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Cilento e Vallo di Diano? Alcuni consigli su cosa vedere

Cosa vedere nel Cilento e nel Vallo di Diano, piccola guida Del Cilento e del Vallo di Diano si parla spesso: dieta mediterranea e spiagge meravigliose. Ma quanto altro hanno da offrire questi magici posti? Non tutti sanno che il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, che si estende per un totale di 181.000 ettari a sud della provincia di Salerno, possiede la montagna più alta della Campania il Monte Cervati. Meta raggiungibile tramite i preziosi consigli e appositi corsi dei proprietari del Rifugio Cervati: Casa Rosalia. Abili maestri del territorio e amanti delle terre del Cilento e del Vallo di Diano, sapranno accogliere nel loro caratteristico rifugio tutti coloro che, impavidi, sceglieranno la montagna al mare. Per coloro che invece preferiscono il divertimento, nel piccolo comune di Rofrano, è situato il Parco Avventura “Piano della Croce” un ottimo posto per chi volesse passare del tempo a contatto con la natura, in un parco interamente attrezzato per tutti gli avventurieri. Meritano sicuramente anche le Grotte di Castelcivita, un sito di cavità carsiche ricche di stalattiti e stalagmiti all’interno dei comuni di Castelcivita e Controne. Il complesso ha una lunghezza totale di 4.800m. Sul fiume Negro, invece, è possibile navigare per circa un kilometro su di un percorso che tocca l’intero sito speleologico di Le Grotte di Petrosa-Auletta, unico in tutta Europa. Spostandoci nell’entroterra cilentano è possibile visitare paesi che non superano più di mille abitanti; Casigliano è uno di questi: abitato da, pensate, soltanto 43 persone. In questo misterioso paese risiede però una millenaria tradizione: la produzione, ormai quasi scomparsa, della chitarra battente, diffusa dai primi decenni del XVIII secolo. Cosa vedere nel Cilento, tra musica e natura L’antica musica del Cilento considerata dagli abitanti di questi paesi, e non solo, una vera e propria ricchezza da preservare, è purtroppo studiata ancora da pochissimi. Piccolo borgo dove la musica tradizionale è conservata e studiata ancora, insieme a Novi Velia, è Cannalonga: territorio che conserva un sito archeologico risalente al paleolitico e conosciuto dal 1450, inizio della tradizionale fiera di Santa Lucia oggi Frecagnola. Ancora altri scavi sono conservati nel paese del Cilento: Moio Della Civitella. Riscoperti intorno agli anni 60 hanno rappresentato una importante fonte storica per il Cilento. Un sistema difensivo completato da porte di accesso, unico nel suo genere. Nel Vallo di Diano, ancora, a Sassano, è possibile visitare la Valle delle Orchidee sviluppata su una superficie di 47 kmq lungo un percorso a circuito dove si osservano variegate specie di orchidee selvatiche, 184 le entità diverse di Orchidee (68 specie, 57 sottospecie, 35 varietà, 24 ibridi). Un immenso patrimonio naturalistico. Patrimonio dell’Unesco, il Cilento e il Vallo di Diano, sono uno scrigno magico dove ogni posto rappresenta un diamante. Vedute che, dal mare alla vetta più alta della Campania, rappresentano i più bei paesaggi italiani. Una terra che non smette di stupire né tanto meno di essere conosciuta. Cosa vedere in Cilento, itinerari e storia

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Comunicati stampa

Libri, musica e vino, domani la prima di “Libri… (DI)Vini”

Libri, musica e vino. Un appuntamento da non perdere quello pensato da Radio Onda Music che domani, sabato 23 giugno dalle ore 17 vedrà la prima di “Libri… (DI)Vini”, programma condotto da Maria Consiglia Izzo e Sonia Sodano, on air live dallo Chalet La Villetta di Salvatore Esposito (via San Giovanni de Matha, a Somma Vesuviana). La regia è affidata al dj producer Law in arm. Il concept del progetto radiofonico vedrà la partecipazione dello scrittore e giornalista Stefano Iannaccone presentare il suo ultimo libro “Storia di un amore all’anatra” (Les Flaneurs Edizioni, collana Bohemien), sorseggiando dell’ottimo vino e ascoltando buona musica. La degustazione di domani è in collaborazione con “Capri Moonlight” e a riempire i calici dei presenti saranno un aglianico della linea Capriccio e una falanghina spumantizzata della linea caprice. La musica sarà, invece, del cantante partenopeo Antonio Zeno, che allieterà il pubblico con i nove brani del suo album edito da Zeus Record “Il mio cuore nella musica”, arrangiamenti e direzione di Nuccio Tortora. Ingresso e degustazione sono gratuiti, ma è gradita la prenotazione.

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Libri

Domenico Barricelli, “Il momento… in ogni momento” (Recensione)

Lo scorso maggio è uscito il nuovo libro di Domenico Barricelli, “Il momento… in ogni momento”, edito da Aracne. Si tratta di una narrazione allegorica, di un insieme di riflessioni sulla dinamica del cambiamento scaturite da esperienze personali. Il libro si configura come una sorta di guida per il lettore, utile per acquisire una maggior capacità per comprendere e affrontare i processi di cambiamento in cui ciascuno di noi si imbatte nel corso della propria vita. “Mi piace pensare a quanto qui raccolto come una forma di riflessioni libere da vincoli di tempo, da obiettivi espliciti, finalizzati. Un momento personale di ripiegamento su me stesso, utile a far fluire emozioni, sentimenti, sensazioni, intuizioni, attraverso uno spazio di ascolto interiore. Ma anche prezioso momento di apertura e osservazione sul rapporto con ciò che mi circonda: gli altri, il mondo.” Così nel prologo Barricelli introduce il suo nuovo volume, arricchito dalle belle illustrazioni del disegnatore iraniano Saleh Kazemi. “Il momento… in ogni momento”: un fluire di pensieri liberi Il libro di Barricelli si compone di poche pagine, ricche però di argomentazioni profonde. L’autore parla infatti di possibilità, cambiamento, trasformazione, potere, empatia, fedeltà, amicizia, musica, migrazioni, guerra; alterna riflessioni intime ad acute osservazioni sul mondo circostante, in un fluire di pensieri liberi. “Il momento… in ogni momento” non ha obiettivi dichiarati, non pretende di insegnare o consigliare, piuttosto di fornire un valido supporto per affrontare i cambiamenti. Leggere “Il momento… in ogni momento” vuol dire intraprendere un viaggio, breve ma intenso, di esplorazione di sé e delle innumerevoli dimensioni del reale. Barricelli apre nuovi spazi di riflessione ed è facile identificarsi con le sue meditazioni. La lettura del suo libro ci riconcilia con noi stessi e ci conduce alla comprensione dei cambiamenti della nostra storia personale. “Il momento… in ogni momento” è un invito ad ascoltare la propria interiorità, a dialogare con essa. Barricelli esorta dunque il lettore a ritagliarsi uno spazio al fine di riflettere su se stesso, ma anche per osservare e comprendere il proprio rapporto con gli altri e col mondo circostante. Un processo che si rende necessario per accogliere il cambiamento e aprirsi a nuovi percorsi e possibilità. Una lettura consigliata soprattutto agli amanti delle riflessioni di stampo filosofico-sociologico, ma, in generale, a chi sente il bisogno di ritagliarsi uno spazio solo per sè, per guardarsi dentro e ritrovare la giusta serenità per accettare le trasformazioni che investono la propria vita. Domenico Barricelli, chi è l’autore di Il momento… in ogni momento L’autore di “Il momento… in ogni momento” è un sociologo del lavoro, nonché counsellor professionista, esperto di analisi organizzativa e counselling aziendale. Ha realizzato numerosi interventi di sviluppo organizzativo e valorizzazione delle risorse umane in diversi contesti aziendali e settori produttivi. Il suo nuovo volume costituisce dunque anche uno strumento di supporto per i professionisti (facilitatori, counsellor, risorse umane…) che nello svolgere il loro lavoro si trovano ad affrontare processi di cambiamento. Domenico Barricelli, libri

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Attualità

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Lingua slovena a scuola: lo ha stabilito il Miur

Accogliendo la richiesta dell’Ufficio scolastico regionale del Friuli Venezia Giulia, con una nota ufficiale il Miur ha stabilito “Il riconoscimento ordinamentale dell’insegnamento dello sloveno come seconda lingua comunitaria nella scuola secondaria di primo grado”. Tale decisione trae origine dalla legge 53 del 2003 (art.2, comma 1), la quale sancisce lo studio di una seconda lingua dell’Unione europea per gli studenti delle scuole medie. Ora, fra le tradizionali lingue comunitarie che costituiscono materia di studio, è stato inserito anche lo sloveno, dopo che già da alcuni anni l’idioma della vicina repubblica veniva insegnato in due scuole triestine. Parliamo della scuola Rismondo di Melara, parte dell’Ic Istituto comprensivo Iqbal Masih, e della scuola Sauro di Muggia, all’interno dell’Ic Giovanni Lucio. Come spiega Andrea Avon, dirigente scolastico dell’Iqbal Masih, “La sperimentazione, grazie all’attivazione di un gruppo di ricerca e alla supervisione di un comitato tecnico-scientifico formato da esperti delle università e degli enti di ricerca a cavallo del confine, ha prodotto libri di testo tarati sulle scuole medie, ma anche la guida metodologica per il loro uso: prima c’erano solo testi rivolti agli adulti”. “Dopo la fase sperimentale, i tempi sembravano maturi per inserire lo sloveno come seconda lingua comunitaria. Un’organizzazione sindacale ha però manifestato la propria contrarietà, motivata con l’affermazione che quella slovena non è una lingua comunitaria, bensì minoritaria. C’era inoltre preoccupazione per un’eventuale riduzione delle cattedre di insegnamento delle altre lingue straniere”, aggiunge Marisa Semeraro, dirigente scolastica dell’Ic Giovanni Lucio. Un primo spiraglio si è intravisto lo scorso settembre con Valeria Fedeli, Ministro dell’Istruzione, ospite in quell’occasione al Teatro Stabile Sloveno di Trieste, con il primo saluto ufficiale da parte di un ministro dell’Istruzione italiano alla comunità slovena in Italia. Il Ministro riconosce nella questione “un problema che dobbiamo affrontare, perché adesso qualche difficoltà c’è, probabilmente anche in termini di capacità di costruire clima e merito. È importante sottolineare che l’insegnamento sarà portato laddove ce ne sarà richiesta da parte dei genitori”. La lingua slovena arriva in classe Oggi, in base alla decisione del Miur, l’insegnamento di tale materia nelle scuole è da ritenersi “pacifico”, ma deve rispondere a tre requisiti: in primis, la cattedra in questione deve risultare “priva di titolare”. Inoltre, non devono essere presenti “nella provincia docenti con contratto di lavoro a tempo indeterminato in attesa di sede definitiva”. Infine, non devono venire a crearsi “situazioni di soprannumerari età”. In effetti, da un simile provvedimento, si aprirebbero diverse questioni da affrontare, come il reclutamento degli insegnamenti di lingua slovena, la definizione delle graduatorie e l’attivazione di ulteriori concorsi. Dal prossimo anno scolastico quindi, oltre all’inglese, al francese e al tedesco, gli studenti potranno scegliere di cimentarsi nell’apprendimento della lingua slovena che, da lingua di minoranza, ha finalmente acquisito lo status di lingua della comunità europea.

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Attualità

Libera contro le mafie: le parole graffianti di don Ciotti a Copenaghen

Baciato dal sole, accarezzato dal vento, don Ciotti fa tappa all’Università di Copenaghen. Parla a braccio, senza interprete. La sala è gremita di italianisti, conquistati sin dal titolo del suo testo appena tradotto in danese: Håbet er ikke til salg, “La speranza non è in vendita”. Un motto che racchiude anche il senso del suo intervento, svolto in senso autobiografico senza però (s)cadere nell’autoreferenziale. Sottolinea, infatti, a più riprese che il soggetto di ogni azione è un “noi” collettivo, fedele al suo primo progetto diventato realtà, ormai ben 53 anni fa. Soggetto e oggetto del discorso è la prima tappa del percorso di don Ciotti: il gruppo Abele, che già nel termine “gruppo” rivendica la voce dell’associazione. Raccontando come esso nacque, svela di esser stato “provocato da una storia umana”, in prima persona. La missione di don Ciotti Il giovane Luigi aveva 17 anni e andava a scuola a piedi, a Torino, quando, in una grigia mattina, si accorse di un uomo su una panchina. Un clochard che a quei tempi si cominciava a chiamare “barbone”, proprio perché non curava la barba. Quell’uomo era sempre solo, ma in una dimensione più profonda non lo era mai, perché aveva sempre con sé dei libri, che leggeva avidamente e sottolineava con una matita rossa e blu. Un giorno Luigi gli chiese se volesse un caffè. L’uomo non rispose. E così per dodici giorni di “testardaggine reciproca”, finché poi ruppero il ghiaccio e venne a scoprire la sua storia. Quell’uomo era un medico, “bravissimo, generoso e competente”, che nel bel mezzo del cammin della sua vita fu travolto da una tempesta e si autoescluse dalla società. Aveva il terrore delle “bombe”, i cocktail che allora iniziavano ad andare di moda tra i giovani, mix letali di droghe sintetiche ed alcol. «Dovresti fare qualcosa per loro», disse un giorno il medico senza nome, e una settimana dopo la panchina rimase vuota, e Luigi capì che il suo amico era morto, e che quella preoccupazione che gli aveva confidato era un monito sul da farsi, una missione da abbracciare. Contro ogni Caino spacciatore nacque dunque il Gruppo Abele, nel 1965. Per fare qualcosa per loro. «Non basta commuoversi, bisogna muoversi», afferma con fermezza, mimando con un gesto deciso della mano la prontezza che di fronte alle tragedie bisogna dimostrare. Nello stesso spirito di un rinnovato «noi che vince», trent’anni dopo nasce Libera, il 25 marzo 1995. Un’associazione apartitica, non governativa, contro i cosiddetti “cittadini a intermittenza” che fanno della legalità una cosa malleabile a piacimento,  discutibilmente “sostenibile”. Torna con la memoria al sanguinoso 1992, quando a Gorizia, per un corso di formazione, viene chiamato Giovanni Falcone, reduce dal losco colpo di mano che, per un voto, lo allontanerà dalla Procura di Palermo dirottandolo a Roma. È per prendere insieme un caffè a Roma o a Palermo che don Ciotti e Falcone si danno appuntamento a Gorizia, nel ’92. Ma arriva il 23 maggio, e poi il 19 luglio, ed arrivano prima di quel caffè che non […]

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Il Nobel per la letteratura 2018 non verrà assegnato: lo scandalo molestie e la crisi dell’Accademia

Dopo la singolare vicenda di Bob Dylan, vincitore nel 2016 e sostituito alla cerimonia ufficiale di consegna dalla collega Patty Smith, il premio Nobel per la letteratura continua a far discutere: quest’anno non verrà assegnato. “The Nobel Prize in Literature 2018 has been postponed”, twitta l’account ufficiale dell’Accademia svedese: infatti, il premio del 2018 verrà assegnato il prossimo anno, insieme a quello del 2019. Perché l’Accademia non assegnerà il premio Nobel per la letteratura quest’anno? Istituito dal testamento di Alfred Nobel nel 1895 (insieme a quello per la pace, la medicina, la fisica, la chimica e l’economia), il premio Nobel per la letteratura viene assegnato ogni anno dall’Accademia di Svezia: quest’anno, però, farà eccezione. Un caso storico, sì, ma non l’unico. Non è, infatti, la prima volta che il Nobel per la letteratura non viene assegnato, ci sono stati altri sette casi (nel 1914, 1918, 1935 e dal 1940 al 1943), mentre è stato rifiutato ben due volte (nel 1958 da Boris Pasternak, costretto dal governo dell’Unione Sovietica e nel 1964 da Jean-Paul Sartre). Prima nella storia del premio è, invece, la motivazione con la quale è stato giustificato lo slittamento della nomina all’anno prossimo. Lo scorso novembre, il fotografo Jean-Claude Arnault, marito della giurata Katarina Frostenson (poetessa eletta nel 1992 membro dell’Accademia svedese) è stato accusato da 18 donne di aggressioni sessuali. A queste accuse, pubblicate dal quotidiano svedese Dagens Nyheter, se ne somma un’altra, autorevole e pericolosa: quella della principessa Victoria di Svezia che denuncia di essere stata avvicinata e molestata, nel 2006, proprio dal fotografo. Chiare sono, dunque, le intenzioni dell’Accademia di prendere le distanze dall’uomo, anche in virtù dei finanziamenti, interrotti pochi giorni dopo lo scoppio dello scandalo, che questa destinava al centro culturale Forum, gestito da Arnault e dalla moglie Frostenson. Sono tempi duri per l’Accademia, che si trova nella condizione di non avere membri attivi sufficienti alla formazione del quorum necessario per alcune deliberazioni (tra le quali comunque non rientrerebbe quella della scelta del vincitore del premio Nobel): dopo l’allontanamento della della Frostenson, altri membri (tra cui l’ex segretario Sara Danius) sono venuti meno a causa del coinvolgimento nel caso Arnault. Innegabile lo scoppio della crisi che ha portato alla discussa decisione. Un’Accademia macchiata dalle polemiche, un’Accademia che si è sporcata agli occhi dei suoi estimatori. Un’Accademia che ha fatto un passo indietro. “I membri attivi dell’Academia, nel rispetto dell’eredità unica dell’istituzione, considerano necessario modificare il loro modo lavorare”, si legge nel comunicato ufficiale. Non troppo tra le righe, si legge anche la volontà di recuperare la stima e la fiducia dell’opinione pubblica, l’intenzione di essere più attenti. Decidere di rinviare la nomina del vincitore del Nobel per la letteratura del 2018 non è una scelta che va decontestualizzata dalla posizione particolarmente delicata che l’Accademia ha occupato negli ultimi mesi, ma le polemiche non sono comunque venute meno. Quali criteri verranno considerati per designare, l’anno prossimo, il vincitore di quest’anno? Quali cautele verranno prese per far sì che uomini come Arnault non infanghino più le […]

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Attualità

Intervista ad Aurora Nobile, ballerina di “Ballando con te”

Aurora Nobile è una ragazza sedicenne di Nichelino che a suon di vittorie è giunta alla trasmissione televisiva “Ballando con le stelle”, per il torneo dedicato ai non-famosi “Ballando con te”. Ha battuto i concorrenti grazie alla bravura mostrata nelle esibizioni di Salsa Shine, un tipo di danza che le è valso nel 2016 il titolo di Campionessa Mondiale Salsa Shine per la IDO, nel 2017 quello di Campionessa italiana di Salsa Shine e negli ultimi anni il titolo di Campionessa Regionale, anche per l’hip hop e il classico. Non solo, infatti nonostante la giovane età, Aurora vanta altri numerosi trofei. Seguendo le orme del papà coreografo, ha cominciato a insegnare danza ai bambini, anche se al momento tutte le sue energie sono rivolte alla partecipazione al format televisivo. Dopo aver passato le selezioni, gareggiando con più di diecimila  ballerini, ha vinto nella sfida contro il gruppo di trenta ballerini di Ladispoli, e ora aspetta di sapere se potrà o meno continuare questa avventura a “Ballando con te”. Nel frattempo, per conoscere meglio questa giovane e semplice ragazza, le abbiamo rivolto qualche domanda. Intervista ad Aurora Nobile C’è un ballerino/a che consideri un modello di riferimento o che ti ha segnato particolarmente? Mi piace moltissimo Karen Forcano per la sua grinta e allo stesso tempo per il suo essere semplice al di fuori del mondo del ballo. Da dove nasce il sogno di dedicare la tua vita alla danza? Tutto questo è un sogno che si è sviluppato man mano nel tempo, ma che in fin dei conti ho sempre avuto fin da bambina, dato che in famiglia ballano e ballavano tutti. Cosa può insegnare la danza a una giovane donna in crescita come te? A me la danza ha insegnato la determinazione, la padronanza del corpo, l’eleganza, la sicurezza, il non arrendersi mai di fronte alle difficoltà, il sacrificio ripagato, il cercare di vincere superando se stessi non gli altri. Mi ha insegnato la libertà, la convinzione e mi ha donato la forza di portare avanti questa passione. Ritieni che la danza abbia migliorato la qualità della tua vita? In che modo? Penso che la danza abbia migliorato la mia vita dato che è soprattutto il mio punto di sfogo. Quando danzo non penso ad altro, è quel momento del giorno in cui scarico tutte le tensioni per immergermi in un mondo tutto mio. Cosa significa per te danzare? Per me la danza è poesia espressa in movimenti. Dietro le quinte, come ti prepari per andare in scena? L’attimo prima di andare in scena penso a tutti i sacrifici che ho fatto, che hanno fatto i miei genitori, al lavoro svolto fino ad ora e al cercare di trasmettere al pubblico ciò che provo io facendolo. Il mio rituale porta fortuna è la respirazione e l’autoconvinzione. Come definiresti questa esperienza a “Ballando con te”? Quest’esperienza è a dir poco magnifica, è un sogno che diventa realtà, un miscuglio di emozioni indescrivibili. È un’esperienza che auguro a tutti almeno una […]

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Cinema & Serie tv

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End of Justice – Nessuno è innocente, un film di Dan Gilroy (Recensione)

Presentato in anteprima al Toronto International Film Festival, End of Justice – Nessuno è innocente è l’ultimo film drammatico scritto e diretto dal regista statunitense Dan Gilroy in programmazione nei nostri cinema dal 31 maggio. Roman J. Israel (Denzel Washington), fervente e appassionato attivista per i diritti civili sin dagli anni ‘70, svolge la professione di avvocato a Los Angeles presso uno studio legale nel quale si occupa di studiare i vari casi mentre il suo socio li dibatte nei tribunali. Alla morte di quest’ultimo Roman si ritrova disoccupato e, a causa delle ristrettezze economiche e gli infruttuosi risultati nella ricerca di una nuova occupazione, decide di accettare l’offerta del giovane e ambizioso collega George Pierce (Colin Farrell) di andare a lavorare per lui. Sarà a causa di uno dei nuovi incarichi affidatigli che il protagonista, difensore di un ragazzo accusato di omicidio, metterà in discussione tutto ciò in cui ha fino ad allora creduto e per cui ha duramente e instancabilmente lottato in nome di una realtà che non gli appartiene e che finirà per fagocitarlo senza nessuna pietà costringendolo a fare i conti con chi era e chi è diventato. End of Justice – Nessuno è innocente : il peso della coscienza tradita Il regista Dan Gilroy punta – a ragione e con cognizione di causa – sulla spiccata indole trasformista dell’impeccabile Denzel Washington candidato, grazie a questo ruolo, all’ultima edizione del Premio Oscar come Migliore attore protagonista – ad aggiudicarsi la statuetta è stato l’attore brittanico Gary Oldman per la sua interpretazione in L’ora più buia. Il protagonista veste i panni – ormai fuori moda non soltanto per quanto riguarda acconciatura e abiti, ma soprattutto per i modi di pensare e gli atteggiamenti – di un personaggio eccezionale: dai modi bizzarri, di una precisione maniacale, dotato di una memoria straordinaria, fervente credente nell’universale e inviolabile diritto alla giustizia. Una giustizia che deve essere garantita a tutti perché tutti devono sì pagare per i reati da loro commessi ma devono farlo dopo aver ricevuto la giusta pena. «Se non puoi cambiare la legge, sfida il sistema». Questa è la grande utopia di Roman J. Israel che, vissuto troppo a lungo dietro la scrivania tra tomi e scaffali e sempre meno nel tempo presente che è andato avanti lasciandolo indietro, perde se stesso nel momento in cui decide di voltare le spalle a tutto ciò su cui ha costruito la sua vita e la sua carriera. End of Justice – Nessuno è innocente è un film che poggia principalmente – forse in maniera eccessiva – sulla bravura dell’attore protagonista eppure, la trama, funziona perché infonde speranza in un cambiamento che, anche se tardivo, può sempre arrivare.

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Disincanto: il nuovo capolavoro animato di Matt Groening presto su Netflix

Disincanto, la nuovissima ed irriverente serie animata fantasy nata dalla penna di Matt Groening, arriverà su Netflix il 17 agosto 2018, con i primi 10 episodi, della durata di 20 minuti ciascuno. Matt Groening, il famosissimo fumettista statunitense, autore dei Simpson e Futurama, alcune delle serie animate più amate di tutti i tempi, ha deciso di stupire nuovamente gli spettatori di tutto il mondo, con Disincanto, il nuovissimo cartone animato nato dal suo inconfondibile genio. Disincanto è ambientato in un mondo fantastico chiamato Dreamland, e vede come protagonisti una principessa ubriacona di nome Bean ed i suoi due strambi compagni, un elfo ed un demone di nome Luci. I protagonisti affronteranno una moltitudine di esilaranti avventure nelle quali dovranno fare i conti con umani, troll, arpie, orchi , folletti ed altre strane e grottesche creature. Disincanto: Il nuovo, divertentissimo, mondo Fantasy creato da Matt Groening È impossibile non riporre enormi aspettative nei confronti di questa serie, che se fedele allo stile di Matt Groening, sarà indubbiamente un capolavoro. I cartoni animati del fumettista americano, si contraddistinguono per la loro inconfondibile comicità ed irriverenza. Con i Simpson Groening ha elaborato la perfetta caricatura della classica famiglia americana, la quale tra alti e bassi è riuscita a conquistarci con le sue storie tanto strampalate quanto spesso verosimili. Con Futurama l’autore ha invece immaginato un paradossale futuro, in cui tra alieni e robot, i protagonisti ci hanno fatto ridere e sospirare dando voce alle contraddizioni e alle paranoie che caratterizzano la nostra società. Con Disincanto, infine, il fumettista proverà a stupirci con un ambientazione fantasy che sicuramente sarà lo scenario di nuove e fantastiche avventure. I fan di tutto il mondo non possono non aspettarsi una serie animata, fresca ed ironica, capace di far ridere a crepapelle senza diventare mai scontata. Gli spettatori tra una risata e l’altra si ritroveranno spesso a riflettere ed interrogarsi sulle questioni affrontate. Disincanto tratterà in modo leggero e divertente di temi caldi e profondi. Nello specifico “la nuova serie parlerà di vita e morte, amore e sesso, e di come continuare a far ridere in un mondo pieno di sofferenza e di idioti”. Questo cartone animato, probabilmente come i suoi predecessori, sarà alla portata di tutte le età ma solo gli adulti potranno apprezzarlo in tutta la sua sottile complessità.

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Cinema & Serie tv

Cortometraggio Abbasc’: intervista a Claudia Fiorito e Lorenzo Buongiovanni

Il 27 aprile scorso è stato presentato, presso le sala de Al Blu di Prussia, a Napoli, il cortometraggio  scritto da Claudia Fiorito e diretto da Lorenzo Buongiovanni. La trama è semplice, ma al tempo stesso intrigante: una donna alacre si prodiga con atti e gesti di utilità pubblica e senso civico nel quartiere in cui abita. Questi suoi comportamenti vengono recepiti in maniera contrastante dalle vicine, tra cui una in particolare che è convinta che la donna, dietro la sua solerzia, nasconda la necessità d’espiare un proprio senso di colpa. Abbiamo intervistato Claudia Fiorito e Lorenzo Buongiovanni e abbiamo posto loro alcune domande a proposito del lavoro che hanno diretto. Abbasc’: l’intervista L’idea del cortometraggio, della sua trama e delle sue implicazioni sociali e psicologiche nasce a partire da un’esperienza vissuta da Claudia Fiorito. In che termini esperienza reale e filtro cinematografico si sono incontrati? Quali elementi sono stati modificati, sottolineati, rivoluzionati nella sceneggiatura? Claudia Fiorito – Alcuni anni fa vidi un servizio al telegiornale che riportava di una donna che nel tempo libero si dedicava alla pulizia degli spazi pubblici nel vicinato. Agli intervistati, residenti del quartiere, la cosa sembrava far piacere: erano tutti ammirati dalla solerzia della signora, già un po’ avanti negli anni. E poi sentii la notizia della fontana di Monteoliveto, periodicamente imbrattata di graffiti, ripulita da un gruppo di volontari: il riscontro in questo caso non fu positivo e il gruppo venne segnalato alla soprintendenza da un comitato cittadino. È da questi fatti che nasce l’idea di Abbasc’, che ho scritto – più che nel tentativo di una denuncia sociale – partendo dal mio interesse per l’umano, dalla curiosità per come sarebbe andata se la polemica fosse nata dalle azioni della volenterosa signora, se tra gli intervistati si fosse instillato un sottile senso di colpa, un sentimento di invidia. Penso che sarebbe successo qualcosa di simile alla sceneggiatura che ho scritto. La pellicola gira intorno a un dualismo: opera buona e senso di colpa. Quale l’intentio princeps dietro la regia e la sceneggiatura di Abbasc’? Lorenzo Buongiovanni – È la coscienza delle tre donne che mi interessava. Una delle donne (Annamaria, interpretata da Liliana Palermo) spiega le sue ragioni, limpida, senza mezzi termini; però è quella che vediamo solo alla fine. L’altra è la protagonista (Tina, interpretata da Rosaria De Cicco); seguiamo la sua vita ma le sue intenzioni rimangono nell’ombra. Anche la sorella (Maria, interpretata da Maria Rosaria Virgili) sembra non conoscere questa intenzione. Però lei ha un’altra coscienza, è l’unica cosa che le distingue davvero. Claudia Fiorito – Mi “solleticava” la creazione di una storia dai risvolti estremi ma anche probabili; per citare Paolo Sorrentino: “il cinema è eccezionale nel reale”. I personaggi di Abbasc’ hanno vite comuni: non sono eroi o “super cattivi” da film della Marvel, tuttavia riescono a creare dinamiche complesse facendo nascere da un gesto di bontà disinteressata una ragione per scatenare una guerra. È un tipo di situazione in cui chiunque potrebbe ritrovarsi, anche se speriamo che non […]

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Cinema & Serie tv

Mektoub, My Love – Canto uno: sensuale e brioso

Mektoub, My Love – Canto uno, è un autentico inno ai piaceri della giovane età, un’autentica conquista della gioia e della libertà vissute in un luogo dove non esistono regole ma solo coinvolgenti emozioni. Il regista franco/tunisino Adbellatif Kechiche dopo il passionale “La vita di Adele”, con il quale nel 2013 si è aggiudicato al “Festival di Cannes” la Palma d’Oro, fa ritorno sulla tematica passionale attraverso gli sguardi, le espressioni e il linguaggio del corpo in un turbinio di attrazioni vissute con grande intensità da un gruppo di giovani. “Le irrefrenabili e sane passioni degli anni della giovinezza infrante dai sogni”. Mektoub, My Love ( prima parte di un dittico) trae ispirazione dal romanzo autobiografico “La blessure, la vraie” scritto da Francois Bégaudeau. Mektoub viene letteralmente tradotto dall’arabo in “destino”, caotico ed imprevedibile per Amin (Shain Boumedine), aspirante sceneggiatore perduto tra le spiagge del sud della Francia, tra le soleggiate locande di Séte, alla ricerca di nuove avventure e incontri passionali su cui poter scrivere un film. I genitori gestiscono un ristorante tunisino mentre Amin lascia Parigi e gli studi di medicina per far ritorno nella piccola località di pescatori, sua città natale, dove ha modo di vivere momenti indimenticabili ed attimi effimeri che non avranno alcun peso nelle scelte della sua esistenza, dissolvendosi come una bolla di sapone sospesa in aria. La compagnia di suo cugino Toni (Lou Luttiau), diametralmente opposto a lui, rafforza la sua voglia di libertà. Toni è un conquistatore, ama le belle donne come Ophélie (Ophélie Bau) solo per il gusto di vivere momenti materiali attraverso la passione e il sesso. Amin  invece cerca l’amore etereo e, osservando la sensuale Ophélie dalla bellezza mediterranea, scopre che l’amore per lui non è nella concretezza nei gesti, ma solo in alcuni momenti di forti emozioni rivelati attraverso uno sguardo, nel calore della pelle o in un sorriso luminoso. Ophélie vorrebbe sposare Clément, in sevizio militare, mentre Amin flirta anche con Céline e Charlotte, in uno strano intreccio di libere passioni spensierate e senza regole. Come una macchina da presa che non si ferma davanti a nulla, il protagonista cattura i momenti più febbrili nel corso di giorni sospesi come in un limbo, tra giochi d’acqua illuminati dal sole cocente e serate trascorse a ballare, tra il rimbombare della musica degli anni ’90, elementi caratterizzanti di fine secolo, che danno maggiore forza agli attimi vissuti in modo intenso e passionale. Mektoub, My Love, un’ esplosione di sentimenti effimeri Kechiche nel corso delle riprese di Mektoub, My Love, dà forte rilievo alla fotografia e alle inquadrature dei corpi, sottolineando le forme perfette delle curve femminili, che certamente non passano inosservate ma che vanno a rafforzare il punto di vista del protagonista, un aspirante sceneggiatore conquistato da un’insolita e passeggera euforia estiva. Non c’è interiorità dal punto di vista osservativo di Amin e neanche intime emozioni ma solo il gusto di osservare con lo sguardo attento, immortalando attraverso la fotografia la bellezza del corpo femminile e le espressioni del volto, tra gioie […]

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Cucina & Salute

Cucina & Salute

Ricette con il melograno a Natale: due specialità per stupire!

Il frutto del melograno, che giunge a maturazione a partire dal mese di ottobre, è un vero e proprio toccasana per la salute; dal latino malum, “mela”, e granatum, “con semi”, custodisce al suo interno numerosi chicchi color rosso rubino dal gusto leggermente acidulo. Si tratta di una pianta originaria dell’Asia sud-occidentale, diffusa nell’area costiera del Mediterraneo da Fenici, Greci, Romani e in seguito dagli Arabi: la denominazione del genere, “Punica”, deriva infatti dal nome romano della regione geografica costiera della Tunisia e della omonima popolazione, altrimenti chiamata cartaginese, di estrazione fenicia, che colonizzò quel territorio nel VI a.C.; le piante furono così nominate perché a Roma i melograni giunsero proprio da quella regione. Era apprezzata anche dagli Egizi, per i quali il melograno era considerato un pomo medicamentoso per le sue proprietà terapeutiche. Il suo frutto, ma anche i suoi semi e il suo fiore, sono associati nelle civiltà antiche alla fecondità: nell’antica Grecia la pianta di melograno era considerata sacra a Venere e a Giunone, divinità tradizionalmente associate alla femminilità e alla fertilità; attributo della Grande Madre, regina del Cosmo, la melagrana era simbolo sia di fecondità che di morte, tant’è che si sono ritrovate melagrane di argilla nelle tombe greche dell’Italia meridionale. Anche la Bibbia, nel Cantico dei Cantici, le attribuisce un significato estetico e poetico, di speranza e fecondità. Giunto nel corso dei secoli in Europa e introdotto in America Latina dai colonizzatori spagnoli nel 1769, il melograno rappresenta oggi, nella stagione autunnale e invernale, una specialità locale ricca di benefici. La melagrana, infatti, è tra i frutti più ricchi di antiossidanti, in particolare di flavonoidi, in grado di contrastare l’azione dei radicali liberi e prevenire l’invecchiamento precoce; è, inoltre, una preziosa fonte di vitamine A, B, C ed E, utili alleate contro i malanni stagionali; il melograno racchiude anche sali minerali fondamentali, quali il manganese, il potassio, lo zinco, il rame e il fosforo. La composizione di questo prezioso frutto si completa con acqua, zuccheri e fibre: il suo notevole contenuto di acqua e potassio lo rende un alimento utile per depurare l’organismo e per stimolare la diuresi. Infine, il melograno è benefico per il sistema immunitario, aiuta a controllare i livelli di colesterolo e a ridurre la pressione sanguigna. Il melograno in cucina. Ricette con il melograno a Natale Oltre alla preparazione di succhi, frullati e dolci, il melograno si abbina perfettamente anche a piatti salati, come le insalate di cavolo rosso e quelle di cereali: ad esempio, i chicchi di melagrana sono un ingrediente davvero gustoso da abbinare alla frutta secca per preparare il couscous, o al farro; risulta molto piacevole anche l’accostamento con il pesce. Vi proponiamo due sfiziose ricette, per apprezzare al meglio i suoi chicchi così intensi e saporiti. Linguine agli scampi e melograno 500 g di scampi 100 g di chicchi di melograno 1 spicchio di aglio 50 g di brandy Una manciata di pomodorini ciliegino Qualche fogliolina di rucola Basilico q. b. Sale integrale q. b. Pepe rosa q. b. […]

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Gulasch ungherese tra sapori e tradizione. La ricetta del piatto tipico ungherese

Gulasch ungherese, come prepararlo al meglio! Paese che vai, usanza che trovi: e chi sarà di passaggio nei Paesi dell’Europa centro-orientale troverà senz’altro un piatto di Gulasch. Il gulasch ungherese è una zuppa calda a base di carne (dal sapore mediamente forte per via della punta di paprika che lo caratterizza), che nasce in Ungheria alla fine del secolo IX e si diffonde ben presto in tutta Europa in una molteplicità di varianti, come suggerisce anche il fatto che la grafia “gulash”, con cui la pietanza è conosciuta in tutto il mondo, sia l’adattamento tedesco dall’originale ungherese gulyás. Un’altra curiosità semantica: la parola gulasch, utilizzata per indicare il piatto connesso alla tradizione ungherese, corrisponde in lingua madre all’aggettivo gulyás (che in italiano potremmo tradurre con “alla bovara”), che come tale viene infatti utilizzato insieme ad un sostantivo: conosciamo infatti la gulyás-leves (zuppa alla bovara) e gulyás-hus (carne alla bovara). Non a caso, in origine il gulasch era il piatto caldo che veniva cucinato dai mandriani che trasportavano dal Caucaso bovini di razza ai mercati dell’est. Dalle pentole sul fuoco improvvisate durante le traversate dei bovari, il gulasch finì sulle tavole borghesi verso la fine del XVIII secolo e da lì venne adottato dalle cucine europee vicine, prima tra tutte quella austriaca in cui è conosciuto come Gulashsuppe. Gulasch, ricetta e ingredienti del piatto tipico ungherese  Ad ogni mondo, quando un turista a Budapest chiederà un piatto di gulasch vedrà portare al suo tavolo una zuppa a base di carne, solitamente vitello (in alcune varianti si trova addirittura a base di pesce), condita d’obbligo con paprika (il peperone ungherese non così piccante come la spezia che conosciamo) e cipolle cotte o fritte in abbondanza, con verdure e legumi a scelta (carote e patate le più utilizzate) o ancora con la tejföl (la panna acida prediletta dagli ungheresi tra i condimenti di specialità tipiche come il lángos, una sorta di focaccia fritta ungherese!). Data la sua umile origine, la versione ungherese è un piatto semplice, affatto difficile da preparare. Abbozziamo una ricetta del Gulasch ungherese. Dopo aver fatto cuocere la carne (preferibilmente di manzo o di vitello) tagliata a cubetti e averla tolta dalla pentola, bisognerà cuocere a fuoco medio un composto di olio, acqua, cipolle e paprika, fin quando le cipolle non saranno abbastanza morbide per essere frullate insieme agli altri ingredienti nella pentola. Aggiungiamo la carne insieme al concentrato di pomodoro, aglio e sale e lasciamo cuocere per almeno due ore. Chissà che gli ungheresi non impallidiscano davanti ad un piatto di gulash all’italiana, come facciamo noi innanzi alle rivisitazioni estere della nostra amata pizza! Gulash ungherese e altre ricette

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Ricette con la Zucca: l’ortaggio che colora le tavole autunnali

La zucca è indubbiamente la protagonista più colorata e versatile delle nostre tavole autunnali, nelle sue molteplici varianti, tutte in eguale misura ricche di proprietà nutrizionali particolarmente benefiche per l’organismo. Appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee e originaria del Messico, dove sono stati ritrovati i semi più antichi, risalenti al VII sec. a.C., la zucca è stata diffusa dai coloni spagnoli in seguito alla scoperta dell’America e importata dal Nuovo Continente in Europa a partire dal 1500, insieme al pomodoro e alla patata: nel nord America, infatti, la zucca costituiva l’alimento basilare della dieta degli Indiani, dai quali, appunto, i coloni europei appresero a coltivarla. In Italia è ampiamente coltivata e consumata, costituendo l’ingrediente base di svariati piatti; essa è, inoltre, impiegata non solo in cucina, ma anche in medicina e in cosmesi, ad esempio nella preparazione di maschere e creme fai da te, emollienti per il corpo e fortificanti per capelli ed unghie fragili. Si tratta di un ortaggio molto ricco di varietà, per forma e colore: le specie più note sono la cucurbita maxima, molto voluminosa, farinosa e dolciastra, e la cucurbita moschata, dalla forma allungata, di medie dimensioni e dalla polpa più tenera. La zucca cruda si conserva nello scomparto delle verdure del frigo, coperta dalla carta trasparente, ma con l’accortezza di consumarla entro pochi giorni; se invece si preferisce congelarla, occorrerà raschiare la buccia, sminuzzare la polpa a dadini e sbollentarla. Le sue virtù sono molteplici, nondimeno ogni ricetta risulterà non solo salutare, ma anche invitante: gli ottimi valori nutrizionali unitamente alle cospicue proprietà benefiche per il corpo e la sua salute, rendono, infatti, la zucca un ortaggio eccellente, da consumare con frequenza nella stagione autunnale. Grazie al bassissimo contenuto sia glucidico che lipidico, alle notevoli percentuali di fibre, vitamine B e C, di sali minerali, soprattutto calcio, fosforo, potassio, zinco, selenio e magnesio, e all’ingente contenuto d’acqua, di cui è composta per circa il 90%, la zucca si presta validamente al consumo nelle diete ipocaloriche e in quelle dei pazienti diabetici: 100 grammi di zucca, infatti, apportano sole 26 kcal. La polpa risulta un vero scrigno di mucillagini, pectine e preziosi carotenoidi, noti per le loro eccellenti doti antiossidanti, in grado di contrastare l’insorgenza dei radicali liberi e conseguentemente prevenire lo sviluppo delle patologie cardiovascolari; la folta presenza di grassi buoni Omega-3 la rendono un’alleata ideale per la riduzione di colesterolo e trigliceridi ematici e per l’abbassamento della pressione sanguigna. L’elevato contenuto di fibre e acqua favorisce il corretto funzionamento del transito intestinale, contribuisce a ridurre l’assorbimento degli zuccheri nel sangue, agevola la diuresi e risulta particolarmente valido nel contrastare la ritenzione di liquidi e tossine trattenuti dall’organismo; la presenza di magnesio e triptofano, un amminoacido coinvolto nella produzione della serotonina, facilita il rilassamento muscolare e apporta benefici umorali. I semi, inoltre, risultano ricchi di fitosteroli, olii grassi, melene e fitolecitina; essi, inoltre, grazie alla presenza di cucurbitina, hanno una funzione terapeutica contro la tenia echinococco, meglio conosciuta come “verme solitario”, favorendone il distacco dalla parete […]

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Una mela al giorno toglie il medico di torno

La parola mela deriva dal latino malum, a sua volta risalente al greco mêlon, con radice –mal probabilmente indoeuropea, portatrice del significato “molle” o “dolce”. La sua etimologia è già indicativa di una delle caratteristiche più apprezzate della mela, cioè l’ottimo sapore zuccherino (fortunatamente) associato a un basso apporto calorico. È il frutto che per eccellenza ci fa compagnia tutto l’anno in quanto è il più destagionalizzato, e anche quello che ci regala più versioni di se stesso, poiché ne esistono circa 2000 varietà. Forse per questo, o anche per il suo essere un prodotto semplice ma assolutamente indispensabile, ha sempre esercitato un grande fascino nell’immaginario collettivo e nella narrativa, caricandosi di connotati simbolici. È proprio la mela il simbolo associato al peccato originale commesso da Adamo ed Eva. È la mela l’icona della città di New York, e anche quella scelta dall’azienda Apple. È proprio una mela, secondo la tradizione, ad essere caduta sulla testa di Isaac Newton facendogli scoprire la gravità, ed è proprio questa, ma ricoperta d’oro, che Paride assegnò ad Afrodite in qualità di dea più bella dell’Olimpo. La mela appartiene alla famiglia delle Rosacee. Ha un pomo definito globoso, è ombelicata e ha un colore che varia solitamente tra il rosso e il verde. Il picciolo è generalmente robusto e fissato alla sua forma tondeggiante in un incavo, alla cui estremità opposta si rintraccia la calicina. È uno dei primi alimenti che si consumano dopo il latte materno. Eppure sono in pochi a conoscere una verità sul suo conto: la mela è un falso frutto, in quanto solo il torsolo è il vero frutto, mentre la sua polpa succosa è il ricettacolo del fiore. Ma perché “Una mela al giorno toglie il medico di torno?” Sembra proprio che l’antichissimo proverbio sia stato convertito in verità scientifica: lo conferma uno studio condotto dal Dipartimento di Farmacia della Federico II, dal quale è stata siglata una collaborazione tra l’Università di Napoli e Il Consorzio della Melannurca. Proprio su questa specifica varietà della mela, la Melannurca, prodotto ortofrutticolo tipico della regione Campania, sono stati condotti studi ed esperimenti. I ricercatori hanno infatti estratto due nuovi prodotti nutraceutici in fase di sperimentazione da un campione selezionato di mele e appurato la loro efficacia terapeutica su diversi piani. In primo luogo la mela produce un significativo aumento del colesterolo buono a discapito di quello cattivo. Inoltre è da tenere in considerazione il suo effetto antidiabetico causato da un basso contenuto di zuccheri, il suo ruolo rinforzante per unghie e capelli, la sua utilità contro i calcoli renali in quanto combatte l’acidità di stomaco, e la sua ricchezza di fibre che svolgono numerose funzioni tra cui quella dello sbiancamento dentale. Non meno fondamentale risulta la sua duplice funzionalità: se consumata cruda è indicata per lenire la dissenteria, se consumata cotta invece è adatta a chi soffre di stipsi. Queste sono qualità tipiche di tutte le varietà della mela? Tutti i tipi di mela sono un farmaco naturale: la vitamina B1 che contiene aiuta a […]

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Le Historiae di Seneca Il Vecchio ritrovate in un papiro erconalese

Nel mese di maggio 2018 è stato decriptato presso l’Officina dei Papiri, sita nella Biblioteca Nazionale di Napoli, un papiro di pregiata fattura e vergato in una capitale elegante, di un testo dalla complessa struttura narrativa di natura storica, in stato alquanto frammentario, che ha restituito un’opera di estremo valore letterario, giacché ascrivibile a Seneca Il Vecchio, anche conosciuto come “il Retore”, padre del più noto Seneca, senatore, questore e figura di spicco dello stoicismo: si tratterebbe, infatti, di un frammento delle Historiae ab initio bellorum civilium, finora considerate del tutto perdute. La scoperta è stata effettuata da una giovane studiosa molisana, Valeria Piano, filologa e papirologa, ricercatrice presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II che, nell’ambito del progetto europeo Platinum, finanziato dall’Unione Europea, ha svolto un lungo lavoro, durato un anno, di ricomposizione di scampoli provenienti dal medesimo rotolo, il PHerc. 1067, uno dei più noti papiri latini della collezione di Ercolano, conosciuto come Oratio in Senatu habita ante principem, che finora si riteneva conservasse un’orazione politica composta da Lucio Manlio Torquato e pronunciata in Senato al cospetto dell’imperatore; invece, i nuovi e approfonditi studi sui sedici pezzi complessivi del rotolo, sottoposti ad accurate analisi del contenuto, unitamente a puntuali calcoli cronologici, hanno consentito l’attribuzione dell’opera a Seneca il vecchio, che vi lavorò negli ultimi anni della sua vita. L’apologeta romano Lattanzio riferiva che essa esponesse la storia dell’Urbe seguendo una metafora biologica, che assimilava le varie fasi della storia romana alle età della vita e che fu ripresa da Floro, storico romano, nella sua Epitome. Un papiro dal valore inestimabile quello delle Historiae di Seneca il Vecchio Nonostante l’esiguità dei frammenti, l’impronta della narrazione storiografica è immediatamente riconoscibile: il testo, infatti, data la presenza di un lessico politico, di espressioni di tipo storico-narrativo e di un discorso diretto, in cui spicca l’occorrenza del vocativo «Auguste», parrebbe riguardare i primi decenni del principato di Augusto e Tiberio, dunque il periodo compreso tra il 27 a.C. e il 37 d.C.; tali caratteristiche, unitamente alla totale assenza di espressioni filosofiche, hanno fatto orientare la ricercatrice verso Seneca il Vecchio quale ipotesi di attribuzione più plausibile. L’eccezionalità della scoperta, dal valore inestimabile in quanto prima notizia diretta di un testo finora non pervenuto dalle fonti antiche disponibili, è stata resa nota dal direttore Francesco Mercurio, il quale spiega: «L’attribuzione a Seneca padre è strabiliante. Il papiro ci offre una memoria storica delle vicende della prima Roma imperiale, con qualche possibile riferimento alla storia immediatamente precedente. Inoltre, il lasso di tempo individuato, i personaggi menzionati nel papiro, la presenza nella biblioteca di Ercolano della produzione di Seneca il vecchio, ci danno un’altra interessante conferma e dimostrano, in modo inequivocabile, che la Villa dei Pisoni, con essa la sua biblioteca, era un importante e vitale centro di studi fino a poco prima l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.». Chiaramente, dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali giunge la soddisfazione generale e particolare della direttrice delle Biblioteche e degli Istituti Culturali Paola Passarelli, la […]

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Hear My Voice, l’ultimo lavoro di Gnut al Teatro Sannazaro

Claudio Domestico, più noto nel panorama musicale partenopeo, e non solo, come Gnut, varca i confini nazionali con un progetto intimo e poetico Hear My Voice, un mini EP di quattro brani, quattro perle cantate in napoletano e scritte in collaborazione con l’amico e poeta Alessio Sollo. Un connubio, già noto, che promette molto bene. Attivo dal 2008, dopo varie pubblicazioni in Italia, tra cui l’album Rumore della Luce (2009), prodotto da Piers Faccini, Gnut decide di guardare all’estero, registrando questo Ep alla fine del 2017 in uno studio a Cevennes, in Francia. Con una timbrica che rimanda a nomi come Elliot Smith e Bon Iver, ad essere raccontate sono storie d’amore, tradimenti, serenate e il fascino inconfondibile di una città come Napoli che fa da irrinunciabile scenario. “Sono quattro canzoni d’amore in una lingua in cui non esiste il verbo amare. In napoletano l’amore è solo un sostantivo: l’ammore. Non è possibile dire in napoletano Ti amo. Sarebbe tradotto con Te voglio ben’. Questa cosa spinge i poeti e gli autori di canzoni a cercare delle soluzioni alternative per esprimere i propri sentimenti, figure retoriche o metafore. Il poeta Alessio Sollo scrive e pubblica sui social decine di poesie al giorno, ripetendo tutti i giorni questo esercizio stilistico. Questi brani sono il mio tentativo di mettere in musica questa sua attitudine. Da questa collaborazione sono nati tutti i pezzi del disco. Dal punto di vista musicale ho cercato di fondere elementi della mia tradizione, la canzone napoletana, con altri generi più distanti dal mio mondo. Mi sono ispirato al blues, al folk inglese e alla musica africana. Per questo lavoro è stato naturale cercare un confronto con Piers Faccini, che per me resta un grandissimo punto di riferimento e di ispirazione. Un vero maestro nel miscelare sonorità geograficamente distanti nel rispetto della personalità dell’artista che produce. Per me è un grande onore”. L’Ep n.1 del progetto, Hear my voice, approderà a Napoli in versione live mercoledì, 23 maggio, al Teatro Sannazaro Non al baretto sotto casa o in piazza con la birra e la solita voglia di cantare. Stavolta in un teatro. Appuntamento davvero imperdibile: mandolino, chitarra, una delle migliori voci del cantautorato italiano e quel napoletano che, in maniera intraducibile e inconfondibile, è poesia. Quel napoletano che, in maniera ambiziosa, porta la passione nel mondo. E Claudio, o Gnut che dir si voglia, a braccetto con la penna di Sollo, saprà essere un degno ambasciatore. 

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Il ribelle e la società: “colui che passa al bosco” secondo Ernst Jünger

“Chiamiamo invece Ribelle chi nel corso degli eventi si è ritrovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all’annientamento. Ma questo potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti – perciò dobbiamo aggiungere qualcosa alla definizione: il Ribelle è deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo.”[1] La citazione è tratta dal “Trattato del ribelle” di Ernst Jünger (Heidelberg, 29 marzo 1895 – Riedlingen, 17 febbraio 1998), filosofo e scrittore tedesco legato al clima delle due guerre mondiali, alle quali partecipò. Secondo la definizione data dallo scrittore, il Ribelle è colui che vive isolato, opponendosi alla società lobotomizzata e all’ “automatismo” che ne deriva. La figura del “ribelle” sembra “un modo di essere”, un apolide in costante ricerca della libertà che si oppone alla dittatura. Ne consegue, dunque, la ricerca di un cambiamento radicale, che, però, è visto da molti più come un nemico ostile e scomodo, tale da provocare il timore della massa. La dittatura, infatti, si mostra intenzionata, affinché giunga ai suoi scopi lesivi per lo Stato, a servirsi di mezzi quali le schede elettorali al fine di promuovere campagne che non garantiscono i bisogni della società. Il ribelle e la società: liberarsi dagli schemi È il singolo che agisce nel caso concreto, cui occorre ”passare al bosco”, per ritrovare il proprio Io e non essere abbagliato da illusioni  che lo distolgano dalla realtà. Difatti, il corrispettivo titolo tedesco del trattato è “Der Waldgang”, ossia “Colui che passa al bosco”. Infatti, “passare al bosco” significa sostanzialmente liberarsi da tutti “gli schermi” che la società impone. Significa, anche, abbandonare tutti quei bisogni metallici che illudono in vista di un benessere apparente. Inoltre significa conoscere profondamente il proprio Io, scegliendo in questo modo, il proscritto, un ritiro privato, che lo allontani dalle esigenze e dalle illusioni della massa, per avere piena coscienza di sé e della vera libertas. Anche sul piano morale l’individuo presta attenzione alla libertà, unico mezzo per sottomettere la paura.  Egli si sacrifica per la massa per contrastare e attingere  soltanto, individualmente, alle proprie idee di libertà.  Infatti Jünger propone come modello un uomo che guarda al collettivismo, un essere  anarca  che,  tra i singoli individui, obietti a quella dittatura forte dell’ingenuità comune. Il ribelle come resistenza all’automatismo Il “Trattato del Ribelle” è una sorta di anticipazione dei problemi che agiscono nell’ambito sociale odierno, manifestandosi in costumi volgari e opinabili, ben accetti solo a chi si lascia corrompere da affascinanti, ma ambigue, parole. Proprio per questo, lo scenario politico jüngeriano non si differenzia da quello moderno. Vi è un individualismo arrogante e prepotente nello Stato,  legato all’egocentrismo di politici datati e pronti a costruire infondate aspettative in un cambiamento che, nei fatti, non arriva. Secondo Jünger, un cambiamento radicale può coesistere col mutamento della forma della libertà. Questa, infatti, non è nulla di […]

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Generazioni a confronto: chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?

Siamo i pessimi eredi delle generazioni che ci hanno messo al mondo. Una sbirciatina non troppo superficiale in una scuola, in un bar o in una palestra potrebbe capacitarci di qualcosa di scandaloso. I nostri figli nasceranno tutti orfani. Orfani, perché non avremo nulla da offrire loro. Avremo già spazzolato via tutto, con l’ingordigia e l’ingratitudine con cui abbiamo ingurgitato e ruttato il patrimonio delle generazioni che ci precedono, della storia che ci ha fatto nascere. Siamo i figli troppo obbedienti dei nostri genitori. Troppo obbedienti, perché loro hanno voluto per noi la vita sfaccendata e voluttuosa che era totalmente al di fuori dei loro orizzonti. Noi, da prole premurosa, abbiamo intascato facilitazioni, comodità, agi, senza chiederci da dove provenissero. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Si intitola così un’opera di Gauguin. Anche se, tristemente, abbiamo smesso di domandarcelo. Le domande esistenziali sono perite per sempre. Spaparanzati davanti alla serie tv della nostra vita, siamo spettatori passivi e ipernutriti di quello che altri hanno deciso per noi. Non siamo stati in grado di erigere più alcuna Piramide. Abbiamo fatto molto meno dei Greci, ci siamo fatti beffe dell’austero Impero Romano. I nostri dei si chiamano Inettitudine e Tracotanza. Sbuffiamo pigramente per le vite che conduciamo senza immaginare di non meritarle affatto. Da dove veniamo? Veniamo da gente in gamba, che si è rimboccata le maniche per andare oltre la propria storia, per riscattarsi. Che faticosamente ha cominciato a capire cos’era la cultura, ad abbordarla timidamente, e quando non poteva abbordarla ha almeno imparato l’arte della dissimulazione. La generazione che ci precede è figlia di massaie e veterani, venuta appena dopo una guerra in cui non si poteva dissimulare proprio niente. Figli di massaie e veterani che hanno già cominciato a fare meno di loro, ma sono stati autori di una scoperta interessante: che c’è qualcosa al di là della mera sopravvivenza. I nostri genitori si sono sforzati di diventare animali intellettuali, di fare vacanze di piacere e di bisticciare per motivi che non erano la vita e la morte. Hanno avuto i primi contatti con l’inutile, con il bello gratuito, con la cura di sé. Hanno capito il senso di una pedagogia che non ha a che fare con la pura riverenza patriarcale. I nostri genitori hanno avuto vite difficili, meno difficili dei loro genitori. Il processo è stato scalare; e su una scala da 1 a 10 di difficoltà, la nostra esistenza prende l’ascensore. Chi siamo? Siamo il grasso, un pacco sproporzionato portato a stento da una cicogna con il mal di schiena per i troppi voli a digiuno. Abbiamo coniato il concetto di ipocondria e anche un umore standardizzato per ogni giorno della settimana. Abbiamo defecato senza tante cerimonie sulla meritocrazia, sull’etica del lavoro, su qualunque discernimento tra giusto e sbagliato. Non veniamo più a contatto con niente che non abbia prima valicato la dogana dell’omologato e del confortevole. La verità è che il nostro progresso ci decapita, perché mozza il nostro ingegno, la nostra inventiva e […]

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Cos’è una Loot box? È equiparabile al gioco d’azzardo?

Cos’è una loot box? Nei videogiochi viene definito loot box il meccanismo che permette ai giocatori di acquistare la possibilità di effettuare un’estrazione di oggetti utilizzati nel gioco (armi, skin, mappe ecc.). Secondo la Netherlands Gaming Authority questo potrebbe però violare le leggi sul gioco d’azzardo in Olanda. L’ente ha analizzato il funzionamento delle loot boxes in dieci videogiochi che offrono questa funzionalità, dichiarando che quattro non rispettano le leggi locali sul gioco d’azzardo. I titoli dei videogiochi non sono stati finora divulgati. Loot box: meccanismo non illegale di per sé Per la Netherlands Gaming Authority (alias NGA) non è il meccanismo delle loot boxes ad essere illegale in sé: questo accade solamente se gli oggetti possono essere rivenduti. In tal caso diventa un’estrazione con partecipazione a pagamento, regolata dal caso, che mette in palio oggetti che hanno un valore economico reale: quindi per la legge olandese si tratta di gioco d’azzardo senza le debite autorizzazioni. Le case produttrici hanno tempo fino al 20 giugno per modificare i giochi in modo da rispettare i regolamenti dei Paesi Bassi in materia di gioco d’azzardo, altrimenti scatteranno le sanzioni. Pur non essendo illegale in sé, la NGA mette in guardia sull’utilizzo delle loot boxes nei videogiochi, poiché potrebbero avvicinare persone sensibili, specie tra i più giovani, al gioco d’azzardo. Anche se finora non sono stati riscontrati episodi di dipendenza, le loot boxes sono progettate in modo simile a giochi d’azzardo tradizionali come le roulette e potrebbero pertanto avere gli stessi effetti. Inoltre i produttori di videogiochi non effettuano alcun controllo per tutelare soggetti sensibili come i minori e ciò ha portato ad una presa di posizione della NGA anche su questo. Infatti nella dichiarazione stampa sull’analisi delle loot boxes la Netherlands Gaming Authority ha dichiarato che anche se i produttori degli altri sei videogiochi non hanno violato le leggi sul gioco d’azzardo sono comunque invitati a fare dei cambiamenti. Nello specifico viene raccomandato di rimuovere tutti gli elementi che potrebbero stimolare una dipendenza da gioco d’azzardo: effetti grafici, quasi-vittorie, possibilità di aprire loot boxes a raffica ed elementi analoghi. Questo episodio ha portato alla ribalta l’utilizzo, a volte quasi abuso, sempre più diffuso di loot box e analoghi contenuti a pagamento nella progettazione di videogames. Si stanno diffondendo ormai anche al di fuori dei giochi “free to play” (gratuiti), dove potrebbero anche essere giustificati: se il gioco è gratuito deve pur esserci un guadagno. Meccanismi di questo tipo sono stati introdotti anche in giochi a pagamento, spesso tra lo scontento degli utenti, dato che le loot boxes offrono una “scorciatoia” per avanzare più rapidamente e possono potenzialmente renderlo squilibrato avvantaggiando troppo gli utenti che le utilizzano, a scapito di quelli che acquistano solamente la licenza. Francesco Di Nucci

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Inaugurata a Milano 3D Housing 05, la casa in cemento stampata in 3D

3D Housing 05 è un’abitazione che può essere demolita, ricostruita e ingrandita riutilizzando lo stesso materiale. 100 metri quadri distribuiti in soggiorno, camera da letto, cucina e bagno: è la prima casa in cemento stampata in 3D in Europa ed è stata aperta al pubblico in piazza Beccaria a Milano in questa settimana dedicata alla moda e al design. In occasione del Salone del Mobile 2018, Milano diventa  la madrina di questa innovativa struttura nata da un’idea dello studio di Massimiliano Locatelli di Cls Architetti, in collaborazione con Italcementi, Arup e Cybe. L’originalità della costruzione sta nel materiale adoperato, questo tipo di cemento, infatti, “è un metodo di costruzione rapido e sostenibile senza polvere e rumore”, come illustra il direttore Innovazione Italcementi, Enrico Borgarello, che aggiunge: “Chiederemo che la struttura sia portata nel nostro centro di ricerca ILab di Bergamo”. Molto competitivo quindi rispetto al metodo di costruzione tradizionale, il calcestruzzo composito viene accostato ai classici ottone, marmo, intonaco levigato. Dalla stratificazione del calcestruzzo scaturisce una superficie che consente la crescita di piante rampicanti, le quali, raggiungendo il tetto, danno vita ad un giardino urbano. 3D Housing 05, l’architettura del futuro Locatelli ha posto l’accento su come la stampa in 3D permetta una maggiore flessibilità della casa ad un costo minore, rovesciando il rapporto tra architetto e committente. Quest’ultimo, infatti, diverrà creatore e artefice della propria abitazione. Questa rivoluzione in campo ingegneristico non è sconosciuta oltreoceano: ad Austin, in Texas, negli Stati Uniti, lo scorso marzo 2018 è stata fabbricata la prima casa abitabile realizzata con una stampante 3D in appena 24 ore. Presentata durante il festival musicale e cinematografico South by Southwest, è stata ideata da New Story, un’organizzazione benefica sostenuta dall’agenzia di finanziamenti Y-Combinator, e dalla società di costruzioni robotiche Icon. Grazie a quest’opera, le due società hanno dimostrato come sia possibile realizzare un’abitazione di quasi 250 metri quadrati in meno un giorno. Il costo dell’abitazione non supera gli ottomila euro, ma è obiettivo di entrambe le imprese abbassare ulteriormente la cifra fino ad arrivare a tremila euro. L’utilizzo di un materiale così conveniente permetterebbe di realizzare, nei paesi in via di sviluppo, abitazioni per persone che vivono in condizioni di sicurezza e igiene drammatiche, nel minor tempo possibile. La portata di questa innovazione è di notevole entità: la rapidità dei tempi di stampa, i costi contenuti della ristrutturazione che permettono la creazione di alloggi in luoghi di emergenza, il facile ampliamento e persino lo spostamento della casa con un basso impatto ambientale. Tutti questi vantaggi hanno fatto sì che 3D Housing 05 di Massimiliano Locatelli di CLS con Italcementi , Arup e Cybe, durante il Milano Design Award 2018, vincesse il premio Best Sustainability: “Per aver proposto una soluzione concreta e sostenibile nel progetto architettonico in un perfetto equilibrio tra qualità materica ed esperienza emozionale”.

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Un contraccettivo senza effetti collaterali né ormoni che deriva dai crostacei

Dal Nord Europa, e precisamente dalla Svezia, sta per arrivare una vera e propria rivoluzione: un contraccettivo senza effetti collaterali né ormoni, da assumere solo quando necessario. Stiamo parlando di una sorta di capsula vaginale che, introdotta nella cervice, si dissolve nell’organismo producendo i suoi effetti in pochi minuti, evitando così gravidanze indesiderate. La vera novità sta nella sostanza di cui è composto il contraccettivo e cioè il chitosano, polisaccaride derivante dalla chitina, sostanza che si trova nei gusci dei crostacei, “ingredienti” low cost e assai facilmente reperibili nei paesi nordici. Il chitosano sarebbe in grado di restringere la mucosa solitamente difficile da attraversare all’ingresso dell’utero, ma che in fase di ovulazione si allenta consentendo che gli ovuli siano fecondati dal liquido seminale maschile. Un contraccettivo senza effetti collaterali né ormoni Come spiega uno degli scienziati del team svedese, Thomas Crouzier, «in questo modo, otteniamo un contraccettivo che non si basa sugli ormoni e non ha effetti collaterali». Senza intaccare i processi embrionali questo materiale polimerico sostanza creerebbe una sorta di barriera fisica atta a bloccare lo sperma. Trattandosi di una sostanza completamente naturale, non ci sono effetti collaterali perché interviene solo sullo strato superficiale della mucosa. Infatti il prodotto è indicato anche nella cura delle ulcere o delle infiammazioni intestinali. Attualmente il farmaco non è ancora sul mercato, in quanto sottoposto ad una meticolosa sperimentazione da parte dei ricercatori del Kungliga Tekniska Högskolan di Stoccolma a cui si deve l’utilissima scoperta. «Il punto di partenza per noi è stato quello di considerare le membrane mucose come un materiale separato su cui si può lavorare, ma per fare ciò bisogna capire le funzioni della mucosa, compresa la funzione di barriera che blocca i batteri e i virus permettendo all’ossigeno e alle sostanze nutritive di passare», si legge nella rivista scientifica Biomacromolecules dell’American Chemical Society che ha pubblicato lo studio “Reinforcing Mucus Barrier Properties with Low Molar Mass Chitosans”. Un passo avanti verso la gender equality Questo sistema superinnovativo nel campo della contraccezione e della salute, rappresenta un ulteriore passo in avanti verso la gender equality, ossia la parità tra i sessi, affinchè anche le donne possano vivere liberamente la propria sessualità senza temere gravidanze indesiderate o i disturbi causati dai metodi contraccettivi più classici. E non stupisce che tale passo sia stato compiuto proprio da una delle nazioni più all’avanguardia nel mondo in questo senso: dagli anni ’60, infatti, la Svezia combatte in prima linea per il riconoscimento dell’importanza del ruolo della donna nella società, nella politica, nella cultura e nell’economia. Senza contare poi il suo essere un punto di riferimento in ambito tecnologico sin dall’epoca della guerra fredda. Da sottolineare inoltre che, non incidendo in alcun modo sul ciclo naturale della fecondità e sull’equilibrio ormonale, è da ritenersi difficile che questo nuovo metodo anticoncezionale possa diventare oggetto di obiezioni etiche o religiose.

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Incidente mortale durante test auto a guida autonoma di Uber

Il 18 marzo scorso un’auto a guida autonoma di Uber durante un test ha travolto un pedone a Tempe, Arizona. La donna, di nome Elaine Herzberg, è deceduta in ospedale per le ferite riportate nello scontro. L’auto di Uber viaggiava in modalità autonoma, pilotata dall’intelligenza artificiale ma con un guidatore a bordo per intervenire in caso di emergenza. Il veicolo viaggiava a circa 60 km/h, poco al di sotto del limite, quando il pedone ha attraversato la strada in una zona poco illuminata. L’auto non ha nemmeno iniziato una frenata e dai filmati delle telecamere di bordo il guidatore appare distratto fino a poco prima dell’impatto. Resta finora da accertare di chi sia la responsabilità dell’incidente. Auto a guida autonoma investe pedone Sicuramente Elaine Herzberg stava attraversando in una zona in cui l’attraversamento è vietato, ma ciò non scagiona né il sistema di guida autonoma né il guidatore. Nel filmato delle telecamere di bordo la donna sembra “sbucare dal nulla” ma è stato evidenziato come la capacità di visione della dashcam sia inferiore sia a quella del guidatore sia a quella dei sensori di bordo. Per Ryan Calo, docente in legge all’Università di Washington, “L’idea che il video assolva Uber è essenzialmente scorretta”. Secondo la ricostruzione di Brad Templeton (che ha lavorato dal 2010 al 2013 al progetto di auto a guida autonoma di Google) se il guidatore fosse stato attento alla strada sarebbe potuto intervenire in tempo ed almeno iniziare una frenata. Ancora peggiore la posizione del sistema autonomo, dato che parte dei sistemi di rilevamento sono indipendenti dalla visibilità della strada: il veicolo oltre alle telecamere montava un sistema di rilevazione a onde radar ed un lidar (Laser Imaging Detection and Ranging, rilevamento delle distanze basato sul laser). Per Templeton la ragione è da ricercarsi nel sistema lidar e nella gestione dei dati rilevati, dato che il sistema radar non è adatto a rilevare ostacoli in lento movimento come un pedone. La Velodyne, azienda produttrice del lidar installato sulla Volvo XC90 di Uber, ha dichiarato che il loro sistema ha sicuramente individuato il pedone in attraversamento e quindi la ragione dell’incidente sarebbe da imputare al sistema di gestione dei dati rilevati dai sensori (cioè ad Uber che lo ha realizzato). Secondo voci riferite da Templeton, il sistema lidar potrebbe essere stato spento per effettuare test solo con telecamere e radar, ma al momento non ci sono conferme di questa ipotesi. Uber sospende i test delle auto a guida autonoma Al momento Uber ha sospeso i test delle auto a guida autonoma, anche se nessuno Stato degli USA ha per ora imposto regole più restrittive sui test delle automobili a guida autonoma: il governo federale ha emanato solo linee guida ad adesione volontaria. Questo episodio mette in luce come ci siano ancora enormi margini di miglioramento sulle automobili a guida autonoma, che secondo i sostenitori di questa tecnologia dovrebbero ridurre il numero di incidenti. Anche se attualmente, secondo una ricerca della Morgan Stanley, sulle strade statunitensi in media avviene un […]

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Danilo Riccardi racconta il Cammino Neocatecumenale

Il Cammino Neocatecumenale. Storia e pratica religiosa è uno studio su due volumi pubblicato a maggio per Il Terebinto Edizioni. In quest’opera Danilo Riccardi, attualmente professore di storia e filosofia, dottore specializzato nello studio della Storia del cristianesimo e delle chiese, afferra in modo deciso un argomento delicato per il modo incompleto con il quale negli ultimi anni se ne è discusso. Il pregiudizio che aleggia intorno a uno dei Movimenti Ecclesiali di formazione novecentesca viene qui stemperato dalla sensibilità di chi osserva le varie sfaccettature di una realtà estremamente multiforme. Danilo Riccardi si immedesima pienamente nel ruolo dello storico, incentrando nel primo volume de Il Cammino Neocatecumenale le vicissitudini che hanno condotto alla formazione di questo Movimento. «In questo scenario cominciarono a essere evidenti gli squilibri tra i bisogni individuali e quelli della comunità dell’intera umanità: cominciavano a profilarsi le alterazioni provocate nell’ambiente dall’inquinamento atmosferico; la minaccia atomica incombeva costantemente lasciando presagire catastrofi apocalittiche; e infine, la maldistribuzione delle ricchezze tra paesi ricchi e quelli poveri». Partendo dallo scenario postbellico fino alle problematiche indotte dal 1968 e dalla lotta contro il senso stesso dell’autorità, intesa come scolastica, giuridica e religiosa, il Cammino Neocatecumenale si profila come una risoluzione a un tempo di scompiglio prima umano che sociale. La lotta contro il Padre, inteso in tutte le sue sfaccettature, ha comportato un rinnovamento della Chiesa, che con il Concilio Vaticano II ha riletto i suoi dogmi, stemperando alcuni aspetti che in una società in rinnovamento non avrebbero rappresentato un solido appiglio dalla decadenza. I Movimenti Ecclesiali sono stati letti perciò come un tentativo ulteriore della Chiesa per tenere stretti i suoi fedeli, e perpetuare il funzionamento di un’istituzione secolare in realtà non più in grado di garantire alcuna salvaguardia. Per questo, sottolinea Danilo Riccardi, la letteratura che ancora si occupa dei Movimenti è più che altro apologetica o contro-apologetica. Obiettivo dello storico è restituire un’immagine veritiera di uno dei movimenti presi in esame, il Cammino Neocatecumenale, riportando fedelmente la sua nascita e diffusione, nonché propositi e obiettivi consolidati. Danilo Riccardi e il Cammino Neocatecumenale Danilo Riccardi ricorda i grandi nomi di questo movimento di grande successo, quelli che possono essere considerati i padri fondatori del consolidamento battesimale per adulti che aleggiava in Spagna già dall’inizio del ‘900: il pittore Kiko Argüello e la missionaria Carmen Hernández. L’obiettivo sarebbe stato da sempre quello di una rifondazione dell’anima, un cammino di ricerca. Il lavoro di Danilo Riccardi è dettagliato e puntuale. La sua documentazione spazia dai dicasteri vaticani riguardanti il Cammino Neocatecumenale fino ai testi ufficiali del Cammino stesso. Il secondo volume raccoglie invece 45 interviste sul campo, in Europa, Sud America, Russia e nella stessa Napoli. Lo studio si è insaporito così di gusto sociologico, verace conferma della grande adesione al Cammino. «Questo studio, oltre ad analizzare la storia e la struttura di una realtà ecclesiale, è una fotografia sulla società contemporanea dove milioni di persone per rispondere all’anonimato e alla tragicità del vivere quotidiano creano un regime protetto di esistenza grazie al […]

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Furio Colombo torna con “Clandestino” (Recensione)

Pubblicato dalla casa editrice La Nave di Teseo nella collana Le onde, è uscito oggi in libreria Clandestino. La caccia è aperta del noto giornalista, scrittore e politico italiano Furio Colombo. Il libro è una raccolta delle lettere pubblicate da “Il Fatto Quotidiano” nella rubrica tenuta dall’autore, nel periodo che va dal 3 Febbraio  2016 al 30 Settembre 2017, alle quali Colombo ha risposto con chiarezza, precisione e con un’apertura e un’onestà disarmanti visto il delicato e spinoso argomento in esse contenuto. Il filo conduttore che lega gli interventi dei lettori è quello relativo la questione, della quale si parla e si sente parlare ormai da anni – anche se le radici di questo tema sono ben più profonde tanto da riempire le pagine della storia sin dai suoi albori – dell’immigrazione. Le intenzioni di Colombo si trovano subito esposte nella frase contenuta nell’ Avvertenza in apertura al libro: “Tutto quello che vi hanno raccontato sul traffico in mare, di soldi, barche, navi, soccorso, vita e malavita dei migranti, non è vero: in nessun tempo, in nessun luogo, in nessun punto.” Bastano queste poche parole, che non lasciano certo spazio a fraintendimenti, a invogliare a proseguire la lettura con curiosità e, soprattutto, con il desiderio di saperne di più in modo tale da capire, confrontare il proprio e l’altrui punto di vista e/o posizione scoprendo verità – e, spesso, le ulteriori verità – per cui l’autore ha optato di esordire con un’affermazione simile. Clandestino di Furio Colombo: domande e risposte a un’umanità, oramai, in alto mare È emblematico – ma non certo programmato – che il testo di Furio Colombo sia uscito pochi giorni dopo la vicenda relativa alla nave da ricerca e soccorso dell’organizzazione non governativa internazionale italo-franco-tedesca SOS Méditerranée – Medici Senza Frontiere – Aquarius. A bordo di quest’ultima si trovavano 629 migranti che, rifiutati da Malta prima e dall’Italia poi, vista la decisione di non autorizzare l’ingresso della nave in un porto italiano da parte dell’attuale Ministro dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini – peraltro più volte citato nel testo insieme al suo predecessore Marco Minniti – sono stati “accettati” dalla Spagna verso la quale sono partiti dopo giorni di attesa in acqua. In questa occasione, come è stato per quelle passate e come sarà per quelle future, nel Paese si è creata una spaccatura tra coloro i quali erano soddisfatti e sollevati del rifiuto e chi non avrebbe esitato a far sbarcare i migranti. È a questi italiani, quelli che guardano al loro prossimo scappato dalle atrocità degli abusi, delle carestie e delle guerre affrontando un viaggio insidioso dopo essersi affidati a mercenari di vite privi di scrupoli che Colombo risponde. E, a ogni lettera, risponde con la sua penna che buca il foglio lasciando a ogni parola una scia rossa dietro di sé come rosso è il colore del sangue – uguale in tutti gli uomini e tutte le donne del mondo – perso in mare da questi disperati in cerca di sopravvivenza “perché nessuno […]

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Francesco Muzzopappa ritorna con Heidi per la Fazi editore (recensione)

Francesco Muzzopappa e Fazi Editore di nuovo insieme: è uscito Heidi   Heidi di Francesco Muzzopappa, dopo Dente per dente, è il quarto romanzo dello scrittore pugliese, ormai naturalizzato nel Nord Italia. Il romanzo è edito (come i precedenti) dalla Fazi Editore. Dal 14 giugno è nelle librerie di tutta la penisola. Collabora con il fumettista Simone “Sio” Albrigi per creare le particolarissime storie dell’irriverente e geniale Scottecs Megazine. Questa volta la protagonista è una trentacinquenne in cui ognuno di noi potrebbe immedesimarsi: piena di ansie, timori e una buona dose di cinismo e scetticismo in proporzioni variabili. Francesco Muzzopappa: un elogio della realtà in Heidi Chiara è una ragazza di 35 anni che lavora, a Milano, per un’agenzia che crea format per la televisione e procura per ogni singolo programma i suoi particolarissimi protagonisti. Il suo compito è infatti quello di provinare lunghissime file di aspiranti attori e performer, la cui maggior parte non vanta alcun talento reale. Nonostante ciò, molti trovano ugualmente un inserimento e ognuno ha la sua collocazione, a seconda delle proprie stravaganti peculiarità. La sua vita procede secondo una scaletta ben precisa, da “workaholic”, ovvero dipendente a tutti gli effetti dal lavoro. È infatti quasi priva di vita sociale ed è costretta a rimanere in azienda per otto ore o più. Almeno fino all’arrivo di una telefonata: il padre, affetto da demenza, non è più ospite gradito nella casa di cura in cui era ricoverato dall’inizio della malattia. Da questo momento in poi la vita di Chiara subisce uno scossone, ma questo le dà la spinta giusta per comprendere che non tutti i cambiamenti possono essere negativi. Heidi di Francesco Muzzopappa è un romanzo umoristico intriso di drammatica realtà: la preoccupazione di perdere il proprio lavoro, di non essere in grado di badare al proprio padre malato, di non saper ricambiare un affetto che in gioventù non ha mai ricevuto dal proprio genitore. È infatti spaventata, fragile, ipocondriaca e tanto disperata da aggrapparsi a qualsiasi appiglio, anche a costo di chiudere un occhio davanti ai sani principi morali. Un altro piccolo capolavoro dello scrittore che snocciola, tra le righe, le sue impressioni sulla vita milanese. Heidi di Francesco Muzzopappa

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La ESI presenta Lo zaino della memoria all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici

Lo zaino della memoria. La Prima Guerra Mondiale raccontata ai ragazzi, è il libro edito dalla ESI (Edizioni Scientifiche Italiane) scritto da Daniela Cirillo, Gianpaola Costabile, Maria Scialò, in collaborazione con Fabrizio Corso. All’interno della magnifica cornice del Palazzo Serra di Cassano ha avuto luogo la presentazione del libro, durante la quale sono intervenuti Giuseppe Catenacci, Presidente onorario dell’Associazione ex allievi Scuola Militare Nunziatella; Guido D’Agostino, Presidente dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età contemporanea “Vera Lombardi”; Nino Daniele, Assessore alla Cultura del Comune di Napoli; Paolo Monorchio, Presidente del comitato provinciale di Napoli CRI. Ad introdurre i relatori era presente la giornalista de La Repubblica, Cristina Zagaria. Il libro è frutto di un lavoro di gruppo, che ha visto coinvolte tre insegnanti, provenienti da diverse parti d’Italia, in un’esperienza di studio-ricerca sulla Grande Guerra, che ha portato alla vittoria del primo premio in un concorso per le scuole bandito dalla Regione Veneto. Daniela Cirillo, infatti, è docente di lettere all’I.C. “Spallanzani” di Mestre, mentre Gianpaola Costabile e Maria Scialò insegnano alla scuola elementare di Napoli “Maurizio de Vito Piscicelli”. Lo zaino della memoria: lettere dal fronte e racconti di trincea Lo “zaino della memoria” è metafora e artificio letterario insieme, un contenitore di ricordi ritrovato da una famiglia austriaca in soffitta, e consegnato al Ministero della Difesa italiana. La memoria delle trincee è affidata alle lettere inviate da un soldato alla propria famiglia, Il tenente Morelli, del 147° Reggimento Fanteria Brigata Caltanissetta, lettere che saranno rispolverate e riportate alla luce dalla nipote. Maria Elena, giornalista affermata, attraverso questo ricco epistolario, compirà un viaggio a ritroso nel tempo della Grande Guerra, ripercorrendo le vicende degli italiani impegnati al fronte, tra cui figurava anche suo nonno. Il contenuto delle lettere è cronologicamente legato al periodo storico della Battaglia di Caporetto, con riferimenti anche all’inverno precedente e ad altri momenti di vita in trincea. I soldati italiani vissero delle condizioni durissime, ammassati in fosse scavate lungo la linea del fronte, tormentati dai topi e dai pidocchi, esposti alle intemperie nei mesi invernali e all’arsura del Carso in quelli estivi. I personaggi ed i racconti sono fittizi ma si ispirano a persone realmente esistite e a fatti realmente accaduti. Tutto ciò è stato possibile grazie al lavoro di ricostruzione storica e di ricerca di documentazione portato a termine dalle autrici, che hanno raccolto anche una testimonianza preziosa, come quella della figlia del tenente fiorentino Mario Muccini, autore di un memoriale, non più in commercio, sulla Prima guerra mondiale. Nel libro, infatti, in Appendice, tra le varie testimonianze fotografiche, troviamo la foto del tenente Muccini e altri fanti sul monte Mrzli nel 1917. Di Muccini è anche la frase: “Non odio né odiare nella vita: basta ricordare finché i nostri figli sappiano e si salvino”. Lo zaino della memoria, la Grande guerra raccontata ai ragazzi Ed è proprio da questa dichiarazione di intenti, dal valore che assume la memoria come monito e insegnamento fondamentale per le nuove generazioni, e dal bisogno di […]

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Napoli & Dintorni

Napoli & Dintorni

Roberto Della Ragione a Telese per L’Aperitivo letterario

Roberto Della Ragione ospite del penultimo appuntamento con L’Aperitivo letterario “dialoghi&buonipensieri”, evento culturale che coinvolge l’amministrazione della città di Telese terme, diverse realtà associative territoriali, tra cui Fratres ed Azione Cattolica, e l’Istituto Comprensivo locale. Questa manifestazione, nata dall’idea di Mario Alterio e organizzata in più incontri, si è svolta sabato 9 giugno, nel salone dell’Istituto Comprensivo Telese Terme – Solopaca, alle ore 18.30, e ha permesso di discutere sul romanzo “L’Amore non può aspettare” (Giammarino editore), terzo volume della trilogia di Della Ragione incentrata sui Diritti Negati al Sud. La serata ha visto la partecipazione dell’Assessore alle Pari Opportunità di Telese Terme Filomena Di Mezza, che ha evidenziato quanto l’amministrazione sia attiva per le donne ed ha annunciato l’apertura di una casa- rifugio per le donne nel Telesino, del Presidente AC Telese Terme, Maria Angela Ferrara, che ha puntualizzato che la cultura, che non è per tutti, deve essere apprezzata ed incentivata, di Arturo Derviso, dottore commercialista, di Antonella De Novellis, docente di diritto ed economia, e dell’autore Roberto Della Ragione. L’evento, moderato dalla giornalista Maria Grazia Porceddu, è stato allietato dalla visione di due cortometraggi, da uno spazio musicale con Anike Torone (Sanremo Junior e Saremo Famosi) e da un angolo dedicato alla moda e agli ospiti. Dividiamo ogni cosa, lottiamo per la dignità, che non vada mai persa Dalle parole di Della Ragione, apprendiamo che il libro nasce da una storia realmente accaduta a Carla Caiazzo, arsa dal compagno Paolo Pietropaolo all’ottavo mese di gravidanza, ma rielaborata con personaggi fittizi. L’amore non può aspettare narra, infatti, la storia d’amore e la vita sospesa di Giulia, giovane napoletana che si ribella alle violenze e alle umiliazioni quotidiane, perpetrate dal convivente-stalker. Un vissuto intriso di attese, di emozioni, di passioni, che tratta di un’emergenza sociale tratteggiata con delicatezza: la violenza contro le donne e il femminicidio. Questo libro esprime, dunque, una denuncia sociale, volta a contestare i tempi lunghi della giustizia italiana, ed è il terzo di una trilogia che affronta, negli altri due volumi, rispettivamente il tema della precarietà e del diritto negato alla salute. Nell’arco dell’interessante dibattito che ha accompagnato la presentazione, Della Ragione si è definito promotore, attraverso quest’opera, di una battaglia politica contro gli omicidi di identità e, fiducioso nella giustizia e nella prevenzione, ha proposto di ripartire dalle due Istituzioni-cardine della società: la famiglia e la scuola. Egli, inoltre, ha affermato di credere nell’associazionismo: i giovani, oggi, devono spegnere il mondo virtuale ed accendere la cultura. Essi non devono sentirsi isolati ma, educati al rispetto, non devono temere di esporsi e di denunciare. Fondamentale, inoltre, il valore dell’amicizia: è l’amica di Giulia, Antonella, che ha di fatto la forza di sostenere la protagonista, di denunciare il convivente ed è la testimone-chiave del processo contro l’uomo. Il Dott. Derviso, nel suo intervento, ha evidenziato quanto il fenomeno abbia valore sociale e nasca in seno alle famiglie, dettaglio che incrementa la necessità, per ciascuno di noi, di conoscere il problema e di trovare il modo per affrontarlo ed eliminarlo, coinvolgendo tutti gli […]

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Paola Fiorentino, “I colori dell’anima” alla Fondazione Vico

Paola Fiorentino, chef e non solo! Giovedì 7 giugno, nella suggestiva ed eterna cornice del centro storico di Napoli, si è parlato di colori dell’anima. Lì, dove San Gregorio Armeno incrocia San Biagio dei Librai, in un abbraccio fatto di viuzze, pietruzze e odori intrecciati sapientemente,  sorge la sede napoletana della Fondazione Giambattista Vico, Complesso Monumentale costituito dalle chiese di San Gennaro all’Olmo e di San Biagio Maggiore. L’atmosfera sacra e mistica ha accarezzato i marmi e i ricami dei luoghi spirituali, e ha accolto le delicate e vivaci sfumature dell’anima di Paola Fiorentino, che, vestita di un rosso energico e positivo e con un sorriso dipinto sul volto, ha guidato il pubblico in un viaggio nei meandri della sua anima. L’anima di Paola Fiorentino è un’anima poliedrica, complessa e vivacemente inquieta, poiché sono tanti gli interessi che prendono corpo e forma nella girandola delle sue passioni: donna di carne e sangue, artista figlia di Positano, chef d’eccellenza di matrice mediterranea, maestra di formaggi ONAF, sommelier a Bordeaux e AIS, sciabolatrice a Reims, avvocato e imprenditrice di successo. Tutte le sfumature dell’anima di Paola Fiorentino si miscelano e si confondono come colori di una tavolozza, colori che gocciolano e si diluiscono l’uno nell’altro, creando un caleidoscopio di tonalità che si completano, senza che l’una cancelli o escluda l’altra. Paola Fiorentino è una artista poliedrica Coltivare le proprie passioni è il vero sale della vita, dare loro spazio è la ricetta per neutralizzare qualsiasi tipo di negatività e trovare il proprio baricentro in un’epoca mordi e fuggi, fatta di gigabyte, pixel, social network e umanità liquida. E se si provasse a instaurare un vero contatto umano, qualcosa di tangibile da toccare con mano e da sentire nelle corde dell’anima? Paola Fiorentino ha provato a farlo partendo dai fili dorati della propria anima, la parte più pura e libera da ogni preconcetto, la parte che corre selvaggiamente nella libertà del nostro essere e che ci spinge ad esprimere adeguatamente il nostro Io più recondito e autentico. Paola Fiorentino ha spiegato al pubblico la storia delle sue opere, della sua “natura viva”, fatta di limoni profumati della Costiera, di alici di Cetara che respirano sott’acqua con il loro piccolo ventre traslucido, di fuochi d’artificio folkloristici e scintillanti, che si riflettono sul pelo dell’acqua durante le feste dei santi a Positano. E, soprattutto, di colori. Colori pieni, campiture decise e forti, tonalità che trascendono la sfumatura e si rivelano in tutta la loro pienezza cromatica e sensistica: osservare le tonalità, ben miscelate e diluite, di Paola Fiorentino, è una terapia rilassante, e viene naturale immaginarle affisse al muro di una camera da letto, magari di una stanzetta per bambini. I piccoli occhi dei bimbi amano osservare i colori, i contorni netti e decisi, magari dopo aver fatto un incubo. Il potere cromatico e illuminante dei colori, può rilassare e rendere placida anche un’anima adulta, magari dopo una delusione, una brutta notizia e una giornata difficile. Paola Fiorentino, e la giornalista Teresa Lucianelli, hanno ricordato […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Cenando sotto un cielo diverso: mangiare e ridere facendo del bene

Torna l’evento di beneficenza “Cenando sotto un cielo diverso” nella sua edizione estiva che, come ogni anno, si svolgerà nel bellissimo Castello medioevale di Lettere. L’ideatrice dell’iniziativa è la psicologa ed esperta di food e beverage, Alfonsina Longobardi, che sin dall’inizio ha sempre creduto nelle potenzialità del territorio e si è battuta, anche con altri eventi, per metterlo in risalto. Insieme all’organizzazione da lei fondata nel 2013, “Tra cielo e mare”, si è occupata di raccogliere fondi per le persone con disagi psichici e di altra natura, schierandosi dalla parte di quanti spesso vengono esclusi o dimenticati dalla società. Uno dei tanti obiettivi che l’associazione cerca di conseguire è quello di avvicinare le persone andando oltre i problemi che affliggono alcuni, cercando di creare un ponte che unisca il mondo dei “sani” con quello dei più “disagiati”. Acquisendo negli anni un consenso sempre maggiore, “Cenando sotto un cielo diverso” vuole anche dare una spinta nella valorizzazione del territorio campano, mettendone in risalto le bellezze naturali, il patrimonio enogastronomico e le figure professionali che se ne prendono cura. Infatti il format prevedere anche un’edizione invernale “on the road” presso una location di volta in volta diversa per conoscere e mettere meglio in risalto il territorio. “Cenando sotto un cielo diverso”: Francesco Albanese testimonial dell’evento In occasione dell’edizione estiva verranno coinvolti più di 90 professionisti, tra chef, pasticceri, pizzaioli, produttori del territorio campano e non, insieme a tante persone che parteciperanno alla serata di beneficenza. La kermesse avrà luogo il 24 giugno presso il Parco Archeologico del Castello di Lettere per raccogliere fondi destinati all’acquisto di un ecografo da donare all’ospedale pediatrico Santobono Pausillipon di Napoli. Questo macchinario sarò collocato nel reparto di nefrologia del nosocomio guidato dal Prof. Carmine Pecoraro. Come testimonial di questa ottava edizione, sarà presente lo chef stellato Michele De Leo insieme all’attore, regista, autore e sceneggiatore napoletano Francesco Albanese. Non è la prima edizione in cui il regista accetta con grazia di esserne testimonial, mostrando sempre appoggio nei confronti di progetti di solidarietà e ponendosi in prima linea per aiutare i meno fortunati. Così spiega in prima persona in che modo darà il suo contributo nell’arco della serata: «Coordinerò in prima persona tutta la parte dell’evento legata all’intrattenimento. Tornando al mio rapporto con il cibo, il mio piatto preferito è la pizza che, tra l’altro, Alfonsina mi ha anticipato che sarà uno dei piatti principe della prossima edizione dell’evento. Sicuramente ci saranno degli spettacoli di cabaret in diversi punti della location e in orari diversi per consentire a tutti di farsi quattro sane risate.» Un progetto di inclusione nei confronti di chi viene troppo spesso escluso o allontanato dalla società, un’iniziativa sostenuta da molte associazioni di volontariato tra cui “I Disabili di Gragnano” e “Abili alla Vita”, creata proprio per aiutare i “diversi”, termine che Albanese non ama particolarmente: «dovremmo trovare un termine un po’ meno ruvido… Forse andrebbe utilizzata la parola “speciale” per indicare una persona meno fortunata.»

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Biblioteca dei Girolamini, ritrovato un manoscritto di Seneca

Dallo “scrigno” della Biblioteca dei Girolamini è da qualche giorno riaffiorato dalla polvere un preziosissimo manoscritto trecentesco, che custodisce il corpus delle tragedie di Seneca, il noto filosofo, drammaturgo e politico romano vissuto nel I sec. d.C. Fortunatamente scampato alla razzia dei saccheggiatori di codici e di antichi volumi, ai quali per molti anni l’antica Biblioteca è stata sottoposta, il pregiato volume è stato recuperato dagli studiosi dell’Università Federico II di Napoli, ai quali da circa un anno il Mibact ha affidato la Biblioteca dei Girolamini e la gestione di una Scuola di alta formazione in Storia e filologia del manoscritto e del libro antico. Le tragedie senecane rivestono un eccezionale interesse poiché sono le uniche della letteratura romana conservatesi integralmente. In considerazione degli aspetti filosofico-morali, della macchinosità di alcuni episodi difficilmente rappresentabili e di alcune peculiarità stilistiche, gli studiosi ritengono i drammi di Seneca destinati essenzialmente alle pubbliche recitationes e alla lettura privata; caratteristiche peculiari sono la frammentazione dialogica, l’enfasi declamatoria delle sententiae e degli stessi dialoghi, le tinte macabre e l’esasperazione della tensione drammatica, ottenuta mediante lunghe digressioni, vere e proprie scene autonome rispetto al contesto drammatico. Il prezioso manoscritto sarà presentato dall’Istituto Treccani Colori brillanti, oro in quantità e una straordinaria acutezza di soluzioni prospettiche danno vita a una narrazione per immagini di grande suggestione – prodotta della perizia di un talentuoso miniatore anonimo dell’arte medievale, attivo a Napoli durante il regno della regina Giovanna I, ovvero tra gli anni ’40 e ’80 del XIV secolo, ribattezzato dagli studiosi “Maestro del Seneca dei Girolamini” – la cui bellezza sarà svelata a breve, a cura dell’Istituto Treccani, all’interno della Sala Vico della Biblioteca stessa, mediante una presentazione al pubblico di studiosi e appassionati di manoscritti del facsimile dell’opera, dal titolo “Seneca, il Teatro”, in una limitatissima tiratura di 299 copie. Il volume sarà corredato da un ricco commentario curato da molteplici docenti di svariati Atenei: il prof. Marco Cursi, docente di Paleografia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, la prof.ssa Carla Maria Monti, docente di Filologia Medievale e Umanistica presso l’Università Cattolica di Milano) e la prof.ssa Alessandra Perriccioli Saggese, docente di Storia dell’Arte Medievale presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli ed esperta di miniatura angioina. «Il nostro obiettivo – afferma il prof. Andrea Mazzucchi, docente di Filologia Italiana presso l’Ateneo federiciano, che interverrà alla presentazione – è la conoscenza del patrimonio della Biblioteca. Dunque non posso che essere felice, in questa circostanza. La realizzazione del facsimile è anche l’occasione per garantire una migliore conservazione dell’originale, visto che gli studiosi non avranno più necessariamente bisogno di sfogliare il manoscritto. Ma l’operazione è importante anche per il volume di studi che accompagna il facsimile e che costituisce una preziosa occasione di approfondimento su aspetti molteplici del manoscritto. La Federico II è orgogliosa di poter annoverare anche questo risultato accanto alle attività di formazione e ricerca». Il manoscritto è custodito dalla più antica biblioteca napoletana: la biblioteca dei Girolamini  La Biblioteca Statale Oratoriana annessa al Monumento Nazionale dei […]

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Andrea Sannino presenta Andrè, un nuovo album dalla forte identità partenopea

Andrea Sannino ritorna con  il nuovo album André, scopriamolo insieme Continua l’energico e coinvolgente percorso artistico di Andrea Sannino, il giovane cantautore partenopeo che, dopo i precedenti successi, lancia il nuovo album André. Prodotto e distribuito dalla Zeus Record, con la produzione artistica di Mauro Spenillo e Pippo Seno, Sannino ha presentato il suo nuovo orgoglio il primo giugno 2018 a Napoli, presso lo spazio eventi della Feltrinelli in Piazza dei Martiri. Ad anticipare l’uscita del disco è Lassame cu’ tte, una ballata romantica già oggetto di oltre 100 mila views in meno di 24 ore a partire dal 18 maggio 2018, insieme al videoclip targato Francesco e Sergio Morra. André. Figlio del percorso di crescita umana e artistica di Andrea Sannino “Mr Abbracciame”- il cantante campano è soprannominato così in seguito al forte successo di Abbracciame – è diventato ormai un’icona nel panorama del repertorio dei brani melodici napoletani e italiani. È un giovane di talento con un immenso e contagioso desiderio di emergere e parlare al cuore della gente attraverso la musica. Artista poliedrico, nonostante la giovane età, esordisce nel 2010 scrivendo e componendo Senza Accordi insieme al musicista Emanuele Nerino. Giunge poi nel medesimo anno il suo successo con il musical C’era una volta… Scugnizzi, dove vestei panni del coraggioso prete Don Saverio. Da qui comincia a farsi strada con il suo talento, non solo come cantante, ma anche come attore e ballerino. Un vero showman, con il palcoscenico al suo servizio ed un pubblico che ne acclama il carisma e l’energia. Dal 2014 al 2015 è ancora tra i protagonisti di un musical scritto e diretto da Alessandro Siani, Stelle a metà, al fianco di Sal da Vinci. Nel 2015 pubblica Abbracciame, brano da milioni di visualizzazioni e ormai stabilmente ai vertici delle classifiche di Spotify dedicate alla musica napoletana. Abbracciame anticipa il suo primo album uscito il primo Dicembre 2015, Uanema, composto da 15 brani inediti che scaldano i cuori del pubblico ormai innamorato della sua schietta simpatia e del suo carismatico talento. André: il nuovo album che urla identità partenopea A tre anni di distanza dall’esordio discografico, Andrea Sannino torna con André, un lavoro ancor più personale dei precedenti, proprio a partire dal titolo! L’album raccoglie 14 brani che ripercorrono il suo personale stile, frutto di un lungo lavoro di ricerca, scrittura e produzione. Un lavoro importante, perché rappresenta una crescita umana e artistica. Tutto parte già dal titolo André, in risposta a chi voleva cambiargli gli orizzonti già dal primo disco, oggetto di enorme successo forse proprio per la viscerale peculiarità partenopea. Una vera dichiarazione d’identità, e così lui presenta questa scelta consapevole alla rubrica Music&TheCity: «Una sorta di ripicca ironica verso chi.. quando qualcosa parte da Napoli ti fa sempre la classica affermazione: “Però adesso ci vuole un brano in italiano!“; cioè quasi a dire che se lo fai in napoletano è qualcosa di serie B. Allora io per ripicca, non solo i 14 brani sono tutti in napoletano, ma mi sono tradotto anche il nome: […]

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Musica

redisCOVERed: il nuovo album della cantante Judith Owen

redisCOVERed: il nuovo disco di Judith Owen Il 25 maggio scorso è uscito il nuovo album della cantante gallese Judith Owen pubblicato dalla Label Twanky Records: redisCOVERed. Il titolo scelto calza a pennello perché si tratta di un disco di cover con le quali Judith omaggia agli artisti che ha sempre amato e dai quali ha tratto ispirazione.   redisCOVERed: una raccolta di cover Sono dodici i brani che Judith ha voluto omaggiare con il suo disco, a partire dal primo, completamente diverso dal suo stile: Hotline Bling di Drake. La cantautrice lo presenta in maniera rivisitata, meno “hip pop” ma più intensa, meno veloce ma più nostalgica; l’album continua con il secondo brano, dove la voce carica e allegra della Owen riprende in maniera decisa le note di Shape of You di Ed Sheeran. Black Hole Sun dei Soundgarden è stato scelto da Judith Owen per rendere onore e omaggio a Chris Cornell e ha voluto farlo attraverso una rivisitazione più allegra della canzone perché «è la migliore canzone sulla depressione e sul vivere nell’oscurità che abbia mai sentito. Non era possibile rendere la canzone più oscura, così ho deciso di portare vivacità al suo interno, che è come mi sento sempre quando indosso la mia maschera di determinazione». Segue una bellissima rivisitazione del brano che negli anni 70 ha fatto scatenare centinaia di ragazzi sulle piste da ballo: Hot Stuff di Donna Summer. Di Joni Mitchell, la cantante inserisce due brani: Cherokee Louisee Ladies’ Man, conferendo da un lato profondità, dall’altro spensieratezza. L’album redisCOVERed prosegue con Can’t Stop The Feeling in cui le note determinate e movimentate di Justin Timberlake lasciano spazio a quelle romantiche proposte da Judith. In versione più dolce e con voce carezzevole, Judith rende omaggio ai Deed Purple (Smoke on the water), al celebre Grease (Summer night) e a Wild Cherry (Play That Funky Music). Chiudono l’album un classico della musica: Blackbird dei Beatles e Dream A Little Dream Of Me di Doris Day. Judith Owen con la raccolta redisCOVERed ha voluto rendere omaggio ad artisti che, per un motivo o per un altro, sentiva vicini a sé: «Nel corso degli anni tantissime persone, quando hanno ascoltato brani altrui interpretati da me in maniera insolita, mi hanno chiesto perché non pensassi ad incidere una raccolta di cover. Sia chiaro: non faccio karaoke. Non mi esibisco o canto musica a meno che non significhi qualcosa per me. Con questo disco volevo rendere queste canzoni importanti per me, trovare in loro la mia verità». E noi, attraverso le rivisitazioni a volte totali, altre meno, di Judith, possiamo cercare di trovare la nostra verità.

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Musica

Compilation Eroica #5, i migliori brani di Maggio

Bentornati nella nostra rubrica dedicata ai brani selezionati tra il meglio della musica campana del momento per consolidare il nostro legame con il territorio. Una piccola compilation creata apposta per voi lettori, per consigliarvi e guidarvi nel panorama musicale in continua espansione della nostra terra. Questo mese vi proponiamo tre singoli pieni di “napoletanità”. Ecco a voi. Compilation Eroica #5, Sisifo di Ventinove e Trenta feat. Ciccio Merolla Pubblicato il 25 maggio per l’etichetta discografica Full Heads, Sisifo è il nuovo singolo della band napoletana Ventinove e Trenta in collaborazione con il celebre percussionista Ciccio Merolla. Un titolo eloquente, nella mitologia greca, Sisifo era il più scaltro tra gli uomini: astuto e cinico. Il brano è infatti una sagace critica a chi non si fa scrupoli di coscienza per raggiungere i suoi obiettivi, avvalendosi di sotterfugi e scorciatoie. Costringendo, dunque, chi invece cerca di seguire un percorso corretto, a fare i salti mortali. La correttezza e il rispetto in questo modo non diventano motivo di dignità ma soltanto un enorme peso da portare con sé, proprio come il protagonista del video costretto a trascinare un enorme masso. Con un sound energico e vivace, che unisce blues e funk, i Ventinove e Trenta potrebbero scrivere una nuova pagina per il “Neapolitan Power”. “Ma sta chi nun se fa scrupole ‘e cuscienza/ e vò fernì primma ancora ‘e accummincià/ guapparia e pure cocche conoscenza/ frisco e profumato passa annanze e je me ‘nchiaveco a saglì//” Compilation Eroica #5, La leggenda del Superman napoletano di Tommaso Primo Dopo 3 anni dalla pubblicazione del suo primo album Fate, Sirene e Samurai, il cantautore napoletano Tommaso Primo ritorna con La leggenda del Superman napoletano. Un brano, pubblicato il 4 Maggio, che fa da anteprima all’uscita del suo nuovo disco targato Full Heads 3103. Il cantautore, con la leggerezza con cui si raccontano le favole, traspone il personaggio di Superman nella città di Napoli, immaginando la vita di un ipotetico Superman napoletano. È un Superman che appare molto meno scultoreo e senza quell’alone di epicità che avvolge il personaggio classico. Appare quasi buffo, un po’ arrangiato, ma nel suo piccolo comunque eroico, impegnato a risolvere i problemi dell’ordinaria quotidianità. “Si Superman fosse Napulitano/ se scetasse tutt’ ’e matine cu ‘o vient’ ’e mare/ e a chi le chiede ancora “Ma che ce staje a fa?”/ rispunnesse “è n’onore a essere nato ‘ccà”//” Compilation Eroica #5, E vivrò… di Mauro Di Domenico Concludiamo con E vivrò… brano inedito del chitarrista Mauro Di Domenico tratto da Essenza, il suo album di cover strumentali dei più famosi brani di Pino Daniele, pubblicato il 25 maggio per Forward Music Italy. Le sapienti dita di Mauro Di Domenico si muovono sinuose sulla tastiera della sua chitarra classica, plasmando, sopra un sottofondo di archi, una melodia che rimanda a Quando e Napul’è. Un elegante ed emozionante omaggio a chi Napoli l’ha saputa raccontare e suonare come pochi. Clicca qui per ascoltarlo.  

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Musica

Backstreet Boys 2.0: dopo il singolo del ritorno, in arrivo nuovo album e tour

Il 17 maggio 2018 è uscito Don’t go breaking my heart, il brano che riporta in auge una delle boy-band più amate degli anni Novanta: i Backstreet Boys. Il singolo anticipa l’arrivo di un nuovo album, che dovrebbe uscire il prossimo autunno. A 25 anni dal loro debutto e a cinque anni di distanza dal loro ultimo album, “In A World Like This”, nonostante gli anni e qualche chilo in più, i Backstreet Boys appaiono in gran forma e hanno ancora energia da vendere, come dimostra il videoclip del nuovo singolo e il video, divenuto virale, di una loro esibizione tenuta qualche settimana fa sulla nave da crociera “Backstreet Boys Cruise”, durante la quale hanno vestito i panni delle Spice Girls. Backstreet’s Back, operazione nostalgia Era la fine degli anni Novanta quando Nick Carter, Howie D., Brian Littrell, AJ McLean e Kevin Richardson facevano impazzire orde di ragazzine con le loro canzoni e i loro balletti ammiccanti. Come dimenticare hit quali Everybody (Backstreet’s Back), As long as you love me, Larger than life, I want it that way, Quit Playin’ Games (with my heart), incisa poi anche in italiano col titolo Non Puoi Lasciarmi così. Chiunque sia cresciuto negli anni 90’/2000 non può non ricordarle. Un successo planetario quello dei cinque ragazzi di Orlando, consacrato dall’album Millennium, pubblicato il 18 maggio 1999, che vendette 1,13 milioni di copie nella sua prima settimana e dominò le classifiche di tutto il mondo, piazzandosi in prima posizione in ben 25 nazioni. Nel dicembre dello stesso anno l’album fu certificato dalla RIAA 11 volte disco di Platino per aver venduto 11 milioni di copie negli Stati Uniti e 4 volte disco di Platino in Italia. Ma, come spesso accade a chi raggiunge in fretta il successo in giovanissima età, ben presto il gruppo conosce un periodo di crisi, a cui hanno contribuito, tra l’altro, i problemi personali dei componenti. Così, nel 2002, la band decide di prendersi una pausa  e i cinque si dedicano a progetti da solisti. Dopo tre anni di stop i Backstreet tornano con un nuovo singolo, Incomplete e un nuovo album “Never Gone”, che li riporta in vetta alle classifiche. Nel 2006 Kevin Richardson lascia il gruppo, ma i Backstreet Boys continuano a credere nel loro progetto, pubblicando nel 2007 “Unbreakable”, album che però non ottiene lo stesso successo del precedente. Seguirà “This is Us” (2009). Nel 2012 Kevin rientra nella band, in occasione dell’uscita della raccolta NKOTBSB. L’anno successivo il gruppo celebra 20 anni di carriera con un nuovo album “In a world like this”, l’ultimo prima del grande, atteso ritorno col singolo Don’t go breaking my heart. Oggi, data la non piú giovanissima età, forse non è il caso di continuare a definirli una boy-band, ma l’attitudine del gruppo ci sembra ancora quella degli inizi e, a giudicare dal successo dei loro ultimi live, anche la presa sul pubblico non è cambiata. Backstreet boys: nuovo album  e tour in arrivo L’uscita del singolo Don’t go breaking my heart preannuncia l’uscita […]

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Teatro

Recensioni

Erodiade allo Spazio Libero Teatro, un regno alla fine della decadenza

Erodiade è l’emblema della disperazione, della follia femminile che divampa quando il controllo della realtà risulta impossibile. Una coinvolgente rivisitazione dell’Erodiade di Gustave Flaubert è andata in scena allo Spazio Libero Teatro di Napoli in un’opera scritta da Federica Castellano e diretta da Vittorio Lucariello. Nel ricordo della magistrale interpretazione di Carmelo Bene (Salomè), lo spettacolo si è presentato al pubblico come una divampante scena tutta al femminile con al centro le emozioni incontrollabili della moglie del Re Erode. Erodiade, tiranna dei sentimenti e madre snaturata Sono molteplici le componenti emotive che scatenano in Erodiade un flusso di cattive intenzioni ed emozioni snaturate. La principessa della Giudea è infatti vittima delle infauste scelte di suo marito e dell’inesorabile corruzione dell’impero romano. Si scatena così in lei il terrore per un avvenire fatto di perdita di potere ed ineluttabile decadenza della bellezza. Quattro donne accolgono il pubblico in una danza sensuale in cui primeggia il velo nero, portatore di sciagure. Al buio la voce infelice e disperata di Erodiade risuona sulle pareti del palco:“Nascondete il sole, le stelle, la luna. Non voglio che più niente mi guardi”. In un’affascinante ed inquietante atmosfera la principessa racconta alle sue ancelle dei festini organizzati da Erode e riversa sulle presenti tutto il livore che nutre nei confronti della figlia Salomè. “Era Salomè, ma era Erodiade, l’Erodiade di un tempo”. La regale donna riflette la propria immagine in uno specchio opaco mentre sembra arrendersi alla distruzione del tempo che passa. In un fremito di rabbia e riscatto generazionale pretende che sua figlia Salomè diventi carnefice di Giovanni Battista. Il martirio dell’uomo rappresenta per madre e figlia il risanamento di un rapporto corrotto in cui Erodiade aveva perso ogni potere sulla figlia.  L’interpretazione di Federica Castellano è l’apice della potenza espressiva femminile Sul palco i colori e le luci ricostruiscono i sentimenti che Erodiade cova all’interno delle sue viscere. Rabbia, rassegnazione, costernazione, desiderio di rivalsa generano nella mente della principessa un’incontrollabile reazione emotiva che la fa vaneggiare tra le mura del palazzo. Federica Castellano è una presenza fisica e recitativa che trasmette al pubblico tutta la mistura delle emozioni controverse di Erodiade. I suoi occhi comunicano angoscia, i suoi movimenti alienazione, le sue parole terrore. La rabbia della principessa è il motore di un comportamento incontrollabile ed irrazionale. Lo spettacolo si esprime attraverso una narrazione metateatrale in cui il pubblico è coinvolto a tutto tondo. La scelta delle musiche è appropriata ai singoli momenti di lucidità e follia che Erodiade alterna nel suo monologo della disperazione. Una pennellata di colori contemporanei ammortisce i toni anacronistici di uno scenario biblico e solenne.   

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Teatro

“Il Seme della Tempesta” di Cesare Ronconi, tra giuramento e ribellione

“Questo chiedo: avere in me il seme della tempesta. Spazzare via la calma apparente della generazione mia destare la rivolta”. Riscoprire la forza evocatrice e catartica del teatro attraverso la solennità di parole, musica e danza. “Il seme della tempesta” di Cesare Ronconi, il secondo spettacolo andato in scena per il Napoli Teatro Festival, è un inno vitalistico, violento e magnetico, che ha turbato – e a tratti shockato – gli spettacoli accorsi al Teatro Bellini. Il tessuto spirituale e drammatico che imperniava l’esperimento scenico celebra l’assunto che ci possa ancora essere un ritorno alle origini della vita. Scandagliata attraverso un ricerca che vede centrale il tempo e il nostro caotico muoversi in esso, l’esistenza riacquisisce la sua basalità ferina ed è pronta a stipulare un nuovo e più sincero giuramento. Giuramento verso il mistero, un patto di fede stretto con l’ignoto, ma soprattutto con le arti, che da sempre sono il collante dell’umanità in toto. Il tempo e il teatro secondo Cesare Ronconi “Spaccare voglio questa convinzione di concretezza, la dittatura dell’apparenza, della misura, della materia dominante, del vendere e acquistare. Dell’avere. Quell’agio superiore che ripete “è tutto qui, cosa vai a cercare”. Lo spettacolo, che vede un allestimento scenico che prende tutto il palco e sottopalco, è diviso in tre parti contigue e senza interruzioni. La prima, Non ancora, è incentrata sul potenziale, sull’attimo che antecede e prepara la tempesta (e il pubblico all’attenzione). Il concerto di Enrico Malatesta alle percussioni e Attila Faravelli al suono, e le immagini che si proiettano sui due pannelli sul palco, quindi, scandagliano nel non verbale, nel pre verbale, così da permettere una maggiore esasperazione a ciò che seguirà.  Discorso ai vivi e ai morti non è altro che il testamento di una figura arcaica (Mariangela Gualtieri) che è costretta a rifugiarsi nel mistero, nelle inquietanti braccia di un angelo dall’anima nera, abbandonando, suo malgrado, le certezze del presente. La terza e ultima parte, Giuramenti, sintetizza, invece, l’esplosività emotiva e creativa che il teatro è in grado di emanare. 32 tra attori, danzatori, cantanti e allievi, hanno invaso la scena e celebrato, infine, con i loro corpi impetuosi, spogliati di cliché e abitudini, le loro voci ruggenti ma intonate, e con passi leggeri e perfettamente ritmati, l’anima primordiale del teatro. Teatro che, con “Il seme della tempesta” di Cesare Ronconi, ha toccato vette di rara altitudine.

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Recensioni

TrentaTram Festival – Specchio Rotto di Sharon Amato

In occasione della prima edizione del TrentaTram Festival 2018, il teatro Tram di Napoli ospita spettacoli dedicati alle compagnie teatrali formate da attori e registi con meno di 30 anni. Come undicesimo ed ultimo spettacolo va in scena domenica 27 maggio la rappresentazione Specchio Rotto, a cura della compagnia Instabili – allievi della Scuola del Teatro Stabile di Napoli, scritto e diretto da Sharon Amato. L’esibizione indaga sulla condizione della solitudine in una società del web 2.0 . TrentaTram Festival – Specchio Rotto di Sharon Amato: la trama La trama della rappresentazione non è altro che una lunga metafora sulla condizione di vita circa un soggetto solitario chiamato X – da qui possiamo dedurre la generalità del suo nome. Il protagonista decide volontariamente di vivere in uno stato di reclusione per otto anni a causa di un sistema sociale che sembra non comprendere. La sua decisione viene presa nello stesso momento in cui decide di aprire un blog per esprimere liberamente se stesso e denunciare il sistema. Quello del web è il mezzo più veloce ed immediato per arrivare al maggior numero di persone, perché quindi sforzarsi a stringere rapporti umani? L’obbiettivo di X è dunque “condividere per creare”. All’inizio dell’esibizione, lo spettatore si ritrova faccia a faccia con le emozioni del protagonista, che durante la sua reclusione hanno preso vita. Per X sono i suoi più cari amici: mentalmente può parlare con la compassione che veste i panni di sua zia. La scioperante che si oppone a qualsiasi tentativo di azione. Un soldato che rappresenta l’ansia da controllo, con tanto di cappello e pennacchio. L’autocommiserazione rappresentata da una figura con frusta e una parlantina negativa che la contraddistingue dal resto del gruppo e la sua poetessa che altro non è se non la sua vena artistica. Nella stanza di X dunque dimora solo la sua emotività caotica, che lotta per far uscire l’animo grande che esiste in lui. Oltre alle sue emozioni, il protagonista è circondato anche da centinaia di lettere, inviategli dai fan che seguono il suo blog appassionatamente. Esiste una clausola per comunicare con X: inviargli lettere esclusivamente cartacee. Tra queste spiccano voci come fashion blogger e grandi esponenti dello show bizz che tentano di spronarlo nel suo poter essere più che un semplice recluso. Ma la risposta del protagonista è sempre la stessa: a lui bastano se stesso e i suoi amici immaginari. Una sola lettera lo sprona a smuovere entrambi: quella del suo ex amore. Gli scrive dopo tempo che non lo ha mai dimenticato e qui X comprende che in solitudine non potrà mai ottenere quell’emozione forte e piacevole come l’amore. Al di là della sua reclusione inoltre può acquisire un’altra caratteristica utile quale l’esperienza. Questa compresa grazie ad un garzone che va a fargli visita preoccupato per il suo stato di salute. A contatto con un’uomo proveniente dall’ambiente esterno comprende che ha tanto ancora da vedere e da apprendere. Come differenziare ad esempio la forma dei suoi origami. Si tratta di un hobby costruito durante gli anni rappresentante la staticità della sua […]

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Teatro

Teatro Bellini e Piccolo Bellini di Napoli: Cartellone e Spettacoli del 2018

“Una stagione, mille volti”. Questo lo slogan scelto dal teatro Bellini per riassumere la stagione teatrale 2018/2019, che partirà da ottobre prossimo. Gli spettacoli in cartellone confermano l’importanza del Bellini, giunto alla sua trentesima rassegna, come punto di riferimento per gli artisti italiani ed internazionali. La stagione 2018/2019 del Teatro Bellini La stagione del Teatro Bellini si aprirà il 19 ottobre con Don Giovanni di Mozart, nell’originale e appassionante versione dell’Orchestra di Piazza Vittorio. Diretto da Andrea Renzi e con la direzione musicale di Mario Tronco, le note di Mozart verranno fatte dialogare con le principali esperienze musicali del ’900, come il jazz ed il rock, passando per la disco music e il reggae. Seguirà Fronte Del Porto, con la regia di Alessandro Gassmann e con protagonista Daniele Russo nel ruolo di Terry Malloy, che sul grande schermo fu di Marlon Brando. La potenza del linguaggio del corpo sarà protagonista de La Scortecata da Basile e il controverso Bestie di Scena; due spettacoli di Emma Dante che si alterneranno una settimana dopo l’altra costituendo un focus sull’artista siciliana. Nel mese di febbraio sarà di scena Alessandro Serra con l’onirico Macbettu, traduzione in sardo del Macbeth di Shakespeare che ha sorpreso ed emozionato pubblico e critica diventando il caso teatrale della stagione appena terminata. Il regista sarà presente anche al Piccolo Bellini con il suo nuovo spettacolo Frame, ispirato ai dipinti di Edward Hooper. Il Bardo sarà ancora protagonista in Tito/Giulio Cesare, riscrittura delle due omonime tragedie diretta da Gabriele Russo, nata all’interno dell’iniziativa Glob(e)al Shakespeare, il progetto presentato a giugno 2017 nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia. Pur riconoscendo la diversità tematica delle due tragedie, Gabriele Russo ha fatto notare come in realtà fossero anche quelle che dialogassero di più tra loro. La scrittura del Tito, in particolare, sviluppa il discorso sul potere e sul suo peso e ciò ha reso possibile l’aggancio con il Giulio Cesare, dove invece il potere è desiderato e bramato. Il regista ha anche evidenziato come la riscrittura delle opere possano offrire nuove sfumature su quelle originali, rimarcando così l’attualità di Shakespeare. Protagonista della stagione del Teatro Bellini sarà anche Pierfrancesco Favino con La notte poco prima delle foreste di Bernard-Marie Koltès, il monologo che fu già portato dall’attore sul palco dell’ultima edizione del festival di Sanremo. La regia di Lorenzo Gioielli propone uno spettacolo dalla scena scarna ed essenziale, costituita esclusivamente da una sedia e da luci al neon intermittenti nascoste da un velatino a rappresentare una pioggia battente ed incessante. «Mi sono imbattuto in questo testo – spiega Favino – un giorno lontano, mi sono fermato ad ascoltarlo senza poter andar via e da quel momento vive con me ed io con lui». Maria Paiato sarà protagonista di Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello, diretta da Filippo Dini, mentre Cous cous Klan è il nuovo esilarante spettacolo del gruppo Carrozzeria Orfeo. L’occhio del grande fratello ci guarderà durante 1984 , in scena per la regia del britannico Mathew Lenton. Questa rilettura dell’omonimo romanzo […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Giuseppe ovvero l’epifania di un pranzo in spiaggia

La pioggia ci sorprese mentre eravamo a pranzo in spiaggia. Non c’erano ombrelloni, solo la sabbia e qualche giocattolo buttato alla rinfusa, vicino ad una buca dissestata. Mia madre aveva portato la frittata di maccheroni e io non vedevo l’ora che fosse ora di pranzo. Quanto mi piaceva! Avevamo messo i teli a mo’ di cerchio, ma io volevo stare vicino a Giuseppe. Giuseppe mi faceva ridere sempre, anche se ogni tanto mi prendeva in giro ed io lo picchiavo. Lui faceva finta di farsi male per farmi vincere, ma non si faceva male veramente. Era forte. Le prime gocce di pioggia iniziarono a cadere sul secchiello rosso vicino al mio piede, ma io me ne accorsi solo quando vidi tutti che si alzavano e si affannavano, mentre mamma copriva la frittata di maccheroni e Giuseppe si era messo il telo in testa come la Madonna. Allora me lo misi anch’io e iniziammo a correre. Facevo dei passi lunghissimi e affondavo i piedi nella sabbia fresca che però sotto era calda. Sembravamo dei mostri strani con quei mantelli e allora mi misi a ridere, mentre le gocce di pioggia mi andavano negli occhi e in bocca. Era salata. Attraversammo tutta la spiaggia e ci riparammo nella pineta del villaggio turistico. Io avevo ancora le ciabatte in mano, e i miei piedi si erano un po’ sporcati di terra e aghi di pino. Avevo il fiatone per la corsa e iniziai a respirare col naso e con la bocca. Odorava tutto di terra bagnata, mentre gli aghi di pino mi punzecchiavano le dita dei piedi. Ma ora è marzo ed io sono grande. Ed essere grande significa che ogni tanto ti vengono in mente delle scene del passato che sembrano appartenere alla vita di un’altra persona. Tu ti fermi, chiudi lo sportello della lavatrice, ti metti un po’ comoda e te le guardi. E vedi una bambina con i capelli corti come quelli di un maschietto ed un costumino intero di Topolino, che riempie fino all’orlo secchielli di sabbia bagnata e con gesti meticolosi ne livella la superficie per eliminare quella in eccesso. Quando è soddisfatta, li capovolge di scatto, dà un paio di colpetti sul fondo e lentamente sfila via l’involucro di plastica…magia! Poi, in lontananza, vedi Giuseppe che prende la rincorsa e finge di calpestarli tutti, ma solo per farla arrabbiare. Ma ora è marzo, ed anche Giuseppe è grande. Mentre mi rendo conto che ormai non so più niente di lui, ritorno alla realtà ed afferro il cesto vuoto dei panni sporchi. Pensando a come mi sia venuta in mente questa scena, il mio sguardo si ferma sul fondo del cesto azzurrino. Un ago di pino.

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Voli Pindarici

Lei, inconsistente come la prepotenza

Era impalpabile come l’aria, leggera come una brezza di mare di tanto in tanto tagliente. Anzi, inconsistente. Viveva del personaggio che da sola si era creata, fomentato da coloro che contribuivano a pomparla in maniera del tutto ingiustificata e inspiegabile agli occhi di tutti quelli troppo diversi da lei. Queste stesse persone erano affascinate dal suo modo di fare, così frizzante e coinvolgente, dalla sua indole così spensierata e strafottente che sembrava fregarsene degli altri, tutti ipocriti, benpensanti e schiavi delle convenzioni. Ovunque andasse e con chiunque interagisse, era sempre la parte forte. Era lei che dettava la legge a cui tutti dovevano sottostare se volevano rapportarsi con lei. Bello grande quel piedistallo sul quale si era posta, e tutti gli altri sotto, non per presunzione ma per prepotenza. Era molto semplice andare d’accordo con lei: bastava assecondarla sempre, benchè dichiarasse fermamente di volere qualcuno che le tenesse testa nelle discussioni e nella vita di tutti i giorni. Niente di più falso: un suddito era tutto ciò che cercava. Una dama di compagnia al maschile che la seguisse in tutti i suoi progetti più strampalati senza mai criticare o porre obiezioni in merito, altrimenti i punti a suo favore tenacemente conquistati in precedenza grazie all’accondiscendenza, sarebbero andati irrimediabilmente persi in un batter d’occhio. I “no” non erano contemplati nel suo personalissimo manuale del contraddittorio, pena ritrovarsi di fronte improvvisamente una bambina viziata urlante e scalpitante contro chi aveva osato porre diniego alle sue gesta eroiche. Il confronto: per lei uno sconosciuto Discutere con lei era una lotta ad armi impari, uno sfinimento cerebrale, uno stillicidio di parole che si concludeva in un armistizio dettato necessariamente dalla resa dell’altro, non certo della sua. Ne usciva sempre vincente, arroccata nelle sue convinzioni, anche a costo di perdere qualcuno a cui diceva di tenere. Lei, però, di tanto in tanto abdicava Cosa la portasse a cedere di tanto in tanto il suo scettro, non si era ben capito. Sbandierava fiera la sua indomabile libertà, salvo poi cadere nella tentazione di incanalarsi in una vita ordinaria e tranquilla dettata da quel senso di casa, di famiglia che necessariamente i suoi genitori le avevano inculcato. Forse l’amore per qualcuno, ovviamente vissuto a suo modo; forse a seguito di minacce amorose, ultimatum irrevocabili, out out degni di un conflitto; forse il desiderio recondito di scendere di tanto in tanto a qualche compromesso comunque vantaggioso per lei; forse la noia, forse la stanchezza di cercare il tanto agognato incontro fulmineo, travolgente, sconvolgente, sensuale e avvolgente come nei suoi migliori sogni, portavano misteriosamente a farla riflettere sulla sua vita. Sta di fatto che, a periodi più o meno scadenzati, cedeva ad una vita ordinaria e ordinata. Ma la mascherata durava poco, pochissimo, il tempo di riaversi come qualcuno che si riprende annusando i sali dopo un mancamento improvviso. Lei e i compromessi Il periodo del compromesso, dopo un apparente iniziale convincimento, puntualmente finiva per lasciar venire alla luce la sua vera essenza maldestramente affossata. Vivere la vita di […]

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Voli Pindarici

Ipocondriaci, internet e tv

Possono gli ipocondriaci guardare fiction e programmi a sfondo medico-scientifico senza correre dal medico di base accusando i sintomi di tutte le malattie del mondo? Immaginiamo un soggetto impressionabile vedere spiattellate sul proprio schermo ad alta definizione operazioni a cuore aperto, ferite zampillanti sangue, diagnosi sbagliate o difficili, malattie rare, conseguenze invalidanti di incidenti banali e svariate patologie di natura varia. Il televisore, da strumento di compagnia, potrebbe tramutarsi per lui in un’arma letale peggiore di una reale sindrome conclamata. In principio fu E.R., il serial tv che lanciò il mitico George Clooney, alias il Dottor Ross, nello sfavillante mondo del cinema direttamente dal triage del pronto soccorso di Chicago. In seguito, sulla stessa scia dei pionieri medici in tv, seguirono Nip/tuck, con i due chirurghi plastici più sexy, promiscui e spregiudicati di Los Angeles; Doctor House, alias il mago degli internisti, con il suo bastone e il suo caratteraccio, sempre infallibile nel formulare diagnosi impossibili; Grey’s Anatomy, ossia l’incastro perfetto di casi clinici di particolare gravità con la storia d’amore tra la dottoressa Grey e il dottor Sheperd. Che dire di Scrubs che, seppur divertente e sicuramente più spensierato degli altri serial, sempre di malattie parlava. L’ultimo medical drama apparso in tv in ordine di tempo è Code black, ambientato in un grande pronto soccorso di un ospedale americano: nel titolo contiene quell’esplicito richiamo al colore nero che è un chiaro buon auspicio per chi voglia rilassarsi la sera davanti alla tv. Dato il crescente interesse del pubblico verso il mondo della medicina, anche le trasmissioni televisive a sfondo medico/divulgativo si sono moltiplicate nel tempo a perdita di telecomando alla pari delle fiction: dall’immarcescibile Elisir alle più recenti Malattie imbarazzanti, Diagnosi misteriose, The Doctor Oz show e 24 ore in sala parto, programmi di punta dei palinsesti delle nuove reti del digitale terrestre. Ma non bastano solo questi programmi pseudo scientifici ad influenzare il rapporto con la televisione di un malato immaginario. Anche trasmissioni tranquille e “asintomatiche” come Sconosciuti implicano sempre la presenza di una grave malattia a rompere l’idillio del racconto dei protagonisti. Proprio mentre si cena, tra l’altro. Insomma, le patologie e il terrore di averle tutte sono sempre in agguato, anche quando si guardano programmi televisivi apparentemente insospettabili o si gioca ai videogiochi o si scommette su tutti i casino online. Ipocondriaci si nasce o si diventa? Se la predisposizione a sentirsi vittima di tutti mali del mondo non è necessariamente genetica, con l’avanzare dell’età la propensione al malessere può fare capolino nelle nostre vite da un momento all’altro e condizionarle pesantemente. Nei casi più disperati di ipocondria acuta, una donna potrebbe pensare persino di avere problemi alla prostata. È questo il campanello d’allarme che fa comprendere almeno a noi femminucce che, oltre ad essere terribilmente suscettibili in tema di malanni, è forse il caso di smettere una volta per tutte di vedere simili fiction e trasmissioni tv. Ipocondriaci 2.0 Ma non è finita qui. Al binomio ipocondria–televisione manca l’anello di congiunzione tra una semplice impressionabilità ed il tracollo irreversibile del […]

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L’italia è un Paese per vecchi, restare o andare?

Giorni fa parlavo con un collega. Lui, più grande di età, avviato già nella sua carriera di pendolare e docente non di ruolo, siamo “colleghi intellettuali”. Ci scambiamo dei consigli sugli ultimi libri da leggere, lui mi chiede degli esami e gli racconto la mia storia funesta su quell’ennesimo che forse “un giorno passerò”. Mentre parlava guardavo le sue rughe intorno agli occhi, la sua pelle spenta. Il suo atteggiamento e portamento, di solito sicuri, adesso mi apparivano sbiaditi, e così di impeto gli chiedo: “ma tu come stai?”. Gli chiedo sincerità nella sua risposta, volevo più che altro che si sfogasse con me. Lo vedi posare le sue pesanti lenti sul tavolo dove ormai il nostro caffè era finito ed iniziò a raccontarmi. A scuola non si trova bene, ha diverse cattedre in diversi plessi anche molto distanti tra di loro, è costretto ad una maratona quotidiana per tornare a casa stanco, distrutto e vuoto. Mi pronuncia questa parola guardandomi negli occhi e me la ripete. “Vuoto”. Essendo più grande di me, non ho vissuto insieme a lui la sua carriera universitaria ma so per certo quanto la sua passione potesse rendere minuscoli tutti i suoi compagni di studio, quanto prendesse le materie e le cucisse su di lui per farle sue e portarle per sempre nel suo bagaglio culturale. È uno di quelli che la famosa luce gliela vedi negli occhi, ed illumina anche te. Mi racconta dei suoi colleghi, quasi tutti anziani, quasi tutti trascinati dall’abitudine in un mestiere che di abitudine dovrebbe non avere nulla, se non quella di alzarsi ogni mattina ed avviarsi a scuola. Mi racconta di come ha avuto la necessità di essere aiutato finanziariamente dalla sua famiglia perché l’affitto e le spese sono più onerose di quanto possa permettersi. Parla con una cadenza che mi permea e trascina in me tutta la tristezza delle sue dure parole. E poi mi guarda e mi dice “non restare qui, scappa”. Ecco, questa parola nessuno me l’aveva detta, ancora. Tutti mi avevano avvertito sulla difficoltà lavorativa italiana, ma non ce n’era, in effetti, vera necessità: quotidiani ogni giorni ci spiattellano in faccia la forte pendenza della situazione lavorativa.  Ma dette da lui quelle parole pesano tanto, tanto quanto le sue rughe, tanto quanto la sua stanchezza.   “L’Italia è un paese per vecchi” mi ammonisce ancora. Proprio quella mattina mi è capitato di aprire i giornali, come mio solito, e di soffermarmi su di un articolo che descriveva la profonda falda presente nel settore lavorativo giovanile, e più si è giovani, più la falda si apre. Dopo esserci salutati con un lungo abbraccio lo vidi andare via, portandosi alle spalle la borsa piena dei suoi libri che di tanto in tanto scivolava giù. La testa china di chi non porta solo quel peso addosso. E, per la prima volta, io che sento di avere delle profonde radici ancorate al mio Paese, mi chiedo: “è più pesante la valigia per partire o quella, invece, per restare?”.

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