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Eroica Fenice

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E alla fine diventammo tutti verdi…ma non di rabbia

  Diego Breviario, dirigente di ricerca presso l’Istituto di Biologia e Biotecnologia agraria di Milano, è autore di articoli scientifici, inventore di brevetti, editore di riviste scientifiche e divulgatore e scrittore di testi per video e animazioni. Ha ricevuto vari premi dal Rotary Club e dal National Institute of Health. “E alla fine diventammo tutti verdi… ma non di rabbia”, romanzo dal carattere narrativo-divulgativo nel quale l’autore affronta in maniera a tratti leggera, a tratti più tecnica e specifica, i problemi dell’umanità circa il sovraffollamento della specie sul globo terrestre, facendo particolare attenzione al consumismo di questi ultimi. Uomini che vivono le proprie esistenze non pensando altro che al cibo, al modo di sfruttare in maniera più inopportuna e devastante le risorse messe a disposizione dalla Natura al fine di sfamarsi sempre di più, produrre sempre di più, distruggere sempre di più tutto ciò che ci circonda. Ogni cosa ruota intorno al cibo: i programmi televisivi, la società l’economia, l’educazione stessa. Ed è per questo che si assiste ad un incremento notevole dell’obesità e alla conseguente incapacità di rapportarsi alle esigenze vitali quotidiane: perfino l’accoppiamento subisce gli effetti negativi del grasso presente sui corpi. Copulare è un’impresa resa impossibile dall’eccessiva carne di ogni singolo individuo. Ragion per cui, Lucia di Verde e Clodio Filla, entrambi scienziati, di comune accordo, in seguito all’ennesimo conflitto sul cibo ed ai conseguenti danni economici disastrosi, decidono di avventurarsi in un esperimento spericolato: la creazione dell’homo verdis clorofillicus. Mettendo a disposizione i loro gameti, usufruendo dell’utero della compagna di Lucia, Phyto Sforza, attraverso l’estrazione del Dna da una pianta, la zamioculcas, mescolano le informazioni genetiche della pianta a quelle di Clodio e danno vita così a Smeralda. E alla fine diventammo tutti verdi… ma non di rabbia Smeralda, colei che avrebbe salvato il pianeta dallo sfacelo nel quale stava precipitando. Un ibrido, metà uomo, metà pianta, che non avrebbe avuto certamente bisogno delle eccessive quantità di cibo del quale si sfamavano gli esseri umani e che avrebbe necessitato perlopiù di acqua per la sopravvivenza. La bambina nasce, nasce bianca, ma con il tempo le caratteristiche del suo Dna fanno capolino nella sua vita, proprio sulla sua pelle. La bambina ad una certa età comincia a necessitare sempre di meno cibo e a diventare verde. Ne conseguono problemi chiari ed evidenti: cacciata da scuola, costretta a trasferirsi con i genitori in una terra chiamata Papania, posto nel quale si prediligeva l’impiego del colore verde in ogni ambito. “Verde era la bandiera, verdi i gonfaloni, verdi le case, i tetti, le lenzuola, verdi i vestiti”. In quello strambo posto vigeva anche il culto per un unico animale: la trota. Questa mania nei confronti di quel pesce nasceva dal riconoscimento che quel popolo aveva nei confronti del figlio del suo avo fondatore, chiamato per l’appunto Trota, del quale si era tramandato di generazione in generazione il ricordo della sua arguzia e intelligenza. La narrazione procede con un ritmo incalzante, fino a giungere ad un inaspettato, forse sperato, epilogo. L’autore, […]

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Attualità

Complottista, ovvero: “guida alla diffusione delle bugie”

Dite la verità, conoscete pure voi l’amico o il parente che crede di vivere in un mondo dove tutto è già prestabilito, dove ogni attentato e ogni manovra presa del governo siano frutto di un contorto e complesso complotto. Tutti noi, volenti o nolenti, abbiamo a che fare con lui: il complottista. Definizione di “Complottista” Il dizionario Treccani definisce il complottista come colui “che ritiene che dietro molti accadimenti si nascondano cospirazioni, trame e complotti occulti“.  In parole povere, si tratta di un individuo che vive la vita come un film di fantascienza, con sfumature da thriller dispotico. Ogni cosa che sappiamo è falsa. Ecco alcuni esempi: –   L’allunaggio del 1969 non è mai avvenuto ed è stato girato in studio da Stanley Kubrick. –   Il nostro pianeta non è una sfera, bensì un disco piatto (la teoria del “terrapiattismo”). –   L’attentato alle torri gemelle dell’ 11 settembre se lo sono inflitti gli stessi USA. –   Alcuni alieni noti come “rettiliani” vivono in mezzo noi e si sono inseriti nel mondo della politica e dello spettacolo. –   Le canzoni rock e pop contengono messaggi massonico/satanisti, volti a corrompere la gioventù. Il calderone del complottista, come si evince, è in continua ebolizione: a questa zuppa di enciclopedismo alternativo si aggiungono ogni giorno ingredienti sempre nuovi, senza però alterarne l’inspido sapore. Il meccanismo complottista .. Il lavoro effettuato dal complottista segue un credo basilare: Rinnegate e dimenticate ogni cosa con cui i giornali e le università, sotto il controllo delle demoniache “lobby”, vi   imbottiscono la mente ogni giorno. La verità sulla scienza, sulla storia e sulla politica è nelle mani di pochi eletti, privi di titoli accademici  che si sono istruiti rifiutando le vie considerate “ufficiali” del sapere. Ora vi starete chiedendo: “Ma se chi crede nei complotti rifiuta gli insegnamenti di quelle istituzioni che considera nemiche, in che modo si informa?”. La risposta è semplice: con internet. Vi è mai capitato di trovare sulla home di Facebook, scorrendo tra i vari post, un link ad un articolo di giornale o ad un video di You Tube con titoli in maiuscolo come “ECCO COME SE LA SPASSANO I PROFUGHI” oppure “WALT DISNEY ERA ANTISEMITA!!”? Ecco, la maggior parte di quelle notizie sono in realtà false. Queste notizie, dette “bufale” (o “fake news“), vengono prese da siti che con il giornalismo hanno ben poco a che fare (come “Il fatto quotidaino” o “Il giomale”) e senza neanche verificare le fonti, il complottista le condivide. Ne deriva così una meccanismo di reazione a catena. L’utente che legge quella notizia e non si degna di verificarne la veridicità la condivide sulla sua bacheca e a sua volta un altro utente la legge e la condivide sulla sua di bacheca e così via. .. e le sue conseguenze Il meccanismo descritto è dannatamente efficace, se il suo scopo principale è soprattutto quello di infondere inutilmente paura e terrore psicologico, di cui ne approfittano alcuni personaggi per affermare le proprie tesi […]

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Cinema & Serie tv

Mary Poppins returns, e non è un remake

Proprio così. Anche se dovremo purtroppo aspettare fino a Natale del 2018, Mary Poppins ritorna, uno dei musical barra commedia barra fantasy più apprezzato longevo tra quelli disneyani, e se ti viene subito da canticchiare “Supercalifragilistichespiralidoso” e ricordi perfettamente la medesima musichetta da sottofondo, sei un vero fan addicted. O quantomeno sai benissimo che grazie a questi grandi classici della Disney la tua infanzia è stata un po’ più magica, quando un film per ragazzi e bambini una volta era più simile ad una favola o ad un sogno realizzabile che a quelle distopiche realtà a cui la nuovissima generazione oggi è legata. Fan-allert: Mary Poppins returns non è un remake È partita la consueta campagna pubblicitaria di uno dei film prossimamente più attesi. Dalle prime indiscrezioni trapelate sul ritorno di Mary Poppins, emerse durante la D23 Expo – un evento annuale in cui la Disney rilascia tutte le novità del prossimo futuro – il regista Rob Marshall e l’attrice Emily Blunt, il nuovo volto di Mary Poppins, hanno rivelato che la storia non sarà un remake della inimitabile pellicola del 1964, bensì un sequel, che riprenderà la trama ben 25 anni dal primo capitolo (infatti la storia della bambinaia più famosa del mondo è tratta da una serie di romanzi per ragazzi della scrittrice australiana Pamela Lyndon Travers). Ci troviamo sempre a Londra, sempre in Viale dei Ciliegi numero 17 e sempre a casa Banks, ma questa volta anni dopo, durante la Grande Depressione. Jane (che sarà interpretata da Emily Mortimer) e Michael (Ben Wishaw), ormai adulti, stanno attraversando un periodo di lutto: per questo c’è ancora una volta bisogno della gioia e spontaneità della loro vecchia bambinaia, che ancora una volta busserà alla loro porta, forse dopo essere arrivata dal cielo con il suo magico ombrello e la sua borsa incantata? Essendo una storia impossibile da immaginare senza la spensieratezza dei bambini e allo stesso tempo dovendo avere un filo conduttore con quella precedente, ad aggiungersi ai personaggi sono i tre figli di Michael: Annabel, Georgie e John. Mary Poppins returns, il cast A cercare di eguagliare la brillante e probabilmente unica interpretazione di Julie Andrews, la quale dicono figurerà con un piccolo cameo (interessante notare come fu proprio Mary Poppins ad aprirle le porte del cinema e a assegnarle di conseguenza diversi ruoli simili della sua carriera, basti pensare alla regina di Genovia nel film Pretty Princess e seguito, con Anne Hathaway – diversamente da quelle interpretazioni quali in Victor/Victoria), sarà quindi Emily Blunt, ricordata dai più per avere recitato ne Il diavolo veste Prada. Proprio in questa nuova pellicola ritroverà Meryl Streep, che interpreterà il ruolo di Topsy, cugina della bambinaia. Nel cast anche Colin Firth, un cattivo banchiere che infierirà sulla situazione economica dei Banks, Angela Lansbury che per l’occasione svestirà i panni della Signora in giallo, e tra le vecchie reclute ci sarà Dick Van Dyke nel ruolo di Mr Dawes Jr. Come ben si ricorda, Van Dyke in Mary Poppins del ’64 interpretò […]

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Attualità

Attualità

Modella arrestata perchè camminava in minigonna a Riyadh

La modella, rilasciata poco dopo, era stata accusata di aver violato la rigida morale del Paese La libertà ha sempre un prezzo da pagare, specie se si ha a che fare con Paesi islamici, e a ricordarcelo questa volta è stata una modella, il cui nome è Khulood, che nei giorni scorsi era protagonista di un video su twitter nel quale camminava serenamente in minigonna tra le strade di Riyadh, capitale della rigidissima Arabia Saudita. L’agenzia Reuters, citando il canale televisivo di stato Ekhbariya, ha comunicato che la modella Khulood, dopo aver scatenato l’opinione pubblica saudita, aveva infine portato la polizia di Riyadh ad arrestare la modella ed a consegnarla al pubblico ministero. Come si sa, l’Arabia Saudita, che si ispira alla rigida condotta dei wahabiti, corrente del ceppo sunnita del credo islamico, vieta rigorosamente alle donne di indossare qualsiasi indumento che non sia il tradizionale “abaya”, velo nero che copre integralmente il  corpo della donna musulmana. “Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba”, dice un proverbio saudita, e il caso dimostra che tale proverbio venga preso esattamente alla lettera dal credo e dalla popolazione saudita. In Arabia Saudita, così come in altri Stati del Golfo, sono numerosissime le limitazioni che si trovano innanzi le donne, dalla proibizione della guida dell’auto, alla possibilità di lavorare e studiare, fino all’assenso familiare prima di partire per l’estero. Libertà soppresse per le donne islamiche La rigida legge della Shaaria regola il vivere non solo religioso ma anche quello civile e sociale in un’orbita rigorosamente stretta e ritenuta, dai maestri dell’Islam, in linea con i principi esposti all’interno del Corano. La Shaaria non è presente in tutti i paesi islamici, che a volte si mostrano particolarmente “aperti” all’occidentalizzazione cercando di contingentare le regole dell’Islam al lato religioso e non all’aspetto civile. Per quelli che invece decidono di introdurre tale codice civile viene instaurata una società di diritto che si basa sulla violazione sistematica dei diritti fondamentali e sulle limitazioni della persona in numerosi settori, con particolari obblighi e doveri che gravano sulle donne di detti Paesi. Se torniamo al caso della modella Khulood, l’agenzia di stampa Agence France Press ha dichiarato che la Procura di Riyadh, a seguito di alcune ore di interrogatorio, ha chiuso il caso ed ha lasciato libera la donna, dichiarando per altro di non essere a conoscenza che il suo video fosse stato pubblicato su Twitter. Ma un caso andato bene non giustifica centinaia di casi, di violazioni dei diritti fondamentali che ogni giorno opprimono la popolazione locale. Resta da concludere in seguito a questo “fortunato” caso, che l’Islam abbia ancora tanta strada da compiere prima di poter superare la definizione che molti storici le attribuiscono, ossia di un credo “al di qua della modernità”.

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Ratisbona, abusi e violenze sui bambini del coro cattolico

In seguito alle numerose denunce, presentate dai bambini del coro di Ratisbona, è finalmente emerso con tutto il suo orrore l’ennesimo scandalo, macchia indelebile per la reputazione della Chiesa Cattolica. Sulla base delle indagini svolte, è stato infatti scoperto che sono più di 500 i minori che nel corso degli anni sono stati sottoposti a violenze ed abusi sessuali. L’inchiesta, diretta dall’avvocato Ulrich Weber, ha avuto luogo su istanza della diocesi di Ratisbona, la quale ha cercato di fare luce sulle pesanti accuse che nel corso del tempo si sono accumulate contro la scuola privata cattolica di cui facevano parte i ragazzi del famoso coro. Stando alla ricostruzione operata da Weber, all’interno della scuola, non solo i bambini venivano picchiati e maltrattati ma in molti casi, addirittura, vi sono stati abusi di natura sessuale. Tra gli autori di questi crimini sono stati individuati molti soggetti, identificati fra insegnanti e religiosi. L’incresciosa vicenda ottiene finalmente oggi la giusta attenzione, ed è descritta in un apposito fascicolo in cui sono raccolte tutte le testimonianze degli abusi e delle violenze subite dai giovani membri del coro. La lettura della relativa documentazione non sarà probabilmente facile, poiché è impossibile accettare che dei bambini abbiano dovuto subire torture fisiche e psicologiche talmente atroci. Lo scandalo di Ratisbona ed il fratello dell’ex Papa, Georg Ratzinger Ad accrescere la gravità della vicenda, vi è poi la considerazione che per 30 anni, dal 1964 al 1994, quel coro è stato diretto da Georg Ratzinger, fratello dell’ex Papa Benedetto XVI. Georg, in una serie di dichiarazioni pubbliche, ha affermato che, pur essendo consapevole degli episodi di violenza che si sono verificati a causa dell’eccessiva severità dei mezzi di insegnamento adoperati, era comunque all’oscuro degli abusi sessuali. Ovviamente non è possibile a priori valutare la sincerità di queste parole, ma appare di certo inverosimile, che in tanti anni, egli non abbia mai avuto notizia degli orrori che avevano luogo nella scuola. Di conseguenza viene spontaneo domandarsi se per evitare scandali questi abbia deciso di occultare la vicenda. Riportando le parole di Weber, a G. Ratzinger va “rinfacciato di aver fatto finta di non vedere, e di non essere intervenuto nonostante sapesse”. Di fronte alle prove degli abusi commessi, l’attuale vescovo di Ratisbona, Rudolf Voderholzer, ha reso nota la sua volontà di disporre un risarcimento pecuniario tra i 5 ed i 20 mila euro a favore di ciascuna vittima. Ma ovviamente questa non sarà che una misera e vana consolazione. Le conseguenze negative di certe esperienze non si cancellano con il denaro, le vite di quei bambini saranno segnate per sempre, e questo peso dovrà pendere sulla coscienza della Chiesa, che in quanto istituzione avrebbe dovuto vigilare in modo adeguato sull’operato di coloro che agiscono in sua vece.

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Edilizia abusiva ad Alessandria d’Egitto

L’abusivismo edilizio è un problema in molti paesi ma in Egitto sta assumendo dimensioni enormi. Un esempio è dato dal crollo di un palazzo nel quartiere “Azarita” di Alessandria d’Egitto. Il 31 maggio (o il 1 giugno, le notizie sono discordi) un palazzo di tredici piani si è inclinato al punto da schiantarsi nell’edificio antistante. Miracolosamente non vi sono stati né morti né feriti e i due edifici sono stati evacuati. Il palazzo crollato, una sorta di “torre pendente” alessandrina, è rimasto in tale stato per 21 giorni finché non è stato demolito da squadre dell’esercito: queste hanno affermato che è stata una delle demolizioni più difficili che abbiano mai affrontato. Secondo i residenti il palazzo è diventato instabile dopo il crollo di un edificio vicino che fungeva da supporto: la “torre pendente” era stata costruita come edificio di quattro piani, aumentati poi a tredici. Secondo l’Egypt Indipendent l’edificio era stato costruito nel 2002 e già nel 2004 era stato oggetto di un’ordinanza di demolizione per motivi di sicurezza, mai eseguita. Ora i residenti sono stati sfollati in una vicina moschea, con un sussidio per provvedere ad un alloggio temporaneo e 21 case sono state finora assegnate ai coinvolti nel crollo. La “torre pendente” di Alessandria d’Egitto Questo crollo è però solo la punta di diamante dell’emergenza edilizia egiziana. Secondo il Built Environment Observatory, gruppo di ricerca egiziano, ogni anno in Egitto ci sono circa 400 crolli, con 200 morti e 800 famiglie sfollate: nella sola Alessandria d’Egitto si stima che gli edifici non sicuri siano oltre 14,000. Le cause di questo disastro vanno ricercate nella corruzione e nell’aumento della domanda di alloggi. Da un lato la popolazione è in crescita e ciò porta ad un aumento della domanda, inoltre spinge anche gli abitanti ad ignorare eventuali illegalità pur di avere una casa. La causa principale è però la corruzione, anche secondo fonti interne agli ispettori edili governativi. In Egitto le normative sull’edilizia esistono e sono anche piuttosto stringenti, ma non vengono applicate. In particolare capita che, spesso dietro mazzetta, i funzionari decidano di infliggere una multa al proprietario dell’edificio non a norma piuttosto che emettere un’ordinanza di demolizione. Il proprietario così ripaga la multa con i soldi derivanti dall’affitto dei piani abusivi e in caso di disastri la responsabilità è del un cosiddetto kahool, un prestanome con nulla da perdere che figura come proprietario dell’edificio in cambio di denaro. Nonostante la risonanza del caso della “torre pendente” d’Alessandria d’Egitto sono però in molti a credere che non cambierà niente e che continueranno ad accadere episodi simili. Francesco Di Nucci

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Attualità

Valerio, il ragazzo down che ha salvato una bambina

Ciò che ha fatto notizia è che a tentare e riuscire nell’impresa sia stato un ragazzo affetto dalla sindrome di Down. Nel tempo la sua costanza è stata premiata con una medaglia d’argento nei 50 metri stile libero, un quinto posto assoluto nei 50 metri dorso ai Campionati nazionali di nuoto della FISDIR (Federazione Italiana Sport Disabilità Intellettiva e Relazionale) e più medaglie d’oro nei Campionati regionali di Roma, come ci conferma l’orgoglioso allenatore del ragazzo di Latina. ha partecipato a Firenze alle prime olimpiadi mondiali con atleti affetti da sindrome di down ed ha fatto una dimostrazione pratica di salvataggio con un manichino, davanti a giudici internazionali. Eppure, come è stato sottolineato, un conto è salvare un manichino, un altro una bambina in carne ed ossa, per la prima volta, con le onde alte (quel giorno c’era la bandiera rossa)  e il sole in faccia. Queste sono le testimonianze che fanno bene alla mente e al cuore, sperando che siano uno stimolo per un cambiamento della mentalità e che pongano fine ai pregiudizi e alle discriminazioni.

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Cinema & Serie tv

Cinema & Serie tv

Una telenovela vestita da serie tv: Jane the virgin

Basata sulla telenovela venezuelana Juana la virgen, Jane the virgin, serie televisiva statunitense trasmessa su The CW (in Italia, invece, è la Rai ad aver mandato in onda la prima stagione), non tradisce le sue origine. Jane the virgin è una storia che non teme il confronto con l’assurdo Poco più di vent’anni e il sogno di scrivere un romanzo di successo, Jane Gloriana Villanueva (Gina Rodriguez) è la protagonista di una travolgente storia a metà tra l’assurdo e il comico, la terza strada tra la telenovela e la serie comedy. Figlia di Xiomara “Xo” Villanueva (Andrea Navedo), rimasta incinta ad appena sedici anni, ha in comune con la madre il colore scuro di capelli e, si direbbe, nulla più: l’una (la figlia) matura, giudiziosa, asso dell’ordine e delle decisioni ponderate, l’altra (sì, la madre) impulsiva, spirito libero e passionale. Mediatrice e collante di questa famiglia tutta al femminile, nonna Alba (Ivonne Coll), bigotta e altamente devota, che ammonisce Jane sin da bambina e le raccomanda di preservare la sua verginità fino al matrimonio, secondo quanto la religione prescrive: un consiglio tanto autoritario da portare Jane ad arrivare ai vent’anni ancora candida e pura. Svelato il senso del titolo? Non ancora. Ci sono altre figure importanti nella vita (tutt’altro che monotona) di Jane: l’amato e amabile fidanzato detective, Michael Cordero, e l’attore protagonista della telenovela preferita dalle donne Villanueva, Rogelio de la Vega, che si scoprirà essere più vicino a Jane di quanto la ragazza e gli spettatori potessero immaginare. Il fulmine a ciel sereno che sconvolgerà la vita tranquilla di Jane arriverà, però, con l’entrata in scena di Rafael Solano, bello e ricco gestore dell’hotel in cui la ragazza lavora come cameriera. Durante un visita di controllo, la ginecologa Luisa, sorella di Rafael, insemina per sbaglio Jane con l’ultima provetta superstite dello sperma del fratello, conservato dopo che gli venne diagnosticato un cancro e destinato alla fidanzata dell’imprenditore, Petra. Dopo aver scoperto l’irreversibile errore della distratta dottoressa, Jane decide di portare avanti la gravidanza: insomma, una vergine incinta. Il paradosso diventa la storia raccontata da un onnisciente narratore (forse Dio? Forse il futuro?) e ogni puntata è un capitolo fatto di un susseguirsi di improbabili coincidenze. Con non poche difficoltà derivanti dall’antico flirt avuto con Rafael e la sempre più instabile relazione con Michael, la vicenda di Jane si snoda e riannoda in ombre dal passato e progetti per il futuro: in Jane the virgin è impossibile aspettarsi o prevedere qualunque cosa. Jane the virgin è una carta vincente perché non teme il confronto con l’assurdo, non vuole ostinatamente allontanarsi dal genere della telenovela, non rinnega anzi gioca sulle stravaganze e le mille improbabili versioni di un racconto che non è fantasia, ma il disegno di un destino che esagera e che, mettendoci alla prova, ci fa divertire. E non smetterà di farlo con questa paradossale telenovela vestita da serie tv che, appena conclusa la sua terza stagione, è stata rinnovata per una quarta.  

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Cinema & Serie tv

Game of Thrones 7: Winter is here su Sky Atlantic

Forgiate l’acciaio di Valyria, perché «l’inverno è arrivato» in piena estate e con i quasi 40° segnati negli ultimi giorni dalla colonnina di mercurio. La settima (e penultima) stagione di Game of Thrones debutta, infatti, su Sky Atlantic, in contemporanea con gli Stati Uniti, nella notte fra domenica 16 e lunedì 17 luglio. Tra battaglie epiche, morti, fiumi di sangue, amori ed inganni, Jon Snow, Cersei e Daenerys punteranno a un solo obiettivo: la conquista dei Sette Regni. Dopo una lunga attesa, riprende finalmente la serie televisiva ispirata alla saga fantasy Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (titolo originale: A Song of Ice and Fire), conosciuta in Italia come Il Trono di Spade. La settima serie – che dovrebbe essere anche la penultima – conterà soltanto sette episodi invece di dieci, anche se quasi tutti un po’ più lunghi del solito, e l’emittente HBO ha deciso di posporre l’inizio della stagione, che di solito comincia in tarda primavera, sia per motivi narrativi (l’inverno è arrivato, e quindi in Irlanda bisogna girare più tardi se si vuole la vera neve!) sia per ragioni di budget: le nuove stagioni, infatti, saranno le più spettacolari in assoluto in termini di effetti speciali. L’ottava stagione, salvo ripensamenti, sarà quella conclusiva. Ma la HBO parla di potenziali spin-off e film basati sui personaggi – quei pochi sopravvissuti nel corso delle stagioni! Nella nuova serie di Game of Thrones, Daenerys Targaryen (Emilia Clarke) è finalmente partita per il Continente Occidentale con il suo esercito, i suoi draghi e Tyrion Lannister (Peter Dinklage). Jon Snow (Kit Harington) è diventato il Re del Nord, Cersei Lannister (Lena Headey) ha preso possesso del trono di ferro, e mentre vecchie alleanze si spezzano e nuove emergono, un esercito di Estranei è in marcia. Game of Thrones, la storia di un fenomeno di massa Tranquilli. Potete proseguire nella lettura, non vi è pericolo spoiler! L’adattamento televisivo ha portato alla ribalta Game of Thrones, che fino a poco tempo prima era noto a un ristretto pubblico di lettori appassionati, rendendolo una citatissima icona della cultura popolare. Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco nasce nel 1996 da un’idea dello scrittore americano George R. R. Martin. Il primo volume, intitolato semplicemente A Game of Thrones (in Italia, appunto, Il Trono di Spade) fu accolto con grande entusiasmo da critica e pubblico. I lettori apprezzarono particolarmente il realismo viscerale della narrazione, il complicato intreccio narrativo e gli scioccanti colpi di scena che divennero ben presto il marchio di fabbrica dell’epopea. Nel corso di questi vent’anni, Martin ha firmato cinque volumi dei sette che aveva previsto: in Italia sono stati editi in vari formati (le prime edizioni, per esempio, hanno diviso in più libri i singoli volumi originali) ma anche noi, come i lettori di tutto il mondo, stiamo aspettando la pubblicazione del sesto volume, mentre Martin non ha ancora neppure cominciato a scrivere il settimo. La sua esasperante lentezza è stata ampiamente discussa e criticata persino dai suoi fan più accaniti che cominciano a temere di non riuscire […]

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Rizzoli and Isles, quando poliziesco e amicizia si intrecciano in una serie tv

Rizzoli and Isles è una serie tv statunitense di sette stagioni trasmessa dal 2010 (in Italia dall’anno successivo) al 2016. Ispirata ai romanzi della scrittrice Tess Gerritsen, la serie è basata sul genere poliziesco e vede come protagoniste principali due donne: Jane Rizzoli (interpretata da Angie Harmon) e Maura Isles (l’attrice Sasha Alexander apparsa in altre serie tv, quali Dawson’s Creek e NCIS). Rizzoli and Isles: l’amicizia tra due donne Gli episodi di Rizzoli and Isles, ambientati a Boston, si concentrano sui casi polizieschi e investigativi da risolvere, e sul bellissimo rapporto di amicizia tra le due protagoniste: la detective Jane e il medico legale Maura. Un’amicizia disinteressata, fatta di battute ironiche, dove il sarcasmo è pungente ma mai offensivo. Un rapporto in cui si mescolano amicizia e lavoro, senza che mai l’uno interferisca nell’altro.  Il rapporto tra colleghi nell’ambiente di lavoro Sul posto di lavoro non è sempre facile instaurare veri rapporti di amicizia con i colleghi, perché si tende quasi sempre a voler scavalcare l’altro per raggiungere la vetta superiore. In Rizzoli and Isles questo non accade: indipendentemente dal grado o dalla qualifica, i personaggi si muovono tutti sullo stesso piano e, al rapporto strettamente lavorativo, hanno associato quello di intima familiarità, per cui ci si può permettere di scherzare, senza la preoccupazione che l’altro fraintenda. Questo accade tra tutti i personaggi principali: il partner di Jane, Barold Frost (Lee Thompson Young), Vince Korsak, primo partner di Jane (Bruce McGill) e Frankie Rizzoli (Jordan Bridges). Rizzoli and Isles: una bella serie tv Rizzoli and Isles è un appuntamento durante la settimana,  non si segue con il fiato sospeso, né tanto meno con quell’ansia di vederne tante (troppe!) puntate al giorno, ma come un’abitudine pacata. I casi polizieschi sono interessanti, avvincenti in alcuni episodi, i rapporti interpersonali ti fanno entrare in un mondo non troppo distante dalla realtà, fatto di relazioni genuine e positive. Ciò che risalta in primo piano è l’amicizia tra Jane e Maura: due donne unite soltanto dall’affetto che provano l’una verso l’altra, due colleghe appassionate del proprio lavoro, due amiche che hanno instaurato un rapporto al pari tra sorelle. Tutti buoni motivi per trascorrere qualche ora nel mondo di Rizzoli and Isles, perché a volte ciò di cui si ha bisogno è soltanto fermarsi in un bar, stappare una birra e raccontare alla propria migliore amica la giornata appena trascorsa. 

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2:22 – Il destino è già scritto…in un’ora

“Avete mai fatto un sogno tanto reale da pensare di essere svegli?” – cit. dal film 2:22. 2:22 è un orario insolito, legato a degli schemi ricorrenti ed abitudinari della vita quotidiana di tante persone, un orario in cui per chi è ancora sveglio possono ripetersi strane e impensabili accadimenti, come nella vita del predestinato Dylan (interpretato nel film da Michiel Huisman), inscatolato in una serie di eventi e grazie al  quale soltanto,  in un tempo scandito dalle lancette, una donna e un luogo possono svelarne il significato. 2:22 – Il destino è già scritto, diretto da Paul Currie (socio fondatore della Lightstream Pictures) e scritto da Todd Stein, ideatore del soggetto, e da Nathan Parker per la sceneggiatura, trascina lo spettatore in uno scenario ridondante su realtà improbabili, abbattendo la sottile parete che divide il mondo percepito da quello ipotizzabile. Il protagonista, interpretato dal bravo M. Huisman, osserva e studia il ripetersi degli eventi alla stessa ora, cercando di trovare la chiave di lettura e il significato dei fatti attraverso un incontro fatale con una ragazza. ” Un incontro casuale cambierà il suo destino ” – cit. dal film 2:22 Dylan Branson svolge l’attività di controllore del traffico aereo presso l’aeroporto di New York, ha una grande capacità di gestione del suo lavoro, ad eccezione di un avvenimento imprevisto durante una notte come tante, quando allo scoccare delle 2:22 un lampo di luce accecante lo paralizza nell’istante in cui due aerei stanno per entrare in collisione tra loro, sfiorando la tragedia. Dylan dopo questo episodio viene temporaneamente sollevato dal lavoro nonostante l’incidente non avesse avuto modo di verificarsi, e i circa 900 passeggeri abbiano avuto modo di salvarsi vivendo attimi di terrore: sono questo fatti e situazioni che da quell’istante si ripeteranno sistematicamente ogni giorno alla stessa ora, le 2:22. Dylan si rende conto di come gli avvenimenti di quell’episodio drammatico possano averlo condotto a conoscere Sarah (Teresa Palmer), una bella e raffinata ragazza giunta allo scalo di New York da uno dei due voli scampati alla collisione… per entrambi scocca un autentico colpo di fulmine durante un balletto artistico. Sarah lavora come gallerista d’arte per conto del suo ex fidanzato Jonas (interpretato da Sam Reid che ricordiamo per Anonymous e Posh), con cui ha rotto temporaneamente ogni relazione. Nei giorni successivi Dylan cerca di fare chiarezza su fatti e situazioni che si ripetono periodicamente alla stessa ora, osservando durante il suo percorso le stesse situazioni; anche se con persone diverse una sensazione di ripetitività infinita degli eventi lo avvolge, e Dylan percepisce chiaramente che il luogo dove si nasconde la soluzione di un complesso puzzle da svelare è la stazione con il suo orologio, un luogo in cui stanno per accadere fatti drammatici che lo coinvolgeranno insieme alla stessa Sarah. Dylan prima che sia troppo tardi dovrà trovare il modo per controllare il tempo rompendo la catena ripetitiva degli eventi: Sarah potrebbe rivelarsi la vera chiave d’uscita dello strano labirinto spazio/temporale in cui si nascondono molti enigmatici messaggi risalenti a 20 […]

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Cucina & Salute

Cucina & Salute

L’insalata greca e la salsa tzatziki: viaggio di sola andata nella terra degli dei

«Fa’ che il cibo sia la tua medicina e la medicina il tuo cibo». Così scriveva Ippocrate, padre della medicina, vissuto tra il V e il IV secolo a. C. Chissà se, quando pensava al “cibo come medicina”, avrebbe mai immaginato che, proprio nella sua terra d’origine sarebbe stata creata la meravigliosa χωριάτικη σαλάτα, ovvero l’insalata greca (detta anche “estiva“, perché consumata nella bella stagione). La ricetta originale della greek salad, facilissima da preparare e molto gustosa, prevede ingredienti tipicamente mediterranei quali pomodori, cetrioli, cipolla, olive, senza dimenticare l’olio d’oliva e l’immancabile formaggio greco, la Feta. Le lisce olive, nello specifico della varietà Kalamata, prodotta nell’omonima città peloponnesiaca, di solito conservate nell’aceto di vino o in olio d’oliva, sono di colore viola e di consistenza carnosa. Insieme alla cipolla (che si rende meno piccante grazie alla strizzatura con il sale e al bagno in aceto) conferiscono un gusto acre all’insalata, mentre i pomodori, ricchi di antiossidanti, e i cetrioli, ricchi di sali minerali e di vitamina C, rendono l’insalata un ottimo piatto estivo, rigenerante e dai forti effetti depurativi, ideale anche nelle diete prive di tossine. Ma a farla “da padrona” in questo piatto è sicuramente la bianca Feta, prodotto DOP, ottenuta con latte di pecora e caglio: dalla consistenza pastosa (è a pasta semidura), è un formaggio molto saporito a causa della sua lavorazione che prevede una permanenza nella salamoia per un periodo che varia dai due ai tre mesi. Nelle isole, oltre alle erbe aromatiche quali l’origano, spesso vengono aggiunte anche le foglie della pianta di cappero e, a volte, anche i capperi sottaceto, mentre nella Grecia continentale settentrionale, si aggiungono anche i peperoni tagliati crudi oltre ai pomodori. Tuttavia sono molteplici le varianti dell’insalata khoriatiki e molto spesso, invece del solito condimento costituito dall’olio d’oliva, sale e origano, si preferisce usare la salsa tzatziki, usata anche come accompagnamento di antipasto in Turchia e in Albania. Questa salsa a base di yogurt di pecora, bianca, si presenta schizzata di verde per la presenza di cetrioli spezzettati o aggiunti dopo averli frullati, ed ha un gusto molto aromatizzato a causa dell’abbondante aglio aggiunto. Anche questa salsa presenta numerose varianti e, a sostituzione dell’aglio o del cetriolo, in alcune regioni della Grecia continentale si preferisce usare erbe aromatiche quali la menta, l’erba cipollina, il coriandolo, l’aneto o altre spezie, magari aggiunte insieme ad un abbondante cucchiaio di aceto. L’insalata khoriatiki si serve dopo aver apparecchiato la tavola per stimolare l’appetito dei commensali nell’attesa dell’arrivo dei piatti principali, in un’unica insalatiera dalla quale tutti gli invitati attingono in una vera e propria celebrazione della condivisione del cibo ordinato e del tempo da trascorrere, fra un trancio di pita con il quale si accompagna il boccone di pomodori e Feta alla bocca e uno sguardo al mare e al cielo greci dello stesso colore azzurro intenso. Dopo aver letto la descrizione dettagliata di uno dei piatti cardine della cucina greca, mediterranea e internazionale, è nato in voi il desiderio di preparare un’insalata […]

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Cook this page: cucinare non è mai stato così semplice

Cook this page è una novità firmata Ikea. È un “food poster”, una carta da forno con sopra stampati i disegni degli ingredienti necessari per la ricetta scelta e le loro quantità. L’inchiostro commestibile aiuterà anche i principianti nei loro esperimenti ai fornelli. Come funziona Cook this page? Cook this page permette di cucinare in pochi minuti e con pochi strumenti. Il principio che segue è il target di Ikea: così come possiamo montare un armadietto, possiamo cucinare la cena. Le istruzioni per montare il nostro piatto sono scritte sulla carta forno e questa volta non possiamo proprio sbagliare. Cook this page è un kit che comprende non solo la carta forno, ma anche la teglia. Il primo passo è “montare” gli ingredienti: ognuno va disposto sull’apposito disegnino stilizzato. Il pizzico di sale sulla casella del sale, un filo d’olio sulle apposite linee, i mirtilli in fila indiana, ognuno al proprio posto. Dopo aver completato il puzzle passiamo al secondo step: basta arrotolare la carta per mescolare tutti gli ingredienti. Infine basta infornare per il periodo tempo indicato. Semplice no? Il concetto del “fill the blanks” (riempi le caselline) applicato dai cruciverba alla gastronomia. Cook this page: dal Canada ai mercati internazionali Ad avere quest’idea è stata l’agenzia Leo Burnett per Ikea Canada. Per questo motivo Cook this Page non è ancora disponibile in Italia, ma è un’esclusiva canadese. Negli store di Toronto e dintorni le ricette commestibili sono già disponibili sul mercato e sono promosse da molte iniziative culinarie che si coinvolgono tutti i clienti interessati. Semplice e meccanico, questo nuovo modo di cucinare ha suscitato la disapprovazione di molti. I tradizionalisti ritengono che si impari a cucinare solo bruciando le portate e sperimentando i dosaggi. Tuttavia, una volta diventati esperti, nulla ci impedisce di personalizzare la nostra ricetta. Cook this page può essere anche solo un aiuto per i cuochi ai primi passi. In questo modo si può facilmente passare dal meccanico assemblaggio al fantasioso esercizio creativo. Tuttavia quest’idea ha già conquistato il marketing a causa della sua simpatia, del design  accattivante, inequivocabilmente firmato Ikea e della funzionalità. La nuova invenzione passa da uno schermo all’altro attraverso un video – ormai virale – che mostra il funzionamento della magica carta da forno. Come risulta nella campagna pubblicitaria, con Cook this page “Ikea vuole dimostrare che essere creativi può essere deliziosamente semplice”.

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Barefooting: camminare a piedi nudi (non solo nel parco!)

«Paul, sei addormentato? Solo le mani e i piedi». I cinefili più nostalgici sicuramente ricorderanno questa battuta tratta dal film A piedi nudi nel parco scambiata tra la solare sposina Corie e lo scontroso neo-marito Paul che, dopo essere stato cacciato di casa dalla moglie, cammina a piedi nudi nel parco, abbandonandosi per la prima volta alla spontaneità e semplicità della vita, e ritrovando il senso di radicamento al suolo e contatto con la natura. Di recente sembra che la libertà, inaspettatamente scoperta dal giovane Robert Redford, protagonista del film, sia divenuta uno dei motivi principali della diffusione del nuovissimo barefooting, ovvero il “camminare a piedi nudi”. Questa tendenza, sicuramente recente e molto praticata in America, rientra in un’attività che – non tutti sanno – apporta molteplici benefici all’organismo. Primi tra tutti il senso di benessere e di serenità, che nasce dal senso di libertà del camminare senza scarpe, calze, sandali, calzini, tacchi alti. Inoltre la scarpa impedisce il normale e corretto movimento dei piedi, ne indebolisce la muscolatura, e il carico del corpo non si distribuisce, gravando solo sull’avanpiede. I benefici del barefooting (a piedi nudi) non solo del corpo, ma anche della psicologia Al contrario, camminare scalzi, oltre ad esercitare correttamente la muscolatura del piede e favorire una distribuzione corretta dei carichi, migliora la traspirazione, dal momento che sotto la pianta dei piedi si concentra la maggior parte della ghiandole sudorifere. Infatti poggiare la pianta dei piedi a terra non solo migliorerebbe la circolazione del sangue e il senso di pesantezza alle gambe (e questo, soprattutto per le donne, anche in gravidanza, diminuirebbe il rischio di vene varicose e di trombosi), ma favorirebbe anche il ruolo degli elettroni che riducono l’effetto dei radicali liberi sui tessuti sani.  Riattivando la circolazione, si contribuisce a migliorare i dolori cronici e, in alcuni casi, anche i disturbi del sonno. Camminare correttamente aiuta a correggere anche la postura (soprattutto per gli adolescenti che tendono all’atteggiamento scoliotico e cifotico), prevenire dolori alla schiena e i tanti e fastidiosi problemi dei piedi, come calli o bollicine. Ma questa pratica è sconsigliata nel caso si soffre di particolari patologie del piede come la fascite plantare, la tallonite o la spina calcaneare. Non è solo l’organismo a beneficiare del barefooting: camminare a piedi scalzi, magari immersi nella natura, favorisce non solo l’aumento dell’autostima, ma accresce anche la concentrazione e la memoria, soprattutto se si unisce la presenza di aria pura e del verde che aiuta nel rilassamento e nella generazione di pensieri positivi (ritrovando anche il contatto con la natura-earthing). Questa pratica oggi è in voga anche nelle grandi metropoli e perfino nei locali pubblici o per le strade molti neofiti del barefooting si lanciano nella “falcata delle Valchirie”, dimenticandosi dei possibili e, spesso, frequenti inconvenienti di questo “hobby“: ad esempio, la scarsa igiene derivante dalla sporcizia di strade e pavimenti e quindi la possibilità di incorrere in funghi e verruche o la presenza di pezzi di vetro. Ecco perché, è sempre preferibile seguire percorsi guidati (non […]

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Cipolla rossa: antiossidante naturale contro il cancro

Ciò che mangiamo incide notevolmente sulla nostra salute. La rivista scientifica Food Research International ha lanciato importanti scoperte circa la “Ruby ring Onion”: le cipolle rosse sono una potente arma anti cancro. La notizia arriva dal Canada, in seguito ad uno studio compiuto presso l’Università di Guelph, testando cinque diversi tipi di cipolle cresciute in Ontario. Dalla ricerca è stato evidenziato che la varietà più proficua è proprio la cipolla rossa, molto efficace contro il cancro al colon e al seno, grazie alla presenza di un alto contenuto di quercetina. La quercetina è un flavonoide piuttosto comune, presente in alcuni alimenti tra cui il cappero, l’uva rossa e il vino rosso, il tè verde, il mirtillo, la mela, la propoli, il sedano. Durante lo studio, un estratto di questa sostanza è stato messo a contatto con le cellule tumorali del cancro al colon prima e di quello al seno poi. Oltre a svolgere una funzione antiossidante, la quercetina è considerato un inibitore naturale di vari enzimi intracellulari. Per tali proprietà è stata studiata in campo oncologico sperimentale, nella delucidazione dei meccanismi di proliferazione cellulare e della cancerogenesi. L’azione della quercetina è favorita ed arricchita da una classe di pigmenti, gli antociani, anch’essi appartenenti alla famiglia dei flavonoidi, che danno all’ortaggio il classico colore rosso. Uno dei ricercatori, Abdulmonem Murayyan, spiega: “Le cipolle attivano percorsi che incoraggiano le cellule tumorali a subire la morte cellulare. Promuovono un ambiente sfavorevole per le cellule tumorali e disturbano la comunicazione tra le stesse, cosa che ne inibisce la crescita“. I ricercatori stanno lavorando ad un metodo di estrazione della quercetina, libero da sostanze chimiche, che consenta di assumerla sotto forma di pillole. La cipolla, un alimento sempre presente ma poco conosciuto La cipolla è una pianta erbacea attribuita alla famiglia delle Liliaceae. In Italia, cresce sui terreni fertili dell’Emilia-Romagna, della Campania, della Calabria, della Sicilia e della Puglia, anche se in genere predilige una temperatura piuttosto fredda. La cipolla è una pianta bulbosa dalle radici superficiali e la parte commestibile, cioè il frutto, è una capsula. Questo “bulbo” centrale di cui ci nutriamo può essere consumato sia crudo che cotto. Diverse sono le varietà della specie, che si distinguono in base alla forma del bulbo, al colore delle tuniche e al sapore; la più conosciuta è la cipolla rossa di Tropea, più aromatica rispetto a quella bianca, seguita da quella di Suasa, quella di Breme, la “ramata” di Monitoro e la Borrettana. La denominazione della cipolla rossa associata al toponimo “Tropea” sembra sia dovuta al fatto che gli ortaggi, trasportati su carri trainati da buoi o da somari, venivano convogliati a Tropea dove vi era uno scalo ferroviario che permetteva di spedirle ovunque. La cipolla rossa, un alleato della nostra salute Come già osservava nel I secolo d.C. Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, la cipolla rossa è un ottimo rimedio per curare una serie di mali e di disturbi fisici. La cipolla rossa di Tropea è principalmente usata come alimento e condimento, grazie […]

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Culturalmente

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Colori d’artista: uno studio cromatico

En plein air o tra le mura di uno studio, l’artista con la sua tavolozza di colori è un laboratorio itinerante: non c’è quadro che non abbia racchiuso in sé, nei quattro angoli di cornice, un attento studio cromatico, un girare e rigirare di geometrie e pensieri. È innegabile che il colore giochi un ruolo fondamentale in quel tutto, nella somma di dettagli che chiamiamo arte, così come va evidenziato con penna e pennarello che l’innovazione, molte volte, abita proprio nella prassi, in un’abitudine che vede la tinta prima della linea, nella convinzione che il colore dica tanto, quasi tutto, di un’emozione che si vuole tramandare alla vista dell’opera. Il colore che sta al significato come il disegno sta al significante. Da chi usa il colore per ricreare la luce e il buio come Caravaggio, a chi come Picasso lo usa come emblema di cambiamenti (si pensi al periodo blu e al periodo rosa): che vada reso il giusto onore a chi ha scelto l’istinto e lo ha fuso con la ricerca, a chi si è contraddistinto per aver messo il cuore in quella tavolozza di colori. Colori come specchi La storia dell’arte ha conosciuto pochi geni che abbiano saputo fondersi totalmente con le proprie opere, privando la propria carne di pezzi poi trasferiti alla propria creatura: pochi artisti, pochi uomini come Vincent Van Gogh. L’uso del colore è, nelle sue opere, indicativo del suo sentire, è l’esasperazione di un malessere, è portare il dolore fuori, è strapparlo via. Non a caso incorona sovrano il giallo cromo (perché a base di cromato di piombo), non un colore, ma la sfumatura di un’anima. Sono stati, inoltre, avviati studi recenti per ripristinare l’originale lucentezza del giallo tanto amato da Van Gogh, un pigmento instabile quanto il suo “custode”, un giallo che col tempo tende ad imbrunirsi, a perdere quella brillantezza che accecava ogni sguardo. Non una predilezione, ma un’ossessione, l’espressione più intima del suo modo di percepire il mondo. Una visione distorta, specchio dell’instabilità che lo contraddistinse: non si è mai omesso l’abuso che l’artista faceva di assenzio, un vizio che lo ha maledetto provocandogli danni al sistema nervoso, con conseguenti allucinazioni e xantopia, la visione gialla degli oggetti bianchi, un’alterata percezione dei colori che Van Gogh rigetta sui suoi quadri rappresentando ciò vede, filtrato da una disgrazia reale. Il colore della luce, del fuoco del sole che brucia lontano, un’accesa vitalità, una corsa in un’auto senza freni, e poi, lo schianto. La nevrosi dell’affascinante Vincent è nei suoi celebri Girasoli, nel Campo di grano con corvi, nella Casa gialla che comprò ad Arles per dar vita ad una comunità di artisti a cui veniva richiesto, semplicemente, di assumersi la responsabilità di amare l’arte. Se si dovesse esprimere, invece, la sensualità con un colore, la maggioranza delle preferenze cadrebbe senza dubbio sul rosso. Un colore caldo, che rapisce, accoglie, come sa bene Tiziano Vecellio, pittore cinquecentesco associato ad una ben precisa tonalità di rosso: il rosso Tiziano. Immediato è il collegamento con […]

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Chris Cornell: il buco nero del grunge e della vita

Chris Cornell: una delle pietre miliari del grunge, dalla musica alla vita Questa è la storia di un ragazzo di 24 anni che calcava il palco a torso nudo, divorando il pubblico e il microfono con un timbro di voce che riecheggiava nel grigiore di una Seattle paranoica ma estremamente produttiva. Questa è la storia di un buco nero che squarcia il sole, come recita la più famosa canzone del gruppo di quel ragazzo dai capelli lunghi, che ha scritto la storia del grunge prima ancora che le pagine ingiallissero e cominciassero a raggrinzire: quel buco nero Chris Cornell se lo portava dentro, così come se lo portavano dentro Kurt Cobain dei Nirvana, Layne Staley degli Alice in Chains, Andrew Bone dei Mother Love Bone e Scott Weiland degli Stone Temple Pilots. Ad aprirsi è la storia di Seattle: lo sentite l’odore della metà degli anni ’80, la puzza del Teen Spirit, l’aroma penetrante dei boschi e della provincia americana? Grunge è una parola che si arrotola cruda in bocca, che ferisce quasi la lingua con la sola pronuncia: un ammasso di consonanti che sputa in bocca il sapore di una chitarra distorta, di accordi tradizionali spazzati via e ideali sgualciti come la svalutazione di ogni valore sociale. Il Grunge in principio fu l’etichetta musicale Sub Pop, e la culla furono gruppi come Melvins, Mudhoney, Mother Love Bone: nel loro alveo si inserirono le urla strazianti di Bleach dei Nirvana, il caos equilibrato del leggendario album Ten dei Pearl Jam, il tormento degli Alice in Chains e i Soundgarden. I Soundgarden nacquero nel 1984 proprio dal corpo vivo di Seattle, giacché presero il nome da un’installazione artistica della città che produceva suoni al soffio del vento. Chris Cornell fu da subito il tipico antieroe del classico romanzo di formazione grunge: un’adolescenza e una giovinezza costellate dalla depressione, due genitori in contrasto tra loro e la nausea pungente di una Seattle immersa nel nichilismo. Gli ingredienti per fare di Cornell una sagoma perfettamente cristallizzata nelle strette maglie di un canone ci furono tutti, fin dal principio; ma alle etichette sfuggì subito il grunge dei Soundgarden: ibrido, pieno di venature heavy metal e lontane dal noise di Bleach dei Nirvana, con una voce preponderante e  vicina al timbro di Robert Plant dei Led Zeppelin. Chris Cornell: perfetto antieroe di un’epoca che non tornerà più Ci furono i fasti con Badmotorfinger, un album trascinato da singoli come Rusty Cage e Jesus Christ Pose, nello stesso anno, il 1991, in cui Nevermind dei Nirvana giganteggiava  sul Seattle Sound. Ci fu Black Hole Sun, il brano più conosciuto di Cornell e compagni, diventato un’istituzione anche per va del suo videoclip, allucinato e visionario (vincitore dell’MTV Video Music Award), con eclissi sparse, una Barbie consumistica che si muove meccanicamente e una bambina che si sbrodola, più emblematica della bambina Ku Klux Klan del video di Heart Shaped Box dei Nirvana. Chris Cornell si impose fin da subito come uno dei numi di questo genere musicale e di vita, un perfetto antieroe che raggiunse subito una maturità limpida, lucida e trasparente. Poi ci fu il progetto parallelo Temple of The Dog, che Cornell stesso definì supergruppo in memoria dell’amico […]

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Rubato un manoscritto di J.K. Rowling: facciamo chiarezza

Quando si parla di J.K. Rowling e dell’universo di Harry Potter, i contorni della vicenda iniziano sempre ad essere fluttuanti e misteriosi, come se il mondo di Hogwarts tingesse tutto con le sue tonalità tremendamente suggestive. Già la parola manoscritto sembra aprire strade affascinanti, giacché evoca proprio l’inchiostro magico con cui la Rowling ha plasmato le storie del maghetto e dei suoi amici, e soprattutto ci permette di immaginare la sua mano che ha intrecciato con sapienza e genialità una saga che ha emozionato, cresciuto e salvato più di una generazione di lettori, che con Harry sono rimasti fin proprio alla fine. Il mistero del manoscritto di J.K. Rowling rubato: facciamo un po’ di chiarezza Da qualche giorno, su bacheche e schermi di tutto il mondo, rimbalza la notizia di un furto di un racconto scritto dalla Rowling di suo pugno. Tante sono state le notizie fagocitate da un web sempre più affamato di informazioni, in una giungla di titoli sensazionalistici e costruiti ad hoc per scatenare il clic compulsivo: c’è chi afferma che ad essere stato rubato sarebbe una sorta di fantomatico prequel da consegnare al più presto e in gran segreto, così come c’è chi ha azzardato l’ipotesi di un nuovo libro in uscita imminente e dalla trama rigorosamente tenuta nascosta. Ma qual è la verità? Facciamo chiarezza, immaginando di pronunciare un bel Lumos Maxima per illuminare i contorni di una vicenda alquanto nebbiosa, e partiamo dal principio. Pronti con l’incantesimo? Qualche giorno fa, a Birmingham, è stato rubato un racconto che J.K. Rowling aveva scritto per un’asta di beneficenza organizzata nel 2008 dalla catena di librerie Waterstone’s, con ricavato da destinare all’associazione Dyslexia Action e alla divisione inglese dell’organizzazione letteraria Pen International. All’asta non aveva partecipato solo il racconto della Rowling, ma tredici racconti brevi scritti su fogli autografati A5 da tredici diversi autori: il racconto della Rowling era stato venduto per venticinquemila sterline a un presidente di una compagnia di consulenza finanziaria. Ma cosa c’era scritto in quel racconto? Ciò che sappiamo per certo è che il racconto non parlava di Harry, ma di suo padre, James Potter, e dell’inseparabile amico (nonché suo fedele compagno e malandrino) Sirius Black. Come in un ritratto in seppia, il racconto si apre narrando le vicende di due giovanissimi James e Sirius in sella ad una motocicletta e in fuga dalla polizia babbana, dopo aver superato il limite di velocità: tutto ciò non tradirebbe il topos che vedrebbe James e Sirius come due avventurieri sprezzanti delle regole. Molte pagine e molti siti Internet hanno interpretato male la vicenda del furto, credendo che addirittura la Rowling avesse scritto recentemente questo racconto per proporlo ad un editore, e che fosse tenuto sotto chiave prima di diventare il nuovo prequel ufficiale della storia di Harry Potter, magari l’inizio di una nuova saga ambientata prima della nascita di Harry ed incentrata sulle avventure del gruppo dei Malandrini James Potter, Sirius Black, Remus Lupin e Peter Minus. In realtà la rapina non è avvenuta ai danni di J.K. Rowling, ma del proprietario del racconto, ossia colui che se […]

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Il costo dell’efficienza nell’era della velocità

Oliver Burkeman, sulle pagine del The Guardian, propone una riflessione sul legame tra tempo ed efficienza, legame che sembra caratterizzare inesorabilmente la nostra società. L’articolo, tradotto da Internazionale, si apre con il racconto dell’esperienza di Marlin Mann che in un lunedì dell’estate del 2007 propose ai dipendenti di Google inbox zero, un sistema per evitare l’accumularsi di e-mail, problema fortemente sentito in un settore dove essere al passo coi tempi e ricevere tutte le notizie è fondamentale. Burkeman fa notare come negli ultimi decenni siano stati scritti sempre più libri in cui si dispensano metodi per organizzare il lavoro in modo tale da rendersi più produttivi ed efficienti. Secondo lo scrittore: «Il nostro destino di uomini moderni, è caratterizzato dal fatto che ci sentiamo obbligati a rispondere alla pressione dei vincoli temporali diventando quanto più possibile efficienti, anche se così facendo, a dispetto delle promesse che vi vengono fatte, non riduciamo lo stress». Il problema del tempo a nostra disposizione durante l’esistenza era già stato trattato da Seneca nel De brevitate vitae ma da allora la vita e il modo di lavorare è cambiato. Dalla fine del 1800, da quando Taylor diede vita all’ “organizzazione scientifica del lavoro”, il dover sfruttare il tempo con la massima efficienza per rendere massima la produttività è divenuto il problema principale dei lavoratori e dei dirigenti. Il taylorismo e il fordismo si sono posti alla base di un modello economico che si è evoluto col passare del tempo e ha influenzato sempre di più la vita dei lavoratori e dei consumatori. Durante lo scorso secolo, infatti, in seguito all’introduzione delle catene di montaggio, la produzione è stata caratterizzata da ritmi di lavoro serrati, produzione standardizzata, stipendi alti quanto necessario per garantire l’acquisto dei beni prodotti dagli stessi lavoratori e pubblicità volte a rendere quei beni prodotti appetibili. Tutto ciò nel 1930 aveva portato Keynes a pensare che entro un secolo avremmo lavorato solo quindici ore alla settimana. Le previsioni dell’economista si sono rivelate errate dato che, a differenza di quanto egli riteneva, non ci siamo accontentati della soddisfazione dei bisogni elementari ma abbiamo iniziato a desiderare sempre di più. A tal proposito Burkeman scrive: «A seconda del grado che occupiamo nella scala economica, è impossibile, o almeno ci sembra impossibile, ridurre le ore di lavoro in cambio di più tempo libero». «Ma se questa efficienza non facesse altro che peggiorare le cose?» si chiede Burkeman.  Molti dei metodi di organizzazione del tempo e del lavoro sul lungo termine si rivelano fallimentari perché una volta raggiunti gli obiettivi primari se ne pongono costantemente di nuovi o perché l’incremento di efficienza porta ad una domanda di lavoro maggiore. Lo stesso Mann, creatore del sistema inbox zero, a dieci anni di distanza da quella conferenza afferma: «Ho abbandonato le mie priorità per scrivere di altre priorità. Senza volere ho ignorato il mio stesso consiglio: non permettere mai che il lavoro comprometta le cose più belle». Il problema è che questo modo di pensare ci ha portati a […]

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WiFi Italia: rete nazionale gratuita

Questo mese è stato lanciato in pompa magna il progetto WiFi Italia, finanziato da Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero dei Beni Culturali, Agenzia Digitale e Infratel Italia. L’obiettivo è la creazione di una “federazione” di reti WiFi tramite la quale turisti e cittadini si possano connettere gratuitamente ad Internet e ad una serie di servizi utili. Secondo gli ideatori Wi-Fi Italia servirà da incentivo al turismo e diffonderà tra i cittadini la possibilità di connettersi ad Internet. Per il ministro dei Beni e Attività Culturali e Turismo, Dario Franceschini, “La nuova app Wifi°Italia°It è uno strumento indispensabile per il turismo, settore in crescita esponenziale che può e deve essere governato tramite il digitale. Il Wifi può essere uno straordinario strumento per aiutare a promuovere un turismo diffuso, segnalando i siti sovraffollati e suggerendone altri in prossimità, e per fare sempre più dell’Italia una meta di un turismo colto, sostenibile e intelligente”. WiFi Italia: i dubbi Questa è la teoria, con WiFi Italia che è uno strumento fondamentale per il turismo ed i servizi al cittadino. Il problema è nella pratica: innanzitutto i tanto decantati servizi al momento non esistono, né per i turisti né per i cittadini. In molti casi è la stessa rete a non essere diponibile: basta controllare la mappa delle reti federate. I punti di accesso sono pochissimi anche nelle grandi città, al Sud sono praticamente inesistenti, con un solo punto d’accesso a Bari. Quindi è stato fatto un lancio in grande stile per un progetto che è quantomeno in piena fase di sviluppo. Altra problematica è nella modalità di connessione: al momento occorre installare sul proprio cellulare una app che in teoria, dopo una registrazione, ricerca gli hotspot più vicini e permette di passare da un access point all’altro senza perdere la connessione ogni volta. Significa che solo gli smartphone possono connettersi a WiFi Italia, mentre il sito dell’iniziativa recita che “Nelle versioni future della APP, renderemo possibile la registrazione con SPID e l’accesso per i PC portatili e pad”, ma al momento questa possibilità esiste solo sulla carta, come i servizi. Ci sono anche dubbi di tipo “teorico”, a partire da preoccupazioni sulla privacy. Di fatto WiFi Italia costituisce un enorme sistema centralizzato di dati sensibili poiché chi gestisce il sistema ha a disposizione i dati anagrafici dell’utente, la sua posizione e ovviamente i dati di navigazione. Il sito ufficiale rassicura che sarà effettuata solo una “analisi statistica dei dati, opportunamente anonimizzati, per studiare comportamenti e preferenze degli utenti e conseguentemente migliorare i servizi” ma non è possibile reperire in alcun modo le condizioni alle quali è offerto il servizio (i cosidetti TOS, Terms of Service). Altro punto oscuro è la partecipazione dei privati: mantenere una rete WiFi ha un costo. Non si capisce quindi perché dovrebbero partecipare e non è chiara nemmeno la modalità poiché sul sito è presente solo un invito a scrivere una mail per ottenere dei chiarimenti. Per ultimo il dubbio più importante: come può una connessione WiFi invogliare i turisti […]

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Sapere di più e conoscere meno: il sovraccarico cognitivo

Il fenomeno del sovraccarico cognitivo è in costante aumento in questi nostri giorni fatti di luci e di ombre. Esso risulta essere il triste e spiacevole prodotto dell’uso massiccio, e per questo sconsiderato, delle contemporanee forme di telecomunicazioni sociali. Ogni giorno un utilizzatore di media tecnologici viene esposto ad una mole di dati elevata che viaggia nella rete attraversando l’etere e giungendo al suo cervello in maniera “indisturbata”. La funzione cognitiva delle nostre attività cerebrali ha lo scopo di immagazzinare all’interno del nostro cervello le nozioni per far sì che, in termini semplici, il multiforme e caotico insieme di notizie e nozioni, tramite l’atto dell’apprendimento, diventi ordinato sapere ed uniforme conoscenza. Questa è la funzione corretta delle nostre attività cognitive cerebrali. Ma il “meccanismo armonico” dell’apprendimento e del ricordo col disturbo del sovraccarico cognitivo finisce per “funzionare male”. Cosa succede, allora, quando un assiduo frequentatore di mezzi di comunicazione di massa da questa mole di dati (proposti in forma virtuale ma, si ricordi sempre, pur sempre reali!) ne viene travolto? Il sovraccarico cognitivo Le notizie viaggiano intorno a noi nella grande ed onnipresente (ed onnipotente?) rete telematica. Ma noi spesso non siamo i soggetti consapevoli di queste informazioni che ci raggiungono, piuttosto diventiamo gli oggetti che queste notizie attraversano. Il sovraccarico cognitivo si manifesta proprio nel momento in cui il cervello, sollecitato da troppi impulsi esterni, finisce per “non connettere più”, non dando cioè il giusto peso alle priorità, e così per far spazio a nuove cose ne dimentica altre, ma senza un criterio giusto. Si finisce così per perdere la capacità della selezione, del dare giusto peso e misura all’importanza di determinate informazioni su altre. E si ingenera un declino cognitivo, una perdita di attenzione, di memoria, di facoltà cerebrali primarie per l’uomo. Essere sempre e costantemente connessi ed aggiornati su tutto ciò che accade di secondario, e spesso futile, fa perdere il senso delle cose importanti e di quelle che sono intorno a noi. Ma anche soffermarsi su tutto ciò che c’è nel mondo di importante finisce per essere impresa titanica per un singolo cervello umano (ed allora eccoci al discorso dell’importanza di una rete sociale co-produttiva invece di un ostinato e sterile individualismo). Il disturbo comportamentale del sovraccarico cognitivo porta a conseguenze spesso tragiche: dimenticanze gravi, distrazioni fatali, che con un comportamento responsabile si sarebbero potute evitare. Non sarebbe il caso di essere attenti a vivere e ad apprendere giorno dopo giorno quest’arte, prendendosi ognuno i propri spazi di silenzio, tranquillità ed attesa? Un aggiornamento in più (spesso di pressoché nulla importanza rispetto a ciò che ci sta accadendo intorno) vale la nostra vita e quella del prossimo? Non sarebbe il caso molto spesso ( e forse una buona volta) di alzare il nostro sguardo sul mondo, fra le macerie umane che si stanno disseminando nei nostri luoghi? Questa la domanda che ognuno di noi dovrebbe porsi approcciandosi alle telecomunicazioni, croce e delizia di questo nostro strano (troppo spesso strano) secolo.

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Fun & Tech

Multa da record: Google dovrà pagare 2,42 miliardi

La Commissione europea, organo dell’UE con numerose competenze tra cui quella di antitrust, ha inflitto a Google una multa di 2,42 miliardi di euro per aver abusato della sua posizione dominante nel mercato dei motori di ricerca. Google ora ha 90 giorni di tempo per mettersi in regola con le prescrizioni della commissione. Se non lo farà per ogni giorno di violazione dovrà pagare il 5% del fatturato giornaliero di Alphabet, società che raccoglie gli introiti di numerose attività del gruppo Google. La decisione arriva dopo un’indagine durata sette anni sul servizio ora noto come Google Shopping che permette di confrontare prodotti di ogni tipo. L’infrazione che ha portato alla multa non riguarda il servizio in sé ma il suo posizionamento all’interno delle ricerche effettuate su Google. Infatti se un utente cerca su Google un prodotto i risultati di Google Shopping sono posti in evidenza in alto, mentre altri servizi di comparazione simili si trovano nella colonna dei risultati generici, mettendo così in risalto i risultati di Google. Nelle prove effettuate dalla Commissione risulta che il primo risultato di un servizio di comparazione diverso da Google Shopping si trova a pagina 4 delle ricerche. Ed è provato che la prima pagina totalizza il 95% delle visualizzazioni, la seconda solo l’1% poi sempre a scendere. La multa non è dovuta al servizio in quanto tale ma al fatto di averlo promosso a scapito della concorrenza. La commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager ha infatti dichiarato: «La strategia usata da Google per i suoi servizi shopping non era solo attrarre gli utenti rendendo i suoi prodotti migliori di quelli dei rivali. Google ha invece abusato della sua posizione dominante sul mercato della ricerca per promuovere il suo servizio di comparazione dello shopping nei suoi risultati, declassando quelli dei suoi concorrenti. Quello che ha fatto è illegale per le regole antitrust». 2,42 miliardi: multa record La multa da 2,42 miliardi ha segnato un record poiché è la più alta mai inflitta dall’UE, ma è comunque inferiore al massimo imponibile per legge. Questo è infatti il 10% del fatturato di Google, 80 miliardi nel 2016, quindi 8 miliardi. Dal canto suo Google annuncia di essere in disaccordo con la decisione europea e annuncia ricorso. Sostiene infatti che il suo servizio agevola l’utente negli acquisti rispetto agli algoritmi concorrenti e dunque merita una posizione migliore nei risultati. Si annuncia una lunga causa, anche poiché questa non è l’unica indagine europea a carico di Google: anche su Android e AdSense vi sono infattti sospetti di pratiche illecite per ottenere e mantenere una posizione dominante. In ogni caso questa multa segna la fine del web come far-west dove non esistono regole nemmeno per chi opera in ambiti legali. Francesco Di Nucci

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Fun & Tech

Socks the Cat Rocks the Hill diventa finalmente realtà

Nell’ormai lontano 1993 un development studio americano di nome Realtime, in accordo con il produttore Kaneko, ebbe la bizzarra idea di sviluppare un videogioco satirico dal titolo “Socks the Cat Rocks the Hill“ per le console SNES e SEGA Genesis. Socks the Cat Rocks the Hill, dalle poche immagini e descrizioni che all’epoca trapelarono in alcune riviste di video games, sarebbe stato un platform game in 2D e, come suggerisce il titolo, avrebbe avuto come protagonista il gatto Socks, divenuto famoso per essere stato l’animale da compagnia alla Casa Bianca durante gli anni della presidenza di Bill Clinton. L’avventura avrebbe visto Socks in versione cartoon alle prese con nemici dalle sembianze di politici statunitensi dell’epoca e dei relativi simboli (la trama avrebbe incluso, ad esempio, un combattimento contro un asinello, simbolo del Democratic Party) per scovare alcuni ladri che si sono impossessati dei codici nucleari del suo padrone Bill, il tutto attraversando mondi ricchi di riferimenti alla pop culture e all’attualità degli anni ’90. Ma qualcosa, durante lo sviluppo del gioco, andò storto e la sua pubblicazione venne cancellata. Lo sviluppo travagliato di Socks the Cat Rocks the Hill Inizialmente si pensava che lo sviluppo fosse stato bloccato da Nintendo, che da sempre è molto contraria alla presenza di riferimenti politici all’interno dei giochi pubblicati per le proprie console. Tuttavia, in un paio di interviste recenti, alcuni ex sviluppatori di Socks the Cat Rocks the Hill hanno voluto specificare che le ragioni della mancata pubblicazione non sono da ricercare nelle restrizioni di Nintendo, che anzi all’epoca pare che gradì molto lo spirito satirico del loro gioco. Il motivo vero fu la chiusura dello studio di Kaneko in America. Inoltre, nel 2011 l’unico prototipo esistente di Socks the Cat Rocks the Hill finì nelle mani del collezionista Jason Wilson: un retro-gamer che filmò una sua sessione di gameplay del gioco caricando poi il tutto su YouTube in bassissima definizione per burlarsi del suo pubblico. La rinascita con Kickstarter Per un po’ il filmato di Jason Wilson rimase l’unica prova concreta dell’esistenza di una copia del gioco, finchè nel 2012 un altro affiatato collezionista, Tom Curtin, acquistò quell’unica copia in circolazione e, dopo essersi messo d’accordo con il publisher Second Dimension, decise di impegnarsi affinché il gioco venisse finalmente distribuito in tutto il mondo dopo averne acquistati i diritti un paio di anni dopo. La rinascita di Socks the Cat Rocks the Hill, avvenuta più di vent’anni dopo la sua iniziale data di pubblicazione, è stata possibile grazie al sito di crowdfunding Kickstarter: con il supporto delle donazioni ricevute dagli utenti, Tom Curtin e Second Dimension, dopo aver rimosso qualche bug dal gioco, hanno promesso che Socks the Cat Rocks the Hill verrà finalmente messo in commercio sia in “formato cartuccia” (come avrebbe dovuto essere l’originale) che in versione digitale a prezzi diversi. L’uscita è prevista per luglio 2017.

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Libri

Libri

I racconti dei vicoletti, Nie Jun e la sua Yu’er

“I racconti dei vicoletti” è una splendida graphic novel di Nie Jun, edita in italia dalla Bao Publishing. L’opera è una raccolta di quattro racconti che descrivono le vicende di Yu’er, una ragazzina disabile e piena di sogni, e di suo nonno Doubao, che si prende cura di lei in modo dolce e impacciato. Non esistendo una vera trama all’interno de “I racconti dei vicoletti” (disponibile su Amazon a 15,30€) , l’opera di Nie Jung si limita ad essere proprio questo. Abbiamo un insieme di racconti di vicoli nei quali succedono cose meravigliose, da ragazzine volanti a misteriosi paradossi temporali, il tutto resto nel modo più naturale possibile dall’abile penna di Nie Jung, che compie miracoli sia per quanto riguarda il disegno che per quanto riguarda i dialoghi. I motivi per cui questa graphic novel andrebbe non solo letta, ma conservata gelosamente nella propria libreria, sono davvero numerosi. “I racconti dei vicoletti”, la semplicità disarmante di Nie Jun è un’arma vincente. I disegni sono piacevoli da vedere, colorati con delle tonalità allegre ma pur sempre tenui e carichi di dettagli, anche se volutamente disattenti nel rappresentare la realtà (Per fare un esempio banale: gli occhi di Doubao sono due croci). I dialoghi sono semplici ma dolci, riempiono il cuore dello stesso sentimento di nostalgia che si prova di fronte ad una crostata della nonna, avvolti nella propria coperta preferita dinanzi al camino. “I racconti dei vicoletti” è un lavoro a metà tra la favola e l’opera d’arte, dove realtà e fantasia si incontrano e non si scontrano mai, convivendo in maniera naturale proprio nei vicoletti preannunciati nel titolo, popolati da personaggi di ogni tipo, luoghi segreti ed insetti che sanno improvvisare concerti. È proprio questa la magia che è riuscito a creare abilmente Nie Jun: far scoprire alla piccola Yu’er e al lettore insieme a lei che tutto è possibile, e che la felicità esiste ed è nascosta banalmente – ma non banalmente per il modo in cui lo pone l’autore – specialmente nelle piccole cose. In un insetto, in un francobollo, nei sacrifici che un nonno un po’ pasticcione compie per prendersi cura della sua nipotina. “I racconti dei vicoletti” ci insegna che tra passato e presente esiste un filo sottile, che essi spesso si incontrano, si intrecciano e sorprendentemente si inseriscono nella nostra vita, rendendola migliore. Allo stesso modo in cui questo libro è capace di migliorare la giornata e la libreria di chiunque decida di leggerlo.

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Libri

Nuvole di fango, l’esordio di Inge Schilperoord

Nuvole di fango, opera prima della psicologa Inge Shilperoord edito da Fazi, è un romanzo che cattura e travolge il lettore, guidandolo nella mente di un criminale: Jonathan, un pedofilo. Non vi sono altri termini per definire la morbosa attenzione che riserva alle bambine che, a poco a poco, diventano l’oggetto dei suoi pensieri più nascosti ed erotici. Per questo, il ragazzo ha affrontato un periodo in carcere dal quale è uscito per mancanza di prove schiaccianti a suo carico. Eppure, il lettore che si accosti a Nuvole di fango non riesce a odiare davvero questo giovane che ci appare così umile, così spaventato dal mondo tanto da vivere una vita defilata, chiuso in un isolamento autoinflitto che gli permette di innalzare barriere insormontabili tra sé e il resto della comunità in cui vive. Il romanzo ruota tutto intorno a Jonathan o, meglio, intorno al suo tentativo di redenzione da una colpa che non sente davvero sua. Egli è, in fondo, un bravo ragazzo che si è sempre preso cura della madre e della casa, che ha sempre lavorato per portare avanti la famiglia. È un ragazzo che ama pescare in solitudine e prendersi cura del suo acquario. Un ragazzo normale che ha commesso un errore, uno stupido errore e ne ha pagato le conseguenze. Questo è quello che Jonathan si ripete ogni giorno, mentre esegue gli esercizi assegnatigli dallo psicologo del carcere e disegna grafici per tenere il passo dei suoi progressi. Il ritorno di Jonathan al mondo reale è segnato da una serie di tentativi di riabituarsi a vivere secondo quella routine all’interno della quale si sente calmo e protetto, e tutto sembra procedere bene, sebbene un po’ a fatica, fino a che un pesce e una bambina irrompono nella sua quotidianità fatta di gesti e di parole sempre uguali. Nuvole di fango nel cuore e nella mente Jonathan, la tinca ed Elke. Tre elementi fondamentali del romanzo della Shilperoord che appaiono intrecciati non solo per il ruolo che essi svolgono nella trama, ma anche a livello più profondo. Jonathan pesca la tinca, quasi morta, in un laghetto nei pressi della sua casa e decide di portarla a casa, nel suo acquario ormai vuoto e desolato come il resto del villaggio. Con il passare dei giorni, si convince che salvando il pesce dalla morte fisica salverà se stesso dalla morte interiore; così si impegna anima e corpo in questo progetto, instaurando un rapporto quasi morboso con la tinca: nel pesce, costretto a vivere lontano dal suo habitat per non morire, Jonathan rivede se stesso, obbligato a restare nell’ambiente triste e claustrofobico del suo paesino per non dover affrontare il mondo di fuori, pronto a puntare il dito contro i suoi errori. L’autrice ci informa su una caratteristica importante della tinca: d’estate si immerge nella melma dei fondali e, quando poi torna a muoversi, inevitabilmente solleva nuvole di fango. Questo, ancora di più, accomuna il pesce a Jonathan, un ragazzo “difettoso” che cerca di rendersi invisibile al mondo ma che solleva […]

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Libri

Cognetti trionfa alla LXXI edizione del Premio Strega

Paolo Cognetti con “Le Otto Montagne” (Einaudi) è il trionfatore della LXXI edizione del Premio Strega, il più importante riconoscimento letterario italiano: il più chiacchierato, il più criticato, dunque il più seguito dagli “addetti ai lavori” o da chi ne fa finestra per affacciarsi al mondo della Letteratura Italiana. La scia mediatica che portano con sé I Premi Letterari è enorme: sembra che il concetto di competizione debba essere avulso dalla Letteratura. Ancora di più in questi anni ove i mezzi di comunicazione la fanno da padrone, la condivisione si moltiplica così come aumenta il chiacchiericcio. Eppure Il Premio Strega è un momento topico per gli appassionati, siano essi interni a questo mondo meraviglioso e controverso (scrittori, giornalisti, editori, giovanissimi blogger) o lettori voraci e attenti. Molte le critiche che sono state mosse negli anni a quest’evento, da molti definito mondano, soprattutto per i suoi grandi sconfitti, – Calvino e Pasolini, per citarne alcuni –  ma lo Strega resiste nel suo essere il riconoscimento letterario italiano più importante. Indirizza le vendite, catalizza l’attenzione della stampa e del pubblico ed  ha un valore qualitativo ancora molto elevato, che trova conferma nella mappa  di grandi nomi che lo hanno conquistato (Pavese con La Bella Estate, Moravia con I Racconti,  Umberto Eco con Il Nome della rosa, Primo Levi con La chiave a stella, e altri grandi.) È certamente uno Strega che è cambiato nel tempo, omologandosi al nostro tessuto sociale, diventando in questi anni molto più telematico. I voti non sono più cartacei (se non in piccola parte) ma elettronici, la sfida delle case editrici è molto più aperta, ma il sistema di base resta il medesimo. Un Comitato di quattrocento uomini e donne di cultura, tra cui gli ex vincitori seleziona titoli da loro considerati validi (vengono accettate le candidature proposte almeno da due candidati). Questi vengono scremati fino a giungere ad una cinquina vincente rivelata un paio di mesi prima della serata finale, ove scrutinando un totale di circa 660 voti, si annuncia il vincitore. Quest’anno è stato Paolo Cognetti il trionfatore con uno stacco di voti decisamente consistente rispetto ai suoi avversari (208 voti contro i 119 della seconda classificata). Il suo libro “Le Otto Montagne”, edito da Einaudi, racconta la storia di due ragazzi, Pietro e Bruno, diversi e complementari, che decidono di addentrarsi in un viaggio avventuroso e spirituale incentrato nel paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, in uno scenario fatto di torrenti, rocce, sentieri, stradine di periferia. A Cognetti non piace il termine “natura”: è una parola che usano gli abitanti della città che la vedono come qualcosa di astratto, ma la natura è concreta e vive nei suoi elementi caratterizzanti. Anche lui, nato a Milano e emigrato per diversi anni a New York, ha nella città il suo ambiente originario ma la montagna lo ha conquistato e in essa egli crede si possano trovare risposte fondamentali. Quelle che lui ha trasferito nel suo libro. Un libro, dunque, che si distacca dalla tendenza del nostro […]

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Libri

Un’estate ad Anzio, un romanzo di Maurizio Giannini

Edito a maggio di quest’anno da Aracne Editrice, Un’estate ad Anzio (ed erano gli anni Sessanta) è un romanzo dell’autore romano Maurizio Giannini, il quale ha preso spunto da storie autobiografiche per dare vita alla sua opera. Quest’ultima, riproposta dopo ben trentuno anni dalla prima pubblicazione, si apre con un’approfondita premessa curata dal direttore della collana Brigadoon Antonio Lanza, tra l’altro protagonista dei fatti in essa raccontati. Siamo ad Anzio, durante gli indimenticabili anni ’60, ed è agosto. È qui che, ogni anno, si ritrovano presso lo stabilimento balneare Dea Fortuna gli amici dello scrittore-narratore – ai tempi studente universitario – per trascorrere le tanto attese vacanze estive. Uno a uno, con i loro soprannomi e le loro caratteristiche individuali, vengono presentati i componenti della comitiva come Roberto detto il Piovra, Loredana (il flirt dell’autore dell’anno precedente), Franco detto il Peloso, Antonio detto il Falco e gli altri protagonisti che animano le pagine del romanzo. Insieme e grazie a loro, il lettore viene catapultato in un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo, in uno dei periodi più dolci della storia italiana. Alla dolcezza del ricordo, si aggiunge poi la semplicità tipica dei giovani di quegli anni che, tra le mattinate in spiaggia, le feste da ballo casalinghe, le gite a Nettuno, le cacce al tesoro e i pomeriggi trascorsi alla rotonda sul mare, assaporano e vivono l’amicizia e l’amore con una genuinità disarmante e una spensieratezza oggi dimenticate. Il tutto con, in sottofondo, le note delle canzoni allora in voga di Rita Pavone, Fred Bongusto, Bobby Solo e dei numerosi cantanti allora di successo, a fare da colonna sonora alla loro estate così come a quella dei loro coetanei. Un’estate ad Anzio e il dolce sapore salato della nostalgia secondo Maurizio Giannini Maurizio Giannini, rinomato scrittore di romanzi rivolti ai ragazzi, riesce, con il suo stile diretto, fluido, semplice ma incisivo, a rievocare nella mente di chi ha vissuto il periodo da lui descritto in Un’estate ad Anzio un’epoca e un’Italia ormai scomparse perché passate. La nostalgia che scaturisce dalle sue pagine, non riaffiora soltanto nella sua generazione che, indubbiamente, si ritrova in quanto in esse riportato ma anche in quelle successive che possono immaginare nitidamente quello spaccato di vita pur non serbandone memoria. Tutto ciò è possibile grazie all’accuratezza dei dettagli, alla precisione con cui vengono spiegate emozioni e sensazioni perdute, alla naturalezza che caratterizzava i comportamenti. Per tutte queste ragioni, Un’estate ad Anzio è un romanzo intramontabile, fresco capace di catturare l’attenzione dei giovani di oggi e di chi giovane non lo è più anagraficamente ma lo è ancora dentro e grazie a quest’opera può tornare a esserlo.

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Napoli & Dintorni

Food

E’ Guagliune presentano il menù di Agosto

Grande cena e degustazione nella serata di martedì 18 nel Ristorante-Pizzeria E’ Guagliune di Pomigliano D’Arco dove il proprietario Mario Filosa ha imbandito un ricco banchetto per la stampa, presentando i nuovi piatti del menù di Agosto. Noi di Eroica, da veri buongustai, eravamo lì. Pronti per il nostro gustoso racconto? E’ Guagliune, l’inizio Ore 20:00, iniziano ad arrivare i primi invitati e i camerieri sistemano gli ultimi preparativi sulla terrazza decorata di tutto punto. Al centro, un tavolo con tutti i prodotti che saranno serviti durante la cena. Eccellenze campane selezionate personalmente dall’occhio sapiente e critico di Mario Filosa: vini, formaggi e pasta fresca. Qualche invitato curioso, colpito dall’abbondanza e dalla qualità di tale assortimento, non perde occasione per scattare foto, magari anche insieme a un bel Provolone del Monaco. Arrivati gli ultimi invitati e sedutisi tutti ai tavoli, iniziano le danze. E’ Guagliune, gli antipasti La cena viene inaugurata con le immancabili zeppoline d’alghe e con un assaggio di un’interessantissima variante di un tipico piatto della tradizione campana: la pizza di scarole. Una pizza di scarole con tarallo sbriciolato, peperoncino forte e alici salate nata dall’esperienza del maestro pizzaiolo Nicola Trinchese. Una vera delizia. Con le piccantissime bruschette con lardo di colonnato e ‘nduja vengono serviti anche i primi due vini, due bianchi: una frizzante falanghina irpina delle Selve di S. Angelo e un Fiano d’Avellino. Ottime per accompagnare anche la seconda portata di antipasti: bruschette con pomodorino giallo vesuviano e Marinara al ruoto con pomodorino, aglio, olio, olive nere, acciughe e scaglie di parmigiano. Soffice e morbida proprio come vuole l’antica tradizione casareccia. E’ Guagliune, i primi piatti Dopo l’abbondante e succulento antipasto si passa ai tanto attesi primi piatti del giovane cuoco Vincenzo Mingacci: un mezzo pacchero con pomodorino datterino giallo, noci e vongole e tubettoni con fagioli e gamberi. Accompagnati non dal vino bianco ma da un ottimo aglianico rosso. E’ Guagliune, il gran finale Archiviati anche i due pregiatissimi primi, è tempo per una graditissima sorpresa per gli ospiti: il Gran Finale. Mario Filosa si prende la scena, mostra e offre, a uno a uno, i formaggi e i salumi da lui selezionati durante le sue visite in giro per la Campania che gli sono valse il titolo di “Talent Scout dei formaggi”. Ce ne sono di tutti i tipi, dal pecorino ai provoloni passando per le caciotte, e di tutte le provenienze, da Bagnoli Irpino ad Agerola. E’ Guagliune, considerazioni Una cena davvero ottima che ha saputo unire tante portate senza peccare in qualità, proponendo nuovi piatti e accostamenti culinari attraverso il riutilizzo di prodotti D.O.P campani. Prodotti testimoni di tradizioni secolari che non vanno abbandonate. Mario Filosa e tutto lo staff de E’ Guagliune si sono resi protagonisti di un lavoro eccellente realizzando un menù da leccarsi i baffi. Sarà disponibile da agosto, se non sarete impegnati con le vacanze o con impegni lavorativi fateci un pensiero!

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Eventi/Mostre/Convegni

Confini, un racconto danzato in scena alla Galleria Borbonica

«Tu hai chiesto uno spazio, io ho chiesto del tempo. Ricordi le sirene, e la gente che fuggiva? Io ero già qui, chissà da quanti anni. Forse da secoli. Eppure non sembra così tardi, per noi che ci siamo incontrati in un sogno». Tra i cunicoli della Galleria Borbonica è andato in scena Confini, un racconto danzato ideato da Giorgio Coppola e Stefania Contocalakis, con i ballerini del Modern Advisor Dance Project e le musiche eseguite da Daniele Ciaravolo e Carlo Contocalakis. In un luogo dove il tempo sembra essere sospeso si incontrano le anime di una ballerina dell’Ottocento e di un soldato della prima guerra mondiale, entrambi in fuga da un mondo di devastazione e violenza. Il loro Amore sembra sfidare i vincoli spazio-temporali e gli permette di vivere un Sogno che si realizza nel Presente, basato non sui ricordi ma su sensazioni vere, rese ancora più intense dall’impossibilità di avere un contatto fisico. Una storia d’amore fatta di sguardi, mani che si sfiorano senza mai toccarsi, parole immaginate, sorrisi, illusione d’eternità. A rompere l’idillio intervengono lo Spazio e il Tempo che, freddi e impassibili, allontanano le due anime costringendole a vagare in eterno alla ricerca l’uno dell’altra, in un labirinto di strade che non s’incontreranno mai. Questa performance di forte impatto visivo ed emotivo, narrata dall’attore Sergio Savastano, ha accompagnato gli spettatori alla scoperta dei suggestivi luoghi della Galleria Borbonica, viadotto sotterraneo realizzato a partire dal 1853 dall’architetto Errico Alvino per volere di Ferdinando II di Borbone, con lo scopo di costituire una rapida via di fuga verso il mare per la famiglia reale, reduce dai tumulti popolari del 1848, oltre a consentire alle truppe acquartierate nella caserma di via Pace (attuale via Domenico Morelli) di raggiungere velocemente la Reggia. Confini, uno spettacolo itinerante con visita guidata Lo spettacolo è stato arricchito da un’interessante visita guidata, con le spiegazioni e i cenni storici forniti da Marco Minin, uno dei soci fondatori della Galleria, alla scoperta di tunnel e grotte che durante il periodo bellico, tra il 1939 e il 1945, furono utilizzate dai cittadini come ricovero antiaereo. All’interno della galleria sono ancora visibili letti, bagni, giocattoli, auto e vespe d’epoca, che permettono di immaginare la vita di uomini, donne e bambini costretti a lasciare le proprie case senza la certezza di ritrovarle integre al proprio ritorno. In queste condizioni di estremo disagio non mancano testimonianze di grande coraggio e voglia di vivere: su alcune pareti, infatti, si legge “Noi vivi”, oltre a nomi e cognomi che hanno aiutato a rintracciare i superstiti, che oggi hanno tra i 75 e i 95 anni. All’evento era presente una di loro: una donna dal passo incerto e dallo sguardo fiero, che ad un certo punto mi ha messo la mano sulla spalla sussurrandomi: «E c’amm passat». Sono rimasta senza parole. Forse perché è difficile comprendere cosa significa aver vissuto sulla propria pelle un’esperienza che il tempo e lo spazio non riusciranno mai a cancellare.   SediMenti e Modern Advisor Dance Project presentano Confini spettacolo […]

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Food

Verdebaccalà: il panino col baccalà fritto

Qualcuno potrebbe forse storcere il naso. Ma quello che stiamo per presentarvi è un’assoluta novità nel panorama culinario. Nasce il Verdebaccalà: il primo panino con il baccalà fritto! Tradizione e innovazione della cucina campana in un unico piatto. Il Verdebaccalà è stato presentato nel corso di una serata per la stampa martedì 4 luglio presso il locale – di recente apertura – Cipajò Pub & Girarrosto di Giugliano in Campania (Napoli), il quale ha chiuso una partnership con Fenesta Verde, storica impresa giuglianese di ristorazione, dalla fama nazionale. Proprio dal dialogo tra queste due realtà nasce il Verdebaccalà. Il panino deriva da uno dei piatti più celebri di Fenesta Verde, il baccalà fritto, che viene rivisitato ed accomodato tra due fette di pane. Il baccalà è il protagonista principale, reso croccante da una particolare impanatura, ed esaltato dalla crema di scarole stufate, dal patè di olive nere e dalla scarola alla carrettiera. Verdebaccalà, l’incontro tra una realtà giovane e una realtà storica Il pub Cipajò nasce da un’amicizia tra quattro giovani imprenditori giuglianesi fondata su tre principi chiave: passione per i viaggi, amore per la cucina ed aggregazione giovanile nel proprio territorio. Durante i numerosi viaggi nella penisola iberica i giovani amici hanno scoperto i Cipaj, centri d’unione e attivismo giovanile volti al miglioramento delle autonomie locali. L’amore per la cucina e l’ammirazione per la filosofia del Cipaj li hanno spinti a mettersi in gioco, dando vita a Cipajò (Cibo – Passione – Joventude). Con un pizzico di novità – e anche con molto coraggio, considerando la particolarità del luogo – il locale vuole essere una forma d’aggregazione per i giovani del territorio, basata naturalmente sulla buona cucina realizzata con prodotti freschi e genuini, prodotti tipici e della tradizione. Proprio nel solco del rispetto della tradizione nasce il connubio con Fenesta Verde, una trattoria storica nata nel 1948 e arrivata oggi alla terza generazione di gestione. ”Spesso si pensa ai pub come ad una cucina di serie B ma noi vogliamo dimostrare che è un pensiero errato. La buona cucina è la regina indiscussa dei nostri territori e dei nostri piatti che sono sì calorici ma pensati e creati con prodotti di prima qualità”, ha affermato Domenico Iovino, uno dei titolari dell’attività.  I giovani imprenditori, visibilmente emozionati ma decisi, hanno trasmesso alla sala, gremita di gente, una grande e fresca energia: ”Abbiamo deciso di unire la realtà ambiziosa e giovane di Cipajò – insieme al concetto d’innovazione che si porta dietro – al nome di Fenesta Verde, che è per eccellenza il ristorante della tradizione. L’incontro è stato dei migliori”, – ha spiegato Emanuele Bifaro, altro socio dell’attività.  Dell’importanza di farsi spazio tra la modernità ha parlato anche Laura Iodice, chef della famosa trattoria giuglianese: ”È importante amare il proprio paese e portare avanti le proprie tradizioni, bisogna dare lustro a quest’ultime apprezzando i prodotti del nostro territorio”.  La serata ha visto un menù ricco e vario, con prelibatezze gourmet che sposano perfettamente sapori rustici e tradizionali. Il Verdebaccalà, dal […]

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Napoli & Dintorni

Documentaria, cento anni dell’Unione Industriali di Napoli

Fino al 13 luglio presso Palazzo Partanna, la sede dell’Unione degli Industriali di Napoli, sarà possibile visitare la mostra Documentaria realizzata con i patrocini del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e della Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Campania. Il 27 luglio del 1917 fu fondata la prima associazione che fu denominata l’Unione Industriale Regionale. L’associazione nacque anche grazie al periodo positivo per l’economia di tutto il sud Italia, soprattutto grazie alle commesse belliche.  Dopo la soppressione che avvenne il 10 dicembre 1943, l’associazione fu ricostituita il 22 gennaio 1944 e allora prese il nome di Unione Industriali della Provincia di Napoli. Dalla rappresentanza ai servizi di consulenza, l’associazione svolge attività che mirano ai rapporti e alle esigenze delle imprese industriali nelle diverse aree di attività. Quest’anno ricorre il centenario dell’Unione Industriali Napoli ed è la prima associazione del mezzogiorno a tagliare tale traguardo. Il centenario è un evento che vuol riportare al centro dell’attenzione tutto ciò che ha rappresentato la città di Napoli, dalla sua storia al suo ingegno, dalla sua cultura alla visione di un futuro nel quale tutti potranno ritrovare il senso di appartenenza alla città partenopea. Un ciclo di eventi è stato programmato per celebrare la nascita dell’Unione Industriali Napoli, uno di questi è  stato denominato”Documentaria” Al secondo piano di Palazzo Partanna in Piazza Dei Martiri, come un percorso tra storia e cultura, è stata allestita un’esposizione di numerosi documenti che narrano la storia che ha accompagnato l’associazione. Documentaria non è solo un’importante raccolta di documenti che riescono a far rivivere la storia che ha fatto grandi le imprese del mezzogiorno, è anche e soprattutto uno dei tasselli che rendono evidente l’importanza dell’associazione sul territorio campano. Alle fonti documentarie di natura istituzionale infatti sono state affiancate quelle rese disponibili dalle aziende associate alcune delle quali hanno per la prima volta aperto alla consultazione archivi storici strutturati o raccolte di documenti che si relazionano al prezioso materiale fotografico. Per i cento anni dell’associazione si è deciso di accompagnare gli eventi con un’immagine che deve rappresentare il lavoro svolto fino ad oggi e scelta con il concorso denominato “100 anni d’imprese – Unione Industriali Napoli – 1917-2017“. La giuria, composta dall’imprenditore Giovanni Cotroneo, dal Presidente del Gruppo Tecnico Cultura di Confindustria, Renzo Iorio, dal Responsabile del Domenicale del Sole 24 Ore, Armando Massarenti, dal Presidente di Pomilio Blumm, Franco Pomilio e dal critico d’arte Ludovico Pratesi, hanno deciso di premiare Helga Aversa per la sua opera “N’Ovo“. È stato assegnato inoltre  un premio speciale all’opera “Elettronatura” di Roberto Izzo. Le opere vincitrici, assieme a quelle realizzate dai dieci finalisti del concorso, fanno parte anch’esse della mostra Documentaria, ne aprono infatti il percorso con un grande totem  che le racconta. Il presidente dell’Unione Industriali della Provincia di Napoli, Ambrogio Prezioso, ha dato una giusta definizione all’esposizione: «Documentaria  è un ponte tra passato e futuro».

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Musica

Concerti

Jarabe de Palo all’ Arena Flegrea musica di passione e vita

La band spagnola Jarabe de Palo, guidata dal cantante Pau Donés, ha ripercorso nel concerto all’Arena Flegrea di Napoli, il 14 luglio, 20 anni di lavori, liberando l’energia e la leggerezza della loro musica, coinvolgendo il pubblico di Napoli con la loro carica di vitalità. Il loro tour è stato chiamato 50 palos per un gioco di parole in lingua spagnola: oltre a richiamare il nome del gruppo, la parola “palos” significa anche compleanno, Pau Donés ne ha compiuti 50 proprio l’anno del ventennale della creazione de La Flaca, album di debutto del gruppo, che ottenne un grande successo internazionale. La serata musicale all’ arena flegrea è stata aperta da Lemandorle, duo pop – punk e dalla cantautrice Claudia Megré, sola sul palco, chitarra e voce graffiante. Alle 22 è iniziato il concerto dei Jarabe de Palo: oltre un’ ora e mezza di canzoni dai ritmi e colori cangianti, da quelle di romantica passionalità a quelle danzanti e vivaci, da quelle in cui lasciarsi trasportare da parole e melodie avvolgenti, a quelle in cui immergersi nell’ intensità delle emozioni. Quiero ser poeta (Voglio essere poeta) è tra le prime in scaletta e conduce verso i ritmi sostenuti e latini la poetica dei Jarabe de Palo. Il pubblico napoletano è già coinvolto, ma è alla quinta canzone, Depende, che inizia a partecipare in coro al concerto. Depende con metafore e versi è una riflessione e celebrazione in musica della libertà di scegliere la propria filosofia di vita, nel  ed è il singolo che consacrò il gruppo in Italia. A seguire canzoni dai ritmi danzanti, e Pau Donés dimostra sul palco di essere in buona forma fisica, accompagnando le note a piccole danze. I sei musicisti sul palco sono in armonia tra loro, appassionati nell’ esecuzione e la voce di Pau “scorre” nel bel fiume musicale che riproducono. Arriva poi il momento delle canzoni romantiche: Fumo, interpretata nell’ album con Checco Silvestre dei Modà, Mi piace come sei, incisa nell’ ultima versione con Noemi e Completo Incompleto. Sono canzoni intense, di presa di coscienza, di apertura ai sentimenti, di ricerca. Pau le dedica a tutte le donne. Si passa poi all’intensa calma delle parole e della melodia di Agua, che sembra sospendere il tempo all’ Arena flegrea ed entrare nell’anima di chi ascolta. In un cambio di atmosfera La Flaca accende e fa alzare il pubblico: il primo grande successo dei Jarabe de Palo resta indimenticabile per i fans Come un pittore è la canzone, scritta insieme ai Modà nella versione italiana, in cui Pau racconta i vari colori dell’ anima. A far ballare arriva poi Bonito, in cui Pau canta che nonostante sventure e tristezze «todo me parece bonito». Canzone scritta anni fa e che racconta bene ancora oggi Pau. Pau con la sua anima forte, mai sfiduciata, anche quando è stata colpita da un tumore. Alla fine del concerto Pau si rivolge al pubblico e racconta di essere stato colpito da questo male, ma di essere stato operato e di […]

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Musica

Figé de Mar “Come un navigante”: esordio a gonfie vele

Il primo album dei Figé de Mar “Come un navigante” raccoglie in cinque inediti un sound ricco di sonorità differenti, che trascina tra le correnti del country e quelle del rock anni ’70. Sembra di viaggiare un po’ indietro nel tempo ascoltando il timbro del cantante della band, Lorenzo Traggiai, autore di tutti i testi dell’album. Accompagnato dagli altri “ragazzi del mare”, armati di chitarre, basso, tastiera e batteria: Nikolò Sole, Matteo De Martino, Davide Lucchi e Matteo Basile, i Figé de Mar con questo primo album sono pronti ad aprire le porte del loro mondo musicale. Ascoltando i cinque brani colpisce la naturalezza dei testi pieni di quotidianità, risuonanti di parole forti, con ritornelli incisivi. Un mix di esperienze musicali fra il cantautorato italiano, quello di De Gregori e l’impostazione stilistica di Bennato, e il ritmo folk, che sembra essere il tratto distintivo della band ligure. Il sound, nonostante l’eterogeneità di generi, ha un grande punto di forza: c’è sempre un particolare che cattura l’orecchio, nelle canzoni che posseggono una fluidità musicale spiazzante. L’album “Come un navigante” è stato anticipato dal singolo Boulevard e da un’anteprima esclusiva su RockON. Ci si muove a metà tra terra e mare, in un dualismo che riflette la regione da cui provengono i Figé de Mar, la Liguria. Tra una ballada dai toni romantici come il singolo “La città” e un brano più grintoso come “Boulevard”, si inserisce sempre la visione di una terra, la loro terra, sinonimo delle loro radici. Se il navigante è sempre alla ricerca di una direzione da seguire, i Figé de Mar hanno trovato da subito la chiave per navigare a gonfie vele.

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Concerti

I Marlene Kuntz chiudono la terza edizione del NaDir

Con la giornata del primo luglio si conclude la terza edizione del festival indipendente NaDir\Napoli Direzione Opposta Festival nella Polifunzionale di Soccavo, dopo tre giorni di incontri, dibattiti e musica organizzati dal NaDir Collective e dagli attivisti della Rete Scacco Matto, in collaborazione con altre realtà sociali attive sul territorio. Un’iniziativa all’insegna della socialità e dell’aggregazione, con eventi e manifestazioni culturali trasversali, all’interno di una location ben precisa, la Polifunzionale di Soccavo, grazie alla concessione del Comune di Napoli di utilizzo del suolo pubblico, per ripartire dalla rivitalizzazione di una struttura a lungo dimenticata, all’interno di uno dei quartieri della periferia di Napoli. Tra cultura e musica emergente al NaDir Dopo un pomeriggio dedicato alla cultura kurda, tra dibattiti e laboratori di danze, in un importante momento di incontro e confronto con la complessa realtà del Kurdistan, la scena del NaDir si popola di musica emergente partenopea con i Travel Gum, band formatasi nel 2014 dal rock sperimentale e psichedelico, seguiti da la bestia Carenne, già ben noti e apprezzati dal pubblico per il loro ambizioso album Coriandoli, mentre l’atmosfera comincia a riscaldarsi ed il festival a popolarsi. Scoppiettante è la performance dei Sula Ventrebianco, che, con il loro potente sound ed un rock che non fa sconti, infiammano il pubblico tra ruggiti di chitarre e amplificatori. Ma prima di lasciare la scena agli headliner della serata, il cantante si abbandona ad un’ultima follia e scende tra il pubblico a pogare, tra l’entusiasmo generale dei fans. I Marlene Kuntz: vent’anni di rock I Marlene Kuntz si fanno attendere e, prima della loro comparsa, viene chiesto al pubblico di fare spazio ad un ultimo momento dedicato alla cultura kurda, con danze e costumi tipici del folklore locale ed il rinnovato invito di apertura e confronto verso questa minoranza e la sua cultura. L’attesa è ormai finita ed il pubblico è in fibrillazione, quando compare sulla scena lo storico quartetto di Cuneo tra i fumi del palcoscenico e le urla dei fans. Sulle note di Bellezza, l’inizio è da capogiro, con la voce e la chitarra di Cristiano Godano che non risparmiano nulla. Vent’anni non sembrano di certo trascorsi  e la rabbia sembra ancora quella del lontano esordio con Catartica, con una scaletta che si muove tra un album e l’altro, dai pezzi meno conosciuti, che ipnotizzano il pubblico, alle famosissime Nuotando nell’aria e Festa mesta, accompagnate da cori e generale delirio. La maestria delle chitarre di Godano e di Riccardo Tesio, insieme con quella del basso di Luca Saporiti, offrono al pubblico uno spettacolo di altissimo livello, il tutto abilmente orchestrato dalla batteria di Luca Bergia, che culmina, dopo la terza entrata della band sul palco, con Sonica e La canzone che scrivo per te, concludendo una performance degna di uno dei gruppi storici della scena rock italiana.

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Concerti

Gazebo Penguins e One Dimensional Man: l’inizio ruggente del NaDir

Un inizio all’insegna di un sound potente e graffiante per il NaDir, il festival musicale nella Polifunzionale di Soccavo completamente autofinanziato e organizzato dai membri della Rete di Scacco Matto e Cap80126. Noi di Eroica eravamo presenti e questo è il nostro racconto. NaDir: Un inizio “emergente” Sale sul palco, poco dopo le 20, il gruppo emergente campano L’erba sotto l’asfalto, una delle band selezionate tramite il progetto Gravità Zero, davanti a un pubblico, purtroppo, assai risicato. Dopo aver dato sfoggio di qualche canzone del loro primo lavoro Siamo tutti pazzi, lasciano il posto ai Gomma (in foto), un nuovo astro nascente musicale della nostra terra. Una dopo l’altro si succedono i brani del loro primo album Toska che, come spiega la cantante, è un termine russo che indica uno stato di insoddisfazione senza una causa specifica. Degne di nota anche due loro cover di I’m so tired dei Fugazi e Someone to lose dei Wilco. Termina così la prima parte della serata, con due band all’inizio del loro percorso ma che promettono davvero bene. La convincente esibizione dei Gazebo Penguins Un repentino cambio di strumenti e salgono sul palco i ragazzi emiliani dei Gazebo Penguins che iniziano con Bismantova, brano tratto dal loro ultimo disco Nebbia. L’atmosfera inizia a riscaldarsi e il pubblico a infoltirsi. Danno vita a una scaletta che attraversa trasversalmente i loro lavori, dal più recente con Soffrire non è inutile, Nebbia, Porta ad altri più vecchi come Il Tram delle 6 e  Senza di te tratti dall’album Legna; passando anche per canzoni tratte da Raudo come È finito il caffè. Nel frattempo, mentre i Gazebo sono nel pieno della loro esibizione e tra il pubblico iniziano i primi poghi, compare Pierpaolo Capovilla (front-man degli One Dimensional Man) vicino la postazione dei tecnici del suono intento a fumarsi una sigaretta e scambiare quattro chiacchiere con qualche fan curioso. I tanto attesi One Dimensional Man  Dopo la più che convincente prova dei Gazebo, è finalmente tutto pronto per la main band della serata: i One Dimensional Man. Sulle note di Bella Ciao, lo storico trio capitanato da Capovilla, dopo diversi anni di silenzio, si riprende finalmente la scena e inizia a martellare a più non posso con il suo sound ruggente e graffiante. Non c’è spazio per pause, le potenti linee di basso di Capovilla si fondono ai ritmi frenetici imposti dalla batteria di Francesco Valente, accompagnati dalle distorte melodie della chitarra di Carlo Veneziano. Nella loro set-lists danno largo spazio a tutti i loro lavori discografici: One Dimensional Man, 1000 Doses of Love, You Kill Me, Take Me Away, A Better Man. La platea continua a essere poco affollata e la pronuncia inglese di Capovilla non è certo impeccabile ma la potenza scatenata dal trio è incredibile e i pochi fan affezionati sotto il palco appaiono decisamente soddisfatti. La prima pausa arriva dopo più di quaranta minuti di esibizione, Capovilla ringrazia il pubblico e gli organizzatori con un emblematico elogio alla vita e alla lotta politica:”Vivere è lottare e […]

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Teatro

Teatro

Teatro Augusteo, presentata la nuova stagione teatrale

Il Teatro Augusteo compie 25 anni Sono passati 25 anni da quando il teatro Augusteo è stato riaperto. Adibito per anni a cinema, nel corso del tempo ha visto esibirsi cantanti e attori di fama nazionale: sono passati da queste parti Bruce Springsteen e Pino Daniele tra gli altri; tanti attori locali hanno cominciato poi la loro carriera qui, un punto di riferimento per la scena teatrale partenopea, situato nel cuore nevralgico della città, nella piazzetta Duca d’Aosta di Via Toledo. Il Teatro Augusteo festeggia così i primi 25 anni dalla riapertura: con un cartellone che tenta di soddisfare ogni tipologia di pubblico. Si passa dai musical alla prosa, senza tralasciare la tradizione napoletana; numerosi, come da tradizione, i concerti: certa è la presenza di Giovanni Allevi e Cristiano De Andrè; non con un concerto bensì con un musical contribuirà invece Elio. Il fondatore de Le storie tese riadatterà, dal 26 gennaio al 4 febbraio, Monty Pithon e il sacro Graal. Il film vincitore di 3 Tony Award rivivrà in Spamalot: parodia del ciclo di Re Artù, è una commedia a cavallo tra tecniche classiche e riferimenti culturali. Teatro Augusteo, al via la nuova stagione teatrale Quest’anno la stagione teatrale parte il 24 settembre. Saranno Gianni Ferreri ed Anna Falchi ad inaugurare l’anno teatrale. La banda degli onesti è una rivisitazione di Mario Scarpetta dell’omonima pellicola di Totò a metà tra tradizione ed innovazione. “La cosa più difficile è stata doversi dimenticare del principe della risata” affermò Scarpetta, pronipote di Eduardo De Filippo. Nel solco di stampo partenopeo tracciato da La Banda degli Onesti, Lello Arena sarà presente in scena con ben due spettacoli. L’ex membro della Smorfia indosserà le vesti di attore principale e regista, rispettivamente in Parenti Serpenti e No grazie il caffè mi rende nervoso 2, entrambe ispirate a celeberrimi film di maestri come Monicelli e Troisi. Quest’ultima più che una rivisitazione è un vero e proprio sequel, dal finale tutto da scoprire. Salirà poi sul palco, fra gli altri, l’acclamato Paolo Caiazzo. Il cinema è poi nuovamente protagonista del programma con due spettacoli di derivazione che più diversa non si potrebbe. Se Il sorpasso è stato apprezzato da generazioni intere, Dirty Dancing invece è stato idolatrato da una sola nidiata di adolescenti e giovani, quelli cresciuti negli anni ottanta. Giuseppe Zeno, Cristiana Vaccaro e Luca Di Giovanni sono protagonisti della rivisitazione della pellicola di Dino Risi. L’intramontabile storia d’amore tra Baby e Johnny sarà invece diretta da Federico Bellone. Lello Arena e Sal Da Vinci presenti nella sala foyer del Teatro Augusteo Altro protagonista dell’anno venturo all’Augusteo sarà senz’altro Sal Da Vinci, presente anch’egli con ben due spettacoli. Peter Pan è un’opera che ha fatto sognare tutti, adulti o bambini che fossero. E se c’è qualcuno che in Italia ha interpretato alla perfezione il messaggio di James Matthew Barrie quello è senz’altro Edoardo Bennato. Il cantautore di Bagnoli è infatti l’autore della colonna sonora dello spettacolo con alcuni fra i suoi brani più celebri, fra cui L’Isola che non […]

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Teatro

Il Teatro Bolivar libera l’arte nel cuore di Napoli

La famiglia De Luca è lieta di presentare il frutto di un duro lavoro, di gioia e di lacrime: la nuova stagione teatrale al Teatro Bolivar del quartiere Materdei. Una scommessa, la decima per l’esattezza, dopo che per quarant’anni le luci della ribalta sono rimaste spente, e le assi del palco senza crepa alcuna. Nel quartiere però ora c’è un angolo di arte. Non un garage, non un centro scommesse. «Adesso il Teatro Bolivar è una realtà», afferma orgogliosamente Romina De Luca. Un luogo di ritrovo e di passione, di contagio di arte e cultura, vivificato dal senso dell’avventura dei tanti attori che fanno riecheggiare le loro voci tra quelle poltrone rosse. Il 13 luglio già ha visto un po’ esibire le personalità di spicco di questa nuova stagione teatrale. A presentare i vari spettacoli, Michelangelo Iossa, direttore artistico della stagione musicale, dalla parlantina efficace ed entusiasta, e i due attori, nonché direttori artistici della stagione teatrale, Ciro Esposito e Ivan Boragine, che hanno dato un tocco di comicità a ogni presentazione. Il loro motto: «Libera l’arte nel cuore di Napoli». Il quartiere di Materdei, spesso percepito come chiuso e difficile, è proprio il cuore di Napoli. La sua posizione centrale fa sì che i vicoli in salita che a mano a mano permettono di arrivarci, lascino fluire il soffio vitale dell’arte a tutte le altre membra della città. Grande novità al Teatro Bolivar è il doppio cartellone, tra il mondo teatrale e quello musicale Questo il ricco cartellone musicale, con cui si aprirà la stagione: 10 NOVEMBRE 2017_ Sabba e gli Incensurabili suonano Battisti | theatrical version 24 NOVEMBRE 2017 _ Quanno Good Good in concerto – Omaggio a Pino Daniele [evento speciale _ 1997 / 2017: venti anni di musica… Sotto il segno di Pino!] 15 DICEMBRE 2017 _ Incontro d’Autore “10 fotogrammi” con Mimmo di Francia … Per brindare a un incontro [con ospiti speciali] 22 DICEMBRE 2017 _ Genny Vella Show Me la canto , me la rido, me la suono…anche a Natale! 26 DICEMBRE 2017 _ James Bond Christmas Show 12 GENNAIO 2018 _ Incontro d’Autore “10 fotogrammi” con Lino Vairetti Il lungo viaggio nella ‘prog family’ del fondatore degli Osanna [con ospiti speciali] 26 GENNAIO 2018 _ Gennaio 1958 / Gennaio 2018: sessant’anni di VOLARE! Omaggio a Domenico Modugno con il ‘cantattore’ Marco Francini 10 MARZO 2018 _ Concerto-evento con la Beatle-band I Sottomarini 1998-2018: venti anni di Beatlemania! [con ospiti speciali] 23 MARZO 2018 _ Salotto Francini presenta Siamo tutti Mina – Omaggio a Studio Uno Ed ecco il cartellone teatrale: 1-2-3-8-9-10 DICEMBRE 2017_ Vorrei un Bacio, regia di Luigi Russo Spettacolo sul delicato argomento dell’assistenza sessuale ai disabili, trattato in modo romantico e poetico. Un argomento coraggioso non ancora molto trattato in Italia. 5-6-7 GENNAIO 2018_ Sotto lo stesso tetto, regia di Gianni Parisi Rilettura dell’omonima commedia di Luca Giacomozzi, con protagonisti tre fratelli riuniti dalla morte del padre, toccando le corde dell’animo umano. 19-20-21 GENNAIO 2018_ Che Dio ce la mandi… […]

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Teatro

Antigone. Una storia africana al Teatro grande di Pompei

Scenografia austera ed essenziale, luci scure dai toni caravaggeschi, dialoghi in lingua francese e wolof, antico dialetto senegalese. Questi gli elementi costitutivi dell’Antigone di Massimo Luconi, tratta dall’omonima opera del francese Jean Anouilh, andata in scena ieri, 5 luglio, nella suggestiva cornice del Teatro Grande di Pompei, in occasione della rassegna Pompeii Theatrum Mundi.  Creonte, re di Tebe, vieta di dare sepoltura a  suo nipote Polinice, accusato di tradimento perché ha tentato di assediare la città. Antigone, sorella di Polinice, viola la legge imposta da Creonte, malsopportando che il corpo di suo fratello diventi preda degli avvoltoi e la sua anima vaghi senza tregua per l’eternità. Un conflitto tra due legittime espressioni di diritto. Jean Anouilh reinterpreta il dramma di Sofocle per dare risalto all’opposizione tra individuo e potere pubblico. I suoi protagonisti, però, sono smitizzati, le loro azioni non sono dettate da un’idea di diritto cui appellarsi, quanto da un senso fatalistico degli eventi. Creante e Antigone si abbandonano al loro destino, consapevoli di dover interpretare i ruoli che il dramma dell’esistenza ha loro assegnato. Antigone è poco convinta delle sue azioni, trasgredisce la legge in nome di un impulso individualista, assenti le invocazioni agli dei pronunciate dall’eroina sofoclea. Privata della fede divina, si avvia alla morte con dubbi e paure: “Mi disgustate con la vostra felicità, con la vostra vita che bisogna amare a ogni costo. Si dirà dei cani che leccano tutto quel che trovano. E di quella piccola possibilità che esiste per tutti i giorni se non si è troppo esigenti. Io, io voglio tutto e subito, e che sia esso intero, altrimenti lo rifiuto! Io non voglio essere modesta, io, e accontentarmi di un piccolo morso soltanto se sono stata saggia. Io voglio essere sicura di tutto oggi, e che ciò sia così bello come quando ero piccola, o meglio morire“. Antigone: da Tebe all’Africa Luconi porta in scena un’Antigone dalla pelle nera, elimina ogni riferimento a Tebe per concentrare il suo spettacolo principalmente sul rapporto tra l’identità della persona e della famiglia con lo Stato e le sue regole. I suoi protagonisti hanno origini africane, molti provenienti dal Senegal, dove il rito della sepoltura e degli onori funebri è molto sentito, proprio come un rito sociale di rispetto verso le persone e la loro storia. “Antigone, ovunque vi siano discriminazioni razziali, conflitti, intolleranze religiose, torna ad assumere il ruolo dell’eroina che sfida i regimi totalitari in nome della pietosa universale che si estende a tutti gli uomini sentiti come fratelli. E questa storia, raccontata oggi da giovani africani, ha ancora più senso”.

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Recensioni

Forse non sarà domani: Papaleo omaggia Tenco

Rocco Papaleo porta in scena al teatro Trianon di Napoli lo spettacolo Forse non sarà domani, un racconto della vita e delle opere di Luigi Tenco attraverso canzoni, frammenti di interviste e lettere. Lo spettacolo è parte del Napoli Teatro Festival Italia 2017 che con circa 80 eventi, dal 5 giugno al 10 luglio, sta proponendo spettacoli di qualità a prezzi accessibili. Il suicidio di Luigi Tenco in seguito all’eliminazione dal Festival di SanRemo del 1967 è un atto che irrompe con forza nella liturgia di una manifestazione che coinvolge milioni di italiani. Il gesto di Tenco è un’accusa sia nei confronti del mondo dello spettacolo, sia nei confronti del pubblico. Il suicidio è un atto di ribellione nei confronti dei «Signori benpensanti» come li definirà Fabrizio De André, ma anche un colpo durissimo a tutti quelli che «Si ritrovarono dietro il palco, con gli occhi sudati e le mani in tasca, tutti dicevano: “Io sono stato suo padre!”, purché lo spettacolo non finisca» come canta Francesco De Gregori. Sono passati 50 anni dalla tragica morte di Luigi Tenco, un episodio che l’opinione pubblica italiana sembra non aver ancora elaborato. Il motivo per cui Tenco, a differenza di altri grandi artisti, ancora oggi non viene ricordato e omaggiato adeguatamente è la difficoltà che un intero Paese riscontra nel dover ammettere una colpa. Salvatore Quasimodo nel 1967 scriveva «La gente ha preferito poi dimenticarlo in fretta, quasi per un senso di omertà come sempre avviene quando ci si sente in un certo senso colpevoli, coinvolti. E non siamo forse un po’ tutti responsabili dell’atto estremo del cantante, noi che esaltiamo e sopportiamo il carosello del festival, da anni, senza esigere nemmeno un livello minimo di intelligenza nei contenuti delle canzoni? […] Chi è furbo capisce che le qualità sono difetti agli occhi del pubblico e che solo ciò che è generico e non agita le opinioni dei benpensanti va bene, è lecito. I capelloni, i beat, i folk e i canti di protesta sono accolti purché non superino l’avanguardia rivoluzionaria della Vispa Teresa. Luigi Tenco ha voluto colpire a sangue il sonno mentale dell’italiano medio». Rocco Papaleo prova, riuscendoci, a raccontare Luigi Tenco attraverso lettere, interviste e canzoni. Papaleo è conosciuto dal grande pubblico come attore di straordinaria intelligenza comica, caratterizzato da un’ironia tagliente e, infatti, la sua capacità di far sorridere rende ancor più piacevole e scorrevole uno spettacolo già di per sé interessante. Papaleo in scena interpreta le canzoni di Tenco ma legge anche le sue interviste e le sue lettere permettendo di capire a pieno le sue canzoni.  Le parole di Tenco vengono adoperate per introdurre le sue stesse canzoni e ciò mostra quanto Tenco utilizzasse la musica per esprimere ciò che era. Papaleo canta le canzoni rielaborate da Roberto Molinelli e viene accompagnato da brillanti musicisti: Arturo Valiante (pianoforte), Guerino Rondolone (contrabbasso), Davide Savarese (batteria e percussioni) e Marco Sannini (tromba). Nel caso di Tenco l’artista e l’uomo coincidono perfettamente e per capire l’uno bisogna conoscere l’altro. […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Baudelaire, la città in mezzo, e poi noi

La città in mezzo Così grande, chiassosa, intrecciata, percorsa da migliaia di grida E poi noi. Mi sei apparso, assiso in un soffio di silenzio, hai fermato il tempo che mi travolge. Mi sei apparso, come fossi un’immagine antica e meravigliosa, come fossi stato tu il padrone del tempo, o creatura celeste: hai fermato il mio tempo, tenera illusione! Avevi un dolore negli occhi, un dolore profondo, ed io bevevo, come  fosse un naufrago il mio cuore, la tua malinconia di tempesta, livido cielo, dai tuoi occhi e naufragando ancora in essi senza più ritorno… Ma fu un attimo La passione è dolore e la tua bellezza fuggitiva restò appena il tempo di un lampo di luce Poi fu. Ci ritroveremo mai, mia bella illusione? Ci ritroveremo mai, ancora, divisi dalla folla che ci allontana, lontani da una folla che disperde nella piazza assordante le sue voci? Incrocerai di nuovo, almeno un’altra volta, il tuo livido cielo ai miei occhi di naufraga? Ci ritroveremo di nuovo seppure inconsapevolmente a condividere un soffio d’eterno racchiuso nel silenzio che la tua anima promana? Attraverserai più queste strade così chiassose, ricolme di vite che ci ignorano? Forse ti avrei parlato di tutti i miei fantasmi che stridono le loro catene sopra il mio cuore ferito, di ogni mia inquieta ora, delle mie notti insonni, di ogni tormento che mi sprofonda nel petto. E ti avrei confessato del mio desiderio vagabondo di perdermi ancora nel tuo cielo livido, nella tempesta che giace nel fondo dei tuoi occhi. Eppure temo che ancora l’ombra dei timori mi assalga e finirò  per tacere. E così perfino la speranza mi guarda attraverso la maschera ambigua dell’inganno e si trasforma in follia! E ho avuto lungo questi attimi lunghi come eterno quei certi versi di Baudelaire per la mente, declinati al mio caso:   La rue assourdissante autour de moi hurlait […] Moi, je buvais, crispé comme un extravagant, Dans son oeil, ciel livide où germe l’ouragan, La douceur qui fascine et le plaisir qui tue. […] Un éclair… puis la nuit! – Fugitive beauté Dont le regard m’a fait soudainement renaître, Ne te verrai-je plus que dans l’éternité? […] Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais, O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais! […] Ailleurs, bein loin d’ici! trop tard! Jamais peut-être! La città in mezzo. E poi noi.

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Voli Pindarici

Analisi Filologica del testo spot del cono Sammontana 2017

Buonasera la vostra Redattrice preferita vi dà il bentornato al tradizionale articolo estivo per la stagione 2017! Come ben sapete, affezionati Lettori, d’Estate sono tormentata dai tormentoni, ma sono anche Filologo e Critico Letterario per formazione e dunque la mia Natura mi chiama alla comprensione profonda del Testo, tanto più quando esso appare oscuro e di difficile interpretazione… Ebbene sto parlando del tradizionale spot del cono Sammontana, assurto al rango di nuovo tormentone, che da ben 3 edizioni ormai (e dico 3!) fa da sfondo alla nostra “Estate Italiana” di quando guardiamo Beautiful o Il Segreto (quando siamo giustamente a mare con le gambe in ammollo non lo sentiamo). Con l’analisi che mi accingo umilmente a fare ho la nobile intenzione di servire la Scienza e quanti come me quando passa questo spot vorrebbero lanciare il televisore dalla finestra. Mi accingo umilmente a cominciare: “Cara mia estate, gambe da rasare,     – * Io quattro esami, gli altri i selfie al mare. Assaggio tutto: il morbido,  il cremoso, pure la parmigiana…     – NOTA 1 … sarà il nervoso? Voglio un’anatra vegana.     – NOTA 2 Quattro di notte, è arrivato l’arrotino.    – NOTA 3 Ti piacciono i coni?  Cinque stelle al croccantino. Vado in bici come Don Taddeo  – NOTA 4 in pattino col pareo. Partiamo, non partiamo, se mi fai una ricarica prenotiamo. Tienimi stretta estate,  tienimi fra i fagiani.  – NOTA 5 Cinque stelle al croccantino… … tre amiche, i sette nani.  – NOTA 6 Cinque Stelle Sammontana, grazie a tutti per la vostra estate italiana.” *Innanzi tutto una premessa: ricordate il testo precedente? Diceva “Estate è DOVE accadono le cose” a tal proposito ho controllato al catasto delle città d’Italia e non c’è nessun comune, in nessuna provincia di nessuna regione, di nome “Estate”… spiacente di deludervi: non so dove possiate andare per far accadere queste… “cose”. – NOTA 1: si potrebbe obiettare che tale dicitura su cose “morbide” e “cremose” senza specificare quali esse siano potrebbe dare adito a fraintendimenti… ma mi limiterò a dare consigli salutari per la vostra digestione: cari Lettori, meglio evitare di mescolare cose “morbide” e “cremose” di incerta natura con la parmigiana, già pesante di per sé; meglio assaggiare la parmigiana (ché ne vale sempre la pena!) e armarsi di bicarbonato. – NOTA 2: “Anatra Vegana”: questa specie è di incerta definizione. Per documentarmi ho spulciato i cataloghi zoologici scientifici della biblioteca, ma, haime, nulla ho cavato fuori. Così ho ipotizzato 3 possibili soluzioni: a tale specie è molto rara e in via di estinzione b tale specie vive solo a Estate, questo luogo nebuloso e favoleggiante che non c’è sulle carte, ma alla seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino te lo trovi di fronte c tutte le anatre sono vegane, dato che non s’è mai vista un’anitra nutrirsi di hamburger, hot dog e lombo di manzo arrostito. – NOTA 3: l’arrotino non passa alle 4:00 di notte… se lo facesse credo che come minimo la brava gente che a quell’ora dorme gli rovescerebbe in […]

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Voli Pindarici

Lettera ad un’ombra che ha smarrito se stessa su sentieri dissestati

Ti vedo come un’ombra smarrita Cara Ombra, hai smesso di essere te stessa. Non so bene quando sia accaduto, non credo sia avvenuto in un momento preciso: tanti piccoli segnali, minuscoli passetti, giorno dopo giorno. Avrei potuto rendermene conto, te lo concedo. È l’età, mi dicevo. E invece no, stavi lasciando, a poco a poco, il tuo corpo per diventare un’ombra. Così quando mi sono decisa ad agire, era troppo tardi. Eh sì, troppo tardi. E allora a nulla sono bastate le ore, i giorni, i mesi, addirittura  gli anni, a parlare, a ragionare insieme, perché tu non sei più te stessa. Solo un’ombra di ciò che eri. E quella che sei ora non è che non vada bene a me, perché per me tu andrai sempre più che bene, qualsiasi persona vorrai decidere di essere. Il problema è che non vai bene per te, per la vita che hai condotto negli ultimi tempi, per le strade che hai intrapreso, per quelle che vorrai intraprendere, per quei sentieri che proprio non ti decidi a cambiare, anche se così dissestati, così pieni di ciottoli e dossi fastidiosi. Ti vuoi mostrare forte, adulta e invece sei fragile, lo sei talmente tanto da non rendertene conto. Quella poca stima che, incomprensibilmente, hai di te stessa ti ha portato a credere di valere zero, quando poi in realtà vali cento, ti ha portato a credere di poter vivere come un’ombra. E invece di percorrere strade lisce e agevoli ti sei andata ad inerpicare su quei sentieri dissestati, e sei caduta, oh quante volte sei caduta e ti sei fatta male, e tu non sei tornata indietro, non hai svoltato a destra o a sinistra o semplicemente sei rimasta a terra. No, hai continuato a camminare e hai perso te stessa. Vorrei aiutarti a ritrovare, ma non so come fare. Lo so, tu non vuoi essere ritrovata, questo l’ho capito bene. Non fai altro che ripeterlo a gran voce. Tu che credi di essere forte, tu che sei così fragile. Un giorno se ne renderà conto, mi dicevo. Continuo a dirmelo. Solo che ora non ci credo più. Prima riuscivo ancora a vederti, in lontananza, su quei sentieri dissestati. Ora faccio fatica a scorgerti, solo un’ombra, sempre più indistinta. Non importa quanto io corra verso di te, sei più veloce, cadi, cadi mille volte, e ti rialzi e corri più veloce di prima e io, per quanto corra, non riesco a starti dietro. E ti vedo sempre più lontana, solo un’ombra, su quei sentieri dissestati.

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Voli Pindarici

Ho abbracciato un’alice

È Luglio ed io, come al mio solito, vago. Ispeziono ogni singolo centimetro di asfalto con i passi: i miei piedi sfiorano la terra mentre le mie mani sognano di toccare il mare. È così, dunque, che m’incammino alla ricerca di quell’acqua che acqua poi non sembra, perché è blu, è il blu del cielo. Da bambina supplicavo i miei genitori di farmi bere l’acqua blu: rifiutavo categoricamente l’acqua che provavano a farmi mandare giù, quell’acqua priva di colore, trasparente. Erano lacrime amare le mie, lacrime cariche delle sfumature dell’acqua che avrei dovuto bere: inesistenti. Il mare era blu, poi verde, poi azzurro, poi chiaro, poi scuro. Perché non potevo bere un liquido dello stesso colore? Il nome era lo stesso! Era acqua Dio mio. Acqua. È Luglio ed io, come al mio solito, bevo birra. I piedi immersi nella sabbia: provo a piantarli in maniera salda nel fondale marino, ma la sabbia è mobile, si rifiuta di farmi stare ferma; la sabbia mi fa trovare l’equilibrio mentre io gioco a respingerlo in ogni modo, la terra mi fa perdere l’equilibrio mentre io gioco a ricercarlo in ogni angolo. Ho l’amo, non ho una pesca, mi rifiuto di usare l’esca. Pesco. Abbocca di tutto e niente abbocca a causa della mia bravura: abboccano i pesci malati, quelli morenti, quelli senza branchie. Abboccano i pesci smarriti, quelli malandati, quelli già in via di putrefazione. Abboccano i pesci che non possono esser salvati, quelli che però non possono esser più nemmeno mangiati. Abbocca il pesce palla, ci gioco un po’ e lo ributto in mare. Abbocca il pesce gatto, mi aspetto faccia miao e due fusa, delusa, mi libero anche di esso. Abbocca il pesce martello, ma non ho chiodi: via anche quello. Abbocca il delfino: mi sorride, è davvero carino. Ma dove lo metto poi un delfino? Nell’orto del vicino? Abbocca la medusa, la vedo e non la vedo, mi sarò forse confusa? Abbocca perfino la balena che m’invita a fare un giro sulla sua schiena. Rilancio l’ultima volta l’amo: intravedo lei, ne riconosco le linee. Un’alice! Siedo a riva, la tengo tra le mani. Ha i capelli neri neri, sorride timida, mentre mi chiede: Che fai domani? Ho abbracciato un’alice È così che ho conosciuto la mia alice, un po’ per caso, un po’ per gioco. In un mare pieno di pesci con i quali ho giocato liberandomi di essi in breve tempo, ho riconosciuto lei. Sottile, breve, corta, infinita la mia alice. Mi riempio le mani di essa nonostante a causa delle sue dimensioni ridotte rischi di sfuggirmi costantemente, la guardo, l’accarezzo: lei non vuole più nuotare ed io non voglio più pescare. Stiamo insieme notte e giorno, non siamo più al mare, qui c’è la gente intorno. C’è chi guarda e non capisce, c’è chi osserva attentamente e s’infastidisce. C’è chi non guarda perché non vuole vedere, c’è chi vede e finge di non guardare. Cosa ne sarà di me e dell’alice? Siamo una coppia davvero stramba. Rischio di soffocarla […]

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