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Eroica Fenice

Teatro

La nuova stagione del Teatro Stabile 2018-2019 presentata al Mercadante

Nell’elegantissima cornice del Teatro Mercadante si è tenuta la conferenza stampa per la presentazione della  nuova stagione del Teatro Stabile di Napoli. Il presidente Filippo Patroni Griffi e il direttore artistico Luca De Fusco hanno interagito con pubblico e artisti al fine di illustrare il prossimo ricco tabellone teatrale, all’insegna di proposte che variano dai classici fino ad arrivare ai contemporanei, passando attraverso la danza. I grandi successi del Teatro Stabile di Napoli Il presidente ha espresso con orgoglio la riconferma del primato del Teatro Stabile a Teatro Nazionale, tra i più importanti nel Mezzogiorno d’Italia. In un momento politico davvero difficile, la cultura deve essere la risposta a qualsiasi domanda: “Siamo pronti a valorizzare l’offerta, ricca e diversificata, della nuova stagione teatrale” ha affermato Filippo Patroni Griffi. Nonostante le numerose difficoltà economiche, dettate soprattutto da uno scarso finanziamento della regione, lo Stabile ha saputo destreggiarsi con le proprie risorse e passare dal sedicesimo al sesto posto nella lista dei più importanti teatri italiani. La nuova stagione teatrale non vede protagonisti solo i classici della grande letteratura e del grande teatro, ma si distingue anche e soprattutto per l’impronta napoletana dei suoi spettacoli: ancora una volta è la città la vera protagonista della scena culturale, declinata in tutte le sue diverse sfaccettature. Ma non solo. Il vero tentativo è quello di riuscire a coniugare la realtà cittadina con le realtà esterne. Di conseguenza, importare ed esportare sono termini chiave, volti a instaurare un dialogo ininterrotto tra il fuori e il dentro, tra Napoli e Italia (e addirittura estero!). È dunque necessario mettere in risalto ciò che di positivamente rilevante accade in una città così contraddittoria come Napoli e non scegliere solamente di raccontare gli accadimenti nefasti del presente, come ha affermato lo stesso direttore. Ancora una volta, infatti, il teatro si è confermato tra i migliori per offerta in Campania e in Italia soprattutto. L’orgoglio per un primato così importante come quello del Teatro Stabile è assolutamente lecito se immerso all’interno di una situazione problematica come talvolta può apparire quella della città. Durante la conferenza, inoltre, si sono toccati altri temi importantissimi come quello della scuola teatrale del Mercadante. Nata sotto il segno della famiglia De Filippo, continuerà a operare sul territorio, assicurano Griffi e De Fusco, malgrado le numerose difficoltà. Anche la scelta di inserire nel cartellone spettacoli di danza, settore in lento decadimento in Italia, rappresenta una precisa volontà: quella di gettare un’ancora di salvataggio a un tipo di intrattenimento che predilige le emozioni e non l’intelletto. La programmazione della nuova stagione del Teatro Stabile Il direttore Luca De Fusco ha asserito: “Abbiamo cercato di far coincidere la conferma a Teatro Nazionale con un cartellone particolarmente gioioso. Uso questo termine non perché presentiamo solo spettacoli divertenti: sarebbe contrario alla stessa filosofia di un teatro pubblico. La gioia di cui parlo è quella dell’amore per il teatro, perché in questa stagione non c’è genere teatrale o linguaggio scenico che venga trascurata“. Al Mercadante: 24 ottobre-11 novembre 2018 : Salomé di Oscar Wilde, […]

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Libri

Dietro anime d’inchiostro di Marco Chiaravalle, tra sogno e realtà

Presso la libreria Raffaello sabato 14 aprile si è tenuta la presentazione del libro Dietro anime d’inchiostro, edito da La strada per Babilonia, con la partecipazione di Ida Basile, scrittrice del blog ReadEat – Libri da mangiare e Marilena Cracolici di Marilena’s Journal, insieme al giovane autore Marco Chiaravalle. Dietro anime d’inchiostro e la dicotomia sogno-realtà Uno scrittore intrattiene un rapporto con la scrittura molto particolare, viscerale. Questa necessità può essere definita sempre in maniera diversa, in quanto diverse sono le anime che costellano il panorama della narrativa. E può succedere addirittura che la necessità sia talmente bruciante che a volte si ritiene necessario staccarsene, un po’ come un fumatore che decide di smettere di fumare. Il vizio, pur donando piacere incommensurabile, si converte automaticamente in senso di colpa. È questo che è successo a Marco Bandini, protagonista del romanzo: scrittore appassionato, a causa di un misterioso evento non riesce più a scrivere una sola parola e ciò che prima rappresentava l’unica via di fuga dalla realtà adesso diventa qualcosa di troppo pesante per essere sostenuta. Accanto a lui, i suoi amici Mike e Luca e due ragazze Alice e Michelle. Marco si innamora di Alice, ma nella notte il ricordo della sua ex ragazza Michelle torna a tormentarlo, impedendogli di superare alcuni sensi di colpa e vivere la vita in maniera spensierata. Entrambe sono l’emblema della voglia di andare avanti e delle paure che ci tengono legati e impossibilitati a conseguire qualsiasi passo verso la felicità. Un romanzo onirico, un funambolismo tra sogno e realtà, vita e fantasia, incarnano perfettamente le pagine del racconto, che non disdegna di fare riferimento al racconto di Alice nel Paese delle meraviglie, ma al contempo anche ad aspetti più concreti della realtà, legate alla società: Marco, infatti, stringerà una forte amicizia con due ragazzini rom e li difenderà contro le ingiustizie del campo in cui vivono; non solo, ma anche il terremoto dell’Aquila trova un posto d’onore nel libro. Insomma, Dietro anime d’inchiostro rivela perfettamente il nostro essere in assoluto frammentario, racconta la convivenza di caratteristiche spesso divergenti dentro ognuno di noi, all’apparenza inspiegabili. Dolce e salato, bianco e nero, in noi stessi si contrappongono anime che se fossero d’inchiostro potrebbero essere protagonisti dei nostri romanzi quotidiani. Come va a finire Dietro anime d’inchiostro? E via così, il pomeriggio è scorso tra una domanda e l’altra: il rapporto di Marco Chiaravalle con la scrittura, la presenza della sua personalità all’interno dei vari personaggi e, punto cruciale, il finale. Senza rivelare oltre, Ida Basile ha spiegato che il finale del romanzo è aperto e può essere sottoposto a interpretazioni varie. Il che potrebbe sembrare un aspetto negativo, ma, ha spiegato la scrittrice del blog ReadEat, in realtà invece potrebbe risultare un escamotage per lo scrittore al fine di coinvolgere attivamente il lettore e, attraverso le risposte diverse che coloro che lo leggono si forniscono, ci si può mettere qualcosa della propria anima.  

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Teatro

Teatro in pillole all’Hart: giochi teatrali con Pirandello

Ritorna presso l’Hart l’appuntamento mensile di Teatro in Pillole, ideato e diretto da Stefania Russo. Il format, alla sua quarta edizione, vede cambiare la sua location e il suo tema di volta in volta. Giovedì 12 aprile è stato scelto come topic quello del Così è se vi pare, tratto da una famosissima commedia di Luigi Pirandello. Ospiti speciali Gabriella Cerino, direttrice del teatro Diana, e il pittore Massimiliano Mirabella, autore a fine serata di un vero e proprio tableau vivant. Teatro in pillole all’Hart, la verità pirandelliana In un’atmosfera molto informale, va in scena un vero e proprio contest teatrale: si sfidano tre attori amatoriali e tre attori professionisti e sarà poi il pubblico a decidere il vincitore di entrambe  le categorie. Tra un piatto di pasta e un bicchiere di vino si è assistito, comodamente seduti sulle poltrone del teatro, alla sfida a colpi di battute, intervallata dal commosso monologo sulla solitudine delle donne di Gabriella Cerino. Teatro in pillole all’Hart, attori amatoriali sfidano attori professionisti Per la categoria amatoriali Stefania Ciancio e Paolo Amodio hanno interpretato una coppia in crisi nella quale non si capisce bene chi sia la vittima e chi il carnefice; Paolo Alfaro ha portato sulla scena un monologo di Checov molto intenso sui danni del tabagismo, che in realtà si presenta più come pretesto per esprimere tutta la sofferenza dell’autore russo e la sua voglia di scappare lontano; Mariangela Saggese e Ivan Valentinelli sono stati invece due neo sposini all’apparenza molto innamorati. Per la categoria professionisti, invece, la spassosissima scenetta del Mago Sasà, prestigiatore e ventriloquo ha dato un tocco di leggerezza alla serata; a seguire Marcello Cozzolino con il suo racconto di com’è morto infilandosi un calzino. Infine, Paolo Gentile nel ruolo di un attore pronto a sacrificare tutto per ottenere fama, dimenticandosi tuttavia delle cose più essenziali. Come se si ritrovassero dopo molto tempo e decidessero di passare la serata a giocare al gioco da bambini “facciamo che io ero”, di volta in volta i personaggi hanno regalato performance diverse unite dal  fil rouge pirandelliano della verità sfuggente. Le scenette, infatti, erano accomunate dal fatto che lo spettatore pensasse che ciò che veniva inscenato non avesse segreti o seconde interpretazioni. In realtà, tutto era velato dalla sottile patina dell’apparenza e sotto sotto, andando a scavare nel profondo, la verità era altra da quella puramente estetica. Come insegna il caro Pirandello, non può esistere un’unica interpretazione del contingente, questa deve essere invece plurima, molteplice, cangiante. È una, nessuna e centomila. Teatro in pillole all’Hart, ma non solo Sono previste in tutto 10 cene-spettacolo alla fine delle quali i vincitori di ciascuna serata si sfideranno per il superamento della prova finale e il conseguimento del super premio. Per ulteriori informazioni sugli spettacoli visitate la pagina Facebook del gruppo Teatro in pillole.        

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Libri

All’ombra di Julius di E.J. Howard- Fazi Editore

In tutte le librerie è in arrivo il 9 aprile il nuovo libro di Elizabeth Jane Howard, All’ombra di Julius, edito da Fazi Editori. La casa editrice ha precedentemente pubblicato della stessa autrice la ormai nota Saga dei Cazalet, ambientata in un arco cronologico che va dagli anni immediatamente precedenti alla seconda guerra mondiale fino al secondo dopoguerra, e che narra le vicende di una famiglia inglese al cui interno sono racchiuse ben tre generazioni. All’ombra di Julius è una storia che parla di molti argomenti, tocca temi importantissimi che se calati nel 1965, anno di scrittura del libro, hanno il potere di sorprendere il lettore per la loro enorme attualità. Ma se è possibile rintracciare un unico, vero protagonista, al di là dei personaggi di cui vengono narrate le vicende, quello è senz’altro l’amore in tutte le sue forme: per la patria, per una donna, per un uomo, per se stessi. All’ombra di Julius, una storia di speranza Julius è un padre affettuoso, legato alle sue due figlie, Cressy ed Emma, ma ancor di più attaccato all’ideale di amore per la patria e per il prossimo: è per questo che deciderà di partire volontario per la battaglia di Dunkerque (1940) al fine di arrestare l’avanzata tedesca e di evitare, così, lo sbarco dei nazisti sulle coste inglesi. A quel tempo lo scontro fu una vera e propria carneficina, ma il sacrificio di molti evitò la resa dell’Inghilterra, allora governata da Winston Churchill. Proprio il suo sacrificio e la sua morte influenzeranno le vite delle donne che ha lasciato a casa: Cressy, per tamponare l’insopportabile dolore si sposa giovanissima e giovanissima rimarrà vedova. Da allora vivrà solo di rapporti occasionali e fortuiti. Al contrario, Emma, la sorella più piccola, rifiuta relazioni con altri uomini a causa dei suoi impegni lavorativi e soprattutto perché non riesce a trovare nessuno che senta propriamente degno di starle accanto. E poi c’è Esme, madre delle due ragazze e moglie di Julius: fin da sposata intrattiene rapporti extraconiugali con Felix, di dieci anni più giovane, che tuttavia deciderà di allontanarsi da lei proprio quando si diffonde la notizia della morte di Julius. Infine Dan, estraneo alla famiglia, poeta stravagante ma al tempo stesso affascinante, legato ad Emma da un sentimento nuovo per entrambi. Vent’anni dopo la scomparsa di Julius i cinque si ritroveranno a passare un weekend tutti insieme nella casa di campagna di Esme. Quest’occasione sarà la miccia che farà esplodere nuove emozioni in tutti loro. Fare i conti col passato, con la costante presenza-assenza di Julius, realizzare che non tutto ciò in cui si crede può precludere l’esperienza di certe sensazioni, scoprire lati nascosti dell’altro pur conoscendolo da una vita, andare contro i propri pregiudizi, abbandonarsi senza razionalità alle suggestioni, disfarsi delle paure sono solo alcuni dei concetti toccati dalla penna leggera della Howard e che in parte ritroviamo anche nella saga dei Cazalet. All’ombra di Julius è il libro che racconta storie di insicurezze e paure, di cadute e rinascite, di amore che […]

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Teatro

Il caso Malaussène con Daniel Pennac in scena al MANN

Nella splendida sala della Meridiana all’interno del MANN -Museo Archeologico Nazionale di Napoli – domenica 25 marzo è andato in scena lo spettacolo Il caso Malaussène. Mi hanno incastrato ideato e scritto da Daniel Pennac. Sul palco lo vediamo assieme a Massimiliano Barbini e Pako Ioffredo. Lo spettacolo fa parte del FestivalMann. Muse al museo, nella sua seconda edizione, che in 8 giorni dal 21 al 28 marzo, vede radunati più di 100 importantissimi ospiti facenti parte del mondo dello spettacolo e della musica. Lo scrittore ha guadagnato la fama internazionale grazie al clamoroso successo de Il paradiso degli orchi e La fata carabina, facenti parte della saga che vede protagonisti i membri della famiglia Malaussène, il cui seguito è stato tuttavia a lungo sospeso. Lo spettacolo è stato tratto dall’omonimo libro, pubblicato da Feltrinelli nel 2017. Il caso Malaussène: dalla narrazione alla scena Il palcoscenico presenta una scena scarna, arredata da pochi elementi che di volta in volta saranno utilizzati dagli attori durante l’evolversi della vicenda, per creare ambienti diversi aiutati anche da un pizzico di fantasia. La storia, raccontata attraverso il reading teatrale, viene suddivisa in singole, spassosissime, scene il cui inizio viene sancito da un sonoro ciak, proprio come nei film. Si entra subito nel vivo della narrazione, che vede protagonista George Lapietà, ex ministro e uomo d’affari, e il suo rapimento, avvenuto mentre si recava in banca a ritirare un assegno ottenuto chiudendo tutte le filiali del gruppo LAVA e licenziandone tutti i dipendenti. Prima in un salotto, poi in una macchina, infine seduti ai tavolini di un bar, Pennac e i suoi ripercorrono brevemente il giallo della scomparsa, facendo solamente un brevissimo accenno ai componenti della famiglia Malaussène, ma regalando una performance gustosissima e contraddistinta da risate a denti stretti, suscitate dall’humor e l’ironia che sono cifra del suo stile. Il caso è tuttavia irrisolto nel reading, quasi un’esortazione e leggere per intero il romanzo e a trovarvi le risposte che la piece sembra non essere in grado di fornire. Un po’ in italiano, un po’ in francese, la performance assume sin a subito i connotati di un gioco tra vecchi amici a cui il pubblico assiste tra il divertito e l’incuriosito, ma silenzioso, come quando ci si vuole nascondere da qualcuno per non far notare la propria presenza. Si respira un clima intimo, di cordialità, anche a fine spettacolo, quando Pennac, Barbini e Ioffredo assicurano del fatto che sì, sanno che il pubblico è lì e si rivolgono direttamente ad esso. Viene raccontato quindi un aneddoto che riguarda un giovanissimo Pennac, scolaro poco diligente, che trova la sua strada e la sua passione attraverso la letteratura e “l’amicizia” con Vladimir Nabokov, il quale gli impartisce una lezione sull’importanza de l’azard, il caso, in letteratura. Umorismo francese e divertimento assicurato.

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Napoli & Dintorni

Underneath the arches: l’amore tra presente e passato

Presso Palazzo Peschici Maresca si è tenuta, venerdì 23 marzo, la conferenza stampa che presenta il progetto Underneath the arches, programma di arte contemporanea a cura di Chiara Pirozzi e Alessandra Troncone. Prende avvio nel sito archeologico che conserva i resti dell’Acquedotto Augusteo del Serino nel quartiere Sanità di Napoli e, in collaborazione con l’associazione VerginiSanità, la mostra ospiterà a partire dal 24 marzo una serie installazioni site-specific di artisti di fama internazionale, il cui obiettivo è primariamente quello di far collaborare passato e presente. L’impegno dell’associazione, in combinazione col programma Aqua Augusta per la valorizzazione del sito archeologico Acquedotto Augusteo del Serino, punta in maniera principale alla riqualificazione di un quartiere, come quello della Sanità, ricco di siti di interesse culturale e artistico. Accanto al famosissimo Cimitero delle Fontanelle e alle numerose catacombe, il quartiere vanta anche resti di un acquedotto risalente all’epoca romana, costruito nel primo decennio d.C, lungo più di 100 km che al tempo del suo funzionamento doveva essere utilizzato come principale punto di approvvigionamento idraulico della rete urbana. Nel tempo, le sue fondamenta sono state più volte riutilizzate come basi per le costruzioni successive e le sue volte ad archi, a cui rimanda il nome del progetto, durante la guerra hanno ospitato migliaia di sfollati che fuggivano dalle bombe. L’acquedotto è stato poi scoperto nel 2011, ripulito dall’immondizia e aperto al pubblico nel 2015. Underneath the arches e il dialogo tra ieri e oggi La solidità del passato e la fugacità del presente sono elementi che, seppur distinti e contrastanti tra di loro, all’interno del progetto Underneath the arches si coniugano e dialogano alla perfezione. Questa combinazione che ai più potrebbe apparire azzardata, in realtà cela un messaggio ben preciso: l’arte non cessa mai di reinventare le proprie forme e di essere veicolatrice di messaggi che sono lo specchio della società in cui si contestualizzano. Per questo accanto alla grandiosità del passato, trasmessa attraverso le opere architettoniche e urbane imperiture, troviamo la contingenza del presente che molto spesso si fa carico di forme d’arte effimere, che non riescono a durare nel tempo. Il primo artista chiamato a dialogare col passato è Arturo Hernàndez Alcàzar, originario di Città del Messico, dove tutt’ora vive e lavora. La sua installazione, dal titolo Blind Horizon, sarà ospitata nel sito archeologico dal 24 marzo fino al 13 maggio. L’opera è frutto di una grandissima ricerca da parte dell’artista, che ha visitato Napoli per circa un mese ed ha avuto modo di conoscerla profondamente, con le sue contraddizioni e il suo caos assordante. La base dell’idea artistica è proprio il suono: l’installazione, che consiste nel posizionamento di ben otto megafoni in punti strategici all’interno dell’acquedotto, parte dall’idea che il suono abbia una componente importantissima nella nostra vita e molto spesso se ne dà scontata la presenza. Quindi, da una presenza immateriale si ricava qualcosa di materiale come l’opera d’arte, la quale fa inoltre presa sull’idea di stratificazione sia architettonica e sia acustica che vuole rappresentare proprio questa sovrapposizione di suoni, di caos. In questo senso […]

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Teatro

Frida Kahlo secondo il Teatro dell’Osso in scena al TRAM

Nell’ambito del festival teatrale Vissi d’Arte, in collaborazione con Teatro dell’Osso, presso il teatro TRAM il 22 marzo torna in scena a grande richiesta lo spettacolo Frida Kahlo, in replica anche il 23 dello stesso mese. Dopo il grande successo che l’opera ha avuto nel mese di febbraio, la compagnia e il teatro TRAM la propongono nuovamente, con la partecipazione di una commovente Titti Nuzzolese nei panni della pittrice messicana e di Peppe Romano, nel ruolo, invece, di Diego Rivera, marito di Frida. Il Teatro dell’Osso presenta Frida Kahlo e il suo essere donna Lo spettacolo ci propone la storia della vita di Frida Kalho non solamente in quanto pittrice, ma prima di tutto come donna messicana di inizio Novecento, moglie del grande pittore Diego Rivera, con le sue inquietudini, sofferenze e fragilità. Il racconto è a due voci: Frida e Diego sono soli sul palco, alternano monologhi che di tanto in tanto si intrecciano fra di loro, si sovrappongono a volte, proprio a mostrare il legame indissolubile che i due ebbero in vita. Si parte da una frase della pittrice messicana: “Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà” per delineare le tappe fondamentali della sua vita, dall’incidente in tram che la costrinse per sempre ad una vita di dolori, all’incontro con Diego Rivera, passando poi per il matrimonio e la successiva scoperta dei numerosi tradimenti di lui, il primo divorzio, il secondo matrimonio sempre con Diego, gli amanti di lei e il bambino che dovette abortire per la sua salute malferma e, infine, l‘ultimo doloroso periodo di degenza a letto. Emerge prepotente il racconto, prima di tutto, dell’amore di Frida nei confronti del marito, totalizzante e avvolgente, che annullava completamente tutto ciò che lo circondava e che non lo riguardava. Per lui Frida ha rinunciato a tutto e, nonostante le numerose relazioni extraconiugali di entrambi, non ha mai pensato di abbandonarlo. Coinvolgente, commovente, profondamente delicato, lo spettacolo si attiene scrupolosamente alle testimonianze storiche ed esplora la complessa personalità di Frida Kahlo fatta soprattutto di contraddizioni: la libertà con la quale la pittrice intratteneva relazioni con altri uomini stride fortemente con l’immagine privata della moglie devota e innamorata; la possibilità di affermarsi come artista e pittrice contrasta inevitabilmente con la volontà di lasciar spazio alla fama prepotente di suo marito. Voleva essere, insomma, libera e rimaneva tuttavia intrappolata in una vita adattata soprattutto a quella del marito. Infine, Peppe Romano nella sua riuscitissima performance, sa regalare diverse sfumature di un personaggio altrettanto complesso come appunto quello del pittore Diego Rivera, anch’egli fatto di contrastanti sentimenti: innamorato di se stesso, prima ancora che della pittura, traditore cronico e recidivo, nutriva tuttavia un attaccamento alla moglie che sfiorava il morboso e che la rendeva ai suoi occhi, elemento imprescindibile nella sua vita.

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Libri

Il pittore fulminato: Fazi e César Aira ci portano nel Sudamerica

Dal 1° marzo sarà in tutte le librerie Il pittore fulminato di César Aira per la collana Le strade della Fazi Editore, con una introduzione di Roberto Bolano e traduzione di Raul Schenardi. È annoverato tra gli scrittori sudamericani più influenti del momento, addirittura paragonato a Calvino e Nabokov per il suo stile inconfondibile e per la maestria nella scrittura. In Italia sono stati pubblicati anche altri suoi lavori come Il marmo e I fantasmi in edizioni SUR. Il pittore fulminato, percorso nella bellezza “Mi è rimasto negli occhi si dice comunemente. Perché solo negli occhi? Anche in tutta la faccia, nelle braccia, nelle spalle, nei capelli, nei talloni… Nel sistema nervoso” Siamo ben lontani dal realismo magico caratteristico di molti scrittori dell’America Latina, sebbene un pizzico di sovrannaturale aleggi tra le pagine della storia, rendendola incredibile. Il noto pittore tedesco Rugendas e l’amico Krause decidono di compiere un viaggio in Argentina, alla ricerca di paesaggi da imprimere sulla tela bianca, di colori vivaci e forti, ma anche per disegnare gli indios, popolazione tanto selvaggia quanto primitiva dagli usi che tutt’ora affascinano la mentalità dell’ uomo europeo. Un viaggio, dunque, nelle terre esotiche del Sudamerica, in contrasto evidente con il clima, la civilizzazione,le usanze del Vecchio Mondo. La scoperta della bellezza violenta di questa terra sarà il filo conduttore che avrà tuttavia un risvolto amaro: in una delle esplorazioni intraprese durante un giorno di forte temporale, Rugendas viene colpito da un fulmine insieme al suo cavallo. A partire da quel momento, la sua esperienza sarà percorsa da una rivoluzione del tutto silenziosa, che coinvolge soprattutto l’anima: il volto deformato, insieme alle atroci sofferenze che ne derivano, darà vita ad uno sconvolgimento interiore che tuttavia non porrà fine all’immenso amore che Rugendas nutre nei confronti della pittura. Il suo handicap gli darà una forza nuova e commovente e di conseguenza, una sensibilità ancora più acuita. Già Roberto Bolano si espresse in maniera positiva sul romanzo brevissimo di Aira e lo si può leggere all’interno delle pagine introduttive dell’edizione Fazi: “Se c’è un autore contemporaneo che sfugge alle classificazioni, è Cesar Aira. Una volta che cominci a leggere Aira non vuoi più smettere. Egli è sicuramente un eccentrico, ma è anche uno dei tre o quattro migliori scrittori in lingua spagnola di oggi”.  In effetti lo scrittore César Aira è stato capace in poco meno di 100 pagine di imbastire una vicenda avvincente, una storia di coraggio, di delicata amicizia, ma anche di viaggio, di passione viscerale per l’arte. Sembra di poter leggere un dipinto in cui fanno da padroni i colori accesi e le linee che contornano sfumatamente lo spirito umano e a cui è impossibile rimanere indifferenti.

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Teatro

“Il nullafacente” di Roberto Bacci al Museo MADRE: di come il niente potrebbe salvare tutti

Il 24 e 25 febbraio presso il Museo MADRE è andato in scena lo spettacolo Il nullafacente, per la rassegna Voci e altri invisibili prodotta da Casa del Contemporaneo con lo scopo di instaurare un dialogo suggestivo tra arti visive e linguaggi teatrali. La regia è di Roberto Bacci, che ha curato la scena della sala Re-pubblica del museo dove si è tenuto lo spettacolo, organizzando sapientemente le forme dell’arredamento e lo spazio che, nonostante parta penalizzato dall’assenza totale di quinte, riesce a donare un movimento fluido a eventi e personaggi. L’autore è Roberto Santeramo, ma è anche colui che interpreta il nullafacente, accompagnato da Silvia Paisiello, nei panni della moglie malata, da Vittorio Continelli e Tazio Torrini nei ruoli rispettivamente del padrone di casa e del medico. Francesco Puleo è invece il fratello della donna. “Il nullafacente” di Roberto Bacci, riflessioni sulla felicità Il protagonista della vicenda dello spettacolo di Roberto Bacci è un nullafacente, un uomo che non vuole lavorare, non vuole avere interessi particolari nella vita, non si pone obiettivi, vive alla giornata raccattando ai mercati generali la frutta e la verdura scartate perché marce. L’unico spiraglio in una vita che solo apparentemente è vissuta all’un percento è la cura amorevole che questi dona al suo piccolo bonsai, simbolo dei cambiamenti perenni della vita che il nullafacente cerca di contrastare potandolo ogni singolo giorno “perché tutto deve rimanere com’è”. Più volte gli viene rimproverato dagli altri personaggi di non fare  altro che “sognare la forma del bonsai”, trasposizione materiale di un mondo in cui niente cambia e tutto rimane statico, uguale. Dall’altra parte invece, questa scelta consapevole che il nulla è la cosa più saggia da (non) fare investe anche la moglie del protagonista, gravemente ammalata e impossibilitata a curarsi perché non ci sono soldi per comprare le medicine. Ma a che serve curarsi, si chiede l’uomo, se alla fine il destino di tutti noi è quello di morire? Prolungare il tempo sulla terra non serve a niente se poi lo si spreca occupandolo con obiettivi privi di importanza e accumulando cianfrusaglie utili solo a distrarci dalla paura. Si mette a nudo in questo modo un rapporto controverso, fatto di un amore a volte sussurrato, a volte quasi negato. Il nullafecente e il fare nulla come unica scelta consapevole Il testo dello spettacolo di Roberto Bacci è una riflessione continua sulla vita, sulla felicità vera e pura, sulla società che ci impone le sue regole, i suoi schemi, i suoi ritmi e che se non le si sta dietro col passo svelto, allora ti mastica, ti sbrana e poi ti sputa via. Simboli di questa ideologia conformista sono il fratello della moglie, il proprietario di casa e il medico, portatori di un’ottusità nella quale, tuttavia, lo spettatore scopre con orrore che non può far altro che identificarvisi. Proprio per questo guardare questa tragicommedia equivale a guardare dentro se stessi e, inevitabilmente, ci ritrova a chiedersi: “e io? cosa faccio per essere davvero felice?“. Attraverso paradossi e “grazie, ma no” è possibile rintracciare […]

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Teatro

“PERT” di Prima Quinta: va in scena la vita di Sandro Pertini partigiano

Dal 22 al 25 febbraio andrà in scena, presso il Teatro Elicantropo, PERT. Vita e miracoli del partigiano Sandro Pertini, scritto da Giuseppe e Aldo Rapè e interpretato e diretto da quest’ultimo. La compagnia siciliana Prima Quinta, di cui i due fanno parte, è da sempre impegnata in spettacoli di impegno civile e sociale e ci regala un intensissimo monologo sulla vita da partigiano dell’illustre ex presidente della repubblica italiana.  Lo stesso Rapè ha affermato: “E’ uno spettacolo che, oltre a raccontare la straordinaria vita del partigiano Sandro Pertini, ci parla di esempio, libertà, resistenza. Pone l’attenzione sull’importanza della coscienza personale in un mondo dove ci siamo dimenticati che è la coscienza a indicarci la strada e le scelte“. PERT: Sandruccio Pertini e il suo impegno civile secondo Prima Quinta Siamo nella prima metà del Novecento, periodo caldissimo della storia italiana: Mussolini comincia ad esercitare in maniera graduale velleità di potere, prima con la cosiddetta marcia su Roma del 1922, poi con la promozione delle leggi fascistissime del 1926, infine attraverso la simpatia con la Germania nazista di Hitler, sancita dall’asse Roma-Berlino. Il clima in Italia è sempre più teso, chiunque osi esprimersi contro il regime viene emarginato, schiacciato come una formica affinché la voce pericolosissima dell’opposizione sia annientata in quanto minaccia per l’ordine precostituito. Proprio in questi anni duri e terribili comincia la militanza, tra le file dei sovversivi, di Sandruccio Pertini, come viene più volte chiamato nel monologo. Costretto ad emigrare giovanissimo a Nizza e a impiegarsi in lavori umili come l’operaio o il tintore di legni, finirà con il diventare un punto cardinale della resistenza al fascismo, diventando per questo una stella brillante nel firmamento delle personalità politiche più grandi della nostra storia. Il racconto intensissimo di Aldo Rapè della compagnia Prima Quinta dona brio a una figura coraggiosa che non si arrende di fronte agli ostacoli politici che si frappongono tra lui e l’ideale che ha in mente. Proprio per questo l’attore, con intensità commovente, ci prende per mano e ci accompagna nelle tappe fondamentali della vita di Sandruccio, insieme alle marionette di cartapesta Musso e Sogno, con le quali colloquia continuamente, come se fossero persone reali. Inoltre, la scena è semplicissima, nuda, decorata con pochi oggetti che apparentemente sembrano non avere un senso logico, ma che invece assumono significati simbolici man mano che la matassa del racconto si dipana. Tra questi è impossibile non notare la gran quantità di libri disposti in pile disordinate: un inno alla cultura, alla libertà di pensiero che solo i libri possono regalarci. Questi solo, infatti, riescono a darci la forza di rompere gli schemi, proprio come ha fatto Pert. Sebbene sulla scena ci sia solo Rapè a monologare, la piece scorre piacevole e non affanna lo spettatore ma, al contrario, cattura totalmente. Del resto come rimanere indifferenti di fronte alla tenacia del personaggio? Per questo Rapè è incredibilmente abile nel trasmettere la positività e la voglia di ribaltare il mondo di Sandro Pertini, lo rende vicinissimo a noi e ci dà la forza […]

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Libri

Tutto cambia, l’ultimo episodio della saga dei Cazalet

Siamo arrivati all’ultimo episodio della saga dei Cazalet. Tutto cambia è il titolo di chiusura di un’avventura lunga cinque libri (i precedenti: Gli anni della leggerezza, Il tempo dell’attesa, Confusione, Allontanarsi), un’avventura composta da piccole emozioni e lievi sussulti dell’animo. E davvero è cambiato tutto dall’ultima volta in cui abbiamo fatto conoscenza dei vari personaggi. Il volume sarà disponibile nelle librerie a partire dal 18 settembre, edito dalla Fazi Editore, e lascerà un sapore agrodolce sulla bocca dei lettori, così avidi di saziarsi con le parole della Howard.  Tutto cambia con Elizabeth Jane Howard La guerra ormai è un ricordo lontano, ci si avvia lentamente verso gli anni Sessanta, quando il benessere e la ricchezza esplodono all’improvviso e portano una ventata di nuove possibilità. Anche la famiglia Cazalet sperimenta questo nuovo clima di ottimismo e ritrovata serenità. Alcuni dei membri più vecchi lasceranno il posto alla nuova generazione di rampolli. Il tempo è passato: i piccoli sono diventati adulti, gli adulti sono diventati anziani. Tutto cambia, tutto sembra essere in continua evoluzione. Polly e Clary si sposano, si creano una famiglia e riescono a trovare nel loro lavoro e nelle loro occupazioni il senso della loro intera vita. Le inclinazioni che avevano da piccole adesso sembrano sbocciare come rose dai colori intensi e tra alti e bassi impareranno ad apprezzare ciò che la vita ha da donare. Louise, invece, reduce da un matrimonio fallito e da una carriera d’attrice stroncata, sembra non riuscire ancora a trovare la propria strada e intrattiene rapporti occasionali con un uomo già sposato. Personaggi che inizialmente erano di secondo piano, adesso trovano una nuova voce ai loro pensieri e alle loro emozioni e diventano essenziali nell’intreccio della storia. Gli adulti in particolare, continuano a esperire situazioni ed emozioni caleidoscopiche, causate, in particolar modo, da una vera e propria catastrofe che si abbatterà sulla famiglia. Ma anche nelle situazioni cruciali e drammatiche i Cazalet riescono a barcamenarsi per uscire a testa alta e con dignità e, anzi, per ricavare da ciò addirittura un nuovo spirito vitale che li sospinge verso altri porti, più belli e confortevoli. Insomma, anche stavolta la Howard non delude e mette insieme più di 600 pagine intense, necessariamente dolorose delle volte, poeticamente intense delle altre e ci insegna che la vita ci offrire numerose possibilità anche quando il terreno molto spesso sembra sterile e che, se si guarda con attenzione, si può trovare la luce anche nel buio più totale. La speranza, la forza, la tenacia e la sensibilità, l’accettazione di sé e degli altri, il compromesso, la volontà, l’amore e la più nera solitudine vergano ogni singola pagina di questa epopea familiare che difficilmente si dimentica. Leggerla non è mai una perdita di tempo, equivale piuttosto ad imparare a comprendere i moti dell’anima di ognuno di noi. 

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Libri

Allontanarsi, il quarto episodio della saga dei Cazalet

Quarto episodio della Saga dei Cazalet, Allontanarsi si presenta come una delle più recenti fatiche editoriali della Fazi, la quale si è occupata anche della pubblicazione de Gli anni della leggerezza, Il tempo dell’attesa e Confusione, tutti firmati Elizabeth Jane Howard. Inoltre da poco la stessa casa editrice ha annunciato la prossima pubblicazione del quinto ed ultimo volume Tutto cambia, nelle librerie dal 18 settembre. Allontanarsi… ma non troppo La guerra è ormai conclusa, siamo all’indomani dello sbarco in Normandia del 1945. Tutti si aspettano che la fine della guerra sia l’inizio di un periodo di pace, prosperità e soprattutto felicità. E i Cazalet non sono da meno. Ancora una volta la Howard sceglie un titolo accuratissimo per descrivere la situazione della famiglia. Per i membri dei Cazalet il tempo è passato, i più grandi sono invecchiati e i più piccoli sono cresciuti, ormai i ragazzi prendono definitivamente la propria strada, che già in Confusione si era cominciata timidamente a delinearsi, e si allontanano appunto, dalla famiglia e anche dal passato fanciullesco che stava loro tanto, troppo stretto. La preminenza che nei precedenti volumi veniva accordata ai pensieri delle tre ragazze – Louise, Polly e Clary – svanisce del tutto; ai loro pensieri non vengono dedicati più capitoli a parte, solo delle sezioni corali intitolate “Le ragazze”, che poi tanto ragazze più non sono. Quasi una scelta obbligata della Howard, al fine di porre tutti i personaggi sullo stesso piano, dal momento che tutti adesso hanno eguale importanza. Anche per i più grandi, per coloro che sono in un’età in cui i cambiamenti non sono più tanto frequenti e soprattutto entusiasmanti, sperimenteranno nuove situazioni ed emozioni che la fine della guerra porta con sé. Si dovrà rinunciare alle abitudini vittoriane una volta per tutte, ci si dovrà adattare ad un nuovo tipo di vita borghese, in cui gli agi e le etichette vengono messe definitivamente da parte. Ci si allontana dalle certezze e dalle comodità e si affrontano altri tipi di problemi, dovuti al cambiamento sociale che la guerra ha definitivamente imposto. Sarà un allontanamento, tuttavia, dettato anche dalle scelte dei personaggi. Chi incontrerà amori, delusioni, tormenti, ma anche nuove opportunità di vita. La distanza, tuttavia, non sarà tale da non permettere quegli incontri fugaci, fulminei e balsamici, che chi legge la saga da tempo ha imparato a riconoscere e apprezzare come cifra di riconoscimento di questa famiglia. Ancora una volta il ritmo narrativo cambia, si ritorna quasi alla lentezza de Gli anni della leggerezza e Il tempo dell’attesa. Stavolta però, non è una lentezza ai limiti dell’estenuante, ma quasi una dilatazione temporale piacevole, che ha il sapore di quegli incontri con persone che non si vedono da tanto tempo. È tutto un sollazzarsi nel confronto tra il passato e il presente che prepara la strada a chissà quale futuro. È la piacevolezza dell’incertezza a sospingere la lettura in avanti.

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Libri

Confusione, il terzo episodio della saga dei Cazalet

Con Confusione siamo al terzo capitolo della Saga dei Cazalet, scritta da Elizabeth Jane Howard. La Fazi editore si è occupata della pubblicazione dell’intera saga, a cominciare da Gli anni della leggerezza e Il tempo dell’attesa, per finire con il quarto episodio Allontanarsi. Bellezza e Confusione La famiglia più controversa dell’Inghilterra torna di nuovo a emozionarci. Siamo ancora durante la Seconda Guerra Mondiale, una guerra che sembra durare all’infinito. La famiglia compatta di Home Place è solo un ricordo lontano, ormai Louise, Polly e Clary migrano dal loro nido sicuro per scontrarsi con la vita cruda e amara. Louise, che voleva fare l’attrice e aveva grandi progetti per sé, si troverà sposata e con un figlio, infelice e insoddisfatta per le sue aspettative tradite e soprattutto per una situazione familiare che ogni giorno che passa le sta sempre più stretta; Polly e Clary, stanche di vivere a Home Place decideranno di trasferirsi a Londra dal padre di Polly, Hugh. Entrambe si trovano ad affrontare se stesse, le proprie paure e i propri fantasmi, in un’età, quella adolescenziale, che amplifica la percezione di qualsiasi sentimento. Dunque, come ne Il tempo dell’attesa, anche qui uno spazio rilevante viene lasciato alle tre ragazze, all’analisi dei loro pensieri; così diverse eppure così complicate, perché complicate sono le scelte che ogni giorno si ritrovano a fare. Agli altri personaggi non viene lasciato uno spazio così cospicuo, ma questo non vuol dire che le loro vite siano meno complesse e interessanti. Come tanti fili, si intrecciano in una maglia strettissima le loro vicende, alternativamente felici e infelici, spensierate e disperate. Confusione si rivela un libro densissimo, traboccante di spunti di riflessione e al tempo stesso leggero e appassionante. Per questo lo si legge in poco tempo, non richiede sforzi di qualsiasi sorta, solo tanta curiosità e tanta empatia. La guerra, gli amori, i tormenti e i segreti si rivelano un mix perfetto per tenere il lettore incollato alla pagina, avido di sapere sempre di più. In questo, il terzo capitolo della saga si rivela molto più efficace rispetto ai due precedenti. Infatti, se nei primi due la narrazione scorre con una tempistica rilassata, caratterizzata da tempi dilatati e lenti, proprio a rispecchiare fedelmente la vita di ogni singolo personaggio, adesso con Confusione gli eventi scorrono veloci come treni impazziti e il lettore insieme agli eventi deve correre per non rimanere indietro e non perdersi nemmeno un pezzetto di racconto. Insomma, leggere la Saga dei Cazalet è un’esperienza unica, equivale a perdersi un po’ nelle infinite sfaccettature di noi stessi.

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Teatro

Luca Zingaretti legge il racconto La Sirena

Luca Zingaretti La Sirena. Martedì 27 giugno è andata in scena nel chiostro del Duomo di Salerno, per la rassegna teatrale del Napoli Teatro Festival, la lettura ad alta voce del racconto di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, La Sirena. Solo sul palco, accompagnato dal suono vibrante della fisarmonica, Luca Zingaretti ha prestato la sua voce e le sue ossa ai due protagonisti della vicenda, catapultando lo spettatore in una Sicilia arcaica, dai sapori mitologici. In un’ora o poco più tutta la magia che può sgorgare dalle profonde viscere dell’essere umano viene tirata fuori, prima sussurrata, poi quasi cantata, fino a tenere con l’animo sospeso tutto il pubblico: vietato respirare. La storia, di amicizia e di amore – “che alla fine sono un po’ la stessa cosa” a detta di Zingaretti -, narra dell’incontro casuale di due personalità diversissime all’interno di un caffè di Torino, città invernale e plumbea: Rosario La Ciura, illustre classicista e grande conoscitore del greco, e il giovane Paolo Corbera, giornalista de La Stampa. Nonostante le profondissime divergenze, caratteriali e culturali, i due subito instaureranno una delicata e al tempo stesso ironica amicizia, forti soprattutto di un particolare che li accomuna: sono entrambi siciliani. Luca Zingaretti La Sirena Così, una sera, il professore riesce a confidare al giovane Corbera un fatto straordinario, accadutogli quando era ancora molto giovane e si preparava ad un concorso per la cattedra di greco all’Università. Trasferitosi nella casa di un suo amico ad Augusta per studiare, la mattina presto era solito uscire in barca. È proprio durante una di queste uscite che avviene l’incontro con una sirena. Grazie a Lighea – questo è il nome della sirena – la sua vita cambierà per sempre e cambierà per sempre anche la sua percezione della bellezza. Dopo un incontro con una creatura divina tutto il resto diventa mediocre e privo di significato. L’odore della Sicilia, il suo incanto e il suo essere selvaggia emergono dalle parole di Zingaretti-La Ciura, evocando a poco a poco dal passato classico tutta la bellezza di una terra che un tempo fu la prescelta dagli dei. Per questo motivo è vietato respirare: l’alito del pubblico avrebbe corrotto tutti i profumi e i sapori che inebriavano l’atmosfera, avrebbe dissolto l’estiva aria degli agrumeti, il gusto delicato dei ricci di mare; avrebbero stinto i colori caldi dei templi antichi e dei tramonti marini. Siamo in Sicilia o a Salerno? Non fa differenza, le concezioni topografiche e temporali vengono confuse, sovrapposte, negli occhi i paesaggi dell’isola e al tempo stesso le volte decorate del chiostro. Per questo Zingaretti è straordinario, forse anche grazie al fatto che sempre in Sicilia sono ambientate le vicende del commissario Montalbano, a cui il suo volto ormai da anni è legato. Dulcis in fundo, la lettura della poesia di Montale Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale, omaggio inaspettatamente porto a tutte le donne presenti che arriva dritto al cuore, emozionandolo. Luca Zingaretti La Sirena

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Libri

Il tempo dell’attesa, secondo episodio della saga dei Cazalet

Il tempo dell’attesa è il secondo romanzo della saga dei Cazalet. La Fazi Editore, che ha avuto il merito di portare in Italia Elizabeth Jane Howard, ha pubblicato recentemente l’ultimo volume. Dopo Gli anni della leggerezza  ecco dunque un altro capitolo della saga, ancora più accattivante ed emotivamente coinvolgente del primo: nel 1939 scoppia la Seconda Guerra Mondiale e anche l’Inghilterra si vede costretta a scendere in campo per tentare di frenare la folla avanzata di Hitler. Gli eventi terribili, tuttavia, risuonano in maniera ovattata ad Home Place, casa di campagna dove tutta la famiglia Cazalet si è riunita per ragioni di sicurezza. Londra, infatti, non può essere più un posto sicuro in cui stare, e solo Hugh ed Edward continueranno ad andarvi frequentemente per mandare avanti l’azienda di famiglia. Il tempo dell’attesa, tra guerra e noia Dunque, lo sconvolgimento che ci si aspettava dalla guerra, lo scompiglio, la paura e l’orrore sembrano far parte della fantasia, lontana da una realtà che invece si dimostra solamente noiosa. In questo senso, il titolo del romanzo rispecchia perfettamente l’attesa estenuante di un evento straordinario, catastrofico anche, che permetterebbe ai personaggi di rompere quel guscio di apatia che sembra essersi creato intorno ad Home Place. Il tempo dell’attesa si configura, inoltre, come un passaggio generazionale: se nel primo romanzo si lascia spazio maggiore alle riflessioni e alle introspezioni degli adulti, adesso sono i più giovani a detenere la scena quasi esclusiva dell’intreccio. In particolar modo le tre ragazze, Louise, Polly e Clary, avranno ruoli predominanti. A Louise sarà dato il permesso di frequentare un corso di recitazione a Londra, pur non essendo i genitori molto d’accordo. Polly e Clary, inseparabili amiche, saranno costrette a rimanere a Home Place. La vita monotona della campagna inglese verrà scandagliata in maniera soggettiva e del tutto personale dalle due, grazie alle quali l’insofferenza diviene palpabile anche per il lettore. Ancora una volta la Howard riesce a tenere acceso l’interesse del lettore, infiamma i cuori con le speranze e le emozioni che i personaggi provano, come se creasse una sospensione nel tempo. Gli amori, i segreti, le ipocrisie, le falsità e le violenze tengono il lettore sempre interessato ad una delle famiglie più intriganti della letteratura. La cosa che risulta più sorprendente è che tutti i personaggi sanno rimanere anche persone: a volte risultano piacevoli, altre volte ancora sgradevoli, proprio come tutti gli esseri umani. Questa è una delle novità de Il tempo dell’attesa: si scopre a poco a poco che ci si può affezionare a tutti coloro che prendono parte al racconto, proprio perché in ognuno di loro c’è qualcosa di noi. 

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Napoli & Dintorni

Il Maschio Angioino e il percorso archeologico “La linea del tempo”

“Nulla si crea, ma tutto si distrugge e si trasforma”: non si offenderà Lavoisier se modifichiamo leggermente e prendiamo in prestito la sua legge sulla massa per raccontare come si è trasformata Napoli nel corso dei secoli. L’associazione Timeline Napoli, attraverso l‘apertura dell’area archeologica sottostante il Maschio Angioino, ha in mente proprio questo ritornello, al fine di mostrarci la stratificazione urbana e architettonica di una città che non butta via niente del passato, semmai lo ingloba e lo riutilizza. Il percorso La linea del tempo, nell’ambito del progetto Il Graal a Napoli, per il momento sarà fruibile solamente il sabato e la domenica con orari stabiliti ed una guida, ma si auspica che in futuro le visite saranno disponibili anche per il resto della settimana. Maschio Angioino prima e dopo Carlo d’Angiò fece iniziare i lavori di costruzione del Maschio Angioino nel 1279, scegliendo come punto strategico la vicinanza col mare al fine di prevedere attacchi nemici e di conseguenza difendersi. Il territorio su cui poggiano le fondamenta della fortezza, tuttavia, cela strati urbani e architettonici molteplici. Muniti di elmetto, scendiamo ad incontrarli uno ad uno. In questo modo si tocca con mano il retaggio del passato. Per secoli e secoli la terra, come una madre feconda, ha custodito nel suo ventre le tracce del passaggio di uomini e culture. È possibile osservare le varie colate di lava che fungevano da fondamenta alle varie costruzioni, i resti della tanto splendida quanto smisurata villa di Lucullo, databile al I secolo a.C; e poi ritrovamenti di scheletri e di oggetti preziosi – tra cui anche frammenti di dipinti di Giotto!-, fino ad ammirare la base quadrangolare delle torri e le mura perimetrali del precedente Castello Aragonese, ripreso e modificato radicalmente dagli Angioini. Dopo una discesa è d’obbligo una salita, per cui dal sottosuolo si passa alla luce: la falsabraca della torre del Beverello e la terrazza più in alto sono incluse nella visita e, con le loro storie, impreziosiscono ancora di più un racconto di per sé già entusiasmante. Avreste mai immaginato che le torri del Maschio Angioino sono state costruite grazie alle tasse imposte sul guadagno delle prostitute? Dall’alto, inoltre, si ha una visuale privilegiata sugli scavi della metropolitana, interrotti più volte a causa dei numerosi rinvenimenti di reperti archeologici, tra cui tre navi romane, attualmente custodite in un museo. La linea del tempo non è l’unico percorso disponibile; l’associazione, infatti, è promotrice di altri quattro itinerari, tra cui Graal tra storia e mistero e La fortezza del tempo, nonché organizzatrice di cacce al tesoro per i più piccini e di combattimenti con armature medievali. Il ritorno alle radici fa parte dell’istinto vitale che, innato, si muove in ognuno di noi; ma la conoscenza del terreno in cui affondano queste stesse radici è un privilegio ancora più grande, un regalo destinato a pochi che, grazie a questa iniziativa, viene distribuito a tutti.          

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Teatro

Le cinque rose di Jennifer in scena al Teatro Elicantropo

Le cinque rose di Jennifer è un’opera teatrale di Annibale Ruccello: andata in scena giovedì 20 aprile al Teatro Elicantropo, sarà rappresentata fino al 23 aprile, per la regia di Peppe Miale. Inscenata per la prima volta nel 1980, è l’opera di esordio di un Ruccello ancora venticinquenne a cui stanno a cuore tematiche come la solitudine, l’emarginazione e la follia. Le cinque rose di Jennifer. Jennifer, tra amore e solitudine Il protagonista è Jennifer -interpretato magistralmente dallo stesso Lama- , un travestito che non esce più di casa perché aspetta la telefonata del suo amante Franco. Vive nella continua tensione di poter riabbracciare quello che chiama “l’amore della sua vita”, partito per Milano tempo addietro. L’isolamento di Jennifer, tuttavia, viene interrotto continuamente da diverse telefonate, mai indirizzate alla sua persona a causa di un disturbo della linea. Per questo sarà ancora più difficile sapere quando e se Franco chiamerà. Così il protagonista passa le sue giornate, tra conversazioni con sconosciuti e la radio che continuamente spegne e accende con gesto impaziente. La notizia di un maniaco che uccide travestiti sparando loro un colpo di pistola sembra non toccarlo più di tanto, fin quando non bussa alla sua porta Anna, altro travestito che gli chiede la cortesia di poter aspettare una telefonata urgente per sé, dato che il telefono di Jennifer intercetta tutte le altre chiamate. Il clima comincia a rendersi pesante, la diffidenza è palpabile e si potrebbe tagliare come il burro, sebbene le due parti continuino a parlare delle proprie vite e delle proprie disgrazie, come se nulla fosse. Dopo questo incontro la scena cambierà repentinamente e gli avvenimenti si susseguiranno l’uno più inaspettato dell’altro, fino ad un drammatico scioglimento finale. Con il personaggio di Jennifer l’emarginazione si fa carne viva e palpitante, l’amore si fa veleno che stilla goccia a goccia e inquina una vita predestinata. L’aspettativa e la tensione mescolate all’ironia tagliente che contraddistingue le battute del protagonista riescono a rendere lo spettacolo leggero, a colorarlo di un divertimento che in un lampo si tramuta in un sorriso amaro e sghembo. Questo è l’universo teatrale di Annibale Ruccello, costellato da caratteri che apparentemente nessuno vorrebbe conoscere perché relegati ai margini della società, ma proprio da questi sgorgano emozioni contrastanti e al limite dell’onirico e del surreale. Continuamente ci si chiede se ciò che si sta guardando è tutta fantasia o se realmente sta accadendo; continuamente ci si avvicina alla scena con titubanza e al tempo stesso con viva curiosità, come bambini attratti da cose stravaganti.          

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