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Eroica Fenice

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Cinema & Serie tv

Milada, biografia di un’eroica attivista

Disponibile sulla piattaforma di streaming Netflix dal 12 gennaio, Milada è il film biografico sulla politica e attivista per i diritti umani cecoslovacca Milada Horáková. Siamo negli anni ’30 a Praga dove la giovane giurista Milada Horáková (Ayelet Zurer), membro del partito socialista nazionale cecoslovacco prima e impiegata presso il dipartimento delle attività sociali poi, è anche attivista dei diritti civili e delle donne. Sposata con il compagno di partito Bohuslav Horák (Robert Gant) e madre della piccola Jana, durante l’occupazione nazista del suo Paese del 1939 aderisce al movimento clandestino della resistenza divenendone uno dei membri più importanti. Arrestata l’anno dopo dalla Gestapo e condannata a morte, successivamente, la sua pena viene trasformata in ergastolo con il seguente trasferimento, insieme al marito, nel campo di concentramento di Theresienstadt e poi in altre prigioni tedesche rimanendo in stato di reclusione per cinque anni. Milada, finita la guerra, entra attivamente in politica e sotto il regime comunista, viene nuovamente incarcerata con l’accusa di spionaggio per poi essere condannata all’impiccagione nel 1950. Milada è l’omaggio cinematografico a un simbolo di rara coerenza Diretto dal giovane regista cecoslovacco David Mrnka il film segue passo passo – rimanendo fedele ai fatti storici dell’epoca oltre che a quelli vissuti dalla protagonista – l’evolversi di ciò che una donna, colpevole di essere fedele ai propri principi, fu costretta a subire e sopportare durante anni di indicibili e indescrivibili difficoltà e instabilità non soltanto per quanto riguardava la politica. Quest’ultima viene aspramente criticata perché, d’altronde, un’ingiustizia resta comunque tale a prescindere dall’ideologia o il movimento politico durante la quale sia stata perpetrata. Nel caso della Horáková – ma nella storia si trovano esempi simili se non peggiori – l’ingiustizia subita pesa il doppio. Ottima l’interpretazione dell’acclamata e talentuosa attrice israeliana Ayelet Zurer che, grazie a un’intensa espressività, ha realmente fatto sua la parte assegnatale riuscendo a trasmettere tutta la forza e la determinazione possedute da Milada. Ben curati, inoltre, i costumi, le musiche e le ambientazioni così come i dialoghi che rappresentano un indubbio valore aggiunto per la pellicola. Milada si presenta in tutta la sua drammaticità agli occhi dello spettatore che ne riconosce e apprezza l’omaggio a una martire divenuta uno dei tanti simboli della lotta contro qualsiasi forma di vessazione e oppressione a livello nazionale e internazionale; una donna, figlia, sorella, moglie e madre che, svestitasi di tutti i suoi ruoli, ha sacrificato la sua vita pur di rimanere coerente al proprio sentire con una dignità e un coraggio tutti umani ma nient’affatto comuni.

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Libri

Storia d’amore e buio: Il meraviglioso incubo di Natale

“Natale aveva un oscuro segreto: era un assassino”, recita il primo rigo di Il meraviglioso incubo di Natale, l’ultimo libro di Mauro Santomauro, sempre edito da Ferrari Editore, che neanche questa volta tradisce la sua predilezione per il mistero e lancia una nuova storia facendo dell’epilogo il suo incipit. Il meraviglioso incubo di Natale e il suo autore Una storia che inizia dalla fine, si direbbe, eppure come ogni altro viaggio rilegato e vissuto in parole, Il meraviglioso incubo di Natale è un racconto che fa le sue tappe, per permettere a tutti i lettori che corrono con lui di riprendere fiato e scoprire dove mai arriverà questa stradina, con i suoi dossi e i suoi tratti di pianura. La narrazione segue i passi di Natale, il protagonista citato nel criptico titolo del libro, e dell’amata (fidanzata prima, moglie poi) Alice, che dopo aver contratto la SLA ed essere giunta agli ultimi stadi della malattia fa promettere al marito di ucciderla, di porre fine alla sua vita quando sarebbe stata irreparabilmente intrappolata in un corpo incapace, un corpo morto. Di un viaggio non conta la meta, ma il percorso: e in questo libro Santomauro dimostra di averlo capito bene. La storia di Natale e Alice cammina all’indietro, dagli anni dell’adolescenza e della tenerezza del primo incontro, dalle prime passioni, dalla fame incontenibile e pressante che solo gli amori al primo atto conoscono, fino all’amore delle conferme, quello che lega e non lascia. La scelta dell’università, le prime (non sempre fortunate) vacanze vagabonde in giro per il mondo: Mauro Santomauro ha dipinto, ancora una volta, un quadro in cui è facile riconoscere le proprie fragilità e i propri istinti. L’autore torna con una storia che non pretende di insegnare, ma che tiene compagnia. Come in Theriaca, infatti, Santomauro ripropone una lettura scorrevole, soprattutto piacevole, che non annoia e dura il tempo di trattenere il fiato e concludere la visita in questo museo di eventi straordinari che nascono dalla quotidianità, in quel cocktail di mistero e avventura che rappresenta le sue storie. Insomma, come ogni amore che l’uomo abbia l’onore di conoscere, quello di Natale e Alice apre le sue parentesi di buio e, come ogni amore forte, le richiude. Che sia vederlo finire, questo amore, il meraviglioso incubo di Natale?  

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Attualità

90special: gli anni ’90 (non) sono di nuovo tra noi

Se si legge “anni ’90“, qual è la prima cosa che viene in mente? Alcuni diranno le boyband, altri il Game Boy, altri ancora l’inchiesta di Tangentopoli e così via. Nel bene e nel male sono decenni che, noi che li abbiamo vissuti, ricordiamo con certo affetto. Eppure nessuna rete televisiva si è mai interessata nel volerli omaggiare con un programma relativo, fino al momento in cui Mediaset non ha dato vita a 90special .. .. e forse sarebbe stato meglio non farlo. 90special: il museo degli anni ’90 Alla conduzione del programma (che fin da subito ricalca un celebre pezzo dei Lunapop) troviamo la iena Nicola Savino, comandante di una macchina del tempo con a bordo chi in quei decenni era genitore, adolescente, bambino e chi invece era nato alla fine (da qui il sottotitolo “ma che ne sanno i 2000”). Partiamo subito dai pregi, davvero ben pochi. Di certo va riconosciuto il merito di aver cercato di far respirare a pieni polmoni l’aria degli anni ’90 in ogni singolo aspetto. Basti dare un’occhiata allo studio, addobbato con cimeli dell’epoca (le schede telefoniche, l’album di figurine dei calciatori, una foto di Raffaella Carrà ai tempi di Carramba che sorpresa! e quanto altro), nonché la presenza di simboli della TV italiana dell’epoca come il furgoncino di Stranamore, il microfono del Karaoke di Fiorello e le postazioni del celeberrimo quiz Tira e Molla condotto da Paolo Bonolis. Non mancano poi le esibizioni di cantanti dell’epoca, se si pensa agli Eiffel 65 che hanno riproposto la loro intramontabile hit Blue. Quanto detto fino ad ora potrebbe indurci a pensare che 90special risulti un’operazione di revival gradevole e carina, capace di toccare il cuore di quelli che hanno vissuto gli ultimi decenni del XX secolo. Ma così non è stato. Tra tediosi monologhi e triste ignoranza Il primo punto debole di 90special è rappresentato dagli ospiti. Ci si è dovuti sorbire quasi due ore di monologhi di Fiorello e di Jovanotti. Personaggi di certo rilevanti per i decenni trattati nel programma ma a cui si è preferito dare il ruolo di tappabuchi, mostrando così che gli autori, in fin dei conti, non avevano idee degne di nota. Il secondo punto, di sicuro il più grave ed intollerabile, è la presenza di ospiti per nulla attinenti al programma: Cristiano Malgioglio (simbolo della tendenza a voler inserire ad ogni costo il fenomeno del reality di turno, dato il suo evidente anacronismo) e il duo Benji & Fede che ha scimmiottato, pardon, cantato sulle note di 50 special dei Lunapop. Una vera delusione che sui social ha scatenato l’ira dei telespettatori, i quali hanno lamentato la mancanza di personaggi, oggetti, spot e di altro materiale che avrebbe reso il programma davvero interessante e godibile. Un’offesa agli anni ’90 e a chi c’era in quel periodo Il giudizio che va dato a 90 special non può che rasentare l’insufficienza. Sorvolando sulle poche apprezzabili trovate, il programma è lontano dall’ essere un omaggio a quegli anni. La sensazione è […]

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Attualità

Attualità

Nati per leggere. La lettura al servizio dei più fragili

Da quando esiste il mondo si conosce l’importanza del ruolo giocato dai genitori nell’educazione dei loro bambini. Un’educazione che, a causa di situazioni di disagio e di ambienti sfavorevoli, non è sempre possibile garantire. Per contrastare tutto ciò esiste il programma Nati per leggere. Il programma Nati per leggere Nato nel 1999 sulla scia del britannico Bookstart e dell’americano Reach out and read, il programma Nati per leggere segue un obiettivo preciso: promuovere la lettura in famiglia e ad alta voce, intesa come un momento che crea relazione affettiva tra genitore e figlio e capace anche di sviluppare tutti quei benefici psicofisici importanti nella fase dei “1000 giorni” (quella che va dai 0 ai 6 anni). Il programma rappresenta, in effetti, l’unione tra il lavoro del bibliotecario e quello del pediatra. Esso vanta 600 progetti locali sparsi lungo la nostra penisola, soprattutto in zone povere e a rischio delle città e a cui partecipano migliaia e migliaia di volontari. Nati per leggere in Campania In Campania il progetto giunge nel 2000 con la volontà di dare anche alla città di Napoli un punto di lettura funzionante, dal momento che quei pochi esistenti non sono all’altezza. Dapprima presente al PAN, dopo una lunga diatriba, il punto di lettura si è spostato all’interno del Cortile delle carrozze della Biblioteca nazionale. Tiziana Cristiani, referente regionale di Nati per leggere Campania, rivendica l’utilità sociale del programma. In particolare ne sottolinea il legame empatico che si crea tra il genitore che legge e il figlio, mostrando come anche i genitori stessi godano di enormi vantaggi. La Cristiani spiega, a tal proposito, l’esistenza di punti lettura nei carceri minorili di Nisida e di Secondigliano, dove i detenuti in età adolescenziale possono passare qualche ora con i propri figli leggendo. Alla luce di tutto questo, si capisce chiaramente quanto sostenuto dal programma: “Ogni bambino ha diritto ad essere protetto non solo dalla malattia e dalla violenza ma anche dalla mancanza di adeguate occasioni di sviluppo affettivo e cognitivo“. Leggere per diventare civili ( e divertendosi) Nati per leggere è quindi un qualcosa di utile e necessario per cercare di debellare le vie del disagio e della delinquenza di cui la Campania, troppo spesso, detiene il triste primato. Nessun bambino merita l’esclusione sociale per via di una situazione sociale: anzi, deve godere della pari opportunità di chi è più fortunato di loro. Si cerca di portare avanti questo ideale anche attraverso iniziative che coinvolgano i più piccoli, come la tombolata. Una tombola tradizionale, con la differenza che i numeri delle caselle delle schede vengono sostituiti con copertine di libri. Perché l’amore per la lettura si trasmette anche attraverso il gioco e il divertimento che ne scaturisce. Ciro Gianluigi Barbato

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Attualità

Foto di minori sui social. Sanzioni in arrivo per i genitori

Foto di minori sui social spiattellate a cuor leggero da genitori social media addicted. Una social dipendenza cresciuta a dismisura negli ultimi anni, in concomitanza con il boom tecnologico e con il dannoso utilizzo dei dispositivi in connessione planetaria. Bambini immortalati durante una passeggiata al parco,fratellini fotografati su una spiaggia, ragazzini intenti a gustare un gelato o ripresi in attività ludiche. Se in passato fotografare assumeva in maniera congeniale il significato di tramandare un ricordo, un’azione, espressioni nel tempo; oggi, con lo smodato utilizzo dei social network, la parola “privacy”, connessa al concetto “fotografia”, sembra davvero sopravvalutata. Sempre minor peso sembra attribuirsi al pericolo che può innescarsi con la condivisione ostentata sul web di foto e video personali. Foto di minori sui social e pedopornografia in rete I soggetti maggiormente esposti a pericolo sono i minori. Bambini e ragazzini fotografati e mostrati (al mondo!) nelle loro azioni e abitudini quotidiane. È vero. Nei loro primi mesi di vita le loro faccine vengono sostituite da graziose emoticon con occhietti a cuoricino e dolci sorrisini. Sembra che i genitori abbiano a cuore la loro privacy e sicurezza! Ma dopo qualche tempo, quest’attenzione cede posto all’immaturità e all’ignoranza. Il desiderio di apparire e mostrare i propri “figli-trofeo” trionfa sulla deontologia genitoriale. Genitori sempre più presi dal proprio ego, sembrano ignorare il mastodontico pericolo – confermato anche dal garante della Privacy Antonello Soro in una relazione presentata in Parlamento -, a cui espongono ogni giorno i propri figli, con la smania di condividere e apparire. Nonostante le reiterate tragedie e molestie riportate dai notiziari, i genitori sembrano non prendere in dovuta considerazione la “pedopornografia” in rete, in crescita vertiginosa. Una pratica diffusa tra persone disturbate, concernente nell’appropriarsi delle immagini di minori pubblicate nell’infosfera, ritoccarle e servirsene per scopi pornografici. Un pericolo virtuale che non ne esclude l’attuazione nella realtà. Casi di sparizioni e molestie si ripetono tragicamente, eppure ci sono genitori ancora abbastanza superficiali nel trattamento dei dati e delle immagini dei propri figli. Foto di minori sui social. Sanzioni e consenso di entrambi i genitori Ma la legislazione riesce finalmente a porre un limite a cotanta leggerezza e negligenza. Già lo scorso novembre il Tribunale di Mantova – su ricorso presentato da un coniuge separato circa la tutela dell’immagine dei propri figli e la possibilità di rivederne l’affido -, tramite una sentenza firmata dal giudice Mauro Bernardi, sembra colmare finalmente un vuoto legislativo che fino ad oggi ha lasciato ampio spazio a comportamenti soggettivi, già moralmente criticati dall’opinione pubblica. Tale sentenza stabilisce che le foto dei figli minorenni non possono essere postate sui social network senza il consenso di entrambi i genitori. Un ulteriore provvedimento giunge dal Tribunale di Roma con un’ordinanza emessa lo scorso 23 dicembre 2017. Con la medesima, il Tribunale ha condannato una madre a rimuovere le foto del figlio minorenne pubblicate sui social. Il mancato adempimento dell’obbligo corrisponderà ad una sanzione pecuniaria pari a 10.000 euro, che la donna dovrà versare al minore, tramite il tutore, e al marito. […]

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Attualità

Tra baby gang e Spelacchio, il Natale tra Napoli e Roma

Prima Spelacchio. Poi il solito caso da Chi l’ha visto? dell’albero natalizio in Galleria Umberto a Napoli. Nel primo caso diretta responsabilità dell’amministrazione locale: l’albero era orrendo secondo i romani. Nel secondo responsabilità indiretta; ma non è un alibi, dal momento in cui l’albero è stato allestito d’iniziativa dello storico bar Gambrinus che dista qualche metro dalla Galleria. Allestito anche bene, perché se si vuole confrontarlo con Spelacchio risulta tutt’altra cosa. Nel caso napoletano è la sorveglianza che è mancata e che manca ormai da anni. Sembra il caso del giovane prodigioso destinato a morire in tenera età. Sembra anzi una ciclica barzelletta che non fa più ridere, un evento che qualche scrittore sopra le righe potrebbe usare a scopo umoristico, ma è l’amara realtà di una città che, come ormai anche quella capitolina, vive di costanti paradossi. Paradossi che conferiscono il fascino della dannazione a spese di chi però convive con le insidie di questa. Una vera e propria zavorra. Un albero mancante e un atto vandalico delle baby gang in più Intendiamoci: la presenza dell’albero in Galleria o meno è di importanza tutta esteriore. Quello che è un simbolo su cui sarebbe facile sorvolare viene caricato però della connotazione vandalica che il furto implica. Un furto che mette in risalto una delle più invadenti pietrine dello Stivale: l’inciviltà, prodotto di educazione e istruzione scadenti. Una volta vergato lo schema causa-effetto sembrerebbe facile smuovere la situazione, se non fosse per la matrice culturale, anzi a-culturale, che muove alla base di ciò. Sarebbe coprire uno scempio e non curare la sua radice malata. Il problema si risolverebbe, ma non in toto. Diverse ipotesi riconducono il gesto alle babygang che per il 17 gennaio fanno scorpacciata di legno per il falò di Sant’Antonio Abate. Dopo il furto tra la notte del 21 e la mattina del 22 dicembre, però, sembra che il 23 dicembre l’albero sia tornato in Galleria (per poi essere nuovamente vandalizzato il giorno di Natale). La bravata ha deciso di costituirsi, senza però smascherare l’idea che alla base del non-rispetto civile ci sia una vera e propria sabbia mobile di abbandono educativo, perché “non sono solo dei ragazzi”, ma gli adulti che un domani insegneranno ai figli a fare lo stesso, facendo dilagare, ancora per troppo tempo, la pedagogia del bastone o del silenzio e dell’indifferenza.

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Attualità

Nuovi inquilini in casa Disney: ufficiale l’acquisto della 21st Century Fox

In questi giorni, il mondo dell’intrattenimento assiste ad un grande cambiamento: la Walt Disney Company ha comprato la 21st Century Fox Inc per 52,4 miliardi di dollari. Rupert Murdoch, presidente esecutivo della 21st Century Fox, depone la corona cedendo al regno di Topolino le attività cinematografiche e televisive della sua multinazionale, ma non solo: inclusi nel pacchetto, anche i 13,7 miliardi di dollari di debiti di Fox. I termini dell’accordo tra la Disney e la 21st Century Fox Murdoch ha smembrato l’impero, ma non l’ha abbandonato del tutto: le reti Fox News Channel, Fox Business Network, Fox Sports 1 e altri canali sportivi non verranno ceduti, bensì saranno scorporati dell’azienda e diverranno parte di una nuova società. Che Murdoch voglia tornare ad investire nell’informazione? La Walt Disney Company, invece, appare più decisa che mai a guidare il gioco nell’ambito dell’intrattenimento. Sul grande schermo, il marchio Disney è già su quello della Marvel e dei suoi supereroi, della Pixar e della Lucasfilm (che ha dato i natali alla saga di Star Wars). Tra i canali televisivi, invece, l’ABC e la rete sportiva ESPN che, in crisi da tempo, più di tutte potrebbe beneficiare dell’accordo con la Fox. Nonostante detenga il controllo della Marvel, è soltanto con l’acquisizione che acquisirà i diritti su X-Men e i Fantastici Quattro, oltre a quelli su serie tv di successo come This is us e American Horror Story. Insomma, dai Simpson alla versione animata della favola di Anastasia: casa Disney trova nuovi inquilini. “Siamo estremamente orgogliosi di tutto ciò che abbiamo costruito alla 21st Century Fox, e credo fermamente che questa combinazione con Disney darà ancora più valore agli azionisti dato che la nuova Disney continua a stabilire il ritmo in un’industria eccitante e dinamica. Inoltre, sono convinto che questa combinazione, sotto la guida di Bob Iger, sarà una delle più grandi aziende al mondo”, ha dichiarato Rupert Murdoch. Infatti, su richiesta della 21st Century Fox e del Consiglio di amministrazione della Disney, Bob Iger ha deciso di mantenere fino al 2021 la carica di presidente e amministratore delegato della The Walt Disney Company (nonostante il suo contratto scadesse nel 2019), per fornire la giusta visione d’insieme e l’importante fattore continuità, in una situazione nuova dalle lunghe fasi di assestamento. Data la portata dell’accordo, seppur definito e rifinito in ogni termine, l’intesa già ufficializzata tra Disney e 21st Century Fox non ha però ancora ottenuto l’autorizzazione dalle autorità antitrust statunitensi. Il web, dal canto suo, in poche ore dall’ufficializzazione dell’intesa ha già preso coscienza della nuova situazione e sembra essersi già abituato: tra caricature e vignette in ogni salsa, gli spettatori del piccolo e del grande schermo sono già pronti a riscuotere i frutti di quest’ultima scommessa della Disney.

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Cinema & Serie tv

Cinema & Serie tv

Napoli velata nell’occhio di Ferzan Özpetek

Il sinuoso vortice della scala del Palazzo Mannajuolo e un movimento ellittico, quasi una vertigine. Un viaggio nei misteri di un delitto e nella mente tortuosa e misteriosa di una donna: Adriana (Giovanna Mezzogiorno). Un’anatomopatologa a disagio con i vivi che, una sera, per caso, incontra lo sguardo seducente e provocatore di Andrea (Alessandro Borghi) con cui vive un’intensa notte di passione in cui sogno e realtà si fondono per poi sfociare in un risveglio spaventoso e destabilizzante. Ritroverà il suo amante sul suo tavolo di lavoro. Proprio dalla morte del fugace amante parte il pretesto per raccontare una città complessa. “Ho raccontato il mio personale viaggio stordito e abbagliato dentro Napoli. L’ho fatto attraverso una donna, perché Napoli, ai miei occhi, è femmina”. Così Napoli è diventata Adriana. Promettenti le premesse di Napoli velata, opera ultima del regista stambuliota Ferzan Özpetek, uscita nelle sale il 28 dicembre 2017, distribuito da Warner Bros. Erotismo e mistero, passato e presente che si intrecciano in una storia di ossessioni, ambientata negli scorci segreti di una Napoli borghese, elegante ed esoterica. Una Napoli viscerale e superba, donna e madre, anzi matrigna che divora i suoi figli. Eppure il risultato finale non convince. Le corde sottili dell’erotismo e del mistero stridono con un eccesso visivo e acustico di ingredienti napoletani. Sanno di troppo le digressioni folkloristiche, sa di troppo poco la caratterizzazione dei personaggi. “Racconto i segreti di una città che conosce oro e polvere, una città profana e sacra allo stesso tempo. E dentro alla cornice del thriller esplode una potente storia d’amore”. Ozpetek attinge a un campionario di immagini davvero suggestivo: il chiostro del Museo di San Martino, dove si gioca alla tombola vajassa, la Cappella del Principe di San Severo, dove è esposto il Cristo velato, la scalinata della Farmacia degli Incurabili, il Museo Archeologico e i tanti vicoli di Napoli. Fotogrammi potentissimi di una città che anche da sola, priva di vivi, presunti morti e fantasmi, ha tanto da raccontare. Napoli velata, una personale interpretazione del regista turco Tante le parole che si sono spese intorno a Napoli velata. Tanta la curiosità e l’aspettativa prima. Tante le reazioni e le opinioni divergenti poi, tra gli amanti di Özpetek, pronti a difenderlo sempre e comunque e quanti storcono il naso fissando i titoli di coda di un film che, alla pretesa di addentrarsi nei misteri di Napoli, risponde con una scrittura approssimativa e abusando, forse, di troppi clichè.

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Cinema & Serie tv

Ella e John – The Leisure Seeker: ultima fuga d’amore

“La prosa, che è poesia, è il segreto di Hemingway” Ella e John – The Leisure Seeker (soprannome di un vecchio camper), scritto e diretto da Paolo Virzì in collaborazione con F. Archibugi e S. Amidon e F. Piccolo, riassume bene il concetto di poesia, in questo caso generata da piccoli e semplici gesti quotidiani di due simpatici anzianotti on the road, lanciati su un camper, alla ricerca di momenti di felicità e di tenerezza da ritrovare e condividere insieme, attraverso quella che possiamo definire un’autentica fuga d’amore per sfuggire ad un infelice destino, lontani dalle inutili e incolmabili preoccupazioni quotidiane sulle insanabili patologie che affliggono entrambi. La meta da raggiungere è una casa museo nel Key West, dedicata al mitico scrittore Hemingway, che rappresenta l’alter ego poetico di questa stupenda coppia pronta a mettersi in gioco per l’ultima volta, sorridendo alla vita. “Ella e John rappresentano un esempio per tutti gli anziani su come affrontare con ottimismo gli anni difficili della malattia” Il film intimistico racconta di Ella (Helen Mirren già premio Oscar come miglior attrice protagonista per “The Queen” – 2007) e John (Donald Sutherland), del loro viaggio d’amore estivo per le strade americane, alla guida di un anacronistico e vecchio camper chiamato The Leisure Seeker; racconta dell’evasione dai figli apprensivi a causa della stanchezza, per poter ritrovare l’amore nella coppia o semplicemente per sfuggire alle quotidiane e ripetitive cure mediche destinate a separare, prima o poi, i loro destini in modo scontato e malinconico. Ella è un vulcano di energia inesauribile con una notevole lucidità mentale, mentre John si presenta svanito, quasi totalmente privo di memoria, ad eccezione dei ricordi di un tempo passato, soprattutto quelli riguardanti i suoi amori giovanili che spesso fanno inalberare Ella. Due caratteri diversi ma complementari che, legati l’uno all’altra, compongono una sola anima, lanciata in un folle viaggio avventuroso nel Key West, ripercorrendo la Old Route 1, da Boston alla Florida, ripercorrendo luoghi attraversati in età giovanile e che ormai non riconoscono più. In quei luoghi, osservati tra situazioni tragicomiche e momenti di puro sentimento coniugale, i due protagonisti ripercorrono un’infinita storia d’amore da rivivere fino agli ultimi attimi della loro esistenza. Ella e John: poesia e autentica tenerezza Ella e John, tratto dal romanzo In viaggio contromano di Michael Zadoorian (edito in Italia da “Marcos y Marcos”) , rappresenta un passaggio importante nel cinema di Paolo Virzì per il suo primo film in lingua inglese. Il regista, dopo aver diretto “La pazza gioia” e “Il capitale umano”, tratta un film italiano dal taglio anglosassone, interamente girato negli States tra scenari d’atmosfere pre-elettorali (riguardanti le presidenziali di Trump) di un’America difficile da riconoscere. Il regista ritorna sui set americani 15 anni dopo “My Name Is Tanino” (storia di una migrazione temporanea) e conservando una linea narrativa fedele e coerente al suo genere cinematografico, on the road, tagliente e lontano dai sentimentalismi mielosi. Le ambientazioni di scenari aperti e sconfinati, tipiche degli Stati Uniti, sostituiscono le colline toscane della terra nativa del regista, […]

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Cinema & Serie tv

The Handmaid’s Tale, un distopico futuro per le donne

Sono tempi duri per le donne e per il Femminismo. Ce lo dice la scrittrice canadese Margaret Atwood nel suo libro intitolato The Handmaid’s Tale (Il Racconto dell’Ancella) dal quale è stata tratta l’omonima e fortunata serie televisiva andata in onda nel 2017 sul canale americano Hulu. Il romanzo della Atwood è stato pubblicato nel 1985 ed è ambientato nel futuro degli Stati Uniti d’America. Un futuro spaventosamente distopico in cui le donne hanno perso qualsiasi tipo di indipendenza. La prima stagione della serie televisiva prodotta da Hulu è andata in onda in Italia sul canale on demand Tim Vision. La seconda stagione verrà distribuita a partire dal 25 aprile 2018. The Handmaid’s Tale ha vinto due Golden Globe e ben tre Emmy Awards tra cui il premio per migliore attrice protagonista in una serie drammatica concesso ad Elisabeth Moss. Il successo della serie tv si è allargato in tutto il pianeta ottenendo ampi consensi da parte della critica internazionale. Gli Stati Uniti tra militarizzazione e misoginia In un futuro non troppo lontano il tasso di fertilità delle donne diminuirà in maniera vertiginosa. Il Governo degli Stati Uniti, ribattezzato Governo del regime totalitario di Gilead, avrà come unico scopo quello di salvaguardare il progresso della società concentrando le proprie azioni politiche su una campagna di procreazione ed isolazionismo. Le donne saranno giudicate esclusivamente in base al loro tasso di fertilità. Tutte perderanno il lavoro e verranno allontanate dagli incarichi ufficiali. Soltanto le mogli dei Comandanti dello Stato di Gilead potranno godere di incolumità. In questo scenario coloro che sono non fertili verranno mandate a lavorare nelle Colonie dove si occuperanno di smaltire i rifiuti tossici, mentre coloro che potranno aiutare la Società a conservarsi e a progredire in termini di nascite saranno affidate alle case delle famiglie che hanno problemi di fertilità. Le Ancelle (così vengono chiamate le donne fertili) vengono prima “istruite” in istituti di rieducazione dove “le Zie” (educatrici che agiscono come militari) insegnano le giuste maniere da seguire, e poi diventano prigioniere dei loro padroni dai quali acquisiscono anche il nome. June Osborn è una donna che, dopo aver perso il lavoro, prova a raggiungere il confine del Canada per salvarsi dalla follia che la circonda insieme a suo marito e alla sua bambina. Considerata una cittadina fertile, June viene raggiunta durante la fuga e sottratta alla sua famiglia. Rinchiusa nell’Istituto per le Ancelle, viene poi affidata alla casa del Comandante Fred Waterford. Da questo momento June verrà chiamata semplicemente Difred (proprietà di Fred) e tenuta in vita soltanto perché ha il compito di regalare un figlio al capitano e a sua moglie.  La vita di Difred diventa un eterno presente assillato dalla volontà di ricerca della sua bambina di cui non ha più notizie. Durante il soggiorno nella casa del comandante, Difred scopre, grazie ad altre ancelle che incontra nei luoghi di ritrovo comunitario, che un’associazione segreta sta tentando di sovvertire il Sistema che affligge la comunità di Gilead. Sentinelle chiamate gli Occhi osservano però costantemente […]

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Cinema & Serie tv

Dark, con la serie tv Netflix il buio avvolge l’inverno

Noi appassionati di serie televisive viviamo in un continuo passaparola di suggerimenti riguardo a nuovi telefilm da scoprire. In questo campo Netflix è in grado di soddisfarci perché rappresenta il caposquadra di una partita senza precedenti. Oggi questa piattaforma digitale per la visione di programmi televisivi è l’avanguardia dell’intrattenimento. E la Germania non si è lasciata scappare l’occasione di prendere parte alla rivoluzione della comunicazione. Dark, infatti, è la prima serie televisiva prodotta interamente in Germania che è in onda su Netflix. Creata da Baran bo Odar e da Jantje Friese, è disponibile sulla piattaforma a partire dal 1 dicembre scorso. Dieci episodi di puro thriller introspettivo che si estende su piani narrativi diversificati nel tempo e nello spazio. Das Dunkel ovvero il regno dell’oscurità Siamo in Germania, nel 2019, nella cittadina di Winden. Un luogo in cui è possibile vivere solo per coloro che lì sono nati. Il tempo sembra non passare mai tra il grigiore dell’aria e la pioggia insistente che bagna le strade. La routine di quattro famiglie apparentemente normali viene sconvolta dalla scomparsa di due ragazzini. Nell’oscurità della notte la realtà ha inghiottito i due giovani lasciando sparire ogni loro traccia. I misteriosi eventi si collegano a fatti accaduti 33 anni prima quando un altro bambino era sparito sempre a Winden. Le vite dei protagonisti si intrecciano in una spirale di ansia e incomprensione per la piega che le circostanze stanno prendendo. Il piccolo Mikkel, terzo tra i bambini scomparsi, si ritrova a viaggiare indietro nel tempo nel 1986. In un contesto lontano dalla sua quotidianità Mikkel comprenderà da solo le ragioni di queste alterazioni e le cause che hanno generato un cambiamento irreversibile. Le indagini condotte dalla polizia locale portano a galla un covo di situazioni irrazionali. Fenomeni ultraterreni – come la morte inspiegabile di numerosi uccelli – avvolgono in un mistero sempre più fitto la vita della cittadina tedesca. Un prete, uno scienziato e un uomo inquietante col cappuccio sembrano essere i soli detentori della verità. Dopo Mikkel altri personaggi inizieranno a viaggiare nel tempo scoprendo che le loro vite sono piccoli frammenti di un quadro definito. I loro respiri hanno ragione di esistere solo in relazione ad un progetto che va oltre la percezione terrena. Con Dark la Germania entra in maniera trionfale nell’universo delle serie televisive Il prodotto confezionato dagli ideatori di Dark può vantare una qualità a dir poco eccellente. Nonostante i forti richiami ad altre serie televisive di successo come, ad esempio, Lost (in Dark appaiono spesso due porte parallele nascoste in un bosco che conducono in una dimensione parallela), Twin Peaks (associazione che viene in mente a causa della matrice surreale che avvolge la serie) e Stranger Things (anche una parte di Dark è ambientata negli anni ’80) possiamo affermare che Das Dunkel (il titolo della serie in tedesco) sia unica nel suo genere. Una esclusiva peculiarità che si esprime a partire dalla recitazione dei personaggi. Vi consigliamo, infatti, di guardare le dieci puntate in lingua originale con i […]

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Cucina & Salute

Cucina & Salute

Ricette con il melograno a Natale: due specialità per stupire!

Il frutto del melograno, che giunge a maturazione a partire dal mese di ottobre, è un vero e proprio toccasana per la salute; dal latino malum, “mela”, e granatum, “con semi”, custodisce al suo interno numerosi chicchi color rosso rubino dal gusto leggermente acidulo. Si tratta di una pianta originaria dell’Asia sud-occidentale, diffusa nell’area costiera del Mediterraneo da Fenici, Greci, Romani e in seguito dagli Arabi: la denominazione del genere, “Punica”, deriva infatti dal nome romano della regione geografica costiera della Tunisia e della omonima popolazione, altrimenti chiamata cartaginese, di estrazione fenicia, che colonizzò quel territorio nel VI a.C.; le piante furono così nominate perché a Roma i melograni giunsero proprio da quella regione. Era apprezzata anche dagli Egizi, per i quali il melograno era considerato un pomo medicamentoso per le sue proprietà terapeutiche. Il suo frutto, ma anche i suoi semi e il suo fiore, sono associati nelle civiltà antiche alla fecondità: nell’antica Grecia la pianta di melograno era considerata sacra a Venere e a Giunone, divinità tradizionalmente associate alla femminilità e alla fertilità; attributo della Grande Madre, regina del Cosmo, la melagrana era simbolo sia di fecondità che di morte, tant’è che si sono ritrovate melagrane di argilla nelle tombe greche dell’Italia meridionale. Anche la Bibbia, nel Cantico dei Cantici, le attribuisce un significato estetico e poetico, di speranza e fecondità. Giunto nel corso dei secoli in Europa e introdotto in America Latina dai colonizzatori spagnoli nel 1769, il melograno rappresenta oggi, nella stagione autunnale e invernale, una specialità locale ricca di benefici. La melagrana, infatti, è tra i frutti più ricchi di antiossidanti, in particolare di flavonoidi, in grado di contrastare l’azione dei radicali liberi e prevenire l’invecchiamento precoce; è, inoltre, una preziosa fonte di vitamine A, B, C ed E, utili alleate contro i malanni stagionali; il melograno racchiude anche sali minerali fondamentali, quali il manganese, il potassio, lo zinco, il rame e il fosforo. La composizione di questo prezioso frutto si completa con acqua, zuccheri e fibre: il suo notevole contenuto di acqua e potassio lo rende un alimento utile per depurare l’organismo e per stimolare la diuresi. Infine, il melograno è benefico per il sistema immunitario, aiuta a controllare i livelli di colesterolo e a ridurre la pressione sanguigna. Il melograno in cucina. Ricette con il melograno a Natale Oltre alla preparazione di succhi, frullati e dolci, il melograno si abbina perfettamente anche a piatti salati, come le insalate di cavolo rosso e quelle di cereali: ad esempio, i chicchi di melagrana sono un ingrediente davvero gustoso da abbinare alla frutta secca per preparare il couscous, o al farro; risulta molto piacevole anche l’accostamento con il pesce. Vi proponiamo due sfiziose ricette, per apprezzare al meglio i suoi chicchi così intensi e saporiti. Linguine agli scampi e melograno 500 g di scampi 100 g di chicchi di melograno 1 spicchio di aglio 50 g di brandy Una manciata di pomodorini ciliegino Qualche fogliolina di rucola Basilico q. b. Sale integrale q. b. Pepe rosa q. b. […]

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Gulasch ungherese tra sapori e tradizione

Paese che vai, usanza che trovi: e chi sarà di passaggio nei Paesi dell’Europa centro-orientale troverà senz’altro un piatto di Gulasch! Il gulasch è una zuppa calda a base di carne (dal sapore mediamente forte per via della punta di paprika che lo caratterizza), che nasce in Ungheria alla fine del secolo IX e si diffonde ben presto in tutta Europa in una molteplicità di varianti, come suggerisce anche il fatto che la grafia “gulash”, con cui la pietanza è conosciuta in tutto il mondo, sia l’adattamento tedesco dall’originale ungherese gulyás. Un’altra curiosità semantica: la parola gulasch, utilizzata per indicare il piatto connesso alla tradizione ungherese, corrisponde in lingua madre all’aggettivo gulyás (che in italiano potremmo tradurre con “alla bovara”), che come tale viene infatti utilizzato insieme ad un sostantivo: conosciamo infatti la gulyás-leves (zuppa alla bovara) e gulyás-hus (carne alla bovara). Non a caso, in origine il gulasch era il piatto caldo che veniva cucinato dai mandriani che trasportavano dal Caucaso bovini di razza ai mercati dell’est. Dalle pentole sul fuoco improvvisate durante le traversate dei bovari, il gulasch finì sulle tavole borghesi verso la fine del XVIII secolo e da lì venne adottato dalle cucine europee vicine, prima tra tutte quella austriaca in cui è conosciuto come Gulashsuppe. Ingredienti e ricetta del gulasch ungherese Ad ogni mondo, quando un turista a Budapest chiederà un piatto di gulasch vedrà portare al suo tavolo una zuppa a base di carne, solitamente vitello (in alcune varianti si trova addirittura a base di pesce), condita d’obbligo con paprika (il peperone ungherese non così piccante come la spezia che conosciamo) e cipolle cotte o fritte in abbondanza, con verdure e legumi a scelta (carote e patate le più utilizzate) o ancora con la tejföl (la panna acida prediletta dagli ungheresi tra i condimenti di specialità tipiche come il lángos, una sorta di focaccia fritta ungherese!). Data la sua umile origine, il gulash ungherese è un piatto semplice, affatto difficile da preparare. Abbozziamo una ricetta. Dopo aver fatto cuocere la carne (preferibilmente di manzo o di vitello) tagliata a cubetti e averla tolta dalla pentola, bisognerà cuocere a fuoco medio un composto di olio, acqua, cipolle e paprika, fin quando le cipolle non saranno abbastanza morbide per essere frullate insieme agli altri ingredienti nella pentola. Aggiungiamo la carne insieme al concentrato di pomodoro, aglio e sale e lasciamo cuocere per almeno due ore. Chissà che gli ungheresi non impallidiscano davanti ad un piatto di gulash all’italiana, come facciamo noi innanzi alle rivisitazioni estere della nostra amata pizza!

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Ricette con la Zucca: l’ortaggio che colora le tavole autunnali

La zucca è indubbiamente la protagonista più colorata e versatile delle nostre tavole autunnali, nelle sue molteplici varianti, tutte in eguale misura ricche di proprietà nutrizionali particolarmente benefiche per l’organismo. Appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee e originaria del Messico, dove sono stati ritrovati i semi più antichi, risalenti al VII sec. a.C., la zucca è stata diffusa dai coloni spagnoli in seguito alla scoperta dell’America e importata dal Nuovo Continente in Europa a partire dal 1500, insieme al pomodoro e alla patata: nel nord America, infatti, la zucca costituiva l’alimento basilare della dieta degli Indiani, dai quali, appunto, i coloni europei appresero a coltivarla. In Italia è ampiamente coltivata e consumata, costituendo l’ingrediente base di svariati piatti; essa è, inoltre, impiegata non solo in cucina, ma anche in medicina e in cosmesi, ad esempio nella preparazione di maschere e creme fai da te, emollienti per il corpo e fortificanti per capelli ed unghie fragili. Si tratta di un ortaggio molto ricco di varietà, per forma e colore: le specie più note sono la cucurbita maxima, molto voluminosa, farinosa e dolciastra, e la cucurbita moschata, dalla forma allungata, di medie dimensioni e dalla polpa più tenera. La zucca cruda si conserva nello scomparto delle verdure del frigo, coperta dalla carta trasparente, ma con l’accortezza di consumarla entro pochi giorni; se invece si preferisce congelarla, occorrerà raschiare la buccia, sminuzzare la polpa a dadini e sbollentarla. Le sue virtù sono molteplici, nondimeno ogni ricetta risulterà non solo salutare, ma anche invitante: gli ottimi valori nutrizionali unitamente alle cospicue proprietà benefiche per il corpo e la sua salute, rendono, infatti, la zucca un ortaggio eccellente, da consumare con frequenza nella stagione autunnale. Grazie al bassissimo contenuto sia glucidico che lipidico, alle notevoli percentuali di fibre, vitamine B e C, di sali minerali, soprattutto calcio, fosforo, potassio, zinco, selenio e magnesio, e all’ingente contenuto d’acqua, di cui è composta per circa il 90%, la zucca si presta validamente al consumo nelle diete ipocaloriche e in quelle dei pazienti diabetici: 100 grammi di zucca, infatti, apportano sole 26 kcal. La polpa risulta un vero scrigno di mucillagini, pectine e preziosi carotenoidi, noti per le loro eccellenti doti antiossidanti, in grado di contrastare l’insorgenza dei radicali liberi e conseguentemente prevenire lo sviluppo delle patologie cardiovascolari; la folta presenza di grassi buoni Omega-3 la rendono un’alleata ideale per la riduzione di colesterolo e trigliceridi ematici e per l’abbassamento della pressione sanguigna. L’elevato contenuto di fibre e acqua favorisce il corretto funzionamento del transito intestinale, contribuisce a ridurre l’assorbimento degli zuccheri nel sangue, agevola la diuresi e risulta particolarmente valido nel contrastare la ritenzione di liquidi e tossine trattenuti dall’organismo; la presenza di magnesio e triptofano, un amminoacido coinvolto nella produzione della serotonina, facilita il rilassamento muscolare e apporta benefici umorali. I semi, inoltre, risultano ricchi di fitosteroli, olii grassi, melene e fitolecitina; essi, inoltre, grazie alla presenza di cucurbitina, hanno una funzione terapeutica contro la tenia echinococco, meglio conosciuta come “verme solitario”, favorendone il distacco dalla parete […]

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Una mela al giorno toglie il medico di torno

La parola mela deriva dal latino malum, a sua volta risalente al greco mêlon, con radice –mal probabilmente indoeuropea, portatrice del significato “molle” o “dolce”. La sua etimologia è già indicativa di una delle caratteristiche più apprezzate della mela, cioè l’ottimo sapore zuccherino (fortunatamente) associato a un basso apporto calorico. È il frutto che per eccellenza ci fa compagnia tutto l’anno in quanto è il più destagionalizzato, e anche quello che ci regala più versioni di se stesso, poiché ne esistono circa 2000 varietà. Forse per questo, o anche per il suo essere un prodotto semplice ma assolutamente indispensabile, ha sempre esercitato un grande fascino nell’immaginario collettivo e nella narrativa, caricandosi di connotati simbolici. È proprio la mela il simbolo associato al peccato originale commesso da Adamo ed Eva. È la mela l’icona della città di New York, e anche quella scelta dall’azienda Apple. È proprio una mela, secondo la tradizione, ad essere caduta sulla testa di Isaac Newton facendogli scoprire la gravità, ed è proprio questa, ma ricoperta d’oro, che Paride assegnò ad Afrodite in qualità di dea più bella dell’Olimpo. La mela appartiene alla famiglia delle Rosacee. Ha un pomo definito globoso, è ombelicata e ha un colore che varia solitamente tra il rosso e il verde. Il picciolo è generalmente robusto e fissato alla sua forma tondeggiante in un incavo, alla cui estremità opposta si rintraccia la calicina. È uno dei primi alimenti che si consumano dopo il latte materno. Eppure sono in pochi a conoscere una verità sul suo conto: la mela è un falso frutto, in quanto solo il torsolo è il vero frutto, mentre la sua polpa succosa è il ricettacolo del fiore. Ma perché “Una mela al giorno toglie il medico di torno?” Sembra proprio che l’antichissimo proverbio sia stato convertito in verità scientifica: lo conferma uno studio condotto dal Dipartimento di Farmacia della Federico II, dal quale è stata siglata una collaborazione tra l’Università di Napoli e Il Consorzio della Melannurca. Proprio su questa specifica varietà della mela, la Melannurca, prodotto ortofrutticolo tipico della regione Campania, sono stati condotti studi ed esperimenti. I ricercatori hanno infatti estratto due nuovi prodotti nutraceutici in fase di sperimentazione da un campione selezionato di mele e appurato la loro efficacia terapeutica su diversi piani. In primo luogo la mela produce un significativo aumento del colesterolo buono a discapito di quello cattivo. Inoltre è da tenere in considerazione il suo effetto antidiabetico causato da un basso contenuto di zuccheri, il suo ruolo rinforzante per unghie e capelli, la sua utilità contro i calcoli renali in quanto combatte l’acidità di stomaco, e la sua ricchezza di fibre che svolgono numerose funzioni tra cui quella dello sbiancamento dentale. Non meno fondamentale risulta la sua duplice funzionalità: se consumata cruda è indicata per lenire la dissenteria, se consumata cotta invece è adatta a chi soffre di stipsi. Queste sono qualità tipiche di tutte le varietà della mela? Tutti i tipi di mela sono un farmaco naturale: la vitamina B1 che contiene aiuta a […]

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La vera Cenerentola è la napoletana Zezolla

A tutti, adulti e bambini, è nota la fiaba di Cenerentola. Ma pochi forse sanno che la Cenerentola di Charles Perrault e dei fratelli Grimm, oppure la versione per piccini prodotta da Walt Disney, è in realtà il riadattamento della fiaba napoletana La Gatta Cenerentola. Tale è contenuta nella straordinaria raccolta di favole Lo cunto de li cunti, overo lo trattenemiento de peccerille (1634-1636), scritta dal letterato e scrittore napoletano Giambattista Basile. La Gatta Cenerentola e il Pentamerone di Giambattista Basile La Gatta Cenerentola risulta essere una delle più maestose e complesse opere in Lingua Napoletana, e, insieme alle altre, successivamente tradotta dal filosofo Benedetto Croce. Tale versione originale in napoletano è stata resa nota al pubblico grazie alla rappresentazione teatrale di Roberto De Simone, ripresa anche da Peppe Barra. L’opera di Basile in cui si inserisce la fiaba è nota anche con il titolo di Pentamerone, seguendo il modello del Decameron di Boccaccio. La raccolta è costituita infatti da 50 fiabe, scritte in lingua napoletana, raccontate da 50 novellatrici in cinque giorni. A differenza dell’opera boccacciana, quella di Basile attinge a temi diversi e soprattutto utilizza toni fiabeschi. Non novelle, ma fiabe. Tuttavia le fiabe di Basile, sebbene lascino intendere di esser rivolte ad un pubblico infantile, risultano in alcuni tratti abbastanza crude. Pertanto la raccolta è destinata ad un pubblico di adulti, in quanto la fiaba è la forma di espressione popolare scelta da Basile per rendere immediati e fruibili una materia abbastanza complessa e l’insegnamento che se ne deduce. A differenza della Cenerentola di Walt Disney e dei fratelli Grimm, la protagonista della fiaba di Basile, Zezolla, si macchia dell’omicidio della matrigna, persuasa dall’amabile maestra, che diventerà per lei una matrigna peggiore della prima. I toni risultano dunque abbastanza forti. La stessa protagonista eroina, per un attimo, viene dipinta con un’anima dark, spinta al misfatto dalla disperazione e ancor più dalle mire di quella maestra che si finge inizialmente amorevole solo per concretizzare i suoi piani di ricchezza, sfoderando poi pura cattiveria e il più cupo egoismo. Non è la versione conosciuta dalle bambine. Ma è quella originale, in cui Basile riesce magistralmente a porre l’accento sul reale, e non solo sulla fantasia, trasmettendo al pubblico messaggi di verità attraverso la semplicità e i toni fanciulleschi. Zezolla, la Gatta Cenerentola. Orgoglio partenopeo Ma a rendere così interessante quest’opera non è certamente solo il contenuto: la ciliegina è offerta dalla veste linguistica! È straordinario pensare infatti che la prima versione in assoluto della fiaba Cenerentola sia stata scritta in lingua napoletana da un napoletano. Non a caso viene utilizzato il sostantivo “lingua” e non “dialetto”, dal momento che l’Unesco riconosce ormai il napoletano come lingua a tutti gli effetti. Questo riconoscimento, nazionale e mondiale, è dovuto alla sua lunga tradizione artistica e culturale. Il napoletano, a differenza di altri dialetti, ha una sua forma scritta, con una sua grammatica, affermatasi attraverso lo sviluppo di una letteratura tutta partenopea, composta da opere, canzoni e poesie che ne hanno sancito […]

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Terme di Caracalla in 3D: i vantaggi della realtà aumentata

A partire dal 20 dicembre 2017, il percorso delle Terme di Caracalla sarà consolidato dalla disponibilità di speciali visori, che consentiranno una visione tridimensionale degli ambienti, ricostruiti nella loro architettura e decorazione originarie, al fine di fornire una vista competa del sito a 360°; tale innovativo strumento di potenziamento alla visita è stato presentato dalla Soprintendenza speciale di Roma Archeologia/Belle Arti/Paesaggio, guidata da Francesco Prosperetti ed è intitolato «Caracalla IV dimensione/ Immergetevi nelle Terme più belle del mondo». Il progetto, coordinato da Francesco Cochetti di CoopCulture con l’ideazione tecnologica di Francesco Antinucci del Consiglio Nazionale delle Ricerche, frutto di un meticoloso lavoro storico e scientifico, assorbe ricerche e scavi trentennali riguardanti il sito archeologico, promossi per iniziativa dell’attuale direttrice Marina Piranomonte. «Grazie alla tecnologia – chiarisce il soprintendente Prosperetti – dotiamo le Terme di Caracalla di un indispensabile supporto per consentire di vedere non solo gli spazi, ma anche gli strabilianti apparati e gruppi scultorei che decoravano gli ambienti antichi»: le Terme di Caracalla diventano, così, il primo grande sito archeologico italiano interamente fruibile in 3D. Le Terme di Caracalla come le vedevano i romani: indietro nel tempo con il 3D I visori tridimensionali saranno a disposizione all’ingresso a un costo di 7 euro, pari a quello delle normali audioguide; la tecnologia del visore si basa su un cellulare di ultima generazione dotato di un software innovativo, che consentirà di scegliere un punto delle dieci tappe indicate nella mappa per ritrovarsi in un vero e proprio video-intrattenimento totalizzante, sia culturale che spettacolare. «Si parte con una dotazione di 30 visori, ma l’idea – spiega Giovanna Barni, presidente di CoopCulture – è aumentarne il numero in vista dell’estate; nel tempo si potrebbero aggiungere anche game e mappe digitali». L’applicazione della realtà aumentata permetterà, dunque, un costante confronto tra la realtà contemporanea delle rovine e la ricostruzione virtuale. Enormi e spettacolari, adorate dagli antichi romani che a migliaia le affollavano ogni giorno, queste grandiose terme pubbliche furono fatte costruire dall’imperatore Caracalla sul Piccolo Aventino tra il 212 ed il 216 d.C., destinate principalmente ai residenti della I, II e XII regione augustea, ovvero l’area compresa tra il Celio, l’Aventino e il Circo Massimo. Le Terme di Caracalla nei secoli hanno rappresentato una miniera di tesori a cielo aperto: le numerose opere d’arte ivi rinvenute nel corso dei vari scavi sono, infatti, andate disperse nelle piazze e nei palazzi nobiliari di tutta Italia, soprattutto nel Rinascimento. Di queste, le tre gigantesche sculture Farnese, il Toro, la Flora e l’Ercole, unitamente alla vasca in porfido rosso del frigidarium, si trovano ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli; il mosaico policromo con ventotto figure di atleti, scoperto nel 1824 nell’emiciclo di una delle palestre, è ai Musei Vaticani; due grandi vasche di granito recuperate dal complesso si trovano attualmente nel cortile del Belvedere, presso i Musei Vaticani; il secondo Ercole è alla Reggia di Caserta, mentre le colonne della Biblioteca delle Terme si trovano dal XII secolo a Santa Maria in Trastevere; infine, la Colonna […]

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Profilo di emozioni a cielo aperto: arte urbana

È magia che grida, denuncia, che s’impone, anomalia che incanta: è l’arte a cielo scoperto che si fa guardare anche dai distratti, è arte urbana. L’arte urbana, globalmente detta street art, non ha una definizione che la circoscriva in un modus o un periodo ben definito, anzi potremmo descriverla come l’insieme di tutte quelle forme d’arte che nascono e si stabiliscono in luoghi pubblici, a cui chiunque può accedere, artisti e curiosi. La caratteristica più forte dell’arte urbana è probabilmente l’artista che se ne fa messaggero: il fine è comunicare, che sia un sentimento che esige di vedere la luce, un muro da abbattere o una fiamma da tenere accesa in nome della speranza che il sole un giorno splenda davvero per tutti. L’arte urbana nasce, dunque, dall’immortale esigenza sociale di farsi ascoltare: un insieme di linee e colori sono i segni del linguaggio universale di chi ha qualcosa da dire. Sembrerebbe di ascoltare un dialogo a tre voci, quello tra il territorio, l’artista e la sua passione. Quando l’arte chiama, chi l’ascolta risponde con ogni mezzo. Arte urbana tra graffiti e murales Lo ha detto il più celebre tra gli esponenti della street art, il provocatorio Banksy, che “l’arte deve confortare il disturbato e disturbare il comodo”. Non per questo, però, l’ arte urbana va confusa e mischiata con il graffitismo e il muralismo. Figlio della cultura hip-hop, il graffito è legato alla forma delle parole, alla vernice spray e all’identità del suo autore (al punto che il semplice logo o nome d’arte del “graffitaro” è da considerarsi un graffito). Non a caso, in inglese il fenomeno viene detto Graffiti Writing o semplicemente Writing: quando si parla di graffiti ci si riferisce, infatti, a scritte dagli stili più disparati, mai a disegni o simboli. Al graffitismo, inoltre, viene spesso associato il fenomeno del vandalismo, eppure i graffitari che hanno a cuore l’arte (e che su di essa, da artisti, compiono un lavoro di studio e di ricerca) si dissociano dai criminali che sfigurano edifici pubblici e d’immenso valore storico-artistico, delinquenti che difendono un reato come atto di denuncia sociale. Solitamente, infatti, le amministrazioni comunali mettono a disposizione spazi inutilizzati o periferici in cui chiunque può sentirsi libero di far passare la sua visione del mondo attraverso la bomboletta e i pennelli. Ancora sui muri, ancora diversi, sono i murales. Un murale (in spagnolo mural) è a tutti gli effetti un dipinto senza cornice, un quadro fatto direttamente su una parete e che si estende su tutto lo spazio disponibile o necessario. Da strumento di lotta sociale a espressione creativa che impreziosisce un luogo e attira spettatori, i murales rientrano perfettamente in ciò che l’arte urbana è e rappresenta. Il muralismo colora, come ha ricolorato il quartiere romano di Tor Pignattara: è I Love Torpignart, un progetto supportato da gallerie d’arte e dai cittadini della zona (un tempo disastrata, oggi inserita negli itinerari di turisti interessati) che hanno visto le facciate delle loro abitazioni prendere vita attraverso i disegni di […]

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La Donazione di Costantino: falsa da 500 anni

Considerata una delle più grandi imposture della storia, la Donazione di Costantino continua a suscitare fascino e curiosità. Nel 2017 il trattato di Lorenzo Valla, che ne smaschera la clamorosa falsità, ha compiuto 500 anni dalla sua pubblicazione. Il più celebre alibi del radicamento del potere della Chiesa sulla terra fatta a brandelli da uno studio filologico: è così che il grande umanista ha distrutto un intero passato storico di falsa testimonianza. Distrutto, ma anche salvaguardato. La Donazione di Costantino: quali bugie racconta? Nella sua Donazione, datata 30 marzo 315, l’imperatore Costantino I Il Grande avrebbe conferito a papa Silvestro I la giurisdizione civile su Roma, sull’Italia e sull’Impero romano d’Occidente, ammettendo la superiorità del potere papale su quello politico, su tutti i sacerdoti del mondo, sui cinque patriarcati (Roma, Costantinopoli, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme). Chiara legittimazione delle mire temporali universalistiche delle istituzioni ecclesiastiche nel Medioevo, la Donazione di Costantino riporta un editto che Costantino non aveva mai emesso. Tale documento godette del rispetto e dell’adesione di molteplici figure nel corso della storia: riesumata da papa Leone IX nel 1053, è citata anche da Dante Alighieri nel De Monarchia, il quale però la priva del suo valore giuridico. Secoli di storia canzonati dal tentativo di rendere perfettamente giustificabile l’autorità del papato su quella del sovrano. La Donazione di Costantino racconta moltissimo dell’epoca in cui realmente fu registrata, probabilmente compresa tra il 750 e l’850, e della ricerca spasmodica una legittimazione temporale da parte della Chiesa. Nessuno ha mai dubitato per anni della veridicità dell’editto – perfino i nemici del potere temporale della Chiesa lo assurgono come veritiero – e questo ha generato le conseguenze più durature. 500 anni fa la Donazione di Costantino si scopre falsa: i meriti di Valla A porre rimedio al più grande falso della storia è stato Lorenzo Valla, eccelso umanista, filologo, scrittore, nato a Roma e mai morto per i contributi elargiti al mondo della cultura. Avverso all’aristotelismo e alla cultura scolastica, allarga la sua polemica a tutto ciò che è astrazione e dogma e erge la lingua a eccelso strumento di comunicazione. Sviluppa un metodo filologico attento alla storicità e connette il proprio amore per le humanae litterae all’impegno civile. Proprio in quest’ottica si inserisce la stesura del suo De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio, redatto nel 1440 e pubblicato esattamente cinquecento anni fa, nel 1517. Lorenzo Valla si avvale delle proprie competenze storiche e linguistiche, e anche di una certa dose di indignazione, per dimostrare che la Donazione di Costantino è stata realizzata negli ambienti ecclesiastici durante il Medioevo. I suoi studi filologici rivelano in maniera inequivocabile che il latino adoperato non poteva essere antecedente rispetto alla proclamazione di Costantinopoli come capitale nel 330. Mette in rilievo la presenza di barbarismi, di concetti come quello di feudo, che non potevano sussistere all’epoca dell’imperatore Costantino. 500 anni fa il mondo veniva a conoscenza di una delle più scandalose menzogne storiche conservatasi nei secoli. Lorenzo Valla, intellettuale critico e grintoso, ripara gli squarci […]

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Bitcoin: oltre 20.000$, boom della criptovaluta

Nell’ultimo anno i bitcoin sono saliti prepotentemente alla ribalta, con un utilizzo in vari campi illeciti ed un valore che ha quasi raggiunto i 20.000 dollari. Nel 2010 un bitcoin valeva 7 centesimi di dollaro, nel 2013 ha superato i 100$ ed in quest’ultimo anno è schizzato da 1000$ a quasi 20.000$. Come si spiega una crescita così vertiginosa? Bitcoin: il funzionamento Partiamo dall’inizio: i bitcoin sono una moneta virtuale “open source”. Nascono nel 2009 per iniziativa di Satoshi Nakamoto, pseudonimo di autore ignoto. Scopo del progetto: creare un sistema monetario decentralizzato, libero da ogni controllo esterno e basato sulla crittografia. Per poter utilizzare dei bitcoin basta un software da installare sul computer e diventare così un nodo della rete. Il funzionamento è abbastanza complesso e meritevole di approfondimenti, proviamo a spiegarlo in sintesi. Le transazioni tra gli utenti sono basate sulla crittografia asimmetrica, uno scambio di criptovaluta è praticamente uno scambio di messaggi cifrati. Questo garantisce che il trasferimento possa avvenire solo tra gli indirizzi che hanno concordato lo scambio (ma non ne garantisce l’identità nel mondo reale: non è di solito possibile risalire a chi c’è dietro un indirizzo bitcoin). Poi c’è la blockchain, il libro mastro di tutte le transazioni, di cui ogni utente ha una copia. Affinché una transazione in bitcoin sia valida deve essere inserita nella blockchain, questo è un processo basato sul calcolo di hash SHA-256. Richiede numerosi calcoli ripetitivi, svolti da nodi detti miners, che ottengono una ricompensa in bitcoin se trovano la soluzione (ricompensa che si dimezza ogni quattro anni). Maggiore è il numero di miners, maggiore è la difficoltà di calcolo e quindi la quantità di energia necessaria a risolverli: attualmente i calcolatori della rete bitcoin consumano più elettricità dell’Irlanda in un intero anno. Le transazioni possono includere una commissione che sarà riscossa dal nodo che la inserirà nella blockchain, guadagno aggiuntivo per i miner. Altro fattore da tenere in conto: la criptovaluta è progettata in modo tale da permettere la creazione solamente di 21 milioni di bitcoin. Raggiunto questo limite i miner guadagneranno solamente dalla commissione, portando probabilmente ad un innalzamento dei prezzi delle stesse (le transazioni con commissione più alta avrebbero ovviamente precedenza per l’inserimento nella blockchain). Detto questo, l’idea di moneta indipendente per ora non si è realizzata: attualmente gli intermediari ed i gestori di nodi e/o pool con una notevole capacità di calcolo hanno una notevole influenza sull’andamento del bitcoin. Finiti gli aspetti tecnici si passa a quelli finanziari: da dove arriva il valore record di 20.000 dollari? Non esiste una banca centrale che possa regolare il valore del bitcoin, il cambio dipende dalla volontà degli intermediari e dalla legge della domanda e dell’offerta. Negli anni passati il prezzo del bitcoin era salito grazie all’uso su siti come Silk Road, negozi online di droga e merci illecite di ogni tipo. Un meccanismo anonimo come bitcoin era l’ideale per attività del genere, ma molto probabilmente non sono state quelle a generare l’incedibile aumento di prezzo del 2017. Infatti […]

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SKY Q, il nuovo modo di guardare la TV

“Dimenticatevi la parola decoder, da oggi nasce un nuovo modo di guardare la televisione, un modo che tiene conto delle diverse esigenze, del tempo libero che uno ha a disposizione e che è uno dei nostri beni più prezioso“. Risuonano interessanti le parole di Andrea Zappia, amministratore delegato di Sky Italia. Alla recente presentazione di Sky Q egli ha esposto le potenzialità del nuovo non-decoder. Sky Q: addio al decoder A quanto pare si tratta di una piattaforma tecnologica che consente di guardare i programmi, lineari, on demand e registrati, su tv e device e senza cavi. Zappia lo ha definito “un sets box che in realtà è un piccolo computer“. Il gioiello di Sky Q sarà Sky Q Platinum, il pezzo principale del nuovo metodo di trasmissione dati. Esso sarà collegato alla parabola e alla rete internet come tutti gli altri decoder Sky. La novità sta nel fatto che può essere collegato anche ad altri televisori – massimo cinque – attraverso dei piccoli box, gli Sky Q Mini. Le potenzialità si estendono: su ogni televisore si potrà guardare un programma diverso e lo stesso sarà per smartphone e tablet. Il vantaggio di questa rete – oltre l’assenza dei numerosi fastidiosissimi cavi – sta nel fatto che tutte le informazioni saranno condivise su questa piattaforma: si potrà scegliere per esempio di interrompere un programma su uno schermo e riprenderlo dallo stesso punto su un altro. La memoria di Sky Q Platinum è pari a 2 terabyte. Questo vuol dire che si potrà registrare qualsiasi programma fino a mille ore di contenuti. Inoltre sarà possibile registrare quattro canali contemporaneamente, mentre se ne vede un quinto. Il collegamento – anche da smartphone e tablet – può avvenire fuori casa con Sky Go Q. Il tutto coronato da un design elegante e moderno. Verso il futuro… “Tutto questo consentirà un modo di guardare la televisione fino ad oggi impossibile, con una tecnologia che entra nella quotidianità – ha detto Zappia –. Per noi è un momento di straordinario entusiasmo come quanto abbiamo cominciato questa avventura 14 anni fa“. Correva infatti l’anno 2003 quando Sky presentò il suo primo decoder che, da allora, ha compiuto molti passi in avanti. L’installazione dell’ecosistema Sky – con box Platinum e di uno Sky mini – costa 199 euro. Per gli Sky mini aggiuntivi il costo sarà di 69 euro a testa. Sky ha già pensato a promozioni e pacchetti speciali per i nuovi clienti. “Investire in innovazione e tecnologia è stato sempre uno dei nostri punti di forza” ha detto Zappia. Secondo l’amministratore delegato la nascita di Sky Q dovrebbe aprire la strada ad altri servizi che potranno essere presentati nei prossimi mesi. Ha parlato di 4K hadr, uno standard di definizione più evoluto, di Sky Soudbox per una visione a 360 gradi, di Voice Contro, per il controllo vocale e di un misterioso Sky Q Black.

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Fun & Tech

Food delivery, tante app per il cibo a portata di click

È da qualche anno che è disponibile ogni sorta di app legata al food delivery, il cibo a domicilio. La concorrenza come si sa in questi casi è spietata e le app diventano sempre più performanti. Chiaramente i servizi sono sempre più diffusi e disponibili nelle grandi città, dove il tempo di cottura è sempre troppo lungo e dove, purtroppo, gli ingredienti giusti sono qualcosa che sembra appartenere solo alle casalinghe che riescono a districarsi tra orari e scelte. Era il 1993 qundo Mrs Doubtfire fece capire al mondo quali erano i problemi nella ricerca del cibo a domicilio. Con le app oggi a nostra disposizione, sicuramente riusciremo a gestire la situazione meglio di Robin Williams nelle vesti della famosa tata. La teach industry non poteva farsi scappare i milioni di appetibili utenti che, dopo aver provato a preparare le ricette provenienti da La Prova del Cuoco a MasterChef, si sono resi conto che la parte migliore della cucina è la tavola. Il tempo dunque gioca a favore degli sviluppatori del digital take away che guerreggiano in campo sfoderando le loro armi. Dai metodi di pagamento alle chat per deliberare dal miglior prezzo al miglior prodotto, le applicazioni forniscono varie opzioni a disposizione degli utenti. Ma quali sono le più in voga al momento? La lista è assai più lunga della nostra piccola classifica. Abbiamo testato le app per capire quali sono quelle più gestibili e che davvero agevolano un probabile utente. All’ultimo gradino della nostra piccola classifica si pone sicuramente Just Eat. In un’unica parola, superata. Il sistema è più che vetusto, di fantasia ce n’è poca e purtroppo, inserito il nostro indirizzo, ci vengono proposti tanti ristoratori che hanno aderito al sistema, con non poca confusione e dando poca importanza a cosa pensano gli utenti dei vari servizi. Forse il complesso sistema è dovuto anche alle non poche fusioni e assorbimenti che il colosso mondiale del food delivery ha eseguito negli ultimi anni. Il pensiero va sicuramente alla triste vicenda della start app Pizzabo, gioiellino bolognese, letteralmente fagocitata. Subito dopo la precede Moovenda. Molto fruibile con un tocco di colore che riesce sempre a farla apprezzare. Purtroppo molti ristoratori che hanno aderito affidando le loro ordinazioni a quest’app risultano poco flessibili alle esigenze last minute. Per fortuna l’app ci avvisa dell’indisponibilità. Tante sono le food delivery app e tante sono le classifiche stilate per riuscire ad orientare i degustatori più difficili, ma soprattutto quelli più coraggiosi Sul podio troviamo più che un’app, una grandiosa start app. Fanceat fa sentire il suo potenziale da Torino. I grandi menù degli chef stellati saranno a nostra disposizione. Ordinato l’occorrente arriverà a casa nostra un kit che non potrà che farci fare bella figura con i nostri ospiti. Istruzioni per l’uso e pesce già sfilettato, salse da scaldare e cibi da impiattare. In 48h è garantita la consegna in tutta la nazione, in giornata solo nel torinese. È chiaro, è tutto da programmare, ma per le cene importanti forse uno sforzo lo potremo fare. […]

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Fun & Tech

Followine, intervista alla startup innovativa di Caserta

Oggi intervistiamo Giuseppe Garofalo di Followine, startup casertana che ha ideato un sistema di tracciamento da applicare alle bottiglie di vino, per contrastare la contraffazione ed aiutare i produttori nella vendita. 1) Di preciso, come e quando nascono l’idea per Followine e la startup in sé? L’idea viene da un’intuizione di Fabio Guida, durante un suo viaggio in Inghilterra, ormai dieci anni fa. Poi grazie allo sviluppo e la diffusione di nuove tecnologie come NFC e smartphone è stato possibile iniziare a lavorare seriamente al progetto, con la costituzione della società a giugno 2017. 2) Da quante persone è composto il team di Followine? Ci sono già investitori interessati? Il team è attualmente composto da 8 soci più qualche collaboratore esterno con esperienze davvero molto eterogenee, riusciamo a svolgere quasi tutte le attività di ricerca e produzione dall’interno: abbiamo dal sommelier all’avvocato. Inoltre abbiamo un gruppo di piccoli investitori che ha già finanziato la prima parte della fase di startup. 3) Parte dei vostri obiettivi è diffondere la cultura delle nostre eccellenze: in che modo può una piattaforma di distribuzione contribuire? Dopo aver studiato il mercato della contraffazione per due anni e aver girato per il mondo parlando con chi la contraffazione la fa e/o l’ha fatta abbiamo capito che nessun sistema di controllo per quanto sofisticato può riuscire nell’intento di abbattere il fenomeno se non ha come obiettivo primario quello di diffondere la cultura millenaria del mondo del vino. Parlando con i produttori italiani la prima cosa che ci chiedevano era di creare una piattaforma per diffondere i loro prodotti: quindi come primo servizio abbiamo deciso di creare una piattaforma e-commerce multicanale, in grado di soddisfare le richieste dei nostri soci e di garantire loro una crescita sia in termini di immagine che di fatturato del 5-10% annuo. 4) Si può avere qualche dettaglio in più sulla tecnologia di tracciamento? Come garantire che non venga contraffatta a sua volta? Invece di parlare in termini tecnici, vi facciamo un esempio dell’efficacia del nostro sistema. Mettiamo che abbia ordinato una bottiglia di Chianti DOCG in un ristorante di New York, basta una semplice scannerizzazione per sapere se quanto scritto sull’etichetta corrisponde al vero. Ora mettiamo il caso che un contraffattore abbia creato mille copie di quella singola bottiglia (ricordiamo che i nostri codici sono univoci e in più casuali, quindi non si possono generare nuovi codici semplicemente copiando il nostro algoritmo), basta una scansione fatta al di fuori di un locale commerciale, per etichettare quella bottiglia come già venduta e invalidare tutte le altre bottiglie in copiate. 5) Dal sito Angel.co si ricava che il sistema di tracciamento è pensato per essere applicato dal rivenditore, che garanzia hanno il cliente ed il produttore sul ruolo del rivenditore? No, l’attivazione viene fatta dal produttore e né noi né altri possiamo effettuarla. Attivazione prima della vendita si riferisce a quando le bottiglie lasciano la cantina di produzione, non al rivenditore. In più tramite a controlli incrociati possiamo risalire anche a chi era presente […]

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Libri

Libri

La giusta mezura, una storia d’amor cortese e bisogni infiniti

La giusta mezura è il (o la, come si preferisce) graphic novel disegnato da Flavia Biondi e pubblicato da BAO Publishing nel novembre 2017. Un volume cartonato di quasi 160 pagine, rivestito da una copertina di tela blu in imtilin con stampa bianca. I disegni sfruttano le tonalità del blu che vengono contrapposte alla pagina crema, dando una morbidezza inaudita ai soggetti e ai contorni, per un argomento invece nettamente in contrasto. Bologna fa da sfondo, rappresentata con accuratezza e nostalgia. La soluzione di ogni cosa è la giusta mezura La trama è amara, ma tanto realistica da abbracciare le emozioni e i sentimenti della maggior parte della generazione y. Mia e Manuel sono due giovani innamoratissimi, che raggiunta quasi la soglia dei trent’anni mostrano di avere – dopo una lunga crescita insieme – bisogni e desideri diversi. Condividono un appartamento con altri inquilini, ma – almeno uno dei due – sente la necessità di trovare un nido d’amore e iniziare finalmente a crescere. Come se non fosse abbastanza, si trovano incastrati nel vortice dei lavori a scadenza, che non rispondono delle proprie qualifiche ma che sono funzionali all’esigenza di mettere soldi da parte per vivere e per costruire il proprio futuro. In questo quadro sopraggiunge lo smarrimento di uno dei due personaggi, che avvinto dalle braccia della debolezza umana, deve compiere la propria scelta. Entrambi vorrebbero vivere d’arte, soprattutto lui, che accosta al proprio lavoro di cameriere la pubblicazione online di un romanzo medievale, improntato sull’amor cortese. Per quanto il filone cavalleresco abbia sempre lo stesso svolgimento e la stessa risoluzione, Manuel si rende conto che la vita reale non è fatta solo di “morale”, ma anche di compromessi, debolezze e soprattutto attenzioni. Infatti «È così perfetto l’amore prima di conoscere i suoi protagonisti». Una storia che coglie perfettamente l’inadeguatezza che vive buona parte dei giovani, oggi. La necessità di trovare il proprio spazio nel mondo, la propria ragione, il proprio motore, soprattutto quando si pensa di non aver guadagnato nulla a quasi trent’anni. A volte è indispensabile sbagliare per poter comprendere ciò che si rischia di perdere e ciò che si vuole veramente ottenere.

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Interviste emergenti

Red Carpet di Eduardo Paola: vite in passerella

Eduardo Paola, scrittore e giornalista napoletano, ha appena pubblicato il suo nuovo libro “Red Carpet – vite in passerella”, una raccolta di 14 monografie di personaggi che hanno fatto grande lo Spettacolo del ‘900. Intervista ad Eduardo Paola Eduardo, come nasce “Red Carpet”? Sono sempre stato affascinato da un certo mondo. Fin da bambino restavo incantato dalle irripetibili atmosfere dei film della vecchia Hollywood, all’interno dei quali ho conosciuto attori e attrici che hanno fatto storia e che hanno influenzato la mia vita e il mio gusto personale. “Red Carpet” nasce da una mia esigenza: quella di poter ridare luce, nel mio piccolo, a personaggi che in un certo periodo hanno goduto di un successo straordinario, diventando in molti casi modelli e icone ma la cui fama poi, per un motivo o per un altro, si è persa nel tempo. Infatti ho dedicato il libro proprio alle “Stelle spente”, quelle che aspettano di riaccendersi in virtù di un ricordo, anche solo per un momento. Chi sono i protagonisti del libro? “Red Carpet” comprende 14 monografie di personaggi che sono stati, nel momento di massimo fulgore, protagonisti assoluti. Io li amo definire i magnifici 14: Hedy Lamarr, Marlon Brando, Dalida, Alla Nazimova, Édith Piaf, Montgomery Clift, Marlene Dietrich, Francesca Bertini, Vivien Leigh, Mia Martini, Ramòn Novarro, Tina Lattanzi, Pupella Maggio, Joan Crawford. Sono personalità che apparentemente sembrano molto distanti tra loro ma approfondendo le loro vite ci si rende conto che tutti hanno in comune un unico grande elemento: la totale fusione tra vita pubblica e privata, il completo annientamento della loro reale personalità a favore di un’immagine che per tutta la vita hanno faticosamente creato e che nella maggior parte dei casi ha finito per ucciderne la vera identità. Sono storie tragiche perché quasi tutti hanno combattuto un’eterna ed estenuante lotta con se stessi che li ha portati a soccombere. Il tuo debutto letterario risale a due anni fa con una biografia che per gli amanti del genere è già diventata un Cult. Sì, è vero! “Milly” ci ha regalato veramente tantissime soddisfazioni, perché il volume è stato presentato anche al Club Tenco a Sanremo e soprattutto al Piccolo Teatro di Milano, dove mi è sembrato un po’ di aver riportato Milly a casa. Quali sono i tuoi prossimi impegni? Adesso parte tutta la promozione di “Red Carpet”, che mi porterà in giro per l’Italia a presentare il volume. Inizierò con Napoli per poi proseguire con Roma, poi sarò a Milano e così via. Inoltre ho già in cantiere altri tre libri, quindi penso che ci rivedremo ancora!  

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Libri

Fascisti sul mare: il sogno della Marina raccontato da Fabio De Ninno

Talento e competenza. Passione e determinazione. Quattro parole per descrivere Fabio De Ninno, giovane ricercatore del Dipartimento di scienze storiche e dei beni culturali presso l’Università degli studi di Siena, che ha appena pubblicato Fascisti sul mare, La Marina e gli ammiragli di Mussolini (Laterza), un brillante volume minuzioso e provocatorio per la storiografia ufficiale. Minuzioso perché con obiettività e preparazione De Ninno compie un’indagine precisa sulle ragioni dell’inadeguatezza della Regia Marina, che impedì all’Italia di munirsi adeguatamente di armamenti necessari per un conflitto mondiale; provocatorio perché l’autore confuta la leggenda storiografica che ha da sempre rivendicato l’autonomia della Marina dalle influenze e dalle disposizioni fasciste durante il Ventennio. Nonostante la giovane età, De Ninno può già contare su due pubblicazioni all’attivo (l’opera sopracitata e I sommergibili del fascismo, Politica navale, strategia e uomini fra le due guerre mondiali, Unicopli, 2014 ), illustri collaborazioni letterarie ed atti di convegni internazionali. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo in occasione della presentazione della sua ultima monografia. Intervista a Fabio De Ninno Dottor De Ninno, chi è in realtà Fabio?  Un giovane studioso di 30 anni, che ha studiato a Napoli, Torino e ora lavora a Siena. Precario come gran parte dei giovani ricercatori italiani, che ha scelto di dedicarsi all’ indagine storica in un Paese che ha sempre avuto poca considerazione per gli scienziati e ancor meno per quelli sociali, come gli storici. Ma anche una persona con una grande passione e dedizione. Tra i miei campi di ricerca ci sono storia del fascismo, delle guerre mondiali, delle vittime civili dei conflitti e storia militare, in particolare marittima e navale, la mia maggiore passione. Come è nata la sua passione per la storia e perché ha scelto questo percorso ad ostacoli per la sua carriera? Un profondo interesse per la storia l’ho maturato sin da bambino, grazie anche all’educazione ricevuta, ricca di stimoli culturali, e al precoce amore per la lettura. Non nego che probabilmente i videogiochi a sfondo storico hanno avuto il loro peso! Tuttavia, solo negli anni dell’adolescenza ho cominciato a coltivare seriamente questo interesse. Da lì la scelta universitaria. Cosa in particolare ha ispirato l’argomento del suo libro? Innanzitutto la volontà di comprendere i motivi della disfatta italiana durante la Seconda guerra mondiale e i suoi effetti: una vera e propria “morte della patria” per alcuni e  una società profondamente divisa, tuttora incapace di accettare la pesante eredità del ventennio fascista. Molti italiani continuano a pensare che il regime abbia rappresentato un momento di progresso sociale, paragonando l’assistenzialismo fascista a quello contemporaneo, oppure banalizzando le leggi razziali come un “favore” alla Germania nazista, quando riflettevano un più profondo antisemitismo radicato nel cattolicesimo italiano. Le cose furono naturalmente molto diverse: il regime aveva un progetto egemonico sulla società italiana, il cui scopo ultimo era condurre il paese alla guerra per costruire uno spazio vitale nel Mediterraneo, nuovo “mare nostrum” per un nuovo impero romano, l’Italia. Per realizzare questo progetto, il regime provò a mobilitare la società italiana, ad attuare una politica di contrizioni per permettere al […]

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Eventi/Mostre/Convegni

“Pino Daniele”: il libro di Jacopo Ottenga Barattucci che riscopre Pino a partire dal sentimento

Il 13 gennaio la nota “Libreria Raffaello” a Napoli ha ospitato la presentazione del libro “Pino Daniele. Dove tutto ha senso c’è sentimento” di Jacopo Ottenga Barattucci, edito dalla casa editrice partenopea Kairós Edizioni. Il libro è il risultato degli studi dell’autore, classe 1993, in “Linguaggi della musica, dei media e dello spettacolo” e delle conoscenze musicali acquisite con il diploma in pianoforte ottenuto al Conservatorio di Pescara. Autore di racconti e collaboratore con testate giornalistiche online, Jacopo ha dato fondo a tutta la sua passione nella stesura del libro ed ha così travolto col suo entusiasmo quanti hanno avuto modo di leggerlo in anteprima. Gli interventi durante la presentazione di Jacopo Ottenga Barattucci  Desta meraviglia il beneplacito di Gino Giglio, percussionista e amico di Pino Daniele, compagno di classe di quella famosa 5C, e uno dei pochi ad aver veramente conosciuto Pino, l’uomo e non solo l’artista. Nella prefazione scrive : «In questo libro […] l’autore descrive, con attenta analisi, le ispirazioni che hanno condotto il cantautore napoletano alla stesura dei suoi brani. Con ammirevole profondità d’animo, Jacopo Ottenga Barattucci coglie l’esatto senso poetico di alcuni capolavo­ri di Daniele, che io, essendo stato suo vecchio amico, ho condiviso in pieno».   Parole lodevoli che ha pronunciato anche dinnanzi alla platea riunita per la presentazione del libro. Lieto di appoggiare il giovane capace di cogliere il sentimento che ha ispirato il cantante a scrivere le sue canzoni, si è lasciato andare anche in simpatiche confessioni ed aneddoti che ritraggono un Pino ancora giovane, dagli occhi pieni di sogni e ignaro dell’impatto che avrebbe poi avuto nel mondo della musica italiana. Alla presentazione, moderata dal giornalista Giuseppe Giorgio, ha presieduto anche Rosario Jermano, musicista e collega di vecchia data di Pino Daniele. Il suo apporto all’incontro si è incentrato maggiormente sugli aspetti tecnici della loro collaborazione e, tra vari aneddoti ambientati in studi di registrazione e risalenti alle prime tracce, ha delineato il profilo del Pino artista, ormai consapevole della strada che stava percorrendo. Gli interventi dei due musicisti hanno, quindi, raccontato Pino Daniele sia come uomo che come artista, esattamente come Jacopo Ottenga Barattucci si era ripromesso di fare con il suo libro, e a quanto pare riuscendoci. “Pino Daniele” non è una biografia né una discografia, ma un’analisi a tutto tondo del cantante, ripercorrendo il suo percorso artistico e il sentimento che lo ha guidato passo dopo passo nelle sue produzioni. Dopo una prima parte in cui viene raccontata a grandi linee la carriera del cantautore, Jacopo si sofferma sulle canzoni raggruppandole per temi. Ne risulta che il filo conduttore è il sentimento, capace di riunire le inevitabili contraddizioni dell’animo di Pino: l’amore e l’odio per la sua terra natale, i diversi sguardi destinati alla figura femminile, l’oscillazione tra appocundria e alleria. È stato un piacevole incontro dai toni pacati e sereni, che per un attimo ha fatto rivivere Pino Daniele. Una chiacchierata sincera e appassionata, che ha spazzato via le tante e vuote parole snocciolate alla morte dell’ amato cantante partenopeo, e ha ricollocato sotto la giusta luce […]

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Napoli & Dintorni

Eventi/Mostre/Convegni

Forcella Transit: oltre i decumani fino al 17 gennaio

Al via Forcella Transit dal 4 gennaio: durerà fino al 17 gennaio Un’iniziativa che sa di vicoli, centro storico e “napoletanità” sanguigna ha aperto le danze del 2018: il Forcella Transit, che ha avuto inizio il 4 di gennaio e durerà fino al 17. La preposizione trans, che in latino sta a significare superamento, ha il rumore dei confini valicati e delle barriere scavalcate; la Furcell napoletana è un microcosmo a sé stante, custodito nell’involucro tra Corso Umberto, via Duomo e Spaccanapoli, delimitato da regole, strettoie, vicoli e vasci che sono universi che arrivano fino al centro della terra. Ma quali sono le bellezze di Forcella? Concedersi una passeggiata in questo lembo incastonato tra i sanpietrini del centro storico, significa respirare il magma di Napoli, penetrare i cliché da cartolina folkloristica e trasferirli sulla propria pelle, per ritrovarli uguali, diversi e  interiorizzarli, in un’esperienza che è davvero difficile descrivere a parole. Nemmeno la parola più chirurgica o affilata potrebbe restituire l’esperienza singolare e drammatica di trovarsi tra i vicoli e il Pio Monte della Misericordia, tra il Trianon e il Duomo di San Gennaro, mentre tutti gli stereotipi vengono fagocitati dal gusto di un’esperienza strettamente soggettiva e personale. Forcella è vita, non è immergersi nel ventre di Napoli, ma respirare da quello stesso ventre. Da Via Vicaria Vecchia è partita l’iniziativa di Forcella Transit- Destinazione Forcella- Percorsi D’arte oltre i Decumani, organizzata dall’ats di Percorsi D’Arte con la rete di Associazioni di Forcella, il Comune di Napoli (Assessorato alla Cultura e al Turismo) e l’EPT (Ente Provinciale Turismo Napoli) il 4 gennaio, ed è mirata a reintegrare il quartiere nei circuiti turistici. Tristemente nota per i trascorsi di cronaca, e portata recentemente alla ribalta per via dell’immagine iconica di un giovane San Gennaro incarnato in un murale, Forcella ha svariate perle nel suo microcosmo. Alla scoperta di Forcella, tra Santa Maria Egiziaca e il Trianon Si potrebbe stilare un lungo elenco di bellezze e attrattive culturali che punteggiano Forcella, e che saranno oggetto dell’iniziativa: innanzitutto la Chiesa di Santa Maria Egiziaca, esempio fulgido di architettura barocca napoletana, con annesso monastero. Non tutti sanno che venne fondata per accogliere le prostitute pentite nel 1342 per volere della Regina Sancha D’Aragona, e che raccoglie opere di importantissimi artisti tra cui Luca Giordano; vi è il Teatro Trianon e qui venne anche costruita la Real Casa dell’Annunziata, voluta dalla Regina Giovanna I, centro di cura per i neonati abbandonati. Chi si intende di toponomastica, saprà che qui è nato il cognome napoletano più diffuso, ossia Esposito:  a sinistra dell’arco cinquecentesco infatti è ancora visibile la ruota degli esposti, nel cui pertugio venivano inseriti i neonati abbandonati che le madri non potevano accudire, perché illegittimi o per povertà. E per quanto riguarda i luoghi di pregio gastronomico? In via Cesare Sersale c’è poi una delle istituzioni della pizza napoletana, L’Antica Pizzeria da Michele, in Via Pietro Colletta c’è Trianon da Ciro , e per la pizza fritta L’Antica Pizzeria Le Figliole in Via Giudecca Vecchia. Il programma del Forcella Transit: gli appuntamenti da non […]

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Eventi/Mostre/Convegni

La Smorfia del Terzo Piano Autogestito, Napoli Open Shop H24

Il Terzo Piano Autogestito ritorna a proporre La Smorfia, una mostra collettiva di indagine sociale. L’esposizione presso il porticato del rinascimentale Palazzo Gravina in via Monteoliveto 3 è ad ingresso libero e rimarrà fruibile fino alla fine di gennaio. La Smorfia si è rivolta non solo a novanta fotografi, come sua consuetudine, ma la call è stata aperta anche a sperimentazioni grafiche, fotografiche e video. Novanta artisti che si sono cimentati per rappresentare i novanta numeri della cabala napoletana, tutti con un tema in comune da perseguire. Il Terzo Piano Autogestito, collettivo che gestisce il terzo piano della sede storica della Facoltà di Architettura, ha voluto aprire un’indagine per riflettere su ciò che sta accadendo alla città partenopea. Negli ultimi anni Napoli sta subendo ciò che è possibile ritrovare in ogni città italiana che conserva elementi di forte interesse sociale e culturale. Escludendo il periodo appena trascorso, che ha sempre fatto registrare numeri da record a Napoli e alla Campania in generale, milioni di turisti raggiungono il capoluogo campano. Il trend non sembra diminuire dopo le festività natalizie, anzi le proiezioni lo danno in aumento. Le ragioni di questo incremento sono varie. Le più evidenti vanno dal maggior interesse dei media, soprattutto internazionali, alla maggior pubblicità dedicata alle ricchezze campane, della quale beneficiano i grandi poli che da sempre hanno studiato i sistemi per attrarre e agevolare i visitatori. Gli analisti hanno inoltre individuato che il maggior flusso turistico è stato dirottato verso l’Italia anche purtroppo dall’escalation terroristica subita dagli altri paesi europei, che stanno avendo una chiara e evidente inflessione nel settore dedicato al turismo. I benefici sono tanti, questo è indubbio, ma ciò che turba i cittadini napoletani sono soprattutto i disagi. Il fenomeno è stato ampiamente studiato. Ciò che accade trasforma radicalmente le identità che caratterizzano un luogo. Come in ogni edizione, La Smorfia curata dal Terzo Piano Autogestito ha un tema ben preciso dal titolo Napoli Open Shop H24 Il titolo de La Smorfia, Napoli Open Shop H24, fa da subito intendere verso quale visione si sta orientando la città partenopea. Vicoli percorribili a numero chiuso o da chi è presente “in lista”, come il caso della sfilata di D&G o le mostre presepiali di San Gregorio Armeno. C’è grande difficoltà ad accedere ai mezzi di trasporto, che inoltre lavorano poco e male, soprattutto nei periodi di maggior richiesta. Si sta sviluppando una vera e propria corsa all’evento che comporta troppo spesso una scarsità di contenuti e, a volte, anche una profonda disorganizzazione da parte dei neo pionieri culturali. Air B&B, attività Fast Food che aprono e falliscono in pochi mesi, controllate spesso anche dalla malavita. “Un Luna Park a cielo aperto” scrive il TPA, la nostra cara mamma Napoli sta diventando proprio questo? Ciò che è chiaro è l’estrema inadeguatezza dell’intero sistema ricettivo, che in poche occasioni assolve ai propri doveri. Chi subisce i disagi è chi troppo spesso dovrebbe realmente beneficiarne, quelli che si sa hanno “‘a Fune ‘nganna”. Il “cambiamento” era già stato avviato da […]

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Napoli & Dintorni

Pranzo di beneficenza per i clochard al Teatro San Carlo

Si sono addensati in prossimità dell’ingresso principale del Teatro San Carlo. Erano le 13.30 circa quando i passanti hanno notato un gruppo di “insoliti spettatori” per i canoni di un teatro d’opera. «Che cosa fanno qui queste persone?» hanno domandato in molti. E appena le porte del San Carlo si sono aperte sono entrati in fila, composti, senza creare confusione, attraversando il corridoio di marmo e superando i gradini circondati da luci e specchi. Erano centinaia i clochard che hanno partecipato al pranzo di beneficenza che si è tenuto nel foyer del Teatro San Carlo.   Storie di solitudine e di speranza raccolte al Teatro San Carlo  I senzatetto sono la parte invisibile della società. Sono quelle persone che non attirano la nostra attenzione, che suscitano la pena umana soltanto quando, in inverno, le temperature raggiungono livelli infimi destando la preoccupazione di chi teme per coloro che possono soffrire il freddo dormendo per strada. Sono persone umili,  serie, donne e uomini a cui la vita non ha concesso molte possibilità. Si portano dentro una grande solitudine e un bisogno estremo di comunicazione. Basta mostrarsi tra loro con un block notes e una penna per attirare l’attenzione. Si avvicinano con educazione chiedendoti se possono raccontarti la loro storia. Vogliono stringere amicizia e dopo dieci minuti di conversazione ti chiedono già di andare a trovarli lì dove ti hanno detto che puoi trovarli abitualmente.  «È la terza volta che vengo a questo pranzo – dice Davide – è un bel teatro. Sono molto contento di questo servizio, è una grande occasione per noi. Io vengo dalla Germania e sono da quattro anni a Napoli». Per Salvatore invece è la prima volta al San Carlo: «Ho trovato un’ottima accoglienza. Voglio ringraziare chi ha cucinato per noi. La Caritas ha fatto molto per me. Auguro un buon Natale a tutti».   Associazioni, scuole e Caritas uniti per creare un giorno speciale al Teatro San Carlo «Eccola, ho visto la signora della Caritas» grida a gran voce un clochard prima di fare ingresso nella sala immensa dove è stato consumato il pasto collettivo. Ad attendere gli ospiti speciali una squadra di volontari che ha organizzato l’evento. Tra gli addetti ai lavori ci sono i rappresentanti della Caritas Diocesana di Napoli, della Federazione Italiana Cuochi e della Fondazione Istituto Tecnico Superiore per le Tecnologie Innovative per i Beni e le Attività Culturali. L’emozione di essere uniti in un luogo storico per dare un aiuto concreto a chi ne ha più bisogno traspare soprattutto dagli occhi e dai gesti dei giovani studenti che hanno partecipato al pranzo solidale. Gli Istituti Alberghieri “Giustino Fortunato” e “Duca di Buonvicino” di Napoli, “De Gennaro” di Vico Equense, “Pantaleo” di Torre del Greco, “Petronio” di Pozzuoli e “Corrado” di Castelvolturno hanno messo a disposizione il proprio corpo docenti che si è occupato della direzione della sala mentre decine di studenti si sono vestiti da camerieri per servire ai tavoli. «Stiamo facendo un’opera di bene – hanno detto alcuni studenti – siamo qui per […]

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Food

Paisà. Forno contadino tra innovazione e tradizione

Situato in via Chiaia 83, il Paisà è un vero e proprio forno contadino specializzato in pizze da asporto, e rappresenta un compromesso tra le continue innovazioni gastronomiche e il rispetto della tradizione. L’universo Paisà: un mondo antico in un contesto moderno L’idea del locale è di Ciro Ienco, il quale ha una missione precisa: dare alla pizza da asporto un’offerta “premium”, alla stregua di quella delle pizzerie tradizionali. Quest’offerta consiste nell’uso di farine integrali e a base di cereali vari (ceci, cuccuma) nelle preparazioni che, unite ad una lievitazione di 24 ore, danno come risultato un prodotto di qualità e altamente digeribile. Il tutto nel rispetto delle ricette tradizionali. Proprio la tradizione è uno dei punti forti del Paisà ed entrando nel locale lo si comprende subito: il bancone è in legno e ricorda la madia su cui le famiglie contadine impastavano il pane. Poi l’invitante profumo che esce fuori dalle cucine contribuisce a farci tornare indietro nel tempo, a richiamare alla mente i sapori della nostra infanzia. Un menù fresco e genuino La degustazione del 19 dicembre è stata un’occasione per entrare in contatto con la filosofia di Ciro Ienco. Le specialità del Paisà sono preparate con ingredienti freschi e genuini, la cui qualità si sente dal primo morso. Su tutti domina “’O Panzarotto”, quello che viene comunemente chiamato “crocchè di patate”. Oltre a quello classico il Paisà lo serve in altre varianti: con granella di pistacchi, con mandorle, con salsicce e friarielli e con spinaci. La caratteristica peculiare è l’uso di patate dell’Avezzano (senza fecola) e di fior di latte di Agerola. Per quanto riguarda le pizze, oltre alle tradizionali margherita e marinara la varietà di scelta è caratterizzata da una spiccata innovazione. La si comprende dalla pizza con caciocavallo e pere e da quella con crema di zucca e pistacchi preparate con farina, da quella con scarole e noci o con verza e salsiccia e da quella ortolana o con mousse di ceci e broccoli. Il tutto è accompagnato dal sapore dei vini delle cantine Alois e dalle melodie dei Mediterranean Duo (Carmine Scialla e Alessandro De Carolis) che hanno creato la colonna sonora perfetta per questo momento di riscoperta della genuinità, proponendo un repertorio di musica popolare. La formula vincente del Paisà Il Paisà ha dalla sua parte una tradizione che strizza l’occhio anche all’innovazione, venendo incontro alle esigenze di un mercato e di palati sempre più attenti alla qualità degli ingredienti. Ma la riscoperta di un prodotto che viene rielaborato rappresenta una nota di non poco conto in un mondo in cui il concetto di “street food” è spesso associato a prodotti trattati e ben lontani dall’essere sani. Paisà invece segue una filosofia semplice e vincente, che andrebbe adottata da molte aziende del settore: guardare con un occhio al passato e con l’altro rivolto al futuro.  

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Musica

Musica

Una piccola tregua Live di Paolo Cattaneo, recensione

Uscito nel 2016, Una piccola tregua (Lavorarestanca/Ecletic Music Group) è stato il quarto lavoro discografico di Paolo Cattaneo, cantautore bresciano dall’ormai più che ventennale carriera. L’artista ha riproposto quest’album con una nuova veste, tutta digitale: Una piccola tregua Live. Pubblicato il 12 Gennaio e curato dalla Ecletic Music Group, Feiyr e dalla Macramè Dischi, Una piccola tregua Live raccoglie 8 brani (sei tratti dall’omonimo album e due da altri precedenti lavori) suonati live tra il Casa Base di Milano, il Teatro Fonderia Aperta di Verona e il Teatro Centro Lucia di Botticino (Brescia), otto frammenti che ricompongono le suggestive atmosfere elettroniche create da Paolo e dalla sua band durante i concerti. Una piccola tregua Live, l’album Il tutto inizia con Se Io Fossi Un Uomo, con suoni che potrebbero ricordare il canto delle balene sui quali si inseriscono progressivamente le linee di basso e dei synth. Seguono Due età un tempo e Bandiera. Ci troviamo davanti a una rievocazione di un tempo sospeso, tutto interiore: una piccola tregua per l’appunto. Una piccola tregua dal caotico mondo esterno per ritagliarsi un momento di intima riflessione attraverso una sapiente composizione di sonorità elettroniche e non. Gli otto brani, se non fossero interrotti dagli applausi del pubblico e dai brevi ringraziamenti di Paolo, potrebbero forse susseguirsi indistinti, senza pause. Frutti di un unico flusso musicale plasmato come un respiro, sussurrato in punta di piedi, che cresce e decresce, di impatto sonoro solido e denso: pulsionale. Un “suono sommesso” che, come racconta in Ho chiuso gli occhi, prende vita dalla “grazia degli angeli” e invita l’ascoltatore a “danzare nel vortice” e a “credere, a crederci”. Superata la quarta traccia, nonché punto centrale dell’album, ci si avvia verso la conclusione con Trasparente, Mi aspetto di tutto e Il Miracolo che riportano la narrazione in una dimensione meno rarefatta e più concreta, a tratti sensuale. Tutta femminile tra il carnale contatto dei “seni addosso” (Trasparente) e la vivacità di “occhi allegri all’improvviso” (Il Miracolo); passando attraverso il languore di un solitario retrobottega di “fast-food” straniero (Mi aspetto di tutto). Una piccola tregua Live, un dolce epilogo Con L’uomo sul filo approdiamo alla conclusione e, a poco a poco, svanisce la magia, di quella dimensione tutta interiore e atemporale precedentemente creata, al contatto con i crescenti rumori della città. Non prima però di concedersi un’altra inebriante esperienza sul filo di un tempo sospeso. “È molto significativo per me che uno degli ultimi versi cantati in questo disco live sia ‘Chiudo le braccia e mi inchino’ da ‘L’uomo sul filo’ perché ‘Una Piccola Tregua Live’ è il mio inchino a chi in questi mesi mi ha seguito con un’attenzione straordinaria ad ogni appuntamento. Ho deciso inoltre di pubblicare queste canzoni anche per sigillare un punto di arrivo nella dimensione live della mia musica. Ora ci sarà una ripartenza verso un Altrove. Sarà un altro viaggio, sarà tutto diverso”.

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Musica

La band siciliana Antarte e le loro Isole

Antarte: una band siciliana Lillo Morreale (chitarra e voce), Paolo Vita (chitarra) e Gabriele Castelli (batteria) danno vita nel 2008 alla band Antarte e pubblicano il loro primo ep, dal titolo omonimo al nome scelto per il gruppo, l’anno successivo. Il primo album, intitolato Olio su Tela, vede la luce nell’anno 2013. L’anno scorso si sono aggiunti agli Antarte, Nicola Benetti (batteria), Nicolò Bosio (basso) e Urbano Pettazzoni (polistrumentista) e dalla nuova formazione ha origine il secondo album: Isole, in uscita il 26 gennaio di quest’anno. «Questo disco è un invito a un viaggio da parte di una band che è nata e cresciuta sulle rive del Mediterraneo, in Sicilia». Isole: un album e una condizione esistenziale Otto sono i brani racchiusi in Isole, in uscita per The Megaphone Label e diffusi in Italia da Good Fellas.  Isole è la storia di un viaggio, di chi parte ma senza allontanare lo sguardo da ciò che ha lasciato, qualcosa che continua a brillare all’orizzonte, la riva che serve al naufrago per ritornare quando ne sente la necessità o il bisogno (Oasi). È la storia di chi ha acquisito la consapevolezza che le cose non durano per sempre (I tuoi giorni), ma non svaniscono mai del tutto perché continueranno a vivere in una brezza improvvisa, nel tremolio di una voce, nei ricordi (Nessuno), quelli che non svaniranno mai (Scirocco), anche se lontani e sbiaditi (Castelli di sabbia). «La scelta del titolo dell’album è strettamente legata alla sensazione dell’isola come condizione esistenziale, barriera fisica e ideale che pervade l’immaginario sensoriale degli otto brani contenuti in “Isole”». I suoni a volti delicati, altri duri, le parole scaturite da una voce profonda e lontana non mi hanno trasmesso la sensazione di una barriera fisica, quanto piuttosto qualcosa da raggiungere, quelle Isole che vivono dentro di noi. Alcuni brani trasudano nostalgia, tristezza in certi momenti. Altri, invece, hanno l’effetto di trasportare lontano, e lo riescono a fare senza servirsi della parola, ma solo della melodia e dei suoni (Senza luna, Bolina, Buona fortuna) ed è proprio il potere della musica che trascina in una di quelle Isole in cui ritrovare i propri ricordi, o la voglia di ricominciare, o semplicemente se stessi. Il disco Isole è in offerta su Amazon, per acquistarlo clicca qui. Di seguito i link per restare aggiornati sulla band degli Antarte: https://www.facebook.com/antarteofficial/ https://www.rockit.it/antarte

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Musica

Plastic Knives, il nuovo album dei Reeducate

Sonorità decise, chitarre distorte, atmosfere labirintiche, voce calda, contrasti netti. Sono questi gli ingredienti del nuovo album dei Reeducate, intitolato Plastic Knives. La band lombarda è lontana dal mainstream: lo si vede dal genere e dalle scelte stilistiche. I Reeducate, infatti, si configurano come una band shoegaze, un sottogenere appartenente all’alternative rock, nato nel Regno Unito a fine anni ’80. A rendere però innovativi i Reeducate non è solo il genere di nicchia, ma anche la mescolanza di influenze musicali: la presenza di tutte le sfumature del punk, l’effettistica della chitarra in pieno stile rock, la batteria decisa che riporta alla mente i gruppi degli anni ’70 in Gran Bretagna e quel tocco elettronico che ricorda gli ideali musicali dei Radiohead. Plastic Knives: i coltelli imperfetti dei Reeducate Siamo di fronte ad un grande iceberg di cui il nome dell’album è solo la punta, ciò che è visibile ai più. Infatti, la traduzione del titolo è “coltelli di plastica”: si tratta di coltelli imperfetti, non in grado di tagliare fino in fondo. Una metafora utilizzata per sottolineare l’incompiutezza, le frasi spezzate, i segreti rivelati a metà, una comunicazione inefficiente, proprio come sono inefficienti i coltelli di plastica, che si spezzano senza aver svolto il proprio lavoro. L’incomunicabilità, che diviene fulcro dell’intero album, la si ritrova in ogni brano, a cominciare dal primo singolo uscito in primavera: Secret Room, la più cantabile delle 8 tracce. L’architettura di Plastic Knives è complessa: un lavoro strutturato per creare straniamento, a partire dall’uso eccessivo dell’effettistica, per concludere con la costruzione dei vari pezzi, talvolta troppo complessa, altre volte piacevolmente cangiante. Ogni dettaglio sonoro non è lasciato al caso, numerosi i rimandi al genere di riferimento, lo shoegaze; il sound ha un ottimo balance tra il comparto ritmico e quello armonico, con numerose influenze di genere, tra cui spicca – senza dubbio – il passato punk. I Reeducate suonano dal 2015, hanno alle spalle diversi lavori e collaborazioni. Composta da Giuliano Buttafuoco, Francesco Bressan, Lorenzo di Gemma, Andrea Palmas e Matteo Reati, la band lombarda ha un sound malinconico quanto basta, aggressivo e deciso. Prodotto da DreaminGorilla Records, Tanato Records, Edison Box Records, È Un Brutto Posto Dove Vivere e Entes Anomicos, disponibile sia in formato digitale, sia in vinile, l’album dei Reeducate è sicuramente una parentesi musicale diversa. La copertina dell’album cattura l’attenzione: su di uno sfondo rosso, sono incastrati un occhio spalancato ed una lingua, forse icona simbolo della difficoltà di comunicazione, celebrata già ampiamente nell’album.

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Interviste

Ocropoiz: intervista al gruppo alternative rock

Gli Ocropoiz sono un gruppo alternative rock di Telese Terme, nel Beneventano. Quattro ragazzi tra i 17 e i 19 anni, Gianfranco e Giuseppe Aceto, Luca Ruggieri e Bruno Civitillo. Foto Post-Mortem (il nome dalla pratica fotografica d’età Vittoriana) è il loro disco d’esordio, otto tracce con la Labirinto Produzioni: rock, rabbia, disillusione ed un futuro utopico. Intervistiamo qui Gianfranco Aceto, cantante e bassista. Foto Post-Mortem, intervista agli Ocropoiz Come nasce il gruppo degli Ocropoiz? Gli Ocropoiz nascono presto, verso i nostri 16 anni, tra i banchi di scuola. Abbiamo iniziato a suonare un po’ per gioco, un po’ per metterci alla prova: all’inizio avevamo un genere più leggero rispetto a quello attuale che è invece un alternative rock molto spinto, gridato. Come siete arrivati a pubblicare l’album? C’è stato un percorso che ci ha portato dalla saletta di Telese Terme, che abbiamo visto solo noi quattro e qualche amico, a suonare al Meeting del Mare. Da lì un po’ è partito tutto: abbiamo conosciuto molte persone che ci hanno sostenuto, abbiamo avuto l’opportunità di suonare al MEI, il meeting delle etichette indipendenti, al Sicinius Fest (a Sicignano degli Alburni, Salerno), a Torino al Reset Festival… Oggi che fate nella vita? Siamo sempre studenti, uno dei due chitarristi, Giuseppe, è studente liceale; il chitarrista/tastierista, Luca, lavora in proprio; io e il batterista, Bruno, siamo al primo anno d’università: lui studia al Conservatorio, percussioni, e a Benevento, biotecnologie; io al Conservatorio studio musica elettronica, indirizzo fonico. Foto Post-Mortem è un album di esordio, come si è arrivati alla nascita di questo progetto? È un percorso: pensato dai 16 ai 17 anni, arrangiato ai 18 e suonato ai 19. Un concept album, esprime quello che significa per noi la vita. Associamo paradossalmente la morte alla vita: secondo noi senza un finale non può esistere qualcosa di “perfettamente bello”. Per questo ci sono tracce molto tristi, senza speranze, perché guardano ad una civiltà il cui problema principale è trovare lavoro, mentre dovrebbe essere cosa davvero fare in questa vita. Per noi è cercare di seguire la propria felicità, ci piace dire che alla fine vivere è semplicissimo, basta fare ciò che piace, ciò che rende tutti più contenti, senza ovviamente ledere la felicità degli altri. Siamo contrari ad un’idea di vita preimpostata: nasci, vai a scuola, al lavoro, ti sposi, muori. Crediamo che non ci sia una vera destinazione, semplicemente uno deve seguire tutto quello che lo rende felice. Pur essendo un album basato su rabbia e disillusione guarda quindi al futuro? Sì, anche se a primo impatto è un album in cui i testi non portano speranza finale. Questa risiede nel fatto che nella vita tutto può essere cambiato: la foto post mortem, un’immagine retorica, per noi prende il significato di vita, di speranza. A prima vista sembra un album con musiche rabbiose, decadenti, ma parla soprattutto di vita e della bellezza di vivere. Come ci si sente ad essere coinvolti in un progetto del genere? Più che essere coinvolti ne facciamo […]

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Teatro

Teatro

Rotta per l’aldilà, regia di Giuseppe Iacono

Rotta per l’aldilà è il libero adattamento di Giuseppe Iacono, in forma di reading musicato, tratto dall’ultimo romanzo breve di Mark Twain, dal titolo Visite in paradiso e istruzioni per l’aldilà. Il testo è basato sul vero racconto di un marinaio, conosciuto nel 1866, durante un viaggio di Twain verso il Nicaragua e, secondo quanto narra la leggenda, passato a miglior vita per un tempo sufficiente a dare un’occhiata a cosa succede lassù tra le nuvole e tornare a riferire. Le musiche originali sono di Gennaro Di Meglio e Francesco Falanga, eseguite dal vivo da Francesco Falanga; mentre le scenografie sono di Jean Manuel Martinez. L’opera, che andrà in scena il prossimo 20 gennaio al Teatro Polifunzionale di Ischia,  non è certamente semplice poiché si tratta di un racconto fantastico sulla vita ultraterrena in chiave di reading dinamico e musicale; infatti il regista sottolinea, con estrema professionalità, i motivi che lo hanno spinto a scegliere d’interpretare (essendo egli stesso protagonista) “uno spettacolo del non facile”. “È stato a causa di un regalo; stavo preparando un altro adattamento da Twain, quando una cara amica mi ha regalato Visite in Paradiso ed istruzioni per l’aldilà, sicura che mi sarebbe piaciuto, dato che Twain è uno dei miei autori preferiti e l’argomento pure. Posso affermare che l’altro adattamento è ancora in fase di preparazione, perché mi venne naturale e scontato cominciare proprio da Rotta per l’aldilà, che dopo una prima lettura mi sembrava già pronto, con tutti gli elementi caratterizzanti discendenti, quali voce, chitarra e via”. Questo è quanto ha affermato il regista, con tono sapientemente ironico e fortemente razionale, con le idee chiare e le mente già proiettata allo spettacolo vero e proprio. Giuseppe Iacono è un noto regista e attore ischitano, conosciuto e apprezzato dal pubblico dell’isola e non solo, dato che i suoi lavori di regia e teatro sono sparsi un po’ in giro per il mondo. Intensa la sua attività con Sogno di una notte di mezza estate, spettacolo itinerante tenutosi ai Giardini La Mortella, splendida location ischitana, e I fantasmi del castello, rappresentazione notturna al Castello Aragonese di Ischia. Numerose sono state le cooperazioni con il Teatro Polifunzionale di Ischia, da ricordare lo spettacolo Elsinore Circus, in collaborazione con l’Associazione teatrale Artù, liberamente ispirato all’Amleto di William Shakespeare. Un grande classico rivisto in maniera circense che dona morbidezza narrativa e linguistica, arricchendo il dramma con atmosfere colme di caratterizzazione scenica, ma al contempo grottesche. Uno dei lavori più conosciuti è sicuramente il lungometraggio L’Ultimo Tango. Lo Spaghetti Noir, girato esclusivamente sull’isola, ha visto la partecipazione di centinaia di comparse ischitane, molti attori conosciuti dal palcoscenico ischitano e altri di fama internazionale. Da sottolineare, inoltre, che il prossimo 20 gennaio, a due ore dallo spettacolo Rotta per l’aldilà, Giuseppe Iacono sarà presente in una nota trasmissione tedesca, Grenzenlos, su Sat.1, in un documentario su Napoli che lo vedrà protagonista tra gli intervistati. Rotta per l’aldilà, l’intenso lavoro di Giuseppe Iacono Dunque un intenso lavoro quello del regista Giuseppe Iacono, che ha deciso […]

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Teatro

Certe Notti con Luciano e Felice Panico al Teatro Gloria di Pomigliano

Io, Ligabue e altre storie “Certe Notti con Luciano – Io, Ligabue e altre storie” torna in scena. Continua la tournée di Felice Panico, dopo il fortunato debutto a Napoli. Autore e attore teatrale, vanta all’attivo importanti collaborazioni, tra cui qulle con Marco Baliani, Roberto Andò, Giuseppe Bertolucci, Rocco Papaleo. Lo spettacolo è approdato in un luogo simbolo per il regista, Pomigliano d’Arco, sua città natale. Città che ha dato inizio a una carriera ormai quasi ventennale. Quello che un tempo era un ragazzo alle prese con i primi amori liceali ora è un affermato regista teatrale. Se c’è un elemento che ha accomunato questi venti anni è però la musica di Luciano Ligabue. Autori di testi e melodie dove è possibile specchiarsi, trovando le parole giuste che altrimenti mancherebbero. Così le canzoni di Ligabue diventano il pretesto sul quale si poggia l’intero spettacolo. “Certe notti con Luciano” è un’opera di teatro canzone, forma cara a Felice Panico. Nessun attacco alla borghesia e alla società tipiche dei riferimenti gaberiani. “Certe Notti con Luciano” è la storia di un ragazzo di provincia che ha realizzato i propri sogni. Passando per l’università a Roma, le estati pugliesi nei villaggi turistici, le prime esperienze teatrali in giro per l’Italia. Per gli amori e i dolori che fanno parte della vita di ogni uomo. Passando per il Liga. Certe notti con Luciano Sulla scena Felice Panico è accompagnato da Ernesto D’Arienzo (percussioni), Umberto Esposito (tastiere), Giovanni Nocerino (basso), Davide Tammaro (chitarra). Assoli e intermezzi acustici che ripercorrono i sogni di rock’n’roll, quelle certe notti, da farci l’amore fin quando fa male fin quando ce n’è. Di quella notte sul Lungotevere. Oppure di quella magica estate del 2006, con l’Italia ‘pallonara’ sul tetto del mondo. La musica ci riporta indietro indietro al 1995. L’anno di Buon compleanno Elvis. “Vivo o Morto X”, “I ragazzi sono in giro”, “Hai un momento Dio?”. Ma soprattutto Certe Notti. Il disco segna l’ingresso prepotente di Ligabue nel pantheon della musica italiana. Lui, all’epoca, era un indie dai capelli lunghi fino alle spalle e con gli stivali da cowboy. Che con le sue canzoni arriva a un ragazzo di provincia, dagli occhiali ‘modello Prima Repubblica’ e dai mocassini Lumberjacks. Voglioso di esperienze, di passioni, di amori, di qualcosa in cui credere. Convincendolo ad abbandonare il violino in favore della chitarra. Comincia così una storia lunga vent’anni. Arrivata fino ai giorni nostri, e che deve ancora terminare. Perché, come canta Ligabue, il meglio deve ancora venire. Tanti sono i riferimenti personali della messinscena. Ridurre però “Certe Notti con Luciano” a una semplice opera autobiografica sarebbe riduttivo. Oltre che narcisistico da parte di chi ha ideato lo spettacolo. Tra palco e realtà con Felice Panico “Certe Notti con Luciano” è uno specchio dove poter immergerci. Perché siamo esseri mutevoli, continuamente soggetti alle sfide cui ci pone la vita. Ma c’è sempre quel minimo denominatore che ci accompagnerà per sempre e che aiuta a ricordare cosa eravamo e cosa siamo. Un compito che viene svolto […]

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Recensioni

Tempo che fu di Scioscia al TRAM: le voci degli invisibili

In scena sabato 13 e domenica 14 gennaio al Teatro TRAM (Teatro Ricerca Arte Musica) Tempo che fu di Scioscia, uno spettacolo, tratto dalla recente e omonima raccolta di racconti di Enzo Moscato, che dipinge alcuni affreschi delle Quattro giornate di Napoli. Una produzione NTS Nuovo Teatro Sanità, con la regia di Mario Gelardi, lo spettacolo mette in scena quattro delle undici storie raccontate da Moscato, che rivivono sul palcoscenico attraverso le parole e la voce di Tina Femiano e Carmen Femiano, in una lingua arcaica e modernissima che illumina le zone d’ombra di un mondo dilaniato dalla guerra, ben al di là della distinzione tra buoni e cattivi, vittime e carnefici, oppressi e oppressori. Il tempo che fu di Scioscia: storie quotidiane in un’atmosfera onirica In un’atmosfera rarefatta e quasi onirica, prendono vita i racconti che narrano di scene quotidiane e vicende di quei giorni di rivoluzione. Tutto si svolge nel “tempo che fu” di Scioscia, quel personaggio di cui, per dirla con le parole di Moscato, «tutti sentono dire, sentono parlare, ma che nessuno ha mai conosciuto o visto, concretamente, nella vita. Le gesta di Scioscia sono, di fatto, temporalmente come relegate dentro una distanza siderale. Come ammantate di un fiabesco, leggendario alone. Ma sono anche – e sempre di più, al giorno d’oggi – come circonfuse dalla malinconia di un progressivo, inarrestabile cader nell’oblio». Le note delle romantiche canzonette dell’epoca di quella parte dell’Italia quasi ignara della guerra, come Silenzioso slow, Ma l’amore no, Tornerai e Signora illusione, interpretate da Carmen Femiano, rievocano un mondo lontano e quasi irreale, estraneo alle vicende di quei giorni di rivoluzione e guerriglia. In forte contrasto con tale cornice romantica, i quattro racconti si snodano attraverso le parole dense e commosse di Tina Femiano, ripercorrendo storie partenopee di quotidianità di quei giorni di rivoluzione. La voce degli invisibili Dalla storia di una madre straziata dalla perdita dei propri figli ed imprigionata nell’ossessiva ripetizione dei gesti legati a quei giorni, alla morte di una giovane prostituta a causa di un malinteso, passando per la romantica storia della cantante cieca Zwdi Taiblék Waise e culminando nella vicenda di Tizzano nella cornice di piazza Dante, all’ombra della statua del poeta fiorentino, è la storia la vera protagonista, ma non quella che racconta di guerre e battaglie, vincitori e vinti. La storia di Enzo Moscato è quella di uomini e donne “invisibili” con i loro drammi e le loro fragilità, i veri protagonisti, con le loro piccole rivoluzioni, di quei giorni di guerra e violenza. Volti sconosciuti di quella massa indistinta, da sempre al margine della narrazione storica, prendono finalmente la parola per raccontare episodi di una quotidianità nella quale la realtà bellica irrompe con violenza, e che, tramandati di bocca in bocca, sfuggono all’oblio grazie alla memoria collettiva, nella consapevolezza che «’E libr’, si parlan’ d’a storia, si scordan’ d’a vita».

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Teatro

“Semi” al Sancarluccio: le parole e l’incomunicabilità

Semi. Peccato non esiste più l’amore platonico, in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio dall’ 11 al 14 gennaio, è uno spettacolo di e con Marina Cioppa e Michele Brasilio, prodotto da Vulìe Teatro. In Semi si riflette sul senso dell’amore, per così dire, postmoderno, in cui l’individualismo dei due membri del rapporto di coppia, elemento su cui si concentra lo spettacolo, scardina dall’interno l’istituzione famiglia di tipo matriarcale risolvendosi in una forzata convivenza. Al Sancarluccio lo spettacolo Semi, o la coppia postmoderna Lo spettacolo Semi. Peccato non esiste più l’amore platonico si concentra su quello che può essere un possibile spaccato di vita quotidiana. I due protagonisti del testo, Claudia (Marina Cioppa) e Ugo (Michele Brasilio) si ritrovano a “metter su” tutta una serie di azioni e comportamenti ricorrenti e, talvolta, “meccanici” nei confronti l’uno dell’altra. Si tratta di azioni e comportamenti che si generano da un rapporto di convivenza forzata che porta alla dimenticanza dell’antica freschezza del rapporto sostituendo, come è detto nello spettacolo, «l’abitudine all’intimità». La riflessione di Semi pone dinanzi lo spettatore la odierna fragilità del rapporto di coppia che non si nutre di sé stesso, ma di stimoli esterni che cozzano con l’individualità dell’uno o dell’altro partner. L’identità di una coppia si sgretola, di fronte alle singole identità dei sui componenti, evidenziando in limine del rapporto la manca coesione. Attraverso indugi e riprese, la drammaturgia fonda il suo centro sui dialoghi dei due protagonisti. Si tratta però di dialoghi che non sanno comunicarsi e ascoltarsi. Infatti, nello scambio di parole, a emergere è il grande silenzio emozionale che regna talora nella coppia postmoderna. Marina Cioppa e Michele Brasilio attraverso le battute del testo, le scelte di regia e le tecniche recitative adoperate mettono così in mostra quelli che sono i due grandi nemici dell’amore: l’incapacità di comunicazione la superficialità verso l’altro e anche l’incoscienza di sé, del sé profondo. E non si parla solo di amore platonico, evocato e suggerito dal sottotitolo dello spettacolo, o meglio, l’amore platonico non è solo punto di partenza di Semi: se manca amore vero, non c’è possibilità di amore platonico. Dal punto di vista scenico, l’ambiente quotidiano proposto rappresenta una scena quotidiana in senso minimalista, incorniciato da un disegno luci che riflette i momenti cruciali della drammaturgia. Importante nelle scelte registiche, tra l’altro, l’apertura dello spettacolo con la canzone Nessuno mi può giudicare di Caterina Casella che fornisce alle soglie il senso di seguito espresso.

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Ipocondriaci, internet e tv

Possono gli ipocondriaci guardare fiction e programmi a sfondo medico-scientifico senza correre dal medico di base accusando i sintomi di tutte le malattie del mondo? Immaginiamo un soggetto impressionabile vedere spiattellate sul proprio schermo ad alta definizione operazioni a cuore aperto, ferite zampillanti sangue, diagnosi sbagliate o difficili, malattie rare, conseguenze invalidanti di incidenti banali e svariate patologie di natura varia. Il televisore, da strumento di compagnia, potrebbe tramutarsi per lui in un’arma letale peggiore di una reale sindrome conclamata. In principio fu E.R., il serial tv che lanciò il mitico George Clooney, alias il Dottor Ross, nello sfavillante mondo del cinema direttamente dal triage del pronto soccorso di Chicago. In seguito, sulla stessa scia dei pionieri medici in tv, seguirono Nip/tuck, con i due chirurghi plastici più sexy, promiscui e spregiudicati di Los Angeles; Doctor House, alias il mago degli internisti, con il suo bastone e il suo caratteraccio, sempre infallibile nel formulare diagnosi impossibili; Grey’s Anatomy, ossia l’incastro perfetto di casi clinici di particolare gravità con la storia d’amore tra la dottoressa Grey e il dottor Sheperd. Che dire di Scrubs che, seppur divertente e sicuramente più spensierato degli altri serial, sempre di malattie parlava. L’ultimo medical drama apparso in tv in ordine di tempo è Code black, ambientato in un grande pronto soccorso di un ospedale americano: nel titolo contiene quell’esplicito richiamo al colore nero che è un chiaro buon auspicio per chi voglia rilassarsi la sera davanti alla tv. Dato il crescente interesse del pubblico verso il mondo della medicina, anche le trasmissioni televisive a sfondo medico/divulgativo si sono moltiplicate nel tempo a perdita di telecomando alla pari delle fiction: dall’immarcescibile Elisir alle più recenti Malattie imbarazzanti, Diagnosi misteriose, The Doctor Oz show e 24 ore in sala parto, programmi di punta dei palinsesti delle nuove reti del digitale terrestre. Ma non bastano solo questi programmi pseudo scientifici ad influenzare il rapporto con la televisione di un malato immaginario. Anche trasmissioni tranquille e “asintomatiche” come Sconosciuti implicano sempre la presenza di una grave malattia a rompere l’idillio del racconto dei protagonisti. Proprio mentre si cena, tra l’altro. Insomma, le patologie e il terrore di averle tutte sono sempre in agguato, anche quando si guardano programmi televisivi apparentemente insospettabili o si gioca ai videogiochi o si scommette su tutti i casino online. Ipocondriaci si nasce o si diventa? Se la predisposizione a sentirsi vittima di tutti mali del mondo non è necessariamente genetica, con l’avanzare dell’età la propensione al malessere può fare capolino nelle nostre vite da un momento all’altro e condizionarle pesantemente. Nei casi più disperati di ipocondria acuta, una donna potrebbe pensare persino di avere problemi alla prostata. È questo il campanello d’allarme che fa comprendere almeno a noi femminucce che, oltre ad essere terribilmente suscettibili in tema di malanni, è forse il caso di smettere una volta per tutte di vedere simili fiction e trasmissioni tv. Ipocondriaci 2.0 Ma non è finita qui. Al binomio ipocondria–televisione manca l’anello di congiunzione tra una semplice impressionabilità ed il tracollo irreversibile del […]

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Voli Pindarici

L’italia è un Paese per vecchi, restare o andare?

Giorni fa parlavo con un collega. Lui, più grande di età, avviato già nella sua carriera di pendolare e docente non di ruolo, siamo “colleghi intellettuali”. Ci scambiamo dei consigli sugli ultimi libri da leggere, lui mi chiede degli esami e gli racconto la mia storia funesta su quell’ennesimo che forse “un giorno passerò”. Mentre parlava guardavo le sue rughe intorno agli occhi, la sua pelle spenta. Il suo atteggiamento e portamento, di solito sicuri, adesso mi apparivano sbiaditi, e così di impeto gli chiedo: “ma tu come stai?”. Gli chiedo sincerità nella sua risposta, volevo più che altro che si sfogasse con me. Lo vedi posare le sue pesanti lenti sul tavolo dove ormai il nostro caffè era finito ed iniziò a raccontarmi. A scuola non si trova bene, ha diverse cattedre in diversi plessi anche molto distanti tra di loro, è costretto ad una maratona quotidiana per tornare a casa stanco, distrutto e vuoto. Mi pronuncia questa parola guardandomi negli occhi e me la ripete. “Vuoto”. Essendo più grande di me, non ho vissuto insieme a lui la sua carriera universitaria ma so per certo quanto la sua passione potesse rendere minuscoli tutti i suoi compagni di studio, quanto prendesse le materie e le cucisse su di lui per farle sue e portarle per sempre nel suo bagaglio culturale. È uno di quelli che la famosa luce gliela vedi negli occhi, ed illumina anche te. Mi racconta dei suoi colleghi, quasi tutti anziani, quasi tutti trascinati dall’abitudine in un mestiere che di abitudine dovrebbe non avere nulla, se non quella di alzarsi ogni mattina ed avviarsi a scuola. Mi racconta di come ha avuto la necessità di essere aiutato finanziariamente dalla sua famiglia perché l’affitto e le spese sono più onerose di quanto possa permettersi. Parla con una cadenza che mi permea e trascina in me tutta la tristezza delle sue dure parole. E poi mi guarda e mi dice “non restare qui, scappa”. Ecco, questa parola nessuno me l’aveva detta, ancora. Tutti mi avevano avvertito sulla difficoltà lavorativa italiana, ma non ce n’era, in effetti, vera necessità: quotidiani ogni giorni ci spiattellano in faccia la forte pendenza della situazione lavorativa.  Ma dette da lui quelle parole pesano tanto, tanto quanto le sue rughe, tanto quanto la sua stanchezza.   “L’Italia è un paese per vecchi” mi ammonisce ancora. Proprio quella mattina mi è capitato di aprire i giornali, come mio solito, e di soffermarmi su di un articolo che descriveva la profonda falda presente nel settore lavorativo giovanile, e più si è giovani, più la falda si apre. Dopo esserci salutati con un lungo abbraccio lo vidi andare via, portandosi alle spalle la borsa piena dei suoi libri che di tanto in tanto scivolava giù. La testa china di chi non porta solo quel peso addosso. E, per la prima volta, io che sento di avere delle profonde radici ancorate al mio Paese, mi chiedo: “è più pesante la valigia per partire o quella, invece, per restare?”.

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Voli Pindarici

Lei, lui e quello strano dovere di amare – parte 2

Dovere. Amare. Ma da quando e perché  un sentimento come l’amore, che dovrebbe nascere, crescere ed evolversi in maniera libera e spontanea, era diventato il sinonimo incontrovertibile di un obbligo morale, quando in realtà niente dovrebbe avere a che vedere con le imposizioni? Lei aveva sempre pensato che certe scelte, specie in campo sentimentale, andassero fatte con convinzione e non per convenzione. Quanto senso del dovere c’era da parte di lui dietro la volontà di contrarre matrimonio con la sua compagna, quanta voglia di non deludere le aspettative delle rispettive famiglie si nascondeva dietro la scelta di impostare una vita secondo gli standard tradizionali, e quante speranze per un’unione serena c’erano davvero guardando in prospettiva? Se davvero lui credeva di accomodarsi la vita dentro un matrimonio e accontentare così tutti con l’accondiscendenza propria del suo carattere, aveva imboccato una strada a dir poco tortuosa. Lei e l’altra Il punto era sempre lo stesso: come faceva a stare con quella lì. Ma che diamine ci trovava? Più si arrovellava il cervello, più si moltiplicavano le domande senza risposta  e le considerazioni razionali su quella coppia sgangherata. Ormai lei doveva mettersi bene in testa che quello che aveva connotato sin ora come un vincolo ineluttabile vissuto con pseudo costrizione da parte di lui, agli occhi del suo amato, invece, poteva essere vero amore sancito da una libera scelta. Di conseguenza, aveva promesso a se stessa che avrebbe smesso quanto prima di pensare a quei due insieme, di avere rimorsi su quanto non dichiarato a lui e, soprattutto, di soffrire ancora per quel circo balordo di emozioni a cui aveva in qualche modo preso parte. Soprattutto, visto l’esito della vicenda, aveva giurato a se stessa che avrebbe smesso di appellare l’ “altra” come brutta, orrenda, insulsa, insignificante o con qualunque altro terribile aggettivo possa definirsi una donna  e che non l’avrebbe più incolpata dell’amaro sapore dei sentimenti che provava in quel momento. Brutta o bellissima che fosse, alla fine lui aveva scelto inspiegabilmente proprio quella donna lì e le motivazioni intime, reali o inconsce le conosceva solo lui. Si tenessero pure il loro amore stropicciato, la loro vita incasellata dentro schemi precostituiti e i loro precisissimi calcoli mascherati da sentimenti. Forse la vita e l’amore sono fatti di incroci, precedenze, bivi e strade senza uscita. Lei e lui si erano incrociati, ma c’era prima l’altra. Aveva la precedenza, anche se il rischio di un grosso botto era tristemente in agguato. Lei, il presente e il futuro D’ora in poi, lei avrebbe guardato solo uomini bellissimi, sia dentro che fuori, si sarebbe innamorata solo di ragazzi che la ricambiassero follemente e non più di un tizio con un piede sull’altare. Avrebbe amato un uomo idealista, passionale, libero e sensibile, indipendente e scevro  da imposizioni e dogmi di nessun tipo;  affascinante, di quelli talmente belli da far voltare la testa alle donne per strada. Un uomo talmente meraviglioso che avrebbe suscitato l’invidia di tutte, anche della futura moglie del suo amato, fosse solo per una stupida […]

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Incomprensibile: tu, l’altra me stessa

Tu l’altra me stessa: incomprensibile. Incomprensibile:  è così che tu sei, è così che io sono. Allo specchio, nuda fra i miei vestiti e le altre abitudini, sola, in mezzo al silenzio che poi sa di rumore. Silenzio. Ti guardo e il tuo riflesso, il mio riflesso, è tutto ciò che mi appare, ed è muto. Interrogativi senza alcuna ragione, domande forse ancora da chiedere. È strano come tutto sembri schiarirsi di fronte al trasparente, ma non sono che opachi frammenti di vetro i tuoi, e non è che un riflesso, altro, quello che appare. Labirinti di segni i tuoi, inestricabili, e arabeschi di sogni i miei, indecifrabili. Disegni, punti di fuga e ritorni, linee, geometrie: inesprimibili. La materia è confusa: i miei tratti nei tuoi, i tuoi tratti nei miei, inafferrabili, e la tua immagine allo specchio, l’altra me stessa all’interno di un miraggio, è inesprimibile. Tu l’altra me stessa, inafferrabile. Io l’altra te stessa, incomprensibile Ti ho cercata, mi sono cercata, al di là della tua immagine, della mia stessa immagine: ci ho provato, disperatamente cercando qualcosa che parlasse di noi, che parlasse per noi. La mia anima è un groviglio di sensi, la tua forma un intrico di cose, emozioni diverse, inconciliabili. Ho provato funambolici equilibri, cadendo e restando pur ferma, restando immobile e sollevandomi ad ogni respiro e riscendendo, come te, guardandoti, guardandomi. Inevitabile. Ho provato con un silenzio, ma quel che ho ricevuto non è stato altro che altro silenzio, altro desolante silenzio, e ho ritentato. Ho provato con un sorriso, ma non era sorriso il tuo, solo un movimento di guance, di occhi, di sopracciglia mi hai dato, o forse ti ho dato, inconsolabile, incomprensibile. Ti ho guardata negli occhi, allora, ancora e disperatamente: solo fenomeni fugaci ho raccolto, apparenti impressioni ad attendermi. Eppure tu eri lì, tu sei lì e ugualmente io, altro riflesso entro cui il tuo stesso riflesso si esprime, e mi scrutavi, sì, resti a scrutarmi come faccio io. Ma i tuoi capelli non sono fili di sogni intrecciati nel vento, le tue labbra non sono alfabeti di voci sull’acqua, i tuoi occhi non sono le profonde tempeste, le distese marine, gli incontri di strane lucerne sul filo dei tempi. No. Sono solo colori e colori, dai contorni precisi e insieme confusi. È meccanica apparente, cinematica degli inganni. Riflessi. Chi sei tu, chi sono io, non lo so. Ancora un’altra illusione. Ma ti cerco. Disperatamente. La tua forma inaccessibile, il tuo spirito inesprimibile. La tua ombra inafferrabile, la cerco, mi cerco: incomprensibile.

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