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Eroica Fenice

Libri

Conosci l’estate?: il debutto di Simona Tanzini

Il primo romanzo di Simona Tanzini per le prestigiose edizioni Sellerio è un libro “palermitano” quanto la sua storica casa editrice. “Conosci l’estate?” è un debutto promettente che ha per protagonista una donna sensibilissima con un nome che è tutto un colore. Viola. Viola è un colore, ed è il colore stesso della donna che racconta nove giorni in una Palermo afosa e bellissima in balia dello scirocco. Stile scorrevole, prosa loquace, Viola è una giornalista romana che vive da sola col suo gatto e lavora da appena un anno per una emittente televisiva nel capoluogo siciliano. Seguendo le sfumature di un etereo arcobaleno, si trova invischiata in una vicenda dai contorni noir che vede coinvolto un famoso cantante suo amico, “eroe locale” nonché fratello del suo vicino di casa. Sono i colori e la musica i contorni ideali di questo romanzo fresco e robusto, che restituiscono un’immagine di Palermo moderatamente lontana dagli stereotipi, ricchissima di rimandi letterari e riflessioni psicologiche. Quando mi chiese «conosci l’estate?» io per un giorno per un momento corsi a vedere il colore del vento Sono i versi – musicali, ça va sans dire – della “Canzone per l’estate” di Fabrizio De André ad aprire il romanzo e a svelare una tonalità in esso contenuta sin dal titolo. La tonalità di un colore che tinge ed attraversa ogni pagina, perché filtro primo e ultimo negli occhi stessi di Viola, come se fossero le lenti attraverso cui lei vede il mondo e lo descrive. Viola non lo chiama “disturbo della percezione”, preferisce definirlo “una particolarità”. In gergo simil-medico, soffre di una “sinestesia cromo-musicale” che consiste, quando sente una musica, nel vederne il colore predominante e nell’attribuire a tutte le persone che incontra e che lasciano una traccia nel suo peculiare pentagramma una melodia personale che, quando poi risuona, fa sì che venga alla luce tutto il loro colore. «La sinestesia è un cosiddetto disturbo neurologico. Oltre a essere una figura retorica. Io mi oppongo alla definizione di «disturbo neurologico»; un po’ perché vorrei evitare di diventare un manuale di neurologia generale ambulante, un po’ perché non è un disturbo. È una particolarità, diciamo. Una caratteristica. Una roba. Non un disturbo. Sono così da quando ero piccola. Da molto prima dell’altra diagnosi. Quella me l’hanno fatta due anni e mezzo fa, e quando mi hanno chiesto se avevo mai avuto patologie neurologiche, ho detto di no. Perché non è una patologia. È una figura retorica, appunto. Che a volte prende forma nelle persone. E con ciò? Qui sono circondata da iperbole ed enfasi, si sguazza nell’allegoria, è il regno dei metalogismi. Ce la vogliamo davvero andare a prendere con una sinestesia?» Conosci l’estate? di Simona Tanzini: recensione È sulla scia di una sfumatura rossa, ad esempio, che Viola inizia ad indagare all’omicidio di una giovane ragazza, Romina, un delitto che sconvolge Palermo ed investe anche l’ambiente di personaggi più o meno noti della città. E lo fa con una lieve punta di ironia e critica nei riguardi dell’attenzione spesso […]

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Libri

Amore a prima vista: recensione del romanzo di Margaret Storm Jameson

Arriva in Italia “Amore a prima vista”, il secondo capitolo della famosa trilogia letteraria di Margaret Storm Jameson, grande scrittrice femminista inglese Un romanzo “poderoso” Londra, 1924. Hervey Russell è una giovane donna con “grandi occhi guardinghi, fronte prominente, mascella squadrata, lunga bocca e naso ben fatto e insolente“: è lei la protagonista di “Amore a prima vista”, il “poderoso” romanzo di Margaret Storm Jameson, 446 pagine di stile scorrevole e storia conturbante, pubblicato in Italia da Fazi Editore nell’ottima traduzione di Velia Februari. Il titolo originale è “Love in Winter” ed infatti anche la stagione invernale ha un ruolo rilevante all’interno del lungo racconto ambientato nella magnifica capitale inglese, alle prese con le sfide e le difficoltà del primo dopoguerra: Londra fa da background ad una storia d’amore che nasce in un inverno difficile, in un clima post-bellico con tutti i problemi socio-economici che il conflitto mondiale ha creato, acuito e non risolto. La trama di “Amore a prima vista” Hervey è sposata con un uomo che non ama e con cui ha però un figlio, che per la giovane eroina rappresenta la cosa più preziosa di tutta la vita. Lavora come redattrice per la “London Review” e per niente al mondo rinuncerebbe a quel lavoro, dove deve avere quotidianamente a che fare con la capricciosa proprietaria della rivista letteraria. Un giorno d’inverno, però, Hervey ritrova un cugino di cui aveva, in un certo senso, “perso le tracce”. Nicholas Roxby è reduce in prima persona dei postumi e dei traumi scaturiti dalla guerra e per tanti versi è un uomo completamente diverso rispetto a quello che era prima: da entusiasta, affascinante e pieno di vita è diventato adesso disilluso, viziato e disincantato. È qui che entra in gioco la scelta del titolo italiano del romanzo, laddove l’amore, che scatta “a prima vista” tra Hervey e Nicholas, supera l’inverno in cui è nato, destinato al prosieguo delle stagioni da affrontare. Nel 2019 Fazi Editore aveva già portato in Italia il primo volume della trilogia: “Company Parade”, scritto dalla Jameson nel 1934. “Love in Winter” ne è la continuazione e fu pubblicato a Londra nel 1935. C’è perciò da aspettarsi che nel 2021 uscirà anche il terzo capitolo della trilogia, redatto nel 1936 con il sintomatico titolo “None turn back”, e che in italiano potrebbe essere reso con un “Nessuno torna indietro” o con un più lapidario “Nessuno torna sui propri passi”. L’autrice C’è di certo un che di autobiografico nei romanzi di Margaret Storm Jameson; lei stessa, infatti, è stata in balia di alcuni degli stessi dilemmi che attanagliano la sua protagonista Hervey. Una donna madre che lavora e si batte per i diritti delle donne, per il principio di creatività e riflessione versus quello della produttività veloce che ambisce a sovvertire l’ordine della serietà del mondo letterario ed umano. Dopo la trilogia firmata col suo proprio nome, privo di quello “da sposata” acquisito convolando a nozze col marito anch’egli autore, Margaret Storm Jameson pubblicò, nel 1937 e nel ‘38, altri tre […]

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Libri

“Momenti trascurabili”: recensione del vol. 3 di Francesco Piccolo

Esce per Einaudi il volume 3 dei “Momenti trascurabili” di Francesco Piccolo. Lo scrittore casertano, sceneggiatore di successo e – a teatro – trascinante mattatore, torna a collezionare “momenti“ esilaranti: spassosi, fragili, provocatoriamente “trascurabili”. Fresco di vittoria alla cerimonia – quest’anno online – del David di Donatello assegnato al pluripremiato film di Marco Bellocchio “Il traditore”, Francesco Piccolo riprende in mano la penna dell’autore geniale volto ad annotare i suoi momenti più o meno trascurabili, stavolta privi di specificazione. Se ad aprire la trilogia erano stati, infatti, i momenti di felicità (2010) e a seguire quelli di infelicità (2015), riassunti poi entrambi sia al cinema – nel film di Daniele Luchetti “Momenti di trascurabile felicità” (2019) – che al teatro – nella tournée intitolata “Momenti di trascurabile (in)felicità” -, in questo terzo volume non c’è genitivo che tenga. A conferire all’agile volumetto bianco in puro stile Einaudi un incipit di rilievo, è una citazione solenne a mo’ di esergo: “Proprio le cose cui si è appena badato durante il giorno, le idee non chiarite, le parole dette senza pensarci e alle quali non si è prestata attenzione, tornano di notte in immagini concrete e vive, e diventano oggetto dei sogni, quasi a rivalsa di essere state trascurate” Tratte dal grave “Il dottor Živago“ di Boris Pasternak, le righe prescelte racchiudono già un’introduzione a quelli che sono i sogni ad occhi aperti e talvolta gli incubi sottaciuti raccolti dall’effervescente scrittore campano. Chi ha avuto il piacere di seguirlo a teatro, non potrà fare a meno di leggere anche questo terzo volume con la sua voce nella orecchie, come se fosse un audiolibro: una voce ben scandita che interpreta gli attimi narrati rendendo ogni momento raccontato un istante sublimato, e già solo per questo non trascurabile né tantomeno trascurato. Francesco Piccolo e i suoi momenti trascurabili: la nostra recensione Il primo momento proposto è una riflessione efficace sui tempi diversi all’interno di una coppia, laddove l’alter-ego del Piccolo letterario si dichiara essere costantemente proiettato al futuro contro una moglie “ossessivamente” confinata al presente. Una riflessione che, giocoforza, fa i conti con l’imprevedibilità della morte ed i tanti modi sottili di esorcizzarla. Ma sono molteplici i toni che si mescolano tra loro tra le pagine scorrevolissime di questo prezioso vademecum contemporaneo, perché molteplici sono le situazioni che essi vanno ad evocare: le considerazioni linguistiche di un autore che non userà mai la parola “Stivale” per parlare dell’Italia o la locuzione “la perfida Albione” per descrivere l’Inghilterra, per esempio, o quelle più riconoscibili di un uomo medio che la mattina si sveglia e ha il semplice desiderio, comune a molti, di leggere il giornale sorseggiando un caffè. O l’identikit del tipico romano pigro che cerca una partner nel giro del proprio quartiere entro le mura aureliane, rispetto al quale persino la Magliana risulta off-limits. La stanchezza di chi si dichiara sfinito dalla ripetitività di due gesti ormai quotidiani, come il mettere la benzina o il fermarsi al bancomat. L’eterna incertezza nel donare il 5 o […]

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Libri

“Il sapore delle parole inaspettate”: il romanzo “parigino” di Giulia Zorat

Il sapore delle parole inaspettate | Recensione del romanzo “parigino” di Giulia Zorat Esce in ebook “Il sapore delle parole inaspettate“, una favola moderna ambientata a Parigi. “Mais le ciel de Paris N’est pas longtemps cruel Pour se faire pardonner Il offre un arc-en-ciel” È con una citazione musicale che comincia il romanzo di Giulia Zorat , vincitore del torneo letterario gratuito IoScrittore, promosso dal Gruppo editoriale Mauri Spagnol, con le parole rese immortali da Édith Piaf, scelte proprio perché catapultano direttamente sotto il cielo “magico” di cui cantano: quello che a Parigi è spesso plumbeo e grigio, ma mai tanto crudele da durare troppo a lungo, e che poi quasi per farsi perdonare regala, inaspettato, un arcobaleno. Sono versi che rimandano all’atmosfera che in tutto il romanzo si respira. Una storia che assume un po’ tutte le sfumature dello stesso arcobaleno: sembra a tratti cupa, affrontando il dolore della morte e della perdita, poi persino tragicomica, quando a raccontarla è un bambino speciale e intelligentissimo, fino a diventare iridescente, attraverso gli occhi di due adulti che – dopo tanto non averlo assaporato – ritrovano il gusto della vita. Il piacere delle piccole cose Tra gli inaggirabili titoli di riferimento per questa favola moderna non si può non pensare al favoloso mondo di Amélie Poulain, la dolce ragazza col caschetto impersonata da Audrey Tatou e resa famosa sul grande schermo dalla fantastica regia di Jean-Pierre Jeunet. Sono almeno quattro le storie diverse che si intrecciano e si influenzano a vicenda tra le pagine di questo libro piacevolissimo e che si incontrano tra le righe di una rubrica curata dal giornalista François LeFevre, curiosamente intitolata “Aujourd’hui. Vita, morte e miracoli a Parigi”. I protagonisti de “Il sapore delle parole inaspettate” Jacques è un uomo anziano che ha perso LEI, la compagna di una vita che non riesce più nemmeno a nominare. Enea è un bambino che gli fa da nipote, forse il protagonista più irresistibile del romanzo. Enfant prodige, scrive un diario indirizzato ad un padre italiano che non ha mai conosciuto e di cui sa solo il nome: Alberto. Irene è la madre di Enea, italiana che dal proprio Paese d’origine è fuggita, ritrovando in Jacques ed in sua moglie una famiglia che non aveva mai avuto. LEI aveva infatti una pasticceria, “Chez Josephine”, che adesso è andata in eredità a Irene, pasticciera provetta che coccola i suoi clienti con dei dolcetti di sua invenzione: i “mots du chocolat”. Non semplicemente “al” cioccolato, ma “di” cioccolato, con all’interno dei brevi messaggi che invitano a riassaporare l’esistenza. È grazie a queste “parole di cioccolato” che fa capolino François, il giornalista che compie quarant’anni e si trova alle prese con uno strano incarico: consegnare un pacco di lettere… in Paradiso! Tempi, luoghi, miracoli La storia ha una cornice temporale precisa: dal settembre 2013 all’aprile 2014, ma in realtà potrebbe svolgersi al di là di qualsiasi confine cronologico. Una lettura ideale in questi tempi difficili, per i quali proprio i francesi hanno coniato un […]

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Attualità

Il coronavirus nel cuore dell’Europa: Danimarca in stato d’emergenza

Lo spettro del coronavirus ha ormai raggiunto l’Europa: il temuto nemico invisibile si è insinuato nel Continente Antico dove miete centinaia di vittime e provoca il più assoluto terrore. Dopo l’Italia, il paese più colpito dichiarato “zona protetta” la sera del 9 marzo, altre nazioni europee prendono le dovute misure per un disperato contenimento del virus. La Danimarca proclama lo stato d’emergenza la sera di mercoledì 11, due giorni dopo il drastico provvedimento italiano. La piccola nazione scandinava è infatti quella in cui il Covid-19 si sta diffondendo con la rapidità ed imprevedibilità maggiore, passando da circa 20 a più di 600 casi nel giro di cinque giorni. Tra gennaio e febbraio, l’Istituto danese di malattie infettive esegue il tampone ad appena 63 persone che presentano sintomi compatibili con quelli del temutissimo virus. Nessun contagio fino al sessantaquattresimo test: si tratta di un giornalista della rete televisiva TV2 appena tornato dalla settimana bianca in una località sciistica del Nord-Italia. La sua situazione non è però particolarmente grave, “lascia l’ospedale con un po’ di mal di stomaco”, il che contribuisce a creare l’illusione che il tanto decantato coronavirus non sia poi tanto aggressivo, e che in ogni caso tutto è sotto controllo. Coronavirus in Danimarca: la diffusione I contagi aumentano, ma sono nella norma: tutti turisti che rientrano dalle vacanze sulla neve in Nord-Italia o da alcune zone ben circoscritte dell’Austria. Anche molti studenti sono andati a sciare con le loro classi o comitive, ed è così che, al loro ritorno, vengono testati e risultano positivi, e – come nel gioco del domino – chiudono le loro scuole, ed i vari familiari e amici vengono anch’essi messi in quarantena. Qualcuno va incosciente a una festa nel weekend, qualcun altro, asintomatico, in un noto locale della capitale, in cui trascorre allegramente quasi dieci ore: il numero di contagi, prevedibilmente, sale. In maniera esponenziale. La prima ministra Mette Frederiksen dichiara già martedì 10 che la questione va presa con estrema serietà. Il virus si diffonde velocemente, ed è molto più rapido e pericoloso di una comune influenza. Molti tra coloro che ne saranno colpiti avranno bisogno di un trattamento adeguato in terapia intensiva per poter sopravvivere. Sono le 20:30, mercoledì 11 marzo, quando viene fissata una conferenza stampa speciale: la Danimarca pubblica chiude, a partire da venerdì 13, per due settimane. Sui social media impazzano foto e video di code chilometriche al supermercato. Il popolo danese, così universalmente pacifico e civile, si ritrova a svuotare scaffali e sgomitare pur di accaparrarsi quelli considerati i “beni primari”: per dover di cronaca, a finire per primi sono il rugbrød, il tanto amato “pane nero” indispensabile per gli appetitosi smørrebrød, e la carta igienica. Dei testimoni raccontano di notevoli somiglianze con le risse tipiche del “Black Friday”, con i clienti che rifiutano di lasciare il negozio all’orario di chiusura e quelli che invece escono galvanizzati con carrelli e provviste sufficienti per un bunker a prova di apocalisse. Poche ore prima della proclamazione di chiusura progressiva dello Stato danese, […]

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Teatro

Francesco Piccolo al Teatro Diana: Momenti di trascurabile (in)felicità

Tappa unica al Teatro Diana di Napoli per il reading teatrale tratto dai due romanzi complementari di Francesco Piccolo, il talentuoso scrittore e sceneggiatore italiano autore dei fortunati vademecum “Momenti di trascurabile felicità” (2010) e “Momenti di trascurabile infelicità” (2015), in tournée con la partecipazione speciale ed effervescente di Pif, regista civile, attore, nonché protagonista – nel ruolo del tipico “uomo medio” chiamato Paolo – dell’omonima versione cinematografica dei due testi diretta dal regista Daniele Luchetti e sceneggiata a quattro mani con lo stesso Francesco Piccolo (2019). C’è una certa magia sul palco, già prima che le luci si abbassino ed entrino in scena le star della serata: un’atmosfera impalpabile che il pubblico respira a pieni polmoni già prima che il sipario dia spazio a quel turbinio di parole conturbanti, osservazioni perspicaci e sentenze cristalline dinanzi alle quali ogni spettatore può riconoscersi e dire, tra sé e sé: “È proprio così. L’ho pensato anch’io. È successo anche a me”. La luce del frigorifero si spegne veramente quando lo chiudiamo? Perché il primo taxi della fila non è mai davvero il primo? Perché il martello frangi vetro è chiuso spesso dentro una bacheca di vetro? Perché il benzinaio ti dice sempre: “Un po’ più avanti, per favore”, e perché te lo dice sempre quando hai appena spento il motore? Come fanno le varie strisce del dentifricio Aquafresh a restare indipendenti una dall’altra dentro e fuori il tubetto (e forse anche nella cavità orale)? Immedesimazione, empatia, coinvolgimento, sono solo alcune delle tante sensazioni provate da chi, seduto sulla comoda poltroncina rossa della gremita platea, ha ben pensato di godersi appieno il senso dello spettacolo, la pregnanza di quel prefisso “in” posto tra parentesi nel titolo di questo singolare monologo che ben presto, grazie al vivace e veloce scambio di voci tra i due attori, si fa dialogo: “Momenti di trascurabile (in)felicità”. “Cosa è un momento di trascurabile felicità? È un modo di pensare alle cose della quotidianità, un modo di stare al mondo“ Ad apparire per primo sul palco è proprio Francesco Piccolo, con un esilarante racconto in chiave comica di un’esperienza che ognuno di noi ha inevitabilmente provato: le interminabili feste di compleanno per bambini. Piccolo le descrive dal punto di vista del genitore-accompagnatore che però non ha dimenticato il suo passato di festeggiato né tantomeno di invitato, e racchiude il tutto con la frase che sempre arriva, immancabile, pronunciata con la giusta, delusa inflessione, non appena qualcuno comincia a voler andare via: “Ma c’è la torta!”. Il pubblico ride a gran voce, i minuti scorrono rapidi scanditi da quelle piccole, trascurabili esperienze universali che, poste in maniera scanzonata e squisitamente particolare, attirano gli spettatori in un vortice di ricordi che invita alla riflessione. Quando vado a teatro, sono molto teso. Si spengono le luci, si fa silenzio e lo spettacolo sta per cominciare. Ci sono quei pochi secondi di attesa prima che si sentano le prime parole, e appena le prime parole vengono pronunciate, la prima frase fa già capire tutto; […]

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Culturalmente

Guggenheim. La Collezione Thannhauser a Milano: da Van Gogh a Picasso

«First I dream my paintings, then I paint my dreams.» È l’efficace pensiero di Vincent Van Gogh a dare il benvenuto alla splendida mostra in corso al Palazzo Reale di Milano, dal 17 ottobre 2019 al 1 marzo 2020. Prima sogno i miei dipinti, poi dipingo i miei sogni. Il motto del grande artista olandese accoglie nell’anticamera allestita al primo piano del monumentale palazzo meneghino, a mo’ di concisa introduzione a quel che sarà il percorso espositivo che ci si accinge ad intraprendere. Cinquanta opere della Collezione Thannhauser poi donate alla Fondazione Guggenheim di New York alla morte dell’ultimo superstite della famiglia tedesca, Justin, avvenuta nel 1976. Ad andare di pari passo con l’esposizione dei capolavori – si comincia con La donna con pappagallino e Natura morta: fiori di Pierre-Auguste Renoir con, nella stessa sala, Davanti allo specchio e Donna con vestito a righe di Édouard Manet – è infatti la storia stessa dei Thannhauser, mercanti d’arte tedeschi di origini ebraiche. Nel 1909 fu il padre di Justin, Heinrich Thannhauser, ad aprire la sua Moderne Galerie nel centro di Monaco. In quel giorno di novembre di ben 110 anni fa il collezionista capostipite dichiarò che la propria Galleria Moderna avrebbe avuto come primo interesse “tutto ciò che è nuovo, potente, diverso e moderno nella migliore accezione”. Aprì poi una seconda Galleria a Lucerna ed una terza a Berlino. Al suo fianco suo figlio Justin, mosso dallo stesso amore per l’arte e per i nuovi talenti su cui puntare. Il primo in assoluto, già nel 1908, fu proprio Vincent Van Gogh: Heinrich promosse infatti una delle prime mostre del pittore olandese in Germania, iniziativa che lo qualificò come un vero e proprio pioniere sia agli occhi dei collezionisti privati che alle istituzioni pubbliche nel paese. È poi la volta di tre tele “bucoliche” di Georges Seurat (Contadine sedute nell’erba, Contadine al lavoro e Contadino con zappa, tutte dipinte tra 1882 e 1883) e di sei stupefacenti di Paul Cézanne, di cui due inconfondibili Nature morte ed un soggetto dal forte impatto estatico: Uomo a braccia conserte, datato 1899. Tra le 263 opere esposte all’inaugurazione della nuova galleria berlinese nel 1927 spiccava Montagne a Saint-Rémy di Van Gogh. Dipinta nel luglio 1889 durante il ricovero dell’artista nell’ospedale cittadino, la tela evoca lo stato emotivo altalenante di Vincent tramite la forza dei colori, espressi in pennellate piuttosto spesse, evidenti, particolarmente vivaci. Il quadro, presente anche qui a Milano, è di una bellezza dirompente: una strada in parte piana con fiori fragili sul ciglio, un paesaggio più che contorto, un cielo azzurro ma non sereno. La cornice è nera, pesante, quasi a voler contenere quell’elemento incontenibile che dal quadro già promana. I due successivi ne sono una sorta di preambolo: Strada con sottopasso, del 1887, e Paesaggio con la neve, del 1888. Non lontano dalla “Sala Van Gogh“, ma anzi da ritenersi un angolino della stessa, fa bella mostra di sé Haere Mai dell’amico/nemico Paul Gauguin, datato 1891 e di chiara ambientazione “esotica”, per quei tempi. Il titolo del quadro è presente in esso vergato dall’autore in […]

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Eventi/Mostre/Convegni

I volti ideali: il genio canoviano in mostra a Milano

Nell’esclusiva sede di via Palestro, a Milano, dal 25 ottobre 2019 e fino al 18 febbraio 2020, la Galleria d’Arte Moderna (GAM) ospita la raffinatissima mostra “Canova. I volti ideali”, che presenta, in un percorso espositivo preciso e ben curato, la genesi e l’evoluzione della tipologia di busti perlopiù femminili realizzati dallo scultore veneto all’apice della sua carriera. Curata da Omar Cucciniello e Paola Zatti, l’esposizione “I volti ideali” è promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Galleria d’Arte Moderna di Milano e dalla casa editrice Electa, e racconta – attraverso 39 opere di cui 24 di Canova – la storia di questo genere più “di nicchia” rispetto al ben noto patrimonio costituito dai capolavori canoviani. Tra queste, cinque sculture mai esposte in Italia prima d’ora, come l’erma di Corinna e la magnifica Musa del 1817. Si tratta di una serie di volti esclusivamente femminili (ad eccezione dell’unicum Paride), molti dei quali realizzati senza commissione, e dunque su iniziativa dell’artista, disposto sua sponte a tenerli per sé. Le opere in esposizione in “I volti ideali” provengono dai principali musei nazionali (Gallerie degli Uffizi di Firenze, Gipsoteca Canoviana di Possagno, Galleria d’Arte Moderna di Torino, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Museo Correr di Venezia) e internazionali (Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo, J. Paul Getty Museum di Los Angeles, Kimbell Art Museum di Fort Worth, Museu Calouste Gulbenkian di Lisbona, Musée des Beaux Arts di Lione, Musée Fabre di Montpellier). Accanto alle ”teste” del maestro del Neoclassicismo sono anche proposti preziosi confronti con opere che vanno dall’antichità ai giorni nostri, e che da un lato indicano i modelli da cui lo scultore prese spunto, mentre dall’altro evidenziano il valore universale della sua arte. Tra questi, meritano un occhio di riguardo le favolose sculture antiche della collezione Farnese (ammirate da Canova a Napoli), gli affreschi del Quattrocento toscano, le teste velate di Antonio Corradini (famoso autore della Pudicizia nella Cappella Sansevero dal cui Cristo velato Canova rimase folgorato nel 1780, durante il suo primo soggiorno partenopeo), ma anche l’arte del Novecento e le sculture di Adolfo Wildt e Giulio Paolini, la cui filosofica Mimesis conclude idealmente il bel tour d’insieme. La prima opera in cui ci si imbatte, non appena si varca l’ingresso al piano terra dello splendido palazzo, è – non a caso – un volto. Quello reale di Antonio Canova, ma dall’artista stesso eseguito, e dunque, in qualche modo, idealizzato. Dal fermo titolo: Autoritratto come scultore. Pochi anni dopo l’Autoritratto come pittore, custodito alla Galleria degli Uffizi, nel 1799 Canova ha quarantadue anni e decide di rappresentare se stesso con gli strumenti che più reputa propri: lo scalpello ed il mazzuolo. Confinato nella natia Possagno durante i mesi dell’occupazione francese a Roma, Canova è “costretto” a dedicarsi quasi esclusivamente alla pittura. Con il ritratto proposto a mo’ di apertura, invece, l’artista pare voler ricordare a se stesso la sua più autentica vocazione di scultore, rimarcata dalla firma in calce. È Canova stesso, a partire dal 1811, a dedicarsi a quelle che egli stesso definì “teste […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Città del Gusto Napoli presenta “I Drink Pink 2019” alla Terrazza Angiò

Città del Gusto Napoli e Gambero Rosso organizzano un evento imperdibile nel capoluogo campano. L’appuntamento è fissato per giovedì 18 luglio alle 20 nella location super esclusiva della Terrazza Angiò, all’undicesimo piano dell’Hotel Mediterraneo in via Ponte di Tappia, con vista mozzafiato sulla città e sul golfo di Napoli. L’unica accortezza richiesta riguarda il dress code: si invitano i partecipanti ad indossare qualcosa di rosa per richiamare il colore frizzante della bevanda, leitmotiv della serata a tema, curata nei minimi dettagli. « I DRINK PINK »: si legge in ogni angolo del rooftop partenopeo, dove tutto – ma davvero tutto – è addobbato per fare pendant con l’attesissima festa rosata. La partecipazione sulla Terrazza Angò è calorosa e i vini rosé da tutta Italia fanno sfoggio di sé sui tavoli arricchiti da deliziosi bouquet, accompagnati dalla meticolosa attenzione dei perfetti sommelier. I drink pink sulla Terrazza Angiò Il Piemonte presenta un Majoli 2018 Cascina Pastori delle Tenute Sella: fresco e interessante come il territorio da cui proviene. La Lombardia ha ben cinque proposte da offrire, tra cui spicca un Franciacorta Brut DOCG 2015 Ferghettina, a nostro giudizio eccellente. Il Veneto vanta tre prodotti di rilievo: un Filanda Rosé brut millesimato Riserva Pinot nero e due Bardolino, un Classico Chiaretto 2018 ed un omonimo spumante della stessa annata. Il Trentino Alto Adige fa faville con un Perlé Rosé Riserva 2014 Ferrari, mentre Emilia Romagna ed Abruzzo sono presenti con due cantine ciascuna, ognuna delle due con uno spumante rosato extra dry. Lazio e Molise fanno assaggiare due buoni prodotti del 2018, ma è giocoforza la Campania a fare bella mostra di sé e a dare il meglio del rosé in tutte le sue forme e mescolanze, con ben ventinove proposte diverse. E ancora sulla Terrazza Angiò la Cantina di Solopaca offre un Aglianico Rosato Sannio dop 2018 ed un Rosato Beneventano IGP. De’ Gaeta un IGT Campania Rosato 2018, mentre Ettore Sammarco un ottimo Terre Saracene DOC Costa d’Amalfi Rosato 2018. Fontanavecchia propone un Aglianico del Taburno DOCG 2018 di tutto rispetto e La Guardiense un gradevolissimo Ambra Rosa Aglianico Sannio DOP, sempre 2018. La Pietra di Tommasone è in lizza con un Epomeo Rosato Rosamonti IGP 2018, mentre Macchie S. Maria sfoggia due DOC molto pregevoli: un Costa d’Amalfi ed un Ophelia Irpinia Rosato. Marisa Cuomo presenta anch’essa un Costa d’Amalfi Rosato DOC, mentre Masseria Frattasi un Orchis Purpurea Aglianico del Taburno Rosato 2017. Caso analogo per Pietrefitte, anch’esse con un Aglianico del Taburno Rosato 2017 e 2018. Le cantine Rossovermiglio propongono uno spumante Rosato Sannio Aglianico DOC extra dry denominato Animanera, nonché un Sannio Aglianico DOC 2017 detto Incantesimo Rosa. La Cantina Raffaele Palma offre invece varie annate di Salicerchi DOC Costa d’Amalfi (2013, 2017 e 2018) ed un Costa di Salerno 2015. La Tenuta Scuotto un Malgré, Torelle un omonimo Torelle, mentre Vinicola del Sannio un Sannio Aglianico Rosato DOC 2018 Effluvio e Tenuta Cavalier Pepe un effervescente Rosato del Varo. Due ulteriori Aglianico – Vetere Rosato 2018 e Gioi Spumante […]

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Culturalmente

R-estate al MANN: mostre e caffè all’Archeologico napoletano

MANN: Estate ricca di eventi e mostre al Museo Archeologico di Napoli! « Le lacrime e i sospiri degli amanti, l’inutil tempo che si perde a giuoco, e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,  vani disegni che non han mai loco, i vani desideri sono tanti, che la più parte ingombran di quel loco: ciò che in somma qua giù perderesti mai, là su salendo ritrovar potrai »   Si atterra sulla luna entrando al MANN. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli apre al popolo di affezionati e curiosi visitatori invitandoli – giovedì 18 luglio alle 17 – ad una doppia inaugurazione. I versi tratti dal trentaquattresimo canto dell’Orlando furioso richiamano la missione apparentemente impossibile di Astolfo a cavallo del suo ippogrifo: San Giovanni gli rivela il modo in cui recuperare il senno perduto di Orlando, smarrito sulla superficie lunare. La premessa culturale è d’obbligo, quando ci si imbatte in un Museo sconfinato e di prim’ordine quale l’Archeologico partenopeo. Dopo il successo della mostra da record su Canova e l’antico, chiusasi il 30 giugno, ai primi di luglio ha prontamente aperto i battenti una mostra sugli Assiri. Il giorno 11 ha invece ri-aperto – dopo una chiusura ultraventennale – la sezione monumentale sulla Magna Grecia, per visitare la quale bisogna addirittura indossare dei calzari, data la preziosità dei mosaici da “calpestare”. Giovedì 18 ci si concede un bis: in occasione del cinquantesimo anniversario del primo storico atterraggio dell’uomo sulla luna, si presenta una mostra a tema, acutamente intitolata MANN ON THE MOON, e allo stesso tempo si inaugura il MANN-café, per non perdere di vista la dimensione più squisitamente terrena e quotidiana del pubblico museale. Mentre, dunque, nell’atrio del Museo, sino al 30 settembre, si potrà passeggiare tra reperti preziosissimi legati all’iconografia lunare ed alla misurazione del tempo nell’antichità, in una nuova ala dedicata ci si potrà sedere per ristorarsi e sorseggiare un buon caffè napoletano. Particolarmente interessante il menu, che tra le varie bevande à la carte propone la “cuccuma”, per 4 persone, anche in versione destrutturata ideale per l’estate, a mo’ di variante del caffè freddo. Vera chicca da assaggiare lo storico panis Pompeii, a base di farina di farro, pinoli, mandorle, anice e mosto d’uva rossa. Interessanti anche i timballi di pasta, le “scatole di riso” in veste gourmet, o vari piatti cucinati seguendo la tecnica della vasocottura. A presenziare all’evento, e a sottolinearne la portata e la cooperazione internazionale, Mary Ellen Countryman, console generale degli Stati Uniti a Napoli, che ringrazia per la memoria storica della città partenopea e la sapiente lungimiranza che la caratterizza. Ad accompagnarla e ad introdurla il direttore del MANN ormai al suo secondo mandato Paolo Giulierini, che racconta aneddoti gustosi volti a svelare risvolti inediti dell’occasione. «Quando arrivai quattro anni fa a Napoli, da Cortona, non mi spiegavo perché non riuscissi più a dormire. Era il caffè. Qui a Napoli è così: ci si incontra e ci si vede per un caffè, si lavora e si prende un caffè. Non si può vivere senza caffè». In un tragicomico amarcord […]

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Cinema e Serie tv

Saverio Costanzo, il regista de L’amica geniale a Villa Pignatelli

È una serata tranquilla e ventilata quella prescelta da Saverio Costanzo per ri-presentare i primi due episodi dell’amatissima serie-tv tratta dai romanzi di Elena Ferrante. L’amica geniale attira numerosi spettatori, curiosi, appassionati, nella splendida cornice neo-classica di Villa Pignatelli che fa da location per l’evento dal sintomatico titolo ”Doppio Sogno. On life, love and memory” – organizzato da Teatro Galleria Toledo – martedì 16 luglio alle 20:30. Si aspetta il tramonto romantico del sole perché il regista, Saverio Costanzo, prenda la parola. Tra le prime file del pubblico non passa inosservata la “voce” della serie, Alba Rohrwacher, che si vocifera faccia da spalla a Costanzo in qualità di co-regista nella seconda stagione, la cui messa in onda è prevista per il prossimo tardo autunno su Raiuno. Non si tratta, però, di un incontro volto ad anticipare contenuti futuri dell’attesissima saga, bensì di un momento di raccoglimento nei riguardi di un personaggio del passato, protagonista delle due puntate riproposte, venuto a mancare nell’agosto 2018: Antonio Pennarella. “Le bambole” e “I soldi” sono i titoli dei due primi episodi della prima stagione, andati in onda in prima serata a fine novembre 2018, durante i quali le due bambine co-protagoniste del romanzo e della sua versione per il grande schermo, Lila e Lenù, si misurano con l’orco del rione, don Achille, magistralmente interpretato da Pennarella. «Il nostro affetto ancora lo accompagna. Antonio è uno di noi»: con queste parole esordisce Saverio Costanzo, che ripercorre sul filo dei ricordi il tragitto umano che ha lasciato che “L’amica geniale” figurasse tra le performance dell’attore, fino a suggellarne, purtroppo, l’ultima interpretazione. «Antonio non aveva detto di essere malato: veniva sul set anche quando non doveva girare», prosegue Costanzo, soffermandosi sull’assegnazione del ruolo a seguito di un provino più che altro formale, in quanto al regista era già solo bastata una foto – di quell’uomo dall’aspetto un po’ burbero dal volto molto noto – per sceglierlo e volerlo. Don Achille è un personaggio-chiave per la crescita precoce delle due bambine in balia del duro scontro con la cruda realtà che ne scandirà la vita e l’amicizia. «Don Achille è uno strozzino, è un uomo di merda», si sente denunciare più volte nella seconda puntata, che si chiuderà in maniera particolarmente mesta e tragica. Per Costanzo l’interpretazione di Pennarella è una delle più riuscite di tutta la prima stagione, e lo dichiara con la fermezza priva di retorica tipica di chi è convinto di ciò che pensa. «Antonio è arrivato con tutta la sua umanità: si è preso don Achille e l’ha fatto suo. È come aver perso un amico vero», continua Costanzo nel parlare del ruolo impersonato dall’attore senza poterlo separare dall’uomo «dai sentimenti forti» che vi stava dietro. È una presentazione breve ma intensa quella del regista, che rivela di custodire alcune immagini ormai di repertorio dell’attore non ancora utilizzate nel primo capitolo della serie. Il sole è tramontato sul maxi-schermo montato ad hoc nel cortile di Villa Pignatelli. Costanzo invita il pubblico ad un applauso in […]

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Teatro

Bartleby di Melville un tenero scrivano: Leo Gullotta al Teatro Sannazaro

Un’anteprima nazionale di rilievo attira al Napoli Teatro Festival 2019 l’attenzione che esso merita nel panorama culturale estivo della città partenopea. Martedì 9 e mercoledì 10 luglio, al Teatro Sannazaro di via Chiaia, è andato infatti in scena un classico della letteratura moderna che ha fatto registrare il tutto esaurito ad entrambe le rappresentazioni. Bartleby lo scrivano – il celebre racconto di Herman Melville datato 1853 – è stato proposto nel riadattamento curato da Francesco Niccolini per la regia di Emanuele Gamba, che soltanto nel 2020 comincerà il suo tour teatrale in giro per l’Italia. A vestire i panni del protagonista Bartleby è Leo Gullotta, volto noto ed amato dagli spettatori che ne hanno applaudito più volte la performance. Funziona l’interazione sul palco con il resto degli attori: con le due brave attrici Giuliana Colzi e Lucia Socci, e con i tre convincenti Andrea Costagli, Dimitri Frosali e Massimo Salvianti. La sceneggiatura è fedele al racconto originale, la scenografia essenziale e le luci e le musiche sapientemente indovinate. Non appena si apre il sipario, compare ciò che ne costituirà l’ambientazione centrale: tre scrivanie, cinque sedie e cinque lampade accanto ad esse. Una porta sullo sfondo che nasconde un bagno e un lavandino. Fa il suo ingresso Rita, la donna delle pulizie armata di straccio e spazzolone: non le sfugge una briciola nel suo pulire in lungo e in largo quel luogo così sobrio pieno di faldoni, fascicoli, e carta per scrivere. Uno ad uno fanno poi il loro ingresso coloro che a quel luogo conferiscono la giusta atmosfera: uno studio legale diretto da un avvocato senza nome, apparentemente buono e giusto, aiutato dai suoi tre dipendenti Turkey, Nippers e Miss Ginger, che in questa versione è una donna e dunque differisce dal fattorino Ginger Nut melvilliano.Le caratteristiche dei personaggi sono altrimenti rispettate: Turkey è un modello di efficienza al mattino, ma dopo pranzo diventa insolente e scontroso; Nippers è invece intrattabile al mattino ma dà il suo meglio di pomeriggio. I ritmi dello studio si susseguono simili ed uguali, cadenzati da una musica da “loop” che li accompagna, finché il principale non decide di assumere un nuovo scrivano. All’annuncio di lavoro risponde Bartleby, che si presenta in ufficio vestito di grigio, un colore non casuale volto ad amplificarne la cifra antracite di fondo. Gullotta rispecchia in tutto e per tutto la “gentilezza cadaverica” che deve impersonare. Bartleby lavora come il più dedito degli scrivani: non ha eguali per la bravura nel redigere, la rapidità di esecuzione, l’assenza di errori. Ma non appena gli viene chiesta una qualsiasi cosa che esuli dalla mansione per cui è stato assunto, egli rifiuta con la battuta ferma che l’ha reso celebre nella storia della letteratura: «I would prefer not to», qui reso con un grave: «Avrei preferenza di no». C’è stupore, incredulità, malumore, un turbinio di reazioni incresciose e contrarie girano attorno alla solidità dello scrivano che fa tutt’uno con la sua sedia alla scrivania e puntualmente preferisce non fare altro che ciò che deve […]

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Libri

PIF e il suo primo romanzo «…che Dio perdona a tutti» | Intervista

Intervista/recensione a PIF per l’uscita del suo primo romanzo, “…che Dio perdona a tutti” Esilarante debutto letterario per Pierfrancesco Diliberto, meglio conosciuto come PIF : regista, attore, autore televisivo, conduttore radiofonico, sceneggiatore, che si guarda bene dal definirsi “scrittore”. «…che Dio perdona a tutti» è un romanzo appena uscito per Feltrinelli e già si candida a diventare un curioso caso editoriale. Scopriamo perché con un’intervista/recensione al suo scoppiettante autore, PIF. «Il cristianesimo è oggi difeso e continuerà per lungo tempo a venir difeso così strenuamente perché è diventato la religione più comoda. È ancora cristiano tutto ciò che si chiama così? O, ponendo la domanda in forma più estesa e insieme più problematica: che cosa, nella nostra vita presente, è ancora veramente cristiano, e che cosa, invece, si chiama così solo per abitudine o per timore?». Righe tanto serrate, assertive, disincantate, le ha scritte un grande filosofo, poi passato alla storia come “anticristiano”, e fanno parte dei suoi “Frammenti postumi”. Sorride, PIF, sentendosi citare Friedrich Nietzsche, ma torna subito serio quando ascolta l’aforisma più asciutto secondo il quale «è esistito un solo cristiano ed è morto sulla croce». Il tuo romanzo affronta con sorniona leggerezza un tema profondo e sfaccettato come il cristianesimo: com’è nato e cosa rappresenta per te? È un esame di coscienza, un po’ come andare dall’analista o scrivere un diario: sono partito da un mio disagio e a un certo punto ho capito che non potevo dirmi cristiano ma nemmeno potevo definirmi ateo. Non credevo ma speravo. L’idea mi venne sotto la doccia, tre o quattro anni fa. Alzai la cornetta e dissi al mio produttore: «Ho un film!». È liberatorio, per chi è abituato a scrivere sceneggiature, misurarsi invece con un romanzo. Feltrinelli mi aveva proposto un soggetto a mia scelta e mi venne quest’idea. Poi l’abbiamo sospesa per vari impegni sopraggiunti e, quando l’ho ripresa, la domanda che si poneva il film (sic!) era ancora attuale e quindi l’ho messa su carta: cosa succede se decidiamo di vivere da cristiani? È stato un processo lento, ma l’ho fatto per onestà. Una lettrice importante è stata mia sorella: è lei la vera scrittrice di famiglia.   Il protagonista del tuo romanzo, PIF, si chiama Arturo, ha trentacinque anni e fa l’agente immobiliare a Palermo. Conduce un’esistenza piuttosto incolore, vive alla giornata, o meglio, a differenza di tanti che si accontentano di campare alla meno peggio, piano piano scopre che quella non è vita, ma pavida – e spesso ipocrita – sopravvivenza. Capisce che alle parole che si dicono, o soltanto si proclamano, non corrispondono i fatti che le rispecchiano. Che non si è ciò che si dichiara di essere, se non si pratica ogni giorno, nel concreto, ciò che è altrimenti fin troppo facile asserire, in astratto. La pietra d’inciampo di Arturo si chiama Flora: è una ragazza che un giorno vede in pasticceria e di cui subito si innamora. La grande passione di Arturo è una prelibatezza culinaria: la ricotta, nelle varie forme contemplate […]

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Libri

Giovanni Tizian e il suo libro-inchiesta “Rinnega tuo padre” (Recensione)

«Peppino, Peppino / dai i tuoi occhi al cuore / un padre e un figlio con un solo abbraccio / squarciano il tempo, vanno oltre lo spazio / cani randagi nella notte scura / la vita no, non fa paura». Rinnega tuo padre comincia con un esergo musicale. Il libro-inchiesta edito da Laterza di Giovanni Tizian, coraggioso giornalista de “L’Espresso”, allontanatosi dalla “Gazzetta di Modena” perché i suoi articoli avevano disturbato un signorotto del crimine che minacciò di volergli «sparare in bocca». Versi tratti da una canzone di Venditti che chiamano a gran voce un nome e lo associano alla storia di Peppino Impastato, altro figlio tristemente illustre che fece in vita ciò che il libro di Tizian dice sin dal titolo: rinnegò suo padre. Circa trent’anni fa un altro “Peppino” fu ucciso in Calabria, senza che ancora nulla si sappia dei mandanti dell’omicidio o dei suoi esecutori materiali. La vittima si chiamava Giuseppe Tizian. «Questo libro raccoglie le storie di figli allontanati dalle famiglie di ‘ndrangheta su ordine del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria»: sono le prime parole inserite a mo’ di “Nota dell’autore”, come introduzione al testo di 208 pagine, suddiviso in 18 capitoli, pubblicato nel giugno del 2018. Ogni capitolo narra una storia: la prima e l’ultima hanno lo stesso nome, «Rocco», e descrivono un bambino diventato adulto troppo in fretta, respirando “‘ndrangheta e piombo“. Un bambino a cui fu intimato: «La devi ammazzare. Due colpi nella faccia di quell’infame di tua mamma e chiudiamo ‘sta tragedia una volta per tutte. Devi farlo tu. Con l’età che c’hai non andrai in galera». Un figlio a cui fu ordinata, tra tutte le cose, la più innaturale. Di sparare a chi lo mise al mondo, di uccidere sua madre. Civico 404, si intitola il secondo capitolo, e si riferisce al numero da cercare sul Corso principale di Reggio Calabria ed al piccolo ufficio che vi è ubicato, diretto dal giudice Roberto Di Bella, “non un eroe, ma un onesto e riservato servitore dello Stato“. Nel 2012 viene firmato un protocollo d’intesa tra Tribunale dei minorenni e Procura della Repubblica sull’allontanamento dei minori dalle famiglie mafiose: «la soluzione estrema è allontanare i figli dal nucleo familiare. Il giudice Di Bella preferisce definirlo in altro modo: “Allontaniamo i boss dai loro figli” […]. I figli sono un tesoro inestimabile per gli ‘ndranghetisti. Per questo li considerano loro proprietà. Sono la certezza del futuro. Togliergli i figli vuol dire dissanguarli». Come provocare un’emorragia alla ‘ndrangheta, come organizzare una rivoluzione silenziosa sottraendo del sangue non ancora impuro ad un sangue del tutto infetto. Chi viene allontanato da chi e da che cosa: Giovanni Tizian ricostruisce meticolosamente le storie in trincea che dalla Calabria si estendono al resto d’Italia, sostenute dall’Associazione “Libera contro le mafie“, spiegando in maniera cristallina in che consiste l’educazione ‘ndranghetista, cosa sono le ‘ndrine, le affinità e differenze con mafia e camorra, la genesi del verbo ‘ndranghetiare, ovvero il comportarsi come un uomo della cosca. E spesso lo fa raccontando la storia di […]

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Attualità

«Il nostro Leopardi»: tre lettere autografe alla Biblioteca Nazionale di Napoli

«Firenze 06 Agosto 1827 Caro Puccinotti Sono qui da circa due mesi, e qui da Bologna ricevo la tua carissima de’ 29 di Luglio. Tu mi hai a perdonare il mio lungo silenzio, perch’io pochissimo posso scrivere, travagliato come sono da un’estrema debolezza (o comunque io la debba chiamare) de’ nervi degli occhi e della testa, la quale mi obbliga ad un ozio più tristo assai della morte. Certo è che un morto passa la sua giornata meglio di me.» L’incipit della lettera di Giacomo Leopardi è un’istantanea della vita allora condotta dal grande poeta, che si racconta apertamente al caro amico Francesco Puccinotti, docente di Patologia e Medicina Legale a Macerata. Corrispondente forse tra i meno noti del genio di Recanati, il professore marchigiano è il destinatario delle tre nuove lettere autografe acquisite dalla Biblioteca Nazionale di Napoli e presentate “alla comunità scientifica e alla città” nella splendida cornice della Sala Rari a mezzogiorno di un particolarmente afoso martedì 31 Luglio. Tre epistole di Giacomo Leopardi all’asta Appena sette settimane prima, martedì 12 giugno, la Casa d’Aste romana “Minerva Auctions” mette all’asta le tre epistole dall’inestimabile valore, poste e proposte sul mercato per iniziativa privata. La Biblioteca Nazionale partenopea le intercetta, il Fondo Leopardi le reclama. Viene chiesto seduta stante l’immediato annullamento della seduta già calendarizzata. Questo ed altri aneddoti vengono svelati dalle tre voci invitate per narrare la storia di questa preziosissima acquisizione: il direttore della Biblioteca Nazionale, Francesco Mercurio, la direttrice generale, Paola Passarelli, ed il Ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli. Voci che tradiscono emozioni. «Sono particolarmente orgoglioso del fatto che uno dei primi atti di cui sono stato testimone nell’esercizio delle mie funzioni sia stata quest’acquisizione. Prima di tutto per un legame affettivo che ho con Leopardi sin dai tempi della scuola. Poi perché ogni testimonianza può essere importante e decisiva per arricchire di particolari la sua biografia. In Leopardi vita e opere sono strettamente legate. Abbiamo deciso che queste lettere fossero custodite dalla Biblioteca Nazionale di Napoli perché qui è già depositato oltre l’80% del patrimonio del Poeta», rimarca il Ministro, che si sofferma sul significato e la funzione che una biblioteca degna di questo nome deve ricoprire. Per farlo, appronta un confronto efficace a partire dalla parola “ricerca”: nel caso specifico, avendo – il caso stesso – luogo in una biblioteca, una ricerca “bibliografica”. Dinanzi a quel gigante che è internet, in termini di rapidità e prestazioni, solo gli appassionati irriducibili preferiscono ancora il profumo della carta di una volta e lo spulciare e verificare titoli e autori da un cassettino impolverato da tirare a mano. Di recente, a Cremona, all’Archivio di Stato, è soltanto così, però, che uno studioso americano ha trovato un tesoro in un faldone dimenticato: il testamento di Stradivari, disperso e irrintracciabile da tempo non datato. Un fondo interamente dedicato al poeta Il Fondo dedicato a Giacomo Leopardi, all’interno della Biblioteca partenopea, ne rappresenta il fiore all’occhiello: oltre alla documentazione autografa della maggior parte dei Canti (tra cui Alla luna, […]

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Napoli e Dintorni

«Luigi Necco ci appartiene»: il PAN ricorda il giornalista-archeologo

Per un classicista, PAN è la forma neutra di  πᾶς, “tutto”. Per un filosofo, quel tutto è uno: en kai pan, “uno-tutto”. Per un archeologo, quel Pan è il dio-pastore, dio della campagna, dei pascoli e delle selve. Per un napoletano, è il PAN: il Palazzo delle Arti di Napoli. Lunedì 23 luglio, alle 18, quel Palazzo si fa salotto e ricorda il compianto giornalista Luigi Necco, venuto a mancare il 13 marzo 2018. Madrina dell’appuntamento dal titolo “Il ricordo di Luigi Necco” è Daniela Wollmann, che prende la parola dicendo di condurre l’incontro «Napoli con…» “ignobilmente”, mancandole colui che ne fu l’ideatore e prima era la sua spalla, e la di lui capacità eclettica e dialettica. Esordisce con un ricordo personale: l’incontro a Piazza Vanvitelli, il giorno che lo vide, lo fermò, prese il coraggio a quattro mani e gli parlò. Lui era già noto, lei una giovane appassionata di subacquea archeologica che desiderava condividere un libro su Tarquinia. «Mi diede il suo numero di telefono, e così nacque il lavorare insieme», complice la “pulce della Magna Grecia” posta l’uno nell’orecchio dell’altra e che andava costantemente a pungolarli, a vicenda. Il ricordo di Luigi Necco Nella sala gremita al secondo piano del Palazzo, l’atmosfera è questa. A percorrere le vie del ricordo ci sono la figlia del giornalista, Alessandra, l’assessore alla cultura Nino Daniele, il direttore del Museo Archeologico Paolo Giulierini, l’archeologo amico di lungo corso Giuseppe Maggi e Massimo Perna, docente di antichità minoiche e micenee. La figlia ha gli stessi occhi del padre, ed è emozionata nel «rinnovarlo in questo contesto, lui che amava l’arte e la vita in tutti i suoi aspetti» e nel definire questo incontro «un regalo», con l’auspicio che «questo piccolo angolo dedicato a lui» possa tenersi ogni anno. A differenza del filmato che nel messaggio d’invito si diceva sarebbe stato mostrato, in cui Luigi Necco raccontava la storia di Pompei per un’emittente giapponese, viene invece proiettato un video meno lungo ma ugualmente appassionante girato al MANN: «Il Tesoro di Priamo». «Guardate questo signore», ammonisce Necco circondato dalle statue dell’Archeologico, con il suo stile inconfondibile, da “cantastorie d’altri tempi”. Parla di Heinrich Schliemann e del tesoro di Troia trovato e donato, dal grande archeologo tedesco, al suo Stato, da cui poi scomparve, in circostanze misteriose, nel 1945. Fu «un giovane italiano» a recuperarlo, negli anni ’90. Uno che seguiva una «pista russa», convinto, a dispetto dei più, che dalla Germania non avesse preso il volo per l’America così come alcuni sostenevano, ma si trovasse ancora vicino, nascosto da qualche parte. Quel “giovane”, classe 1934, aveva deciso di fare il giornalista a 4 anni. Il Giallo di Troia gli costò anni di ricerche minuziose, un passo paziente dopo l’altro, sino alla scoperta sensazionale, espressa in forma risoluta: «Il tesoro sta nella cassaforte del Museo». Si riferiva al Museo Puskin, a Mosca, la cui direttrice, Irina Antonova, lo custodiva da sempre, senza poterne fare parola con anima viva, per ordine categorico del KGB. Insospettabile “anima viva” riuscì ad essere Luigi Necco, che alla Antonova, […]

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Teatro

Teatro Totò: innovazione e tradizione nella stagione 2018/2019

«Non è una cosa facile fare il comico, è la cosa più difficile che esista […]: è più difficile far ridere che far piangere». La celebre affermazione del “Principe della Risata” è impressa a chiare lettere nel credo del Teatro Totò, vivace centro culturale nel difficile quartiere a ridosso di Foria, in via Frediano Cavara, a due passi dal Teatro San Ferdinando, in Piazza Eduardo De Filippo. L’appuntamento per la presentazione del cartellone della stagione teatrale 2018/2019 è di quelli che non si dimenticano, nella Saletta San Ferdinando attigua al Teatro omonimo, lunedì 23 Luglio alle 11:30. Qualcuno del pubblico, numeroso ed entusiasta, riadatta il classico detto sulle «3 C» caratteristiche dell’autentico caffè partenopeo basandosi sulle condizioni atmosferiche del giorno, sì da farlo suonare con un più che tragicomico: «Comm’ Cazz’ Chiov’». La tempesta del mattino causa qualche ritardo logistico, ma non blocca l’affluenza dei tanti interessati a conoscere in anteprima i dettagli del nuovo programma. Ad illustrarlo, il direttore artistico Gaetano Liguori insieme a quella che del Teatro Totò è “una colonna portante”, Davide Ferri, accompagnati da tanti artisti-protagonisti di spettacoli presto in scena, tra cui Gino Rivieccio, Rosalia Porcaro, Federico Salvatore. «Il Teatro Totò ha aperto le porte alla città dal punta di vista artistico e sociale»: esordisce così Liguori soffermandosi sulle difficoltà patite dal Teatro che dirige e che, tuttavia, non getta la spugna. Un Teatro che conta 2100 abbonati ed offre ancora prezzi popolari, con 300 iscritti all’Accademia di Recitazione. Un risultato di cui non si può non andare fieri, se si pensa che i primi allievi, negli anni ’90 in cui l’Accademia aprì i battenti, erano appena 10. La sottile vena polemica riguarda i tagli ministeriali alla Cultura, questione annosa che il Teatro Totò affronta seguendo fedelmente il suo maestro, dato che dell’assegnazione di quei fondi non ha mai goduto, «e non perché le cose non le sappiamo fare, ma perché le facciamo troppo bene», puntualizza Liguori. Teatro Totò, cartellone e spettacoli 2018 – 2019 La nuova stagione imminente vanta 12 spettacoli in abbonamento, 3 in omaggio per gli abbonati e 2 eventi fuori abbonamento. Ad aprire le danze sarà l’esuberante Gino Rivieccio presente in sala, con il suo “Mamma… ieri mi sposo!” dell’autore inglese Clive Exton, a partire dal 25/10. Sua spalla sul palcoscenico l’intramontabile Sandra Milo. Si prosegue con “I casi sono due” di Armando Curcio dall’8/11, “Core ‘ngrato“ di e con Rosalia Porcaro dal 22/11, “Stasera le canto io” con Francesca Marini dal 6/12, “Mettimmece d’accordo e ce vattimme” con Oscar Di Maio dal 20 dicembre. Il 2019 si inaugura con “Casa Corella“, direttamente da Eduardo Scarpetta, per la regia di Gaetano Liguori, a partire dal 10 gennaio. Il 24/1 è la volta di Mariano Bruno in “Una notte con Dora“, il 7/2 Claudio Tortora in “Amori e non…“. Particolare menzione merita lo spettacolo che debutta il 21 febbraio e che ha ricevuto il patrocinio dell’Associazione “Libera” di Don Ciotti, del “Comitato don Peppe Diana“, del Comune di Casal di Principe e del Comune di Napoli. Ciro Liucci […]

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