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Eroica Fenice

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Recensioni

Le Baccanti, Andrea De Rosa rilegge in chiave rock Euripide

Gemiti. Danze. Sospiri primordiali di donne. Urla di dolore, rabbia e piacere si mescono in una sola onda sonora che accompagna i loro movimenti ferini. Erano di Tebe, ora appartengo a Dionisio. Erano donne, ora sono baccanti. Si apre così Le Baccanti, originale rilettura di una delle più note tragedie del greco Euripide, andata in scena ieri al Teatro Mercadante di Napoli.  Andrea De Rosa, regista e curatore dell’adattamento dell’opera, dopo la Fedra, Le Troiane e l’Agamennone, decide di mettere in scena un testo terribilmente complesso e ricco di contraddizioni e stridule dissonanze. E sceglie di farlo in chiave moderna, rivestendo Dioniso (Federica Rossellini), figlio di Zeus abbandonato dal padre tra i mortali, di una patina rock. Lo rende, se possibile, ancora più crudele e ingiusto. La sua vittima e interlocutore principale, il re di Tebe Penteo (Lino Musella), si presenta nelle fasi iniziali della piéce seduto su una poltroncina rossa, che dà le spalle al pubblico. Non curante dell’indovino Tiresia (Marco Cavicchioli) e del saggio nonno Cadmo (Ruggero Dondi) con presunzione continua a diffidare della sua divinità, motivazione per il quale Dioniso aveva punito il regno trasformando in baccanti tutte le donne – tra cui anche la madre Agave (Cristina Donadio). Questo scontro dialettico nasconde tra le righe un vasto ventaglio di possibilità interpretative. I due, infatti, si fanno portatori di significanti e significati antitetici. Dionisio – interpretato non a caso da una donna – può rappresentare sia la religiosità, il cui non rispetto porta caos e distruzione – sia la forza vitale della terra, alle cui radici, però, non siamo più degni di tornare. Dio è morto ma non è mai stato così vivo. Ne paga le spese Penteo, deriso, umiliato e infinite ucciso proprio da colei che lo aveva generato.  Andrea De Rosa, tra Nietzsche ed Euripide Tutte ne “Le Baccanti” di Andrea De Rosa ha funzionato alla perfezione. La scenografia di Simone Mannino e soprattutto l’originale comparto sonoro di G.U.P. Alcaro e Davide Tomat hanno enfatizzato il pathos e scandito con vigore i tempi narrativi. Per quanto concerne gli attori, il registra napoletano è andato sul sicuro con interpreti d’esperienza e consolidato talento quali Lino Musella, Cristina Donadio, Ruggero Dondi e Marco Cavicchioli. Sorpresa – ma non per gli addetti ai lavori – è stata la giovane Federica Rossellino, novella vincitrice dell’IMAE Talent Award,  che ha vestito gli androgini panni divini con eccezionale carisma. Dopo l’enorme successo Al Teatro Grande di Pompei, con conseguente sold out anche per il debutto di ieri al Teatro Mercadante di Napoli, Le Baccanti di Andrea De Rosa hanno stregato anche la platea napoletana, lasciando nei presenti un forte quanto amaro senso di inquietudine. Al nichilismo e l’olocausto emozionale di una vita privata di un Dio in senso nietzschiano, la risposta si può celare nella accettazione della nostra inadeguatezza, del nostro essere alla stregua di pupazzi gettati del caos. Ma una certezza a cui aggrapparci rimane. Non ci sono solo il vino, la danza, la musica e il sesso a poterci alleviare il dolore, non […]

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Libri

Al PAN, con Angelo Mascolo La primavera cade a novembre

Nel pomeriggio di mercoledì 22 novembre 2017, al PAN, il Palazzo delle Arti di Napoli, si è tenuta la prima presentazione del libro giallo La primavera cade a novembre di Angelo Mascolo, edito da Homo Scrivens, nella collana Dieci. Laureato in Archeologia, Angelo Mascolo si classifica secondo, con questo romanzo, all’edizione del 2016 del premio letterario “La Giara” e collabora oggi con “Il Mattino” di Napoli. Nel corso dell’evento, sono intervenuti Aldo Putignano, editore e coordinatore di Homo Scrivens, Lorenzo Marone, già autore di “La tentazione di essere felici” e dell’ultimo “Magari domani resto” e Francesco Pinto, direttore di produzione Rai, mentre ha letto alcuni passi tratti dal libro l’attore Massimiliano Gallo, famoso per il suo ruolo ne “La parrucchiera”. Il romanzo d’esordio di Angelo Mascolo: La primavera cade a novembre Siamo nella Castellammare di Stabia del 1947, poco prima di un incontro, il pugile Michele Strazzullo viene trovato senza vita nel suo appartamento. Sulla scena di una Castellammare povera e devastata, conduce l’indagine il commissario Vito Annone. “È nata prima la cornice e poi il quadro”, rivela Angelo Mascolo sulla genesi del libro: personaggio vivente è anche la città di Castellammare, perfettamente contestualizzata in un periodo storico collocato tra due fuochi, di cui poco si parla, ma in cui tanto è successo. Protagonista della storia de La primavera cade a novembre non è soltanto il commissario, ma anche e soprattutto Vito Annone uomo, un uomo tra i tanti di una città grande che vive nei suoi stessi drammi, un uomo che soffre di un dolore che non sa dire, che non sa comunicare e che acquista un peso maggiore se collegato al tempo in cui vive: l’impossibilità di dare un figlio a sua moglie, Teresa, che lascia nel romanzo le impronte dei suoi silenzi distinti. Personaggio femminile, questo, che Pinto ritiene determinante insieme alla madre del commissario (“L’una, Teresa, è una donna che non può amare, l’altra, la mamma, è una donna che non sa amare”, dice a proposito di questa potente coppia di donne). La cornice che Mascolo ha costruito parla la sua lingua e si fa capire, mentre dai personaggi si leva una voce che esige di raccontare una storia che non può essere lasciata in sospeso. Tradizione della collana “Dieci” (così detta perché pubblica soltanto dieci romanzi l’anno) è che la prima delle copie stampate vada consegnata proprio all’autore durante la prima presentazione. Emozione unica sarà stata quella del giovane scrittore nel toccare con mano il frutto del suo lavoro e della sua passione. La realizzazione di un sogno che non cancella l’umiltà che gli va riconosciuta, come si nota nell’aneddoto che egli stesso ha raccontato durante la presentazione: è rimasto sorpreso dal riscontro positivo del suo lavoro, al punto da aver pensato ad uno scherzo quando fu contattato per la prima volta dall’ufficio di Francesco Pinto. Seguirà un’altra presentazione, questa volta a Roma, nella quale interverranno, oltre ai già presenti Putignano e Pinto, anche l’ormai famoso giallista partenopeo Maurizio De Giovanni, che di Mascolo scrive […]

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Attualità

La nuova sede EMA è ad Amsterdam, che batte Milano

A causa dell’uscita del Regno Unito dall’UE le istituzioni europee con sede a Londra dovranno lasciare il paese. Ora è toccato a EBA, Autorità bancaria europea, ed EMA, Agenzia europea per i medicinali. Le favorite erano rispettivamente Francoforte e Bratislava, eliminate però al primo turno delle votazioni. Queste si sono concluse con un sorteggio che ha premiato Parigi su Dublino e Amsterdam su Milano. Nuova sede EMA: la votazione L’Agenzia europea per i medicinali ha il compito di vigilare su tutto il mercato europeo dei farmaci, ha 900 dipendenti circa, fondi per 300 milioni di euro ed un indotto da un miliardo e 700 milioni di euro. La votazione per individuare la nuova sede dell’EMA si è svolta in tre turni a scrutinio segreto. Al primo turno ogni paese aveva a disposizione sei voti: lo hanno superato Milano (25 voti), Amsterdam e Copenaghen (parità con 20 voti). Al secondo turno un voto per paese: 12 per Milano, 9 per Amsterdam e 5 per Copenaghen. Ventisei voti su ventisette Stati: astenuta probabilmente la Slovacchia, per l’esclusione di Bratislava. Il terzo turno si è concluso con Amsterdam e Milano in parità con tredici voti. Si è passati così all’estrazione a sorte, che ha determinato l’assegnazione ad Amsterdam: da ricordare che in precedenza sia Italia che Paesi Bassi avevano criticato l’adozione di questo metodo. La modalità di scelta è stata volutamente opaca, con la scelta della votazione segreta. Scegliere la sede di un’agenzia europea non è una questione di coscienza, è una scelta che riguarda tutti i paesi membri. Nessuno di essi ha però il coraggio di rivendicare la propria politica, trincerato dietro lo scrutinio segreto. Lo scopo della votazione teoricamente era di trovare la miglior sede possibile: le candidature erano basate su solidi dossier di dati. La scelta finale non è però dovuta a criteri oggettivi ma ad un intreccio di giochi politici e casualità. Cercando di ricostruire le scelte dietro la votazione si desume che probabilmente la Slovacchia si è astenuta, mentre Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari Europei, ha ringraziato Cipro, Grecia, Malta e Romania per il loro supporto. Ignoti gli altri votanti: secondo alcune ipotesi Francia, Germania e Spagna supportavano la candidatura di Amsterdam, mentre Svezia e paesi dell’est (tra cui la Croazia) sostenevano quella di Milano. L’Italia ha dimostrato di poter portare avanti la candidatura di una sua città, nemmeno capitale, in grado però di fronteggiare quelle europee. Ma, come ha commentato Gozi stesso, “sulla monetina non c’è influenza politica che tenga”, nonostante i buoni risultati di Milano, sia nella verifica dei requisiti che nelle votazioni. Francesco Di Nucci

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Attualità

Attualità

Arriva il Monopoly Napoli, interamente dedicato alla città

Il Monopoly Napoli, il gioco di società più famoso al mondo, onorerà Napoli con un edizione speciale, interamente dedicata al capoluogo Campano. La versione Napoletana dell’inimitabile gioco da tavolo, verrà presentata ufficialmente il 10 novembre e stando alle anticipazioni, il tabellone, le singole caselle e le modalità di gioco saranno elaborate in modo da ritrarre i luoghi e i costumi tipici della Città Partenopea. Il Monopoly, fa la sua comparsa all’inizio del XX secolo quando fu inventato da Elizabeth Magie, la versione originale fu poi modificata da Charles Darrow ed il gioco venne lanciato nel mercato nel 1935 dalla società Parker Brothers, oggi di proprietà della Hasbro. Da allora il famoso gioco da tavolo ha fatto tantissima strada, evolvendosi e conquistando milioni di persone. Nel corso degli anni il Monopoly è stato più volte reinventato così da poterlo adattare alle nuove tendenze ed alle aspettative delle nuove generazioni. I giocatori del Monopoly hanno come obiettivo quello di prevalere sui propri avversari, ottenendo così il “monopolio del gioco”. In estrema sintesi, il gioco finisce quando un partecipante riesce ad eliminare tutti gli altri, concentrando nelle proprie mani tutte le risorse disponibili. Accanto alla versione classica, oggi la Hasbro, propone il gioco in un numero sempre crescente di accattivanti versioni speciali. Tra queste, a titolo meramente esemplificativo possiamo citare il Monopoly Disney e quello Disney villans, il Monopoly Star wars, Il monopoly città di Italia, Il monopoly Game of thrones e così via. Le versioni sono tantissime ed è impossibile non trovarne una capace di suscitare il nostro interesse. Un Monopoly Napoli dedicato alla città Partenopea Napoli sarà la prima città italiana a cui sarà interamente dedicata una versione del gioco, e quindi i cittadini partenopei saranno i prima ad avere la possibilità di giocare una partita di monopoly interamente ambientata nella propria città. Possiamo affermare che la scelta della Hasbro  è sicuramente un grandissimo onore nonché segno della crescente importanza che la città Campana sta acquisendo non solo a livello nazionale ma anche e soprattutto mondiale. Per il lancio del Monoply Napoli sono state organizzate diverse iniziative, in particolare il gioco sarà presentato ufficialmente venerdì 10 novembre  alle ore 10,30 al comune di Napoli presso la sala Giunta di Palazzo San giacomo. Infine il 12 novembre alle ore 10 sarà organizzato presso Piazza Vittoria un apposito evento dove i partecipanti potranno finalmente giocare, o forse sarebbe meglio dire «jucà», al Monopoly Napoletano.

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Attualità

Atto vandalico a Napoli, sfregiati i murales di Totò e Troisi.

L’atto vandalico che la scorsa notte ha colpito Napoli potrebbe essere bollato come uno dei tanti episodi di degrado che colpiscono continuamente la città. Ma in questo caso non ci si può ridurre ad una semplice etichetta, se il bersaglio di tale atto sono due figure emblematiche della cultura napoletana: Totò e Massimo Troisi. Sinossi dell’accaduto Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre i murales della stazione di Piazza Garibaldi , dedicati a Totò ed opera di Orticanoodles  e quelli della stazione di San Giorgio a Cremano dedicato a Massimo Troisi e Alighiero Noschese del duo “Rosk&Loste” sono stati il bersaglio di un vero e proprio raid simultaneo, che ha deturpato i volti degli artisti omaggiati con delle verniciate. I murales erano stati commissionati dall’ EAV, l’Ente Autonomo Volturno, e inaugurati il 3 ottobre. Il tempo di durare tre settimane per poi essere rovinati, distrutti e offesi da questo atto vigliacco e gratuito. Il presidente dell’EAV, Umberto De Gregorio, alla luce di quanto successo, ha definito la lotta al vandalismo come una vera e propria “guerra”. Ha poi lanciato un  appello ai cittadini: «Chiediamo a tutti i cittadini di aiutarci nella lotta al vandalismo e al nichilismo. Chiunque abbia notizie su questi incappucciati che si sono introdotti di notte nelle nostre stazioni […] può aiutarci a capire o rivolgersi alle forze dell’ordine. Le nostre telecamere li hanno ripresi, ci serve una mano per identificarli». L’ennesimo atto vandalico e l’ennesima (infruttuosa) indignazione L’atto vandalico non ha mancato di scatenare l’indignazione, tanto sul web quanto nella realtà, del popolo napoletano. Indignazione giusta e necessaria, ma non sufficiente per mettere a tacere per sempre gli autori di questo gesto scellerato e gratuito. Un gesto i cui autori danno un significato preciso: quello di tenere la città di Napoli in uno stato di degrado, negandole ogni possibilità di riscatto. Per questa “gente” Napoli deve continuare ad apparire, agli occhi esterni, come l’emblema del disordine, dell’anarchia e dello squallore. Non servono i controlli, non servono le campagne di sensibilizzazione e neanche l’educazione all’arte, alla cultura, alla storia e a quello che è “bello”. Serve il pugno di ferro contro chi, nonostante i divieti, continua a mostrare insofferenza verso l’educazione e il vivere civile.  

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Attualità

Il mistero della Camera d’ambra: un tesoro ritrovato ?

La Camera d’ambra costituisce uno dei più intriganti misteri della seconda guerra mondiale. Era il tesoro più prezioso dello zar e per la sua bellezza fu definita l’ottava meraviglia del mondo. Da pochi giorni un trio di cacciatori di tesori ha informato le autorità di aver scoperto il suo nascondiglio… o quasi. I tre uomini sono certi di aver individuato il posto in cui l’Eldorado europeo dovrebbe essere nascosta. Si tratta di una scoperta che potrebbe riportare alla luce un tesoro del valore di milioni di dollari oltre che una delle più vistose e ricche opere dell’arte barocca. Breve storia della Camera d’ambra: il tesoro della Russia La camera d’ambra si trovava nel palazzo di  Caterina a Carskoe Selo, un complesso di residenze della famiglia imperiale russa a ventisei chilometri da San Pietroburgo. Era una stanza rivestita  da centosette pannelli di ambra. Proprio la presenza di questa resina la rendeva il tesoro più prezioso della Russia, inequivocabile simbolo del potere dell’impero e dello zar. Durante l’assedio fascista a Leningrado – l’attuale San Pietroburgo – la residenza fu trafugata e la camera d’ambra fu portata via. Come? Correva l’anno 1943: l’Armata russa passò alla controffensiva. In questa circostanza la camera fu smantellata e impacchettata in ventisette casse d’acciaio. Le casse furono trasportate nel palazzo di Königsberg – l’attuale Kaliningrad – capoluogo dell’exclave russa. Da questo momento non ci sono più notizie.  Centomila pezzi di resina del Mare del Nord dal peso maggiore di sei tonnellate. La Camera d’ambra era un regalo del re di Prussia Federico Guglielmo I all’alleato Pietro il Grande, zar di Russia. Fu concepita per il castello di Charlottemburg a Berlino – che allora si trovava in Prussia – dall’architetto Andrea Schluter e fu cesellata dal danese Gottfried Wolffram in sette anni di lavoro. In capolavoro d’arte barocca fu poi donato nel 1716 e fu per anni il più grande tesoro dei Romanov. Più di cinquecento candele illuminavano la camera tanto da sembrare che avesse imprigionato il sole. È per questo che fu soprannominata ottava meraviglia del mondo. Si stima che il suo valore attuale vada da 170 a 300 milioni di euro. Dove è finita la Camera d’ambra? Secondo le teorie più affermate la camera sarebbe stata distrutta dall’artiglieria russa durante il bombardamento di Königsberg nel 1945. Non sono della stessa idea Gunter Eckard, medico sessantasettenne, Peter Lohr, esperto di georadar, e Leonhard Blume, omeopata settantatreenne. Sono questi i nomi dei cacciatori di tesori secondo cui il nascondiglio si troverebbe nei cunicoli della Sassonia, al confine con la Repubblica Ceca e la Polonia, tra Lipsia e Dresda. I tre cacciatori hanno trovato le corde d’acciaio con cui erano state issate le casse e, con l’aiuto di potenti georadar, avrebbero individuato un bunker tra le gallerie, circondato da trappole esplosive. Secondo le notizie raccolte dai tre esploratori, nell’aprile del 1945 si fermò in questi cunicoli un treno proveniente da Königsberg. Dopo aver informato le autorità di questa potenziale scoperta il prossimo step è raccogliere i fondi necessari per proseguire l’impresa. […]

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Attualità

Quella volta che: storie di abusi e violenze raccontate sui social – Parte 1

“Quella volta che” è il titolo di una campagna lanciata su Twitter dalla scrittrice e blogger Giulia Blasi, volto ad incentivare le donne vittime di abusi a raccontare le proprie esperienze senza vergogna né timore. “Questo è il momento di parlare, non di minimizzare” ha scritto in un post Asia Argento che, recentemente, ha confessato di essere stata molestata e ricattata più volte, in ambito lavorativo. Proprio dall’esperienza dell’attrice, una delle tante vittime di abusi consumati nel mondo dello spettacolo (vedi il dibattuto caso Weinstein), prende le mosse quest’iniziativa rivolta a chiunque volesse lasciare una testimonianza per far conoscere la propria storia, confrontarsi, sostenersi a vicenda, lanciare un messaggio, cercare conforto o anche solo per sfogo. Inserendo nel post l’hashtag #quellavoltache su Twitter, Instagram e Facebook, o consultando siti web appostiti come Narrazioni differenti e scrivendo al relativo indirizzo e-mail, è possibile tracciare la propria storia ed esprimere o anche solo condividere il dolore, molto spesso indelebile, che da tempo alberga nel cuore di troppe donne. Alcune delle denunce di abusi emerse attraverso l’hashtag #quellavoltache “#Quellavoltache ho detto di no al ragazzo con cui mi stavo frequentando e ha cominciato a cercare di aprirmi le gambe a forza, lasciandomi i lividi nell’interno coscia”. O “#quellavoltache sul bus chiesi ‘cosa sta facendo?’ ad un uomo che mi stava toccando e lui riuscì a far passare me per quella che vede molestie ovunque”; “#quellavoltache ho superato un esame universitario, solo quando il prof che mi invitava insistentemente ad andare a trovarlo nel suo ufficio privato di sera, non era presente all’appello”; “#quellavoltache mio cugino, più grande di me di una decina di anni, mi porta in camera sua e, al buio, mi tocca in mezzo alle gambe”; “#quellavoltache avendo rifiutato svariati inviti di un superiore ad “andare al parco insieme” le ripercussioni sul lavoro furono notevoli”; “#quellavoltache a 19 anni, mentre tornavo dall’università con due amiche, ci fermarono 2 giovani carabinieri, ci controllarono i documenti e cercarono di estorcerci i numeri del cellulare con velate minacce”; “#quellavoltache il ragazzo con cui mi stavo frequentando mi ha fatta ubriacare e, quando non ero in grado di reagire fisicamente (ma ero comunque mentalmente presente), mi ha violentata, e quando ho scoperto, tramite terzi, che era sieropositivo sono andata a fare i test”; “#quellavoltache durante un’occupazione, un ragazzo ha cominciato a insistere perché facessimo del sesso e, quando mi sono negata, mi ha detto ‘allora ti piace essere violentata’”; “#quellavolta che, ormai adulta e mamma, il capo dell’ufficio dove lavoravo da poco, mi aveva ‘appoggiato’ il suo bacino al mio lato b mentre ero in piedi a parlare con un cliente, dietro al bancone della reception, e una collega mi catechizzò: ‘tieniti queste smancerie, ti valgono 500/600 euro di mancia sullo stipendio’… io mi sono licenziata e l’ho denunciato“; “#quellavoltache di anni ne avrò avuti 18, aspettavo il pullman per andare a scuola, di mattina, ad una fermata piena di gente. Avevo delle calze a righe nere e fucsia, mi piacevano un sacco. Un signore […]

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Cinema & Serie tv

Cinema & Serie tv

Il domani tra di noi: un destino drammatico ma passionale

Il domani tra di noi ci proietta in un luogo montano impervio, desertico e ghiacciato dove puoi sopravvivere tre settimane senza cibo, tre giorni senza acqua e tre giorni senza un riparo. Il film liberamente basato su un adattamento cinematografico del romanzo “The Mountain Between Us” (2011), ottava opera letteraria dello scrittore statunitense Charles Martin. Nel 2012 fu proposta al regista Gerardo Naranjo, su una sceneggiatura scritta da Chris Weitz e J. Mills Goodloe, ma un inatteso stop dalla 20th Century Fox fa slittare di due anni il progetto affidando in circostanze imprevedibili la regia al palestinese Hany Abu-Assad, che vede realizzare il progetto tre anni dopo (2017). Il domani tra di noi di H. Abu-Assad ci racconta come due persone di sesso opposto e con situazioni di vita diverse, dopo un tragico incidente aereo, si ritrovano catapultati in una realtà impervia dove le probabilità di salvezza sono ridotte al minimo. Entrambi in condizioni fisiche precarie devono aiutarsi vicendevolmente, lottando contro un mondo ostile dove la sopravvivenza e le speranze di salvezza trovano l’unica forza nell’amore. «Non abbiamo altro che me e te» – tratto dal film. Tutto ha inizio nell’aeroporto della capitale dell’Idaho, dove vengono cancellati i voli diretti a New York dopo l’annuncio di un’imminente tempesta e due passeggeri, Ashley Knox (Kate Winslet, premio Oscar), una fotoreporter/giornalista, e Ben Payne (Idris Elba), un medico di ritorno da una conferenza, sono in attesa di imbarcarsi sull’ultimo volo. Di comune accordo i due decidono di noleggiare un piccolo aereo da turismo privato pur di giungere a destinazione nei tempi stabiliti, poiché la prima deve sposarsi mentre Ben deve eseguire un’operazione chirurgica e riappacificarsi con sua moglie. Entrambi si ritrovano in volo con il pilota ed un cane sul piccolo aereo, ma durante il sorvolo dei monti Uinta, nello stato dello Utah, il pilota accusa un grave malore e l’aereo precipita tra le montagne. Ashley, Ben e il cane, nonostante i gravi traumi subiti, si salvano mentre il pilota muore, entrambi i sopravvissuti si rendono conto di essere rimasti intrappolati in una zona innevata ed irraggiungibile ed hanno pochissime possibilità che qualcuno possa trovarli e soccorrerli, per cui nonostante le precarie condizioni fisiche si avventurano a piedi combattendo la natura ostile e gli animali predatori. Ashley e Ben perduti tra i ricordi delle loro vite, imparano a sopravvivere unendo le poche forze rimaste e imparando a fidarsi l’uno dell’altro. H. Abu-Assad (autore di Paradise Now e Omar), nel corso della lavorazione del film, per concedere maggiore realismo scenico ha preferito evitare l’utilizzo di effetti speciali e del green screen sul set, lavorando a diretto contatto con la natura selvaggia a circa tremila metri d’altitudine, dove si sono registrati picchi di temperature a – 38 gradi sottozero. Da annoverare la richiesta della meravigliosa star hollywoodiana Winslet, di rifiutare controfigure in alcune scene considerate maggiormente rischiose come quella riguardante la caduta nell’acqua ghiacciata ripetuta ben 7 volte, riproponendosi in contesti analoghi al pluripremiato Titanic. Per il regista è stato importante non tralasciare l’aspetto […]

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Cinema & Serie tv

Il libro di Henry, l’ultimo (quasi) riuscito lavoro di Colin Trevorrow

In uscita al cinema il 23 novembre, Il libro di Henry è un film nel quale il regista Colin Trevorrow ha deciso di unire i generi drammatico e thriller ottenendo un prodotto non del tutto convincente perché il risultato finale è alquanto confuso. Susan Carpenter (Naomi Watts) è una madre single che si occupa dei suoi due figli: l’undicenne Henry (Jaeden Lieberher) e il piccolo Peter (Jacob Tremblay). Mentre quest’ultimo è un bambino tenero – normale se paragonato al fratello maggiore -, Henry è dotato di un cervello geniale e di una maturità fuori dal comune. È lui, infatti, “l’uomo di casa” che si occupa di tenere in ordine i conti, di consigliare la madre sostituendosi spesso a lei come l’adulto responsabile tra i due, di aiutare e difendere Peter prendendosene sempre e pazientemente cura difendendolo dai bulletti che a scuola si approfittano di lui perché indifeso. D’altronde Henry è fortemente convinto che, di fronte a qualsiasi ingiustizia, non si debba rimanere indifferenti ma sia doveroso per chiunque agire. Per questo motivo escogiterà un piano minuzioso, perfetto nei minimi particolari, per aiutare la coetanea e vicina di casa Christina Sikleman (Maddie Ziegler) a liberarsi una volta per tutte del patrigno Glenn (Dean Norris) che abusa di lei e che nessuno crede capace di un simile crimine perché è un poliziotto. La vita, però, ha in serbo ben altro per il giovane Henry e sarà dalla scoperta di un mostro di diversa natura e impossibile da sconfiggere che, a doversi occupare di Christina, sarà proprio una distrutta ma determinata Susan che seguirà tutte le istruzioni annotate per lei dal figlio nel libro che le ha lasciato. Il libro di Henry : quando il troppo stroppia Malgrado le buone intenzioni di Trevorrow (sua è la regia di Safety Not Guaranteed del 2012 e Jurassic World del 2015), Il libro di Henry non è stato accolto positivamente dalla critica. In effetti, nonostante un cast di tutto rispetto che ha impreziosito la pellicola con delle interpretazioni notevoli sia da parte degli attori più grandi che dei più piccoli, lo spettatore si perde tra i momenti drammatici prima e quelli di suspense propri del thriller poi. La narrazione sembra non seguire un vero e proprio filo logico proseguendo a “saltarello” e, di conseguenza, anche le emozioni suscitate dalle scene più importanti sono discontinue, scoordinate e subito sostituite dalle successive. Questa confusione è stata data dall’aver voluto esagerare aggiungendo fin troppi elementi diversi tra loro a una trama che, se fosse stata meno elaborata e ambiziosa o quantomeno coerente dall’inizio alla fine, sarebbe stata impeccabile e avrebbe fatto de Il libro di Henry un film pienamente riuscito.

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La signora dello zoo di Varsavia con Jessica Chastain

Basato sul libro dell’autrice americana Diane Ackerman (The Zookeeper’s Wife: A War Story – 2007), La signora dello zoo di Varsavia è in programmazione nelle sale italiane dal 16 novembre. Siamo a Varsavia nell’estate del 1939 e la notizia di un’imminente invasione da parte della Germania nazista guidata da Hitler è ormai sulla bocca di buona parte della popolazione polacca. Questa voce raggiunge anche i coniugi Żabiński, il dottor Jan (Johan Heldenbergh) e sua moglie Antonina (Jessica Chastain) che gestiscono lo zoo della loro città con grande dedizione prendendosi cura di tutti gli animali che ospita. Tuttavia, in seguito ai bombardamenti e all’occupazione nazista, la coppia è costretta a obbedire al capo zoologo nominato dal Reich, Herr Lutz Heck (Daniel Brühl), il quale inizia col prelevare le specie più rare per trasferirle a Berlino con il pretesto che lì saranno al sicuro e, una volta entrato nell’esercito tedesco, tornerà insieme ai soldati che ne prenderanno possesso. Non potendo più far niente per salvare i loro amati animali, Antonina e Jan, coscienti di quanto sta accadendo ai loro connazionali di religione ebraica, trasformano lo zoo in un rifugio segreto nel quale nascondere più persone possibili nella speranza di aiutarle a far lasciare loro il Paese salvandole così dal crudele destino che le attenderebbe se vi rimanessero. La signora dello zoo di Varsavia, la storia vera di un’eroina comune Se l’autrice Diane Ackerman ha riportato alla luce la storia di Antonina Żabińska scrivendo un libro su quanto fece più di sessant’anni fa – ciò è stato possibile grazie alle informazioni contenute nel suo diario e grazie anche a un’accurata ricerca tra le varie fonti storiche su questo particolare e, fortunatamente, non isolato episodio – la regista neozelandese Niki Caro ha adempiuto al non facile compito di dirigere il film tratto dal romanzo. A completare questo quartetto di donne speciali, si è aggiunta l’attrice Jessica Chastain che della Żabińska ha vestito i panni contribuendo così a rafforzare l’incredibilità della persona divenuta personaggio. La sua brillante interpretazione, così come quella dei colleghi Heldenbergh e Heck, è di quelle che lasciano senza fiato tanto – per usare un’espressione tipica dell’ambiente cinematografico – “buchi lo schermo” arrivando a far sentire partecipe lo spettatore del suo sentire: del dolore che prova prima per la perdita dei suoi animali che tratta come delle persone a lei care e poi per delle persone che non conosce ma che cerca disperatamente di salvare dal fare la fine di animali mandati al macello. La signora dello zoo di Varsavia è un film drammatico la cui drammaticità è acuita dall’essere tratto da una storia vera, quella di una donna comune che ha fatto del suo coraggio e della sua compassione un esempio di umanità rara in un periodo durante il quale proprio il termine “umanità” è rimasto sconosciuto a tanti, troppi che sono diventati ciechi, sordi e muti di fronte agli orrori che sono stati impunemente perpetrati durante i sei lunghi anni della Seconda Guerra Mondiale.

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Cinema & Serie tv

The Broken Key: un ecosistema senza carta

The Broken Key, dopo Il Codice Da Vinci un nuovo mistero italiano, un antico segreto nascosto in un papiro! Il nuovo thriller fantascientifico prodotto in Italia, scritto e diretto da Louis Nero, ci proietta in un distopico futuro eco-sostenibile in cui l’utilizzo della carta stampata diviene un reato penalmente perseguibile. L. Nero, dopo “Golem” (2003) e “Il mistero di Dante” (2014), nel suo nuovo film ritorna tra i segreti italiani tracciando le linee di un ipotetico e imminente futuro ambientato quasi interamente nella città di Torino, da sempre legata al mistero, in cui domina la Zimurgh Corporation, una mega corporazione mondiale denominata “Grande Z”, un grande fratello che controlla le società mondiali che vieta drasticamente l’utilizzo della carta. L’opera cinematografica, di genere thriller fantascientifico, intrisa di esoterismo e sacrifici umani, mette in evidenza un’antica simbologia templare legata a una chiave spezzata pronta a essere ricomposta. “Sette omicidi, sette peccati capitali. L’uomo è pronto per ricomporre la chiave”  The Broken Key è ambientato nell’anno 2033, in un futuro in cui la libertà del pensiero umano viene controllata dalla Grande Z, la Zimurgh Corporation. La carta è divenuta un bene raro e prezioso e ogni uso improprio è perseguibile come crimine, le biblioteche sono luoghi blindati, per cui è stata imposta alla società mondiale la legge di Schuster. L’eco-sostenibilità diviene quindi un obbligo da rispettare. Le notizie e la cultura scorrono solo attraverso tablet e smartphone. Sullo sfondo di questa nuova visione di un mondo immaginabile e anche probabile, Arthur J. Adams (Andrea Hirai e Marco Triggiani), uno studioso britannico, viene aiutato e sostenuto da suo padre il prof. Adrian Moonlight (Rutger Hauer), nella ricerca di un frammento di un antico papiro egizio sottratto alle autorità del Museo del Cairo dai seguaci della divinità di Horus, un’antica setta che sembra rievocare la mistica setta degli assassini. Sette misteriosi omicidi sembrano riconducibili ai sette peccati capitali dipinti dal grande pittore esoterico Hieronymus Bosch dentro il quale si nasconde la chiave del mistero, una chiave spezzata nascosta nei meandri di Torino, ovvero il frammento del papiro mancante. Per salvare l’intera umanità Arthur, con l’aiuto della sua assistente Sarah Eve (Diana Dell’Erba), deve esplorare l’oscura e misteriosa metropoli del futuro per comprendere il significato dei sette delitti e ritrovare il frammento mancante del papiro per ricomporre l’arcana chiave. “Un antico segreto per la vita eterna”  La chiave spezzata rappresenta un’antica allegoria riconducibile al significato di rinascita della sapienza umana e delle virtù sopite. Si racconta in tal proposito dell’iniziazione dei cavalieri templari che, per aprire lo scrigno della conoscenza, dovevano ricomporre la chiave spezzata, ovvero la maturazione della consapevolezza interiore. Non a caso anche Dante cita la chiave ricomposta nel X canto del purgatorio: “Perchè iv’era immaginata quella, ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave” e nel II canto del paradiso “I mortali dove chiave di senso non diserra…poi dietro ai sensi vedi la ragione ha corte l’ali”. Divina opera immortale di Dante che da sempre custodisce un’antica sapienza. “La morte non avrà più dominio”  The Broken Key […]

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Cucina & Salute

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Una mela al giorno toglie il medico di torno: da proverbio a verità scientifica

La parola mela deriva dal latino malum, a sua volta risalente al greco mêlon, con radice –mal probabilmente indoeuropea, portatrice del significato “molle” o “dolce”. La sua etimologia è già indicativa di una delle caratteristiche più apprezzate della mela, cioè l’ottimo sapore zuccherino (fortunatamente) associato a un basso apporto calorico. È il frutto che per eccellenza ci fa compagnia tutto l’anno in quanto è il più destagionalizzato, e anche quello che ci regala più versioni di se stesso, poiché ne esistono circa 2000 varietà. Forse per questo, o anche per il suo essere un prodotto semplice ma assolutamente indispensabile, ha sempre esercitato un grande fascino nell’immaginario collettivo e nella narrativa, caricandosi di connotati simbolici. È proprio la mela il simbolo associato al peccato originale commesso da Adamo ed Eva. È la mela l’icona della città di New York, e anche quella scelta dall’azienda Apple. È proprio una mela, secondo la tradizione, ad essere caduta sulla testa di Isaac Newton facendogli scoprire la gravità, ed è proprio questa, ma ricoperta d’oro, che Paride assegnò ad Afrodite in qualità di dea più bella dell’Olimpo. La mela appartiene alla famiglia delle Rosacee. Ha un pomo definito globoso, è ombelicata e ha un colore che varia solitamente tra il rosso e il verde. Il picciolo è generalmente robusto e fissato alla sua forma tondeggiante in un incavo, alla cui estremità opposta si rintraccia la calicina. È uno dei primi alimenti che si consumano dopo il latte materno. Eppure sono in pochi a conoscere una verità sul suo conto: la mela è un falso frutto, in quanto solo il torsolo è il vero frutto, mentre la sua polpa succosa è il ricettacolo del fiore. Ma perché “Una mela al giorno toglie il medico di torno?” Sembra proprio che l’antichissimo proverbio sia stato convertito in verità scientifica: lo conferma uno studio condotto dal Dipartimento di Farmacia della Federico II, dal quale è stata siglata una collaborazione tra l’Università di Napoli e Il Consorzio della Melannurca. Proprio su questa specifica varietà della mela, la Melannurca, prodotto ortofrutticolo tipico della regione Campania, sono stati condotti studi ed esperimenti. I ricercatori hanno infatti estratto due nuovi prodotti nutraceutici in fase di sperimentazione da un campione selezionato di mele e appurato la loro efficacia terapeutica su diversi piani. In primo luogo la mela produce un significativo aumento del colesterolo buono a discapito di quello cattivo. Inoltre è da tenere in considerazione il suo effetto antidiabetico causato da un basso contenuto di zuccheri, il suo ruolo rinforzante per unghie e capelli, la sua utilità contro i calcoli renali in quanto combatte l’acidità di stomaco, e la sua ricchezza di fibre che svolgono numerose funzioni tra cui quella dello sbiancamento dentale. Non meno fondamentale risulta la sua duplice funzionalità: se consumata cruda è indicata per lenire la dissenteria, se consumata cotta invece è adatta a chi soffre di stipsi. Queste sono qualità tipiche di tutte le varietà della mela? Tutti i tipi di mela sono un farmaco naturale: la vitamina B1 che contiene aiuta a […]

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La ricetta della prelibatezza: i marron glacé

I marron glacé sono un tipico dolce francese e piemontese dal sapore e l’aspetto inequivocabile. Castagne, zucchero, acqua, vaniglia e pazienza: questi sono gli unici ingredienti necessari per prepararlo. Eppure il costo di questi particolari dolci dice il contrario. A renderli così prelibati è la loro particolare lavorazione in cui la castagna – necessariamente di qualità marrone – viene progressivamente sciroppata. Si penserà che l’origine di questa ricetta è da cercare senza dubbio in Francia. In effetti la città di Lione rivendica questo tipico dolce ma questa non è l’unica teoria. Molto più probabilmente le marron glacé sono nate nei dintorni di Cuneo. È proprio nella città piemontese che nel Cinquecento aveva luogo il più grande mercato di castagne e ancora oggi la zona è un importante punto di esportazione di questo frutto. Ai marron glacé è anche associato una figura: il cuoco del duca di Savoia Carlo Emanuele I. La ricetta compare nel trattato Confetturiere Piemontese e risale all’anno 1790. Come si preparano le marron glacé? Gli INGREDIENTI necessari sono: 1kg di marroni 500g di zucchero 1 bacca di vaniglia La particolarità del dolce richiede una particolare preparazione, che deve essere preparato a più riprese e necessita di un bel po’ di giorni. Innanzitutto – secondo la tradizione – le castagne devono essere lasciate in acqua per nove giorni al fine di facilitare la pelatura. Dopo la cosiddetta novena bisogna praticare un taglio a croce sulla buccia delle castagne e sottoporle ad un gesto di vapore o, in alternativa, pelarle a mano. A questo punto bisogna bollire le castagne in acqua. Non appena l’acqua giunge ad ebollizione bisogna lasciarvi le castagne a sobbollire per dieci minuti. Trascorso questo tempo, avendo cura di non farle sciupare, si deve estrarre i marroni con un mestolo forato. Non resta che preparare lo sciroppo con 300g d’acqua, lo zucchero e la stecca di vaniglia. Il composto deve bollire per cinque minuti, dopo di che possiamo incorporare le castagne e aspettare il bollore prima di spegnere il fuoco. Il tutto deve essere coperto con coperchio per 24 ore. Il giorno seguente e i due giorni successivi bisogna portare nuovamente a bollore lo sciroppo contenente i marroni e, sempre, dopo il bollore, spegnere la fiamma e coprire il composto per 24 ore. In alcune ricette è aggiunto in pentola progressivamente lo zucchero e si aspetta il raggiungimento di una temperatura sempre più alta giorno dopo giorno. Arrivati al quinto giorno i marroni devono essere scolati e posti ad asciugare su una griglia. Su di essi va versato lo sciroppo restante che, nel frattempo, deve essere portato a bollore. Ponendo le castagne ricoperte dalla glassa in un luogo asciutto – il forno andrà benissimo – essa avrà il tempo di solidificarsi. Ed ecco che i nostri marron glacé sono pronti! Possiamo scegliere di servirli in pirottini di carta e tenerli in frigo per due settimane oppure conservarli per alcuni mesi in contenitori di vetro ricoperti dal loro sciroppo di zucchero. E, come se non bastasse, il dolce si […]

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Fichi: usi cosmetici e proprietà del frutto

I fichi sono uno dei più deliziosi doni di agosto. Nonostante differiscano per forma e e colore, tutte le innumerevoli qualità hanno caratteristiche uguali. Sono dolci al palato e soprattutto ricchi di proprietà nutrizionali! Freschi o secchi che siano, i fichi sono infatti ricchi di benefici. Bisogna però tener presente che l’apporto di calorie tra i fichi freschi e secchi cambia notevolmente. Mentre i fichi freschi contengono 50 calorie per 100 grammi, quelli secchi ne contengono più del doppio e, essendo privi di acqua, i nutrienti presenti nel frutto sono più concentrati. Quali sono i benefici dei fichi? Sono ricchi di fibre, motivo per cui sono ottimi per la stitichezza. Agiscono si problemi intestinali al pari delle prugne, soprattutto se la loro assunzione avviene a stomaco vuoto. I loro zuccheri costituiscono per il ostro organismo una fonte di energia che per di più è molto più sana di un bignè! Essendo ricchi di calcio aiutano le nostre ossa e i nostri denti, specialmente se associati ad una corretta alimentazione. Sono ottimi in gravidanza! I fichi sono infatti un sano spuntino che apporta al corpo vitamine e sali minerali. Il calcio contenuto in essi aiuterà anche il corretto sviluppo delle ossa e della spina dorsale del bambino! I fichi sono ricchi di polifenoli che sono antiossidanti naturali. Questo significa che – combinati con una sana dieta e una giusto stile di vita – agiscono sulle nostre cellule prevenendone l’invecchiamento e la formazione di tumori. Prevengono la pressione alta perché sono poveri di sodio. Al contrario combinano potassio, cacio e magnesio. I fichi sono ottimi anche per il sistema immunitario  Migliorano la digestione ed equilibrano la nostra flora batterica essendo ricchi di prebiotici. Sono un ottimo alleato delle donne! Avendo potere antinfiammatorio possono essere applicati sulla pelle per curarne l’acne  Ecco come preparare un’ottima maschera ai fichi! Questa maschera è adatta per una pulizia del viso ma è perfetta per curare o prevenire la disidratazione causata dal freddo. Basterà seguire pochi semplici passi e il risultato è  Il procedimento è elementare: bisogna ricavare dai fichi una purea, schiacciandoli con l’aiuto di una forchetta. Il prodotto deve essere mescolato con un cucchiaio di olio, preferibilmente  di mandorle. In alternativa si può scegliere di utilizzare una variante con l’olio di oliva, che è di solito usata per favorire una corretta esposizione della pelle al sole. Per ottenere un’azione esfoliante è preferibile applicare l’impasto sulla pelle con un leggero strofinio. Basterà lasciare agire la maschera per dieci minuti. Al risciaquo la pelle apparirà con effetto immediato più liscia e morbida al tatto.assicurato! È così che i fichi ci beneficiano con le loro proprietà donandoci bellezza sia interiore che esteriore. Tutto ciò combinato ad un irresistibile gusto!   

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Scrub naturali: consigli per una pelle liscia e luminosa dopo il sole

Tra il graduale riabituarsi alla routine e l’ostinato rifiuto di dire alle lunghe giornate in spiaggia, ecco qualche consiglio per donare alla vostra pelle il profumo di un nuovo principio senza dire addio al colorito bronzato faticosamente conquistato: il futuro è nello scrub. Scrub fai-da-te: rimedi naturali per la pelle post-tintarella Settembre è il mese dei traumatici “punto e d’accapo”, ma non solo per noi: anche alla nostra pelle mancano il sole e la salsedine, ma non per questo lasceremo la tintarella scolorirsi insieme ai ricordi al bar della spiaggia. In primis, “è una verità universalmente riconosciuta che” esistono tanti tipi diversi di pelle e ognuno di essi richiede un diverso trattamento a seconda dell’obiettivo che s’intende raggiungere. Certo, tante le tipologie di pelle, ma unica è la parola d’ordine se la si vuole fresca e luminosa dopo il sole: idratare, soprattutto per prevenire la comparsa delle odiose pellicine. Esfoliare e nutrire la pelle richiede impegno e pazienza (quanti trattamenti benessere interrotti dopo due giorni?), ma una pelle liscia al tatto e dal colore uniforme ne varrà decisamente la pena. Lo scrub, infatti, è un eccezionale alleato nella rimozione delle cellule morte: esfoliando lo strato superficiale dell’epidermide, dona alla pelle una luce nuova. È una vera e propria medicina disintossicante per la cute, oltre che un massaggio piacevole che aiuta la circolazione. Consigliato, insomma, per coccolare la pelle in ogni stagione, ma tassativamente vietato su eritemi, scottature ed eruzioni cutanee. Rimedi di questo tipo si trovano in farmacia quanto nell’erboristeria di fiducia, ma non sarebbe male pasticciare provando una ricetta per uno scrub fai-da-te, naturale ed economico! In pole position, lo scrub casalingo per eccellenza: due cucchiai di sale (sconsigliato il sale grosso alle pelli delicate, poiché potrebbe graffiarla oltre che arrossarla particolarmente) misti ad un semplice bagnoschiuma da passare sotto la doccia su tutto il corpo. Per il viso, invece, insieme al sale, si propone olio d’oliva e gocce di olio essenziale (i prediletti dopo l’esposizione al sole sono olio di jojoba e olio di lavanda). Chi cerca uno scrub fluido, dalla consistenza simile ad una crema, potrebbe provare una ricetta dolce, composta soltanto da 4 cucchiai di zucchero e 2 di miele: un impasto da passare sotto la doccia sulla pelle bagnata (da asciugare poi e ricoprire con crema idratante). Il miele torna anche insieme all’aloe, tre cucchiaini di bicarbonato e un cucchiaino di burro di cocco o di karitè, per una pelle non solo abbagliante, ma anche incredibilmente profumata. Ancora, una carezza per il corpo è la miscela fatta da miele, farina di cocco e yogurt: segreto di bellezza tutto naturale. Miracoloso è l’olio di mandorle, nutriente e delicato, che mescolato insieme a del miele e a dello zucchero di canna diventa un piacevole scrub per pelli sensibili. Oppure, a chi invece ama sperimentare si consiglia di mischiare qualche cucchiaio di yogurt (in sostituzione del miele) a 4 cucchiai di caffè macinato (un toccasana per favorire la circolazione e drenare i liquidi che spesso sono causa della […]

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Oriana Fallaci e Alekos Panagulis: un amore senza tempo

Oriana Fallaci e Alekos Panagulis: i due estremi di una storia d’amore senza età. «Negli abbracci forsennati o dolcissimi non era il tuo corpo che cercavo bensì la tua anima, i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, i tuoi sogni, le tue poesie», scrive Oriana Fallaci, pilastro del giornalismo italiano, in uno dei suoi scritti più celebri, Un uomo, l’iniziale autobiografia che Alekos Panagulis aveva iniziato in carcere e che la Fallaci portò a termine. Lei per lui è stata “l’unica compagna possibile”, lui per lei non l’unico amore, ma il più travolgente tra tutti. “Un uomo” per tutti, l’unico per Oriana. Oriana Fallaci, la donna d’acciaio, del suo amore scriveva col miele. Una penna di burro per parlare dell’uomo che per lei non è stato semplicemente amante: è stato l’amore. Le parole di Oriana sono parole gentili, di quella dolcezza unica che connota le armi di chi lotta col cuore. Quando chiedevano a lei, sua compagna di vita, che uomo fosse davvero Alexandros Panagulis, Oriana non dava la risposta che tutto il mondo s’aspettava di sentire: non un eroe, non un politico, o meglio, non solo questo. «Mi sembra di limitarlo – diceva – Alekos era soprattutto un poeta, un artista. Il suo eroismo era la conseguenza della sua poesia e la sua politica era la traduzione della sua arte». Alekos le dedicò una poesia, “Viaggio”, la sua preferita, non perché parlasse d’amore, ma perché parlava di sé: se il viaggio rappresenta la vita, la nave è l’uomo che la vive, una nave senza rotta, che insegue un sogno, un ideale. Alekos fu una nave che non getta l’ancora, un Ulisse che non aveva una Penelope da cui tornare, ma un’Oriana con cui viaggiare. L’intervista del 1973: Oriana Fallaci e Alekos si (ri)conoscono Ma chi era Alexandros Panagulis? Intellettuale e poeta, politico democratico e rivoluzionario contro la dittatura dei colonnelli: «Alekos per gli amici e per la polizia», scrive la Fallaci nella sua intervista del 1973 a quello che sarebbe stato l’uomo della sua vita. Al fallimento dell’attentato contro il dittatore Papadopoulos, nel 1968 Panagulis venne arrestato e torturato nelle prigioni militari di Boiati (sono gli anni della “tomba”, così definiva la cella da cui tentò più volte di evadere), fino alla sua liberazione nel 1973. È nell’agosto di quello stesso anno che Oriana Fallaci sbarca ad Atene, proprio per intervistare l’eroe greco di cui era giunta l’eco clamorosa fino alla nostra penisola. “Capivi subito che era uno di quegli uomini per cui anche morire diventa una maniera di vivere, tanto spendono bene la vita”, come racconta la giornalista durante il primo incontro con Alekos, parte della sua Intervista con la storia (così s’intitola la raccolta, pubblicata per la prima volta da Rizzoli nel 1974, delle più importanti interviste fatte dalla Fallaci ai grandi della scena politica e culturale mondiale). Oriana racconta del loro primo incontro come fosse tratto da un libro già scritto dal destino. Racconta di Alekos che, dopo averla abbracciata come si abbraccia un amico che non […]

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Il Gigante di Palazzo: La statua parlante di piazza Plebiscito

Nei giardini del museo Nazionale di Napoli giace, semi dimenticato, il Gigante di Palazzo, un imponente busto di marmo, rinvenuto a Cuma, e risalente al periodo compreso tra la fine del I secolo e gli inizi del II secolo d.C. Purtroppo, come spesso accade per le opere ammassate nei musei, la storia di questa statua non è adeguatamente valorizzata ed, in particolare, pochissimi sono a conoscenza della enorme importanza che essa ha avuto nella storia di Napoli. Sulla targa posta accanto all’opera vi è scritto “torso colossale di Giove, cosiddetto Gigante di Palazzo”, ed è quest’ultimo l’appellativo che maggiormente assume rilievo poiché esso è il nome dato alla statua dal popolo napoletano. Il busto di Giove, opera avente circa 2000 anni, fu rinvenuta durante gli scavi effettuati a Cuma, e venne portato a Napoli nel 1668 per volere del viceré Spagnolo don Pedro Antonio D’Aragona. Alla statua vennero aggiunte braccia e gambe e fu posta su di una base di marmo posizionata accanto al palazzo vicereale di piazza Plebiscito (da qui il nome gigante di palazzo). La strada che conduceva verso Santa Lucia fu denominata salita del gigante, e lo stesso appellativo fu dato anche alla maestosa fontana dell’Immacolatella (oggigiorno collocata in via Partenope) che all’epoca si erigeva proprio accanto all’opera, e che per questo fu chiamata fontana del gigante. Il Gigante di Palazzo: La voce del popolo Napoletano Tralasciando la grande bellezza dell’opera, ciò che rileva ai fini della comprensione della sua importanza storica, è l’utilizzo che i napoletani ne hanno fatto. Infatti la statua, che doveva essere il simbolo del potere precostituito, divenne invece, ben presto, lo strumento con il quale il popolo partenopeo manifestò il proprio dissenso contro i regnanti. I napoletani iniziarono ad utilizzare la statua come punto di ritrovo dove fare satira e leggere componimenti aventi lo scopo di attaccare e schernire il potere politico. Il gigante di piazza Plebiscito (o Gigante di Palazzo) divenne tanto importante per i rivoltosi che, lo stesso viceré don Antonio, decise di porre una sentinella a guardia della statua così da impedire a chiunque di soffermarsi a leggere versi. Nonostante le iniziative dei sovrani, i napoletani continuarono ad attaccare le autorità utilizzando il Gigante di Palazzo come portavoce del proprio dissenso. Il popolo, sfidando la sorveglianza e non curante del rischio, riusciva puntualmente ad apporre sul gigante componimenti, critiche ed offese. In tale ottica, assume particolare rilievo la vicenda che vide come protagonista il viceré Luis De la Cerda, Duca di Medinaceli. Quest’ultimo per combattere l’impudenza partenopea annunciò la sua intenzione di offrire 8.000 scudi a chiunque avesse fornito notizie utili all’arresto dei rivoltosi. Come risposta a questa iniziativa, i napoletani, il giorno seguente, fecero trovare sul gigante un foglio con il quale venivano offerti ben 80.000 scudi a chi avesse portato la testa del viceré in piazza Mercato. Per quanto le autorità si sforzassero di frenare il fenomeno, il Gigante di Palazzo continuò ad essere per molto tempo la voce del popolo napoletano. Purtroppo però nel 1806, Giuseppe […]

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Qalatga Darband: riemerge in Iraq un forte macedone

È stata recentemente riportato alla luce nel nord dell’attuale Iraq, da una squadra di archeologi del British Museum, il sito di Qalatga Darband, avamposto macedone presumibilmente fondato nel 331 a.C., nel periodo ellenistico, dall’immenso condottiero Alessandro Magno. Perse le tracce di tale “città perduta”, la relativa pace stabilitasi nella regione dopo circa un trentennio di episodi bellici, unitamente alla recentissima tecnica dei droni che ha consentito di scattare fotografie in grado di penetrare nel sottosuolo, hanno permesso di far riemergere in tutto il suo splendore questa città-fortezza munita di templi e vigneti. Affacciata sulle rive del lago artificiale Dokan, nella provincia di Sulaimaniya nel Kurdistan iracheno, doveva trattarsi, stando alle fonti, di un centro vinicolo piuttosto noto e di gran reputazione, base di appoggio per i soldati e i mercanti in transito tra Iraq e Iran. La città di Qalatga Darband era già stata individuata negli anni ’90 Si tratta di un sito individuato già nel 1996 attraverso la declassificazione di immagini aeree acquisite da satelliti sovietici, per ovvi scopi militari, durante la Guerra Fredda; tuttavia, la situazione politico-militare dell’area, all’epoca dominata dalla dittatura del leader iracheno Saddam Hussein, non avrebbe in alcun modo consentito di preporre interessi culturali e archeologici allo stato di guerra perdurante, prolungatosi fino all’invasione degli Stati Uniti nel 2003 e alle successive e disastrose scorrerie dell’Isis. Grazie alla finestra di relativa quiete nell’area, così martoriata dai conflitti precedenti, gli studiosi londinesi hanno messo a frutto un copioso finanziamento volto al recupero dei millenari tesori iracheni minacciati dagli eventi bellici e dall’avvento dell’Isis; dunque, servendosi di tecniche all’avanguardia basate sull’impiego di droni e dopo aver individuato il perimetro della città sepolta sotto secoli di detriti, hanno identificato con cura il luogo esatto di escavazione e iniziato un programma di estrazione e protezione dei beni archeologici del luogo, coadiuvati da archeologi iracheni. Le fotografie aeree dei droni sono risultate decisive nel disvelamento del sito «La nuova tecnica messa a punto dagli studiosi britannici, non ancora impiegata in ambito archeologico, si fonda sull’analisi dei segni dei raccolti agricoli» spiega il professor John McGinnis, direttore dell’Iraq Emergency Heritage Programme, al Times di Londra. «Nei punti in cui ci sono mura sotterranee, il grano non cresce bene come altrove, per cui si notano diversità di colori nelle coltivazioni». Identificato il sito di Qalatga Darband – il cui nome in curdo significa “castello del valico montano” – da un iniziale edificio rettangolare riemerso, sono stati via via rinvenuti vari reperti di notevole interesse: due statue, una di una figura femminile identificata con Persefone, divinità legata ai cicli dell’agricoltura e all’alternarsi delle stagioni, l’altra di un nudo maschile, in cui parrebbe individuarsi Adone, figura connessa alla rinascita, alla fioritura e alla fertilità. È stato poi possibile tracciare una sorta di mappa della città, attraverso il rinvenimento di ulteriori reperti e seguendo il perimetro di abitazioni, empori, monumenti e complessi presumibilmente adibiti alla lavorazione di olio e vino. «Pensiamo che fosse una cittadina con una vigorosa attività economica sulla strada fra Iraq e Iran», aggiunge il […]

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Le Royelles: le bambole super-eroine e diverse

Circa un anno fa alcune mamme inglesi avevano lanciato l’hashtag #toyslikeme sui social network dando vita ad una campagna virale di solidarietà e umanità avente lo scopo di creare giocattoli e bambole che avessero menomazioni e evidenti difetti fisici simili a quelli dei loro bambini. Giocattoli, quindi, in cui i bambini potessero ritrovare sé stessi, con tutte le loro imperfezioni: i genitori di bambini con disabilità erano poi stati invitati a postare idee per giochi e giocattoli con difficoltà fisiche. Le foto postate erano state tante e commoventi tanto che le ideatrici del progetto avevano chiesto alle aziende produttrici di giocattoli di realizzare questi progetti artigianali e originali di molti volontari e genitori o almeno di ispirarvisi per immettere sul mercato prodotti più vicini alle esigenze di tanti bambini “diversi” ma non per questo meno importanti. Le Royelles: un progetto di Mùkami Kinoti Kimotho Il progetto delle bambole Royelles sembra voler percorrere una strada affine a quella non solo di Toy like me, ma anche quella di Mighty Dolls dell’artista canadese Wendy Tsao (che aveva dato alle note bambole Bratz il volto di donne famose per la loro cultura, professionalità e importanza nel mondo scientifico e letterario) e di Tree Change Dolls di Sonia Sigh (che aveva struccato le stesse bambole ridisegnando volti e realizzando vestitini così da renderle più simili alle bambine che vi giocavano). Ideate dalla fashion designer e imprenditrice sociale Mùkami Kinoti Kimotho (nonché mamma della piccola Zara), le Royelles sono 13 bambole interamente realizzate a mano (dai disegni ai modelli stampati in 3D) dalle fisicità e vestiario diversi, ispirate a donne vere come nonne o atlete. Secondo la Kimotho le mamme americane spendono ogni anno circa 5 miliardi di dollari in bambole, mentre le mamme afroamericane spendono circa 300 milioni di dollari e più per le stesse bambole che però, secondo alcune statistiche, hanno un impatto negativo sulla loro immagine. «Mia figlia  Zara a soli 4 anni mi disse di non sentirsi bella come i suoi amici». Proprio notando (dopo 2 anni di lavoro e tante ricerche e incontri con tantissime mamme) che si trattava di un problema esistente non solo nella comunità di colore, Mùkami ha pensato di realizzare questi “avatar” come lei stessa ama definire le Royelles, bambole diverse dagli standard in commercio, modelli che riflettessero le diversità di colore, cultura, fisico e abilità. Avatar perché  ognuna ha una propria personalità, storia e missione. Come Teti, mamma single di 3 bambini e scrittrice di successo,  che non rinuncia alla sua famiglia ma che persevera nel mettere il suo talento al servizio della comunità, un omaggio alla mamma dell’artista. O Tanni, ballerina classica con due protesi alle gambe: i suoi limiti fisici non le impediscono di portare avanti i suoi sogni. O come Mara donna guerriera che affronta la vita con fierezza e coraggio, cui sarà ispirata la prima libea di bambole progettata dalla Kimotho. #MillionRoyellesMillionGirls: una delle Royelles per tutte le bambine Dalla vendita di queste bambole (lo del costo di 99 dollari), l’imprenditrice, […]

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Nasce in Italia il miglior font per dislessici: EasyReading

“Progettare significa offrire una soluzione ad un dato problema”: alle parole di Bruno Munari, eccellenza italiana nel campo dell’arte e del design, dà corpo il progetto EasyReading, primo font per dislessici che rende più facile e veloce la lettura. Carattere ad alta leggibilità, così come definito dai suoi creatori, EasyReading è un font ibrido, dal disegno semplice ed essenziale. È figlio di un grafico torinese, Federico Alfonsetti, socio di una piccola casa editrice che, commissionandogli la pubblicazione di un libro per dislessici, diede il via alla reazione a catena che lo portò a radunare un’équipe di menti brillanti e a dar vita a questo progetto originale: Nino Truglio, insegnante di matematica nel mondo dell’editoria dal 1994; Enzo Bartolone, che scoperta la sua dislessia non rinuncia ad inseguire l’amore per la carta stampata; Marco Canali, lungimirante investitore e Uberto Cardellini, deputato allo  “sbrogliare” della matassa giuridico-burocratica. EasyReading, un ottimo font per dislessici Composto da 811 glifi (simboli tra lettere, numeri, accenti e segni di punteggiatura) dal design leggero e chiaro, la caratteristica principale del font per dislessia EasyReading è data dagli spazi ben calcolati che riducono il cosiddetto crowding effect, il fenomeno psicologico dato dall’affollamento, il crowding appunto, di più caratteri, generante confusione e difficoltà nel proseguire la lettura. La leggibilità è un’alternativa possibile, in grado di semplificare, a chi riscontra difficoltà, un’attività che per i più è all’ordine del giorno. Spiega Alfonsetti che “chi non ha questo problema quando legge non segue la singola lettera, intuisce la parola e va avanti. I dislessici invece decifrano lettera per lettera e poi mettono insieme il significato della parola. E più il font è difficile più trovano difficoltà”. Insomma, rendere accessibile a tutti la lettura. Un nobile progetto concretizzatosi dopo “otto anni di duro lavoro e 800 mila euro” spesi in investimenti: la sfida di chi ha creduto nella possibilità di mettere la normalità a portata di tutti. Attualmente il font supporta tutte le lingue che utilizzano l’alfabeto latino, ma gli autori sono già all’opera per adattarlo entro il 2018 all’alfabeto cirillico, al greco antico e alle lingue slave. Un’idea che non è passata inosservata agli occhi della Microsoft, in attesa degli ultimi accertamenti condotti da un’università italiana per accogliere l’innovativa proposta. Premiato dal Miur, testato e riconosciuto dall’Ordine degli psicologi della Toscana, EasyReading è un progetto italiano che sta creando da sé il suo spazio nel mondo. Viene utilizzato dalla Fondazione Pomodoro a Milano e dalla Einaudi, ma non solo: Slow Food, Pearson Italia, De Agostini hanno scelto il font EasyReading, proposta abbracciata anche dagli Uffizi di Firenze. Non poteva, dunque, non ricevere approvazione dall’AID (Associazione Italiana Dislessia) per le sue peculiari caratteristiche grafiche e per il suo proporsi come nuovo strumento per ridurre le disuguaglianze tra un ragazzo dislessico e i suoi coetanei. Secondo le stime più recenti, circa 700 milioni di persone sono ad oggi affette da dislessia: è affrontando numeri così alti che l’impegno di Alfonsetti e della sua squadra splende luminoso tra tutte le iniziative che, nel piccolo ma sempre grande […]

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Generazione Z, tra tecnologia e lavoro

Dopo la Generazione X, anni Ottanta, e la Generazione Y,anni Novanta, siamo arrivati alla cosiddetta Generazione Z, che include i nati tra 1990 e 2010, con fasce diverse a seconda di chi la definisce. Tutti nati e cresciuti tra le tecnologie digitali, che influiscono sui loro stili di vita e abitudini, e in un’epoca di precarietà economica, che ha influenzato le loro aspettative sul mondo del lavoro. La LivePerson, azienda statunitense specializzata in chatbot e piattaforme per l’assistenza clienti, ha svolto la ricerca “The digital lives of Millennials and Gen Z” sui nati 1993-1999 in diversi paesi, il loro rapporto con la tecnologia e con gli acquisti, anche rispetto alle generazioni precedenti. È incentrata soprattutto sugli aspetti commerciali, ma se ne ricavano anche altri dati interessanti, come uno stretto legame con la tecnologia. Più della metà degli intervistati preferirebbe uscire di casa senza portafoglio ma con il telefono. Tra il 50% ed il 70% degli intervistati ogni giorno comunica più virtualmente che di persona, il 70% dorme con il telefono a portata di mano. Nonostante questo la maggioranza non vorrebbe una digitalizzazione totale dei servizi: ad esempio nel rapportarsi ad un’assistenza clienti preferirebbero avere a che fare con un persona piuttosto che con un bot, oppure vorrebbero l’automatizzazione solo di compiti più semplici (come una prenotazione) ma preferirebbero il contatto umano per quelli più complessi (come spedire un pacco alle Poste). Generazione Z al lavoro La Accenture, multinazionale del settore consulenza aziendale, ha pubblicato una ricerca intitolata Gen Z Rising, riferita all’ingresso del mondo nel lavoro dei primi laureati della generazione Z (in questo caso definita come i nati tra 1993 e 1999). Ne risulta che il 60% si considera sottoccupato, impiegato in lavori al di sotto delle proprie qualifiche. Allo stesso tempo i neolaureati sono pronti a tutto pur di lavorare. L’82% non avrebbe problemi a cambiare città e/o regione per lavorare, dato questo che indica flessibilità, ma non negativo. Altre statistiche però non sono entusiasmanti: l’82% dei neolaureati si dichiara pronto a svolgere un tirocinio gratuito pur di avere la possibilità di ottenere poi un lavoro pagato. Ricordiamo che la Costituzione tutela il diritto ad una giusta retribuzione, ma non è solo un problema di diritti. Se buona parte di ogni leva di neolaureati è disposta a lavorare senza retribuzione, le aziende possono sfruttare ciò e impiegare (gratuitamente) ogni anno nuova manodopera, creando un circolo vizioso. I nuovi neolaureati sarebbero disposti a lavorare gratuitamente per un lavoro che però non vedranno mai poiché ci sarà sempre qualcun altro dopo di loro disposto a svolgerlo senza essere retribuito. Stesso problema sugli orari di lavoro: il 52% degli intervistati considera accettabile lavorare anche di sera e/o nei fine settimana. Ovviamente gli unici a guadagnarci da tutta questa disponibilità sono i datori di lavoro. D’altro canto emergono anche numerosi aspetti positivi, come una maggior confidenza con le nuove tecnologie, voglia di migliorare la propria posizione e disponibilità ad apprendere nuove conoscenze. La conclusione è ambivalente: la Generazione Z è abituata ad […]

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Stephen Hawking: resa pubblica la tesi di dottorato

L’Università di Cambridge ha reso accessibile al pubblico la tesi di dottorato di Stephen Hawking, dietro permesso dell’astrofisico, la cui vita è stata narrata nel film La teoria del tutto. La tesi, intitolata Properties of expanding universes, era precedentemente accessibile solo recandosi fisicamente all’università oppure dietro pagamento di una quota di 65 sterline. Ora è liberamente accessibile online ed Hawking ha dichiarato “In questo modo spero di ispirare sempre più persone in tutto il mondo a guardare le stelle e a chiedersi quale sia il nostro posto nell’universo”. L’argomento non è di facile comprensione: nascita ed espansione dell’universo, con conclusioni di rilevanza tale da aver aiutato Hawking a diventare poco tempo dopo la laurea Professore al Gonville e Caius College dell’Università di Cambridge. Ma a dispetto di questo la pubblicazione ha avuto un successo inaspettato: il numero di download è stato tale da creare temporaneamente problemi ai server dell’università con ben 60.000 accessi. Ovviamente non provengono solo dal mondo accademico, ma anche dal pubblico generale: “È meraviglioso sapere quante persone hanno già dimostrato interesse a scaricare la mia tesi e spero che non rimarranno delusi ora che hanno finalmente accesso”, il commento del fisico e matematico. Stephen Hawking: Proprietà degli universi in espansione su Open Access La pubblicazione della tesi di Hawking è la parte più eclatante del progetto Open Access dell’Università di Cambridge. Scopo dell’iniziativa è convincere anche altri accademici a rendere pubblici i loro lavori, ed Hawking si è prestato a fare da “esempio” per i colleghi: “Chiunque, ovunque nel mondo dovrebbe avere accesso libero e non ostacolato non solo alla mia ricerca, ma anche a quella di qualunque grande mente che si interroga sullo spettro dell’umana comprensione”. Iniziativa non da poco, visto che come spiega Jessica Gardner, direttrice della biblioteca dell’Università di Cambridge, “La Biblioteca Universitaria di Cambridge ha una storia di 600 anni e ospita i documenti di grandi personaggi come Isaac Newton e Charles Darwin, mentre la nostra biblioteca digitale, Apollo, ospita oltre 200.000 oggetti digitali, tra cui 15.000 articoli di ricerca, 10.000 immagini, 2.400 tesi e 1.000 set di dati. Gli articoli resi disponibili sono stati scaricati da quasi tutti i paesi del mondo, ricevendo solo nel 2017 oltre un milione di download”. Un’iniziativa del genere porta vantaggi non solo a chi può accedere liberamente ai risultati delle ricerche, ma anche ai ricercatori stessi, poiché i loro lavori non sono confinati nelle riviste di settore ma ottengono una maggiore visibilità. La disponibilità dei lavori su Open Access è anche una “questione di principio”, legata alla volontà di rendere universalmente accessibili i risultati della ricerca: come è riportato sullo stesso sito istituzionale, una buona parte della ricerca nel Regno Unito è finanziata con fondi pubblici, inoltre i ricercatori non ricevono entrate in denaro dalla pubblicazione dei loro lavori, eppure la consultazione di questi è a pagamento. Francesco Di Nucci

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Fun & Tech

Mining di criptovalute: nuova frontiera del malware

È solo di qualche mese fa la storia di WannaCry, virus che cifrava i dati degli utenti chiedendo un riscatto in bitcoin, ma quel tipo di virus è già diventato obsoleto. Pur avendo avuto una notevole diffusione (centinaia di migliaia di computer) WannaCry aveva raccolto un ben misero bottino al confronto con i danni (poco più di centomila dollari). Tra le cause dell’insuccesso anche la difficoltà del metodo di pagamento: non è alla portata di tutti gli utenti acquistare bitcoin online e spedirli ad un dato indirizzo, anche avendo le istruzioni. Sono nati così dei nuovi malware che generano entrate sempre tramite le cosiddette criptovalute, ma in modo diverso. Criptovalute, queste sconosciute È qui necessaria una breve digressione: le criptovalute sono delle “monete virtuali” basate sulla crittografia. Non sono gestite da una banca centrale ed il loro valore è teoricamente basato sulla quantità di calcoli necessaria per forgiarne di nuove (in gergo questo processo è detto mining) e sui costi per lo svolgimento dei calcoli (hardware ed elettricità). In pratica il valore effettivo dipende fortemente da coloro che fanno da intermediari per la conversione in valute esistenti. Altro punto forte delle criptovalute è l’anonimato che offrono nelle transazioni, che non sono riconducibili ad una determinata persona, fatto che ha contribuito alla loro diffusione sul dark web per transazioni illecite. Tra le più famose abbiamo Bitcoin, Ethereum, Litecoin e Monero, ma ne esistono centinaia ed il loro valore oscilla tra pochi centesimi e migliaia di dollari. Torniamo ora ai nuovi tipi di malware progettati per sfruttare le criptovalute. Vista la difficoltà nell’estorcere denaro agli utenti, la soluzione che è stata trovata è quella di sfruttare il loro hardware per fare mining. Il mining consiste essenzialmente nel far svolgere dei calcoli ad un computer per risolvere determinati problemi matematici. La loro soluzione rappresenta la criptovaluta, poi convertibile anonimamente in comune denaro. Teoricamente questo processo è realizzabile con una qualsiasi delle criptovalute, ma attualmente la più utilizzata è Monero, che unisce un discreto valore ad una relativa facilità dei calcoli neccessari. Ovviamente i costi in elettricità e hardware sono a carico dei malcapitati le cui macchine sono state colpite. Un altro metodo è dato dall’utilizzo di script web per effettuare mining tramite i browser dei visitatori. Software come CoinHive nascono teoricamente come alternative alla pubblicità, per permettere ai gestori di siti web di guadagnare in criptovalute tramite i calcoli svolti dagli utenti. Il funzionamento è semplice: quando gli utenti visualizzano la pagina web caricano uno script che inizia ad eseguire in background calcoli per mining di criptovaluta. I guadagni saranno poi divisi tra il gestore del sito ed il creatore del software. Questo può però avvenire anche senza il consenso dell’utente, che potrebbe ritrovarsi il pc paralizzato nello svolgere calcoli per conto di terzi all’apertura di una pagina web. Finora un codice del genere è stato incluso in siti Internet (PirateBay, come esperimento per un’alternativa alla pubblicità), estensioni per browser (SafeBrowse per Chrome, ma in questo caso si sospetta più un attacco che un […]

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Libri

Libri

La tenebrosa realtà di Wilkie Collins: Uomo e donna

Voci misteriose, scricchiolii molesti, passi martellanti, sempre più vicini. Pane quotidiano di Wilkie Collins, uno dei massimi narratori di storie di fantasmi. Pane, «una cosa piccola ma buona» alla maniera di Raymond Carver, condiviso come un’eucarestia con il compagno e rivale di sempre, Charles Dickens, la voce degli indigenti. Lui che ha fatto emozionare con la scena del «Please sir, I want some more» di Oliver Twist, un bambino che di pane ne avrà in abbondanza solo alla fine di un tunnel apparentemente senza via d’uscita. Due scrittori inglesi a contatto, perché Oliver, o Pip, o perfino Scrooge hanno tanto da condividere con i fantasmi. Romanzo poco noto del nostro Collins è Uomo e donna, pubblicato dalla Fazi Editore per la collana Le strade. Scelta oculata quella della Fazi Editore. Un romanzo apparentemente inusuale per l’autore che può considerarsi padre fondatore del poliziesco, tessitore di misteri resi intricati dalla sua abilità di cucire nella trama falsi indizi. Wilkie Collins in Uomo e donna consegna la parte di sé più vicina al compagno inseparabile Dickens: l’attenzione al sociale. Il mistero non è cancellato però dalla sua abilità narrativa, la stessa che lo aveva portato alla stesura del primo fair-play La pietra di Luna, un romanzo che è un intreccio di enigmi che il lettore a mano a mano è portato a risolvere, non senza le grandi difficoltà dovute ai trabocchetti dell’autore. Wilkie Collins in Uomo e donna dà voce a chi è costretto al silenzio Fin dalle prime impressioni, la figura femminile di Mrs Vanborough è piena di vita, ma di una vita stroncata sul nascere da un marito severo che «non guardava mai, nemmeno di sfuggita, verso la moglie». La ricerca dell’espressione nella dicotomia marito-moglie sarà una tematica in gran voga agli albori dell’isteria dilagante. L’isteria: quel grande contenitore, una categoria ripostiglio alla quale appellarsi in qualsiasi caso di psicosi femminile. L’impossibilità della comunicazione è infatti protagonista delle pagine de La mite di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, nelle quali a mano a mano il silenzio si fa arma di distruzione, lasciando spazio a un’afasica edificazione del Giudizio Universale. Questa prima figura femminile del romanzo di Wilkie Collins ci ricorda proprio quelle parole stroncate a mano a mano da una violenza inaudita, prima di tutto psicologica. Questa è una delle ragioni addotte dall’autore per motivare la sua decisione di raccontare questa storia. «Si prospetta finalmente la possibilità di stabilire legalmente il diritto di una donna sposata a disporre del proprio patrimonio e ad essere padrona dei propri guadagni». In questo clima di speranza, però, «il teppista con la pelle pulita e la giacca buona è facilmente rintracciabile in ogni grado della società inglese, nel ceto medio e nell’alto». Wilkie Collins osserva un reale tenebroso, linfa della sua ispirazione di scrittore criptico ed enigmatico, grande autore tanto di incalzanti azioni quanto di ardenti emozioni. Così, alla tenera scena delle piccole Anne e Blanche si accosta il sorriso beffardo di un legale in carriera, Mr Delamayn, che con il suo sguardo sembra affermare «Ho […]

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Libri

La Gente – Viaggio nell’Italia del risentimento di Leonardo Bianchi

Edito da Minimum Fax, La Gente – Viaggio nell’Italia del risentimento è il primo libro di Leonardo Bianchi, giornalista e blogger che, oltre ad essere news editor di Vice Italia, ha collaborato con Valigia Blu e Internazionale. Che cosa è il gentismo di cui parla Bianchi nel suo libro? Nel capitolo introduttivo l’autore propone diverse definizioni di “gentismo” che evidenziano aspetti differenti di un fenomeno difficilmente inquadrabile. Non a caso l’autore scrive che il gentismo è «un fenomeno complesso e sfaccettato, dotato di una sua specificità, che ha accompagnato la Seconda Repubblica come un’ombra. Ed è proprio fissando questa ombra che si possono capire meglio le ambiguità, le contraddizioni e le pulsioni profonde della politica e della società italiana». Dunque, quali sono le caratteristiche del gentismo? Sono sostanzialmente tre: la contrapposizione tra la Gente e la Kasta, l’indignazione o l’esasperazione come fattori primari di mobilitazione del «cittadino indignato» e la creazione di “realtà parallele” che non solo strutturano una visione del mondo antitetica alla “realtà ufficiale”, ma hanno la capacità di provocare effetti concreti. Secondo Leonardo Bianchi le origini del gentismo vanno ricercate nei primi anni novanta. In quel frammento di storia la Piazza inizia a prevalere sul Palazzo e salta qualsiasi tipo di mediazione. La Gente, per la prima volta nella storia repubblicana, inizia a non riconoscere alcun tipo di autorevolezza nelle forze partitiche tradizionali mentre le trasmissioni televisive e gli spettacoli teatrali (si pensi a quelli di Beppe Grillo degli anni ‘90) che danno voce alla Piazza acquistano progressivamente consenso. Nel giro di vent’anni anche la mediazione dei giornali e delle televisioni verrà messa in discussione dando vita ad un fenomeno per cui chiunque può mettere in discussione tutto. Come si è visto il gentismo parte da lontano e tanti sono i passaggi che contribuiscono alla sua evoluzione: l’uscita del libro La casta di Stella e Rizzo, la crisi economica, l’emergere del Movimento 5 Stelle. Tra i tanti fattori ce n’è però uno particolarmente importante: l’apparente uscita di scena di Berlusconi. Questo punto è fondamentale perché, al di là dei giudizi di valore che si possono attribuire al berlusconismo, è un dato di fatto che un tratto caratterizzante dello stesso sia stata la forte polarizzazione tra sostenitori e detrattori. Con il momentaneo arretramento di Berlusconi una parte del Paese si è ritrovata senza un nemico da combattere e ha spostato le attenzioni verso altri fenomeni. La caratteristica principale de La Gente è che l’autore parte da fatti di cronaca recenti per tracciare i contorni di un fenomeno più vasto che sarebbe altrimenti difficile da comprendere. Le definizioni non riescono ad inglobare le molteplici sfaccettature del gentismo che, infatti, va spiegato dalle sue manifestazioni più concrete. È esattamente quello che fa Bianchi. Attraverso una narrazione scorrevole e precisa viene tracciata una linea che collega idealmente il movimento dei Forconi, le periferie italiane, l’associazionismo cattolico, le teorie complottiste e l’emergere di una Alt-Right italiana. Da cosa sono legati questi eventi? Dal risentimento di un segmento della società che schiacciato dalla […]

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Libri

Le tre del mattino, l’ultimo romanzo di Carofiglio

“Le tre del mattino”, ultimo romanzo dello scrittore Gianrico Carofiglio è la storia di un padre e di un figlio che si ritrovano. Lui è un adolescente arrabbiato col mondo -come tutti a quell’età- alle prese con un problema più grande di lui, il padre è un matematico con la passione per la musica.  Per anni padre e figlio sono stati distanti, anche a causa della separazione dei genitori; un evento imprevedibile sconvolgerà le loro vite e li costringerà a stare insieme per due giorni e per due notti (insonni) che trascorreranno a Marsiglia, in Francia. Superati gli imbarazzi iniziali, Antonio e il padre, avranno modo di parlare davvero, di confrontarsi sulla vita, sui sogni e sulle illusioni. In quelle notti bianche padre e figlio si guarderanno per la prima volta dentro e si conosceranno attraverso gli incontri di quei giorni, fatti di musica, leggerezza, prime esperienze, di “vita”. A Marsiglia passeranno per quartieri malfamati, spiagge incantevoli, locali notturni raccontandosi l’un l’altro qualcosa di sé, condividendo nuove esperienze che li segneranno per sempre. “E papà suonò da solo. Io non lo avrei confessato nemmeno a me stesso, ma ero orgoglioso e fiero di lui, e avrei voluto dire a chi mi stava vicino che il signore alto, magro, dall’aspetto elegante che era seduto al piano e sembrava molto più giovane dei suoi cinquantun anni, era mio padre.” Le tre del mattino e gli altri romanzi di Gianrico Carofiglio “Le tre del mattino”, edito da Einuadi, è un romanzo intimo, un viaggio ricco e imprevedibile tra due generazioni diverse ma accomunate dagli stessi ideali, dagli stessi sogni e dall’amore. Il linguaggio è semplice e delicato, commovente in alcuni passaggi, come lo ritroviamo negli altri romanzi di Carofiglio, dei quali Eroica Fenice ha già recensito “L’estate fredda”. Altri romanzi dello scrittore barese vedono come protagonista l’avvocato Guerrieri (l’ultimo si intitola “La regola dell’equilibrio, 2014, Einaudi) e l’avvocato Fenoglio (“L’estate fredda” è l’ultimo). Da entrambe le saghe emerge l’esperienza di Carofiglio come magistrato. Tra gli altri romanzi dello scrittore ricordiamo: “Il silenzio dell’onda” (2011) e “Il bordo vertiginoso delle cose” (02014) editi entrambi da Rizzoli.  

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Libri

Storia di Roque Rey, l’ultimo romanzo di Ricardo Romero

Ricardo Romero, classe 1976, è una delle migliori penne del panorama letterario argentino contemporaneo ed è tornato in libreria con Storia di Roque Rey, il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia da Fazi Editore nella collana Le Strade. Ambientato nella città di Paranà in Argentina, la trama ha per protagonista Roque Rey, messo al mondo nell’autunno del ’57 da una madre single che non sapeva nemmeno di aspettarlo e che, dopo appena un paio di mesi dalla sua nascita, lo “affida” – anche se “abbandona” è il termine corretto – alle cure della sorella e del cognato. Cresciuto dalla zia Elsa e dallo zio Pedro, Roque fantastica sui propri genitori: sul padre, ignaro di esserlo diventato, e sulla madre che si limita a inviargli cartoline per il giorno del compleanno sbagliandone addirittura la data. È uno studente modello e si comporta bene come ci si aspetterebbe da un ragazzino educato a dovere. A cambiare il corso di questa sua esistenza stabile e tranquilla è la morte dello zio quando lui ha dodici anni. Il giorno del funerale Roque, come chiestogli dalla zia, indossa le scarpe nuove e perciò dure del marito per ammorbidirle consentendo così al defunto di giungere agevolmente nell’aldilà senza fermarsi. A non fermarsi, tuttavia, sarà proprio il giovane protagonista che, una volta uscito di casa per adempiere al suo compito, inizierà un viaggio lungo quarant’anni che lo condurrà in giro per tutto il Paese e durante il quale incontrerà tante e diverse persone che lo aiuteranno a crescere e a scoprire meglio se stesso. Storia di Roque Rey, un romanzo ambizioso e completo Suddiviso in nove capitoli, ognuno dedicato a un episodio significativo della sua esistenza, Storia di Roque Rey è un romanzo denso di informazioni e riflessioni da leggere con molta attenzione senza saltarne neanche un passaggio. Questo perché, alla narrazione delle vicende del protagonista con tanto di analisi intima delle sue sensazioni e dei suoi pensieri, si aggiungono quelle degli innumerevoli personaggi – vivi e non – che conoscerà lungo il suo cammino. Dall’anziano Umberto, prete epilettico e parricida, a i Los Espectros dei musicisti itineranti che lo accoglieranno tra di loro facendo di lui un ballerino; dal dissoluto bohémien Marcos Vryzas a Mariana Gallardo con la quale scoprirà l’amore; dalla piccola Natalia fino alla moglie Inés, tutti lasceranno in Roque qualcosa che lo aiuterà a maturare. Molta rilevanza, inoltre, viene data ai morti con i quali il protagonista entrerà in contatto a causa del suo lavoro presso l’Obitorio Giudiziario di Buenos Aires e dei quali calzerà le scarpe che, ogni volta, gli mostreranno la via da seguire. Quest’ultimo è, senza alcun dubbio, l’elemento che più conferisce forza e particolarità alla trama perché evidenzia l’intenzione dell’autore a voler eliminare, valicandolo, il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti così da permettere a Roque di andare più a fondo nel suo intimo sentire interpretandolo – a suo modo e quando possibile – attraverso un’esperienza altra. Con Storia di Roque Rey, Ricardo Romero ha offerto […]

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Napoli & Dintorni

Eventi/Mostre/Convegni

“Cenando sotto un cielo diverso”: street food solidale

Si è tenuta il 16 novembre la conferenza stampa per presentare “Cenando sotto un cielo diverso”. Una cena benefica che si rinnova ogni anno e che di volta in volta raccoglie i fondi per diverse cause. In quest’occasione, sono destinati ai bambini ricoverati nel reparto di nefrologia e dialisi dell’ospedale Santobono Pausilipon di Napoli. L’incontro ha fornito delucidazioni sull’organizzazione dell’evento e un’anticipazione su quella che sarà la location per la cena. Cenando sotto un cielo diverso: una cena nel segno dell’inclusione e della beneficenza “Cenando sotto un cielo diverso” è un evento che viene organizzato due volte nell’arco di un anno, prevedendo un’edizione estiva, ospitata sempre dal bellissimo Castello medioevale di Lettere, e una invernale “on the road”, presso una location di volta in volta diversa per valorizzare al meglio tutto il territorio campano. Per questa settima edizione si è deciso di mostrare le bellezze dell’antica città di Pompei. La sera del 3 dicembre i piatti saranno portati sulle eleganti tavole del ristorante “Tiberius“, situato vicino i famosi scavi archeologici. Una location raffinata per gustare le migliori pietanze dello street food campano, grazie al magistrale lavoro di circa 100 chef, pizzaioli, maestri panificatori, bar tender e produttori. La kermesse punta sulla valorizzazione del patrimonio enogastronomico campano -concentrandosi sui frutti del territorio nel corso delle quattro stagioni-, e delle figure professionali che li lavorano, sulla divulgazione degli attrattori turistici della Regione e sull’inclusione sociale di soggetti svantaggiati. Con il guadagno ricavato dalla serata, verranno acquistati dei giochi per i bambini del reparto nefrologico dell’ospedale Santobono Pausillipon di Napoli. I doni saranno consegnati la settimana successiva l’evento dalle mani dell’attore, regista, autore e sceneggiatore Francesco Albanese, anche ospite della serata. Bisogna andare oltre la diversità A presenziare la conferenza, lo chef Danilo Di Vuolo e i due stellati Giovanni De Vivo e Michele De Leo, che con la loro bravura rappresentano la cucina italiana nel mondo e che hanno accettato di partecipare all’iniziativa «per un sorriso», quello che illuminerà il volto dei ragazzi diversamente abili delle associazioni coinvolte e dei bambini a cui saranno donati i giochi. Sin dal 2013 l’associazione “Tra cielo e mare” si è occupata di raccogliere fondi per i soggetti più deboli della società, quelli esclusi, svantaggiati, che vivono in condizioni di disagio difficili da affrontare. Proprio dalla marcata sensibilità alla problematica, è nata la spinta per prendere parte a questa cena e per organizzare la kermesse. Infatti “Cenando sotto un cielo diverso” fa riferimento proprio al loro cielo, che in fondo non è tanto diverso dal nostro, sostenendo molte associazioni di volontariato tra cui,  “I Disabili di Gragnano”, “L’Aliante”, “Abili alla Vita” e “Amaranta”. L’ideatrice dell’iniziativa è la psicologa ed esperta di food e beverage, Alfonsina Longobardi, che sin dall’inizio ha sempre creduto nelle potenzialità del territorio e si è battuta, anche con l’organizzazione di altri eventi, per metterlo in risalto. Riguardo il risvolto benefico della cena, dichiara: «Noi vogliamo portare luce sul territorio, sul disagio della diversità, ma una diversità intesa come persone speciali, io credo che ognuno di noi una persona speciale. Non vedo il disagio negli altri, forse lo vedo nelle […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Immaginario: la mostra di Gennaro Vallifuoco al PAN

Il PAN (Palazzo delle Arti di Napoli) apre le porte alla mostra Immaginario di Gennaro Vallifuoco (dal giorno 11 novembre al 3 dicembre 2017), evento volto a celebrare la fertile collaborazione tra Roberto De Simone e l’artista avellinese Gennaro Vallifuoco, illustratore di numerosi lavori del grande fondatore della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Un sodalizio che vede prodotto un proficuo dialogo tra musica e pittura, in cui la tradizione letteraria e musicale viene sviscerata dalle assidue ricerche di De Simone e ritrova attraverso una rinnovata forma di espressione attraverso i brillanti colori e le chine di Vallifuoco. Vallifuoco per De Simone: un “immaginario” popolare tra il sacro e il profano Già dal titolo proposto per la mostra, Immaginario, è possibile comprendere il taglio personale che caratterizza i dipinti e le illustrazioni esposte. Si tratta di un ventaglio di ispirazioni che non si ferma al singolo soggetto rappresentato. Ogni dipinto si inanella con altri limitrofi inscrivendosi in un mondo pittorico, un “immaginario”, per cui Gennaro Vallifuoco tende a superare ed ampliare l’esperienza artistica individuale. Si definisce in questo modo una pittura, per sua stessa natura, priva di artefatti intellettualismi in favore di una spontanea ispirazione fanciullesca. A questo punto sorge spontanea una domanda: in quale terreno affondano le radici del mondo pittorico di Gennaro Vallifuoco? Una domanda lecita, alla quale va necessariamente anteposto un breve premessa di stampo biografico. Nel 1990 Vallifuoco si diploma in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze con una tesi su Roberto De Simone, il quale affida al giovane avellinese la ricerca, in territorio campano, di favole popolari. Da questa esperienza nascono le illustrazioni per libro curato da Roberto De Simone Fiabe campane (Einaudi, 1994) in cui Vallifuoco coniuga il folclore contadino della campagna campana con l’iconografia tradizionale relativa alle carte da gioco napoletane. Oltre la vibrante colorazione tipica dell’artista,  si vede come Vallifuoco inoltre sembri  unire un immaginario classico e addirittura mitico con un’immaginazione sacra, il tutto inscritto in un contesto popolare, folcloristico e, se si vuole, anche tendenziosamente realistico. Ecco allora, nell’ambito delle Fiabe campane, una Donna di Denari sorgere dalle acque come una Venere botticelliana, o ancora un drago giacere sconfitto ai piedi di Re di Spade o di un Fante di Spade che in fattezze angeliche cavalca sul demonio languente. Fatte queste premesse è possibile rispondere alla domanda prima postulata: una fitta rete di significati si legge nei dipinti, come le disseminate presenze angeliche (simboli di una cristianità popolare) o gli animali domestici e da pascolo (simboli di un mondo pastorale e contadino), a cui fanno sfondo le campagne campane filtrate da un immaginario che sa intrecciare tradizione popolare, sacra e profana. L’intreccio di questi mondi trova dunque terreno fertile nell’ispirazione spontanea di Vallifuoco nel cui immaginario sembrano prendere vita valori e ideale che è possibile arricchire dall’esperienza di chi è in grado di ammirare ed apprezzare le sue opere. Altro capolavoro nato dal sodalizio di Vallifuoco e De Simone è un lavoro su Il Pentamerone di Giovan Battista Basile, riscritto da […]

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Food

Salumeria Moderna: gastronomia di Giugliano tra passato e innovazione

“La modernità risale alla notte dei tempi”, diceva Daniel Pennac. È davvero moderno ciò che lega l’innovazione al passato, traendo da esso tutto ciò che “serve” per costruire il futuro. Pensiero assolutamente confermato dalla nostra visita alla Salumeria Moderna, nome alquanto singolare per un… locale! Scopriamo insieme la Salumeria Moderna Salumeria Moderna ha aperto i battenti lo scorso martedì 31 ottobre a Giugliano in Campania (NA), nella centralissima Piazza Matteotti. Difficile definirne la tipologia: una salumeria bistrot, oseremmo dire. Il locale – come suggerisce il nome – è un connubio di gusto giovane e memoria del passato: offre ai clienti pane, salumi di prima scelta sapientemente selezionati, formaggi, dolci di stagione ma soprattutto vini di ottima qualità. Sedersi ad un tavolo di Salumeria Moderna davanti ad un tagliere di salumi e formaggi, accompagnato da un calice di vino, è un’esperienza che coinvolge tutti i dati sensoriali, non solo quelli gustativi. Un luogo in cui il passato incontra l’innovazione La grande particolarità di Salumeria Moderna è soprattutto nella scelta del sito. Il locale è stato ricavato, mediante importanti lavori, da una vecchia stalla di uno storico palazzo giuglianese che risale al XVI secolo: Palazzo Pinelli, chiamato anche Palazzo Palumbo, costruito nel 1545. Insomma, entrare nella Salumeria Moderna significa fare un tuffo nel passato: pareti di pietra antica (il tufo, tanto caro ai napoletani) e teche in vetro che svelano costruzioni e pavimentazioni di secoli fa. Un ponte, dunque, tra storia e modernità gastronomica, nato dall’intraprendenza di Giuseppe Simonetti, giuglianese di nascita, in collaborazione con Luca Volpicelli (già gestore di un locale in via del Seggio – Aversa). Un’impresa portata avanti con tenacia, passione e coraggio. Un’idea nata dai giovani per i giovani. “Sono laureato in Economia – ci ha raccontato Peppe Simonetti durante la serata inaugurale – ma ho deciso di seguire ciò che mi piace. Ho lavorato come salumiere per tanti anni, ma sentivo le mie ali tappate. Ho anche viaggiato, sperimentando gusti e sapori. Ho quindi deciso di rendere realtà le mie ambizioni e col mio socio Luca abbiamo dato forma a quest’idea, investendo sul mio territorio che, negli ultimi anni, sta attraversando una fase di rinascita dal punto di vista sociale e commerciale”. Simonetti, accanto alle esperienze lavorative, ha abbinato viaggi e ricerche sul territorio nazionale e oltre confine, per studiare prodotti e sapori. Le sue storie sono raccontate, in modo molto genuino, in un blog. Durante l’inaugurazione sono state offerte degustazioni di prosciutto crudo spagnolo Pata Negra, con baguette calde e con un vino intenso della nostra terra: il Voccanera. Solo un assaggio di ciò che Salumeria Moderna ha da offrire. Bisogna dirlo: non c’è niente di meglio che un mondo pieno di “affetto!” Nunzia Serino

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Napoli & Dintorni

Circumvesuviana: un anello di fuoco che scotta

Con la stagione autunnale e la ripresa delle attività lavorative o scolastiche è ritornato il calvario per eccellenza di tutti i napoletani che usufruiscono di mezzi di trasporto pubblici per gli spostamenti: la Circumvesuviana. In estate, perlopiù, ce ne dimentichiamo, perché si sa, è il veleno assunto in piccole dosi quotidiane a uccidere. In estate si monta sui mezzi pubblici occasionalmente, per una giornata a mare o una passeggiata a via Toledo. Ma quando si torna a indossare l’abito da pendolare e a dover usufruire ogni giorno di treni malridotti, in ritardo e sovraffollati, l’insofferenza giunge nuovamente a picchi altissimi. E a ragione: i vagoni del nostro trasporto quotidiano sono sempre più simili a carri per il bestiame. Danneggiatissimi, pericolosi, molto al di là di qualunque soglia di sicurezza personale. E ancora, teatro di atti di vandalismo, aggressioni, malesseri fisici, ritardi incresciosi. Rischiano di andare a fuoco in estate e di allagarsi in inverno, sono rottami che continuano a camminare a calci.  L’emblema dell’anti-igiene e dell’antimodernismo. C’era una volta… la Circumvesuviana Come al solito al fine di proporre soluzioni per il futuro è necessario conoscere il passato, le radici dove si è annidato il danno. La linea Napoli-Baiano della Ferrovia Circumvesuviana viene inaugurata nel 1885. È la prima linea interprovinciale della Campania e del Mezzogiorno in generale. Binario unico, trazione a vapore, i caratteristici colori bianco avorio e rosso granata: la Circumvesuviana è una promessa di modernizzazione, di progresso, di benessere sociale ed economico. Nel 1901 le aree servite dalla linea vengono estese fino a Sarno e viene inaugurata una nuova linea che serve i comuni di Portici, Ercolano, Torre del Greco, Torre annunziata e Pompei e che si riconnette alla linea Sarno, creando il caratteristico anello di fuoco che attornia il Vesuvio, da cui scaturisce il nome Circumvesuviana. Quattro anni dopo inizia l’elettrificazione, approdo a un concetto molto più avanguardistico di innovazione. I bombardamenti riconducibili alla seconda guerra mondiale e i danni causati dall’eruzione del Vesuvio del 1944 hanno reso necessari degli interventi di ricostruzione. Dagli anni Settanta del Novecento, la Ferrovia ha conosciuto nuove diramazioni, tratte e fermate, fino a essere inglobata dall’EAV nel 2012. La parola “ammodernamenti” in cui si inciampa diverse volte se si studia la storia della Circumvesuviana non inganni i lettori. I miglioramenti conseguiti sono l’equivalente di un cerotto per una persona con una frattura scomposta e quindi bisognosa di ingessatura. Progressi irrisori in un disegno che dovrebbe essere completamente rifatto perché pieno di falle che si sovrappongo in un solo, perpetuo danno quotidiano. Per rendersene conto basta una rapida occhiata alla Pagina Facebook dell’EAV, che tiene costantemente aggiornati gli utenti circa le micro e macroscopiche tragedie legate a un mezzo di trasporto ormai in avaria. Tragedie narrate come si narra di eventi normali, tutto sommato accettabili. Così si sorvola su lanci di sassi ormai quasi settimanali, aggressioni a controllori che osano chiedere il biglietto del treno, frequentissime rapine. Abusi e ingiustizie di natura diversa, di cui siamo a conoscenza e che sommessamente accettiamo come […]

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Musica

Interviste

Fil Bo Riva, intervista al musicista dei Milky Chance

Fil Bo Riva (qui il sito ufficiale), nome d’arte di Filippo Bonamici, è un musicista di origini italiane, vissuto tra l’Irlanda e la Germania. Da poche settimane ha intrapreso il tour con la sua band, i Milky Chance, e il 3 dicembre farà tappa a Milano. Il 7 novembre scorso è uscito il singolo Head Sonata, inserito nella compilation di Spotify “Italians Do It Better” (dedicata agli artisti italiani che cantano in inglese) e il 2018 vedrà l’uscita del suo primo album. Fil Bo Riva ha concesso un’intervista a Eroica Fenice Il 7 novembre hai iniziato il tour con i Milky Chance e il mese prossimo, per la prima volta dopo molti anni, tornerai in Italia. È difficile dirlo, ma il motivo perché me ne sono andato era perché sapevo che i miei sogni da musicista erano internazionali. Quindi direi che probabilmente non ce l’avrei fatta perché mi sarebbe mancata la motivazione giusta. Il fatto è che tornare è sempre facile, ma andarsene e riuscire a raggiungere qualcosa è la cosa difficile. Si vedrà nel futuro se l’Italia accetterà la mia musica. Il prossimo sarà un anno molto ricco e impegnativo, intanto hai già in mente i progetti futuri da realizzare?

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Interviste

Passaporto di Mario Riso: “un lungo viaggio a ritmo di musica”

È uscito lo scorso 20 ottobre Passaporto, il primo album da solista del batterista Mario Riso, distribuito dall’etichetta Self. A cinquant’anni Riso si rimette in gioco con una raccolta di diciotto tracce scritte nel corso di periodi diversi della sua lunga carriera da batterista, prestando per la prima volta anche la propria voce in un brano, Un temporale, realizzato con Danti dei Two Fingerz e scelto come singolo di lancio del lavoro. Passaporto: un disco dalle anime differenti Anticipato dal brano Un temporale, in rotazione radiofonica dal 13 ottobre, Passaporto è un disco in cui Riso racconta, attraverso diversi stili, la sua storia musicale, fatta di oltre 30 anni di esperienza. Dopo aver suonato in numerosi album di grandi artisti, il batterista, compositore, produttore, nonchè autore e presentatore televisivo monzese ha voluto intraprendere quello che lui stesso ha definito “un viaggio a ritmo di musica”. “Un viaggio lungo – ha aggiunto – che porterà lontano, e come in ogni viaggio che si rispetti è necessario il passaporto!”. Il risultato è un album dalle sonorità più disparate, in cui convergono generi anche molto distanti tra loro: Riso si muove con disinvoltura tra ritmi rock (a lui congeniali) – prevalenti nella maggior parte dei brani -, latini (come la travolgente Ay que le pasa al mayoral), pop e hip pop, mostrando tutta la sua poliedricità. 18 tracce dalle anime differenti che testimoniano una vita dedita completamente alla musica. Inoltre, come detto in precedenza, per la prima volta Riso canta anche, nel singolo “Un temporale”, un brano che si pone come una metafora della vita: non sempre il cielo è sereno, spesso bisogna attraversare burrasche, ma “un temporale dura soltanto un momento” e “un altro sole tornerà”, perché il sole torna sempre a splendere. “Il primo album solista della mia vita, la prima volta che canto e utilizzo la mia voce su una registrazione ufficiale – ha spiegato Riso – C’è sempre una prima volta per quasi tutto… ma questa per me rappresenta una grandissima emozione artistica. Grazie Danti per averla impreziosita col tuo contributo!”. Ad arricchire il progetto solista del musicista lombardo hanno contribuito numerosi altri artisti oltre al già citato Danti dei Two Fingerz; tra di essi Rise, Cristina Scabbia dei Lacuna Coil, Caparezza, Tullio De Piscopo, Giuliano Sangiorgi, movida e Rezophonic (progetto musicale benefico da lui fondato nel 2006). Mario Riso: una vita per la musica Tra i più famosi batteristi rock in Italia, Mario Riso, classe 1967,  ha mosso i suoi primi passi nel mondo della musica quando aveva poco più di 16 anni, mostrando da subito il suo talento da batterista. In 30 anni e passa di carriera ha suonato in più di 150 dischi italiani e si è esibito in oltre 2000 eventi tra concerti live e performance televisive. Oltre ad essere musicista e produttore, Riso ha un ruolo attivo anche nel mondo della televisione, è infatti autore e presentatore tv, nonché fondatore dei canali satellitare Rock Tv (Sky 718) ed Hip Hop Tv (Sky 720). Ha […]

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Musica

L’oreficeria, il nuovo album del cantautore Davide Viviani

Il 17 novembre è uscito L’oreficeria, il nuovo album del cantautore bresciano Davide Viviani che arriva a sei anni di distanza dal disco d’esordio Un giorno il mio ombrello sarà il tuo, pubblicato nel dicembre 2011 con la produzione artistica di Gabriele Ponticiello. La produzione di questo secondo lavoro è invece affidata ad Alessandro “Asso” Stefana (PJ Harvey, Vinicio Capossela) con la partecipazione di Marco Parente. Lo spirito del cantautore Davide Viviani, classe 1981, incarna appieno lo spirito autentico del cantautorato italiano, per il modo di comporre e interpretare i brani. Fedele alla tradizione, Viviani porta avanti lo stile di grandi nomi della musica d’autore italiana come De Andrè e De Gregori, di cui si avverte la forte influenza in questo secondo album. L’oreficeria è un disco breve – dura circa trenta minuti – ma di qualità, che viene definito folk, ma forse è riduttivo. La voce calda e gentile di Viviani racconta storie semplici ma dense, accompagnata da melodie languide e precise. Un album che prende le distanze dagli artifici elettronici che oggi rendono le canzoni un po’ tutte uguali e rimanda ad un’epoca in cui prevaleva la forza delle parole e dei suoni raffinati e non preconfezionati. Un lavoro autorevole con brani spontanei, molti dei quali nati all’improvviso e scritti d’un fiato, come spiegato dallo stesso autore. L’oreficeria, un album raccontastorie Il disco contiene otto brani, scritti e musicati da Viviani, tranne quello in inglese posto a chiusura del lavoro, Leashed, il cui testo è una poesia di una sua amica, Valentina Gosetti. Il singolo scelto per lanciare l’album è il pezzo d’apertura E a tutto quel mondo lì, “una canzone – spiega il cantautore bresciano − che nasce dall’idea di avvicinarmi il più possibile alla forma canzone, verso una struttura più conosciuta. Quello che viene detto, in fondo, è una dedica” . Oltre al testo in inglese, nell’album è presente un pezzo in dialetto bresciano: Salomon David. “Qualche tempo fa – racconta Viviani parlando del brano − mi sono imposto di fare un’esperienza da artista di strada, in giro. Un giorno ad Avignone ho incontrato e conosciuto questo musicista gitano. Ho deciso di scrivere il testo in dialetto, come strumento per raccontare meglio la veracità del personaggio e avvicinarmi il più possibile al fortissimo spirito insito nel mondo tradizionale e popolare gitano”. Dal musicista gitano alla festa di paese descritta in Lu porcu meu: “racconto di un’esperienza vissuta nel corso di una festa di paese a Palmariggi, Otranto. Ho reso caricaturali i personaggi incontrati mescolando realtà e immaginazione. Per intenderci: lì un drago, almeno nei giorni in cui ero presente, non è arrivato”. Litania della Città alta, invece, è una malinconica nenia che Viviani dedica a Bergamo Alta, un brano nato, come da lui stesso spiegato, durante una gita nella città: “un rigurgito di dolore indigesto, nato in salita, velocemente, durante una gita a Bergamo Alta”. Note meste e dolci accompagnano anche La creatura banale, canzone arrivata “senza pensarci, scritta d’un fiato come se fosse dettata da qualcuno […]

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Musica

Cotton Candy Club il nuovo album degli Sugarpie and the Candymen

Cotton Candy Club (IRMA records) è il quinto album degli Sugarpie and the Candymen. Il quintetto romagnolo “modern swing” è attivo nella scena musicale dal 2008. Venti i pezzi presentati: diciotto inediti di cui alcuni in lingua inglese, altri in lingua italiana e poi una scelta di cover, rivisitazioni di pezzi che hanno fatto la storia del Rock. In chiusura due bonus track, versioni italiane delle prime due tracce cantate in inglese (“Naviga l’onda” e “A modo mio”). Sugarpie and the Candymen: il quintetto “modern swing” da festival internazionale Conosciuti nella scena jazz grazie anche alle partecipazioni di festival internazionali, gli Sugarpie and the Candymen sono perfettamente integrati nel presente e riescono abilmente a portare con sé tracce del passato. La voce di Lara Ferrari è incantevole; la delicatezza e lo “swing” naturale che ne viene fuori a ogni nota cantata, si sposano perfettamente con la parte musicale, tecnicamente impeccabile. Nonostante il livello complessivo sia evidentemente alto, l’album dà l’idea di essere leggermente monotono, sia nella sua forma musicale che in quella testuale. Non si può negare, in nessun caso, l’allegra compagnia che Cotton Candy Club può fare quando lo si ascolta. All’interno di Cotton Candy Club, come già anticipato, varie sono le cover C’è qui il tentativo di renderle proprie che, anche se non lo si può definire del tutto nullo, “personalizzare” troppo i brani mette troppo in bilico la stabilità dell’opera nel suo complesso. Le rivisitazioni sono di canzoni iconiche del Rock che si sono susseguite sulla scena musicale per decadi. “Lithium”, brano celebre dei Nirvana, tra le loro mani assume un arrangiamento interessante ma snatura troppo il movente principale della band icona del grunge di inizio anni ‘90: il disagio interiore e la ribellione alla base di un rifiuto del momento storico in cui questo genere, nonché movimento culturale, nasce. Era il 1967 quando la band americana The Doors irrompeva alla radio con “Break on Through”; in Cotton Candy Club, gli Sugarpie and the Candymen riescono bene a conservare i richiami del genere bossa nova introdotti dal tastierista dei Doors Ray Manzarek (tratto che poi divenne distintivo nelle loro composizioni). “You Give Love a Bad Name” non riesce al massimo: un pezzo così potente, uno degli inni del Glam Rock degli anni ‘80 appare troppo snaturato, perdendo il suo originale fascino senza acquisirne di nuovo. “The Final Countdown” si trova in chiusura dell’album. Il pezzo è anticipato da una voce che simula il conto alla rovescia tipico di un’operazione di lancio. Anche qui si perdono le coordinate che hanno reso la canzone degli Europe celebre però qui, gli Sugarpie and the Candymen riescono, rispetto alla precedenti, a rendere di più: un tocco di sensualità e la semplicità dell’accompagnamento musicale danno a questa traccia una connotazione inaspettatamente delicata e accattivante. Nella sua totalità, Cotton Candy Club è un album piacevole ma non troppo emozionante o innovativo: l’ascolto scorre tra una “filastrocca” e l’altra decantate da una cantante meravigliosamente dotata e da musicisti fantastici nel loro genere.  

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Teatro

Teatro

Teatro Bellini, in scena “Il nome della rosa”

Al Teatro Bellini è in programma Il nome della rosa: trasposizione dell’omonimo romanzo di Umberto Eco, che farà tappa a Napoli fino al 26 novembre per la regia di Leo Muscato, con Luca Lazzareschi e Luigi Diberti tra gli altri. Una parentesi, quella napoletana, prevista nel mezzo di una tournée che toccherà i teatri di tutta Italia, da Milano a Roma, passando per Firenze e Padova. Il nome della rosa è l’opera più famosa di Umberto Eco (1932-2016), intellettuale, semiologo e accademico tra i più importanti del Novecento italiano, la cui recente scomparsa è una ferita ancora aperta nel cuore di molti. Fu tra i pochi intellettuali capaci di unire più che di dividere; peculiare era la sua capacità di rendere fruibile la sua immensa sapienza anche a chi di cultura non ha mai vissuto direttamente. E il romanzo in questione è proprio uno dei maggiori esempi in tal senso. Vincitore del Premio Strega nel 1981, inserito tra i 100 libri del XX secolo da Le Monde: sono tanti i riconoscimenti di cui può fregiarsi Il nome della rosa. L’opera viene ricordata anche per la versione cinematografica del 1987 di Jean-Jacques Annaud, con un indimenticabile Sean Connery. Oggi il romanzo, che definire storico, giallo o filosofico è riduttivo, vive la sua prima trasposizione teatrale. Il nome della rosa diverte, commuove e fa riflettere Come in una sorta di dejavù veniamo proiettati in una fantomatica abbazia di ordine cluniacense dell’Italia settentrionale. Teatro di omicidi, veleni, intrighi e scoperte. Si viene catapultati agli inizi del XIV secolo, nel culmine della lotta tra Chiesa e Impero e riappaiono figure familiari quali Guglielmo da Baskerville e il suo giovane scudiero Adso da Melk. I due vengono incaricati dall’ansioso abate Abbone di far luce sull’omicidio del confratello Anselmo. Tornano Jorge Da Burgos, l’anziano frate cieco, e l’inquisitore Bernardo Gui. Per non dimenticare il celleraio Remigio da Varagine e l’anziano Alinardo da Grottaferrata. Personaggi entrati di prepotenza nell’immaginario collettivo, grazie al successo del libro e del film. Leo Muscato ha provato a reinterpretare in maniera personale queste maschere. Un rischio calcolato, quello del regista di Martina Franca. Prima che uno dei più apprezzati autori del panorama teatrale italiano, Muscato è stato infatti un appassionato lettore del romanzo di Eco. L’opera viene scomposta e analizzata minuziosamente in ogni sua parte. La versione teatrale si compone di undici quadri tematici che scandiscono lo spettacolo, segnati da continui cambi di spazio. Lo spettatore dimentica quanto già letto o visto in precedenza e viene immerso in nuove dimensioni percettive Un’operazione non facile, quella di ricreare uno spazio temporale e scenico credibile, soprattutto per le numerose citazioni e descrizioni presenti all’inizio di ogni capitolo del libro. La scenografia è solo apparentemente spoglia; in un ambiente così piccolo come quello teatrale sembrerebbe difficile ricreare i mille luoghi dell’abbazia. Grazie però a giochi di luce, proiezioni, interpretazioni entriamo man mano nell’erboristeria, nella biblioteca, nel cortile, nella chiesa. Quando Adso e Guglielmo approdano in abbazia siamo lì con loro, a patire il freddo sotto la neve. Nelle […]

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Recensioni

06-05-38: “Una giornata particolare” al teatro Sancarluccio

06-05-38 è uno spettacolo in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli dal 16 al 19 novembre. Lo spettacolo 06-05-38 06-05-38. Una data per un titolo, una data particolare per un titolo particolare. 06-05-38, questo il titolo dello spettacolo in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli e scritto e diretto da Luca Pizzurro e interpretato da Gigliola De Feo e Andrea Fiorillo. 06-05-38 si ispira liberamente al testo cinematografico di Ettore Scola Una giornata particolare. I rimandi alla pellicola emergono già dal titolo: Una giornata particolare si svolge in una data precisa, il 6 maggio del 1938 e lo stesso 6 maggio del 1938 è il giorno in cui si ambienta la “giornata particolare” dei protagonisti di 06-05-38. Il corpo della trama resta pressoché inalterato: per un giorno le anime di due sconosciuti, una donna sposata ma intimamente sola e un uomo omosessuale, si incontrano e oltre le differenze esteriori si scoprono in fondo simili nel loro dolore. Insoddisfazione, senso di inappagamento, infelicità: l’interpretazione di Gigliola De Feo e di Andrea Fiorillo comunica pienamente questi drammi dell’anima e con loro il senso di “estraneità” alla vita attraverso il senso di solitudine intima che le due anime trasmettono. E la scena, così ingombra di suppellettili, così ingombra di oggetti che sembrano togliere il respiro, avvolge i loro gesti, le loro parole e perfino i loro silenzi. Spazi angusti, un senso di claustrofobia, sia metaforico che fisico: così, infatti, si presenta organizzato lo spazio della scena, che pure riprende in parte l’organizzazione degli spazi della pellicola a cui si ispira. Un lavoro fatto di ricostruzioni attente: costumi, parrucco, arredo scenico, elementi linguistici, tutto volto a ricostruire, appunto, uno spaccato di un’epoca, uno spaccato di una società. Congiuntura storica e sociale, e consequenzialmente dramma storico e dramma sociale, vengono evocati anche nel testo di Pizzurro. E così 06-05-38 bene interpreta, e restituisce, quel senso di vuoto, di vertigine che trascina verso il centro e verso il basso, in una spirale di straniamento e pure una sorta di presa di coscienza. Una qualche forma, seppure immediata, veloce, come uno squarcio nel buio, attraverso cui “vedere” le ombra. E sulla luce e l’ombra molto sembra aver lavorato il disegno luci di questo spettacolo, in cui ascolto, visione, partecipazione hanno stretto un tutt’uno, un forte legame fatto di suggestioni. Uno scavo nell’intimo, nelle più profonde essenze emotive, nei sentimenti: anche questo muove nel profondo la pellicola di Ettore Scola, nelle intense interpretazioni di Marcello Mastroianni e di Sophia Loren nei panni dei due protagonisti. Sentimenti che dal testo di Scola riescono a giungere fino a questo testo liberamente ispirato, con alcune modifiche nell’assetto della trama rispetto alla pellicola originale, ma che arriva al cuore e che sa parlare allo spettatore con profonda intensità.

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Teatro

Il Re Ride al Teatro Tram di Napoli

Per una sola sera, quella del 15 novembre, il Teatro Tram di Port’alba, ha ospitato fuori programmazione lo spettacolo “Il Re Ride“, scritto e diretto da Luisa Guarro, con in scena Francesco Campanile, Luca Di Tommaso, Giorgio Pinto. Subito dopo questa notte, lo spettacolo andrà in scena in Russia, nella cornice di Ryazan, durante il Festival Internazionale di Teatro, dal 20 al 26 novembre. Il Re ride, tutti piangono Quali devono essere le qualità di un principe? C’è uno scrittore, un tale Machiavelli, che, a riguardo, scrisse un intero libro, dal titolo omonimo,  che ebbe poi, nel tempo, un leggero successo. Descrivendo, spiegando, dettagliando tutte le dovute e necessarie capacità di un principe (e futuro re) per divenire un giorno un buon sovrano del suo popolo. Lasciando, tra le sue eredità, una corrente di pensiero, un dogma destinato a tutti coloro che sarebbero divenuti “i potenti” del domani: la necessità di fare il male pur di ottenere il bene. “Il Re Ride”, scritto e diretto da Luisa Guarro, è alterazione, divisione, discernamento sul potere, sulla fratellanza e sul fraticidio, in un’opera nera e clownesca, resa tetra e inguardabile dal dolore dei suoi personaggi. Spesso e volentieri si vorrebbe distorcere lo sguardo o andare via durante lo spettacolo, vista la crudezza degli eventi e di come essi sono mostrati al pubblico. Prendendo spunto e rileggendo una leggenda campana, quella de “L’uccello grifone”, Guarro accompagna con mano invisibile i suoi attori verso un patibolo esistenziale, una fine segnante, in cui proprio nessuno vince, nonostante la presenza di un evidente vincitore. Triste e solo, su un podio vuoto. Accompagnati dalle musiche distorte e grevi di Nick Cave e Tom Waits, gli attori consumano la tragedia, se ne nutrono, fino a farla propria e a sentirla e portarsela addosso, senza via di uscita alcuna. Un plauso va sicuramente ad alcune scelte fatte dalla regia, che lascia dietro di sé sicuramente un’opera dalla forte carica estetica, suggestionando e impressionando lo spettatore. Non manca di certo l’invettiva o l’originalità a questo spettacolo, che tiene alto il livello di concentrazione degli spettatori, costringendolo a guardare con cura gli svolgimenti, per essere certo di non essersi perso nulla. Tutto si spiega e si risolve in una chiusura devastante, in cui tutto cade a pezzi, mostrandoci come ogni cosa che abbiamo visto fosse tenuta in vita da un semplice filo penzolante. Il Re Ride scritto e diretto da Luisa Guarro Con Francesco Campanile, Luca Di Tommaso, Giorgio Pinto Luci Paco Summonte Realizzazioni costumi Federica Del Gaudio

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Teatro

“Mozart chi?” al Piccolo Bellini. Mozart secondo Salieri

Antonio Salieri è stato uno dei più grandi compositori italiani del Settecento. Cittadino della Repubblica di Venezia, visse gran parte della sua esistenza presso la corte di Vienna. Uomo geniale, ebbe come allievi artisti della portata di Beethoven, Schubert e Liszt. Le verità del maestro Salieri La fama di Antonio Salieri non è però legata al suo pur eccezionale talento. Nell’immaginario collettivo Salieri è infatti l’eterno rivale di Wolfgang Amadeus Mozart, vuoi anche per il successo di un film come Amadeus. Diretto da Miloš Forman, vincitore di otto premi Oscar, Amadeus ha la propria voce narrante in un Salieri vecchio e decrepito, ricoverato in un manicomio. Il compositore confessa infatti la propria profonda ammirazione per il genio di Mozart, accompagnata da un contemporaneo odio per la persona, una invidia tale da desiderarne perfino la morte. Antonio Salieri è stato però una personalità molto più complessa di quel che potrebbe sembrare in apparenza. La storia infatti ha un debito con questo personaggio. Solitamente inquadrato come il rivale di Mozart, in realtà l’inimicizia tra i due è priva di qualsiasi fondamento. Salieri ebbe tra i suoi pupilli uno dei figli di Mozart, Franz Xaver Wolfgang. Inoltre mentre il veneziano riscosse un successo strepitoso già in vita, la fama di Wolfgang crebbe dopo la morte. Amadeus vs Salieri Mozart chi? è l’ultimo lavoro di Vittorio Cielo, finalmente in scena al Teatro Bellini, fino al 19 novembre. Nell’atmosfera intima e raccolta del Piccolo Bellini, simil-teatro borghese settecentesco, il regista continua così il racconto inedito dei geni del passato, sulla scia dello scorso anno, quando ottenne un grande successo con Shakespeare in Love with Marlowe. Mozart chi? è il ritratto di Wolfgang Amadeus Mozart, “il compositore più universale della storia della musica occidentale”. Produzione affidata a TTR- Il Teatro di Tato Russo. Un affresco inedito che indaga sul genio ma anche sul mito dell’austriaco. Il tutto grazie alla narrazione, ancora una volta, di Antonio Salieri. Mozart chi? è proprio il punto di vista del compositore veneziano su Amadeus, raccontato attraverso un ampio materiale biografico recentemente pubblicato. Anche i Quaderni di Conversazione di Ludwig Van Beethoven sono stati fonte di ispirazione, appunti cui il compositore tedesco affidò i propri pensieri una volta raggiunta la cecità. Il testo di Vittorio Cielo è completato dalla sapiente prova attoriale di Ennio Coltorti. L’intera messinscena si poggia sulla sua interpretazione. Il monologo di Salieri commuove e diverte, non perde mai il ritmo per tutta la durata dei sessanta minuti previsti. L’esistenza di Mozart viene ispezionata con cura e meticolosità, ed estremamente spassosi risultano i riferimenti alla vita sessuale di Amadeus. Salieri effettua numerosi salti temporali, criticando il nostro tempo. Oggetto di scherno è anche l’arte, in particolare questa concezione a suo dire diffusasi dell’artista come “dio sociale”. Mozart chi? Il monologo è accompagnato da musica d’eccezione. In una messinscena così volutamente povera, Antonio Di Pofi e Monica Berni illuminano il palco con pianoforte e flauto. Lui ha all’attivo più di 50 colonne sonore per film di successo, lei è stata per anni il […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Lei, lui e quello strano dovere di amare

Lei, lui e quello strano dovere d’amare Dopo l’annuncio del loro matrimonio, lei continuava a chiedersi con sgomento sempre crescente cosa diamine lui ci trovasse in quella tizia. Era così insulsa che si meravigliava del fatto che un uomo avesse potuto trascorrere ben tre anni di fidanzamento con quella donnetta, per poi volerla sposare. Sì, proprio lui, che lei amava in silenzio da un anno, alla fine aveva deciso per le nozze con “l’altra”, tirato certo un po’ per la giacchetta, ma comunque determinato a dare una svolta a quella relazione, tra il dovuto e il voluto.  Lei e ” l’altra” Ai suoi occhi, quella sottospecie di femmina non aveva niente di bello né dentro né fuori, nessun tipo di appeal o dote che potesse attirare a sé un uomo di media intelligenza, figurarsi proprio colui che lei considerava perfetto alla luce del suo amore. La sua rivale era di bassa statura, dai capelli radi e perennemente arruffati, il viso arcigno e a tratti inespressivo, sgraziata nella voce e nelle movenze. Non era particolarmente intelligente né colta, aveva un modo di pensare astruso e presuntuoso nonché una concezione della realtà del tutto avulsa dall’oggettività dei fatti che le derivava dagli insegnamenti della sua famiglia, altrettanto insensata e nevrotica come  lei. Dai racconti dell’uomo, aveva evinto pure con sommo dispiacere che era anche fintamente bigotta e terribilmente moralista. Quando la guardava, le veniva in testa quel noto aforisma di Oscar Wilde che recita “Un uomo che moraleggia è di solito un ipocrita, una donna che moraleggia è inevitabilmente brutta”.  Lei si sforzava di trovare spiegazioni sensate a quell’amore paradossale in una massima condita da sano realismo pur di non cedere all’indignazione. Lei e l’altra: il confronto Sì, quella tizia era terribilmente brutta, a differenza sua. Lei sapeva che certi aggettivi non dovrebbero mai essere usati nei confronti di una persona, che la bellezza è negli occhi di chi guarda, che l’amore è cieco, che de gustibus non disputandum est  ma insisteva nel definirla così, non fosse altro che per la rabbia e una buona dose di insana invidia che nutriva nei suoi confronti. Era brutta come la peste, e non c’era storia. Quando non si conosce la compagna dell’uomo amato, la si immagina sempre in qualche modo migliore rispetto a sé sotto svariati punti di vista, tali da impedire e giustificare il mancato distacco dell’uomo verso un’altra donna. Ma, come in questo caso, quando quelle sembianze dapprima immaginate si manifestano in tutta la loro dirompenza, i perché senza risposta non potevano non affollarsi nella sua mente.  Lei si domandava come facesse a stare con la fidanzata, ancora e nonostante tutto, come riuscisse a sopportare la sua voce, la sua presenza, le sue pretese, i suoi stupidi ragionamenti, come facesse a vedere un futuro con lei nonostante le continue lamentele che confidenzialmente l’uomo le rivelava. Si chiedeva perché non avesse mai avuto il coraggio di guardarsi attorno e come sarebbero andate le cose tra loro  se solo lei si fosse dichiarata. Non […]

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Voli Pindarici

Rendez-vous nella città dei desideri irrealizzati

Spengo il motore, tiro il freno a mano, tolgo la chiave. Gesti abituali e mente altrove. Spalanco lo sportello, scendo, lo chiudo e muovo i primi passi in mezzo alla nebbia. I piedi conoscono la strada; prendo un respiro; il vento mi scompiglia i capelli, io me li riporto dietro l’orecchio. Nelle mie orecchie risuona il rumore di ciottoli, inizio a salire le scale: sette. È passato qualche anno da quando, un giorno come tanti di un’altra vita, mi chiesi per la prima volta quanti fossero gli scalini che mi portavano lì. Forse in quel momento era l’ultimo pensiero che avrei dovuto avere eppure lo ebbi e contai. Improvvisamente quest’ informazione mi sembrava infinitamente importante, per cosa poi? Non lo ricordo più. Infine entro e rifletto sul fatto che il sorriso che mi è comparso sulle labbra potrebbe sembrare insolito ad alcuni, ma non a te, perché questo è il nostro momento. Ho sentito i tuoi passi sulla ghiaia, la foschia ti avvolgeva e la tua figura non vedevo chiaramente, ma sapevo che eri lì: mi hai chiamata, mi aspettavi, volevi rivelarti, ma la mia mano non ha fatto in tempo ad afferrare una delle tue ciocche bionde e sei scomparsa. Le pietre grigie ci circondano ed osservano: tu, passato ancor presente ed io, nata passato. Il tempo ha avuto fretta di fuggire e di portar con sé il tuo stendardo, l’affanno. Al perché di te stessa, hai risposto con la sola malinconia, raffinata nella scelta dei suoi proseliti, totalizzante nella sovranità della loro natura e hai spento il tuo sorriso, esacerbando i tuoi desideri per non offrire più appigli alla felicità: troppo rischiosa, troppo confusa, troppo poco reale. E se ti avesse giocato? Ciò che si conosce non ferisce. La consapevolezza di aver vinto il male non sempre dà soddisfazione. E il vuoto dentro ci assale. Ma all’improvviso una luce, in fondo ai tuoi occhi stanchi. Luce di amore, che la tua natura sempre fu certa di saper dare, riservato a me soltanto e io cosi ti rincorro, per poter rivedere quella luce, quella luce che vale una vita, che vale un sogno abortito, rimasto nell’aria insieme a tanti altri che si muovono tra le pietre grigie, nel regno indiscusso della calma e della presenza nell’assenza. Nella città più ricca al mondo, perché piena di desideri mai realizzati, io, ospite accettata ma guardata con diffidenza, muovo i miei passi accompagnata da voci conosciute e non e ti vedo nasconderti nella nebbia, tra le pietre, tra visi di famiglia. La tua pelle sembra più giovane, i tuoi capelli più lunghi e morbidi, la tua gonna nera diventa un vestito bianco a maniche corte, con la cintura rossa che spicca come uno schizzo di colore su una tela, e corro anche io, ti inseguo, sento la tua risata, la tua risata di fanciulla, divertita perché sono lenta e non riesco ad afferrarti. E i miei sogni si mescolano ai tuoi, il mio sogno di rivedere quella luce nei tuoi occhi diventa […]

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Ero solo andata in vacanza

Stavolta è toccato a me. Qualche mese fa ho pianto ascoltando la notizia dell’attentato di Manchester, di quei poveri padri, madri, ragazzini e umanità varie straziati da una bomba innescata durante un concerto. Però il pensiero dell’imminente vacanza a Barcellona con la mia famiglia mi tirava su di morale. Tanto, mica ci capiterà qualcosa? Ripetevo impaurita per autoconvincermi che niente sarebbe potuto accadere a chi, come noi, andava solo in vacanza dopo un anno di duro lavoro. Invece ho sbagliato in maniera clamorosa. Sono diventata anch’io un titolo di giornale, la protagonista di un doloroso fatto di cronaca a cui dedicare un editoriale, perché la mia storia è stata sicuramente la più straziante tra tutte quelle raccontate sui morti e i sopravvissuti di quell’attentato. Ma cos’è successo qui? Una strage? La guerra? Io ero solo andata in vacanza Mi sono ritrovata ad essere vittima inopinata di una guerra che non si vede ma c’è. Una violenza a sprazzi, una di quelle subdole che colpiscono i civili inermi, preferibilmente occidentali, classificati come “infedeli” da qualche “mente superiore” che brandisce la propria religione come arma di distruzione di massa, benchè le motivazioni sottese alla loro guerra  siano ben altre. Non è uno di quei conflitti tra tre, quattro nazioni contrapposte come quelli che si studiano a scuola, che durano un paio di anni e poi si concludono con la resa incondizionata di qualcuno, un bell’armistizio e la rinnovata pace che trionfa. Questa guerra non si sa con precisione tra quali nazioni venga combattuta, è ovunque e in nessun luogo contemporaneamente. Nessuno può sentirsi totalmente al sicuro. Questo conflitto non si manifesta quotidianamente in tutta la sua efferatezza ma è una sorta di malattia cronica che appare e scompare ma che c’è sempre, con forme subdole o plateali, con cadenza mensile, trimestrale o a discrezione di qualche cane sciolto. La guerra in vacanza Tra le vittime di questa guerra ci sono finita anch’io con la mia famiglia, durante un’agognata vacanza in un caldo giorno di sole. Ora mi sento accomunata nella mia triste sorte ai parenti delle vittime e ai superstiti degli attentati di New York, di Parigi, di Londra, di Madrid, di Manchester, visti dapprima solo nei tg come poveri  disgraziati la cui vita è stata spezzata da una sofferenza inenarrabile e ora improvvisamente così simili e vicini al mio dolore e alla mia storia.   Mi sono chiesta se ci sia differenza tra paura e terrore, dato che questa scia di sangue che ci perseguita si chiama proprio terrorismo, nemmeno fossimo ai tempi della fine della Rivoluzione Francese o negli anni ’70 in Italia. Forse la paura si ha occasionalmente nella vita, mentre il terrore serpeggia sempre fin quando qualcuno o qualcosa non stronca le sue ombre in maniera definitiva. Il terrore è un sentimento più penetrante della paura e si insinua nella tua vita fino al punto di paralizzarla o, quantomeno, fortemente limitarla nelle sue forme e manifestazioni più alte  di pienezza e libertà. Ed è proprio così che sono […]

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Voli Pindarici

Mi nutro della mia sofferenza

At tu, Catulle, destinatus obdura. Risucchiato nel vortice del dolore, penso. Penso ai baci, alle carezze, agli abbracci. Penso ai giorni trascorsi insieme e alle notti in cui abbiamo fatto l’amore, senza staccarci, senza stancarci. Come se i nostri corpi fossero stati legati, come se non avessimo potuto dividerci neanche se lo avessimo voluto. Ma noi non volevamo. Alba o tramonto? Penso ai tramonti e alle albe. Perché i tramonti son per tutti, ma le albe son per quell’élite che è in grado di aspettarle. Perché il tramonto è intriso di sentimenti. “Ti porto in spiaggia a vedere il tramonto” è un’emozione. È un “voglio condividere uno dei momenti più belli della giornata con te perché per me sei importante”. Ma l’alba è diversa: l’alba è un’altra storia. È un “stiamo svegli e facciamo l’amore fin quando il nostro sentimento non consuma questo buio, fin quando la paura delle cose che scompaiono non viene travolta dalla nostra passione”. L’alba è per pochi. Non ho pace e tuttavia non ho mezzi per combattere, ho paura e speranza; ardo e sono impassibile; e volo sopra il cielo, e mi giaccio inerte a terra; e non ho nulla in mano, e mi slancio ad abbracciar tutto. Amore e sofferenza Ci siamo amati. Ci siamo amati immensamente, perdutamente, maledettamente, a tal punto che ci siamo distrutti. L’amore che provo per te è la mia più grande gioia… e il mio più immenso dolore. È un coltello conficcato in petto che sprofonda nella carne. Che taglia, ogni giorno di più e che va sempre più dentro, attimo dopo attimo. È un dolore così intenso, così carico, così… passionale. Sì, passionale: come lo è stato il nostro amore. Perché noi non siamo mai stati “tutti”: noi non abbiamo amato come due adolescenti alle prese con il primo amore e non abbiamo amato come due trentenni già stanchi della vita. Noi abbiamo amato interiorizzando davvero il significato di amore. E ogni sentimento, e ogni emozione, sembra quasi nulla in confronto a ciò che tu hai dato a me ed io ho dato a te. Vedo senza aver occhi, non ho lingua eppure grido; desidero la morte e invoco aiuto; e odio me stesso, e amo altri da me. Da quando ci sei tu, non esisto più io Mi hai tolto me stessa. Hai preso tutti i pezzi del mio puzzle: Babbo Natale è arrivato anche per te. Ti ho regalato un puzzle che spero tu ancora custodisca preziosamente. Era esattamente ciò che volevi, ricordi? Mi hai chiesto di lasciarmi andare, mi hai chiesto di mostrarti quei lati di me che celo a chiunque. L’ho fatto: te li ho donati come si fa con i Baci Perugina nel giorno di San Valentino, e come si fa con le rose nel giorno della Laurea. Tu sei il mio San Valentino e sei la mia Laurea. Sei il mio più grande amore e la mia più grande soddisfazione. O forse no: tu sei tu. E da quando ci sei tu, […]

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