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Eroica Fenice

La Tag: interviste contiene 18 articoli

Cinema & Serie tv

Cortometraggio Abbasc’: intervista a Claudia Fiorito e Lorenzo Buongiovanni

Il 27 aprile scorso è stato presentato, presso le sala de Al Blu di Prussia, a Napoli, il cortometraggio  scritto da Claudia Fiorito e diretto da Lorenzo Buongiovanni. La trama è semplice, ma al tempo stesso intrigante: una donna alacre si prodiga con atti e gesti di utilità pubblica e senso civico nel quartiere in cui abita. Questi suoi comportamenti vengono recepiti in maniera contrastante dalle vicine, tra cui una in particolare che è convinta che la donna, dietro la sua solerzia, nasconda la necessità d’espiare un proprio senso di colpa. Abbiamo intervistato Claudia Fiorito e Lorenzo Buongiovanni e abbiamo posto loro alcune domande a proposito del lavoro che hanno diretto. Abbasc’: l’intervista L’idea del cortometraggio, della sua trama e delle sue implicazioni sociali e psicologiche nasce a partire da un’esperienza vissuta da Claudia Fiorito. In che termini esperienza reale e filtro cinematografico si sono incontrati? Quali elementi sono stati modificati, sottolineati, rivoluzionati nella sceneggiatura? Claudia Fiorito – Alcuni anni fa vidi un servizio al telegiornale che riportava di una donna che nel tempo libero si dedicava alla pulizia degli spazi pubblici nel vicinato. Agli intervistati, residenti del quartiere, la cosa sembrava far piacere: erano tutti ammirati dalla solerzia della signora, già un po’ avanti negli anni. E poi sentii la notizia della fontana di Monteoliveto, periodicamente imbrattata di graffiti, ripulita da un gruppo di volontari: il riscontro in questo caso non fu positivo e il gruppo venne segnalato alla soprintendenza da un comitato cittadino. È da questi fatti che nasce l’idea di Abbasc’, che ho scritto – più che nel tentativo di una denuncia sociale – partendo dal mio interesse per l’umano, dalla curiosità per come sarebbe andata se la polemica fosse nata dalle azioni della volenterosa signora, se tra gli intervistati si fosse instillato un sottile senso di colpa, un sentimento di invidia. Penso che sarebbe successo qualcosa di simile alla sceneggiatura che ho scritto. La pellicola gira intorno a un dualismo: opera buona e senso di colpa. Quale l’intentio princeps dietro la regia e la sceneggiatura di Abbasc’? Lorenzo Buongiovanni – È la coscienza delle tre donne che mi interessava. Una delle donne (Annamaria, interpretata da Liliana Palermo) spiega le sue ragioni, limpida, senza mezzi termini; però è quella che vediamo solo alla fine. L’altra è la protagonista (Tina, interpretata da Rosaria De Cicco); seguiamo la sua vita ma le sue intenzioni rimangono nell’ombra. Anche la sorella (Maria, interpretata da Maria Rosaria Virgili) sembra non conoscere questa intenzione. Però lei ha un’altra coscienza, è l’unica cosa che le distingue davvero. Claudia Fiorito – Mi “solleticava” la creazione di una storia dai risvolti estremi ma anche probabili; per citare Paolo Sorrentino: “il cinema è eccezionale nel reale”. I personaggi di Abbasc’ hanno vite comuni: non sono eroi o “super cattivi” da film della Marvel, tuttavia riescono a creare dinamiche complesse facendo nascere da un gesto di bontà disinteressata una ragione per scatenare una guerra. È un tipo di situazione in cui chiunque potrebbe ritrovarsi, anche se speriamo che non […]

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Libri

La gente di Napoli di Vincenzo De Simone: intervista al curatore

La gente di Napoli di Vincenzo De Simone è un progetto fotografico e di indagine sociale molto interessante, basato sull’osservazione diretta delle vite che animano la città di Napoli. Cosa vuol dire essere napoletani? Cosa significa far parte del ricco tessuto urbano e umano partenopeo? Cosa vuol dire Napoli? La “gente di Napoli” si mostra e attraverso le fotografie e le didascalie ad ognuna di esse dà la propria risposta quasi simbolicamente “rivolgendosi” all’obiettivo fotografico che la “osserva” e silenziosamente la “interroga”. Uno studio “combinato”, fra discipline umane e fotografiche, dunque, da cui è nato un libro, presentato recentemente al PAN; un progetto perpetuamente in fieri, dato che può svilupparsi e quindi modificarsi costantemente insieme all’uomo e alla società. Abbiamo intervistato Vincenzo De Simone, fotografo e psicologo, curatore del libro e del progetto. La gente di Napoli di Vincenzo De Simone: l’intervista Da un punto di vista “tecnico”, cos’è e come appare, nelle intenzioni, il progetto La gente di Napoli? Quali sono stati gli esiti della ricerca fino ad oggi condotta? La gente di Napoli è un progetto nato dall’amore per la propria città, per la cultura, per le innumerevoli sfaccettature di un luogo che vive di una complessità intrinseca che lo rende sociologicamente unico. È un amore quasi romantico per il proprio territorio, che come tale si trasforma in necessità di conoscere, sviscerare, approfondire. Napoli è una mescolanza fra pensieri molto diversi fra loro, quasi caotici. C’è da dire che è un campo di studio molto difficile da formalizzare e che poi, in realtà, formalizzato eccessivamente potrebbe anche portare a perdere varie sfaccettature che fanno parte del napoletano. Abbiamo raccolto testimonianze che erano l’una l’opposta dell’altra e che rappresentavano la personalissima opinione di ciascun individuo. Dalle varie co-occorrenze analizzate, i dati ottenuti sembrerebbero confermare l’ipotesi secondo la quale le caratteristiche personali dei soggetti abbiano un peso nel tipo di opinione formulata su Napoli. I risultati mostrano, infatti, una distribuzione netta dei risultati rispetto alle diverse variabili considerate: ad esempio, prendendo in esame la variabile “età”, è possibile osservare una marcata prevalenza dei pensieri formulati. Tale prevalenza  non si riflette unicamente nel carattere positivo/negativo delle risposte, bensì sembrerebbe suggerire un’estremizzazione delle risposte nei più giovani e una tendenza, in età più avanzata, ad una riflessione più orientata verso sentimenti nostalgici o di rivalutazione. Il progetto La gente di Napoli mescola l’arte fotografica allo studio psicologico e sociologico; quanto queste discipline hanno in comune? La fotografia ha un legame strettissimo con la psicologia e la sociologia: racconta tutto di te, delle persone e dei paesaggi che fotografi. Da psicologo trovo interessante creare immagini che trasmettano un messaggio, un’idea riguardo il comportamento umano, riguardo le emozioni e le relazioni. C’è sempre una storia che merita di essere raccontata e questo è quello che cerco di perseguire con il mio progetto. Con la sua creazione mi avvicinavo per la prima volta al mondo del ritratto, lo specchio dell’anima. Lo studio accademico risulta indispensabile per poter codificare emozioni, sensazioni e modi di fare degli intervistati. […]

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Interviste vip

Sergio Mari l’ex calciatore diventato scrittore

Sergio Mari è un ex calciatore diventato attore e scrittore. Ho avuto la possibilità di intervistarlo, dopo aver letto uno dei suoi libri,  Racconti,  una raccolta nella quale è sempre forte l’attenzione al mondo del pallone. Il calcio ma anche altri temi quali la musica, la radio, i concerti con gli amici. Tutto scritto in veste di racconto, in cui passato e presente coincidono, l’uno nelle rimembranze dell’altro. Dopo quindici anni di carriera calcistica si è reso conto di aver  vissuto in una sorta di “gabbia”. Più che un’intervista è stata una chiacchierata piacevole con una persona dotata di forte simpatia. Sergio Mari, l’intervista Come hai scritto nella Prefazione del tuo libri “Racconti”, “il futuro che ti era davanti, quando in punta di piedi hai dato le spalle a pallone, ti prometteva altre stelle, tra cui un mare dove nuotare tutti i giorni”, questa affermazione è sicuramente metafora di nuova vita, di una nuova esistenza. Cosa hai voluto affermare già nelle prime pagine del tuo libro, affidandoti a una metafora così evocativa? Era il mare sereno del futuro a cui facevo riferimento, quello che immaginavo di vedere dopo aver preso la decisione di lasciare il mondo del calcio. Era un’immagine ottimistica: chissà, ancora, cosa mi accadrà di bello? Quando si è giovani non si sta molto sul presente, si viaggia con la fantasia, troppo forse; amiamo il domani, l’anno prossimo, il futuro ce lo prospettiamo molto più bello dei giorni che stiamo attraversando. Con gli anni, invece, mi sono reso conto che l’armadio, dove avevo riposto i ricordi del calcio e che avevo messo solo in un angolo del mio cervello, l’ho dovuto riaprire. Erano là dentro le cose migliori, le gioie, le persone belle che avevo conosciuto. Il futuro che avevo atteso non mi aveva regalato, nell’attraversarlo, le stesse gioie che mi aveva riservato il passato. Non è stato un gesto nostalgico il mio, ma solo un recupero oggettivo, un giusto riconoscimento a un mondo, quello del pallone, che mi aveva permesso di crescere e a cui avevo dato un’importanza limitata. La mia introduzione al libro suona come un: “Scusate, mi sono sbagliato, riparliamo dei miei anni di calcio.” Certo, poi, per parlarne lo faccio a modo mio, senza santificarmi per il calciatore che sono stato, ma cercando di mettere in evidenza aspetti psicologici che il pubblico sportivo non può conoscere e parlando di personaggi finiti troppo presto nel dimenticatoio. Che tipo di autore è Sergio Mari? Mi spiego meglio, leggendo si possono notare le varie caratteristiche degli autori, vi sono quelli molto selettivi, quelli metodici, quelli fantasiosi, quelli critici. In che categoria ti poni? Sono ipercritico di me stesso, mai contento di quello che scrivo, almeno nelle prime tre stesure di un libro o di un racconto. Di solito alla quarta mi piaccio. Ho una mia tecnica, ma non un metodo, nel senso che posso stare giorni senza scrivere, perché sto elaborando i temi, le scene, l’ambientazione, i dialoghi, per poi mettere il fiume di idee su carta. […]

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Interviste

Si vuole scappare, Eugenio Sournia racconta i Siberia

Si vuole scappare è il secondo album dei Siberia pubblicato il 23 Febbraio da Maciste Dischi. Dopo il buon successo riscosso nel 2016 con In sogno è la mia patria, la band livornese ritorna con il suo sound new wave raccontandoci, attraverso le loro canzoni, il senso di una realtà, quella attuale, precaria e instabile che si affaccia al futuro titubante, ancorata alle ormai fievoli certezze del passato. Per l’occasione abbiamo intervistato Eugenio Sournia, voce del gruppo, che, insieme a tante altre cose, ci ha raccontato della storia e del messaggio della loro musica. “Io penso che il dolore sia quel qualcosa che faccia scattare un po’ la molla a chiunque intraprenda un percorso creativo. Quando si crea qualcosa, c’è sempre un tentativo di combattere il nulla. Colui che scrive è sempre qualcuno che vuole aggiungere qualcosa, non vedo mai nelle mie canzoni, anche quelle più apparentemente negative, una volontà di ritrarre un fenomeno negativo. Le mie canzoni penso che abbiano sempre offerto un ‘seme’ per individuare una via di fuga”. Ecco a voi. Si vuole scappare, intervista a Eugenio Sournia Come nascono i Siberia? L’inizio è stato nel 2010 con il nucleo originario e la scelta del nome, ma direi che il progetto Siberia vero e proprio nasce nel 2014 con i tre quarti dei componenti attuali. Veniamo tutti da una città abbastanza piccola come Livorno di centocinquantamila abitanti, quindi alla fine chi suona finisce per conoscersi di persona. Semplicemente c’eravamo io e il mio batterista, amici fraterni, poi abbiamo coinvolto altre due persone che sembravano affini dal punto di vista musicale. La scelta del nome non ha a che vedere con i Diaframma ma a che fare con le atmosfere del libro Educazione Siberiana di Nicolai Lilin. Come riportate nella vostra musica queste atmosfere del libro? Mi correggo: è stato ispirato dalla lettura del romanzo di Nicolai Lilin. Al tempo stesso non vuole essere una trasposizione di quelle atmosfere o di quell’immaginario. Siberia evoca da una parte un immaginario freddo, riflessivo e introspettivo dall’altro, foneticamente, è una parola che tende a rimanere in mente. Tra l’altro ha il vantaggio di non evocare immediatamente una lingua di appartenenza perché, comunque, si dice più o meno allo stesso modo in francese, in italiano, in inglese… Ha un nome, come dire, che si spende bene in tutti contesti. Quando ci siamo accorti che esisteva un album dei Diaframma, uno dei più importanti della new wave italiana, da una parte siamo stati contenti che esistesse questo rimando, dall’altra meno. Diciamo che da allora siamo costantemente accusati di “derivatività”. Basta però ascoltare qualche canzone per capire che, sicuramente i Diaframma sono presenti fra i nostri ascolti, l’ambizione è fare qualcosa di diverso. Nel 2015 avete partecipato a Sanremo Giovani, cosa puoi raccontarci di quest’esperienza? Avete mai pensato di riprovarci? Sanremo è stata una cosa che è giunta un po’ come un fulmine a ciel sereno. Tra l’altro, all’epoca, l’etichetta Maciste Dischi, che è la nostra etichetta fin dall’esordio, non aveva ancora questa visibilità […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Mostra Archè alla Galleria d’Arte Serio: intervista a Paola De Rosa

Dal 22 febbraio al 2 marzo è visitabile, alla Galleria d’Arte Serio di Napoli a via Oberdan, la Mostra Archè: dipinti e disegni d’architettura dell’architetto Paola De Rosa e curata da Danilo Russo. Eroica Fenice ha intervistato  l’artista autrice della Mostra Archè esposta nella Galleria d’Arte Serio  Gentile architetto, vuol parlarci del suo percorso artistico e professionale? È un percorso apparentemente tortuoso. Ho scelto la pittura all’età di dieci anni. Ho fatto gli studi artistici ma, a 18 anni, ho capito che mancava qualcosa, o meglio, che c’era una mano ma non una testa in grado di rispondere a una “semplice” domanda: cosa dipingere? Non “come dipingere”, ma “cosa dipingere”. Questa sospensione dolorosa la riversai nell’architettura. Mi iscrissi alla facoltà di architettura non dimenticando mai di essere una pittrice. Oggi osservo che, mentre stavo studiando, stavo anche rispondendo. Senza saperlo, nei miei “disegni tecnici” scrivevo la risposta. Ho svolto la professione di architetto, prediligendo soprattutto il cantiere. Ho aspettato che la mano e la testa si ritrovassero e ho ripreso a dipingere. Era più o meno il 2008. Cosa dipingere? Il vero dal vero. Un gioco di parole per esprimere due concetti fondamentali: il cosa, che coincide con il tema religioso, cioè il Vero, e il come, che coincide con gli oggetti quotidiani con cui opero dal vero. Ho cominciato, così, a costruire le mie prime nature morte. Per la costruzione di questi dipinti, è stato decisivo l’utilizzo di un quotidiano – L’Osservatore Romano – prezioso nel suggerirmi contenuti e immagini e fondamento dello spazio compositivo che andavo costruendo. Ho proseguito, poi, per cicli pittorici immaginando sempre ogni singola opera come una natura morta allegorica. In questi cicli, l’utilizzo del quotidiano ha perso, via via, la sua funzione originaria per trasformarsi sempre più in una griglia geometrica. Archè: di cosa ci “parlano” le opere esposte nella sua mostra ?  Quali i messaggi sottesi dietro ogni creazione? Archè, nella volontà del curatore Danilo Russo, propone una raccolta di lavori che copre temporalmente gran parte della mia produzione pittorica, ponendo l’attenzione su tutto il processo che accompagna la realizzazione dei dipinti: disegni preparatori e acquerelli. Tutto il materiale “parla” di una ricerca spaziale dove porre gli “oggetti trovati” che sono, spesso, torsoli di mela modellati con il coltello, ossi del macello, libri, frasi, immagini. Ribadisco che il tema religioso non è il fine delle mie opere, il messaggio sotteso, ma è la spinta creativa: si parte dal titolo, si entra nella spazio del dipinto, si interrogano i suoi oggetti e si può  terminare il viaggio con l’osservare una semplice natura morta, con le sue forme i suoi colori le sue geometrie. L’uso della forma, del colore, della linea, del linguaggio e degli strumenti dell’arte e dell’architettura: come si presenta Archè? I dipinti in mostra sono realizzati in modo “artigianale”: su una tela applicata ad un telaio interinale stendo una preparazione a base di gesso e colla di coniglio – come si usava nel ‘400 – sulla quale dipingo utilizzando terre e pigmenti da me macinati. […]

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Interviste

Un angelo tra le stelle: intervista a Claudio Zanfagna

Il 31 gennaio si è tenuta, presso il Circolo Nautico di Posillipo, la presentazione alla stampa della IV edizione della cena di solidarietà Un angelo tra le stelle, organizzata dall’Associazione Progetto Abbracci Onlus e in collaborazione con l’Associazione Si può dare di più Onlus. Il tutto inerente al progetto La Casa dei Mestieri, un progetto che mira ad avvicinare al mondo del lavoro i ragazzi affetti da disabilità cognitive. Eroica Fenice ha intervistato uno dei soci fondatori dell’Associazione Progetto Abbracci Onlus, Claudio Zanfagna. Un angelo tra le stelle Lei è uno dei fondatori dell’Associazione Progetto Abbracci Onlus: vuole spiegarci di cosa si occupa? Come è documentato sul sito (progettoabbracci.org) io sono socio fondatore assieme a mio figlio, mia moglie ed ai migliori amici di mio figlio Andrea, al quale è dedicata l’Associazione Progetto Abbracci Onlus. Attualmente ne sono anche il presidente. Da quattro anni ci occupiamo dei più deboli, di chi vive ai margini della società sia in Italia che in Africa sostenendo progetti concreti. Quali sono i progetti a cui si è dedicata l’Associazione e quelli in corso? I progetti realizzati sono tantissimi e sono tutti visibili sul sito e sul profilo Facebook di Progetto Abbracci Onlus. Con la prima edizione di un Angelo tra le Stelle abbiamo donato una medicheria al reparto di oncologia pediatrica del Sun, con i fondi raccolti durante la seconda edizione abbiamo fornito una medicheria al reparto di pediatria diretta dal prof Paolo Siani al Santobono e con la terza una yurta (tenda mongola), per ospitare il punto di lettura per i bambini figli dei detenuti del carcere di Nisida. Inoltre abbiamo donato holter portatili ai Prof. Paolo Siani e Rodolfo Paladini del Santobono e una cucina ed un refettorio per l’ospitalità agli homeless presso la parrocchia di San Gennaro in via Bernini: la struttura funziona regolarmente tutti i sabato. E poi abbiamo donato strumenti all’orchestra dei bambini dei Quartieri Spagnoli. Insieme ai progetti che portiamo avanti a Napoli, il nostro impegno è forte anche in Africa dove abbiamo costruito tre scuole e quattro pozzi d’acqua in Tanzania, regolarmente completati e da me e mia moglie personalmente inaugurati. Sono appena iniziati i lavori della quarta scuola e, a breve, realizzeremo il quinto pozzo. Ci parla dell’iniziativa di Un angelo tra le stelle e del progetto La casa dei Mestieri? L’angelo ovviamente è mio figlio Andrea, che purtroppo è volato in cielo nel maggio 2014 a seguito di un incidente stradale in Grecia. Le stelle sono i cuochi, che da anni si prestano in maniera assolutamente gratuita per aiutarci a realizzare i progetti dell’associazione. Quest’anno, ad esempio, doneremo un forno a legna ed un bancone professionale ai ragazzi con disabilità cognitive, attualmente ospiti dei padri Dehoniani a Marechiaro. I ragazzi sono seguiti da uno staff di medici e di insegnanti professionisti, che li sostengono e li avviano concretamente ad un mestiere, consentendo a questi giovani uomini e donne di non essere più invisibili ed emarginati e prospettando loro un inserimento nel mondo del lavoro. Noi ci impegneremo per […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Mostra Cosmogonie alla Fondazione Plart : intervista a Mario Coppola

Cosmogonie è una mostra allestita nelle sale della Fondazione Plart di Napoli. La mostra, visitabile fino al 22 dicembre, è la prima personale dell’architetto Mario Coppola, e a cura di Angela Tecce, direttrice della Fondazione Real Sito di Carditello. Mario Coppola, architetto e professore di Composizione Architettonica presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, ha inaugurato la sua mostra il 14 ottobre. Cosmogonie alla Fondazione Plart: intervista all’artista e architetto Mario Coppola Architetto Coppola, ci parli di lei e della sua mostra. La sua Cosmogonie sembra voler mescolare nell’intenzione, in una spirale armonica, tradizione e modernità. Una cosa che posso dire di me è che, seppure abbia lavorato tanto per conquistarla, non amo l’etichetta di architetto. Non l’ho mai amata, né mi sono mai sentito un architetto nel senso stringente del termine: l’architettura per me è solo una delle naturali espressioni della creatività plastica, della composizione intesa nell’accezione barocca con cui Deleuze unificava tutte le arti, dalla pittura fino all’urbanistica. Venendo alla mostra, Cosmogonie lavora sull’icona di Apollo e Dafne e, più in generale, sul senso tradizionale della scultura, da una prospettiva radicalmente diversa da quella comune, un paradigma culturale diverso da quello della tradizione occidentale e persino da quello della modernità, intesa da Argan come proseguimento e restaurazione dei valori classici. Cosmogonie: la traduzione dal greco ci riporta alla nascita del Cosmo, e per estensione alle teorie scientifiche dietro la nascita dell’Universo. Qual è il percorso che accompagna il visitatore lungo la sua mostra? Un percorso fatto di suggestioni visive e tattili, che per molti versi richiama un percorso naturalistico. Come se, visitando la mostra, ci si addentrasse in una foresta: da qui il video sullo sfondo, nel quale si fondono una foresta e le stringhe dei codici informatici di Matrix. Una delle possibili chiavi di lettura è quella relativa alla comunanza di origine, e quindi di destino, che lega tutte le cose del mondo. La mostra Cosmogonie che presenta al Plart sembra essere frutto della fusione fra progettazione, architettura e ambiente. In quali termini si esplica e verso quali orizzonti si rivolge la sua concezione d’arte? La mia, come dicevo, è una concezione barocca dell’arte: come scriveva Deleuze, nel Barocco la pittura sconfina nella scultura, questa nell’architettura e l’architettura nella città. Non mi piace concentrarmi sulle differenze, sulle barriere tra le discipline che, di fatto, hanno tutte a che fare con i sensi, con il corpo, con la percezione visiva e tattile. Uno spazio architettonico, in fondo, non agisce sui sensi come una scultura al rovescio? Le opere di Cosmogonie sono il frutto di una ricerca unitaria che, di volta in volta, si concentra sullo spazio o su elementi nello spazio. L’orizzonte culturale, però, è sempre lo stesso, è la mia visione del mondo, e ha a che fare con uno strenuo tentativo di stimolare una riflessione circa l’apparente separazione – a cui siamo abituati dalla nascita – tra il mondo degli uomini, l’ambiente antropico in gergo tecnico, e quello del resto del mondo. Fra le opere […]

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Fun & Tech

Treedom, quando gli alberi sono a portata di un click

Quante cose possiamo comprare con un click ? Tante cose: libri, vestiti, scarpe… un albero. “Un albero !?” probabilmente vi starete chiedendo e la risposta è: “Si, un albero. Sai come ? Grazie a Treedom” Treedom è una rivoluzionaria piattaforma nata nel 2010 che permette di acquistare e piantare alberi da frutto in Italia, Africa e Sud America per finanziare progetti ecologici, di rivalutazione territoriale e di volontariato volti a supportare comunità di contadini locali. Forse, però, le parole di Tommaso Speroni e Federico Garcea, fondatori della piattaforma, vi aiuteranno a capire meglio questa realtà. L’abbiamo intervistati, ecco a voi ! Treedom, l’intervista Come nasce Treedom? Treedom è nata a Firenze nel 2010 per iniziativa di Tommaso Speroni e Federico Garcea (allora rispettivamente 24 e 29 anni) mentre, ogni giorno, oltre 30 milioni di persone come loro giocavano a simulare la vita di un contadino grazie a Farmville. A differenza di tutti gli altri, durante l’ennesima sessione di gioco, Tommaso e Federico hanno avuto un’idea per unire il reale al virtuale e l’utile al dilettevole: creare un’innovativa piattaforma dove chiunque possa scegliere un albero da piantare e seguire online e, contestualmente, far sì che un contadino pianti realmente quell’albero da qualche parte. Non importa se vicino o lontano, l’importante è che venga piantato. In che modo questo progetto può aiutare le comunità di contadini locali? Tutti gli alberi Treedom vengono piantati da contadini locali in paesi o realtà dove hanno anche un’utilità sociale, come ad esempio in Kenya per incrementare la produzione agricola e ad Haiti nelle zone colpite dal terremoto del 2010. Grazie a Treedom migliaia di contadini hanno l’opportunità di farsi finanziare la piantumazione di alberi da frutto – che nel tempo offriranno nutrimento ed opportunità di guadagno – o alberi utili all’ecosistema locale, ad esempio per contrastare la desertificazione o per essere ripiantati a seguito di fenomeni di deforestazione. Abbiamo visto che sul vostro sito sono presenti progetti di green marketing e green business. In cosa consistono? Treedom offre anche servizi di green branding che puntano a valorizzare l’impegno ecologico delle aziende con soluzioni di marketing e comunicazione in campo ambientale. Lo stesso meccanismo utilizzato per i singoli utenti, che hanno la possibilità di piantare, regalare e seguire i propri alberi, è esteso infatti anche alle imprese, le quali possono dar vita a una “foresta aziendale” ed aggiungere virtualmente il proprio logo agli alberi scelti. Treedom in occasioni speciali come il Natale propone dei prodotti unici nel suo genere. Quest’anno ha lanciato B Box, il primo regalo corporate che contiene solo prodotti realizzati da B Corp, ossia da imprese che si contraddistinguono per elevate performance ambientali e sociali. L’azienda stessa, grazie al suo innovativo business model, a partire dal 2014 fa parte delle Certified B Corporations. B Box è il risultato di questo importante connubio e ha l’obiettivo di offrire a tutte le aziende che lo desiderano la possibilità di fare a tutti i propri stakeholder un regalo che rispetta il pianeta in varie forme e vari gusti e di […]

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Interviste vip

Casa Surace: DueDue domande a “il terrone fuori sede”

Casa Surace, due chiacchiere con i coinquilini più famosi del web Da subito hanno avuto successo sul web ed i social. Trasformando gli stereotipi del Sud e del Nord in risate e simpatia, sono diventati un nome conosciuto in tutta Italia. Stiamo parlando di Casa Surace, collettivo nostrano della risata che, con i loro video scanzonati, raccontano la vita e i problemi degli studenti fuori sede, e non solo. Abbiamo posto ai ragazzi di Casa Surace giusto DueDue domandine. Chi sono innanzi tutto i Coinquilini di Casa Surace e cosa fanno nella vita? I Coinquilini di Casa Surace sono tantissimi e nominarli tutti ormai è impossibile! Se poi ci mettiamo anche i parenti che ci vengono a trovare diventiamo un condominio, anzi un piccolo paese. Al momento Casa Surace è un progetto a tempo pieno, quindi non abbiamo tanto tempo per fare altro. Però riusciamo a ritagliarci degli spazi in tema con quello che facciamo nei video: Daniele (il temerario) ad esempio si è aperto un allevamento di galline per avere sempre a disposizione uova da schiattarsi in testa urlando “CARBONARAAAAAAAA” e Pasqui ha aperto un’attività di Management per gestire i suoi nonni, diventate ormai le vere star dei nostri video. Com’è nata l’idea di questo vostro progetto e come lo avete messo in atto? Venivamo tutti da esperienze diverse: chi lavorava al Cinema, chi nel mondo delle comunicazioni, chi aveva già lavorato con la viralità, chi faceva l’ingegnere…insomma le nostre vite andavano avanti molto tranquillamente.  Ci siamo detti “perché non provare a fare qualche video su internet”? Il nostro primo video ha fatto 11 milioni di visualizzazioni e non abbiamo avuto la scusa dell’insuccesso per tornare alle nostre vite tranquille. Nel corso del tempo poi ci siamo strutturati meglio, Casa Surace è diventata una s.r.l ed abbiamo allargato il gruppo!  Quindi ora giriamo 10 video al mese, lavoriamo 18 ore al giorno, siamo tutti in sovrappeso (tranne Ricky) e addio vita tranquilla! A parte gli scherzi, lavoriamo molto ma ci divertiamo tantissimo, e le soddisfazioni non mancano mai! Casa Surace e il “pacco da giù” Siete da subito entrati nel cuore di molti “terroni fuori sede”.Cosa pensate quando guardate a tutto il successo del vostro lavoro, qual è il vostro segreto? Nonna ci dice sempre che gli ingredienti segreti non si dicono! A parte gli scherzi proviamo a crescere come società ma anche a mantenere un rapporto genuino con quello che facciamo e con il pubblico che ci segue. Al momento siamo impegnati in un tour in cui portiamo pacchi da giù ai fan o a chiunque ci abbia raccontato un motivo emozionante, divertente, urgente per riceverlo. È bellissimo vedere il modo in cui ci accolgono i fan, il modo in cui ci spalancano le porte delle loro case ed il modo in cui ci abbracciano, proprio come se fossimo dei parenti! Molti di noi studiano lontano da casa e fare la spesa alle volte non è proprio facile. Cosa consigliate, ad un fuorisede, di mettere nel suo carello? Una […]

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Recensioni

Otto lustri, Napoli negli occhi di Salvatore Farina

È stato presentato lunedì 12 giugno, presso la libreria Raffaello di via Kerbaker 33, “Otto lustri”, romanzo d’esordio di Salvatore Farina. Edito da StreetLib, questa interessantissima opera prima racconta – attraverso i ricordi e i personaggi che hanno fatto parte della vita e della storia famigliare dell’autore – il novecento napoletano. Una prosa che è, quindi, testimonianza drammatica e mai edulcorata della realtà e delle sue vicende, con una particolare attenzione per i disagi sociali, per gli ultimi, quelli che di solito vengono dimenticati dalla Storia. Dopo la presentazione, orchestrata magistralmente dallo scrittore e giornalista Michele Marziani, abbiamo avuto l’occasione di scambiare, davanti ad un buon caffè, due chiacchiere con Salvatore. Salvatore Farina e “Otto lustri”: l’intervista Come mai il titolo “Otto lustri”? “Otto lustri” è la somma dei miei anni, cioè 40, e si lega al romanzo perché io sono presente, sono uno dei personaggi. “Otto lustri” è una saga famigliare, la saga della mia famiglia, nello specifico. E tutti i personaggi di cui racconto sono realmente esistiti.  Qual è il tuo rapporto con la città di Napoli? Noi siamo napoletani doc e il mio rapporto con la città, come scrivo nel primo capitolo del libro, è veramente straordinario. Anche il mio lavoro è decisamente legato al territorio. Io, infatti, lavoro nel turismo e mi occupo di gadget e souvenir.  C’è qualche personaggio in particolare a cui sei legato? Senza dubbio Luigi, un bambino che subisce una violenza carnale all’età di dieci anni. Quando diventerà uomo, si troverà ad avere una famiglia da mantenere, per un inganno della sua futura moglie. La sua storia si conclude con la malattia, la schizofrenia che lo cambierà completamente. Non sarà più lui da allora. Hai qualche autore di riferimento? Non sono un avido lettore, è tutta farina – da notare il gioco di parole – del mio sacco! Progetti futuri Ho altre due storie che mi piacerebbe raccontare e di cui ho iniziato la stesura. Una delle due è verissima e parla di un napoletano che ha fatto la guerra in Somalia negli anni 90′ e sente ancora il peso dei morti sulla coscienza, anche perché continua a vederli di notte, nel suo letto. È una vicenda molto particolare che non potevo lasciare nel cassetto.   

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