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Eroica Fenice

La Tag: salotto culturale contiene 24 articoli

Culturalmente

Dagherrotipo: storia e leggenda di un antenato

Una breve storia del dagherrotipo, l’antenato della fotografia «Tutte le immagini scompariranno». Dal tono ieratico la sentenza contenuta nel Premio Strega Gli Anni, tra gli ultimi capolavori di Annie Ernaux. Una tragica consapevolezza per gli abitanti della società dello spettacolo. Régis Debray, fra gli studiosi più attenti all’importanza dell’occhio nel mondo Occidentale, afferma che nel momento in cui l’uomo non avrà più timore della morte, allora non avrà più bisogno di immagini. Dal sarcofago egizio alla fotografia, l’uomo ha perseguito un’avventura contro la forza dirompente del tempo, duplicando se stesso nell’ossessione della rappresentazione. La leggenda del dagherrotipo Fin dal dagherrotipo, considerato l’antenato della fotografia, l’immagine è stata concepita come uno spettro. Victor Hugo e Guy de Maupassant parlano dell’altro che è dentro di noi, celato allo specchio. L’immagine riproducibile della fotografia ha svuotato la morte cristiana della trascendenza. Come si nota nella letteratura decadente, la fotografia ha una furia omicida. La letteratura ha caricato di senso religioso la fotografia, creando quindi il mito della sua creazione, il racconto La leggenda del dagherrotipo di Jules Champfleury. Champfleury, fondatore del giornale “Le realisme”, narra la vicenda di un borghese provinciale che recatosi a Parigi, luogo di perdizione per l’anima del poeta, decide di fare un regalo alla moglie: un ritratto fotografico. La fotografia era considerata il rifugio degli incapaci, dei pittori mancanti, il talismano dei trafficanti di apparenze. Il fotografo costringe così il borghese a lunghe sedute, cospargendolo di creme, così come fa con la lastra fotografica, preparando il suo soggetto al sacrificio. L’uomo, impresso sulla pellicola fotografica, scompare fisicamente. Ne resta la voce, tormento per il suo fotografo carnefice. Il reale è messo seriamente in pericolo dal dagherrotipo. L’immaginario mortifero alimentato dall’avvento del dagherrotipo persiste nella letteratura francese (e non solo), con le voci autorevoli di Marcel Proust e Roland Barthes. Famoso per l’aneddotica sul suo conto, lo scrittore di Alla ricerca del tempo perduto, fu a tal punto affascinato dal mondo fotografico da svenire in camera oscura. La fotografia si connota come un’immagine malinconica connessa alla morte perché, come afferma Barthes, la persona rappresentata è relegata nel ça a été. L’atto fotografico diventa un memento mori, ricordo costante a chi è fotografato che il suo destino è la morte. Famosi i primi dagherrotipi dei uomini sul proprio letto di morte, realizzati per immortalare il momento e coglierne il senso, il mistero. La storia del dagherrotipo Il dagherrotipo è un procedimento fotografico realizzato dal francese Louis Jacques Mandé Daguerre da un’idea di Joseph Nicéphore Niépce e di suo figlio Isidore. Lo scienziato François Arago presentò questa ambiziosa invenzione davanti alla comunità scientifica nel 1839, presso l’Académie des Sciences e dell’Académie des Beaux Arts. Macedonio Melloni si pronunciò sul dagherrotipo parlando di «miracolo». Il dagherrotipo non è in realtà il primo procedimento di riproduzione fotografica, ma l’immagine riprodotta dalla maggior parte delle precedenti tecniche aveva la tendenza a scomparire rapidamente a causa dell’azione della luce del sole o dell’assenza di fissatori chimici adeguati. Il dagherrotipo è stato il primo procedimento a consentire […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Napoli Città della Conversazione: il Diverso

Il 7 Febbraio 2019 si é tenuta presso l’Istituto Nazareth di Napoli la Discussione sul tema del Diverso. Questo incontro é stato inserito nel mese dedicato a Napoli Città della Conversazione L’iniziativa promossa dal Comune di Napoli, Napoli Città della Conversazione, è nata con l’intento di organizzare svariati incontri culturali volti a stimolare l’arte della conversazione e del dialogo, per allontanarsi per qualche ora dai dispositivi digitali e favorendo il contatto face-to-face tra le persone. Discussione sul tema del Diverso è stato un evento organizzato dalla Graus Edizioni, introdotto e moderato da Alessia Cherillo, con la partecipazione di quattro autori collaboratori della casa editrice: Armando De Martino, Angela Procaccini, Rosanna Sannino, Alessandro Perna. Partendo dai proprio libri, hanno argomentato la tematica del Diverso con interessanti riflessioni. Discussione sul tema del Diverso per Napoli Città della Conversazione L’Istituto Nazareth ha ospitato nella sua sede l’iniziativa Discussione sul tema del Diverso, importante tappa di Napoli Città della Conversazione. Tutti i partecipanti sono stati accolti in una sala moderna con sedie verdi, tipico colore della speranza, valido auspicio per il superamento dei pregiudizi tra persone che hanno caratteristiche differenti dal comune. Alessia Cherillo (Graus Edizioni), dopo aver introdotto il tema della diversità, ha ceduto poi la parola allo scrittore Armando De Martino che ha commentato: «La tematica della Diversità è complessa, si parte dal giudizio negativo della gente per giungere al concetto di Diversità. Quando le persone si allontanano dalla conoscenza non hanno la possibilità di comprendere bene la bellezza della Diversità che ci rende unici. La Diversità diventa enorme, perché nasce dal pregiudizio di cose che non si conoscono. La velocità di Internet amplifica il concetto del Diverso, perché la conoscenza di molte tematiche come l’immigrazione e il femminicidio non vengono approfondite, ci si dedica poco tempo, perché presi dalla rapidità delle informazioni online». Prosegue il discorso la scrittrice Angela Procaccini: «Il mio libro D è il racconto che riassume la determinazione la dignità e la dolcezza delle donne. Una delle vicende raccontate è quella di una ragazza anoressica che sente un forte senso di estraneità dagli altri, che la rende molto diversa dal gruppo di ragazze che frequenta e che corrisponde ad una situazione grave di senso di diversità. L’altro racconto è quello di una ragazza madre tunisina fuggita da casa dopo aver subito l’atto vandalico dei fratelli che le hanno rovinato il volto con l’acido. Questa storia affronta con coraggio la tematica della Diversità e delle sue gravi conseguenze che possono sfociare in scelte estreme». Partendo da queste due storie la riflessione in sala è giunta a questa considerazione: durante il periodo dell’adolescenza bisogna forgiare l’idea che la Diversità è una ricchezza e non deve essere fonte di Avversità, siamo Umani con caratteristiche differenti che devono coesistere e cooperare per un futuro migliore e più intenso senza pregiudizi. Guardando la sala la scrittrice Rosanna Sannino ha affermato: «Stare tra i giovani è interessante, siete tutti Meravigliosamente Diversi! Ricordate la Diversità non è negativa anzi siamo frutto della Diversità non è […]

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Culturalmente

Hans Arp, pittore dadaista… e non solo

Hans Arp: un viaggio nel suo animo d’artista Hans Arp nacque a Strasburgo nel 1887 e, come suggerisce il nome, ebbe origini franco-tedesche, motivo per il quale fu conosciuto anche col nome di Jean. Partecipò all’esposizione espressionista della corrente Der Blaue Reiter nel 1912. L’artista attraversò tutta quella stagione che dal cubismo arriva al surrealismo, con l’intento di allontanarsi da quella che è la realtà circostante, per arrivare a nuove forme del reale. Fu inoltre tra i fondatori del dadaismo. Nonostante ciò, la sua cultura si alimentò e nacque in accademia. Durante la prima guerra mondiale, per sfuggire alle armi, si rifugiò a Zurigo, dove incontrò la sua anima gemella, nonché sua futura moglie e artista anch’ella, Sophie Taeuber. Con quest’ultima sperimentò l’arte dei collages, (qui un esempio), e più avanti sviluppò le “configurazioni”, nonché arazzi con motivi astratti. Le sue opere non furono prettamente quadri, bensì nel periodo zurighese si dedicò anche alla scultura, con la realizzazione di opere in materiali vari, anche rifiuti, policromi, che venivano fissati, senza ottenere una fluidità complessiva. Tornato in Germania al termine del conflitto mondiale Hans Arp fondò il gruppo dei dadaisti di Colonia con Max Ernst e Johannes Theodor Baargeld, nel 1916. Dagli anni ’30 si allontanò dai surrealisti per avvicinarsi ad altri movimenti tra i quali l’astrattismo, partecipando a varie mostre. Si dedicò inoltre alla scultura, con forme essenziali e levigate. I temi prevalentemente trattati erano quello erotico sensuale e quello magico, derivante dall’arte arcaica. I cosiddetti papiers déchirés (carte strappate) rappresenteranno un rinnovamento dei collages (come si può vedere qui). L’arte di Hans Arp arriverà poi alle “concrezioni”, con le quali vi è un superamento della distinzione tra oggetto dadaista e scultura. L’ arte allusiva e simbolica di Hans Arp ha dunque l’intento di ricondurre l’uomo alla sua spontaneità primordiale. La natura poliedrica dell’artista si esplicitò anche nella scrittura. Compose infatti poesie nelle quali la sua teoria artistica si esplica nel non-senso portato avanti da un lucido anti-intelletto. Esse verranno raccolte in un’opera complessiva nel secondo dopoguerra, con il titolo de “Le Siège de l’Air”. Con la fine del conflitto mondiale, Hans Arp ottenne un enorme successo, grazie anche alle mostre di Parigi e New York, nonché alla realizzazione di opere monumentali per grandi enti pubblici, tra i quali la Harvard University. Negli anni ’50 del Novecento ricevette numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui quello della Biennale di Venezia e del MOMA di New York. La legge del caso di Hans Arp L’ arte di Hans Arp si basa sulla cosiddetta legge del caso: l’artista l

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Riflessioni culturali

Re Mida: un viaggio tra mito e storia

Re Mida e le sue leggende | Riflessioni Mida o Mita (in greco antico: Μίδας, Mídas) è il nome di alcuni sovrani della Frigia indipendente, regione storica dell’Anatolia, dell’epoca pregreca, fiorito nel sec. VIII a. C. Secondo alcuni Midas è un re frigio vissuto nel II millennio a.C. e quindi prima della guerra di Troia. Secondo altri studiosi Mida potrebbe essere identificato con il personaggio storico di Mita, re dei Moschi nell’Anatolia occidentale alla fine dell’VIII secolo a.C. Il re suicida Mita si chiamava anche l’ultimo sovrano della dinastia frigia che, vissuta la propria gioventù in Macedonia come re di Pessinunte sul monte Bermion (Bryges), venne successivamente adottato da Gordio, re di Frigia, e dalla dea Cibele (la Grande Madre). L’oracolo della Frigia, vedendo in lui un possibile salvatore da tutti i conflitti civili che coinvolgevano la Frigia, lo elesse come nuovo re spodestando il padre. Mida sposò la figlia di Agamennone di Cuma, Eolia, da cui ebbe diversi figli, fra cui Litierse (mietitore demoniaco degli uomini), Ancuro, Zoë (vita) e Adrasto come nipote. Durante il suo regno lottò per liberare l’Anatolia e l’Assiria dai Cimmeri tra il 680 e il 670. Questi ultimi però prevalsero e il re si diede la morte bevendo del sangue dei tori (secondo Strabone) mentre il padre venne arso vivo.  Come al padre Gordio è attribuita la fondazione dell’omonima capitale della Frigia, a lui sono attribuite quelle della città di Midea e (secondo Pausania) di Ancyra (l’attuale capitale turca Ankara). Nel 1957 è stata scoperta a 53 metri di profondità, sotto all’antica Gordio, la presunta tomba di Mida. Mida e la saggezza Con il Mida, figlio adottivo di Gordio, era da Erodoto identificato quel sovrano nei cui giardini sarebbe stato preso Sileno, per il desiderio del re di apprenderne la saggezza ma il vecchio da principio conservò a lungo il silenzio e quando infine si decide a parlare, disse che per il sovrano meglio sarebbe non essere mai nato o, dal momento che aveva avuto la disgrazia di nascere, morire subito. Più note, tuttavia, sono due leggende del re Mida riferite diffusamente da Ovidio (Metamorfosi, XI, 85-193) e più in breve da Igino (Favola 191) e da Servio Ad Aeneidem (commento di Servio all’Eneide di Virgilio, X, 142). Re Mida e l’oro Alternativa alla leggenda sopracitata, secondo la versione narrata da Publio Ovidio Nasone ne Le metamorfosi, un giorno Dioniso aveva perso di vista il suo vecchio maestro Sileno. Il vecchio satiro si era attardato a bere vino e si era smarrito ubriaco nei boschi, nei pressi del monte Tmolo, staccandosi dal corteo di Dioniso, finché non fu ritrovato da un paio di contadini frigi, che lo portarono dal loro re, Mida (secondo un’altra versione, Sileno andò a finire direttamente nel giardino di rose del re). Mida riconobbe subito il vecchio precettore di Dioniso perché era stato da Eumolpo e da Orfeo iniziato ai misteri del dio della vite, del melo e della birra, della crescita e del rinnovarsi della vita dei fiori e degli alberi. Il vino, da Dioniso donato ai mortali, era per i Greci l’oblio degli affanni, creava gioia nei banchetti, induceva al canto, all’amore, ma anche alla follia, alla violenza e all’istinto e, durante […]

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Culturalmente

Mos Maiorum: i valori della latinitas

Il Mos Maiorum identificava, nella società dell’Antica Roma, il nucleo principale della civitas latina e, idealizzando i costumi dei Padri, si ispirava ai valori dell’antica società romana (arcaica e agricola). Il Mos maiorum ovvero i valori fondamentali della romanità Con l’espressione di Mos Maiorum(letteralmente “i costumi dei Padri”) si intende l’insieme dei valori fondamentali – il bagaglio culturale, etico, religioso, morale, sociale, politico – del cives romanus. Con l’espressione Mos Maiorum, quindi, si identifica l’insieme dei valori e degli ideali della tradizione romana a cui ogni vir votava la propria identità e la propria levatura morale.Il carattere identitario di ogni cives romanus era dunque strettamente collegato al valore collettivo degli antiquimores (i costumi antichi) e questo legame portava alla consapevolezza identitaria e collettiva e al tempo stesso, per ogni bonus cives. Il Mos maiorum e la concezione di Stato Il codice comportamentale prescritto dal Mos Maiorum guardava al bene del singolo cittadino all’interno del bene di tutti i cittadini; per questo motivo, uno dei valori fondamentali del Mos Maiorum era il rispetto della Res publica. Per Res publica romana (traducibile in italiano come la cosa pubblica, la Repubblica) si intende il patrimonio ideale e materiale del popolo romano, il bene comune della società, il cui interesse era primario rispetto all’interesse individuale. Considerando lo Stato fortemente vivo – attraverso l’alto senso civico del popolo Romano – ogni cives romanus contribuiva attivamente al buon governoattraverso la vita pubblica e il rispetto delle manifestazioni virtuose del Mos Maiorum. Mos maiorum: i sentimenti patrii Fra le qualità e i sentimenti del Mos Maiorumpropri di ogni probo vir e optimus cives, si ricordano a titolo esemplificativo: abstinentia (onestà e integrità nei confronti dell’amministrazione pubblica); frugalitas (sobrietà d’animo); aequitas, iustitia, honestas (uguaglianza, giustizia, onestà); beneficentia, benignitas, liberalitas, magnanimitas (beneficenza, bontà, liberalità morale e magnanimità politica); pietas, probitas, pudor (pietà, probità, pudore); urbanitas, decorum, elegantia (cortesia, decoro, raffinatezza); gravitas, exemplum, consilium (serietà, esempio, giudizio); constantia, fortitudo, fides, virtus (costanza, forza morale, lealtà, virtù d’animo e militare); clementia, temperantia, humanitas, continentia, modus (clemenza, temperanza, umanità, continenza, regola di vita); officio, religio (dovere sociale e sentimento religioso); auctoritas, gloria, honor, libertas (prestigio, gloria, onore, libertà dell’animo incorrotto). Mos maiorum: gli ideali di virtus e fortitudo Si vogliono proporre ora due passi – tratti il primo dal De vita beata di Seneca, il secondo dalle Noctes Atticae di Gellio – sugli ideali di virtus e fortitudo: «[…] Cumtibi dicam: «Summum bonum est infragilis animi rigor et providentia et sublimitas et sanitas et libertas et concordia et decor», aliquid etiamnunc exigis maius ad quod ista referantur? Quid mihi voluptatem nominas? Hominis bonum quaero, non ventris, qui pecudibus ac beluis laxior est […]»; «[…] Fortitudo autem non ea est, quae contra naturam monstri vicem nititur ultraque modum eius egreditur aut stupore animi aut inmanitate […] sed ea vera et proba fortitudo est, quam maiores nostri scentiam esse dixerunt rerum tolerandarum et non tolerandarum. Per quod apparet esse quaedam intolerabilia, a quibus fortes viri aut obeundis abhorreant aut sustinendis […]». Fonte immagine di copertina: https://it.wikipedia.org/wiki/Matrimonio_romano#/media/File:Lawrence_Alma-Tadema_-_Ask_Me_No_More.jpg

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Riflessioni culturali

Reiki: cos’è e quali sono i suoi simboli

Chi non ha mai sentito parlare di Reiki? Ma cos’è esattamente? In questo articolo cercheremo di illustrarvi come nasce il Reiki, quali sono i suoi simboli e la sua sfera di applicazione Reiki: etimologia “Reiki” è una parola giapponese composta dalle sillabe REI e KI. REI (霊) significa energia vitale spirituale e, per esteso, qualcosa di misterioso, miracoloso e sacro. Sta ad indicare l’energia primordiale (Divina), che ha portato alla creazione dell’universo in tutte le sue manifestazioni (Ki). KI (気), invece, indica energia che scorre nel corpo o forza interiore. Nel dettaglio, significa atmosfera, qualcosa che non si vede, energia dell’universo. Indica, quindi, l’energia vitale universale intrinseca ad ogni essere e ad ogni cosa, che regola il funzionamento stesso dell’universo. Ki è il corrispondente del Chi per i cinesi, del Prana per gli indù, della Luce e dello Spirito Santo per i cattolici. I madrelingua giapponesi utilizzano il termine Reiki in senso generico come potere spirituale. Nelle lingue occidentali il suo significato è spesso reso come energia vitale universale. Reiki: cos’è Il sostantivo Reiki si riferisce comunemente ad un metodo terapeutico alternativo, secondo cui si utilizza l’energia per il trattamento di malanni fisici, emozionali e mentali, che talvolta comprende anche l’autoguarigione. Esprime, tuttavia, anche una pratica spirituale, un metodo di risveglio dello spirito, una crescita personale. È, in sintesi, un’antica pratica giapponese volta a migliorare le condizioni psico-fisiche della persona. Il cosiddetto Metodo “Reiki” consente «attraverso delle iniziazioni, o armonizzazioni, di diventare canale attivo di energia equilibrata, ripristinando quella connessione energetica tra l’umano e il cosmico che secoli e secoli di condizionamenti culturali e sociali hanno parzialmente gettato nell’oblio» (Fonte). Pertanto il Reiki è una metodologia che consente, di ripristinare il contatto con la propria componente di energia vitale di cui ciascun essere umano dispone. Riprendere il contatto con tale energia favorisce l’armonia e l’equilibrio interiore. Il Reiki può sollecitare i processi di guarigione compensando la mancanza di equilibrio energetico preesistente. Reiki : le origini Secondo la tradizione, la pratica del Reiki fu sviluppata da Mikao Usui, nato in Giappone nel 1865. Usui studiò nel Monastero di Buddismo Tendai, in quanto la sua famiglia era seguace di tale religione. Si sposò, ebbe due figlie e nel 1922, intraprese un lungo percorso spirituale fatto di meditazione di tre settimane e digiuno sul Monte Kurama che lo fece entrare in contatto con il Reiki, inteso come strumento di crescita personale e guarigione. Il Maestro Mikao Usui usava insegnare ai suoi allievi che lo scopo della disciplina da lui osservata era il raggiungimento dell’Anshin Ritsumei, ovvero l’assoluta pace interiore o l’illuminazione. Dopo aver raggiunto l’illuminazione, il Maestro Usui si adoperò per creare un metodo che potesse aiutare l’essere umano a raggiungerla a sua volta. Nel 1922 Usui aprì il suo primo Centro di Pratica e Insegnamento ad Harajuku a Tokyo per poi spostarsi, qualche anno dopo, in un altro Centro a Nakano. Dopo la sua morte alcuni suoi studenti crearono la Usui Reiki Ryoho Gakkai (Associazione per l’apprendimento del Metodo di Guarigione Usui Reiki). Un anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1926, venne fondata la Reiki Ryoho Gakkai, l’organizzazione che si è […]

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Culturalmente

Frasi d’amore in spagnolo: le quattro più famose

La lingua spagnola ha da sempre affascinato tantissime persone, soprattutto chi utilizza e conosce le frasi d’amore del passato, ancora oggi attuali. Esistono una serie di frasi in spagnolo che raggruppate, vanno a formare una vera e propria classifica. In quest’ottica si comprende quanto il successo della letteratura latino-americana e le vicende politiche dell’America Latina negli ultimi decenni abbiano ridato lustro a una lingua che aveva perduto una parte della sua popolarità. Inoltre, l’utilizzo delle nuove tecnologie, fortemente sviluppate in questi ultimi tempi, porta sempre più persone, ad informarsi ed acculturarsi, tramite internet. Per quanto concerne lo spagnolo, le frasi d’amore più cliccate sono numerose, ma in questo contesto, riporteremo quelle più diffuse e belle. Al primo posto troviamo, “Donde no puedas amar, no te demores”, frase celebre di Frida Kahlo, che significa “Dove non puoi amare, non ti fermare”; frase eloquente, fortemente metaforica, che invita a non fermarsi nei luoghi dove non c’è amore. Sicuramente è una frase dal forte valore simbolico, famosa e particolarmente utilizzata da quanti cercano in rete oppure utilizzano frasi d’amore in spagnolo. Altra frase, al secondo posto nella classifica delle frasi d’amore in spagnolo, c’è “Todo lo que hablan de ti”, ossia “Tutto mi parla di te”. Si tratta di una frase d’amore che non necessita di troppe spiegazioni, essendo breve e coincisa; è molto utilizzata in Spagna, soprattutto nelle canzoni. D’altronde lo spagnolo è una fortemente lingua musicale, armonica, dai suoni soavi e  ricca di sfumature di significato. Ecco perché, spesso, una frase o un qualsiasi concetto espresso in lingua spagnola, potrebbe apparire più accattivante o poetica, per il solo fatto che la lingua scelta per esprimerlo sia appunto, lo spagnolo. Al terzo posto nella classifica, troviamo: “Estar contigo o no estar contigo es lamedida de mi tiempo”, che significa, “Stare con te o non stare con te è la misura del mio tempo”. Si tratta di una frase di Jorge Luis Borges, il quale non descrive l’amore in maniera diretta ma come se fosse una dedica rivolta all’amato di chi scrive. Al quarto posto, citiamo una frase di Pablo Picasso: “El amor es el mayor refrigerio de la vida”, che significa “L’amore è il maggior rinfresco della vita”. Una delle poche frasi nella quale il celebre artista non rivela il suo spirito mai accontentabile. Egli stesso più volte affermò: “morirò senza essere amato”. In questa prospettiva, tale frase d’amore in spagnolo, diventa ancora più significativa, soprattutto perché riferita ad una personalità famosa ed inquieta come il pittore iberico. All’ultimo posto una frase che rappresenta l’emblema dell’amore nell’esistenza umana. La frase è di George Sand, ed è la seguente: Solo hay una felicidad en la vida – amar y ser amado, ossia. Essa significa: “C’è solo una felicità nella vita: amare ed essere amati”. La frase in questione è dunque davvero perfetta per tutti coloro che in fondo al loro cuore sono convinti che l’amore sia la forza che si cela dietro ogni gesto e ogni umano desiderio. Le quattro frasi riportate, sono quelle più […]

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Il gruppo artistico Die Brücke: un ponte sul futuro

Il gruppo artistico Die Brücke (il Ponte) è stato un gruppo di artisti dell’ avanguardia tedesca formatosi a Dresda nel 1905. Questo gruppo si pone come cuore originario dell’ espressionismo tedesco ed è caratterizzato dall’opposizione verso la politica e società a differenza dell’espressionismo francese. I fondatori furono i quattro studenti di architettura Jugendstil (Art Nouveau) guidati da Hermann Obrist: Fritz Bleyl, Erich Heckel, Ernst Ludwig Kirchner e Karl Schmidt-Rottluff. Coloro che si dedicarono completamente alla pittura furono Heckel, Kirchner e Schmidt-Rottluff che decisero di esporre nel 1906 a Dresda i loro dipinti nella fabbrica di lampadari di Karl-Max Seifert, occasione in cui furono chiarite le premesse ideologiche del movimento nel manifesto Die Brücke. L’intenzione di questi artisti era quella di realizzare un nuovo rapporto tra arte e condizione umana. Lo scopo dichiarato del gruppo Die Brücke era il seguente: «attirare a sé tutti gli elementi rivoluzionari e in fermento», per riuscire a sovvertire le vecchie regole convenzionali e realizzare le loro opere d’arte attraverso la «spontaneità dell’ispirazione», ciascuno secondo il proprio temperamento, realizzando in realtà una produzione sostanzialmente omogenea. Il gruppo artistico Die Brücke trae il nome da un passaggio del testo Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche, in cui si parla del potenziale dell’ umanità di rappresentare gradualmente un “ponte” verso un futuro perfetto. Infatti i membri del gruppo artistico Die Brücke puntarono a creare un ponte tra la tradizionale pittura neoromantica tedesca e la nuova pittura espressionista moderna, si pone come un ponte  di collegamento tra vecchio e nuovo, contrapponendo all’ Ottocento realista e impressionista un Novecento espressionista.  Il gruppo artistico Die Brücke – Cuore dell’espressionismo tedesco I membri del gruppo artistico Die Brücke si isolarono in un quartiere operaio di Dresda e svilupparono uno stile comune basato su colori accesi, tensione emozionale, immagini violente. Nei musei della città potevano vedere gli straordinari dipinti dei pittori Vincent Van Gogh e Edvard Munch e le sculture delle popolazioni dell’Oceania. Il gruppo si ispirava principalmente ad Edvard Munch, ai pittori del periodo post-impressionista – tra cui Van Gogh e Gauguin – e all’arte extraeuropea, soprattutto quella africana che spinse alcuni componenti verso l’intaglio del legno. Anche la grafica a stampa, in particolare quella a tecnica xilografica, fu un mezzo largamente impiegato dal gruppo Die Brücke, visto l’efficace effetto economico che finalmente metteva d’accordo l’ artista con il fruitore dell’opera. Chiunque poteva permettersi di acquistare un’opera del gruppo. Die Brücke rappresentò il cuore originario dell’espressionismo tedesco. Gli obiettivi del gruppo sono principalmente due: la volontà di staccarsi da una tradizione figurativa statica e opprimente e creare un “ponte” fra l’emotività dell’artista e la realtà che lo circondava. Un ponte quindi tra l’artista e il mondo esterno, che in quegli anni stava cambiando ed evolvendo in tutti i campi. Il gruppo artistico Die Brücke – Ideali Gli artisti del gruppo artistico Die Brücke si discostavano dai Fauves francesi, perché credevano ancora nell’ importanza del soggetto rappresentato nel dipinto. I temi principali affrontati da questi pittori furono: la vita nella metropoli, l’ erotismo, […]

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Culturalmente

Poesie sulle donne: le più belle scelte da noi

Poesie sulle donne scelte dalla nostra redazione   Da sempre la poesia è lo strumento atto a concretizzare i sentimenti. Oltre a celebrare l’amore, in ogni tempo la poesia rende onore alla bellezza, in tutte le sue forme. Tema centrale di innumerevoli celebrazioni liriche è dunque la donna. Descritta nelle sue fattezze, con occhi come stelle, guance associate ai fiori più belli, il suo splendore è pari a quello delle bellezze angeliche. Essa assurge a soggetto privilegiato delle rime di tutti i tempi. Il poeta celebra il suo amore o esorta l’amata a ricambiare il suo sentimento, e si scontra spesso con bellezze evanescenti e sdegnose. Vi proponiamo di seguito alcune delle poesie sulle donne.   Dante Alighieri – Tanto gentile e tanto onesta pare Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua deven tremando muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare. Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d’umiltà vestuta; e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare. Mostrasi sì piacente a chi la mira, che dà per li occhi una dolcezza al core,  che ’ntender no la può chi non la prova: e par che de la sua labbia si mova un spirito soave pien d’amore, che va dicendo a l’anima: Sospira. Come non citare Dante, il padre della lingua italiana, fondatore del Dolce stil novo. Con una delle sue poesie più belle, attribuisce alla sua donna i caratteri tipici di un angelo sceso in terra. Beatrice è infatti una sorta di concretizzazione terrena dell’ultraterreno, del divino. È lei infatti che, grazie alla sua bellezza sovrannaturale, avvicina l’uomo a Dio. Una donna enfatizzata in ogni sua peculiarità, aleatoria e idilliaca che, col solo sguardo e con un semplice cenno del volto reca salute al poeta, sebbene non contraccambi il suo sentimento amoroso. Montale riprenderà il concetto dell’amore stilnovistico e della donna angelicata in una chiave differente. La donna è per lui angelo, in quanto lo allontana dalla crudele realtà storica, ferita dalla guerra e dal terrore, per condurlo verso una dimensione ultraterrena, che non è però la salvezza divina; semplicemente altro rispetto all’orrore. Nelle sue ultime raccolte, invece, si esplica la sua esigenza di un ritorno alla realtà e anche in questo caso il tramite sarà la donna, capace di leggere ciò che la circonda, vicinissima alla contingenza e alla realtà più di quanto il poeta sia mai riuscito ad essere, e dunque si incarnerà negli animali più improbabili; la moglie sarà infatti donna-mosca. Il poeta, in versi magistrali e impressi nella memoria di tutti, ci mostra la sua necessità di guardare il mondo solo attraverso le pupille offuscate dell’amore della sua vita. Il vuoto lasciato dalla donna amata è concretamente percepibile dalla lettura dei suoi versi. Ho sceso dandoti il braccio – Montale Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, […]

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Culturalmente

Commedia dell’arte: storia e peculiarità

La commedia dell’arte: indagine sulla sua storia e sulle sue peculiarità. La commedia dell’arte, o commedia all’italiana, è un genere teatrale molto particolare, che si sviluppò in Italia a partire dal XVI secolo. È una tipologia teatrale definita appunto “particolare” in quanto si contraddistingue per l’assenza di un copione. Gli attori, otto uomini e due donne, basavano la propria interpretazione su un canovaccio (trama) e improvvisavano in scena, seguendo le regole di quella che oggi viene chiamata ‘recitazione a soggetto’. La commedia dell’arte si è sviluppata con successo, fino agli anni della cosiddetta riforma goldoniana, quindi fino alla metà del XVIII secolo. La peculiarità della commedia dell’arte era la forte empatia che si instaurava tra gli attori e il pubblico che assisteva alle rappresentazioni; ogni persona si sentiva rappresentata e al contempo si divertiva a riconoscersi nei personaggi della scena. Quando nasce la Commedia dell’arte La prima volta che viene utilizzata la denominazione “commedia dell’arte” risale al 1750 ne Il teatro comico di Carlo Goldoni. In quest’opera, l’autore descrive quegli attori, professionisti, che recitano riempiendo la scena, usando delle maschere e improvvisando le loro parti ed usa la parola “arte” intesa come vera professione, mestiere, ovvero l’insieme di quanti esercitano tale attività-lavoro. La commedia dell’arte affonda le sue radici nella tradizione dei giullari medievali che, in occasione di ricorrenze o festività, allietavano corti e piazze con farse o barzellette, raccontate ed interpretate da attori solisti, in un modo abbastanza ridicolo e satirico. La funzione scenica degli attori della commedia dell’arte Nella commedia dell’arte, gli attori, oltre a saper recitare, dovevano dimostrare di avere doti in ambito musicale, scenico, acrobatico, affinché la recitazione non fosse un’azione scarna ma ogni personaggio diventasse interprete di una scena. L’arte che scaturisce da questa tipologia teatrale ha una forte funzione scenica, volta a mettere in rapporto, e al tempo stesso contrastare, gli aspetti propri della quotidianità, che sulla scena si susseguono e nei quali chi assiste, si riconosce. Una delle caratteristiche principali di tale commedia è la tipizzazione dei personaggi, ognuno dei quali si esprime mediante un linguaggio dialettale, con la lingua della propria regione di appartenenza; tutto ciò per abolire quella barriera che spesso intercorreva tra attori e pubblico. La commedia dell’arte andrà a sostituire, in Italia, “la commedia colta” per due secoli e si diffonderà rapidamente anche in Europa, influenzando poi altri autori come Molière e Shakespeare, che però indirizzeranno il teatro verso altre direzioni. Molti degli attori della commedia dell’arte si travestivano da Arlecchino, Brighella, Pulcinella, Pantalone, Rugantino, Capitan Fracassa, riscuotendo molto successo alle corti di Londra, di Pietroburgo, di Madrid, di Parigi e di Vienna. Quando recitavano, gli attori si esprimevano con la mimica dell’intero corpo; alcuni di essi erano soliti indossare una maschera che copriva la parte superiore del volto, ma che lasciava libera la bocca. La commedia dell’arte, col passare del tempo, è diventata troppo scontata e ripetitiva, motivo per il quale è stata poi soppiantata da altri generi teatrali, certamente più moderni, e con una serie di elementi fondamentali, […]

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