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Eroica Fenice

Libri

Una principessa in fuga, il nuovo romanzo di E. von Arnim (Recensione)

Una principessa in fuga è la nuova uscita in casa Fazi Editore della ben nota scrittrice inglese Elizabeth von Arnim. Dopo il successo ottenuto con Un incantevole aprile e Il giardino di Elizabeth, il libro torna con una nuova traduzione a cura di Sabrina Terziani. Una principessa in fuga di Elizabeth von Arnim, storia di un’insolita principessa La von Arnim è nota per scrivere libri che siano incentrati su protagoniste femminili e nemmeno stavolta le aspettative vengono deluse. Priscilla è una giovane principessa stanca della vita a corte e della vita sfarzosa che costantemente è costretta a vivere. I suoi desideri rappresentano ideali di libertà: vorrebbe scappare via, fuggire da tutto ciò che non è necessario per lo spirito e andare lontano, vivendo solo di semplicità e modestia. Per questo decide di allontanarsi di soppiatto dalla corte di Kunitz dove vive, senza dir nulla a nessuno, aiutata dal suo precettore Fritzing. Tuttavia, la vita che era stata sognata da entrambi, una vita appartata e dedita a lavori umili che plasmano l’anima, non si presenta secondo i loro piani. Non appena arrivano al villaggio inglese di Symford, entrambi devono affrontare la dura realtà: una principessa non è fatta per stare in mezzo alla gente; per quanto nobili siano gli intenti di Priscilla, il suo passato pieno di deferenza e servitù l’ha resa totalmente inadatta alla vita quotidiana. Suo malgrado, ella si troverà ad affrontare paure che fino ad allora sembravano solo fantasie recondite, e soprattutto sarà se stessa la più grande nemica che dovrà sconfiggere per tentare di sopravvivere. Una principessa in fuga è un libro che si presta molto bene alla riflessione riguardo soprattutto le nostre abitudini e il nostro stile di vita, duro a morire per quanto ognuno si sforzi a modificarlo radicalmente. Se da una parte Priscilla può avere il merito di aver cercato con coraggio una vita totalmente all’opposto di quella vissuta fino ad allora, dall’altra parte si potrebbe dire che la decisione presa e vagliata anche dal povero Fritzing sia stata del tutto superficiale, quasi un capriccio dettato dalla noia contingente. Di qui una domanda che potrebbe essere rivolta a tutti noi: quando pensiamo di voler cambiare vita, esattamente capiamo fino in fondo il significato e le conseguenze che un tale gesto potrebbe apportare nelle nostre vite? La risposta è semplice: non sempre. Ed è per questo che Priscilla deve essere presa ad esempio, non tanto per il coraggio che ha messo nel compiere una scelta così ardita, quanto nell’umiltà di aver riconosciuto, alla fine, quanto potesse essere pericolosa una decisione del genere se presa nella totale superficialità.

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Food

Pasticceria Napolitano Poderico presenta i suoi panettoni

Grande festa a piazza Poderico. Sabato 1 dicembre dalle 17.30 in poi la pasticceria Napolitano Poderico ha dato il via ad un evento imperdibile: una degustazione di panettoni artigianali made in casa Napolitano, dai più classici con uvetta e canditi ai più innovativi come quello all’albicocca e quello pere e cioccolato. Un’occasione unica per assaggiare liberamente le ricette della Pasticceria che ha inventato il San Gennariello, ma anche per godere di un’atmosfera calda e accogliente, come se ci si ritrovasse tutti quanti in famiglia. Tra trampolieri e giocolieri, il pomeriggio è trascorso in maniera frizzante anche grazie al Pazzariello, personaggio folcloristico napoletano che insieme alla sua band scatenata ha regalato a tutti coloro che si trovavano in piazza uno spettacolo spassosissimo. Pasticceria Napolitano Poderico: panettoni e pasticceria tra tradizione e innovazione La Pasticceria Napolitano Poderico ha il merito di creare dolci con ingredienti genuini: non solo prodotti a km 0, ma anche tanta passione e nobiltà d’animo che spinge costantemente la famiglia Napolitano a regalare al quartiere Arenaccia un punto di attrazione che riesca a risollevarlo e riqualificarlo. Entrando in pasticceria l’odore che ci investe è quello di un impasto fatto di uova e fantasia dolciaria, che regala ai sensi un’esperienza che fa bene al cuore. Il primo dicembre è stato così un trampolino di lancio per i panettoni di casa Napolitano Poderico. Marco, uno dei due fratelli pasticcieri che si occupa dell’attività, ci ha confidato che la sperimentazione di questi gusti così insoliti per i panettoni nasce un po’ per caso: all’inizio lo scetticismo era alto, soprattutto perché la tradizione talvolta è più forte della novità. Tuttavia, sin da subito i consensi sono aumentati e così si è deciso di scommettere su tre gusti totalmente nuovi: all’albicocca, pere e cioccolato e tartufato, oltre che quello classico uvetta e canditi. Sono panettoni, questi, dai gusti ben equilibrati e che infondo al palato subito il gusto rassicurante delle cose buone fatte in casa. Il panettone all’albicocca, ad esempio, è un tripudio di equilibrismo tra la dolcezza intensa delle albicocche e quella invece più rotonda della pasta del panettone. Quello alle pere e cioccolato, invece, ricorda molto gli accostamenti utilizzati in alta pasticceria, mentre, infine, il tartufato regala un gusto deciso che fonde insieme l’amarezza del cioccolato fondente e lo spirito alcolico del rum aggiunto a filo nell’impasto. Marco è ben contento di definire la sua attività a metà strada tra la tradizione e l’innovazione. La base di partenza è costituita sempre dalle ricette di una volta, che si tramandano in famiglia di generazione in generazione. Poi si passa all’invenzione, alla creatività e agli accostamenti di gusti insoliti che non avresti mai pensato in un determinato contesto. Così si arriva al colpo di scena che attira il cliente affascinato dalla possibilità sempre rinnovata di gustare dolci pensati costantemente nella stessa forma e con gli stessi ingredienti. Di fatti, da questa unione nascono le varianti delle sfogliatelle: la Pastierella, con il ripieno della pastiera, la Cioccotella, con ripieno di cioccolata fondente, la Babatella, […]

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Culturalmente

5 aforismi sull’amicizia che ne spiegano il significato

Aforismi sull’amicizia, anbabbi selezionato i migliori 5 L’amicizia, che regalo meraviglioso di empatia e umanità! L’inclinazione dell’uomo verso l’altro è una condizione naturale, innata ed istintiva tanto che Aristotele ci definì animali sociali, in quanto la nostra tendenza a vivere in comunità e stringere rapporti l’uno con l’altro è una condizione innata e primitiva, che accomuna gli uomini di qualsiasi civiltà e tempo storico. Qui cerchiamo di ripercorrere le sue caratteristiche salienti attraverso i 5 aforismi sull’amicizia più belli di sempre. Sulle relazioni sociali si fonda la comunità in cui viviamo. Nell’altro possiamo ritrovare le nostre paure e incertezze, un sostegno, un conforto o semplicemente la gioia di condividere un’esperienza, bella o brutta che sia. E, contrariamente al detto plautino Homo homini lupus est, non sempre siamo lupi, piuttosto fedeli compagni che si giurano reciproca fedeltà. Ci ha fatto sorridere e rallegrare, piangere e disperare, si è detto tantissimo, pagine a profusione sono state riempite per tentare di descriverla. Che cosa esprime l’essenza intima e profonda dell’amicizia? Esiste tra uomo e donna? Molto spesso finisce, perché? I più bei 5 aforismi sull’amicizia Cominciamo la nostra carrellata di aforismi sull’amicizia con una frase di Lewis: L’amicizia nasce nel momento in cui una persona dice all’altra: “Cosa? Anche tu? Credevo di essere l’unica”. (C. S. Lewis) Tutti abbiamo dei difetti inconfessabili o delle abitudini singolari che ci vergogniamo di far emergere per paura del giudizio altrui. All’amico non si può nascondere niente di tutto questo: capirà sempre tutto. Quando inoltre troviamo una persona che non solo comprende, ma condivide con noi quello che non riusciamo a confessare, ecco che ci si sente più liberi di essere noi stessi. Lewis ha perfettamente descritto l’essenza dell’amicizia in questa frase, la cui bellezza sta soprattutto nell’individuare nell’altro lo speculare di noi stessi. L’amicizia migliora la felicità e abbatte l’infelicità, col raddoppiare della nostra gioia e col dividere il nostro dolore. (Cicerone) Questa è una frase tratta da Laelius De Amicitia, che Cicerone scrisse nel 44 a.C. e dedicò a Tito Pomponio Attico. Nel libello si fa un elogio dettagliato dell’amicizia, adottando come modello ideale quello filantropico ellenistico calato nella realtà romana. Da questo piccolo trattato è stato ripreso questo aforisma, che assomiglia ad un calcolo matematico il cui  risultato è rappresentato dall’individuazione del vero scopo del rapporto tra amici: il supporto vicendevole. L’amicizia è molto più tragica dell’amore, dura molto più a lungo. (O. Wilde) Potevamo parlare di aforismi e amicizia senza citare lui, il padre delle frasi celebri? Oscar Wilde, autore inglese di fama vastissima, perseguitato in vita perché omosessuale, in questo motto racchiude una delle caratteristiche che comunemente sono accostate alla vera amicizia: la durata. Se dura per sempre, è vera amicizia, se finisce subito è stata semplice compagnia. Ecco la fatale ineluttabilità delle cose. Gli amici che sopravvivono nel tempo sono rarissimi, ma se per caso incappano sulla vostra strada condividerete esperienze con una persona che sarà presente per sempre nelle vostre vite. L’amicizia tra uomo e donna è sempre un poco erotica, anche […]

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Teatro

Lo zompo, lo spettacolo di Rosario Palazzolo al TRAM

Lo zompo è la piece teatrale andata in scena dal 15 al 18 novembre presso il TRAM Teatro Ricerca Arte Musica. Scritta, diretta e interpretata dal sicilianissimo Rosario Palazzolo, lo spettacolo ha il sapore di un esperimento, una prova che lo spettatore ha il dovere di affrontare dal momento che i suoi passi lo portano all’interno della sala. “Lo zompo” di Rosario Palazzolo, lo spettatore si fa protagonista Quando si entra in sala si ha l’idea di venir trascinati in una sorta di circolo anonimo per fedeli incalliti: le sedie sono disposte in cerchio, fanno il girotondo attorno alla scena, in mezzo alla quale sta un microfono in solitudine; una canzone che di solito si canta in chiesa la domenica fa da Leitmotiv mentre ci si accomoda. Ecco che, non appena tutti gli spettatori sono al loro posto, un uomo si alza, Rosario che interpreta il professore di matematica Nunzio Pomara, e inizia il suo monologo sfrenato, tutto fatto di rincorse tra parole ed esplosioni di dialetto siciliano. Nunzio Pomara annuncia di essere arrivato per declamare la sua rivelazione. Lo fa fino in fondo, a volte esitando, a volte disperandosi, innescando un continuo gioco col pubblico, intimorito e al tempo stesso incuriosito. Cosa ci vuole comunicare Pomara? Tra il vortice rocambolesco delle parole, tra i suoi molteplici “zompi” sulla scena, mette a dura prova chi è seduto sulle sedie e vorrebbe essere semplicemente spettatore. Invece si è continuamente costretti, nostro malgrado, a interagire con l’attore e questo abbatte completamente la quarta parete, rendendo il personaggio uno del pubblico e viceversa, quelli del pubblico personaggi attivi sulla scena. Il monologo è un frammisto di pensieri, il primo di tutti consiste nella purezza indefessa del professore, della sua incapacità a razionalizzare accadimenti negativi, al contrario di noi tutti che ogni giorno ci troviamo a fare i conti col compromesso e con la vergogna di accettare la violenza come un fatto inevitabile. Nunzio Pomara no invece e ciò rivela tutta la sua ingenuità fanciullesca. Quando la sua alunna Samantha viene investita dalle superstizioni della scuola, in quanto considerata l’incarnazione della Vergine Maria e obbligata a subire violenze di qualsiasi tipo, ecco che interviene e non si capacita di ciò che ogni giorno avviene senza seguire il corso della giustizia. Ma non c’è solo questo nascosto tra le parole amare. La paura metateatrale dello spettatore di entrare in contatto con la vera essenza della declamazione, rappresentata dall’attore in questo caso, e la destabilizzazione che ne segue servono a mettere di fronte ad un’evidenza forte: spesso il teatro non coinvolge, si guarda senza vedere sotto coltre gelida della finzione e si applaude senza capire fino in fondo a cosa si sta applaudendo.  

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Libri

La veste nera di Wilkie Collins torna in libreria con la Fazi

Fazi Editore ripubblica La veste nera di Wilkie Collins a più di un secolo dalla prima edizione. Leggi la nostra recensione! Era il 1881 quando nelle librerie uscì La veste nera di Wilkie Collins. A distanza di più di un secolo l’avvincente romanzo torna nelle librerie in un’edizione completamente nuova, a cura di Fazi Editore. Il libro è una miscela di generi letterari che trovano un punto di equilibrio perfetto tra loro: giallo, noir, romanzo psicologico si succedono e si confondono in un unico risultato coinvolgente, da togliere il respiro. Wilkie Collins è stato uno scrittore inglese, amico e collaboratore di Charles Dickens. Prima di scoprire la sua vocazione per la scrittura, Collins provò ad esercitare la professione di avvocato e commerciante di tè. Considerato uno dei padri fondatori del genere poliziesco, alcuni dei suoi successi maggiori sono La Pietra di Luna, La donna in bianco e La Legge e la signora. La veste nera di Wilkie Collins, un libro e mille emozioni I protagonisti della vicenda intricatissima e piena di colpi di scena sono Lewis Romaine e Stella Eyrecourt. Il primo è un giovane bello e tormentato che, in seguito ad un grave avvenimento, sarà per sempre coinvolto in una lotta contro se stesso fatta di rimorsi e sensi di colpa. L’incontro con Lady Eyrecourt avverrà un po’ per caso, un po’ per fortuna su una transatlantico e segnerà la sua vita per sempre. Dal suo canto, la giovane donna è determinata a conquistare Romayne e a sposarlo, ma anch’ella nasconde un segreto che in passato l’ha segnata e il cui effetto destabilizzante solo in parte è stato superato. L’incontro tra i due darà motore a tutta l’azione: la vicinanza di Stella sarà un vero e proprio toccasana per i nervi scossi del giovane, la cui serenità tuttavia sarà minata in continuazione. Romayne inoltre, non solo è un giovane di bell’aspetto, ma è anche incredibilmente ricco. La sua tenuta di Vange Abbey sarà oggetto di brama sfrenata da parte di molti, in particolar modo di Padre Benwell, uomo religioso ai vertici delle massime cariche cattoliche, il quale ordirà una serie di trame per irretire Romayne e convincerlo a convertirsi dal protestantesimo al cattolicesimo, in modo tale da potersi appropriare della tenuta, considerata di proprietà legittima della Chiesa. La veste nera è un romanzo affascinante, coinvolgente, strutturato in maniera complessa, la cui identità talvolta confusa non è per questo un ostacolo al suo completo godimento. Scorre via leggero, grazie soprattutto alle diverse tecniche narrative impiegate: il racconto in terza persona è alternato a documenti-testimonianza di due personaggi in particolare, molto vicini a Romayne e a sua moglie. Un romanzo corale, a più voci dunque, che a suo tempo raccolse un gran successo e che la Fazi Editore ha avuto il merito di recuperare attraverso una nuova traduzione.

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Libri

Ehi, un attimo della Ferrari Editore, l’esordio di Vanessa Scigliano

Classe 2003, Vanessa Scigliano è la giovanissima autrice del libro d’esordio Ehi, un attimo della Ferrari editore. Un teen romanzo che racconta le inquietudini, le sofferenze, ma anche le gioie leggere tipiche dell’età adolescenziale, durante la quale molte delle scelte che si fanno sono inconsapevoli e impulsive. Ehi, un attimo di Vanessa Scigliano racconta della voglia di cogliere il momento che fugge Ehi, un attimo è la storia di Anna, una ragazza di 16 anni che vive con la madre e col fratello a Trani, una piccolissima città della Puglia. Le sue giornate si svolgono in maniera “normale”, apparentemente monotone, eppure c’è un avvenimento appartenente al suo passato che non smette di tormentarla: quando era molto piccola, suo padre è scomparso a seguito di un incidente d’auto che lo aveva coinvolto. Quello che Anna non sa è che dietro questa tragedia si cela un terribile segreto. Sarà l’audacia della ragazza a spingerla a svelare gli intrighi, con risvolti nella storia assolutamente inaspettati. Il mix per il ‘tipico’ romanzo adolescenziale c’è nelle prime insicurezze in amore, nel rapporto conflittuale con la madre, nella difficoltà ad aprirsi fino in fondo con altre amiche e nella conseguente solitudine, assordante e rassicurante allo stesso tempo. Attraverso una tecnica narrativa in prima persona, Anna ci catapulta nel suo mondo fatto di musica pop, di libri e di sogni. Noi siamo gli spettatori muti di questo diario contenitore di emozioni oscillanti, talvolta agli antipodi. Anna vorrebbe fare la giornalista, ma i suoi sogni sono contrastati dalla madre che vorrebbe vederla invece in politica. È impossibile non rispecchiarsi per almeno una frazione di secondo nell’adolescente che tutti noi siamo stati, impossibile non ricordarsi di quali tormenti ci si nutre quando si è in quella fase particolarmente delicata della vita. Eppure il messaggio fondamentale è positivo, spinge chi legge a osare, a non perdere la speranza e a comprendere che tutto ciò che si vive ha un senso ed è indispensabile nella crescita personale. Il perno è dunque Anna e solo Anna, e tutta la storia ruota intorno a lei: le sue insicurezze e fragilità si mescolano con la sua intraprendenza. Le emotività della giovanissima scrittrice sono anche le emotività della protagonista, sul fondo rimane sempre la propensione alla positività tipica delle giovani menti. A dispetto di ciò che frequentemente si pensa, anche tra adolescenti – e Vanessa Scigliano ne è la riprova – ci sono ambizioni letterarie; scovarle è sempre un piacere, nonostante la strada per diventare veri e propri scrittori sia lunga e talvolta travagliata. Puoi acquistare il libro di Vanessa Scigliano qui:

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Eventi/Mostre/Convegni

Figli d’ ‘a Madonna alla Chiesa della Santissima Annunziata

L’appuntamento è domenica 28 ottobre fuori la Chiesa della Santissima Annunziata, a pochi passi da piazza Garibaldi e dalla stazione centrale. In un pomeriggio sonnacchioso e umido di pioggia si è svolta la visita guidata teatralizzata della basilica, rivelatasi uno scrigno di preziosità nascoste e sconosciute ai più. In occasione del 700enario della sua costruzione, l’associazione NarteA ci ha presi per mano e accompagnati alla scoperta di questi tesori, attraverso lo spettacolo Figli d’ ‘a Madonna, con la guida curata da Matteo Borriello e la regia di Antimo Casertano. “Figli d’ ‘a Madonna” alla chiesa della Santissima Annunziata, quando abbandonare i propri figli era una pratica diffusa Per celebrare appieno il compleanno della fondazione della congregazione che si occupava di accogliere i bambini abbandonati nella ruota degli esposti, l’associazione culturale NarteA ha dato vita ad una rassegna di spettacoli dal titolo 1318-2018 L’annunziata Maggiore: una bellezza lunga sette secoli. Nel tempo la congregazione legata alla basilica e che si occupava dei bambini abbandonati crebbe sempre più: nel 1343 la moglie di Roberto d’Angiò, Sancha D’Aragona, provvide a trasformare la congregazione in Real Casa dell’Annunziata di Napoli. Inizialmente non solo la chiesa ne faceva parte, ma all’accoglienza degli orfanelli erano preposti anche un ospedale, un convento, un ospizio ed un conservatorio. La chiesa al suo interno è un capolavoro di proporzioni geometriche, grazie alla ristrutturazione iniziata da Luigi Vanvitelli e terminata dal figlio Carlo. Non molti la conoscono, probabilmente soprattutto a causa di una posizione un po’ fuori dai margini del centro storico e dagli itinerari turistici: per visitarla, infatti, bisogna spostarsi all’interno dei vicoletti della piazza antistante Porta Capuana. Tuttavia la deviazione vale la pena: appena dentro, l’atmosfera raccolta stordisce lo sguardo di chi vi entra la prima volta; stordisce ancora di più la storia della sua costruzione, ricca di leggende e legata soprattutto, come anticipato, al fenomeno dell’abbandono dei bambini molto piccoli, pratica molto diffusa a partire dal Medioevo. Una delle scoperte più sorprendenti di questa visita consiste nell’apprendere che anche il famosissimo pittore e scultore Vincenzo Gemito fu abbandonato e accolto dalla Santa Casa. Uno dei personaggi che prendono vita sulla scena sarà proprio il pittore da giovane, interpretato proprio dal regista Antimo Casertano. Le meraviglie custodite all’interno della chiesa della Santissima Annunziata sono molteplici: la visita guidata si sposta su un itinerario che comprende il passaggio dal corpo centrale della struttura a quello defilato della sagrestia, passando dinanzi alla Cappella Carafa decorata in marmi policromi, che offre l’idea di come la chiesa era all’inizio, prima che un incendio ne distruggesse l’interno. La sagrestia, poi, è un capolavoro di stucchi e affreschi di Belisario Corenzio sulla volta, mentre il perimetro della stanza è contornato da armadi in legno decorati con disegni in rilievo e impreziositi da oro che ormai ha perso la sua vivacità. Infine si passa alla cripta, in cui sono custoditi busti in legno dei santi martiri di Lesina. Dunque, grazie a NarteA, che da sempre si occupa di animare le visite guidate ricreando scenari e personaggi dai […]

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Food

Vini divini – L’officina dei sapori apre a Soccavo

È stata domenica 21 ottobre la prima apertura dell’enoteca Vini divini – L’officina dei sapori sita in Via Epomeo 459. Un locale al cui interno è contenuta la grandissima passione per il vino di Tiziana e dei suoi figli, che hanno formato le proprie ossa già presso l’enoteca Vini Divini di Fuorigrotta. Un percorso lungo, talvolta sofferto che non sempre ha dato i frutti sperati, ma delineato dalla forza d’animo di una famiglia che non vuole arrendersi mai. Vini divini – L’officina dei sapori, un percorso tra i prodotti locali Dalla strada l’insegna richiama gli avventori, il piccolo ma accogliente locale a poco a poco si gremisce di gente curiosa, di amici che vengono a portare il sostegno e il loro calore per augurare successo a questa piccola avventura. Alle pareti grandi scaffali in cui sono stipate bottiglie di vino, bianchi, rossi, rosati, a presentare la vasta scelta che presenta la cantina. E’ uno spazio dai colori vivaci, che ha nelle sue corde una vibrazione di casa. E’ un periodo fortunato per le enoteche: la loro formula informale, che mixa i sapori rustici di salumi e formaggi a quelli più strutturati del vino, rispecchia appieno uno stile di vita che si sta diffondendo sempre più repentinamente tra i giovani. All’Officina dei sapori vengono proposte scelte variegate di vini, dai gusti corposi come quelli del rosso di Gragnano offertoci come assaggio, a quelli più delicati per il palato come il Fiano ma che comunque lasciano in bocca un scia dal retrogusto dolce. La forza di questo locale sarà soprattutto la versatilità. Non solo vini da accompagnare a prodotti del territorio, ma anche birre artigianali e cocktail equilibrati. Insomma, un percorso nel gusto a 360 gradi, in cui la volontà di questa piccola famiglia di imprenditori sarà quella di regalare un’esperienza sensoriale in cui i cinque sensi sono continuamente solleticati dall’ampia gamma di possibilità. Il progetto di Tiziana e figli è ben preciso: l’enoteca sarà aperta a pranzo e a cena, per offrire ai clienti la massima efficienza. Taglieri di salumi, formaggi km 0, toast, panini e stuzzicheria varia costituiranno il menù. Presto si organizzeranno anche corsi per diventare sommelier e percorsi degustazioni. Lo scopo è quello di precisare che il vino non è semplicemente una bevanda che accompagna le pietanze, non è solo il mezzo attraverso cui il piatto può assumere sfumature di gusto diverse. Il vino è il concetto alla base della cucina, è la finalità del progetto ambizioso che si è messo in atto, il protagonista sulla scena, scelto soprattutto come importante strumento di informazione e divulgazione. Attraverso di esso si conosce il territorio, si comprendono e valorizzano le potenzialità della terra campana e italiana. Bere vino, dunque, è come bere la storia della territorio, dell’acqua che si è impiegata per innaffiarlo, del seme della vite, dei pampini, degli acini e, perché no, anche della fillossera sempre aborrita. La mission è una e nobile: rendere il consumatore più consapevole del prodotto che sta fruendo.      

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Teatro

Orazio Cerino in Buco nell’acqua, la storia di tre uomini in barcone

Giovedì 18 ottobre al teatro TRAM è andato in scena Buco nell’acqua, visibile fino al 28 ottobre e con protagonisti Antonio Buonanno, Orazio Cerino e Marco Mario De Notaris. La regia è di Mirko Di Martino e la produzione è del Teatro dell’Osso. La rappresentazione ha vinto il premio Emma Sorace alla drammaturgia e vede sul palco Antonio Buonanno, Orazio Cerino e Marco Mario De Notaris. Tre uomini in barca: Antonio Buonanno, Orazio Cerino e Marco Mario De Notaris Ci sono un musulmano, un cristiano e un ebreo in un barcone in mezzo al mare. Detta così potrebbe sembrare l’inizio di una barzelletta, invece potrebbe rappresentare esattamente tutto il succo dello spettacolo. Antonio Buonanno, Orazio Cerino e Marco Mario De Notaris sono i soli protagonisti posti su una zattera che davvero si muove in mezzo alla scena. Non ci vuole un enorme sforzo di fantasia per immaginarli persi nel mar Mediterraneo, in cerca della terra promessa, l’Italia, che per loro rappresenterà il riscatto, il futuro e soprattutto il lavoro. L’immigrazione è estremamente attuale nelle cronache odierne, non si può far a meno di sentirne parlare, sempre più frequentemente con disprezzo nei confronti di chi arriva per cercare un po’ di fortuna. Buco nell’acqua è il racconto dal punto di vista di chi arriva, del viaggio disperato che ogni migrante fa, pur rischiando la vita; intreccia tutti i progetti sognanti e il doloroso passato di chi decide di partire, costretto a lasciare la terra in cui è nato, piegato dai soprusi dei “fottutissimi” miliziani.  Il tutto raccontato con un linguaggio estremamente comico, al limite del surreale, che fa affiorare sulle labbra un sorriso che solo in un secondo momento ci si rende conto essere amaro, amaro proprio come i bocconi di ingiustizia che ogni giorno i profughi sono costretti a ingoiare. Ma se di fronte alle violenze patite i tre fanno fronte comune, si stringono le mani in gesti di fratellanza e si promettono “di non perdersi nemmeno appena sbarcati a Lampedusa”, è quando scoprono che appartengono a religioni diverse che comincia la parte più incredibile della storia. È proprio questa la più significativa: lo scontro tra religioni e, di conseguenza, tra civiltà. Siamo tutti uguali, eppure dinanzi all’appartenenza a credo diversi tutti profondamente in contraddizione. Ci si annusa come cani con diffidenza e con rabbia, perché Dio prima li fa e poi li s-coppia. Qualcuno si chiederà se tutto questo sia giusto: la verità è che bisogna chiedersi se tutto questo possa essere tollerato nel presente, in momento storico in cui è molto facile far paragoni pericolosi con un passato nemmeno tanto lontano. Eppure, sembra che a scuola la storia molti l’abbiano studiata male.  

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Napoli & Dintorni

Il backstage del San Gennaro Day, tra premi e artisti

Per il San Gennaro Day giunto alla sesta edizione l’appuntamento è il 24 settembre sul sagrato del Duomo. La chiesa fa da spettacolare cornice ad un evento unico, durante il quale si conferiscono premi in onore di San Gennaro a personalità appartenenti al mondo della musica, del cinema, dello spettacolo e dell’imprenditoria che portano alto l’onore partenopeo in Italia e nel mondo. Quest’anno è stato istituito anche un premio in onore di Bud Spencer, al fine di commemorare un attore formidabile, famosissimo per la sua violenza comica a fin di bene. La direzione artistica e l’idea sono di Gianni Simioli, che ha avuto modo di adunare questo consesso imperdibile grazie soprattutto all’appoggio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli. San Gennaro Day: noi di Eroica siamo andati a vedere cosa succedeva dietro le quinte Una kermesse a tutto tondo quella del San Gennaro Day: attori, cantanti e volti noti popolano il dietro le quinte immerso sin da subito in un’attività frenetica e caotica. Così noi di Eroica abbiamo avuto l’occasione per una sera di stare a stretto contatto con loro e vivere il mondo dello spettacolo al di qua del confine col palco. Abbiamo avuto modo di comprendere quanto duro lavoro ci sia dietro uno spettacolo di intrattenimento come questo, quanta organizzazione, ma soprattutto quanta emozione è necessaria per tenere alto il ritmo. Tra le personalità di spicco erano presenti Mimmo Borrelli, definito dalla critica uno dei più grandi drammaturghi contemporanei, Franca Leosini, giornalista partenopea che ha guadagnato stima e apprezzamenti anche tra i più giovani, Biagio Izzo che non ha bisogno certo di presentazioni e poi Pio e Amedeo che con la loro comicità vulcanica hanno scatenato il pubblico. Grande ospite d’onore Luciano de Crescenzo, premiato per la carriera longeva in onore del suo compleanno. Siamo riusciti ad intervistare Salvatore Esposito, famosissimo ormai per il ruolo di Genny Savastano in Gomorra e protagonista nel film Puoi baciare lo sposo. Si è detto entusiasta ed onorato di essere presente al San Gennaro Day, dal momento che è un’occasione per assaporare le sue radici partenopee. Il ricordo va anche a Bud Spencer, attore importantissimo per la sua formazione artistica. Tra i cantanti Tony Tammaro, Luchè, Enzo Gragnaniello, il quale ci ha confidato a breve uscirà il suo nuovo album ricco di riferimenti colti, e Francesco di Bella, a cui è stato dato il premio per la sua carriera ventennale. A noi di Eroica si è detto immensamente grato per questo riconoscimento arrivato a tributare una carriera che il più delle volte è stata sotterranea e la cui massima bellezza è stata raggiunta in un momento di basso successo della musica indipendente. Il 25 ottobre uscirà il suo terzo album da solista. Il miracolo che si augura? Una svolta positiva per quanto riguarda la società tutta, in un frangente politico che non fa sperare al meglio. Come non parlare poi di Assunta Pacifico, timoniere da sempre del ristorante A’ figlia d”o Marenar, scintillante nel suo abito nero, perfettamente a suo agio tra le grandissime personalità […]

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Teatro

Bentornata Piedigrotta IV edizione al Teatro Augusteo

All’Augusteo sabato 22 e domenica 23 settembre è andata in scena la quarta edizione di Bentornata Piedigrotta, spettacolo musicale che in tre ore e poco più ripercorre tutte le tappe più significative del patrimonio musicale napoletano. L’idea è di Leonardo Ippolito e il titolo evoca chiaramente l’antichissima Festa di Piedigrotta, che si svolgeva in onore della nascita della Vergine Maria avvenuta nella notte tra il 7 e l’8 settembre. In tale occasione i carri sfilavano accompagnati da orchestrine di chitarre e mandolini, i palazzi venivano riccamente addobbati a festa e, addirittura, tra le numerose canzoni che venivano presentate se ne sceglievano cinque o sei tra le più belle per decretarle vincitrici. Bentornata Piedigrotta, la IV edizione Come i colori della festa un tempo spadroneggiavano sullo sfondo dei palazzi in festa, così anche sul palcoscenico le mille luci insieme ai vestiti sgargianti delle donne ci trasportano in un’atmosfera antica, che odora di nostalgia, di sigarette di contrabbando e pizze vendute a poco prezzo nei vicoli della città. Molteplici sono gli interpreti che si alternano in scena, tra canti e balli: corde vocali che risuonano direttamente dalle viscere del suolo napoletano, plasmato non solo da lava e cemento, ma anche dalla sinfonia antica dell’anima. Dal repertorio classico, come ‘O Sole Mio, passando per la sceneggiata napoletana in cui amicizie finite male e amori struggenti prendono alla pancia anche l’ascoltatore più insensibile, finendo alle canzonette più recenti, ci si ricorda inevitabilmente di nomi come Salvatore di Giacomo, Libero Bovio, Roberto Bracco ed Ernesto Murolo, tutti artisti che hanno contribuito a rendere famosa la canzone napoletana nel mondo. Sapientemente Leonardo Ippolito è riuscito ad allestire uno spettacolo che per magia unisce il pubblico e gli attori: è impossibile resistere per alcuni, si cantano bisbigliando non solo canzoni, ma anche la propria infanzia e i propri ricordi e si ritorna così, per la durata di tre minuti, a quando si era bambini. Una partecipazione accorata, che fa battere le mani a ritmo e alla quale non possono sfuggire nemmeno i più giovani, divertiti e affascinati dall’allegria o commossi per la tristezza di alcune sceneggiate. I protagonisti della scena sono Lello Pirone e Natalia Cretella con interventi di Ciro Capano e Salvatore Meola. E poi, in ordine di apparizione: Carla Buonerba, Umberto del Prete, Francesca di Tolla, Giampietro Ianneo, Salvatore Imparato, Carlo Liccardo, Nadia Pepe, Lucrezia Raimondi Sciotti, Marilù Russo, Luca Sorrentino e Daniela Sponzilli. Impossibile, infine, non ricordare la direzione musicale del Maestro Ginetto Ferrara.  

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Culturalmente

La città dei Sangui, alla scoperta dei miracoli perduti

19 settembre, giorno di San Gennaro. È una giornata plumbea, ma le strade pullulano lo stesso di una folla agitata e inquieta, turisti misti a napoletani. È il giorno del miracolo, il giorno della speranza.  Non lontano dal caotico via vai, in Piazzetta San Gaetano, l’Associazione Medea Art ha organizzato una visita guidata in tema: La città dei Sangui. Per i napoletani è impossibile non conoscere il miracolo del sangue di San Gennaro. Ogni anno, a maggio e a settembre, il primo dei cinquantatré santi protettori di Napoli fa sciogliere il sangue raggrumato nell’ampolla. La città è in festa, grazie a lui si vivrà sereni e senza disgrazie per ancora un altro anno. San Gennaro però non è il solo ad operare il miracolo della liquefazione del sangue: anche altri santi meno conosciuti sono protagonisti di storie e leggende che riguardano quel liquido rosso e ferrigno che tutti noi abbiamo in corpo. Proprio questo è l’obiettivo della visita guidata della Medea Art: prenderci per mano e farci viaggiare alla scoperta di tutti quei miracoli che per ragioni varie non sono altrettanto conosciuti. La città dei Sangui, passeggiata nel cuore di Napoli La visita traccia immaginariamente una linea per formare una sorta di carta geografica del miracolo sanguigno. Si parte da Piazzetta San Gaetano, anticamente occupata dall’agorà greca in cui sorgeva il tempio di Castore e Polluce, oggi invece trasformato nella Chiesa di San Paolo Maggiore. Proprio nella parte inferiore della chiesa troviamo la tomba di Sant’Andrea Avellino, al quale è legata la figura di San Gaetano da Thiene. Inizialmente Andrea era un avvocato molto abile, ma dopo aver difeso un delinquente cominciò a pentirsi e ad avvicinarsi sempre più all’ordine teatino fondato proprio da San Gaetano nel 1533 presso la Chiesa di San Paolo Maggiore. Quando il Santo morì, durante la cerimonia di sepoltura, gli venne tagliata una ciocca di capelli. Le forbici lesero anche la cute, dalla quale sgorgò sangue vivo, che fu racchiuso in un’ampolla. Ogni anno il suo sangue si è sciolto, smettendo tuttavia nel 1950. Da Piazzetta San Gaetano si passa poi alla magnifica chiesa di Santa Patrizia in via San Gregorio Armeno. Ornata di stucchi pregiati e oro, con affreschi di Luca Giordano, la chiesa, appartenuta da sempre all’ordine delle monache di San Gregorio Armeno, abbaglia la vista.. Qui è sepolto il corpo della Santa che dà il nome alla chiesa, morta a soli 21 anni. Intorno al 1300, un cavaliere romano venuto a chiederle la grazia, per i suoi gravissimi problemi di salute, in un impeto di devozione esagerata, strappò un dente dalla santa morta quasi 100 anni prima, dal cui alveolo iniziò a sgorgare sangue vivo. Questo venne così raccolto in un’ampolla e ancora oggi ogni martedì di ogni settimana avviene il miracolo della liquefazione. Da Santa Patrizia fino al Duomo, cenni storici de La città dei Sangui Abbandonata la chiesa di Santa Patrizia, ci dirigiamo verso l’ingresso del monastero delle monache armene. Qui la guida ci racconta che ci sono ancora altri due santi […]

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Teatro

Il teatro cerca casa: l’edizione 2018-2019

Mercoledì 12 settembre è stata una giornata frenetica per casa Santanelli: in una calda mattinata, infatti, vi è avvenuta la presentazione della nuova stagione teatrale de Il Teatro Cerca Casa. Per chi non lo sapesse, quest’iniziativa insolita vede protagoniste location diverse con un unico comune denominatore: essere il salotto di casa di gente normalissima. “Ora siamo giunti al settimo anno, che passa per essere l’anno della crisi di tutti i legami, e dunque anche di quello nostro con pubblico e attori”: così il padrone di casa, nonché direttore artistico Manlio Santanelli, ha voluto inaugurare l’inizio della conferenza, una sorta di rito apotropaico di buon augurio. Il teatro cerca casa, il cartellone Il salotto è pieno, i giornalisti accorsi in molti si stringono sulle sedie, affinché tutti possano accaparrarsi un posto comodo durante la presentazione. Innumerevoli libri fanno da cornice ad un contesto informale, in cui attori e spettatori si mischiano, s’amalgamo senza barriere e differenze, proprio come vuole l’obiettivo de Il teatro cerca casa: far compenetrare quotidiano e surreale, alla continua ricerca di espressioni alternative di sé. Nella stagione passata, il bilancio si è chiuso in maniera positiva: sono stati circa 25 gli appartamenti, 2000 gli spettatori accolti, 45 gli spettacoli. Quest’anno si cerca di replicare, come prima, più di prima: si coniugano teatro vero e proprio e spettacoli di musica napoletana, tra cultura, letteratura e filosofia. Un mix proprio per tutti i gusti, che si trasforma talvolta in un simposio privato in cui sconosciuti di diversa provenienza si trovano a condividere l’intimità dei pensieri. La settima edizione, dunque, prevede dodici nuovi titoli in cartellone e tre ritorni dalle passate edizioni, a cui si aggiungono tre eventi speciali in data unica. Si parte con il 23 settembre presso il complesso monumentale di San Nicola da Tolentino. L’appuntamento è previsto per le 17.15, visita guidata e spettacolo In origine fu voragine, con Maurizio Capone e Antonello Cossia. A seguire Polveri condominiali di Franco Autiero, portato in scena da Gina Perna e con le musiche di Fulvio Di Nocera, per la regia di Tonino Di Ronza. Un grande successo della scorsa edizione ritorna nuovamente: La solitudine si deve fuggire, di Manlio Santanelli interpretato da Federica Aiello. Il teatro impegnato civilmente si concretizza in questa nuova edizione attraverso la messa in scena di Il fulmine nella terra – Irpinia 1980, che ricostruisce l’atmosfera catastrofica del terremoto avvenuto in Irpinia nel 1980, con Orazio Cerino. Vetiver – Essenze di una profumiera costituirà l’appuntamento successivo, con Melania Esposito, ricostruendo la vicenda della profumiera Mona di Orio. A seguire Piccoli crimini coniugali di Eric-Emmanuel Schmitt, con Gioia Mille e Antonio D’Avino. Michele Danubio invece sarà il protagonista de Il posto di un altro assieme a Laura Borrelli e Stefano Jotti. Lo stesso Jotti poi riproporrà lo spettacolo “La fondazione” con testo di Raffaello Baldini. Com’è stato detto prima, anche la letteratura troverà largo spazio nella rassegna, attraverso il Magnificat di Alda Merini portato sulla scena domestica da Caterina Pontrandolfo, Bartleby lo scrivano tratto dall’omonimo capolavoro di Melville, […]

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Culturalmente

Cos’è una matrioska e qual è il suo significato

La matrioska (o matriosca) non ha bisogno di presentazioni. Chi non ne ha mai vista una? I tipici souvenir russi raffiguranti bambine o donne paffute sono diventate il simbolo del vastissimo stato dell’Europa dell’Est. La caratteristica principale di queste bamboline di legno è quella di contenere al proprio interno altre di dimensioni diverse, fino ad arrivare alla più piccola, chiamata “seme”. Ogni pezzo, inoltre, è diviso a metà, in modo tale da aprirsi e contenere il pezzo di taglia più piccola. Ma qual’è il loro significato simbolico? Matrioska (o matriosca): simbologia e significato L’origine è incerta: si dice che il primo a fabbricare la Matrioska sia stata Savva Mamontov nel XIX secolo. Ricchissimo industriale, appassionato d’arte, nonché mecenate, egli riunì una serie di artisti specializzati in arte tradizionale e contadina con l’intento di dare una scossa considerevole a questo genere artistico, aiutato anche da suo fratello Anatolij. Altre fonti, invece, sostengono che queste curiose bambole di legno abbiano origine dalla cultura cinese, in riferimento alle scatole cinesi appunto, anch’esse di grandezza crescente inserite le une all’interno delle altre. Invece altri ancora sostengono che il primo a costruirle sia stato un monaco russo. Al di là della loro vera origine, le matrioske sono portatrici di un significato ben preciso: bisogna sapere, infatti, che la parola in sé porta la radice latina di mater, ovvero madre. Proprio la madre costituisce il fulcro simbolico di queste graziose statuette. Il fatto che queste siano contenute reciprocamente in una matrioska più grande equivale a rendere l’idea del grembo materno che porta in sé un corpo più piccolo. Le matrioske, dunque, possono essere assunte a modello di generazione, in cui la maternità e la fertilità sono le caratteristiche primarie e indispensabili per la loro esistenza. La famiglia potrebbe essere un’altra componente simbolica e lo dimostra il fatto che la statuetta più grande è chiamata madre, mentre quella più piccola è chiamata seme. Ecco che anche qui la figura di colei che genera è centrale. D’altronde anche la loro corporeità fa pensare a quelle antiche sculture del paleolitico o ai giocattoli cinesi, giapponesi e indiani. Potenzialmente, la matrioska può contenere al suo interno infinite altre matrioske, come può essere contenuta all’interno di altre infinite volte. E’ il simbolo della capacità della vita che non ha limiti, ma anche del Principio e della Fine, dell’Uno e del Molteplice. Dal Macro al Micro, si potrebbe pensare addirittura che questi piccoli simulacri di legno siano per estensione il simbolo dell’Universo. Infine, anche il materiale di cui è fatta una matriosca non è casuale: il legno è duro da scalfire, durevole nel tempo, resistente, ma anche continuamente rinnovabile, come rinnovabile sono l’amore e la creazione. Anche il tipo di legno non è lasciato al caso: generalmente il tiglio e la betulla vengono utilizzati in maniera preponderante. Il primo è simbolo di fertilità e femminilità, mentre il secondo in Russia rappresenta fortuna e longevità.  Matrioske (o matriosca) su Amazon

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Teatro

“Tragodia” – Il canto del capro” con Emanuele D’Errico, tra comico e surreale

Martedì 4 settembre è andato in scena nel chiostro della chiesa di San Domenico Maggiore lo spettacolo di Ettore Nigro, Tragodia – Il canto del capro.  Il protagonista e solo attore sulla scena è Emanuele D’Errico, che con la sua voce sonora ma pulita ha donato agli spettatori un’ora di viaggi fantastici in contrasto con la scena adornata con pochissimi oggetti, per lo più maschere di cartapesta dalle fattezze animali che di volta in volta indosserà, come uno zoo di cartapesta animata. La messinscena fa parte della rassegna teatrale Morsi di Teatro, presentata da UnAltroTeatro che andrà in scena dal 3 al 6 settembre. Tragodia – Il canto del capro, una tragedia comica con Emanuele D’Errico “Conosce la storia di Guglielmo Belati?“. È così che inizia lo spettacolo, subito interrotto da una pioggia improvvisa e fuori programma. Dopo aver sistemato le sedie e il palco al riparo, Emanuele D’Errico riprende la narrazione proprio da lì, da quella domanda posta al suo vicino di sgabello, una maschera dalle fattezze di un elefante. Chi era dunque Guglielmo? Un ragazzo normalissimo, innamorato della sua fidanzata Teresa a tal punto da volerla sposare, nonostante le opposizioni delle famiglie di entrambi. Così un bel giorno, vestito di tutto punto, con l’anello in tasca assieme a poche caramelle a menta, decide di recarsi a casa di lei per chiederle la mano, non importano le difficoltà e le proteste. Lungo la strada il suo sguardo si posa su un fiore arancione e blu, così bello da fargli venire voglia di raccoglierlo per donarlo alla sua fidanzata. Proprio in quel momento incontra lo sguardo di una capretta, bianchissima, la più bella di tutto il gregge, così bella che subito Guglielmo si sente innamorato di lei, come un bambino.  Da quel momento in poi l’intera vita di Guglielmo cambia rotta: per far innamorare la capra di lui cercherà di comunicare con lei in qualsiasi maniera, fino a diventare egli stesso una capra. Incontrerà sul suo cammino tante altre capre che al posto di belare parlano in napoletano, affronterà lunghi viaggi in campi immensi, fino ad arrivare ad un’importantissima consapevolezza che capovolgerà il finale in maniera inaspettata. Si potrebbe definire Tragodia una piccola commedia tragica, che racchiude tutti i tentativi disperati e folli di un uomo che insegue un’utopia o un sogno, non si sa, infischiandosi di tutto il resto, con nel cuore solamente il suo obiettivo. Divertente, spassionata, a tratti lievemente ironica, la storia è un puzzle di eventi surreali, quasi onirici, che si incastrano alla perfezione. Tutti gli spettatori si sono sentiti un po’ capretti, forse per quei braccialetti rossi di carta che sono stati distribuiti all’inizio e poi messi tutti al braccio destro, forse perché la storia di Guglielmo riguarda un po’ tutti noi. Dunque tragedia, canto della disperata voglia di vita che vuol dire anche un po’ rischiare, uscire dagli schemi convenzionali per cercare ciò che ci rende più felici.

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Culturalmente

Il Vangelo di Giuda: storia di un (non) tradimento

Il vangelo di Giuda è un Vangelo apocrifo e gnostico che riporta una serie di conversazioni tra Gesù e lo stesso Giuda,  scritto da vari cristiani gnostici seguaci di Gesù. Presumibilmente il periodo al quale questo testo risale è compreso tra 130 e il 170 d.C., datazione ricavabile dal fatto che al suo interno si fa riferimento ai quattro Vangeli canonici. Per 1600 anni non si è avuto notizie della sua esistenza, fino a quando nel 1978 è stato ritrovato in Egitto nel suo manoscritto, il Codex Tchacos, restaurato e poi tradotto in varie lingue, tra le quali anche l’italiano. Di cosa parla il Vangelo di Giuda Sembrerà strano leggere il nome di Giuda Iscariota accostato alla parola Vangelo, eppure anche il traditore più famoso della storia ha avuto modo di far sentire la sua voce sulla vicenda dei trenta denari. Secondo i quattro vangeli accettati dalla Chiesa, infatti, Giuda avrebbe tradito Gesù consegnandolo alle autorità del Tempio di Gerusalemme dandogli un bacio sulla guancia, le quali a loro volta lo avrebbero consegnato al prefetto romano Ponzio Pilato. Secondo il Vangelo di Giuda, invece, questo gesto non sarebbe stato un tradimento: l’Iscariota, infatti, avrebbe seguito le istruzioni di Gesù, il quale gli avrebbe chiesto esplicitamente di consegnarlo alle autorità che lo avrebbero messo a morte affinché il suo corpo potesse liberare l’anima.  Secondo lo gnosticismo il corpo sarebbe una sorta di prigione per l’anima, che di conseguenza ha bisogno di libertà per ritrovare la sua reale essenza. Così Gesù, stando alla versione favorevole a Giuda, avrebbe voluto sbarazzarsi delle proprie spoglie mortali per lasciar libera l’anima e far andare così la vicenda secondo il suo corso prestabilito. In questo modo l’intera storia potrebbe avere dei risvolti inaspettati, riabilitando la figura di questo traditore: questi, infatti, sarebbe stato considerato tra i dodici apostoli il più degno per portare a termine un simile compito.  Un vangelo apocrifo che scagionerebbe Giuda Secondo la traduzione fatta dalla National Geographic Society, il questo vangelo apocrifo si aprirebbe con gli ultimi giorni di vita di Gesù, il quale sarebbe stato addirittura in netto contrasto con gli altri dodici apostoli. L’unico che invece riusciva a fornire un servizio impeccabile a Dio e di mettere in atto il suo volere era proprio Giuda. Per questo motivo egli viene insignito del delicatissimo compito di consegnare Gesù alle autorità. La Chiesa, in ogni caso, non considera tale Vangelo degno di attenzione, in quanto non apporterebbe efficaci argomenti contro i quattro Vangeli ufficiali; di conseguenza esso viene considerato alla stregua degli altri Vangeli apocrifi. È interessante però leggere una versione differente da quella ortodossa: sono questi argomenti che affascinano sempre coloro che si pongono tante domande sulla dottrina cattolica. Il Vangelo di Giuda e altri vangelo apocrifi

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Teatro

Big Fish – il mio padre incredibile in scena al Théâtre de Poche

Big Fish – il mio padre incredibile è lo spettacolo portato in scena da Andrea Cioffi al Théâtre de Poche il 23 e il 24 giugno; un lungo monologo comico e a tratti straziante di un figlio, interpretato da Franco Nappi, che vuole raccontare il suo rapporto complicato col padre. Il testo è ispirato al romanzo dello scrittore statunitense Daniel Wallace, Big Fish appunto, riambientato in una Campania bucolica e mitica. Big Fish – il mio padre incredibile al Théâtre de Poche, tra epica e realtà Franco Nappi solo sulla scena inizia di spalle il racconto: interpreterà di volta in volta padre e figlio, proprio a significare che in fondo entrambi sono le due facce inseparabili della stessa medaglia, pur vivendo due esistenze agli antipodi. Edward Bloom è un uomo che ne sa una più del diavolo, concepito un giorno durante la Seconda Guerra Mondiale tra le nocciole e il fumo delle bombe, un padre affabulatore che riesce a trarre da qualsiasi avvenimento banale e quotidiano un racconto mitico e grandioso. Il figlio, non si pronuncia mai il suo nome, ha vissuto la sua intera esistenza aspettando che il padre mettesse da parte se stesso e le sue gesta eroiche che tanto offuscavano la sua presenza. Adesso Edward Bloom sta per morire, i racconti che tanto amava diffondere devono essere tramandati al fine di non perdere la traccia della sua epica esistenza. Così il figlio le tramanda a noi spettatori, come un aedo è attento a non inventare niente di sua spontanea volontà, è pronto a ripetere a memoria le parole che tante volte aveva sentito dalla bocca fantasiosa di suo padre. Big Fish è un racconto teneramente audace, che mette in scena le insicurezze e le paure di un esploratore che molto spesso si è sentito perso senza la sua bussola di riferimento, che per colmare la disperata assenza si è nutrito riempiendo lo stomaco di racconti di foreste incantate, combattimenti con famelici giganti, affronti a vecchiette che potevano predire la morte. La dimensione mitica del monologo assomiglia molto alle narrazioni che i vecchietti, all’ombra delle loro case basse, raccontano ai piccoli del paese. Singolare è il legame diretto che si crea tra entroterra campano e ambientazione americana nel romanzo di origine. Onirico e affascinante, il racconto presentato al Théâtre de Poche mette a nudo un’inquietudine atavica, quella di una generazione che troppo spesso cerca di rintracciare nelle sue radici un mezzo per guardare avanti, un appiglio o un esempio necessario per creare il domani.

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