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Eroica Fenice

La Tag: salotto culturale contiene 116 articoli

Culturalmente

Taylorismo e catena di montaggio: dinamiche e risvolti sociali

Agli inizi del Novecento, la produzione di beni di consumo, asse portante dell’economia capitalistica, portò all’elaborazione di una nuova organizzazione del lavoro, su base scientifica: il taylorismo, dal nome del suo ideatore, l’ingegnere statunitense Frederick Taylor. La pianificazione del lavoro di fabbrica definita “taylorismo” era finalizzata a razionalizzare il ciclo produttivo, eliminando sforzi inutili e tempi morti, definendo con precisione compiti, tempi e modi. L’applicazione pratica di questi principi aprì la strada alla catena di montaggio che, introdotta nel 1913 da Henry Ford per la fabbricazione dell’automobile Ford modello T, modificò ampiamente l’organizzazione del lavoro nelle industrie. La figura dell’operaio professionale ne risultò completamente trasformata, dal momento che egli perse ogni potere decisionale sui tempi e i modi del suo lavoro, e fu progressivamente sostituita dall’operaio-macchina, puro esecutore di compiti rigorosamente prestabiliti. Nella nuova organizzazione del lavoro, il processo produttivo era scomposto in un numero elevatissimo di operazioni elementari, che aumentavano la produttività e riducevano i tempi di produzione: l’operaio, di conseguenza, era chiamato a compiere sempre e solo il medesimo movimento, aggiungendo infinite volte un singolo elemento al manufatto in formazione sulla catena. Il taylorismo come principio di organizzazione sociale La catena di montaggio e la produzione in serie, da nuovo sistema di organizzazione del lavoro, finirono per incidere anche sulla modalità di accesso all’acquisto degli stessi beni di consumo posti sul mercato; pertanto, oltre al livellamento della persona sulle esigenze della produzione, che si compiva nei luoghi di lavoro, si associò nella vita quotidiana il conformismo dei comportamenti, indotto dal fatto che i consumatori subivano la massificazione di gusti ed atteggiamenti, servendosi soprattutto dei mezzi di comunicazione di massa. La società consumistica tendeva irresistibilmente a penetrare fino nelle coscienze imponendo stili, tendenze, valori, orizzonti culturali, costumi e abitudini. Il successo del consumismo e la sua affermazione in termini di massa, pertanto, sono stati agevolati dalla continua creazione capitalistica di nuovi bisogni: la merce, da appagamento di un bisogno, si impose gradualmente come sollecitatrice di bisogni, percepiti come veri e necessari, ma in realtà imposti all’individuo da parte di interessi sociali particolari che lo costringevano in un ingranaggio di cui egli stesso, alla fine, finiva per condividere la logica.  L’alienazione dell’operaio di ieri e del consumatore di oggi Tuttavia, pur producendo un effettivo, straordinario incremento della produttività e della ricchezza generale, i ritmi esasperati e la rigorosa disciplina introdotti dal macchinismo sul lavoro umano provocarono una micidiale frustrazione psicologica sull’esecutore, alienato, spersonalizzato, privo di creatività personale e ridotto sempre più a una parte della macchina complessiva. L’operaio non aveva più connotazioni artigianali che gli permettevano di vedere nel prodotto il risultato della sua creatività e abilità: Non a caso Charlie Chaplin, nella pellicola cinematografica Tempi moderni, scelse proprio la catena di montaggio, con la sua devastante ripetitività, per denunciare l’alienazione dell’individuo nella società industriale avanzata, fagocitato da un sistema penetrato in ogni ambito della sua esistenza. Il taylorismo, pertanto, sanziona il primato della fabbrica sul mercato e dell’offerta sulla domanda: ossia, in tale sistema le fabbriche non producono quello che i […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Layla di Massimo Piccolo apre la terza edizione di Marigliano Letteart

Layla di Massimo Piccolo | Recensione | A 14 giorni dall’inizio del nuovo anno a Marigliano, comune della provincia napoletana, si inaugura la terza edizione di “Marigliano Letterart“, la rassegna culturale che propone interessanti e stimolanti incontri letterari, ideata e organizzata da Deborah Daniele, con il sostegno di associazioni come il Circolo letterario anastasiano di Giuseppe Vetromile, Clarae musae di Vittoria Caso e I colori della poesia di Annamaria Pianese, oltre al patrocinio del Comune di Marigliano. Il primo incontro si è svolto nella sala del Pato’ Lounge Bar di Marigliano, luogo scelto appositamente per avvicinare un pubblico variegato di lettori, al fine di promuovere in maniera ampia questa iniziativa culturale. Ad inaugurare il ciclo di incontri è Massimo Piccolo, autore dalla personalità poliedrica essendo non solo scrittore, bensì anche regista, giornalista e fotografo. Per la casa editrice  napoletana Cuzzolin, l’autore aveva già pubblicato la favola moderna “Estelle“. L’incontro si apre con la presentazione del suo romanzo “Layla” ambientato, come ci spiega l’autore, in una Napoli diversa da quella che siamo abituati a conoscere attraverso gli autori contemporanei; non è la Napoli dei commissari, né quella di un tempo lontano o dei quartieri difficili e malfamati. L’autore ha voluto scavare più a fondo, arrivando a sviscerare tradizioni plurisecolari, per toccare temi nascosti e mistici; uno degli aspetti che caratterizza la città è quello dell’esoterismo, dei culti nascosti che si stratificano col tempo nelle mille sfaccettature che essa assume in base a come ognuno sceglie di guardarla; nessuna città più di Napoli, centro nevralgico di tradizioni e culti plurimillenari, avrebbe potuto fungere da palcoscenico letterario per il romanzo di Massimo Piccolo. La volontà dell’autore è quella di portare alla luce la bellezza del patrimonio napoletano, non solo in ciò che è evidente e sotto gli occhi di tutti, bensì in ciò che i simboli, le strade e le numerose chiese e cappelle della città nascondono. Questi solo alcuni dei temi sviscerati durante la presentazione di un libro che arriva a toccare numerose sfaccettature dell’animo umano e non solo. La presentazione di Deborah Daniele fa emergere la perplessità del lettore una volta arrivato all’ultima pagina del libro, in un finale forse volutamente aperto alle più svariate interpretazioni. Un romanzo che lascia dubbi e nessuna certezza, solo come i grandi libri sanno fare, secondo Deborah Daniele. I protagonisti I protagonisti del romanzo sono ragazzi che si accingono a varcare il limite tra l’adolescenza e l’età adulta, con tutte le crisi del caso e i problemi legati ad un mondo che inizia a svelarsi e a far cadere il velo che lo ha fino a quel momento ricoperto, mostrandone i fantasmi reali e irreali. Layla, una giovane e timida studentessa al penultimo anno di liceo, nel romanzo si spoglia delle sue incertezze e delle sue fragilità, facendo emergere anche la sua forza. Nella copertina del romanzo in primo piano il volto di una ragazza, fotografata dall’autore stesso, richiama l’attenzione col suo sguardo volutamente enigmatico, che cattura e inquieta, prefigurazione del mistero che avvolge il […]

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Riflessioni culturali

Campi di concentramento: storia di ciò che è stato

I campi di concentramento erano delle strutture carcerarie all’aperto, utilizzate per la detenzione e lo sfruttamento di civili o militari. Il primo utilizzo dei campi di concentramento, nella storia contemporanea, è riconducibile all’insurrezione cubana del 1896 quando il generale dell’esercito spagnolo Valeriano Weyler, attuò quello che è stato definito un “riconcentramento” della popolazione. Furono bruciate abitazioni e campi coltivati, e poi si passò alla deportazione vera e propria, in zone dove era permesso costruire capanne, delimitate da una “trincea” al cui interno erano gettati tutti i rifiuti ed esternamente circondate da una recinzione di filo spinato, ai cui lati erano presenti solitamente due e o tre soldati. Col passare degli anni, anche in Sud Africa, dopo la seconda guerra boera, tra il 1900 e il 1902, il comandante britannico Kitchener, deportò in ben cinquantotto campi di concentramento 120.000 boeri, circa metà della popolazione, in gran parte morta, a causa delle scarse condizioni igienico-sanitarie, epidemie e denutrizione. La deportazione di civili e militari, non riguardò esclusivamente zone lontane dall’Italia, infatti, a seguito della Rotta di Caporetto circa 300.000 soldati italiani furono imprigionati dagli eserciti degli imperi centrali e fu avviata una vera e propria deportazione, in quelli che erano conosciuti come campi di concentramento, controllati dagli austro-ungarici e tedeschi. L’uso sistematico dei campi di sterminio o concentramento, si ebbe nell’URSS a partire dal 1917 quando Lenin annunciò che tutti i “nemici di classe”, dovevano in qualche modo esser puniti, proprio come con i criminali. Decisione sistematica e irremovibile che diede inizio all’epoca dei gulag ossia campi di internamento in cui i detenuti erano costretti a lavorare in condizioni disumane, fino alla morte. I più tristemente “famosi” campi di concentramento sono quelli creati dai nazisti, in Germania: un sistema di prigionia provvisoria, contraddistinta dalla dicitura “lager”, all’interno dei quali venivano rinchiusi oppositori e persone sgradite al regime, costretti ai lavori forzati fino allo sfinimento o alla morte. I prigionieri dei campi di concentramento, arrivavano stremati e stipati in vagoni ferroviari, dopo aver viaggiato in condizioni al limite della sopravvivenza, senza acqua, né cibo, al caldo o al gelo, in base al periodo. I più deboli, tra i quali tanti anziani e bambini, purtroppo non sopravvivevano a tutto ciò e morivano durante il viaggio. Arrivati ai campi di sterminio, si effettuava una “selezione”, coloro che erano ritenuti ancora abili al lavoro, venivano separati dai loro familiari e destinati alle baracche dei prigionieri, per essere sfruttati fino alla morte. Gli altri, soprattutto, anziani, donne, e bambini, erano condotti nelle camere a gas, dopo essere stati spogliati e depredati di ogni cosa, denti d’oro e capelli compresi; docce, o meglio, camere a gas, all’interno delle quali morivano, a causa dell’immissione di un pesticida letale. I cadaveri venivano poi eliminati nei cosiddetti forni crematori, che riducevano i corpi esanimi in cenere. All’orrore e alla devastazione fisica e psicologica, di quanto riuscivano a sopravvivere, si affiancò a partire dalla fine del 1941, la terribile rete dei campi di sterminio, studiati analiticamente, per l’eliminazione fisica degli ebrei e degli altri prigionieri. Uno […]

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Culturalmente

Medicina nel mondo antico: storia, sviluppi e pregiudizi

È convenzione che ogni indagine sulle origini del pensiero medico occidentale abbia come punto di partenza il grado di evoluzione raggiunto dalla medicina nella civiltà greca arcaica. In realtà, le nozioni di malattia e medicina, prima di raggiungere la connotazione di “scienza” che caratterizzano l’opera di Ippocrate e i primi testi conservatici della letteratura medica occidentale risalenti al V secolo a.C., avevano già raggiunto un livello notevole in Oriente: infatti, i primi medici di cui abbiamo notizia provengono dalla Mesopotamia, come documentano i sigilli di medici professionisti risalenti al III millennio a.C.; ancora, nel codice di Hammurabi – dell’inizio del II millennio a.C. – sono contenute disposizioni precise su come un medico dovesse essere ricompensato o punito a seconda degli esiti delle sue prestazioni professionali. Fu però nell’antico Egitto che i medici, eredi della figura complessa del divino Imhotep/Asclepio, venerato per secoli come dio della medicina, praticarono un’arte evoluta, di cui resta ampia traccia nei sofisticati metodi d’imbalsamazione dei cadaveri. Significativa e copiosa è la letteratura medica tramandata dai papiri egiziani: il famoso Papiro Ebers, risalente al 1500 a.C., è il più antico testo medico che si conosca e contiene circa novecento ricette dedicate alla cura delle malattie più varie, combattute con il ricorso ad un’accorta farmacopea, ma anche con l’aiuto di formule magiche e di scongiuri. La pratica della medicina in Grecia e a Roma Le pratiche della medicina primitiva in Grecia non furono molto diverse da quelle in uso nel mondo orientale, dove gli uomini si affidavano ai rituali e alle piante prodigiose, per fronteggiare pestilenze e malattie inviate dalle divinità. È nell’azione di Ippocrate – il vero fondatore della medicina, in quanto aveva saputo separarla dalla filosofia e si era distinto per competenza medica e talento letterario – che è ricondotta la maturazione del pensiero medico nel V secolo a.C. La medicina razionale greca conobbe il suo pieno sviluppo ad Alessandria d’Egitto, la città fondata da Alessandro Magno sulla costa del Mediterraneo nel 331 a.C.: l’ambiente cosmopolita della nuova capitale della dinastia lagide, insediatasi dopo la dissoluzione dell’Impero macedone, offrì ai medici greci emigrati le condizioni ideali per condurre in piena libertà le loro ricerche anatomiche, che favorirono i progressi della scienza medica. Tuttavia, si era ben lontani dal concetto moderno di eziologia e di terapia causale, giacché Ippocrate si limitò a proporre l’uso di blandi medicamenti associandoli alle pratiche del clistere e del salasso; per spiegare questa sua profonda avversione per la chirurgia, è opportuno ricordare che, a quell’epoca, era sconosciuta ogni pratica anestesiologica e antisettica, con conseguenze fatali per i pazienti. La medicina a Roma, invece, si affermò relativamente tardi e, come in altri campi fondamentali della vita culturale e sociale, si sviluppò nel III secolo a.C.  grazie agli stimoli provenienti dal mondo greco. Tuttavia, essa si giovava di un sapere medico prescientifico e preletterario – con caratteristiche diverse a seconda dei vari popoli italici, per i quali la magia giocava un ruolo non secondario – che ha influito notevolmente nel successivo processo di valutazione critica, […]

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Culturalmente

Successione di Fibonacci: la bellezza aurea dei numeri

La successione di Fibonacci è un modello lineare ed omogeneo, di notevole importanza, introdotto da Leonardo Pisano, un famoso matematico italiano. Egli visse gran parte della propria vita ad Algeri, dove appese i principi dell’algebra dai maestri arabi. Viaggiò molto è proprio grazie ai tanti spostamenti, in Siria, Egitto, Grecia, ebbe modo di conoscere i più grandi ed importanti matematici musulmani. La successione di Fibonacci nacque da un problema concreto, proposto dall’Imperatore Federico II di Svevia a Pisa nel 1223 durante un torneo di matematici. L’interrogativo era il seguente: quante coppie di conigli si ottengono in un anno, salvo i casi di morte, supponendo che ogni coppia dia alla luce un’altra coppia ogni mese e che le coppie più giovani siano in grado di riprodursi già al secondo mese di vita?! Fibonacci fu il primo a rispondere al test, con una velocità tale da sorprendere tutti e suscitando qualche interrogativo. La risposta è: 1,1,2,3,5,8,13,21,34,55,89,144,233,377… Ogni numero della successione si ottiene prendendo la somma dei due che lo precedono, con l’esclusione dei primi due. Tuttavia, seppur la spiegazione piuttosto “semplice”, una delle caratteristica principale dei numeri, è che la successione in realtà non si coglie subito. Uno più uno, dà come risultato due, uno più due, dà tre, due più tre, dà cinque e via discorrendo. La successione di Fiboancci è menzionata nel dodicesimo capitolo del Liber Abaci, un ampio trattato di aritmetica, pubblicato nel 1202, all’interno del quale, non solo si studiano le proprietà delle quattro operazioni, ma anche le caratteristiche di numeri definiti particolari, come i numeri perfetti o i numeri primi. Il trattato fu di fondamentale importanza per la conoscenza e lo sviluppo della matematica nella cultura occidentale. La famosa successione, da sempre ha attirato l’attenzione di molte persone, poiché studiandola ed analizzandola, si trovano numerose corrispondenze con la natura, tanto da essere soprannominata anche ‘successione divina’. Ciò che sorprende, è l’esistenza di un legame tra la natura e i numeri di Fibonacci che ben si accostano tra loro. Una sorta di geometria sottostante nell’evoluzione degli esseri umani, data dai numeri. Le increspature di uno stagno, oppure il numero di dita alle estremità degli arti, sono tutti fattori collegati alla successione. Inoltre, ogni margherita ha 5 petali, 8 o 13 spirali ha invece una pigna, 8,13 o 21, sono le file parallele di punte su un ananas (questo è uno degli esempi più celebri di filotassi, ossia la disposizione delle foglie nel gambo di piante e fiori). I numeri di Fibonacci sono presenti anche nel numero di infiorescenze di ortaggi come ad esempio, il broccolo romanesco. Oltre alla fillotassi e alla natura, la successione di Fibonacci, ha assunto nel corso del tempo, particolare importanza anche dal punto di vista artistico, infatti, a tal proposito, secondo Pietro Armienti, docente dell’Università di Pisa, le geometrie presenti sulla facciata della chiesa di San Nicola a Pisa, potrebbero essere un chiaro riferimento alla successione del matematico. Oltre a ciò, è da sottolineare anche l’esempio di alcune installazioni luminose, sia a Barcellona, sia a Napoli: nella città partenopea,  in particolare […]

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Culturalmente

Endimione: il giovane stretto nel sonno dalla Luna

Endimione e Selene incarnano, con la loro storia, uno degli episodi più delicati e toccanti della mitologia classica. Una grande storia d’amore, di quelle che lasciano l’amaro in bocca ma che non esitano a gettare, nel cuore di ognuno, un germe di speranza per cui i due protagonisti si possano, un giorno, ricongiungere nuovamente per vivere il loro amore in maniera totale e senza ostacoli. Mitologia di un amore Lei, dea della luna piena, diversamente da Artemide, che è personificazione della luna crescente, e da Ecate, la luna calante. Figlia dei Titani Iperione e Teia, Selene era sorella di Elios, il Sole, e di Eos, l’Aurora. Il suo culto si diffuse soprattutto in Elide ma, con il tempo, venne associata, per alcuni aspetti, ad Artemide-Diana, dea della caccia legata alla Luna e sorella di Apollo, dio del Sole. I romani la chiamavano semplicemente Luna e le avevano dedicato due templi, uno sull’Aventino e l’altro sul Palatino. Iniziava il suo tragitto nel cielo nel preciso istante in cui tramontava il Sole, suo fratello. Percorreva la volta celeste su un carro trainato da cavalli bianchi, oppure su un toro, un mulo o un cervo, secondo le diverse tradizioni del mito. Endimione (in greco antico: Ἐνδυμίων, Endymíōn), invece, è un personaggio della mitologia greca di dubbia identità, a seconda delle regioni da cui provenivano le fonti, con varie storie e vari miti che riportano il suo nome, riconducendolo, sempre, a lei, a Selene. Il suo nome significa “uno che si trova dentro”, stretto dalla sua amante. Il nome è anche riconducibile a ἐνδύ(ν)ω, che significa “mi rivesto”, “entro dentro”, “mi immergo“. Alcune fonti lo ritengono figlio di Etlio e di Calice. Secondo queste versioni, sposò la naiade Ifianassa da cui ebbe Etolo, Peone ed Epeo ed una figlia di nome Euricida. Secondo Pausania il nome della moglie era diverso e poteva essere Asterodia, Cromia od anche Hyperippe. Egli, per alcuni, è un pastore dell’Anatolia che porta spesso a pascolare il suo gregge nelle valli ai piedi del monte Latmio, nella Caria, un cacciatore della tribù degli Eoli per altri o, come è riportato ne La Biblioteca dello Pseudo-Apollodoro,  un condottiero, di origine carica ed eolico di razza, che strappò il trono a Climeno, come narra Pausania nella sua Periegesi della Grecia, aggiungendo che lì era conservata una sua statua nel tesoro di Metaponto, e che usava spesso addormentarsi ai piedi di un monte, divenendo  quel principe che si diceva vivesse nella zona circostante dell’Elide. Endimione e Selene Secondo la versione più famosa, quella di Apollonio Rodio, una calda notte d’estate, il giovane Endimione s’abbandonò al sonno in un boschetto del monte Latmio, al riparo dagli alberi. Qui un fascio di luce pallida illuminò il suo volto e Selene, che lo aveva scorto dal suo carro lunare, scese sulla terra per ammirarlo più da vicino. La dea s’innamorò perdutamente di quel giovane, e da allora, ogni notte, scendeva dal cielo per dormire accanto a lui finché si presentò a Zeus, chiedendogli di rendere immortale il suo giovane amante. Il padre degli dèi propose al ragazzo di scegliere tra una vita normale, senza […]

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Culturalmente

Ate, figlia di Eris. La dea dell’inganno che fu cacciata dall’Olimpo

Ate, figlia di Eris. Cosa ci racconta la mitologia greca sulla dea dell’inganno. Figlia maggiore di Zeus ed Eris, dea della discordia, così viene definita Ate da Omero: « Antica figlia di Zeus, Ate rovinosa, che tutti acceca. » Il suo nome in greco antico significa inganno, rovina, scelleratezza. Ancora secondo Omero, ed anche secondo Esiodo, Ate sconvolge l’animo umano turbandolo con inganni, incubi e immagini sconcertanti. Perfino Zeus ne subì il colpo. Ate fa infatti parte della schiera di divinità minori che abitano l’Olimpo. O meglio, abitavano l’Olimpo, visto che Zeus decise di punirla cacciandola definitivamente dal monte degli dei. Ma cosa aveva fatto Ate per meritarsi una punizione del genere? Ate, figlia di Eris: il mito Tutto avvenne la notte della nascita di Eracle, figlio di Zeus e della mortale Alcmena (nipote di Perseo), quando il re dell’Olimpo si vantò che il nascituro, primo discendente della stirpe di Perseo, avrebbe regnato su Argo e sugli argivi, con la totale supremazia. Zeus fu però persuaso da Ate, sotto istigazione di Era, a trasformare quel vanto in giuramento. Così Era, viola d’invidia per essere stata tradita con Alcmena, tramite Ilizia, dea delle parti, fece sì che a nascere per primo non fosse più Eracle, di cui ritardò la nascita di tre mesi, ma Euristeo, ancora al settimo mese del concepimento. Euristeo, nato prematuramente e quindi primo nipote di Perseo, giovò della promessa di Zeus. Eracle fu invece a lui sottomesso e obbligato a compiere le “dodici fatiche”. Zeus, venuto a sapere della verità e colto da una collera furiosa, si scagliò contro Ate che lo aveva reso cieco all’inganno della moglie Era, poi la prese per i capelli e la scaraventò sulla terra, esiliandola per sempre dall’Olimpo. Stando a quello che racconta Apollodoro, Ate fu scagliata su una collina in Frigia, in una località che prese il suo nome. Nello stesso luogo Zeus vi scaraventò Palladio e Ilo vi fondò Troia. Da allora Ate vaga sulla terra, i suoi piedi non toccano il suolo, ella cammina sul capo dei mortali e come un angelo cattivo inosservata persuade e inganna gli uomini per indurli in errore. L’istante in cui domina Ate, la mente umana è offuscata, cieca e irrazionale, mossa appunto da una forza superiore. Tuttavia Zeus non le lasciò campo libero. Per contrastare i suoi danni, il dio dell’Olimpo generò le Preghiere; le così dette Litai avevano il compito di prendersi cura dei mortali compromessi da Ate. Coloro che si rivelavano sordi alle Preghiere venivano, per mezzo di Zeus, fatti perseguitare dalla stessa dea Ate. Spesso Ate viene confusa con Eris. Per alcuni non fu Eris, ma Ate a lasciar cadere durante il banchetto di nozze di Peleo e Teti, la mela d’oro destinata “alla più bella”. Sappiamo che con la mela della discordia nacque la disputa tra Era, Atena e Afrodite e che la mela andò a quest’ultima per mezzo del parere di Paride. Si erano gettate le premesse per la guerra di Troia. Il peccato di Hybris Il […]

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Culturalmente

Parole difficili: i vocaboli più evitati della lingua italiana

Le cosiddette parole difficili della lingua italiana sono tantissime, e quotidianamente può capitare d’imbattersi in termini sconosciuti o spesso non utilizzati. Innumerevoli parole, alcune semplici, altre antiche, o specifiche di una determinata area geografica e quindi proprie di un determinato dialetto. Ovviamente, le varie parole sono utilizzate in base ai contesti nei quali il parlante si trova, permettendogli di attivare un processo cognitivo nuovo, dato da nozioni mentali diverse ed ignorate. Ogni persona acquisisce sin da bambino un patrimonio verbale costituito da vocaboli di base che permettono di comunicare efficacemente, dopodiché può imparare e quindi scegliere di utilizzare dei linguaggi specifici che possono essere costituiti da parole difficili. In un vocabolario base sono contenute circa 160.000 parole, usate frequentemente e in modo semplice, nel quotidiano. Discorso nettamente diverso per le parole classificate come “difficili” di cui non tutti si avvalgono, soprattutto nel linguaggio di tutti i giorni e che necessitano, dal punto di vista prettamente linguistico e sintattico, di un’analisi più approfondita. Alcune parole difficili che potrebbe essere importante conoscere sono: fellone, incunambolo, espungere, asindeto, bolso, ma anche, epodo, menarca, omeostasi e altre ancora, si potrebbe continuare all’infinito in una lista ricca di termini desueti (escludendo ovviamente quelli tecnici). Le parole elencate, oltre ad essere considerate difficili, sono onomatopeicamente belle, almeno secondo quanti le hanno commentate sul web e risultano tra le più digitate sul web. Conoscere una parte cospicua, o tante parole difficili, permette al parlante di arricchire le proprie conoscenze, ma anche di classificare i vocaboli in base a vari criteri, tra i quali quelli legati ai problemi di comprensione e pronuncia. La linguistica è una disciplina affascinante, ma è al contempo piuttosto complicata. Continua ad affascinare la sempre più ricca gamma di vocaboli nuovi, grazie ai quali è possibile esprimersi. Spesso le cosiddette parole non utilizzate quotidianamente, e quindi difficili, vengono messe da parte o semplicemente ignorate, come una sorta di sconfitta a prescindere. Proprio in riferimento a ciò, sarebbe sufficiente, cercare e quindi imparare termini sconosciuti e ritenuti potenzialmente complicati, con curiosità, divertendosi a cercare tra le varie parole quelle che suscitano più interesse. In fondo, provare non costa nulla e utilizzare parole nuove in sostituzione ai termini usati quotidianamente consente di arricchire non solo il proprio bagaglio culturale ma anche il significato e il valore stesso della comunicazione. Ricordiamo inoltre che il processo mediante il quale si memorizzano parole nuove (ritenute e denotate spesso come difficili) si chiama mnemotecnica; essa si basa sulla visualizzazione e quindi sulla trasformazione delle parole in immagini, scomponendole poi in più parti. Un ‘trucchetto’ utile, soprattutto agli studenti che spesso temono di non ricordare parecchi vocaboli, anche se considerati difficili. In italiano tra le parole più difficili,  soprattutto da ricordare, spiccano:  sicofante, ampolloso, saccente, retrogrado e almanaccare, ma anche, foriero, entropia, areteico, tatofobia, avulso. Tutti i vocaboli della lingua italiana sono importanti, sia quelli considerati semplici e diretti, sia quelli considerati difficili e quindi abbandonati a se stessi; nonostante ciò, ogni parola, seppur complicata e apparentemente non pronunciabile, consente di arricchire il proprio bagaglio culturale e linguistico e conoscerne […]

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Fratelli di Zeus, chi sono e i loro miti più famosi

L’Olimpo greco, una delle più conosciute famiglie divine. Tra libri, fumetti, film e videogiochi dubitiamo che non abbiate mai sentito parlare dei personaggi che popolano il Pantheon e soprattutto i fratelli di Zeus: Ade, Poseidone, Era e Demetra. Figure che personificano gli elementi della natura, ma anche protagonisti di storie che sono giunte fino a noi con il loro fascino senza tempo. Dunque non indugiamo e (ri)scopriamo assieme la loro storia. L’origine dei fratelli di Zeus : la guerra contro Crono Stando a quanto racconta Esiodo nella Teogonia, in origine il mondo era governato da Urano (il cielo) e Gea (la terra). La coppia mise al mondo alcuni figli che Urano fece recludere negli abissi del Tartaro, spaventato dall’idea che qualcuno di loro potesse spodestarlo. Questi erano i Centimani (giganti con cento braccia e cinquanta teste), i Ciclopi e i Titani, tra i quali c’era Crono. Fu proprio lui a ribellarsi alla tirannia del padre e a tendergli un’imboscata. Approfittando della sua discesa sulla terra durante la notte per unirsi con Gea, Crono lo bloccò e lo evirò con una falce costruita dalla madre stessa. Urano fuggì via e iniziò così il non meno distopico regno di Crono. Anche lui era infatti terrorizzato dal pensiero di un “colpo di stato” ai suoi danni e, dopo aver liberato i Titani e aver scelto Rea come sua sposa, divorò i figli da lei generati: Poseidone, Ade, Demetria ed Era. Soltanto Zeus riuscì a sfuggire alla furia cannibale del padre poiché Rea gli dette da mangiare un masso avvolto in fasce, mettendo il figlio al sicuro nell’isola di Creta e dandolo in custodia al re e alle sue figlie. Passarono gli anni e Zeus, divenuto adulto, affrontò Crono. Gli fece bere una bevanda che lo costrinse a vomitare tutti i fratelli e assieme a loro gli dichiarò guerra. I Titani si schierarono ovviamente con Crono ed erano opposti a Zeus, che avevano stabilito il  “quartier generale” suo e dei suoi fratelli sul Monte Olimpo. Il conflitto fu lungo ed ebbe fine solo quando Zeus liberò i Ciclopi, che fabbricarono le folgori divenute poi la sua arma principale (e uno dei suoi simboli) e i Centimani, che con le loro mani scagliavano i massi contro Crono e i suoi alleati. Alla fine Zeus trionfò in quella che fu chiamata Titanomachia e Crono e i Titani furono esiliati nel Tartaro. Il passo successivo per i fratelli di Zeus fu quello di spartirsi il potere dividendolo in tre regni. A quello che i Romani chiamarono Giove andò il dominio dei cieli, a Poseidone quello del mare e ad Ade il regno dell’oltretomba. I fratelli di Zeus. Poseidone e Ade Prima di essere dio dei mari Poseidone era associato ai terremoti (Ennosigeo, uno dei suoi epiteti, significa proprio “scuotitore della terra“) e soltanto in seguito fu associato all’elemento dell’acqua. Viene rappresentato come un uomo alto e possente, con una lunga barba e con l’inseparabile tridente in una mano. Alcune volte lo si può vedere a bordo di […]

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Culturalmente

Scultori famosi: un viaggio da Michelangelo a Canova

Gli scultori nel tempo hanno manifestato uno spiccato senso visivo, creando quelle che conosciamo come opere d’arte, con materiali quali: legno, metallo, argilla, pietra. Nel corso dei secoli, ogni scultore si è distinto per personalità, bravura, e soprattutto per la bellezza che scaturisce ancora oggi da tante opere. Per quanto riguarda la tradizione scultorea occidentale, essa ebbe inizio nell’Antica Grecia, soprattutto durante il periodo Classico. Ovviamente, nel corso dei secoli, i metodi scultorei sono mutati, arricchendosi di nuovi elementi, basati su nuove tendenze o linee di espressione. Tra gli scultori universalmente riconosciuti, una menzione di merito spetta sicuramente a Michelangelo Buonarroti. Considerato un genio artistico per eccellezna, fu uno scultore, pittore e architetto tra i più apprezzati, conosciuto soprattutto per “Il David” e “La Pietà”. Secondo Buonarroti, la scultura era già presente nel blocco di , il compito dello scultore era appunto quello di farla emergere, liberandola dal materiale in eccesso. Secondo questa teoria, il lavoro dello scultore, si traduce in due fasi, quella nella quale tramuta l’immagine che ha concepito mentalmente in un piccolo mondo e poi quella in cui trasferisce la forma nella pietra, fino a darle vita. Tutto ciò, secondo un canone che non si distaccasse mai troppo dalla realtà, dalla linearità e dalla classicità. Rientra in questa prospettiva “Il David”, una scultura in marmo, che rappresenta un giovane in postura fiera è concentrata sul gesto bellico contro il gigante Golia. L’aspetto è quello dell’eroe classico e infatti è scolpito nudo e muscoloso. “Il David”, col suo atteggiamento fiero e forte al tempo stesso, così realistico, diventò ben presto il simbolo di Firenze. Gli arti della scultura sembrano flettersi e distendersi in una configurazione posturale tipica della Grecia classica. Per questa scultura Michelangelo utilizzò un unico blocco di marmo. Un altro nome che figura tra gli scultori famosi, è Donatello, considerato il padre della scultura rinascimentale, abile con pietra, bronzo, marmo, stucco e argilla, dominando però anche il genere del bassorilievo. Famoso il suo “David”, ma anche “Giuditta e Oloferne”. Per quanto riguarda “Il David“, il personaggio è un giovane re e pastore che divenne il simbolo delle virtù civiche della Repubblica di Firenze.  Donatello fu un grande amico di Filippo Brunelleschi, col quale ideò di nuovi stili e linguaggi artistici. Non smise mai di sperimentare e seppe rinunciare in alcune sue composizioni alla perfezione dell’arte classica per creare delle immagini realistiche, quasi brutali nella loro essenza. Ovviamente, in questa prospettiva, è bene precisare, che l’antico non rappresentò mai un modello assoluto per gli scultori finora menzionati, bensì una strada maestra da seguire. Tra gli scultori famosi, va ricordato Antonio Canova, artista neoclassico ed esponente di una concezione dell’arte dalla valenza universale. Lo sculture di Canova è molto apprezzata, soprattutto per “Amore e Psiche”, di cui realizzò due versioni. L’opera si rifà al racconto contenuto nell’Asinus aureus di Apuleio. La maestosa scultura ha rappresentato un vero e proprio esempio nel corso degli anni, per diversi artisti, specie durante il periodo neoclassico. La bellezza dei due soggetti rappresentati, appare come se fosse […]

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