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Eroica Fenice

In Primo Piano

Teatro

Uscita di emergenza, Santanelli al San Ferdinando

Uscita di emergenza di Manlio Santanelli ritorna al Teatro San Ferdinando a più di trent’anni di distanza dalla sua prima rappresentazione nel 1980, interpretata da Bruno Cirno e Nello Mascia. Dal 18 ottobre al 5 novembre la commedia santanelliana calcherà ancora le assi del San Ferdinando, e sarà interpretata da Claudio Di Palma, che ne cura anche la regia, e Mariano Rigillo. L’allestimento si avvale delle scene di Luigi Ferrigno, dei costumi di Marta Crisolini Malatesta, delle luci di Gigi Saccomandi e delle musiche di Paolo Coletta. Uscita di emergenza, o la fuga delle parole Come Di Palma ha sottolineato durante la presentazione dello spettacolo tenutasi nel foyer del Teatro Mercadante, la sua interpretazione si basa su di un critico «svuotamento delle parole», il quale diviene riflesso del caos comunicativo in cui annega la società contemporanea. Oggi si dicono parole “ovvie” e parole “bastarde” (nel senso etimologico dei termini) che sono state svuotate dei loro significati primordiali profondi; esse da sentimenti divengono rumore, un rumore che testimonia una inevitabile e tragica dissoluzione di valori. Questo, anticipa Di Palma, si esplica nel momento in cui «un grande lastrone marmoreo, forse staccatosi dalla parete di un’antica chiesa, o teatro, schiaccia la statua del Corpo di Napoli». In questo senso si rappresenta simbolicamente la devastazione, quasi un’apocalisse, degli antichi equilibri che reggevano tradizioni, parole ed affetti. Si tratta di una rottura di equilibri che sembra essere ripresa dalla celeberrima scena eduardiana di Natale in casa Cupiello in cui Ninuccia distrugge il presepe di Lucariello sancendo l’annientamento dell’armonia familiare e per estensione della città ideale che esso rappresentava nella concezione di Luca Cupiello. Quello della rottura degli equilibri è un discorso che, come sottolinea Santanelli, è «vicino al binomio tra eros e tanathos». Amore e morte sono, nell’humus napoletano, due fratelli che camminano lungo un labile confine. Ecco, ancora, il senso drammatico e tragico della distruzione dei valori che si esprime nella potente battuta «non c’è più religione, non c’è più teatro, non c’è più città». La dissoluzione dei valori passa, dunque, per la dissoluzione del linguaggio in quanto lo sfogo dei due protagonisti, Cirillo (Claudio di Palma) e Pacebbene (Mariano Rigillo), come specifica Rigillo, si fonda soltanto sul rumore, che diviene sonno emotivo. I personaggi in questo modo tentano “un’uscita di emergenza” dalla dissoluzione attraverso le parole; tuttavia la distruzione del passato e dei suoi testimoni decreta in questo modo la sconfitta del dialogos e il trionfo del vuoto. Metafisiche al teatro Va inoltre segnalato che nell’ambito della nuova stagione si terranno incontri di preparazione al teatro che offriranno spunti di riflessione su determinati spettacoli presenti nel cartellone. Tali incontri (tutti a ingesso libero) saranno tenuti da Gianni Garrera, studioso fine, curatore, tra le varie cose, delle opere estetiche di Kierkegaard  per i Classici del pensiero BUR e dei suoi Diari per Marcellina. Garrera, peraltro drammaturgo e traduttore del Direttore del Teatro Stabile Napoli (Teatro Nazionale della Campania) propone così le sue intelligenti divagazioni con con lo scopo di preparare o arricchire il bagaglio culturale dello spettatore […]

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Attualità

Amsterdam limita il turismo di massa: esempio per Napoli?

Nel corso degli ultimi anni, l’attitudine rispetto al turismo di massa, in numerose città europee ma non solo, ha subito una netta virata, e si è iniziato a guardare al fenomeno con un occhio molto più critico che in passato, in particolare in quelle località meta di flussi molto consistenti. Se l’arrivo costante di visitatori era visto come una fonte quasi inesauribile di ricchezza, col passare del tempo sono emerse in maniera sempre più evidente le contraddizioni inerenti al fenomeno e in particolare agli effetti negativi sul mercato immobiliare e sulla vita dei residenti dei centri storici. Tra le città nelle quali, più che altrove, un sentimento di insofferenza verso il turismo di massa si è fatto sempre più forte, accompagnato da vigorose proteste degli abitanti e da manifestazioni che chiedevano una regolamentazione del fenomeno, vi sono: Barcellona, Venezia e Amsterdam. In queste città interi quartieri sono stati trasformati ad uso e consumo dei turisti, con schiere di edifici dedicati esclusivamente ad attività di ricezione e una crescita esponenziale di attività commerciali rivolti esclusivamente a coloro che trascorrono in città soltanto alcuni giorni di vacanza. Il conseguente aumento dei prezzi e la carenza di servizi dedicati ai residenti, hanno pian piano costretto gli abitanti dei centri storici ad abbandonarli e trasferirsi in zone più periferiche delle città. Le misure di Amsterdam per limitare il turismo di massa Nei giorni scorsi la città si è resa protagonista di un provvedimento destinato probabilmente a fare da apripista a misure simili in altre località turistiche che ricercano una soluzione in grado di scongiurare lo spopolamento dei centri storici e la loro cosiddetta disneyficazione. Il consiglio comunale della capitale olandese ha, infatti, stabilito il divieto di apertura di nuove attività commerciali destinate esclusivamente ai turisti, nell’area del centro storico con codice postale 1012 e in altre 40 vie del centro. Questo divieto colpisce in particolare i negozi di souvenir, di pacchetti turistici, di bici a noleggio, di ciambelle, waffel e cibo pronto al consumo. La decisione – dall’effetto immediato – è stata presa in seguito a lunghe discussioni all’interno del consiglio comunale, mantenute segrete al fine di evitare che eventuali imprenditori si accaparrassero gli spazi disponibili per attività commerciali di questo tipo prima che entrasse in vigore il provvedimento. L’obiettivo è proprio quello di permettere ai residenti di poter tornare a vivere nei quartieri della città che pian piano stavano abbandonando e che assomigliavano sempre più a un museo a cielo aperto da visitare e abbandonare. Napoli si confronta con gli effetti del turismo di massa Anche la città di Napoli è interessata negli ultimi anni da un costante e consistente flusso di turisti provenienti dal resto d’Italia e da tutta l’Europa. Se il boom turistico è stato accolto con grandissimo entusiasmo, col passare del tempo, anche nella città partenopea sono iniziati i primi malumori. I primi a rendersi conto delle difficoltà causate da un flusso così imponente e incontrollato di turisti sono stati gli studenti e i lavoratori alla ricerca di una camera […]

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Libri

Bagliori a San Pietroburgo, tra le memorie di Brokken

Leggere Jan Brokken è come viaggiare. Significa perdersi in un mondo che ti appartiene solo da lontano, se non sei un fervido appassionato della civiltà nordeuropea, quella che egli stesso tanto ama. Già da “Anime Baltiche” e “Il giardino dei cosacchi”, Brokken immerge il lettore in quella così problematica ma intensa cultura, spaziando dalla letteratura alla musica, che da olandese sente fortemente propria, tanto da farne il protagonista assoluto dei suoi racconti. E ritorna con il nuovo libro Bagliori a San Pietroburgo, anche questo edito in Italia da Iperborea e tradotto da Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo. “È strano, a nessuna città mi sento tanto legato quanto a San Pietroburgo, e al tempo stesso nessuna mi incute altrettanto timore”. La San Pietroburgo di Brokken, tra arte, letteratura e musica Ogni ricordo, ogni incipit di Bagliori a San Pietroburgo parte da un unico viaggio che Brokken fece nel 1975 appunto a San Pietroburgo, allora chiamata Leningrado. Anche se dalla Rivoluzione Russa sono passati decenni, l’autore sottolinea come la città fosse ancora fortemente influenzata, anche implicitamente, dagli strascichi che comportò il governo di Lenin e i successivi stravolgimenti storici. Un Paese duro, omertoso e corrotto in quei lunghi anni, violento, e allo stesso tempo così profondamente malinconico e sentimentale: Bagliori a San Pietroburgo è un’opera evocativa, perché attraverso gli occhi di uno “straniero” come Brokken, possiamo comprendere quanto poco conosciamo una cultura che non è la nostra, così intimamente bella come ce la descrivono due occhi, ed un cuore, innamorati. Leggere Brokken è anche viaggiare nel tempo. Con attenzione quasi filologica, l’autore racconta degli artisti che hanno reso San Pietroburgo una città splendente, toccando persino il periodo storico zarista. Folli geni, musicisti ribelli, anime controcorrente che hanno nella propria arte espresso l’amore/odio verso la propria terra. Così, non dimenticando di coinvolgere il lettore nelle sensazioni personali che l’arte di questi personaggi gli hanno suscitato per tutta la sua vita e continuano a farlo, Brokken ci trasporta nel passato, insieme ad Anna Achmatova (“ero innamorato della sua raffinatezza. […] Niente era comune in lei”), Gogol’, alla pittura di Malevič, alla musica tormentata di Čajkovskij, Marija Judina, Stravinskij e Šostakovič, poi Brodskij, Esenin, Rachmaninov. Fino ad arrivare a due poli opposti ma della stessa medaglia letteraria, Nabokov e Dostoevskij, per cui l’olandese non nasconde una profonda e dolce ammirazione, sia come scrittore che come uomo (“Dostoevskij scriveva, forse per primo nella letteratura mondiale, dal punto di vista dei suoi personaggi, […] esprimeva la loro grettezza, collera, malvagità, il loro disprezzo, i loro piaceri ed espedienti e la loro piccola ed esitante poesia”). Sembra che Brokken rifletta e racconti attraverso una lente da obiettivo biografo – curiosissimo è il racconto dell’assassinio di Rasputin per mano del principe Jusupov, che fuggì dalla Russia con “un Rembrandt sottobraccio” – ma lo fa da scrittore, quindi ricco di sentimentalismi e sensazioni, che rendono Bagliori a San Pietroburgo un libro personale, prospettico, poetico se vogliamo, appassionante. “Se San Pietroburgo non fosse esistita, avrei inventato io questa città che sonnecchia […]

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Attualità

Attualità

Il Collegio. La scuola ai tempi della televisione

Ci chiediamo spesso fin dove il mezzo televisivo, nel suo lavoro di destrutturazione di ogni simbolo della società, del costume e della cultura, possa spingersi. Questa domanda se la sono fatta forse in molti quando, nel 2016, la RAI aveva annunciato un nuovo reality con protagonisti gli adolescenti. Non si tratta però di un reality qualsiasi, ma de Il Collegio. Il Collegio: struttura del format Ideato da Magnolia e giunto alla sua seconda edizione, Il Collegio si pone un compito all’apparenza impossibile. Prendere un gruppo di ragazzi tra i 14 e i 19 anni, privarli di ogni comodità dei tempi odierni e sottoporli alla dura disciplina di un collegio italiano degli anni ’60. Il risultato che si ottiene è facilmente prevedibile. Fin dalla prima puntata i giovani studenti dovranno lasciare da parte i loro adorati smartphones, abiti, accessori di bellezza e ogni invenzione tecnologica e atteggiamento culturale post 1960, per fare i conti con gli strumenti e le ferree regole di un modello di scuola che i loro genitori hanno vissuto personalmente. E così, tra cucchiaiate di olio di fegato di merluzzo, pasti a base di interiora d’animali, episodi di indisciplina, manifestazioni di pura asinaggine da parte degli studenti, si consuma quello che viene più volte definito un “esperimento” che ha uno scopo ben preciso: preparare i ragazzi all’esame di terza media che quest’anno (in base agli spazi cronologici della trasmissione) coincide con quello del 1961. Una “missione” per nulla necessaria ed obsoleta Il pubblico sembra diviso riguardo a Il Collegio. Se una buona parte acclama il programma e ne loda l’intenzione educativa, votata a far imparare un po’ di sana educazione ai nostri indisciplinati adolescenti tutti “filtri ed ignoranza”, c’è chi tuttavia constata con amarezza l’ennesimo pugno in faccia subito dall’istituzione scolastica. Il programma ideato da Fabio Calvi (il regista televisivo che ci ha regalato programmi come il Grande Fratello), vorrebbe far passare come giusta l’idea che ai ragazzini bastino due urla nelle orecchie e la schiena dritta per acquisire disciplina. Allora, dagli eoni del tempo e dello spazio, togliamo i residui di naftalina a professori dallo sguardo glaciale, a sorveglianti inquisitori e il gioco è fatto. La verità è che così non si ottiene nulla, se non due risultati controproducenti. Il primo è che si alimenta sempre di più il nostalgico anacronismo di quella generazione dei nostri genitori, che si vantano di come ai loro tempi “si vivesse meglio” e che continuano a demonizzare ogni innovazione tecnologica che ha portato la terza rivoluzione industriale. Solo perché tuo figlio passa 24 ore al giorno, pasti e bisogni fisici compresi, con gli occhi incollati al tablet a vedere i video del suo youtuber preferito, non significa che tutta la tecnologia sia da condannare (perché non tutta viene usata necessariamente per scopo ludico). Il secondo risultato riguarda invece la nostra istituzione scolastica, già flagellata ed umiliata da tagli, riforme scellerate (l’ultima, l’alternanza “scuola-lavoro”) e metodi di educazione che distruggono anche il più nascosto residuo di amore per la sapienza insito nelle giovani menti. Con l’illusione della riproposta di un modello educativo […]

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Attualità

Rosatellum, come funziona la nuova legge elettorale

Rosatellum, tutto quel che c’è da sapere Il Rosatellum 2.0 è la nuova legge elettorale appena approvata dalla Camera. Superato il primo ostacolo, dovrà ora essere confermata dal Senato. Il Rosatellum prende il nome dal capogruppo PD alla camera Ettore Rosato. La legge ha il sostegno, oltre che del Partito Democratico, anche di Forza Italia, Lega Nord e centristi. Se verrà approvata, la riforma assegnerà i seggi parlamentari per due terzi con un sistema proporzionale. Il restante terzo sarà invece distribuito con un sistema maggioritario in collegi uninominali.  Come funziona la nuova legge elettorale? Alla Camera ci saranno 232 collegi uninominali, mentre altri 386 seggi saranno assegnati con sistema proporzionale. Per i collegi uninominali, ogni partito o coalizione presenterà un solo candidato. Verrà eletto il candidato che ha ottenuto almeno un voto in più negli altri nel collegio. È la logica anglossassone del first past the post. Per i collegi plurinominali, saranno decisivi i voti conseguiti da ogni lista. I partiti e le coalizioni otterranno un numero di seggi proporzionale rispetto ai voti ottenuti. Altri 12 seggi saranno attribuiti alle circoscrizioni estere. Riguardo il Senato, vale lo stesso principio. 102 i collegi uninominali, 207 quelli plurinominali, 6 i seggi degli eletti all’estero. Per quanto riguarda le circoscrizioni straniere, cambiano le regole. Gli elettori residenti in Italia potranno candidarsi anche all’estero. Gli italiani non residenti in patria invece non potranno candidarsi se negli ultimi 5 anni hanno ricoperto cariche politiche all’estero. No al voto disgiunto Non sarà possibile il voto disgiunto. Ciò che significa che l’elettore sceglie con un’unica croce lista e candidato. Se vota per il suo candidato ai collegi uninominali spalma comunque il voto sull’intera coalizione collegata o sul singolo partito collegato. Se invece traccia la “x” sul simbolo di un partito, il voto si trasferisce solo al candidato uninominale collegato. Affiancato al simbolo di ogni partito ci saranno inoltre i nomi dei candidati del listino bloccato. Candidati che verranno eletti con il riparto proporzionale dei voti. Verrà annullato il voto se dovessero essere barrate contemporaneamente la casella di un candidato al collegio uninominale e quella di una lista diversa. Soglia di sbarramento, pluricandidature, quote rosa Il Rosatellum prevede una soglia di sbarramento. Soglia diversa, rispettivamente, per i singoli partiti e le coalizioni. I partiti non otterranno alcun seggio se si staglieranno sotto la soglia del 3%. Al contrario, le coalizioni per eleggere dei parlamentari dovranno conseguire almeno il 10%. Per i partiti in coalizione, la soglia è dell’1%. Ciò consentirà di distribuire i voti ottenuti dalla lista alla coalizione stessa. Sotto la soglia dll’1%, i voti vanno dispersi. Ciascun potenziale eletto potrà candidarsi in cinque collegi proporzionali differenti. Potendosi poi contemporaneamente presentarsi in un unico collegio uninominale. Saranno dunque consentite le pluricandidature, ma esclusivamente nella quota proporzionale. Se il candidato verrà eletto contemporaneamente nel collegio uninominale e plurinominale, vincerà il primo. Se invece sarà eletto in più di un Collegio su base proporzionale, gli sarà assegnato il seggio corrispondente al seggio in cui ha ottenuto il numero maggiore di […]

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Attualità

Il post-referendum in Catalogna tra Rajoy e Puigdemont

Domenica primo ottobre, guardando le immagini che giungevano da Barcellona, si aveva l’impressione di essere spettatori di un momento storico. La folla che nel martedì successivo al voto ha inondato le strade di Barcellona ha confermato tale presentimento: trecentomila  persone sono scese in piazza nella giornata dello sciopero generale mostrando tutta la forza di un popolo che continua a lottare per raggiungere il suo obiettivo. Tuttavia, le spinte indipendentiste catalane devono fare i conti con il governo centrale di Mariano Rajoy. Il referendum ha portato alle urne più di due milioni di persone con una vittoria schiacciante del sì: 2,02 milioni di voti favorevoli all’indipendenza contro i 176mila no. Sebbene abbiano votato solo due milioni di persone su oltre cinque milioni di elettori, si tratta comunque di dati importanti date le difficili condizioni in cui si sono svolte le operazioni di voto. Quella di domenica è stata una giornata convulsa in cui si sono susseguiti gli scontri tra le forze dell’ordine e i cittadini, le contrapposizioni con Mossos e Vigili del Fuoco da un lato e l’esercito dall’altro. È evidente che il primo ministro Rajoy non può permettere che la catalogna dichiari l’indipendenza e questo per una serie di motivi. In primo luogo, perdere la Catalogna significherebbe perdere il 20% del Pil nazionale e una delle regioni economicamente più rilevanti del Paese. In secondo luogo, le spinte indipendentiste catalane, qualora andassero in porto, potrebbero scatenare un effetto domino che non riguarderebbe la sola Spagna. In Europa sono molte le regioni che rivendicano l’indipendenza. Tra le tante, basti pensare alla questione della Scozia, dell’Irlanda del Nord e degli stessi Paesi Baschi. Probabilmente il governo di Madrid teme proprio una totale disgregazione dell’unità nazionale causata prima dalla perdita della Catalogna e poi dei Paesi Baschi. Anche l’Europa, in constante tensione tra derive populiste e correnti anti-europeiste, guarda con preoccupazione ai fatti di Barcellona senza prendere una posizione netta: la commissione europea ha parlato di “questione interna” in cui l’Europa non può intervenire. Osservando gli eventi attraverso le lenti del diritto appare evidente che il referendum catalano non ha alcuna validità perché incostituzionale. Ciò che però è necessario evidenziare è che il referendum è stato indetto dopo molteplici richieste di dialogo da parte delle autorità catalane. In realtà nel 2006 l’allora presidente Zapatero e Maragall, sindaco di Barcellona, avevano trovato un accordo: una legge regionale catalana ratificata dallo Stato centrale che conferiva maggiore autonomia alla Catalogna. Nel 2010 il governo guidato da Rajoy ha portato lo statuto alla Corte Costituzionale che lo ha bocciato. È da questo momento in poi che quelle che fino ad allora erano state richieste di maggiore autonomia, complice la crisi economica, si sono trasformate in spinte autonomistiche. Inoltre, come ha spiegato in modo eccellente Martín Caparrós sulle pagine del The New York Times, Barcellona non aveva e non ha alcun interesse ad ottenere un’indipendenza che implica inevitabilmente l’uscita dall’Europa e la costruzione di un nuovo Stato con tutte le fatiche che ciò comporta. È stata la “cocciutaggine” di Rajoy […]

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Attualità

Strage a Las Vegas, 59 morti e oltre 500 feriti

Domenica 1° ottobre, Las Vegas, la città del Nevada famosa in tutto il mondo come il paradiso dei casinò e del gioco d’azzardo, è divenuta lo scenario di una strage senza precedenti, una ferita insanabile nell’animo del popolo americano e del mondo intero. Stephen Paddock, un pensionato americano di 64 anni, dopo aver ucciso una guardia di sicurezza, si è affacciato ad una finestra al trentaduesimo piano del Mandalay Bay Hotel, e da lì ha iniziato a sparare all’impazzata sulla folla di oltre 40.000 persone che si era riversata nelle strade per il concerto del Route 91 Harvest Festival, un’importantissima rassegna di musica country. Il killer ha continuato ad uccidere fino a quando, prossimo all’arresto, ha deciso di suicidarsi. Nonostante il repentino intervento degli agenti della SWAT, la follia sanguinaria di Paddock è riuscita a provocare 59 morti e oltre 500 feriti. Uno degli aspetti più sconcertanti dell’intera vicenda è che, stando alle prime ricostruzioni, il killer non aveva nessun precedente penale nè aveva mai dato segnali di squilibrio mentale. Secondo gli amici e i parenti di Paddock, questi era un uomo benestante che conduceva una vita semplice insieme alla moglie. Di conseguenza è impossibile non interrogarsi sulle ragioni che possono aver portato un uomo, apparentemente mite e normale, a procurarsi un arsenale di armi e compiere un’atrocità di tale portata. Las Vegas: una strage senza movente Il movente del killer è ancora incerto. Da una parte vi è l’ISIS che ha rivendicato l’attentato tramite un comunicato web: stando alla dichiarazione dell’organizzazione criminale, Paddock si sarebbe convertito all’Islam alcuni mesi prima e avrebbe quindi dato luogo all’attacco in veste di soldato dello stato islamico; dall’altra parte vi è l’FBI che per il momento smentisce la presenza di ogni legame tra l’attentatore e le cellule terroristiche islamiche. La gravissima vicenda si configura come la più grande strage americana dopo l’11 settembre. Essa scuote profondamente gli animi e sollecita su più fronti le polemiche sulla tematica dell’utilizzo delle armi da fuoco negli USA. Polemica già accesa dalla strage di Orlando avvenuta nel giugno 2016, ove persero la vita 49 persone. Quanto successo a Las Vegas è per molti l’ennesima dimostrazione della pericolosità di un sistema in cui è eccessivamente semplice procurarsi armi usate per uccidere poveri innocenti. A prescindere delle ragioni che hanno spinto l’assassino, bisogna riconoscere che questa orribile vicenda contribuirà ad accrescere il clima di terrore che si sta diffondendo negli ultimi anni. Sempre più spesso terroristi e folli di ogni sorta decidono di dare sfogo alla loro sete di sangue in luoghi e contesti dove le persone si riuniscono per svagarsi e trascorrere momenti di piacere. L’attentato al Bataclan di Parigi, quello di Nizza, l’attentato ai mercatini di natale di Berlino, quello al concerto di Ariana Grande a Manchester, quello al Pulse di Orlando ed infine la strage di Las Vegas, sono solo alcune delle troppe tragedie che inevitabilmente insinuano la paura nei nostri animi ed un odio profondo contro gli artefici di tutto questo male.

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Cinema & Serie tv

Cinema & Serie tv

Starwarp! La webserie: dal web con amore

Dopo un anno di attesa e lavori il 29 settembre scorso è stato finalmente pubblicato il primo dei quattro episodi della webserie Starwarp per la regia di Sergio Scoppetta e la colonna sonora dei Foja. Il progetto, nato in seno all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e al Corriere del Mezzogiorno, ha il merito di essere la prima webserie formativa, allo scopo dunque di fornire agli studenti che hanno liberamente aderito le conoscenze pratiche in ambito cinematografico. Starwarp! Odissea nello spazio Già dal titolo della webserie è evidente il rimando di Starwarp a un cult del cinema (Star Wars), ma i simboli inseriti in fase di ripresa vanno dalla silenziosa citazione al riallestimento di scene tratte da grandi film che hanno fatto la storia del cinema. In particolare, il tutto prende avvio dalla passione per il cinema di un giovane, Valerio Esposito (interpretato da se stesso), una passione così forte da causargli strane visioni delle scene più famose dei suoi amati film che gli figurano innanzi la vista. In questo senso prende forma quella “distorsione stellare“, evocata nel titolo, che vede sovrapposti i piani della realtà e della finzione. Quasi sembrerebbe che Valerio veda la realtà attraverso i suoi occhi trasformati in una onirica cinepresa. Ad aggravare questa precaria condizione di equilibrio tra vita “entro” ed “oltre” l’obbiettivo degli occhi-cinepresa vi è anche un contest cinematografico a cui il giovane ha partecipato, Valerio stesso. L’incombere della fine del contest e il desiderio di vincere comporta inoltre una graduale assottigliarsi del confine tra realtà e finzione trasformando la realtà stessa un unico grande film. Il tutto è inoltre affrontato con ironia e comicità. A una trama molto lineare, la cui semplicità rende piacevolmente fruibili le disavventure di Valerio, si affianca una ricca serie di citazioni e cammeo che spaziano da una rapida ripresa di un particolare a una complessa rievocazione delle scene madri di capolavori cinematografici. Starwarp coinvolge in questo modo lo spettatore che non subisce passivamente le immagini, ma è chiamato a rispondere alla sfida di saper riconoscere la totalità dell’ambiente di Starwarp. In questo gioco tra regista e spettatore si inserisce l’idea di far entrare a far parte del cast personalità di spicco: nella prima puntata fanno infatti capolino Alessandro Cecchi Paone nei panni di un docente universitario e Gino Sorbillo nei panni di Jack Torrence in The shining. Altri vip transiteranno sul set di Starwarp, conferendo agli imperdibili episodi sfumature particolari che si legano ben insieme nel gran finale. Sarà infine possibile guardare gli episodi di Starwarp, che usciranno a scadenza quindicinale, grazie al canale video del Corriere del Mezzogiorno. Starwarp ha operato così tra formazione e passione; essa non è solo una webserie, ma un lungo percorso che ha contribuito a formare un gran numero di giovani mossi dalla passione del cinema.

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Una miniserie dal gusto ipermoderno: The Slap

In un’epoca in cui sembrano essere crollate definitivamente certezze e credenze del passato, incombente domanda è: cosa ne è rimasto della cara vecchia famiglia? Come molti esperti di pedagogia potrebbero affermare con certezza, parlare di famiglia al singolare sarebbe anacronistico. Ci sono così tante tipologie di famiglie, che ci si preoccupa di quale possa essere il tipo di educazione da loro impartita. Anche per quello si dovrà parlare al plurale? Cos’è l’educazione? Le etimologie di spicco sono due: educare, dal latino ex ducere, portare fuori qualcosa di potenzialmente già covato in noi, un etimo dunque maieutico che riesuma il buon vecchio Michelangelo; d’altro canto, non si può trascurare la nostalgica definizione di educare come allontanare dal sé. Il discente è disperso in questa condizione di astrazione, in un mondo altro, migliore. L’educazione è ciò che ci rende umani, aggiungerebbe Françoise Dolto. Definizioni accorte, lirismo pedagogico. Ma quando il mondo reale imperversa, tu da che parti stai? Questo l’interrogativo lanciato dalla miniserie della NBC The Slap. Trasmessa in Italia nel 2016, The Slap è il remake di una miniserie australiana omonima, tratta a sua volta dal bestseller Lo schiaffo dell’autore Christos Tsiolkas. La nuova versione è tinteggiata da nomi illustri nel suo cast, a partire dall’attrice e modella Uma Thurman fino a Brian Cox, attore presente in più occasioni nelle opere di Spike Jonze e Woody Allen. Tutto inizia con una festa, il tipico party americano nel quale il festeggiato Hector (Peter Sarsgaard) si sente imbottigliato, incastrato, in una vita che non sembra soddisfarlo pienamente. Riuniti nella sua casa, ci sono tutti i membri della famiglia Apostolou, dal nome riconoscibilmente greca, pian piano adattatasi alla realtà americana. Allo stesso tavolo siedono dunque tre generazioni diverse: i nonni Apostolou, con il loro attaccamento ai figli, timorosi di essere gettati in un polveroso dimenticatoio, e pronti quindi a non perderli mai di vista; le nuove coppie, quelle che hanno dato vita alle loro famiglie americane; i figli delle nuove famiglie, frutti di scelte educative assai differenti le une dalle altre. Si parla di famiglie, perché sono tutte diverse, e così i loro figli. Universo infantile e genitoriale si intrecciano, fino a quel fatidico gesto. Un gesto che cambierà le vite di tutti gli invitati, che porterà a galla problemi assopiti o semplicemente ben celati. Latenti, ma pronti a zampillare. Un gesto, quello di The Slap, che segnerà lo spettatore, inerte di fronte all’inevitabile. The Slap: una ferita difficile da rimarginare, che segnerà la famiglia per sempre Il tema familiare sembra ossessionare la realtà televisiva, una riflessione che ha portato anche alla ribalta la serie TV più citata agli Emmy Awards 2017: Big Little Lies. Le problematiche degli universi dell’infanzia e della cosiddetta adultità schiacciano i protagonisti, tutti presenti al momento fatidico, il momento motore della trama. Da una condizione di calma apparente, di perfezione esterna, un gesto scuote gli animi di tutti gli invitati, colti ora da istinti irrazionali, ora dalla voglia di ribellarsi a questa sorta di determinismo generazionale. Gli otto episodi sono […]

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Nico, 1988: intensa performance di Dyrholm

“La mia vita è iniziata solo dopo l’esperienza con i Velvet Undergroud, quando ho cominciato a fare la mia musica!” – dal film Nico, 1988. Nico, 1988 è uno straordinario biopic dedicato a Christa Paffgen, artista madre e donna alla costante ricerca di un equilibrio interiore e in eterna lotta con il mondo circostante, che narra i suoi ultimi due anni di vita; Christa, in arte Nico, è qualcosa di più di un personaggio da adattare per una produzione biografica, la regista, Susanna Nicchiarelli, indaga e ricostruisce gli ultimi momenti della cantante tedesca in un periodo in cui si riconosceva nella sua volontà ciò che cercava, attraverso la musica e in un ritrovato rapporto affettivo con suo figlio. Per la Nicchiarelli, il film rappresenta un dignitoso traguardo professionale e una prova di coraggio nell’indagare sulla vera essenza della controversa artista, andando oltre i clichè e le immagini iconiche della rock star. Nico è straordinariamente interpretata da una inarrivabile Trine Dyrholm, interamente calata in un ruolo di difficile interpretazione, proiettando nell’immaginario collettivo gli aspetti caratteriali di una cantante pronta a rimettersi in gioco per se stessa. “Non chiamarmi Nico, chiamami con il mio vero nome Christa” – dal film. “Sono andata a vedere di questa donna, ciò che era diventata dopo, soprattutto mi ha molto colpito la storia che c’era e che non si conosceva di Nico, e non la donna dietro l’icona”. S. Nicchiarelli. Nico, 1988, girato in diverse location: Parigi, Praga, Norimberga, Manchester, la Polonia e il litorale laziale presso Anzio, è stato ambientato, come si evince dal titolo, tra il 1986 e il 1988. Il film racconta e ricostruisce gli ultimi due anni vissuti dalla stupenda Christa (interpretata da T. Dyrholm) in arte Nico, musa ispiratrice nella Factory di Warhol, amica di Jim Morrison e cantante tra gli anni ’70 e ’80 della band “Velvet Underground”. La nota cantante solista, conosciuta anche come “sacerdotessa delle tenebre”, dopo la sua scomparsa, ispirò numerosi artisti e produttori per il suo innovativo genere musicale di impronta rock sperimentale. Nico con la sua band si ritrovò a girare l’Europa liberandosi di tutti i condizionamenti musicali degli anni precedenti e portando nuovi linguaggi musicali. Il suo ultimo tour costituì un’evoluzione importante per l’artista che oltre a ritrovare l’affetto di suo figlio, testimone di quegli ultimi momenti poco noti, liberò il suo pensiero positivo attraverso nuovi e indimenticabili brani, riproposti da Dyrholm nelle vesti della rabbiosa cantante. Il film apre con una Berlino in fiamme e una Christa bambina che osserva le conseguenze folli del grande conflitto mondiale; i suoni e le visioni delle fiamme accendono il suo futuro proiettato tra quotidiani trionfi alternati ad altrettanti insuccessi musicali, appena sostenuti da uno scarno pubblico: l’uso dell’eroina, la perdita della condizione di madre e i dolori sentimentali e familiari, segnano in modo indelebile gli anni di Nico, tra splendori e opacità. Nico non demorde e negli ultimi anni della sua tormentata esistenza, ritrova la forza di reagire combattendo la sua ultima battaglia per la vita […]

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Cinema & Serie tv

Finalmente Will e Grace! Dopo undici anni arriva il revival

Il tanto atteso revival di Will e Grace è ormai alle porte! Dopo esser stata trasmessa il 29 settembre negli Stati Uniti, ecco che la serie tv approda in Italia, su Premium Joi, trasmessa ogni venerdì alle 21:15. Il primo appuntamento è il 13 ottobre, una puntata aprifila con una lunga invettiva su Donald Trump, il solito sano umorismo combinato alla tagliente satira politica. Da sempre la serie ha manifestato un orientamento politico, i protagonisti, durante il governo Bush, hanno mostrato spesso il loro ideale democratico; ne è poi conferma l’episodio speciale pubblicato nel 2016, con un profuso sostegno per la candidata alla Casa Bianca, Hilary Clinton. Will e Grace tocca più argomenti spinosi con tanta ilarità e buon gusto Sembra proprio che per questa prima puntata i riflettori siano puntati tutti su The Donald, a cominciare dall’amicizia tra Karen Walker e Melania, first lady della Casa Bianca. Ci saranno grandi ritorni, primo fra tutti l’ex marito di Grace, continuando con l’acerrima nemica di Karen, Lorraine. La serie della Nbc ritorna dopo ben undici anni di silenzio – l’unica parentesi è stata l’episodio speciale dello scorso anno – ed un finale che aveva lasciato tutti a bocca aperta, ma non per la meraviglia, ma per la domanda: può davvero finire così? Infatti, non aveva per nulla convinto il finale proposto nel 2006: Will e Grace, entrambi sposati, che proseguivano le loro vite, senza scambiarsi più parola. Con un finale del genere come scrivere una nuova stagione? Ponendosi questa domanda, gli autori hanno così deciso di azzerare i minuti finali dell’ultimo episodio, per ritornare alla solita formazione, divertente ed irriverente. In fondo vale sempre il motto che recita “Squadra che vince, non si cambia” ed ecco che nella nona stagione ritorneranno ad essere coinquilini Will e Grace, così come Jack resterà il vicino di casa esuberante, chiudendo con la signora della risata Karen Walker. 16 puntate per scoprire l’evoluzione delle vite dei quattro matti protagonisti, ormai cresciuti, ma pronti a sorprendere ancora una volta.

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Cucina & Salute

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La ricetta della prelibatezza: i marron glacé

I marron glacé sono un tipico dolce francese e piemontese dal sapore e l’aspetto inequivocabile. Castagne, zucchero, acqua, vaniglia e pazienza: questi sono gli unici ingredienti necessari per prepararlo. Eppure il costo di questi particolari dolci dice il contrario. A renderli così prelibati è la loro particolare lavorazione in cui la castagna – necessariamente di qualità marrone – viene progressivamente sciroppata. Si penserà che l’origine di questa ricetta è da cercare senza dubbio in Francia. In effetti la città di Lione rivendica questo tipico dolce ma questa non è l’unica teoria. Molto più probabilmente le marron glacé sono nate nei dintorni di Cuneo. È proprio nella città piemontese che nel Cinquecento aveva luogo il più grande mercato di castagne e ancora oggi la zona è un importante punto di esportazione di questo frutto. Ai marron glacé è anche associato una figura: il cuoco del duca di Savoia Carlo Emanuele I. La ricetta compare nel trattato Confetturiere Piemontese e risale all’anno 1790. Come si preparano le marron glacé? Gli INGREDIENTI necessari sono: 1kg di marroni 500g di zucchero 1 bacca di vaniglia La particolarità del dolce richiede una particolare preparazione, che deve essere preparato a più riprese e necessita di un bel po’ di giorni. Innanzitutto – secondo la tradizione – le castagne devono essere lasciate in acqua per nove giorni al fine di facilitare la pelatura. Dopo la cosiddetta novena bisogna praticare un taglio a croce sulla buccia delle castagne e sottoporle ad un gesto di vapore o, in alternativa, pelarle a mano. A questo punto bisogna bollire le castagne in acqua. Non appena l’acqua giunge ad ebollizione bisogna lasciarvi le castagne a sobbollire per dieci minuti. Trascorso questo tempo, avendo cura di non farle sciupare, si deve estrarre i marroni con un mestolo forato. Non resta che preparare lo sciroppo con 300g d’acqua, lo zucchero e la stecca di vaniglia. Il composto deve bollire per cinque minuti, dopo di che possiamo incorporare le castagne e aspettare il bollore prima di spegnere il fuoco. Il tutto deve essere coperto con coperchio per 24 ore. Il giorno seguente e i due giorni successivi bisogna portare nuovamente a bollore lo sciroppo contenente i marroni e, sempre, dopo il bollore, spegnere la fiamma e coprire il composto per 24 ore. In alcune ricette è aggiunto in pentola progressivamente lo zucchero e si aspetta il raggiungimento di una temperatura sempre più alta giorno dopo giorno. Arrivati al quinto giorno i marroni devono essere scolati e posti ad asciugare su una griglia. Su di essi va versato lo sciroppo restante che, nel frattempo, deve essere portato a bollore. Ponendo le castagne ricoperte dalla glassa in un luogo asciutto – il forno andrà benissimo – essa avrà il tempo di solidificarsi. Ed ecco che i nostri marron glacé sono pronti! Possiamo scegliere di servirli in pirottini di carta e tenerli in frigo per due settimane oppure conservarli per alcuni mesi in contenitori di vetro ricoperti dal loro sciroppo di zucchero. E, come se non bastasse, il dolce si […]

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Fichi: usi cosmetici e proprietà del frutto

I fichi sono uno dei più deliziosi doni di agosto. Nonostante differiscano per forma e e colore, tutte le innumerevoli qualità hanno caratteristiche uguali. Sono dolci al palato e soprattutto ricchi di proprietà nutrizionali! Freschi o secchi che siano, i fichi sono infatti ricchi di benefici. Bisogna però tener presente che l’apporto di calorie tra i fichi freschi e secchi cambia notevolmente. Mentre i fichi freschi contengono 50 calorie per 100 grammi, quelli secchi ne contengono più del doppio e, essendo privi di acqua, i nutrienti presenti nel frutto sono più concentrati. Quali sono i benefici dei fichi? Sono ricchi di fibre, motivo per cui sono ottimi per la stitichezza. Agiscono si problemi intestinali al pari delle prugne, soprattutto se la loro assunzione avviene a stomaco vuoto. I loro zuccheri costituiscono per il ostro organismo una fonte di energia che per di più è molto più sana di un bignè! Essendo ricchi di calcio aiutano le nostre ossa e i nostri denti, specialmente se associati ad una corretta alimentazione. Sono ottimi in gravidanza! I fichi sono infatti un sano spuntino che apporta al corpo vitamine e sali minerali. Il calcio contenuto in essi aiuterà anche il corretto sviluppo delle ossa e della spina dorsale del bambino! I fichi sono ricchi di polifenoli che sono antiossidanti naturali. Questo significa che – combinati con una sana dieta e una giusto stile di vita – agiscono sulle nostre cellule prevenendone l’invecchiamento e la formazione di tumori. Prevengono la pressione alta perché sono poveri di sodio. Al contrario combinano potassio, cacio e magnesio. I fichi sono ottimi anche per il sistema immunitario  Migliorano la digestione ed equilibrano la nostra flora batterica essendo ricchi di prebiotici. Sono un ottimo alleato delle donne! Avendo potere antinfiammatorio possono essere applicati sulla pelle per curarne l’acne  Ecco come preparare un’ottima maschera ai fichi! Questa maschera è adatta per una pulizia del viso ma è perfetta per curare o prevenire la disidratazione causata dal freddo. Basterà seguire pochi semplici passi e il risultato è  Il procedimento è elementare: bisogna ricavare dai fichi una purea, schiacciandoli con l’aiuto di una forchetta. Il prodotto deve essere mescolato con un cucchiaio di olio, preferibilmente  di mandorle. In alternativa si può scegliere di utilizzare una variante con l’olio di oliva, che è di solito usata per favorire una corretta esposizione della pelle al sole. Per ottenere un’azione esfoliante è preferibile applicare l’impasto sulla pelle con un leggero strofinio. Basterà lasciare agire la maschera per dieci minuti. Al risciaquo la pelle apparirà con effetto immediato più liscia e morbida al tatto.assicurato! È così che i fichi ci beneficiano con le loro proprietà donandoci bellezza sia interiore che esteriore. Tutto ciò combinato ad un irresistibile gusto!   

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Scrub naturali: consigli per una pelle liscia e luminosa dopo il sole

Tra il graduale riabituarsi alla routine e l’ostinato rifiuto di dire alle lunghe giornate in spiaggia, ecco qualche consiglio per donare alla vostra pelle il profumo di un nuovo principio senza dire addio al colorito bronzato faticosamente conquistato: il futuro è nello scrub. Scrub fai-da-te: rimedi naturali per la pelle post-tintarella Settembre è il mese dei traumatici “punto e d’accapo”, ma non solo per noi: anche alla nostra pelle mancano il sole e la salsedine, ma non per questo lasceremo la tintarella scolorirsi insieme ai ricordi al bar della spiaggia. In primis, “è una verità universalmente riconosciuta che” esistono tanti tipi diversi di pelle e ognuno di essi richiede un diverso trattamento a seconda dell’obiettivo che s’intende raggiungere. Certo, tante le tipologie di pelle, ma unica è la parola d’ordine se la si vuole fresca e luminosa dopo il sole: idratare, soprattutto per prevenire la comparsa delle odiose pellicine. Esfoliare e nutrire la pelle richiede impegno e pazienza (quanti trattamenti benessere interrotti dopo due giorni?), ma una pelle liscia al tatto e dal colore uniforme ne varrà decisamente la pena. Lo scrub, infatti, è un eccezionale alleato nella rimozione delle cellule morte: esfoliando lo strato superficiale dell’epidermide, dona alla pelle una luce nuova. È una vera e propria medicina disintossicante per la cute, oltre che un massaggio piacevole che aiuta la circolazione. Consigliato, insomma, per coccolare la pelle in ogni stagione, ma tassativamente vietato su eritemi, scottature ed eruzioni cutanee. Rimedi di questo tipo si trovano in farmacia quanto nell’erboristeria di fiducia, ma non sarebbe male pasticciare provando una ricetta per uno scrub fai-da-te, naturale ed economico! In pole position, lo scrub casalingo per eccellenza: due cucchiai di sale (sconsigliato il sale grosso alle pelli delicate, poiché potrebbe graffiarla oltre che arrossarla particolarmente) misti ad un semplice bagnoschiuma da passare sotto la doccia su tutto il corpo. Per il viso, invece, insieme al sale, si propone olio d’oliva e gocce di olio essenziale (i prediletti dopo l’esposizione al sole sono olio di jojoba e olio di lavanda). Chi cerca uno scrub fluido, dalla consistenza simile ad una crema, potrebbe provare una ricetta dolce, composta soltanto da 4 cucchiai di zucchero e 2 di miele: un impasto da passare sotto la doccia sulla pelle bagnata (da asciugare poi e ricoprire con crema idratante). Il miele torna anche insieme all’aloe, tre cucchiaini di bicarbonato e un cucchiaino di burro di cocco o di karitè, per una pelle non solo abbagliante, ma anche incredibilmente profumata. Ancora, una carezza per il corpo è la miscela fatta da miele, farina di cocco e yogurt: segreto di bellezza tutto naturale. Miracoloso è l’olio di mandorle, nutriente e delicato, che mescolato insieme a del miele e a dello zucchero di canna diventa un piacevole scrub per pelli sensibili. Oppure, a chi invece ama sperimentare si consiglia di mischiare qualche cucchiaio di yogurt (in sostituzione del miele) a 4 cucchiai di caffè macinato (un toccasana per favorire la circolazione e drenare i liquidi che spesso sono causa della […]

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Dieta detox: pro e contro della dieta del momento

La dieta detox è una dieta disintossicante, che mira a restituire all’organismo un buon grado di benessere nel minor tempo possibile. L’estate è finita, e per quanti se la sono goduta senza badare alla linea e senza alcun tipo di controllo sull’alimentazione, ahimè, è arrivato il momento di fare i conti con la bilancia.  Così, con la solita routine, il lavoro e lo studio, ritornano la palestra e l’incubo della dieta. Senso di pesantezza, gonfiore, scarsità di energia: questi sono alcuni campanelli d’allarme che indicano la necessità di depurare l’organismo. Il primo passo consiste nel cambiare regime alimentare: ritornare ad un’alimentazione sana per restituire equilibrio e salute al nostro corpo. I giovamenti della dieta detox Molti avranno già sentito parlare di questo tipo di dieta che negli ultimi anni è diventata non solo molto popolare, ma anche un grosso business. Sul web sono in vendita tantissime bevande, che presentano una dieta per lo più liquida, a base di tisane, succhi o integratori, molto pubblicizzati attraverso i social network,  in nome di una disintossicazione e persino un aiuto al fegato, ai reni e all’intestino. La dieta detox ha come scopo principale la depurazione dell’organismo, pertanto, a differenza delle solite diete dimagranti, non suggerisce un regime alimentare volto unicamente alla perdita di peso. Ciò non  esclude che la detox consenta di sbarazzarsi di qualche kg di troppo, se seguita correttamente. Prima di fornire indicazioni più specifiche su questo tipo di dieta, è bene premettere che i consigli dati non sostituiscono il parere di un medico. Se si desidera cambiare stile di vita, è necessario rivolgersi ad un medico dietologo, dietista o biologo nutrizionista che indichi l’alimentazione più adatta alla persona, considerando lo stato di salute e le esigenze specifiche di ciascun organismo. Come svolgere correttamente una dieta detox La dieta detox va seguita per un lasso di tempo che va dai 7 ai 15 giorni al massimo.  Non suggerisce uno stile di vita, ma solamente un tipo di alimentazione che può aiutare a combattere la stanchezza, digerire meglio e recuperare energia. La prima regola è: bere molta acqua. Per cominciare, al mattino bere un bicchiere di acqua tiepida con del succo di limone è utile ad attivare il metabolismo ed avviare la digestione. Importanti sono anche le spremute di verdura o frutta fresca come mele, pere, prugne, ananas, kiwi. Un’altra regola è: restare lontani da cibi raffinati e prodotti in scatola. Per la colazione è possibile spaziare dalla crusca di avena e il caffè, sino allo yogurt magro, alle carote, o semplicemente mangiare un frutto fresco. Altrettanto esclusi sono i latticini. A pranzo, la dieta prescrive zuppe vegetali, legumi, e non devono mai mancare le insalate. A metà pomeriggio è possibile fare uno spuntino, ma semplicemente con un frutto (evitare le arance), del tè o tisane dimagranti, prive di zucchero. La dieta detox predilige una cena a base di riso integrale e verdure cotte. Ricordare che l’olio va utilizzato solo a crudo ed evitate le aggiunte di sale. Una valida alternativa possono essere […]

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Culturalmente

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Le origini e la diffusione del rimbalzello

Amici, fratelli, cugini, genitori o la solitudine. È grande il numero di volte in cui da piccolo, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha giocato a rimbalzello. E spesso ci si cimenta in questo divertimento che con la natura attorno, massaggia la mente, quasi come espressione di un isolamento infantile in cui le fantasie di onnipotenza hanno la meglio. Oppure, al contrario, lo si fa in compagnia per appartenenza al gruppo. Ma da dove proviene il termine rimbalzello? A pensarci è una parola azzeccata. Rimbalzello: gioco infantile in cui si fanno saltellare sassolini piatti lungo un corso d’acqua. Chi è il genio che l’ha inventata? Come spesso accade, nessun genio inventa una parola al di fuori della società. Ma per spiegarlo, bisognerebbe tornare a due secoli fa. Manzoni e il rimbalzello Manzoni, con la sua famosa risciacquatura dei panni in Arno, vuole rendere la letteratura un campo che accolga di buon grado parole usate quotidianamente da tutti, soprattutto dai fiorentini. È così quindi che parla di rimbalzello nei suoi Promessi sposi del 1842, per dare un nome a quel gioco che fa sempre il ragazzino Menico. L’autore, però, ci pensa a lungo prima di inserirlo nel suo romanzo. La riflessione parte da lontano. La lingua italiana non è ancora matura e ciò renderebbe difficile la diffusione della sua opera letteraria, non comprensibile ovunque. Perché mai scrivere in una lingua che, fortemente dialettale e allo stesso tempo rara, non sarebbe capita dalla maggior parte degli italiani? Così, suppergiù, passano all’incirca quindici anni dalla prima faccia pubblica del romanzo (si chiama ‘edizione ventisettana’ perché pubblicata nel 1827). È solo quindi dall’edizione nuova, quella degli anni Quaranta del 1800, che Manzoni utilizza il termine rimbalzello. Il buon Manzoni poi, come nota lo studioso Marazzini, per rendere comprensibile la parola ai lettori che non sono toscani, richiede ad un disegnatore noto, Francesco Gonin, una illustrazione in cui un bambino si diverte a fare quel gioco. Ed è così che la parola si diffonde lungo tutta l’Italia. Oggi la parola rimbalzello, usata per la prima volta per iscritto e in letteratura da Manzoni, è diventato il nome italiano ufficialmente accettato da tutti del gioco. Geniale.

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Il coma farmacologico della tv spazzatura

Giungono per tutti, anche nel corso di una giornata strapiena di impegni, momenti “da coma”, vuoti, ciechi, che è necessario riempire con qualcosa. E capita a tutti, più o meno frequentemente, di dare una sbirciata a quella che è spesso definita “tv spazzatura” proprio in queste fasi fisiologiche di noia immota. C’è chi lo fa vergognandosene, chi lo fa consapevolmente attratto, chi salta da un programma all’altro aspettando solo il momento della cena. Non sono in molti a chiedersi il significato dell’espressione “tv spazzatura” Anzi, sono sempre meno quelli che lo fanno. Nell’ultimo periodo, infatti, simultaneamente all’imperare di internet, dei social network e delle serie TV, i cui astri sono in repentina ascesa, il dibattito sulla tv spazzatura si è decisamente mitigato. Sparito dal baricentro delle tendenze più diffuse e quindi più allarmanti. L’espressione tv spazzatura è stata ideata dai media, dalla critica, dalla stampa, e traduce la parola di matrice statunitense “trash” che significa immondizia o scarto. Infatti molti ritengono che i programmi televisivi etichettati come “spazzatura” o “trash” possano essere descritti come autentici scarti immateriali, prodotti grezzi, gretti, dal valore quasi nullo. La tv, in un’era che si evolve (o involve) a ritmi vertiginosi, è seguita meno ossessivamente di un decennio fa. Oggi si tenta di tenere bambini e adolescenti non tanto distanti da essa quanto dalla dimensione narcotizzante e letale di tablet, pc, smartphone. Nonostante questo, il problema non può ritenersi risolto, ma solo temporaneamente archiviato. È ancora necessario chiedersi cosa rende un programma televisivo “spazzatura” e perché si è ugualmente, o a maggior ragione, indotti a seguirlo con avidità? Dal momento che continuiamo a bombardare i nostri sopracitati momenti da coma, vuoti e cechi con il rumoreggiare assordante del trash, con reality show miseramente privi di qualsiasi contenuto, in cui troneggia fieramente l’assenza di essenza, talento e libero pensiero, è ancora assolutamente necessario chiederselo. Per citare un esempio tra tanti, lunedì 11 settembre è andata in onda la prima puntata del Grande fratello Vip 2, che ha tenuto incollati al piccolo schermo 4,5 milioni di telespettatori, soprattutto giovanissimi. Un tristissimo tripudio di luoghi comuni, sfacciata esibizione e povertà di valori che continua ad attrarre inspiegabilmente. Ma in realtà, una spiegazione c’è. Quello che attrae è l’anestesia: si guardano programmi che non richiedono il faticoso atto del pensare. Ci si deve solo far trascinare comodamente da mode effimere, dal sistema di pensiero dominante, da un genere di tv messo lì appositamente per distogliere le persone. Distoglierle da cosa? Da quello che non si può dire. Da problematiche reali, da loro stesse, da un mondo impegnativo perché bisognoso di cure. È facile piantarsi dinanzi al trash, sgranocchiare patatine e lasciarsi “drogare” da un circo coloratissimo di personaggi narcisisti, stereotipati e truccatissimi. C’è poco da fare: i “vip” piacciono proprio per il loro essere “very important person” grazie a nessun motivo al mondo. Una trappola ordita sapientemente dagli dèi della comunicazione, del commercio, del marketing a discapito dei telespettatori. Pomeriggio 5, Uomini e donne, Geordie shore, Ciao Darwin… pochi nomi […]

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Vinicio Capossela, il Paese dei Coppoloni e la sacralità dell’Alta Irpinia

Vinicio Capossela e la dimensione sacrale dell’Irpinia: Il Paese Dei Coppoloni C’è una sacralità nella natura, fatta di fronde selvatiche, campi rosicchiati dal sole ed altari pagani. L’altare che la natura erige nei suoi boschi ha i suoi santi e le sue personalissime divinità. L’Alta Irpinia ha i suoi martiri, i Coppoloni, gli abitanti del paese di Cariano, così chiamati per via delle grandi coppole di panno poggiate sul capo: i coppoloni abitano molti metri sul livello del mare, alla stessa altezza delle aquile e della vegetazione di montagna, e sono costretti a coprirsi il capo per proteggerlo dalle intemperie e dal vento. Ma quella coppola consente anche di spiccare il volo, come i rapaci: i coppoloni abitano in un perenne limbo, sono sospesi tra la terra e le altezze siderali del cielo, tra l’isolamento e la comunicazione ancestrale con i riti più profondi della natura. Vinicio Capossela conosce bene i tratti somatici degli irpini, poiché nasce in Germania nel 1965 da emigranti della provincia di Avellino, precisamente di Calitri, (scenario dello Sponz Fest, manifestazione artistica da lui creata nel 2013) così come conosce bene la fisionomia di un territorio zeppo di montagne e contraddizioni. L’Irpinia appare come una landa segnata dai pannelli fotovoltaici e dalle pale eoliche, dallo spopolamento selvaggio e, negli ultimi anni, anche dalle malattie psichiche, ma è anche teatro di miti primordiali e racconti biblici: l’album di Vinicio “Canzoni della Cupa” è un inno biblico alla polvere e all’ombra (due facce della stessa gemma), ai riti di iniziazione che ti portano ad ingoiare polvere e sputare perdizione, a sporcarti le ali come l’arcangelo della luce, una delle figure che costituisce il grande bestiario fisico, animale e divino di Vinicio. Nel 2015 “Il Paese dei Coppoloni” usciva in libreria, dopo una complessa gestazione di diciassette anni, e l’anno dopo tutto ciò si è tramutato in un documentario (anche se sfugge ad ogni tassonomia) diretto da Stefano Obino ed ambientato nei luoghi che hanno ispirato l’mmaginazione letteraria di Capossela. Vinicio e i riti di iniziazione, viandante verso la Cupa. Nel segno dello Sponz Fest L’opera letteraria di Vinicio si trasmuta dalla carta ai fotogrammi e lo vede nei panni di viandante che calpesta i sentieri nodosi e brulicanti di erba cotta dal sole o dalla luce lunare. Nel suo cammino di pellegrino incontra i riti di iniziazione della terra del frumento, ascolta le voci di musicisti, eremiti, uomini di religione, sibille cumane e oracoli di Delfi, canta il rapporto fraterno con gli animali della terra (un pezzo delle Canzoni della Cupa è dedicato al mulo, al mulo e alle percosse sulla sua pelle tesa come un tamburo) e il mistero dei campi. Svela e nasconde allo stesso i segreti di una realtà ormai smembrata dalla modernità e dall’emigrazione (i coppoloni non erano solo vicini al cielo, ma anche al mare, data la loro fama di emigranti) e crea un personale sistema mitologico tutto irpino e, in particolare, calitrano. Ogni ciottolo, sasso e volto umano è sezionato e riqualificato […]

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Modelle e rivoluzione: il volto della moda che cambia

Diceva Albert Camus che «la rivoluzione consiste nell’amare un uomo che non esiste ancora»: la verità di ogni circostanza, anche (e soprattutto) quando si parla di moda e modelle. Quel cambiamento che tanto spaventa, il nemico che nasce dalla minoranza, da chi non parla, ma sussurra: qualunque cosa voglia esistere e resistere deve cercare il compromesso col nuovo che rompe gli schemi, che cambia le regole del gioco. È la regola aurea della metamorfosi: partire dalla regola per ambire all’eccezione. Il regno in cui il canone è sovrano è ovviamente quello dell’esteriorità, dell’estetica e della bellezza. Le passerelle e i cartelloni pubblicitari vengono riempiti di volti perfettamente simmetrici e corpi statuari, imponendo (perché di imposizione si può parlare ogni volta in cui il bello è ciò che dice la pubblicità e il brutto è tutto quello che ne resta fuori) parametri di valutazione che ci rendono così duri con noi stessi. eAd infondere coraggio agli esclusi, a chi cerca una bellezza più vicina alla propria e a chi ne vuole una che baci ogni diversità, provvedono le modelle della rivoluzione: donne coraggiose, donne della minoranza che fanno forza sul bello più vero che appartiene loro per condividerlo, moltiplicarlo, lasciarlo vivere erodendo gli schemi. La vita, ormai, splende fuori dalla regola, lo schema fa soltanto ombra. La rivoluzione modelle che hanno sfidato gli stereotipi: l’eccezione contro la regola Il faro rappresentato dall’entrata in scena delle modelle curvy non è che la prima pietra di una rivoluzione che sta cambiando il volto della moda dall’interno. Tanto discussa è stata, ad esempio, negli ultimi tempi la figura di Melanie Gaydos, affetta da displasia ectodermica: non una singola malattia, ma un insieme di problematiche fisiche derivanti da anomalie strutturali dell’ectoderma che impediscono la crescita di denti, unghie, cartilagine ed ossa. Melanie è calva (a causa dell’alopecia congenita) e quasi del tutto ciec, ha un viso che di convenzionale ha ben poco: eppure gli scatti dall’atmosfera magica, fantastica, di Eugenio Recuenco e poi la partecipazione al video musicale della band metal Rammstein, “Mein Herz Brennt”, l’hanno introdotta e consacrata proprio in quel mondo di luci e champagne. Seguitissima è stata anche la polemica che ha coinvolto il noto brand di intimo Victoria’s secret e Rain Dove, modella cisgender o, in altre parole, eclettica: una donna che ha saputo adattare i suoi tratti androgini per servizi e sfilate tanto maschili quanto femminili. Dopo aver posato per Vogue, Elle e Vanity Fair, Rain Dove si è sentita definire “troppo mascolina” per gli standard dei sensualissimi angeli di Victoria: un carattere imponente come il suo come avrebbe potuto fermarsi innanzi ad uno stereotipo? Innanzi ad un ostacolo così banale? Sfida, così, il mondo tradizionalista e conservatore della moda ricreando le stesse pose in cui vengono normalmente ritratte le modelle di Victoria’s secret: poco desiderabile le hanno detto, ribelle ha risposto. Come non inserire nell’elenco delle belle della rivolta Chantelle Brown-Young, meglio conosciuta come Winnie Harlow, la modella con la vitiligine protagonista del fortunato spot pubblicitario della Desigual. Attivista e […]

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Treedom, quando gli alberi sono a portata di un click

Quante cose possiamo comprare con un click ? Tante cose: libri, vestiti, scarpe… un albero. “Un albero !?” probabilmente vi starete chiedendo e la risposta è: “Si, un albero. Sai come ? Grazie a Treedom” Treedom è una rivoluzionaria piattaforma nata nel 2010 che permette di acquistare e piantare alberi da frutto in Italia, Africa e Sud America per finanziare progetti ecologici, di rivalutazione territoriale e di volontariato volti a supportare comunità di contadini locali. Forse, però, le parole di Tommaso Speroni e Federico Garcea, fondatori della piattaforma, vi aiuteranno a capire meglio questa realtà. L’abbiamo intervistati, ecco a voi ! Treedom, l’intervista Come nasce Treedom? Treedom è nata a Firenze nel 2010 per iniziativa di Tommaso Speroni e Federico Garcea (allora rispettivamente 24 e 29 anni) mentre, ogni giorno, oltre 30 milioni di persone come loro giocavano a simulare la vita di un contadino grazie a Farmville. A differenza di tutti gli altri, durante l’ennesima sessione di gioco, Tommaso e Federico hanno avuto un’idea per unire il reale al virtuale e l’utile al dilettevole: creare un’innovativa piattaforma dove chiunque possa scegliere un albero da piantare e seguire online e, contestualmente, far sì che un contadino pianti realmente quell’albero da qualche parte. Non importa se vicino o lontano, l’importante è che venga piantato. In che modo questo progetto può aiutare le comunità di contadini locali? Tutti gli alberi Treedom vengono piantati da contadini locali in paesi o realtà dove hanno anche un’utilità sociale, come ad esempio in Kenya per incrementare la produzione agricola e ad Haiti nelle zone colpite dal terremoto del 2010. Grazie a Treedom migliaia di contadini hanno l’opportunità di farsi finanziare la piantumazione di alberi da frutto – che nel tempo offriranno nutrimento ed opportunità di guadagno – o alberi utili all’ecosistema locale, ad esempio per contrastare la desertificazione o per essere ripiantati a seguito di fenomeni di deforestazione. Abbiamo visto che sul vostro sito sono presenti progetti di green marketing e green business. In cosa consistono? Treedom offre anche servizi di green branding che puntano a valorizzare l’impegno ecologico delle aziende con soluzioni di marketing e comunicazione in campo ambientale. Lo stesso meccanismo utilizzato per i singoli utenti, che hanno la possibilità di piantare, regalare e seguire i propri alberi, è esteso infatti anche alle imprese, le quali possono dar vita a una “foresta aziendale” ed aggiungere virtualmente il proprio logo agli alberi scelti. Treedom in occasioni speciali come il Natale propone dei prodotti unici nel suo genere. Quest’anno ha lanciato B Box, il primo regalo corporate che contiene solo prodotti realizzati da B Corp, ossia da imprese che si contraddistinguono per elevate performance ambientali e sociali. L’azienda stessa, grazie al suo innovativo business model, a partire dal 2014 fa parte delle Certified B Corporations. B Box è il risultato di questo importante connubio e ha l’obiettivo di offrire a tutte le aziende che lo desiderano la possibilità di fare a tutti i propri stakeholder un regalo che rispetta il pianeta in varie forme e vari gusti e di […]

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Valeria Angione, intervista alla web star tra ansia e teatro

Valeria ha rapito la moltitudine di studenti col grido di “mai una gioia” ed ha divertito con la sua pura ironia, da ottima compagna di banco che rende la vita scolastica un poco meno pesante. Una ragazza dal grande talento che con la leggerezza dei suoi molteplici filmati evidenzia un carattere da artista, un’abilità nel descrivere la vita quotidiana di ogni studente in crisi per le sessioni d’esame e che si ritrova ad affrontare giornate cariche di studio, ma soprattutto di ansia. Abbiamo scambiato due chiacchiere con la stella del web che da alcuni anni diverte con i suoi “macchiettistici” video sulla rete: Valeria Angione, 22 anni, studentessa di Economia e Commercio ed un’unica grande passione, il teatro e… forse anche gli evidenziatori Valeria quando non sei una studentessa disperata chi sei?  Sono una ragazza molto semplice, così come mi vedete. La studentessa disperata è il mio personaggio ora, ma fino all’anno scorso era la mia vita vera. In generale mi divido tra teatro e video su Facebook, poiché tutto ad un tratto è diventato un lavoro. Sembra strano ma è così e non posso desiderare di meglio. Amo la mia community, sono straordinari. Mi danno un supporto enorme, mi fanno sentire bene. Oltre a continuare con i video mi sto concentrando per realizzare il mio sogno più grande: diventare un’attrice. Come e quando hai avuto l’intuizione di produrre la tua comicità con i video che tutti conosciamo? Faccio teatro da 10 anni, ma avevo bisogno di un posto tutto mio in cui poter esprimermi senza limiti. Un posto dove io ero padrona di me stessa e della mia creatività. Volevo un posto dove potessi combinare la mia passione per la recitazione e la voglia di mettermi in gioco. Non credevo di riuscirci, è solo da poco tempo che sto cominciando ad avere più stima e fiducia in me stessa, e lo devo al supporto di coloro che ogni giorno seguono i miei post e i miei video. Sei un’appassionata di teatro e lo pratichi, ritieni che questa tua predisposizione ti abbia aiutata nel tuo progetto? Come ho detto prima, il teatro è stata la mia arma. Mi ha dato quel qualcosa in più, ma soprattutto mi ha dato il coraggio di creare una pagina ed espormi così tanto, senza avere vergogna. A volte è proprio questo che manca a qualcuno con del talento, la sfacciataggine. Non è facile pubblicare un video, all’inizio hai sempre paura di cosa può dire la gente, degli insulti che magari puoi ricevere dai “leoni da tastiera”, ma io non ho badato a tutto questo, dopo un po’ di paura iniziale e grazie al supporto dei miei amici ho preso coraggio. Ma devo dire che ho preso coraggio proprio grazie al teatro, che mi ha insegnato a non ascoltare nessuno se non me stessa.  Valeria è stata anche produttrice di un video musicale dal titolo Lo do a settembre ma anche di una simpatica parodia di “Perdono” di Tiziano Ferro, il suo cantante preferito Cosa […]

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Fun & Tech

Ataribox: novità sulla console della Atari

Questa estate la Atari aveva annunciato di voler ritornare sul mercato delle console dopo anni di assenza. Finora della console erano noti il nome, Ataribox, l’aspetto estetico, basato sull’Atari 2600, e poco altro. Ora sono stati pubblicati altri dettagli, a partire dal prezzo che oscillerà sui i 250/300 dollari. Dal punto di vista hardware la console userà un processore personalizzato della AMD con grafica Radeon, quindi si baserà presumibilmente su un processore x86/64, simile a quelli usati nei computer. (Ricordiamo che invece negli smartphone si utilizzano processori ARM). Ataribox, altri dettagli Come sistema operativo utilizzerà un sistema basato su Linux, con un’interfaccia che secondo la Atari sarà progettata per le televisioni e di facile utilizzo. Secondo le dichiarazioni ufficiali questo permetterà all’utente di personalizzare il sistema operativo e di integrare funzioni aggiuntive come la fruizione di streaming, musica ecc. La scelta di Linux è dovuta probabilmente a ragioni soprattutto pratiche: evita di dover sviluppare da zero un sistema custom ma fornisce una base ben consolidata, inoltre permette di utilizzare le applicazioni già esistenti che sono compatibili con Linux. Infatti il comunicato stampa riporta che sarà possibile utilizzare l’Ataribox come un normale computer per accedere a social network, navigare su Internet e utilizzare anche giochi di altri rivenditori purché compatibili con Linux. Scelta che amplia notevolmente il parco titoli della console, basti guardare i giochi compatibili Linux disponibili sui noti store GOG.com e Steam. Sull’Ataribox saranno disponibili numerosi titoli storici dell’Atari aggiornati  nonché giochi prodotti appositamente per la console, anche se al momento non si hanno ulteriori dettagli. Ataribox, un progetto di crowdfunding Come già annunciato, la produzione della console sarà finanziata tramite un’operazione di crowdfunding sulla piattaforma Indiegogo che dovrebbe partire a breve, mentre l’uscita dell’Ataribox è prevista per la primavera 2018. Secondo la compagnia questo permetterà di coinvolgere gli acquirenti nel processo di produzione. I n pratica consente di ridurre i rischi economici tramite un finanziamento esterno e di  comprendere se c’è un interesse sufficiente da generare un ritorno economico per la compagnia. Con l’uscita di alcuni dettagli sono anche iniziate le critiche al progetto, probabilmente non del tutto infondate. Innanzitutto il prezzo è simile a quello di altre piattaforme videoludiche esistenti e al momento non sono stati annunciati giochi appositi per la console in grado di trainare le vendite. L’Ataribox è stata anche paragonata al progetto Steam Machine, potenti macchine per il gaming tramite Steam, che avrebbero dovuto rimpiazzare Windows nel settore gaming ma sono state un flop commerciale. L’obiettivo dell’Ataribox è però ben più modesto, a partire dal prezzo: una Steam Machine parte da una base di 600$. Il successo della console Atari dipenderà dall’hardware installato e dal rapporto prezzo/prestazioni, che potrebbe renderla capace di gareggiare non con le altre console ma con i computer pensati per applicazioni ludiche.

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Fun & Tech

eSports e Olimpiadi, rivoluzione in corso

eSports e Olimpiadi sono due mondi tenuti separati troppo a lungo e che, forse, dopo anni di lontananza, riusciranno finalmente a incontrarsi. Ma procediamo con ordine, cosa sono gli sport elettronici? Gli eSports racchiudono l’universo in continua crescita dei videogiochi, in particolare quelli multi-giocatore competitivo. Si tratta di una vera e propria disciplina sportiva legata a determinati titoli videoludici che è in continua espansione ed evoluzione, introducendo nuovi generi di professionisti e dando vita a una tipologia inedita di spettacolo tanto dal vivo – diversi stadi e palazzetti dello sport ospitano campionati eSports ottenendo grande riscontro e successo – che su schermo – programmi e canali dedicati a questo sport sono in costante prolificazione. Parliamo di un fenomeno mondiale che include anche l’Italia con veri e propri centri sportivi sparsi per tutto il territorio e con un sistema di tornei vario e ben organizzato. I generi di videogiochi sono dei più disparati, dai simulatori di sport (primo tra tutti il calcio) agli sparatutto (in prima e terza persona) ad arena, fino ad arrivare a giochi di carte virtuali. La vera rivoluzione degli eSports riguarda il loro futuro ingresso all’interno delle Olimpiadi Asiatiche previste nel 2022. L’Olympic Council of Asia ha ufficialmente annunciato che gli eSports sono a tutti gli effetti una disciplina olimpica e coloro che riusciranno a conquistare il podio riceveranno una medaglia al pari degli altri professionisti sportivi. Ed è proprio sulla scia della decisione asiatica che gli eSports potrebbero entrare a far parte anche dei Giochi Olimpici di Parigi previsti nel 2024. Il Presidente del comitato olimpico Thomas Bach, in un’intervista con il South China Morning Post, ha però annunciato che, in quanto promotori di nonviolenza, non saranno accettati come disciplina olimpica i videogames che trattano la violenza. Questa decisione esclude automaticamente gran parte dei titoli video ludici più in voga negli eSports, lasciando i simulatori sportivi e poco altro. Il dibattito è ancora acceso ma il riconoscimento degli eSports come vera e propria disciplina sportiva segna una svolta decisiva e importante per uno dei medium più importanti degli ultimi anni e che continua a rivoluzionarsi e re-inventarsi in nuove forme d’intrattenimento. Basti pensare che in Inghilterra, a partire da settembre 2018, all’università di Staffordshire, sarà possibile iscriversi a un vero e proprio corso di laurea dedicato al mondo degli eSports. Ma questa è un’altra storia.

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Libri

Libri

Tè Verde, J.S. Le Fanu: viaggio in una mente instabile

Tè Verde è indubbiamente riconosciuto come uno dei migliori racconti del mistero scritti dall’irlandese Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873). Pubblicato per la prima volta nel 1869, e riedito oggi dalla Marsilio Editori,  il romanzo si muove tra il giallo psicologico e i racconti di fantasmi e spiriti tanto in voga nell’Ottocento. Non si tratta, come farebbe pensare il titolo, di un saggio sulle virtù della bevanda orientale, ma di un racconto a cavallo tra ambientazioni gotiche e riflessioni psichiatriche. Voce narrante del romanzo è Martin Hesselius, “dottore psichico” con una passione per il sovrannaturale. Precursore di Van Helsing, altro famoso medico della letteratura gotica ottocentesca, Hesselius è una sorta di psicanalista prima che la psicanalisi venisse inventata, ma anche anticipatore dei tanti investigatori e Ghost-finder della letteratura anglosasone di primo ‘900, da Sherlock Holmes in poi. Te’ verde si configura quindi come il resoconto degli studi compiuti da questo singolare medico sullo “strano caso” del reverendo Jennings. Sin dalle prime pagine si percepisce la sfuggevolezza di questo parroco all’apparenza così cortese con tutti i suoi fedeli ma che nasconde un oscuro segreto. L’incontro tra i due avviene in casa dell’amica comune Lady Mary Heyduke e sin da subito l’autore, attraverso le riflessioni di Jennings, mette in evidenza il comportamento singolare del reverendo, con il suo “modo inconfondibile di guardare in tralice, come se stesse seguendo con la coda dell’occhio qualcosa lungo la bordatura del tappeto”. Nel corso del romanzo i due stringeranno un’amicizia basata sul reciproco rispetto e, da parte del reverendo, sulla speranza che Hesselius fosse in grado di guarire la sua psiche malata.  Veniamo così a conoscenza che il parroco  è costantemente turbato dalla demoniaca presenza di una scimmia parlante, che lo spinge a “compiere azioni malvagie”, incitandolo persino al suicidio. Ecco dunque che la missione di Marin Hesselius diviene quella di salvare la vita del tormentato amico. Tè Verde e il pensiero involontario.  Ciò che salta subito all’occhio di questo romanzo è la sua modernità: Le Fanu si fa precursore di tendenze letterarie e di pensiero che, assolutamente all’avanguardia per i suoi tempi, diverranno punto di partenza per riflessioni ben più mature. La ricerca psichica e il lavorio di una mente in confusione sono il fulcro di Tè Verde, in cui largo spazio è lasciato alla descrizione dello stato psicologico in cui versa il reverendo Jennings. L’elemento onirico-fantastico è preponderante, nonostante Le Fanu cerchi di attribuire una spiegazione scietifico-medica allo stato metale del suo paziente, ricollegando lo stato di confusione e malessere proprio all’abuso di Tè fatto dal reverendo. Simbolo della precarietà psicologica dell’uomo è la diabolica scimmietta, che appare, quindi, il frutto di un’attività allucinatoria e paranoica di una mente malata. Presentata come un “demone”,la scimmia è la rappresentazione visibile di un malessere interiore di un uomo profondamente debole, il tentativo di razionalizzare paure inconsce esternandole e facendole diventare altro da sé. La scimmietta è l’incarnazione degli impulsi autodistruttivi di Jennings ma anche, in qualche modo, l’espressione dei suoi desideri rimossi. Probabilmente, tale malessere è connesso all’inconciliabilità tra il ruolo […]

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Libri

Il blues del ragazzo bianco di Paul Beatty: tutte le sfumature del colore nero

Romanzo di iniziazione del vincitore del Man Booker Prize 2016 Paul Beatty, tradotto magistralmente da Nicoletta Vallorani, Il blues del ragazzo bianco si potrebbe descrivere come “l’opera del disincanto”. L’autore, con un linguaggio fulminante per la sua carica polemica, cinico quanto basta, traccia i contorni della critica realtà dei ghetti neri e delle tensioni razziali. Con immagini talmente potenti e incisive da risultare spesso crude e, senza mai cedere a idealismi o banalizzazioni, lo scrittore si serve di un’esperienza di vita individuale per fornire un’analisi non convenzionale e profondamente sarcastica di una problematica ancora attuale, ma trattata con una vena tragicomica che trascina anche il lettore più “svogliato” nella narrazione. L’originalità della trama de Il blues del ragazzo bianco La trama verte sulla storia di Gunnar Kaufman, discendente da una famiglia di schiavi neri, che dopo un’adolescenza serena a Santa Monica, lontano dalla cosiddetta negritudine, deve sopravvivere al trauma del suo trasferimento nel ghetto nero di Hillside, a Los Angeles. L’integrazione in un ambiente malfamato, violento, dove non esiste redenzione, gli risulta non poco difficoltosa. Il giovane si rassegna a subire pestaggi e aggressioni, tenta con grinta di adattarsi a una dimensione aberrante, che non conosce Dio e neanche la legge. Si piega ad allucinanti rituali di iniziazione. Non si era mai sentito “nero” prima di allora, e l’impatto con una società che lo obbliga ad abbracciare gli aspetti peggiori di questa identità è doloroso. La sua famiglia non lo aveva mai preparato a vivere in un ghetto: suo padre è un integerrimo ufficiale di polizia, sua madre tesse le lodi di strambi antenati neri ed entrambi peccano un po’ di senso pratico. Gunnar Kaufman, personaggio folgorante che non si lascia circoscrivere da nessuna definizione, sgomita per costruirsi una propria identità e per conquistarsi un ruolo sociale. Non si accontenta mai di se stesso, né si lascia imbrogliare dai luoghi comuni di quella realtà che, suo malgrado, inizia a considerarlo un eroe. Riesce a formare una propria cricca, a sentirsi finalmente nero. È affiancato da due personalità controverse come la sua, quella di Nicholas Scoby, suo primo amico e campione di basket che sceglierà il suicidio, unica possibilità di fuga da un successo che lo strozzava, e Psyco Loco, farabutto dalla personalità esilarante, mai scontata. Con la sua indole coraggiosa e la sua ironia -a volte macchiata di amarezza- Gunnar diviene un osannato giocatore di basket e un poeta capace di caricare le folle bramose di un leader per ottenere il loro riscatto. Un leader che Gunnar non sceglierà di essere, ma che finirà per incarnare con la propria irriverenza e il proprio carisma. Tutte le sfumature del nero Paul Beatty dipinge un universo quasi orgiastico, animato da crimini, matrimoni stipulati su internet come un qualunque acquisto, suicidi di massa improvvisati. E ancora, il parto “pubblico” della moglie giapponese di Gunnar, trasformato intenzionalmente in uno spettacolo di cattivo gusto, oppure il dito che lo stesso protagonista si trancia come atto di protesta. Una tematica tradizionale come quella della piaga del razzismo stravolta […]

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Libri

Amori e altri soprusi: Domenico Cacopardo stupisce ancora

Il prolifico scrittore siciliano ottantunenne Domenico Cacopardo torna nelle librerie italiane con il suo ultimo romanzo – il sedicesimo – Amori e altri soprusi pubblicato da Marsilio Editori nella collana Farfalle il 14 settembre scorso. La storia è ambientata tra il paesino di Letojanni in provincia di Messina, Roma e, in conclusione, Milano. Al centro dei fatti narrati, vi sono le figure dell’avvocato Sebastiano Bellopede, detto Jano, e la dipendente statale Gloria Laguidara. I due si sono conosciuti da giovani, lei bellissima diciottenne e lui ventiduenne innamorato. Dopo un periodo di corteggiamento, Jano e Gloria si sposano nella capitale dove iniziano la loro vita coniugale. Il loro rapporto si delinea sin da subito e ciò che ne esce fuori è la relazione tra una sadica e un maschilista. Difatti, la fascinosa e disinibita moglie del protagonista non disdegna, anzi, va alla continua ricerca, di amanti più giovani e anche più vecchi di lei e – ecco cosa ne mostra la tendenza al sadismo – non ne fa assolutamente mistero al marito. Quest’ultimo, proprio perché ne è follemente innamorato, arrivando al punto di soffrire a causa dei suoi continui tradimenti, non riesce a lasciarla se non dopo molti anni trascorsi nel dolore. Jano e Gloria sono ormai separati quando lui riceve una telefonata che lo informa della morte violenta della donna. È da qui che, tra il susseguirsi e il concatenarsi di ricordi del passato ed eventi presenti, si sviluppa la trama nella quale verranno smascherate le tante menzogne di una vita intera  e sarà svelata una sorprendente verità. Amori e altri soprusi , l’amore malato Se non fosse per la forma romanzata, l’opera di Cacopardo sembrerebbe un vero e proprio saggio volto a proporre due esempi personificati di sadismo e masochismo. In quest’ottica, i personaggi di Gloria e, in particolar modo, quello di Jano ne risulterebbero essere l’esatta riproduzione. Lei fascinosa, ammaliatrice, spregiudicata tanto con i suoi amanti quanto- e anche di più- con il marito; lui mite, corretto e tanto, troppo innamorato da risultare passivo a ogni sopruso ricevuto. “Non avendo carattere né spina dorsale, mi sono dato un metodo, sbagliato, eppure efficace… Il mio metodo è stato quello di subire, di accettare tutto da Gloria, non senza battere ciglio, ma rilevando, inutilmente, di tanto in tanto, ciò che non mi piaceva e non andava nel suo modo di comportarsi nei confronti miei e degli altri.” Le parole di Jano, caratterizzate da una lucida e fredda ironia, ribadiscono il suo inutile reagire a ciò che la moglie gli fa ed evidenziano  un’impotenza della quale lui stesso è responsabile perché “affetto da amore malato”. Grazie a un’approfondita descrizione dei caratteri, l’autore offre al pubblico dei personaggi dalla psicologia contorta ma nonostante tutto uniforme. Amori e altri soprusi, difatti, è un romanzo vero e prepotentemente accattivante che incuriosisce e fa in modo che il lettore necessiti di risposte che non tardano ad arrivare in un finale esplicativo tutto umano e comprensibile.

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Libri

Le cose che esistono, raccolta poetica di Salvatore Azzarello

“Le cose che esistono” è una raccolta di poesie di Salvatore Azzarello edita da Round Midnight. L’opera si apre con la Sicilia, che resta presente in tutte le trenta pagine con il sole, i colori e il fuoco. “Le cose che esistono” catapulta il lettore in un mondo senza tempo, dove l’attesa e la malinconia sono i sentimenti più tangibili e presenti. Sembra quasi un percorso, la raccolta di poesie, che percorre diversi luoghi d’Italia, diverse sensazioni ed emozioni. Salvatore Azzarello riesce a far vedere attraverso le sue parole i paesaggi che descrive, tanto da rendere quasi inutili, anche se comunque molto apprezzate, le illustrazioni di Michela Volponis. Il modo in cui le immagini diventano vivide avanti agli occhi del lettore è pregio e difetto di questa raccolta. Se le descrizioni sono perfette e minuziose, rendono il tutto molto poco “poetico”, privo della musicalità che ci si aspetterebbe comprando una raccolta di poesie. Stesso effetto crea l’astrusità e la mancanza di concordanze delle parti in cui invece si parla di sentimenti. Due elementi che mischiati insieme funzionano, tengono viva l’attenzione senza scendere nella monotematicità promessa in copertina, che avrebbe potuto annoiare i lettori. Non è il tema a mancare, o la varietà dei versi, ma la loro composizione a trarre il lettore in confusione. “Le cose che esistono”, una piccola opera intrisa di malinconia e vita. In punti in cui un’assonanza sarebbe più che logica, il lettore si stupisce di non trovarla e si chiede “È mai possibile che Azzarello non ci abbia pensato?”. Ed è lì che ci si rende conto che l’unica risposta possibile è “no”. No, l’autore ha necessariamente notato che altri suoni, altre combinazioni di parole avrebbero reso meglio l’idea di poesia che i più hanno. E bisogna credere dunque che necessariamente l’autore abbia scelto di far stridere tra loro i versi di “Le cose che esistono”, per dar vita a una nuova forma di poesia che, anche se non è quella che ci si aspetta, piace e può conquistare. La malinconia, che fa da sfondo all’intera opera, è la sensazione che rimane nel lettore dopo aver letto l’ultima parola del libro. Ma è una malinconia giusta, simile a quella che si prova nel lasciare andare qualcuno verso il luogo che ha sempre sognato. Una malinconia che non è però l’unica sensazione. Alla fine di “Le cose che esistono” ci si sente arricchiti di un tassello in più. E viene voglia di riaprirlo per scoprire i segreti nascosti dietro quelle rime sbagliate.

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Napoli & Dintorni

Napoli & Dintorni

Napoli Buskers Festival, l’arte circense in centro storico

Napoli Buskers Festival al via Parte oggi il Napoli Buskers Festival. Busker è un termine inglese che designa gli artisti di strada. Una categoria di persone estremamente variegata. Basta una passeggiata in qualsiasi grande città per rendersene conto. Accomunate però tutte dal fatto di offrire ai passanti uno spettacolo d’intrattenimento. Proprio gli artisti di strada saranno i protagonisti del Napoli Buskers Festival. Diretto dalla rinominata Compagnia dei Saltimbanchi, la rassegna avrà luogo per le vie del centro storico di Napoli. Da Via dei Tribunali fino a Piazzetta Miraglia, il festival animerà dalle 18 alle 21 il cuore pulsante della città. Sono previsti numerosi spettacoli pronti ad accendere la fantasia di grandi e bambini. Si passa dagli spettacoli itineranti di trampolieri e giocolieri. Per arrivare agli immancabili fachiri e clown. E poi i maghi, con i loro effetti speciali. Le danzatrici di ventre, con i loro movimenti sinuosi. Fino alle immancabili bolle di sapone, simbolo di leggerezza. Un evento totalmente gratuito, che ha ottenuto il patrocinio della IV municipalità del comune di Napoli. Gli artisti di strada animeranno il cuore pulsante della città La qualità della rassegna è garantita dalla Compagnia dei Saltimbanchi. Forte di un’esperienza ventennale, nel campo dello spettacolo e degli show da circo. Clown e maghi che sanno mescolare perfettamente elementi della tradizione senza tuttavia perdere il pubblico delle ultime generazioni. Il Napoli Buskers Festival sarà una potente miscela di improvvisazione, pantomina, giocolerie. Il tutto con la partecipazione attiva degli spettatori. Non semplici testimoni dell’evento, ma protagonisti dello stesso assieme agli artisti. Saranno dunque i saltimbanchi a farla da padrone questo venerdì sera Napoli. Un’occasione da non perdere, anche per riscoprire sotto una luce nuova il centro storico. Per riscoprire lo spettacolo circense, troppo spesso sottovalutato o  poco celebrato. Arti minori come il cinema o il fumetto sono annoverate tra le forme di spettacolo. Quando poi l’arte è qualsiasi manifestazione del talento espressivo  innovativo dell’uomo.

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Eventi/Mostre/Convegni

Monte Pio della Misericordia: l’arte di rendere l’arte accessibile a tutti

Sei una qualunque persona appassionata d’arte, intellettualmente viva o comunque stimolata culturalmente. Abiti a Napoli o ti ci trovi come turista. Ma sei non udente. Leviamo il ‘ma’, perché dall’8 ottobre 2017 sarà possibile visitare senza ostacoli alcuni dei dipinti più imponenti nel napoletano. Tra essi, le Sette opere di Misericordia del Caravaggio, accompagnata ovviamente da molti altri lavori. Togliamo il ‘ma’, perché le guide saranno aperte a tutti. Sarà possibile infatti, presso il Monte Pio della Misericordia, l’utilizzo di tablet che riprodurranno video in cui interpreti LIS traducono le parole dell’audioguida. Si tratta in sostanza dell’iniziativa Caravaggio InSegni dell’associazione culturale Curiosity Tour e dal Monte Pio della Misericordia: i due enti attraverso un lavoro di due anni hanno infatti ben pensato di allargare la possibilità di servirsi di una guida anche ai turisti e cittadini non udenti. Essa sarà bilingue: ciò vuol dire che oltre l’interprete in lingua dei segni italiana, ci saranno sottotitoli nonché la riproduzione audio in lingua italiana. Monte Pio della Misericordia e Curiosity Tour Curiosity Tour è un’associazione culturale nata nel 2014. Unico obiettivo: diffondere la conoscenza del patrimonio culturale del napoletano e dell’intera area campana. L’impegno per conferire alla martoriata città del mezzogiorno d’Italia una nuova veste confluisce quindi in una offerta oculata di modus differenti di porsi alla cultura, aiutando anche persone disabili a questo approccio. Un ampliamento delle vedute, quindi, con cui ci si approccia alle opere d’arte. Si parte dalla chiesa del complesso del Monte Pio, la cui luce proveniente dalla cupola sembra essere più confortante, senza sgarbi di disumanità che a volte nascono per semplice dimenticanza, inadempienza o arretratezza. Nel gioco speculare dell’ottagono che è la chiesa del Monte Pio nessuno venderà i suoi occhi all’ignoto con gli interpreti LIS. Tutti sapranno la carica intellettuale di un monumento che già nel XVII secolo si prestava ad essere casa del bene e dell’arte, rendendosi dimora dei poveri, degli affamati, degli assetati, di chiunque avesse e abbia tuttora bisogno di un supporto. Il Monte Pio, tra le più antiche associazioni benefiche laiche di Napoli, rende manifesti già dal nome i suoi scopi, tra l’altro presentati con la maestria del Caravaggio in quell’opera che costituisce lo sfondo dell’altare della chiesa del complesso monumentale, il quale è stato musealizzato solo nel 2005. Così il 3 ottobre, nell’eleganza che pizzica l’aria e l’umanità che sorvola le parole e arriva dagli sguardi generosi dei presenti, al primo piano del palazzo si è avuta la conferenza di presentazione al pubblico del progetto. Niente ha fatto difetto. Tutto è stato presentato nei minimi dettagli dalle due coordinatrici del progetto Germana Falibretti e Stefania Russo, anche autrici delle varie realizzazioni del materiale visivo. Presente anche il soprintendente dell’associazione benefica Pasca di Magliano, nonché Nino Daniele, Assessore alla Giunta Comunale. Nell’umidità storica emessa da pareti così inzuppate di anni non poteva che nascere una impeccabile presentazione, tradotta in LIS da due interpreti e costituita anche da un mini-tour che empiricamente ha dimostrato ai presenti come funzionerà l’utilizzo dei nuovi dispositivi con audio e, […]

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Napoli & Dintorni

Pet Pride, la prima edizione a Napoli

Con il patrocinio del Comune di Napoli, e molti sponsor tra i quali il Consorzio Centro commerciale naturale e Radio Marte, il 6, 7 ed 8 ottobre, si svolgerà, presso la Galleria Principe di Napoli, la prima edizione del Pet Pride Napoli, un evento imperdibile dedicato ai nostri amati animali ed ai loro padroni! Il Napoli Pet Pride ha aperto ufficialmente le proprie porte ieri venerdì 6 ottobre, dalle ore 11.00 alle ore 19.00. Ha avuto luogo la presentazione dell’iniziativa e a seguire l’apertura degli stand e dell’info-point, dove sarà possibile richiedere informazioni circa il programma della manifestazione ed in particolare circa la possibilità di iscrivere i propri animali alle sfilate dei giorni successivi. Oggi e domani 8 ottobre, a partire dalle ore 11.00 fino alle ore 20.00, sarà possibile assistere a dimostrazioni ed approfondimenti circa i più svariati temi relativi al mondo animale, tra i quali la pet therapy, l’utilizzo dei cani per combattere lo spaccio di sostanze stupefacenti, il rapporto tra animali e moda, le nuove tecniche di toelettatura e molto altro ancora. In particolare saranno presenti veterinari pronti a dare informazioni e chiarimenti su vaccini, profilassi e micromappatura. L’innovativa iniziativa merita attenzione non solo per l’interesse suscitato nei confronti degli amanti del mondo animale, ma anche e soprattutto per la sua capacità di valorizzare ed utilizzare in modo proficuo uno spazio cittadino di grandissima bellezza ed importanza storica, quale la Galleria Principe Di Napoli.  Al Napoli Pet Pride la sfilata sarà aperta a tutti A differenza delle solite sfilate canine, quelle che avranno luogo oggi e domani presso il pet pride, non riguarderanno solo i cani di specifiche razze: l’iniziativa è infatti volta a tutti i pelosi indipendentemente dalla razza di appartenenza. Finalmente, insomma, una sfilata per cani dove il pedigree lascerà spazio alla simpatia e alla capacità dei nostri amici a quattro zampe di accattivarsi le grazie dei giudici. Per partecipare alla sfilata sarà necessario pagare una quota di iscrizione di 10 euro, ed al termine della manifestazione gli animali proclamati vincitori riceveranno dei premi. Infine ma non meno importante, il ricavato derivato dalla sfilata sarà donato in beneficenza ad associazioni di volontariato che si occupano di prestare cure ed assistenza agli animali randagi presenti sul territorio campano. Il Pet Pride Napoli, sarà il luogo perfetto dove poter condividere la propria passione per gli animali, divertirsi e soprattutto aiutare i pelosi meno fortunati.  

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Emporio solidale: quando la valuta è il volontariato

Si chiama “Arca, Emporio della Solidarietà”, e non è soltanto un supermercato: al confine tra i comuni di Monte di Procida e Bacoli, infatti, è stato recentemente realizzato un lodevole e ambizioso progetto, volutamente ideato per rispondere alle esigenze di coloro che abbiano difficoltà a “passare alla cassa”, per pagare l’indispensabile spesa familiare. Si tratta di un supermercato sociale, unico in Campania, nato dalla collaborazione fra l’associazione flegrea «La Casetta Onlus» e la «Fondazione Progetto Arca Onlus» di Milano, allo scopo di supportare le famiglie indigenti dell’area flegrea, superando la logica dell’assistenzialismo: giacché l’organizzazione dell’emporio incoraggia chi si trovi in situazioni di difficoltà ad uscire dall’isolamento, a porsi in gioco e a creare relazioni nuove, mettendo a frutto  le competenze e appagando l’individuo, il quale sente di poter donare in cambio le proprie capacità. Il progetto del social market “Arca” si inserisce nel complesso discorso sulla povertà, offrendo un servizio di supporto ai più bisognosi: secondo i recenti dati Istat, infatti, sarebbero 4,6 milioni le persone povere in Italia, mentre secondo il “VII Atlante dell’infanzia a rischio” presentato da Save The Children, i bambini di quattro famiglie povere su dieci si trovano in condizioni precarie, soprattutto nel Sud d’Italia. Cosi si esprime in merito Anna Gilda Gallo, presidente della Onlus flegrea: «In Italia 1 milione e 582.000 a famiglie vivono in povertà assoluta; non si tratta di un disagio economico, ma della forma più grave di indigenza, quella di chi non riesce ad accedere a quei beni e servizi necessari per una vita dignitosa. Ancora una volta è il Mezzogiorno a vivere la situazione più difficile, dove si concentra il 45,3% dei poveri di tutta la nazione». L’emporio solidale intende, appunto, essere presente per aiutare le famiglie in difficoltà, che hanno  il diritto di riprendersi e ricominciare a vivere, non soddisfacendo meramente i bisogni materiali, benché primari, attraverso l’esclusiva fornitura di beni alimentari, ma superando l’idea stessa di assistenza, costruendo un futuro di integrazione sociale per tutti, nell’ossequioso rispetto della dignità individuale. Struttura e funzioni dell’Emporio solidale  Dal punto di vista sociale, l’iniziativa permette alle famiglie di non gravare sulle comunità con l’ausilio di fondi pubblici: il progetto, infatti, è stato finanziato dai contributi privati della Fondazione e dalla “Casetta”. Progressivamente si sono associati vari piccoli imprenditori, che hanno “adottato” uno scaffale da arricchire mensilmente con i prodotti di base: così, anche grazie alla generosità di tanti sostenitori, l’Emporio della ​ Solidarietà offre un paniere di circa una dozzina di prodotti fissi e sempre disponibili, prodotti essenziali come pasta, riso, olio, latte, tuttavia l’auspicio è di poter ampliare l’offerta, dilatando sempre più la rete solidale con i commercianti del territorio.  Parteciperanno al progetto quaranta famiglie, venti residenti nel Comune di Bacoli e venti nel Comune di Monte di Procida, selezionate appositamente dai Servizi Sociali dei due Comuni flegrei, con i quali è stato siglato uno specifico protocollo d’intesa. I clienti riceveranno una tessera a punti, che impiegheranno per effettuare la propria spesa; una volta esauriti i punti a disposizione, i beneficiari potranno ricaricare […]

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Sedici, Elisabetta Serio: intervista e recensione dell’album

Nove tracce, riflettori puntati su un pianoforte suonato da una donna con una grande espressione comunicativa e un background musicale che affonda le sue radici in ogni parte del mondo: la somma di tutto questo è Sedici. Se dici Sedici, dici Elisabetta Serio, sì perché è questo il titolo del suo nuovo album pubblicato lo scorso settembre per l’etichetta Via Veneto Jazz con il supporto di BirrJazz. Secondo disco per l’artista, cresciuta pane e musica, che vanta numerose collaborazioni, prima fra tutte quella con l’indimenticabile Pino Daniele  ma anche con artisti come  Noa e Z-Star. Accompagnata in questo viaggio dal contrabbasso di Marco De Tilla e dalla batteria di Leonardo di Lorenzo, la Serio propone un sound che si ispira al jazz nordeuropeo ma ricorda le atmosfere americane e approda al linguaggio bebop attraverso una scelta precisa di suoni e strumenti. Il tutto è  impreziosito da Fulvio Sigurtà alla tromba e da Jerry Popolo al sax tenore, presenti in alcuni brani del disco. Sedici, il disco Sedici è un titolo dai molteplici significati: dal fortunato numero della smorfia napoletana alla numerologia karmica, per la quale rappresenta il cambiamento. Un numero caro alla pianista che lo ha presentato come un simbolo legato a circostanze speciali della sua vita. Il valore assoluto di Sedici è dato dalla presenza di piccoli, grandi elementi che, come tessere di un puzzle, si intersecano tra di loro. A partire da Afrika, unico brano cantato del disco, in cui la voce di Sarah Jane Morris si incastra perfettamente con il ritmo ipnotico, e  proseguendo con Rumors, lo stile bebop dà forma all’idea del chiacchiericcio. All’idea della parola che corre di bocca in bocca. Rinvii, omaggi, riprese, un bagaglio di vita e di ascolti trasposto in note. È  il caso di Freedom, omaggio a Billie Holiday, che nella sua Stange Fruit, racchiude l’immagine degli uomini impiccati dal Ku Kux Klan. Lo sono Mr P. e Brad, due brani diversi tra loro, ma con una matrice comune: entrambi delineano due figure salienti nella vita della pianista, Pino Daniele con cui la Serio ha condiviso il palco negli ultimi tour e Brad Meldhau, pianista statunitense. Si definisce timida e riservata con le parole ma è un talento autentico, un’interessante compositrice con il super potere di trasmettere, senza filtri, stati d’animo ed emozioni. Sedici, l’intervista a Elisabetta Serio  Quando nasce Sedici? C’è un fil rouge che lega i brani di questo disco? E’ il frutto di un lavoro che è durato tre-quattro anni, è stato registrato in due momenti diversi della mia vita professionale: una parte durante la collaborazione con Pino Daniele, poi interrotta nel momento in cui siamo stati in America; un’altra dopo la sua morte, quindi questo disco ha anche due momenti emotivi diversi. C’è una scelta precisa di ogni elemento del disco: a partire dallo studio in cui è stato registrato, Elios di Castellammare, continuando con i musicisti che hanno preso parte a questo progetto; fondamentale la scelta del fonico Fabrizio Romagnoli, per il mastering e mixering ed anche la grafica del CD […]

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Musica

Willie Peyote ha un cuore, anche lui

Willie Peyote ci aveva lasciato poco più di un anno fa con quella piccola perla, irriverente e dissacrante, di Educazione Sabauda e ora è ritornato con un nuovo album Sindrome di Tôret ( Etichetta 451 Records, Distribuzione Artist First). Anticipato e pubblicizzato tramite due singoli ( I Cani e Ottima Scusa) e attraverso dei brevi video riguardanti il “making of” del lavoro, l’album nasce sulla scia lasciata dal precedente disco e si pone senza soluzione di continuità con esso, sia dal punto di vista tematico che musicale. Infatti, il titolo era già contenuto nella copertina di Educazione Sabauda, come svelato dallo stesso autore su Facebook. È un titolo eloquente, Sindrome di Tôret, nato da un gioco di parole tra la parola “Tourette”, sindrome neurologica a causa della quale chi ne è affetto non è in grado di controllare ciò che dice, e “Tôret” nome delle tipiche fontanelle di Torino a forma di toro. Un indizio, di facile intuizione, sulla natura oculatamente critica dei temi toccati ed emblema del legame viscerale tra Willie e la sua città, la conditio sine qua non la sua musica probabilmente neanche esisterebbe. Quella di Willie è una critica acuta e irriverente nata dall’insofferenza verso ogni forma di pensiero conforme a pregiudizi e stereotipi. Un’insofferenza verso l’esigenza cronica – tipica dei nostri giorni- di dover mettere bocca su tutto e di vomitare ininterrottamente giudizi e sentenze. Il buon Peyote lascia, però, anche spazio a un po’ di sana autocritica e introspezione. Scopriamolo insieme ! Willie Peyote, il nuovo album Si parte subito in quarta con la linea di basso arrabbiata e sincopata di Avanvera per poi passare al riff “blueseggiante” e dissacrante de I Cani. Un cazzotto in pieno viso all’ipocrisia e a molte spiacevoli contraddizioni del nostro paese: “L’analfabetismo è funzionale nel senso che serve a chi comanda.Qua hanno tutti una risposta,però qual è la domanda?”. La carica aggressiva viene smorzata dalle atmosfere “smooth” di un’ Ottima Scusa e elettroniche di Metti che domani. Meno aggressive ma non per questo con meno verve ironica e sarcastica. La caccia alla pedanteria, però, non conosce tregua nemmeno tra i due brani, intervallati da un featuring C’hai ragione tu con Dutch Nazari, l’amico di tante collaborazioni. La sesta traccia Chiavi nella borsa, altro featuring con Dutch, costituisce però un punto di rottura, da questo brano in poi tutto l’album acquisirà un tono maggiormente introspettivo. Disteso, a tratti rassegnato. Una scelta decisamente saggia. Sul tavolo degli imputati non ci sono più gli altri perché altrimenti avrebbe rischiato di incorrere nello stesso errore di chi precedentemente ha criticato. C’è lui e questa, in fondo, insensata aggressività della quale molte volte incappiamo inconsapevolmente. “ […]Lei mi guarda negli occhi come se stesse cercando qualcosa di corsa e sparge tutto sul tavolo come quando non trova le chiavi in borsa. E secondo me cerca qualcosa che neanche c’è”. Ci affanniamo molte volte inseguendo fantasmi, illusioni nocive per la nostra serenità accumulando rabbia e rancori immotivati. Willie ci invita a prendere un respiro […]

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Musica

Alessandro Ragazzo, fuori l’album New York

Alessandro Ragazzo nasce a Venezia nel 1994 ed è un cantautore di pop alternative, al suo terzo album da solista. New York è il titolo del suo ultimo disco che racchiude quattro brani, in cui il pop cantautoriale si fonde insieme al rock old school ed armonie alternative. Il nuovo EP è stato registrato nei Flux Studios, a New York, con una strumentazione sia vintage che elettronica, che ha reso il prodotto discografico più interessante ed innovativo. Prima di New York, Alessandro ne ha fatta di strada: membro dell’Industria Onirica, con cui ha inciso un album prodotto da Lele Battista; musicista ne La Febbre del Venerdì 13, Dan’s Apartment, The Rodriguez e Are You Real?, esordisce con il primo ep, Venice, grazie al quale ha la possibilità di suonare in numerosi live, in una situazione musicale unplugged: chitarra e loop station. Ad oggi il sound di Alessandro Ragazzo è rivoluzionato rispetto a quello del suo passato, non solo per la presenza di più strumenti, ma anche per una ricerca di suono che si muove su generi differenti, forse frutto di una crescita maturata nel corso dei live e di nuovi ascolti, divenuti d’influenza per la sua musica. NEW YORK Di nome e di fatto, non soltanto perché è stato registrato nella Grande Mela e perché New York è il titolo dell’album, ma perché ascoltando New York sembra di vivere l’atmosfera musicale che si respira in quella città. Un’atmosfera che si ascolta in tutti i brani, un sound che è propriamente americano, malinconico quanto basta, più retrò in alcuni brani, più digitale in altri: due facce di una stessa medaglia. Il primo singolo è Freckels, musica dai toni minori, nostalgica, cantata con gran sobrietà: ci si aspetta una forza espressiva forte, un’esplosione di grinta, che viene appena tratteggiata nel bridge finale. Una rock ballad, piacevole all’ascolto. Grande lavoro di ricerca dei suoni per The king came, secondo estratto dall’album. Una voce quasi sussurrata, accompagnata da una percussione, da un riff di chitarra evocativo ed alcuni effetti elettronici. Un brano che al primo ascolto sembra un eterno loop, ma che conquista dopo averlo masticato un po’. Cellar door, brano più ritmato, più fresco, che permette alla voce di Alessandro Ragazzo di esprimersi al meglio e dimostrare un timbro di voce interessante, che a tratti ricorda Paolo Nutini. Alone, espressivo e toccante, un brano dal sound americano, con percussioni presenti, che creano quel movimento incessante in grado di catturare l’attenzione. Non manca l’effetto elettronico, chitarra onnipresente ed una serie di cori precursori di un assolo liberatorio in coda.

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Interviste

Nel mondo di Emanuele Montesano, tra vita, musica e origini

Emanuele Montesano: nell’universo di un cantautore cilentano che ha scelto di rimanere a fare musica nella sua terra Origine, Cilento, musica, terra, mare e tramonti. Rimanere a far musica in Cilento è una scommessa, un atto d’amore estremo e liberatorio verso una terra dai risvolti amari. Basta immaginare un tramonto per entrare nell’universo di Emanuele Montesano, tra le sonorità della sua musica e il cielo di Sapri, il suo paese natio. Emanuele, classe ’87, dapprima militante in vari gruppi e infine solista, racconta e si racconta, dalle sue radici fino al suo lavoro “Origine”, guidandoci alla volta di un viaggio tra le note del microcosmo cilentano.   Innanzitutto, come ti presenteresti e come ti descriveresti se ora fossimo seduti davanti a un tramonto di Sapri? Chi è Emanuele Montesano e cosa cerca da dire attraverso la sua musica? Beh, sono un ragazzo semplice ma con un forte carattere. Il fatto che stiamo parlando davanti ad un tramonto descrive in pieno il mio esser molto riflessivo. Attraverso la mia musica cerco di esprimere i miei stati d’animo, quello che penso e che mi succede attorno, storie quotidiane, personali e non. .   Quali sono state le tue influenze e le tue radici? I tuoi padri da amare e da uccidere? Le mie influenze musicali sono variate nel corso degli anni: da piccolissimo con Ramazzotti, poi quando ho iniziato a studiare musica sono passato a Mango e agli  Afterhours per gli italiani e  agli Oasis e i  Pink Floyd come stranieri. Attualmente sto sperimentando sia come ascolto che come inediti propri.   Che rapporto hai con il Cilento, la tua terra d’origine? È davvero così tutto da buttare o c’è qualche spiraglio di speranza? Sono tanti i musicisti in Cilento, cosa ne pensi della scena musicale cilentana? Il Cilento è meraviglioso e potrebbe esserlo ancor di più se, chi dovrebbe, facesse il suo. Amo il Cilento, ecco perché quando mi chiedono come mai non tenti fuori mi sento triste, se ce ne andiamo tutti morirà questa terra. Quello che dico io mi viene sempre criticato fortemente, e “la difficoltà maggiore è rimanere,non prendere tutto e tentare la città”. La musica cilentana nel corso degli anni è cresciuta parecchio (naturalmente non mi ci metto in questo gruppo eh, io sono solo una “goccia che cade in uno stagno”) ed anche lo spazio che le viene dato è aumentato.    Origine è anche il nome del tuo lavoro. Cosa è che ti fa risalire all’origine e ai primordi delle cose?  ”Origine” perché dopo aver avuto tante band con cui ho realizzato anche degli album, ho deciso di cambiare rotta e dar libero sfogo al mio “estro” senza condizionamenti. Ecco, questo per me è ritornare alle “origini”.   Che consiglio daresti a un giovane che decide di intraprendere la carriera musicale in Italia? E quali sono i tuoi progetti futuri? Consiglierei di credere sempre in ciò che fa, in qualsiasi campo. Voler diventare famoso con la musica è la premessa sbagliata per entrarci, mentre sentirsi […]

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Teatro

Teatro

Glob(e)al Shakespeare: “Giulio Cesare” ed “Una commedia di errori” al Teatro Bellini

Glob(e)al Shakespeare, è questo il nome dell’ambizioso progetto con il quale Gabriele Russo ha deciso di proporre al pubblico del Teatro Bellini una rappresentazione innovativa ed imprendibile di alcuni dei più grandi capolavori del drammaturgo inglese William Shakespeare. Per un mese, dal 3 al 26 ottobre, il Bellini sarà allestito e rivisitato in modo da ricordare il Globe Theatre di Londra, meraviglioso esempio di teatro elisabettiano seicentesco. Ogni sera, con un unico biglietto, sarà possibile assistere a due spettacoli. Per ogni giorno di programmazione, infatti, è prevista la messa in scena di due rappresentazioni shakespeariane, una tragedia e una commedia, così da regalare agli spettatori la possibilità di godere doppiamente delle magnifiche opere del poeta inglese. In particolare, dal 10 al 15 ottobre ed il 26 ottobre, andranno in scena gli spettacoli Giulio Cesare. Uccidere il tiranno ed Una commedia di errori. Glob(e)al Shakespeare: Giulio Cesare. Uccidere il tiranno Il Giulio Cesare, tragedia scritta da Shakespeare intorno al 1600, ha ad oggetto la storia dell’omicidio del grande dittatore romano. Come narrano le fonti storiche, Cesare, acquisito un enorme potere su Roma, iniziò ad essere considerato come minaccia da parte di molti uomini politici del tempo, i quali, per preservare la propria autorità, decisero di tradirlo. Durante una seduta del Senato il tiranno fu brutalmente ucciso a pugnalate, e l’omicidio fu giustificato come mezzo necessario per salvare Roma dalla dittatura. “Siamo eroi o macellai?” La famosa tragedia, messa in scena mediante un’interessante riscrittura ad opera di Fabrizio Sinisi e con la regia di Andrea De Rosa, cerca di offrire al pubblico un’analisi introspettiva di quelle che sono le ragioni che hanno spinto i cospiratori ad uccidere il tiranno. Gli attori, con straordinaria intensità, riescono a dar voce ai risvolti emotivi ed alle riflessioni che inevitabilmente travolgono gli animi degli assassini: Bruto, Cassio e Casca (Isacco Venturini, Daniele Russo e Nicola Ciaffoni). Essi si aggirano e si nascondono sul palco cercando di spiegare e giustificare le proprie azioni, cercando di convincere e convincersi della presunta nobiltà della propria scelta. In scena, accanto ai traditori, vi è però anche Antonio (Rosario Tedesco), il quale, estraneo alla congiura, darà della vicenda una propria essenziale interpretazione. Lo spettacolo, con grande intelligenza e forza, pone attenzione sul tema, attualissimo, della violenza e della guerra usati come strumento per perseguire i propri obiettivi. Fu giusto uccidere il tiranno per salvare Roma dalla dittatura? Nella tragedia Cesare viene ucciso perché visto come personificazione della minaccia alla democrazia, ma nella realtà la minaccia muore con il dittatore? O forse continua ad esistere insieme a tutti coloro che accettano ed acclamano la dittatura stessa? “Uccidere il tiranno può non bastare perché spesso il potere del tiranno risiede proprio nella comunità che lo subisce, che arriva a proteggerne e tutelarne il dominio”. Glob(e)al Shakespeare: Una commedia di errori Quest’opera di Shakespeare, ispirata ai Menecmi di Plauto, viene presentata con una riscrittura di Marina Dammacco, Emanuele Valenti e Gianni Vastarella. Lo spettacolo è portato in scena dalla compagnia Punta Corsara ed è […]

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Recensioni

Ferdinando al Nuovo, è cominciata un’altra stagione

Comincia la stagione teatrale 2017/2018 del Teatro Nuovo, affidando tale compito alla regista Nadia Baldi, intenta a mettere in scena una versione del capolavoro del drammaturgo stabiese Annibale Ruccello, Ferdinando. In scena, guidati dalla Baldi, gli attori Gea Martire, Chiara Baffi, Fulvio Cauteruccio e Francesco Roccasecca.  Ferdinando e la realtà del sogno La semplicità. L’assoluta, inimitabile bellezza della semplicità caratterizza con forza questa riproduzione scenica dell’opera magna di Annibale Ruccello, saggiamente condotta dalla regista Nadia Baldi. Ogni cosa in scena, dai tessuti che si intersecano nell’aria, generando la visione di un mondo disordinato, impolverato e chiuso su stesso, alle luci dorate, dedite a rimbalzare su dettagli altrettanto lucidi, non sono altro che la rappresentazione di quella candidezza e modestia in perfetto incontro e contrasto con le anime dei personaggi del dramma. La baronessa Clotilde e il suo Ferdinando sono specchio della nostra contemporaneità e, nel mentre, di una situazione di bisogno reciproco e desiderio da sempre presente nel quotidiano degli uomini. Tra tutte le particolarità che si rassomigliano tra il vero e il dramma scenico, c’è la forte presenza di una morale intermittente. La morale, d’altronde, non sempre è necessaria. Sia che essa sia intesa nel suo senso più “religiosamente etico” che nel suo, altrettanto importante, aspetto didattico proveniente da un racconto o da una novella. Viene naturale cercarla, istintivo, eppure il Ferdinando di Ruccello non lascia alcuna traccia di un tale “dono” bensì è forte nel testo del drammaturgo stabiese, ancora una volta, il desiderio imperante di lasciare allo spettatore la possibilità di decidere coi propri occhi, coi propri sensi, qual è la verità. In una villa della zona vesuviana, vive la Baronessa Clotilde, vedova, ipocondriaca e considerata da molti folle, in compagnia solo della sua cugina-serva Gesualda e del parroco del posto, Don Catellino: in fuga dal passato, dalle ipoteche e dalla formazione di un’Italia che non le piace, che disprezza, guardando nostalgicamente all’era Borbonica appena conclusa. In una semplice routine, fatta di incontri e piccoli trasgressioni, sarà travolta dall’arrivo del nipote Ferdinando, orfano di padre e madre. Cosa c’è di vero in questo racconto, che porta sì con sé fatti, nomi e date, eppure sembra spesso il realizzarsi di un sogno vivido e condiviso, della volontà comune di afferrare un po’ di vita lì dove sembra essersi spenta per sempre? Tutto è lecito, nulla è immorale e solo lo spettatore può scegliere se svegliarsi o meno.

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Recensioni

Exploding Plastic Warhol, ritratto di un mito controverso

«Se volete sapere tutto su di me dovete guardare in superficie, sotto non c’è niente» Pantaloni e occhiali neri, capelli argento, sguardo freddo e voce inespressiva, questo è l’Andy Warhol messo in scena al TRAM con Exploding Plastic Warhol, lo spettacolo scritto e diretto da Mirko Di Martino, con Orazio Cerino, Titti Nuzzolese, Angela Bertamino, Antonella Liguoro e Dario Tucci. Pittore, scultore, regista, sceneggiatore, produttore, Warhol è stato l’esponente di spicco della Pop art ed uno degli artisti più influenti del XX secolo, noto all’immaginario collettivo per aver dipinto i celebri ritratti a colori di Marylin Monroe, Liz Taylor, Mao Zedong, oltre ai famosi barattoli di zuppa Campbell e alle scatole Brillo, che nel complesso rendono la sua arte incomprensibile e controversa. Lo scopo di Warhol era proprio quello di far storcere il naso a chi osservava i prodotti del suo genio creativo, suscitando scandalo ed alimentando in questo modo il suo prestigio di fondatore della Factory, il suo studio con sede a New York. Ciò che traspare dalla magistrale interpretazione di Orazio Cerino è il ritratto di un artista in crisi d’ispirazione, apatico, con lo sguardo vuoto, vittima del suo stesso successo e della mercificazione dell’arte, che sacrifica la qualità delle sue opere per adeguarsi alle spietate leggi di mercato. La domanda sorge spontanea: «Dov’è il vero Andy Warhol?». Nascosto dietro alla maschera di mito osannato e incompreso, adulato e odiato, che ha costruito il suo successo sfruttando le persone e servendosi dei detriti della società in nome di un obiettivo supremo, l’arte. Exploding Plastic Warhol, successo e fallimento di un mito La voce della coscienza di Warhol è rappresentata dalla Marylin dei suoi famosi ritratti, interpretata con maestria dalla talentuosa Titti Nuzzolese, la quale incalza l’artista con domande pungenti e a tratti spietate, che lo portano a confessare il suo vero stato d’animo di persona vuota e nauseata dalla fama e dal denaro: «Io sento di non essere niente, di non desiderare niente. Cosa vede uno specchio se si guarda allo specchio? Il nulla». A “sfilare” sul palco disposto a T tra il pubblico sono le superstar della Factory: Edie Sedgwick, modella e attrice, la povera piccola ragazza ricca che rappresenta la voglia di libertà dei giovani, impersonata da Antonella Liguoro; il ballerino Freddy Herko, interpretato da Dario Tucci, le cui aspirazioni lo portano a lanciarsi dalla finestra sotto l’effetto di anfetamine, per godersi l’attimo in cui il corpo si libra leggero spiccando il volo verso il cielo; Valerie Solanas, interpretata da Angela Bertamino, l’attivista che fondò la “Società per l’eliminazione del maschio” e che sparò a Warhol senza tuttavia ucciderlo. I tre giovani sono accomunati dalle stesse caratteristiche: depressi, fragili, dediti alle droghe e con istinti suicidi, narcisisti che si lamentano per ottenere l’attenzione di papà e che vivono in un vortice di emozioni forti ed autodistruttive.  Ed è così che il cerchio si chiude, in un destino di gloria e declino, di ambizione e frustrazione, di successo e baratro che si inquadra perfettamente nell’universo piatto e senza emozioni, comandato dal consumo che era […]

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Teatro

Nuovo Teatro Sancarluccio: la stagione 2017-2018

La stagione 2017-2018 presentata al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli propone un cartellone ricco di spettacoli e attività. Nuovo Teatro Sancarluccio: la stagione 2017-2018 Il cartellone della stagione 2017-2018 del Nuovo Teatro Sancarluccio si divide in tre sezioni: “I Teatri comici”, “Il Teatro in Musica” e “Il Teatro Rinnovato”. Alle sezioni si aggiungono una serie di letture interpretate da Massimo Andrei e intitolata “Gente di Napoli”. Ogni sezione si dedica ad un genere, come gli eloquenti titoli suggeriscono. Il cartellone della stagione del Nuovo Teatro Sancarluccio, fra l’altro, apre uno sguardo ai giovani: questo è stato uno dei punti su cui si è soffermata maggiormente l’attenzione durante la conferenza stampa. Anche in questo senso si sviluppano i laboratori teatrali proposti come attività ancillari rispetto alla stagione teatrale, la rassegna “Nuovi scenari” e le musiche della SoundFly night. Per quanto riguarda i laboratori, essi saranno Pensa Comico, diretto da Eduardo Cocciardo; Laboratorio Permanente di Formazione Teatrale, diretto da Ettore Massarese, e To play, diretto da Antonella Stefanucci, e suddiviso in tre sezioni per bambini, ragazzi e adulti. Per quanto riguarda la rassegna “Nuovi scenari”, saranno in scena la Compagnia Gli Ignoti con Variazioni enigmatiche, dal 6 al giorno 8 ottobre; la Compagnia La coperta di Zazà con Alla corte d’ ‘o rre piccerillo, dal 13 al 15 ottobre; la Compagnia Pipariello con Fatemi capire, il 26 ottobre; la Compagnia Il Sipario con Cornuti e contenti, dal 27 al 29 ottobre; e la Compagnia I Mastacanà con I figli di San Gennaro, dal 22 al 25 febbraio. Per i concerti della SoundFly night, i Diversamente rossi, il 21 dicembre; Marilù, il 25 gennaio; Romito, il 15 febbraio; Riccardo Ceres, il 15 marzo; e Rione Junno, il 12 aprile. Un’offerta teatrale, quella della stagione 2017-2018 del Nuovo Teatro Sancarluccio, così, varia e che si apre ad interessanti proposte. Di seguito gli spettacoli in cartellone: dal 2 novembre, Òmm… un napoletano in Tibet, scritto, diretto e interpretato da Ettore Massa (I Teatri comici); dal 9 novembre, Tre sull’altalena, scritto da Luigi Lunari, diretto da Roberto Negri, e interpretato da Stefania Benincaso, Arianna Gaudio, Stefania Aluzzi e Nicola Ciccariello (Il Teatro Rinnovato); dal 16 novembre, 06-05-38, scritto e diretto da Luca Pizzurro e interpretato da Gigliola De Feo e Andrea Fiorillo (Il Teatro Rinnovato); dal 23 novembre, Serenvivity, di e con Viviana Cangiano e Serena Pisa (Il Teatro in Musica); dal 30 novembre, Dietro la quinta dell’Universo, scritto e diretto da Enrico maria Falconi, e interpretato da Annalisa Amodio, Sara Giglio e Diletta Acanfora (Il Teatro Rinnovato); dal 7 dicembre, Il Cappellaio magico – dedicato a Rino Gaetano, scritto e diretto da Giacomo Casaula, e con i suoni di Davide Trezza, Vincenzo Gigantino, Luca Masi, Ernesto Tortorella, Ermanno Ferrara e Luca Senatore (Il Teatro in Musica); dal 14 dicembre, Il mio amico D. – “I migliori sogni sono due: giocare il mondiale ed essere il campione”, scritto da Pietro Tammaro, diretto da Luca Saccoia e interpretato dallo stesso Pietro Tammaro (Il Teatro Rinnovato); dal 22 dicembre, […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Ero solo andata in vacanza

Stavolta è toccato a me. Qualche mese fa ho pianto ascoltando la notizia dell’attentato di Manchester, di quei poveri padri, madri, ragazzini e umanità varie straziati da una bomba innescata durante un concerto. Però il pensiero dell’imminente vacanza a Barcellona con la mia famiglia mi tirava su di morale. Tanto, mica ci capiterà qualcosa? Ripetevo impaurita per autoconvincermi che niente sarebbe potuto accadere a chi, come noi, andava solo in vacanza dopo un anno di duro lavoro. Invece ho sbagliato in maniera clamorosa. Sono diventata anch’io un titolo di giornale, la protagonista di un doloroso fatto di cronaca a cui dedicare un editoriale, perché la mia storia è stata sicuramente la più straziante tra tutte quelle raccontate sui morti e i sopravvissuti di quell’attentato. Ma cos’è successo qui? Una strage? La guerra? Io ero solo andata in vacanza Mi sono ritrovata ad essere vittima inopinata di una guerra che non si vede ma c’è. Una violenza a sprazzi, una di quelle subdole che colpiscono i civili inermi, preferibilmente occidentali, classificati come “infedeli” da qualche “mente superiore” che brandisce la propria religione come arma di distruzione di massa, benchè le motivazioni sottese alla loro guerra  siano ben altre. Non è uno di quei conflitti tra tre, quattro nazioni contrapposte come quelli che si studiano a scuola, che durano un paio di anni e poi si concludono con la resa incondizionata di qualcuno, un bell’armistizio e la rinnovata pace che trionfa. Questa guerra non si sa con precisione tra quali nazioni venga combattuta, è ovunque e in nessun luogo contemporaneamente. Nessuno può sentirsi totalmente al sicuro. Questo conflitto non si manifesta quotidianamente in tutta la sua efferatezza ma è una sorta di malattia cronica che appare e scompare ma che c’è sempre, con forme subdole o plateali, con cadenza mensile, trimestrale o a discrezione di qualche cane sciolto. La guerra in vacanza Tra le vittime di questa guerra ci sono finita anch’io con la mia famiglia, durante un’agognata vacanza in un caldo giorno di sole. Ora mi sento accomunata nella mia triste sorte ai parenti delle vittime e ai superstiti degli attentati di New York, di Parigi, di Londra, di Madrid, di Manchester, visti dapprima solo nei tg come poveri  disgraziati la cui vita è stata spezzata da una sofferenza inenarrabile e ora improvvisamente così simili e vicini al mio dolore e alla mia storia.   Mi sono chiesta se ci sia differenza tra paura e terrore, dato che questa scia di sangue che ci perseguita si chiama proprio terrorismo, nemmeno fossimo ai tempi della fine della Rivoluzione Francese o negli anni ’70 in Italia. Forse la paura si ha occasionalmente nella vita, mentre il terrore serpeggia sempre fin quando qualcuno o qualcosa non stronca le sue ombre in maniera definitiva. Il terrore è un sentimento più penetrante della paura e si insinua nella tua vita fino al punto di paralizzarla o, quantomeno, fortemente limitarla nelle sue forme e manifestazioni più alte  di pienezza e libertà. Ed è proprio così che sono […]

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Voli Pindarici

Mi nutro della mia sofferenza

At tu, Catulle, destinatus obdura. Risucchiato nel vortice del dolore, penso. Penso ai baci, alle carezze, agli abbracci. Penso ai giorni trascorsi insieme e alle notti in cui abbiamo fatto l’amore, senza staccarci, senza stancarci. Come se i nostri corpi fossero stati legati, come se non avessimo potuto dividerci neanche se lo avessimo voluto. Ma noi non volevamo. Alba o tramonto? Penso ai tramonti e alle albe. Perché i tramonti son per tutti, ma le albe son per quell’élite che è in grado di aspettarle. Perché il tramonto è intriso di sentimenti. “Ti porto in spiaggia a vedere il tramonto” è un’emozione. È un “voglio condividere uno dei momenti più belli della giornata con te perché per me sei importante”. Ma l’alba è diversa: l’alba è un’altra storia. È un “stiamo svegli e facciamo l’amore fin quando il nostro sentimento non consuma questo buio, fin quando la paura delle cose che scompaiono non viene travolta dalla nostra passione”. L’alba è per pochi. Non ho pace e tuttavia non ho mezzi per combattere, ho paura e speranza; ardo e sono impassibile; e volo sopra il cielo, e mi giaccio inerte a terra; e non ho nulla in mano, e mi slancio ad abbracciar tutto. Amore e sofferenza Ci siamo amati. Ci siamo amati immensamente, perdutamente, maledettamente, a tal punto che ci siamo distrutti. L’amore che provo per te è la mia più grande gioia… e il mio più immenso dolore. È un coltello conficcato in petto che sprofonda nella carne. Che taglia, ogni giorno di più e che va sempre più dentro, attimo dopo attimo. È un dolore così intenso, così carico, così… passionale. Sì, passionale: come lo è stato il nostro amore. Perché noi non siamo mai stati “tutti”: noi non abbiamo amato come due adolescenti alle prese con il primo amore e non abbiamo amato come due trentenni già stanchi della vita. Noi abbiamo amato interiorizzando davvero il significato di amore. E ogni sentimento, e ogni emozione, sembra quasi nulla in confronto a ciò che tu hai dato a me ed io ho dato a te. Vedo senza aver occhi, non ho lingua eppure grido; desidero la morte e invoco aiuto; e odio me stesso, e amo altri da me. Da quando ci sei tu, non esisto più io Mi hai tolto me stessa. Hai preso tutti i pezzi del mio puzzle: Babbo Natale è arrivato anche per te. Ti ho regalato un puzzle che spero tu ancora custodisca preziosamente. Era esattamente ciò che volevi, ricordi? Mi hai chiesto di lasciarmi andare, mi hai chiesto di mostrarti quei lati di me che celo a chiunque. L’ho fatto: te li ho donati come si fa con i Baci Perugina nel giorno di San Valentino, e come si fa con le rose nel giorno della Laurea. Tu sei il mio San Valentino e sei la mia Laurea. Sei il mio più grande amore e la mia più grande soddisfazione. O forse no: tu sei tu. E da quando ci sei tu, […]

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Voli Pindarici

Analisi di una lastra di ghiaccio: l’arte delle persone fredde

«Niente è più brutto di una parola d’amore pronunciata freddamente da una bocca annoiata». Diceva, a tempo debito, il nostro caro Naguib Mahfouz. Oggi, cari lettori, ci siamo muniti di lente di ingrandimento per scovare i segreti più oscuri delle… persone fredde. Fredde come il ghiaccio. Vi sentite forse chiamati in causa? Meglio, quest’articolo vi insegnerà qualcosa. Non vi sentite chiamati in causa, ma capite di cosa sto parlando? Non capite neanche di cosa sto parlando? Ma suvvia, è impossibile. A meno che voi non viviate su Marte, in quel caso… le persone non possono che essere di fuoco. (capito la battuta?). Quanto è difficile rompere il ghiaccio? Il prototipo della persona fredda è piuttosto interessante da analizzare: no, no, non la lente di ingrandimento in quella direzione, nell’altra! Che significa che dall’altra parte non vedete alcunché? È ovvio! C’è una lastra di ghiaccio: che vi aspettavate di vedere? Mi scuso con i signori lettori per le continue interruzioni: ho assunto un’equipe di assistenti per la mia impresa (psicologica, si intende) di analisi delle lastre di ghiaccio. Forse avrei dovuto selezionare i candidati più rigorosamente: ma, del resto, si commettono errori. Considerate chi mi ha lasciato una penna in mano e mi ha permesso di comporre questo articolo: malo, malo! Dicevo, il prototipo della persona fredda è piuttosto interessante da analizzare: interessante quanto difficile. Mentre stilare un profilo psicologico di una persona che esterna i propri sentimenti è abbastanza facile, ma pensate di farlo di qualcuno che non lascia intravedere un minimo di ciò che pensa, lì è davvero diventa un’impresa quasi impossibile! Pensate ad una persona solare e socievole: beh, quando è a proprio agio il suo carattere verrà fuori e brillerà in tutta la sua magniloquenza e magnificenza; ma quando è in una situazione di imbarazzo o di disagio assumerà, ovviamente, un comportamento diverso. Bene. Ora pensate ad una persona che è sempre uguale. Statica, una roccia, stesso viso, stessa espressione. Riuscireste a capire in quali situazioni sta meglio, quali circostanze preferisce, quali compagnie ama? Non penso. (E se ci riuscite, signori lettori, vi consiglio di intraprendere una carriera in Psicologia: siete davvero bravi). Ecco perché abbiamo bisogno di un’analisi specifica. Il laboratorio è sulla destra: vi prego di entrare con me.   L’arte delle persone fredde Osservando attentamente il prototipo in questione, ci siamo resi conto che: Se la persona fredda sta bene con voi, non ve lo dirà. Se la persona fredda vi vuole bene, non ve lo dirà. Se la persona fredda vi ama, non ve lo dirà. Che dire? Le parole non sono l’arte della persona fredda. Ma, allora, qual è? Probabilmente, i gesti. Ciò che qualcuno non vi esprime attraverso le parole, vi dimostrerà attraverso i gesti. State attenti a ciò che le persone fredde fanno: anche un abbraccio può significare davvero molto. Il nostro piccolo ghiacciolo Tuttavia, in questa eterna lotta fra un tipo psicologico e l’altro, nel tentativo perseverato dall’uno di prevalicare sull’altro, io rivolgo un appello alle persone fredde: perché […]

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Voli Pindarici

Sale a mare. Desiderio per una stella cadente

Mi sveglio con uno strano sapore in bocca come di sangue misto a sale… Penso di aver bevuto dell’acqua salata. Non capisco dove mi trovo, ho solo tanto freddo ed ho i vestiti fradici. Sono nella penombra e sento uno strano odore che punge nel naso… benzina! No: nafta misto a orina, ecco cos’è. Faccio forza sui gomiti e da sdraiato riesco a sedermi. Mi fa male la faccia, ho pochi ricordi, ma è da quelli che devo ripartire. Dalla spiaggia alla barca, un attimo e colpisco la sponda di resina, un piede in fallo, forse un sasso e sono caduto in avanti, ma con le ultime forze sono risalito, pensando al saluto di mio padre, alle lacrime di mia madre. Sento qualcuno che piange, c’è chi invece ha il sopraffiato di chi trema, e c’è anche chi prega. Siamo in tanti, troppi per poco spazio. Qualche bambino strilla perché ha fame. Acqua, tanta acqua, riesco finalmente a mettere a fuoco. Il rumore di fondo che pian piano si sostituisce al ronzio nella mia testa è quello delle onde contro lo scafo. Chi sono persone attorno a me? Hanno gli sguardi pieni di sale soffiato dal vento che si alza dal mare. Segnati da lacrime amare, i loro occhi guardano ovunque ma non si cercano per non dover scrutare la paura nell’altro. Faccio lo stesso, forse più per vergogna. Capisco che non c’è nessuna nuvola sopra di noi, capisco ch’è notte, perché vedo tante stelle brillare. È pericoloso muoverci perché l’imbarcazione sembra essere in equilibrio precario. Ci muoviamo piano, riesco a ricordare il giorno in cui tutto è iniziato, il deserto, le città dove bisognava arrangiarsi, dove un pezzo di pane era una grande risorsa. È passato qualche anno e di molti miei amici non ho saputo più nulla e, purtroppo, di molti ho solo saputo che non potrò mai più rivederli. Ora mi ritrovo qui, con il motore spento perché non vuol mettersi nessuno al timone. Mi dissero che l’Italia sarebbe stata la nostra meta. Penso che arrivato a terra non dovrò fermarmi lì. Voglio raggiungere mio fratello in Francia. Ricordo la sua ultima lettera dove diceva di star male perché seppur circondato da fratelli era da solo contro il mondo. In questo mare una mia lacrima aggiunge sale al sale, perché una stella cadente mi dà speranza… Le lascio una preghiera. Vorrei arrivare vivo perché non sono pronto per essere pasto di questo mare. Vorrei che nessuno più come me debba bruciare le frontiere perché vorrei che non esistessero più i confini… … in fondo siamo tutti fratelli della stessa Terra…

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