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Eroica Fenice

La Tag: interviste contiene 140 articoli

Libri

Il carro dorato del sole: dialogo con Larisa Poutsileva (III)

Le immagini poetiche che ne Il Carro dorato del sole. Antologia della poesia bielorussa nel XX secolo, a cura di Larisa Poutsileva (Cartacanta edizioni, 2019) procedono  in una partitura che da intima si fa oggettiva, andando e riassumere il valore civile, non solo intimistico, di cui il volume è rivestito. L’immagine che dà il titolo alla raccolta esprime, infatti, il senso di un rinnovamento culturale, una speranza per le venture generazioni. Tra poesia intima e civile, dunque, si muovono le parole della curatrice, che si ringrazia per la pazienza e per aver condiviso pensieri e riflessioni sui significati poetici e civili espressi in questa antologia. Il carro dorato del sole: intervista alla curatrice È forte il senso di appartenenza al proprio paese nei poeti che compongono la silloge del Carro dorato del sole: tra i vari, penso ad alcuni versi Uladzimir Doboǔka, Maksim Tank e Rygor Baradulin; essi sembrano esprimere il radicarsi dell’identità di un uomo nella terra (coltura/cultura, per riprendere il binomio di Durkaim), un tema, questo, che nella poesia contemporanea si esprime pare anche in certi casi in Ales’ Badak e Aksana Danilčyk attraverso una sorta di disincanto con ogni probabilità dovuto al contesto politico-culturale a cui si è fatto riferimento. Letterariamente, tenendo presente la sensibilità di ognuno, come cambiano, da una sensibilità all’altra, i simboli della poesia bielorussa?  È una domanda molto capiente, è difficile parlare di tutto l’universo della poesia bielorussa che è molto eclettica, perché è rappresentata da varie generazioni di poeti con le esperienze diverse: i più anziani si sono formati  nell’epoca del totalitarismo, degli altri – alla vigilia o subito dopo la Perestrojka –, molti sono stati segnati dal disastro di Cernobyl. I più giovani sono entrati nella letteratura nell’epoca post-sovietica, non hanno nessuna idea del Muro; conoscono bene, invece, la dittatura. Sono diversi, ma c’è un  simbolo che accomuna, anche se in varia misura, tutti i poeti bielorussi compresi quelli inclusi nell’Antologia. È proprio quel simbolo che Lei ha notato: “il radicarsi dell’identità di un uomo nella terra”, aggiungerei “nella propria Terra” in senso la “Patria”,  la Patria sofferente, la Patria libera. Direi che questo concetto della Patria con la “P” maiuscola, non è molto comune per la poesia italiana contemporanea; un poeta italiano, a mio avviso, ha un po’ di timidezza a pronunciare “la mia amata Italia”. Questo amore forse potrebbe addirittura essere considerato come una manifestazione del “sovranismo”. In questo senso, la poesia bielorussa avrebbe potuto essere accolta con passione da un catalano o un irlandese piuttosto che da un italiano. O forse sbaglio? Comunque Davide Rondoni nella sua prefazione al libro ha colto, con la sua solita sensibilità, l’essenza di questa poesia: “ La voce della poesia Bielorussa… si chiama libertà”. È stato difficilissimo selezionare i poeti e i testi senza sovraccaricare il lettore con argomenti politici e sociali di cui la nostra poesia abbonda. Mi piaceva creare un “mosaico” multicolore e multigenere, dove si intrecciano sofferenza e gioia, tradimento e fedeltà, amore e delusione, proprio come nella vita. I […]

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Musica

Sky of Birds e il nuovo album: Matte Eyes / Matte Moon

Matte Eyes / Matte Moon è l’ultima uscita disponibile dal 20 Novembre della band Sky of Birds per MiaCameretta Records. L’album, composto da dieci tracce, è un turbine di esperienze e riflessioni che si perdono nell’atmosfera nebbiosa della notte, il tutto possibile grazie alla ricerca e allo stravolgimento dei suoni classici degli strumenti utilizzati. Matte Eyes / Matte Moon è un viaggio interiore che si consuma fino ai primi momenti dell’alba, in cui non mancano introspezione e risveglio. Dal sapore internazionale, non solo per il cantato inglese, gli Sky of Birds propongono un album ricco di sperimentazioni e contaminazioni; un esperimento musicale che ricorda la scia post-rock e sfocia a tratti nel low-fi. Nel panorama della musica alternativa italiana, gli Sky of Birds si presentano forti, e di certo ne è una prova il nuovo album. Matte Eyes / Matte Moon – Intervista alla band Sky of Birds Come descrivereste il percorso dal primo album Blank Love a Matte Eyes / Matte Moon? Il percorso tra i due dischi è stato di grande ricerca e di rinnovamento del suono della band. Già dalle prime canzoni scritte dopo Blank Love ci siamo resi conto che i pezzi stavano prendendo una piega molto diversa da quelli del disco precedente; che andavano verso sonorità più cupe, notturne, rispetto alla vecchia produzione, ma anche molto più “soniche” e meno cantautorali, e per certi aspetti più ossessive e minimali. Abbiamo lavorato moltissimo sul suono, sia in sala prove durante la pre-produzione che in studio al momento della registrazione e del mixaggio, cercando di non tralasciare nessun elemento, di fare attenzione al dettaglio anche più piccolo, ad ogni feedback di chitarra, all’intensità di ogni eco o delay. Abbiamo sperimentato sui nostri strumenti (e anzi abbiamo lavorato tutti da polistrumentisti) e abbiamo aggiunto strumenti nuovi (come la chitarra baritona, o il mandolino, stravolto con dosi massicce di delay e fuzz); e c’è stato poi un uso maggiore delle sonorità elettroniche (in un pezzo in particolare, “Haze daze dazzle”). C’è poi da considerare che durante la scrittura di questo disco la band ha subito un cambio di formazione (con l’abbandono di un membro e con la sostituzione del batterista), per cui, come succede spesso in queste occasioni, il lavoro di “ripensamento” del suono è stato ancora più evidente e importante. Matte Eyes / Matte Moon, insomma, è un disco che da un certo punto di vista rappresenta il “nuovo corso” della band, ma in fondo non ne snatura le caratteristiche fondamentali, né le peculiarità del songwriting. Come mai “Matte”? Cosa avete cercato di qualificare come opaco nelle vostre tracce? È un’opacità figurata, come quella di una persona con lo sguardo annebbiato che guarda una luna offuscata dalle nuvole. Un’opacità, dunque, sia reale che di percezione: un’incertezza di fondo, come quella di questi “strani giorni” che stiamo vivendo. Durante l’ascolto dell’album ci si sente catapultati in atmosfere notturne e nebbiose. È questo il genere di atmosfera che avete cercato di creare? È esattamente il genere di atmosfera che andavamo […]

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Musica

Gianluca De Rubertis: intervista al cantautore

Intervista al cantautore Gianluca De Rubertis. Gianluca De Rubertis è un musicista e cantautore italiano. La violenza della luce è il suo nuovo album, inciso per la Sony Music e reperibile dallo scorso 23 ottobre. In occasione dell’album, abbiamo intervistato il cantautore leccese, polistrumentista, voce solista e già cofondatore del gruppo Studiodiavoli (insieme a Matilde De Rubertis , a Riccardo Schirinzi ea Giancarlo Belgiorno ) e membro del duo Il Genio insieme ad Alessandra Contini. Gianluca De Rubertis: intervista al cantautore Gianluca, come nasce il tuo percorso musicale? Molti anni fa, con una pianola giocattolo, un’adolescenza passata a suonare gli organi a canne nelle chiese. Vuoi introdurci alla tua musica ? Direi che va ascoltata, come potrei introdurvici a forza? Cosa segna per te La violenza della luce ? Cosa vuoi comunicare ai tuoi ascoltatori? Non credo che si abbia la volontà precisa di comunicare qualcosa che si è stabilito: sarebbe un po ‘come tradire quell’afflato meraviglioso che ti coglie quando scrivi qualcosa di veramente nuovo. Questo disco è sicuramente importante per me, credo di aver realizzato qualcosa che riesce a penetrare i cuori degli altri. L’album è il primo realizzato attraverso l’etichetta Sony Music; cosa ti aspetti da questo “nuovo inizio”? Per esperienza ti dico che è sempre ottimo cosa non avere alcuna aspettativa, meglio concentrarsi nel lavoro e cercare di raccogliere il massimo possibile da quello che hai seminato. Ricordi ai nostri lettori i primi appuntamenti itineranti in cui ti esibirai e presenterai La violenza della luce ? Qui di itinerante mi pare che ci sia ben poco, il periodo non consente quasi nulla, ma mi sto organizzando per dei live su piattaforme stream e qualche presentazione in store indipendenti. Vuoi anticipare ai nostri lettori i tuoi prossimi progetti musicali? Spero che dalla primavera si possa tornare live , lavorerò incessantemente per regalare a questo disco un tour . Ringraziando Gianluca De Rubertis , ricordiamo il collegamento ipertestuale alla sua pagina telematica personale: https://www.gianlucaderubertis.it/ Fonte immagine in evidenza: Ufficio stampa

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Culturalmente

Modena City Ramblers, intervista a Franco D’Aniello

Modena City Ramblers : intervista a Franco D’Aniello, musicista e flautista di Forlì (aa. 2017/2018) Genere: FOLK, COMBAT FOLK, FOLK ROCK, ROCK Ampia formazione emiliana nata nel 1991 che guarda all’Irlanda e rinnova tutto il vigore politico del combat-folk. Cosa vi ha spinto a interessarvi alla musica e com’è nata l’idea di mettere su una band? La spinta ad interessarsi alla musica inizialmente è sempre un fatto personale. Io fin da bambino ero appassionato di musica e iniziai con il flauto. I Modena City Ramblers verranno tanti anni dopo, in età adulta. Alcuni ragazzi che facevano parte di una band che suonava musica anni ’80 fecero un viaggio in Irlanda e furono folgorati dalla sua musica e dal modo di suonarla. Senza sovrastrutture, senza bisogno di dover apparire bravi per forza. Il lato puramente estetico nella musica irlandese è un fattore secondario. La stessa folgorazione che avevo avuto io tanti anni prima durante un viaggio in Irlanda. Ci conoscemmo e iniziammo a suonare esclusivamente per divertimento, passando di pub in pub. L’idea era quella di passare belle serate insieme ad amici che ci seguivano ovunque. Non avevamo nessuna velleità di sfondare e non immaginavamo che questo sarebbe poi diventato un lavoro vero e proprio. Mi parli della scelta del vostro nome. Il nome “Modena City Ramblers” è preso dai “Dublin City Ramblers”, un gruppo irlandese di folk simile al liscio. Significa “I girovaghi, vagabondi della citta di Dublino”. Ma ci sono anche i “Galway City Ramblers”, che sono un’altra band simile. Dovevamo suonare in un locale a Modena e allora ci siamo inventati questo nome che era molto musicale. Da allora non l’abbiamo più cambiato. Quanto conta per una band creare un proprio stile/identità? Per una band rock l’identità musicale è tutto, l’originalità sta alla base della musica pop/rock. Noi musicalmente abbiamo attinto dai gruppi folk-rock, soprattutto dai “Pogues”. Nel folk è molto più facile e soprattutto accettato l’essere molto vicini ad un’altra band. Nel nostro caso, però, ci siamo costruiti una vera identità nei contenuti. Fin da subito ci siamo interessati ai temi sociali e ci piace raccontarli nelle nostre canzoni. La resistenza, la lotta alla mafia sono quelli che ci hanno maggiorente ispirato nella nostra carriera. Grandi e piccole storie, spesso dimenticate o poco conosciute. Soprattutto storie di persone che hanno fatto la storia. Vicende di partigiani, di chi combatte la mafia e la vive sulla propria pelle ogni giorno. Sono queste le cose che ci interessano di più. Il brano che rappresenta i Modena City Ramblers? Il brano che rappresenta di più i Modena City Ramblers è sicuramente i “Cento Passi”, la storia di Peppino Impastato. Incarna tutto quello che dei giovani vorrebbero essere ma che purtroppo è difficile da conseguire. La libertà, in tutte le sue accezioni. La libertà di pensiero, di parola, di stile di vita. Quello che ci ha dovuto “insegnare” la storia di Peppino, che si prese letteralmente tutte queste libertà in un ambiente in cui, invece, non avrebbe dovuto. La mafia è […]

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Libri

Aksana Danilčyk: un itinerario poetico

Nella poesia di Aksana Danilčyk è espressa la significanza di un viaggio, una partenza e un ritorno: un ponte, quasi, che attraverso l’esperienza poetica dell’autrice collega la Bielorussia all’Italia e viceversa. Nei suoi versi si fondono la lingua di Maksim Bogdanovič e Dante Alighieri, di Jakub Kolas e Ugo Foscolo, per mezzo della quale nei suoi componimenti si respira un afflato ora civile, ora esistenziale, ora immaginifico, ora figurativo. In tal senso, la suggestione che pervade i versi di Aksana risulta manifesta grazie a una plasticità che fa sì che l’immagine si dipinga innanzi agli occhi del lettore: chi legge i versi di Aksana Danilčyk partecipa alla sua poesia mediante l’atto visivo. Nel Canto del ghiaccio, recente silloge di Aksana pubblicata in Italia, è infatti possibile scorgere l’immanenza delle immagini e dei paesaggi che unificano il suo immaginario poetico costituito da una consapevolezza plurima e plurilinguistica. Cara Aksana, la prima domanda che può venir spontanea riguarda il tuo rapporto con la letteratura italiana: in cosa la cultura bielorussa e quella del nostro paese si sono incontrate? Per dare una risposta un po’ più approfondita bisognerebbe rifare tutto il percorso. In breve: nel Rinascimento, nel Romanticismo, ma anche nel XX secolo con gli studi dell’Istituto di Europa Orientale. Dante ad esempio è presente in opere di molti scrittori bielorussi. Ho provato a rispondere a questa domanda nei miei saggi i nei miei articoli, ma ho fatto anche la tesi del Dottorato sulla concezione dell’uomo nella narrativa bielorussa e italiana dedicata alla seconda guerra mondiale. Quando per la prima volta ho visitato l’Italia, ho visto a Napoli un monumento ai caduti. Non sapevo nulla di questo periodo in Italia e ho fatto la tesi proprio per capire come sono andate le cose. Alla fine grazie allo studio della cultura italiana ho scoperto molte cose della cultura bielorussa.  In che modo la cultura italiana interferisce con la tua poesia? Raccontaci la tua esperienza poetica nel comporre Il canto del ghiaccio. Per un autore è sempre difficile decifrare le proprie opere, pensare alle influenze è compito dei critici. Posso solo dire che sicuramente lo studio di una letteratura come quella italiana con una storia così ricca e lunga ha cambiato prima di tutto la mia visione del mondo oltre che della cultura in generale. Poi anche nelle mie poesie ci sono i riferimenti espliciti o impliciti alle opere degli scrittori italiani e naturalmente ai luoghi.  Il canto del ghiaccio è una raccolta di poesie scelte, adattate alla traduzione in un tempo relativamente breve. Praticamente sono passati tre-quattro mesi da quando mi è arrivata la proposta di Aldo Onorati e di Armando Guidoni di pubblicare il libro alla stesura insieme al traduttore Marco Ferrentino della prima bozza. Invece, le poesie sono state scritte in un periodo molto lungo. E ho cercato ovviamente di inserire anche quelle con riferimenti “italiani” per ringraziare una terra che mi ha insegnato molto, insieme alle persone che hanno contribuito alla mia formazione personale e professionale, prima di tutto la famiglia […]

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Libri

Carlotta Orefice: Quegli attimi di felicità che tutti dovrebbero vivere

La redazione di Eroica Fenice ha avuto il piacere di intervistare la giovane Carlotta Orefice, scrittrice, influencer e modella napoletana dal carattere e dalla personalità speciali, che grazie ai social dona tanta forza a chi, come lei, vive una disabilità. Carlotta, grazie per aver accettato l’intervista. Raccontaci di te, di cosa provi e come vivi ogni giorno. Ciao a tutti, grazie a voi. Io sono disabile, ho una tetraparesi spastica, però non ho mai rinunciato a niente, ho sempre camminato a testa alta senza mai fermarmi. Dico spesso, sono su una carrozzina, ma non mollo e non ho intenzione di farlo (afferma con un sorriso che le illumina il volto). Sono una ragazza piena di vita, ho molta voglia di vivere e divertirmi. Purtroppo ancora oggi sono tante le persone che vedono la disabilità come un ostacolo, ma io non smetto mai di ripetere che, la disabilità non deve essere assolutamente invalidante, perché anche noi, possiamo amare, provare dei sentimenti, formare una famiglia. Siamo persone come le altre. Carlotta, hai scritto un libro intitolato “Quegli attimi di felicità”, com’è nata l’idea? Quegli attimi di felicità è disponibile gratis come e-book o prenotatile nei Mondadori store. Attraverso il mio piccolo ma intenso libro, racconto in – solo – trentadue pagine la mia esistenza, la mia quotidianità”. Un libro di fondamentale importanza, tant’è vero che ho scelto di tatuarne il titolo sul mio braccio sinistro, come monito. L’idea del libro è nata per caso; io scrivevo sempre su un diario e un giorno una mia amica, mi propose la pubblicazione di questi scritti, raccolti appunto in – Quegli attimi di felicità. Il tuo profilo Instagram conta oltre 22mila followers, sei una vera e propria influencer,  oltre che scrittrice, quando è nato tutto ciò? Sì, ho oltre 22 mila followers e tantissima interazione, commenti, like, condivisioni; io stessa interagisco con chi mi segue, che mi dà forza ogni giorno, una potente carica che io ricambio, pubblicando foto colorate, belle e simpatiche, sorridendo sempre. I social mi danno molta soddisfazione; vi racconto una cosa a tal proposito. Una volta, proprio grazie ad Instagram, il papà di un ragazzo disabile mi contattò per dirmi che grazie a me, riusciva a guardare il figlio con occhi diversi. Un gesto che mi ha innanzitutto emozionato, donandomi tanta carica, più di quanta già ne abbia dentro me. Il successo sui social è nato quando ho cominciato a sfilare; disabilità e moda vanno a braccetto: guardavo le altre ragazze alte e sicure sfilare in passerella e decisi di dare un taglio diverso alla mia vita. Col tempo ho iniziato a sfilare, così come sono, grazie all’impulso di Benedetta De Luca. Posso dire che anche grazie alle sfilate ho ottenuto tanto successo. Posso chiederti, come ti vedi nel futuro? Bella domanda! Mi vedo come ora, ma può darsi che abbia un compagno accanto a me, e sicuramente con tanto amore da donare al prossimo. Bella e raggiante, con tanta forza ancora da donare e felice soprattutto. Carlotta, la società di oggi sembra essere […]

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Culturalmente

Nasce LICET, l’associazione delle scuole di italiano per stranieri

La pandemia di Coronavirus ha cambiato i nostri modi di interagire, di viaggiare, di apprendere. Tutto si è rallentato e modificato in attesa di un vaccino o di una cura definitiva. Tra i tanti settori colpiti, c’è da ricordare quello dell’istruzione: certo, i supporti informatici hanno mitigato le carenze, ma è venuta meno tutta la parte che riguarda l’incontro ed il confronto con “l’altra persona”, tassello fondamentale ed insostituibile della didattica. Abbiamo intervistato Rita Raimondo, che ringraziamo per la disponibilità, riguardo i progetti di LICET di questo presente e di un prossimo futuro. Ciao, Rita! Ti conosciamo già in qualità di direttrice di NaClips, che è il tuo progetto “originale”. Come nasce? NaCLIPS è una scuola di Lingua Italiana per Stranieri a Napoli. Nasce nel gennaio del 2018 grazie a una collaborazione tra me e il mio amico e collega Mario De Simone. Dopo esserci formati in questo settore, abbiamo deciso di creare la nostra scuola applicando i metodi di insegnamento che riteniamo più efficaci creando un ambiente familiare, informale e culturalmente attivo. Dopo quasi 3 anni possiamo dire di esserci riusciti. Qual è la tipologia di persona che solitamente usufruisce dei corsi di italiano? La nostra scuola accoglie studenti di ogni tipo. Ci sono studenti e professori universitari che vengono qui a Napoli per un semestre o un intero anno; professionisti che si trasferiscono in città per motivi di lavoro; stranieri che hanno sposato un italiano e hanno necessità di migliorare la lingua. Ci sono anche persone che abbinano la vacanza allo studio – moltissimi, in verità – che vengono qui per conoscere la bellezza del posto e della nostra lingua. Le motivazioni per studiare l’Italiano sono veramente tante. Ognuno viene qui e ci porta la sua storia. E noi gli offriamo in cambio la nostra lingua e la nostra cultura A NaClips, durante la quarantena a causa della pandemia di Covid19, si aggiunge il progetto LICET, che mi sembra essere una associazione che si propone di raccogliere scuole di italiano per stranieri. Ci parli della sua nascita e di cosa sta facendo ora? LICET è stata la nota positiva di questa quarantena. La voglia di confrontarsi con altre scuole del nostro settore era tanta e così, grazie a Roberto Tartaglione – che è oggi il presidente di LICET – più di 40 scuole di italiano per stranieri si sono incontrare su Zoom un pomeriggio di non molte settimane fa. Siamo tutti sulla stessa barca, questa era la questione principale. Nessuno sapeva come reagire alle misure restrittive imposte dal governo che continua ad associarci a tutte le altre scuole di ogni ordine e grado. Ma noi non siamo scuole normali. Noi accogliamo ogni anno migliaia di persone che vengono qui per conoscere il nostro territorio. Oltre alle lezioni in aula facciamo numerose attività culturali. I nostri studenti diventano ambasciatori della cultura italiana all’estero, non abbiamo molto da condividere con le scuole “normali”. Quindi, uno degli obiettivi di LICET è proprio quello di farsi sentire e di stabilire un dialogo […]

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Musica

Al blu mi muovo, il nuovo album di Fabio Cinti

Intervista al cantautore Fabio Cinti in occasione dell’uscita del nuovo album: Al blu mi muovo. È un piccolo scrigno Al blu mi muovo, l’ultimo album di Fabio Cinti, cantautore raffinato ed elegante, con le sue canzoni bucoliche e terapeutiche, delizia le orecchie più sensibili. Seguendo i passi di Battiato, come Dante fa con Virgilio, Fabio Cinti dimostra di essere un uomo in primis e poi un cantastorie dalla penna delicata e dal verso intimo ma universale, grazie all’utilizzo di un linguaggio intriso di figura ma molto efficace nella sua resa finale. Dopo l’adattamento gentile al Padrone della Festa, il cantautore si cimenta in 8 brani dai 3 ai 4 minuti e mezzo di durata, con più piani emotivi di immagine, che si scoprono man mano che si affrontano gli ascolti: una tecnica come quella delle scatole cinesi, l’una rinchiusa nell’altra, ben esplica il tentativo più che soddisfacente di Cinti; un ascolto superficiale scorge il minimo, più le orecchie si abituano alla gentilezza, più i messaggi invadono il sottotesto e arrivano a dipingere il quadro emozionale più puro. Intervista a Fabio Cinti: Al blu mi muovo e prospettive musicali Nella prima traccia del disco canti: «tra gli alberi combatto la mia guerra e dietro l’ombra ti vengo a incontrare». Qual è la necessità che ti spinge oggi a pubblicare Al blu mi muovo? Quali sono gli alberi tra cui combatti musicalmente? In realtà gli alberi sono miei alleati. Sono un rifugio, un nascondiglio, sono la mia casa (sono proprio tra gli alberi) e sono la mia forza, perché passo ogni giorno del tempo tra loro. In realtà non avevo nessuna esigenza o necessità di pubblicare questo album… Anzi, non avrei voluto farlo! Però si realizzano molte cose per gli altri, o perché ci si rende conto che, anche inconsapevolmente, indirettamente, si può cambiare qualcosa, anche di molto piccolo. E così, pensato e realizzato in questo modo, diventa anche terapeutico. Scrivere testi metafisici ma al contempo così terreni. Vieni in Giorni tutti uguali, in cui affermi che non puoi «fermare l’attimo della felicità», in cui si vede la scrittura bucolica, quasi lirica. Cos’è per te scrivere? Nella tua composizione dei brani, come ti approvi alla produzione del testo? Sono arrivato alla notorietà (personale, non universale) che quando scrivo un testo ci deve essere una commozione interna imprescindibile che mi spinge a farlo. Non vuol dire che devo piangere! Ma che lo stato emotivo che mi attraversa in quel momento deve essere in qualche modo sconvolgente. Così è stato per Giorni tutti uguali in cui cercavo di osservare cosa ci fosse oltre la consuetudine. È inevitabile che si fonda, in questo modo, la proiezione mentale del mondo, la sua rappresentazione, con la realtà sensibile. Lo scorso album è stato un adattamento gentile al cantautorato di Battiato. In questo album, se c’è, cosa rimanda a Battiato? Battiato c’è sempre, in tutto, ci sarà per ogni cosa che scriverò, perché ho imparato a scrivere attraverso l’ascolto e lo studio delle sue canzoni quando avevo quattordici anni. […]

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Musica

Niko Albano: se non cadi, non puoi rialzarti | Intervista

Domenico Albano, 1991, musicalmente conosciuto con il nome Niko Albano, è un cantautore e chitarrista campano. Autodidatta, istruito dal padre con rudimenti di musica, da dieci anni a questa parte si dedica alla composizione di brani originali, partecipando a Premi e concorsi nazionali, che lo hanno portato a pubblicazioni dai grandi riconoscimenti. Dopo aver vinto il Premio della Critica e il Secondo Posto al Premio Mia Martini con il brano Non Serve Domani, Niko Albano auto produce il suo primo EP, intitolato Cadere, un brevissimo album di tre canzoni, che si intrecciano tra loro per tematiche trattate e melodie musicali pop-folk. È un EP suonato, in cui la chitarra è onnipresente e diventa protagonista di un andamento sonoro incalzante; spinta sull’acceleratore per quanto riguarda la voce, che riflette la grinta ed il bisogno di dover comunicare. I falsetti ed i giochi di intonazione sono una caratteristica del modo di cantare di Niko Albano: già dal primo brano inglese Forget Your Touch del 2017, si può comprendere la spinta folk che supporta l’iper melodico, marchio distintivo del territorio campano. Non Serve Domani, suo secondo fortunato singolo, è il miglior prodotto dell’artista, che attraverso un ritornello pop ed uno special serrato e  ritmato, costruisce l’equilibrio per portare al pubblico una canzone di buona fattura, con un messaggio altrettanto sincero. Niko Albano con l’EP Cadere riprende in parte questi due mondi, ma senza catarsi: il dolore, le difficoltà di un periodo complesso sono inevitabilmente sotto i riflettori; restano sentimenti ancora freschi, che si cantano per esigenza. Chi è Niko Albano? Qual è stato il percorso musicale che ti ha portato alla realizzazione dell’EP Cadere? Sono Niko Albano, cantante di giorno, ingegnere di notte: la crisi di identità è dietro l’angolo (ride). Suono e canto da più o meno 10 anni; ho iniziato con un concorso radiofonico per radio Crc, nel format “Fatti ascoltare da radio Crc”. Da lì ho cominciato a suonare live, facendomi conoscere musicalmente nel panorama campano. All’attivo oltre l’EP Cadere, ho tre singoli: Forget your touch del 2018; Non serve domani che ha vinto il Premio della Critica e il Secondo Posto al Premio Mia Martini e Volersi liberi del 2019. Cadere è il primo EP, nasce dopo un periodo di difficoltà, tra impegni e lavoro, ma era un progetto che avevo in cantiere da tempo e solo nel trambusto sono riuscito a portare a termine.  Cosa è cambiato dai primi singoli ad oggi? Quali sono state le influenze che ti hanno aiutato musicalmente e nella scrittura? Rispetto ai primi pezzi degli anni scorsi, l’EP è più maturo sia dal punto di vista di scrittura, sia dal punto di vista musicale, proprio perché adesso l’esperienza si fa sentire. A livello musicale mi sono staccato dal pop puro, il brit pop di Ed Sheeran per fare un esempio, andando verso uno stile, che poi è quello dell’EP, in cui sono riuscito ad unire il mio pop di background (James Morrison, Paolo Nutini) e la metrica del panorama italiano con gli autori […]

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Libri

100SfumaturediSchiuma: l’intervista a Maria Musella

Intervista a Maria Musella per il suo esordio letterario “100 SFUMATURE DI SCHIUMA”, un racconto autobiografico. Maria Musella, classe ’98, è un’esordiente attrice partenopea (seppure lei preferisce definirsi, con umiltà, una “teatrante”) che si racconta, senza veli, nel suo libro d’esordio, #100 Sfumature di Schiuma: un racconto autobiografico breve, data la giovane età della scrittrice, ma intenso. Dall’infanzia “artigianale e vintage”, alla dura e faticosa adolescenza all’insegna di bullismo e sopraffazione, passando per le prime esperienze amorose e le delusioni che ne scaturiscono, per finire con un’epifania: scoprire una passione, quella dell’attrice, e riconoscere in sé un grande talento. Maria Musella approda così al Transit, una compagnia teatrale che diventa la sua seconda famiglia. Napoletana nelle viscere, cresciuta in periferia a “Pane e Pino Daniele”, con #100 Sfumature di Schiuma Maria Musella è pronta a raccontarci tutti i suoi successi ma soprattutto e con grande orgoglio, si rivela nelle sue paure e nei suoi fallimenti, da cui si è sempre riscattata più caparbia di prima. Prepotente e ostinato, il suo tono è carico di dissenso: «Eravamo anime buone cadute in teste sbagliate, in quartieri sbagliati, eravamo trascurati dalle istituzioni del territorio come scuola, parrocchia, […]». Eppure è proprio nella periferia in cui cresce che Maria rafforza la propria personalità e ci insegna che è sempre possibile il “riscatto” se solo si ha il coraggio di dare forma ai propri sogni. 100 Sfumature di Schiuma: l’intervista a Maria Musella Ciao Maria, puoi raccontarci di come e perché è nato 100 Sfumature di Schiuma e a chi è dedicato questo libro (oltre che, sicuramente, a te stessa)? L’idea del libro nacque per puro caso, quando ero in terapia dallo psicologo, iniziai a creare un quaderno di scrittura creativa per raccontare dei pensieri negativi che affollavano la mia mente in quel periodo, come il suicidio. Ho sentito un’esigenza naturale di rifugiarmi nella scrittura come l’ultima spiaggia alla quale appigliarmi. Mi è venuto naturale gettare su carta vari pensieri sparsi e spesso sconnessi fra loro. Non è stata una mia idea nei primi tempi quella di scrivere una biografia né un racconto autobiografico. Ma su varie sollecitazioni di amici, parenti e addetti ai lavori mi è stato consigliato di scrivere una sorta di guida alla ‘’sopravvivenza”, potendo aiutare anche altre ragazze per superare i loro “omini di plastilina”, mi riferisco a quelli della slow motion, che si ingrandiscono o rimpiccioliscono in base all’importanza data in quella determinata scena. L’ho dedicato a me in primis ma soprattutto alla mia migliore amica Roberta nonché colei che ha scritto la prefazione del mio libro, che ci è sempre stata e ci sarà sempre nella mia vita; nel libro c’è un intero capitolo dedicato a lei. Nel tuo racconto autobiografico ci viene presentata una Maria che odia e combatte le ingiustizie. Tu stessa dici di te: «Ero nata con questo senso di giustizia incondizionata, ero una sognatrice che voleva difendere il suo popolo dalle angherie della Camorra.» A un certo punto della tua vita, però, hai scelto di […]

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