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Eroica Fenice

La Tag: attualità contiene 158 articoli

Food

La Macellegria di Fuorigrotta festeggia i suoi cinque anni con un nuovo menù

Qualità e passione sono le armi vincenti in questi cinque anni dalla nascita del progetto “Macellegria”, il ritrovo perfetto per gli amanti della carne alla brace. Il ristorante, situato a via Formisano 15 a Fuorigrotta, nasce da un concept vincente dell’imprenditrice Donatella Bova, fautrice della prima macelleria/ braceria di Napoli. Il dualismo macelleria di giorno e  braceria di sera rende la Macellegria un unicum nell’ambito della ristorazione. I clienti possono essere liberi di  comprare la carne esposta, sedersi comodamente nella confortevole sala interna e lasciarsi cullare dagli intensi sapori della cucina d’ispirazione pugliese della Macellegria. La proprietaria Donatella Bova si è ispirata all’antico fornello pronto di Martina Franca e  “all’arrusti e mangia”con le braci allestite per strada. Il nuovo menù della Macellegria Il nuovo menù presentato  lo scorso giovedì 31 maggio alla Macellegria rappresenta un connubio perfetto tra innovazione e tradizione ed in grado di esaltare il gusto delle carne con aromi e ingredienti di qualità sopraffina. Un turbinio di leccornie in cui spiccano delle eccellenze come: la battuta al coltello ” mediterranea” e “siciliana” servito su letto d’ arancia condite con i sapori tipici del sud capperi, olive, acciughe. Di assoluto pregio  sono le bombette pugliesi della valle di Itria divise in quattro tipologia in base agli ingredienti: classica con caciocavallo e aromi; siciliana con panatura senza uovo, ai friarielli e al limone. Si riscopre la Sicilia attraverso “l’appanata”, la cotoletta palermitana cotta sulla brace con pecorino pepe e aromi e la cipollata catanese involtino di carne di maiale e caciocavallo e cipollata.  Un occhio di riguardo è doveroso per quanto riguarda il Soffritto rivisitato con carne di maiale allevato in Umbria e per la superba bistecca Fiorentina di podolica, in grado di esaltare le papille gustative del palato più difficile. Macellegria: i primi piatti e  la cucina per celiaci Eterogenea e ampia è la scelta che la Macellegria mette al servizio dei clienti. Il ristorante, aperto a pranzo dal giovedì al sabato, non si limita a servire solo carne alla brace, minestre alle verdure di stagione, e chips, ma offre la possibilità di scegliere alcuni primi piatti tipici della cucina napoletana, come la genovose e “lo scarpariello”e da provare assolutametente il bucatino con il soffritto rivisitato. Il progetto Macellegria è efficace, completo e meticoloso. L’idea di Donatella Bova è poter permettere anche a coloro che soffrono di intolleranze o celiachia di poter saggiare le specialità del suo ristorante. Il locale è, infatti dotato di una brace e una friggitrice esclusivamente dedicate ai celiaci, che possono gustare l’ hamburger calabrese con la nduja o quello borbonico con pesto, stracciata di mozzarella e pomodorini. Cordialità del servizio, pulizia e attenzione alle esigenze del cliente sono gli elementi essenziali per un pasto gaudente e rilassante.

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Attualità

Libera contro le mafie: le parole graffianti di don Ciotti a Copenaghen

Baciato dal sole, accarezzato dal vento, don Ciotti fa tappa all’Università di Copenaghen. Parla a braccio, senza interprete. La sala è gremita di italianisti, conquistati sin dal titolo del suo testo appena tradotto in danese: Håbet er ikke til salg, “La speranza non è in vendita”. Un motto che racchiude anche il senso del suo intervento, svolto in senso autobiografico senza però (s)cadere nell’autoreferenziale. Sottolinea, infatti, a più riprese che il soggetto di ogni azione è un “noi” collettivo, fedele al suo primo progetto diventato realtà, ormai ben 53 anni fa. Soggetto e oggetto del discorso è la prima tappa del percorso di don Ciotti: il gruppo Abele, che già nel termine “gruppo” rivendica la voce dell’associazione. Raccontando come esso nacque, svela di esser stato “provocato da una storia umana”, in prima persona. La missione di don Ciotti Il giovane Luigi aveva 17 anni e andava a scuola a piedi, a Torino, quando, in una grigia mattina, si accorse di un uomo su una panchina. Un clochard che a quei tempi si cominciava a chiamare “barbone”, proprio perché non curava la barba. Quell’uomo era sempre solo, ma in una dimensione più profonda non lo era mai, perché aveva sempre con sé dei libri, che leggeva avidamente e sottolineava con una matita rossa e blu. Un giorno Luigi gli chiese se volesse un caffè. L’uomo non rispose. E così per dodici giorni di “testardaggine reciproca”, finché poi ruppero il ghiaccio e venne a scoprire la sua storia. Quell’uomo era un medico, “bravissimo, generoso e competente”, che nel bel mezzo del cammin della sua vita fu travolto da una tempesta e si autoescluse dalla società. Aveva il terrore delle “bombe”, i cocktail che allora iniziavano ad andare di moda tra i giovani, mix letali di droghe sintetiche ed alcol. «Dovresti fare qualcosa per loro», disse un giorno il medico senza nome, e una settimana dopo la panchina rimase vuota, e Luigi capì che il suo amico era morto, e che quella preoccupazione che gli aveva confidato era un monito sul da farsi, una missione da abbracciare. Contro ogni Caino spacciatore nacque dunque il Gruppo Abele, nel 1965. Per fare qualcosa per loro. «Non basta commuoversi, bisogna muoversi», afferma con fermezza, mimando con un gesto deciso della mano la prontezza che di fronte alle tragedie bisogna dimostrare. Nello stesso spirito di un rinnovato «noi che vince», trent’anni dopo nasce Libera, il 25 marzo 1995. Un’associazione apartitica, non governativa, contro i cosiddetti “cittadini a intermittenza” che fanno della legalità una cosa malleabile a piacimento,  discutibilmente “sostenibile”. Torna con la memoria al sanguinoso 1992, quando a Gorizia, per un corso di formazione, viene chiamato Giovanni Falcone, reduce dal losco colpo di mano che, per un voto, lo allontanerà dalla Procura di Palermo dirottandolo a Roma. È per prendere insieme un caffè a Roma o a Palermo che don Ciotti e Falcone si danno appuntamento a Gorizia, nel ’92. Ma arriva il 23 maggio, e poi il 19 luglio, ed arrivano prima di quel caffè che non […]

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Attualità

Il Nobel per la letteratura 2018 non verrà assegnato: lo scandalo molestie e la crisi dell’Accademia

Dopo la singolare vicenda di Bob Dylan, vincitore nel 2016 e sostituito alla cerimonia ufficiale di consegna dalla collega Patty Smith, il premio Nobel per la letteratura continua a far discutere: quest’anno non verrà assegnato. “The Nobel Prize in Literature 2018 has been postponed”, twitta l’account ufficiale dell’Accademia svedese: infatti, il premio del 2018 verrà assegnato il prossimo anno, insieme a quello del 2019. Perché l’Accademia non assegnerà il premio Nobel per la letteratura quest’anno? Istituito dal testamento di Alfred Nobel nel 1895 (insieme a quello per la pace, la medicina, la fisica, la chimica e l’economia), il premio Nobel per la letteratura viene assegnato ogni anno dall’Accademia di Svezia: quest’anno, però, farà eccezione. Un caso storico, sì, ma non l’unico. Non è, infatti, la prima volta che il Nobel per la letteratura non viene assegnato, ci sono stati altri sette casi (nel 1914, 1918, 1935 e dal 1940 al 1943), mentre è stato rifiutato ben due volte (nel 1958 da Boris Pasternak, costretto dal governo dell’Unione Sovietica e nel 1964 da Jean-Paul Sartre). Prima nella storia del premio è, invece, la motivazione con la quale è stato giustificato lo slittamento della nomina all’anno prossimo. Lo scorso novembre, il fotografo Jean-Claude Arnault, marito della giurata Katarina Frostenson (poetessa eletta nel 1992 membro dell’Accademia svedese) è stato accusato da 18 donne di aggressioni sessuali. A queste accuse, pubblicate dal quotidiano svedese Dagens Nyheter, se ne somma un’altra, autorevole e pericolosa: quella della principessa Victoria di Svezia che denuncia di essere stata avvicinata e molestata, nel 2006, proprio dal fotografo. Chiare sono, dunque, le intenzioni dell’Accademia di prendere le distanze dall’uomo, anche in virtù dei finanziamenti, interrotti pochi giorni dopo lo scoppio dello scandalo, che questa destinava al centro culturale Forum, gestito da Arnault e dalla moglie Frostenson. Sono tempi duri per l’Accademia, che si trova nella condizione di non avere membri attivi sufficienti alla formazione del quorum necessario per alcune deliberazioni (tra le quali comunque non rientrerebbe quella della scelta del vincitore del premio Nobel): dopo l’allontanamento della della Frostenson, altri membri (tra cui l’ex segretario Sara Danius) sono venuti meno a causa del coinvolgimento nel caso Arnault. Innegabile lo scoppio della crisi che ha portato alla discussa decisione. Un’Accademia macchiata dalle polemiche, un’Accademia che si è sporcata agli occhi dei suoi estimatori. Un’Accademia che ha fatto un passo indietro. “I membri attivi dell’Academia, nel rispetto dell’eredità unica dell’istituzione, considerano necessario modificare il loro modo lavorare”, si legge nel comunicato ufficiale. Non troppo tra le righe, si legge anche la volontà di recuperare la stima e la fiducia dell’opinione pubblica, l’intenzione di essere più attenti. Decidere di rinviare la nomina del vincitore del Nobel per la letteratura del 2018 non è una scelta che va decontestualizzata dalla posizione particolarmente delicata che l’Accademia ha occupato negli ultimi mesi, ma le polemiche non sono comunque venute meno. Quali criteri verranno considerati per designare, l’anno prossimo, il vincitore di quest’anno? Quali cautele verranno prese per far sì che uomini come Arnault non infanghino più le […]

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Attualità

Arriva lo Street store a Napoli per i senzatetto: cos’è e perché è importante

Non bisognerebbe mai frenare l’istinto di generosità e solidarietà che anima il buon cuore, men che meno bisognerebbe farlo giovedì 19 aprile: nel pomeriggio, verrà temporaneamente allestito nella facilmente e comodamente raggiungibile piazza Garibaldi, uno Street Store a Napoli per le persone senza fissa dimora. Si tratta a tutti gli effetti di un negozio di strada (lo Street Store a Napoli sarà il 753esimo al mondo) messo in piedi con le donazioni di abiti (e non solo) che chiunque può destinare ai senzatetto e a chi ne abbia bisogno. L’iniziativa è partita dall’associazione Leo Club (l’associazione giovanile del Lions Clubs International) del Distretto 108Ya, dalla sua nascita impegnata nell’ambito della cittadinanza attiva e dell’assistenza nelle realtà sociali più deboli e in difficoltà. Cosa c’è da sapere sullo Street Store a Napoli Abbiamo fatto qualche domanda a Mariapia Napoletano, studentessa e giovanissimo membro del Leo Club di Aversa, che ci ha detto qualcosa in più sul viaggio dello Street Store a Napoli, partendo dall’origine dell’iniziativa. Dov’è nata l’idea dello street store? E soprattutto, dov’è nata quella di esportarlo anche a Napoli? L’idea degli street store è nata a livello globale in Sud Africa. Lì i senzatetto hanno grandissime necessità e scarsissima assistenza sociale, per questo i volontari hanno dato vita a questa idea. Io l’ho vista in un corso sull’innovazione sociale che ho seguito online e me ne sono innamorata, proprio perché l’idea di base è quella di restituire dignità a queste persone, dato che anche quando vengono donati loro degli abiti, glieli buttano addosso, non li ricevono mai in modi appropriati. Questo è un modo per coinvolgere pubblicamente più persone a donare e per rendere anche le persone beneficiarie totalmente partecipi ad iniziative di questo tipo. È un’idea finalizzata ad influire in modo positivo anche a livello morale sull’umore di queste persone. Non appena ne sono venuta a conoscenza non ho potuto non pensare di portarla anche a Napoli. Anche perché ogni giovedì, i Leo e Lions organizzano in piazza Garibaldi a Napoli, dietro la stazione, l’evento Stelle in strada, che consiste nella distribuzione di pasti caldi e medicinali, vestiti quando ce ne sono, molto spesso anche visite mediche. Allora, conoscendo già la situazione che c’è alla stazione centrale non potevo perdere quest’occasione di coinvolgere più persone e spingerle a partecipare. Più persone possono venire più persone possono essere aiutate. Parlaci del Leo club, qual è il ruolo che ha svolto e svolgerà in questa iniziativa? Il Leo club è un’associazione no profit che si trova in tutto il mondo. C’è ad Aversa, c’è a Napoli e nei paesi di provincia, tanto di Napoli quanto di Caserta. Si occupa di tutte le tematiche relative alla cittadinanza attiva, il nostro obiettivo principale è quello di migliorare la società, in tutti i modi possibili: io sono socia da 6 anni e ho avuto modo di vedere tutti i lati di questa associazione. In questo caso, il ruolo di Leo club è quello di creazione e supporto del progetto. Come si svolgerà, nei fatti, […]

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Attualità

Il giudice respinge il ricorso della mamma lavoratrice licenziata da Ikea: la lotta di Marica Ricutti

Ai primi di questo Aprile, è stata emessa dal tribunale di Milano la sentenza che sembra aver messo un punto alla discussa vicenda di Marica Ricutti, la mamma di due bimbi, di cui uno affetto da disabilità, ex impiegata dell’Ikea, licenziata per non aver rispettato più volte i turni di lavoro. Ritenute ingiuste le motivazioni addotte dal colosso svedese come giustificazione per la decisione presa, la donna ha impugnato il licenziamento e fatto ricorso, chiedendo, col sostegno del sindacato e dei suoi colleghi, il reintegro e il risarcimento del danno. Il giudice, però, ha rigettato l’appello di Marica, valutando non discriminatorio il licenziamento della donna. Sembra, e non è cosa certa, che si sia giunti all’epilogo dell’accaduto, e non solo per i numerosi riscontri negativi che la sentenza ha avuto nell’opinione pubblica, ma soprattutto perché Marica e i suoi sostenitori non intendono arrendersi. Ma com’è nata l’epopea di Marica? E perché si è trasformata nella lotta di ogni lavoratrice madre? Dal licenziamento disciplinare di Marica Ricutti al sostegno di sindacati e colleghi Innanzitutto, chi è Marica Ricutti? Il riferimento “madre lavoratrice” dice già tanto: Marica Ricutti è una donna di 39 anni, separata e madre di due bambini, di cui uno disabile, che ha lavorato per ben 17 anni presso l’Ikea di Corsico, fin quando, il 21 novembre dello scorso anno, non è stata licenziata. L’accento va necessariamente posto sull’invalidità del figlio, perché è per questa ragione che la signora Ricutti ha potuto usufruire della cosiddetta 104, cioè dei particolari benefici (previsti, appunto, dalla legge quadro 104/92) per i familiari conviventi con un portatore di handicap. L’Ikea era, senz’altro, al corrente delle necessità della donna, così come non era passato inosservato l’impegno della lavoratrice, che l’ha portata alla promozione da addetta al bistrot a coordinatrice del ristorante. Un avanzamento di carriera che Marica ha con piacere accettato, chiedendo però che non le venissero cambiati gli orari dei turni, grazie ai quali riusciva a conciliare il suo impiego con le terapie seguite dal figlio. Una richiesta, da quanto emerge, non pienamente accolta dai suoi responsabili, poiché i turni sono stati effettivamente ridimensionati. Per due volte, così, Marica sarebbe arrivata sul posto di lavoro con qualche ora di ritardo, inadempienza che le è costata prima un richiamo, poi il licenziamento. Stando alle dichiarazioni dell’azienda svedese, infatti, si tratterebbe di licenziamento disciplinare, nello specifico a causa del mancato rispetto dei turni. “Negli ultimi 8 mesi la signora Ricutti ha lavorato meno di 7 giorni al mese e, per circa la metà dei giorni lavorati, ha usufruito di cambi di turno e spostamenti di orario, concordati con i colleghi e con la direzione del negozio, (…) in più occasioni, la lavoratrice, per sua stessa ammissione, si è autodeterminata l’orario di lavoro senza alcun preavviso né comunicazione di sorta, mettendo in gravi difficoltà i servizi dell’area che coordinava e il lavoro dei colleghi, creando disagi ai clienti e disservizi evidenti e non tollerabili”, ha dichiarato l’Ikea, non mancando di sottolineare che gran parte delle assenze […]

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Attualità

Cisti endometriosica, un disturbo femminile da conoscere e gestire

Cisti endometriosica, un mese per discutere dell’Endometriosi Il mese di marzo, che tradizionalmente omaggia la donna, è anche rivolto alla più diffusa consapevolezza, prevenzione e cura di un disturbo femminile alquanto diffuso, ovvero l’endometriosi. Difatti, dopo l’istituzione della prima Giornata Mondiale dell’Endometriosi nel marzo 2014, promossa su impulso di un progetto sorto negli Stati Uniti, si è resa consuetudinaria, per le associazioni relative alla malattia in oltre 50 capitali mondiali, incrementare nel mese di marzo le iniziative volte a una più capillare conoscenza e informazioni riguardo a tale patologia femminile. Anche l’Italia ha aderito alla Million Woman March for Endometriosis e quest’anno l’incontro si è svolto lo scorso 19 marzo a Roma; nell’arco di questo mese si sono susseguiti molteplici eventi, curati dalle volontarie dell’A.P.E. Onlus, in primis la Settimana Europea della Consapevolezza dell’Endometriosi, giunta nel 2018 alla sua dodicesima edizione. Sarebbe bene, dunque, avere un quadro più chiaro di questo disturbo e approfittare dell’interesse rivolto questo mese per dedicarsi maggiore spazio per eventuali controlli ed esami di approfondimento. Che cos’è l’endometriosi e quali sono i fattori di rischio  L’endometriosi o malattia endometriosica è una condizione cronica caratterizzata dalla presenza anomala del tessuto che ricopre la parete interna dell’utero, chiamato appunto endometrio, in sedi in cui quest’ultimo non dovrebbe normalmente trovarsi, ovvero al di fuori dell’utero. Durante l’arco del ciclo mestruale, l’endometrio ectopico subisce, a opera degli estrogeni prodotti dall’ovaio, le stesse modificazioni dell’endometrio uterino, dunque il tessuto installatosi in sede anomala può produrre un sanguinamento interno: ciò, dando luogo alla nota cisti endometriosica, infiammazioni croniche degli organi, tessuto cicatriziale, aderenze e talvolta infertilità, rappresenta la causa dei sintomi e dei segni clinici che contraddistinguono la patologia. L’endometriosi può colpire donne di qualsiasi età; tuttavia, dimostra di avere una particolare predilezione per i soggetti femminili in età fertile tra i 30 e i 40 anni. Essa, inoltre, rappresenta una delle cause più comuni di dolore cronico pelvico femminile: di conseguenza, l’infiammazione dei tessuti interessati dalla patologia può incidere fastidiosamente sulla qualità di vita della donna, giacché il dolore correlato invalida lo svolgimento delle attività quotidiane, i rapporti interpersonali e di coppia. Purtroppo, frequentemente tali dolori possono essere scorrettamente associati alla sindrome del colon irritabile o a stress: proprio per questo è indispensabile una diagnosi tempestiva. Tuttavia, l’endometriosi resta ancora oggi in gran parte poco conosciuta, nonostante il grande interesse clinico che suscita e la sua elevata incidenza: secondo le più attendibili ricerche statistiche effettuate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, il numero di donne affette da malattia endometriosica rappresenterebbe il 6-10% della popolazione generale di sesso femminile, per un totale di circa 3 milioni di donne affette in Italia, di circa 14 milioni in Unione Europea e di circa 150 milioni in tutto il mondo. Secondo gli esperti, costituiscono fattori di rischio l’assenza di gravidanze, il menarca in età precoce, la menopausa in età molto avanzata, i cicli mestruali brevi, gli alti livelli di estrogeni, il consumo ingente di alcool e la presenza di anomalie uterine. Consigli di stile di vita sano per […]

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Attualità

Partite Iva, i regimi agevolati conquistano sempre più professionisti

Il dipartimento delle Finanze ha diffuso i dati sulla diffusione dei regimi agevolati scelti dalle persone fisiche nel corso del 2017, da cui si nota un forte incremento di aperture di regime forfettario al posto di quello ordinario. Il “popolo” delle partite Iva in Italia ha deciso: il regime forfettario è il sistema migliore per la gestione delle propria (piccola) attività. È questo il messaggio più chiaro che arriva dal puntuale aggiornamento realizzato dall’Osservatorio insediato presso il dipartimento delle Finanze, che ha diffuso un report con le informazioni definitive sulle decisioni assunte nel corso dello scorso anno. Le adesioni al regime forfettario I numeri parlano chiaro: più di 182 mila soggetti, su un totale di 512 mila nuove aperture in proprio sia a livello imprenditoriale che professionale registrate nel Paese, hanno optato per il sistema “forfettario“, vale a dire più del 35 per cento del totale, a conferma di come il metodo abbia un appeal crescente. Per fare un paragone, nel 2016 questa tipologia rappresentava “solo” il 27 per cento delle nuove posizioni, con un dato quantitativo stimato in 165 mila soggetti. I requisiti L’analisi si sposta dal piano quantitativo a quello qualitativo quando prova a chiarire le motivazioni del successo di questo regime, individuate innanzitutto nelle imposte ridotte di cui beneficia chi è in possesso dei requisiti per beneficiare del sistema agevolato. Come spiega anche l’approfondimento del blog di Danea, tra i requisiti per il regime forfettario 2018, validi dunque anche per questo anno fiscale, c’è innanzitutto il vincolo dei ricavi e compensi, che a seconda della attività esercitata può andare da una soglia di 25 mila fino ai 50 mila euro. Vantaggi e semplificazione In termini pratici, poi, il grande vantaggio principale che funge da calamita per accedere al regime agevolato sono le imposte ridotte, ma non bisogna trascurare gli aspetti legati alla semplificazione degli adempimenti fiscali e burocratici: giusto come citazione veloce, si deve ricordare che i professionisti rientranti in minimi e forfettari non devono compilare gli studi di settore né inviare lo spesometro, né tanto meno sono soggetti allo split payment. Niente obbligo di fatturazione elettronica Proprio nelle ultime settimane, inoltre, durante l’evento Telefisco (organizzato dal Gruppo 24 Ore) è stato possibile appurare che i sistemi agevolati saranno esclusi anche dall’obbligo di fatturazione elettronica tra privati che prende il via nel 2019, anche se invece sono sottoposti regolarmente alle norme che regolano l’e-fattura verso le Pa (e, allo stesso modo, sono obbligati a ricevere il documento digitale in scambi tra privati in qualità di fornitori). Una flat tax Insomma, il sistema si poggia su leve che attraggono i soggetti con Partita Iva, al punto che nei giorni scorsi Il Sole 24 Ore si è spinto a parlare di “flat tax sui redditi delle persone fisiche”, descrivendo i risultati del regime forfettario e, soprattutto, mettendo in relazione il sistema con la sua caratteristica di base, ovvero la presenza di un’imposta sostitutiva del 15 per cento. Un appeal crescente Sempre nello stesso articolo, poi, si invita a non misurare l’appeal del regime forfettario soltanto con le nuove aperture, segnalando le distinzioni con il vecchio regime dei minimi (in quest’ultima tipologia la flat tax è ancora più […]

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Culturalmente

Il complesso di San Domenico a San Gimignano e il suo sogno di riqualificazione

San Domenico, suggestivo convento del Quattordicesimo secolo e luogo di detenzione fino all’anno 1993, è un caratteristico complesso ubicato in Toscana, precisamente a San Gimignano, proclamato Patrimonio dell’Unesco nel 1990. La sua fama scaturisce soprattutto dal fatto che il complesso è stato polo delle vicende storiche e politiche legate a San Gimignano. La storia di San Domenico È facile, quasi inevitabile, smarrirsi nel fascino di un complesso architettonico traboccante di storia come questo. Il rilievo dove si articola la costruzione iniziò a essere frequentato nell’età etrusca. Durante l’età romana, invece, il luogo sprofondò della desolazione. Nel corso del Cinquecento alcuni frati domenicani, spianando una collinetta nel proprio orto, riportarono alla luce una sepoltura costituita da cinque camere contenenti reperti e situata attorno al colle di San Gimignano, frequentato tra l’età arcaica e quella ellenica. Dall’Alto Medioevo fino all’età comunale San Gimignano fu sede vescovile. Nel 1208 i possedimenti vescovili divennero proprietà degli esponenti di una potente famiglia che si faceva chiamare De Turri o Della Torre. Malgrado le obiezioni dell’istituto comunicale che si era affermato in quegli anni, nel 1211 la famiglia entrò in possesso dell’intera proprietà che conservò fino al 1348, anno in cui fu venduta a Firenze. Nel 1353 fu siglata la definitiva sottomissione di San Gimignano a Firenze. Più tardi si procedette all’edificazione di un convento e di una nuova chiesa. Entro il 1380 l’ala orientale del complesso era stata ultimata, nella sua strutturazione a due livelli: la sagrestia, la sala capitolare, il refettorio, la cucina e un l’ospizio si stagliavano a piano terra; il dormitorio dei frati invece era situato al livello superiore. Donazioni e testamenti risultarono numerosi per tutto il Quattrocento. Vari lavori furono eseguiti soprattutto per merito delle sovvenzioni comunicali e dei contribuiti di singoli individui o famiglie. Verso la metà del Quattrocento la struttura si ampliò e si proseguì alla fondazione del chiostro. I lavori per le ali settentrionali e occidentali del convento si conclusero invece tra il 1480 e il 1511.a libreria. Un muro venne innalzato per circoscrivere la piazza che sorge dinanzi al fronte principale della chiesa e fu portato a termine il progetto di una libreria. Le intemperie furono causa del crollo di una porzione di torre campanaria della chiesa nel 1527. Tanto gli edifici quanto le ornamentazioni di San Domenico nel corso dei secoli furono oggetto di lavori di manutenzione. Tuttavia nel 1787 come conseguenza del diminuito numero dei frati si decise di proporre la soppressione del convento. Il nostro excursus sulle origini di San Domenico si addentra fin nell’era napoleonica: dopo la caduta di Napoleone, negli anni del ritorno in patria di Ferdinando III di Lorena, San Domenico fu destinata all’oblio e, abbandonata, conobbe gli albori della propria progressione erosione. Venduto nei primi decenni dell’Ottocento a un certo Antonio Turbiglio, che aveva progettato di trasformare il complesso di San Domenico in una fabbrica di specchi, esso fu reinserito nel demanio granducale per l’emergere di problematiche economiche. Inutilizzato per gran parte dell’Ottocento, dal 1833 al 1922 San Domenico fu […]

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Attualità

La pizza di Cracco: il nuovo delitto e i giudici del web napoletano

La pizza di Cracco ha fatto il giro del mondo: e per giro del mondo si intende quel passaggio di post in post, di “clicca mi piace e condividi se sei indignato” che, malauguratamente, contraddistingue le abitudini digitali degli italiani. Il cuoco stellato, seguitissimo, amatissimo della televisione italiana è, da alcuni anni a questa parte, sempre sulla bocca (e sulle tastiere) del popolo del web: da Masterchef a Hell’s Kitchen, dalle ospitate nella cucina di Benedetta Parodi alle pubblicità, per approdare al ritiro di una delle due stelle assegnategli dalla Guida Michelin, Cracco è sempre sulla cresta dell’onda ed è un vanto per allievi e emuli. La pizza di Cracco: il casus belli Come evento mediatico di ampio respiro, la pizza di Cracco, una sorta di Avetrana dell’universo culinario, si inserisce nella nuova apertura (o meglio, nel cambio sede) dello storico ristorante di Carlo Cracco (il Ristorante Cracco), che da via Victor Hugo si sposta, sempre a Milano, nella celeberrima Galleria Vittorio Emanuele II. Ma partiamo dall’origine, dal movente, dal casus belli: nel suo nuovo ristorante stellato, Cracco propone una rivisitazione della pizza Margherita, baluardo etico e morale della napoletanità, con un impasto a base di cereali e una salsa al pomodoro più densa; una ricetta ed una preparazione, dunque, che poco hanno a che vedere con la tipica Margherita napoletana e che si inserisce nel filone stellato delle rivisitazioni in chiave moderna dei piatti tradizionali. Altro tema scottante, indizio a favore dell’ergastolo ai danni del cuoco stellato, il prezzo: d’altronde nel mondo dei telefoni cellulari a mille euro, ciò che scandalizza è il prezzo di una pizza (16 euro – in linea coi prezzi nel settentrione) in un ristorante stellato all’interno della lussuosa galleria della città più ricca e costosa d’Italia.   La foto della pizza di Cracco fa, fin da subito, il giro del web, rimbalza da un account all’altro di tutti i Social Network più utilizzati d’Italia, provoca sgomento, stupore, indignazione (clicca mi piace e condividi se…) nelle anime pure e integerrime dei napoletani. Scatta così la caccia alle streghe con ogni forma di insulto e presa in giro nei confronti di quello che resta uno dei migliori chef italiani, amato e odiato per la sua burbera ironia e per le sue algide e gelide occhiatacce. Poco importa l’aver assaggiato il prodotto: Napoli, nonostante i suoi problemi e i suoi difetti tangibili che rendono spesso invivibile la quotidianità, ci offre una sollevazione web-popolare senza precedenti. La Pizza non si tocca e qualsiasi tentativo di offrire un prodotto differente, tangente, ispirato ad essa non è ben accolto dal popolo partenopeo, inginocchiato all’altare della triade divina Pizza-Calcio-Mandolino. La risposta di Gino Sorbillo In un post su Facebook perfino Gino Sorbillo, proprietario della storica pizzeria napoletana, si prodiga per difendere Carlo Cracco e il suo delittuoso tentativo di sovvertire l’intoccabile (dis)ordine naturale di Napoli: “Ragazzi, a me lunedì scorso a cena l’interpretazione della Pizza di Carlo Cracco nella Galleria Vittorio Emanuele a Milano è piaciuta. Non è Pizza Napoletana e non viene […]

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Attualità

Energia rinnovabile: medaglia di bronzo all’Italia

Italia e fonti di energia rinnovabile. Un binomio ampiamente studiato, dibattuto, poiché nel corso degli anni il nostro Paese è spesso impallidito nel confronto con i livelli di uso del rinnovabile da parte di paesi come la Germania, la Francia o il Regno Unito. Eppure l’Italia ha superato le aspettative per il suo consumo di fonti di energia rinnovabile, con un rialzo sostanziale registrato dal Gestore dei Servizi Energetici (GSE). I dati che testimoniano l’incremento sono quelli riportati dal Rapporto Statistico 2016, l’ultimo a divulgare i livelli di utilizzo dell’energia rinnovabile nel settore elettrico, termico e dei trasporti. A seguito di una revisione dei consumi di carbone e di prodotti derivati in Italia, il GSE ha riconsiderato tale documento, riportandovi il rialzo in uno studio denominato “Fonti Rinnovabili in Italia e in Europa, verso gli obiettivi al 2020”. L’Italia si posiziona terza in Europa per impiego di fonti di energia rinnovabile, spiccando per una quota complessiva di consumi energetici rinnovabili uguale al 17,41%. Una medaglia di bronzo meritatissima, se consideriamo che dal 2005 al 2016 l’Italia ha raddoppiato i propri consumi di energia green. Se si vuole ricorrere a termini percentuali, su un consumo complessivo europeo di 195 Mtep di energia da fonti rinnovabili, l’Italia rappresenta circa l’11%, collocandosi al terzo posto nella classifica dei consumi da FER dopo Germania e Francia e prima del Regno Unito. Prendendo in considerazione i consumi complessivi di energia (quindi includendo la fonte fossile), il nostro Paese occupa invece il quarto posto, coprendo il 10,6% del totale europeo. Un rapporto redatto da Navigant Research prevede la crescita dell’Italia soprattutto nel settore delle biomasse, in cui raggiungerà valori di 11,5 miliardi di dollari di fatturato annuo per il 2020. Il commercio di pellet da biomassa risulta in crescita, in quanto l’energia derivante da biomassa appare affidabile e facilmente distribuibile, e mediante incentivi e sussidi connessi al sostegno del governo si potrebbero potenziare ulteriormente gli obiettivi di energia rinnovabile. Alla conquista della medaglia di bronzo da parte dell’Italia le varie regioni hanno contribuito in maniera differente. Il 76% dell’energia elettrica prodotta da fonte idrica, ad esempio, si concentra in sole 6 Regioni del Nord Italia. 6 Regioni del Sud Italia sono invece responsabili del 90% dell’energia elettrica prodotta da eolico. La Toscana si presenta in qualità di sede di impianti geotermoelettrici. Infine la Lombardia, in termini di quota FER regionale sul totale FER nazionale, è da segnalare in quanto fornitrice del contributo maggiore, seguita dalle regioni del Veneto, Piemonte, Emilia Romagna e Toscana. Il nostro Paese può brindare a un traguardo degno di essere notificato per la sua rilevanza a livello ambientale ed economico, che dimostra la straordinaria versatilità, lo spirito di adattamento e la capacità di miglioramento dell’Italia.

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