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Eroica Fenice

La Tag: politica contiene 19 articoli

Attualità

Reddito di cittadinanza: cos’è e come funziona

Il reddito di cittadinanza, l’aiuto economico che verrà destinato dal governo a 9 milioni di famiglie italiane in stato di indigenza, prive di reddito o con un reddito troppo basso, è stato al centro del dibattito politico e della campagna elettorale del Movimento 5 Stelle che alle scorse elezioni del 4 marzo 2018, col 32% dei voti, è divenuto la prima forza politica del paese (e c’è chi addebita proprio alla promessa del reddito di cittadinanza la vittoria del Movimento 5 Stelle, che ha conquistato una schiacciante maggioranza proprio nelle regioni del centro-sud maggiormente colpite dalla piaga della disoccupazione), stringendo un patto di governo con la Lega, capitanata da Matteo Salvini, il partito che, all’interno della coalizione di centro-destra, ha totalizzato il maggior numero di voti (17%). Ben oltre la campagna elettorale, il leader politico del Movimento 5 Stelle e attuale Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, nonché vicepremier, Luigi Di Maio, definendo il reddito di cittadinanza una necessaria misura di contrasto della povertà, lo ha inserito con priorità tra gli obiettivi del contratto di governo, sottoscritto dai leader delle due forze politiche al governo, e potrebbe forse vedere la luce già nel 2019, contro le previsioni di chi credeva che l’argomento, per mancanza di fondi, non potesse entrare davvero nel dibattito politico e restasse dunque legato alla campagna elettorale e agli slogan di piazza. Ma vediamo subito di cosa si tratta, a chi spetterà e come funziona il reddito di cittadinanza. Reddito di cittadinanza: chi potrà richiederlo e secondo quali criteri? Il reddito di cittadinanza è una misura economica che cercherà da un lato di sostenere economicamente i nuclei familiari più fragili e vessati dalla povertà, dall’altro di ridare dignità al lavoro e favorire la formazione professionale attraverso corsi professionalizzanti, per combattere l’emarginazione e l’esclusione dei disoccupati e favorirne l’inclusione nel mondo del lavoro. Ma chi potrà beneficiarne? Secondo i dati ISTAT, si può parlare di povertà in Italia al di sotto dei 780€ al mese di reddito. Tale cifra varia, naturalmente, al variare del numero dei componenti del nucleo familiare e, all’aumentare del numero dei componenti del nucleo familiare -in particolar modo nel caso in cui ci siano minori a carico-, aumenta la cifra sotto la quale si possa parlare di povertà. Il reddito di cittadinanza prevede dunque l’erogazione di un contributo economico tale che ogni famiglia possa raggiungere questa cifra. Potrà richiederlo qualsiasi maggiorenne, che sia disoccupato o inoccupato, con un reddito mensile inferiore ai 780€, e ciò vale, naturalmente, anche per i pensionati con la minima pensione prevista, per i quali si parlerà dunque di “pensione di cittadinanza”. Ancora, il reddito di cittadinanza verrà in aiuto di quei lavoratori, part-time o full-time, che siano sottopagati, erogando loro la somma sufficiente a raggiungere la cifra di 780€ mensili, e saranno previsti vantaggi per le aziende che decideranno di assumere lavoratori beneficiari del reddito di cittadinanza. Per ottenere il reddito di cittadinanza, occorrerà essere iscritti ad un Centro per l’impiego e rendersi subito disponibili al lavoro, iniziare […]

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Interviste vip

Francesco Nicodemo, intervista all’autore di Disinformazia

Un piglio vivace, alla mano, da divoratore del mondo. Così si presenta Francesco Nicodemo quando gli propongo un immaginario salottino letterario in cui confrontarci. Autore del saggio Disinformazia. La comunicazione al tempo dei social media, edito da Marsilio Editori, e perito di comunicazione a Palazzo Chigi, con quattro chiacchiere mi presenta, senza mettere in vetrina, il suo campionario di idee e esperienze. Gli chiedo, innanzitutto, cosa lo ha spinto a occuparsi di comunicazione. Mi rivela subito che è stata proprio la curiosità a spingerlo in questo settore, l’ansia di dover leggere la realtà e di doverla comunicare. Ha incontrato persone lungo il suo iter che gli hanno dato fiducia, che lo hanno fatto lavorare sodo in un campo in continua evoluzione. Immediatamente fa trapelare la sua passione per la scrittura. Occupandosi di comunicazione politica ha potuto produrre molti contributi scritti. Aveva un blog, scrive su diverse testate giornalistiche, sui social network, ha uno spazio su Medium. Un vero e proprio animale sociale, al passo con i tempi ma anche capace di sorvolare sulla realtà per indagarla meglio. Francesco Nicodemo descrive con autentica devozione il suo lavoro, che lo porta a studiare e aggiornarsi di continuo. Un curioso che, nel suo campo, ha ragione di esserlo e di nutrirsi di fenomeni sempre nuovi. La parte che preferisce è il dialogo, il confronto. È un grande conoscitore dell’uomo, e lo si nota dalla sua voglia di coinvolgere, di capire cosa la gente pensa realmente. Non si distrae mai, sa che la chiave è prestare attenzione a tutto. La fonte di forza e motivo di perpetuo miglioramento è da sempre la sua famiglia. Dove si colloca Disinformazia nel mondo di Francesco Nicodemo? Passo a chiedergli qualcosa del suo libro, Disinformazia. La comunicazione al tempo dei social media. Mi interessa sapere come si inserisce la scrittura di un saggio sulla socialità e la comunicazione in un’epoca come la nostra, in cui tutto sembra in crisi. “Ogni epoca ha i suoi valori predominanti e di solito c’è chi rimpiange quelli persi. Credo che ci sia un’evoluzione continua e che sia necessario adattarsi ai tempi e alle nuove esigenze che emergono. Non si va necessariamente verso un sistema di valori migliore o peggiore, di base sono un ottimista ma se posso esprimere un auspicio, è quello di coltivare maggiormente il senso di comunità, lo stare assieme, il confrontarsi e il condividere. Anche in Disinformazia parlo di questo aspetto. Il discorso parte dalle dinamiche della rete ma sottolineo come sia online che offline, la dimensione collettiva sia indispensabile ad affrontare le sfide che ci attendono anche perché a grandi linee sono le medesime per tutti, il destino è comune.” Sottolinea che scrivere un libro è stato diverso da tutto il resto, perché è come mettere ordine tra le idee. Ha messo al mondo Disinformazia raccogliendo suggestioni lette e sviluppate nel corso del tempo. Il salottino letterario si tinge della policromia dell’arte. Da alcuni tweets di  Francesco Nicodemo avevo desunto la sua passione artistica. Lui si dichiara perennemente attento a […]

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Attualità

Rosatellum, come funziona la nuova legge elettorale

Rosatellum, tutto quel che c’è da sapere Il Rosatellum 2.0 è la nuova legge elettorale appena approvata dalla Camera. Superato il primo ostacolo, dovrà ora essere confermata dal Senato. Il Rosatellum prende il nome dal capogruppo PD alla camera Ettore Rosato. La legge ha il sostegno, oltre che del Partito Democratico, anche di Forza Italia, Lega Nord e centristi. Se verrà approvata, la riforma assegnerà i seggi parlamentari per due terzi con un sistema proporzionale. Il restante terzo sarà invece distribuito con un sistema maggioritario in collegi uninominali.  Come funziona la nuova legge elettorale? Alla Camera ci saranno 232 collegi uninominali, mentre altri 386 seggi saranno assegnati con sistema proporzionale. Per i collegi uninominali, ogni partito o coalizione presenterà un solo candidato. Verrà eletto il candidato che ha ottenuto almeno un voto in più negli altri nel collegio. È la logica anglossassone del first past the post. Per i collegi plurinominali, saranno decisivi i voti conseguiti da ogni lista. I partiti e le coalizioni otterranno un numero di seggi proporzionale rispetto ai voti ottenuti. Altri 12 seggi saranno attribuiti alle circoscrizioni estere. Riguardo il Senato, vale lo stesso principio. 102 i collegi uninominali, 207 quelli plurinominali, 6 i seggi degli eletti all’estero. Per quanto riguarda le circoscrizioni straniere, cambiano le regole. Gli elettori residenti in Italia potranno candidarsi anche all’estero. Gli italiani non residenti in patria invece non potranno candidarsi se negli ultimi 5 anni hanno ricoperto cariche politiche all’estero. No al voto disgiunto Non sarà possibile il voto disgiunto. Ciò che significa che l’elettore sceglie con un’unica croce lista e candidato. Se vota per il suo candidato ai collegi uninominali spalma comunque il voto sull’intera coalizione collegata o sul singolo partito collegato. Se invece traccia la “x” sul simbolo di un partito, il voto si trasferisce solo al candidato uninominale collegato. Affiancato al simbolo di ogni partito ci saranno inoltre i nomi dei candidati del listino bloccato. Candidati che verranno eletti con il riparto proporzionale dei voti. Verrà annullato il voto se dovessero essere barrate contemporaneamente la casella di un candidato al collegio uninominale e quella di una lista diversa. Soglia di sbarramento, pluricandidature, quote rosa Il Rosatellum prevede una soglia di sbarramento. Soglia diversa, rispettivamente, per i singoli partiti e le coalizioni. I partiti non otterranno alcun seggio se si staglieranno sotto la soglia del 3%. Al contrario, le coalizioni per eleggere dei parlamentari dovranno conseguire almeno il 10%. Per i partiti in coalizione, la soglia è dell’1%. Ciò consentirà di distribuire i voti ottenuti dalla lista alla coalizione stessa. Sotto la soglia dll’1%, i voti vanno dispersi. Ciascun potenziale eletto potrà candidarsi in cinque collegi proporzionali differenti. Potendosi poi contemporaneamente presentarsi in un unico collegio uninominale. Saranno dunque consentite le pluricandidature, ma esclusivamente nella quota proporzionale. Se il candidato verrà eletto contemporaneamente nel collegio uninominale e plurinominale, vincerà il primo. Se invece sarà eletto in più di un Collegio su base proporzionale, gli sarà assegnato il seggio corrispondente al seggio in cui ha ottenuto il numero maggiore di […]

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Attualità

Rodotà, si è spento il famoso giurista ed intellettuale

“La conoscenza è la via non solo per acquisire valore aggiunto sul mercato, è in primo luogo la libera costruzione della personalità di ciascuno di noi”, così sosteneva l’emerito professore Stefano Rodotà, spentosi dopo una breve malattia, nella città che lo ha visto diventare prima dottore in giurisprudenza e poi professore di diritto civile; nella Roma, quindi, che lo ha visto protagonista della vita politico-istituzionale del nostro paese e pioniere del giornalismo moderno. Rodotà, nato a Cosenza e tifoso dell’omonima squadra di calcio, il 30 maggio del 1933, proviene da una famiglia colta ed impegnata nella politica, di origini Arbëreshë (ossia gli albanesi d’Italia, che sono la minoranza etno-linguistica albanese storicamente stanziata in Italia meridionale ed insulare, ndr). È stato un giurista di caratura internazionale, dedito principalmente al diritto costituzionale, nonché primo Presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, ruolo che ha ricoperto con importanti risultati fino al 2005; ancora, nel 2014 ha presieduto la Commissione parlamentare “Internet, bill of rights”, incaricata di redigere i principi generali della comunicazione via Internet, come indirizzo per le leggi italiane in materia e come spunto nel dibattito internazionale. Egli inizia la sua vita politica militando nel Partito Radicale di Pannunzio, ma nel 1979 rifiuta di candidarsi nell’unico partito al quale sia mai stato iscritto (ossia il Partito Radicale allora presieduto da Pannella, ndr) per essere poi eletto deputato tra le fila del PCI come Indipendente. Successivamente è diventato membro della Commissione Affari Costituzionali. Promuovendo una politica laica che ha sempre guardato a sinistra, nel 1994 parallelamente alla vittoria del primo governo Berlusconi, Rodotà decide di lasciare il parlamento (non candidandosi, ndr) per tornare ad insegnare a tempo pieno. Attività, quella di insegnante, che gli ha donato grande lustro, giacché ha istruito gli studenti delle migliori università mondiali come la Sorbonne di Parigi o la britannica Oxford, oltre all’americana Stanford. L’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, intervistato alla camera ardente, risultava visibilmente commosso; ne era infatti amico e “rivale”, avendo “battagliato” con lui sia nel 1992 per la carica di Presidente della Camera sia nel 2013 per l’accesso al Quirinale, dove Rodotà fu candidato dal M5S e votato anche da SEL e da alcuni esponenti del PD. Nonostante la disfatta, grazie a questa candidatura c’è stato un importante risalto mediatico per Rodotà, il quale fu designato come candidato dei Cinque stelle proprio attraverso la rete, nonostante egli avesse criticato diverse volte il modus operandi dei grillini, invitando Di Maio&Co. a radicarsi sul territorio piuttosto che a “perdere tempo su internet”. Dopo l’ulteriore sconfitta alle amministrative del 2013, Grillo definì Stefano Rodotà un “ottuagenario sbrinato di fresco dal mausoleo dove era stato confinato dai suoi”; dichiarazione che il comico stemperò sostenendo di aver riportato in modo linguisticamente goffo una descrizione fatta dallo stesso Rodotà durante una telefonata intercorsa tra i due. Negli ultimi anni, inoltre, il giurista si era schierato a favore dei matrimoni omosessuali e definiva la Chiesa cattolica “un laboratorio del totalitarismo moderno”, auspicando un diritto meno legato alla matrice religiosa, oltre […]

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Fun & Tech

Movimento Arturo: il partito finto con più di 30.000 seguaci

Movimento Arturo ricorda molto quello di Magalli nel 2015. Sono passati solo 2 anni da quando Giancarlo Magalli ottenne il primo posto nel sondaggio online del Fatto Quotidiano riguardante il successore di Giorgio Napolitano alla carica di Presidente della Repubblica e la voce di Laura Boldrini che scandisce la parola “Magalli” durante lo spoglio delle schede riecheggia ancora nella mente di qualche burlone del web. Oggi stiamo assistendo alla nascita di un fenomeno molto simile. Il Movimento Arturo, finto movimento politico di sinistra rigorosamente senza programma, in pochi giorni ha ottenuto una quantità gigantesca di seguaci su Twitter. La genesi del Movimento Arturo L’idea del Movimento Arturo è scaturita dalla mente del fumettista Makkox durante una puntata di Gazebo, trasmissione di Rai3 presentata da Diego Bianchi in arte Zoro, con lo scopo primario di ironizzare sugli scissionisti del PD. Il nome stesso del Movimento Arturo è nato grazie a una battuta riguardo il nome del movimento Articolo 1, Movimento dei democratici e dei progressisti (“‘na serie de scritte”, ironizza Zoro): al cacofonico acronimo “Mo.Dem.Pro” i ragazzi di Gazebo hanno voluto contrapporre un nome più corto e semplice e da qui la scelta di  chiamare il movimento, “Arturo”. La sfida lanciata dalla crew di Gazebo è stata subito chiara: asfaltare le pagine social degli altri partiti e movimenti a colpi di followers. Il finto movimento però è riuscito a fare molto di più: al momento della stesura di questo articolo la pagina Twitter del Movimento Arturo conta più di 32.000 followers, centinaia di nuovi circoli che stanno nascendo in tutta Europa (e non solo) e perfino delle “costole”, come il “Movimento Arturo per i giovani“ e “Artura“, rivolto alle donne. Il Movimento Arturo e i suoi derivati nel giro di pochi giorni sono riusciti a superare il numero di followers delle pagine di molti partiti veri: la pagina Twitter, con i suoi numeri, è riuscita a superare quella di Mo.Dem.Pro (ferma a quasi 8.000) e della Lega Nord (21.600), mentre il 2 marzo la pagina di Arturo per i giovani ha potuto cantare vittoria contro i Giovani Comunisti. Sotto il punto di vista dei social network il Movimento Arturo rappresenta la quarta potenza politica in Italia, subito dopo il Movimento 5 Stelle. Cosa ci insegna il Movimento Arturo Quando Magalli vinse quel famoso sondaggio del Fatto Quotidiano riconobbe che il suo trionfo rappresentava in realtà una protesta nei confronti dei soliti vecchi nomi della politica: “serve a far capire che i giovani prendono le distanze dai nomi ufficiali, che piacciono così poco al punto da proporne un altro che almeno è più simpatico.” Il messaggio che oggi ci trasmette il successo di Arturo sembrerebbe essere lo stesso: dinanzi a una sinistra in cui non ci si rispecchia più, le persone cercano alternative ironiche e preferiscono quindi “restare Arturo” (questo lo slogan del finto movimento). Se ne è accorto anche Giuseppe Civati, che il 2 marzo ha commentato su Twitter: “Al di là dello scherzo, la suggestione di @MovimentoArturo è non solo corretta, […]

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Attualità

Il PD come paradigma di un disagio

Secondo la retorica mediatica, “Alla gente non importano queste cose” ma non dovrebbe essere sempre così. Ci sono questioni che per quanto noiose sono indispensabili affinché il quadro sociale del paese nel quale si vive si sciolga, chiarendosi e permettendo così alle persone di potere partecipare alla vita attiva del paese. Questo è il caso delle vicende interne al PD. Il Partito Democratico dopo la sconfitta del referendum del 4 dicembre 2016 sta attraversando un periodo che sembra preludere una nuova fase. È importante rendersi conto quale forma assumerà il PD, essendo il partito di maggioranza relativa in parlamento. Perché è il primo partito d’Italia. Perché al netto dei nostalgici e di alcune voci isolate, è l’unico partito che si muove a sinistra lontano da correnti estreme e pericolose che solcano in quest’epoca Europa e Nord America. Una Riformulazione ideologica Uno dei problemi con cui si ritrova a combattere il PD è la riformulazione ideologica di un partito figlio di una comunione fra forze Democristiane (Dc)  e Comuniste (Pc). La riformulazione ideologica non è una mera astrazione su cui fare retorica ma l’impianto da scegliere su cui fondare le future scelte politiche in vista dei problemi che l’attuale epoca  impone alla civiltà umana. Il Congresso del Partito Democratico Il PD si è riunito nei giorni scorsi all’assemblea nazionale con lo scopo di trovare un dialogo tra le correnti interne e porre le basi per un nuovo congresso del PD. Un’altra assemblea si è tenuta domenica 19 Febbraio. Le Assemblee del PD sono luoghi ove i maggior esponenti del Partito si riuniscono per discutere e parlamentare dei problemi del partito e del paese.  In ambedue le assemblee come prevedibile ci sono stato forti contrasti fra la minoranza del partito, rappresentata da D’Alema, Bersani, Speranza ed Emiliano e la maggioranza il cui leader indiscusso è l’attuale segretario Matteo Renzi. Ma da dove nasce la spaccatura del PD ? Deriva dalla parabola politica del governo Renzi, e dal modus operandi posto in essere dal Segretario nell’arco dei suoi 1000 giorni di governo. Le Accuse che sono rivolte al suo operato possono essere riassunte in estrema sintesi in un allontanamento dai valori della sinistra storica. Tali valori si rifanno al movimento operaio e al Pc Berlingueriano; e soprattutto alla partecipazione delle fasce sociali più deboli alla vita politica nazionale. A oggi invece il Partito Democratico attecchisce poco o niente nelle periferie (luogo invece ove storicamente riceveva più voti) e soprattutto ha avuto un calo dei tesseramenti. Nella fattispecie si contesta all’ex premier una riforma del lavoro inadeguata che ha modificato strutturalmente l’art. 18; una riforma della scuola che ha scontentato l’intera classe dei docenti e una riforma costituzionale bocciata con il referendum del 4 Dicembre dal popolo italiano. Per Renzi, invece, la minoranza palesa solo nostalgiche rimembranze di una forma mentis che è inadeguata per la modernità. Il Segretario a differenza di Emiliano (presidente della regione Puglia, esponente della minoranza) abbraccia a pieno la politica economica neo-liberista e crede che solo nel solco di questa struttura economica si possano apportare […]

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Attualità

Barcone migranti naufragato sarà esposto a Bruxelles

È arrivata nelle scorse ore, da Siracusa, la notizia che il barcone naufragato il 18 Aprile 2015 nel Canale di Sicilia, sarà trasportato ed esposto davanti ai palazzi dell’Europa, a Bruxelles. Il relitto, inabissatosi sul fondale ad una profondità di 370 metri, era stato recuperato dalla nave Ievoli Ivory lo scorso giugno. Avevano partecipato all’operazione, oltre alla nave San Giorgio della Marina Militare, anche i Vigili del Fuoco e il Corpo Militare della Croce Rossa Italiana. L’imbarcazione di fortuna, sulla quale avevano tentato l’ennesimo “viaggio della speranza” oltre 700 persone, era stata poi trasportata nella rada di Augusta e da qui al porto di Melilli, nel siracusano. Grazie all’installazione di una tensostruttura refrigerata e alla collaborazione serrata e continuativa di volontari ed esperti, tra cui la professoressa Cristina Cattaneo dell’Università di Milano con la sua squadra di ricercatori scientifici, proprio a Siracusa erano iniziate le manovre per il recupero delle salme. Ad oggi, dal ventre del peschereccio sono stati estratti ben 665 corpi, la maggior parte di uomini tra i 20 e i 30 anni d’età, ma anche di ragazzi adolescenti e la salma di un bambino di 7 anni. A Bruxelles, il barcone per ricordare all’Europa l’impegno degli italiani a favore dei migranti L’annuncio dell’esposizione a Bruxelles del barcone, simbolo di quella che è stata definita la più grande strage del Mediterraneo, è arrivato direttamente dal sottosegretario all’Interno Domenico Manzione il quale, durante la conferenza stampa di martedì scorso, ha sottolineato con forza l’importanza dell’accoglienza. “Che sia un simbolo dell’impegno italiano a favore degli immigrati e un monito per l’Europa“, avrebbe affermato Manzione, mentre il prefetto Vittorio Piscitelli, presente alla conferenza, rendeva per la prima volta ufficiale il bilancio delle vittime del terribile naufragio. Resta impossibile stabilire quanti fossero realmente gli occupanti dello scafo, così come si è rivelato più difficile del previsto identificare tutte le salme, rimaste sott’acqua per oltre un anno. Quelle a cui si è riusciti a dare almeno un nome saranno al più presto ricomposte e restituite alle rispettive famiglie oppure seppellite in diversi cimiteri della Sicilia, la quale rimane più che meta ultima, il luogo dove ogni giorno approdano e vengono salvate migliaia di vite. L’orrore del naufragio e il dovere dell’accoglienza Momentaneamente ormeggiato al porto di Melilli, in attesa dell’ultima “traversata” a Bruxelles, il relitto staglia la sua sagoma scura contro un cielo insolitamente terso, per essere quello di un autunno ormai inoltrato. Così come il mare che a guardarlo, placido e senza onde a incresparne la superficie scintillante sotto i raggi del sole, sembra quasi incapace della forza poderosa e brutale con cui travolge le imbarcazioni dirette ogni giorno verso le coste greche, maltesi e italiane. Siriani e Afghani per la maggior parte, ma anche Eritrei, Somali e Nigeriani, più uomini che donne, scappano non solo dalle guerre, ma anche da quei Paesi in cui regimi totalitari e tirannie opprimono le popolazioni locali, costringendole a fuggire verso il Nord dell’Europa. Nell’immaginario collettivo e nella sua percezione più intima, il naufragio ha perduto da […]

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Fun & Tech

Andrés Sepúlveda e l’hacking in politica

Intercettazioni abusive, installazione di spyware, finti account sui social network, mail bombing e sabotaggi informatici. Questi sono solo alcuni dei metodi usati da Andrés Sepúlveda (in foto), hacker colombiano, per favorire un candidato in campagna elettorale. Ma partiamo dall’inizio. Nel 2005 il fratello maggiore di Andrés lavorava come pubblicista per la campagna elettorale di un partito alleato con l’allora presidente Alvaro Uribe. Un giorno aveva portato con sé il fratello, allora ventenne, che lì aveva violato la rete wi-fi degli uffici e poi il computer di Juan José Rendón, “stratega” della campagna, riuscendo a scaricare discorsi e tabelle di marcia. Rendón lo scoprì, ma al posto di denunciarlo decise di assumerlo per le future campagne elettorali. Da allora Sepulvéda ha lavorato in campagne elettorali presidenziali in Nicaragua, Panama, Honduras, El Salvador, Colombia, Messico, Costa Rica, Guatemala e Venezuela, sia appoggiando candidati, come nel caso di Enrique Peña Nieto, attuale presidente messicano, sia sabotandone alcuni, come Chávez e Maduro in Venezuela. Ha iniziato con piccoli sabotaggi, come entrare nei siti degli avversari, rubare gli elenchi di email dei sostenitori e bombardarle con contropropaganda e false informazioni, oppure defacciare i siti o mettere in circolo false informazioni a proposito degli avversari politici. Con il tempo, però, è passato a metodi più complessi. Alla fine della sua carriera impiegava una squadra che variava dalle 7 alle 15 persone, esperte di crimini informatici, server affittati all’estero anonimamente con bitcoin e attrezzature che venivano distrutte alla fine del “lavoro”. Sepulvéda, in quanto aveva visto le brutalità della guerriglia di sinistra in Colombia, aveva deciso di appoggiare la destra con ogni mezzo, anche non lecito. Andrés Sepúlveda: come usare l’hacking per le elezioni I suoi metodi includevano installare spyware sugli smartphone degli avversari per effettuare intercettazioni, entrare nelle email per ottenere informazioni strategiche, installare spyware sui computer usati nelle campagne elettorali per ottenere discorsi e tabelle di marcia nello stesso momento in cui l’avversario le creava, e reindirizzare i siti degli avversari politici su siti fasulli contenenti informazioni problematiche per loro (ad esempio evidenziando le radici uruguaiane di una candidata in Messico, poi ritiratasi a causa delle limitazioni imposte dalla legge messicana su candidati stranieri). Ma usava anche metodi più creativi, come un software da lui creato, Social Media Predator, per controllare oltre 30,000 bot su Twitter, per manipolare le discussioni, influenzare i temi di cui si discuteva prima delle elezioni e creare false ondate di consenso o dissenso. Oppure erodeva il consenso degli elettori degli avversari: ad esempio ha creato falsi profili di omosessuali che appoggiavano un candidato cattolico e conservatore, che ha per questo perso dei voti, oppure ha fatto fare delle telefonate in massa alle tre di notte per promuovere un candidato di sinistra la notte prima del voto. Ovviamente alcuni elettori hanno pensato che l’idea fosse del candidato e non hanno votato per lui, che ha perso per poco alle elezioni. Quando il “lavoro” era finito Andrés Sepúlveda cancellava tutte le tracce, distruggendo fisicamente i supporti e i dispositivi con i quali aveva […]

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Attualità

Astensionismo: protesta o disinteresse?

C’è chi considera l’ astensionismo la protesta tacita di una maggioranza che non si sente rappresentata, chi invece scaglia il proprio giudizio implacabile, ripercorrendo la parabola dantesca dei gironi dell’ignavia. C’è anche chi, più semplicemente, rivendica il proprio diritto al disinteresse e -perché no- ad un posto al sole in riva al mare, specie quando le urne sono aperte in un bel giorno di primavera, che più che primavera sembra invece proprio estate. E’ una questione spigolosa, che la polemica attuale non si preoccupa di smussare, anzi. Mentre la minoranza attiva dei votanti si sdegna e incalza i disertori, una consistente fetta di quell’èlite di intellettuali contesi tra stampa mercenaria e manierati salotti tv si appella al modello USA, dove il voto è talmente demodè che il suo non-esercizio non fa nemmeno più notizia. Piaccia o no, ma soprattutto a seguito dei dati emersi dalle ultime amministrative italiane, il problema astensionismo va affrontato, fosse anche solo per l’amor più onesto di cronaca o anche per gli sforzi (e i compensi agli endorser) dei partiti in gioco. La matematica non è mai stata un opinione e i numeri parlano chiaro Alle ore 19 di domenica scorsa, l’affluenza più bassa alle urne si registrava a Napoli con il 37,99% dei votanti, seguita a ruota da Roma con un parco 39,39%: un dato senz’altro significativo, considerata anche la decisione di non estendere il voto al giorno successivo. Difatti, alla chiusura dei seggi alle ore 23, i numeri non si sono poi discostati di tanto dai primi risultati, superando di poco la soglia del 50%: più nel dettaglio, l’affluenza registrata è stata a Milano del 54,66%, seguita da Trieste e Torino con il 53,45% e il 57,19% rispettivamente, mentre a Bologna la percentuale degli aventi diritto presentatisi effettivamente alle urne è stata del 59,72%. Sempre secondo i dati Ansa, alla chiusura dei seggi l’affluenza per Napoli e Roma è stata del 54,14% e del 57,19%, mentre solo Cagliari è arrivata a sfiorare la soglia del 60,19%. Se già con le precedenti omologhe era emerso un notevole calo dell’affluenza alle urne, c’è da dire che l’astensionismo non è né un caso isolato, né una peculiarità contingente del panorama socio-politico italiano. De facto, volendo ignorare lo specchio statunitense dell’astensione ormai diffusissima, è il suo riflesso perfettamente simmetrico sull’Europa a riaprire il dibattito sull’efficienza delle democrazie liberali. Se uno scrittore come il Premio Nobel Josè Saramago aveva già individuato, più che nell’astensione, nel votare “scheda bianca” il vero seme di una protesta destinata a germogliare (“Saggio sulla Lucidità”, ndr.), c’è chi destina questa stessa a sfiorire nel momento in cui gli “inattivi” preferiscono il giardinaggio domenicale all’espressione di una preferenza, quella del voto, forse più utile, che dimostrerebbe, quantomeno, la possibilità e la volontà di scalfire un’indolenza diffusa, mascherata da disillusione. Per non farsi mancare proprio nulla, ci sono persino quegli strenui sostenitori della filosofia dell’astensione che cadono, tuttavia, in un vizio di forma nel momento in cui ritirano in ballo l’obbligo al voto, imposto dal ventennio […]

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Attualità

L’arte del sacrificio e la Venere Impudica

L’inverno romano è meno freddo del solito in questi giorni di gennaio. Le temperature inusualmente miti per il periodo concederebbero volentieri alla Venere Capitolina il privilegio del nudo per un bagno all’aperto, se non fosse per il sole che colpisce dritto la durezza delle sue forme, scolpite nel marmo alla maniera dell’arte classica di Prassitele. Sarà perché la luce naturale è particolarmente intensa; o, forse, perché quella della ragione sa essere, talvolta, facile preda dell’oscurantismo di certe tendenze. Fatto sta che la Venus Pudica dei Musei Capitolini oggi si sente particolarmente impudica. Non bastano le braccia piegate, su copia dei modelli ellenistici, in modo che le mani vadano a coprire il pube e il seno. Il sacrificio dell’arte: l’Ufficio del Cerimoniale di Stato e per le onoreficenze ha deciso: serve coprire l’interezza del corpo per preservare l’integrità morale dei costumi. Il pretesto di una scelta simile è stato la visita a Roma del presidente dell’Iran, Hassan Rouhani, al cui passaggio in Campidoglio lo scorso lunedì ha fatto da cornice una lunga successione asettica di scatoloni bianchi, impersonali, sicuramente meno scabrosi del loro contenuto. O almeno questa è stata l’idea di chi, coerentemente a una limitata larghezza di vedute, ha preferito limitare l’universalità e la libertà espressiva dell’arte, optando per una vera e propria censura dell’identità culturale di un Paese che ancora manca di coesione e unitarietà utili alla propria -e necessaria- autoaffermazione. Se ne sono accorti i giornalisti della BBC, del Guardian, del Le Monde che hanno espresso la loro unanime condanna per un gesto definito “vergognoso”, sicuramente sintomatico di un modo ancora retrivo di fare politica. Perché, al di là della diatriba sul ruolo dell’arte come elemento collante dell’integrazione e della mediazione culturale, è la capacità dell’Italia di intrattenere rapporti diplomatici con gli altri stati, in questo contesto, ad essere messa fortemente in discussione. Poco importa il gioco del rimpiattino, fatto di recriminazioni tra il premier Renzi, il segretario della Lega Nord Salvini e il Ministro per i Beni Culturali Franceschini che ha preso le dovute distante, definendo “incomprensibile” la scelta di coprire le statue rappresentanti il nudo artistico. Il nodo centrale della questione sembra essere, piuttosto, il savoir-faire tutto italiano col quale si cerca di garantire il massimo agio all’ospite. Sempre che l’ospite sia in grado di garantire, a propria volta, il vantaggio di accordi economici mirati alla firma di tredici memorandum, per un totale di contratti da diciassette milioni di euro tra aziende italiane e iraniane. È in quest’ottica che il concetto di ospitalità diventa in qualche modo l’alibi di ferro di un crimine che potrebbe essere addirittura perfetto, se non fosse per l’ipocrisia di cui si macchia l’arma del delitto: quello di compiacere il potente di turno per raggirarlo e ottenerne profitti, a scapito della dignità di un Paese che ancora si proclama libero, seppure ormai in modo circoscritto alla carta costituzionale. L’arte sacrificata sull’altare di presunti intolleranza e rispetto Eppure, nel momento in cui la negazione dell’arte coincide geometricamente in ogni punto con la negazione della dignità identitaria di un […]

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