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Eroica Fenice

La Tag: attualità contiene 102 articoli

Eventi/Mostre/Convegni

Il Polo del Libro: dove si stringevano alleanze criminali, ora nascono libri

Napoli, 16 settembre. La casa editrice Marotta&Cafiero e la Legatoria Tonti hanno presentato il “Polo del Libro” al teatro Mercadante. All’evento hanno partecipato Rosario Esposito La Rossa, Direttore Editoriale della Marotta&Cafiero, il gen. Sergio Costa, ex ministro dell’Ambiente, Antonio Parlati, presidente della sezione Industria culturale e creativa dell’Unione Industriali di Napoli e Fabrizio Attanasio, project manager della Legatoria Tonti. Il progetto nasce dall’unione di due aziende, che operano sul territorio campano dal 1959: la Marotta&Cafiero, storica casa editrice napoletana, trasferita da Rosario Esposito La Rossa e Maddalena Stornaiuolo a Scampia, e la Legatoria Salvatore Tonti, nata a San Biagio de’ Librai, con la sua storica attività artigianale e trasferitasi a Mugnano, una volta diventata industria manifatturiera. Il legame tra le due realtà campane ha permesso di convogliare energie e idee in un progetto per la diffusione della cultura su un territorio storicamente complesso, dove la malavita la fa da padrona. Dove si stringevano alleanze criminali, ora nascono libri «Dove si stringevano alleanze criminali, ora ci sono aziende che creano nuovi tipi di alleanze per far nascere un polo industriale del libro», spiega Rosario Esposito La Rossa. L’unione delle due attività ha un duplice obiettivo: produrre un catalogo Made in Naples, con materie prime sostenibili, di prima qualità, partendo da carta riciclata e far sì che il libro non sia solo un prodotto destinato all’élite. Un proposito arduo in Campania, considerando che nel 2020 si è classificata tra le ultime regioni per la propensione verso la lettura, con il 28,3% di persone con più di 6 anni che hanno letto un libro negli ultimi 12 mesi. Ed è per questo che l’intento del Polo del Libro è rendere la cultura un deterrente per la comunità e far sì che sia accessibile a tutti, con prezzi modesti e l’iniziativa del “Libro sospeso”, ispirato dalla tradizione napoletana del caffè sospeso, in modo tale da donarli alle famiglie meno abbienti e attuare un cambiamento concreto. Polo del libro: Libri a km 0 Per cambiare l’editoria bisogna distinguersi, il Polo del Libro riesce a farlo in un mercato editoriale che privilegia la delocalizzazione della produzione nazionale e articoli standardizzati. Di fatti, Marotta&Cafiero e la Legatoria Tonti realizzano un proposito che investe nell’economia locale, nella ricercatezza dei materiali e nel patrimonio culturale. I loro volumi sono stampati su carta riciclata al 100%, sono long life e resistono all’obsolescenza programmata e per ogni 1000 copie stampate vengono salvati 7 alberi alti 20 metri, risparmiate oltre 438.200 litri d’acqua (219.100 bottiglie da due litri) ed evitato il consumo di corrente elettrica pari a 4900 kWh. Si tratta di libri a km 0: pensati, sviluppati, prodotti a Napoli e sostenibili. Un progetto che potrebbe dirsi quasi impossibile: d’altronde il cartello della Scugnizzeria recita «Sognare sogni impossibili», che giorno dopo giorno continua a realizzarsi con le pubblicazioni di autori del calibro di Stephen King, Daniel Pennac, Raffaele La Capria e del Premio Nobel per la Letteratura Günter Grass. Foto di Marco Maraniello

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Attualità

Società al collasso a causa di un modello di crescita sbagliato?

Società al collasso entro l’anno 2040 ? Uno studio recente riprende una vecchia ricerca condotta dal MIT sui limiti del nostro sviluppo La società industriale che conosciamo rischia seriamente il collasso? Questo terribile dato proviene dallo studio condotto dall’università statunitense MIT nel 1972. Lo studio condotto dal team di ricercatori di diverse branche di studio prevedeva l’analisi dello sviluppo industriale e calcolare quanto questo potesse durare in rapporto alle risorse disponibili sulla Terra. Tale studio ha previsto che la società attuale è diretta ad un declino economico che si attuerà nel 2040. Gaya Herrington, presidente della KPMG, una società americana che si occupa di servizi legali e di consulenza manageriale, ha raccolto i dati di un nuovo studio sulla materia e ha raccontato tutto in una dichiarazione su Vice: « Considerata la sgradevole prospettiva del collasso, ero curiosa di capire quale scenario corrispondesse al meglio ai dati disponibili oggi. Dopotutto, il libro che presentava il modello in questione è diventato un best-seller negli anni Settanta, e da allora abbiamo accumulato diversi decenni di dati con cui predisporre un paragone significativo. Sorprendentemente, però, non sono riuscita a trovare tentativi recenti in questo senso e quindi ho deciso di farlo io. » Insomma, stando alle previsioni degli esperti, la società attuale non può sopravvivere fino ai prossimi venti anni a causa dello sfruttamento eccessivo di risorse e del notevole impatto globale. La società industriale e la sua evoluzione nel corso del Novecento tra modelli di sviluppo alternativi L’Industrializzazione ha cambiato volto al pianeta, dal XVIII secolo si diffuse dalle Isole britanniche al resto dell’Europa per poi approdare in America e in Giappone ed essere accolta dal modello economico capitalista e dalla società borghese, si richiedeva un maggior numero di merci in tempi relativamente brevi mentre le campagna erano spopolate a favore delle città. Industrializzazione, capitalismo e civiltà urbana rappresentarono il modello politico-economico e sociale predominante del Novecento (mitizzato grazie ai Ruggenti anni Venti) nonostante tentativi di arginarlo o rimodularlo; come il caso delle società nazi-fasciste (l’Italia di Benito Mussolini e la Germania di Adolf Hitler proposero un’economia protetta da dazi con l’intervento dei governi) oppure del mondo comunismo rappresentato dall’URSS, Cuba, il Vietnam e la Cina di Mao (con l’economia controllata dallo stato che interviene per regolare i prezzi e le merci). Nel 1980 il quadro si andava delineando nel seguente modo; la Cina post-Mao abbandonò l’economia pianificata per aprirsi all’Occidente e accogliere multinazionali, così si avviò all’economia di mercato pur rimanendo un paese comunista mentre l’URSS si indeboliva a causa delle ingenti spese militari per il proprio arsenale bellico e quello degli alleati. Nel 1992, con la caduta dell’Unione Sovietica e la nascita della Federazione russa e del CSI, Boris Eltsin accolse le multinazionali sul suolo russo (si ricordi l’apertura del primo McDonald’s a Mosca e a San Pietroburgo). Adesso il modello capitalista aveva vinto ma dovette far i contro con un “mondo in subbuglio” con la Prima Guerra del Golfo, la guerre nei paesi balcanici, l’attentato alle Torri Gemelle del […]

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Attualità

La presa di Kabul e la condizione femminile: cosa accadrà alle donne?

È terribilmente e angosciosamente nota la condizione in cui versa l’Afghanistan negli ultimi giorni, dopo la presa di Kabul con l’insediamento dei talebani il 15 agosto scorso nella capitale, annunciando la rinascita dell’Emirato islamico e la fine della guerra, in seguito allo spodestamento del governo nazionale e al ritiro delle truppe americane già precedentemente annunciato dal Presidente americano Joe Biden. Un rinnovato e comprensibile terrore permea le coscienze afghane in questi giorni di riconquista del potere talebano, terrore alimentato dalla precedente esperienza dell’insediamento del governo islamico dal 1996 al 2001, che ha letteralmente soggiogato e martirizzato la popolazione, con i rigidi dogmi politico-religiosi, e in particolare le donne. Sono loro in un Paese a governo oscurantista e retrogrado, misogino e teocratico, a pagare le peggiori conseguenze. Loro che, dopo le piccole grandi conquiste dell’ultimo ventennio, avvertono l’alba di una nuova sconfitta. Loro che, dopo anni di studio e lotte per la conquista dei diritti e dell’emancipazione femminile, temono di veder calare nuovamente sui volti, sulla dignità, sull’istruzione e sulla libertà il velo della barbarie misogina e anacronistica, della crudeltà in nome di una pseudo religione avallata da desideri di possesso e autocrazia. Per cui è necessario che diventi centrale la questione femminile afghana dopo la scalata al potere talebano. Perché urgente è la possibilità e il dovere di non lasciare queste donne sole, in preda a un nuovo brutale destino. Perché sono loro il cuore pulsante del Paese, loro con le loro capacità, la loro forza morale, le loro fragilità e il loro amore. A loro si deve la vita, lo spirito di sacrificio e a loro è dovuta la sensibilizzazione ad un argomento tanto delicato quanto determinante, ora nuovamente minacciato dalla potenza talebana. D’altro canto tali timori vengono fatti passare come infondati dalle parole del portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid, che in conferenza stampa descrive il cambiamento del nuovo Emirato islamico rispetto al passato, promettendo il rispetto dei diritti delle donne nell’ambito della Sharia, consentendo loro l’accesso all’istruzione e al lavoro, la possibilità di uscire di casa da sole e persino l’abolizione dell’obbligo di indossare il burqa in luogo del solo hijab che lascia scoperto il volto. Ma le donne, così come tutti, restano scettiche di fronte a tali apparentemente innocue dichiarazioni, dal momento che nell’annunciare il nuovo governo, i talebani specificano che si tratterà di una teocrazia islamica, ed è risaputo come la rigida interpretazione dell’Islam concepisca le donne come “merci”. D’altronde non sono poche le testimonianze di donne che in questi giorni vivono momenti di puro terrore, rinchiuse in casa, nascoste come fossero responsabili di chissà quali crimini, di essere “donne”, desiderose di scappare e bisognose di aiuti per difendersi dalle prime minacce già perpetrate nei loro confronti. La presa di Kabul e la condizione femminile: i primi effetti Nell’Afghanistan post 2001 di passi avanti ne erano stati percorsi abbastanza da poter guardare al futuro di ragazze e donne con un cauto ma speranzoso ottimismo, in seguito alla caduta dei talebani. Pur permanendo uno status di Repubblica […]

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Attualità

L’Afghanistan ha smarrito la libertà

Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo recita un antico proverbio afghano che, ad ascoltarlo ora, fa venire i brividi sulla pelle. Gli USA hanno indossato gli orologi per vent’anni in Afghanistan, ma è bastato poco tempo affinché tutto fosse vanificato. A partire dall’annuncio del ritiro delle truppe americane da parte di Biden l’offensiva talebana si è intensificata, fino a raggiungere l’apice con la presa della capitale Kabul. Cosa ne sarà adesso della popolazione civile che, per vent’anni, è cresciuta con la speranza di vivere una vita libera e lontana dall’oppressione? Cosa ne sarà delle migliaia di donne che in questi anni hanno frequentato scuole e università? Chi spiegherà loro che è stato tutto uno spreco di tempo? Tutte domande a cui non troviamo risposta. I talebani hanno promesso di mantenere lo status di libertà conquistato negli ultimi due decenni, porgendo addirittura l’altra guancia a chi, in questi anni, ha collaborato con gli occidentali. Purtroppo le parole si dissolvono nel vento, e di vento in Afghanistan ne sta soffiando parecchio in queste ore. Vento di disillusione e cambiamento. Un cambiamento all’indietro che segnerà la fine per centinaia di migliaia di persone che speravano in una vita libera. Anzi, una vita normale. Perché è questo il termine da usare. In molti non ci stanno a questo cambiamento e tentano una disperata fuga, invadendo l’aeroporto di Kabul per aggrapparsi agli ultimi voli in partenza. Chi resta, invece, si barrica in casa mentre nelle strade i talebani iniziano a sequestrare le armi dei civili. Per l’Afghanistan non è solo l’inizio di un nuovo regime, ma anche la fine della cultura. Con un nodo in gola ritorna in mente la foto di quelle tre studentesse universitarie di Kabul che, nel 1972, passeggiano per le strade della capitale con libri e minigonne, segno di emancipazione. Ora con ogni probabilità le donne saranno costrette a indossare il burqa e ad abbandonare gli studi, finendo così relegate in casa senza possibilità di uscire, se non accompagnate da un mahrams, un guardiano maschio. In queste ore innumerevoli ragazze di Kabul stanno chiudendo i loro profili social e, da Qorbanali Esmaeli, il presidente dell’associazione dei circa 15mila afghani che vivono in Italia, rimbalza una notizia terrificante: le donne e le ragazze sopra i 12 anni sono considerate bottino di guerra. Per questo motivo si stanno stilando delle liste con i nomi delle ragazze e donne nubili che saranno destinate a una vita che non hanno scelto perché costrette a sposarsi con uomini mai visti prima. Tutto il mondo seguirà con apprensione ciò che accadrà in Afghanistan nei prossimi giorni, perché la sconfitta della libertà è la sconfitta del mondo intero.     Licenza immagine: disponibile gratuitamente per modifica, condivisione e uso commerciale.

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Eventi nazionali

Giovanni di Lorenzo: Dalla Lega Pro a Campione d’Europa

Dalla Lega Pro a Campione d’Europa, quella di Giovanni Di Lorenzo, classe 1993 e attuale terzino destro della S.S.C. Napoli, è una storia di tenacia, umiltà e resilienza. L’avventura europea di Giovanni Di Lorenzo comincia con la sua convocazione lo scorso giugno ma non è lui a scendere in campo come titolare, durante la partita inaugurale. È il romano Alessandro Florenzi il terzino destro designato, in prestito al PSG per la stagione scorsa, che tuttavia gioca soltanto il primo tempo della gara contro la Turchia, perché subisce una contrattura al polpaccio. L’infortunio permette a Di Lorenzo di entrare in campo per il secondo tempo. Preferito a Rafael Toloi, Giovanni Di Lorenzo macina chilometri e chilometri di campo senza mai stancarsi, un “motore” come lo definisce il suo futuro allenatore Luciano Spalletti, durante la conferenza stampa a Dimaro. Dimostra qualità, resistenza fisica e abnegazione, come chi ha bisogno di provare a tutti, e a se stesso, il proprio valore, la pasta di cui è fatto. La strada di Di Lorenzo non è stata sempre semplice, non ha avuto top club a offrirgli contratti stellari quando aveva sedici anni, nemmeno la leggenda del padre alle sue spalle o un importante vivaio a crescerlo come un campione. Giovanni Di Lorenzo cresce nel vivaio della Lucchese e a sedici anni si trasferisce alla Reggina, esordendo in serie B solo due anni dopo. La stagione successiva viene ceduto al Cuneo, in Lega Pro, nella quale militerà per alcuni anni, prima con le Aquile, poi altri due anni con la stessa Reggina (con al quale disputerà una stagione in Serie B) e in fine con il Matera. Per lui sono anni di gavetta difficili, dove nessuno sembra offrire un futuro stabile a quel ragazzo pieno di ambizioni e sogni, che durante l’adolescenza era stato soprannominato Batigol. Ma persevera e la squadra lucana gli porta fortuna, o meglio, gli permette di dare sfoggio della tecnica e della forza fisica che abbiamo potuto ammirare durante gli Europei 2020, che hanno incantato milioni di tifosi azzurri. Nel 2017 indossa la maglia dell’Empoli, con la quale milita per due anni, fino a esordire in Serie A. Solo due anni dopo, Giovanni Di Lorenzo viene acquistato dal Napoli di Ancelotti e scende in campo per la prima volta a Firenze in maglia azzurra, segnando il suo primo goal durante la partita successiva a Torino, sotto gli occhi dei tifosi presenti all’Allianz Stadium. Durante la sua prima stagione nel club partenopeo dimostra di essere una presenza imprescindibile e insostituibile, con il 95% di presenze nella sua ultima stagione calcistica. Giovanni Di Lorenzo ha corso instancabilmente, tenendo palla, senza cedere mai, lo ha fatto indipendentemente dai grandi contratti, che hanno tardato ad arrivare, dalle squadre pronte ad accoglierlo, lo ha fatto tenendo fede al suo sogno. Ha recentemente rinnovato il suo contratto con il Napoli fino al 2026 ma gli occhi di diversi club europei sono puntati su di lui, la sorpresa dell’Euro2020. La storia di Giovanni Di Lorenzo rappresenta una parabola di sacrificio […]

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Attualità

G8: vent’anni dopo i fatti di Genova

Antonio Gramsci odiava gli indifferenti. Io odio l’odio. Genova, luglio 2001. Mancano poche ore al vertice del G8 e la città ha già assunto le forme di un fortino, soprattutto nei quindici chilometri quadrati comprendenti la zona rossa. Il cuore del vertice è Palazzo Ducale, sede ufficiale dell’incontro. Dunque la zona del porto è praticamente deserta ed è presidiata dalla polizia. A detta dei residenti, almeno di quella parte che ha deciso di non lasciare momentaneamente la città, “sembra di essere sotto assedio durante una guerra”. E in effetti, conoscendo la storia delle ore successive, possiamo dire che non hanno peccato di lungimiranza. L’oggetto della protesta anti-G8 A Genova sono attesi più di centomila manifestanti (se ne conteranno il triplo) con l’obiettivo di realizzare un vero e proprio controvertice fatto di stand informativi, dibattiti e conferenze stampe. Il motivo? Protestare contro la globalizzazione o almeno contro il lato oscuro in essa contenuto: lo sfruttamento e il conseguente impoverimento dei Paesi meno ricchi e industrializzati. Il 19 luglio va così in scena, senza grandi disordini, una prima manifestazione con circa cinquantamila persone. Nel frattempo arrivano in città decine di migliaia di manifestanti e alle buone intenzioni di molti si contrappone il comportamento distruttivo di pochi. Ai balli in piazza dei più, infatti, si affiancano gli scontri del black bloc con la polizia a nord della zona rossa. In poche ore la guerriglia coinvolge l’intero centro della città. Nei pressi di piazza Alimonda una camionetta dei carabinieri resta bloccata fra dei cassonetti dell’immondizia e viene presa di mira da un gruppo di manifestanti: dall’interno Mario Placanica, un carabiniere di vent’anni, spara due colpi di pistola e ferisce a morte Carlo Giuliani. La notizia fa il giro del mondo e gli scontri non si placano. Numerosi manifestanti e giornalisti finiscono sotto i colpi dei manganelli. Ricordiamo, ad esempio, la testimonianza di John Elliot, un reporter inglese che descrive i poliziotti che si accaniscono sul suo corpo come eccitati dalla violenza.   Ecco gli strascichi del G8 di Genova che non riusciamo a scrollarci di dosso: l’eccitazione per la violenza e per l’odio. Lo stato di diritto  Quello che accade nella notte fra il 21 e il 22 luglio all’istituto Diaz sospende in Italia lo stato di diritto. Odio e violenza si abbattono su 93 ragazzi. Ragazzi a cui è stata poi negata o insabbiata la giustizia: nessuno dei rappresentanti della legge presenti quella notte (oltre ai fatti dell’istituto Diaz vanno ricordati anche quelli di Bolzaneto) è stato condannato per tortura, visto che questo reato è stato introdotto in Italia soltanto nel 2017. In ogni caso le condanne, per gli agenti che sono stati riconosciuti, hanno sfiorato al massimo i cinque anni, a fronte delle decine di condanne di 10-12 anni a carico dei manifestanti per reati di devastazione e saccheggio, lesione e resistenza a pubblico ufficiale.   “L’odio è un sentimento autolesionista. Ci toglie dignità e grandezza, è come una catena” ha detto qualche anno fa Ingrid Betancourt, un’attivista e politica colombiana. E […]

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Attualità

Ruggenti anni Venti, un ritorno dell’edonismo dopo la pandemia?

Ruggenti anni Venti, torneremo in una situazione simile al periodo dopo la Grande Guerra nei prossimi anni? Ecco il parere di un sociologo Ad aprile del 2021, il quotidiano statunitense The New York Reporter immagina i “nuovi Ruggenti anni Venti” del XXI secolo dopo la pandemia di Covid19. In questo scenario immaginario, Alexandria Ocasio-Cortez sarà il primo presidente con origini latino-americane, lo sceneggiatore Lin-Manuel Miranda realizzerà un musical basato sul Grande Gatsby con un cast multietnico, Amy Adams vincerà il  Premio Oscar e gli “aperitivi a distanza” saranno vietati da una legge del governo americano. Tutto questo porta il lettore a porsi una domanda. Siamo all’inizio di un nuovo decennio di edonismo come “i Ruggenti Venti”? Gli anni Venti del XX e XXI secolo, cosa li accomuna ? L’ipotesi di un possibile ritorno ad una decade di felicità e di gioia è dovuto ad un confronto col passato. Nel 1918, prima ancora che la Grande Guerra terminasse, ci fu una pandemia di Influenza spagnola. Scoppiata in un campo militare in Kansas, la pandemia si diffuse nel mondo mentre gli Alleati e gli Imperi Centrali si combattevano tra Europa, Africa e Oceano Pacifico. Nel 1920, la pandemia terminò improvvisamente (all’epoca non esistevano vaccini, bisognerà aspettare il 1928 per la penicillina di Alexander Fleming) portando ad “un risveglio del piacere di vita” grazie “all’american style of living” (stile di vita in stile americano), ossia acquisto di automobili ma anche divertimenti sfrenati. Tale situazione potrebbe ripresentarsi nel post-Covid19? Nicholas Christakis “Un possibile ritorno dell’edonismo dopo la pandemia di Covid-19” Nicholas Christakis, sociologo greco-americano esperto di social network e docente di scienze sociali alla Yale University, ha ipotizzato che una situazione del genere potrebbe ripresentarsi. Nel suo ultimo libro, Apollo’s Arrow: The Profound and the Enduring impact of Coronavirus on the Way We Live (2020), ha descritto un “possibile ritorno allo stile di vita edonista dopo un periodo cupo dovuto alla pandemia.” Secondo il parere di Christakis, durante i tempi di crisi il sentimento religioso delle persone aumenta, diminuisce il desiderio di divertirsi e si comincia a risparmiare soldi. Inoltre, stando alle sue previsioni, nel 2024 “la pandemia di Covid-19 sarà un lontano brutto ricordo, le persone vorranno cercare aumentare le loro relazioni sociali, aumenteranno le abitudini sessuali licenziose e il sentimento religioso sarà messo da parte”. Insomma ci sarà una rinascita della gioia di vivere, aumenteranno le spese e dedicheremo molto tempo al divertimento presi da un senso di edonismo che attraverserà tutta la società. Un po’ come nel decennio dalla fine della Grande Guerra al Crollo di Wall Street (che testimoniò i limiti del capitalismo). Già negli Stati Uniti guidati da Joe Biden, il nuovo presidente sta seguendo una politica economica keysiana, ossia seguendo la teoria dove la domanda aggregata di un bene può garantire la piena occupazione; l’obiettivo è di adattare politiche fiscali espansive “senza far scattare automaticamente alcuna pressione inflazionistica e quindi senza provocare un rialzo dei tassi” come riportato da Business People. Invece nell’Eurozona è stato congelato il “Patto di […]

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Food

Pizzeria Mario dal 1970, un’eccellenza del territorio, e non solo

Pizzeria Mario dal 1970, un tempio del gusto a Barra 51 anni e non sentirli. La Pizzeria Mario dal 1970, situata a Barra, storico quartiere della periferia Est di Napoli, è una di quelle realtà gastronomiche non mainstream che vale la pena di conoscere, un ristorante senza vezzi né coccarde, in cui è la bontà dei piatti a regnare incontrastata. Pizze, panini e non solo, le generazioni che via via si sono avvicendate hanno confezionato un pacchetto gastronomico veramente ricco, con diverse sfumature d’innovazione, e garantito un servizio cordiale, alla mano ma estremamente professionale.    Abbiamo intervistato Alessandro Monaco, attuale gestore della Pizzeria Mario, che ci ha guidato in una buonissima degustazione di alcune delle delizie che ogni giorno vengono servite ai suoi clienti.   Pizzeria Mario dal 1970 è una istituzione del territorio. Ci racconti un po’ la storia della sua nascita e di come negli anni le generazioni hanno portato avanti il sogno della ristorazione. Il sogno del Maestro Pizzaiuolo Mario Torre, dopo anni di esperienza maturata presso pizzerie con nomi noti come Mattozzi e Pasqualina, era di aprirsi un locale tutto suo. E ci riuscì nel 1970, inaugurandone uno il 1° agosto nel quartiere Barra al corso Bruno Buozzi. Via via il Maestro riceveva sempre maggiore consenso tra i clienti della zona tanto che per mangiare la sua pizza le persone aspettavano in coda anche 1 ora e più; con lui negli anni si avvicinò anche sua moglie che si era messa al forno a cuocere le pizze. Con il tempo entrò a far parte della famiglia Valentino Gargiulo, che di lì a qualche anno sarebbe stato il marito della figlia del Maestro Mario, la Signora Maria Rosaria, e futuro titolare della struttura. Proprio così, lui e la Signora Rosaria continuarono sulla scia del Sig. Mario e Signora sostituendo entrambi egregiamente e mantenendo alta la qualità e la tradizione della pizzeria Mario a Barra. Il destino volle poi che la figlia della Signora Maria Rosaria e Valentino, Filomena, si innamorasse e si sposasse con un pizzaiuolo. Il Maestro Alessandro Monaco era all’inizio un giovane pieno di esperienza e di idee moderne e vincenti: stava per nascere la svolta definitiva a quella che ora è la “nuova versione” della pizzeria Mario: l’innovazione del Maestro Alessandro con quella della tradizione. Ad oggi Alessandro e Filomena gestiscono a tempo pieno la pizzeria Mario con la presenza del papà Valentino, riuscendo a mantenere forte attenzione alla tradizione del locale.   Come ha cambiato il covid il vostro settore e il rapporto con la clientela? Il covid ha dato una fortissima scossa a tutto ciò che esiste nel mondo, non solo alle attività commerciali e ristorative. Da parte nostra possiamo dire che siamo riusciti a “mantenere” viva la fiducia nei confronti della nostra clientela grazie al fatto che siamo presenti sul territorio dal 1970, essendo stata la prima struttura proprio del quartiere a nascere 51 anni or sono. Sicuramente il cambiamento che ha avuto maggior effetto determinato dal covid è stato quello […]

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Attualità

Simone Michele, storia di chi sognava di diventare un bambino vero

Per la rubrica “Human Rainbow”, oggi vi raccontiamo la storia di Simone Michele, ragazzo napoletano, orgogliosamente trans. Su tiktok è @simooll con all’attivo 11.5K follower Simone Michele era felice, dava calci ad un pallone, si sporcava col fango, saltellava nelle pozzanghere in pieno inverno. Quando si guardava allo specchio, un dettaglio o due gli procuravano un senso di fastidio. La sua faccia era troppo dolce per essere quella di un maschietto, la sua bocca troppo marcata, gli zigomi alti. A volte si chiedeva se quel riflesso allo specchio altro non fosse che l’eco delle sue paure. Nei suoi sogni, Simone Michele portava due nomi che gli piacevano, andava al suo primo appuntamento con la ragazza dei suoi sogni, portava il fiore all’occhiello, si annodava prima una cravatta e poi i lacci delle sue scarpe da calcio. Quando riapriva gli occhi, gli sembrava tutto sbagliato e strano, i pezzi che aveva tra le mani non davano il risultato che aveva sognato. Poi sorrideva, portandosi i capelli cresciuti dietro l’incavo dell’orecchio. Simone Michele faceva pace con le sue paure, perché aveva una sola certezza: così come i puledrini diventano cavalli e le bambine diventano bellissime donne, col tempo, lui si sarebbe trasformato in un ragazzo, perché è così che andavano le cose, è così che va la vita, d’altronde era successo per primo a Pinocchio, che da bambino di legno era diventato un bambino vero. L’intervista esclusiva a Simone Michele Com’è iniziata la tua storia per quanto riguarda la transessualità? E come è stato il tuo coming out? Da quando sono piccolo mi sono sempre sentito non adatto al mio corpo ma non sapevo dare un nome a questa mia sensazione. Crescendo mi sono imbattuto in storie di ragazzi trans e mi si è aperto un mondo. È lì che ho capito davvero chi volevo essere. Ho fatto coming out nell’ottobre del 2019. È stato un coming out abbastanza tranquillo e naturale, l’ho detto ai miei amici e alla mia famiglia. I miei amici hanno reagito tutti benissimo, mi hanno fatto sentire valido fin da subito, hanno iniziato prontamente ad usare i pronomi giusti. La mia famiglia invece a piccoli passi sta iniziando a comprendere appieno il concetto di transessualità, pian piano ci arriveranno del tutto. Quali erano le tue paure o perplessità verso te stesso e gli altri prima di parlarne ufficialmente? Prima di iniziare avevo una visione molto negativa delle cose. Pensavo che non ce l’avrei mai fatta, che non sarei mai riuscito ad affrontare il percorso o a parlarne così apertamente. Avevo paura persino delle sedute psicologiche, essendo un ragazzo molto ansioso. Per fortuna, però, è andato tutto bene. Come reagisce oggi la società ad un ragazzo o una ragazza che decide di cambiare il suo sesso biologico? La società è maschilista, il pensiero dell’uomo “forte” è intrinseco nella testa delle persone. A causa di questo, purtroppo, le ragazze trans sono molto più discriminate rispetto ai ragazzi trans. Non c’è una spiegazione, ognuno dovrebbe essere libero di essere chi […]

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Riflessioni culturali

Stati Uniti: gli eredi politici della Roma antica?

Gli Stati Uniti sono gli eredi politici della Roma antica? Il professore Watts avvisa della situazione simile alla crisi repubblicana Gli Stati Uniti d’America sono gli eredi dell’Antica Roma? Questa è senza dubbio una domanda che ha sempre incuriosito molti storici, filosofi e politologi in merito alle somiglianze fra l’attuale superpotenza nordamericana e l’antica repubblica (e poi impero) che conquistò il Mediterraneo. Una storia molto simile, lo studio del professore Edward J. Watts In realtà la storia americana deve molto a quella classica già partendo dalle origini. George Washington e i Padri Fondatori si ispirarono alle repubblica romana pur di gettare le basi per una federazione di stati situata lungo le coste americane. D’altronde lo stesso Washington fu divinizzato dopo la sua morte come illustra un celebre affresco nella cupola del Campidoglio, un po’ come per molti imperatori romani (nelle isole Hawaii, la religione shintoista locale  ha accolto il primo presidente come kami; ossia divinità). Il tema è stato ripreso in chiave attuale anche dal docente universitario di storia Edward J Watts. Il professor Watts, che lavora presso l’Università di San Diego in California, si è occupato in un articolo sul quotidiano Times delle somiglianze fra la crisi della Repubblica Romana e gli attuali USA. La crisi di una repubblica e i suoi valori: Washington contro Weimar «For the past two years many have turned to Germany’s Weimar Republic and other failed European states of the 1930s to understand our current political crisis. But the Roman Republic is the more relevant model. Not only is the American republic the daughter of Rome’s, but, like first century Rome, it is now an old country whose citizens know no other form of government.» Con un paragone proveniente dal suo articolo, il docente di storia sottolinea che una “repubblica anziana” come quella romana poteva facilmente superare una crisi politica poiché i propri cittadini erano fedeli a tali ideali di libertà mentre una “repubblica giovane” come quella di Weimar fu soppiantata dal Reich nazista poiché i cittadini non conoscevano il concetto di libertà. La vera causa della crisi repubblicana e l’arrivo dei Gracchi La vera crisi della Roma repubblicana iniziò nel II secolo dopo Cristo; l’espansione nel Mediterraneo orientale e la conquista della Grecia, di Cartagine e della Siria aveva portato grandi ricchezze nelle casse statali. Aumentò il numero di cittadini ricchi che acquistarono terreni agricoli per la creazione di latifondi schiavistici mentre nuovi ceti sociali come i mercanti e gli armatori delle navi si imposero sulla scena politica e sociale. Il divario tra una popolazione sempre più ricca e i concittadini più poveri decretò un nuovo tipo di politica sempre più populistica. È il caso dei fratelli Gracchi, Caio e Tiberio, che proposero, nel proprio mandato di tribuni della plebe, una Lex Agraria. In seguito, i due Gracchi furono uccisi in due congiure a pochi anni di distanza poiché molti senatori temevano che tali tribuni potessero acquisire maggior potere e “aspirare alla monarchia”. Seguì l’epoca delle “grandi personalità” che misero da parte le […]

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