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Eroica Fenice

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Fun & Tech

Glossario tecnico su Android

Android è il sistema operativo installato sul 60% circa degli smartphone e spesso si sentono termini ad esso legati dei quali non si conosce il significato, come root, OTA, recovery, flash. Facciamo un po’ di chiarezza sui termini più oscuri con questo glossario. Attenzione: alcune procedure qui descritte possono danneggiare, anche irreversibilmente gli smartphone o invalidarne la garanzia. Nel caso decidiate di approfondire e metterle in pratica è a vostro esclusivo rischio e pericolo. Android: il glossario * ADB: strumento incluso in Android Studio, nello specifico serve ad inviare comandi allo smartphone. * Android: è un sistema operativo, del codice che gestisce l’hardware dello smartphone (ormai un vero pc in miniatura) e permette di eseguire dei programmi su di esso. * Android Studio: insieme di software per creare software per Android e fare debug, individuazione e risoluzione di difetti nei software in sviluppo. * Bootloader: software che gestisce l’avvio del telefono. Permette avvio normale, in Fastboot Mode, in Recovery Mode. * Brick: condizione di telefono che è incorso in problemi, solitamente software, tali da renderlo inutilizzabile in modo potenzialmente definitivo. * Driver: software necessario per la corretta comunicazione tra pc e smartphone. * Fastboot Mode: modalità nella quale si possono inviare dei comandi da un pc ad un telefono ad esso collegato via cavo. Richiede l’installazione di Android Studio. * Factory Mode: modalità nella quale si possono effettuare test sull’hardware, ottenere informazioni o cancellare la memoria del telefono. È utilizzata nelle fabbriche a scopo di test, di solito è solo in cinese, è vivamente sconsigliato mettervi mano. * Firmware: insieme di tutto il software installato sullo smartphone: sistema operativo, recovery e parte dedicata alla gestione dell’hardware. * Flash: installazione di una Rom su di un telefono tramite ADB e Fastboot Mode. * Modding: creazione ed uso di software modificato. Ad esempio: installazione di versioni modificate di Android, acquisizione dei privilegi di root. * OTA: Over The Air, aggiornamento del firmware del telefono, distribuito dal produttore. Permette di aggiornare il sistema senza cancellare i dati o usare la Recovery Mode. Prima di effettuarne è comunque d’obbligo un backup. * OTG: On The Go, dispositivi e software che permettono di collegare allo smartphone periferiche quali tastiere e chiavi usb. * Recovery Mode: modalità dello smartphone da utilizzare in caso di problemi. Permette di fare e caricare backup, riportare il telefono alle impostazioni di fabbrica, effettuare aggiornamenti. * ROM: termine usato impropriamente che indica i file per installare una certa versione di Android sul telefono. Può essere una versione modificata con i privilegi di root già attivati, interfaccia riprogettata o altre differenze dalle versioni di Android ufficiali. Si vedano alcuni esempi qui. Normalmente in informatica indica una Read Only Memory, memoria di sola lettura. * Root: utente che ha il controllo totale del sistema operativo e può eseguire ogni tipo di operazione. Su Android di norma non è presente un utente root per motivi di sicurezza poiché un utente root e le app da esso eseguite possono impartire ogni comando, anche dannoso, allo […]

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Cucina & Salute

Cheesecake ed estate: il binomio perfetto

Il cheesecake, il “dolce al formaggio”, è un dessert conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, degustato in una miriade di varianti sia nella forma cotta che fredda. Nella sua versione più nota, ovvero la “New York cheesecake”, è composto da una base di pasta biscotto sulla quale è adagiato uno spesso strato di crema al formaggio fresco, lavorato con le uova, lo zucchero e la panna. Tuttavia tale ascendenza statunitense, avendo diffuso la convinzione che si tratti di una preparazione originaria della Grande Mela, ha velato in realtà un’origine ben più antica. Le origini del cheesecake Benché nella ricetta attuale il cheesecake sia un dolce relativamente recente, pare che la prima torta a base di formaggio di pecora e miele di cui abbiamo memoria fosse servita già nel 776 a.C. agli atleti Greci durante i primi giochi olimpici come corroborante, essendo considerata un alimento altamente energetico – secondo quanto ci tramanda Callimaco, che narra di una tale, Egimio, dilettatosi nella stesura di un testo integralmente dedicato alla preparazione di torte al formaggio. Dai Greci il cheesecake dovette passare ai conquistatori Romani: Catone Il Censore infatti nel suo De agri cultura riporta la ricetta del libum, un dolce a base di formaggio che potrebbe considerarsi un antenato del cheesecake: «Farai così il libum. Sciogli bene in un mortaio due libbre di formaggio. Quando lo avrai reso del tutto liscio, impasta bene col formaggio una libbra di farina o, se lo vuoi più leggero, mezza libbra. Aggiungi un uovo e di nuovo impasta tutto attentamente. Forma la pagnotta, ponila sopra un letto di foglie e falla cuocere lentamente in un forno caldo». Dai Romani il dolce seguì le legioni, espandendosi per le province dell’Impero. È presumibile che il suo trasferimento oltreoceano sia stato agevolato dalla traversata degli immigrati verso il Nuovo Continente; qui, sul finire dell’Ottocento, l’imprenditore americano James Lewis Kraft nel tentativo di ricreare un formaggio francese, il Neufchatel, particolarmente adatto alla preparazione del cheesecake, ideò un formaggio fresco pastorizzato che chiamò Philadelphia. Solo nel XVIII secolo il cheesecake iniziò a poco a poco ad assestarsi nella forma contemporanea diffusa in tutto il mondo, adottato come torta simbolo dei parlanti in Esperanto, “lingua dell’umanità”, nata allo scopo di far dialogare i diversi popoli, creando tra di essi comprensione e pace. Tuttavia, se è vero che al tempo di Greci e Romani il cheesecake era già gustato, come è possibile che non sia rimasta traccia nei territori in cui essi vivevano? In effetti basta riflettere su alcuni dei dolci tipici e più amati della cucina del nostro Paese per accorgerci che il dolce al formaggio fa ampiamente parte anche della nostra tradizione: infatti, che cos’è la deliziosa pastiera napoletana se non un’ottima torta a base di ricotta? E che dire della cassata siciliana, la torta alla robiola, la torta laurina tipica del Lazio e lo sfogghiu, tipico del palermitano? Insomma a ciascuno il suo cheesecake: ve ne proponiamo dunque una duplice versione, dolce e salata, nonché sana e leggera, ideale per deliziare queste torride giornate agostane.  Versione dolce: cheesecake al […]

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Recensioni

L’inquietante vita della mente: Bruges la morta e il genio di Rodenbach

Il 1892 è stato un anno a dir poco propizio per il mondo culturale di fine secolo. Un mondo in continuo rinnovo, un mondo in cui le varie forme artistiche rompono definitivamente le barriere dei cosiddetti compartimenti stagni in cui erano precedentemente rinchiuse. Un’arte antica quale quella della scrittura è finalmente in contatto con una nuovissima forma d’arte (o non-arte, volendo considerare l’aperta diatriba che imperversava proprio in quel periodo): la fotografia. Questo coniugium da molti definito imperfetto vede come celebrante Georges Rodenbach, scrittore belga. La sede di tali nozze è il romanzo che lo ha reso famoso: Bruges la morta. Malinconico, grigio in volto, ormai privo di qualsiasi interesse se non quello della cura del reliquiario conservato nella sua grande villa. Troppo grande per lui, troppo, da quando ha perso la sua Ofelia. Protagonista del romanzo, Hugues Viane, vedovo. Con la moglie aveva visitato Bruges, cittadina fiamminga, nella quale un tempo non avrebbe mai considerato possibile rispecchiarsi. Una città ricca di rivoli d’acqua, una città riflessa. Ma dove lui non aveva trovato se stesso quando ancora poteva accarezzare la chioma folta della moglie, una chioma viva. Adesso che è solo, però, quella chioma è tornata a Bruges, conservata in una teca, come un tesoro, lunga e ben curata, nessuna avversità deve distruggerla. La teca è adesso nel reliquiario, quello che Hugues ha creato per sua moglie, nella grande villa di Bruges. Quella stessa Bruges che è diventata a suoi occhi incredibilmente simile a lui. Hugues passeggia per le sue strade, girovaga senza meta, per quei luoghi che il lettore può vedere a fronte, girando le pagine. Luoghi in bianco e nero, perché in bianco e nero è adesso la sua vita. Fino a quando, la sua amata Ofelia, defunta, sembra camminare di fronte a lui. «Un lampo, poi la notte!» direbbe Charles Baudelaire. Quella alta visione non può essere sua moglie. Ma Hugues la segue, scoprendo a mano a mano la sua identità. E all’Ofelia, morta, morta come Bruges, si affianca Jane, viva. È difficile inserire il romanzo di Rodenbach in un genere preciso, si svincola in tutti i modi che può dalle etichette, fino a rendere necessario crearne una nuova: il fotoromanzo. Lo scorrere delle parole è affiancato da quello dell’acqua nei canali di Bruges, che sono resi visibili da fotografie dell’epoca. La fotografia ha molteplici funzioni in quest’opera densissima. A suo modo, è indipendente dal testo, è addirittura in grado di ampliarne il senso, quando ad esempio non riporta fedelmente ciò che è descritto dalle parole di fianco. Da un lato, dunque, la fotografia ci parla con la sua propria voce. Dall’altro, invece, rispecchia ciò che Rodenbach scrive, rendendo ancora più partecipe il lettore di ciò che sta avvenendo a Hugues, effettivo protagonista della storia. Le fotografie, però, fanno in modo che al protagonista umano si affianchi l’anima della città. Bruges diventa personaggio principale della narrazione Nel suo ventre tutto accade, la vita scorre come l’acqua nei suoi canali. La vita scorre, o si ferma. Hugues ha […]

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Attualità

Attualità

Roman Horoberts e i corpi del reato: il suicidio nelle carceri

Il corpo di Roman Horoberts è stato ritrovato da un secondino lo scorso 17 luglio nel carcere di Ferrara: suicidio. Roman aveva trent’anni, si trovava in prigione da meno di 24 ore e si era impiccato alle sbarre della cella con i suoi stessi jeans. Durante la mattinata di domenica 16 luglio, in preda ad uno scatto d’ira, aveva preso a pugni una macchina distributrice di caffè in una palestra del ferrarese. Tanto è bastato per allertare le forze dell’ordine che, giunte sul luogo, hanno arrestato il giovane per i reati di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale e minacce aggravate. Il caso Horoberts: la rabbia, l’arresto, il suicidio. Come hanno sostenuto esperti dell’ambito giuridico, secondo la legge italiana per uno scatto d’ira non sussistono gli estremi per un TSO (trattamento sanitario obbligatorio). L’intervento delle forze dell’ordine sarebbe stato lecito ad una condizione: che, come la legge italiana prevede in tal caso, si sarebbe perlomeno dovuta assicurare al detenuto l’assistenza psicologica necessaria. Il caso di Roman Horoberts è singolare, ma non è un caso isolato. L’anatomia di uno scatto d’ira esula dalla definizione molto più estesa di pazzia. La presunta imprevedibilità del pazzo lo ha fatto per secoli percepire come pericoloso per sé e per gli altri (definizione ancora presente nella legislazione di quasi tutti i paesi, fuorchè l’italia, per giustificare trattamenti coatti a suo carico) e dunque destinatario di provvedimenti allo stesso tempo di cura e custodia.  A patto però che sia dimostrato clinicamente il disturbo psicologico che affligge il soggetto in questione: cosa che nel caso di Horoberts non è accaduta. La stessa rabbia di Horoberts è stata commissariata. Sui pochi giornali locali che hanno parlato della sua morte è stato costantemente apostrofato come “lo straniero”, poiché Roman aveva origini ucraine: che l’ossessione securitaria notamente e abilmente coltivata in tutte le democrazie occidentali, abbia giocato il suo ruolo?  Che ancora un volta la paura sia servita a mascherare le crescenti insicurezze reali dovute alla perdita di coesione sociale, alle inesistenti prospettive di futuro per intere generazioni, alla erosione di reddito, lavoro, diritti? Sappiamo per certo che nell’attesa di conoscere una pena che si è tradotta in suicidio, il suo stesso corpo è diventato corpo del reato. Morti, ammazzati di carcere. Il suicidio nelle carceri italiane. Il 18 luglio, il giorno seguente il suicidio di Roman a Ferrara, nella Casa Circondariale di Avellino anche Luigi Della Valle, 43 anni, ristretto per il reato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, si è impiccato nella propria cella. I suicidi in carcere non fanno notizia. Forse perchè, sebbene siano 20 volte più frequenti rispetto al complesso della società italiana, sono normalizzati e giustificati dalla “inevitabile sofferenza” della detenzione. Anche tra il Personale di Polizia Penitenziaria la frequenza dei suicidi è 3 volte superiore alla norma: negli ultimi 10 anni quasi 100 poliziotti si sono uccisi. Eppure, ogni anno gli agenti ed i compagni di cella salvano oltre 1.000 persone da morte certa, quasi sempre per impiccagione. Senza questi interventi provvidenziali, le […]

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Attualità

Estinzione globale: sull’orlo della sesta

Le prime stime della “Sesta estinzione globale”, come è stata definita dal recente contributo “Proceedings of the National Academy of Sciences” firmato da Gerardo Ceballos della Universidad Nacional Autonoma de Mexico, da Paul Ehrlich e Rodolfo Dirzo della Stanford University, pubblicato sulla rivista scientifica Science Advances, registrano uno spopolamento spropositato di molte specie animali, in alcuni casi del tutto scomparse da alcune aree geografiche. Dopo le “Big Five”  registratesi nel lontano passato geologico, ovvero le grandi ecatombi causate da super eruzioni vulcaniche, oscillazioni climatiche, cambiamenti nella composizione dell’atmosfera e impatti di asteroidi sulla terra, la biosfera sta ora attraversando, ad un ritmo allarmante, un’ennesima catastrofe su scala globale, considerando i ritmi vertiginosi dell’estinzione delle specie indotti dalle attività umane negli ultimi secoli. La vera differenza è che stavolta è tutta colpa nostra: tra le cause principali vi sono, infatti, la perdita di habitat, la scarsità di prede e il conflitto diretto con gli esseri umani. L’agghiacciante termine tecnico coniato da Rodolfo Dirzo per descrivere il fenomeno del depauperamento progressivo di vertebrati è «defaunizzazione dell’Antropocene»: stiamo defaunando il pianeta. Adeguando al gergo scientifico la definizione informale, proposto da Paul Crutzen nel 2002, di “Antropocene”, l’epoca geologica attuale è stata correlata ad una specie esclusiva, l’Homo sapiens, in grado in un pugno di secoli di alterare la composizione gassosa dell’atmosfera e trasformare la superficie del pianeta, producendo un vero e proprio «annichilimento biologico». Estinzione dei vertebrati e perdita della biodiversità Per capire meglio a che punto siamo nel nostro processo di autodistruzione, i ricercatori hanno analizzato la distribuzione geografica di 27.600 specie di vertebrati e, utilizzando la riduzione dei luoghi in cui essi si distribuiscono, hanno concluso che più del 30% dei vertebrati è in declino, sia in termini di dimensioni che di distribuzione geografica; inoltre, tutti hanno perso almeno il 30% delle proprie aree di residenza e oltre il 40% ne ha abbandonato più dell’80%. A soffrirne di più sono le zone tropicali del globo, dove la fauna ha lasciato ampi spazi liberi; oltre agli ecosistemi rimasti isolati a lungo, molto vulnerabili sono anche le specie con un areale di diffusione ristretto, che vivono in un solo luogo al mondo; tra le specie maggiormente coinvolte vi sono il ghepardo, l’elefante e il leone africano, il rinoceronte nero e l’orangotango, sia del Borneo che del Sumatra. Si tratta, secondo gli autori, di una «massiccia erosione della più grande biodiversità mai esistita sulla Terra». La variabilità genetica delle popolazioni e delle specie è il motore dell’evoluzione, un’assicurazione gratuita contro le malattie e gli attacchi da agenti patogeni: nell’Antropocene si sta perdendo la diversità genetica. La perdita di biodiversità si proietta inscindibilmente sugli ecosistemi, che stanno diventando sempre meno efficienti nell’assicurare servizi, come la depurazione delle acque, il ciclo dei nutrienti, la manutenzione del terreno, l’impollinazione dei fiori da parte delle api e il controllo delle specie infestanti. «L’enorme declino di popolazioni e di specie riflette la nostra mancanza di empatia verso tutti gli animali selvatici, che sono stati nostri compagni fin dalle origini dell’umanità», ha concluso Ceballos. […]

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Attualità

Vindolanda: nuove scoperte nel forte romano in Britannia

È di poche settimane fa la scoperta di ulteriori venticinque tavolette in legno provenienti dal forte romano di Vindolanda, in Northumbria, nel Nord dell’Inghilterra. Le nuove scoperte vanno ad aggiungersi ai già noti ritrovamenti avvenuti a partire dal 1973, i più copiosi dei quali si datano al 1992 grazie all’attività di Robin Birley, archeologo e direttore degli scavi; il figlio Andrew, seguendo le orme del padre, ha sempre sperato che ancora vi si celasse qualche reperto maggiormente sorprendente e, sotto la sua direzione, il suo team ha recuperato le nuove tavolette, pronte per essere decifrate grazie alle moderne tecnologie: un ritrovamento «che aspettavo da una vita» dichiara Birley, dopo aver brindato con i suoi collaboratori. Proprio come i precedenti, i documenti in legno contengono singolari quadretti della vita militare del I secolo d.C. Un po’ di archeostoria del forte di Vindolanda Le tavolette di Vindolanda, i più antichi documenti scritti a mano tra quelli rinvenuti al di là della Manica, sono senza dubbio tra i reperti di maggiore fascino conservati nella sezione del British Museum di Londra dedicata alla dominazione romana in Gran Bretagna. Vindolanda fu un forte Romano in Britannia, costruito in legno prima del 90 d.C., a sud della linea del Vallo di Adriano, che segnava il confine tra la provincia romana della Britannia e la tremebonda Caledonia, corrispondente all’odierna Scozia. Nel periodo intercorso tra la ritirata delle truppe romane dalla Scozia e la costruzione del Vallo, Vindolanda fu un sito strategico della frontiera romana proprio per la posizione tra i due punti chiave di Solway e Tyne, oggi Stanegate. Le scoperte archeologiche sono straordinarie, perché ci restituiscono uno spaccato di vita militare assolutamente unico e decisamente privato, costituito dalla corrispondenza dei soldati al fronte con i propri cari, su sottili tavolette in legno, appositamente preparate per lo scopo scrittorio. Al momento, solo l’8% del sito è stato indagato, ma sono già venuti alla luce oltre mille testi relativi al periodo di occupazione del forte tra il 90 e il 120 d.C. Le preziose tavolette, circa un centinaio, sono sottilissimi frammenti, derivati dal legno di betulla, ontano e quercia, che ci offrono una chiara visione di quella che era la vita delle legioni romane nelle province a nord dell’Impero e del grado di istruzione dei soldati di stanza in tale presidio. I testi ritrovati variano dalla corrispondenza pubblica e privata dell’esercito, ai rapporti giornalieri degli ufficiali al prefetto; vi è perfino un pridianum, ovvero un rapporto ufficiale della cohors I Tungrorum, contenente elenchi di provviste varie consegnate ai diversi membri della guarnigione. Questo corpus di documenti, ad oggi il più antico archivio di lettere della Gran Bretagna, ci illumina, pertanto, sulla vita nel limes dell’Impero e sulla tipologia di linguaggio dell’esercito romano sul finire del I secolo d.C.: un esempio eloquente in tal senso è rappresentato dalla tavoletta N. 291, contenente un invito alla sua festa di compleanno da parte di Claudia Severa, moglie di uno dei comandanti, destinato all’amica Sulpicia Lepidina; le tavolette, inoltre, sono scritte prevalentemente in corsivo, e rivelano […]

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Attualità

Matematica: nessuno vuol più insegnarla

La matematica è da sempre la bestia nera degli studenti italiani: ma a quanto pare essa continua a spaventare questi studenti quando, una volta adulti, compiono le loro scelte e s’immettono nel mondo del lavoro. Essa sembra non attirare più neppure i professori, o almeno non abbastanza professori da coprire le quattromila cattedre vuote in tutta Italia. Nessuno sogna più di diventare insegnante di matematica. Il problema si avverte principalmente alle scuole medie, dove le cattedre restano vuote in tantissime regioni italiane, soprattutto al Nord, e neppure i vincitori del Concorso Scuola 2016 riusciranno a colmare questa assenza: si calcola che saranno pronti a ricoprire il ruolo un numero di docenti di matematica che copre appena la metà delle cattedre vuote. Cattedre di matematica vuote: le cause Sono molteplici le cause che hanno portato a questo allarmante abbandono di massa della docenza da parte dei laureati in matematica e discipline scientifiche affini, devastante crollo numerico del quale risentiranno, ancora una volta, gli studenti italiani, costretti alla preparazione discontinua di supplenti, che per altro non sarà neppure così facile trovare: i bocciati al concorso superano, in gran parte delle regioni italiane, i promossi. In Lombardia per matematica e scienze alle medie i promossi sono stati 372 per 915 posti, in Piemonte sono stati 234 su 552 posti, in Toscana e in Sardegna 39 su rispettivamente 197 e 99 posti. Il problema agita presidi e sindacati. Si esprime a riguardo il Ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli: “La mancanza di alcune professionalità nella scuola è anche il frutto dello svilimento, negli anni, del valore della docenza dovuto alla scarsa attenzione che c’è stata nei confronti del sistema di istruzione, sia in termini di investimenti, che di capacità di visione.” Di certo oggi la scuola non è più il porto sicuro che è stata in passato e sono sempre meno i giovani col sogno dell’insegnamento e della cattedra, che oggi sembra lontana e irraggiungibile come non mai. Agli aspiranti docenti vien ricordato, fin dagli anni universitari, che quello dell’istruzione è ormai un mondo saturo, incapace di assorbire le nuove leve. Vengono mostrate agli aspiranti docenti le privazioni, i sacrifici cui ci si espone se si intraprende una strada che oggi è definita rischiosa e spesso diretta al precariato. Ma, se per le facoltà umanistiche resta ancora una larga fetta di studenti interessata all’insegnamento, non si può dire lo stesso per quelle scientifiche, in cui gli studenti desiderano lavorare nella ricerca o nell’impresa, allettati anche da guadagni e condizioni lavorative probabilmente più gratificanti di quelle che otterrebbero come insegnanti. Il mercato del lavoro, e soprattutto quello della ricerca, sottrae i matematici alla docenza e, se non si può costringere nessuno ad intraprendere una carriera che non desidera, bisogna comunque notare le allarmanti conseguenze di questo fenomeno. Giorgio Bolondi, ordinario di Matematica alla Libera Università di Bolzano, osserva le responsabilità che l’istituzione universitaria ha in questo fenomeno: “L’università deve farsi carico del problema: non laureiamo abbastanza matematici, i nostri corsi di laurea vedono ancora l’insegnante come un sottoprodotto […]

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Cinema & Serie tv

Cinema & Serie tv

La torre nera: King dai romanzi al film

La torre sorge tra la luce e l’oscurità… la torre cadrà!  L’opera, dal titolo originale “The Dark Tower”, ispirata da una serie di romanzi di Stephen King e definita dalla critica il “magnum opus” dell’intramontabile e geniale scrittore, viene pensata come un sequel per il grande schermo, quindi non come un adattamento fedele ma, piuttosto, come una sceneggiatura cinematografica originale, un ibrido fra generi commisti; fantascienza, horror e western. Già dal 2007, quando la serie di otto romanzi brevi ispirati ai poemi di “Childe Roland” era ancora in fase di pubblicazione (1982 – 2012), si pensò alla realizzazione di un progetto cinematografico, e J.J. Abrams con Damon LIndelof (co-ideatori della serie TV “Lost”) furono tra i primi ad interessarsi alla serie di libri nati dalla fervida mente del geniale King, acquistandone i diritti per un banale prezzo simbolico pari a 19,19 $. Nel 2010, dopo l’adattamento della Marvel (per una serie a fumetti), la Universal comprò i diritti del progetto affidandone la sceneggiatura ad Akiva Goldsman (premio Oscar per “Beautiful Mind”) e la regia a Ron Howard e Brian Grazer. Purtroppo, però, il progetto rimase in stand by per alcuni anni a causa di ulteriori rinunce, e venne rilanciato solo nel 2015 dalla “Sony Pictures” e affidato alla coppia Nikolaj Arcel per la sceneggiatura e Ander Thomas Jensen per la regia, sostenuta sempre dai produttori Goldsman, Howard e Grazer. Per generazione i pistoleri sono stati i cavalieri che proteggevano la torre!  Il film post apocalittico “La torre nera” racconta in modo epico di viaggi tra mondi paralleli interconnessi e di una torre pronta ad implodere. In questo contesto un pistolero Roland Deschain (interpretato da Idris Elba), facente parte dell’ordine dei cavalieri e coadiuvato da alcuni personaggi chiamati “Ka-tet”, cerca di raggiungere la sfuggente torre per proteggerla dall’imminente crollo, ma il suo eterno nemico, lo stregone Walter Padick (ovvero Matthew McConaughey), l’uomo nero contro il quale combatte un eterno duello, lo ostacola nella sua impresa, poiché il suo principale obiettivo è di far crollare la torre generando il caos assoluto e la fine dei tempi. Nel corso degli eventi si inserisce Jake (Tom Taylor), un ragazzo di New York che vive la sua esistenza nel mondo contemporaneo dove, durante una serie di sedute presso uno scettico psichiatra, descrive alcune visioni distruttive di un universo chiamato Medio-Mondo e dominato da una torre nera. Jake narra e illustra, attraverso dei disegni a carboncino, alcuni dettagli strabilianti, dimostrando che non si tratti solo di semplici visioni adolescenziali, ma di frammenti di episodi violenti avvenuti in un altro universo. Successivamente il varco spazio/temporale si apre risucchiando il ragazzo nell’universo da lui descritto dove conosce e stabilisce un’ alleanza con il pistolero. Jake e Roland percorrono insieme un cammino tortuoso, (armonizzato da strane creature), in direzione della torre nera situata nel Fine-Mondo e circondata da un mare di rose. La torre nera altro non è che una porta verso altri mondi, nel suo interno un meccanismo regola lo spazio e il tempo di tutti gli universi interconnessi […]

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Mary Poppins returns, e non è un remake

Proprio così. Anche se dovremo purtroppo aspettare fino a Natale del 2018, Mary Poppins ritorna, uno dei musical barra commedia barra fantasy più apprezzato longevo tra quelli disneyani, e se ti viene subito da canticchiare “Supercalifragilistichespiralidoso” e ricordi perfettamente la medesima musichetta da sottofondo, sei un vero fan addicted. O quantomeno sai benissimo che grazie a questi grandi classici della Disney la tua infanzia è stata un po’ più magica, quando un film per ragazzi e bambini una volta era più simile ad una favola o ad un sogno realizzabile che a quelle distopiche realtà a cui la nuovissima generazione oggi è legata. Fan-allert: Mary Poppins returns non è un remake È partita la consueta campagna pubblicitaria di uno dei film prossimamente più attesi. Dalle prime indiscrezioni trapelate sul ritorno di Mary Poppins, emerse durante la D23 Expo – un evento annuale in cui la Disney rilascia tutte le novità del prossimo futuro – il regista Rob Marshall e l’attrice Emily Blunt, il nuovo volto di Mary Poppins, hanno rivelato che la storia non sarà un remake della inimitabile pellicola del 1964, bensì un sequel, che riprenderà la trama ben 25 anni dal primo capitolo (infatti la storia della bambinaia più famosa del mondo è tratta da una serie di romanzi per ragazzi della scrittrice australiana Pamela Lyndon Travers). Ci troviamo sempre a Londra, sempre in Viale dei Ciliegi numero 17 e sempre a casa Banks, ma questa volta anni dopo, durante la Grande Depressione. Jane (che sarà interpretata da Emily Mortimer) e Michael (Ben Wishaw), ormai adulti, stanno attraversando un periodo di lutto: per questo c’è ancora una volta bisogno della gioia e spontaneità della loro vecchia bambinaia, che ancora una volta busserà alla loro porta, forse dopo essere arrivata dal cielo con il suo magico ombrello e la sua borsa incantata? Essendo una storia impossibile da immaginare senza la spensieratezza dei bambini e allo stesso tempo dovendo avere un filo conduttore con quella precedente, ad aggiungersi ai personaggi sono i tre figli di Michael: Annabel, Georgie e John. Mary Poppins returns, il cast A cercare di eguagliare la brillante e probabilmente unica interpretazione di Julie Andrews, la quale dicono figurerà con un piccolo cameo (interessante notare come fu proprio Mary Poppins ad aprirle le porte del cinema e a assegnarle di conseguenza diversi ruoli simili della sua carriera, basti pensare alla regina di Genovia nel film Pretty Princess e seguito, con Anne Hathaway – diversamente da quelle interpretazioni quali in Victor/Victoria), sarà quindi Emily Blunt, ricordata dai più per avere recitato ne Il diavolo veste Prada. Proprio in questa nuova pellicola ritroverà Meryl Streep, che interpreterà il ruolo di Topsy, cugina della bambinaia. Nel cast anche Colin Firth, un cattivo banchiere che infierirà sulla situazione economica dei Banks, Angela Lansbury che per l’occasione svestirà i panni della Signora in giallo, e tra le vecchie reclute ci sarà Dick Van Dyke nel ruolo di Mr Dawes Jr. Come ben si ricorda, Van Dyke in Mary Poppins del ’64 interpretò […]

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Cinema & Serie tv

Una telenovela vestita da serie tv: Jane the virgin

Basata sulla telenovela venezuelana Juana la virgen, Jane the virgin, serie televisiva statunitense trasmessa su The CW (in Italia, invece, è la Rai ad aver mandato in onda la prima stagione), non tradisce le sue origine. Jane the virgin è una storia che non teme il confronto con l’assurdo Poco più di vent’anni e il sogno di scrivere un romanzo di successo, Jane Gloriana Villanueva (Gina Rodriguez) è la protagonista di una travolgente storia a metà tra l’assurdo e il comico, la terza strada tra la telenovela e la serie comedy. Figlia di Xiomara “Xo” Villanueva (Andrea Navedo), rimasta incinta ad appena sedici anni, ha in comune con la madre il colore scuro di capelli e, si direbbe, nulla più: l’una (la figlia) matura, giudiziosa, asso dell’ordine e delle decisioni ponderate, l’altra (sì, la madre) impulsiva, spirito libero e passionale. Mediatrice e collante di questa famiglia tutta al femminile, nonna Alba (Ivonne Coll), bigotta e altamente devota, che ammonisce Jane sin da bambina e le raccomanda di preservare la sua verginità fino al matrimonio, secondo quanto la religione prescrive: un consiglio tanto autoritario da portare Jane ad arrivare ai vent’anni ancora candida e pura. Svelato il senso del titolo? Non ancora. Ci sono altre figure importanti nella vita (tutt’altro che monotona) di Jane: l’amato e amabile fidanzato detective, Michael Cordero, e l’attore protagonista della telenovela preferita dalle donne Villanueva, Rogelio de la Vega, che si scoprirà essere più vicino a Jane di quanto la ragazza e gli spettatori potessero immaginare. Il fulmine a ciel sereno che sconvolgerà la vita tranquilla di Jane arriverà, però, con l’entrata in scena di Rafael Solano, bello e ricco gestore dell’hotel in cui la ragazza lavora come cameriera. Durante un visita di controllo, la ginecologa Luisa, sorella di Rafael, insemina per sbaglio Jane con l’ultima provetta superstite dello sperma del fratello, conservato dopo che gli venne diagnosticato un cancro e destinato alla fidanzata dell’imprenditore, Petra. Dopo aver scoperto l’irreversibile errore della distratta dottoressa, Jane decide di portare avanti la gravidanza: insomma, una vergine incinta. Il paradosso diventa la storia raccontata da un onnisciente narratore (forse Dio? Forse il futuro?) e ogni puntata è un capitolo fatto di un susseguirsi di improbabili coincidenze. Con non poche difficoltà derivanti dall’antico flirt avuto con Rafael e la sempre più instabile relazione con Michael, la vicenda di Jane si snoda e riannoda in ombre dal passato e progetti per il futuro: in Jane the virgin è impossibile aspettarsi o prevedere qualunque cosa. Jane the virgin è una carta vincente perché non teme il confronto con l’assurdo, non vuole ostinatamente allontanarsi dal genere della telenovela, non rinnega anzi gioca sulle stravaganze e le mille improbabili versioni di un racconto che non è fantasia, ma il disegno di un destino che esagera e che, mettendoci alla prova, ci fa divertire. E non smetterà di farlo con questa paradossale telenovela vestita da serie tv che, appena conclusa la sua terza stagione, è stata rinnovata per una quarta.  

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Cinema & Serie tv

Game of Thrones 7: Winter is here su Sky Atlantic

Forgiate l’acciaio di Valyria, perché «l’inverno è arrivato» in piena estate e con i quasi 40° segnati negli ultimi giorni dalla colonnina di mercurio. La settima (e penultima) stagione di Game of Thrones debutta, infatti, su Sky Atlantic, in contemporanea con gli Stati Uniti, nella notte fra domenica 16 e lunedì 17 luglio. Tra battaglie epiche, morti, fiumi di sangue, amori ed inganni, Jon Snow, Cersei e Daenerys punteranno a un solo obiettivo: la conquista dei Sette Regni. Dopo una lunga attesa, riprende finalmente la serie televisiva ispirata alla saga fantasy Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (titolo originale: A Song of Ice and Fire), conosciuta in Italia come Il Trono di Spade. La settima serie – che dovrebbe essere anche la penultima – conterà soltanto sette episodi invece di dieci, anche se quasi tutti un po’ più lunghi del solito, e l’emittente HBO ha deciso di posporre l’inizio della stagione, che di solito comincia in tarda primavera, sia per motivi narrativi (l’inverno è arrivato, e quindi in Irlanda bisogna girare più tardi se si vuole la vera neve!) sia per ragioni di budget: le nuove stagioni, infatti, saranno le più spettacolari in assoluto in termini di effetti speciali. L’ottava stagione, salvo ripensamenti, sarà quella conclusiva. Ma la HBO parla di potenziali spin-off e film basati sui personaggi – quei pochi sopravvissuti nel corso delle stagioni! Nella nuova serie di Game of Thrones, Daenerys Targaryen (Emilia Clarke) è finalmente partita per il Continente Occidentale con il suo esercito, i suoi draghi e Tyrion Lannister (Peter Dinklage). Jon Snow (Kit Harington) è diventato il Re del Nord, Cersei Lannister (Lena Headey) ha preso possesso del trono di ferro, e mentre vecchie alleanze si spezzano e nuove emergono, un esercito di Estranei è in marcia. Game of Thrones, la storia di un fenomeno di massa Tranquilli. Potete proseguire nella lettura, non vi è pericolo spoiler! L’adattamento televisivo ha portato alla ribalta Game of Thrones, che fino a poco tempo prima era noto a un ristretto pubblico di lettori appassionati, rendendolo una citatissima icona della cultura popolare. Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco nasce nel 1996 da un’idea dello scrittore americano George R. R. Martin. Il primo volume, intitolato semplicemente A Game of Thrones (in Italia, appunto, Il Trono di Spade) fu accolto con grande entusiasmo da critica e pubblico. I lettori apprezzarono particolarmente il realismo viscerale della narrazione, il complicato intreccio narrativo e gli scioccanti colpi di scena che divennero ben presto il marchio di fabbrica dell’epopea. Nel corso di questi vent’anni, Martin ha firmato cinque volumi dei sette che aveva previsto: in Italia sono stati editi in vari formati (le prime edizioni, per esempio, hanno diviso in più libri i singoli volumi originali) ma anche noi, come i lettori di tutto il mondo, stiamo aspettando la pubblicazione del sesto volume, mentre Martin non ha ancora neppure cominciato a scrivere il settimo. La sua esasperante lentezza è stata ampiamente discussa e criticata persino dai suoi fan più accaniti che cominciano a temere di non riuscire […]

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Cucina & Salute

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La storia di Coco, un’eroica trovatella

Era una sera di primavera quando, ritornando da un’uscita con gli amici, Mattia trovò sotto casa una cagnolina. Le si avvicinò per controllare se avesse il collare: forse si era persa? Nulla. Non ce l’aveva. Sembrava piuttosto magra ed era tutta sporca, così Mattia, vedendo che la piccola lo seguiva, decise di portarla su con sé per darle da mangiare e da bere. Mai gesto più fu bello. Davanti a certe situazioni, si è sempre indecisi sul da farsi e spesso si deve tener conto di altre persone, che possono pensarla diversamente da te. Mattia infatti, agendo d’impulso e, soprattutto, con il cuore, non considerò cosa poteva succedere nel suo nucleo familiare: la madre aveva terrore dei cani e il padre non voleva animali in casa. Aiutare un animale indifeso in quel momento era la priorità e, tanta della compassione, senza riflettere troppo sulle conseguenze, entrò in casa con lei, in tarda nottata, con grande sgomento dei genitori. Mattia pensava che Coco non sarebbe rimasta nemmeno per la notte successiva, invece così non è stato. Da piccolo, un’esperienza negativa con un cane gli aveva sempre impedito di instaurare rapporti con altri e, in generale, non era mai stato un amante degli animali fino a quando non conobbe il cane della fidanzata; la quotidianità e l’interazione necessaria perché dovuta alla convivenza con l’animale stesso, gli aveva finalmente fatto scoprire un nuovo mondo: quello bellissimo, dove si intrecciano rapporti con gli animali e la bellezza del prendersi cura di un cane o di qualsiasi altro animale domestico e non. Ma mai avrebbe pensato che un giorno avrebbe voluto un cane. Tornando al ritrovamento della cagnolina, il giorno seguente, la prima cosa che fece fu controllare se avesse il microchip: nulla. Nessuna identità e apparentemente nessun padrone. Chiese aiuto per sistemarla ma, ancora una volta, la risposta fu negativa: era il periodo degli abbandoni, le volontarie piene di cuccioli ritrovati nei posti più impensabili e nelle condizioni più terribili, i canili pieni e disposti a prendersi cura della trovatella solo se pagati, perché auto sovvenzionati quindi senza l’aiuto del Comune e l’Asl veterinaria, un posto dove i cani si vede quando entrano ma non si sa quando escono. Davanti a uno scenario così negativo, Mattia cominciò a vivere alla giornata, senza dare un nome alla trovatella e mantenendosi a distanza, soprattutto emotivamente. Sapeva che il cane non poteva rimanere, che era difficile prendersene cura, ma l’ha fatto lo stesso: la portò dalla veterinaria. Non avendo avuto molta assistenza dal pubblico, si riferì al privato per le cure. Coco, il nome della piccola che piano piano si stava insinuando nel cuore di Mattia, riportava segni di percosse su varie parti del corpo, malnutrita, aveva numerose e grasse zecche che le invadevano la cute e la coda tagliata. Grazie alle indicazioni della dottoressa e alle costanti attenzioni di Mattia, Coco è diventata una cagnolina allegra, sana e felice. Questo lungo percorso ha privato Mattia di tante cose, sia economicamente che psicologicamente, lo ha messo a […]

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L’insalata greca e la salsa tzatziki: viaggio di sola andata nella terra degli dei

«Fa’ che il cibo sia la tua medicina e la medicina il tuo cibo». Così scriveva Ippocrate, padre della medicina, vissuto tra il V e il IV secolo a. C. Chissà se, quando pensava al “cibo come medicina”, avrebbe mai immaginato che, proprio nella sua terra d’origine sarebbe stata creata la meravigliosa χωριάτικη σαλάτα, ovvero l’insalata greca (detta anche “estiva“, perché consumata nella bella stagione). La ricetta originale della greek salad, facilissima da preparare e molto gustosa, prevede ingredienti tipicamente mediterranei quali pomodori, cetrioli, cipolla, olive, senza dimenticare l’olio d’oliva e l’immancabile formaggio greco, la Feta. Le lisce olive, nello specifico della varietà Kalamata, prodotta nell’omonima città peloponnesiaca, di solito conservate nell’aceto di vino o in olio d’oliva, sono di colore viola e di consistenza carnosa. Insieme alla cipolla (che si rende meno piccante grazie alla strizzatura con il sale e al bagno in aceto) conferiscono un gusto acre all’insalata, mentre i pomodori, ricchi di antiossidanti, e i cetrioli, ricchi di sali minerali e di vitamina C, rendono l’insalata un ottimo piatto estivo, rigenerante e dai forti effetti depurativi, ideale anche nelle diete prive di tossine. Ma a farla “da padrona” in questo piatto è sicuramente la bianca Feta, prodotto DOP, ottenuta con latte di pecora e caglio: dalla consistenza pastosa (è a pasta semidura), è un formaggio molto saporito a causa della sua lavorazione che prevede una permanenza nella salamoia per un periodo che varia dai due ai tre mesi. Nelle isole, oltre alle erbe aromatiche quali l’origano, spesso vengono aggiunte anche le foglie della pianta di cappero e, a volte, anche i capperi sottaceto, mentre nella Grecia continentale settentrionale, si aggiungono anche i peperoni tagliati crudi oltre ai pomodori. Tuttavia sono molteplici le varianti dell’insalata khoriatiki e molto spesso, invece del solito condimento costituito dall’olio d’oliva, sale e origano, si preferisce usare la salsa tzatziki, usata anche come accompagnamento di antipasto in Turchia e in Albania. Questa salsa a base di yogurt di pecora, bianca, si presenta schizzata di verde per la presenza di cetrioli spezzettati o aggiunti dopo averli frullati, ed ha un gusto molto aromatizzato a causa dell’abbondante aglio aggiunto. Anche questa salsa presenta numerose varianti e, a sostituzione dell’aglio o del cetriolo, in alcune regioni della Grecia continentale si preferisce usare erbe aromatiche quali la menta, l’erba cipollina, il coriandolo, l’aneto o altre spezie, magari aggiunte insieme ad un abbondante cucchiaio di aceto. L’insalata khoriatiki si serve dopo aver apparecchiato la tavola per stimolare l’appetito dei commensali nell’attesa dell’arrivo dei piatti principali, in un’unica insalatiera dalla quale tutti gli invitati attingono in una vera e propria celebrazione della condivisione del cibo ordinato e del tempo da trascorrere, fra un trancio di pita con il quale si accompagna il boccone di pomodori e Feta alla bocca e uno sguardo al mare e al cielo greci dello stesso colore azzurro intenso. Dopo aver letto la descrizione dettagliata di uno dei piatti cardine della cucina greca, mediterranea e internazionale, è nato in voi il desiderio di preparare un’insalata […]

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Cook this page: cucinare non è mai stato così semplice

Cook this page è una novità firmata Ikea. È un “food poster”, una carta da forno con sopra stampati i disegni degli ingredienti necessari per la ricetta scelta e le loro quantità. L’inchiostro commestibile aiuterà anche i principianti nei loro esperimenti ai fornelli. Come funziona Cook this page? Cook this page permette di cucinare in pochi minuti e con pochi strumenti. Il principio che segue è il target di Ikea: così come possiamo montare un armadietto, possiamo cucinare la cena. Le istruzioni per montare il nostro piatto sono scritte sulla carta forno e questa volta non possiamo proprio sbagliare. Cook this page è un kit che comprende non solo la carta forno, ma anche la teglia. Il primo passo è “montare” gli ingredienti: ognuno va disposto sull’apposito disegnino stilizzato. Il pizzico di sale sulla casella del sale, un filo d’olio sulle apposite linee, i mirtilli in fila indiana, ognuno al proprio posto. Dopo aver completato il puzzle passiamo al secondo step: basta arrotolare la carta per mescolare tutti gli ingredienti. Infine basta infornare per il periodo tempo indicato. Semplice no? Il concetto del “fill the blanks” (riempi le caselline) applicato dai cruciverba alla gastronomia. Cook this page: dal Canada ai mercati internazionali Ad avere quest’idea è stata l’agenzia Leo Burnett per Ikea Canada. Per questo motivo Cook this Page non è ancora disponibile in Italia, ma è un’esclusiva canadese. Negli store di Toronto e dintorni le ricette commestibili sono già disponibili sul mercato e sono promosse da molte iniziative culinarie che si coinvolgono tutti i clienti interessati. Semplice e meccanico, questo nuovo modo di cucinare ha suscitato la disapprovazione di molti. I tradizionalisti ritengono che si impari a cucinare solo bruciando le portate e sperimentando i dosaggi. Tuttavia, una volta diventati esperti, nulla ci impedisce di personalizzare la nostra ricetta. Cook this page può essere anche solo un aiuto per i cuochi ai primi passi. In questo modo si può facilmente passare dal meccanico assemblaggio al fantasioso esercizio creativo. Tuttavia quest’idea ha già conquistato il marketing a causa della sua simpatia, del design  accattivante, inequivocabilmente firmato Ikea e della funzionalità. La nuova invenzione passa da uno schermo all’altro attraverso un video – ormai virale – che mostra il funzionamento della magica carta da forno. Come risulta nella campagna pubblicitaria, con Cook this page “Ikea vuole dimostrare che essere creativi può essere deliziosamente semplice”.

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Barefooting: camminare a piedi nudi (non solo nel parco!)

«Paul, sei addormentato? Solo le mani e i piedi». I cinefili più nostalgici sicuramente ricorderanno questa battuta tratta dal film A piedi nudi nel parco scambiata tra la solare sposina Corie e lo scontroso neo-marito Paul che, dopo essere stato cacciato di casa dalla moglie, cammina a piedi nudi nel parco, abbandonandosi per la prima volta alla spontaneità e semplicità della vita, e ritrovando il senso di radicamento al suolo e contatto con la natura. Di recente sembra che la libertà, inaspettatamente scoperta dal giovane Robert Redford, protagonista del film, sia divenuta uno dei motivi principali della diffusione del nuovissimo barefooting, ovvero il “camminare a piedi nudi”. Questa tendenza, sicuramente recente e molto praticata in America, rientra in un’attività che – non tutti sanno – apporta molteplici benefici all’organismo. Primi tra tutti il senso di benessere e di serenità, che nasce dal senso di libertà del camminare senza scarpe, calze, sandali, calzini, tacchi alti. Inoltre la scarpa impedisce il normale e corretto movimento dei piedi, ne indebolisce la muscolatura, e il carico del corpo non si distribuisce, gravando solo sull’avanpiede. I benefici del barefooting (a piedi nudi) non solo del corpo, ma anche della psicologia Al contrario, camminare scalzi, oltre ad esercitare correttamente la muscolatura del piede e favorire una distribuzione corretta dei carichi, migliora la traspirazione, dal momento che sotto la pianta dei piedi si concentra la maggior parte della ghiandole sudorifere. Infatti poggiare la pianta dei piedi a terra non solo migliorerebbe la circolazione del sangue e il senso di pesantezza alle gambe (e questo, soprattutto per le donne, anche in gravidanza, diminuirebbe il rischio di vene varicose e di trombosi), ma favorirebbe anche il ruolo degli elettroni che riducono l’effetto dei radicali liberi sui tessuti sani.  Riattivando la circolazione, si contribuisce a migliorare i dolori cronici e, in alcuni casi, anche i disturbi del sonno. Camminare correttamente aiuta a correggere anche la postura (soprattutto per gli adolescenti che tendono all’atteggiamento scoliotico e cifotico), prevenire dolori alla schiena e i tanti e fastidiosi problemi dei piedi, come calli o bollicine. Ma questa pratica è sconsigliata nel caso si soffre di particolari patologie del piede come la fascite plantare, la tallonite o la spina calcaneare. Non è solo l’organismo a beneficiare del barefooting: camminare a piedi scalzi, magari immersi nella natura, favorisce non solo l’aumento dell’autostima, ma accresce anche la concentrazione e la memoria, soprattutto se si unisce la presenza di aria pura e del verde che aiuta nel rilassamento e nella generazione di pensieri positivi (ritrovando anche il contatto con la natura-earthing). Questa pratica oggi è in voga anche nelle grandi metropoli e perfino nei locali pubblici o per le strade molti neofiti del barefooting si lanciano nella “falcata delle Valchirie”, dimenticandosi dei possibili e, spesso, frequenti inconvenienti di questo “hobby“: ad esempio, la scarsa igiene derivante dalla sporcizia di strade e pavimenti e quindi la possibilità di incorrere in funghi e verruche o la presenza di pezzi di vetro. Ecco perché, è sempre preferibile seguire percorsi guidati (non […]

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Vinicio Capossela, il Paese dei Coppoloni e la sacralità dell’Alta Irpinia

Vinicio Capossela e la dimensione sacrale dell’Irpinia: Il Paese Dei Coppoloni C’è una sacralità nella natura, fatta di fronde selvatiche, campi rosicchiati dal sole ed altari pagani. L’altare che la natura erige nei suoi boschi ha i suoi santi e le sue personalissime divinità. L’Alta Irpinia ha i suoi martiri, i Coppoloni, gli abitanti del paese di Cariano, così chiamati per via delle grandi coppole di panno poggiate sul capo: i coppoloni abitano molti metri sul livello del mare, alla stessa altezza delle aquile e della vegetazione di montagna, e sono costretti a coprirsi il capo per proteggerlo dalle intemperie e dal vento. Ma quella coppola consente anche di spiccare il volo, come i rapaci: i coppoloni abitano in un perenne limbo, sono sospesi tra la terra e le altezze siderali del cielo, tra l’isolamento e la comunicazione ancestrale con i riti più profondi della natura. Vinicio Capossela conosce bene i tratti somatici degli irpini, poiché nasce in Germania nel 1965 da emigranti della provincia di Avellino, precisamente di Calitri, (scenario dello Sponz Fest, manifestazione artistica da lui creata nel 2013) così come conosce bene la fisionomia di un territorio zeppo di montagne e contraddizioni. L’Irpinia appare come una landa segnata dai pannelli fotovoltaici e dalle pale eoliche, dallo spopolamento selvaggio e, negli ultimi anni, anche dalle malattie psichiche, ma è anche teatro di miti primordiali e racconti biblici: l’album di Vinicio “Canzoni della Cupa” è un inno biblico alla polvere e all’ombra (due facce della stessa gemma), ai riti di iniziazione che ti portano ad ingoiare polvere e sputare perdizione, a sporcarti le ali come l’arcangelo della luce, una delle figure che costituisce il grande bestiario fisico, animale e divino di Vinicio. Nel 2015 “Il Paese dei Coppoloni” usciva in libreria, dopo una complessa gestazione di diciassette anni, e l’anno dopo tutto ciò si è tramutato in un documentario (anche se sfugge ad ogni tassonomia) diretto da Stefano Obino ed ambientato nei luoghi che hanno ispirato l’mmaginazione letteraria di Capossela. Vinicio e i riti di iniziazione, viandante verso la Cupa. Nel segno dello Sponz Fest L’opera letteraria di Vinicio si trasmuta dalla carta ai fotogrammi e lo vede nei panni di viandante che calpesta i sentieri nodosi e brulicanti di erba cotta dal sole o dalla luce lunare. Nel suo cammino di pellegrino incontra i riti di iniziazione della terra del frumento, ascolta le voci di musicisti, eremiti, uomini di religione, sibille cumane e oracoli di Delfi, canta il rapporto fraterno con gli animali della terra (un pezzo delle Canzoni della Cupa è dedicato al mulo, al mulo e alle percosse sulla sua pelle tesa come un tamburo) e il mistero dei campi. Svela e nasconde allo stesso i segreti di una realtà ormai smembrata dalla modernità e dall’emigrazione (i coppoloni non erano solo vicini al cielo, ma anche al mare, data la loro fama di emigranti) e crea un personale sistema mitologico tutto irpino e, in particolare, calitrano. Ogni ciottolo, sasso e volto umano è sezionato e riqualificato […]

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Modelle e rivoluzione: il volto della moda che cambia

Diceva Albert Camus che «la rivoluzione consiste nell’amare un uomo che non esiste ancora»: la verità di ogni circostanza, anche (e soprattutto) quando si parla di moda e modelle. Quel cambiamento che tanto spaventa, il nemico che nasce dalla minoranza, da chi non parla, ma sussurra: qualunque cosa voglia esistere e resistere deve cercare il compromesso col nuovo che rompe gli schemi, che cambia le regole del gioco. È la regola aurea della metamorfosi: partire dalla regola per ambire all’eccezione. Il regno in cui il canone è sovrano è ovviamente quello dell’esteriorità, dell’estetica e della bellezza. Le passerelle e i cartelloni pubblicitari vengono riempiti di volti perfettamente simmetrici e corpi statuari, imponendo (perché di imposizione si può parlare ogni volta in cui il bello è ciò che dice la pubblicità e il brutto è tutto quello che ne resta fuori) parametri di valutazione che ci rendono così duri con noi stessi. eAd infondere coraggio agli esclusi, a chi cerca una bellezza più vicina alla propria e a chi ne vuole una che baci ogni diversità, provvedono le modelle della rivoluzione: donne coraggiose, donne della minoranza che fanno forza sul bello più vero che appartiene loro per condividerlo, moltiplicarlo, lasciarlo vivere erodendo gli schemi. La vita, ormai, splende fuori dalla regola, lo schema fa soltanto ombra. La rivoluzione modelle che hanno sfidato gli stereotipi: l’eccezione contro la regola Il faro rappresentato dall’entrata in scena delle modelle curvy non è che la prima pietra di una rivoluzione che sta cambiando il volto della moda dall’interno. Tanto discussa è stata, ad esempio, negli ultimi tempi la figura di Melanie Gaydos, affetta da displasia ectodermica: non una singola malattia, ma un insieme di problematiche fisiche derivanti da anomalie strutturali dell’ectoderma che impediscono la crescita di denti, unghie, cartilagine ed ossa. Melanie è calva (a causa dell’alopecia congenita) e quasi del tutto ciec, ha un viso che di convenzionale ha ben poco: eppure gli scatti dall’atmosfera magica, fantastica, di Eugenio Recuenco e poi la partecipazione al video musicale della band metal Rammstein, “Mein Herz Brennt”, l’hanno introdotta e consacrata proprio in quel mondo di luci e champagne. Seguitissima è stata anche la polemica che ha coinvolto il noto brand di intimo Victoria’s secret e Rain Dove, modella cisgender o, in altre parole, eclettica: una donna che ha saputo adattare i suoi tratti androgini per servizi e sfilate tanto maschili quanto femminili. Dopo aver posato per Vogue, Elle e Vanity Fair, Rain Dove si è sentita definire “troppo mascolina” per gli standard dei sensualissimi angeli di Victoria: un carattere imponente come il suo come avrebbe potuto fermarsi innanzi ad uno stereotipo? Innanzi ad un ostacolo così banale? Sfida, così, il mondo tradizionalista e conservatore della moda ricreando le stesse pose in cui vengono normalmente ritratte le modelle di Victoria’s secret: poco desiderabile le hanno detto, ribelle ha risposto. Come non inserire nell’elenco delle belle della rivolta Chantelle Brown-Young, meglio conosciuta come Winnie Harlow, la modella con la vitiligine protagonista del fortunato spot pubblicitario della Desigual. Attivista e […]

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Nasce Kaleydoskop, rivista italiana interamente dedicata alla Turchia

Kaleydoskop è il termine turco per caleidoscopio, uno strumento all’interno del quale piccoli oggetti colorati si trovano posti alla rinfusa, e grazie a un sistema di specchi danno vita a immagini simmetriche sempre differenti, che mutano in modo imprevedibile al movimento di ogni singolo, piccolo oggetto. Ognuno di questi piccoli oggetti colorati potrebbe rappresentare un’anima della vivace, ampia e molteplice società turca. Kaleydoskop è una rivista indipendente che si propone di descrivere in senso ampio tutto ciò che avviene nella vita culturale e sociale della Turchia, un paese che, negli ultimi tempi, spesso viene prepotentemente proiettato all’interno delle nostre case tramite tv e giornali, ma la cui rappresentazione, altrettanto spesso, si trova schiacciata esclusivamente tra fatti di politica e di cronaca. Ma la Turchia non è soltanto questo, la Turchia non è soltanto Erdoğan, non è soltanto la repressione, non è soltanto una serie di crisi politiche. La Turchia è una vastissima pluralità di culture e attività culturali i cui frutti si impongono e resistono alla tendenza omologatrice del potere centrale, una società multi-etnica, multi-linguistica, multi-religiosa. E Kaleydoskop vuole raccontare questa molteplicità, concentrandosi sulla “vita culturale e sociale della Turchia, parlando di mostre, di fenomeni culturali, di iniziative, di produzioni musicali, di film, letteratura, storie che raccontano il rapporto con il presente e con il passato, di esperimenti urbani che provano l’esistenza di una società dinamica, attiva, estremamente variegata”. Un crowdfunding per sostenere l’ambizioso progetto di Kaleydoskop Il progetto nasce da un’idea di Lea Nocera, studiosa di Turchia contemporanea e insegnante di Lingua e Letteratura Turca all’Università Orientale di Napoli, autrice di diversi testi sulla storia della Turchia e collaboratrice o coordinatrice di numerose riviste e trasmissioni radiofoniche. Alla realizzazione del progetto contribuiscono inoltre quattro studiose – Fazıla Mat, Valentina Marcella, Giulia Ansaldo e Carlotta De Sanctis – che da anni si occupano di Turchia da diverse angolazioni, parlano correntemente turco e trascorrono regolarmente periodi anche lunghi nel paese. Kaleydoskop è “un progetto che si sviluppa principalmente su un lavoro redazionale di base volontario”: è per questo motivo che è stato lanciato un crowdfunding, per coprire le ingenti spese amministrative, legali e di produzione che sottendono il lancio di una rivista così ambiziosa priva di finanziamenti esterni. Sarà possibile contribuire con una donazione fino al 31 luglio, e sono previste ricompense per chiunque deciderà di partecipare. Le relazioni tra i popoli abitanti quei territori che noi oggi conosciamo come Italia e Turchia si perdono nei secoli. Emblematica è la storia di Galata, quartiere situato nel cuore della zona più turistica di Istanbul, che fu una colonia genovese dal 1268 fino alla fine del XV secolo. L’omonima torre, figura imprescindibile dello skyline cittadino, dalla quale si può godere di un panorama spettacolare sul Corno D’Oro, faceva parte delle fortificazioni della cittadella genovese e si è conservata in buona parte immutata fino ai giorni nostri. Così come dalla la torre si può spaziare con lo sguardo su Istanbul, Kaleydoskop ci permette di spaziare su tutta la Turchia, da Izmir fino a Trabzon, da […]

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Colori d’artista: uno studio cromatico

En plein air o tra le mura di uno studio, l’artista con la sua tavolozza di colori è un laboratorio itinerante: non c’è quadro che non abbia racchiuso in sé, nei quattro angoli di cornice, un attento studio cromatico, un girare e rigirare di geometrie e pensieri. È innegabile che il colore giochi un ruolo fondamentale in quel tutto, nella somma di dettagli che chiamiamo arte, così come va evidenziato con penna e pennarello che l’innovazione, molte volte, abita proprio nella prassi, in un’abitudine che vede la tinta prima della linea, nella convinzione che il colore dica tanto, quasi tutto, di un’emozione che si vuole tramandare alla vista dell’opera. Il colore che sta al significato come il disegno sta al significante. Da chi usa il colore per ricreare la luce e il buio come Caravaggio, a chi come Picasso lo usa come emblema di cambiamenti (si pensi al periodo blu e al periodo rosa): che vada reso il giusto onore a chi ha scelto l’istinto e lo ha fuso con la ricerca, a chi si è contraddistinto per aver messo il cuore in quella tavolozza di colori. Colori come specchi La storia dell’arte ha conosciuto pochi geni che abbiano saputo fondersi totalmente con le proprie opere, privando la propria carne di pezzi poi trasferiti alla propria creatura: pochi artisti, pochi uomini come Vincent Van Gogh. L’uso del colore è, nelle sue opere, indicativo del suo sentire, è l’esasperazione di un malessere, è portare il dolore fuori, è strapparlo via. Non a caso incorona sovrano il giallo cromo (perché a base di cromato di piombo), non un colore, ma la sfumatura di un’anima. Sono stati, inoltre, avviati studi recenti per ripristinare l’originale lucentezza del giallo tanto amato da Van Gogh, un pigmento instabile quanto il suo “custode”, un giallo che col tempo tende ad imbrunirsi, a perdere quella brillantezza che accecava ogni sguardo. Non una predilezione, ma un’ossessione, l’espressione più intima del suo modo di percepire il mondo. Una visione distorta, specchio dell’instabilità che lo contraddistinse: non si è mai omesso l’abuso che l’artista faceva di assenzio, un vizio che lo ha maledetto provocandogli danni al sistema nervoso, con conseguenti allucinazioni e xantopia, la visione gialla degli oggetti bianchi, un’alterata percezione dei colori che Van Gogh rigetta sui suoi quadri rappresentando ciò vede, filtrato da una disgrazia reale. Il colore della luce, del fuoco del sole che brucia lontano, un’accesa vitalità, una corsa in un’auto senza freni, e poi, lo schianto. La nevrosi dell’affascinante Vincent è nei suoi celebri Girasoli, nel Campo di grano con corvi, nella Casa gialla che comprò ad Arles per dar vita ad una comunità di artisti a cui veniva richiesto, semplicemente, di assumersi la responsabilità di amare l’arte. Se si dovesse esprimere, invece, la sensualità con un colore, la maggioranza delle preferenze cadrebbe senza dubbio sul rosso. Un colore caldo, che rapisce, accoglie, come sa bene Tiziano Vecellio, pittore cinquecentesco associato ad una ben precisa tonalità di rosso: il rosso Tiziano. Immediato è il collegamento con […]

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Fun & Tech

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Ataribox: il ritorno dell’Atari

Negli anni ’70 e ’80 la Atari era una delle compagnie più importanti nell’ambito di computer e videogiochi. Tra i suoi prodotti più famosi vi sono l’Atari 2600, una delle prime console per videogiochi ad avere un’ampia diffusione, e l’Atari ST, serie di personal computer. In quegli anni ha segnato la storia del mercato dei videogiochi, ma a partire dagli anni ’90 è iniziato il declino. Una serie di investimenti andati male seguiti da vari passaggi di proprietà hanno portato l’Atari ad occupare oggi un ruolo marginale. Questo potrebbe cambiare con l’annuncio di un nuovo prodotto, l’Ataribox. Ataribox, console evanescente L’Atari ha annunciato che ritornerà sul mercato delle console con l’Ataribox, di cui però al momento non si sa quasi niente. Le uniche informazioni disponibili, ricavabili dalla newsletter ufficiale, sono relative a due versioni della console, una delle quali richiama la vecchia 2600. Si sa, inoltre, che l’Ataribox avrà una connessione HDMI, 4 porte USB ed un lettore di schede SD. Altra notizia ufficiale è che probabilmente la produzione della console, quando avrà inizio, sarà finanziata con una campagna di crowdfunding. Le informazioni sicuramente non sono molte, si passa poi alle congetture. Partiamo dall’hardware: per alcuni sarà una console in grado di rivaleggiare con Playstation 4 e Xbox One, per altri sarà più orientata verso il retrogaming (l’utilizzo di videogiochi vintage). Sicuramente sfrutta lo stesso filone “nostalgico” già usato ad esempio dalla Nintendo con le riedizioni di NES e SNES, console anni ’90 della società giapponese. Stesso ragionamento per i giochi disponibili: dalle poche notizie rilasciate si evince che la produzione sarà incentrata su riedizioni dei giochi “classici” anche se saranno disponibili titoli moderni, ma non sono stati diffusi esempi né in un caso né nell’altro. Ovviamente non sono stati annunciati data e prezzo di lancio e probabilmente nel prossimo futuro non si avranno altre notizie a proposito dell’Ataribox. Vista questa mancanza di dettagli si può pensare che, nonostante gli articoli ottimisti circolanti, finora l’Ataribox esiste solo come operazione di marketing, sospetto aumentato dal fatto che nessuno l’ha vista realizzata. Le uniche prove dell’esistenza della console sono infatti delle immagini che ne mostrano solo l’esterno e potrebbero essere solo delle “scatole” vuote. Nessuna software house ha affermato di star producendo giochi per l’Ataribox, e del resto non è possibile nemmeno volendo, dato che non sono state pubblicate le specifiche da rispettare ed i software da usare per creare giochi per la console. Se così fosse la pubblicità fatta finora all’Ataribox sarebbe un modo per capire se si tratta di un affare realizzabile e redditizio. Il sospetto diventa certezza quando nei comunicati stampa ufficiali si legge che “Le groupe Atari a annoncé la « (…) préparation d’une campagne de relations publiques et de crowdfunding pour tester la viabilité d’un nouveau produit hardware pour les jeux vidéo ». Le Groupe a depuis diffusé une vidéo dévoilant un premier design de ce nouveau produit, dont les fonctionnalités et les caractéristiques techniques seront annoncées selon l’avancement des travaux.”. Tradotto e sintetizzato significa proprio che […]

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Neil Cicierega, il sovrano dei mash-up comici su YouTube

Fin dalla sua nascita, YouTube è stato utilizzato molto spesso dagli utenti come campo di sperimentazione per un certo tipo di musica strampalata e demenziale che difficilmente troverebbe spazio altrove. E in questo mucchio di “musica anticonvezionale” ogni tanto compare qualche artista che riesce a spiccare rispetto agli altri grazie ad una maggiore attenzione nei confronti della qualità delle proprie stramberie musicali. È il caso di Neil Cicierega: già comico, sceneggiatore e musicista della band “Demon Lemon”, da qualche anno ha cominciato a dedicarsi alla pubblicazione su YouTube di album composti unicamente da assurdi mash-up di canzoni famose, riscuotendo grande popolarità in rete. Lo stile di Neil Cicierega La motivazione principale del suo successo è da ricercare nel fatto che le canzoni di Neil sono sempre qualcosa di più di semplici “fusioni musicali”: sono accostamenti surreali e divertenti che gli hanno permesso di diventare il sovrano incontrastato dei mash-up comici. Per dare un’idea, basta pensare ad alcune sue creazioni come Bills like Jean Spirit, bizzarra fusione fra Billie Jean di Michael Jackson e Smells like Teen Spirit dei Nirvana, oppure la ancora più folle Crocodile Chop, fusione di Crocodile Rock di Elton John e Chop Suey! dei System of a Down, o ancora quell’apoteosi dell’assurdo che è T.I.M.E.: paradossale fusione di Y.M.C.A. dei Village People e Time di Hans Zimmer. Chi avrebbe mai pensato che canzoni così diverse fra loro avrebbero funzionato così bene una volta mescolate assieme? Molti fan, inoltre, si divertono a scovare alcuni easter eggs che Neil nasconde nelle sue canzoni. Ad esempio, è stato scoperto che nel brano Piss, traccia conclusiva del secondo album Mouth Silence, Neil ha inserito un codice morse che tradotto vuol dire somebody once told me, ovvero la frase introduttiva del brano All Star degli Smash Mouth. Da Mouth Sounds a Mouth Moods Ed è proprio dalla canzone All Star degli Smash Mouth che questa folle avventura di Neil Cicierega ha avuto inizio. Il suo primo album, Mouth Sounds, pubblicato nell’aprile 2014, venne creato proprio per cavalcare l’onda di quella vasta porzione del popolo di Internet che in quel periodo stava incominciando a trasformare la canzone All Star in un meme, ed infatti la popolare canzone degli Smash Mouth è campionata nel 90% delle tracce di Mouth Sounds. Ma già a partire dal luglio dello stesso anno, con il secondo album Mouth Silence, lo stile di Neil Cicierega comincia a consolidarsi in qualcosa di più complesso: aumenta la qualità generale delle tracce così come la quantità e la varietà di canzoni utilizzate per i mash-up, mentre All Star, a differenza dell’album precedente, è completamente assente se non come easter egg. Con il terzo album, Mouth Moods, pubblicato nel gennaio del 2017, Neil Cicierega perfeziona ancora di più il suo stile dimostrando di avere ancora parecchi assi nella manica dopo 37 mash-up e una grandissima quantità di brani campionati. Mouth Moods è considerato da moltissimi, compreso il sottoscritto, il migliore dei tre album pubblicati finora, un vero e proprio “meme masterpiece”, come è stato […]

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Vivere attraverso i filtri: la Instagram Mania

Quali sono le nuove tendenze (e le nuove dipendenze) di Instagram nel 2017? Non importa dove e con chi siate, che momento della giornata sia o quanto impegnato sia la vostra agenda: ci sarà sempre un motivo (e il tempo) per aggiornare il vostro profilo Instagram. Paesaggio, selfie, oggetti carini, libri. In posa, scatto, filtro, posta. Pubblicare continue “storie” sul famoso social network: a volte sono talmente tante che le lineette, che le identificano nella parte alta non appena se ne apre una, sono troppe per essere contate. Tutto fa brodo: tutto molto interessante Sei ad un concerto? Foto Instagram. Sei in spiaggia? Foto Instagram. Sei in giro con amici? Foto Instagram.  Stai studiando? Foto Instagram. Ti stai vestendo? Ti stai annoiando? Stai trascorrendo la tua nottata su Netflix? Tutto fa brodo: non deve esserci per forza una ragione per pubblicare qualcosa su Instagram, l’importante è che si pubblichi. Un po’ come nei tabloids, capito? Non importa come se ne parli, l’importante è che se ne parli. Rovazzi, del resto, lo diceva… “Il tuo profilo Instagram è molto interessante selfie in casa, selfie al mare, selfie al ristorante…” Profili Instagram “alla moda” Angolazione giusta, luminosità perfetta, filtro che valorizza la foto. Ormai è una gara di tutti contro tutti per decretare chi abbia il profilo più bello e più “aesthetic”. Considerato alla moda è quello che vede tre immagini dello stesso luogo pubblicate in sequenza ma da diverse angolazioni, in modo da avere un matching perfetto di colori che può derivare solo da scatti nel medesimo posto. Non solo questo: ormai fanno storia le immagini con contorno bianco o di qualsiasi altro colore che conferiscono quel tocco di unità che viene meno quando i riquadri del nostro profilo non hanno colori in comune. E che dire dell’Instagrid? Un’applicazione fatta su misura per coloro che desiderano dividere una foto in diverse immagini, per poi pubblicarle in sequenza di 3, 6 o 9 e formare una sorta di puzzle riuscito alla perfezione. E non dimentichiamo i filtri che ci permettono di diventare un simpatico cagnolino, un dolce coniglietto, oppure un hawaiano dalle collane fiorite in testa! Modifiche che avevano già caratterizzato l’ormai- dimenticato Snapchat, ma che ora Instagram ha introdotto con esito più che positivo! “Mi mostri nuovi filtri dove cambiano le facce lingua fuori, in testa fiori e bocca gigante e della tua foto dove sbocci in discoteca…” Guerra all’ultimo like Che dire degli hashtag fatti a posta per ricevere like? Basta averne tanti per essere sentirsi in voga, popolari, sicuramente molto apprezzati. Ed è un po’ una causa- effetto del punto prima trattato: profilo alla moda significa big likes. O se non altro, avere big likes è uno dei motivi per cui si desidera un profilo alla moda e si seguono quei passaggi descritti sopra. A meno che voi non siate Justin Bieber… in quel caso, i big likes arrivano anche con foto riguardo la propria congiuntivite. Iniziare a vivere senza filtri: il caso Kendall Jenner Non è forse che […]

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L’enigma dei numeri primi

Un numero primo è un numero naturale maggiore di uno e divisibile solo per uno e per se stesso. Semplice no? Eppure i numeri primi hanno suscitato l’interesse di tutti i matematici. Ancora oggi sono avvolti da un alone di mistero perché quel che sappiamo di loro non ci basta. Cosa li rende così speciali? Anzitutto i numeri primi, nella loro successione naturale, sono isolati. Lo scrittore Paolo Giordano lo sapeva bene. Ad ispirare il suo romanzo “La solitudine dei numeri primi” è stata proprio la matematica: i protagonisti tendono sempre ad avvicinarsi l’un l’altro, senza mai raggiungersi. Fuor di metafora non ci sono mai due numeri primi vicini tra di loro. Un esempio perfetto è dato dai cosiddetti numeri gemelli, separati da un solo numero pari – per esempio 11 e 13. Si congettura che questi numeri siano infiniti ma in realtà anche le dimostrazioni volte a dimostrarlo sono limitate. Se gli atomi della matematica siano finiti o meno è uno dei problemi maggiori che questi numeri portano. Un problema da un milione di dollari… letteralmente! Ebbene sì. È questo il premio per chi risolve uno dei cosiddetti Millennium Problems, sette problemi irrisolti della matematica, tra cui ovviamente quello dei numeri primi. Eppure intorno a questi famigerati enigmi della matematica i misteri non sono pochi. Basti pensare a Grigory Perelman. Il matematico russo che, dopo sei anni di studio, è riuscito a dimostrare nel 2006 la congettura di Poincaré, una delle proprietà matematiche più dibattute nella branca della topologia. Dopo aver rifiutato l’invito e il premio in denaro, è scomparso.  Solo dopo anni egli ha spiegato alla stampa il motivo del suo rifiuto: un’immeritata scoperta.  Ad oggi la congettura di Poincaré è l’unico dei sette Millennium Problems ad essere stato risolto. Applicazione dei numeri primi: da Reimann alla crittografia digitale asimmetrica Fu nel 1859 che il grande matematico tedesco Georg Bernhard Reimann introdusse una funzione – nota come Zeta di Reimann – che permette di individuare i numeri primi. La validità della Zeta di Reimann è però dimostrata per un miliardo e mezzo di casi. Questa cifra non basta. Riuscire a trovare un nuovo numero primo è operazione complessa anche per un computer. È per questo che i numeri primi sono usati come base di un ampio insieme di codici usati da internet. Negli anni Settanta tre ricercatori – Rivest, Shamir, Adleman – svilupparono un algoritmo fondamentale. Al giorno d’oggi questa scoperta è alla base dei cifrari che proteggono i numeri  delle carte di credito o degli accessi online. Oggetto di questo tipo di crittografia – digitale asimmetrica – sono dunque i numeri primi: più alti sono, più il codice sarà sicuro. Per violare il sistema occorrerà risalire al prodotto dei due numeri primi che hanno generato il grande numero. L’Electronic Frontier Foundation ha messo in palio 150mila dollari per chi troverà un numero primo di un miliardo di cifre, perché sarebbe una garanzia assoluta per la privacy. Nel 2016 è stato scoperto il numero primo più grande. Le sue ventidue milioni di […]

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L’estate Eroica: i libri da leggere sotto l’ombrellone

Le ore scorrono lente sotto l’ombrellone o distesi al sole, i bagni non sono mai troppo lunghi. Con l’arrivo di agosto per molti arriveranno anche le vacanze vere e proprie, le tanto attese ferie da trascorrere nel segno del relax e della spensieratezza. Si cessano tutte le attività e ci si dedica all’ozio… non proprio tutte le attività, per gli amanti dei libri leggere è un’attività indispensabile e a cui non si rinuncia, anzi, è un modo per riempire le ore di ozio e relax con avventure, mondi e sentimenti mai vissuti. Certamente il caldo non aiuta la concentrazione, e pensare di riuscire a leggere “il librone” serio è una battaglia persa in partenza al solo pensiero. Sì, proprio “Quel libro”, quello che tutti i lettori non confesseranno mai di aver rimandato all’infinito, magari per anni, perché troppo importante per destinargli qualche ora distratta in treno, tra diversi impegni o prima di addormentarsi. Ogni lettore lo negherà, ma probabilmente ogni lettore ha IL suo libro rimandato di anno in anno con i buoni propositi di Capodanno. Alla fine passa talmente tanto tempo che agli amici lettori – non meno colpevoli, sia chiaro –  si dirà di averlo letto, e che sì «è proprio un capolavoro, non c’è alcun dubbio» e perché no, «ha anche scalato con un salto la gerarchia dei libri preferiti piazzandosi al vertice». Non c’è da prendersi in giro, IL libro verrà rimandato anche questa volta, ma è anche vero che l’amore per la lettura e la voglia di portarsene uno in vacanza o al mare non si estirpa con il buonsenso. Un po’ come la coperta di Linus, è necessario averne uno con sé. Quindi ecco per i più temerari e fedeli alla causa, una lista di libri pensati da noi di Eroica Fenice per consentirne la lettura nonostante il sole e il caldo infernale. Tre uomini in barca – Jerome K. Jerome. Tre amici viaggiano in barca per riposarsi dalle fatiche della vita londinese. Diverse le peripezie e le avventure che, grazie alla vis comica e alla filosofia spicciola, hanno reso questo romanzo parte integrante della storia della letteratura. I viaggi di Gulliver – Jonathan Swift. Capolavoro del fantastico e della satira. Tanti viaggi, peripezie, creature straordinarie, giganti e nani, popolazioni assurde popolano questo romanzo che, a torto, è stato relegato alla narrativa per ragazzi. Il barone rampante – Italo Calvino. «Un ragazzo sale su di un albero, si arrampica tra i rami, passa da una pianta all’altra, decide che non scenderà più. […] una vira tutt’altro che monotona, anzi: piena d’avventure, e tutt’altro che da eremita, però sempre mantenendo tra sé e i suoi simili questa minima ma invalicabile distanza» (prefazione di Calvino) Ecco la storia – Daniel Pennac. Tutto ha inizio quando un dittatore agorafobico (fittizio) decide di assumere un sosia. Le varie storie che il dittatore ripropone si intersecano tra realtà e fantasia. Si riflette sui ruoli e sul vago inseguimento del personaggio di una propria identità. Baci a tutti – Andrea Antonello. «Sono […]

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Harry Potter: due nuovi libri il prossimo autunno

Se il 2016 è stato un anno ricco di novità per i Potterheads di tutto il mondo, con l’uscita del primo capitolo della nuova trilogia di Animali Fantastici e il debutto teatrale di Harry Potter e la Maledizione dell’Erede, non si può dire nulla di meno del 2017. Quest’anno cade infatti il ventesimo compleanno di Harry Potter e la Pietra Filosofale, primo capitolo della saga firmata da J.K. Rowling (e ricordiamo anche il tour di cine-concerti a tema, approdato in Italia proprio quest’anno), ed è stato annunciato un film intero sul personaggio di Lord Voldemort, oltre ad essere previste le riprese del secondo capitolo di Animali Fantastici (nelle sale nell’autunno 2018). Quanto all’autunno 2017, trapelano emozionanti novità: in ottobre, alla British Library di Londra, verrà inaugurata la mostra A History of Magic, dedicata al magico mondo di Harry Potter e aperta fino al febbraio 2018. In occasione della mostra, la casa editrice britannica Bloomsbury pubblicherà due nuovi libri dedicati al celebre mago. Di cosa tratteranno i due nuovi libri di Harry Potter? I due nuovi libri non saranno veri e propri nuovi capitoli della saga, quanto piuttosto approfondimenti al mondo magico, argomenti meno frequentati, verso cui i fan più appassionati però possono nutrire curiosità, come sono già stati i volumi Il Quidditch attraverso i secoli, Le Fiabe di Beda Il Bardo e Animali Fantastici e Dove Trovarli, che differisce totalmente dal film, tutti editi Salani. I due libri saranno infatti intitolati Harry Potter: A History of Magic, the book of exhibition (Harry Potter: Storia della Magia, il libro della mostra) e Harry Potter: a Journey through the History of Magic (Harry Potter: un viaggio attraverso la Storia della Magia). Nonostante i titoli simili, i due volumi si presentano molto diversi fra loro. Il primo s’incentra totalmente sulle materie di studio alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, come l’arte di preparare pozioni o di predire il futuro attraverso la Divinazione, la Trasfigurazione e gli Incantesimi, ma anche la Storia della Magia e la Difesa contro le Arti Oscure. Il secondo volume, invece, tratterà più approfonditamente la storia del mondo magico, attraverso eventi e tappe significative, e presenterà interessanti curiosità circa l’antica stregoneria, le creature magiche e le leggende legate alla magia.

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Libri

La pianista di Auschwitz, un romanzo di Suzy Zail

  La talentuosa scrittrice Suzy Zail torna in libreria con il suo ultimo romanzo edito da Newton Compton Editori, La pianista di Auschwitz, dopo il clamoroso successo del suo precedente lavoro divenuto un bestseller, Il bambino di Auschwitz. Come si può evincere dai titoli dei due libri, in entrambi i casi la Zail tratta un argomento ancora oggi spinoso e doloroso per la coscienza mondiale, ossia, l’Olocausto. Hanna Mendel ha quindici anni quando nel giugno del 1944 è costretta ad abbandonare insieme alla sua famiglia la città natale di Debrecen in Ungheria, per arrivare dopo giorni di viaggio in condizioni inumane in un luogo a loro sconosciuto chiamato Auschwitz-Birkenau. È qui, come in tanti luoghi simili a questo in diverse nazioni europee, che i nazisti hanno deportato in massa ebrei, zingari, omosessuali, prigionieri di guerra e dissidenti politici affinché lavorino per il Reich. Ben presto Hanna, sua sorella maggiore Erika, i loro genitori e gli altri detenuti comprenderanno che ben altri sono i motivi della loro presenza in quel luogo dimenticato da Dio e dagli uomini. Nel campo inizia così per la protagonista una lotta per la vita resa possibile grazie al suo talento di musicista che le varrà il posto di pianista nella villa del temibile comandante Jager, dove quest’ultimo vive insieme al figlio Karl. Giorno dopo giorno Hanna si scontrerà con una realtà difficile da contrastare supportata soltanto dalla sua amata musica, da aiuti insperati e dalla ferrea volontà a sopravvivere per poter, una volta finita la guerra, adempiere alla promessa fatta al padre di raccontare le atrocità di cui sono stati oggetto i prigionieri. La pianista di Auschwitz, “Per i bambini mandati a sinistra” Dell’Olocausto si è parlato e si parla ancora oggi molto. Eppure, per poter realmente comprendere e, soprattutto, non dimenticare, si dovrebbe venire a conoscenza di tutte le milioni di storie celate dietro le vite di quelle persone che in quegli oscuri anni divennero soltanto dei numeri per dare nomi, volti e trascorsi a ognuno di loro come dovrebbe essere non perché giusto ma per fare giustizia. La Zail, attraverso Hanna, la sua famiglia e gli altri personaggi del romanzo, aggiunge un altro pezzo a un puzzle di grandi dimensioni e che, forse, rimarrà incompleto malgrado gli sforzi di storici, autori e sopravvissuti che come lei vorrebbero poterlo completare per lasciare una testimonianza che sia da monito al genere umano. La pianista di Auschwitz è un romanzo che descrive con dovizia di particolari agghiaccianti e terribili, le condizioni e gli stati d’animo delle vittime di una tra le follie peggiori che siano mai state concepite da mente umana. La storia, però, è anche portatrice di speranza: una speranza alimentata dal coraggio, dall’amore e dalla voglia di vivere della protagonista che, nonostante le tante avversità, non dimentica e rinnega la propria identità, non si lascia piegare da niente e da nessuno e prosegue lungo l’oscuro tunnel che ha di fronte a sé con la determinazione di arrivare alla fine per poter tornare a rivedere la tanto agognata […]

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Libri

Allontanarsi, il quarto episodio della saga dei Cazalet

Quarto episodio della Saga dei Cazalet, Allontanarsi si presenta come una delle più recenti fatiche editoriali della Fazi, la quale si è occupata anche della pubblicazione de Gli anni della leggerezza, Il tempo dell’attesa e Confusione, tutti firmati Elizabeth Jane Howard. Inoltre da poco la stessa casa editrice ha annunciato la prossima pubblicazione del quinto ed ultimo volume Tutto cambia, nelle librerie dal 18 settembre. Allontanarsi… ma non troppo La guerra è ormai conclusa, siamo all’indomani dello sbarco in Normandia del 1945. Tutti si aspettano che la fine della guerra sia l’inizio di un periodo di pace, prosperità e soprattutto felicità. E i Cazalet non sono da meno. Ancora una volta la Howard sceglie un titolo accuratissimo per descrivere la situazione della famiglia. Per i membri dei Cazalet il tempo è passato, i più grandi sono invecchiati e i più piccoli sono cresciuti, ormai i ragazzi prendono definitivamente la propria strada, che già in Confusione si era cominciata timidamente a delinearsi, e si allontanano appunto, dalla famiglia e anche dal passato fanciullesco che stava loro tanto, troppo stretto. La preminenza che nei precedenti volumi veniva accordata ai pensieri delle tre ragazze – Louise, Polly e Clary – svanisce del tutto; ai loro pensieri non vengono dedicati più capitoli a parte, solo delle sezioni corali intitolate “Le ragazze”, che poi tanto ragazze più non sono. Quasi una scelta obbligata della Howard, al fine di porre tutti i personaggi sullo stesso piano, dal momento che tutti adesso hanno eguale importanza. Anche per i più grandi, per coloro che sono in un’età in cui i cambiamenti non sono più tanto frequenti e soprattutto entusiasmanti, sperimenteranno nuove situazioni ed emozioni che la fine della guerra porta con sé. Si dovrà rinunciare alle abitudini vittoriane una volta per tutte, ci si dovrà adattare ad un nuovo tipo di vita borghese, in cui gli agi e le etichette vengono messe definitivamente da parte. Ci si allontana dalle certezze e dalle comodità e si affrontano altri tipi di problemi, dovuti al cambiamento sociale che la guerra ha definitivamente imposto. Sarà un allontanamento, tuttavia, dettato anche dalle scelte dei personaggi. Chi incontrerà amori, delusioni, tormenti, ma anche nuove opportunità di vita. La distanza, tuttavia, non sarà tale da non permettere quegli incontri fugaci, fulminei e balsamici, che chi legge la saga da tempo ha imparato a riconoscere e apprezzare come cifra di riconoscimento di questa famiglia. Ancora una volta il ritmo narrativo cambia, si ritorna quasi alla lentezza de Gli anni della leggerezza e Il tempo dell’attesa. Stavolta però, non è una lentezza ai limiti dell’estenuante, ma quasi una dilatazione temporale piacevole, che ha il sapore di quegli incontri con persone che non si vedono da tanto tempo. È tutto un sollazzarsi nel confronto tra il passato e il presente che prepara la strada a chissà quale futuro. È la piacevolezza dell’incertezza a sospingere la lettura in avanti.

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Napoli & Dintorni

Eventi/Mostre/Convegni

Napoli Expò Art Polis, al PAN è in mostra la napoletanità

Al via la terza edizione della rassegna artistica Napoli Expò Art Polis, con il tema Miti Storie e Leggende della Nostra Città, dalla Magna Grecia ad oggi. L’idea è stata curata da Daniela Wollman dell’associazione CreativiAttivi. Le collaborazioni per realizzare questo grande progetto sono molte dal giornalista Luigi Necco allo lo storico e critico d’arte Gianpasquale Greco, con Bruno Cuomo per le referenze fotografiche e l’allestimento e con la direzione artistica di Alessandro Incerto. La curatrice Daniela Wollmann spiega come N.e.a.polis aggiunge una grande offerta culturale all’estate Napoletana già ricca di eventi. «La volontà è stata quella di portare in mostra la storia della Magna Grecia e di Napoli in particolare. Napoli Expò Art Polis ha come grande obiettivo quello di dare visibilità agli artisti napoletani. Abbiamo voluto mettere insieme la ricchezza artistica della nostra città, partendo dal mito di Partenope per arrivare allo sfottò di Patanè nei confronti del Calcio Napoli. Tutto quello che identifica il napoletano, dal sacro al profano, è in mostra nelle sale del PAN». Nella grande collettiva, per la qualità dei lavori, ad alcuni artisti presentano una loro personale, un grande valore aggiunto che sottolinea il grande livello qualitativo delle opere in mostra. «Gli artisti in mostra sono tanti, più di settanta! A qualcuno di loro è stato dedicato più spazio. Salvatore Ciaurro con cinque temi con i quali costruisce i suoi percorsi visivi e Francesco Verio con le sue opere di omaggio a Totò. In una delle sale è possibile trovare inoltre il “libero autodidatta” Pasquale Manzo che con il suo circo dei Pucinovo gioca con il carattere rivoluzionario della maschera napoletana e la sua ricerca dell’essere per elevarsi con leggerezza». Tra gli artisti che sicuramente suscitano più interesse e curiosità, al Napoli Expò Art Polis è in mostra Edoardo Bennato. Pochi conoscono l’architetto/musicista anche per le sue produzione nel campo dell’arte figurativa. «Edoardo Bennato è un artista eclettico che qui ha presentato una serie dai suoi lavori degli anni ’80, tra le quali la copertina de “La Torre di Babele“. Tra  più recenti dell’artista ci sono due opere della serie “In Cammino” dedicato al fenomeno dei migranti. In occasione di una prossima personale al Napoli Expò Art Polis è in mostra Adele Ceraudo, Lady Bic, che presenta un suo lavoro con il quale tocca il tema delle donne violate». La possibilità di accedere a Napoli Expò Art Polis è stata data a chiunque ha avuto la volontà di mettersi in gioco sottoponendo il proprio lavoro all’associazione CreativiAttivi. «Napoli Expò Art Polis è anche una vetrina che dà grande visibilità a chi riesce ad essere selezionato per parteciparvi. Numerosi sono gli artisti che grazie a quest’iniziativa hanno avuto la possibilità di crescere». «Il lavoro dei CreativiAttivi non si ferma mai. Dal 26 settembre al 1 ottobre sarà esposta Napoli Arte e Rivoluzione dove tutte le rivolte di Napoli, da Masaniello ad oggi, saranno le protagoniste dei progetti che gli artisti potranno presentare fino al 15 settembre». Oltre all’esposizione con in mostra 72 artisti fino al 26 agosto, […]

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Napoli & Dintorni

Mojoca Festival, colore e passione a Moio della Civitella

Dal 4 al 5 agosto 2017 si terrà l’undicesima edizione del Mojoca Festival. Il festival degli artisti di strada ogni anno allieta le serate del piccolo comune di Moio della Civitella (SA) con grandi e validi spettacoli. Durante il primo fine settimana di agosto interverranno oltre cento artisti, circa trenta spettacoli si susseguiranno in contemporanea e saranno a titolo gratuito. Dalle 21.00 alle 2.00 di ognuna delle tre serate sono previste le performance che animeranno vie, vicoli e piazze. (MAPPA MOJOCA FESTIVAL) Un unico grande festival sotto le stelle per riuscire a dar il miglior benvenuto a chi si appresterà a raggiungere il paese poco distante da Vallo della Lucania. Ogni anno il Mojoca riesce ad attrarre nel piccolo borgo circa 35mila spettatori. Ogni attività si svolge nel rispetto dell’area. tutto nella più completa sintonia con il luogo. Durante le giornate del festival vengono infatti rispettati l’ambiente e le persone con un efficiente sistema di ricezione, prevedendo anche un’ampia area campeggio.  Il termine Mojoca deriva dall’unione della parola Moio, il paese cilentano che ospita la manifestazione, e joca, che in cilentano significa gioca. Anagrammando le due parole si ottiene Mojoca, adesso gioca! L’associazione nata nel 2007  è riuscita a rendere sempre più vivo e partecipato il Mojoca Festival per riuscir a far partecipare sempre più artisti provenienti da tutto il mondo. Il Mojoca Festival ha un’organizzazione che non ha nulla da invidiare ai più grandi e noti eventi della nostra penisola. L’associazione che organizza il Mojoca Festival, organizza anche molte attività collaterali che arricchiscono i tre giorni di spettacoli. Durante le ore pomeridiane dalle, 18.00 alle 20.00, avranno luogo le attività laboratoriali attinenti alle arti di strada. Questa sezione è dedicata principalmente ai più piccoli comprende laboratori per costruire oggetti sonori, bolle giganti, giocoleria, teatro, e danze per tutti i gusti. (PROGRAMMA ufficiale) Durante le giornate del Mojoca Festival, gli spettatori potranno anche godere della fiera dedicata all’artigianato. Questo progetto è riuscito a crescere negli anni, riuscendo ad apportare alla manifestazione un grande contributo. È possibile inoltre partecipare al concorso dedicato a chi ha la passione per l’immagine. L’associazione culturale Mojoca organizza per gli appassionati di fotografia “Scatta Mojoca” (link al REGOLAMENTO DEL CONCORSO), dedicato a professionisti e non.  Per giungere a Moio della Civitella durante lo svolgimento della manifestazione, l’associazione ha messo a disposizione un servizio NAVETTA per tutte le serate del Mojoca Festival. Tra gli scopi  dell’associazione Mojoca c’è stato fin dall’inizio quello di rendere il Cilento un crocevia degli artisti di strada. Dal 2009 il Mojoca è infatti socio-promotore della FNAS, Federazione Nazionale Arte di Strada. Pochi sono gli esempi come il Mojoca che riescono a mantenere vivo un centro storico, basandosi soprattutto sul lavoro che include la gran parte dei cittadini del piccolo comune cilentano. Mojoca è un Festival partecipato per riuscir a rivitalizzare un piccolo centro storico. Una grande offerta culturale che rappresenta una strategia vincente per poter rendere Moio della Civitella un grande attrattore.

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Dalisi, pensieri dai sogni. Intervista all’artista

Riccardo Dalisi è un architetto nato a Potenza il primo maggio 1931. Ha insegnato metodologia della progettazione alla facoltà di architettura di Napoli e fu il direttore della Scuola di Specializzazione in Disegno Industriale dell’Università di Napoli Federico II; è stato membro fondatore del gruppo Global Tool e di una scuola sperimentale di artigianato Arti minime. Nel 1975 diede inizio alla sua attività di designer collaborando con aziende quali Baleri e Zanotta; i suoi laboratori si sono sempre contraddistinti perché spesso si lavorava per strada, assieme alle persone, con chi avrebbe poi usufruito delle architetture progettate. “Dalisi è abbastanza esplicito. La tecnica povera contesta la sottrazione progressiva ed ineluttabile della partecipazione attiva dell’uomo alla modellazione, alla costruzione dei propri progetti, del proprio spazio. La tecnica povera non si schiera sul fronte delle poetiche che sfruttano la povertà per ricostruire oggetti, manufatti, abitazioni  e neppure lungo gli argini dell’”edilizia della miseria”. È un linguaggio che non privilegia l’artigianato (o si dà come artigianato, ancora peggio) nè ha in odio la tecnologia in una rinnovata estasi pauperistica, francescana. La tecnica povera, nel rieducare gli strumenti sensori e percettivi, vuole rifondare la ricerca tecnica e scientifica: presuppone un rinnovamento del senso e del ruolo della scienza“. Dalla prefazione “L’ascolto del politico” a cura di Angelo Trimarco, cat. 82  Centro di, febbraio 1977. Oggi questa maniera di progettare è chiamata condivisa e partecipata, allora era semplicemente il modo di Dalisi di mettersi in gioco senza nessuna presunzione, senza alcuna voglia di porsi come l’ostentazione del professionista da accademia, senza il bisogno di realizzare indagini, slide, strategie, ricerche-azioni o quant’altro. I numeri che contavano  erano i sorrisi delle persone. Questa forma di pensiero è rimasta nell’Artista, che da architetto scelse la via più difficile per poter comunicare le proprie idee. Riccardo Dalisi è ricordato soprattutto per il suo Compasso d’Oro del 1981, riconoscimento mondiale per il design che ricevette grazie a “Pulci” la caffettiera napoletana disegnata per Alessi. Ha sempre sorriso il Professore, durante l’intervista la domanda legata al luogo delle sue idee ha trovato una risposta. «Questa è una domanda domandosa! Come faccio a ritrovare le cose che si trovano disseminate nel marasma del mio studio? Sai cosa rispondo? Sono le cose che trovano me». Riccardo Dalisi parla di sè come una persona particolare, spiega che il legame che ha con le sue opere nasce dai suoi sogni. Quasi sobbalzo dallo sgabello dopo che il Professore sbatte le mani facendo dei versi con la bocca, ricordandomi gli scritti sulle esperienze di Munari. «Ogni individuo ha molti modi per esprimersi. Adesso sto adoperando i colori, sono materia, volume, sto scrivendo infatti un libro sui colori che si muovooaaaaaaaaaaaaano. Mi colpisce una cosa, me la ricordo magari dormendo, ne percepisco la melodia, la sento napoletana. Siamo circondati da melodie. Praticamente sono napoletano a tutti gli effetti e Napoli non può che essere il motivo di ispirazione con la sua musicalità». Accennando alle sue caffettiere, il professore si sente attanagliato da un dubbio legato alle sue scelte, forse in […]

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La stella luminosa Pasqualino e la luce del suo cuore, Silvia Mazzieri

Pasqualino e la sua luce: due chiacchiere con la stella del sorriso appassionata di stelle del cinema Lui si chiama Pasqualino Esposito, vive a Casavatore vicino Napoli ed ha una simpatia travolgente ed una purezza d’animo che lo rendono trasparente e cristallino come una bella giornata d’estate: lui è inverno e primavera insieme, è saggezza e leggerezza, lui è la risata che nasce nel bel mezzo di una stagione arida. Pasqualino è affetto da osteogenesi imperfetta, detta anche malattia delle ossa di vetro: la sua malattia gli porta grave fragilità alle ossa, malformazione degli arti, difficoltà respiratorie a causa della gabbia toracica malformata e gli è quindi essenziale l’aiuto della ventilazione meccanica. Il cinema è la stella polare della sua quotidianità, la sua scappatoia ed isola felice, e questa passione lo ha portato a divenire una stella del sorriso che ha incontrato stelle in carne ed ossa: i suoi idoli cinematografici.  Pasqualino può infatti vantare tantissimi incontri con svariate stelle del cinema, attori di fiction e nomi di spicco della scena nostrana e internazionale, nonché la partecipazione a numerosi eventi e festival. Il suo festival preferito è La Festa del Cinema di Roma, a cui ha partecipato due volte: ha anche instaurato un forte legame con il direttore Antonia Monda e con Valeria Allegritti. La passione può salvare una vita e renderla degna di essere vissuta, può dare respiro e leggerezza alla sofferenza, e Pasqualino ci affida un grande messaggio: la realtà non è quella che si vede. Lo diceva Eugenio Montale nei suoi versi, e Pasqualino si fa testimonianza viva di queste parole. Ma solo per chi avrà la sensibilità adatta per coglierle e farle proprie, per chi saprà dilatare le proprie pupille e il proprio cuore. Ciao Pasqualino. Come nasce la tua passione per il cinema? Come ti è venuta l’idea di girare i principali eventi e conoscere i tuoi idoli da vicino? Ho sentito parlare, tramite i telegiornali, di vari festival del cinema che prevedevano gli incontri degli attori con il pubblico, e ho trovato subito l’energia di provare anche io questa esperienza. Ho cercato su Internet qualche festival che si trovasse più nella mia zona, tra Napoli e Roma, e ho deciso quindi di andarci. Sono andato per la prima volta ad un festival nel 2010, e mi è piaciuta molto l’atmosfera e tutto il contesto. Ho conosciuto tantissimi attori, ho cominciato a seguirli in televisione e mi è venuto spontaneo appassionarmi al cinema. Quali sono i generi cinematografici che ti piacciono di più e chi sono i tuoi attori preferiti? Amo in particolare i film horror e di avventura. Degli horror mi piace l’emozione, il panico e le forti sensazioni, invece per quanto riguarda i film d’avventura, li scelgo perché mi piace sorridere nel vivere le storie. La mia attrice italiana preferita in assoluto si chiama Silvia Mazzieri, protagonista della fiction “Il paradiso delle signore”, poi ci sono Elisabetta Pellini e Benedetta Gargari. Come attrici straniere invece amo Nicole Kidman e Jessica Alba. Silvia Mazzieri la […]

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Musica

Prisoner 709, il ritorno di Caparezza: tracklist e date del tour

Michele Salvemini, in arte Caparezza, torna finalmente sulla scena discografica con un nuovo album di inediti dal titolo Prisoner 709, che uscirà il 15 settembre, a tre anni di distanza dalla sua ultima fatica: “Museica”. Per il cantautore, rapper e produttore pugliese si tratta del settimo disco della sua carriera. Prisoner 709: 16 tracce inedite Prisoner 709 contiene sedici tracce inedite. Il rapper ha svelato, attraverso i suoi profili social, sia la copertina che la tracklist del suo nuovo lavoro, nonché le collaborazioni di cui si è avvalso. L’album è stato registrato tra Molfetta e Los Angeles col contributo di Chris Lord-Alge (ingegnere del suono statunitense che in passato ha collaborato con big della musica come Madonna, Rolling Stones e Bruce Springsteen) e contiene anche duetti con alcuni colleghi. Nei brani “Prosopagnosia” e “Minimoog” Caparezza ospita John De Leo, ex voce dei Quintorigo, mentre in “Forever Jung” duetta con Darry McDaniels, storico membro dei Run DMC. In “Migliora la tua memoria con un click”, invece, l’artista pugliese si è avvalso della collaborazione di Max Gazzè, fresco del successo estivo di “Pezzo di me”, brano cantato in coppia con la cantautrice siciliana Levante. La tracklist 1. Prosopagnosia (capitolo: il reato) feat. John De Leo 2. Prisoner 709 (capitolo: la pena) 3. La caduta di Atlante (capitolo: il peso) 4. Forever Jung (capitolo: lo psicologo) feat. DMC 5. Confusianesimo (capitolo: il conforto) 6. Il testo che avrei voluto scrivere (capitolo: la lettera) 7. Una chiave (capitolo: il colloquio) 8. Ti fa stare bene (capitolo: l’ora d’aria) 9. Migliora la tua memoria con un click (capitolo: il flashback) feat. Max Gazzé 10. Larsen (capitolo: la tortura) 11. Sogno di potere (capitolo: la rivolta) 12. L’uomo che premette (capitolo: la guardia) 13. Minimoog (capitolo: l’infermeria) feat. John De Leo 14. L’infinito (capitolo: la finestra) 15. Autoipnotica (capitolo: l’evasione) 16. Prosopagno sia! (capitolo: la latitanza) Le date del tour L’uscita dell’album sarà seguita da un tour nei principali palazzetti italiani, che si aprirà il 17 novembre 2017 ad Ancona. Di seguito il calendario dei concerti: 17 novembre, Ancona – PalaPrometeo Estra 18 novembre, Bari – PalaFlorio 24 novembre, Firenze – Mandela Forum 25 novembre, Bologna – Unipol Arena 28 novembre, Napoli – Palapartenope 29 novembre, Roma – PalaLottomatica 1° dicembre, Montichiari (BS) – PalaGeorge 2 dicembre, Padova – Kioene Arena 6 dicembre, Milano – Mediolanum Forum 7 dicembre, Torino – Pala Alpitour

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Concerti

Jarabe de Palo all’ Arena Flegrea musica di passione e vita

La band spagnola Jarabe de Palo, guidata dal cantante Pau Donés, ha ripercorso nel concerto all’Arena Flegrea di Napoli, il 14 luglio, 20 anni di lavori, liberando l’energia e la leggerezza della loro musica, coinvolgendo il pubblico di Napoli con la loro carica di vitalità. Il loro tour è stato chiamato 50 palos per un gioco di parole in lingua spagnola: oltre a richiamare il nome del gruppo, la parola “palos” significa anche compleanno, Pau Donés ne ha compiuti 50 proprio l’anno del ventennale della creazione de La Flaca, album di debutto del gruppo, che ottenne un grande successo internazionale. La serata musicale all’ arena flegrea è stata aperta da Lemandorle, duo pop – punk e dalla cantautrice Claudia Megré, sola sul palco, chitarra e voce graffiante. Alle 22 è iniziato il concerto dei Jarabe de Palo: oltre un’ ora e mezza di canzoni dai ritmi e colori cangianti, da quelle di romantica passionalità a quelle danzanti e vivaci, da quelle in cui lasciarsi trasportare da parole e melodie avvolgenti, a quelle in cui immergersi nell’ intensità delle emozioni. Quiero ser poeta (Voglio essere poeta) è tra le prime in scaletta e conduce verso i ritmi sostenuti e latini la poetica dei Jarabe de Palo. Il pubblico napoletano è già coinvolto, ma è alla quinta canzone, Depende, che inizia a partecipare in coro al concerto. Depende con metafore e versi è una riflessione e celebrazione in musica della libertà di scegliere la propria filosofia di vita, nel  ed è il singolo che consacrò il gruppo in Italia. A seguire canzoni dai ritmi danzanti, e Pau Donés dimostra sul palco di essere in buona forma fisica, accompagnando le note a piccole danze. I sei musicisti sul palco sono in armonia tra loro, appassionati nell’ esecuzione e la voce di Pau “scorre” nel bel fiume musicale che riproducono. Arriva poi il momento delle canzoni romantiche: Fumo, interpretata nell’ album con Checco Silvestre dei Modà, Mi piace come sei, incisa nell’ ultima versione con Noemi e Completo Incompleto. Sono canzoni intense, di presa di coscienza, di apertura ai sentimenti, di ricerca. Pau le dedica a tutte le donne. Si passa poi all’intensa calma delle parole e della melodia di Agua, che sembra sospendere il tempo all’ Arena flegrea ed entrare nell’anima di chi ascolta. In un cambio di atmosfera La Flaca accende e fa alzare il pubblico: il primo grande successo dei Jarabe de Palo resta indimenticabile per i fans Come un pittore è la canzone, scritta insieme ai Modà nella versione italiana, in cui Pau racconta i vari colori dell’ anima. A far ballare arriva poi Bonito, in cui Pau canta che nonostante sventure e tristezze «todo me parece bonito». Canzone scritta anni fa e che racconta bene ancora oggi Pau. Pau con la sua anima forte, mai sfiduciata, anche quando è stata colpita da un tumore. Alla fine del concerto Pau si rivolge al pubblico e racconta di essere stato colpito da questo male, ma di essere stato operato e di […]

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Musica

Figé de Mar “Come un navigante”: esordio a gonfie vele

Il primo album dei Figé de Mar “Come un navigante” raccoglie in cinque inediti un sound ricco di sonorità differenti, che trascina tra le correnti del country e quelle del rock anni ’70. Sembra di viaggiare un po’ indietro nel tempo ascoltando il timbro del cantante della band, Lorenzo Traggiai, autore di tutti i testi dell’album. Accompagnato dagli altri “ragazzi del mare”, armati di chitarre, basso, tastiera e batteria: Nikolò Sole, Matteo De Martino, Davide Lucchi e Matteo Basile, i Figé de Mar con questo primo album sono pronti ad aprire le porte del loro mondo musicale. Ascoltando i cinque brani colpisce la naturalezza dei testi pieni di quotidianità, risuonanti di parole forti, con ritornelli incisivi. Un mix di esperienze musicali fra il cantautorato italiano, quello di De Gregori e l’impostazione stilistica di Bennato, e il ritmo folk, che sembra essere il tratto distintivo della band ligure. Il sound, nonostante l’eterogeneità di generi, ha un grande punto di forza: c’è sempre un particolare che cattura l’orecchio, nelle canzoni che posseggono una fluidità musicale spiazzante. L’album “Come un navigante” è stato anticipato dal singolo Boulevard e da un’anteprima esclusiva su RockON. Ci si muove a metà tra terra e mare, in un dualismo che riflette la regione da cui provengono i Figé de Mar, la Liguria. Tra una ballada dai toni romantici come il singolo “La città” e un brano più grintoso come “Boulevard”, si inserisce sempre la visione di una terra, la loro terra, sinonimo delle loro radici. Se il navigante è sempre alla ricerca di una direzione da seguire, i Figé de Mar hanno trovato da subito la chiave per navigare a gonfie vele.

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Concerti

I Marlene Kuntz chiudono la terza edizione del NaDir

Con la giornata del primo luglio si conclude la terza edizione del festival indipendente NaDir\Napoli Direzione Opposta Festival nella Polifunzionale di Soccavo, dopo tre giorni di incontri, dibattiti e musica organizzati dal NaDir Collective e dagli attivisti della Rete Scacco Matto, in collaborazione con altre realtà sociali attive sul territorio. Un’iniziativa all’insegna della socialità e dell’aggregazione, con eventi e manifestazioni culturali trasversali, all’interno di una location ben precisa, la Polifunzionale di Soccavo, grazie alla concessione del Comune di Napoli di utilizzo del suolo pubblico, per ripartire dalla rivitalizzazione di una struttura a lungo dimenticata, all’interno di uno dei quartieri della periferia di Napoli. Tra cultura e musica emergente al NaDir Dopo un pomeriggio dedicato alla cultura kurda, tra dibattiti e laboratori di danze, in un importante momento di incontro e confronto con la complessa realtà del Kurdistan, la scena del NaDir si popola di musica emergente partenopea con i Travel Gum, band formatasi nel 2014 dal rock sperimentale e psichedelico, seguiti da la bestia Carenne, già ben noti e apprezzati dal pubblico per il loro ambizioso album Coriandoli, mentre l’atmosfera comincia a riscaldarsi ed il festival a popolarsi. Scoppiettante è la performance dei Sula Ventrebianco, che, con il loro potente sound ed un rock che non fa sconti, infiammano il pubblico tra ruggiti di chitarre e amplificatori. Ma prima di lasciare la scena agli headliner della serata, il cantante si abbandona ad un’ultima follia e scende tra il pubblico a pogare, tra l’entusiasmo generale dei fans. I Marlene Kuntz: vent’anni di rock I Marlene Kuntz si fanno attendere e, prima della loro comparsa, viene chiesto al pubblico di fare spazio ad un ultimo momento dedicato alla cultura kurda, con danze e costumi tipici del folklore locale ed il rinnovato invito di apertura e confronto verso questa minoranza e la sua cultura. L’attesa è ormai finita ed il pubblico è in fibrillazione, quando compare sulla scena lo storico quartetto di Cuneo tra i fumi del palcoscenico e le urla dei fans. Sulle note di Bellezza, l’inizio è da capogiro, con la voce e la chitarra di Cristiano Godano che non risparmiano nulla. Vent’anni non sembrano di certo trascorsi  e la rabbia sembra ancora quella del lontano esordio con Catartica, con una scaletta che si muove tra un album e l’altro, dai pezzi meno conosciuti, che ipnotizzano il pubblico, alle famosissime Nuotando nell’aria e Festa mesta, accompagnate da cori e generale delirio. La maestria delle chitarre di Godano e di Riccardo Tesio, insieme con quella del basso di Luca Saporiti, offrono al pubblico uno spettacolo di altissimo livello, il tutto abilmente orchestrato dalla batteria di Luca Bergia, che culmina, dopo la terza entrata della band sul palco, con Sonica e La canzone che scrivo per te, concludendo una performance degna di uno dei gruppi storici della scena rock italiana.

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Teatro

Teatro

Teatro Augusteo, presentata la nuova stagione teatrale

Il Teatro Augusteo compie 25 anni Sono passati 25 anni da quando il teatro Augusteo è stato riaperto. Adibito per anni a cinema, nel corso del tempo ha visto esibirsi cantanti e attori di fama nazionale: sono passati da queste parti Bruce Springsteen e Pino Daniele tra gli altri; tanti attori locali hanno cominciato poi la loro carriera qui, un punto di riferimento per la scena teatrale partenopea, situato nel cuore nevralgico della città, nella piazzetta Duca d’Aosta di Via Toledo. Il Teatro Augusteo festeggia così i primi 25 anni dalla riapertura: con un cartellone che tenta di soddisfare ogni tipologia di pubblico. Si passa dai musical alla prosa, senza tralasciare la tradizione napoletana; numerosi, come da tradizione, i concerti: certa è la presenza di Giovanni Allevi e Cristiano De Andrè; non con un concerto bensì con un musical contribuirà invece Elio. Il fondatore de Le storie tese riadatterà, dal 26 gennaio al 4 febbraio, Monty Pithon e il sacro Graal. Il film vincitore di 3 Tony Award rivivrà in Spamalot: parodia del ciclo di Re Artù, è una commedia a cavallo tra tecniche classiche e riferimenti culturali. Teatro Augusteo, al via la nuova stagione teatrale Quest’anno la stagione teatrale parte il 24 settembre. Saranno Gianni Ferreri ed Anna Falchi ad inaugurare l’anno teatrale. La banda degli onesti è una rivisitazione di Mario Scarpetta dell’omonima pellicola di Totò a metà tra tradizione ed innovazione. “La cosa più difficile è stata doversi dimenticare del principe della risata” affermò Scarpetta, pronipote di Eduardo De Filippo. Nel solco di stampo partenopeo tracciato da La Banda degli Onesti, Lello Arena sarà presente in scena con ben due spettacoli. L’ex membro della Smorfia indosserà le vesti di attore principale e regista, rispettivamente in Parenti Serpenti e No grazie il caffè mi rende nervoso 2, entrambe ispirate a celeberrimi film di maestri come Monicelli e Troisi. Quest’ultima più che una rivisitazione è un vero e proprio sequel, dal finale tutto da scoprire. Salirà poi sul palco, fra gli altri, l’acclamato Paolo Caiazzo. Il cinema è poi nuovamente protagonista del programma con due spettacoli di derivazione che più diversa non si potrebbe. Se Il sorpasso è stato apprezzato da generazioni intere, Dirty Dancing invece è stato idolatrato da una sola nidiata di adolescenti e giovani, quelli cresciuti negli anni ottanta. Giuseppe Zeno, Cristiana Vaccaro e Luca Di Giovanni sono protagonisti della rivisitazione della pellicola di Dino Risi. L’intramontabile storia d’amore tra Baby e Johnny sarà invece diretta da Federico Bellone. Lello Arena e Sal Da Vinci presenti nella sala foyer del Teatro Augusteo Altro protagonista dell’anno venturo all’Augusteo sarà senz’altro Sal Da Vinci, presente anch’egli con ben due spettacoli. Peter Pan è un’opera che ha fatto sognare tutti, adulti o bambini che fossero. E se c’è qualcuno che in Italia ha interpretato alla perfezione il messaggio di James Matthew Barrie quello è senz’altro Edoardo Bennato. Il cantautore di Bagnoli è infatti l’autore della colonna sonora dello spettacolo con alcuni fra i suoi brani più celebri, fra cui L’Isola che non […]

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Teatro

Il Teatro Bolivar libera l’arte nel cuore di Napoli

La famiglia De Luca è lieta di presentare il frutto di un duro lavoro, di gioia e di lacrime: la nuova stagione teatrale al Teatro Bolivar del quartiere Materdei. Una scommessa, la decima per l’esattezza, dopo che per quarant’anni le luci della ribalta sono rimaste spente, e le assi del palco senza crepa alcuna. Nel quartiere però ora c’è un angolo di arte. Non un garage, non un centro scommesse. «Adesso il Teatro Bolivar è una realtà», afferma orgogliosamente Romina De Luca. Un luogo di ritrovo e di passione, di contagio di arte e cultura, vivificato dal senso dell’avventura dei tanti attori che fanno riecheggiare le loro voci tra quelle poltrone rosse. Il 13 luglio già ha visto un po’ esibire le personalità di spicco di questa nuova stagione teatrale. A presentare i vari spettacoli, Michelangelo Iossa, direttore artistico della stagione musicale, dalla parlantina efficace ed entusiasta, e i due attori, nonché direttori artistici della stagione teatrale, Ciro Esposito e Ivan Boragine, che hanno dato un tocco di comicità a ogni presentazione. Il loro motto: «Libera l’arte nel cuore di Napoli». Il quartiere di Materdei, spesso percepito come chiuso e difficile, è proprio il cuore di Napoli. La sua posizione centrale fa sì che i vicoli in salita che a mano a mano permettono di arrivarci, lascino fluire il soffio vitale dell’arte a tutte le altre membra della città. Grande novità al Teatro Bolivar è il doppio cartellone, tra il mondo teatrale e quello musicale Questo il ricco cartellone musicale, con cui si aprirà la stagione: 10 NOVEMBRE 2017_ Sabba e gli Incensurabili suonano Battisti | theatrical version 24 NOVEMBRE 2017 _ Quanno Good Good in concerto – Omaggio a Pino Daniele [evento speciale _ 1997 / 2017: venti anni di musica… Sotto il segno di Pino!] 15 DICEMBRE 2017 _ Incontro d’Autore “10 fotogrammi” con Mimmo di Francia … Per brindare a un incontro [con ospiti speciali] 22 DICEMBRE 2017 _ Genny Vella Show Me la canto , me la rido, me la suono…anche a Natale! 26 DICEMBRE 2017 _ James Bond Christmas Show 12 GENNAIO 2018 _ Incontro d’Autore “10 fotogrammi” con Lino Vairetti Il lungo viaggio nella ‘prog family’ del fondatore degli Osanna [con ospiti speciali] 26 GENNAIO 2018 _ Gennaio 1958 / Gennaio 2018: sessant’anni di VOLARE! Omaggio a Domenico Modugno con il ‘cantattore’ Marco Francini 10 MARZO 2018 _ Concerto-evento con la Beatle-band I Sottomarini 1998-2018: venti anni di Beatlemania! [con ospiti speciali] 23 MARZO 2018 _ Salotto Francini presenta Siamo tutti Mina – Omaggio a Studio Uno Ed ecco il cartellone teatrale: 1-2-3-8-9-10 DICEMBRE 2017_ Vorrei un Bacio, regia di Luigi Russo Spettacolo sul delicato argomento dell’assistenza sessuale ai disabili, trattato in modo romantico e poetico. Un argomento coraggioso non ancora molto trattato in Italia. 5-6-7 GENNAIO 2018_ Sotto lo stesso tetto, regia di Gianni Parisi Rilettura dell’omonima commedia di Luca Giacomozzi, con protagonisti tre fratelli riuniti dalla morte del padre, toccando le corde dell’animo umano. 19-20-21 GENNAIO 2018_ Che Dio ce la mandi… […]

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Teatro

Antigone. Una storia africana al Teatro grande di Pompei

Scenografia austera ed essenziale, luci scure dai toni caravaggeschi, dialoghi in lingua francese e wolof, antico dialetto senegalese. Questi gli elementi costitutivi dell’Antigone di Massimo Luconi, tratta dall’omonima opera del francese Jean Anouilh, andata in scena ieri, 5 luglio, nella suggestiva cornice del Teatro Grande di Pompei, in occasione della rassegna Pompeii Theatrum Mundi.  Creonte, re di Tebe, vieta di dare sepoltura a  suo nipote Polinice, accusato di tradimento perché ha tentato di assediare la città. Antigone, sorella di Polinice, viola la legge imposta da Creonte, malsopportando che il corpo di suo fratello diventi preda degli avvoltoi e la sua anima vaghi senza tregua per l’eternità. Un conflitto tra due legittime espressioni di diritto. Jean Anouilh reinterpreta il dramma di Sofocle per dare risalto all’opposizione tra individuo e potere pubblico. I suoi protagonisti, però, sono smitizzati, le loro azioni non sono dettate da un’idea di diritto cui appellarsi, quanto da un senso fatalistico degli eventi. Creante e Antigone si abbandonano al loro destino, consapevoli di dover interpretare i ruoli che il dramma dell’esistenza ha loro assegnato. Antigone è poco convinta delle sue azioni, trasgredisce la legge in nome di un impulso individualista, assenti le invocazioni agli dei pronunciate dall’eroina sofoclea. Privata della fede divina, si avvia alla morte con dubbi e paure: “Mi disgustate con la vostra felicità, con la vostra vita che bisogna amare a ogni costo. Si dirà dei cani che leccano tutto quel che trovano. E di quella piccola possibilità che esiste per tutti i giorni se non si è troppo esigenti. Io, io voglio tutto e subito, e che sia esso intero, altrimenti lo rifiuto! Io non voglio essere modesta, io, e accontentarmi di un piccolo morso soltanto se sono stata saggia. Io voglio essere sicura di tutto oggi, e che ciò sia così bello come quando ero piccola, o meglio morire“. Antigone: da Tebe all’Africa Luconi porta in scena un’Antigone dalla pelle nera, elimina ogni riferimento a Tebe per concentrare il suo spettacolo principalmente sul rapporto tra l’identità della persona e della famiglia con lo Stato e le sue regole. I suoi protagonisti hanno origini africane, molti provenienti dal Senegal, dove il rito della sepoltura e degli onori funebri è molto sentito, proprio come un rito sociale di rispetto verso le persone e la loro storia. “Antigone, ovunque vi siano discriminazioni razziali, conflitti, intolleranze religiose, torna ad assumere il ruolo dell’eroina che sfida i regimi totalitari in nome della pietosa universale che si estende a tutti gli uomini sentiti come fratelli. E questa storia, raccontata oggi da giovani africani, ha ancora più senso”.

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Recensioni

Forse non sarà domani: Papaleo omaggia Tenco

Rocco Papaleo porta in scena al teatro Trianon di Napoli lo spettacolo Forse non sarà domani, un racconto della vita e delle opere di Luigi Tenco attraverso canzoni, frammenti di interviste e lettere. Lo spettacolo è parte del Napoli Teatro Festival Italia 2017 che con circa 80 eventi, dal 5 giugno al 10 luglio, sta proponendo spettacoli di qualità a prezzi accessibili. Il suicidio di Luigi Tenco in seguito all’eliminazione dal Festival di SanRemo del 1967 è un atto che irrompe con forza nella liturgia di una manifestazione che coinvolge milioni di italiani. Il gesto di Tenco è un’accusa sia nei confronti del mondo dello spettacolo, sia nei confronti del pubblico. Il suicidio è un atto di ribellione nei confronti dei «Signori benpensanti» come li definirà Fabrizio De André, ma anche un colpo durissimo a tutti quelli che «Si ritrovarono dietro il palco, con gli occhi sudati e le mani in tasca, tutti dicevano: “Io sono stato suo padre!”, purché lo spettacolo non finisca» come canta Francesco De Gregori. Sono passati 50 anni dalla tragica morte di Luigi Tenco, un episodio che l’opinione pubblica italiana sembra non aver ancora elaborato. Il motivo per cui Tenco, a differenza di altri grandi artisti, ancora oggi non viene ricordato e omaggiato adeguatamente è la difficoltà che un intero Paese riscontra nel dover ammettere una colpa. Salvatore Quasimodo nel 1967 scriveva «La gente ha preferito poi dimenticarlo in fretta, quasi per un senso di omertà come sempre avviene quando ci si sente in un certo senso colpevoli, coinvolti. E non siamo forse un po’ tutti responsabili dell’atto estremo del cantante, noi che esaltiamo e sopportiamo il carosello del festival, da anni, senza esigere nemmeno un livello minimo di intelligenza nei contenuti delle canzoni? […] Chi è furbo capisce che le qualità sono difetti agli occhi del pubblico e che solo ciò che è generico e non agita le opinioni dei benpensanti va bene, è lecito. I capelloni, i beat, i folk e i canti di protesta sono accolti purché non superino l’avanguardia rivoluzionaria della Vispa Teresa. Luigi Tenco ha voluto colpire a sangue il sonno mentale dell’italiano medio». Rocco Papaleo prova, riuscendoci, a raccontare Luigi Tenco attraverso lettere, interviste e canzoni. Papaleo è conosciuto dal grande pubblico come attore di straordinaria intelligenza comica, caratterizzato da un’ironia tagliente e, infatti, la sua capacità di far sorridere rende ancor più piacevole e scorrevole uno spettacolo già di per sé interessante. Papaleo in scena interpreta le canzoni di Tenco ma legge anche le sue interviste e le sue lettere permettendo di capire a pieno le sue canzoni.  Le parole di Tenco vengono adoperate per introdurre le sue stesse canzoni e ciò mostra quanto Tenco utilizzasse la musica per esprimere ciò che era. Papaleo canta le canzoni rielaborate da Roberto Molinelli e viene accompagnato da brillanti musicisti: Arturo Valiante (pianoforte), Guerino Rondolone (contrabbasso), Davide Savarese (batteria e percussioni) e Marco Sannini (tromba). Nel caso di Tenco l’artista e l’uomo coincidono perfettamente e per capire l’uno bisogna conoscere l’altro. […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Un viaggio lontano. Cosa mi regalavi davvero?

Un viaggio lontano Un cielo rosso al tramonto, un viaggio lontano… cosa mi regalavi davvero? Spiagge infinite, la città è lontana, palafitte sul mare, il sole è calato dietro l’orizzonte Le acque arrossate, il colore del bronzo ricopre gli ori del mattino e verrà il turchese a bagnare il cielo. La notte, ah, la notte, dimmi, che notte vivi nelle tue terre? Spingersi lontano, oltre se stessi Tuffarsi nel mare, nel cielo rosso del tramonto, da lì, da quel promontorio, e finalmente rinascere. Lo credi impossibile? No, nel cielo del tramonto delle tue terre tutto riveste la vita Un cielo rosso al tramonto, e quella canzone che continua a prendere il mio ricordo Le stagioni ci stanno aspettando, eppure l’Estate ci sta già attraversando,  ci bagna con le sue onde, le sue lente onde… Ma forse ancora c’è chi non si abbandona Sogni spenti in stanchi passi sulla spiaggia al tramonto, mentre il sole cala al di là del cielo. I loro occhi non comprendono il nostro sguardo già perso nelle stelle. Le stelle, riesci a contarle? Dimmi, davvero riesci a comprenderne il prodigio? E il loro sguardo distratto davvero può pretendere di alzarsi già sazio del mondo? Oh, no, e lo sai Un viaggio lontano Sì, un viaggio lontano, nel tramonto di terre perdute, lontane Cosa mi hai regalato davvero? Un cielo rosso, un tramonto lontano, case azzurre che dormono sopra le onde che dondolano pigramente, e le foglie che nuotano. La notte Vedo acque ed un blu che si perde infinito, sopra le case sul mare e giù nel profondo Una barca è ormeggiata, un’altra scivola lenta e un’altra ancora si spinge nell’ombra, l’ombra della notte. Le stelle brillano e sul piano dell’acqua scivolano lente, insieme al fondo dei legni delle barche, insieme alle onde, insieme ai miei sogni. I sogni, dimmi, che forma dai ai tuoi sogni? I passi stanchi hanno già lasciato la spiaggia, l’orizzonte è puro ora dinnanzi a noi Ora il mare è di chi vuole amare, di chi tuffando le proprie speranze è disposto a sognare Un viaggio lontano, terre lontane, lontana è la città ed il sole che domani di nuovo dal mare ritornerà Un cielo rosso al tramonto, la sera è vicina, la luna i suoi bagliori d’argento dal promontorio e sul mare riflette. La notte è già qui Cosa mi hai regalato davvero? Un suono lontano, un ricordo creduto perduto che ancora giace ineffabile nel fondo della mia anima… Ma lo sento qui nel petto tornato Un viaggio lontano, dimmi, cosa mi hai regalato davvero?

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Quanto è bella l’estate, una bella stagione…davvero

Quanto è bella l’estate, umh? Il sole, il mare, la spiaggia, gli amici, le vacanze, i viaggi… L’estate è proprio una bella stagione, davvero. Una bella pausa dal lavoro o dallo studio e via a immergersi nelle acque cristalline… o quasi, anche lievemente trasparenti vanno bene. Certo, magari è da evitare quella massa schiumosa che s’intravede in lontananza. Oh no… una donna è appena stata punta da qualcosa e tutti iniziano a fuggire. Per fortuna, se il mare non soddisfa, c’è sempre il meritato riposo sulla spiaggia. Ed eccoti lì, disteso sul tuo lettino mezzo rotto (pagato più di due euro) con in mano un libro (sì, esistono ancora) pronto a immergerti in chissà quali avventure. Bella domanda, quali avventure? Di certo non quelle nel libro considerando che appena inizi a ricordarti come si legge, vieni prontamente e brutalmente colpito da una poderosa pallonata. L’aspirante calciatore-killer ti fissa con palese disgusto, urlando di restituirgli il pallone. Con molta fatica ti porti seduto sulla sdraio e, riluttante, gli consegni l’arma del delitto. In quel momento ti rendi conto del perché il ragazzino ti scruta con disprezzo: grondi sudore da ogni singolo poro. In effetti ci sono quarantaquattro gradi all’ombra (merito dell’anticiclone africano denominato Satana l’Infame) e purtroppo il mare è inagibile a causa di qualche mostro marino non identificato che continua a terrorizzare chiunque osi avvicinarsi alla battigia. L’ombrellone è completamente inutile (la sua ombra è proiettata così lontana che neanche la vedi) e intanto ti ritrovi anche a boccheggiare. Quanto è bella l’estate Certo è proprio bella… il caldo soffocante, le spiagge pubbliche inagibili, il mare putrido, gli animali marini inferociti, i venditori abusivi che ti vedono boccheggiare e ti chiedono se ti serve un tatuaggio all’henné raffigurante una balena che sorride, i bagnini che dormono… Ma per fortuna ecco arrivare l’illuminazione. No, non è un colpo di sole… forse. Ti alzi, abbandoni la sdraio arrugginita e vai via, lontano, verso la salvezza. Esci dalla spiaggia e, ancora in costume, t’imbuchi nel primo negozio che trovi per strada. Oltrepassata la soglia entri finalmente in contatto con la beatitudine. L’aria condizionata del negozio ti avvolge e ti abbandoni in un lungo sospiro di goduria. Ma non sei il solo… ti guardi e riconosci alcuni dei bagnanti della spiaggia appena abbandonata. Già, sono tutti lì a godersi l’estate.

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Voli Pindarici

Ho mangiato una persona scaduta

Mi sveglio, apro gli occhi e con essi il frigorifero: trovo uno yogurt scaduto. In preda alla fame più disperata e ai rumori più strambi e forti che uno stomaco possa produrre, armata di coraggio, decido di sfamarmi dell’unico alimento in mio possesso, benché esso sia certamente avariato a causa degli effetti del tempo subiti dallo stesso. Temeraria e paranoica quale sono, ad ogni boccone interrogo il web circa le conseguenze che i microrganismi formatisi nell’alimento avrebbero avuto sul mio organismo, come ogni stolta curiosa farebbe. Nausea, crampi, dolore addominale, sudorazione, vertigini, vomito. Potrei continuare con la stesura degli effetti collaterali ma mi fermo per decenza, poiché credere che uno yogurt andato a male potesse realmente portarmi alla morte sarebbe stato alquanto eccessivo Ma non vi nego che ho temuto anche di poter finire all’inferno a causa del mio gesto decisamente avventato e poco saggio. Non ho avuto la nausea, non ho avuto i crampi, non ho avuto la diarrea, non ho avuto il vomito, non ho sudato! Non ho avuto niente nonostante io stia narrando la mia triste esperienza, prova del fatto che non sono morta: Vivo! Mi sveglio, apro gli occhi e con essi il mio passato: trovo persone scadute. In preda all’amore più esasperato e ai battiti più forti che il cuore possa produrre, armata di buona volontà, ho scelto di nutrirmi dell’unica persona che io volessi, nonostante lei fosse risaputamente andata a male a causa degli effetti degli anni vissuti. Coraggiosa e fiduciosa quale sono, ad ogni bacio dato non ho interrogato nessuno circa le conseguenze che la sua saliva avrebbe avuto sulla mia, come ogni innamorata farebbe. Batticuore, sorrisi, felicità, lacrime, gioia. Potrei continuare con l’elenco degli effetti benevoli ma mi fermo per indecenza, poiché illudermi che una persona andata a male potesse realmente farmi vivere sarebbe stato alquanto esagerato Ma non vi nascondo che ho sognato anche di poter rinascere a causa del sentimento più puro che io potessi provare. Ho mangiato una persona scaduta Ho la nausea, ho i crampi, ho la diarrea, ho il vomito e sudo perché sono a Napoli e ci sono 35 gradi all’ombra. Ho temuto anche di poter morire ma non è successo. Sono sopravvissuta: Vivo! Uno yogurt scaduto nuoce alla salute meno di una persona scaduta. Lo yogurt scade, non può scegliere di non scadere: vittima del tempo, ne subisce ogni conseguenza senza possibilità alcuna di ribellione. Le persone scadono ma potrebbero scegliere di non scadere. Non sono vittime del tempo, sono artefici del proprio tempo e le uniche conseguenze che subiscono sono quelle delle proprie errate azioni nelle quali loro stesse decidono di soccombere. Io non sono uno yogurt, sono una persona. Non voglio mai scadere Non voglio mai scaderti.

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Voli Pindarici

Il bambino sulla spiaggia e quello sul lettone

Il bambino disteso sulla spiaggia sembrava uno di quei pupazzi di gomma che si gonfiano a bocca. Pareva  un bambolotto dimenticato sul bagnasciuga da qualche bimbo dopo una giornata intensa di giochi trascorsa in riva al mare. Le onde fredde del mare del mattino lo scalfivano già da qualche ora ma lui restava immobile, disteso a pancia sotto, con il sederino un po’ alzato. Indossava una magliettina rossa, un pantaloncino blu, le scarpette con la suola gialla e aveva  la testolina piegata sul lato destro del corpo, tonda piena di capelli scuri. Dalla corporatura sembrava anche cicciottello e, anche se in realtà non è stato mai visto in faccia, doveva essere certamente bellissimo. E immobile è rimasto. Per sempre, però. Immobile su quella spiaggia turca, protagonista involontario e inconsapevole di uno scatto che lo ha reso per sempre un’icona indelebile dell’orrore di una delle tante conseguenze della guerra in Siria. Il bambino sul lettone Dopo più di due anni e lontano migliaia di chilometri da quella spiaggia turca, in una mattinata come tante, il bambino disteso sul lettone dormiva placido e beato. Ha solo qualche mese e la fortuna di essere nato in un luogo che, seppur denso di contraddizioni, sfaceli, ladrocini, ipocrisie e ingiustizie di ogni sorta e natura è, in fondo e nonostante ciò, ancora un buon posto nel quale venire al mondo. Fosse solo perché non c’è la guerra. Il bambino disteso sul lettone è il mio ed è così dolce ed indifeso quando passa dalla veglia al sonno, assumendo quella posizione raggomitolata che ispira un mare di tenerezza solo a guardarlo. Per una strana coincidenza, quella mattina, con la sua testolina tonda piena di capelli scuri rivolta a destra e i vestitini blu e rossi, aveva assunto quasi la stessa postura con il sederino in sù nella quale fu ritrovato Aylan. Che strane associazioni di immagini ha prodotto la mia mente in quel nanosecondo in cui ho visto mio figlio in quella posizione. Una sorta di veloce flashback da pugno nello stomaco composto da un’immagine così dolce e da una così odiosa come quella della fine di una creatura indifesa. Un bambino e la morte I bambini e la morte: una contraddizione innaturale, un maledetto ossimoro. Sarà stata la potenza di quella foto scattata in spiaggia, l’impatto emotivo della tragedia dei profughi, le mille paure che a volte attanagliano la mente dei neo genitori ma quella mattina ho pianto guardando il mio bimbo dormire felice sul lettone e pensando ad Aylan, che, al contrario, una vita non ce l’ha più. I genitori del piccolo ritrovato sulla riva del mare alle prime luci fredde dell’alba non lo vedranno più dormire per poi risvegliarsi. Quel bambino morto barbaramente è uno schiaffo in faccia all’umanità, ricca o povera che sia, e si dovrebbe ben riflettere sulla circostanza per la quale nessuno ci assicura che un domani i protagonisti del macabro rituale degli sbarchi dei profughi saranno invertite o quantomeno diverse, se la bella Italia o la mitica Europa diventeranno posti […]

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