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Eroica Fenice

Eventi/Mostre/Convegni

Ottavo Cielo – Infinity Sunset “White Emotion”, aperitivo stellato all’Hotel Excelsior

Venerdì 13 luglio il Roof Garden dell’Hotel Excelsior (Via Partenope 48 Lungomare Caracciolo, Napoli) si è tinto di bianco con uno degli appuntamenti più esclusivi dell’estate napoletana, l’aperitivo stellato Ottavo Cielo – Infinity Sunset by Skip Events. Nella suggestiva cornice del Roof Garden dell’Hotel Excelsior, hotel di grande fascino, dagli arredi che riportano indietro nel tempo ed una posizione di estremo prestigio sul golfo di Napoli, l’aperitivo White Emotions è pensato per un pubblico selezionato e d’eccezione, per dare vita ad un evento unico e da sogno, all’insegna dell’eleganza e della sobrietà. Appuntamento alle 19:00 per ammirare un incantevole tramonto da una location d’eccezione, al di sopra di tutto e guardando dall’alto la sera che cala sul lungomare e sul Castel dell’Ovo, mentre tutt’intorno si accendono lentamente le luci del golfo di Napoli. L’aperitivo Ottavo Cielo – Infinity Sunset proposto dalla Skip Events è curato nei minimi dettagli, dalla vasta scelta di cocktails degli esperti bartenders alla musica della deluxe selection di Filippo Arienzo, che coccolano gli ospiti e li accompagnano verso l’ottavo cielo, in una delle calde serate dell’estate napoletana. Dalle 20:00 alle 22:00 un buffet internazionale preparato dal top executive chef Ciro Salatiello offre al pubblico una vasta scelta in grado di soddisfare tutti i palati, dagli amanti del raffinato finger food ai sostenitori dei piatti tipici della tradizione partenopea, come pasta e patate e pasta e fagioli (proposta anche nella variante con le cozze). Il dress code total white e l’incantevole vista sul Castel dell’Ovo completano la splendida cornice dell’evento e sono gli elementi fondamentali del tema White Emotion, contribuendo a creare un’atmosfera quasi “celestiale”. Ottavo cielo – Infinity Sunset, un evento d’eccezione in una location mozzafiato Per il secondo ed ultimo appuntamento di questa estate 2018, dopo il grande successo riscosso già a giugno, la scelta del tema White Emotion mira a creare uno scenario suggestivo e quasi “surreale”, per un evento dal gusto ricercato, in linea con la filosofia della Skip Events & public relations, fondata nel 2000 da un’idea di Filippo Arienzo, insieme con Massimo Arienzo e la collaborazione di Paola Fiorenzano, che propone al pubblico solo eventi esclusivi e raffinati, con ingresso a numero chiuso e su invito, in locations d’eccezione. Grazie ad un’organizzazione che punta alla massima cura dei dettagli, giochi di luci soffuse ed un’accurata selezione musicale, gli ospiti dell’evento Ottavo Cielo – Infinity Sunset sono avvolti in un’atmosfera da White Emotions e partecipano ad un evento dall’eleganza e la raffinatezza difficile da dimenticare.

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Food

Pescaturismo a Cetara, arriva “Alici come prima”

Spaghetti con la colatura di alici, fritture di paranza, totani e gamberi sono solo alcuni dei piatti tipici che popolano le tavole estive della costiera amalfitana. Ma cosa accade prima che queste prelibatezze saltino nelle padelle dei migliori ristoranti della costa? È ciò che si propone di mostrare il progetto di pescaturismo di Gianluca D’Uva, titolare da aprile 2017 del ristorante Alici come prima (Corso Garibaldi, 9 – Cetara, Sa) e, da pochi giorni, del peschereccio Salvatore I ormeggiato lungo la costa del piccolo borgo marinaro. La prima tappa del tour alla scoperta delle tradizioni di Cetara è l’azienda Nettuno, che dagli anni ’50 si occupa della lavorazione di alici, tonno ed altri prodotti ittici locali realizzando specialità come la colatura di alici, prodotto tipico cetarese, lavorato con metodi artigianali e di lunga tradizione. Dopo una visita all’azienda, Gianluca D’Uva illustra alla stampa il suo progetto di ristorazione, attraverso il viaggio enogastronomico proposto dal ristorante Alici come prima, all’insegna dei colori e dei sapori della costiera amalfitana. Con un menù essenziale ma deciso, in cui prodotti del mare e dell’orto si sposano in piatti dal perfetto equilibrio, la nuova idea di ristorazione di D’Uva si avvale di due importanti compagni d’avventura: il giovane chef napoletano Stefano Cavaliere, con esperienze sia al San Pietro di Cetara sia al Paesan di Londra. e il cetarese Raffaele Pappalardo, chef di lunga esperienza, soprattutto in Francia. Il progetto di pescaturismo di Alici come prima: un connubio perfetto tra turismo ed enogastronomia A bordo del peschereccio Salvatore I, il ristorante Alici come prima offre ai turisti la possibilità di vivere l’indimenticabile esperienza dell’attività di pesca, partecipando attivamente al recupero delle freschissime materie prime che andranno a costituire i piatti che di lì a poco gusteranno sulle tavole della trattoria di mare. Con una partenza alle 8 del mattino dal porto di Cetara e non più di 11 persone a bordo del peschereccio, si arriverà nelle acque tra Capo d’Orso e Maiori, dove si alzeranno le reti gettate in acqua la sera prima. Il pescato del giorno verrà conservato e mantenuto fresco, mentre i turisti avranno la possibilità di fare un bagno nelle calette, fino all’arrivo dello chef Stefano Cavaliere, che cucinerà a bordo parte del pescato, mentre un’altra parte sarà portata direttamente nella cucina del ristorante. Una nuova e del tutto inedita filosofia di ristorazione e pescaturismo è quella ideata da Gianluca D’Uva, che mira a proporre i prodotti tipici della costa cetarese attraverso un nuovo slancio al turismo, all’insegna della tradizione locale e della valorizzazione delle ricchezze del borgo marinaro di Cetara.

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Eventi/Mostre/Convegni

VitignoItalia 2018, i vincitori del Napoli Wine Challenge

Giovedì 21 giugno 2018 si è svolta la cena di premiazione della seconda edizione del concorso Napoli Wine Challenge organizzato da VitignoItalia, la kermesse di straordinario successo che ha avuto luogo gli scorsi 20, 21 e 22 maggio nella suggestiva cornice del Castel dell’Ovo di Napoli. Un concorso organizzato in collaborazione con Luciano Pignataro Wine Blog e Doctorwine, ospitato per la sua serata di premiazione in una location d’eccezione, La Cantina di Triunfo alla Riviera di Chiaia, storica attività fondata alla fine dell’Ottocento e specializzata fin da allora nella vendita di vini sfusi di alta qualità. Una scelta non casuale per una serata all’insegna della premiazione del meglio del panorama enologico italiano, con l’accoglienza dei proprietari dello storico locale Antonio Triunfo e Gaetano Russo, insieme con il direttore del VitignoItalia Maurizio Teti e gli altri membri della compagine societaria di VitignoItalia, Maurizio Cortese (Cortese way), Antimo Caputo (Molino Caputo) e Giancarlo Di Luggo (Cantieri Navali Fiart). Una seconda edizione del Napoli Wine Challenge che propone, come sottolinea Maurizio Teti, un’importante novità: la scelta di restringere ancora di più il numero dei vini e delle aziende premiate, per rendere tale premiazione ancora più esclusiva e decretare la top five dei vini che meglio rappresentano il panorama enologico italiano, uno per ciascuna delle categorie in gara (rossi, bianchi, rosati, spumanti e dolci). I cinque vincitori del Napoli Wine Challenge premiati a La Cantina di Triunfo Dopo la lunga ed accurata selezione, in forma rigorosamente anonima, di una giuria eterogenea composta da esperti del mondo dell’enologia, della comunicazione e del trade, una lista di 45 finalisti è stata sottoposta al vaglio di un’ulteriore giuria trasversale. I cinque vincitori sono stati così scelti durante una seduta trasmessa anche in diretta streaming, presieduta dal giornalista enogastronomico Daniele Cernilli (Doctorwine) e composta da Luciano Pignataro (Il Mattino), Adele Elisabetta Granieri (giornalista e coordinatrice), Giovanni Piezzo (sommelier di Torre del Saracino), Gabriele De Re (buyer), Debbie Handy (buyer). Quattro le regioni dalle quali provengono i cinque vini vincitori del concorso: Campania con “Priezza” Spumante metodo classico Asprinio d’Aversa (Masseria Campito) e “Visione” Irpinia Rosato Doc 2017 (Feudi di San Gregorio), Marche con “Cumaro” Rosso Conero Riserva Docg 2013 (Umani Ronchi), Abruzzo con “Centovie” Colli Aprutini Igt Pecorino 2016 (Umani Ronchi) e Piemonte con “Gemma di Sole” vino da uve stramature (Ceste vini). Una serata all’insegna della convivialità e della qualità in nome delle eccellenze enologiche italiane, che si presenta come la migliore conclusione di questa quattordicesima edizione del VitignoItalia, pensata in una prospettiva di grande apertura verso i mercati e verso l’export dei vini italiani in tutto il mondo. Un momento fondamentale di incontro tra gli esperti del settore, che ha reso Napoli un crocevia di stimoli e nuove idee per il futuro, ribadendo l’importante ruolo di VitignoItalia che, con la partecipazione di 250 cantine, 2000 etichette nazionali e 30 buyers provenienti da tutto il mondo si configura ormai come evento di riferimento dell’intero Centro-Sud per il settore enoico.

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Food

A lezione di cucina dall’osteria Signora Bettola a Chiaia

Nel quartiere di Chiaia, in Vico Satriano 3B, a pochi passi dal lungomare, l’osteria Signora Bettola è una piccola oasi di tradizione partenopea, dove un’atmosfera intima ed accogliente ospita chiunque voglia immergersi nel paradiso della cucina napoletana. La giovane osteria, nata nel dicembre 2017 da un’idea di Gianluca Amoroso e Carmine Di Lorenzo, ha presentato giovedì 17 maggio il suo nuovo menù al pubblico, guidando i suoi ospiti in un viaggio attraverso i sapori e i profumi dei piatti tipici della cucina partenopea. Dopo un antipasto con golosi panzerotti, trippa e taralli napoletani, è la volta della parmigiana di melanzane, in cui, come spiega Gianluca Amoroso, le melanzane sono infarinate, fritte, ed infine condite con mozzarella, formaggio e l’ingrediente che fa la differenza: il ragù. Tra ragù, genovese e pasta e patate: il viaggio nella cucina della Signora Bettola Con un menù interamente ispirato alla tradizione culinaria campana, l’osteria Signora Bettola presenta al pubblico i suoi cavalli di battaglia: ragù e genovese (cotti rigorosamente dieci ore, come da tradizione), ed, infine, la pasta e patate con la provola e l’immancabile ingrediente magico: la scorzetta di formaggio. Da capogiro anche le irresistibili polpette al ragù, con pinoli ed uvetta, come vuole la vera ricetta della nonna, il tutto accompagnato da tipici vini “da cantina”. Ma nel menù di casa non manca un omaggio alla costiera con gli spaghetti alla Nerano e piatti più estivi come insalate di polpo, salmone e baccalà, in grado di soddisfare anche i palati più fini. E per concludere degnamente questo viaggio, la Signora Bettola propone una scelta di dolci tradizionali: il tiramisù servito in tazzine da caffè, la caprese, la zuppetta e l’immancabile babà. A lezione di cucina dalla Signora Bettola con il progetto “Cook-t” La filosofia della Signora Bettola, come spiega Gianluca Amoroso, è quella di far sentire “a casa” i propri ospiti, accompagnandoli in un percorso gastronomico che propone piatti semplici ma tradizionali. Proprio in linea con questa idea, nasce il progetto “Cook-t”, rivolto ai turisti e a tutti gli appassionati che vogliono apprendere i segreti dei piatti più famosi della cucina campana. Il progetto, che partirà a giugno con uno show cooking di pasta e patate e proseguirà con le cooking class di ragù e genovese, svelerà ai suoi partecipanti le ricette dello Chef della Signora Bettola, attraverso gustose lezioni ed assaggi in grado di soddisfare la curiosità (e la golosità) di tutti gli amanti della tradizione culinaria partenopea.

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Recensioni

Potrebbe avere effetti indesiderati di Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia al TrentaTram Festival

Quarto appuntamento con il TrentaTram, il primo festival teatrale del Tram (Teatro Ricerca Arte Musica) che porta in scena 11 spettacoli di compagnie under 30 dal 10 al 27 maggio 2018. Domenica 13 maggio è stata la volta di Potrebbe avere effetti indesiderati, una pièce teatrale scritta e diretta da due giovani donne, Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia, che affronta una problematica umana, troppo umana: il rapporto con l’altro, alla luce dei molteplici io e delle svariate personalità che abitano ciascun individuo. Tutto si svolge nella cornice di una scenografia minima, lo studio di una psicologa (Raimonda Maraviglia) dalla quale si reca la signorina F., una giovane donna piuttosto ‘confusa’ (Rebecca Furfaro). Solo una scrivania divide le due donne, apparentemente sole in quello studio, ma nell’ombra siedono altri quattro personaggi, piuttosto singolari e diversi tra loro. Quella che inizia come una semplice seduta di analisi, si trasforma ben presto in un viaggio che porta all’esplorazione dei meandri più nascosti della mente della signorina F., un percorso al quale prendono parte le diverse personalità che abitano la donna, ma che, ad un’attenta analisi, sono parte integrante della psiche di ciascun essere umano. Potrebbe avere effetti indesiderati di Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia e l’uguaglianza teatro-vita E se ciascuno di noi fosse abitato da molteplici personalità che la vita ci costringe a reprimere ogni volta che applichiamo etichette e definizioni a noi stessi, indefinibili per natura? Questo ed altri sono gli interrogativi che emergono da uno spettacolo che intende portare sulla scena, attraverso il teatro, la pluridimensionalità della mente dell’essere umano. E per fare ciò, tutte le diverse componenti della personalità della signorina F. prendono vita sulla scena: dal rapporto ossessivo con la madre (personificato da Chiara Cucca), al masochismo nel rapporto con l’altro (Daniele Sannino), passando per il senso di inadeguatezza (Teresa Raiano) e l’effetto Truman show di vivere in un mondo di finzione (Gaetano Balzano). In una realtà che sembra impedire all’individuo di assecondare ciascuna delle personalità che lo compongono, di essere tutto contemporaneamente, l’unica via d’uscita è il teatro, in cui tutte le anime che abitano il meraviglioso mondo della psiche possono assumere concretezza e vivere sulla scena. Uno spettacolo che tocca tematiche di estremo interesse ed offre molti, talvolta troppi, spunti di riflessione, che lo spettatore si affanna a rincorrere, afferrando qua e là i fili di una trama intricata ed eterogenea, così come in modo intricato ed eterogeneo si intrecciano le svariate personalità che ogni giorno si incontrano e si scontrano nella psiche di ogni individuo.

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Napoli & Dintorni

Il mito di Orfeo ed Euridice al Museo del Sottosuolo di Napoli

Il racconto dell’infelice storia d’amore di Orfeo ed Euridice ha preso vita, sabato 5 maggio, tra le pareti dell’acquedotto Greco-Romano del Museo del Sottosuolo (piazza Cavour, 140), attraverso uno spettacolo itinerante portato in scena dall’associazione Tappeto volante. A circa 21 metri sottoterra, tra pareti di tufo e luci soffuse, il dio Apollo accoglie di spettatori e li accompagna lungo il percorso in cui si snodano le tristi vicende di suo figlio Orfeo e della sua bella moglie Euridice, attraverso luci ed ombre di uno dei luoghi più suggestivi della Napoli Sotterranea. Il mito, raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi (libro 10, vv. 1-77), narra della discesa negli Inferi di Orfeo, cantore e musico tracio, alla ricerca di sua moglie, la ninfa Euridice. La donna, infatti, scappando via da Aristeo, fratellastro di Orfeo che di lei si era invaghito, fu morsa da un serpente e morì all’istante. L’innamorato Orfeo, disperato per la morte prematura della sua bella moglie, decise di scendere negli Inferi per pregare Plutone e Proserpina, signori dell’aldilà, di riportare indietro con sé Euridice. Dopo aver affrontato mille peripezie durante il suo ingresso nell’Ade, Orfeo riesce a commuovere con il suo canto e la sua lira tutte le anime dei peccatori, come Sisifo, Issione e Tantalo, che ammaliati dalla sua musica, smettono di scontare la loro pena, ed infine ottiene da Plutone e Proserpina che Euridice faccia con lui ritorno. Ma ad una condizione: non si sarebbe dovuto voltare a guardarla fino a quando non fossero usciti dall’Ade. La storia di Orfeo ed Euridice: amore e morte nel Museo del Sottosuolo Ma l’amore tra Orfeo ed Euridice non è destinato al lieto fine: non lontano dall’uscita dell’Ade, l’uomo si volta e guarda in viso Euridice, contravvenendo al patto stipulato con i signori degli Inferi. La donna sprofonda così nuovamente nel regno dei morti, questa volta per sempre. Tra musica, coreografie e canzoni inedite che accompagnano gli spettatori in un viaggio di emozioni e suggestioni, gli attori mettono in scena una delle storie più romantiche ed allo stesso tempo struggenti del mito, sotto la vigile guida del dio Apollo. Non senza momenti di ironia e comicità, il dio racconta i retroscena della storia e guida il pubblico nel passaggio da una scena all’altra, fino ad arrivare all’epilogo della vicenda, quando Orfeo, vagando per i boschi, solo con il suo canto e la sua lira, viene fatto a pezzi dalle Baccanti. A rendere commuovente e toccante il finale dello spettacolo, giungono le note di Che farò senza Euridice di Christoph Willibald Gluck, cantata da Luciano Pavarotti, che, accompagnando la proiezione dell’ultima scena, quella della trasformazione di Orfeo nella costellazione della Lira, suggellano la fine di una delle storie d’amore più romantiche ed infelici di tutti i tempi.

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Food

Pizza a’ Street in via Merliani 51: Luciano Sorbillo raddoppia al Vomero

Dopo l’apertura nel locale di vico Acitillo avvenuta nel settembre del 2016, Luciano Sorbillo raddoppia la sua presenza al Vomero, approdando con il marchio “Pizza a’ Street” in via Merliani 51, nel cuore dell’aria pedonale del quartiere napoletano. Una tradizione di famiglia che continua nel tempo da quando Luigi Sorbillo, nonno di Luciano e classe 1907, nel 1935 aprì la storica pizzeria di Via dei Tribunali 35, trasmettendo la sua arte e la sua sconfinata passione all’intera prole (ben ventuno figli!). E fu così che Rodolfo, padre di Luciano e terzo dei ventuno figli di Luigi, nel 1959 fu il primo ad introdurre una novità assoluta che rivoluzionò il mondo della pizza napoletana: il cornicione ripieno di ricotta. Erede di tale maestria di famiglia, Luciano Sorbillo decide di creare il marchio “Pizza a’ Street”, che nasce dall’idea dei primi locali piuttosto “stretti” nei quali erano nate le prime attività della famiglia Sorbillo, riprendendo una tradizione trasmessa per generazioni ma con un approccio innovativo che punta ad una sua ulteriore evoluzione. “Pizza a’ Street” e la gustosa “Merliani 51” di Luciano Sorbillo Prodotti di prima scelta e dai marchi made in sud: questa è la filosofia che guida Luciano nella scelta degli ingredienti perfetti per la creazione delle sue pizze a’ street. Dall’olio beneventano dell’oleificio Coppola ai prodotti caseari di provenienza agerolese, profumi e sapori campani si fondono per dare vita ad una pizza dall’impasto leggero e presentata non solo nella sua versione classica, ma anche in gustosi ed inediti accostamenti. È così che nasce la “Merliani 51”, una pizza creata da Luciano proprio in onore del nuovo locale di via Merliani, al gusto di fave, pancetta e fior di latte, il tutto adagiato su un impasto con l’aggiunta di mandorle tritate, che conferiscono un piacevole tocco di delicatezza e rendono tale pizza perfetta per un pranzo o una cena tipicamente primaverile. Ad accompagnare la pizza nella sua versione classica e nelle sue vesti innovative, Luciano Sorbillo propone una scelta di birre artigianali dell’Antico Monastero umbro di San Biagio, immerso nel Parco del Monte Subasio, in cinque versioni dalle note e dai profumi differenti: Monasta, Verbum, Gaudens, Aurum, Ambar, da abbinare alle diverse creazioni di casa Sorbillo. Attraverso una scrupolosa cura dei dettagli ed il sapiente accostamento di ingredienti made in sud, la pizza di Luciano Sorbillo rappresenta un connubio perfetto tra la tradizione della famiglia Sorbillo e la volontà di reinterpretare, in chiave moderna e personale, quella tradizione, con un risultati originali ed assolutamente da provare.

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Recensioni

La strana coppia al Teatro Augusteo: il ritorno di Claudia Cardinale

Grande ritorno di Claudia Cardinale sulle scene, dopo una lunga assenza, con La strana coppia, dal 6 al 15 aprile al Teatro Augusteo, un progetto registico del regista napoletano Pasquale Squitieri, scomparso nello scorso febbraio, ed eseguito da Antonio Mastellone. La strana coppia, spettacolo tratto dall’omonima opera di Neil Simon (The Odd Couple), è presentato nel riadattamento in italiano di Pasquale Squitieri, al quale la Cardinale fu legata sentimentalmente, e sempre affezionata anche dopo il matrimonio del regista con l’attrice e cantante Ottavia Fusco, l’altra metà della coppia protagonista dello spettacolo. La versione originale di Simon, scritta nel 1965, che metteva in scena due uomini divorziati alle prese con i problemi della convivenza quotidiana, è qui ripresa nella sua variante al femminile, realizzata in seguito dall’autore stesso: un mondo di donne nella cornice della New York degli anni ’60. Claudia Cardinale e Ottavia Fusco, una “strana coppia” Tutto si svolge nell’appartamento al dodicesimo piano di Olivia Madison (Ottavia Fusco), una donna di successo che ha ormai accettato la fine del suo matrimonio. Diventata una persona estremamente sciatta e superficiale, Olivia trascorre le sue serate all’insegna del poker con le amiche, tra chiacchiere, gossip e patatine ormai stantie. Ma questo sottile equilibrio faticosamente costruito da Olivia è definitivamente messo in crisi dall’arrivo di Fiorenza Unger (Claudia Cardinale), sua amica di lunga data, la quale, appena lasciata dal marito, è sotto shock e minaccia il suicidio. Spinta dalla solidarietà nei confronti dell’amica, Olivia decide di accoglierla in casa sua ed iniziare con lei una convivenza che porterà questa “strana coppia” sull’orlo di una crisi di nervi degna dei peggiori rapporti coniugali. Uno spettacolo dalla drammaturgia piuttosto semplice e priva di macchinosità, che mette in scena, tuttavia, temi estremamente attuali e complessi, affrontati attraverso un’ottica prettamente femminile: le conseguenze della fine di un matrimonio e, soprattutto, le difficoltà della convivenza tra persone legate da rapporti affettivi. Due care amiche rischiano, infatti, di mandare all’aria il loro rapporto a causa dei loro incompatibili modi di vivere: sciatta e disordinata Olivia, precisa e maniacalmente ordinata Fiorenza. Ed è proprio dall’incontro-scontro tra due personalità così diverse che ha origine la comicità della piece. Situazioni quasi paradossali, eppure estremamente quotidiane e familiari, come la cena con i due vicini di casa spagnoli (Lello Giulivo e Nicola d’Ortona) si susseguono sulla scena, insieme ad una sottile ironia ed un velato sarcasmo che pervade i dialoghi tra le protagoniste ed i loro rapporti con il mondo circostante. Una commedia in due atti dai toni medi e dall’andamento adagio, che si snoda in modo esile ma consapevole, grazie alla statura artistica delle due protagoniste, nelle quattro mura di un appartamento della New York jazz di Neil Simon.

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Recensioni

Ora di pranzo di Giulia Lombezzi: l’io, l’altro e l’incomunicabilità

Dal 23 al 25 marzo in scena alla Sala Ichòs – Teatro di drammaturgia moderna e di ricerca, di San Giovanni a Teduccio, nella zona orientale di Napoli, il tema dell’incomunicabilità e della difficoltà delle relazioni interpersonali in Ora di pranzo di Giulia Lombezzi, con la regia di Pietro Juliano. Una famiglia qualunque si ricongiunge a tavola ogni giorno, ad ora di pranzo, in un momento di convivialità tradizionalmente dedicato al dialogo, alla comunicazione ed al reciproco confronto. Ma ogni aspettativa è subito delusa. Prigionieri dei propri mondi ed egoismi personali, ciascuno dei membri della famiglia volge le spalle all’altro, intorno ad un tavolo sul quale incombe la presenza costante del gatto di famiglia, immobile spettatore del turbine di deliri e fraintendimenti che intorno a lui prendono vita. Sulle tre sedie, un padre distratto (Giuseppe Giannelli), assorbito dal lavoro e dai social network, una madre stanca e insoddisfatta (Teresa Addeo), una figlia ribelle (Angela Rosa D’Auria) che continuamente interferisce nel rapporto tra i genitori. A completare il quadro, una nonna affetta da demenza senile (Cinzia Annunziata), che rimbalza da una parte all’altra della scena, mettendo a dura prova l’equilibrio psichico già precario dei membri della famiglia. Ora di pranzo di Giulia Lombezzi: egoismi quotidiani di un microcosmo familiare Impossibile qualsiasi tipo di comunicazione: domande senza risposte, accuse reciproche, telefoni che squillano ed il mondo esterno che irrompe prepotentemente in una sala da pranzo in cui delle persone si ritrovano sedute intorno ad un tavolo contemporaneamente, ma non insieme. La giovane drammaturga Giulia Lombezzi affronta un tema da sempre centrale nella riflessione letteraria e drammaturgica, eppure sempre di grandissima attualità, quello della mancanza di comunicazione e della tendenza all’isolamento, riflesso di una società sempre più schiava dei propri bisogni personali ed incapace di ascolto ed apertura verso l’altro. E lo fa osservando, con estrema lucidità e momenti di spontanea comicità, una delle situazioni più comuni ed usuali della quotidianità di ciascuna famiglia, attraverso il buco della serratura di una casa qualunque, in cui, come un ciclo che continuamente si ripete, equilibri e dinamiche interpersonali si infrangono e si ricompongono ogni ora, ogni giorno. Ora di pranzo rappresenta, mediante un rituale semplice come quello dell’ora di pranzo in famiglia, quei muri che ogni giorno ciascun individuo costruisce intorno a sé, seppure inconsciamente, ponendo se stesso al centro del mondo e perdendo la percezione di tutto ciò che c’è intorno. Ed il microcosmo familiare non è altro che una cartina di tornasole che rivela in piccolo una tendenza costante della società attuale, ulteriormente acuita e stigmatizzata dall’avvento dei social network. Proprio come un cerchio che sembra chiudersi, ma sempre si riapre, lo spettacolo si conclude con la ripresa di una domanda che, durante le battute iniziali, la figlia pone al padre sul significato del termine lapalissiano. Un quesito che resta lì, sospeso a mezz’aria, e chiude momentaneamente il turbine degli eventi, ma per il quale è impossibile dire se arriverà mai una risposta.

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Concerti

Lucio Dalla e Fabrizio De Andrè: Le rondini e la Nina al Festival Mann

Con un evento all’insegna della grande musica d’autore, il Festival Mann 2018 ha ospitato, venerdì 23 marzo, un concerto dal titolo Le rondini e la Nina, una serata in onore di due delle personalità che più hanno segnato il panorama della musica italiana, Lucio Dalla e Fabrizio De Andrè. Da un’idea di Gaetano Curreri (voce e leader degli Stadio) e del trombettista Paolo Fresu, sulle note del sax di Raffaele Casarano e del pianoforte di Fabrizio Foschini, nasce Le rondini e la Nina, un concerto che porta insieme sulla scena due dei più grandi artisti italiani attraverso le loro più famose canzoni, rivisitate e riproposte al pubblico nella suggestiva cornice della sala della Meridiana del Museo Archeologico di Napoli. Due figure apparentemente lontane, eppure così vicine, rivivono attraverso le parole di Gaetano Curreri, il quale, tra una nota e l’altra, ricorda il suo straordinario rapporto con Lucio, «un amico, un maestro, un padre amato e odiato» e la sua ammirazione per Fabrizio, conosciuto soprattutto grazie ai racconti di Vasco. E così, attraverso un viaggio che ripercorre i racconti e le storie messe in musica dai due grandi autori, si passa dai sogni di Anna e Marco alle languide viole de La canzone dell’amore perduto, fino all’amore che scoglie ‘o sang’ dint’ e vene su quella terrazza del golfo di Sorrento descritta nella straordinaria Caruso. Volando con Le rondini e la Nina Segue poi il racconto di Curreri dell’esperienze a Sanremo con Lucio, un genio «intuitivo, brillante e sempre pieno di idee», anche severo ed esigente, ma da sempre un punto di riferimento. Un uomo semplice, attento alle piccole cose e capace di planare sulla vita dall’alto, come racconta ne Le rondini, alla quale fa da contraltare la Nina di De Andrè in Ho visto Nina volare, i due capolavori che hanno dato il titolo a questo evento e che meglio ne racchiudono  l’essenza. Ma la caratteristica che forse più avvicina Dalla e De Andrè è sicuramente la sensibilità unica con la quale i due cantautori hanno dato la parola agli umili e ai perdenti, raccontando storie di emarginazione con la naturalezza e la semplicità di cui solo loro erano capaci. Ed ecco che ci si trova a passeggiare per la Via del Campo di Fabrizio, tra figure di donne che si materializzano davanti ai nostri occhi e descrizioni impressionistiche che accompagnano lungo una strada che arriva fino a La sera dei miracoli di Lucio, per concludere con una delle ultime storie da raccontare, Una storia sbagliata, quella dedicata a Pier Paolo Pasolini, la cui morte segnò profondamente i cantautori del tempo ed in particolare De Andrè, «quasi come fosse mancato un parente stretto». Una serata del Festival Mann all’insegna della rivisitazione in chiave jazz di capolavori senza tempo, in accordo con uno dei desideri che Lucio ebbe nell’ultima parte della sua vita e che confessò a Gaetano Curreri: abbandonare il panorama attuale della musica leggera e ritornare al jazz.

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Food

Le Zeppoliadi della Pasticceria Seccia, una golosa maratona fotografica

Dopo il grande successo dell’evento “Chiacchierando ai Quartieri” all’insegna di chiacchiere e sanguinaccio, la Pasticceria Seccia torna con una nuova e golosa iniziativa, le “Zeppoliadi: maratona fotografica ai Quartieri Spagnoli”. Punto di partenza della maratona è stato lo storico locale della pasticceria in via Concordia 66, nel cuore dei Quartieri Spagnoli, i veri protagonisti di questo evento che ha avuto luogo il 17 marzo, snodandosi per i quartieri Avvocata e Montecalvario, alla ricerca di instantanee, murales e scorci da immortalare. Una giornata rivolta agli appassionati di street photography, alla scoperta di quella miniera antropologica e sociologica che sono i Quartieri Spagnoli, alla cui rivitalizzazione puntano le iniziative della Pasticceria Seccia, combinando arte dolciaria e figurativa. I premi da assegnare a fotoamatori e fotografi amatoriali, infatti, sono stati proprio i fiori all’occhiello dell’arte pasticcera di Casa Seccia, gli Aperisciù, per l’occasione d’oro, d’argento e di bronzo, come ogni vera e propria competizione olimpica. La maratona, con inizio alle ore 10, si è svolta alla ricerca della street art nascosta negli angoli dei famosi quartieri napoletani, con uno spazio dedicato anche al ricordo del grande Pino Daniele, in occasione del suo onomastico e compleanno del 19 marzo. E non sono di certo mancate altre prelibatezze per rinfocillare i maratoneti impegnati nella loro “caccia alle foto”, ma anche foodblogger, cronisti e passanti invitati all’evento: le zeppoline di San Giuseppe, dolce del momento, con una degustazione aperta al pubblico e alla stampa dalle ore 17 presso il locale di via Concordia 66 della Pasticceria Seccia. Zeppole e pastiera semifredda: le novità della Pasticceria Seccia La zeppola di San Giuseppe, tradizionale dolce della festa del papà, è stato presentato dalla famiglia Seccia nelle sue due classiche varianti, fritta e al forno, ma anche in vesti più innovative e golose: al gusto di fragola, pistacchio, kinder ed altri invitanti gusti tutti da provare. Ma le novità di Casa Seccia non finiscono qui. Con la Pasqua alle porte, fa il suo ingresso nella storica pasticceria la pastiera semifredda glassata, un dolce dall’aspetto elegante e sofisticato, che racchiude in sé la tipica tradizione napoletana della pastiera, in una versione innovativa ed in grado di soddisfare anche i palati più fini. Le foto realizzate durante la giornata di sabato 17 marzo saranno pubblicate per un mese negli album della pagina Facebook della Pasticceria Seccia a partire dal 19 marzo, e riceveranno così il loro voto social, mentre, allo stesso tempo, una giuria di qualità si riunirà per assegnare loro un voto tecnico, al quale seguirà un piccolo vernissage fotografico.

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Voli Pindarici

Giuseppe ovvero l’epifania di un pranzo in spiaggia

La pioggia ci sorprese mentre eravamo a pranzo in spiaggia. Non c’erano ombrelloni, solo la sabbia e qualche giocattolo buttato alla rinfusa, vicino ad una buca dissestata. Mia madre aveva portato la frittata di maccheroni e io non vedevo l’ora che fosse ora di pranzo. Quanto mi piaceva! Avevamo messo i teli a mo’ di cerchio, ma io volevo stare vicino a Giuseppe. Giuseppe mi faceva ridere sempre, anche se ogni tanto mi prendeva in giro ed io lo picchiavo. Lui faceva finta di farsi male per farmi vincere, ma non si faceva male veramente. Era forte. Le prime gocce di pioggia iniziarono a cadere sul secchiello rosso vicino al mio piede, ma io me ne accorsi solo quando vidi tutti che si alzavano e si affannavano, mentre mamma copriva la frittata di maccheroni e Giuseppe si era messo il telo in testa come la Madonna. Allora me lo misi anch’io e iniziammo a correre. Facevo dei passi lunghissimi e affondavo i piedi nella sabbia fresca che però sotto era calda. Sembravamo dei mostri strani con quei mantelli e allora mi misi a ridere, mentre le gocce di pioggia mi andavano negli occhi e in bocca. Era salata. Attraversammo tutta la spiaggia e ci riparammo nella pineta del villaggio turistico. Io avevo ancora le ciabatte in mano, e i miei piedi si erano un po’ sporcati di terra e aghi di pino. Avevo il fiatone per la corsa e iniziai a respirare col naso e con la bocca. Odorava tutto di terra bagnata, mentre gli aghi di pino mi punzecchiavano le dita dei piedi. Ma ora è marzo ed io sono grande. Ed essere grande significa che ogni tanto ti vengono in mente delle scene del passato che sembrano appartenere alla vita di un’altra persona. Tu ti fermi, chiudi lo sportello della lavatrice, ti metti un po’ comoda e te le guardi. E vedi una bambina con i capelli corti come quelli di un maschietto ed un costumino intero di Topolino, che riempie fino all’orlo secchielli di sabbia bagnata e con gesti meticolosi ne livella la superficie per eliminare quella in eccesso. Quando è soddisfatta, li capovolge di scatto, dà un paio di colpetti sul fondo e lentamente sfila via l’involucro di plastica…magia! Poi, in lontananza, vedi Giuseppe che prende la rincorsa e finge di calpestarli tutti, ma solo per farla arrabbiare. Ma ora è marzo, ed anche Giuseppe è grande. Mentre mi rendo conto che ormai non so più niente di lui, ritorno alla realtà ed afferro il cesto vuoto dei panni sporchi. Pensando a come mi sia venuta in mente questa scena, il mio sguardo si ferma sul fondo del cesto azzurrino. Un ago di pino.

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Recensioni

“Sitcom” di Maurizio Capuano: una situation comedy allo ZTN

Dopo il debutto di sabato 24 febbraio, continua il primo esperimento di situation comedy teatrale con Sitcom, in scena allo Spazio ZTN (Zona Teatro Naviganti), in Vico Bagnara 3/A, nei giorni 24, 25 febbraio e 3, 4, 10, 11 marzo. Lo spettacolo, messo in scena dalla compagnia dei Naviganti InVersi e con la regia di Maurizio Capuano, fa parte della stagione teatrale Giù il cappello 2.0, che prende il nome dalla scelta della compagnia di tirarsi giù il cappello e affidarsi alla fiducia del proprio pubblico, libero di decidere, senza l’acquisto di alcun biglietto, la somma con la quale ricompensare gli attori per la loro performance. Un divano rosso al centro della scena ed un susseguirsi di situazioni e battute degne delle più famose sitcom americane catapulta gli spettatori dinanzi ad una TV immaginaria, ma stavolta senza schermo: la situation comedy si materializza sul palco con attori in carne ed ossa, attraverso un esperimento teatrale in cui non servono risate finte per scandire i tempi comici, perché bastano quelle del pubblico, rapito da un turbine di battute ed intrecci dall’irresistibile comicità. Le storie di tre coppie di personaggi si intrecciano sul palco: Liz (Assunta D’Emilio) aspetta due gemelli da Matt (Antonio D’Alessandro), un ragazzo maldestro e imbranato che teme di essere un disastro come padre ed è vittima di una compagna in preda ai deliri della gravidanza; Kyle (Gennaro Monforte) ama Melinda (Adriana D’Agostino) ed i due vivono un meraviglioso rapporto, ma un segreto comprometterà per sempre la loro felicità; Joey (Antonio Fenu), un aspirante attore da strapazzo, è innamorato di Kate (Alessia Migliaccio), una scrittrice single e sognatrice, stregata da una affascinante scrittore spagnolo. “Sitcom” di Maurizio D. Capuano: «perché la vita, in fondo, sa essere meravigliosa!» Accompagnate dalle sigle di famose sitcom come Friends e Scrubs, che segnano il passaggio da una scena all’altra, le vicende dei sei protagonisti si svolgono riproducendo gli stessi ritmi concitati di una serie tv, grazie alla straordinaria abilità degli attori, che, senza sosta, padroneggiano alla perfezione la scena per quasi due ore di spettacolo, tra battute incalzanti, equivoci e colpi di scena. Ma “Sitcom”di Maurizio D. Capuano non è solo una situation comedy di leggera e superficiale comicità. Essa porta sulla scena anche ciò che accade quando la dura realtà irrompe in quel mondo plastico e preconfezionato. E così, da risate di gusto e gags comiche, si passa anche a momenti di grande commozione che portano alla crescita e alla riflessione dei personaggi, ma soprattutto alla consapevolezza che «la vita, in fondo», nonostante le negatività che sono parte integrante dell’esistenza umana, «sa essere meravigliosa!».

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Food

“Chiacchierando ai Quartieri” con la Pasticceria Seccia

Con il suo primo evento dell’anno, “Chiacchierando ai Quartieri”, giovedì 8 febbraio la Pasticceria Seccia ha accolto il pubblico nello storico locale di via Concordia n°66 nel cuore dei Quartieri Spagnoli, proponendo una degustazione di chiacchiere e sanguinaccio per attendere in modo gustoso il Carnevale. Accanto ai dolci tipici della tradizione, indiscussi protagonisti della degustazione sono stati gli Aperisciù, bignè rivestiti di craquelin e con tre diversi ripieni al gusto di fresco mojito, delicato daiquiri e dolce pina colada, ciascuno sormontato da una stella di zucchero che riproduce un colore della bandiera cubana: blu, rosso e bianco. Un incontro perfetto tra la pasta choux tipicamente napoletana e le esotiche creme cocktail che rievocano calde spiagge caraibiche, con la grande innovazione del craquelin, la glassatura croccante di mandorle e nocciole che rende gli Aperisciù, disponibili anche al gusto di caramello e cioccolato, irresistibili. Nascono gli Aperisciù della Pasticceria Seccia, un dolce dedicato a Maradona I gustosi Aperisciù, gioielli di Casa Seccia, nascono da un’idea del pasticciere Francesco Seccia per celebrare la visita di Diego Armando Maradona, icona assoluta nei Quartieri Spagnoli, al San Carlo nel gennaio del 2017, diventando, da quel momento, il prodotto di punta della storica pasticceria napoletana, come spiega Vincenzo Seccia: «Da quel momento, abbiamo pensato di regalare questo prodotto al nostro quartiere, perché, in questo periodo soprattutto, Napoli e i quartieri popolari sono conosciuti per brutti episodi». Con i colori e l’allegria del popolo sudamericano, l’Aperisciù diventa anche simbolo del popolo napoletano e dei quartieri popolari, che ne condividono la festosità e la vivacità, costituendo un polo di attrazione non solo per l’affezionata clientela dei Quartieri Spagnoli, che da anni apprezza la maestria di Casa Seccia, ma anche per il pubblico di altre parti della città, in visita ai quartieri per provare questa dolcezza. Gli Aperisciù di Casa Seccia: un’immagine positiva dei quartieri popolari Partire da un dolce per mostrare una nuova immagine dei quartieri popolari è stata l’idea della famiglia Seccia, che ai Quartieri Spagnoli è legata da ben cinque generazioni, come ribadisce Vincenzo Seccia: «Vogliamo dimostrare attraverso un dolce che i quartieri napoletani non sono quelli che vengono raccontati all’esterno ma hanno tantissime bellezze…È chiaro che noi lo facciamo con un dolce, perché questo sappiamo fare…speriamo che gli altri ci seguano in questa iniziativa». “Chiacchierando ai Quartieri” non è che il primo di una serie di eventi pensati in questa prospettiva, come il contest fotografico amatoriale Aperisciù in città, ispirato a Il favoloso mondo di Amélie. Come nel film francese il nano giramondo spediva le polaroid che lo ritraevano davanti a monumenti e paesaggi di ogni continente, così la pasticceria Seccia invita ad immortalare l’hashtag #aperisciù con panorami e bellezze partenopee sullo sfondo, scegliendo come copertina delle sue pagine social la foto più bella e rappresentativa.

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Recensioni

L’anatra all’arancia di Luca Barbareschi al Teatro Mercadante

Commedia d’autore sul palco del Teatro Mercadante con L’anatra all’arancia, in scena dal 7 al 18 febbraio. Tratta da un’opera del drammaturgo scozzese William Douglas Home dal titolo The Secretary Bird, uno straordinario Luca Barbareschi, nel ruolo di regista e attore, porta in scena una traduzione dell’adattamento francese realizzato da Marc Gilbert Sauvajon, riproponendo, in chiave moderna, uno spettacolo cult del teatro comico. L’opera di Home, nata nella Scozia degli anni Settanta e riadattata per la Francia degli anni Ottanta (con il titolo di Le Canard à l’orange) da Sauvajon, è ripensata da Barbareschi per le quattro mura di una villa di San Vittore Olona, in provincia di Milano, dove prende forma l’intreccio rocambolesco che vede come protagonosta il matrimonio, ormai al capolinea, tra i coniugi Ferrari: Gilberto (Luca Barbareschi), uomo egocentrico ed incline al tradimento, e Lisa (Chiara Noschese), fragile vaso di Murano tra le mani di uomo egoista e bugiardo. Proprio a causa della difficile ed insoddisfacente vita coniugale, Lisa si innamora di Volodia Smirnov (Gerardo Maffei), un russo aristocratico dall’animo romantico, con il quale progetta una fuga amorosa a Parigi ed una vita idilliaca in Lucania, nei poderi della famiglia Smirnov. Ma dinanzi al disastro imminente, Gilberto non si arrende ed architetta un piano perfetto per riconquistare sua moglie: la geniale idea di un week-end a quattro, con la complicità di Chanel Pizziconi (Margerita Laterza), segretaria tanto sexy quanto stupida – seppure con rari picchi di assoluta genialità, che innesca una vorticosa spirale di equivoci ed imprevisti. L’anatra all’arancia di Luca Barbareschi: un piano geniale L’incontro tra personaggi così diversi, rinchiusi all’interno di un appartamento, dà vita ad una caotica situazione di tutti contro tutti che ricorda Le dieu du carnage di Yasmina Reza (noto anche nella versione cinematografica di Roman Polański, Carnage), ma la personalità poliedrica di Gilberto domina la scena e proprio il suo comportamento da clown – complice l’altare consacrato agli alcolici che la fa da protagonista – mette a nudo tutti i difetti di Livia dinanzi agli occhi di Volodia e, allo stesso tempo, risveglia la gelosia della moglie con la complicità della Pizziconi. Una comicità frizzante e sempre elegante, fatta di dialoghi divertenti e sapientemente conditi da un sottile cinismo, accompagna il susseguirsi concitato degli eventi, che, in due ore ricche di imprevisti e colpi di scena, portano al lieto fine e alla riconciliazione tra Gilberto e Livia, il tutto condito dalle improvvise apparizioni di un’anatra sulla scena, quella che Gennaro (Ernesto Mahieux), fedele domestico dai tratti caricaturali, ha il compito di cucinare per cena, ma che, di fatto, non verrà mai servita. Due universi a confronto: uomini e donne ne L’anatra all’arancia L’anatra all’arancia mette in scena l’universo femminile e quello maschile a confronto, in un incontro-scontro che lascia emergere tutte le nevrosi e gli equilibri precari che ne caratterizzano il rapporto. Con una scrittura che si avvale dell’apporto di «due grandi scienze, la psicologia e l’antropologia, studiando atteggiamenti, movimenti e nevrosi che caratterizzano le nostre abitudini», come spiega Luca Barbareschi, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Maxtris con cioccolato Caffarel: un connubio perfetto per il confetto perfetto

Maxtris con cioccolato Caffarel, presentato il nuovo confetto Mercoledì 1 febbraio, presso la sede di Confindustria Napoli, Palazzo Partanna (Piazza dei Martiri 58), si è tenuta la conferenza stampa ufficiale di presentazione della nuova linea di confetti Maxtris dal sapore esclusivo e raffinato: il confetto Maxtris con cioccolato Caffarel. Da un connubio perfetto tra l’arte dei Maestri Confettieri Maxtris e la tradizione piemontese del finissimo cioccolato Caffarel nasce un confetto unico, proposto in più varianti e colori, adatto ad ogni tipo di occasione e perfetto per ogni evento. Grazie alla passione e alle materie di altissima qualità scelte dal marchio Italiana Confetti, leader nel settore della confetteria italiana, il confetto torna ad essere il vero protagonista di eventi come matrimoni e feste di laurea, riaffermando il suo ruolo di dolce portafortuna, nonché di goloso sfizio nei momenti conviviali. Il confetto Maxtris con cioccolato Caffarel: un connubio tra nord e sud all’insegna del Made in Italy La presentazione al pubblico del matrimonio tra i due marchi italiani si è aperta con i saluti di Ambrogio Prezioso (Presidente Confindustria Campania), il quale ha sottolineato che “La partership tra imprese di qualità del nord e del sud Italia è un bel segnale a livello produttivo e territoriale”. Durante la conferenza sono intervenuti Dario Prisco (Amministratore delegato di “Italiana Confetti – Maxtris”), Marco A. Villa (Amministratore delegato “Caffarel”) ed Enzo Miccio (Brand Ambassador “Confetti Maxtris”), ribadendo l’entusiasmo per il connubio tra le due aziende leader nel settore, che si configurano come l’eccellenza del Made in Italy. Italiana Confetti, infatti, leader nel settore della confetteria europea, è un’azienda in continua crescita ed evoluzione, che, grazie ai cospicui investimenti degli ultimi anni, è riuscita a decuplicare il suo fatturato e la sua produzione negli ultimi dieci anni. Non da meno, Caffarel, importante realtà dell’industria dolciaria italiana, famosa per aver inventato il celebre Gianduiotto nel 1865, è portavoce di una tradizione che vanta quasi 200 anni, dando vita a prodotti unici e raffinati attraverso l’unione del cacao finissimo delle piantagioni del Ghana e dell’Ecuador con le migliori Nocciole Piemonte IGP. Una comune filosofia unisce, infatti, i due marchi Maxtris e Caffarel: forte legame con il proprio territorio ed apertura verso i mercati esteri, nel rispetto di altissimi standard qualitativi e con una grande attenzione verso l’eco sostenibilità ambientale. Tradizione, passione e qualità al servizio dei palati più raffinati sono elementi ribaditi anche dal Brand Ambassador dei Confetti Maxtris, Enzo Miccio, il quale ha dichiarato: “Ho accettato di rappresentare i confetti Maxtris perché tengo molto alla qualità dei prodotti che scelgo per i miei eventi e questi confetti rappresentano l’eccellenza.” Foto della presentazione stampa del nuovo confetto Maxtris

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Recensioni

Tato Russo e il suo Pirandello arrivano al Teatro Bellini con “La ragione degli altri”

Tato Russo e il grande ritorno a Napoli. Grande debutto al Teatro Bellini de La ragione degli altri, commedia di Pirandello in tre atti, riscritta, diretta e interpretata dal regista e attore Tato Russo, in scena dal 2 all’11 febbraio. Una lettura del tutto inedita de La ragione degli altri, titolo attuale della commedia nata dalla novella Il nido, poi diventata Il nibbio ed infine messa in scena nel 1915 come Se non così, è quella proposta da Tato Russo, il quale, filtrando il dramma pirandelliano attraverso la sua idea personale dell’autore, lascia emergere ‘la carne viva‘ dei personaggi, liberandoli dalle maschere borghesi e grottesche nelle quali essi sono intrappolati. La commedia racconta di Livia (Giulia Gallone), ricca donna borghese, che un giorno scopre la relazione che il marito Leonardo (Armando De Ceccon), giornalista squattrinato, ha avuto con Elena (Giorgia Guerra) e come da questo adulterio sia nata una figlia. Nonostante la dolorosa scoperta, tuttavia, la donna decide di perdonare il marito, mentre l’amante Elena, a sua volta, accetta il ritorno di Lorenzo dalla moglie. Ma il corso delle vicende è stato ormai irrimediabilmente compromesso: Lorenzo non sarà mai più solo il marito di Livia, ora che, diventato padre, una parte di lui sarà inevitabilmente legata a sua figlia, e dunque ad Elena. Le ragioni degli altri di Tato Russo: da Maschere nude a ‘Corpi nudi’ Le ragioni degli altri sono le vere protagoniste della commedia pirandelliana, in cui ciascuno dei personaggi, indossando una maschera necessaria per superare inganni ed egoismi reciproci, non è altro che una pedina del mondo retorico e filosofico creato dall’autore stesso. Ma è proprio tali maschere che la rilettura di Tato Russo intende strappare, lasciando emergere umanità, fragilità ed egoismi che dietro di esse si celano. «Più che rileggere in chiave critica o contestuale, metto in gioco la mia idea sull’autore, eliminando le sovrastrutture […] per far emergere, come dicevo, la carne viva dei personaggi.» Una rielaborazione, dunque, che mira alla dimensione concreta e reale dell’uomo, mediante un percorso che, partendo da Maschere nude (titolo della raccolta pirandelliana nella quale è confluita poi la commedia) mira a giungere a ‘Corpi nudi’. Tato Russo e ‘Pirandello contro Pirandello’ Attraverso la scomposizione della commedia con un procedimento metateatrale che, più che teatro nel teatro, si configura come teatro sul teatro, il primo atto mette lo spettatore dinanzi a una rappresentazione scenica in fieri, denudando gli ingranaggi della macchina treatrale e svelandone la lenta ed intricata gestazione, durante la quale gli attori, insofferenti alle maschere con le quali sono costretti a recitare, uno dopo l’altro se ne liberano, squarciando il velo della finzione scenica e rivelando la dimensione umana di ognuno dei personaggi in gioco. Tale umanità esplode finalmente sulla scena con un secondo atto dal forte pathos e coinvolgimento emotivo, nel quale avviene l’incontro tra Livia ed Elena, un momento cruciale in cui le due donne si scontrano faccia a faccia, ognuna portatrice delle proprie ragioni. Un finale inaspettato, tuttavia, suggella la definitiva trasformazione delle maschere pirandelliane in […]

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