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Eroica Fenice

La Tag: attualità contiene 75 articoli

Attualità

Matrimoni omosessuali in Giappone: la Corte dice sì

“Un grande passo verso l’equità matrimoniale”, è questo lo slogan che si legge sulle bandiere arcobaleno sventolate al di fuori del tribunale di Sapporo, città principale della regione di Hokkaido, nel Giappone settentrionale. Il 17 Marzo 2021, il riconoscimento dei matrimoni omosessuali in Giappone ha rappresentato, infatti, un giorno storico per la tutela dei diritti della comunità LGBT+ alla quale, sorprendentemente, il Sol Levante ha sempre dato poco spazio ed attenzione. Seppur l’omosessualità sia considerata legale dal 1880, essa continua ad essere motivo di scherno e di discriminazione nel paese, rendendo particolarmente difficile agli omosessuali di vivere in maniera serena la loro sessualità. I dettagli della nuova legge sul matrimoni omosessuali in Giappone Non sorprende, infatti, che il Giappone sia l’unico dei paesi del G7 a non aver ancora preso una posizione stabile e chiara in materia. Nonostante ciò, la corte di giustizia di Hokkaido ha accolto la richiesta da parte di tre coppie omosessuali (una coppia di donne e due coppie di uomini) richiedenti diritti matrimoniali e alle quali tali possibilità sono state negate. Per questo motivo, le coppie hanno richiesto un risarcimento economico per danni psicologici che, però, non è stato accolto. In compenso, la corte ha dichiarato incostituzionale la negazione del matrimonio per coppie dello stesso sesso, in quanto tale assunto viola profondamente il principio di uguaglianza che caratterizza la costituzione giapponese. Dal punto di vista legislativo, la situazione risulta piuttosto variegata: In alcune prefetture giapponesi è possibile ottenere un “certificato” che permette alle coppie omosessuali di ricevere permessi speciali in casi di malattia del partner, ma il matrimonio effettivo resta ancora impossibile: il codice civile nipponico sul tema delle unioni non solo non considera validi i matrimoni omosessuali non celebrati in Giappone, ma cita testualmente “l’approvazione di entrambi i sessi”. I commenti A questo proposito, la Professoressa Yayo Okano, docente presso il Dipartimento di Global Studies della Doshisha University, considera questo passo come una svolta necessaria all’interno di una società che ha sempre dato un’importanza fondamentale alla famiglia tradizionale composta da uomo e donna. Su tale questione si è anche espressa l’attivista LGBT e personalità politica Kanako Otsuji la quale si dice estremamente felice dei recenti avvenimenti, sollecitando il Governo a muovere ulteriori passi verso la modifica del codice civile giapponese in materia matrimoniale e, in particolare, verso il riconoscimento dei diritti civili delle coppie omosessuali. Si tratta davvero di uno straordinario passo verso il riconoscimento dei diritti della comunità LGBT+ che, ormai da troppo, è costretta alla discretezza e al silenzio dettati dai valori di un paese che sta, a piccoli passi, andando nella direzione dell’equità. Immagine: ilMeteo

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Attualità

La lingua che parliamo influenza le nostre sensazioni?

La lingua che utilizziamo può davvero influenzare la nostra percezione della realtà? Linguisti, antropologi e filosofi si sono posti spesso questa domanda e la risposta non è per nulla scontata. Il modo in cui percepiamo e concettualizziamo la realtà può essere influenzato dalle strutture linguistiche che adoperiamo? La lingua ha, davvero, il potere di cambiare la nostra visione del mondo? Rispondere a queste domande non è affatto semplice e, in effetti, anche linguisti ed antropologi sembrano avere delle posizioni molto differenti fra di loro. Uno dei primi a porsi tale interrogativo fu Ludwing Wittgenstein. All’interno del suo Tractatus Logico Philosophicus, il filosofo viennese afferma che le strutture del linguaggio rispecchiano la struttura del mondo: «Le proposizioni della logica descrivono l’armatura del mondo, o piuttosto, la rappresentano». Esse vanno a descrivere gli stati di cose e rappresentano la realtà, in quanto sono delle immagini della stessa. Non a caso, scrive: «La proposizione è un’immagine della realtà: io conosco la situazione da essa rappresentata se comprendo la proposizione. E la proposizione la comprendo senza che me ne si dia il senso».  Se conosciamo i significati dei termini che compongono una proposizione, non abbiamo bisogno che questa ci venga spiegata: la comprendiamo immediatamente, proprio come, guardando una figura, ne intuiamo il significato senza che questa debba esserci spiegata. Ciò può essere anche dedotto dal fatto che, nel tentativo di voler chiarire il senso di una preposizione, dovremmo farlo necessariamente attraverso un’altra proposizione, ritrovandoci così in un vicolo cieco.  Secondo Wittgenstein, una proposizione può rappresentare l’intera realtà, ma non la relazione tra il linguaggio stesso e il mondo, poiché questa si mostra da sé ed è la forma logica del mondo: «Ciò che nel linguaggio esprime sé, noi non possiamo esprimere tramite il linguaggio. La proposizione mostra la forma logica della realtà. L’esibisce». Non è dato pensare al mondo indipendentemente dal linguaggio, non c’è realtà senza la sua rappresentazione, che non è che lo stesso linguaggio. Pertanto, scrive: «I limiti del linguaggio sono i limiti del mio mondo». Se la lingua influenzi o meno la propria visione del mondo se lo chiesero, a partire dagli anni Trenta del Novecento, anche due importanti studiosi americani: Edward Sapir, noto linguista strutturalista, e Benjamin Lee Whorf, che non era un linguista di professione, bensì un ingegnere chimico impiegato in una compagnia di assicurazioni che aveva seguito le lezioni di Sapir presso l’Università di Yale. Secondo questi, «gli esseri umani dipendono in maniera importante dalla singola lingua che è divenuta il mezzo di espressione della loro società. […] Noi vediamo, udiamo e in generale proviamo le esperienze che proviamo proprio perché le abitudini linguistiche della nostra comunità ci predispongono a scegliere certe interpretazioni». A sostegno di queste idee, Whorf tentò di confrontare la differente organizzazione grammaticale delle lingue amerindiane rispetto a quelle europee, che unificò sotto la sigla SAE (Standard Average European, ossia “europeo medio standard”). Studiando, in particolar modo, l’hopi – utilizzata nel Nord-Est dell’Amazzonia – Whorf arrivò a considerare questa come una lingua “senza tempo” o, […]

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Food

La zuppa di cozze di ‘A Figlia d’o Marenaro: la ricetta

Giovedì santo a Napoli vuol dire zuppa di cozze e zuppa di cozze, per molti ormai, vuol dire ‘A Figlia d’o Marenaro, il ristorante che da anni si è affermato come eccellenza nella ristorazione napoletana per la qualità dei propri prodotti di mare. Abbiamo intervistato per voi Giuseppe Scicchitano, il giovane proprietario del ristorante Innovative di ‘a Figlia d’o Marenaro. Il motto del tuo locale è offrire un’unione tra tradizione e innovazione: partiamo dalla tradizione. Tu sei ‘o nipote d’o marenaro: qual è la storia di tuo nonno? Mio nonno Raffaele, detto ‘o marenaro, negli anni ’40 era solito “dare la voce” nei quartieri popolari, conducendo il carretto del brodo di polpo che, essendo bollente, si riteneva avesse proprietà curative contro la tosse e l’influenza. Fu nel 1955 che infine mio nonno aprì il suo chalet, i cui piatti forti erano zuppa di cozze e caponata, riscontrando un forte successo. La tradizione culinaria è stata poi portata avanti da tua madre, Assunta Pacifico, volto del ristorante ‘A Figlia d’o Marenaro: quale pensi che sia l’insegnamento più importante della “scuola” di Assunta? È proprio da lei che ho appreso lo spirito che guida i nostri ristoranti: nel 1990 mia madre Assunta ha aperto il ristorante ‘A Figlia d’o Marenaro portando avanti la tradizione di famiglia, ma innovandola al contempo arricchendo il menù con piatti tipici della tradizione napoletana di mare. Ed è anche quello che tu hai fatto con il tuo nuovo ristorante Innovative, sito al piano superiore del locale storico in Via Foria 180-182: in che modo la cucina del tuo locale aggiunge qualcosa in più alla tradizione di famiglia? Sono molto legato alle tradizioni della nostra terra e agli insegnamenti della mia famiglia, che ci hanno portato ad essere un nome importante nella ristorazione napoletana e campana. Sono tradizioni che non abbandonerò mai, ma a cui ho voluto apportare un pizzico di innovazione, come espressione di una nuova generazione di ristoratori che vuole esprimersi e portare un contributo alla tradizione. Il menù di Innovative, il mio locale inaugurato il 27 Novembre 2019, offre una vasta gamma di piatti, che spazia tra il classico spaghetto alle vongole e piatti sperimentali come la nostra cheesecake salata con base di fresella, ricotta e tartare di gamberi (di cui noi di Eroica abbiamo parlato qui), che sta riscuotendo un particolare successo tra i nostri clienti. Oggi è un giorno particolarmente importante per le vostre attività, grazie alla vostra famosa zuppa di cozze che, da tradizione napoletana, viene servita il giovedì santo. Qual è il vostro segreto per battere la concorrenza? Anche la nostra zuppa di cozze è stata rivisitata nel tempo: se al principio mio nonno preparava la zuppa di cozze napoletana tradizionale, ovvero solo con polpo, cozze e maruzze, noi l’abbiamo arricchita nel corso degli anni aggiungendo scampi, fasolari e vongole, raggiungendo quello che secondo noi è un connubio perfetto di sapori del mare. Sappiamo di chiedere troppo, ma condivideresti con noi la vostra ricetta? Certamente. Il procedimento è piuttosto semplice: si […]

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Attualità

La decarbonizzazione navale del Green Sandi Yacht

Il tema della salvaguardia dell’ambiente si concretizza con iniziative a favore dell’ecosostenibilità. In Campania si segna una nuova rotta verso la tutela ambientale con la creazione della prima campagna ecologica per la diffusione della decarbonizzazione navale che prende il nome di “Green Sandi Yacht“. Una importante iniziativa che si propone come obiettivo la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra ad opera di tre imprenditori napoletani che hanno aderito al progetto internazionale “Carbon off set” e che sono impegnati attivamente nella protezione delle acque marine. I fratelli Pasquale e Domenico Palumbo e Giulio Fiertler sono partiti dai Campi Flegrei con un programma di decarbonizzazione dei consumi, che destina una parte della spesa di gasolio  per favorire dei progetti per lo sviluppo delle energie rinnovabili, come ad esempio la costruzione di turbine idrauliche e pale eoliche in Africa. “Abbiamo deciso di impegnarci nella riduzione dei consumi di GHG inquinanti per l’ambiente – dichiara Fiertler – e per questo motivo, con lo yacht Sandy IV, abbiamo aderito al progetto di off-setting in collaborazione con la britannica “Yacht carbon off set”, che offre l’opzione di decarbonizzare le emissioni prodotte durante le crociere, contribuendo a finanziare importanti campagne ambientaliste”. Un indiscusso impegno che mette al centro di ogni prerogativa la “sostenibilità ambientale” anche nell’ambito della navigazione, attraverso la decarbonizzazione navale che diventa un valido strumento per migliorare la qualità della vita nel tentativo di preservare la biodiversità marina e diminuendo il grado di inquinamento dei nostri mari. “Per la comunità nautica, il rispetto dell’ambiente è diventato un requisito necessario – ribadisce Pasquale Palumbo – e la compensazione del carbonio è sicuramente una risposta proattiva alla sua riduzione”. Le operazioni di decarbonizzazione si attueranno mediante l’utilizzo di velocità meno elevate, l’interfaccia nave/porto e l’ottimizzazione dei piani di viaggio e della gestione della flotta. A tale proposito, la sfida dei tre imprenditori è quella di coniugare la comodità e il lusso degli yacht con un efficiente piano ecologico volto a ridurre drasticamente le emissioni di Co2. “Lusso sostenibile si può, gestendo gli yacht in modo efficiente ed ecologico, – commenta Domenico Palumbo – come abbiamo fatto noi con il nostro Sandi IV, che significa anche adottare misure per ridurre il consumo del carburante, coinvolgendo sia gli armatori che gli ospiti a bordo, diffondendo la consapevolezza del legame tra gas serra e cambiamento climatico. Per arrivare a questo si dovranno ad esempio utilizzare materiali più leggeri con una linea più snella che procuri meno frizioni, più efficienza dei macchinari, una diminuzione dello spreco di calore e, soprattutto, una maggiore assistenza del vento”. Agli ospiti dello yacht, che avranno aderito alla campagna ecologica, verrà rilasciato un certificato a testimonianza dell’impegno per la protezione dell’ambiente e in particolare del mare.   Fonte immagine: comunicato stampa

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Teatro

Fabio Canciello e Giovanni Chiacchio in Un’ora senza regole

Show teatrale online: Un’ora senza regole Da ieri 25 marzo al 23 aprile i due giovani attori Fabio Canciello e Giovanni Chiacchio di anni 19 e 23 anni saranno protagonisti dello show teatrale Un’ora senza regole, in diretta su OnTheatre con lo scopo di portare una leggera allegria e tanti sorrisi, sdrammatizzando un clima pandemico grigio come le nuvole scure.   Questo show teatrale rappresenta una forte reazione alla chiusura prolungata dei teatri tramite i nuovi metodi digitali in streaming particolarmente agevoli per tutti. Lo spettacolo si apre con la raffica di eventi negativi che si sono abbattuti sul mondo teatrale. Lo performance teatrale si traduce in un’ ora di sana ribellione tra una lacrima ed sorriso, rendendo piacevole e diversa almeno un’ora del nostro monotono lockdown. L’intervista  Con piacere abbiamo intervistato i due giovanissimi protagonisti di questo show teatrale napoletano che con grande ironia ci hanno illustrato dettagli inediti.  Un’ora senza regole è un titolo provocatorio e che dà una forte idea di libertà. Perché avete deciso di intitolare così il vostro show teatrale online? La prima cosa che vogliamo dire è che non riusciamo a spiegare ciò che facciamo, per cui per capirlo l’unica strada è vedere lo show. Provocatoria è l’arte che proponiamo, amiamo vestire panni diversi ed in quest’ora non rispetteremo né minutaggio né logica. Abbiamo un solo obiettivo fare Arte… A modo nostro.  Che cosa rappresenta per voi il maestro del teatro Eduardo de Filippo al quale dedicate un omaggio finale? Il MaestroEduardononrappresentama “è” per noi un vero e proprio punto di non arrivo: inarrivabile per ciò che ha fatto, ma stimolante nel tentativo illusorio di accostarsi minimamente a lui. La sua delicatezza nell’unire momenti totalmente comici a momenti prevalentemente drammatici…questo è il nostro obiettivo. Quanto vi manca il contatto con il pubblico? Tanto, ma grazie alla piattaforma On Theatre abbiamo rivissuto la magia che solo in teatro si può provare. Per noi questo show rappresenta, grazie a questa piattaforma, la possibilità di essere visti da tutti in tutta Italia. Non vediamo l’ora. Tre buoni motivi per vedere assolutamente il vostro show Pace, amore e fantasia. Scherzi a parte, da spettatori saremo curiosi di vedere uno spettacolo senza regole e che per poco tempo ci allontani da questa assurda normalità. Ultimo consiglio: guardando questo spettacolo vi innamorerete de I SENZA REGOLE, perché non li comprenderete. Ringraziamo il nostro partner ufficiale Legea e le altre nostre collaborazioni: Teatro bellavista, Suburbia studio e Macaia boat.  Show teatrale online: Un’ora senza regole  Dalle domande si può dedurre che Un’ora senza Regole é uno spettacolo da non perdere, pieno di senso di libertà ed utilissimo per chi vuole evadere da questo periodo di grande incertezza. I giovani protagonisti recitano e si impegnano davvero per far divertire e riflettere contemporaneamente il pubblico, proponendo una performance teatrale napoletana dalla grande vis comica.  Fonte immagine:  http://www.synpress44.com/

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Attualità

Quinta di copertina, la prima piattaforma di edutainment

Dal 10 marzo è operativa la prima piattaforma multimediale ed interattiva di edutainment Quinta di Copertina (www.quintadicopertinateatro.com). La piattaforma, nata da un’idea di Giorgio Rosa e prodotta dalla cooperativa Mestieri del Palco, propone l’utilizzo dell’attività teatrale come strumento di integrazione e potenziamento dell’attività didattica e si rivolge alle scuole secondarie di I e II grado. L’idea è semplice ed innovativa e punta ad un duplice obiettivo. Da un lato si propone uno strumento di supporto all’attività didattica che renda la proposta formativa più innovativa ed accattivante: in quest’ottica gli strumenti propri delle dinamiche teatrali veicolano i contenuti formativi interdisciplinari stimolando la creatività degli studenti e lo spirito di collaborazione. Allo stesso tempo si punta ad una sensibilizzazione degli studenti nei confronti dell’arte teatrale educandoli ad essere fruitori consapevoli e a loro volta produttori di spettacoli teatrali. L’offerta di Quinta di copertina include numerosi percorsi didattici adattati alle esigenze multidisciplinari dell’offerta formativa scolastica e composti da “Tea-lezioni”, vere e proprie lezioni teatralizzate trasmesse in formato video. La strutturazione delle “Tea-lezioni”, veicolata da esperti di formazione nell’ambito teatrale, sfrutta strategie educative differenti, quali cooperative learning, peer-education, brainstorming, problem solving, role playing e didattica laboratoriale, tutte compatibili sia con la didattica in presenza che con quella a distanza. L’intera struttura dell’iniziativa è studiata per essere compatibile con le peculiarità organizzative del sistema scolastico. Ogni percorso è, infatti, accompagnato da una scheda di certificazione delle competenze che riporta il dettaglio degli obiettivi formativi raggiunti, delle attività svolte e delle competenze acquisite durante il percorso. Sono inoltre a disposizione degli insegnati delle singole discipline “schede di programmazione per competenze” che consentono la definizione di obiettivi, abilità e conoscenze nonché la descrizione di attività, metodologia e tempi previsti per ciascun percorso. Nell’ottica di un coinvolgimento maggiore degli studenti alla partecipazione al mondo teatrale, accanto ai percorsi disciplinari sono disponibili percorsi di approfondimento dedicati alla dizione, improvvisazione teatrale, lettura espressiva e regia. Un’anticipazione dell’offerta formativa di Quinta di Copertina sarà disponibile il 28, in orario serale, e il 29 Marzo, in orario scolastico, con la messa in scena in live streaming dello spettacolo “Così è (se vi pare)”. In un momento storico che ha avuto un impatto drammatico sul mondo della scuola e su quello dell’arte, costringendo la prima ad adattarsi rapidamente a nuove forme e strumenti di comunicazione e facendo calare il sipario a tempo indeterminato sulla seconda, il progetto di Quinta di Copertina indica una possibile strada per la rinascita nella mutua collaborazione. Con Quinta di Copertina l’arte teatrale presta i suoi strumenti per valorizzare il lavoro degli educatori, ma allo stesso tempo accorciare le distanze tra il teatro e i giovani fruitori.   Fonte immagine: https://www.facebook.com/quintadicopertinateatro

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Attualità

Campi di rieducazione in Cina: i lager del nuovo millennio

Che molte cose della Cina potessero essere sconosciute a noi occidentali è cosa risaputa, ma venire a conoscenza del fatto che nel nuovo millennio esistano ancora campi di “rieducazione” fa pensare che, dopotutto, non abbiamo ancora imparato la lezione. Il Paese delle grandi contraddizioni, infatti, pare abbia costruito nella regione dello Xinjiang poco meno di 400 “laogai“, ovvero veri e propri campi di rieducazione. Ufficialmente, l’obiettivo è combattere la povertà e l’estremismo religioso nella regione a maggioranza musulmana. Questa “rete” di campi, in realtà, è stata costruita per detenere uiguri e altre minoranze e, secondo le immagini satellitari ottenute dall’Australian Strategic Policy Institute, 14 istituti sono ancora in costruzione. Il dato inquietante è che molti di questi campi delle vere e proprie carceri di alta sicurezza. Il lavoro dell’ASPI sui campi di rieducazione in Cina È stato anche pubblicato online un database con le informazioni appena descritte: lo Xinjang Data Project. All’interno del file è possibile leggere anche le coordinate dei campi, ottenute grazie alle testimonianze dei sopravvissuti e ai progetti di monitoraggio dell’ASPI. “Le prove in questo database mostrano che, nonostante le affermazioni dei funzionari cinesi sui detenuti che si diplomano dai campi, sono proseguiti investimenti significativi nella costruzione di nuove strutture di detenzione per tutto il 2019 e il 2020″, ha detto il ricercatore dell’ASPI Nathan Ruser. Interessante porre l’accento sulle immagini notturne che sono risultate particolarmente efficaci perché questi istituti di detenzione risultavano essere zone anomalamente illuminate fuori dalle grandi città. Le immagini diurne, invece, permettevano una mappatura chiara delle costruzioni. Secondo alcune testimonianze, avallate dalla costruzione dei centri nei pressi di zone industriali, si è scoperto che molti detenuti sono stati messi a regime di lavori forzati, come suggerisce anche il rapporto dell’ASPI. “I campi sono spesso anche co-localizzati con complessi di fabbriche, il che può suggerire la natura di una struttura ed evidenziare la linea diretta tra la detenzione arbitraria nello Xinjiang e il lavoro forzato“, afferma il rapporto. Proprio il contributo dei sopravvissuti agli istituti di rieducazione è stato fondamentale non solo per l’individuazione delle strutture ma per avere ottenuto maggiori dettagli su cosa succedere all’interno. Grazie a questo, al lavoro dell’ASPI e ad alcuni documenti trapelati dal Governo è stato possibile avere una panoramica più dettagliata possibile. Le dichiarazioni di Pechino È pazzesco pensare che in uno stato del mondo civilizzato possano ancora avvenire queste cose. Ma ancora più assurdo immaginare i motivi per i quali gli uiguri e altre minoranze vengono incarcerate. Possedere un corano, esporre una bandierina indipendentista o astenersi dal mangiare carne di maiale nello Xinjiang possono costare la libertà o – nel peggiore dei casi – la vita. Dopo aver negato l’esistenza dei campi per poi descriverli come programmi di formazione professionale e rieducazione che mirano ad alleviare la povertà, Pechino non risulta più un interlocutore affidabile. Tuttavia, il Governo continua a dichiarare che nello stato dello Xinjiang non avvengano violazioni dei diritti umani. A sostegno di questa tesi il fatto che la maggior parte delle persone detenute sono tutte tornate […]

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Attualità

Femminicidio a Napoli: educare alla non violenza, non a quella scampata

Nell’omicidio di Ornella Pinto, la giovane donna uccisa a Napoli dall’ex marito, una delle cose che ha più fatto pensare è stata una frase detta (che sa un po’ di routine davanti a certe situazioni): “È importante che le persone debbano saper dire basta, appena le cose non funzionano”. Un po’ equivale non ad “educare alla non violenza chi fa il fatto” ma è più “assuefarsi alla violenza e nel caso fuggirla, il prima possibile”. Che è un pragmatismo un pochino cinico e ridondante, se uno ci pensa. Non dice niente di nuovo, lascia che le cose restino uguali. Come dire non studia altrimenti il compito ti va male” ma “cerca di capire quando il prof interroga”. È un escamotage. E dopo il silenzio per una vita finita, quanto sono leciti questi pseudo autoinganni? La verità è che dietro un omicidio tanto brutale, tocca dirlo, di un femminicidio (e non si pensi che lo si puntualizzi per un marcato vittimismo dei nostri giorni ma proprio perché c’è una tendenza a fare violenza contro le donne spaventosamente comprovata da statistiche) ci sono una caterva di questioni snobbate o raccattate dietro espressioni di circostanza. Un po’ residui di una società patriarcale e violenta, che a furia di parlarne sembra esorcizzata ma che ancora resiste su logiche di potere e mansioni basate sul sesso, oltre che su un’applicazione della forza fisica indiscriminata e brutale. Un po’ incapacità di metabolizzare i no, quel senso di spossatezza che deriva da un imprevisto. Non si è abituati più: quando si chiude una storia è una tragedia, quando si perde il lavoro pure, quando una cosa non va non c’è verso di metterla apposto. Ma la vita, in fondo, non chiede proprio di non lavorare su ciò che non va più ma su quello che va? Ora non è facilissimo capire, entrare nelle storie degli altri e, di fatto, non si deve dare per forza nome o forma alle vicende, è vero. Però se alcune situazioni ricorrono più di altre e sempre più fotocopia, l’arrendevolezza del “è andata così” non basta più, non regge proprio. Ci vuole più occhio, testardaggine, esempio e tanto, tantissimo interesse, fino alla noia (da inter-esse, essere dentro alle cose). Non si risolve niente con la violenza, innanzitutto perché la violenza fa schifo e in secondo luogo perché non c’è niente mai veramente da risolvere e irrisolvibile. È la vita, funziona così, quella che ora non c’è più. E prima che ne vengano a mancare delle altre è ora che si cambino i toni: si educhi alla non violenza, non alla violenza scampata.

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Attualità

Cina cashless: un primato mondiale

Si prevede una Cina cashless: il paese potrebbe riuscire per primo a raggiungere l’obiettivo. Pare, infatti, che quattro persone su cinque adottino metodi di pagamento digitale. Lo scenario sembra raccontare una società alla Black Mirror, dove la tecnologia prende il sopravvento sull’uomo. In Cina, tutto questo è avvenuto con una incredibile velocità. All’inizio del nuovo millennio la Cina utilizzava quasi esclusivamente contanti. Il sistema di pagamento tramite carta di credito, infatti, non ha mai funzionato. Perché? In primis, per le poche opzioni di scelta disponibili nel Paese e, in secondo luogo, per la difficoltà. È nota, infatti, la difficoltà che si riscontra nel trattare con le banche cinesi. Il metodo di pagamento digitale ha eliminato soprattutto l’ultimo problema, rendendosi semplicissimo nell’utilizzo. Non più dispositivi o strumenti utili alla lettura di una carta, ma un semplice account e un codice QR personale, che ai paganti basterà inquadrare. Il mercato fintech cinese è in mano a due società: WeChat Pay di Tencent (attivo dal 2014) e AliPay di Ant Financial, società affiliata di Alibaba, lanciato nel 2004. Queste due applicazioni, che contano rispettivamente 900 e 500 milioni di utenti attivi al mese, puntano a rendere la Cina il primo paese cashless al mondo. La cosa straordinaria è che si tratta di soli utenti cinesi. Per rendere l’idea della diffusione di questo metodo di pagamento, basti pensare che Apple Pay conta solamente 127 milioni di utenti attivi al mese. Tra l’altro, bisogna specificare che quest’ultima raccoglie utenti da tutto il mondo e risulta già installata su tutti i dispositivi iOS. Cina cashless: lo scenario attuale Inoltre, oltre a rendere semplici e immediati i pagamenti dal vivo, WeChat Pay e Alipay offrono decine di servizi aggiuntivi estremamente utili. Grazie a queste due app, è possibile pagare le bollette o prenotare un taxi. Prenotare biglietti per il cinema o un tavolo al ristorante. Ad oggi, più del 70% dei pagamenti avviene tramite transazioni digitali e sono disponibili per qualunque genere di servizio. Non solo negozi o supermercati, il pagamento digitalizzato è possibile anche nei mercati – grazie alla grande immediatezza che caratterizza lo strumento – e, addirittura, per lasciare offerte a mendicanti o artisti di strada. È curioso sapere, infatti, che molti cinesi affermano di uscire di casa quasi sempre senza portafogli. Il futuro del settore Fintech Il rapporto inaugurale di China Fintech, società che si occupa della condivisione di dati e informazioni sul più grande mercato fintech del mondo, ha rilevato che all’interno dell’enorme mercato finanziario nazionale, circa l’87% dei consumatori usufruisce di servizi finanziari digitali. Questo settore ha sfiorato il valore di 29 trilioni di dollari nel 2019. Il grande successo dei pagamenti digitali ha fatto anche sì che le aziende interessate e il paese stesso si preparassero per lanciare, entro il 2021, la prima valuta virtuale nazionale al mondo. A far concorrenza alla Cina è un paese europeo altrettanto avanti con il progetto di “cash free”: la Svezia. Gli ultimi dati provenienti dal ministero delle finanze svedese hanno rilevato che praticamente meno […]

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Musica

Sanremo 2021 in pillole: le canzoni in gara

Sanremo 2021 è senza pubblico, con ventisei eterogenei cantanti: un pendolo che oscilla tra gli over 50 che non conoscono metà dei big in gara e gli under 30 che finalmente conoscono più della metà dei big in gara. Ascoltate sul palco tutte le canzoni della 71esima edizione della kermesse ligure, ecco un riassunto di ciò che occhi e orecchie hanno visto e udito nelle scorse due serate di Festival. Arisa, Potevi fare di più: l’identità di Arisa è ancora un punto interrogativo, nonostante sia un’interprete che naviga le acque della musica italiana da tempo. Dopo La Notte, gli altri brani portati in gara non reggono il confronto. E così accade anche per Potevi fare di più: una voce potentissima, per un brano che non la valorizza, a partire dalla scelta della tonalità. Colapesce Di Martino, Musica Leggerissima: la valigia sul letto quella di un lungo viaggio… ah no? Aiello, Ora: bella l’intenzione, soprattutto l’inquadratura pop che Aiello riesce a dare ai suoi brani. Il live è un vero disastro; sarà anche un drago nel letto, ma sul palco Aiello “anche meno!” Michielin-Fedez, Chiamami per nome: lei direttamente dalla serie Netflix “La regina degli scacchi”, lui irrigidito dalla vita come pater familias. Troppe ripetizioni di testo e ridondanze armoniche, eppure avrà vita fuori dall’Ariston. Max Gazzè, Il farmacista: a stento si comprendono le parole di Silente, che a fine song mostra in realtà essere un Leonardo Da Vinci pronto a fare gol in Nazionale.  Noemi, Glicine: Dardust ingentilisce la voce di Noemi supportandola con una produzione elegante e contemporanea. Qualche ingenuità di testo rende il brano meno accattivante. Glicine è però un’ottima sintesi del pop italiano di cui l’Italia va fiera. Inaspettato. Madame, Voce: “Dove sei finita voce?” Canta Madame in uno dei suoi primi live, a piedi scalzi, con un guanto alla Michael Jackson, in grado di cavalcare un palco così potente senza esser mai saliti davvero su di un palco. Il testo e l’interpretazione racchiudono un’inquietudine imponente, talmente palpabile che resta addosso quasi fosse la propria. Maneskin, Zitti e buoni: Franz Ferdinand e altri riferimenti al genere. Sì. Damiano è un animale da palcoscenico, gli altri componenti della band gli stanno dietro, al passo. C’è anche della stoffa e sembra la stiano coltivando con grande cura. Ghemon, Momento perfetto: entra in scena. Ma è proprio lui? Sì, ora però canta in maggiore, il suo momento perfetto, che ha un arrangiamento estremamente forte ed una musicalità funk, soul, r’n’b degna di nota. Il live non è altrettanto perfetto però. Coma_Cose, Fiamme negli occhi: performance tenera, timida, vera. La linea stilistica è sempre molto percepibile e la sincerità comunicata sul palco premia, forse non al primo ascolto. Ma di sicuro premierà poi. Annalisa, Dieci: dieci anni fa ad Amici, Annalisa era una ragazza timidissima con la frangetta rossa. Oggi canta le “dieci ultime volte”, che alla fine ultime non sono mai e sembra sempre manchi qualcosa alle sue canzoni. La voce però è indubbiamente una voce. Francesco Renga, Quando trovo […]

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