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Eroica Fenice

Eventi nazionali

L’editoria dalla Nuvola di Roma Eur: Più libri più liberi 2017

Torna, alla sua sedicesima edizione, dal 6 al 10 dicembre, la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria, Più libri più liberi. Quest’anno, la manifestazione ha scelto un nuovo teatro: rotta la tradizione che vuole come sede il Palazzo dei Congressi della capitale, Più libri più liberi si sposta su La Nuvola! No, nessuna conferenza in mongolfiera o in aeroplano, ma nel nuovo Roma Convention Center La Nuvola, il nuovo centro congressi nel quartiere dell’EUR, nato dal progetto di Massimiliano Fuksas. Di una magnificenza tra l’ultramoderno e il fatato (come raccontano le immagini di Roland Halbe per la campagna di comunicazione della sedicesima edizione della fiera), all’interno di un edificio in vetro (“la teca”) si trova l’auditorium, la cosiddetta Nuvola, che conta 1850 posti. Per questa sedicesima edizione è stata scelta una delle strutture più all’avanguardia d’Europa, perfettamente attrezzata per accogliere la folla di editori e visitatori che prenderanno parte a Più libri più liberi. Il progetto: Più libri più liberi 2017 apre le porte dell’editoria “L’obiettivo è quello di offrire al maggior numero possibile di piccole case editrici uno spazio per portare in primo piano la propria produzione, spesso “oscurata” da quella delle imprese più grandi, garantendogli la vetrina che meritano. Una vetrina d’eccezione, al centro di Roma e durante il periodo natalizio”, si legge sul sito della manifestazione. Più libri più liberi nasce nel 2002, dalla visione del Gruppo Piccoli Editori dell’Associazione Italiana Editori, ed è oggi sostenuta dal Centro per il libro e la lettura, dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, dalla Regione Lazio, da Roma Capitale e da ICE-Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane. Inoltre, per l’importanza che riveste nell’ambito dell’editoria, rientra nel progetto ALDUS, la rete europea delle fiere del libro cofinanziata dall’Unione Europea. Un programma ricco di eventi anche quello di quest’anno: dalla musica alla politica, dalla poesia alla gastronomia, dalla storia al personaggio storico. Più libri più liberi non è soltanto l’occasione di conoscere e confrontarsi con autori ed editori provenienti da ogni parte della nazione (e non solo), è anche un momento d’incontro, di dibattito, in cui chiunque può regalarsi l’opportunità di ampliare il suo sguardo sul mondo e offrire il proprio punto di vista. Si pensi a “Il giornalismo come guardiano della democrazia e della legalità”, un convegno tenuto da Emiliano Fittipaldi, oppure “Dall’omertà ai social. Come cambia la comunicazione della mafia”, presentazione dell’omonimo libro di Enzo Ciconte con l’intervento di Raffaele Cantone, o ancora alla puntata di Quante storie condotta da Corrado Augias che verrà girata in diretta dalla sala La Nuvola, e durante la quale interverranno anche il Presidente del Senato Pietro Grasso e Luca Zingaretti: pochi esempi del panorama di eventi che Più libri più liberi mette a disposizione di chiunque ne sia interessato. Più libri più liberi dà la possibilità di entrare in un mondo che sembra davvero fatto di nuvole. Tra parole e sogni nel cassetto poi tirati fuori, bisognerebbe cogliere l’occasione di respirare un’atmosfera di cultura ed opportunità.

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Libri

Al PAN, con Angelo Mascolo La primavera cade a novembre

Nel pomeriggio di mercoledì 22 novembre 2017, al PAN, il Palazzo delle Arti di Napoli, si è tenuta la prima presentazione del libro giallo La primavera cade a novembre di Angelo Mascolo, edito da Homo Scrivens, nella collana Dieci. Laureato in Archeologia, Angelo Mascolo si classifica secondo, con questo romanzo, all’edizione del 2016 del premio letterario “La Giara” e collabora oggi con “Il Mattino” di Napoli. Nel corso dell’evento, sono intervenuti Aldo Putignano, editore e coordinatore di Homo Scrivens, Lorenzo Marone, già autore di “La tentazione di essere felici” e dell’ultimo “Magari domani resto” e Francesco Pinto, direttore di produzione Rai, mentre ha letto alcuni passi tratti dal libro l’attore Massimiliano Gallo, famoso per il suo ruolo ne “La parrucchiera”. Il romanzo d’esordio di Angelo Mascolo: La primavera cade a novembre Siamo nella Castellammare di Stabia del 1947, poco prima di un incontro, il pugile Michele Strazzullo viene trovato senza vita nel suo appartamento. Sulla scena di una Castellammare povera e devastata, conduce l’indagine il commissario Vito Annone. “È nata prima la cornice e poi il quadro”, rivela Angelo Mascolo sulla genesi del libro: personaggio vivente è anche la città di Castellammare, perfettamente contestualizzata in un periodo storico collocato tra due fuochi, di cui poco si parla, ma in cui tanto è successo. Protagonista della storia de La primavera cade a novembre non è soltanto il commissario, ma anche e soprattutto Vito Annone uomo, un uomo tra i tanti di una città grande che vive nei suoi stessi drammi, un uomo che soffre di un dolore che non sa dire, che non sa comunicare e che acquista un peso maggiore se collegato al tempo in cui vive: l’impossibilità di dare un figlio a sua moglie, Teresa, che lascia nel romanzo le impronte dei suoi silenzi distinti. Personaggio femminile, questo, che Pinto ritiene determinante insieme alla madre del commissario (“L’una, Teresa, è una donna che non può amare, l’altra, la mamma, è una donna che non sa amare”, dice a proposito di questa potente coppia di donne). La cornice che Mascolo ha costruito parla la sua lingua e si fa capire, mentre dai personaggi si leva una voce che esige di raccontare una storia che non può essere lasciata in sospeso. Tradizione della collana “Dieci” (così detta perché pubblica soltanto dieci romanzi l’anno) è che la prima delle copie stampate vada consegnata proprio all’autore durante la prima presentazione. Emozione unica sarà stata quella del giovane scrittore nel toccare con mano il frutto del suo lavoro e della sua passione. La realizzazione di un sogno che non cancella l’umiltà che gli va riconosciuta, come si nota nell’aneddoto che egli stesso ha raccontato durante la presentazione: è rimasto sorpreso dal riscontro positivo del suo lavoro, al punto da aver pensato ad uno scherzo quando fu contattato per la prima volta dall’ufficio di Francesco Pinto. Seguirà un’altra presentazione, questa volta a Roma, nella quale interverranno, oltre ai già presenti Putignano e Pinto, anche l’ormai famoso giallista partenopeo Maurizio De Giovanni, che di Mascolo scrive […]

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Fun & Tech

Nasce in Italia il miglior font per dislessici: EasyReading

“Progettare significa offrire una soluzione ad un dato problema”: alle parole di Bruno Munari, eccellenza italiana nel campo dell’arte e del design, dà corpo il progetto EasyReading, primo font per dislessici che rende più facile e veloce la lettura. Carattere ad alta leggibilità, così come definito dai suoi creatori, EasyReading è un font ibrido, dal disegno semplice ed essenziale. È figlio di un grafico torinese, Federico Alfonsetti, socio di una piccola casa editrice che, commissionandogli la pubblicazione di un libro per dislessici, diede il via alla reazione a catena che lo portò a radunare un’équipe di menti brillanti e a dar vita a questo progetto originale: Nino Truglio, insegnante di matematica nel mondo dell’editoria dal 1994; Enzo Bartolone, che scoperta la sua dislessia non rinuncia ad inseguire l’amore per la carta stampata; Marco Canali, lungimirante investitore e Uberto Cardellini, deputato allo  “sbrogliare” della matassa giuridico-burocratica. EasyReading, un ottimo font per dislessici Composto da 811 glifi (simboli tra lettere, numeri, accenti e segni di punteggiatura) dal design leggero e chiaro, la caratteristica principale del font per dislessia EasyReading è data dagli spazi ben calcolati che riducono il cosiddetto crowding effect, il fenomeno psicologico dato dall’affollamento, il crowding appunto, di più caratteri, generante confusione e difficoltà nel proseguire la lettura. La leggibilità è un’alternativa possibile, in grado di semplificare, a chi riscontra difficoltà, un’attività che per i più è all’ordine del giorno. Spiega Alfonsetti che “chi non ha questo problema quando legge non segue la singola lettera, intuisce la parola e va avanti. I dislessici invece decifrano lettera per lettera e poi mettono insieme il significato della parola. E più il font è difficile più trovano difficoltà”. Insomma, rendere accessibile a tutti la lettura. Un nobile progetto concretizzatosi dopo “otto anni di duro lavoro e 800 mila euro” spesi in investimenti: la sfida di chi ha creduto nella possibilità di mettere la normalità a portata di tutti. Attualmente il font supporta tutte le lingue che utilizzano l’alfabeto latino, ma gli autori sono già all’opera per adattarlo entro il 2018 all’alfabeto cirillico, al greco antico e alle lingue slave. Un’idea che non è passata inosservata agli occhi della Microsoft, in attesa degli ultimi accertamenti condotti da un’università italiana per accogliere l’innovativa proposta. Premiato dal Miur, testato e riconosciuto dall’Ordine degli psicologi della Toscana, EasyReading è un progetto italiano che sta creando da sé il suo spazio nel mondo. Viene utilizzato dalla Fondazione Pomodoro a Milano e dalla Einaudi, ma non solo: Slow Food, Pearson Italia, De Agostini hanno scelto il font EasyReading, proposta abbracciata anche dagli Uffizi di Firenze. Non poteva, dunque, non ricevere approvazione dall’AID (Associazione Italiana Dislessia) per le sue peculiari caratteristiche grafiche e per il suo proporsi come nuovo strumento per ridurre le disuguaglianze tra un ragazzo dislessico e i suoi coetanei. Secondo le stime più recenti, circa 700 milioni di persone sono ad oggi affette da dislessia: è affrontando numeri così alti che l’impegno di Alfonsetti e della sua squadra splende luminoso tra tutte le iniziative che, nel piccolo ma sempre grande […]

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Culturalmente

Oriana Fallaci e Alekos Panagulis: un amore senza tempo

Oriana Fallaci e Alekos Panagulis: i due estremi di una storia d’amore senza età. «Negli abbracci forsennati o dolcissimi non era il tuo corpo che cercavo bensì la tua anima, i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, i tuoi sogni, le tue poesie», scrive Oriana Fallaci, pilastro del giornalismo italiano, in uno dei suoi scritti più celebri, Un uomo, l’iniziale autobiografia che Alekos Panagulis aveva iniziato in carcere e che la Fallaci portò a termine. Lei per lui è stata “l’unica compagna possibile”, lui per lei non l’unico amore, ma il più travolgente tra tutti. “Un uomo” per tutti, l’unico per Oriana. Oriana Fallaci, la donna d’acciaio, del suo amore scriveva col miele. Una penna di burro per parlare dell’uomo che per lei non è stato semplicemente amante: è stato l’amore. Le parole di Oriana sono parole gentili, di quella dolcezza unica che connota le armi di chi lotta col cuore. Quando chiedevano a lei, sua compagna di vita, che uomo fosse davvero Alexandros Panagulis, Oriana non dava la risposta che tutto il mondo s’aspettava di sentire: non un eroe, non un politico, o meglio, non solo questo. «Mi sembra di limitarlo – diceva – Alekos era soprattutto un poeta, un artista. Il suo eroismo era la conseguenza della sua poesia e la sua politica era la traduzione della sua arte». Alekos le dedicò una poesia, “Viaggio”, la sua preferita, non perché parlasse d’amore, ma perché parlava di sé: se il viaggio rappresenta la vita, la nave è l’uomo che la vive, una nave senza rotta, che insegue un sogno, un ideale. Alekos fu una nave che non getta l’ancora, un Ulisse che non aveva una Penelope da cui tornare, ma un’Oriana con cui viaggiare. L’intervista del 1973: Oriana Fallaci e Alekos si (ri)conoscono Ma chi era Alexandros Panagulis? Intellettuale e poeta, politico democratico e rivoluzionario contro la dittatura dei colonnelli: «Alekos per gli amici e per la polizia», scrive la Fallaci nella sua intervista del 1973 a quello che sarebbe stato l’uomo della sua vita. Al fallimento dell’attentato contro il dittatore Papadopoulos, nel 1968 Panagulis venne arrestato e torturato nelle prigioni militari di Boiati (sono gli anni della “tomba”, così definiva la cella da cui tentò più volte di evadere), fino alla sua liberazione nel 1973. È nell’agosto di quello stesso anno che Oriana Fallaci sbarca ad Atene, proprio per intervistare l’eroe greco di cui era giunta l’eco clamorosa fino alla nostra penisola. “Capivi subito che era uno di quegli uomini per cui anche morire diventa una maniera di vivere, tanto spendono bene la vita”, come racconta la giornalista durante il primo incontro con Alekos, parte della sua Intervista con la storia (così s’intitola la raccolta, pubblicata per la prima volta da Rizzoli nel 1974, delle più importanti interviste fatte dalla Fallaci ai grandi della scena politica e culturale mondiale). Oriana racconta del loro primo incontro come fosse tratto da un libro già scritto dal destino. Racconta di Alekos che, dopo averla abbracciata come si abbraccia un amico che non […]

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Libri

Dietro il potere: Doppio binario di Bruno Larosa (Alessandro Polidoro Editore )

Nel diritto penale, il doppio binario è un sistema che prevede in aggiunta alla pena tradizionale, imposta al colpevole sulla base del reato commesso, una misura di sicurezza giustificata dalla pericolosità sociale del reo (comunque finalizzata al suo reinserimento nella società civile). Edito da Alessandro Polidoro Editore e pubblicato questo ottobre, Doppio binario di Bruno Larosa è la cronaca di un caso tra l’investigativo e l’emozionale che fa onore al suo titolo. Doppia verità, Doppio binario (Alessandro Polidoro Editore) Nelle vene di Dario scorre il sangue dell’illustre professore Alfredo Casaluce: il padre che gli ha dato un cognome grande, che chiama rispetto, che apre ogni porta, che al contempo pesa come una condanna sulle spalle di un ragazzo che vuole creare da solo le proprie occasioni. Tra gli studi giuridici a cui era stato avviato dal genitore e le battaglie sociali di chi conosce la fede, la vita di Dario subisce un violento scossone il giorno in cui gli viene data notizia dell’omicidio del padre. Un colpo d’arma da fuoco, probabilmente sparato da due rapinatori, è l’analisi dei momenti successivi alla tragedia. Pochi anni dopo, Dario viene convocato in tribunale per rilasciare una testimonianza funzionale al processo di condanna del rapinatore accusato dell’omicidio del padre. Questa l’occasione in cui incontra l’avvocato Matteo Lionello, la figura che gli aprirà gli occhi sui retroscena della vita ai piani alti del potere, sul palcoscenico degli attori che si muovono dietro le quinte. Decisivo è il ritrovamento dell’agenda su cui il padre appuntava il resoconto delle sue giornate di lavoro: non un’agenda qualunque, ma la base da cui partire per ricostruire un sistema tenuto in piedi da uomini ambiziosi che non raccontano la verità neanche a loro stessi, un sistema che fa vittima chi ha contribuito a tenerlo in piedi.  “La ruota ha tre elementi fondamentali: un cerchio, un fulcro e poi i raggi che dal centro vanno verso il cerchio da dove a loro volta tornano. Ognuna delle parti è necessaria all’altra, senza una di esse quella ruota non funzionerebbe. (…) Il sistema di potere è analogo a una ruota di bicicletta e tuo padre aveva la funzione di fulcro, al quale i raggi arrivavano, ma dal quale anche ripartono”, sostiene l’avvocato Lionello davanti ad un Dario ingenuo e deluso. Da questo momento, il lettore correrà insieme al giovane protagonista su una pista di cose non dette e purtroppo fatte, per sbrogliare una trama di inganni e scheletri nell’armadio, per parlare senza remore di potere, onestà e giustizia. Un mondo, questo tessuto di fili attorcigliati e macchinati, che lo scrittore conosce bene. Ogni parola trascina con sé la passione di Larosa per la scrittura e la materia trattata. Sommiamo una narrazione scorrevole ad un punto di vista intimo e attento: otterremo una presa di coscienza, un risultato, una conquista, dalla forma di un romanzo. Una storia bivalente, insomma: non solo il romanzo mai banale né scontato, ma anche la lente attraverso cui guardare il letame prima della rosa.

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Culturalmente

La donna tra pressioni e violenza

Questo pomeriggio Serena indossa una camicia che le lascia l’ombelico appena in vista, attraversa la piazza per raggiungere l’amica da poco tornata da una vacanza, mentre viene fischiata da due uomini sulla trentina che le urlano quanto belle siano le sue forme. Chi l’ha vista parecchio infastidita le ha detto di star esagerando e che, anzi, avrebbe dovuto sentirsi lusingata. Perché Serena cammina per le strada di una città in cui la bellezza si misura in apprezzamenti del sesso opposto e vige imperativo il principio secondo cui chiunque può permettersi qualunque cosa per mettere a tacere una vocina che sussurra “che male può fare”. È stato un mediatore culturale (chi si suppone debba essere voce attenta di un coro che non parla all’unisono) ad assimilare lo stupro ad un normale rapporto dopo i primi momenti di resistenza della donna. Sono stati tanti gli uomini e troppe le donne che hanno chiesto “cosa indossavi?” ad una ragazza violentata per verificare che non fosse stato il suo abbigliamento a provocare quell’uomo che ci si ostina a chiamare così ma che di umanità ha ben poco. Da bestie da ammanettare a povere vittime della donna tentatrice il passo è breve. La donna tra le mille sfumature del rispetto L’inesistente distinzione etico-morale tra femmina e donna, la convinzione che basti uno sguardo ammiccante e un apprezzamento per considerare una donna oggetto di proprietà, la disonesta verità che ci si racconta: tanto alla ragazza prima o poi passerà, intanto ci si ride su. Sesso debole, bersaglio facile. Nei giorni scorsi sulla bocca di tutti c’era lo sdegno per l’ultimo (poco spassoso) passatempo di cui si è diffusa notizia dall’altro lato del confine: “pull a pig”, traducendo “inganna un maiale”, in altre parole il gioco in cui vince chi conquista la ragazza più brutta tra tutte, ossia il maiale in questione, per intenderci. La voce giunta fino a noi è quella della giovane inglese Sophie Stevenson, una ventenne cascata nelle dolci bugie di un coetaneo olandese conosciuto in vacanza. Dalla denuncia della ragazza si legge che lo sbruffone l’avrebbe attirata ad Amsterdam, dicendosi desideroso di incontrarla ancora, per poi non presentarsi all’atterraggio della ragazza e lasciare Sophie da sola all’aeroporto, ad aspettare un finto innamorato che non sarebbe mai arrivato e che le avrebbe di lì a poco inviato il messaggio in cui le svelava l’inganno dietro la favola: una scommessa goliardica tra amici, vince chi riesce a portarsi a letto la più grassa e disperata. Una ragazza ridotta a pedina, a puntata vincente. Sophie ha avuto la straordinaria forza di denunciare uno stupido giocatore di uno stupido gioco, un’altra avrebbe potuto non averla. “Pull a pig” è una delle tante etichette apposte sul fenomeno bullismo, una goccia in un mare di allarmi, in cui c’è chi soffre e non tace, accanto a chi tappa la bocca al debole e chi, muto, soccombe. Il forte è destinato a portare a casa il trofeo: no, non la legge di selezione naturale, ma l’assurda convinzione che basti brillare […]

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Cinema & Serie tv

Il diavolo troppo uomo poco umano: Lucifer

E se il diavolo travestito da gentiluomo in giacca e cravatta vi chiedesse quale sia il vostro desiderio più recondito, cosa gli rispondereste? Vi lascereste tentare? Troverete la risposta dando un’occhiata a Lucifer, serie tv trasmessa su Fox dal 2016, nonchè trasposizione televisiva dell’omonimo fumetto della Vertigo, scritto da Mike Carey (e nato come “spin-off” del fumetto Sandman). Tra il proibito e la giustizia: il diavolo veste Lucifer Annoiato dalla vita monotona da custode dei dannati, Lucifer Morningstar (interpretato dall’affascinante Tom Ellis), figlio di Dio cacciato dal Paradiso e posto a sorveglianza degli Inferi, fugge dall’aldilà nella scintillante Los Angeles. Insieme alla schiava e consigliera Maze (Lesley-Ann Brandt), apre il locale notturno Lux, abbandonandosi all’alcol e alle belle donne, in balia dei peccati che assicurerebbero l’Inferno a chiunque: certo, tranne chi è riuscito a sfuggirvi. La nuova routine di mondanità e perversioni di Lucifer viene interrotta dalla morte misteriosa di una sua protetta: un affronto che porterà l’angelo caduto dall’intrigante detective Chloe Decker (Lauren German), madre single ed ex moglie del suo capo (e padre di sua figlia), Dan Espinoza (Kevin Alejandro). Lo sguardo di ghiaccio di Chloe ipnotizza il signore del peccato, lo confonde, lo incuriosisce: non c’è uomo e non c’è donna di cui Lucifer non conosca i più intimi desideri e le più basse ambizioni, il potere del demonio è quello di tentare l’umanità con le proprie debolezze. Sono necessari pochi secondi per scambiare uno sguardo con la vittima, e alla domanda “Qual è il tuo più grande desiderio?” ognuno cede consegnando al diavolo l’arma per indurlo in tentazione (e per poi cedervi). Eppure la detective Decker sembra poco incline al proibito, più Lucifer tenta di scrutarle l’anima, più ogni suo tentativo si rivela inutile. Chloe non solo è una fortezza, ma un’arma in grado di ferire l’angelo ribelle: quando la donna è nei paraggi, Lucifer smette di essere la creatura sovrannaturale che niente e nessuno può scalfire e diventa l’uomo debole e mortale di cui dall’alto della sua misticità si è sempre preso gioco. Questo repentino cambiamento non passa inosservato agli occhi dell’Altissimo, che invia sulla Terra il suo primogenito, Amenadiel (David Bryan Woodside), agli antipodi del fratello col suo comportamento devoto alla volontà del padre, col compito di riportare Lucifer all’Inferno. L’angelo ribelle, però, non si smentisce e imperterrito decide di approfondire la conoscenza del suo nuovo lato umano ottenendo il posto come aiutante di Chloe nelle sue indagini. I due svilupperanno un rapporto ogni giorno più forte, ma il diavolo non riuscirà rinnegare il mondo a cui appartiene. Il Lucifer di Tom Ellis ha poco a che fare col mostro rosso e spaventoso che è stato posto a sorvegliare l’Inferno: non è il personaggio biblico temuto dai cattolici, ma un uomo che non conosce umanità, che non ha alcun Dio al di fuori del peccato, che crede nei soldi e nei vizi, che vuole godersi pienamente il tempo concessogli. Tra il crime drama e il fantasy, Lucifer (rinnovata per una terza stagione in arrivo […]

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Cucina & Salute

Scrub naturali: consigli per una pelle liscia e luminosa dopo il sole

Tra il graduale riabituarsi alla routine e l’ostinato rifiuto di dire alle lunghe giornate in spiaggia, ecco qualche consiglio per donare alla vostra pelle il profumo di un nuovo principio senza dire addio al colorito bronzato faticosamente conquistato: il futuro è nello scrub. Scrub fai-da-te: rimedi naturali per la pelle post-tintarella Settembre è il mese dei traumatici “punto e d’accapo”, ma non solo per noi: anche alla nostra pelle mancano il sole e la salsedine, ma non per questo lasceremo la tintarella scolorirsi insieme ai ricordi al bar della spiaggia. In primis, “è una verità universalmente riconosciuta che” esistono tanti tipi diversi di pelle e ognuno di essi richiede un diverso trattamento a seconda dell’obiettivo che s’intende raggiungere. Certo, tante le tipologie di pelle, ma unica è la parola d’ordine se la si vuole fresca e luminosa dopo il sole: idratare, soprattutto per prevenire la comparsa delle odiose pellicine. Esfoliare e nutrire la pelle richiede impegno e pazienza (quanti trattamenti benessere interrotti dopo due giorni?), ma una pelle liscia al tatto e dal colore uniforme ne varrà decisamente la pena. Lo scrub, infatti, è un eccezionale alleato nella rimozione delle cellule morte: esfoliando lo strato superficiale dell’epidermide, dona alla pelle una luce nuova. È una vera e propria medicina disintossicante per la cute, oltre che un massaggio piacevole che aiuta la circolazione. Consigliato, insomma, per coccolare la pelle in ogni stagione, ma tassativamente vietato su eritemi, scottature ed eruzioni cutanee. Rimedi di questo tipo si trovano in farmacia quanto nell’erboristeria di fiducia, ma non sarebbe male pasticciare provando una ricetta per uno scrub fai-da-te, naturale ed economico! In pole position, lo scrub casalingo per eccellenza: due cucchiai di sale (sconsigliato il sale grosso alle pelli delicate, poiché potrebbe graffiarla oltre che arrossarla particolarmente) misti ad un semplice bagnoschiuma da passare sotto la doccia su tutto il corpo. Per il viso, invece, insieme al sale, si propone olio d’oliva e gocce di olio essenziale (i prediletti dopo l’esposizione al sole sono olio di jojoba e olio di lavanda). Chi cerca uno scrub fluido, dalla consistenza simile ad una crema, potrebbe provare una ricetta dolce, composta soltanto da 4 cucchiai di zucchero e 2 di miele: un impasto da passare sotto la doccia sulla pelle bagnata (da asciugare poi e ricoprire con crema idratante). Il miele torna anche insieme all’aloe, tre cucchiaini di bicarbonato e un cucchiaino di burro di cocco o di karitè, per una pelle non solo abbagliante, ma anche incredibilmente profumata. Ancora, una carezza per il corpo è la miscela fatta da miele, farina di cocco e yogurt: segreto di bellezza tutto naturale. Miracoloso è l’olio di mandorle, nutriente e delicato, che mescolato insieme a del miele e a dello zucchero di canna diventa un piacevole scrub per pelli sensibili. Oppure, a chi invece ama sperimentare si consiglia di mischiare qualche cucchiaio di yogurt (in sostituzione del miele) a 4 cucchiai di caffè macinato (un toccasana per favorire la circolazione e drenare i liquidi che spesso sono causa della […]

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Napoli & Dintorni

Meridonare e Ricomincio dai Libri: per chi crede nel Sud

È un girotondo di cultura il Bookmob, una geniale iniziativa pensata e organizzata dall’associazione Librincircolo, un programma di una manciata d’istanti ma che lascia un segno che persiste nel tempo. Partecipare costerà soltanto un pizzico d’inventiva e voglia di fare: basterà, infatti, incartare un libro (che vi sia piaciuto oppure no, con dedica o senza, che porti fortuna o semplicemente un bel ricordo) e portarlo con sé al punto d’incontro. Una volta riunitosi il gruppo, ognuno scambierà il suo pacchetto con quello di un altro, regalerà un libro per riceverne un altro, ovviamente del pari incartato. Una sorpresa, insomma, svelata soltanto all’apertura del pacchetto. L’evento, che nelle passate edizioni ha catturato l’interesse di centinaia di amanti e collezionisti di libri, tornerà in piazza Dante sabato 23 settembre dalle ore 12:00, con un nuovo tema a cui adattare la confezione d’incarto del libro: la festa. Dunque, il Bookmob torna con l’obiettivo di sempre, promuovere la passione per la lettura, ma lo fa con un valore aggiunto, alla fine del flashmob, infatti, i partecipanti potranno lasciare una libera donazione a Meridonare, la piattaforma di crowdfunding (all’italiana, finanziamento collettivo) della Fondazione Banco Napoli, per sostenere la nuova fiera del libro “Ricomincio dai Libri”. Meridonare e le sue iniziative: Ricomincio dai Libri e non solo La fiera, nata nel 2014 e figlia di tre associazioni (La Bottega delle parole, Librincircolo e Arenadiana), non arresta la sua corsa, le prime tre edizioni si sono tenute a San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli, la quarta si terrà, invece, proprio nel capoluogo campano. La sua proposta è quella di essere centro d’attrazione per i talenti della nostra terra, un posto d’incontro per tutti coloro che amano la cultura e credono in essa, per chiunque abbia un’idea da condividere, per editori e autori che vogliono farsi conoscere e giocarsi la carta vincente di un sogno. Ed è esattamente per concretizzare e portare avanti questo tipo di idee che Meridonare è stata creata: “Ricomincio dai Libri” è un lavoro emblematico, ma non di certo l’unico. Meridonare ospita progetti atti a promuovere un territorio, il nostro, dalle inesauribili possibilità e opportunità. Il futuro è nelle arti, nell’espansione della cultura,  un’esperienza che va messa alla portata di tutti. La piattaforma web è rivolta a movimenti, associazioni, imprese sociali e privati cittadini che hanno in cantiere un disegno con finalità sociale “geograficamente localizzato in Campania e in tutto il sud dell’Italia, al fine di ricostruire il senso di appartenenza meridionale”, scrivono gli autori. Si legge ancora, tra i tratti caratteristici della piattaforma, che Meridonare è sia reward-based che donation-based, cioè sostiene, rispettivamente, progetti che prevedono una donazione fronte di una ricompensa e progetti che richiedono invece una semplice donazione. Per essere parte di una così grande spinta creativa basta scegliere sulla piattaforma il progetto da condividere e supportare, per poi vederlo crescere, nella consapevolezza di essere stati goccia in un mare di rinnovamento. Riscopriamo, allora, la nostra voglia di fare, facciamoci portatori sani di cultura, vinciamo insieme l’inerzia con cui […]

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Attualità

Un tragico settembre: i terremoti in Messico

Messico, 19 settembre: a distanza di esattamente trentadue anni dal devastante terremoto del 1985 (magnitudo 8.1 sulla scala Richter, una tragedia dalle oltre 10.000 vittime) la terra trema ancora. Terremoti in Messico, un cumulo di rovine La scossa, per di più verificatasi proprio durante un’esercitazione antisismica in occasione del 32° anniversario della catastrofe del 1985, è stata preceduta da un altro terremoto registrato lo scorso 7 settembre intorno alle ore 23.49 (ora locale). Il suo epicentro è stato individuato ad una profondità di 69,7 km nel golfo di Tehuantepec (al largo delle coste del Chiapas) e una magnitudine di 8.2 sulla scala Richter, dunque nettamente superiore alla magnitudo di 7.1 gradi del sisma del successivo martedì 19, con epicentro nei pressi di Atencingo, nello stato di Puebla (a 120 km circa da Città del Messico e a 650 km dal precedente). Il terremoto del 7 settembre (percepito anche in Guatemala e in Honduras) è tra i più forti che la Terra tutta abbia mai avvertito e conta circa 50 000 abitazioni danneggiate e 110 morti. Data l’evidente minaccia rappresentata dall’evento, subito dopo la scossa principale è stata lanciata un’allerta di rischio maremoto, che ha trovato riscontro nelle onde alte fino a tre metri che si sono abbattute sulle coste del Chiapas a pochi minuti di distanza. Nonostante fino al giorno successivo siano state registrate più di 770 scosse di assestamento (di cui la maggiore ha superato i 6 gradi Richter), si esclude che il terremoto del 19 sia una scossa di assestamento del primo, considerata la distanza tra i due epicentri. Seppur di minore intensità rispetto al sisma del 7 settembre, il terremoto di Puebla ha riportato gravi danni del pari inquietanti: il sindaco di Città del Messico annuncia di 245 morti il bilancio delle vittime a livello nazionale. Agenti di sicurezza e volontari scavano senza sosta dagli istanti immediatamente successivi al terremoto dello scorso martedì: cercano anime, cercano reliquie su cui piangere, cercano speranza, cercano chi li smuova da quello che è un incubo vissuto da svegli. Migliaia di cittadini rimasti al buio, senza elettricità, senza casa, senza famiglia. Le fonti dipingono uno scenario apocalittico: dichiarano il crollo parziale dell’Istituto Tecnologico di Monterrey, nel quartiere di Santa Fe nella capitale, la caduta delle torri della Chiesa di Cholula, il cedimento di un ponte lungo l’autostrada tra Città del Messico e Acapulco, la tragica distruzione della scuola Enrique Rebsamen, nella capitale: almeno 36 i morti sotto le macerie della scuola e ancora in corso sono le operazioni di recupero di tre bambini identificati ancora vivi, da portare in salvo. Gli occhi e le mani giunte in preghiera di italiani, americani, inglesi o più semplicemente uomini sono rivolti al Messico perché di fronte a tali disgrazie, che s’incolpi l’imprevedibilità della sorte, la natura maligna o i costruttori di case di cartapesta poco importa. Le lacrime e i messaggi di cordoglio non riporteranno in vita chi a quest’ora avrebbe potuto giocare a carte o chiudere l’ufficio e anche i non-moralisti lo sanno […]

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Culturalmente

Modelle e rivoluzione: il volto della moda che cambia

Diceva Albert Camus che «la rivoluzione consiste nell’amare un uomo che non esiste ancora»: la verità di ogni circostanza, anche (e soprattutto) quando si parla di moda e modelle. Quel cambiamento che tanto spaventa, il nemico che nasce dalla minoranza, da chi non parla, ma sussurra: qualunque cosa voglia esistere e resistere deve cercare il compromesso col nuovo che rompe gli schemi, che cambia le regole del gioco. È la regola aurea della metamorfosi: partire dalla regola per ambire all’eccezione. Il regno in cui il canone è sovrano è ovviamente quello dell’esteriorità, dell’estetica e della bellezza. Le passerelle e i cartelloni pubblicitari vengono riempiti di volti perfettamente simmetrici e corpi statuari, imponendo (perché di imposizione si può parlare ogni volta in cui il bello è ciò che dice la pubblicità e il brutto è tutto quello che ne resta fuori) parametri di valutazione che ci rendono così duri con noi stessi. eAd infondere coraggio agli esclusi, a chi cerca una bellezza più vicina alla propria e a chi ne vuole una che baci ogni diversità, provvedono le modelle della rivoluzione: donne coraggiose, donne della minoranza che fanno forza sul bello più vero che appartiene loro per condividerlo, moltiplicarlo, lasciarlo vivere erodendo gli schemi. La vita, ormai, splende fuori dalla regola, lo schema fa soltanto ombra. La rivoluzione modelle che hanno sfidato gli stereotipi: l’eccezione contro la regola Il faro rappresentato dall’entrata in scena delle modelle curvy non è che la prima pietra di una rivoluzione che sta cambiando il volto della moda dall’interno. Tanto discussa è stata, ad esempio, negli ultimi tempi la figura di Melanie Gaydos, affetta da displasia ectodermica: non una singola malattia, ma un insieme di problematiche fisiche derivanti da anomalie strutturali dell’ectoderma che impediscono la crescita di denti, unghie, cartilagine ed ossa. Melanie è calva (a causa dell’alopecia congenita) e quasi del tutto ciec, ha un viso che di convenzionale ha ben poco: eppure gli scatti dall’atmosfera magica, fantastica, di Eugenio Recuenco e poi la partecipazione al video musicale della band metal Rammstein, “Mein Herz Brennt”, l’hanno introdotta e consacrata proprio in quel mondo di luci e champagne. Seguitissima è stata anche la polemica che ha coinvolto il noto brand di intimo Victoria’s secret e Rain Dove, modella cisgender o, in altre parole, eclettica: una donna che ha saputo adattare i suoi tratti androgini per servizi e sfilate tanto maschili quanto femminili. Dopo aver posato per Vogue, Elle e Vanity Fair, Rain Dove si è sentita definire “troppo mascolina” per gli standard dei sensualissimi angeli di Victoria: un carattere imponente come il suo come avrebbe potuto fermarsi innanzi ad uno stereotipo? Innanzi ad un ostacolo così banale? Sfida, così, il mondo tradizionalista e conservatore della moda ricreando le stesse pose in cui vengono normalmente ritratte le modelle di Victoria’s secret: poco desiderabile le hanno detto, ribelle ha risposto. Come non inserire nell’elenco delle belle della rivolta Chantelle Brown-Young, meglio conosciuta come Winnie Harlow, la modella con la vitiligine protagonista del fortunato spot pubblicitario della Desigual. Attivista e […]

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Recensioni

Le storie e i misteri di Venezia: Theriaca

Un viaggio nella Serenissima Repubblica di Venezia, un’immersione in una città intinta nel passato, un girotondo di misteri e magia: tutto questo è Theriaca. La Venezia di Theriaca, sfondo di storia e favola Edito quest’anno dalla Ferrari Editore, Theriaca (prima uscito come e-book col titolo di La congiura dello speziale) è il secondo libro di Mauro Santomauro, già autore de Il doppio dell’assassino. Che il libro sia a tutti gli effetti un’enciclopedia di interessanti curiosità su Venezia e la sua storia è un elemento che non sfuggirebbe neanche al più distratto lettore: della passione dell’autore per la storia e la letteratura non può non risentirne la sua creatura. Allo stesso modo è difficile non lasciarsi trasportare dai ricordi quando il cuore lo si è perso nei canali della Serenissima: come lo stesso autore ha dichiarato, tanti luoghi ed avventure trascritte nel libro hanno visto lo stesso Santomauro come protagonista. Anche lui proprietario di una farmacia veneziana (poi da lui malvolentieri abbandonata), chiamata Alla Vecchia e al Cedro proprio come quella del libro, e goloso come la sua protagonista, Fedora. Giornalista di professione e amante disillusa dopo l’ennesima bugia del suo uomo, Fedora Milano interrompe le sue ferie e si dirige a Venezia, città a lei già nota, per intervistare il titolare di una storica farmacia della laguna, chiamata appunto Alla Vecchia e al Cedro Imperiale, Niccolò Bellavitiis, che ha attirato su di sé l’attenzione della stampa per aver rinunciato al trasferimento della farmacia sulla terraferma. Il (sorprendentemente) giovane speziale guiderà la giornalista in una regione di racconti e fantasie, di leggende che prendono forma, come quella della Theriaca che dà il nome al libro, l’antidoto ad ogni male e veleno. Sullo sfondo di un’incantata Venezia, Fedora vive un pomeriggio di indimenticabili istanti con Nicolò: il cuore della donna rinasce, l’armonia è destinata ben presto a bruciare. Ed è proprio la sera precedente al viaggio di ritorno di Fedora che le acque della laguna si tingono di rosso: il sangue di una morte costringe la giornalista a prolungare il suo soggiorno. Una sfilata di nuovi personaggi e un quadro di nuovi risvolti porteranno il lettore fino alle ultime pagine del romanzo, dandogli l’opportunità d’indagare tanto sulla spigliata protagonista quanto sulla bellezza di una città dorata, un tesoro orgogliosamente italiano che stende la sua storia su tutto il globo. Questo romanzo, che guarda al documentario, non è tenuto su da un’unica linea temporale: le digressioni calano il lettore nel mistero e lo trasportano in un viaggio in al buio, in un tunnel tra un XVI secolo passato e un XXI presente. Una dimensione nuova, insomma, tra la storia e la favola, che apre gli occhi sulla minuzia, sulla curiosità che non si trova nelle brochure di viaggi fantastici, sull’arte e sulla vita a portata di mano (o di cuore). La città raccontata da Mauro Santomauro in un crescendo di dettagli ed enigmi prende le forme della speranza, è un tempio che cura, una meta da cui ricominciare. “Meretrice per sopravvivere è costretta ad […]

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Culturalmente

Colori d’artista: uno studio cromatico

En plein air o tra le mura di uno studio, l’artista con la sua tavolozza di colori è un laboratorio itinerante: non c’è quadro che non abbia racchiuso in sé, nei quattro angoli di cornice, un attento studio cromatico, un girare e rigirare di geometrie e pensieri. È innegabile che il colore giochi un ruolo fondamentale in quel tutto, nella somma di dettagli che chiamiamo arte, così come va evidenziato con penna e pennarello che l’innovazione, molte volte, abita proprio nella prassi, in un’abitudine che vede la tinta prima della linea, nella convinzione che il colore dica tanto, quasi tutto, di un’emozione che si vuole tramandare alla vista dell’opera. Il colore che sta al significato come il disegno sta al significante. Da chi usa il colore per ricreare la luce e il buio come Caravaggio, a chi come Picasso lo usa come emblema di cambiamenti (si pensi al periodo blu e al periodo rosa): che vada reso il giusto onore a chi ha scelto l’istinto e lo ha fuso con la ricerca, a chi si è contraddistinto per aver messo il cuore in quella tavolozza di colori. Colori come specchi La storia dell’arte ha conosciuto pochi geni che abbiano saputo fondersi totalmente con le proprie opere, privando la propria carne di pezzi poi trasferiti alla propria creatura: pochi artisti, pochi uomini come Vincent Van Gogh. L’uso del colore è, nelle sue opere, indicativo del suo sentire, è l’esasperazione di un malessere, è portare il dolore fuori, è strapparlo via. Non a caso incorona sovrano il giallo cromo (perché a base di cromato di piombo), non un colore, ma la sfumatura di un’anima. Sono stati, inoltre, avviati studi recenti per ripristinare l’originale lucentezza del giallo tanto amato da Van Gogh, un pigmento instabile quanto il suo “custode”, un giallo che col tempo tende ad imbrunirsi, a perdere quella brillantezza che accecava ogni sguardo. Non una predilezione, ma un’ossessione, l’espressione più intima del suo modo di percepire il mondo. Una visione distorta, specchio dell’instabilità che lo contraddistinse: non si è mai omesso l’abuso che l’artista faceva di assenzio, un vizio che lo ha maledetto provocandogli danni al sistema nervoso, con conseguenti allucinazioni e xantopia, la visione gialla degli oggetti bianchi, un’alterata percezione dei colori che Van Gogh rigetta sui suoi quadri rappresentando ciò vede, filtrato da una disgrazia reale. Il colore della luce, del fuoco del sole che brucia lontano, un’accesa vitalità, una corsa in un’auto senza freni, e poi, lo schianto. La nevrosi dell’affascinante Vincent è nei suoi celebri Girasoli, nel Campo di grano con corvi, nella Casa gialla che comprò ad Arles per dar vita ad una comunità di artisti a cui veniva richiesto, semplicemente, di assumersi la responsabilità di amare l’arte. Se si dovesse esprimere, invece, la sensualità con un colore, la maggioranza delle preferenze cadrebbe senza dubbio sul rosso. Un colore caldo, che rapisce, accoglie, come sa bene Tiziano Vecellio, pittore cinquecentesco associato ad una ben precisa tonalità di rosso: il rosso Tiziano. Immediato è il collegamento con […]

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Cinema & Serie tv

Una telenovela vestita da serie tv: Jane the virgin

Basata sulla telenovela venezuelana Juana la virgen, Jane the virgin, serie televisiva statunitense trasmessa su The CW (in Italia, invece, è la Rai ad aver mandato in onda la prima stagione), non tradisce le sue origine. Jane the virgin è una storia che non teme il confronto con l’assurdo Poco più di vent’anni e il sogno di scrivere un romanzo di successo, Jane Gloriana Villanueva (Gina Rodriguez) è la protagonista di una travolgente storia a metà tra l’assurdo e il comico, la terza strada tra la telenovela e la serie comedy. Figlia di Xiomara “Xo” Villanueva (Andrea Navedo), rimasta incinta ad appena sedici anni, ha in comune con la madre il colore scuro di capelli e, si direbbe, nulla più: l’una (la figlia) matura, giudiziosa, asso dell’ordine e delle decisioni ponderate, l’altra (sì, la madre) impulsiva, spirito libero e passionale. Mediatrice e collante di questa famiglia tutta al femminile, nonna Alba (Ivonne Coll), bigotta e altamente devota, che ammonisce Jane sin da bambina e le raccomanda di preservare la sua verginità fino al matrimonio, secondo quanto la religione prescrive: un consiglio tanto autoritario da portare Jane ad arrivare ai vent’anni ancora candida e pura. Svelato il senso del titolo? Non ancora. Ci sono altre figure importanti nella vita (tutt’altro che monotona) di Jane: l’amato e amabile fidanzato detective, Michael Cordero, e l’attore protagonista della telenovela preferita dalle donne Villanueva, Rogelio de la Vega, che si scoprirà essere più vicino a Jane di quanto la ragazza e gli spettatori potessero immaginare. Il fulmine a ciel sereno che sconvolgerà la vita tranquilla di Jane arriverà, però, con l’entrata in scena di Rafael Solano, bello e ricco gestore dell’hotel in cui la ragazza lavora come cameriera. Durante un visita di controllo, la ginecologa Luisa, sorella di Rafael, insemina per sbaglio Jane con l’ultima provetta superstite dello sperma del fratello, conservato dopo che gli venne diagnosticato un cancro e destinato alla fidanzata dell’imprenditore, Petra. Dopo aver scoperto l’irreversibile errore della distratta dottoressa, Jane decide di portare avanti la gravidanza: insomma, una vergine incinta. Il paradosso diventa la storia raccontata da un onnisciente narratore (forse Dio? Forse il futuro?) e ogni puntata è un capitolo fatto di un susseguirsi di improbabili coincidenze. Con non poche difficoltà derivanti dall’antico flirt avuto con Rafael e la sempre più instabile relazione con Michael, la vicenda di Jane si snoda e riannoda in ombre dal passato e progetti per il futuro: in Jane the virgin è impossibile aspettarsi o prevedere qualunque cosa. Jane the virgin è una carta vincente perché non teme il confronto con l’assurdo, non vuole ostinatamente allontanarsi dal genere della telenovela, non rinnega anzi gioca sulle stravaganze e le mille improbabili versioni di un racconto che non è fantasia, ma il disegno di un destino che esagera e che, mettendoci alla prova, ci fa divertire. E non smetterà di farlo con questa paradossale telenovela vestita da serie tv che, appena conclusa la sua terza stagione, è stata rinnovata per una quarta.  

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Libri

Una biografia di Emily Dickinson: Come un fucile carico

A fine giornata, spesso e volentieri, i volumi biografici e autobiografici sono quelli che restano soli sugli scaffali delle librerie, perché associati all’idea di storie infinite di trascurabili elementi: Come un fucile carico. La vita di Emily Dickinson è decisamente uno dei libri in grado di capovolgere questa prospettiva. Scritta da Lyndall Gordon e tradotta in lingua italiana da Marilena Renda, questa biografia di Emily Dickinson, edita da Fazi Editore, è un viaggio fatto di tanta umanità e altrettanto genio tra le vene di uno dei più grandi nomi che la poesia inglese abbia mai conosciuto. Ha la forma e la scorrevolezza di un romanzo, è un racconto di affetti, disagi, tradimenti e istinto, dove la storia di un personaggio perfettamente s’intreccia con quella di un altro, un binario unico sotto al quale crescono soltanto fiori, è una finestra che si apre su tutto quello che le parole non dicono. Come un fucile carico sfata un mito e crea una storia “Una parola muore / quando è detta, / dice qualcuno. / Io dico che proprio / quel giorno / comincia a vivere.” Come nasce una poesia? È un seme complicato da comprendere, ma che tanto dice del suo fiore: non c’è poeta che non metta almeno una briciola di se stesso in ciò che scrive, e non c’è poesia che non racconti almeno in un verso del suo poeta. La Dickinson e la sua storia, raccontate da uno sguardo nuovo in Come un fucile carico, non fanno eccezione. La letteratura ci ha consegnato il ritratto di una poetessa dai tratti indeboliti dal disinganno, le sue poesie parlano con la voce di una malinconia stanca, con le corde di una donna che alla vita deve averci creduto tanto e poi, all’improvviso, non più. Sarebbe un errore, però, credere che la poesia sia frutto di un processo tutto interno, indipendente da quanto proviene dall’esterno, da ciò che c’è intorno. La biografia tracciata da Lyndall Gordon è il più calzante esempio di quanti possano essere i punti di luce ed ombra da cui un poeta trae linfa vitale. Dal rapporto col fratello alla scoperta della sua infedeltà, dalle mura di cui la sua famiglia si è circondata agli infiniti spazi assaggiati con la scoperta del cuore: tutto questo è la poesia di Emliy Dickinson, tutto questo è stato per lei vita e arte. Come un fucile carico, perché questo è il cuore di una poetessa, questo è l’anima di Emily Dickinson: un’arma che spaventa, ma che male non fa.

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Food

La Sfogliacampanella, tra tradizione e originalità

L’arte della sfogliatella richiede un talento da pochi, è una tecnica antica gelosamente custodita dai napoletani: mai avidi, però, in quanto le permettono di girare l’Italia, farsi conoscere ed amare, in ogni sua veste, dalla classica frolla alla prelibata Sfogliacampanella. Da un’idea di Vincenzo Ferrieri, vive la storia di una riuscita variante della sfogliatella: la Sfogliacampanella, così chiamata proprio per la forma che ricorda quella di una campana, si presenta come una sfogliata riccia all’esterno, ma ripiena all’interno di un gustoso segreto da svelare. Dal punto vendita  “show cooking“ di Sfogliate lab sito in via San Biagio dei Librai, si può assistere dal vivo alla preparazione della Sfogliacampanella che si sceglie di gustare. Qual è allora la specialità di questa bontà da scoprire? Com’è fatta la Sfogliacampanella? Dopo aver diviso il pesante blocco di impasto in tanti più piccoli pezzi, li si lavora per poi posizionarli sui coni convessi d’acciaio, che daranno l’inconfondibile forma alla Sfogliacampanella. Basteranno appena 15 minuti di cottura perché la gustosa campana sia pronta per essere impreziosita con i più dolci condimenti. L’interno della particolare sfogliatella è interamente ricoperto di finissimo cioccolato, che alla perfezione si sposa con la croccantezza della sfoglia (caratteristica che distingue la riccia dalla ben più morbida frolla) e altrettanto armoniosamente si fonde con un altro ingrediente: una squisita crema di ricotta che fa viaggiare chi l’assaggia fino all’isola del cannolo. Si torna poi ad un sapore tutto partenopeo con il protagonista tanto atteso delle tavole della domenica napoletana: ad attendere il palato, c’è proprio, infatti, un piccolissimo babà che si lascia avvolgere nella raffinata crema di ricotta. (Penultimo) tocco d’artista è una punta di cioccolato, che chiude la base della dolce campanella, ora pronta per la decorazione finale con altra cioccolata fusa fatta colare sulla punta più alta della Sfogliacampanella. Una spolverata di zucchero a velo e la golosità di casa Ferrieri è pronta per essere servita. Innanzi alla vetrina la scelta è ardua: al di là della classica con ricotta e cioccolato, la Sfogliacampanella si presenta ai suoi ammiratori in una molteplicità di varianti, tutte da provare. Da un gusto ancora famigliare come il gelato al pistacchio oppure il caffè, fino all’arancia e al croccantino che esalta ancora di più la morbidezza del cuore di babà che contraddistingue la Sfogliacampanella: a chi ama il sapore intramontabile della classica sfogliatella riccia, ma non rinuncia al sapore di una sorpresa, non resta che assaggiare di persona il fortunato incontro tra tradizione e novità, figlio della peculiarità da sempre napoletana, trasformare l’arte di arrangiarsi in bellezza (e, a questo punto, squisitezza). Foto: Marcello Affuso

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Food

La storia e il gusto: O’ cappiell ‘e Pulecenella di Bell e Kavr

Il sole non manca mai in via Portamedina, quando il giorno pulsa in sintonia con il forno di Bell e Kavr, deliziosa pizzeria-rosticceria nel cuore di Napoli. Da una profumatissima pizza margherita (a tutto tondo e a portafoglio) alla semplice marinara, per finire con una succulenta frittatina e un simpatico pignatello ripieno, tra tutte le golosità dolci e salate del pizzaiolo Alessandro Borella, gli amanti dello street food partenopeo non avranno che da scegliere. La specialità è senz’ombra di dubbio “O’ cappiell ‘e Pulecenella“, una pizza tutt’altro che ordinaria: prima fritta e in un secondo momento passata al forno, condita con i più vari ripieni (tanto con ricotta e mortadella quanto col celeberrimo salsiccia e friarielli): una prelibatezza che prende il nome proprio dal cappello della più famosa maschera napoletana e che proprio quel mondo fatto di fantasia e risate richiama. “O’ cappiell ‘e Pulecenella” di Bell e Kavr, il folklore bacia il sapore Il nome di questo delizioso cono ripieno non è di certo stato scelto dal caso: Bell e Kavr si sta infatti attualmente impegnando per la raccolta firme per l’inserimento della maschera di Pulcinella, forse il più famoso simbolo che viene associato alla bella Napoli, nella lista dei beni culturali protetti dell’UNESCO. La storia di questa iniziativa inizia un anno fa e poco più, nel laboratorio dell’artista Lello Esposito, che ha tanto a cuore la storia e la metafora di Pulcinella e altrettanto ha contribuito a farla scoprire e apprezzare in tutto il mondo. Sabato 3 giugno, O’ cappiell ‘e Pulecenella ha incontrato, così come continuerà ad incontrare ogni giorno, le bocche golose degli abitanti del napoletano e gli stomaci dei curiosi che si fanno turisti – anche e soprattutto – delle nostre delizie. Che tutto questo ci ricordi, nella sua semplicità, la sua fragranza unica e inconfondibile, che le cose buone che nascono a Napoli meriterebbero di vivere in ogni dove. Foto: Marcello Affuso

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