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Eroica Fenice

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Recensioni

Nino D’Angelo in ”Dangelocantabruni”: l’omaggio alla ”Voce ‘e Napule” al teatro Trianon Viviani

Dopo aver solcato, ancora una volta, il palco del teatro Ariston di Sanremo nel febbraio scorso, Nino D’Angelo torna ad emozionare il pubblico con ”Dangelocantabruni”, uno spettacolo in memoria di uno dei più grandi artisti della musica napoletana: Sergio Bruni. In scena dal 14 al 17 marzo 2019 al teatro Trianon Viviani, Nino D’angelo porta sul palco i successi musicali senza tempo con passione e dedizione accompagnato dall’orchestra guidata dal maestro Enzo Campagnoli. Nino D’Angelo torna al teatro Trianon Viviani Lo spettacolo si apre con uno scenario piuttosto semplice: sul palco Nino D’Angelo con l’orchestra posizionata su una piattaforma che ruota e cambia musicisti a seconda della musicalità da dare ad un determinato brano; alla sinistra del pubblico, invece, il direttore d’orchestra. L’artista coinvolge i suoi fans fin da subito e per tutto il resto della serata, portando in scena canzoni come ”Vieneme nzuonno”, ”Na bruna”, ”O Vesuvio”. Un dinamico Nino D’Angelo che emoziona e meraviglia il pubblico come solo pochi artisti riescono a fare, voce del popolo che canta per il popolo e con il popolo, ricordando un grande maestro con stima e tanto cuore. Le canzoni erano, infatti, intervallate da una voce narrante (voce dello stesso cantante in scena), la quale ricordava tutti quelli che sono stati i momenti più belli degli incontri tra Nino D’Angelo e Sergio Bruni, dal primo all’ultimo, creando intimità con gli spettatori lì presenti. Sergio Bruni: un’eredità senza eguali ”Un artista senza eredi, inimitabile come Sinatra e Breil”, afferma sul palco del Trianon Nino D’Angelo, parlando del Bruni come uno dei pochi che ha dato voce al popolo di Napoli con canzoni che sono ancora oggi parte fondamentale della musica partenopea e, non a caso, Eduardo stesso lo definì, tempo fa, come ” ‘A voce ‘e Napule”. Voce di Napoli che lo stesso Nino D’Angelo vede come ”padre” e nel bel mezzo dello spettacolo, stupisce ancora una volta il suo pubblico cantando una sua canzone ” ‘O pate”, canzone che lo lega profondamente al maestro e che lui avrebbe tanto voluto dedicargli quando era ancora in vita poiché vedeva in Bruni un padre che lo aveva guidato (e lo guida tutt’oggi), artisticamente, per tutto il suo percorso. Lo spettacolo musicale si conclude con la splendida canzone ”Carmela” con cui D’Angelo conclude il concerto e lascia il palco davanti ad un pubblico senza parole. Senza parole poiché profondamente immerso in una Partenope che solo Nino D’Angelo, ancora oggi, riesce ad interpretare e raccontare. Una Napoli che resiste ancora con tutte le sue forze, le sue tradizioni, la sua musica, le sue originalità. E fin quando ci saranno artisti, come Nino D’Angelo, che racconteranno Napoli con così tanta passione ed emozione, la storia potrà non dirsi perduta, ma ancora viva tra l’eco dei vicoli e delle sfumature di questa immensa città.

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Libri

Haruki Murakami: in libreria L’assassinio del Commendatore

Haruki Murakami torna in libreria con la dilogia “L’Assassino del Commendatore” (edito dalla casa editrice Einaudi):  un affascinante viaggio onirico negli anfratti delle nostre paure più recondite Da qualche mese sono uscite in libreria le ultime due opere dello scrittore giapponese Haruki Murakami dal titolo “L’Assassinio del commendatore. Libro primo” e “L’Assassinio del Commendatore. Libro secondo”, edite entrambe da Einaudi e tradotte da Antonietta Pastore. L’Assassinio del Commendatore di Haruki Murakami – sinossi Siamo a Tokyo e il protagonista -del quale non si conoscerà il nome- è un pittore di ritratti che fa questo lavoro più per necessità che per reale passione. Un giorno sua moglie decide di lasciarlo per un altro uomo e così lui è costretto a cambiare completamente vita. Dopo aver girovagato per mesi nella regione fredda dell’Hokkaido, si trasferisce in una città tra le montagne, nell’appartamento che fu di Amada Tomohiko, celebre pittore giapponese che ormai, affetto da demenza senile nonché vicino alla morte, soggiorna in una struttura di riabilitazione. Da quando il giovane pittore si trasferisce nella casa, inizia a vivere esperienze un po’ strane: incontra un importante e ricchissimo uomo d’affari dal passato oscuro, un certo Menshiki gli chiede di fargli un ritratto, una campanella inizia a suonare di notte da una buca sotterranea nel bosco e, infine, nel sottotetto dell’appartamento il giovane pittore trova un bellissimo quadro di Tomohiko, che si intitola “L’Assassinio del commendatore”. La tela (che ritrae il Don Giovanni di Mozart nel momento in cui uccide il Commendatore, dopo che questi lo aveva sfidato a duello perché aveva tentato di sedurre sua figlia Anna) ha una fortissima e strana capacità di attrazione e, soprattutto, attiverà un mondo sconosciuto, fatto di “metafore” capaci di cooptare le persone, quali la giovane Akikawa Marie, studentessa del corso di disegno tenuto dal nostro pittore.  Il nostro protagonista si renderà conto di avere il dono di interpretare, -attraverso la pittura,- l’animo di coloro che ritrae, diventando un veicolo per poter comprendere e trasmettere al mondo esterno gli elementi più nascosti e forse inquietanti della loro personalità. L’Assassinio del Commendatore, un viaggio introspettivo nelle nostre paure La dilogia di Murakami è un’opera a limite tra il racconto introspettivo e quello fantastico, con elementi che fanno capo al thriller: è un viaggio nelle nostre paure più segrete. Il confine tra la fantasia e la realtà diventerà così labile da sembrare quasi nullo. La storia che viene raffigurata attraverso il quadro, e che ricorda un fatto storico risalente alla seconda guerra mondiale e agli orrori del nazismo, viene rievocata attraverso i personaggi del quadro, a partire dal Commendatore, che si materializza nella forma di “metafora”. Il viaggio del nostro protagonista in un mondo parallelo richiama le trame di altre opere di Haruki Murakami, quali “L’uomo che girava le viti del mondo“(Einuadi, 2013) o “Kafka sulla spiaggia“(Einaudi, 2008) e, non da ultima, la trilogia “IQ84” (Einaudi, 2011-2012).   Immagine dal web: blog.pianetadonna.it

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Attualità

Mafie e orizzonti di giustizia sociale, il 21 marzo di Libera

Mafie e orizzonti di giustizia sociale: il 21 marzo la manifestazione di Libera | Riflessione Mafie, camorra, criminalità: Libera (associazioni, nomi e numeri contro le mafie) si prepara alla “XXIV Giornata della memoria e dell’impegno“, in ricordo di tutte le vittime innocenti del crimine organizzato. La data, come ogni anno, sarà il 21 marzo, primo giorno di primavera. “Orizzonti di giustizia sociale“, il titolo scelto per la manifestazione di quest’anno. Libera è una rete di associazioni, cooperative sociali, movimenti e gruppi, scuole, sindacati, diocesi e parrocchie, gruppi scout, coinvolti in un impegno non solo “contro” le mafie, la corruzione, i fenomeni di criminalità e chi li alimenta ma soprattutto “per” la giustizia sociale, la ricerca di verità, la tutela dei diritti, una politica trasparente, una legalità democratica fondata sull’uguaglianza, una memoria viva e condivisa, una cittadinanza all’altezza dello spirito e delle speranze della Costituzione. Tra le attività principali di Libera c’è il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, frutto di una legge per la quale la rete ha promosso nel 1995 una petizione che raccolse un milione di firme. Un primo censimento delle esperienze positive di uso sociale dei beni confiscati registra oltre 650 associazioni e cooperative assegnatarie di beni in Italia, che si occupano di inclusione e servizi alle persone, di reinserimento lavorativo, di formazione e aggregazione giovanile, di rigenerazione urbana e culturale, di accompagnamento alle vittime e ai loro familiari. Per Libera, infatti, è importante mantenere vivo il ricordo e la memoria delle vittime innocenti delle mafie. Una memoria condivisa e responsabile grazie alla testimonianza dei loro familiari che si impegnano affinché gli ideali e i sogni dei loro cari rimangano vivi. Da qui nasce la Giornata della memoria e dell’impegno. Quest’anno, Padova sarà la piazza principale, scelta per l’evento. Simultaneamente, nel resto d’Italia, d’Europa e in America Latina, altre piazze, organizzate, ospiteranno momenti di riflessione e di approfondimento, oltre che la lettura dei nomi delle più di 900 vittime innocenti della criminalità: semplici cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell’ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali, morti per mano delle mafie solo perché, con rigore, hanno compiuto il loro dovere. L’impegno di Libera nell’organizzazione del 21 marzo è iniziato nel 1996 con una sola grande manifestazione nazionale. Dal 2017, la Giornata della Memoria e dell’Impegno è stata istituzionalizzata dalla Legge n.20 dell’8 marzo del 2017 e, per rendere questo momento ancora più partecipato, Libera ha voluto intraprendere un percorso che rendesse protagoniste tutte le città. In Campania, la Giornata avrà luogo ad Avellino, con una manifestazione regionale, per accendere i riflettori su una città dove non è semplice parlare di fenomeni camorristici e di corruzione. Il corteo partirà dal Piazzale dello Stadio per raggiungere la piazza principale della città, Piazza Libertà. Una giornata che è un simbolo, ma non solo: è un impegno delle comunità nel contrastare le mafie, a partire dalle Istituzioni.

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“Grani antichi”, Giuseppe Vesi apre a Milano

Apre giovedì 21 marzo al corso Europa il locale che sarà american bar, pasticceria, ristorante e la pizzeria “grani antichi” di Giuseppe Vesi, con l’impasto della pizza ispirato alle antiche ricette dei maestri pizzaioli del ‘700 e un mulino per macinare la farina al momento con grano Carosella. Dolci d’autore “firmati” dallo chef Salvatore Varriale e di costiera amalfitana La pizza tradizionale verace napoletana sbarca all’ombra della Madonnina, con una ricetta ispirata ai maestri pizzaioli del ‘700. Ma non solo. Anche una limonaia, mattonelle stile Vietri sul mare, un menu che riproduce e ricorda in pieno un’atmosfera tipica della costiera Amalfitana e di Napoli verace. Potrebbe essere una terrazza di Maiori, Positano, Ravello, Vietri e invece siamo a due passi dal Duomo, in corso Europa, in un’ampia sede di 600 metri quadrati, disposta su due piani. Apre giovedì 21 marzo, primo giorno di primavera, questo pezzo di Napoli verace e di costiera in pieno centro meneghino. Con i due marchi: Eccellenze della costiera di Salvatore Varriale e Grani Antichi la pizzeria di Giuseppe Vesi, che svela in anteprima il segreto di una specialità. Pizza con farina di grani antichi del Cilento, la Carosella – coltivata fin dall’epoca dei Romani nelle tante fattorie sparse nel Cilento – con stracciatella campana, tartarre di tonno, pomodorino giallo confit, granella di mandorla tostata e polvere di limone di Sorrento. Una pizzeria con effetti speciali, con al centro un vero mulino, con macine a pietra, in cui la farina, ottenuta da grano Carosella, utilizzata per fare la pizza sarà realizzata al momento. Il concept? Poter vivere l’eccellenza del gusto in qualunque momento della giornata: dalla colazione, al pranzo fino alla cena, tra atmosfere che rimandano agli scenari della costiera amalfitana. Sapori antichi e gusti ormai noti nel mondo. Scorrendo il ricco menu ci si imbatte piacevolmente nei ravioli ricotta e limone, o in un cult della pasticceria come la delizia al limone. All’ombra della Madonnina, c’è davvero un angolo di paradiso del gusto.

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Cognomi napoletani: la classifica dei cinque più diffusi

I cognomi esistenti nel mondo sono innumerevoli, e spesso ci si chiede quali siano quelli più diffusi in una determinata località. Il patrimonio dei cognomi italiani è straordinariamente ricco e senza paragoni in Europa, data la frantumazione linguistica che caratterizzò il territorio nazionale. I cognomi napoletani, sono tantissimi, alcuni particolarmente divertenti, altri definibili strani e altri ancora dalle origini curiose. In testa alla classifica dei cognomi napoletani, c’è Esposito, diffuso in molte aree della Campania; il cognome Esposito, deriva da expositus dato ai bambini abbandonati, lasciati solitamente davanti a luoghi di carità, come sagrati delle chiese o monasteri. A Napoli si contano ben 15.109 persone che portano questo cognome. Il secondo cognome napoletano, diffuso soprattutto in provincia, è Caiazzo. Il celebre cognome, si rifà all’illustre famiglia Caiazzo del Regno di Napoli. La famiglia in questione, acquisì il proprio cognome dall’omonima città, prima di passare a Capua. Il cognome in questione, è diffuso in particolar modo a Napoli e nella provincia di Salerno. I cognomi, in un’ottica generale, sono da considerarsi dei veri e propri elementi di unione delle persone con i propri consanguinei, ossia dei segni distintivi delle famiglie, dato che essi sono tramandati di padre in figlio all’interno della società. Esistono cognomi che derivano da gruppi aggettivali, da soprannomi, da nomi personali o comuni, da storpiature e ciò fa sì che lo stesso cognome si possa riscontrare in aree del Paese distanti tra loro. Tra i cognomi napoletani, al terzo posto della classifica, dopo Caiazzo, troviamo, Romano: esso deriva dal nome latino Romanus che significa “uomo nativo di Roma e dai vari toponimi contenenti la radice roma. Tale cognome è particolarmente diffuso in tutta Italia, ma trova notevole concentrazione in Campania. Napoli è una grande metropoli e naturalmente il numero di cognomi largamente diffusi è piuttosto alto, dato anche l’alto indice demografico che registra la città. Al quarto posto della classifica dei cognomi napoletani, troviamo De Rosa, il sessantanovesimo cognome più diffuso in Italia e il quarto in Campania. L’origine del cognome si rifà alla botanica, infatti esso deriva dal noto fiore. Le prime testimonianze del cognome De Rosa, si riscontrano sin dal 1600, con particolare concentrazione al sud. I cognomi che presentano la particella “De”, sono cognomi patronimici. Anticamente non esistendo ancora i cognomi veri e propri si appellava una persona con il suo nome di battesimo e con quello del padre o della madre. Il ”de” significava ”figlio di”. De Crescenzo ad esempio è un cognome patronimico, cioè derivante dal nome del padre, ossia del capostipite. A volte può indicare anche origini nobili, se scritto in minuscolo. Al quinto posto, tra i cognomi napoletani, troviamo Giordano. Potrebbe derivare dal cognomen latino Gordianus oppure dal nome medioevale italiano Giordano (dal fiume omonimo che significa “fiume che scorre” o “coppia di fiumi”) o ancora dal francese Jourdain. Giordano è diffuso in Italia, e soprattutto in provincia di Salerno. La classifica stilata dei cinque cognomi, diversi tra loro per origine e storia, tutti molto diffusi a Napoli e in provincia, […]

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La crisi del ’29: un approfondimento storico

“La prova del nostro progresso non è quella di accrescere la ricchezza di chi ha tanto, ma di dare abbastanza a chi ha troppo poco”. È con queste parole che Franklin Delano Roosevelt getta le basi per porre fine alla crisi economica più famosa della storia americana: la crisi del ’29, così chiamata poiché verificatasi nel 1929, con il crollo della borsa di Wall Street. Durante i “Ruggenti anni ‘20”, nonostante la stabilità politica e sociale seguita alla Prima Guerra Mondiale, sull’America si abbatté la prima catastrofe di ordine economico. Evento catastrofico, sì, non solo per la devastazione che si lasciò dietro, ma anche per essere stata una delle fautrici, insieme al totalitarismo, della Seconda Grande Guerra. La crisi e i successivi eventi che ne derivarono presero il nome di Grande Depressione e furono testimonianza del più grande economico mai visto fino a quel momento, in una società dove il progresso si era succeduto senza ricadute sin dalla Rivoluzione Industriale. Politicamente parlando, il potere si riversò totalmente nelle mani del partito repubblicano, con Harding e in seguito Coolidge, i quali sostenevano l’accumulo della ricchezza privata, a scapito delle classi più povere. Nonostante le discriminazioni delle classi inferiori, l’ottimismo generale non subì una battuta d’arresto, anzi vide il fulcro del suo sviluppo in Wall Street, sede della Borsa di New York. Ma cosa generò la crisi? Il periodo di benessere che investì gli Stati Uniti, aveva portato a un aumento della domanda di consumo, al punto tale da generare una produzione senza precedenti. Tuttavia, il mercato interno non fu in grado di assorbire la grande mole di prodotti, portando a un crollo dei prezzi e ad un conseguente crollo della produzione, nonché la presenza di materiale in eccedenza, incapace di essere smaltito. Il 24 ottobre 1929, conosciuto come il giovedì nero, sancì l’inizio della catastrofe con la svalutazione di 13 milioni di azioni che vennero vendute senza limite di prezzo e il crollo del valore dei titoli. Tuttavia, il crollo vero e proprio della Borsa di Wall Street si verificò il 29 ottobre, che passò alla storia come “martedì nero”, quando circa 16 milioni di azioni vennero vendute in un solo giorno. A questo evento seguirono numerosi suicidi da parte di speculatori e azionisti, per non parlare delle conseguenze che si riversarono sui ceti meno abbienti, generando una disoccupazione di massa. La crisi del ’29 produsse una ferita ingente che sfregiava il volto dell’America ricca di sogni, che era stata il sostegno economico della maggior parte dei paesi. L’approccio protezionistico che aveva portato alla sovra-produzione durante la crisi del ‘29, proseguì anche dopo il crollo della borsa, e la sua estensione a tutti gli altri paesi produttori, generò un collasso del commercio internazionale. Per quanto riguarda l’America, in particolare, si registrò un vertiginoso incremento della disoccupazione e una contrazione del reddito. A coronare il tutto, gli Stati Uniti si videro costretti a richiamare i prestiti che avevano erogato ai paesi esteri in difficoltà, incrementando in questo modo la crisi internazionale. La […]

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Cinema e Serie tv

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Claudio Insegno omaggia le vittime della camorra con Ed è subito sera

Dedicato alle memoria delle vittime innocenti della camorra e in particolare a Dario Scherillo, il film Ed è subito sera di Claudio Insegno mostra una Napoli che non è solo violenza e criminalità organizzata, ma anche la città di chi vuole un’alternativa alla malavita. Ed è subito sera – la trama Ambientato a Casavatore in provincia di Napoli, il film narra le storie parallele di tre nuclei familiari di diversa estrazione sociale: il magistrato De Martino (Franco Nero) e suo figlio (Gianclaudio Caretta), l’umile ma onesta famiglia  di Dario Scherillo, ed infine il boss O’ Muccus (Paco De Rosa). La pellicola risulta divisa fra la violenza della faida camorristica che coinvolge O’ Muccus e i suoi associati, in contrasto con la vita tranquilla di Dario e dei suoi amici, fatta di speranze, amore e unione. Il film Ed è subito sera pone più volte l’accento sul pensiero comune che solo chi è invischiato in loschi affari può diventare un bersaglio, ma con il proseguire della narrazione ci viene mostrato ripetutamente che basta anche un minimo contatto con le persone sbagliate per essere coinvolti in pericolose azioni criminali. Il cast si arricchisce con la partecipazione di Sandro Ruotolo, giornalista da sempre impegnato contro la criminalità organizzata, che nella pellicola interpreta il ruolo di sé stesso. Oltre alla tragica vicenda di Dario Scherillo coinvolto in un agguato ai danni di un boss, il film ci mostra i tristi episodi di persone la cui unica colpa è stata quella di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. Il titolo della pellicola è dato dalla celebre poesia di Salvatore Quasimodo, stravolgendo però il suo significato, che assume in questo caso un valore opposto: la condizione di Dario la cui vita viene troncata proprio quando realizza il suo sogno. Ed è subito sera di Claudio Insegno – le vittime innocenti della camorra Il film, che sarà proiettato nelle sale italiane a partire dal 21 marzo, è stato realizzato grazie al contributo della Fondazione Po.li.s, il cui obiettivo è quello di rinnovare la memoria delle vittime innocenti della camorra. Durante la proiezione stampa avvenuta al cinema Modernissimo il 15 marzo, il regista ed il resto del cast, alla presenza del fratello Marco, hanno nuovamente celebrato il ricordo di Dario Scherillo ringraziando il comune di Alabanella per aver dato disponibilità durante le riprese. Alla realizzazione della pellicola ha contribuito anche il Coordinamento Campano Vittime e Criminalità, il cui presidente Alfredo Avella che racconta la necessità di

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Un giorno all’improvviso di Ciro D’Emilio, il cast al cinema Pierrot

Al cinema Pierrot il cast de “Un giorno all’improvviso” Un giorno all’improvviso, l’acclamato film vincitore nella sezione Orizzonti al recente Festival di Venezia, è stato presentato al pubblico di Arci Movie. La proiezione, avvenuta ieri sera nel Cinema Pierrot, è avvenuta alla presenza del regista Ciro D’Emilio e degli attori Giampiero De Concilio, Giuseppe Cirillo e Lorenzo Sarcinelli. Il film, che racconta storia di Antonio e del suo sogno di diventare un calciatore per una squadra importante, si è aggiudicato i premi Nuovo Imaie Talent Award (Giampiero De Concilio) e il Premio di Critica Sociale “Sorriso Diverso Venezia”. Anna Foglietta, altra grande protagonista della pellicola, per la sua prova è stata invece candidata come miglior protagonista ai David di Donatello 2019. Antonio ha diciassette anni e un sogno: essere un calciatore in una grande squadra. Vive in una piccola cittadina di una provincia campana. Con lui vive Miriam, una madre dolce ma fortemente problematica che ama più di ogni altra persona al mondo. Carlo, il padre di Antonio, li ha abbandonati quando lui era molto piccolo e Miriam è ossessionata dall’idea di ricostruire la sua famiglia. All’improvviso la vita sembra regalare ad Antonio e Miriam una vera occasione: un talent scout, Michele Astarita, sta cercando delle giovani promesse da portare nella Primavera del Parma e sta puntando sul ragazzo. Un giorno all’improvviso, di Ciro D’Emilio: continua il Cineforum dell’ArciMovie La storia, apparentemente semplice, si inserisce perfettamente in un momento storico particolare per il cinema italiano. Riaffiorano infatti a più riprese gli elementi tipici del neorealismo, un genere che ha dato grandi risultati e soddisfazioni al nostro panorama cinematografico. Sempre più registi, attori e sceneggiatori scelgono infatti di occuparsi di storie di vita quotidiana, in particolare di occuparsi dell’infanzia o, in questo caso dell’adolescenza. Di racconti di formazione è pieno il cinema internazionale ed italiano. Basti pensare al recente La Paranza dei Bambini, solo per rimanere nel panorama regionale nostrano.  Un genere ormai consolidato e spesso indigesto per retorica e luoghi comuni. Perché i Bildungsroman, specialmente di quella fase così delicata che è l’adolescenza, non bisogna darli per scontati, ma saperli condurre. Il regista Ciro D’Emilio applica alla perfezione queste regole apparentemente elementari. Viene fuori a mano a mano il racconto della crescita del giovane Antonio, posto di fronte ad un percorso e ad una serie di scelte importanti, al punto da sfidare il volere della figura più importante della sua esistenza, la mamma Miriam. Un giorno all’improvviso è uno splendido film, perché capace di intrattenere e far riflettere nella sua superficiale semplicità. Giampiero De Concilio, il protagonista all’esordio cinematografico, è eccezionale nella sua prova attoriale. Va dato atto del merito anche al regista Ciro D’Emilio, altro esordiente, alla sua prima opera personale. – Foto tratta da: MyMovies

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Alexander McQueen – Il genio della moda

Alexander McQueen – Il genio della moda é un giovane di origine britannica considerato un vero talento della moda, un genio tutto energia e istinto! Genio degli elementi fantastici, Alexander McQueen é stato definito come l’hooligan dell’ alta moda per il suo stile totalmente diverso dalle regole tradizionali dell’ alta moda. Stilista dallo stile spregiudicato ha saputo creare un connubio perfetto tra il mondo della moda ed il mondo dell’ arte con raffinata sensibilità creativa e il suo tocco eclettico gotico-punk. La sua visione della moda é contemporanea e talvolta é stata definita provocatoria ha cambiato il modo di percepire gli abiti sulla passerella, contrastando le regole dell’ old fashion system. Alexander McQueen – Il genio della moda – Trama Dal 10 al 13 marzo al cinema é stato proiettato con immenso successo il film documentario Alexander McQueen – Il genio della moda diretto da Ian Bonhôte e Peter Ettedgui. Un evento speciale dedicato al talento creativo, alla genialità e all’energia creativa dello stilista Alexander McQueen che ha segnato la storia della moda degli ultimi 20 anni. Tutti gli spettatori sono invitati a conoscere la storia di questo genio che rivoluzionò il mondo della moda attraverso il suo lavoro e presentando i suoi abiti di alta moda come fossero opere d’ arte. Nel film documentario ci sono le interviste di archivio dello stilista inglese A. McQueen, le numerose testimonianze dei collaboratori e dei parenti, tra cui la madre dell’ artista creativo e l’ amica-musa intensa Isabella Blow. Il film ripercorre l’ intera evoluzione del processo creativo dello stilista Alexander McQueen: da giovane artista della prestigiosa scuola di sartoria di Savile Row alla consacrazione nel mondo della moda, fino alla sua tragica, prematura morte all’età di 40 anni. Alexander McQueen – Elementi chiave del film documentario Cressciuto nell’East London, Alexander McQueen era un semplice ragazzo della working class inglese senza grandi prospettive. Dopo aver studiato presso la prestigiosa scuola di sartoria di Savile Row, lo stilista A. McQueen é entrato nel gruppo fiorentino Gucci dal 2001. Nel corso della propria carriera, Alexander McQueen ha vinto il riconoscimento di “stilista inglese dell’anno” per quattro volte dal 1996 al 2003 ed il consiglio Fashion Designer Awards lo ha premiato come “stilista dell’anno” nel 2003. La sua produzione é stata incrementata grazie all’apertura di nuove boutique a Londra, Milano e New York e nel 2003 ha collaborato con la Puma, realizzando la linea di scarpe di ginnastica. Nel 2011 ha firmato anche uno degli abiti da sposa più celebri quello di Kate Middleton, Duchessa di Cambridge. Alexander McQueen – Il genio della moda –  Analisi del suo stile creativo La moda del brand Alexander McQueen é un connubio perfetto tra stile dark, fascino teatrale ed un estro fuori dagli schemi. Tutti i suoi abiti sono caratterizzati da una sensibilità haute couture e un tipico tocco ribelle e punk. Nella moda anticonvenzionale dello stilista Alexander McQueen fondamentali sono gli accessori in particolar modo scarpe e borse. Durante le sue numerose sfilate sono state presenti in passerella […]

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Il CULT #3: Arancia Meccanica di Stanley Kubrick

“Il CULT” è la rubrica di cinema che a cadenza mensile propone ai suoi lettori un classico della cinematografia, spiegando in quattro punti cosa l’ha reso famoso e perché è diventato un pilastro del cinema. Se nello scorso numero ci siamo dedicati alla commedia romantica in occasione di San Valentino, questo mese ricordiamo invece uno dei registi più famosi e talentuosi di tutti i tempi: Stanley Kubrick. A vent’anni dalla morte del regista, avvenuta il 7 marzo del 1999, è impossibile non conoscere Kubrick, regista di opere immortali che hanno fatto la storia del cinema sia per l’aspetto tecnico, preciso e calcolato, che per il contenuto dei suoi film, capaci di scandalizzare l’opinione pubblica. Fra grandi opere come 2001: Odissea nello spazio e Eyes Wide Shut, il classico che proponiamo oggi è un film che continua tutt’oggi a far discutere: stiamo parlando di Arancia Meccanica (Clockwork Orange). Arancia Meccanica di Stanley Kubrick Tratto dall’omonimo libro di Anthony Burgess, Arancia Meccanica è un film del 1971 dal carattere distopico e grottesco, ambientato in una società dove le pulsioni dell’uomo sono represse fino a renderle distorte e violente. Seguendo le (dis)avventure di Alexander DeLarge (Malcom McDowell) lo spettatore viene coinvolto in un viaggio all’interno di una società solo all’apparenza mite e controllata, facendolo riflettere sull’importanza del libero arbitrio. 1) La narrativa di Arancia Meccanica Conosciamo già la trama del film, uno dei più famosi di sempre: Alexander DeLarge è un ragazzo spietato dedito ad ogni tipo di violenza che, in seguito ad una cura sperimentale denominata “Cura Ludovico” perde ogni forma di aggressività, tramutandosi da carnefice a vittima. A rendere ancor più originale una trama che già di per sé si dimostra interessante è la modalità in cui viene narrata: l’opera assume il carattere di una confidenza del protagonista fatta allo spettatore, coinvolgendolo maggiormente nelle scene mostrate tramite il narratore fuori campo che da voce al flusso di pensieri di Alex, approfondendo così la psiche del personaggio. 2) La violenza protagonista Fin dalla sequenza d’apertura è possibile capire che è la violenza la principale protagonista del film, espressa non solo con le numerose scene di pestaggi o soprusi che vedono protagonisti tutti i personaggi, ma anche dalla macchina da presa e dalla scenografia, che richiama concettualmente in ogni scena il tema della soppressione e della brutalità. Anche la sessualità, slancio vitale per eccellenza, in questo caso viene corrotta fino a rendere anch’essa un elemento negativo. Alla sua uscita Arancia Meccanica ricevette numerose critiche e fu costretto ad una pesante censura: il film non fu più proiettato nelle sale inglesi fino al 1999, anche a causa delle minacce di morte ricevute dal regista. 3)  Alexander DeLarge – odio et amo Arancia Meccanica è un classico senza tempo non solo per i temi tratti e i virtuosismi tecnici, ma anche per la capacità che ha di coinvolgere lo spettatore in un turbinio di emozioni contrastanti. Seguendo le vicende di Alex e dei suoi “drughi” prevale un senso di orrore e disgusto per le azioni di […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Piatti tipici tedeschi: viaggio nella cucina della Germania

Quando pensiamo alla cucina tedesca, le prime immagini che vengono sono quelle di würstel e patate. Solitamente non associamo la Germania a piatti variegati e gustosi, eppure i piatti tipici tedeschi nascondono dei segreti che riuscirebbero a sciogliere i dubbi anche delle forchette più scettiche. I piatti tipici tedeschi  Cominciamo dagli Spätzle, che sono degli gnocchetti a base di farina di grano tenero, uova e acqua. Provengono dalla regione della Germania meridionale, e non a caso sono diffuse anche nelle vicine zone di lingua tedesca, e cioè in Austria, in Svizzera e persino nel Trentino-Alto Adige. Possono avere forma irregolare o forma a goccia, ottenuta attraverso una particolare grattugia chiamata Spätzlehobel. Questa pasta antichissima nasce dalla tradizione contadina della Germania e può essere cucinata nei più svariati modi: col formaggio per i cosiddetti Käsespätzle, aromatizzati con erbe varie come timo o maggiorana per i Krautspätzle, ma anche con ciliegie o mele, zucchero e cannella nei casi dei Kirschespätzle e Apflespäztle. Insomma, ce n’è per tutti gusti con gli Spätzle, che abbattono il pregiudizio secondo cui la pasta è solo e unicamente italiana. La carne e i contorni Dalla zona della Baviera proviene un altro dei piatti tipici tedeschi: la Weißwurst con Bretzel. La Weißwurst è – come ci suggerisce anche il nome – una salsiccia bianca a base di carne di vitello e pancetta di maiale. Il colore bianco è dovuto al mancato trattamento con nitriti di sodio o potassio. È tipicamente servita con i Bretzel o Pretzel, il tipico pane duro tedesco. La ricetta classica, molto semplice, prevede che si faccia bollire la salsiccia e che venga poi servita con senape e Bretzel appunto. Tra i piatti tipici tedeschi è sicuramente da annoverare il Currywurst, uno street food tipico della capitale. Si potrebbe dire che il Currywurst è il simbolo di Berlino e lo si può assaggiare a ogni angolo di strada. Consiste in una salsiccia tagliata a pezzi, immersa in una particolare salsa di pomodoro impregnata di curry. È tendenzialmente piccante, ma potrete scegliere voi il grado del gusto piccante. Può essere accompagnato da patatine fritte e da altre salse. Non possono mancare certamente i Sauerkraut, che noi chiamiamo comunemente Crauti. I crauti sono un contorno che rientra nei piatti tipici tedeschi più conosciuti al mondo. I crauti non sono altro che cavolo tedesco tagliato finemente e sottoposto a fermentazione. La lunga fermentazione naturale – di circa due mesi – rende i crauti un cibo ad alto contenuti di vitamine e sali minerali. Si prestano a fare da contorno per i più svariati piatti. Tra i piatti tipici tedeschi annoveriamo anche il Quark, un formaggio fresco prodotto dal latte vaccino pastorizzato. Assomiglia molto alla nostra ricotta, sebbene i due formaggi non debbano essere confusi. Il Quark ha una consistenza semiliquida e viene spesso utilizzato per i dolci, in particolar modo per la famosa torta al Quark, la Käsekuche – letteralmente, torta al formaggio. Ha una base di pastafrolla molto simile alla cheesecake, e una consistenza morbida e cremosa. […]

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Cucina e Salute

Fragole blu: esistono davvero?

Avete mai provato a digitare su Google “fragole blu”? Probabilmente no, ma provandoci rimarreste stupiti dai risultati: le fragole blu hanno letteralmente fatto impazzire il web, che è ormai colmo di foto e notizie riguardanti questa nuova e strana tipologia di frutto. Fragole blu: come è successo? Secondo le varie notizie circolanti in internet, le fragole blu sarebbero state ottenute da un esperimento in laboratorio, con l’intento di modificare geneticamente le molto più comuni fragole rosse. Ma perché modificare le fragole? Perché anche se dal gusto deciso e gustoso, questo frutto ha un grande difetto: non resiste alle basse temperature; essendo praticamente impossibile mantenerle in un ambiente freddo, dunque, le fragole non possono essere conservate in frigorifero (o congelate), ed è perciò molto più facile che ammuffiscano o si rovinino in un tempo minore. Gli scienziati avrebbero trovato una soluzione a questo piccolo “handicap”: trasferire nel genoma classico della fragola un gene tipico di un pesce particolare, il Flounder Fish. Questo pesce artico è dotato di una sorta di antigelo naturale, che gli permette di sopravvivere anche a temperature molto basse. Il colore blu delle fragole sembrerebbe essere dovuto ad una conseguenza innocua dell’esperimento, che avrebbe quindi prodotto un tipo di fragole totalmente diverse da quelle a cui siamo abituati: fragole blu e capaci di resistere in ambienti freddi. Una vera e propria svolta… o forse no. Fragole blu: esistono davvero? In realtà, buona parte della leggenda delle fragole blu non è altro che una fake news (o, più comunemente, una bufala). Qualche origine scientifica però è rintracciabile: nel 1998 il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti pubblicò un articolo proprio riguardante l’utilizzo dei geni del pesce Flounder per rendere le fragole più resistenti al freddo; un riferimento a questa procedura si trova perfino in un pezzo del New York Times del dicembre 2000. È anche possibile che siano effettivamente stati svolti degli esperimenti per testare questa teoria. Ma non c’è alcuna spiegazione o prova scientifica che questo tipo di intervento avrebbe potuto rendere le fragole blu. Infatti, il colore rosso delle fragole dipende semplicemente dal loro PH, che non sarebbe stato in alcun modo alterato dagli scienziati. Sembra, dunque, che qualcuno abbia voluto ingigantire e aggiungere un po’ di fantasia ad una notizia molto meno stravagante. Da sempre, infatti, l’essere umano ha tentato di perfezionare animali e vegetali in base alle proprie esigenze, soprattutto grazie alle tecnologie sempre più sviluppate e agli studi genetici (è il caso degli OGM). La bufala delle fragole blu è ormai in giro sul web da anni e perfino sui social, terreno fertile per dicerie e falsi miti, vengono continuamente condivise foto con le fantomatiche fragole blu (grazie all’aiuto di editor per immagini come Photoshop). A quanto pare un numero sempre maggiore di persone ha iniziato ad incuriosirsi ed interessarsi a questo insolito frutto, tanto che nell’ultimo periodo sono comparsi sui maggiori store online annunci per la vendita dei “rarissimi semi di fragole blu”. Spesso spediti da Cina, Thailandia e Filippine, ovviamente anche questi semi […]

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Mal di schiena: facili consigli per prevenirlo nel quotidiano

Il mal di schiena è un disturbo frequente e molto fastidioso, che colpisce fino a 8 persone su 10 almeno una volta nella vita, indiscriminatamente: sesso ed età, infatti, non sono agenti determinanti per risultare vittima di questa indisposizione. Si tratta di una patologia variegata, perché il dolore percepito può essere smorzato, acuto, alternato, continuo, persistente, cronico, in ogni caso risulta soggettivo; idiopatica, in quanto non è possibile definirne con certezza la causa,  e multifattoriale, ossia con una pluralità di cause possibili. Ansia e stress emotivo, per esempio, possono svolgere un ruolo determinante, perché le tensioni si scaricano sempre sulla schiena. Una modalità errata di movimento da parte della spina dorsale oppure un invecchiamento della colonna vertebrale sono altre cause molto frequenti. Persino Il fumo di sigaretta può causare il mal di schiena in quanto, diminuendo l’ossigenazione dei tessuti, indebolisce la muscolatura lombare, la quale ha maggiori difficoltà a sostenere i carichi che gravano su questa zona. Contrazioni, tensioni muscolari, lesioni della schiena, traumi gravi al rachide come ernia del disco, colpo di frusta, incidenti e patologie della colonna vertebrale concorrono a determinare questa situazione invalidante. Curare il mal di schiena si traduce nel ridurre la sofferenza il prima e il più a lungo possibile; le tecniche per realizzare questo proposito sono diverse ma un ruolo chiave esercitano, senza dubbio, le strategie di prevenzione. Dato che, molto spesso, responsabili del mal di schiena risultano essere anche abitudini di vita scorrette, appare prioritario uno stile di vita sano. Da qui uno dei migliori modi per prevenire il male alla schiena è quello di allenare la schiena con regolarità, per aumentare la forza dei muscoli addominali e della schiena, anche attraverso esercizi mirati ad incrementare l’equilibrio e ridurre il rischio di cadute. Tai chi, yoga e pilates sono ottimi percorsi in questo senso. Determinante è anche la pratica corretta di varie tipologie sportive, quindi anche essere seguiti da un personal trainer o da un allenatore è decisamente consigliabile. Mal di schiena, alcuni consigli per evitarlo Rispettare una dieta sana è altrettanto importante, per evitare che un peso eccessivo gravi troppo sulla schiena e per garantire il giusto apporto di micro e macronutrienti, in grado di prevenire l’osteoporosi, responsabile di molte delle fratture ossee che causano dolore alla schiena. Un’altra causa frequentissima del mal di schiena è l’eccessiva sedentarietà che oggi, per cause soprattutto lavorative, costringe la colonna vertebrale ad una prolungata posizione statica, talvolta curva ma troppo spesso scorretta, innaturale per la schiena. Pertanto, innanzitutto quando si è a lavoro, si dovrebbero utilizzare strumenti ergonomici, come una buona poltrona da ufficio,  dotata, magari, di misurazioni personalizzate. Inoltre, non si dovrebbe restar seduti per più ore consecutive ma ogni tanto è consigliabile alzarsi e muoversi un po’, al fine di sciogliere le articolazioni, che potrebbero irrigidirsi facilmente. Mantenere sempre una buona postura, sostenendo correttamente la schiena e fare attenzione nel compiere in maniera corretta movimenti quotidiani, infine, può aiutare a prevenire lesioni muscolo-articolari. Il sollevamento di oggetti pesanti dovrebbe effettuarsi senza piegare la schiena, bensì usando la forza delle gambe e […]

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Il latte fa male? La parola alla divulgazione scientifica

Negli ultimi anni, in concomitanza con lo sviluppo di intolleranze alimentari via via più diffuse, si è rivolta sempre maggiore attenzione alle eventuali motivazioni della loro insorgenza e alla chimica degli alimenti, al fine di stabilire la loro “idoneità” o meno alla nutrizione umana adulta. In tale contesto, ha assunto notevole rilevanza la riflessione sul consumo di latte vaccino, da alcuni individui ben tollerato, da altri abusato, da altri ancora perfino “demonizzato”. Pare utile, dunque, sfatare qualche mito e chiarire qualche dubbio, facendo costante ed ovvio riferimento alla divulgazione scientifica, l’unica in grado di districare la questione spesso confusa al riguardo e fornire dei punti fermi cui attenersi, senza gli inutili allarmismi di alcuni che sono giunti perfino a definire l’impiego di latte «innaturale» e «contro la stessa fisiologia umana» (Latte e uova: perché uccidono, AgireOra Edizioni). Innanzitutto, chiariamo che il lattosio è il principale zucchero del latte, un disaccaride composto a sua volta da una molecola di glucosio e una molecola di galattosio, ovvero da due zuccheri semplici; tutti i mammiferi neonati possiedono la proteina lattasi, che agisce spezzando il lattosio nelle sue due componenti, rendendole assorbibili e utilizzabili dall’organismo. In origine, la natura aveva previsto che la lattasi non venisse più prodotta negli adulti, nei quali, al termine dello svezzamento, l’eventuale latte ingerito e metabolizzato dai batteri intestinali originava la produzione di gas e il richiamo di acqua per effetto osmotico, generando gli spiacevoli effetti – quali flatulenza, diarrea, costipazione – associati alla cosiddetta “intolleranza al lattosio”. Tuttavia, 1/3 della popolazione mondiale presenta la “persistenza della lattasi”, ovvero non ha alcun problema a consumare il latte da adulto: quindi, gli individui hanno capacità diverse di digerire il latte. Una mutazione genetica all’origine della capacità di consumare latte da adulti Colpisce il fatto che la capacità di produrre lattasi anche da adulti non sia distribuita omogeneamente: in Scandinavia essa supera il 90%, ma si riduce procedendo verso l’Europa meridionale. Ci affidiamo, dunque, alla valutazione in merito del noto divulgatore scientifico Dario Bressanini, al quale abbiamo fatto riferimento in un precedente articolo: «L’avvento del latte animale come alimento per l’uomo è stato reso possibile all’inizio del Neolitico, circa 10.000 anni fa, con il passaggio dalla vita nomade del nostro avo cacciatore-raccoglitore alla vita più stanziale basata sull’allevamento e l’agricoltura. In quel periodo pecore, capre e bovini vennero per la prima volta domesticati in Anatolia e nel vicino oriente per poi diffondersi nei millenni successivi in tutta Europa. (…) I primi studi effettuati in Europa hanno dimostrato che negli individui “lattasi persistenti” è presente una mutazione genetica che dona la capacità di digerire il latte da adulti. I nostri antenati del Neolitico, però, non erano ancora in grado di farlo perché la mutazione è apparsa in tempi più recenti. Questo tratto geneticamente dominante è comparso e si è diffuso meno di 10.000 anni fa in alcune popolazioni dedite alla pastorizia solo dopo l’abitudine, culturalmente trasmessa, di nutrirsi con il latte munto. (…) Non è stata la presenza del latte come alimento a […]

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Monastero di Santa Chiara: tra bellezza e mistero

Oggi il Monastero di Santa Chiara racconta le vicende della città, dalle vestigia di epoca greco romana passando per l’opera di Giovanni da Nola, gli incredibili marmi del XVI secolo fino alle architetture del medievale Chiostro delle clarisse, un luogo dove il tempo sembra fermarsi e si riesce a sentire il respiro della città. Autentico gioiello incastonato nel cuore di Piazza del Gesù, punto di snodo tra l’area di impianto greco-romano e l’ampliamento urbano di età vicereale,  la cittadella francescana voluta dal re Roberto d’Angiò e da sua moglie Sancia di Maiorca nel 1310 si erge di fronte alla chiesa del Gesù Nuovo, una delle più affascinanti di Napoli. Il monastero è protagonista della prima e più famosa canzone napoletana Munastero ‘e Santa Chiara, scritta da Michele Galdieri e Alberto Barberis, quando il complesso versava in condizioni strazianti a causa dei bombardamenti alleati del 4 agosto 1943, che lo ridussero in macerie. La canzone rievoca il desiderio di una Napoli che risorga dalle ceneri del secondo conflitto mondiale e dalla sua stessa paura della distruzione, delle rovine, dei residui di quei bombardamenti che hanno lacerato i suoi spazi più belli, le sue piazze, le sue strade e lo stesso monastero. Ma proprio da quella ferita vennero rimessi in luce resti della città antica, che giacevano nascosti da secoli sotto il complesso e oggi si possono visitare gli scavi archeologici in cui sorge il Museo dell’Opera, quattro chiostri monumentali e i resti degli affreschi di Giotto. Il monastero, retto dalle Clarisse, è di rilievo assoluto nella storia di Napoli e si qualifica ancora oggi come la più grande chiesa gotica della città, che ospita il sepolcro ufficiale della dinastia dei Borbone a Napoli, dove riposano i sovrani del Regno delle Due Sicilie, da Ferdinando a Francesco II. Cenni storici Il Monastero di Santa Chiara fu realizzato tra il 1310 e il 1328 dall’architetto Gagliardo Primario per volere di Roberto d’Angiò e la moglie. La chiesa, costruita in forme gotiche provenzali, assurse ben presto a una delle più importanti di Napoli al cui interno lavorarono alcuni dei più importanti artisti dell’epoca, come Tino di Camaino e Giotto,  che eseguì nel coro delle monache affreschi su Episodi dell’Apocalisse e Storie del Vecchio Testamento. Assieme alla basilica fu edificato adiacente ad essa anche un luogo di clausura per i frati minori, divenuto in seguito la chiesa delle Clarisse. Nella basilica di Santa Chiara, il 14 agosto 1571, vennero solennemente consegnati a don Giovanni d’Austria il vessillo pontificio di Papa Pio V ed il bastone del comando della coalizione cristiana prima della partenza della flotta della Lega Santa per la battaglia di Lepanto contro i Turchi Ottomani. A  partire dal 1742 fino al 1796, il monastero di Santa Chiara fu ampiamente ristrutturato sulla base del gusto barocco dell’epoca: l’interno fu ricoperto di marmi, così come il pavimento, e molti degli affreschi della mano giottesca furono cancellati per fare spazio alle pitture di Francesco de Mura, Sebastiano Conca e Giuseppe Bonito. Durante la seconda guerra mondiale […]

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Poesie sul mare e gli ”stati della tempesta”: dalla battaglia all’allegoria

Dal primo libro dell’Eneide di Virgilio si legge: «[…] subito le nubi strappano il cielo ed il giorno/dagli occhi dei Teucri; nera sul mare sovrasta la notte.(vv. 88-89) […] Si spaccano i remi, poi si rovescia la prora ed offre il fianco/alle onde, l’insegue un monte spezzato con la (sua) massa d’acqua»(vv. 104-105). Dopo l’intervento di Nettuno che «placa il gonfio mare», Enea e i suoi compagni raggiungono i lidi pacifici: «[…] l’isola crea/un porto con la barriera dei fianchi, su cui ogni onda/dall’alto si grange e si scinde in seni appartati» (vv.159-161). Nel primo esempio, il mare in tempesta è una forza contro cui l’uomo non può fare nulla. Il mare, nel testo latino, è una forza invincibile causata da un dio e da un altro dio controllata. Diventa, in sostanza, il luogo di una battaglia, il luogo della storia guardato da dentro o di lato, come i  quadri di Hasui Kawase che sembrano delle poesie sul mare. E ancora l’onda di lato di Katsushika Hokusai, o la vista dall’alto, alla maniera di Paul Gauguin, o da dentro, alla maniera di Peder Balke, o di fronte, alla maniera di Shoda Koho. Il mare in tempesta descritto da Virgilio non sembra una tempesta di Emil Nolde, o l’onda di Hokusai? E “i seni appartati” non fanno pensare a L’onda di Gauguin? In poesia il mare è il deuteragonista e l’antagonista insieme, o lo sfondo bellico entro cui la storia di un osservatore si compie. Nelle poesie sul mare, l’orizzonte marino è una costante in agguato che non solo ricama sullo sgomento, ma lo rievoca. Lo sgomento nasce dalla meraviglia di quella “natura” accompagnata dalla possibilità di annegare nella memoria. In Mare al mattino di Konstantinos Kavafis il mare, ad esempio, è fotografato, nella prima stanza, in un momento di “piena luce” nei toni azzurri e gialli. Nella stanza successiva sbucano lo sgomento e l’illusione «di non vedere anche qui le mie fantasie,/i miei ricordi, le visioni del piacere». Per quanto il mare sia custode dei silenzi, è anche il luogo delle riflessioni irreversibili. Gli “stati del mare”, le sue onde “mormorano” nel silenzio come una cassa di risonanza. Un esempio è Al di là di Fernando Pessoa: «Guardo il mare ondeggiare/e un leggero timore//prende in me il colore/di voler avere/una cosa migliore/di quanto sia vivere». Il mare, però, è anche uno “specchio” che riflette due abissi segreti svelati dall’ unione dell’ «infinito svolgersi dell’onda», alla maniera di Charles Baudelaire in L’uomo e il mare. E tra questi segreti di due «implacabili fratelli» emerge anche l’ «amore/per la strage e la morte». In ‘O mare di Eduardo De Filippo, invece, l’immagine del mare sembra ricamata sulla incontrollabilità di un uomo che di notte lotta contro se stesso: «è caparbio,/’mperruso,/cucciuto» e «caccia n’ata vota/e s’aiuta c’’a capa/’e spalle/’e bracce/ch’’e piede/e cu ‘e ddenocchie/e ride/e chiane/pecché vulesse ‘o spazio pé sfucà…». Qui non c’è l’orizzonte e lo sgomento che rimbomba alla vista delle onde. C’è l’imprevedibilità degli stati umani contro cui non bisogna rassegnarsi, […]

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Dipinti famosi: da La Gioconda a L’Ultima cena

Dipinti famosi assolutamente da conoscere | Opinioni L’arte è la forma estetica più conosciuta e diffusa, oltre ad essere particolarmente apprezzata nel mondo, sin dai tempi remoti. Esistono numerosi dipinti famosi, che nel corso del tempo hanno saputo conquistare, con la propria bellezza, gli occhi ma anche l’anima e il cuore di chi li guarda. Il più conosciuto tra i dipinti famosi: La Gioconda Uno dei dipinti più conosciuti è sicuramente La Gioconda, o Monna Lisa, di Leonardo Da Vinci, che si trova al Museo del Louvre (Parigi). Questo dipinto famoso rappresenta un’icona della pittura mondiale ed è stata di volta in volta amata e idolatrata ma anche derisa e nel tempo non sono mancate le critiche. L’opera rappresenta tradizionalmente Lisa Gherardini, cioè “Monna” Lisa (un diminutivo di “Madonna”), moglie di Francesco del Giocondo, (quindi la “Gioconda”). Fu lo stesso Leonardo Da Vinci a portare il famoso dipinto in Francia, nel 1516, che probabilmente fu acquistato poi da Francesco I. Probabilmente, ciò che più colpisce di questo meraviglioso quadro è la correlazione tra l’immagine e la realtà nota, ciò di cui l’uomo è a conoscenza. Osservando determinati dipinti famosi, la reazione che potrebbe nascere è quella di un vero e proprio “shock” di tipo estetico. La bellezza potrebbe catturare l’attenzione, causando un turbamento, dovuto alla caratterizzazione estetica dell’opera stessa. La nascita di Venere A tal proposito, un altro dipinto famoso, da menzionare, è La nascita di Venere, realizzata da Sandro Botticelli; il celebre dipinto si trova nella Galleria degli Uffizi a Firenze e rappresenta l’icona del Rinascimento italiano, simbolo della prosperità e della bellezza, propria di un’epoca che si connota quale fulcro dell’arte e della storia d’Italia. La Nascita di Venere è da sempre considerata un capolavoro. Nell’opera sono riscontrabili alcune caratteristiche stilistiche tipiche dell’arte di Botticelli, come ad esempio la ricerca di una bellezza e di un’armonia ideale, che porta ad una rappresentazione inesatta dell’anatomia di Venere: un esempio evidente è il suo lungo collo. Il famoso dipinto ha da sempre affascinato i numerosi visitatori non solo italiani ma anche stranieri, che ogni anno giungono in Italia e visitano la splendida galleria di Firenze. Ciò che colpisce, a primo acchito, è lo spazio espositivo nel quale è collocata l’opera d’arte, in questo caso un dipinto. Esiste una vera e propria dialettica tra ambiente espositivo, opera e linguaggio intrinseco. Osservando un dipinto, che poi nel corso del tempo diventerà famoso, ciò che cattura l’attenzione non è solo la bellezza dell’opera stessa ma anche una serie di caratteristiche, seppur piccole, quali il colore, gli abbinamenti, lo spazio intorno, che contribuiscono a creare proporzione e quindi equilibro e soprattutto armonia. La notte stellata Ad esempio, facendo riferimento ad un altro dipinto famoso, come La notte stellata, di Vincent Van Gogh, esso potrebbe piacere a prescindere, perché si tratta di un lavoro prodotto da un artista del calibro di Van Gogh. Ovviamente non è così perché, tralasciando l’autore, il dipinto, nel suo insieme, nella propria armonia crea un effetto che lo rende, appunto, […]

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Stile anni ’80: tra nostalgia e attualità

Lo stile anni ’80 è inconfondibile: scopriamo insieme i suoi aspetti più rivoluzionari | Riflessione «Anni come giorni son volati via. Brevi fotogrammi o treni in galleria. É un effetto serra che scioglie la felicità. Delle nostre voglie e dei nostri jeans che cosa resterà… Cosa resterà di questi anni Ottanta afferrati già scivolati via…». (Cosa resterà degli anni ’80 di Raf). Così cantava il cantautore italiano Raf alle soglie degli anni Novanta, che avrebbero chiuso un decennio straordinario, favoloso, colmo di fascino, musica spettacolare, modi e stili che oggi si cerca di imitare e recuperare. Gli anni dei giochi d’infanzia, quelli autentici, quelli che si toccavano con mano, come bambole e palloni, corde e gessetti. Gli anni dei genuini batticuore, quando lettere e bigliettini tingevano le guance di un porpora delicato. Gli anni delle uscite adolescenziali in gruppo, quando non c’era molto spazio per gli aspetti anfibologici delle relazioni. Gli anni delle ricerche effettuate in biblioteca e dei viaggi on the road seguendo intuito, mappe e cartine, quando la voce pseudo-sensuale dei navigatori era relegata al limbo delle moderne tecnologie. Gli anni degli sguardi scambiati e delle parole sussurrate all’orecchio, sotto la luna e le stelle, in riva al mare o sotto il pergolato di casa. Gli anni delle cabine telefoniche e dei rullini delle fotocamere. Gli anni dei pomeriggi pane e nutella e delle notti d’estate intorno ad un falò, con chitarra, musica ed amore. Gli anni ’80 recano fascino intramontabile per coloro che li hanno vissuti sulla pelle e per gli eredi che non li hanno attraversati di persona. E lo dimostra il successo di film, canzoni, serie TV e varie forme di intrattenimento che ne esaltano modi e stile. Gli anni della rivoluzione, dove la parola d’ordine “trasgressione” infondeva stimoli e arginava pregiudizi. Trasgressione nelle note, nelle parole, nel particolare stile d’abbigliamento, divenuto iconico, questo grazie anche e soprattutto agli esempi del cinema e alle star che hanno osato con sicurezza e dirompenza. E proprio lo stile, legato ad abbigliamento, accessori e taglio di capelli, risulta uno dei mood più appariscenti di un decennio all’insegna dello sgargiante. Stile anni ’80. Outfit Tra scaldamuscoli e t-shirt, sulla scia di Fame – Saranno Famosi, giubbotti di pelle e jeansati, capelli vaporosi e cotonati, lo stile anni ’80 ha lasciato impronte decisive, tanto da riproporne la tendenza con outfit più attuali che mai. Lo stile anni ’80 ha destato tanto fascino ed interesse grazie alle icone straniere ed italiane che ne hanno esaltato la particolarità. Si pensi a Madonna, la popstar americana che non fu soltanto una delle artiste più ascoltate ed osannate in quegli anni, bensì anche un autentico punto di riferimento per la moda. Pantaloni e top neri, cintura vistosa con borchia e numerose collane. Il punto chiave erano spesso gli accessori, infatti, ed inoltre collane, cinture ed orecchini, anche giacche con risvolti e guanti bianchi, così da creare i giusti contrasti di colore. Look questo sfoderato nel film Cercasi Susan disperatamente (1985). In alternativa, la talentuosa […]

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Regali per la festa del papà – idee per tutti i gusti

Il 19 marzo è tornato e, con lui, la fatidica domanda: cosa regalare al papà? Se cerchi il dono perfetto per ricordare al tuo papà quanto gli vuoi bene e farlo sentire speciale in questa giornata dedicata a lui, dai un’occhiata alle nostre idee per i regali per la festa del papà più originali. Regali per la festa del papà – Idee hi-tech Se il tuo papà va d’accordo con la tecnologia l’idea migliore è regalargli qualcosa di utile e collegato alle sue passioni. Action cam: Se è uno sportivo o ama viaggiare, potresti optare per una buona action cam accessoriata, piccola e facile da portarsi dietro praticamente ovunque: in bicicletta, in moto, sott’acqua. E perché non usarla per documentare le avventure di un intero viaggio? Power bank: Il regalo perfetto per chi è sempre con le pile scariche. Se il tuo papà passa molto tempo fuori casa e ha bisogno di restare sempre connesso, una power bank per il cellulare sarà una mano santa! Speaker bluetooth: Con un prezzo che può variare da poche decine a centinaia di euro, una cassa bluetooth è ottima per gli appassionati di musica che, oltre a portarla sempre con sé, vogliono poterla amplificare ovunque! E-reader: Se il tuo papà è un lettore vorace, non lasciarti scappare l’occasione di regalargli un modo più smart, ecologico ed economico di leggere. Dispositivi come Kindle o Kobo sono studiati per non stancare gli occhi durante la lettura, hanno una batteria di lunga durata e permettono di evidenziare o sottolineare le parole degli e-book. Insomma, gli manca soltanto il profumo della carta! Regali per la festa del papà – Idee home-made Non dimentichiamo che la cosa più bella da poter regalare a qualcuno è il nostro tempo. Perciò, perché non realizzare un regalo fai da te per il tuo papà? Dimostrerai di aver speso tempo ed impegno, il dono verrà sicuramente apprezzato. Album fotografico: Sfogliare le pagine di un album di foto di famiglia regalerà un momento molto dolce a te e al tuo papà. Bastano pochi euro per stampare qualche foto e comprare un album anche molto semplice, in modo da poter personalizzare con scritte ed adesivi la copertina e le pagine. Biglietto di auguri fatto a mano: Un po’ di creatività, forbici, colori e cartoncino; ecco tutto ciò che serve per realizzare un bel biglietto di auguri. Magari usando una bella frase per fare gli auguri al papà o, ancora meglio, scrivendola di tuo pugno. Lettera scritta a mano: Se è un po’ che non dici al tuo papà quanto gli vuoi bene, questo è il giorno giusto per farlo! Prova a scrivere una lettera in cui lo ringrazi, ricordi un momento importante vissuto insieme o semplicemente gli ricordi quanto ci tieni e lui. Un regalo del genere lo commuoverà. Regali per la festa del papà – Esperienze regalo Chi ha detto che un regalo debba per forza essere materiale? Perché non permettere al tuo papà vivere il suo regalo? Il biglietto del concerto del suo […]

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Professione influencer: intervista ad Alessio Mattarese

Professione influencer: la parola ad Alessio Mattarese. Che cosa è davvero questa figura mitologica, che si aggira tra i meandri della rete, soprattutto su Instagram, e che cattura, a macchia d’olio l’attenzione dei più? Se dovessimo trovare una parola che rimbomba miracolosamente sulla bocca di tutti, nella nostra epoca, è proprio “influencer“. Quella parola che si agita tra le labbra di tutti, e che in pochi riescono a definire. Tutti vogliono diventarlo: c’è chi li idolatra, chi vede in loro il male del secolo come quando, ai tempi della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, si guardava alle invasioni barbariche, e c’è anche a chi serenamente non frega nulla di loro e continua la loro esistenza ignorandoli. C’è chi li guarda con diffidenza, chi crede che il loro non sia un lavoro, chi invece dà dei vecchi bacucchi a chi li stigmatizza e afferma fieramente che tra le loro mani risplende il fuoco dei mestieri futuri. Quei mestieri con quei nomi inglesi, altisonanti, che dieci anni fa non esistevano e che passano sul filo del rasoio degli hashtag, delle sponsorizzazioni, dei likes, delle views e dei followers. In quest’orda barbarica di concorrenza, in cui praticamente chiunque è portato ad aprirsi un profilo Instagram, comprarsi una manciata di migliaia di followers e mettere in mostra presunti (spesso inesistenti) talenti, c’è chi invece ha saputo sfruttare questo sistema ed è riuscito a costruirsi un vero e proprio mestiere di imprenditore digitale, con studio e passione: stiamo parlando di Alessio Mattarese. Con Alessio Mattarese abbiamo parlato di questo mondo, a tutto tondo. La verità è soltanto una, ed è sacrosanta: non ci si può improvvisare nulla, deve sempre esserci una discreta dose di lavoro dietro le quinte, perché è anche vero che gli influencer ormai sono trilioni, ma soltanto in pochi spiccano. Per fortuna. Alessio Mattarese, intervista 1) Come è iniziato il tuo percorso nel mondo dei social? Sapevi già che sarebbe diventato un lavoro o lo hai deciso in itinere? Ciao Monica buon pomeriggio, il mio percorso sui social è nato nel lontano 2016 con il mio primo blog su Blogspot. In quel periodo mi trovavo a Positano, una delle zone più belle della costiera amalfitana, ricordo ancora che scherzavo con i miei amici sugli influencer in generale al bar. Non ti nego che sono sempre stato attratto da questo mondo e piano piano sono riuscito ad entrarci. Ho capito che poteva diventare un lavoro durante questo percorso poichè vedevo che giorno dopo giorno ricevevo tantissimi feedback positivi e tantissime richieste di collaborazioni in tutt’Italia. 2) Molti faticano a capire, quindi ti chiedo: cosa è un influencer? L’influencer è un individuo con un ampio seguito. Viene pagato dalle aziende, che a loro volta guadagnano le interazioni dell’influencer in questione, con la speranza che queste interazioni che guadagnano possano trasformarsi in potenziali clienti. L’influencer ha la capacità di spostare l’attenzione da una cosa ad un’altra. Nel mio campo entrando nello specifico posso influenzare la tua scelta ad esempio da una giacca ad un’altra. 3) Come […]

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A cosa servono i Bitcoin? Storia e pareri sulla criptovaluta più famosa

A cosa servono i Bitcoin? Cerchiamo di capirlo insieme! I Bitcoin, saliti alla ribalta un anno fa, quando il loro valore è schizzato a 20.000 dollari, sono una criptovaluta: una valuta digitale, basata sulla crittografia e decentralizzata. In altre parole sono un mezzo di scambio che non esiste in forma “fisica”, che funziona grazie alla crittografia asimmetrica e ad altre tecniche crittografiche e che non è controllato da alcuna autorità statale. A cosa servono i Bitcoin In estrema sintesi i Bitcoin servono alle stesse cose per cui serve una moneta come l’euro: accettare e fare pagamenti, compravendita di beni, scambio con altre valute, utilizzo in strumenti finanziari. Le similitudini finiscono qui. La prima differenza è nel valore: quello di una normale valuta dipende dall’istituzione che lo emette e dalla situazione politico/economica dello Stato, quello del Bitcoin invece è dovuto solo a domanda e offerta. Questo spiega le oscillazioni estreme del suo valore, dai pochi centesimi dell’esordio ai ventimila dollari dell’anno scorso, fino ai circa tremila/quattromila dollari attuali. A causa di quest’estrema volatilità, i Bitcoin non hanno avuto grandissima diffusione, ma sono accettati in una discreta quantità di attività commerciali, soprattutto online. Poiché sono un mezzo di pagamento “anonimo”, per il particolare meccanismo di funzionamento, hanno rivestito e rivestono anche un ruolo in traffici illeciti, in particolare per trasferimenti di denaro nel cosiddetto dark web. Come funzionano Il funzionamento della rete che c’è dietro i Bitcoin non è facile da sintetizzare e spiegare senza tecnicismi, volendo è possibile approfondirlo in diversi livelli di dettaglio, dai più semplici ai più tecnici. Volendo semplificare esiste una rete peer-to-peer dove ogni utente è un nodo e ha un “portafoglio” a cui corrisponde un indirizzo e in cui conserva i suoi Bitcoin. Basta installare un software apposito per crearne uno, non esiste quindi nessun registro che associ un indirizzo ad una data persona. Le transazioni tra indirizzi vengono registrate nella blockchain, una sorta di libro mastro pubblico che è distribuito tra tutti gli utenti che partecipano alla rete Bitcoin. Come tutto ciò che riguarda i Bitcoin, anche questo processo è basato sulla crittografia. Inserire le nuove transazioni nel libro mastro richiede la soluzione di complessi problemi matematici di cui si occupano i cosiddetti miners, che sono utenti che sfruttano la potenza di calcolo dei propri computer per risolvere questi problemi crittografici. In cambio ottengono una ricompensa in Bitcoin al momento della soluzione, in parte dovuta al sistema stesso (che dimezza questa ricompensa ogni quattro anni), in parte dovuta ad una eventuale commissione per eseguire la transazione. Per vari motivi la difficoltà dei calcoli è legata al numero di miners: più cresce, più la difficoltà è alta. Uno dei motivi di questa scelta è per rallentare la creazione di nuova criptovaluta, dato che il numero di Bitcoin che possono essere creati è limitato a ventuno milioni, (di cui diciotto milioni in circolazione) per evitare l’inflazione. Conseguenza di questi limiti è stato l’aumento della capacità di calcolo necessaria per gestire la rete Bitcoin. I problemi sono così […]

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Attualità

Lavori strani nel mondo: 10 mestieri che non ti aspetti

Lavori strani  e dove trovarli. Ti sei mai chiesto quali sono i 10 mestieri più bizzarri di sempre? “Che lavoro vuoi fare da grande?” ci domandano quando siamo bambini. Le risposte solitamente variano da calciatore a ballerina, da astronauta a dottoressa, per poi essere confermate o smentite con la crescita. Tuttavia, ben oltre la soglia dei lavori considerati canonici, cui siamo abituati nelle nostre società e città pullulanti di insegnanti, medici, operai, segretari, notai, commessi ecc., si profilano lavori strani, stranissimi. I mestieri, non convenzionali e assolutamente bizzarri, di cui ignoravi anche l’esistenza. Scopriamo quali sono i lavori più strani…che un giorno potresti svolgere anche tu! Lavori strani: 10 mestieri che ti sorprenderanno 1. Cercatori di palline da golf Ebbene sì, nel mondo si assumono figure specializzate nel raccoglimento delle palline, non solo sui campi da golf ma anche tra i boschi o nelle vicinanze di corsi d’acqua. Quando la pallina da golf finisce in acqua, la figura addetta al suo recupero è un vero e proprio sommozzatore, che deve immergersi e cimentarsi nella sua ricerca. 2. Tester di letti Questo mestiere, non troppo usurante o sgradevole, consiste nel testare la morbidezza e l’efficienza di letti destinati a hotel di lusso. Mica male? 3. Allevatori di lumache Si possono allevare ovini, suini, caprini… perché nessuno ha mai pensato alle lumache? Così come esistono terreni atti all’allevamento degli animali menzionati, esistono anche quelli più adatti alle lumache. Questione di prospettive. 4. Organizzatori di bagagli Queste figure professionali sono assunte soprattutto negli Stati Uniti, generalmente da famiglie benestanti prima di un viaggio, al fine di sottrarsi allo stress delle valigie, o da genitori per i bagagli dei figli in partenza. Stanco di occuparti dei bagagli prima di un weekend? Assumi un organizzatore di bagagli, al costo di (in media) 250 dollari l’ora. 5. Custodi di panda La notizia dell’esistenza di questo lavoro strano, stranissimo ma assolutamente piacevole circola da un po’ di tempo, e con essa anche il dubbio su se sia effettiva o una bufala clamorosa. Annunciamo con convinzione che i custodi di panda esistono davvero, e vengono lautamente stipendiati! Essi sono figure preposte alla cura, alla protezione e al sostentamento dei panda nell’arco della giornata, con un guadagno di circa 30.000 dollari al mese negli Stati Uniti. 6. Assaggiatori di cibo per animali Meno piacevole, ma ancora connesso al tema degli animali, è il mestiere di assaggiatore di cibo per animali. Prassi di numerose aziende alimentari che producono cibo per animali è quella di assumere  un team specializzato nel controllo della qualità di ciò che fabbricano…testandolo in prima persona! 7. Professionisti del lutto A Taiwan è tradizione, presso le famiglie più ricche, assumere a pagamento persone che piangano, cantino e partecipino a tutti i riti preposti alla cerimonia funebre in memoria del defunto. 8. Line sitters Stanco di fare la fila in posta, nei negozi durante i saldi, alla cassa dopo aver fatto la spesa? Esistono dei professionisti, i line sitters, disposti a fare le file al tuo posto dietro […]

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Libri

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Catana Comics arriva in libreria: Piccoli Momenti D’amore

Piccoli Momenti D’amore di Catana Comics, quando un fenomeno del web arriva in libreria.  Una studentessa di psicologia di New York con la passione per il fumetto, una storia d’amore, l’idea del regalo perfetto per il fidanzato: nasce così Il libro di fumetti più dolce che ci sia, Piccoli momenti d’amore di Catana Chetwynd (detta Catana Comics dal suo nickname su Instagram). Disponibile in libreria dal 21 febbraio grazie alla casa editrice Becco Giallo, esperta in fumetti e web comics, Piccoli Momenti D’amore è un concentrato di tenerezza. Il retro della copertina ci avverte fin dall’inizio: “Attenzione, questo libro ti scalderà il cuore!”. Ed è proprio vero, perché nelle vignette Catana descrive gli aspetti quotidiani e spesso dolcemente ironici della vita di coppia. Gesti semplici che assumono un valore tutto nuovo: una serata insieme davanti alla tv, un abbraccio dopo una giornata faticosa, le piccole attenzioni che dimostrano l’amore di chi ci sta accanto; il tutto condito da un velo di umorismo che rende la lettura leggera e scorrevole. Con le piccole “avventure quotidiane” di Catana e John non potrete fare a meno di sorridere, adorerete la compagnia del loro amore semplice e genuino. E, a quanto pare, in molti si sono riconosciuti in questo tipo di amore imperfetto ma vero, che ride giocosamente di imperfezioni e difetti dell’una e dell’altra parte. È così che, da un paio di disegni da regalare al fidanzato John Freed (su instagram @jtfreed), si è arrivati ad una pagina Instagram seguita da più di due milioni di persone ed un libro tradotto in 6 lingue diverse (tra cui, appunto, l’italiano. Il titolo in lingua originale è Little Moments of Love). Da Instagram fino in libreria l regalo deve essere stato molto gradito a John, infatti è stato proprio lui ad incoraggiare la fidanzata a condividere le sue vignette col mondo. Sembrava un gioco, un modo per far sorridere parenti e amici, ma il numero dei loro followers aumentava sempre di più, e la coppia iniziava a ricevere messaggi di appoggio e complimenti. Catana Comics stava diventando velocemente un fenomeno di Instagram. “Chi avrebbe mai potuto immaginare che ci fossero così tante coppie strane e felici come noi? […] ci scalda il cuore sapere che ci sono così tante coppie alimentate dal loro amore, dalle loro piccole follie quotidiane, dai gesti strambi e dalle care, vecchie coccole.” leggiamo nell’introduzione del libro. Forse Piccoli Momenti D’amore è la dimostrazione di quanto il web ed i social network, a lungo e spesso giustamente criticati, possano fare di positivo: diffondere l’amore e l’arte in tutte le sue forme. È raro ma incredibilmente bello scovare queste piccole perle di bontà in una rete fatta di cyberbullismo, odio ed invidia. Un esempio di quanto condividere possa e debba significare soprattutto unire le persone, avvicinarle. Catana Comics lo ha dimostrato con una delicatezza e spontaneità disarmante, basta sfogliare le pagine del libro per accorgersene. – Fonte immagine: lafeltrinelli.it

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Eventi/Mostre/Convegni

Divismo 3.0, Ugo Di Tullio riflette sull’evoluzione del divo

Pubblicato da Felici Editore, Divismo 3.0 è il libro curato da Ugo Di Tullio e presentato martedì 12 marzo presso la Libreria Berisio con un’interessante conversazione a cui hanno preso parte Luigi Barletta, Generoso Paolella e Beatrice Schiaffino. Moderata da Paola Silvestro, la presentazione del libro Divismo 3.0 è iniziata con l’intervento di Luigi Barletta, docente di cinema presso l’Università Suor Orsola Benincasa,  che ha evidenziato la trasformazione della figura del divo. C’erano una volta Ruan Lingyu, Florence Lawrence e Asta Nielsen, prime grandi dive degli anni venti che venivano dal mondo del cinema e che portavano milioni di spettatori nelle sale. Sebbene con qualche anno di ritardo, pensando alla realtà cinematografica italiana si possono invece citare come dive Gina Lollobrigida, Sophia Loren o Bartolomeo Pagano, l’interprete di Maciste. Si trattava di attori o attrici capaci di lavorare in film che si sarebbero poi rivelati dei successi sia per gli importanti incassi, sia per la capacità di entrare nell’immaginario collettivo. Basti pensare all’importanza che hanno avuto i film di Federico Fellini, pellicole che sono riuscite ad avere un impatto sulla società al punto tale da arricchirne il linguaggio. “La dolce vita” o “Paparazzi” sono due tra i tanti famosi capolavori di Fellini che hanno la peculiarità di essere anche dei neologismi. Film rappresentativi ed emblematici di un’epoca storica che fu per certi aspetti straordinaria e che ricordiamo come tale anche grazie a quelle scene indimenticabili. L’attore, quindi, come divo assoluto, conosciuto da milioni di persone e ambito. Non a caso per un produttore cinematografico come Nicola Giuliano, intervistato da Beatrice Schiaffino, una delle autrici del volume, oggi è possibile considerare Checco Zalone un grande divo italiano perché porta milioni di spettatori nelle sale. Ma è ancora lecito considerare solo gli attori come “veri” divi? Come spiegato dalla Schiaffino dipende dalla concezione che si ha del divo e non è un caso se dalle diverse interviste emergono varie idee. Se per Nicola Giuliano si deve evidenziare l’aspetto economico, per Corsi si devono considerare anche aspetti valoriali come la bellezza, l’ammirazione, il talento e la capacità di essere icona. Luigi Barletta ha ricordato come la diretta Instagram di Mario Balotelli per celebrare un gol durante la partita Marsiglia – St. Etienne abbia raggiunto milioni di visualizzazioni e come i post di star dei social come Chiara Ferragni e Kim Kardashian riescano ad ottenere numeri nell’ordine dei milioni. Possono essere considerati come dei divi? Due tra i tanti film in corsa per gli ultimi Oscar toccavano indirettamente il tema celebrità. Sia in A star is Born che in Bohemian Rhapsody si raccontano, seppur in modo diverso, storie di divi. A star is Born (È nata una stella), in particolare, è un remake di un film del 1937, una storia -non a caso- di un’attrice che approda ad Hollywood per trovare il successo. Nel remake di Bradley Cooper la protagonista non è un’attrice ma una cantante. L’esempio in questione dimostra come la percezione del divo sia profondamente mutata nei decenni e come oggi sia […]

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Libri

Scopri il mondo di M. de Montaigne pubblicato da Fazi editore| Recensione

Scopri il mondo è il quarto volume dei Saggi di Montaigne, pubblicato dalla casa editrice Fazi in una nuova e più moderna traduzione e secondo percorsi tematici che permettono al lettore di orientarsi in un testo spesso complesso e multiforme. Il volumetto parte da una domanda apparentemente banale, ma che cela altre mille domande: Com’è possibile aprirsi al mondo senza perdere se stessi e, anzi, affermarsi in questa apertura? Detto in altre parole, Montaigne si chiede come sia possibile stare nel mondo, vivere, senza lasciarsi imbrigliare negli schemi imposti dalla società stessa.  La risposta che il filosofo fornisce attraverso Scopri il mondo è l’abbandonarsi volontariamente e coscientemente ad esperienze totalizzanti, che portano l’individuo ad entrare in contatto con il suo limite estremo e, in questo modo, a riappropriarsi di sé stesso in maniera attiva.  Ognuno dei saggi di cui è composto Scopri il mondo, ripropone dunque una di queste “esperienze totalizzanti”: l’ozio, la paura, la memoria, divengono tutti motivo di scoperta di sé e dell’altro. Montaigne parte proprio dall’ozio, descritto da lui come il momento in cui, ritirandosi dalla quotidianità, l’individuo può cominciare a dialogare con la propria anima, ad osservare i fenomeni della vita concreta senza farsene condizionare.  Come l’ozio, anche la memoria e la paura del diverso o di ciò che, comunque, ci è estraneo, se indagate e affrontate attraverso una matrice filosofica, generano nuove modalità di conoscenza del concreto. Perché ciò avvenga, tuttavia, è necessario presupporre l’esistenza di uno  strumento fondamentale che funga da mediazione tra il mondo e la mente: l’immaginazione. Per Montaigne, l’immaginazione è il vero motore della nostra comprensione del mondo e, nello stesso tempo, lo strumento principale per cogliere il mondo come un orizzonte nel quale possiamo agire concretamente. L’immaginazione si configura come la facoltà essenziale per l’apertura del soggetto al mondo e, quindi, per la sua scoperta. Scoprire il mondo non significa accumulare conoscenze sui dati che lo costituiscono, ma ricrearlo affinché ne emergano aspetti che non riusciamo a vedere immediatamente e che, tuttavia, vi sono impliciti e ne arricchiscono il senso. La presenza di numerosi esempi all’interno del saggio servono, quindi, a sollecitare l’immaginazione del lettore, ad immergerlo più profondamente in questo clima di lavorìo mentale che conduce alla destrutturazione delle conoscenze pregresse e alla creazione di un nuovo universo conoscitivo. È attraverso questa ricostruzione, resa possibile da un’educazione della nostra anima alla saggezza e alla virtù, che possiamo sfidare le nostre paure a la deformità del reale, trasformando la scoperta del mondo in senso del mondo. Scopri il mondo: alcune considerazioni Scopri il mondo non è un testo dalla facile lettura: la presenza di lunghi esempi, tra l’altro molto numerosi, tendono a distogliere l’attenzione dal concetto generale a cui si fa riferimento. La scrittura di Montaigne appare, infatti, disordinata e farraginosa, quasi come se l’autore volesse stordire il suo lettore utilizzando un vero e proprio fiume di parole. La difficoltà di lettura è, ovviamente, maggiore per chi si approccia a questo saggio senza avere una conoscenza filosofica basilare e non sia […]

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Libri

Sulle tracce dei nostri antenati in Italia…, di Flavia Salomone, Luca Bellucci e Giorgio Manzi

Una breve parentesi sugli autori del libro Sulle tracce dei nostri antenati in Italia… Flavia Salomone è nata a Roma, dove si è laureata in Biologia con indirizzo Antropologico presso l’Università degli Studi “La Sapienza”. Ha condotto ricerche sulla biologia delle popolazioni umane del passato su campioni scheletrici di epoca romana (I-III sec. d.C.) presso il laboratorio di antropologia del Museo “Giuseppe Sergi” dell’Università di Roma “La Sapienza” e presso il Museo Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma. Si occupa di divulgazione scientifica e recentemente con la casa Edizioni Espera ha pubblicato il suo primo libro “C’era una volta Homo“. Da aprile 2017 è redattrice per Running Experience. Luca Bellucci, naturalista e paleontologo, autore di varie pubblicazioni scientifiche, studia la sistematica dei grandi mammiferi plio-pleistocenici italiani. Si occupa anche di divulgazione scientifica con laboratori didattici. Inoltre, realizza e produce app, modelli e stampe 3D di fossili. Attualmente è assegnista di ricerca presso il Polo museale Sapienza ed  è membro del consiglio direttivo dell’Istituto Italiano di Paleontologia Umana. Giorgio Manzi, Professore ordinario di Antropologia alla Sapienza Università di Roma, dove è anche direttore del Museo di Antropologia G. Sergi e del Polo museale Sapienza. Le sue ricerche, documentate da oltre 150 pubblicazioni scientifiche, trattano principalmente argomenti di paleoantropologia e di biologia di popolazioni umane antiche. Come divulgatore, collabora con quotidiani, riviste, radio e TV; fra i libri più recenti, “Il grande racconto dell’evoluzione umana” (Il Mulino, 2013) e “Ultime notizie sull’evoluzione umana” (Il Mulino, 2017). Sulle tracce dei nostri antenati in Italia… Di Flavia Salomone, Luca Bellucci e Giorgio Manzi “Sulle tracce dei nostri antenati in Italia…” è un breve volume illustrato di Flavia Salomone, Luca Bellucci e Giorgio Manzi che parla delle cronache del Lazio preistorico. Gli eventi cruciali dello sviluppo dell’uomo sono stati quattro: la postura eretta, il bipedismo, le mani libere e il cervello sempre più grande e complesso. Una serie di mutazioni a livello fisico e posturale hanno portato l’uomo ad evolversi, progredire e divenire ciò che oggi è. Nel breve testo, dedicato anch’esso ai bambini delle scuole primarie, gli autori descrivono una vasta scelta di siti paleontologici presenti a Roma, non tutti visitabili, analizzando i vari reperti ritrovati in loco. Il volume è interamente dedicato al Lazio, spaziando tra la geografia, il clima, la flora e la fauna risalenti ad epoche remote. Si parla di mari in cui nuotavano ammoniti ed ittiosauri, di mari bassi e caldi popolati dai coralli, di foreste pluviali divenute successivamente steppe gelide e aride nelle quali vivevano mammut e rinoceronti lanosi. In Lazio vivevano stambecchi e camosci, buoi, cervi nobili, megaloceri, piccoli asinelli, lupi, iene macchiate e il ghiottone, uno dei più aggressivi predatori. È la storia degli uomini di Neanderthal e dei loro antenati, che popolavano un territorio abitato da  mammiferi ormai estinti, dove i vulcani del territorio a nord e a sud dell’attuale città di Roma erano ancora attivi. Il volume è articolato in tre parti identificabili dai diversi colori usati: il rosso, per la prima parte dedicata all’evoluzione umana; il blu, per […]

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Napoli & Dintorni

Eventi/Mostre/Convegni

Napoli Teatro Festival: al via la dodicesima edizione

Il Napoli teatro festival Italia è alle porte e, quest’anno, promette una dodicesima edizione sorprendente. Ruggero Cappuccio, confermato per la terza volta direttore artistico dell’evento, ha preannunciato l’inizio dell’ormai consolidata manifestazione che partirà a giugno, organizzata dalla Fondazione Campania dei Festival guidata da Alessandro Barbano con il sostegno della Regione Campania. Il nuovo assetto del Ntf è stato presentato in conferenza stampa giovedì 14 marzo nel magnifico Teatrino di Corte del Palazzo Reale, gremito di giornalisti, curiosi e addetti ai lavori. Quest’anno sono 12 le sezioni nelle quali si suddivideranno i 29 eventi internazionali , tra cui 19 prime in Italia tra prosa e danza e 44 prime di spettacoli italiani. Dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Dall’8 al 14 luglio 40 location d’eccezione tra Napoli, Salerno, Benevento, Baia, Amalfi, Carditello, Mercogliano e Pietralcina ospiteranno un susseguirsi di 150 eventi per ben 37 giorni di programmazione, con spettacoli che spaziano dal teatro alla danza, dalla letteratura alla musica, dal cinema alla video-performance passando per mostre e laboratori volti a coinvolgere un pubblico vastissimo, compreso quello giovanile, grazie ad una nuova sezione tutta dedicata al Teatro Ragazzi. Sono tantissime le iniziative e i progetti inscritti all’interno del grande palcoscenico multidisciplinare del Napoli Teatro Festival,e altrettanti gli organi e le associazioni coinvolte: non solo gli Istituti di cultura, come l’Institut Français, il Goethe Institut, il Cervantes e il British Council, ma anche Festival Internazionali di rilevanza mondiale e collaborazioni con le Università del Territorio. Tra i vari progetti troviamo un’importante collaborazione tra la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee e il Ntf  con il progetto Pina Baush, che verrà presentato il prossimo autunno al Madre e lo speciale Pompei Theatrum Mundi, organizzato da Teatro Stabile di Napoli e Fondazione Campania dei Festival, che porteranno quattro prime nazionali nella meravigliosa scenografia senza tempo del Teatro Grande di Pompei. Un Festival aperto all’innovazione e alla contaminazione Insomma, si prevede un’edizione molto ricca ed eterogenea, rivolta soprattutto all’ “inclusione” non solo intesa come apertura a nuove contaminazioni internazionali e a discipline diverse, ma anche come volontà di abbracciare un pubblico possibilmente vasto e variegato, non solo la solita élite che può permettersi di essere fruitrice della cultura: le nuove politiche del Ntf, rivolte alla crescita sociale e culturale, promuovono infatti prezzi popolari e una partecipazione attiva dei giovani. Impossibile, invece, individuare un tema o un filo conduttore che unisca gli eventi e gli spettacoli, come sottolineato da Ruggero Cappuccio: “costringere gli artisti a sviluppare le proprie idee e i propri lavori attorno a un tema unico ci sembra una costrizione, nonché uno svilire il concetto stesso di arte”. Ben venga quindi la sperimentazione, l’innovazione, la cooperazione tra enti e associazioni diverse, il confronto con artisti internazionali che provengono dall’Europa, dalla Cina, dal Medio Oriente e da ogni angolo del mondo, apportando un respiro multiculturale e transnazionale ad un evento che è un fiore all’occhiello del nostro Paese, ma soprattutto della città di Napoli, che investe soldi, idee e talenti in cultura, nel senso più alto del […]

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Napoli & Dintorni

NapoliCittàLibro 2019: un approdo alla cultura

 “Approdi. La cultura è un porto sicuro”. Questo è il tema scelto per la seconda edizione di NapoliCittàLibro, il Salone del Libro e dell’Editoria, che torna dal 4 al 7 aprile a Castel Sant’Elmo. La fortezza, Patrimonio mondiale dell’Unesco che da secoli veglia sul Golfo di Napoli, oltre che centro polifunzionale per attività e iniziative culturali, ospiterà gli incontri e gli espositori di NapoliCittàLibro negli ambulacri del castello: intorno all’Auditorium, simbolicamente chiamato Rosa del venti, si svilupperanno le tre sale Levante, Ponente e Libeccio, spazi intimi in cui la contemporaneità del panorama artistico dialoga con l’atmosfera e le suggestioni storiche del luogo. La conferenza di presentazione, tenutasi a Palazzo Zevallos giovedì 7 marzo, ha visto la partecipazione degli Editori Alessandro Polidoro, Diego Guida, Plavia Cristiano, direttrice del Centro per il libro e la lettura, Anna Imponente del Polo Museale della Campania e l’assessore alla cultura Nino Daniele. “Napoli rivendica il suo ruolo di centralità nel panorama editoriale nazionale ed è per questo, che questa rassegna ha l’ambizione di diventare un prestigioso Salone del libro, italiano e internazionale. Per questo chiamiamo “alle armi della cultura” ancora una volta Napoli e i napoletani, veri protagonisti del Salone 2018, ai quali chiederemo un aiuto anche per candidare Napoli capitale europea della Cultura nel 2024” dice Alessandro Polidoro. L’iniziativa, promossa dall’Associazione [email protected], in collaborazione con il Centro per il libro e la lettura e il Polo Museale della Campania, con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e con il patrocinato di AIE – Associazione Italiana Editori, NapoliCittàLibro vanta un programma vasto e articolato in sezioni che coinvolgono il pubblico, a iniziare da Àncore, in cui si affronteranno problemi sull’attualità e la società con alcuni ospiti, come, tra i tanti, Alex Zanotelli e Armando Torno, e la sezione Sirene, dedicata sia alla figura mitologica che al suo significato metaforico di voci ingannevoli. Ancora saranno innumerevoli le conferenze, le presentazioni e i dibattiti nella sezione “Un’ora con…”, in cui il pubblico potrà anche confrontarsi con personaggi come Pippo Baudo, Gianrico Carofiglio, Rita Dalla Chiesa, Raffaele la Capria, vero e proprio ospite d’onore, che dopo la lectio inaugurale, ripercorrerà il rapporto, tra verità e trasfigurazione narrativa, con la sua città natale. Simbolo di questa edizione è Jhumpa Lahiri, autrice del Premio Pulitzer, che ha fatto dell’equilibrio fra libertà e appartenenza la propria bussola di vita. Protagonisti del weekend saranno gli scrittori Francesco Piccolo, vincitore del Premio Strega 2014 e Michele Serra, accompagnato dalle letture dell’attore e regista Andrea Renzi. Al Salone arrivano anche “I poeti dello specchio”, la più famosa collana italiana di poesia, che, dal 1942, dà voce a classici e sperimentatori. Non poteva certo mancare la prospettiva economica, di cui si fa portavoce Riccardo Petrizzi, già senatore della Repubblica e Deputato alla Camera, mettendo in risalto le potenzialità e gli strumenti dello sviluppo comunitario piuttosto che la mera caccia al profitto. Tra i numerosi approdi della cultura ci sarà quello della stessa città partenopea, cui rende omaggio la sezione Rotta su Napoli: […]

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Vesuvio Wine Forum al MANN: tutti uniti nel nome del vino

Al MANN il convegno Vesuvio Wine Forum, per la valorizzazione del vino. I vini, sangue del territorio vulcanico, hanno nella regione campana e particolarmente a Napoli, una storia che scava indietro nel tempo fino ai tempi gloriosi degli dei e delle dee. Traccia delle prime tradizioni enologiche antiche si hanno già con Aristotele (III-II sec. a.C.), ma le citazioni abbondano con descrizioni del “Coda di volpe” ma anche del “Piedirosso”, nominato da Plinio nella sua “Naturalis Historia”. Vini rossi come la lava e bianchi come raggi di sole popolano la tradizione partenopea e sono parte integrante della sua cultura. Proprio da questa profonda consapevolezza è nata l’idea del “Vesuvio Wine Forum”, un programma di due giorni (3 e 4 marzo) completamente dedicato al vino e ai vitigni campani. nato dalla collaborazione tra il Consorzio tutela vini Vesuvio e Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. «Si narra che un pezzo di Paradiso precipitò nel Golfo di Napoli quando Lucifero fu scacciato. Cristo, addolorato per la perdita di colui che era stato l’angelo più buono, pianse. Là dove caddero le sua lacrime, nacquero delle viti il cui vino si chiamò per questo Lacryma Christi.» L’evento è stato comprensivo di numerosi incontri volti a dare il giusto risalto alle diverse sfere culturali e scientifiche che ruotano intorno la creazione e la fruizione del vino. Si è posta particolare attenzione al futuro del settore enologico nel rispetto della sostenibilità e dei cambiamenti climatici che interessano i suoli vulcanici. Un interessante approccio a tutto tondo al mondo della viticultura terminato nel più incantevole dei modi, con una degustazione dei principali vini campani prodotti dalle diverse aziende – tra cui rossi, bianchi e rosè di Piedirosso, Coda di volpe e Lacryma Christi. Vesuvio Wine Forum: il tempio della cultura ha aperto le sue porte a Bacco Camminare tra le statue greche e romane, sorseggiare tranquillamente uno spumante tra le vene in tensione di Ercole, le stele funerarie egizie, la seria ritrattistica romana; degustare un vino rosso sotto gli occhi ilari dei fauni e del dio Bacco è stato possibile grazie alla scelta d’avanguardia del Direttore del MANN, Paolo Giulierini: «Non poteva non avvenire qui questo convegno perché il Museo era il tempio del vino, della storia della viticultura sia sotto il profilo artistico sia sotto il profilo dei reperti “paleobotanici”, che si ritrovano in questi giorni nella mostra Res Rustica che contempla anche una sezione dedicata al vino. […] Questa prima tappa potrebbe essere anche un bello scenario per portare non solamente gli oggetti archeologici ma una bella selezione di questi prodotti […] Credo che oggi tutti qui insieme stiamo dimostrando che anche nell’analisi e nella valorizzazione dei problemi territoriali ed economici non si possa più andare per conto proprio: le università, i musei, gli istituti scientifici, i consorzi devono far parte di un’unica squadra e devono avere a monte nella programmazione degli obbiettivi condivisi.» L’incontro del 4 marzo ha visto prendere la parola Nicola Matarazzo come Direttore Vesuvio Consorzio Tutela Vini, Antonio Di Gennaro come […]

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Napoli & Dintorni

Circuba arriva a Napoli: l’inno alla gioia

Dopo l’apprezzatissimo esordio nella Capitale, arriva a Napoli Circuba: più di 50 artisti del Circo Nazionale Cubano si esibiranno all’Edenlandia fino al 24 marzo 2019 con uno spettacolo che vede come protagonisti acrobati, giocolieri, funamboli e trapezisti accompagnati dai generi più belli della musica cubana, il Son, il Mambo e la Salsa, vero e proprio ritmo nazionale. Circuba: l’inno alla gioia Il Circuba è uno show adatto a tutta la famiglia, un invito alla gioia. Proprio il ministro della Cultura cubano ha accettato l’idea di festeggiare in Italia i 50 anni dalla nascita di Circuba, un vero e proprio trionfo della rivoluzione di Fidel Castro sul mondo circense. Infatti, nel 1968 Fidel nazionalizzò il circo, inaugurando il primo spettacolo i cui protagonisti erano atleti formatisi nelle varie palestre poi trasformate in scuole circensi, le cui radici affondano dunque nell’ex arte circense sovietica. Dopo la rivoluzione, il circo di Mosca, apprezzato in tutto il mondo, fa il suo debutto nel repertorio acrobatico latino, la cui forma, grazie alla propria emancipazione artistica, è più focalizzata sulla cultura afro-cubana, sebbene ispirata a quella russa e influenza da quella cinese. Una forma artistica identitaria, ma che, dunque, si apre a nuove influenze culturali, una fusione che ha permesso ad alcune performace di essere uniche ed inedite nel repertorio internazionale. Circuba diventa quindi un’occasione per divulgare l’immenso valore culturale e il talento musicale nelle arti circensi e nelle danze caraibiche dell’isola felice. I cubani hanno il ritmo nel sangue e coinvolgono il pubblico con eleganza e carisma. Circa una cinquantina gli atleti selezionati per questo progetto, provenienti dalla più famosa scuola di circo a L’Avana, che proveranno a portare lo spettatore in un’isola ricca di allegria e bellezza attraverso la coinvolgente musica dei loro corpi. Accompagnato da un’orchestra locale, il pubblico rimarrà sorpreso di non trovarsi di fronte ai soliti clown o numeri di animali che diventano fenomeni da baraccone, ma dinanzi ad uno show ricco di fascino e calore. Ad intervallare i 12 suggestivi quadri che delineano lo spettacolo è un personaggio comico, che decide di intraprendere questo viaggio, non senza la partecipazione attiva degli spettatori. In un tripudio di musica e colori, in cui la danza si mescola al folklore e alle arti circensi, formidabili atleti saltano in aria eseguendo evoluzioni mortali per atterrare su una piccola sbarra di legno, straordinarie contorsioniste volteggiano in aria appese per i propri capelli, trapezisti si lanciano al buio nel vuoto con grandi elastici per poi risalire sui trapezi. Circuba è un modo per brindare al gemellaggio spirituale e culturale tra l’Italia e Cuba in un viaggio magico in grado di portare a Napoli le atmosfere tropicali dell’isola felice. Una grande festa, un viaggio verso l’allegria e il buon umore, un momento per se stessi, una piccola occasione per ricordarci che essere felici è sempre la scelta migliore. Circuba: dove e quando NAPOLI EDENLANDIA VIALE KENNEDY Dal 14 Febbraio al 24 Marzo 2019 Info 331/5037118 –331/3194441 www.circuba.it Prevendite su www.circuba.it SPETTACOLI DEBUTTO Giovedì 14 febbraio ore 21 […]

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I Whitey Brownie debuttano con Another Pink | Intervista ad Alessandro Trani

I Whitey Brownie debuttano con l’EP Another Pink | Intervista ad Alessandro Trani Another Pink è il lavoro discografico d’esordio della band Whitey Brownie, trio di Latina composto da Micol Touadi (voce), Alessandro Trani (batteria) e Alessandro Pollio (tastiere), che fonde musica Jazz ad altre sonorità della black music: dall’ R’n’B all’Hip-Hop, passando anche per il soul. Un prodotto sperimentale ben fatturato dal quale emerge chiaramente l’abilità musicale dei tre membri della band, capaci di creare un disco che riesce a coniugare la sperimentazione musicale di generi, forse un po’ ostici a un pubblico di ampio raggio, a un mood gradevole e orecchiabile, con testi che oscillano dall’italiano all’inglese. Pubblicato lo scorso 27 Dicembre per l’etichetta Rest in Press, l’EP si compone di cinque tracce (Green, Never, As You Like, Carillon e Clouds) ed è stato registrato presso il Sud Studio Digital Sound di Cosenza sotto la supervisione artistica di Pantu. In occasione dell’uscita dell’album, abbiamo parlato con Alessandro Trani che ci ha raccontato un po’ del mondo, delle esperienze, delle visioni musicali e degli obiettivi dei Whitey Brownie. Intervista ad Alessandro Trani dei Whitey Brownie Come nasce il gruppo Whitey Brownie? Il nucleo originario risale al 2015 circa, da una mia idea di suonare jazz ma non in maniera convenzionale. Abbiamo iniziato un po’ per gioco, soprattutto a livello strumentale perché all’inizio era più un progetto strumentale, a mescolare i classici del jazz a quelli dell’Hip-Hop. Quando abbiamo visto che questa cosa funzionava, soprattutto a livello live, abbiamo deciso insomma di farla crescere e, nel 2017, siamo arrivati alla formazione attuale, ovvero un trio che vede me alla batteria, Alessandro Pollio alle tastiere e Micol Touadi alla voce. Da lì abbiamo iniziato a scrivere i nostri pezzi e a farli diventare dei brani originali. Venite da esperienze musicali diverse? Tutti noi abbiamo una formazione accademica legata comunque al Jazz. Micol per esempio al Conservatorio ha fatto canto Jazz e anche noi proveniamo da esperienze musicali fortemente Jazz. Però eravamo stanchi del solito modo di suonarlo in Italia e quindi abbiamo provato a mescolarlo con altri generi della black music: il Funk, l’Hip-Hop, l’R’n’B… Quindi abbiamo creato questo sound che ci appartiene molto di più. A cosa ti riferisci con «il solito modo di suonarlo in Italia»? Te lo racconto con un esempio molto divertente. Quando si andava alle jam jazz, almeno fino a un po’ di anni fa, se provavi a girare il jazz un po’ più sul funk venivi guardato storto. Adesso, fortunatamente, non succede più e diciamo che la nostra è un po’ una risposta provocatoria a questo atteggiamento italiano. Un atteggiamento un po’ bacchettone? Esatto, troppo legato al “real book”, a quello che c’è scritto sulla parte, ad essere rigidi sulla struttura di un brano, ad essere un po’ troppo inquadrati quando si pensa al jazz, in generale. Per noi, invece, la black music non deve avere questi vincoli. Another Pink è dunque il primo EP dei Whitey Brownie. C’è un significato particolare dietro questo titolo? Guarda, […]

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Musica

Turning Point dei Buckwise | Intervista a Roberto Matarrese

Un sound elettronico convincente che unisce l’innovazione musicale di matrice anglo-tedesca a sonorità folk di matrice statunitense: parliamo di Turning Point, il primo progetto discografico dei Buckwise. Originari di Bari, Francesco “Gnappo” De Luca, Nicola Galluzzi, Lorenzo L’Abbate e Roberto Matarrese hanno pubblicato il 18 Gennaio, per l’etichetta  La Rivolta Records, Turning Point, un album che fa dei “punti di svolta” il suo Leimotiv che prende vita da due mondi musicali, apparentemente inconciliabili, che si uniscono creando un disco dal suono innovativo, strizzando l’occhio anche a sonorità più orecchiabili. Anticipato dal singolo Jasper, pubblicato con relativo videoclip lo scorso 17 Dicembre, l’album si compone di 8 tracce (Jasper, Turning Point, I’ll Begin, Freedom District, Due, Lost, Fall Down e Summer Down) attraverso le quali l’esperimento musicale dei Buckwise– che potremmo definire come Folktronic- si declina in vari mood, oscillando da sonorità elettroniche più marcate e potenti, ad altre più sfumate e morbide che richiamano atmosfere più introspettive. Per l’occasione dell’uscita del disco, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Roberto Matarrese che ci ha aiutato a conoscere meglio l’universo musicale e immaginativo di Turning Point. Buckwise, intervista a Roberto Matarrese Come nascono i Buckwise? Il progetto è nato da Nicola, Lorenzo e Gnappo che collaboravano già da tempo in altri progetti musicali. La necessità di includere nel progetto qualcuno che scrivesse e cantasse le parti vocali li ha portati ad aggiungere me, Roberto, alla band. Che ricerca musicale c’è stata dietro questo album? Non è stata una ricerca, bensì una propensione naturale dovuta ai differenti gusti musicali di ogni membro della band. Il sound è nato in maniera abbastanza naturale, in particolare l’avvicinamento di Gnappo all’elettronica (originariamente bassista) e di Nicola al banjo ed al bluegrass (lui ha cominciato con la tromba) hanno sicuramente dato una spinta importante a questo processo. Il mio ingresso nel gruppo, sono producer con alle spalle vari progetti musicali (Kinky Atoms, LogisticDubLab, fonico de La Fame Di Camilla, nda) ha contribuito a rafforzare la parte elettronica del progetto. In realtà non è stato troppo difficile trovare elementi simbiotici nei due generi, la famosa cassa dritta dell’elettronica non è altro che la cassa battente utilizzata nel folk e nel country, i roll del banjo sono assimilabili agli arpeggiatori dei synth usati molto nell’elettronica, eccetera. Anche il tipo di cantato usato da noi prende molto dal folk tradizionale americano, ma ha spiccati rimandi alle voci usate nell’elettronica più indie di matrice inglese e tedesca. Avete definito il punto di svolta (Turning point), che è anche il titolo dell’album e di un omonimo brano, il filo rosso che lega i brani di questo disco, perché? Veniamo da un periodo in cui ci sono stati molti cambiamenti nelle vite di noi quattro, ognuno per motivi diversi. Una volta finito il disco abbiamo notato che il cambiamento era il filo conduttore di tutti i brani, quindi è stato naturale prendere Turning Point, il titolo della della seconda canzone, come elemento fondativo di tutto il lavoro. È diventato un po’ un simbolo. C’è […]

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Musica

Enzo Avitabile porta Acoustic World al Teatro Cilea

Acoustic World: un viaggio nella Wold Music con Enzo Avitabile Il maestro Enzo Avitabile è al Teatro Cilea di Napoli con Acoustic World dal 14 al 17 marzo, un concerto che ripropone in chiave acustica (formazione in trio, con Gianluigi Di Fenza alla chitarra, il fratello Carlo Avitabile alle percussioni e con la collaborazione di Emilio Ausiello al tamburo) parte del suo vasto repertorio, proponendo brani tratti dai suoi lavori dal 2003 ad oggi, attingendo dagli album “Salvammo o’ Munno“, “Sacro Sud“, “Festa farina e forca“, “Napoletana” e “Black Tarantella“. In una serata d’incantevole poesia, Enzo Avitabile (voce, arpina, fiati e tamburo) guida il suo pubblico in un lungo percorso fatto di tradizione ed innovazione attraverso la World Music, della quale Enzo Avitabile, abilissimo sperimentatore e contaminatore di generi, è probabilmente il più grande interprete italiano, mescolando tendenze jazz, tradizione napoletana, blues e soul in una carriera lunga un trentennio e costellata di successi, che ha visto collaborazioni con i più grandi artisti della musica nera, come James Brown, Tina Turner, Randy Crawford e Afrika Bambaataa. Enzo Avitabile, esibendosi su un palco disadorno e adorno solo della bellezza della musica, diverte e coinvolge il pubblico con grandi classici ormai iconici come Soul Express e Napoli Nord (Megl’ na tammurriat’ ca na guerr’), ma con uno sguardo sempre al sociale e agli ultimi della terra, dei quali Enzo Avitabile è stato definito il poeta, con brani di grande impatto emotivo ed impegno come Tutt’egual song e criatur’, dedicata a tutti i bambini che vivono e soffrono situazioni di degrado e disagio, A nomm’ e’ Dio, che ci racconta le innumerevoli vittime cadute in nome di Dio, Man e man, una bellissima richiesta di solidarietà e fratellanza, e Attraverso l’acqua, un brano mai come oggi di grande attualità, scritto con Francesco De Gregori, che racconta la tragedia delle migrazioni, Don Salvatò, poesia in musica che vincitrice del Premio Luigi Tempo e definita “a metà tra preghiera laica e canto randagio“. Trovano spazio, come componente fondamentale della nostra cultura, il canto devozionale, con Faccia gialla, che racconta del Santo Patrono della città di Napoli, San Gennaro, il cui sangue “nun è acqua” e rinnova ogni anno il miracolo e, con esso, la speranza del suo popolo. In chiusura, un doveroso omaggio a Pino Daniele, con Terra Mia, e a Sergio Bruni, grande interprete della canzone classica napoletana, con Carmela. Enzo Avitabile canta il sud, non come ubicazione geografica ma come stato dell’anima, condizione umana: cantore del sud d’Italia e delle periferie, nato e cresciuto nel difficile quartiere di Scampia, ma anche cantore del sud del mondo, delle sofferenze ma anche delle speranze umane che non hanno colore: una musica che, veicolo da sempre di messaggi e tradizioni, si apre al prossimo, attraverso la contaminazione di stili e generi e, perché no, finanche attraverso il plurilinguismo, con un sentimento di solidarietà e fratellanza, nella comune ricerca della pace. – Foto tratta da: Avvenire

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Musica

Mulai e i suoi HD Dreams, intervista al producer

Mulai è il nome d’arte del giovane producer elettronico bresciano Giovanni Bruni Zani ed HD Dreams è la sua terza creazione musicale, dopo i 3 precedenti EP di Something for Someone, Glue e Glue Remix. Pubblicato il 18 Gennaio sotto l’etichetta discografica Oyez, l’album è stato anticipato dai singoli Tokyo, edito il 12 Novembre 2018 e passato in anteprima per Babylon di Radio2, e Bye [Balance Your Emotions] edito lo scorso 12 Dicembre. Composto di nove tracce, il disco rievoca, attraverso sonorità elettroniche che oscillano dal lo-fi al post-dubstep, un immaginario di un mondo distopico ormai totalmente digitalizzato e tecnologizzato. Attraverso la musica e l’impersonalità dei testi ci restituisce la sensazione di distacco un mondo distante dal suo stato naturale di origine. Paradossalmente, nella ramificata ed estesa interconnessione tecnologica degli individui, ad emerge è la freddezza e la lontananza di questi rapporti, quasi come se il numero di connessioni fosse direttamente proporzionale al tasso di isolamento prodotto. Per poter capire meglio i sogni in Alta Definizione di Giovanni Bruni, abbiamo deciso di scambiare quattro chiacchiere con lui, che, con molta disponibilità, ci ha raccontato un po’ di sé e ci ha introdotto in questo mondo musicale dalle atmosfere futuristiche. Intervista al producer Mulai Come hai iniziato a fare musica? Ho iniziato circa un anno prima dell’uscita del mio primo disco Something For Someone (9 Dicembre 2015, nda). Prima facevo più musica sperimentale con un gruppo che avevo e solo successivamente mi sono avvicinato alla musica elettronica, perché i miei ascolti andavano in quella direzione ed ho iniziato ad appassionarmi a quel mondo. Così è nato Something for Someone, poi qualche tempo dopo è uscito Glue e, dopo ancora HD Dreams. È stato un percorso molto naturale, ha seguito una sua evoluzione non forzata. HD Dreams è stato prodotto in un periodo di tempo molto più lungo, rispetto a Glue per esempio. I pezzi in questo disco hanno assunto un significato per me molto più importante perché nati da particolari momenti di questi due anni. In HD Dreams, richiamo le atmosfere di un mondo completamente tecnologizzato e digitalizzato, cosa ti ha ispirato? Io sono del 92 e quindi sono nato in un periodo a cavallo tra un’era un po’ più distante dalla tecnologia ed una in cui la tecnologia ha avuto completamente il sopravvento. Quando ero più piccolo e andavo a scuola non si sentiva parlare di Facebook o di realtà del genere, sono cresciuto un po’ in un periodo di transizione e avendo un fratello più piccolo mi rendo conto di quanto, soprattutto il mondo dei social media, stia avendo il sopravvento sulle nostre vite. Questa cosa mi ha portato un po’ a pensare a questo rapporto che anche io stesso ho con la tecnologia, e ho quindi immaginato questi sogni in HD, come se la tecnologia riuscisse a penetrare anche la nostra parte più intima, i nostri sogni. Gli HD Dreams rappresentano dunque la possibilità di questi sogni digitali in cui la tecnologia è entrata talmente tanto nella nostra […]

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Teatro

Recensioni

Yerma. ‘A Yetteca: l’opera di Federico Garcìa Lorca approda al TRAM

Yerma. ‘A Jetteca approda al teatro TRAM, tra le suggestioni di Federico Garcìa Lorca e il viscerale linguaggio napoletano, roco e sensuale Dal 14 al 17 marzo 2019 al TRAM, Teatro di Ricerca, Arte e Musica di Port’alba, è in scena “Yerma. ‘A Yetteca”, cerebrale e palpitante rivisitazione dell’opera “Yerma” dello spagnolo Federico Garcìa Lorca, con la regia di Silvio Fornacetti e Fabio Di Gesto e le interpretazioni di Chiara Vitiello, Diego Sommaripa, Francesca Morgante, Maria-Grazia Di Rosa e Gennaro Davide Niglio. “Yerma” è la seconda delle tre grandi tragedie lorchiane, e si inserisce tra “Nozze di sangue” (1933) e “La casa di Bernarda Alba”. Yerma, parola ruvida che rimane annidata sulle papille gustative senza sciogliersi in zucchero, significa “sterile”: un tronco su cui non s’innesta fiore, frutto che non germoglia, polline che non si diffonde nell’aria. Le immagini evocate dalla penna lorchiana, inzuppata nel sangue torbido degli incubi visionari del poeta, vengono stemperate sul palco del TRAM in uno sfondo nero come il velluto del dramma. Dal nero si parte, e nel nero si sprofonda come in una tragedia che smorza le lingue e buca i fiati. E di nero sono tinti gli occhi e il grembo della protagonista, interpretata da una convulsa e febbricitante Chiara Vitiello che penetra violentemente il vuoto onirico con le sue vesti bianchi e drappeggiate, che la fanno somigliare ad una vestale riemersa dalle cavità del proprio personale Ade. Chiara Vitiello è delicata come un giunco ma scalmanata come una baccante, e le sue visioni prendono corpo in napoletano, lingua impastata di sangue e calcestruzzo, di sale e di terrore, di vita e salsedine: lo spagnolo lorchiano si trasfigura nella lingua delle piazze e dei vasci, nella lingua dei popoli, degli scugnizzi e dei femminielli, regalando a Yerma l’intensità sguaiata di una vaiassa e la regalità di una dea con le ali sgualcite e annerite. Il dramma coniugale di Yerma, le pressioni della gente e le sue visioni folli e sfrenate: un modo estremo di raccontare il dramma della sterilità Il microcosmo di Yerma si nutre in primis del rapporto ambivalente, contraddittorio e quasi formale con suo marito Juan che qui diventa Giovanni, interpretato intensamente da Diego Sommaripa, che veste la scena in modo mimetico e arguto, muovendosi in modo camaleontico e dando corpo e voce a un contraltare maschile di grande spessore. L’intimità del microcosmo coniugale di Yerma è continuamente stuprata dalle lingue della gente, la gente pettegola dei vasci che aspetta ossessivamente la nascita del bambino, che si chiedono come e perché una donna non sia ancora in attesa, giocando al lotto le sorti di un grembo che diviene proprietà comune e popolare. Il grembo di Yerma diviene spazio comune e democratico, spartito gelosamente dalle manacce del popolo, interpretato da tre visioni che si stagliano con prepotenza sul palco, che sembrano demoni linguacciuti, avidi e sadici. Tre sono le visioni del popolo, tre sono le Grazie di Canova e sono anche le Marie, tre sono le proiezioni della gente che solleticano con punte acuminate il […]

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Recensioni

Non solo Medea: ovazione al Teatro Mercadante

Non solo Medea: l’immortalità della tragedia. È senza tempo la tragedia greca: nelle vicende di ieri, sembra sentire la eco delle tragedie di oggi, senza confini nè barriere. È su questo filo del “senza tempo” che si muove Non solo Medea, ideato dai coreografi Emio Greco e Pieter C. Scholten, con produzione del Teatro Stabile in collaborazione con Le Ballet National di Marsiglia, per il secondo anno consecutivo a Napoli. Lo scorso anno, ha avuto anche l’importante cornice del Pompeii Theatrum Mundi, cioè all’interno degli scavi pompeiani; un palcoscenico atto a sottolineare la fragilità quasi della nostra contemporaneità. Quest’anno Non solo Medea va in scena dal 15 marzo al 17 marzo compreso al Teatro Mercadante di Napoli. Un pubblico variegato ed entusiasta ha accolto la prima dello spettacolo lo scorso venerdì 15. Non solo Medea: la precarietà dell’uomo moderno In Non solo Medea, è Manuela Mandracchia l’attrice a cui è stato affidato il compito di interpretare di volta in volta i personaggi della tragedia greca. La Mandracchia, vestita di rosso e con i capelli riccioluti lasciati liberi dalle costrizioni, incarna perfettamente ognuna delle sette parti delle quali è composta l’opera: Rimpiangere, Domare, Accettare, Ribellarsi, Negare, Realizzare, Esodo. In ognuno di queste sette episodi – liberamente collocabili in uno spazio-tempo preferito – l’attrice cambia identità di volta in volta. Ora è Medea (che perde tutto per seguire il suo sposo), poi Edipo (dilaniato dagli episodi e dalle colpe), poi ancora Medea, la dimenticata Antigone (la compianta Ifigenia. Personaggi che, di episodio in episodio, quasi perdono la loro vera identità per diventare simbolo di un dramma comune e comunitario.  Insomma: Medea come simbolo di incomprensione, cambiamento, lotta. Il corpo di ballo, composto dai professionisti del Ballet National di Marsiglia, ha accompagnato in maniera del tutto indipendente i monologhi dell’attrice/aedo, solitaria come una Cassandra. Le musiche, selezionate accuratamente, rispecchiano in pieno la dimensione atemporale dell’opera: si spazia dai Pink Floyd a Beethoven, senza che questo crei confusione o imbarazzo. In un crescendo esplosivo, la parte coreografica ha dialogato e talvolta si è scontrata con la parte dialogata, avviluppando completamente lo spettatore nella sua dimensione (ancora: senza spazio, senza tempo). Le percussioni, magistralmente, hanno scandito i ritmi: non è un caso che siano stati tamburi e xilofoni ad accompagnarci in Non solo Medea; quando gli ominidi iniziarono ad interessarsi dei suoni intorno a loro, con tutta probabilità provano a riprodurre il battito del cuore e i passi, quindi percussioni. Altro suono che ci ha accompagnato spesso durante la rappresentazione, è il fluire dell’acqua: acqua purificatrice, ma anche dannata causa di dolori. Panta rei, anche per Medea, anzi: non solo per Medea. Non solo Medea: la fondazione dell’episodio zero e la rinascita dell’uomo. Continui i richiami, durante l’opera, alle vicende che sono intorno, molto additate nell’opera come una delle cause della distruzione dell’Europa. Durante il prologo ed anche in seguito la scarna scenografia manda però in onda su telo immagini di guerre, soprusi, distruzioni e le nuove, nuovissime tragedie fatte di sbarchi. Tanto che Medea […]

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Teatro

La sentinella di Elsinore di Giuliana Pisano

Dal 14 al 17 marzo è in scena La sentinella di Elsinore di Giuliana Pisano al Teatro dei 63, in Via Carlo De Cesare. Partendo dalla scena iniziale dell’Amleto, lo spettacolo stravolge l’opera del famoso autore inglese per dare vita ad un intenso dialogo con le forze sovrannaturali, capaci di mettere in discussione le convinzioni dei personaggi e la realtà stessa. La sentinella di Elsinore di Giuliana Pisano In una notte stellata, Bernardo (Mariano Savarese) è intento a contar le stelle sulla terrazza dove dovrebbe invece far la guardia. Interrotto dal suo migliore amico Amleto, (Nicola Conforto) i due trascorrono la notte dialogando con i diversi spiriti che appaiono sulla scena: dal fantasma di una bambina golosa di torroncini ad Ofelia la sposa infelice, fino allo spettro del Re Padre (tutti abilmente interpretati da Ivan Iuliucci), i due protagonisti si interrogheranno sulle modalità che hanno portato alla morte del precedente re e le difficili implicazioni che la risposta a queste domande comporta. Mentre il confine fra realtà e irrealtà si fa sempre più sottile, Bernardo e Amleto faranno i conti con un’amara verità. Oltre alla profondità dei dialoghi, che oscillano fra i momenti di comicità dei due amici fino alla nostalgia per i cari defunti, lo spettacolo Le sentinelle di Elsinore si avvale della splendida location della Chiesa del Carminiello a Toledo, attuale sede del Teatro dei 63, che conferisce sacralità al dramma. L’ambiente assieme alle musiche di Alessandro Cuozzo risultano ben combinate in un riuscito binomio di mistero e malinconia.  Lo spettacolo è realizzato da Giuliana Pisano, regista che ha lavorato al cinema e in televisione come attrice e in qualità di aiuto regista. Oltre alla lunga collaborazione con l’attore Renato Carpentieri, tra gli innumerevoli spettacoli che portano la sua firma si ricordano: nel 2003 Rebecca-Il Mistero di Manderley; nel 2006 firma la regia di L’eccezione e la regola di B. Brecht. Nel 2013 fonda con Salvatore D’Onofrio l’associazione culturale AIROTS, associazione culturale in capo alla rassegna teatrale Allegati che si occupa della produzione, promozione e diffusione di spettacoli teatrali, laboratori ed eventi culturali, puntando al coinvolgimento del quartiere e alla creazione di sinergie con altre realtà culturali. La Sentinella di Elsinore è il quinto appuntamento del fitto calendario di eventi della rassegna teatrale “Allegati”, inaugurata a gennaio, a cura di Quartieri Airots, con la quale l’associazione napoletana ribadisce il proprio concetto di teatro ampliato e aperto verso una pluralità di linguaggi e realtà culturali a confronto. “La Sentinella di Elsinore” Aiuto regia: Lorenza Colace Orari: 14-15-16-17 marzo ore 21.00; domenica 17, ore 18.30 Costo: intero € 12 – ridotto € 10 Prevendite: [email protected] – 081 18498998 – 349 1735084 Ufficio stampa: Francesca Panico – [email protected] – 348 3452978 – Fonte foto: https://www.airots.it/spettacoli/la-sentinella-di-elsinore/

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Teatro

Saverio Raimondo presto a Napoli (Intervista)

Previsto incontro del terzo tipo al Kestè, domenica sera 17 marzo: l’autore e attore comico-satirico Saverio Raimondo approda a Napoli. Goffo e spesso “marziano” rispetto al mondo che lo circonda, Saverio Raimondo proviene da non so dove. Sicuro è che appartiene a una razza aliena simpatica. Ergo, vorrei tranquillizzarvi, non ha intenzioni bellicose. Tutt’altro! Resterà tra noi giusto il tempo di strapparci qualche risata. Riccardo Staglianò lo ha definito “l’unico stand up comedian italiano che sembra vero”, Aldo Grasso “il più bravo comico in circolazione”, Riccardo Bocca “il miglior satiro attualmente in Italia”. Eroica Fenice è onorata di annunciarvi che ha avuto l’immenso piacere di fare una chiacchierata con questo gigante della comicità italiana. Saverio Raimondo, l’intervista Saverio Raimondo si definisce un tipo ansioso e ha scritto un libro sull’ansia, “Stiamo calmi. Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare l’ansia”, una sorta di guida all’ansia in cui viene illustrato il mondo di tale emozione e quest’ultima viene difesa, perché Saverio pensa che l’ansia faccia bene. Nonostante i tempi che corrono oggi, esistono ancora personalità “tranquille”, che affermano di non conoscere l’ansia. Dì loro qualcosa, per favore. Essere tranquilli al giorno d’oggi è impossibile, non c’è alcuna ragione per esserlo. Se non siete ansiosi, io fossi in voi mi preoccuperei: c’è qualcosa che non va. Fatevi controllare. La “Stand Up” non richiede maschere, è una forma d’arte che brilla di libertà, a partire da quella di essere se stessi. Un ansioso come può mai sentirsi libero di sprigionare la propria essenza? Se si crea la giusta intimità fra artista e pubblico, un ansioso non vede l’ora di condividere le proprie preoccupazioni con qualcuno, e contagiarlo a sua volta. Proviamo a ricordare la tua prima volta su un palco. Credo sia stato alle elementari! Qualche recita scolastica. Sicuramente feci Jafar in una trasposizione in inglese de “Il Re Leone”, in quarta elementare. La prima volta che ho fatto ridere su un palco, invece, è stato al concerto di Natale in terza media. Da allora non ho più smesso di far ridere; con le medie sì. Poi, sul palco come “stand up comedian”, la prima volta è stata dieci anni fa, con “Satiriasi”. Cosa rappresentano per te un palco, un’ambientazione scarna, un microfono, un nome e un cognome? La condizione ideale per fare comicità: quando fai ridere con te stesso e di te stesso non hai bisogno di altro. E la tv? Ha molte più potenzialità linguistiche, in tv mi piace ibridare i linguaggi e sfruttare più tecniche. Mi parleresti dell’esperienza lavorativa in tv di cui vai più fiero? Sicuramente “CCN”, il mio programma su “Comedy Central” giunto quest’anno alla quinta stagione, è l’opera televisiva che più mi rappresenta. Me lo sono cucito addosso, e ancora oggi mi permette di sperimentare con successo idee e registri comici. Come hai scovato il tuo lato comico? Allo specchio. È bastato guardarmi, e sentirmi parlare, per trovarmi ridicolo. Qual è la ricetta per una buona performance, secondo Saverio Raimondo? Il posto dove ti esibisci. […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Amor sui: amarsi per amare “doppio”

L’amor sui, amarsi è il presupposto essenziale dell’amore. Dall’infanzia ci insegnano che gran parte della vita sia finalizzata alla conquista dell’amore. Ce lo fanno capire con le mani. Alzano indice e medio e fanno un due con le dita. Siamo nati da mamma e papà e passeremo l’esistenza nella ricerca e nell’attesa di una persona con cui formare, a nostra volta, quel due fatto di polpastrelli. Sbarchiamo appena nel mondo e già ci dicono che siamo soli, che dovremmo recuperare una nostra “metà”. È una delle prime lezioni su cui, indirettamente, veniamo istruiti. Un passo oltre la soglia di quell’abitudine culturale che ci strattona verso l’amore – nutrita generosamente da una società sempre pronta a mercificare e rendere profittevole anche ciò che non dovrebbe – c’è la natura. La natura chiama all’amore. Ce ne accorgiamo dalla pubertà e non smettiamo mai di farci i conti; anche quando il tempo ci rattrappisce, la natura continua a vagheggiare le stagioni, il fiore che beve la vita, l’ape che ronza sul proprio nutrimento. L’amore è cultura e natura. Ma la ricerca della metà con cui conquistare una felicità definitiva ha davvero così tanto a che fare con l’amore? Nessuno da queste parti ha la presunzione o la follia di negare l’imprescindibilità dell’amore. Ma qualcuno dovrebbe mettere in guardia su un’altra lezione, su cui sia la natura che la cultura non amano troppo disquisire. Quella sull’amor proprio. L’amor proprio, secondo l’interpretazione portante, coincide con l’espressione latina “amor sui”. Come sempre, a parità di concetto, la formulazione latina trattiene una luce antica e imperitura che sembra chiarificare maggiormente. Di più, sembra rendere ogni concetto viscerale, come se si fosse annidato in un sottopassaggio della coscienza, recondito e segretissimo. Per alcuni antichi, come San Bernardo, l’amor proprio era addirittura il preambolo immancabile di un iter verso Dio. Sant’Agostino, invece, contrappone l’amor sui all’amor dei: il primo, fine a se stesso, corrisponde a un egoismo dannoso che allontana l’anima da Dio e la avvince alle cose terrene. Il secondo è espiazione dall’interesse personale e adesione totale a Dio. La sensibilità contemporanea si è chiaramente evoluta, e la descriviamo fieramente come progressiva. Ma la storia si tiene in equilibrio facendo leva sui punti d’appoggio di sempre, quelli che desumiamo dalla cultura antica e quelli che ci suggerisce la natura di volta in volta. Cultura e natura, di nuovo, come sempre. Eppure, il concetto di amor proprio è una piccola delusione. Oggi se ne parla poco, lo si rende subalterno, insufficiente dinanzi alla trionfante promessa dell’amore. Ogni tappa e attività sembrano programmate nell’attesa fatale e necessaria della persona giusta, con cui formare una famiglia perfetta e con cui condurre una vita perfetta. Ma cosa c’è prima? Cosa c’è durante? Chi ci fa compagnia mentre cacciamo il naso nei negozi per trovare il regalo più adatto, e nel viaggio in macchina di ritorno verso casa? Chi ama proprio quel gusto di gelato, chi condivide con noi il piacere di una lettura avvincente se non…noi? Agostino a suo tempo asseriva che […]

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Voli Pindarici

Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

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Non mi fa paura stare nell’ombra

Non mi fa paura stare nell’ombra. Molti sono terrorizzati dal buio, dall’assenza di orientamento e di punti fermi. A me invece il nero piace proprio per il suo essere labile, fluttuante, avvolgente. Nasconde i rossori, le debolezze, ciò che non si vuole vedere, lasciando tutto all’immaginazione. Si possono così assumere volti, sembianze, personalità diverse, riconducendo tutto a se stessi. Non si indossa una maschera ma la si prende in prestito, facendo piccoli passi a tentoni, orientandosi con la mente. Oggi è tutto affidato alla parola, gridata, gesticolata, sputata, lasciata lì a maturare nella consapevolezza o nell’indifferenza di chi ci ascolta. Perciò chiudo gli occhi, mi faccio cullare dal silenzio privo di gravità, come se fossi sola su una scogliera a picco sul mare, mentre odo il suono di pensieri mai pronunciati ad alta voce, che hanno il fascino del potenziale e il sapore amaro di ciò che poteva essere e non è stato. Non mi fa paura stare nell’ombra. Eppure non rinuncio alla luce. Ripenso alle tante volte in cui ho dovuto affrontare l’ansia da palcoscenico, prima del saggio di danza. Adrenalina, riflettori, pubblico in attesa. Era il mio posto e non ero nell’angolo, ero al centro. Spesso ho smarrito quel centro, quel movimento come forma di espressione di me. Si sente sempre il bisogno di qualcosa per completare il cerchio, di quel tassello mancante che si percepisce con prepotenza nel suo spazio vuoto, conferendo al tutto quel senso di precarietà senza volto. La comfort zone è sopravvalutata. Non sbilanciarti troppo, dicono. Sono stanca di stare in equilibrio, di pianificare emozioni, di agire sulla superficie delle cose con il peso dell’inespresso sulle spalle. È giunto il momento di sporgersi in avanti e cadere, di far oscillare l’ago della bilancia verso direzioni ignote, di chiudere gli occhi e sentirsi al sicuro anche nel buio. Non mi fa paura stare nell’ombra, la luce è qualcosa che non si vede.

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Voli Pindarici

Cara estate, ora vai via

Cara estate, mi hai deluso. Quello che ci hai propinato ad agosto ti è sembrato forse un clima degno della bella stagione? È inutile che cerchi di giustificarti, promettendoci un ottobre spettacolare con sole e temperature sopra la media perché in autunno ci tocca lavorare e le ferie già consumate per te non ce le rende indietro nessuno. Nemmeno l’Italia ai Mondiali abbiamo potuto vedere quest’anno, che desolazione! Estate e film tv Inoltre, dove sono finiti i soliti film con te che fai da sfondo romantico e nostalgico? Per noi vacanzieri casalinghi, destinati inevitabilmente a trascorrere qualche ora della nostra giornata davanti al teleschermo, quei revival cinematografici rappresentavano ormai un attesissimo momento di svago e, mestamente attestata la loro prolungata assenza dai palinsesti, abbiamo dovuto virare sulle solite repliche ad oltranza di programmi già visti. Dov’è andato a finire Un sacco bello trasmesso il pomeriggio di ferragosto?  L’orario da terza serata, poi, non rende affatto giustizia a Ferie d’agosto, gravato pure da fastidiosi spot pubblicitari ogni quindici minuti. Nessuna traccia, invece, di Dirty Dancing, sprecato per coprire qualche buco di palinsesto in serate autunnali, per non parlare di Sapore di mare, sparito persino dalle programmazione delle tv locali. Cara estate, dov’è finito quel gusto un po’ amaro di cose perdute? Estate di tragedie Al di là delle osservazioni sul futile, sei riuscita comunque a fare di peggio. Le persone non dovrebbero morire così, in quel modo atroce, come fossero i protagonisti inconsapevoli di un film apocalittico di quart’ordine.  Molti di loro si recavano al mare con i bambini, lo sai? Una coppia doveva sposarsi a breve e altri ancora non lo so cosa avevano programmato per le loro vite ma poco conta. sono stati inghiottiti da un precipizio inaspettato e infernale, bagnati dalla pioggia battente e sommersi dalle macerie di un ponte traballante, emblema vergognoso e infame dell’Italia arrogante, superficiale e arruffona. Nessuno dovrebbe morire d’estate, come nessuno dovrebbe morire a Natale. Non si va via quando l’atmosfera incita al divertimento e l’attesa di vivere finalmente qualcosa di bello dona felicità. Non si dovrebbe morire nemmeno tra le rapide di un fiume, immersi nella gioia di condividere un’avventura con la famiglia e la natura restituisce invece vite spezzate e orfani inconsolabili. Il terremoto con quelle giornate sospese, le notti insonni e i minuti interminabili, potevi pure risparmiartelo. Estate e matrimoni Cara estate, per ritornare superfluo, è vero che sei la stagione dei fiori d’arancio, però potevi evitarci tutto quel teatrino mediatico e social sul matrimonio dell’anno tenutosi in quel di Noto, dove la riservatezza della celebrazione di un sentimento si è tristemente persa tra sprechi e ostentazioni, marketing ed hastag, eccessi spacconi e sceneggiate inopportune. Quel giorno, poi, molti italiani “influenzati”/“influenzabili”, smartphone alla mano nella loro qualità di invitati social alle nozze, sono stati indefessi spettatori e puntuali commentatori dell’evento al quale hanno contribuito a far giungere con il loro like ancora più soldi nelle casse dei due onnipresenti protagonisti. Inoltre, sono sicura che nei prossimi tre/cinque anni, la richiesta modaiola […]

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