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Eroica Fenice

La Tag: interviste contiene 119 articoli

Teatro

Luca Ravenna e la sua comicità: intervista “botta e risposta”

Luca Ravenna e la sua comicità. | Intervista  Luca Ravenna sarà a Napoli il 16 febbraio, sul palco del Kestè. Chi è Luca Ravenna? Luca Ravenna, prima di essere qualunque altra cosa, è. Far ridere è molto difficile: non basta essere spiritosi per fare di ciò un mestiere, prima di ogni altra cosa bisognerebbe essere. Luca Ravenna, oltre a essere, è un autore, uno sceneggiatore, un attore e un comico. Milanese. Si diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia, vive a Roma e lavora a Roma e a Milano. Sceneggiatore appassionato. Protagonista di due edizioni di Natural Born Comedians e due di Stand Up Comedy su Comedy Central, oltre che della web-serie Non c’è problema su Repubblica.it. Scrive per la televisione e ha collaborato con il collettivo The Pills. Componente del cast della trasmissione Quelli che il calcio e di quello di Natural Born Comedians, Luca Ravenna è anche un talento bravo a stemperare con leggerezza difetti e paure e si contraddistingue per l’originalità e l’autoironia. Più di ogni altra cosa ama fare colazione, giocare a tennis e fumare sigarette. Eroica Fenice ha avuto modo d’intervistare Luca Ravenna, divertendosi insieme a lui con un “botta e risposta”. L’intervista a Luca Ravenna Luca Ravenna in un aggettivo “Pirlesco”- che non esiste come parola ma calza a pennello. Il pezzo che meglio ti rappresenta È un pezzo che farò sul palco del Kestè, che non ho sentito nemmeno io, perché sto finendo di scriverlo. Motivo per cui prendere una penna in mano? Perché se no è un casino firmare qualsiasi tipo di documento. E un microfono? Parlo a voce molto bassa di solito, spesso mangio addirittura le parole, quindi è abbastanza necessario. Comico/a preferito/a Louis C.K. Mantra Penso spesso al basilico quando sono in difficoltà, perché è il profumo più buono del mondo. Punto di forza L’amatriciana. Faccio un’amatriciana che manda fuori di testa. Motivo per cui ti abbatteresti? Se l’Inter dovesse andare in serie B. Ridere di sé. La ricetta? È una bellissima domanda a cui non so rispondere perché, come chiunque provi a far ridere di professione, sono molto permaloso se sono altri a prendermi in giro, però penso di essere abbastanza bravo a improvvisare, quindi è difficile accorgersene. Autore, sceneggiatore, attore, comico. In quali vesti ti diverti di più? Comico, senza ombra di dubbio. Anche se è più faticoso, la resa è migliore. Dieci sketch sulle paure…l’attuale più bastarda? Sempre e comunque la paura dei piccioni, anche se ‘sta cosetta del razzismo non è che mi faccia tanto più ridere. L’esperienza a Natural Born Comedians in una metafora Direi che la prima edizione è stata una delle esperienza più belle della mia vita. Era come stare alla gita delle elementari, però a ventisette anni. Quella di Stand Up Comedy su Comedy Central in un’altra Come la gita al liceo, c’erano anche persone meno simpatiche. Quelli che il calcio su Rai2 in tre parole Un sogno. Un lavoro. Uno spreco totale di risorse. The Pills. Più di centocinquanta caratteri The Pills per me […]

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Musica

Alessio Sollo e Claudio Domestico (Gnut), “L’orso ‘nnammurato” | Intervista

L’orso ‘nnammurato è un libro di poesie, ma anche un cd, nato dalla collaborazione (denominata “SolDo“) di Alessio Sollo e Claudio Domestico, in arte Gnut, pubblicato lo scorso gennaio da ad est dell’equatore. Questo meraviglioso lavoro si compone di sessantaquattro poesie di Alessio Sollo, di cui quattordici musicate, cantate e suonate da Gnut insieme ai musicisti della sua band (Marco Caligiuri, Valerio Mola, Luca Caligiuri, Gianluca Capurro, Michele Signore, “Mr. Coffee” Daniele Rossi) e ospiti speciali quali Ciro Riccardi, Brunella Selo, Dolores Melodia, Andrea Tartaglia, Monia Massa, Luca Rossi e Alexander Cerdà. Nel libro sono presenti, inoltre, le partiture musicali di queste canzoni. Un prodotto che ha molto da dire e lo fa senza fronzoli, poi «si capisce è buono, sinnò te futte!». Di seguito, la nostra intervista ai due cantautori napoletani. Buona lettura! L’intervista a Alessio Sollo e Gnut Alessio Sollo, definisci la tua amicizia con Claudio una “fratellanza umana e artistica” che rende la tua vita migliore. Ti va di parlarmene? La definizione più appropriata della nostra collaborazione potrebbe essere la storia di un’amicizia basata su una stima profondissima. Ed è su questa sintonia che abbiamo costruito le nostre canzoni. Il titolo L’orso ‘nnammurato mi rimanda a ‘O surdato ‘nnammurato, il partenopeo canto d’amore che condannava la trincea. Come questa celebre canzone, possiamo interpretare L’orso ‘nnammurato un inno d’amore universale e il grido di battaglia di tutti coloro che riescono a piangere per amore? Più che “quelli che piangono” ci piace pensare di rappresentare tutti quelli che hanno il coraggio di esternare a testa alta i propri sentimenti e le proprie debolezze. “So’sensibbile, mmocca a chi v’è mmuorto!” è il mantra dei SolDo, come si evince dal libro. “La sensibilità nei tempi moderni” è un tema che mi piacerebbe affrontare con Sollo e Gnut. È un’epoca di ostentazione di benessere e forza. Se la storia la scrivono i vincitori, la poesia è sicuramente opera dei perdenti. Siamo partiti da questo presupposto per raccontare e denudare le nostre sensibilità. Le vostre biografie mi hanno colpita profondamente. Trasudano originalità e sono d’impatto. Perché Sollo sceglie di rappresentarsi con I bambini che ammazzarono l’Italsider? Perché Gnut lo fa con la descrizione del suo migliore amico? Sollo: Ho scelto di raccontare semplicemente la mia infanzia e la mia adolescenza con quei versi; mi sembravano proprio quelli gli anni che maggiormente mi hanno influenzato come futuro artista e come uomo. Gnut: Non avrei trovato un modo migliore per parlare di me se non attraverso gli occhi e la straordinaria penna di chi mi vuole bene. Torniamo a quel pomeriggio di ottobre del 2015, quando Sollo venne folgorato dallo sguardo di una donna bellissima e sorridente che accompagnava suo marito devastato da un ictus presso la clinica di riabilitazione, dove il catautore era presente nelle vesti di vigilante. Per Sollo è stato il “giorno della consapevolezza”. Approfodiamo? Sollo: Estenderei quel giorno un po’ a tutto il periodo che mi ha visto lavorare presso una clinica di riabilitazione. Trovarsi a contatto tutti i giorni con persone che soffrono t’insegna a guardare la […]

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Libri

Il manuale Marketing Essenziale di Rosario de Vincenzo | Intervista

Il manuale “Marketing Essenziale” di Rosario de Vincenzo, edito dalla Mind Edizioni, tratta una tematica molto interessante e fortemente diffusa: il Marketing nelle sue varie sfaccettature. Il marketing è una disciplina che studia il mercato, il posizionamento dell’ impresa sul mercato, il rapporto tra tre soggetti:  mercato, impresa e consumatore. È una disciplina complessa che si può definire come metodo valido e necessario per le aziende che hanno come obiettivo finale l’ acquisizione di nuovi clienti. Il manuale “Marketing Essenziale” di Rosario de Vincenzo – Introduzione al Marketing  Il Marketing ha come scopo primario il miglioramento dell’ azienda secondo una strategia mirata ad ottenere profitto. Si fonda sulla scelta dei prodotti o servizi da vendere, scelta del mercato di riferimento (target dei consumatori) e scelta dei prezzi. Il marketing si basa su un metodo organizzato secondo la teoria delle 4P, che esiste e persiste da molti anni.  All’origine si definiva come: -Product: produzione/creazione del prodotto -Price: definizione del prezzo -Promotion: realizzazione di una forte e coinvolgente campagna pubblicitaria (avveniva tramite Tv e radio) -Place: organizzazione dei punti vendita.  L’evoluzione del marketing Nel secondo dopoguerra, le imprese dovevano creare prodotti in grado di soddisfare la massa, perché, in un periodo postguerra, nella vita dei consumatori c’era bisogno di tante cose diverse ed il marketing doveva semplicemente facilitare la vendita dei numerosi oggetti. Successivamente si apre una seconda fase del marketing, quella dell’ era dell’ Informazione e di Internet, il mercato della società odierna diventa più complesso e il consumatore più informato ed esigente. Per questo il marketing consente ad ogni tipo di impresa, all’inizio degli anni 2000, di comprendere e soddisfare le necessità dei consumatori più esigenti che diventano così protagonisti della crescita del mercato. Il Marketing punta all’anima del consumatore durante la sua terza fase definita come era della globalizzazione e della digitalizzazione. Questa terza fase è caratterizzata dai grandi cambiamenti strategici, sociali, economici e ambientali. Esso si deve orientare su valori reali e ideali forti nei quali possano credere i consumatori, portando loro benessere; per riassumere questo concetto possiamo dire che lo scopo fondamentale è il dover toccare l’ anima del cliente. Il marketing ha il compito di avvertire, ma anche di interpretare le ansie dell’ umanità, i desideri di creatività, cultura, rivalutazione delle tradizioni e tutela dell’ambiente. Per renderlo più chiaro ai nostri lettori possiamo definire l’evoluzione del marketing attraverso 3 fasi rappresentate da 3 parole chiavi: dal prodotto al cliente, dal cliente all’anima. Il manuale “Marketing Essenziale” di Rosario De Vincenzo – Intervista all’autore Abbiamo deciso di intervistare Rosario De Vincenzo, esperto nel settore Marketing da 25 anni ed autore del best seller: “Marketing Essenziale”, Mind Edizioni, 2018.  Poiché lei è un esperto di Marketing da anni, ci può descrivere brevemente l’ evoluzione che ha subito il processo di Marketing negli ultimi 10 anni con l’ avvento dei dispositivi digitali? Negli ultimi 10 anni si è passati dal prodotto al cliente, si tratta di un marketing focalizzato sul brand e sui servizi, arrivando oggi ad una forte concentrazione sulla produzione di “valori”, […]

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Teatro

Daniele Fabbri, intervista all’autore di “Fascisti su Tinder”

Il 26 gennaio il comico Daniele Fabbri presenzierà al Kesté di Napoli in occasione di un open mic in cui si esibiranno alcuni giovani rappresentanti dello stand up comedy campano. Sarà anche l’occasione per presentare il suo spettacolo Fascisti su Tinder, che andrà in scena il 27 dello stesso mese al Teatro nuovo. Abbiamo posto a Daniele Fabbri alcune domande riguardanti il mondo dello stand up comedy e dell’impatto che questa forma di spettacolo ha nel nostro paese. A tu per tu con Daniele Fabbri Come ti sei avvicinato al mondo dello stand up comedy? E cosa ti ha colpito fin da subito? Mi sono avvicinato alla stand up senza nemmeno sapere cosa fosse: dopo aver fatto un paio d’anni di esperienze nel cabaret nostrano con alti e bassi, ho iniziato a scrivere monologhi con un altro stile, nato un po’ per istinto e un po’ perché mi piaceva il taglio delle battute anglofone che trovavo in alcuni libri e in alcune serie tv americane. Questo tipo di monologhi non funzionavano col pubblico del cabaret. La cosa mi scoraggiò molto e decisi di smettere di fare il comico. Dopo circa sei mesi di abbandono, scoprii per caso Bill Hicks e che quei monologhi non solo esistevano, ma erano una delle forme di comicità più diffuse nel mondo, e ho ricominciato. Un altro anno dopo, ho incontrato altri comici che facevano la mia stessa cosa, e così via. Ciò che amo della stand up è la possibilità di usare la forma di intrattenimento più essenziale e popolare, “le chiacchiere”, per parlare anche di cose di cui non si chiacchiera mai. Secondo te cosa distingue nettamente lo stand up comedy dalla commedia e dagli spettacoli comici tradizionali? La tendenza a svincolarsi dagli stereotipi. Sia chiaro, gli stereotipi non sono un male in sé, ma il riferirsi continuamente solo a questi ha reso i racconti dei comici tutti uguali. La stand up comedy ben fatta è quella che racconta le proprie storie personali, non che questo le debba rendere necessariamente drammatiche, ma semplicemente diverse e uniche. Io sono stato fidanzato 7 anni, e quella che tecnicamente era “mia suocera” era l’opposto dello stereotipo delle suocere, quindi io non parlo delle “suocere”, parlo di questa persona specifica. Il tuo stile risente di qualche influenza in particolare? In particolare no, ci sono tantissimi comici che mi piacciono molto e da ognuno di loro ho cercato di imparare qualcosa. E spesso mi attirano i lati più trascurati dei comici, per esempio, del già citato Bill Hicks tutti si concentrano sulle splendide idee dei suoi monologhi, io noto soprattutto che aveva una gestione della fisicità degna di un mimo, e che la usava per rendere “buffa” una routine dai contenuti controversi. Uno dei cardini della stand up comedy è quello di annullare la distanza tra chi sta sul palco e chi osserva seduto (la famosa “quarta parete”). Questo quanto influisce, tenendo conto anche del fatto che questo genere di spettacolo tocca temi che nella nostra società sono ancora […]

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Musica

Aléxein Mégas e il suo primo album: The White Bird

L’artista cilentano Aléxein Mégas rilascia The White Bird, il suo primo album da solista Il Cilento è una terra pullulante, quasi straripante, di talenti musicali spesso inespressi o che non vengono valorizzati adeguatamente. Nelle lande del Cilento, sopravvive ancora quella pasoliniana purezza dell’arte, non fagocitata dai meccanismi cannibali della città. Si suona e ci si esprime per esigenza, per aggregazione e per esprimere il morso che ribolle dentro, o per comporre, con ogni mezzo, quella tela del proprio pensiero che non si smette mai di tessere. L’ascoltatore, però,  è il più delle volte mediocre e non educato, ma il materiale c’è, basta soltanto riuscire ad avere la curiosità di scoprirlo, l’intelligenza di scorgerlo e la genuinità di riconoscerlo. Artisti di ogni genere affollano quella terra ibrida e selvaggia che è il Cilento, e si auspica una lucidità comune che non permetta di ignorare tutto ciò. Questo e altro è Aléxein Mégas. Antonio Alessandro Pinto, in arte Aléxein Mégas, è un artista fortemente ispirato, dalle motivazioni eterogenee e quasi edonistiche: il suo stesso nome d’arte sgorga dalla bellezza dell’arte, e il suo primo album solista, The White Bird, ha molto a che fare con gabbie, scoperta di sé e peregrinazione interiore. Con lui abbiamo parlato di arte, missioni nella vita, situazione musicale in Cilento e di tanto altro. Intervista ad Aléxein Mégas Innanzitutto, la domanda più banale (o forse la più scomoda): chi è Antonio? E chi è Aléxein Mégas? Per quanto banale possa sembrare, nasconde dietro un significato importante che prende vita attraverso le mie composizioni. Fondamentalmente, ho voluto dare un’identità al mio personaggio artistico, che si ispira fortemente alla bellezza dell’arte. Affianco il mio spirito musicale ad Alessandro Magno. Sento un forte legame tra le ragioni per cui compongo musica e il conquistatore dell’impero persiano. Non tanto per la sua intelligenza militare e diplomatica, ma per la passione, il coraggio ed il carisma dai quali era motivato. Il modo di spronare i propri soldati essendo egli stesso parte della battaglia, il modo in cui ha lottato per amalgamare diverse etnie facendole convivere sotto lo stesso tetto. Innumerevoli conquiste che diedero al suo impero un sapore universale. Questo è ciò che attraverso la mia musica vorrei trasmettere: un messaggio universale che possa motivare ogni persona a cercare il proprio posto nella realtà, sentendosi libera di vivere secondo le proprie emozioni, condividendole attraverso l’arte che gli appartiene. Ogni essere umano, se educato all’arte ha la capacità di esprimere sé stesso attraverso di essa. Purtroppo la società ci insegna altro, ovvero di formarci e strutturarci al fine di diventare uno dei milioni di ingranaggi che fanno girare l’immenso meccanismo del lavoro. Questo spesso diventa alienante per molti che trovano nella propria vita l’unico scopo di dedicarsi a questo grosso sistema, annullandosi inevitabilmente. Sarebbe meraviglioso se ognuno di noi aprisse gli occhi e desse il giusto peso a questa parte sicuramente importante, ma che se mal gestita, ti annulla senza modo di tornare indietro. L’arte è bellezza che svanisce nella meccanicità dalla quale siamo […]

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Teatro

Clara Campi, il lato comico del femminismo | Intervista

Intervista a Clara Campi, stand up comedian presto al Kesté di Napoli Clara Campi è una giovane attrice diplomata presso l’American Musical and Dramatic Academy di New York, dove ha partecipato a spettacoli teatrali e a numerosi film indipendenti. Dopo cinque anni negli USA è tornata a Milano dedicandosi alla televisione e ai social, trattando in chiave ironica e spietata i temi del femminismo e di una società troppo spesso maschilista. Ha preso parte a Natural Born Comedians su Comedy Central, a Lucignolo su Italia 1, a vari sketch mandati in onda su Italia 2, e collabora con i Pantellas e Paolo Noise ai loro video online. In occasione del suo prossimo spettacolo Non sono femminista ma… al Kestè di Napoli il 19 Gennaio, abbiamo incontrato Clara Campi per fare due chiacchiere e quattro risate. Clara Campi, l’intervista Come ha iniziato Clara Campi a fare stand up comedy? Non c’è stato un momento preciso in cui ho iniziato. Ho cominciato come attrice, ho studiato recitazione a New York e ho anche lavorato come attrice. Mentre ero negli Stati Uniti sono entrata in gruppo di sketch comedy dal nome Nomansland e abbiamo iniziato a frequentare i comedy club in giro per New York, avvicinandomi al genere. Anche se inizialmente sono rimasti tentativi, perché io volevo fare l’attrice. Tornata in Italia, paradossalmente ho iniziato a fare stand up comedy… Cioè in una città come New York, piena di stand up comedy, non l’ho presa molto sul serio, torno in Italia, dove ai tempi la stand up comedy non esisteva e inizio a farla. Ho iniziato facendo i Zelig Lab, comicità un po’ più tradizionale dove però mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Poi nel 2014 mi sono trovata con altri ragazzi che si sentivano come me e lentamente è nato il gruppo Melamercia, formato da me e altri tre comedians: Luca Anselmi, Edoardo Confuorto e Giorgio Magri. Da lì ho iniziato a fare stand up comedy. Chi sono i Melamarcia? Un gruppo di amici? No, inizialmente non conoscevo il resto del gruppo, siamo diventati amici in seguito. Ci siamo trovati perché eravamo tutti degli outsiders. Le realtà come Zelig non facevano per noi, le alternative a Milano erano molto limitate e chiuse, non riuscivamo a trovare un posto dove collocarci nella realtà milanese e quindi eravamo tutti nella situazione di non sapere dove andare. Ci siamo detti «eh vabbé, creiamola noi questa situazione!». E da lì è iniziato. Ti consideri una femminista ma ne parli con molta ironia. Perché quest’approccio? Il movimento femminista ha bisogno di ironia. È la cosa principale che manca nel movimento femminista, c’è un’incapacità di prendere le cose con leggerezza, c’è un’incapacità di autocritica e sopratutto c’è una mancanza di interesse per il divertimento, e secondo me questa è una lacuna molto molto grande che provo a riempire io. Pensa te che presunzione. Io scrivo i miei testi, ma non mi sono seduta a tavolino pensando «adesso scrivo una cosa femminista». È stato qualcosa di organico. È successo perché essendo l’ambiente dello stand up […]

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Libri

Intervista a Mariarosaria Conte, dal primo romanzo a “Bianca come la neve”

Scrittrice, insegnante, ma prima di tutto madre, o forse tutte accezioni che si combinano insieme per poter delineare il profilo di una donna come Mariarosaria Conte. Napoletana, laureata in Giurisprudenza, Mariarosaria Conte scopre che la sua vocazione è quella di insegnare, perché proprio di passione si tratta per decidere di intraprendere questa professione con consapevolezza ed impegno. Inizia a scrivere storie, anche di un poco di se stessa come ogni autore che si rispetti, pubblica nel 2015 “Mare nell’anima”, l’anno successivo “Io, te e la dislessia” e da pochissimo per Ateneapoli “Bianca come la neve”. Partendo da quest’ultimo, abbiamo chiesto a Mariarosaria di parlarci di tutte queste sue sfaccettature. Con questo tuo nuovo romanzo, “Bianca come la neve” edito da Ateneapoli (qui la nostra recensione), siamo in realtà al secondo capitolo di una storia che vede protagonista una giovane donna, Morena. Ci sarà un terzo libro a chiudere una sorta di trilogia? No. Non credo. Come lettrice non amo le storie che si protraggono  a lungo. Tra l’altro ho  trovato sempre i secondi capitoli di quasi tutte le saghe che ho letto i migliori. Dopo il secondo volume,  in genere,  ho provato sempre un po’ di delusione. Ma non si può mai dire, a volte capita che siano i lettori stessi a spingere affinché le storie continuino. Per il momento,  non è in programma  un terzo capitolo e quindi  Bianca come la neve è un romanzo conclusivo. I romanzi dell’autrice napoletana: intervista a Mariarosaria Conte Cosa ti ha spinto a dedicarti nel racconto della vita di un adolescente, sottolineandone tutti i disagi e i sentimenti vissuti al quadrato durante questa età? L’idea nasce nell’estate del 2013 quando con le mie figlie (ancora molto piccole) affrontammo la lettura della saga di Twilight. Sulla spiaggia leggevo loro i passaggi più emozionanti e suggestivi del romanzo della Mayer. Le ragazze, però, volevano di più,  avrebbero voluto essere in grado di passare ad una lettura in solitaria godendo della magia delle parole scritte, in completa autonomia. Tuttavia, erano scoraggiate dalla mole delle pagine. Così,  sapendo  quanto adoro leggere e scrivere, e che avevo tanti manoscritti incompleti nel cassetto, mi chiesero di raccontare in un libro una storia che parlasse di  ragazzi e ragazze, di  storie di giovani  alle  prese con le prime ansie, le prime  palpitazioni, le prima cotte, con quelle sensazioni così intense proprio perché vissute in  un momento  delicato come quello dell’adolescenza.  Emozioni che  erano state vere   anche per me e che  stavo rivisitando con gli occhi di una madre, così venne fuori questa storia in un tempo ‘non tempo’ a metà strada tra la mia generazione e quella delle mie ragazze. Hai pubblicato nel 2016 con la 13Lab editore “Io, te e la dislessia” (qui la nostra recensione), un libro che ho avuto modo di leggere e che mi colpì molto soprattutto per l’intensità con la quale una madre difende la propria figlia contro la società che non capisce, ma con rispetto e bontà. Credi che le battaglie sociali di oggi nella […]

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Recensioni

BeQuiet Talent Show Christmas Edition al Teatro Bellini

BeQuiet Talent Show Christmas Edition è approdato al Teatro Bellini di Napoli il 19 dicembre Siamo alle soglie dell’allucinazione e della follia visionaria: la società futura sarà composta da vip e personaggi dalla fama mordi e fuggi di warholiana memoria, di incapaci famosi per aver comprato cifre mirabolanti di follower su Instagram e da fantocci senza un’anima e senza talento, ma desiderosi di guadagnarsi famelicamente un posticino all’ombra dello showbusiness, come cannibali pronti a sbranare i corpi dei loro simili per accaparrarsi un soffio di celebrità in più del proprio vicino. Stiamo parlando della sinossi di un nuovo romanzo distopico? Di una profezia dell’oracolo di Delfi o dei Libri Sibillini? Di un pamphlet concepito dall’erede di George Orwell? No, ci stiamo addentrando nel sottobosco, ampio e frondoso, degli effetti della mercificazione dell’arte, della società di consumo che aveva profetizzato un certo Pier Paolo Pasolini, che se fosse stato vivo forse avrebbe storto il naso e stropicciato gli occhietti di fronte ai vari talent show, ormai veri e propri tritacarne pronti a maciullare i presunti talenti dei partecipanti, che soltanto raramente riescono ad emergere a far rimanere impressi i propri volti nella memoria dello spettatore per un lungo periodo. Il tempo di qualche mese, di un inedito confezionato ad hoc con autotune e via alla prossima edizione, via a nuovi nomi e a nuovi volti da cannibalizzare, in un’avvicendamento vorticoso che ricorda i ritmi di una danza tribale e mortale. Dello stato dell’arte come merce di scambio e consumo, ci si potrebbe disquisire per ore e chiamare in causa una bibliografia sterminata, ma basti pensare al “saltimbanco” Aldo Palazzeschi, poeta incendiario e futurista, che, con occhio mobile e lucido, aveva intuito lo stridore delle lacrime del poeta, incrostate sotto la maschera che mette a nudo le sue contraddizioni dell’arte ridotta a mercato.  Ci troviamo al cospetto della deriva dell’arte, degli effetti del successo e delle drammatiche conseguenze che essa potrebbe avere a discapito degli artigiani dell’arte, di coloro che respirano l’odore e la fragranza della musica da sempre, che hanno risalito la china del sacrificio e che hanno scelto la strada meno battuta, come recita la poesia di Frost: Con un sospiro mi capiterà di poterlo raccontare/ chissà dove tra molti e molti anni a venire: due strade divergevano in un bosco, e io/ io ho preso quella meno battuta, /e da qui tutta la differenza è venuta. Tentando di mostrare le sterpaglie, i ciottoli e i cespugli irti di quella strada meno battuta, il BeQuiet ha calcato le tavole del palcoscenico del Teatro Bellini il 19 dicembre, riversandosi sul pubblico col suo talent show parodico, l’unico in Italia che ti rende meno famoso di prima. Come una fiumana, condotta dal timoniere Giovanni Block, le onde del BeQuiet si sono infrante sulla platea, sgretolandosi in risate, frizzi, lazzi e momenti di musica, rendendo tutto ciò un enorme gioco da offrire al pubblico e alla sua sensibilità. Ingabbiare un concetto nei codici retorici o nelle gabbie della parola è un’operazione ardua, specie se si tenta […]

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Musica

1989, il gruppo napoletano dall’anima elettronica

Lanciato il 13 ottobre il primo EP del gruppo napoletano 1989, Alberi nudi, una cornice di elettronica per voci italiane «Limpido è lo sguardo sulla mia realtà», recita uno dei cinque brani di Alberi nudi, primo EP nato dallo sperimentalismo del gruppo partenopeo 1989. Le sue anime, Antonio Ardito, Andrea De Prisco e Guido Molea, dopo il sound pop e la lingua inglese caratterizzanti l’iter musicale dei Guido e la legge di Murphy, dal 2015 perseguono la spasmodica ricerca di un linguaggio appagante. Ognuno ha contribuito con le proprie inclinazioni: Antonio è il drummaster; Andrea l’esperto di mastering e mixaggio; Guido lo sperimentatore di synth digitali e analogici. La scelta dell’elettronica con brani in italiano si presenta come un approdo coraggioso in un ambiente poco abituato agli sperimentalismi dall’afflato internazionale. La tradizione si inscrive nella perizia innovatrice, una svolta di cui solo il 1989 poteva farsi portavoce, come lo stesso frontman Antonio Ardito ha affermato. Un’atmosfera pulviscolare, aerea. «Grida con me», ma è un urlo sommesso. Il tono procede come avanzano le onde, si espande come i rami di un albero nudo. L’elettronica dei 1989 è il sottofondo esatto di una voce che celebra la sorte di un’anima smarrita. «Abbiamo tutto / non abbiamo niente / la paura di uscire fuori allo scoperto» si recita in Riflesso (/Anime sole). Lentamente fuori dal guscio, l’io si imbatte nel mondo, «vogliono cambiarmi nelle mie ferite». Allo stesso tempo «scoppia nel mio petto il mio desiderio antico di vita», e di sbattere la testa contro il muro del reale. L’anima desidera sradicarsi dall’aridità dei cerchi di questi Alberi nudi, nella speranza di tuffarsi in Mari, ritrovando un Noi. «Ci dividono silenzi carichi di fulmini e punti irrisolti». L’ambiguità risiede nella tortuosità del viaggio, che non si esime dal ripensamento e dalla necessità di evasione, «tutti i modi possibili per cancellarci». Lo stesso build up esplode in modo sommesso, portando con sé i detriti di un tripudio di coralità strumentale. Il crescendo melodico è accompagnato a una remora ideologica, la partenza. «Lasciami certezze e ritorni / sento che anche fuori sei dentro». Intervista al gruppo 1989 Da Guido e la legge di Murphy ai 1989: quali sono state le difficoltà riscontrate nella ricerca del sound di Alberi nudi? Le difficoltà sono state senz’altro dovute alla nostra ignoranza nell’ambito della musica elettronica “suonata”. Siamo sempre stati affascinati dalle sonorità dei grandi gruppi che si avvalevano dell’elettronica, Depeche mode e Radiohead su tutti, e sapevamo che quella era la musica che volevamo fare ma non eravamo assolutamente in grado di poterla suonare come loro. Come in ogni percorso vi è un inizio, e 1989 ovvero ex G&LDM era alla sua fase embrionale. Le sonorità di G&LDM erano comunque provenienti dal sound anglosassone (melodie trascinate e testi in inglese) e con richiami ad alcuni riferimenti a quelli che secondo noi sono tipici della musica elettronica, quali la ripetitività e il flow incalzante senza per forza l’utilizzo di troppe parole o del tipico schema strofa-ritornello. Difatti le strutture […]

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Musica

I Mescalina verso Sanremo Giovani

I Mescalina approderanno sul palco di Sanremo Giovani il prossimo 20 e 21 dicembre, per la finale del concorso che porterà sul palco dell’Ariston le nuove proposte emergenti della musica italiana. La band campana nasce nel 2017 e sceglie il nome Mescalina congiungendo le diverse iniziali del circuito napoletano che il quartetto compone ogni qual volta raggiunge la sala prove: Melito (ME), Scampia (SCA), città situate nel limbo (LI) di Napoli (NA) danno vita al nome del gruppo: ME/SCA/LI/NA. Provenienti da strade musicali diverse, i componenti della band hanno trasformato la propria moltitudine di influenze in una musica estremamente rock ed al contempo pop. La voce di Sika, col giusto scream, sempre precisa e ferma si mescola bene ai ritmi serrati del basso di Cesare Marzo e della batteria di Claudio Sannino, lasciando libera la chitarra, suonata da Giancarlo Sannino, in grado di dare maggior respiro all’arrangiamento proposto. Senza compiere il passo più lungo della gamba, attraverso il primo e unico singolo dei Mescalina, Chiamami Amore Adesso, è possibile definire l’idea di cercare un suono intenso che ricordi l’atmosfera punk anni ’90, in una dimensione prettamente rock british, incorniciata e avvolta da un velo pop, che rende riconoscibile la band, il brano e sopratutto rende il pezzo estremamente orecchiabile e cantabile. Definizioni a parte, ci troviamo davanti ad un singolo che calibra bene lo stile e la forma, con un testo (a cura di Luigi Sica) che talvolta brilla di originalità, mentre per altri versi ricorda rime già scritte; il racconto di un’unica notte “d’amore” che non ha futuro e non ha radici affondate nel passato, sembra convincere maggiormente per il versante musicale (a cura di Giancarlo Sannino): ritmo deciso con numerosi stacchi, armonia nuova e spiazzante, fanno sì che il ritornello sia climax di un percorso ascendente e lo renda sincero ma allo stesso tempo armonicamente dirompente. Lo special, a differenza del ritornello gioiello, possiede una minor forza comunicativa, ma in fondo, quel che conta in una canzone pop è il ricordare l’inciso ed i Mescalina ci sono riusciti a pieni voti. Prodotti dal Maestro Umberto Iervolino, i Mescalina ci fanno respirare un sound nuovo rispetto al solito singolo proposto per Sanremo, ma sorvoliamo sull’etichetta con cui è definita la band: Porno Pop, poiché inappropriata e data solo per definire un personaggio, marcando un tratto caratteristico, che la band non possiede. Il testo racconta una notte di sesso, il ritmo è tipicamente stretto, la band si propone con un look particolarmente dark, ma non sono i requisiti giusti per un’etichetta del genere. Speriamo non restino intrappolati in un genere che non gli appartiene, ma portino avanti una musica ben decisa e delineata, ormai da troppo tempo dimenticata in Italia e sul palco dell’Ariston. Siete vincitori di Area Sanremo. Come mai avete deciso di partecipare a questo concorso? Come avete vissuto questa esperienza? È stato un percorso abbastanza lungo, non ce l’aspettavamo. Noi abbiamo deciso di parteciparvi, ma è stato un caso riuscire ad esserci al casting, poiché il giorno stabilito […]

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