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Eroica Fenice

i promessi sposi

I promessi sposi. Un romanzo della borghesia

«Il romanziere […] insegna la morale a quella classe di gente che serve al governo ed indirettamente comanda alla plebe; sola classe di gente che ha d’uopo di morale pel bene della società» (U. Foscolo, Saggio di novelle di Luigi Sanvitale, 1803).

Negli anni dell’ancien régime il pubblico della letteratura era più che mai ristretto in quanto era costituito solo da un’esigua parte della popolazione, cioè dall’aristocrazia e dagli stessi letterati. Ma lo scorrere del tempo e il precipitare degli eventi – la Rivoluzione francese, la parabola napoleonica, la Restaurazione – comportarono lo stravolgimento degli antichi assetti e all’aristocrazia si affiancò una nuova classe, che aspirava ormai a una sua autonomia, ossia la borghesia. Un nuovo pubblico, anzi un’estensione del pubblico.

Una nuova classe, come si evince dalle parole di Foscolo, a metà strada tra il governo e la plebe; una classe che maggiormente sente i cambiamenti epocali avvenuti nel passaggio dal Settecento illuminista all’ Ottocento romantico. A tale classe, perciò, Foscolo indirizzò il suo OrtisAlessandro Manzoni i suoi Promessi sposi.

È, infatti, questo il rapporto tra borghesia e letteratura e la borghesia nella letteratura costituisce uno degli aspetti che una nuova edizione commentata de I promessi sposi mette in lucebasata sull’edizione Quarantana del romanzo manzoniano, completa della Storia della colonna infame, corredata dalle illustrazioni di Francesco Gonin che aiutano a meglio “leggere” il romanzo e, dal punto di vista critico, sulle lezioni di grandi studiosi come Ezio Raimondi e Giancarlo Mazzacurati, a cui è dedicato questo nuovo commento.

Questa nuova, importante, edizione – data alle stampe dalla casa editrice BUR Rizzoli e curata da un gruppo di studiosi del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Federico II di Napoli (Francesco De Cristofaro, Nicola De Blasi, Matteo Palumbo, Marco Viscardi e Giancarlo Alfano) – è stata presentata presso il Teatro Bellini di Napoli lunedì 5 gennaio da Arturo De Vivo (Prorettore dell’Università degli studi di Napoli Federico II), che ha coordinato la serata, Giovanni Maffei, Andrea Mazzucchi, lo scrittore Giuseppe Montesano e Toni Servillo. L’attore ha letto alcune pagine tratte dai capitoli XXV e XXVI, in cui il cardinale Federigo Borromeo rimprovera Don Abbondio per le sue mancanze nei confronti di Renzo e Lucia. 

Il commento, dall’alto rigore filologico, inoltre, è molto importante: è stato pensato perché il lettore contemporaneo possa comprendere al meglio i passaggi fondamentali del romanzo senza  perdersi nella fitta, ma sempre affascinante, esegesi di un’opera complessa quale I promessi sposi. Un commento fluido, quindi, e completo delle analisi delle illustrazioni di Gonin e della Storia della colonna infame di cui si sono rispettivamente occupati Giancarlo Alfano (Il sistema delle illustrazioni) e Matteo Palumbo (L’ultimo capitolo dei Promessi sposi). 

In questo breve ragionamento sull’importanza del romanzo manzoniano nella cultura e nella lingua italiana – ricordando il saggio di Nicola De Blasi, La lingua del romanzo da leggere e da ascoltare, posposto a questa nuova edizione dell’opera manzoniana – abbiamo sottolineato come, dopo due secoli, si senta ancora la necessità, come afferma Francesco De Cristofaro nella prefazione Il romanzo sul tavolo da gioco, «di amplificarne la voce». Insomma I promessi sposi, nonostante lo scorrere del tempo, sono ancora parte indispensabile della cultura italiana.

– I promessi sposi. Un romanzo della borghesia –

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