost, l’innalzamento delle acque, il repentino mutamento delle condizioni meteorologiche, l’intensità di eventi meteorologici quali siccità e cicloni, incendi, piogge e inondazioni, l’estinzione di certe specie vegetali e animali, inevitabilmente costituiscono i principali […]

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Culturalmente

Toy like me: un giocattolo come me

Toy like me è l’hashtag lanciato da tre mamme inglesi su Twitter nel 2015 e il nome di un gruppo Facebook che ha dato inizio ad una campagna virale di solidarietà e umanità, che coinvolge più di 20mila persone aderenti fra famiglie e volontari: Rebecca Atkinson, giornalista sorda e ipovedente, rimpiange la sua infanzia senza una “bambola come me”; Melissa Mostyn, anche lei giornalista, ha una figlia sulla carrozzina e Karen Newell, esperta consulente in giocattoli è mamma di un bimbo cieco. È diretto e semplice il messaggio: un giocattolo come me. Tempo fa, sul web già un’altra mamma originaria della Tasmania, Sonia Sigh, aveva attirato l’attenzione dei produttori di giocattoli con il proprio progetto, Tree Change Dolls: la Sigh aveva completamente struccato le bambole Bratz, dando loro nuovi lineamenti e vestendole in modo più simile a quello delle bambine che ci giocano. Così che le bambine avessero un giocattolo, una bambola “come me”, nella quale poter vedere se stesse. E allora anche le bambine con menomazioni e evidenti difetti fisici avevano bisogno di ritrovare nella semplicità dei loro tradizionali giochi, come le bambole, se stesse, con tutte le loro umane imperfezioni. Chissà se queste mamme hanno pensato proprio al progetto di Sonia per realizzare bambole che dovessero avere caratteristiche fisiche simili a quelle delle loro bambine, uniche, non perfette. Inizialmente creata artigianalmente da loro, la bambola di Trilly, fatina di Peter Pan, che indossa un apparecchio acustico, ha fatto il giro del web, raggiungendo 50mila sostenitori, e le tre mamme hanno pensato di invitare, nel gruppo social Toy like me, i genitori di figli disabili a postare idee per giochi e giocattoli con varie disabilità fisiche. Le foto postate sono state numerose e commoventi: una mamma ha persino realizzato il peluche del cane-guida Eddie, che aveva accompagnato suo figlio Fred nella loro visita al centro di formazione Guidedogs.  Melissa, Rebecca e Karen hanno chiesto anche alle aziende produttrici di giocattoli di realizzare questi progetti e di ispirarsi alle idee “casalinghe” dei genitori di bambini disabili, per portare sul mercato prodotti vicini ai loro figli. Toy like me e MakieLab L’attenzione dei media è stata così immediata che l’azienda britannica produttrice di giocattoli e di bambole personalizzabili, MakieLab, ha colto la sfida e ha lanciato sul mercato tre bambole ispirate alle mamme autrici della campagna Toy like me, realizzate con una stampante in 3D (il cui uso consente di rispondere quasi istantaneamente alle richieste che arrivano numerose): Eva con un bastone da passeggio, Melissa con una voglia rosa sul volto e Hetty che con la mano dice “ti amo” nella lingua dei segni. MakieLab, che ha realizzato personaggi dei cartoni animati tanto amati dai più piccoli come una principessa cieca e con un cane guida, ha proposto ai papà e alle mamme di segnalare apparecchi di supporto o particolari difetti fisici dei figli, così da realizzare in modo assolutamente fedele alla realtà giocattoli simili ai bambini (Toy like me) con una qualsiasi disabilità (il costo di un gioco personalizzato si aggira intorno […]

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Nerd zone

Garby: tutti i numeri del riciclo intelligente

È proprio da Caserta, dalla tanto calpestata terra dei fuochi, che l’azienda campana Garby ha lanciato una nuova sfida ai tradizionali metodi di riciclo dei rifiuti: il nuovo sistema di recupero rifiuti Eco 24 urban. Questo permette di abbattere i costi dell’attività di recupero e trasporto degli imballaggi riducendo l’emissione di CO2 nell’aria fino all’80% rispetto alla tradizionale filiera di smaltimento e la spesa del portafoglio comunale di circa il 10% aumentando del 10% l’attività di raccolta differenziata della cittadina coinvolta nel progetto. Il distributore dell’eco point Garby, di cui si occupa un operatore cui va circa l’80% delle vendite dei rifiuti, è offerto in comodato d’uso a comuni, scuole e privati che devono pagare dai 30 ai 50 euro al concessionario per la pubblicità affissa sull’impianto, stampata sullo scontrino e inserita sul sito web. Ma come funziona il sistema di un eco- compattatore targato Garby? Ogni macchinetta automatica ha una capacità di mille bottiglie di plastica al giorno ed è dotata di tre aperture: una per la plastica trasparente del PET, una per quella colorata e un’altra per l’HDPE (Polietilene ad alta densità) dei flaconi di prodotti cosmetici e le lattine in alluminio. Una volta introdotto il prodotto, la macchina rilascia uno scontrino sul quale è segnato un punto per ogni pezzo inserito. I punti accumulati permettono di ottenere sconti da spendere nelle attività convenzionate, dai supermercati ai benzinai, dall’estetista al ristorante, ai negozi di abbigliamento, che acquisiscono così anche più clienti. In cambio di 50 bottiglie, ad esempio, si ottiene uno sconto di 2 euro su una spesa da 20 euro o una bibita gratis al bar. Le bottiglie e i contenitori introdotti nella macchinetta, una volta compattati, con un volume ridotto del 20%, vengono portati direttamente all’azienda di trasformazione che dona loro nuova vita: dalle penne alle t- shirt, a nuove bottiglie che ricominciano il giro di uso e riciclo. Questo innovativo progetto, cui hanno aderito più di 40 comuni, oltre 50 scuole e più di 160 supermercati italiani, ha riscosso molto successo non da ultimo a Reggio Calabria con 50.000 conferimenti in un mese. Non da ultimo il comune campano Telese Terme, grazie all’azienda sannita Farenergia di Apice che opera nel campo della green economy e della sostenibilità ambientale, ha istallato il 20 dicembre un distributore Garby presso l’IperSisa sito in via Roma.  Garby ha, inoltre, promosso una serie di iniziative per sensibilizzare i più giovani alla conoscenza del riciclo come una serie di incontri nelle scuole al termine dei quali sono stati donati loro gadget ottenuti dal riciclo di plastica e alluminio.  Chiunque voglia aderire a questo progetto con la propria attività commerciale o coinvolgendo il proprio comune può richiedere uno degli eco-cassonetti gratuiti compilando il modulo sul sito dell’azienda dal quale è possibile scaricare anche la mappa con tutti gli eco-point presenti sul territorio nazionale con le relative attività commerciali convenzionate. Un avanguardistico progetto di riciclo a chilometro zero che porta con sé la consapevolezza che, solo attraverso l’informazione e la collaborazione tra comuni […]

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Culturalmente

Love is…di Puuung: chiediamoci cos’è l’amore

Love is… sembra l’inizio della nota canzone da discoteca del 1978 “Love is in the air” di John Paul Young (noto ai fan con il nome di JPY o Squeak). E invece è il titolo di un progetto artistico molto interessante dell’illustratrice coreana Puuung. Un nome impronunciabile, dietro il quale si nasconde un talento ancora in parte ignoto alla stampa internazionale. L’artista coreana Puuung ha ideato questa serie di tavole pubblicate ogni martedì e ogni venerdì non solo sulla sua pagina Facebook (che conta ormai più di 200.000 fan), ma anche sul suo sito personale per cercare di continuare questa definizione, per cercare di riempire il vuoto di quei puntini sospensivi che lasciano a chiunque un dubbio. Un dubbio legato al tentativo di non cadere nella scelta di parole che rendano la definizione del sentimento universale, troppo banale, troppo semplice. Eppure Puuung ha cercato di sfatare ogni dubbio e nei suoi disegni così delicati, così romantici sembra abbia inserito dopo l’espressione Love is… l’espressione simply things. L’amore è nelle cose semplici. Nei piccoli (e apparentemente insignificanti) gesti quotidiani. «Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». Antoine de Saint Exupéry In un periodo storico in cui sono trasmessi dati sorprendenti sulle vittime femminili della violenza di uomini che dichiarano di amare le loro partner dopo averle uccise o picchiate, in un periodo storico in cui ci si chiede se si debba permettere che Persone, al di là del sesso, della razza e della religione, si amino, in un periodo storico in cui i valori fondamentali, i legami indissolubili dovrebbero rappresentare la priorità, proprio per azzerare le distanze create dalla tecnologia e dalla smania di guadagno, ebbene, proprio ora, Puuung crede che l’amore risieda nelle small things. Appuntamento settimanale per gli affezionati fan dell’artista coreana, che vedono i due protagonisti delle tavole (che non hanno nome, ma hanno i nomi di chi si immedesima in loro) dormire abbracciati in una stanza tappezzata di foto attaccate al muro con lo scotch, giocare sotto un lenzuolo adibito a tenda da campeggio, mangiare un gelato mentre si guardano intensamente, coprirsi a vicenda con il lenzuolo, fotografarsi reciprocamente su un balconcino, ballare un lento, baciarsi, consolarsi, piangere, guardare le stelle, ridere, cucinare insieme, osservare il mare, leggere, guardare un film mangiando pop corn… «L’amore è una cosa che tutti possono vedere ma a volte arriva silenzioso in modi facilmente trascurabili nella nostra vita quotidiana, quindi cerco di trovare il significato dell’amore in una giornata normale e di farne un’opera d’arte», scrive Puuung sulla sua pagina ufficiale Una vita semplice. Una vita quotidiana che procede per inerzia. Una storia, tante storie troppo sdolcinate. Così, probabilmente commenterebbe chi non si è mai interrogato sull’amore, chi non ha mai esplorato la bellezza delle piccole cose, chi non ha mai provato il desiderio di creare e di curare un nido di pascoliana memoria. Chi non ha mai sentito il bisogno di osservare, ritratti con la delicatezza che contraddistingue i disegni di Puuung, gli inconfessabili segreti di un […]

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Culturalmente

Buon compleanno, Via col vento!

80 candeline sulla torta di compleanno di uno dei film più noti nel panorama cinematografico, Via col vento, tratto dall’omonimo romanzo di Margaret Mitchell, vincitore del premio Pulitzer nel 1937. Prodotto da David O. Selznick con la sceneggiatura di Sidney Howard e diretto da Victor Fleming, il film fu proiettato per la prima volta il 15 dicembre 1939 ad Atlanta. Per chi non conoscesse la trama del film o non avesse voluto guardare i 238 minuti di pellicola, è necessario un breve riassunto. Nella Georgia sudista del 1861 la giovane e viziata Rossella ‘O Hara (Vivian Leigh) vive insieme alla sua famiglia spensieratamente nella tranquillità della sua amata tenuta, Tara. La sua unica preoccupazione è l’amore non corrisposto del giovane rampollo di casa Wilkes, Ashley, proprietario della tenuta delle Dodici Querce, che invece ama l’insipida cugina Melania Hamilton. La gioiosità della vita di questi gentiluomini e dame è sconvolta dallo scoppio della guerra di secessione, la cui notizia, durante una fastosa merenda alle Dodici Querce, induce una reticente Rossella ad accettare per dispetto all’amico la sentita proposta di matrimonio di Carlo Hamilton. La guerra travolge il mondo ovattato di Rossella che, rimasta vedova giovane, trova nello scaltro avventuriero Rhett Butler (Clark Gable) un fedele amico e ammiratore. Portata in salvo da Rhett nella città in fiamme con Melania e suo figlio, torna a Tara ormai distrutta dove accudisce le sorelle malate di tifo e il padre, fino alla resa del Sud. La guerra ha reso Rossella forte, adulta, matura e molto affezionata alla sua terra rossa, disposta a fare qualunque cosa per non perderla. E perciò non esita a sposare per interesse il fidanzato della sorella Susele, Franco Kennedy, proprietario di una segheria, compiendo affari anche con i nordisti. Rimasta di nuovo vedova e disprezzata da tutti, sposa un innamorato Rhett e partorisce Diletta, che muore per una caduta da cavallo. La morte della figlia, causa di tanto dolore, e di Melania, tanto amata da Ashley, le fa comprendere l’illusorietà del suo amore adolescenziale. Le resta solo Rhett che, stanco dei suoi capricci, la lascia facendole pronunciare la speranzosa frase: « Tara! A casa! A casa mia! E troverò un modo per riconquistarlo. Dopotutto, domani è un altro giorno! ». Questo kolossal, vincitore di 8 premi Oscar, comprende 158.000 metri di girato, 2.400 comparse, 90 set montati e oltre 2 anni di lavorazione e due divenute fra le stelle più brillanti di Hollywood: Vivian Leigh, che sbaragliò 1.400 candidate tra cui Bette Davis per il ruolo di Rossella, e Clark Gable, cui lasciò il posto un Gary Cooper, convinto del fiasco del film. Per celebrare il 75° compleanno, l’Harry Ransom Center dell’Università di Austin in Texas aveva allestito una mostra visitabile fino al 4 gennaio 2015 intitolata The Making of Gone With the Wind. In essa erano esposti oltre 300 oggetti per scoprire tutte le curiosità dei “dietro le quinte” del film: dai bozzetti e dalle foto di scena, alle lettere degli ammiratori degli attori, dalle locandine agli appunti dei produttori, […]

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Culturalmente

Ms. Monopoly: il gioco più amato si tinge di rosa

Ms. Monopoly, il primo gioco dove le donne guadagnano di più degli uomini. Leggi di più sul nuovo gioco da tavolo prodotto da Hasbro! Negli ultimi mesi la presenza delle donne nella privata e pubblica amministrazione italiana ha raggiunto un importante risultato – infatti è stata registrata al 50,6 % – soprattutto nel Servizio Sanitario nazionale in cui le donne sono il doppio degli uomini, mentre in altri settori ancora risulta scarsa. Tuttavia, il gender gap, che ancora caratterizza molti consigli amministrativi anche privati, è ben lontano dall’assottigliarsi, infatti restano ancora molti ostacoli da superare e abbattere, e uno fra questi è certamente il trattamento economico riservato alle “quote rosa” delle aziende: si tratta del gender pay gap. Le donne, dunque, pur essendo più preparate dei colleghi e pur avendo titoli di alta formazione anche in discipline scientifiche (raggiunti spesso in tempi più brevi), hanno molte difficoltà nel raggiungere posti di rilievo e sono pagate di meno. Ms. Monopoly e la riduzione del gender pay gap… almeno nel gioco! Il gioco da tavolo Ms. Monopoly, novità della nota casa Hasbro, produttrice di giocattoli e giochi anche per adulti, almeno nella finzione, riduce questo gender pay gap. Fin dall’inizio del gioco, infatti, le giocatrici sono avvantaggiate rispetto ai giocatori e infatti a loro vengono assegnati circa 1900 $ a fronte dei 1500 $ dei loro sfidanti, mentre i bonus ricevuti passando dal “via” ammontano a 240 $ per le donne contro i 200 $ degli uomini. Sulle diverse caselle sono rappresentate molteplici attività e invenzioni femminili sulle quali investire, e non località sulle quali costruire case o alberghi: Ms. Monopoly, dunque, celebra il grande valore intellettuale delle donne nei campi scientifico e letterario! I giocatori, dunque, potranno scegliere se investire nelle attività di note (e meno note) protagoniste come Ruth Graves Wakefield e Sue Brides, pasticciere dei golosissimi cookies, Stephanie Louise Kwolek, inventrice del giubbotto antiproiettile, Grace Murray Hopper, che creò un primo compilatore per computer (passando da qui i giocatori dovranno consegnare ben 300 $ ogni volta!), Sarah Blakely, promotrice dei primi body, la scienziata Ann Tsukamoto, che isolò per prima le cellule staminali, fino a Rosalind Elsie Franklin che scoprì il DNA e a Andrea Cao che realizzò uno strumento per l’agopuntura. Perfino i segnalini che indicano il percorso dei singoli giocatori sono cambiati, scegliendo un orologio, un calice, un cilindro bianco (che ricorda quello di Mr. Monopoly, nonno della protagonista del nuovo gioco), un aereo, un pesetto da palestra, un libro con penna. E non finisce qui. In occasione del lancio di questo gioco, la Hasbro ha deciso di premiare con un bonus di 20.580 $, tre giovanissime inventrici e imprenditrici: Sophia Weng, 16 anni, originaria del Connecticut, che ha creato uno strumento in grado di prevenire l’apertura di doline con un’approssimazione del 93% (tanto che la sua invenzione è prossima al brevetto e ad essere usata in Florida); Gitanjali Rao, 13 anni, che vive in Colorado e ha inventato un sistema per rinvenire tracce di piombo nell’acqua potabile; e […]

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Culturalmente

Book and Bed: leggere, dormire, sognare

Se Jorge Louis Borges, che affermò «Non riesco a dormire se non sono circondato da libri», avesse visitato il Giappone oggi, probabilmente avrebbe alloggiato al Book and Bed e il suo riposo notturno sarebbe stato sereno. O forse sarebbe stato un lontano ricordo. Book and bed: dormire circondati dai libri A Tokyo, infatti, al settimo piano di un edificio del distretto commerciale Ikebukuro,  nel sobborgo di Toshima, è stato realizzato il primo Book and Bed, progettato da Suppose Design Office, che accoglierà di giorno i visitatori di una libreria aperta fino a mezzanotte e di notte ospiterà i clienti di un B&b sui generis. Fra gli scaffali di legno colmi di libri del mattino, nelle ore notturne troveranno posto camere con i tradizionali letti giapponesi concepiti come capsule, simili alle sezioni di una biblioteca. Gli spazi di ciascun ospite del Book and Bed sono aree divise da scaffali e altri elementi di arredamento, che consentono di dormire letteralmente circondati da libri, in una biblioteca: l’ostello è in grado di ospitare 12 ospiti all’interno degli scompartimenti a scaffalatura (l’alloggio compact misura 205 x 85 centimetri, quello standard 205 x 129 centimetri) e altri 18 al di fuori dell’area comune di lettura, nelle vere e proprie capsule giapponesi. Gli ospiti del Book and Bed avranno solo l’imbarazzo della scelta fra più di 1700 titoli selezionati dall’editore Shibuya Publishing & Booksellers, che potranno consultare e leggere fino a notte inoltrata. La casa editrice SPBS, di solito, vende direttamente nella propria sede le recenti pubblicazioni, così da mostrare ai lettori il processo di editing e di publishing che risiede dietro le pagine di un libro, e i titoli da essa scelti per questo ostello, tenendo conto anche della politica indipendente dell’azienda, non appartengono a molti volumi in voga in questo periodo. Si tratta di grandi classici della letteratura e di volumi appena pubblicati in lingua inglese e giapponese, che gli ospiti potranno leggere, magari stendendosi sui letti dietro agli scaffali in legno della libreria ad una cifra di base di 3.500-3800 yen (circa 30-32$) che arriva anche ai 6000 yen (circa 50$). Un’idea solo dei giapponesi, esperti di business e client content marketing? In realtà già nel quartiere latino di Parigi, nella libreria Shakespeare & Co., in cui si fermavano grandi autori come Ernest Hemingway, il proprietario pare abbia ospitato oltre 40mila persone nelle decine di letti a disposizione dei visitatori del piccolo esercizio storico della città, anche se non con un obiettivo commerciale. Ma anche in Italia si è pensato ad un progetto simile, annunciato a luglio dall’assessorato al Turismo Sport e Spettacolo della Sicilia, che ha comunicato l’intenzione di aprire un simile Book and Bed, soprattutto per accrescere l’interesse dei giovani per la lettura e per condividere momenti di relax e studio con visitatori stranieri: in Trinacria, a Palermo, vicino la cattedrale, da un po’ di tempo sorge il Bed and Book Giusino, fondato da Marco Mondino e Alice Vitiello, dove i clienti possono scegliere fra le stanze a tema mare, letteratura, viaggi […]

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Cucina e Salute

Il torrone al cioccolato bianco, una delizia dal sapore antico

Il torrone è un dolce tradizionale della cultura gastronomica campana, acquistato soprattutto in prossimità delle feste natalizie e composto da albume d’uovo, miele e zucchero, farcito con mandorle, noci, arachidi o nocciole tostate, il tutto spesso avvolto in due ostie. Il nome “torrone” deriva probabilmente dal verbo latino torreo che significa “abbrustolire”, dal momento che le nocciole, principale ingrediente, sono tostate e poi legate con miele e zucchero. Il torrone: una storia antichissima Sembra che già nell’Antica Grecia, un alimento dolce e energetico, simile nella forma al torrone e a base di frutta secca e miele, riuscisse a ristorare gli atleti olimpici prima delle gare. Ma è nell’Antica Roma che la storia del torrone sembra maggiormente aver avuto inizio. Marco Terenzio Varrone il Reatino (II- I sec. a. C.), infatti, nelle Saturae Menippeae  parlava del cuppedo, un dolce a base di semi oleosi, miele e albume e non a caso, ancora oggi, il nome del torrone in molte zone dell’Italia meridionale è cupeto. Anche Cicerone nelle Tuscolanae, Aulo Gellio nel VI e nel VII Libro delle Noctes Acticae e Plauto nello Stichus parlano di cuppedia, tradotto con “ghiottoneria” o con “boccone prelibato”. Ma è Marco Apicio che, nel trattato gastronomico De re coquinaria, trasmettendo la ricetta di un dolce preparato con noci, miele e albume d’uovo, chiamato nucatum (in Francia il torrone è, oggi, chiamato nougat), maggiormente avvalora l’ipotesi che anche gli antichi romani potessero aver conosciuto per primi questa preparazione. Tuttavia, non è da escludere che i Romani possano averlo mutuato dal medio oriente ellenistico dove, secondo lo storico Elio Galasso, esistevano dolci a base di miele e mandorle, o dal vicino mondo sannita, la cui cupedia (letteralmente, “cosa desiderata”), secondo Marco Valerio Marziale era uno dei prodotti più consumati dalle classi agiate del Sannio. Secondo molti studiosi, tuttavia, il torrone fu realizzato per la prima volta in Cina, paese di provenienza della mandorla e poi commercializzato nell’XI secolo dagli arabi nel Mediterraneo, che avrebbero trasmesso un impasto a base di mandorle, miele e sesamo (la qubayta o giuggiolena): in Andalusia, poi in Catalogna e infine nel sud d’Italia (tra il 1100 e il 1150, Gherardo Cremonese tradusse il De medicinis et cibis semplicibus, scritto dal medico di Cordova Abdul Mutarrif, in cui si esaltavano le virtù del miele del dolce arabo turun). A Caltanissetta è ancora chiamato col termine arabo qubayta e i venditori di torrone nisseni son detti cubaitari. In seguito il torrone, diffusosi nella Corona di Castiglia, fu documentato in spagnolo ne La generosa paliza di Lope de Rueda nel 1570 e in altri testi culinari del XVI secolo come il celebre Banchetti composizione di vivande e apparecchio generale di Cristoforo di Messisbugo.  Anche se è la città di Cremona a rivendicare l’invenzione del noto dolce: il 25 ottobre 1441 Bianca Maria Visconti sposò Francesco Sforza e pare che durante il banchetto di nozze sia stato servito un dolce dalla forma nota ai cremonesi, quella  del Torrazzo, il campanile della cattedrale della città che la nobildonna portava in dote al […]

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Culturalmente

Le bambole delle donne di domani

«Il bimbo che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che era dentro di sé e che gli mancherà molto». (Pablo Neruda) Wendy Tsao è un’artista canadese che, ispirandosi al progetto ideato da una mamma originaria della Tasmania, Sonia Singh, ha lanciato una nuova iniziativa: Mighty Dolls. La Singh, creando Tree Change Dolls, aveva completamente struccato le bambole Bratz, nate nel 2000 e note per i loro labbroni finti e gli occhioni dai colori accesi, dando loro nuovi lineamenti e vestendole in modo più simile a quello delle bambine che ci giocano. Le bambole “acqua e sapone” di Sonia Singh Attraverso un accurato makeover l’artista trentaquattrenne Sonia Singh aveva rimosso ogni traccia di trucco, ridotto lo spessore e la grandezza delle labbra di dodici bambole di seconda mano, ora della figlia di quattro anni, e scompigliato anche i capelli per cercare di ridurre quella finta perfezione che non consentiva alle piccole proprietarie delle bambole di immedesimarsi in loro. Ridisegnando i volti privi di ogni minima traccia di “finto”, plasmando nuove scarpe e realizzando, con l’aiuto della mamma, nuovi vestitini, aveva iniziato un vero e proprio processo di semplificazione dei giocattoli più usati dalle piccole donne, immergendo le nuove Bratz in contesti naturalistici che più rispecchiavano i luoghi in cui giocano le bambine. Gli scatti postati da questa mamma creativa e piena di idee sui social aveva così colpito le altre donne, mamme o semplicemente incuriosite da questa iniziativa, che Sonia, non interessata ad un business delle sue creazioni, aveva deciso di postare anche video tutorial che insegnassero a tutte a realizzare queste bambole, che lei aveva ideato per la figlia. Bambole che dovessero avere caratteristiche fisiche simili a quelle delle bambine vere, con imperfezioni e difetti somatici che le contraddistinguessero come nella realtà, e non tutte uguali, vestite e truccate “in serie”. Wendy Tsao e le bambole con i volti delle donne più famose della storia Wendy Tsao, cogliendo l’idea della giovane artista australiana, ha deciso di offrire il proprio contributo alla giusta causa, dando alle note bambole Bratz il volto di donne famose per la loro cultura, professionalità e importanza nel mondo scientifico e letterario. Convinta che «se una bambina gioca con bambole che rappresentano donne straordinarie, può comprendere meglio il suo potenziale, credere di poter rivestire un ruolo importante, molto più che voler diventare una principessa», Wendy Tsao ha ridisegnato i volti delle bambole e rappresentato le donne più famose della storia recente in bambine, proprio perché le bambine di oggi potessero conoscerle in una veste e in un’età più vicina alla loro e imitarne il talento e la forza. Da Malala Yousafzai, premio Nobel per la Pace all’astronauta Roberta Bondar, dalla scrittrice J.K. Rowling, creatrice del celebre maghetto Harry Potter all’attivista sociale Waris Dirie, dalla pittrice messicana Frida Kahlo alla primatologa inglese Jane Goodall, messaggero di pace delle Nazioni Unite nel 2002: sono questi i modelli femminili che la Tsao ammira e che desidera far conoscere alle donne […]

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Culturalmente

FOQUS: Fondazione Quartieri Spagnoli

Inaugurato nel settembre 2014, alla presenza dell’allora Presidente del Senato Piero Grasso e del Ministro della Giustizia Andrea Orlando, nel cuore pulsante della città di Napoli, ai Quartieri Spagnoli, FOQUS (Fondazione Quartieri Spagnoli) è un nuovo progetto di rigenerazione urbana,  L’idea è stata concretizzata, con due anni di lavoro, dall’impresa sociale Dalla Parte dei Bambini (che nel 1985 ha fondato una scuola dell’infanzia e una scuola primaria) in una parte dello storico istituto Montecalvario, fondato nel 1560 dalla gentildonna napoletana Maria Ilaria D’Apuzzo, comprendente circa seimila metri quadrati. Il progetto è nato non solo grazie ad un terzo del budget investito dall’impresa diretta da Rachele Furfaro, ma anche grazie agli stanziamenti di fondi di privati uniti nella neonata Associazione Napoli Children, che unisce persone e imprese, e di altre fondazioni (Aiutare i Bambini, Banco di Napoli per l’Infanzia, Con il Sud). Una vittoria dei privati, insomma, perché, come ha spiegato il direttore di FOQUS, Renato Quaglia (già direttore organizzativo della Biennale di Venezia, coordinatore culturale del Museo Riso e direttore artistico del Napoli Teatro Festival), in un’ intervista al Corriere del Mezzogiorno, «dove lo Stato retrocede- il privato avanza. Si tratta di cambiare la modalità, evitare che i problemi diventino così gravi da rendere inutile ogni intervento». L’obiettivo del progetto è quello di sperimentare un diverso modo di intendere le politiche sociali, accogliendo bambini e ragazzi dei Quartieri, ma anche figli di carcerati e giovani inoccupati della città partenopea, che potranno, così, contribuire a «far uscire i Quartieri spagnoli dal ghetto dove si trova», come ha dichiarato la Furfaro al Corriere del Mezzogiorno. Sarà il primo asilo nido (le Pleiadi) dei Quartieri spagnoli a ospitare i piccoli: metà degli iscritti potranno usufruire gratis del servizio scolastico, mentre gli altri pagheranno tariffe agevolate fino all’ 80%. Attualmente i bambini iscritti sono 32 e le rette di chi potrà pagare serviranno a coprire le spese dei bambini meno abbienti. Oltre al nido, ci sono la scuola per l’infanzia ed elementare Dalla parte dei bambini.  I più grandi potranno studiare o acquistare un libro nella libreria internazionale Montelibraio, suonare con l’Orchestra sinfonica dei Quartieri spagnoli gli strumenti regalati da Gino Paoli, giocare nel campo di calcetto con erba sintetica sponsorizzato dalla Società Sportiva Calcio Napoli, svolgere attività interattive nelle aule informatiche. Nel complesso di FOQUS ci sono anche aule dell’Università delle Liberetà per la formazione informale dell’età adulta; il Centro l’Arte della felicità, un laboratorio di posturologia, osteopatia, ginnastica consapevole e psicologia; aule dell’Accademia delle Belle Arti dove studenti universitari affiancano il lavoro dei formatori anche di Mem’art, lab grafica, design, editoria; ReForma, impresa di lavorazioni di riciclo; Think tank delle politiche educative; mac3, museo-atelier interattivo; Botteghe di Mestiere Alcott e Carpisa; lezioni di pugilato con il pugile campione olimpico Patrizio Oliva; un teatrino; Pinzimonio, un ristorante delle identità mediterranee aperto anche al pubblico. Grandi protagonisti del progetto anche i giovani dei Quartieri. I negozi de Le botteghe dei mestieri promuoveranno la partecipazione ciascuna di 136 giovani inoccupati tra i 18 e i 28 anni che lavoreranno […]

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Cucina e Salute

Il bergamotto: origine e benefici dell’agrume calabrese

Nell’area costiera ionica nel «grande giardino, uno dei luoghi più belli che si possano trovare sulla terra» di Reggio Calabria, viene coltivato un agrume pregiato: il bergamotto. «… il cameriere si sollevò sulla punta dei piedi per infilargli la rendigote di panno marrone; gli porse il fazzoletto con le tre gocce di bergamotto». (Da “Il Gattopardo” di Tomasi da Lampedusa-1958) Il bergamotto (dal turco bey armudi = “pero del signore”), il cui nome scientifico è Citrus bergamia della famiglia delle Rutaceae, è un agrume coltivato in Italia, soprattutto in Calabria, infatti l’area della costiera ionica, riparata dal vento che sferza nello stretto di Messina, consente a tale frutto di crescere rigogliosamente, al punto da essere divenuto il simbolo della regione e dal 2001 riconosciuto DOP in Europa. Noto fin dal XVII-XVIII secolo e coltivato a circa 2 km dal mare in un’area di circa 1500 km2, il bergamotto è oggi noto non solo per la fragranza estratta dal frutto (per ottenere un kg di essenza occorrono 200 kg di frutti), ma anche per i suoi numerosi benefici. È soprattutto fra novembre e gennaio che nelle zone vicine a Reggio Calabria (fra Melito di Porto Salvo, Prunella e Caredia- Lacco) si raccolgono maggiormente questi frutti, in un’area climatica particolarmente soleggiata e con un tasso di umidità adeguato alla produzione del bergamotto. Tali frutti vengono raccolti da piante che si ricavano dall’innesto di tre rami dell’albero del bergamotto su un ramo di arancio amaro di un anno, e tale innesto, dopo un inizio di produttività a 3 anni, raggiunge il massimo della produttività a 8 anni, arrivando anche a donare un quintale di prodotti annualmente. Sono principalmente tre le varietà del bergamotto: il  femminello con i frutti piccoli e lisci, il prolifico fantastico e il castagnaro dai frutti grossi e rugosi. Dal frutto verde e immaturo si realizzano le scorzette candite, le caramelle e la cosiddetta bergamottella, da cui si ottiene l’olio essenziale nero o l’estratto di bergamottella. I Neroli o nero di bergamotto e i liquori (come il bergamino, il bergamello, l’elisir digestivo e l’Amarotto) si ottengono dai frutti di color verde cinerino. Il frutto giallo e maturo di solito non è venduto, tuttavia è possibile acquistarlo direttamente dai contadini calabresi e usarlo per ottenere spremute molto amare, succhi, granite e bevande gassate (come il Bergò) o, tagliato a spicchi, per impreziosire primi piatti, per condire insalate o per aromatizzare tazze di tè e tisane: infatti si tratta di una fonte naturale di acido citrico. Ricco di sodio, potassio, magnesio e calcio, il succo può essere versato in poche gocce (10 gocce corrispondono a circa 40 calorie) in acqua tiepida al mattino per ridurre il colesterolo (LDL, quello “cattivo”), prevenire il diabete II e abbassare la glicemia e i trigliceridi. La buona abitudine quotidiana di diluire il succo di mezzo frutto in acqua è utilissima anche contro la stipsi e l’intestino pigro. Ma il vero prodotto prezioso ricavato dal bergamotto è l’olio essenziale, profumatissimo e esportato in tutto il mondo, che è ottenuto grazie alle […]

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Culturalmente

Priyanka Paul: il potere delle donne

Priyanka Paul è una ragazza ventenne indiana di Mumbai, studentessa di mass media al St. Xavier College di Mumbai e aspirante artista e poetessa. Appassionata di temi quali il femminismo, il razzismo e i diritti LGBT, Priyanka Paul ha iniziato da giovanissima a disegnare, prendendo sul serio la possibilità di illustrare con tavole e vignette digitali solo quando era alla scuola superiore, approfondendo discipline quali la sociologia e le scienze politiche.   Ha così creato un account Instagram sul quale pubblica i suoi lavori: fra i più recenti, la serie che ha come topic il femminismo, Goddess Serie, dedicata alle dee di tutte le religioni del mondo e basata sul poema “Pantheon” di Harnidh Kaur. La poesia, che racconta di dee di culture diverse liberandole dai cliché imposti dagli uomini, ha ispirato tale raccolta di disegni ma, se le dee sono percepite tradizionalmente come esempi femminili da seguire, coronate e con altri ornamenti regali, nella serie della giovane artista diventano il principale modello di liberazione femminista. La Goddess Serie di Priyanka Paul: una spregiudicata denuncia alla società patriarcale indiana Ogni disegno è accompagnato da un’arguta didascalia esplicativa. La dea giapponese del sole, Amaterasu, ad esempio, è rappresentata con un kimono fantasia sushi, e sul seno nudo c’è scritto “free the nipple” (“liberate il capezzolo”), con una chiara allusione sonora anche al termine “nipponico” (con cui di solito si indicano gli asiatici). La dea egiziana Iside è una fashion blogger con iphone e cover rossa come la decorazione del suo copricapo, tradizionalmente interpretato (anche da Plutarco) come il disco lunare. La conterranea dea Kalì, invece, ama i piercing e i tatuaggi che mostra anche tirando fuori la lingua e le t-shirt (sulla sua, di colore arancione, c’è la rappresentazione tradizionale nella religione indiana). Altre dee si fanno selfie, hanno meta testa rasata (come quelle dell’antica Grecia), ma soprattutto sono supporters della liberazione femminista, come Eva, la prima donna della religione cristiana che, inoltre, “ama le torte di mele e il giardinaggio”. In una società, fortemente patriarcale come quella indiana in cui, come afferma Priyanka Paul “the female sexuality has always been a hushed up topic across cultures“, i lavori dell’artista, provocatori e fortemente crudi, cercano di richiamare l’attenzione su certe definizioni, pregiudizi e insulti. In una recente intervista Priyanka Paul ha denunciato la mancanza di educazione sessuale per le donne nelle scuole: in India le donne, che non sono oggetti sessuali alla stessa stregua degli uomini, devono essere tenute in casa, come ha affermato l’avvocato di un violentatore in un recente processo per stupro, che ha difeso il suo cliente dicendo che una ragazza è come un fiore da conservare in casa e, se lo si porta in strada, provoca stupri e violenze. Forse per questo motivo l’artista ha scelto come proprio nickname artwhoring, “puttaneggiare con arte”: infatti il termine “whore” viene usato per appellare tutte le donne che si vestono secondo i propri gusti o frequentano uomini in modo trasparente. E allora se quasi tutte le donne si comportano in questo modo, per gli […]

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Cucina e Salute

Come fare il ragù: consigli e ricetta

Come fare il ragù? Istruzioni per l’uso ma prima un po’ di storia! Il ragù, protagonista della tavola domenicale di molti napoletani, da non confondersi con quello comunemente inteso in altri luoghi d’Italia, ha goduto da sempre di una fama eccezionale e sembra che le origini di questo piatto risalgano al XIV secolo. Secondo la tradizione, infatti, a Napoli esisteva una compagnia religiosa detta “dei Bianchi”, che girava per la città incitando i napoletani a non chiudere i loro cuori al perdono e alla misericordia nelle frequenti liti. Fra i palazzi a cui questa confraternita bussò vi fu anche quello dell’imperatore in via dei Tribunali, in cui risiedette anche Carlo di Costantinopoli. Quando la porta si aprì, pare che un nobiluomo arrogante abbia cacciato in malo modo la compagnia di uomini, non commuovendosi nemmeno quando il figlio in fasce alzando al cielo le braccia gridò: «Misericordia e pace», motto dei Bianchi. Sedutosi a tavola per la cena, la Provvidenza, di manzoniana memoria, ricoprì un piatto di pastasciutta bianca con un disgustoso sugo rosso sangue: fu allora che l’uomo si convertì a questo nuovo modo di vivere e decise di indossare la veste bianca della compagnia. Il prodigio si avverò un’altra volta e sulla pasta del nobile comparve nuovamente quel sugo, ma stavolta invitante e ricco di carne, che decise di ribattezzare come il figlio che dal principio gli aveva suggerito di accogliere quei buoni predicatori: Raù. Nonostante la leggenda napoletana attribuisca a tale storia le origini del nome ragù (‘rraù, in napoletano), etimologicamente esso probabilmente deriva dal francese ragout che significa “stufato, spezzatino” ed infatti la carne, insieme al pomodoro, è uno delle componenti principali e più controverse del ragù napoletano. Ogni buona massaia napoletana tramanda la sacra ricetta del ragù che a sua volta ha ricevuto dalle sue ave e ogni famiglia ha la predilezione per uno specifico tipo di carne. Alcuni preferiscono la carne di manzo, magari sotto forma di braciole, grossi involtini di carne imbottiti, ricavati dalla lòcena (termine napoletano derivante dal latino volgare avicus, poi divenuto in toscano ocio e poi da locio, locia ovvero “di scarto”), taglio di carne tra il collo e la punta del petto della bestia, formato da una parte superiore più magra e una inferiore più venata di grasso. Altri prediligono il maiale che, secondo i cultori della carna bovina, renderebbe inconsistente il sugo di ragù. Ma, se usato in unione a carni bovine di manzo e sotto forma di gallinella (la forma del sovracoscio ricorda quella del volatile) o di tracchiolella (dal greco tràchelos, “collo” costina che, se è di collo, è detta tracchia umida, poiché più morbida, se di costato è detta tracchia asciutta), riesce a deliziare anche i cultori del ragù solo bovino. Che si scelga la carne bovina o suina, la parola d’ordine è pippiare, un verbo onomatopeico napoletano che indica la fase conclusiva della lentissima cottura del ragù: quando dal fondo della pentola, posta su fuoco bassissimo e con il coperchio posto sul cucchiaio di legno di traverso […]

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Notizie curiose

Zari: un muppet per i diritti delle donne afghane

Zari, la cultura, la scuola e i diritti femminili Zari è il nome di una muppet afghana che ha debuttato il 7 aprile 2016 insieme agli altri Muppets nella quinta stagione del programma televisivo “Baghch-e-Simsim”, versione locale, di recente trasmissione, del programma americano Sesame Street andato in onda per la prima volta il 10 novembre del 1969 sulla National Educational Television e trasmesso poi sulla Pbs, finanziato dal Dipartimento di stato americano. Il nome Zari significa “luccicante” in lingua dari e pashto e in Afghanistan è già amata da tutti i bambini che seguono il noto programma educativo rivolto ai piccoli di età prescolare, e sono affascinati da tutti i buffi Muppets, colorati pupazzi dalle facce strane. Zari ha sei anni, la pelle viola e colorati capelli lanosi, indossa gli abiti tipici afghani (i produttori hanno promesso che gli abiti tradizionali -come un hijab color crema richiesto a tutte le studentesse in Afghanistan- si alterneranno a quelli più casual) e tanti bracciali bangles. Ma soprattutto è la prima muppet nella storia del programma televisivo dedicato ai Muppets. Tutte le bambine potranno avere modo di apprezzarne la simpatia nei 26 episodi nuovi di 25 minuti ognuno ogni giovedì, che saranno trasmessi dalla Tolo e Lemar Tv, del gruppo Moby Group, finanziati in tutte e cinque le stagioni dal Dipartimento di stato statunitense, una co-produzione di Sesame Workshop a New York e di una società di produzione locale in Afghanistan. Salaam, Zari: i diritti delle donne afghane  Zari, però, non è solo una nuova muppet, simpatica e dall’aspetto naif. «Zari è stata pensata per incoraggiare le bambine che amano studiare e andare a scuola, e far loro capire che è giusto che pensino di costruirsi una carriera in futuro», ha commentato la vice presidente esecutivo della Global Impact and Philanthropy e produttrice del programma, Sherrie Westin, presentando la nuova arrivata e sottolineando l’importanza che il primo muppet nella storia afghana sia di sesso femminile. Zari, la cui voce in pashto è della burattinaia Mansoora Sherzadha, ha uno zainetto, legge libri, ama scrivere e andare a scuola. Attraverso il suo amore per la cultura e l’istruzione si intende offrire un modello positivo con un forte ruolo educativo attribuito alla muppet. Zari in ogni episodio, interagendo con il pubblico e intervistando esperti locali, affronta temi caldi in Afghanistan quali il ruolo della donna nella famiglia, l’importanza delle tradizioni culturali locali, dei diritti delle donne e della trasmissione di idee innovative. È proprio questo trattare contenuti così delicati, affidato a Zari, che ha convinto il Ministero della Cultura afghano a supervisionare comportamenti e dialoghi dei singoli episodi, trasmessi in un paese in cui l’85 % delle donne non ha alcuna istruzione formale e il tasso di alfabetizzazione femminile è pari al 24 %, uno dei più bassi al mondo. Tuttavia, la speranza dei produttori è che Zari, diventi un modello importante per le future donne afghane in un paese nel quale soprattutto attraverso strumenti culturali possano arrivare precisi messaggi educativi ai genitori e agli uomini […]

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