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Eroica Fenice

Cinema & Serie tv

Il diavolo troppo uomo poco umano: Lucifer

E se il diavolo travestito da gentiluomo in giacca e cravatta vi chiedesse quale sia il vostro desiderio più recondito, cosa gli rispondereste? Vi lascereste tentare? Troverete la risposta dando un’occhiata a Lucifer, serie tv trasmessa su Fox dal 2016, nonchè trasposizione televisiva dell’omonimo fumetto della Vertigo, scritto da Mike Carey (e nato come “spin-off” del fumetto Sandman). Tra il proibito e la giustizia: il diavolo veste Lucifer Annoiato dalla vita monotona da custode dei dannati, Lucifer Morningstar (interpretato dall’affascinante Tom Ellis), figlio di Dio cacciato dal Paradiso e posto a sorveglianza degli Inferi, fugge dall’aldilà nella scintillante Los Angeles. Insieme alla schiava e consigliera Maze (Lesley-Ann Brandt), apre il locale notturno Lux, abbandonandosi all’alcol e alle belle donne, in balia dei peccati che assicurerebbero l’Inferno a chiunque: certo, tranne chi è riuscito a sfuggirvi. La nuova routine di mondanità e perversioni di Lucifer viene interrotta dalla morte misteriosa di una sua protetta: un affronto che porterà l’angelo caduto dall’intrigante detective Chloe Decker (Lauren German), madre single ed ex moglie del suo capo (e padre di sua figlia), Dan Espinoza (Kevin Alejandro). Lo sguardo di ghiaccio di Chloe ipnotizza il signore del peccato, lo confonde, lo incuriosisce: non c’è uomo e non c’è donna di cui Lucifer non conosca i più intimi desideri e le più basse ambizioni, il potere del demonio è quello di tentare l’umanità con le proprie debolezze. Sono necessari pochi secondi per scambiare uno sguardo con la vittima, e alla domanda “Qual è il tuo più grande desiderio?” ognuno cede consegnando al diavolo l’arma per indurlo in tentazione (e per poi cedervi). Eppure la detective Decker sembra poco incline al proibito, più Lucifer tenta di scrutarle l’anima, più ogni suo tentativo si rivela inutile. Chloe non solo è una fortezza, ma un’arma in grado di ferire l’angelo ribelle: quando la donna è nei paraggi, Lucifer smette di essere la creatura sovrannaturale che niente e nessuno può scalfire e diventa l’uomo debole e mortale di cui dall’alto della sua misticità si è sempre preso gioco. Questo repentino cambiamento non passa inosservato agli occhi dell’Altissimo, che invia sulla Terra il suo primogenito, Amenadiel (David Bryan Woodside), agli antipodi del fratello col suo comportamento devoto alla volontà del padre, col compito di riportare Lucifer all’Inferno. L’angelo ribelle, però, non si smentisce e imperterrito decide di approfondire la conoscenza del suo nuovo lato umano ottenendo il posto come aiutante di Chloe nelle sue indagini. I due svilupperanno un rapporto ogni giorno più forte, ma il diavolo non riuscirà rinnegare il mondo a cui appartiene. Il Lucifer di Tom Ellis ha poco a che fare col mostro rosso e spaventoso che è stato posto a sorvegliare l’Inferno: non è il personaggio biblico temuto dai cattolici, ma un uomo che non conosce umanità, che non ha alcun Dio al di fuori del peccato, che crede nei soldi e nei vizi, che vuole godersi pienamente il tempo concessogli. Tra il crime drama e il fantasy, Lucifer (rinnovata per una terza stagione in arrivo […]

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Cucina & Salute

Scrub naturali: consigli per una pelle liscia e luminosa dopo il sole

Tra il graduale riabituarsi alla routine e l’ostinato rifiuto di dire alle lunghe giornate in spiaggia, ecco qualche consiglio per donare alla vostra pelle il profumo di un nuovo principio senza dire addio al colorito bronzato faticosamente conquistato: il futuro è nello scrub. Scrub fai-da-te: rimedi naturali per la pelle post-tintarella Settembre è il mese dei traumatici “punto e d’accapo”, ma non solo per noi: anche alla nostra pelle mancano il sole e la salsedine, ma non per questo lasceremo la tintarella scolorirsi insieme ai ricordi al bar della spiaggia. In primis, “è una verità universalmente riconosciuta che” esistono tanti tipi diversi di pelle e ognuno di essi richiede un diverso trattamento a seconda dell’obiettivo che s’intende raggiungere. Certo, tante le tipologie di pelle, ma unica è la parola d’ordine se la si vuole fresca e luminosa dopo il sole: idratare, soprattutto per prevenire la comparsa delle odiose pellicine. Esfoliare e nutrire la pelle richiede impegno e pazienza (quanti trattamenti benessere interrotti dopo due giorni?), ma una pelle liscia al tatto e dal colore uniforme ne varrà decisamente la pena. Lo scrub, infatti, è un eccezionale alleato nella rimozione delle cellule morte: esfoliando lo strato superficiale dell’epidermide, dona alla pelle una luce nuova. È una vera e propria medicina disintossicante per la cute, oltre che un massaggio piacevole che aiuta la circolazione. Consigliato, insomma, per coccolare la pelle in ogni stagione, ma tassativamente vietato su eritemi, scottature ed eruzioni cutanee. Rimedi di questo tipo si trovano in farmacia quanto nell’erboristeria di fiducia, ma non sarebbe male pasticciare provando una ricetta per uno scrub fai-da-te, naturale ed economico! In pole position, lo scrub casalingo per eccellenza: due cucchiai di sale (sconsigliato il sale grosso alle pelli delicate, poiché potrebbe graffiarla oltre che arrossarla particolarmente) misti ad un semplice bagnoschiuma da passare sotto la doccia su tutto il corpo. Per il viso, invece, insieme al sale, si propone olio d’oliva e gocce di olio essenziale (i prediletti dopo l’esposizione al sole sono olio di jojoba e olio di lavanda). Chi cerca uno scrub fluido, dalla consistenza simile ad una crema, potrebbe provare una ricetta dolce, composta soltanto da 4 cucchiai di zucchero e 2 di miele: un impasto da passare sotto la doccia sulla pelle bagnata (da asciugare poi e ricoprire con crema idratante). Il miele torna anche insieme all’aloe, tre cucchiaini di bicarbonato e un cucchiaino di burro di cocco o di karitè, per una pelle non solo abbagliante, ma anche incredibilmente profumata. Ancora, una carezza per il corpo è la miscela fatta da miele, farina di cocco e yogurt: segreto di bellezza tutto naturale. Miracoloso è l’olio di mandorle, nutriente e delicato, che mescolato insieme a del miele e a dello zucchero di canna diventa un piacevole scrub per pelli sensibili. Oppure, a chi invece ama sperimentare si consiglia di mischiare qualche cucchiaio di yogurt (in sostituzione del miele) a 4 cucchiai di caffè macinato (un toccasana per favorire la circolazione e drenare i liquidi che spesso sono causa della […]

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Napoli & Dintorni

Meridonare e Ricomincio dai Libri: per chi crede nel Sud

È un girotondo di cultura il Bookmob, una geniale iniziativa pensata e organizzata dall’associazione Librincircolo, un programma di una manciata d’istanti ma che lascia un segno che persiste nel tempo. Partecipare costerà soltanto un pizzico d’inventiva e voglia di fare: basterà, infatti, incartare un libro (che vi sia piaciuto oppure no, con dedica o senza, che porti fortuna o semplicemente un bel ricordo) e portarlo con sé al punto d’incontro. Una volta riunitosi il gruppo, ognuno scambierà il suo pacchetto con quello di un altro, regalerà un libro per riceverne un altro, ovviamente del pari incartato. Una sorpresa, insomma, svelata soltanto all’apertura del pacchetto. L’evento, che nelle passate edizioni ha catturato l’interesse di centinaia di amanti e collezionisti di libri, tornerà in piazza Dante sabato 23 settembre dalle ore 12:00, con un nuovo tema a cui adattare la confezione d’incarto del libro: la festa. Dunque, il Bookmob torna con l’obiettivo di sempre, promuovere la passione per la lettura, ma lo fa con un valore aggiunto, alla fine del flashmob, infatti, i partecipanti potranno lasciare una libera donazione a Meridonare, la piattaforma di crowdfunding (all’italiana, finanziamento collettivo) della Fondazione Banco Napoli, per sostenere la nuova fiera del libro “Ricomincio dai Libri”. Meridonare e le sue iniziative: Ricomincio dai Libri e non solo La fiera, nata nel 2014 e figlia di tre associazioni (La Bottega delle parole, Librincircolo e Arenadiana), non arresta la sua corsa, le prime tre edizioni si sono tenute a San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli, la quarta si terrà, invece, proprio nel capoluogo campano. La sua proposta è quella di essere centro d’attrazione per i talenti della nostra terra, un posto d’incontro per tutti coloro che amano la cultura e credono in essa, per chiunque abbia un’idea da condividere, per editori e autori che vogliono farsi conoscere e giocarsi la carta vincente di un sogno. Ed è esattamente per concretizzare e portare avanti questo tipo di idee che Meridonare è stata creata: “Ricomincio dai Libri” è un lavoro emblematico, ma non di certo l’unico. Meridonare ospita progetti atti a promuovere un territorio, il nostro, dalle inesauribili possibilità e opportunità. Il futuro è nelle arti, nell’espansione della cultura,  un’esperienza che va messa alla portata di tutti. La piattaforma web è rivolta a movimenti, associazioni, imprese sociali e privati cittadini che hanno in cantiere un disegno con finalità sociale “geograficamente localizzato in Campania e in tutto il sud dell’Italia, al fine di ricostruire il senso di appartenenza meridionale”, scrivono gli autori. Si legge ancora, tra i tratti caratteristici della piattaforma, che Meridonare è sia reward-based che donation-based, cioè sostiene, rispettivamente, progetti che prevedono una donazione fronte di una ricompensa e progetti che richiedono invece una semplice donazione. Per essere parte di una così grande spinta creativa basta scegliere sulla piattaforma il progetto da condividere e supportare, per poi vederlo crescere, nella consapevolezza di essere stati goccia in un mare di rinnovamento. Riscopriamo, allora, la nostra voglia di fare, facciamoci portatori sani di cultura, vinciamo insieme l’inerzia con cui […]

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Attualità

Un tragico settembre: i terremoti in Messico

Messico, 19 settembre: a distanza di esattamente trentadue anni dal devastante terremoto del 1985 (magnitudo 8.1 sulla scala Richter, una tragedia dalle oltre 10.000 vittime) la terra trema ancora. Il Messico tra terremoti e rovine La scossa, per di più verificatasi proprio durante un’esercitazione antisismica in occasione del 32° anniversario della catastrofe del 1985, è stata preceduta da un altro terremoto registrato lo scorso 7 settembre intorno alle ore 23.49 (ora locale). Il suo epicentro è stato individuato ad una profondità di 69,7 km nel golfo di Tehuantepec (al largo delle coste del Chiapas) e una magnitudine di 8.2 sulla scala Richter, dunque nettamente superiore alla magnitudo di 7.1 gradi del sisma del successivo martedì 19, con epicentro nei pressi di Atencingo, nello stato di Puebla (a 120 km circa da Città del Messico e a 650 km dal precedente). Il terremoto del 7 settembre (percepito anche in Guatemala e in Honduras) è tra i più forti che la Terra tutta abbia mai avvertito e conta circa 50 000 abitazioni danneggiate e 110 morti. Data l’evidente minaccia rappresentata dall’evento, subito dopo la scossa principale è stata lanciata un’allerta di rischio maremoto, che ha trovato riscontro nelle onde alte fino a tre metri che si sono abbattute sulle coste del Chiapas a pochi minuti di distanza. Nonostante fino al giorno successivo siano state registrate più di 770 scosse di assestamento (di cui la maggiore ha superato i 6 gradi Richter), si esclude che il terremoto del 19 sia una scossa di assestamento del primo, considerata la distanza tra i due epicentri. Seppur di minore intensità rispetto al sisma del 7 settembre, il terremoto di Puebla ha riportato gravi danni del pari inquietanti: il sindaco di Città del Messico annuncia di 245 morti il bilancio delle vittime a livello nazionale. Agenti di sicurezza e volontari scavano senza sosta dagli istanti immediatamente successivi al terremoto dello scorso martedì: cercano anime, cercano reliquie su cui piangere, cercano speranza, cercano chi li smuova da quello che è un incubo vissuto da svegli. Migliaia di cittadini rimasti al buio, senza elettricità, senza casa, senza famiglia. Le fonti dipingono uno scenario apocalittico: dichiarano il crollo parziale dell’Istituto Tecnologico di Monterrey, nel quartiere di Santa Fe nella capitale, la caduta delle torri della Chiesa di Cholula, il cedimento di un ponte lungo l’autostrada tra Città del Messico e Acapulco, la tragica distruzione della scuola Enrique Rebsamen, nella capitale: almeno 36 i morti sotto le macerie della scuola e ancora in corso sono le operazioni di recupero di tre bambini identificati ancora vivi, da portare in salvo. Gli occhi e le mani giunte in preghiera di italiani, americani, inglesi o più semplicemente uomini sono rivolti al Messico perché di fronte a tali disgrazie, che s’incolpi l’imprevedibilità della sorte, la natura maligna o i costruttori di case di cartapesta poco importa. Le lacrime e i messaggi di cordoglio non riporteranno in vita chi a quest’ora avrebbe potuto giocare a carte o chiudere l’ufficio e anche i non-moralisti lo sanno bene, […]

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Culturalmente

Modelle e rivoluzione: il volto della moda che cambia

Diceva Albert Camus che «la rivoluzione consiste nell’amare un uomo che non esiste ancora»: la verità di ogni circostanza, anche (e soprattutto) quando si parla di moda e modelle. Quel cambiamento che tanto spaventa, il nemico che nasce dalla minoranza, da chi non parla, ma sussurra: qualunque cosa voglia esistere e resistere deve cercare il compromesso col nuovo che rompe gli schemi, che cambia le regole del gioco. È la regola aurea della metamorfosi: partire dalla regola per ambire all’eccezione. Il regno in cui il canone è sovrano è ovviamente quello dell’esteriorità, dell’estetica e della bellezza. Le passerelle e i cartelloni pubblicitari vengono riempiti di volti perfettamente simmetrici e corpi statuari, imponendo (perché di imposizione si può parlare ogni volta in cui il bello è ciò che dice la pubblicità e il brutto è tutto quello che ne resta fuori) parametri di valutazione che ci rendono così duri con noi stessi. eAd infondere coraggio agli esclusi, a chi cerca una bellezza più vicina alla propria e a chi ne vuole una che baci ogni diversità, provvedono le modelle della rivoluzione: donne coraggiose, donne della minoranza che fanno forza sul bello più vero che appartiene loro per condividerlo, moltiplicarlo, lasciarlo vivere erodendo gli schemi. La vita, ormai, splende fuori dalla regola, lo schema fa soltanto ombra. La rivoluzione modelle che hanno sfidato gli stereotipi: l’eccezione contro la regola Il faro rappresentato dall’entrata in scena delle modelle curvy non è che la prima pietra di una rivoluzione che sta cambiando il volto della moda dall’interno. Tanto discussa è stata, ad esempio, negli ultimi tempi la figura di Melanie Gaydos, affetta da displasia ectodermica: non una singola malattia, ma un insieme di problematiche fisiche derivanti da anomalie strutturali dell’ectoderma che impediscono la crescita di denti, unghie, cartilagine ed ossa. Melanie è calva (a causa dell’alopecia congenita) e quasi del tutto ciec, ha un viso che di convenzionale ha ben poco: eppure gli scatti dall’atmosfera magica, fantastica, di Eugenio Recuenco e poi la partecipazione al video musicale della band metal Rammstein, “Mein Herz Brennt”, l’hanno introdotta e consacrata proprio in quel mondo di luci e champagne. Seguitissima è stata anche la polemica che ha coinvolto il noto brand di intimo Victoria’s secret e Rain Dove, modella cisgender o, in altre parole, eclettica: una donna che ha saputo adattare i suoi tratti androgini per servizi e sfilate tanto maschili quanto femminili. Dopo aver posato per Vogue, Elle e Vanity Fair, Rain Dove si è sentita definire “troppo mascolina” per gli standard dei sensualissimi angeli di Victoria: un carattere imponente come il suo come avrebbe potuto fermarsi innanzi ad uno stereotipo? Innanzi ad un ostacolo così banale? Sfida, così, il mondo tradizionalista e conservatore della moda ricreando le stesse pose in cui vengono normalmente ritratte le modelle di Victoria’s secret: poco desiderabile le hanno detto, ribelle ha risposto. Come non inserire nell’elenco delle belle della rivolta Chantelle Brown-Young, meglio conosciuta come Winnie Harlow, la modella con la vitiligine protagonista del fortunato spot pubblicitario della Desigual. Attivista e […]

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Recensioni

Le storie e i misteri di Venezia: Theriaca

Un viaggio nella Serenissima Repubblica di Venezia, un’immersione in una città intinta nel passato, un girotondo di misteri e magia: tutto questo è Theriaca. La Venezia di Theriaca, sfondo di storia e favola Edito quest’anno dalla Ferrari Editore, Theriaca (prima uscito come e-book col titolo di La congiura dello speziale) è il secondo libro di Mauro Santomauro, già autore de Il doppio dell’assassino. Che il libro sia a tutti gli effetti un’enciclopedia di interessanti curiosità su Venezia e la sua storia è un elemento che non sfuggirebbe neanche al più distratto lettore: della passione dell’autore per la storia e la letteratura non può non risentirne la sua creatura. Allo stesso modo è difficile non lasciarsi trasportare dai ricordi quando il cuore lo si è perso nei canali della Serenissima: come lo stesso autore ha dichiarato, tanti luoghi ed avventure trascritte nel libro hanno visto lo stesso Santomauro come protagonista. Anche lui proprietario di una farmacia veneziana (poi da lui malvolentieri abbandonata), chiamata Alla Vecchia e al Cedro proprio come quella del libro, e goloso come la sua protagonista, Fedora. Giornalista di professione e amante disillusa dopo l’ennesima bugia del suo uomo, Fedora Milano interrompe le sue ferie e si dirige a Venezia, città a lei già nota, per intervistare il titolare di una storica farmacia della laguna, chiamata appunto Alla Vecchia e al Cedro Imperiale, Niccolò Bellavitiis, che ha attirato su di sé l’attenzione della stampa per aver rinunciato al trasferimento della farmacia sulla terraferma. Il (sorprendentemente) giovane speziale guiderà la giornalista in una regione di racconti e fantasie, di leggende che prendono forma, come quella della Theriaca che dà il nome al libro, l’antidoto ad ogni male e veleno. Sullo sfondo di un’incantata Venezia, Fedora vive un pomeriggio di indimenticabili istanti con Nicolò: il cuore della donna rinasce, l’armonia è destinata ben presto a bruciare. Ed è proprio la sera precedente al viaggio di ritorno di Fedora che le acque della laguna si tingono di rosso: il sangue di una morte costringe la giornalista a prolungare il suo soggiorno. Una sfilata di nuovi personaggi e un quadro di nuovi risvolti porteranno il lettore fino alle ultime pagine del romanzo, dandogli l’opportunità d’indagare tanto sulla spigliata protagonista quanto sulla bellezza di una città dorata, un tesoro orgogliosamente italiano che stende la sua storia su tutto il globo. Questo romanzo, che guarda al documentario, non è tenuto su da un’unica linea temporale: le digressioni calano il lettore nel mistero e lo trasportano in un viaggio in al buio, in un tunnel tra un XVI secolo passato e un XXI presente. Una dimensione nuova, insomma, tra la storia e la favola, che apre gli occhi sulla minuzia, sulla curiosità che non si trova nelle brochure di viaggi fantastici, sull’arte e sulla vita a portata di mano (o di cuore). La città raccontata da Mauro Santomauro in un crescendo di dettagli ed enigmi prende le forme della speranza, è un tempio che cura, una meta da cui ricominciare. “Meretrice per sopravvivere è costretta ad […]

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Culturalmente

Colori d’artista: uno studio cromatico

En plein air o tra le mura di uno studio, l’artista con la sua tavolozza di colori è un laboratorio itinerante: non c’è quadro che non abbia racchiuso in sé, nei quattro angoli di cornice, un attento studio cromatico, un girare e rigirare di geometrie e pensieri. È innegabile che il colore giochi un ruolo fondamentale in quel tutto, nella somma di dettagli che chiamiamo arte, così come va evidenziato con penna e pennarello che l’innovazione, molte volte, abita proprio nella prassi, in un’abitudine che vede la tinta prima della linea, nella convinzione che il colore dica tanto, quasi tutto, di un’emozione che si vuole tramandare alla vista dell’opera. Il colore che sta al significato come il disegno sta al significante. Da chi usa il colore per ricreare la luce e il buio come Caravaggio, a chi come Picasso lo usa come emblema di cambiamenti (si pensi al periodo blu e al periodo rosa): che vada reso il giusto onore a chi ha scelto l’istinto e lo ha fuso con la ricerca, a chi si è contraddistinto per aver messo il cuore in quella tavolozza di colori. Colori come specchi La storia dell’arte ha conosciuto pochi geni che abbiano saputo fondersi totalmente con le proprie opere, privando la propria carne di pezzi poi trasferiti alla propria creatura: pochi artisti, pochi uomini come Vincent Van Gogh. L’uso del colore è, nelle sue opere, indicativo del suo sentire, è l’esasperazione di un malessere, è portare il dolore fuori, è strapparlo via. Non a caso incorona sovrano il giallo cromo (perché a base di cromato di piombo), non un colore, ma la sfumatura di un’anima. Sono stati, inoltre, avviati studi recenti per ripristinare l’originale lucentezza del giallo tanto amato da Van Gogh, un pigmento instabile quanto il suo “custode”, un giallo che col tempo tende ad imbrunirsi, a perdere quella brillantezza che accecava ogni sguardo. Non una predilezione, ma un’ossessione, l’espressione più intima del suo modo di percepire il mondo. Una visione distorta, specchio dell’instabilità che lo contraddistinse: non si è mai omesso l’abuso che l’artista faceva di assenzio, un vizio che lo ha maledetto provocandogli danni al sistema nervoso, con conseguenti allucinazioni e xantopia, la visione gialla degli oggetti bianchi, un’alterata percezione dei colori che Van Gogh rigetta sui suoi quadri rappresentando ciò vede, filtrato da una disgrazia reale. Il colore della luce, del fuoco del sole che brucia lontano, un’accesa vitalità, una corsa in un’auto senza freni, e poi, lo schianto. La nevrosi dell’affascinante Vincent è nei suoi celebri Girasoli, nel Campo di grano con corvi, nella Casa gialla che comprò ad Arles per dar vita ad una comunità di artisti a cui veniva richiesto, semplicemente, di assumersi la responsabilità di amare l’arte. Se si dovesse esprimere, invece, la sensualità con un colore, la maggioranza delle preferenze cadrebbe senza dubbio sul rosso. Un colore caldo, che rapisce, accoglie, come sa bene Tiziano Vecellio, pittore cinquecentesco associato ad una ben precisa tonalità di rosso: il rosso Tiziano. Immediato è il collegamento con […]

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Cinema & Serie tv

Una telenovela vestita da serie tv: Jane the virgin

Basata sulla telenovela venezuelana Juana la virgen, Jane the virgin, serie televisiva statunitense trasmessa su The CW (in Italia, invece, è la Rai ad aver mandato in onda la prima stagione), non tradisce le sue origine. Jane the virgin è una storia che non teme il confronto con l’assurdo Poco più di vent’anni e il sogno di scrivere un romanzo di successo, Jane Gloriana Villanueva (Gina Rodriguez) è la protagonista di una travolgente storia a metà tra l’assurdo e il comico, la terza strada tra la telenovela e la serie comedy. Figlia di Xiomara “Xo” Villanueva (Andrea Navedo), rimasta incinta ad appena sedici anni, ha in comune con la madre il colore scuro di capelli e, si direbbe, nulla più: l’una (la figlia) matura, giudiziosa, asso dell’ordine e delle decisioni ponderate, l’altra (sì, la madre) impulsiva, spirito libero e passionale. Mediatrice e collante di questa famiglia tutta al femminile, nonna Alba (Ivonne Coll), bigotta e altamente devota, che ammonisce Jane sin da bambina e le raccomanda di preservare la sua verginità fino al matrimonio, secondo quanto la religione prescrive: un consiglio tanto autoritario da portare Jane ad arrivare ai vent’anni ancora candida e pura. Svelato il senso del titolo? Non ancora. Ci sono altre figure importanti nella vita (tutt’altro che monotona) di Jane: l’amato e amabile fidanzato detective, Michael Cordero, e l’attore protagonista della telenovela preferita dalle donne Villanueva, Rogelio de la Vega, che si scoprirà essere più vicino a Jane di quanto la ragazza e gli spettatori potessero immaginare. Il fulmine a ciel sereno che sconvolgerà la vita tranquilla di Jane arriverà, però, con l’entrata in scena di Rafael Solano, bello e ricco gestore dell’hotel in cui la ragazza lavora come cameriera. Durante un visita di controllo, la ginecologa Luisa, sorella di Rafael, insemina per sbaglio Jane con l’ultima provetta superstite dello sperma del fratello, conservato dopo che gli venne diagnosticato un cancro e destinato alla fidanzata dell’imprenditore, Petra. Dopo aver scoperto l’irreversibile errore della distratta dottoressa, Jane decide di portare avanti la gravidanza: insomma, una vergine incinta. Il paradosso diventa la storia raccontata da un onnisciente narratore (forse Dio? Forse il futuro?) e ogni puntata è un capitolo fatto di un susseguirsi di improbabili coincidenze. Con non poche difficoltà derivanti dall’antico flirt avuto con Rafael e la sempre più instabile relazione con Michael, la vicenda di Jane si snoda e riannoda in ombre dal passato e progetti per il futuro: in Jane the virgin è impossibile aspettarsi o prevedere qualunque cosa. Jane the virgin è una carta vincente perché non teme il confronto con l’assurdo, non vuole ostinatamente allontanarsi dal genere della telenovela, non rinnega anzi gioca sulle stravaganze e le mille improbabili versioni di un racconto che non è fantasia, ma il disegno di un destino che esagera e che, mettendoci alla prova, ci fa divertire. E non smetterà di farlo con questa paradossale telenovela vestita da serie tv che, appena conclusa la sua terza stagione, è stata rinnovata per una quarta.  

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Libri

Una biografia di Emily Dickinson: Come un fucile carico

A fine giornata, spesso e volentieri, i volumi biografici e autobiografici sono quelli che restano soli sugli scaffali delle librerie, perché associati all’idea di storie infinite di trascurabili elementi: Come un fucile carico. La vita di Emily Dickinson è decisamente uno dei libri in grado di capovolgere questa prospettiva. Scritta da Lyndall Gordon e tradotta in lingua italiana da Marilena Renda, questa biografia di Emily Dickinson, edita da Fazi Editore, è un viaggio fatto di tanta umanità e altrettanto genio tra le vene di uno dei più grandi nomi che la poesia inglese abbia mai conosciuto. Ha la forma e la scorrevolezza di un romanzo, è un racconto di affetti, disagi, tradimenti e istinto, dove la storia di un personaggio perfettamente s’intreccia con quella di un altro, un binario unico sotto al quale crescono soltanto fiori, è una finestra che si apre su tutto quello che le parole non dicono. Come un fucile carico sfata un mito e crea una storia “Una parola muore / quando è detta, / dice qualcuno. / Io dico che proprio / quel giorno / comincia a vivere.” Come nasce una poesia? È un seme complicato da comprendere, ma che tanto dice del suo fiore: non c’è poeta che non metta almeno una briciola di se stesso in ciò che scrive, e non c’è poesia che non racconti almeno in un verso del suo poeta. La Dickinson e la sua storia, raccontate da uno sguardo nuovo in Come un fucile carico, non fanno eccezione. La letteratura ci ha consegnato il ritratto di una poetessa dai tratti indeboliti dal disinganno, le sue poesie parlano con la voce di una malinconia stanca, con le corde di una donna che alla vita deve averci creduto tanto e poi, all’improvviso, non più. Sarebbe un errore, però, credere che la poesia sia frutto di un processo tutto interno, indipendente da quanto proviene dall’esterno, da ciò che c’è intorno. La biografia tracciata da Lyndall Gordon è il più calzante esempio di quanti possano essere i punti di luce ed ombra da cui un poeta trae linfa vitale. Dal rapporto col fratello alla scoperta della sua infedeltà, dalle mura di cui la sua famiglia si è circondata agli infiniti spazi assaggiati con la scoperta del cuore: tutto questo è la poesia di Emliy Dickinson, tutto questo è stato per lei vita e arte. Come un fucile carico, perché questo è il cuore di una poetessa, questo è l’anima di Emily Dickinson: un’arma che spaventa, ma che male non fa.

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Food

La Sfogliacampanella, tra tradizione e originalità

L’arte della sfogliatella richiede un talento da pochi, è una tecnica antica gelosamente custodita dai napoletani: mai avidi, però, in quanto le permettono di girare l’Italia, farsi conoscere ed amare, in ogni sua veste, dalla classica frolla alla prelibata Sfogliacampanella. Da un’idea di Vincenzo Ferrieri, vive la storia di una riuscita variante della sfogliatella: la Sfogliacampanella, così chiamata proprio per la forma che ricorda quella di una campana, si presenta come una sfogliata riccia all’esterno, ma ripiena all’interno di un gustoso segreto da svelare. Dal punto vendita  “show cooking“ di Sfogliate lab sito in via San Biagio dei Librai, si può assistere dal vivo alla preparazione della Sfogliacampanella che si sceglie di gustare. Qual è allora la specialità di questa bontà da scoprire? Com’è fatta la Sfogliacampanella? Dopo aver diviso il pesante blocco di impasto in tanti più piccoli pezzi, li si lavora per poi posizionarli sui coni convessi d’acciaio, che daranno l’inconfondibile forma alla Sfogliacampanella. Basteranno appena 15 minuti di cottura perché la gustosa campana sia pronta per essere impreziosita con i più dolci condimenti. L’interno della particolare sfogliatella è interamente ricoperto di finissimo cioccolato, che alla perfezione si sposa con la croccantezza della sfoglia (caratteristica che distingue la riccia dalla ben più morbida frolla) e altrettanto armoniosamente si fonde con un altro ingrediente: una squisita crema di ricotta che fa viaggiare chi l’assaggia fino all’isola del cannolo. Si torna poi ad un sapore tutto partenopeo con il protagonista tanto atteso delle tavole della domenica napoletana: ad attendere il palato, c’è proprio, infatti, un piccolissimo babà che si lascia avvolgere nella raffinata crema di ricotta. (Penultimo) tocco d’artista è una punta di cioccolato, che chiude la base della dolce campanella, ora pronta per la decorazione finale con altra cioccolata fusa fatta colare sulla punta più alta della Sfogliacampanella. Una spolverata di zucchero a velo e la golosità di casa Ferrieri è pronta per essere servita. Innanzi alla vetrina la scelta è ardua: al di là della classica con ricotta e cioccolato, la Sfogliacampanella si presenta ai suoi ammiratori in una molteplicità di varianti, tutte da provare. Da un gusto ancora famigliare come il gelato al pistacchio oppure il caffè, fino all’arancia e al croccantino che esalta ancora di più la morbidezza del cuore di babà che contraddistingue la Sfogliacampanella: a chi ama il sapore intramontabile della classica sfogliatella riccia, ma non rinuncia al sapore di una sorpresa, non resta che assaggiare di persona il fortunato incontro tra tradizione e novità, figlio della peculiarità da sempre napoletana, trasformare l’arte di arrangiarsi in bellezza (e, a questo punto, squisitezza). Foto: Marcello Affuso

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Food

La storia e il gusto: O’ cappiell ‘e Pulecenella di Bell e Kavr

Il sole non manca mai in via Portamedina, quando il giorno pulsa in sintonia con il forno di Bell e Kavr, deliziosa pizzeria-rosticceria nel cuore di Napoli. Da una profumatissima pizza margherita (a tutto tondo e a portafoglio) alla semplice marinara, per finire con una succulenta frittatina e un simpatico pignatello ripieno, tra tutte le golosità dolci e salate del pizzaiolo Alessandro Borella, gli amanti dello street food partenopeo non avranno che da scegliere. La specialità è senz’ombra di dubbio “O’ cappiell ‘e Pulecenella“, una pizza tutt’altro che ordinaria: prima fritta e in un secondo momento passata al forno, condita con i più vari ripieni (tanto con ricotta e mortadella quanto col celeberrimo salsiccia e friarielli): una prelibatezza che prende il nome proprio dal cappello della più famosa maschera napoletana e che proprio quel mondo fatto di fantasia e risate richiama. “O’ cappiell ‘e Pulecenella” di Bell e Kavr, il folklore bacia il sapore Il nome di questo delizioso cono ripieno non è di certo stato scelto dal caso: Bell e Kavr si sta infatti attualmente impegnando per la raccolta firme per l’inserimento della maschera di Pulcinella, forse il più famoso simbolo che viene associato alla bella Napoli, nella lista dei beni culturali protetti dell’UNESCO. La storia di questa iniziativa inizia un anno fa e poco più, nel laboratorio dell’artista Lello Esposito, che ha tanto a cuore la storia e la metafora di Pulcinella e altrettanto ha contribuito a farla scoprire e apprezzare in tutto il mondo. Sabato 3 giugno, O’ cappiell ‘e Pulecenella ha incontrato, così come continuerà ad incontrare ogni giorno, le bocche golose degli abitanti del napoletano e gli stomaci dei curiosi che si fanno turisti – anche e soprattutto – delle nostre delizie. Che tutto questo ci ricordi, nella sua semplicità, la sua fragranza unica e inconfondibile, che le cose buone che nascono a Napoli meriterebbero di vivere in ogni dove. Foto: Marcello Affuso

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Cinema & Serie tv

Genesi di un simpatico genio: in arrivo Young Sheldon

Esistono due tipi di fans della rinomata sitcom statunitense The Big Bang Theory: chi è irrimediabilmente pazzo di Sheldon Cooper, e chi mente! Lo scienziato dallo stellare quoziente intellettivo è entrato nei cuori degli spettatori sin dalla puntata pilota e, tra un “bazinga!” e l’altro, non li ha mai abbandonati; al punto da portare l’ideatore della serie, Chuck Lorre, in collaborazione (tra gli altri) con Jim Parsons (l’attore che presta il volto al dottor Sheldon Cooper) a produrre uno spin-off sull’iconico personaggio: Young Sheldon. Rilasciato il primo trailer di Young Sheldon: trama e prima occhiata al cast “Every legend has a beginnig”: si legge durante il promo rilasciato il 18 maggio sulla pagina facebook della nuova serie tv, e il genio strambo star di Big Bang Theory non fa eccezione. Young Sheldon, che andrà in onda il prossimo autunno sulla CBS (la stessa rete della “serie madre”), esplora l’infanzia del personaggio che abbiamo imparato a conoscere già più che ventenne. Protagonista è, infatti, un giovanissimo Sheldon di appena nove anni e un’intelligenza abbondantemente superiore alla media: un bambino prodigio che verrà, per le sue straordinarie capacità, spedito direttamente dalle scuole elementari all’ultimo anno delle medie. Siamo in una tranquilla cittadina dell’East Texas, nel 1989, quando il piccolo Sheldon dovrà imparare a tenere a freno la lingua e contenere la sua vena di acuto osservatore se vorrà sopravvivere tra le classi e corridoi di una scuola di predatori ben più grandi di lui. La nuova sitcom dirà tanto anche sulla famiglia del futuro fisico teorico, più volte nominata e comparsa a sorpresa nel corso delle dieci stagioni di The Big Bang Theory: Sheldon ha due fratelli, George, dal quale è e sempre sarà caratterialmente molto distante, e la prepotente gemella (si badi, eterozigote) Missy, che diverrà poi la donna attraente che farà perdere la testa agli amici Leonard, Raj e Howard. Se la serie rappresenta anche l’opportunità di conoscere l’amato padre che Sheldon perderà a soli 14 anni, figura imprescindibile resta la madre, donna semplice e fortemente credente, che non sarà più interpretata da Laurie Metcalfe come nella serie principale, bensì da sua figlia, Zoe Perry, che saprà ben rendere giustizia all’idea che ci siamo fatti della necessariamente paziente signora Cooper. Ovviamente però, indiscutibile star della serie sarà proprio il Young Sheldon del titolo, che porta il volto (e il papillon) dell’adorabile Iain Armitage, già visto in Big Little Lies. La serie si preannuncia coperta dallo stesso velo di spensieratezza che ha reso vincente la formula di The Big Bang Theory: trattare con una brillante leggerezza la psicologia e i momenti degli uomini, si sa, non è da tutti, ma da un cast e una trama di questo tipo ci aspettiamo, ogni giovedì a partire da questo settembre, venti minuti di sorrisi e risate, in sottofondo e non solo.  

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Cucina & Salute

SnapFood: la community per foodlovers e foodbloggers

Interamente e orgogliosamente italiana è l’applicazione di ultim’ordine che ha già conquistato gli smartphone-addicted di tutto il mondo: SnapFood. Quando l’amore per la buona (e bella) cucina incontra la voglia di condividere le prelibatezze che hanno lasciato il segno, nasce un’intesa che non può che avere la fortuna che merita nell’era digitalissima di cui siamo protagonisti. Diranno i sostenitori del buon vecchio passaparola che ci sono cose che uno schermo non può sostituire (l’odore della pasta al forno, ad esempio) e che iniziative di questo tipo, più che novità da sperimentare, appaiono come un’ulteriore forzatura verso una realtà tutta hi-tech. Eppure, non si conta il numero di giovani e non, che, nella sala di un ristorante o ai tavolini di una pasticceria, chinerà lo sguardo e si assenterà per qualche secondo, per il tempo necessario a scattare una foto della pietanza preparata a puntino, per poi inviarla all’amico affamato con annesso il sarcastico e intramontabile “buon appetito”. SnapFood: scatta, assaggia e condividi! Perché non creare, allora, una vera e propria community che possa andare oltre la semplice condivisione di un piatto preparato ad arte? È questa l’idea da cui nasce SnapFood, una guida scritta dalle esperienze gastronomiche dei suoi utenti, un menù virtuale e in costante aggiornamento che offre nomi e luoghi delle delizie migliori sul mercato. “Scatta, assaggia e condividi i piatti più buoni in circolazione!”, recita lo slogan dell’applicazione, già disponibile su iOS e Android: da poco scaricabile gratuitamente su App Store e Play Store, SnapFood ha già ottenuto più di 10.000 downoload. L’applicazione è anche semplicissima da usare: basta fotografare il piatto ordinato, assegnargli un voto e condividerlo sul proprio profilo. Così come è possibile cercare sulla piattaforma il piatto perfetto da gustare, una ricerca, per di più, che è possibile fare in base al luogo dove si preferisce mangiare, al tipo di cucina di cui si ha voglia o bisogno, al prezzo pagato e così via. Grazie alle “prova fotografica” allegata dai recensori, diminuirà notevolmente la possibilità di imbattersi una spiacevole sorpresa anni luce lontana dall’idea prospettata dal menù! Se davvero indispensabile è diventato fotografare e postare il #foodporn da mille likes, tanto vale mettere a disposizione la propria esperienza gastronomica e migliorare quella degli altri! Addio spaghetti allo scoglio dal sapore di pasta al tonno, benvenuto SnapFood.          

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Napoli & Dintorni

Peccatori di gola a raccolta: International street food arriva a Napoli

Il paradiso dei golosi visita piazza Garibaldi: International street food fa tappa a Napoli. Da venerdì 5 maggio a domenica 7, lo spazio antistante la stazione centrale è diventato una passerella di delizie da percorrere tutta (e gratuitamente). Da un’idea di Alfredo Orofino Produzioni e Level Up, nasce l’International street food, un’esperienza, più che un evento, dedicata a tutti, ghiotti e non, amanti della cucina o semplicemente curiosi desiderosi di passare una giornata o una serata diversa dalla solita passeggiata post-pizzeria. Spettacoli, dj set e più di 30 operatori organizzati in tantissimi stand che vanno dalla cucina italiana fino a quella europea ed internazionale hanno riempito piazza Garibaldi e pance cupide! International street food: tra golosità e tradizione Lo street food (il “cibo da strada”) è molto più che la suprema salvezza per uno stomaco che brontola quando le interminabili file ai ristoranti minacciano di lasciarti a bocca asciutta: è una viva connessione alla cultura e alla storia di chi cucina. Un passato che viaggia e fa il giro del mondo, basti pensare all’encomiabile pizza napoletana che non è affatto difficile reperire in una qualunque regione d’Italia tanto quanto in un qualunque stato dell’America settentrionale, oppure al kebab nativo della Turchia che migliaia di italiani scelgono come prelibatezza da sabato sera. È questa l’idea alla base dell’evento che ha scelto come tappa anche la bella Napoli, alla quale, si sa, l’inventiva e la tradizione in cucina non manca: proporre un vero e proprio percorso tra sapori tipici provenienti da ogni dove. Tra un arancino siciliano o un “cuoppo” di olive all’ascolana, tra la birra sarda che s’accompagna alla carne che ancora cuoce sulla griglia, tra lo yogurt greco o un tartufo al cocco, tra patatine fritte sullo stecco oppure nachos fragranti, tra la sfogliatella napoletana e la cassatina siciliana, cosa scegliere? E in effetti, perché scegliere? Insomma, tra dolce e salato, piccante e aromatico, c’è soltanto da assecondare l’acquolina e soddisfare il palato. Incrociamo le dita e sollecitiamo l’appetito: speriamo che il successo riscontrato e l’accoglienza ricevuta faccia ricominciare l’anno prossimo questo tour di bontà!  

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Libri

Basil: storia di passione e provocazione che viene dall’800

Edito per la prima volta nell’aprile del 2017 da Fazi Editore, Basil è un libro scritto da Wilkie Collins nel lontano 1852, che leggiamo oggi nella traduzione di Alessandra Tubertini. Basil e il suo papà: chi è Wilkie Collins Raro è aver sentito il nome di Wilkie Collins viaggiare da solo: ben più frequentemente è stato accompagnato da quello del decisamente più popolare Charles Dickens. Collins è stato il più caro amico del Dickens di Oliver Twist e David Copperfield, nonché affermato scrittore del suo tempo e al contempo condannato all’ombra dell’imponente amico. Di padre paesaggista, Wilkie William Collins vive nell’Inghilterra dell’Ottocento tentando una carriera nel commercio, prima, e gli studi di legge, poi: soltanto qualche tempo dopo scoprirà nella scrittura la sua vera vocazione. Di Collins conosciamo più di una ventina di romanzi, soprattutto gialli (viene, infatti, annoverato tra i padri fondatori del romanzo poliziesco) tra cui spiccano titoli come La donna in bianco, La Pietra di Luna e La legge e la signora. Basil e l’amore che osa tra convenzioni e passione “Mi accingo a raccontare la storia di un errore, innocente all’inizio, colpevole nella sua evoluzione, fatale nei risultati”, recitano le prime righe del romanzo. Il Basil del titolo è il narratore del romanzo, figlio di una famiglia aristocratica, politicamente impegnata e ben nota alla casta più alta e facoltosa del secolo. Tuttavia, pur essendo il secondogenito (dunque non essendo riposte sul suo capo tutte le aspettative paterne, lavorative e non), le ambizioni di Basil non incontravano gli orientamenti del padre, che mai padre fu per lui: tutt’al più un despota, un rigido educatore che sembrava addolcirsi solo nei confronti della sorella minore di Basil, Clara (incarnazione della dolcezza di nome e di fatto). Il desiderio più acceso del protagonista “non era di diventare un nome in parlamento, ma un nome nella letteratura”: la penna di Basil correva ovunque ci fosse da scrutare e raccontare, qualunque studio o storia potesse soddisfare questa sua imponente inclinazione diveniva la strada su cui correre. Ed è con l’inchiostro che Basil compie l’atto che avrebbe trasformato la sua vita così ordinaria e, a tratti, sacrificata, in una passione straordinaria. Durante un breve viaggio su un omnibus per spostarsi nella City di metà ottocento (già incontrollabile metropoli), Basil incontra la donna che gli incanterà anima e certezze. Incredibile la minuzia con cui il protagonista, attraverso l’occhio attento di uno scrittore come Wilkie Collins, descrive i tratti del viso della giovane, coperto in un primo momento da un velo (“Il velo! Quanto poco nasconde di una donna, quando un uomo l’ama davvero”), che riesce a scorgere nei pochi minuti di tratta. A lungo Basil si tormenterà, prima di accettare l’ingestibile sentimento nato in lui senza preavviso alcuno ed iniziare a cercare la ragazza che lo aveva stregato. Il cuore e l’intuito fanno squadra vincente in Basil, che trova poco dopo la fanciulla dell’omnibus: il suo nome è Margaret, figlia di un conosciuto mercante di stoffe. Alla scintilla di un amore si sostituisce l’inquietudine: […]

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Teatro

L’arte di essere fragili e il lusso di sognare: D’Avenia al Teatro Diana

L’arte di essere fragili: un’arte che parla di astri e sogni, quella portata sul palco del Teatro Diana di Napoli da Alessandro D’Avenia, in primis professore al liceo di letteratura e poi scrittore palermitano, autore di romanzi in poco tempo divenuti best-sellers, si ricordi Bianca come il latte, rossa come il sangue, Cose che nessuno sa e Ciò che inferno non è. L’arte di essere fragili (“Come Leopardi può salvarti la vita“ si legge nel sottotitolo) è un libro edito dalla Mondadori, pubblicato alla fine di ottobre 2016, poi cresciuto fino a diventare uno spettacolo teatrale che viaggia per la penisola regalando, a chi riesce ad assicurarsi una poltroncina a teatro, l’occasione di credere, avere fede nei desideri. Sul palcoscenico è stata ricreata un’aula a pochi minuti dal suono della prima campanella: sono gli alunni del liceo napoletano Giuseppe Mazzini che siedono tra i banchi che fanno scenografia. C’è chi si scatta un selfie e chi scambia due chiacchere con la bella ragazzina del secondo banco, volano aeroplanini di carta fatti con le pagine dei quaderni, volano sguardi alla platea e guance rosse. Tutti pronti ad una lezione di vita. L’arte di essere fragili, la bellezza di essere luce Come in un quadro di Caravaggio, protagonista è stata la luce, quella che scorre dagli occhi e bagna la vita: è stata emozione, è stata questione di parole che attraversano la carne e arrivano dritte a chi di dovere, al signor cuore. Cuore. Parola mai banale: il petto come figura retorica del luogo del sentire, dove non c’è caos da temere perché tutto è disordine. Certezza non è mai sicurezza. Bisogna mettersi in pericolo per essere presenti, per avere una storia in cui raccontarsi, per avere sbagli in cui riconoscersi. “Proprio il pessimista Leopardi” esagerava ironicamente D’Avenia dal palco: proprio lui si è fatto creatore d’incanti, ha imitato lo stesso Dio in cui poco credeva per rendere bellezza un dolore che conta, un’amarezza che ha il sapore del gelato, per così dire. L’arte di essere fragili è l’Odissea di un’anima che non ha vissuto il grande amore né seguito la brillante carriera: è la storia di un uomo geniale che non ha mai piegato il suo estro alle convenzioni, un’anima alla quale i libri di letteratura non sempre rendono giustizia. Leopardi è qualcosa in più del pessimismo in tre fasi, è un libro che ha le sue parti più belle tra le righe – spiega D’Avenia col cuore (e un’agendina rossa) in mano. Leopardi è la bellezza che non si arrende, è l’incarnazione del desiderio: de-sidero, dal latino sidus, “stella”, secondo l’interpretazione prevalente, desiderare significherebbe allontanare lo sguardo dalle stelle, sentirsi perso e, di conseguenza, sognare di ritrovarsi. Sogno: così vicino a desiderio, fratello, sinonimo, al punto da confondersi, al punto da chiedergli in prestito il significato per parlare di sé. È la storia dell’essere presenti, del vivere dimenticando il tempo degli orologi, seguendo il ticchettio di una vocazione, una luce. L’arte di essere fragili… e preziosi Napoli è stata un miracolo per un Leopardi […]

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Attualità

Cecenia: la tortura degli omossessuali nei campi di prigionia figli del XXI secolo

Titoli e pagine di giornale delle ultime settimane dipingono tempi in cui si fa fatica a credere in un sempre più ideale rispetto verso l’altro, nella stessa tolleranza che – si è detto – avrebbe potuto salvare il mondo: l’ultimo orrore ha luogo in Cecenia, dove centinaia di omosessuali (o presunti tali) sono stati torturati e uccisi in veri e propri centri di detenzione. No, non è la trama di un film di guerra e apocalisse, non c’è finzione scenica su cui cullarsi né schermo televisivo da poter spegnere. Incubo in Cecenia: torna l’orrore dei campi di prigionia A diffondere la notizia è stato il quotidiano indipendente russo Novaya Gazeta, che denuncia: “Cento uomini gay scomparsi in Cecenia“. Teatro di una delle più preoccupanti manifestazioni di intolleranza degli ultimi anni è un campo di prigionia ad Argun, a pochi chilometri dalla capitale Groznyj. Il periodico russo ha raccolto le testimonianze di alcuni fuggitivi, sopravvissuti a quell’incubo senza risveglio: “Ci picchiavano con dei tubi. Sempre sotto la vita. Ci dicevano che siamo cani che non meritano di vivere”. Hanno raccontato di essere stati ammassati a gruppi di 30 e più persone in un’unica stanza, torturati con l’elettroshock, frustati e seviziati. Si parla circa quanto avviene all’interno di queste prigioni di un programma di purificazione sessuale dal quale ci si salva soltanto fuggendo via. In tanti già sul finire del mese scorso hanno chiesto di lasciare la regione, mentre Novaya Gazeta scrive anche di alcune famiglie che si sono ritrovate costrette a vedere i propri beni pur di raccogliere il denaro sufficiente a corrompere gli agenti e ad assicurare la libertà ai propri parenti. Da precisare è che non tutti hanno potuto far ricorso a questa possibilità. Non tutti sono fuggiti; non tutti ce l’hanno fatta: il numero di morti ammonterebbe già a tre. La persecuzione affonderebbe le sue radici al momento dell’arresto di un uomo per possesso di stupefacenti: sarebbe stato rinvenuto sul suo cellulare del materiale pornografico rivelatore della sua omosessualità, nonché un elenco di contatti di presunti omosessuali, ai quali le autorità sono risalite grazie al cellulare sequestrato. È stata così attivata una reazione a catena culminata in un massiccio fermo di omosessuali: chiunque venisse associato a quella rete di contatti veniva fermato e perquisito dagli agenti di polizia per permettere alle forze dell’ordine di recuperare indizi utili a scovare altri “simili”. Una seconda operazione sarebbe scattata invece dopo la richiesta di un gruppo di attivisti (facenti capo alla comunità di GayRussia.ru) di organizzare una serie di gay prides nelle più grandi località del Caucaso settentrionale a prevalenza musulmana, tra cui anche la stessa Cecenia. Strategia questa che avrebbe consentito agli attivisti di ricorrere alla Corte Europea per i diritti dell’uomo in caso di diniego dell’autorizzazione da parte delle autorità. I permessi sono stati, infatti, prevedibilmente negati, ma impronosticabile è stata invece la reazione dello Stato, che ha represso questa e simili iniziative nel più selvaggio dei modi: attentando alla vita. Reazioni e risposte all’orrore in Cecenia Oltre alla […]

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