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Eroica Fenice

La Tag: salotto culturale contiene 72 articoli

Culturalmente

Ipazia: «astro incontaminato della sapiente cultura»

Ipazia, la filosofa d’Alessandria d’Egitto Alessandria d’Egitto, prima metà del V sec. d.C.: fulcro della sapienza del mondo antico, principale centro neoplatonico – insieme ad Atene – in grado di garantire la continuità degli antichi riti, oltre che teatro di fanatismi ed intolleranze sistematiche e reciproche. In un rissoso clima di lotte religiose fra ebrei, cristiani e pagani aderenti al culto di Serapide, brilla la figura di Ipazia, «Figlia del filosofo Teone, che ottenne tali successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo», come afferma Socrate Scolastico, teologo e storico della Chiesa dell’Impero Romano d’Oriente. Ipazia fu istruita dal padre nella matematica e, come sostiene Filostorgio, storico della Chiesa, «Divenne molto migliore del maestro, particolarmente nell’astronomia». Pur celebrata dal mondo della cultura a lei contemporaneo, i suoi scritti non ci sono giunti, ad eccezione dei titoli di tre opere. I progressi sulle conoscenze ereditate fino ad allora sono rivendicate da Sinesio, il più fedele e famoso degli studenti di Ipazia, poi convertitosi al Cristianesimo e fatto vescovo di Cirene, il quale riferisce della costruzione di un astrolabio «concepito sulla base di quanto mi insegnò la mia veneratissima maestra». Il filosofo bizantino Damascio aggiunge: «Ella non si accontentò del sapere che viene dalle scienze matematiche e, non senza altezza d’animo, si dedicò anche alle altre scienze filosofiche». Un altro elemento, sottolineato dal lessico bizantino di Suida, è il pubblico insegnamento da lei esercitato, la cui audacia sembra quasi voluta, come un gesto di sfida: «Così la donna, indossando il mantello dei filosofi nel percorrere le strade in mezzo alla città, era solita spiegare pubblicamente, a coloro che desiderassero ascoltare, Platone o Aristotele o qualunque altro dei filosofi. Giunta al colmo della virtù pratica riguardo all’insegnamento, diventata anche giusta e saggia, rimaneva vergine, pur essendo così grandemente bella ed avvenente».  Il contesto storico dell’insegnamento di Ipazia Nell’ultimo decennio del IV secolo ad Alessandria, a seguito dell’emanazione dei decreti teodosiani, sono demoliti i templi dell’antica religione, in conformità alla volontà di distruzione di una cultura alla quale anche Ipazia appartiene. Nel 391 il patriarca cristiano di Alessandria, Teofilo, assedia il Serapeion, tempio consacrato a Serapide e biblioteca minore di Alessandria, a capo di una folla inferocita ed eccitata dal fanatismo religioso nell’ambito del confronto tra la comunità cristiana di Alessandria e i non cristiani. Purtroppo l’arroganza dottrinale del Cristianesimo delle origini produsse un sistema totalmente oppressivo e liberticida sul piano pratico, polverizzando tracce notevoli della sapienza antica e rendendo un delitto passibile di morte il continuare a seguire la religione dei padri. Il clima sociale di Alessandria d’Egitto era, dunque, a cavallo tra IV e V secolo, molto instabile: la comunità cristiana era la più forte e teneva a far valere questo suo potere. Cirillo rappresentava il massimo potere ecclesiastico, mentre Ipazia era il fulcro della cultura, occupando la prestigiosa cattedra di filosofia; ma il vescovo cristiano doveva detenere il monopolio della parrhesia, la libertà di parola e di azione. Una martire del libero pensiero La fine di Ipazia fu terribile: nel marzo del […]

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Le Tre Grazie: l’armonia per dèi e uomini

Le Tre Grazie: la bellezza e la gioia di vivere che gli dèi regalarono agli uomini Divinità poste tra il cielo e la terra, con l’unico, importantissimo compito di attuare nel mondo l’armonia per mezzo delle arti che rendono l’animo degli uomini più nobile, le Tre Grazie sono tra le figure più positive della mitologia degli antichi. Presso i greci erano dette Cariti (in greco antico Χάριτες) e diventano le Grazie (in latino Gratiae) nella mitologia romana. Probabilmente sin dall’origine del mito legate al culto della natura e della vegetazione, sono anche le dee della gioia di vivere ed infondono la vivacità della Natura nel cuore degli dèi e dei mortali. Le Tre Grazie Queste dee benefiche sono ritenute figlie di Zeus e di Eurinome e sorelle del dio fluviale Asopo; secondo altri, loro madre sarebbe Era. Per altri autori, le dee greche Cariti sono nate dal dio Sole (Elios) e dall’Oceanina Egle. Altrettanto accettata è la versione che vede come madre delle Grazie proprio Afrodite, la dea della bellezza e fertilità, sia sessuale (Afrodite è anche la dea della “vita” sessuale) sia vegetale (non a caso dove camminava spuntavano fiori),  la quale le avrebbe generate insieme a Dioniso, dio della vite, dell’ebbrezza e della liberazione dei sensi. Le versioni che riguardano il numero delle Grazie sono ancor più diverse; secondo Esiodo, nella Teogonia, esse sono tre: Aglaia,  l’Ornamento ovvero lo Splendore, Eufrosine, la Gioia o la Letizia, Talia, la Pienezza ovvero la Prosperità e Portatrice di fiori. A Sparta erano venerate solo due Cariti: Cleta, l’Invocata, e Faenna, la Lucente; ad Atene Auxo, la Crescente, ed Egemone, Colei che procede. Secondo la leggenda, le Grazie fanno parte del seguito di Apollo o di Venere e dalla dea della bellezza hanno ereditato alcuni attributi: la rosa, il mirto, la mela o il dado, che sono solite recare nelle mani. Le Tre Grazie presiedevano ai banchetti, alle danze e ad altri piacevoli eventi sociali, e diffondevano gioia e amicizia tra dèi e mortali. Spesso accompagnavano Eros, la divinità dell’amore e, assieme alle muse, cantavano e ballavano per gli dèi sul monte Olimpo al suono della lira di Apollo. In alcune leggende, Aglaia divenne la sposa di Efesto, il fabbro degli dèi. Esse, come le muse, donavano ad artisti e poeti la capacità di creare bellissime opere d’arte. Venivano di solito raffigurate come giovani vergini (più o meno snelle a seconda di come mutava l’idea di bellezza femminile) che danzavano abbracciate in cerchio. Le tre divinità nell’immaginario Nell’immaginario poetico, letterario e culturale, sia ellenico-romano che successivamente, fino ad arrivare ai giorni nostri, sono rappresentate quasi sempre come tre giovani nude, di cui una voltata verso le altre, mentre le altre due, ai lati, rivolte verso lo spettatore. Esse incarnano la perfezione a cui l’essere umano dovrebbe tendere, nonché, secondo alcuni autori, le tre qualità essenziali della donna nella prospettiva classica. Nonostante siano andate purtroppo perdute le raffigurazioni di epoca ellenistica, possiamo ancora ammirare delle rappresentazioni di epoca romana. Una delle più note è quella che si ritrova sulle pareti di Pompei, nell’affresco di I secolo d.C. oggi […]

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Sidi Bou Said: il villaggio bianco e blu sulle coste della Tunisia

Sidi Bou Said (in arabo: سيدي بو سعيد‎, Sīdī [A]bū Saʿīd) è una città situata nel nord della Tunisia, a circa 20 km dalla capitale Tunisi. Sidi Bou Said è un luogo di forte attrazione turistica ed è noto principalmente per l’utilizzo del bianco e del blu ovunque. Passeggiare per le sue stradine è un’esperienza che molti turisti scelgono ogni anno. La città con i suoi colori brillanti ha un’identità molto forte che è confermata, di volta in volt,a dalle opinioni dei visitatori che vi si recano ad ammirarla. Breve storia di Sidi Bou Said Il suo nome è dovuto ad una figura religiosa importante nel mondo musulmano che visse proprio in questa città. Si tratta del musulmano Abou Said ibn Khalef ibn Yahia Ettamini el Beji. Prima del suo arrivo il nome della città era Jabal el-Menar. Tra il XII e il XIII sec. d.C. questo personaggio giunse nel villaggio di Jabal el-Menar e vi costruì un santuario. Dopo la sua morte nel 1231, fu sepolto lì e da allora il suo nome è diventato il nome dell’intera città. Nel XVIII sec. i governatori turchi di Tunisi e i cittadini benestanti vi costruirono numerosi residence ma i colori caratteristici di Sidi Bou Said sono nati negli anni Venti del Novecento. In questo periodo il pittore e musicologo francese Rodolphe d’Erlanger applicò il tema del bianco-blu in tutta la città. Sidi Bou Said è stata meta di molti artisti che ne hanno decantato la bellezza. Paul Klee, Gustave-Henri Jossot, August Macke, Saro Lo Turco e Louis Moillet sono solo alcuni dei nomi che ricordiamo. Hanno anche vissuto in questo luogo molti artisti tunisini come Yahia Turki, Brahim Dhahak e Ammar Farhat , membri della Ecole de Tunis, la scuola di pittura di Tunisi. La città come meta turistica: quando visitarla e cosa visitare Il periodo migliore per recarsi in questo posto è inizio autunno o in primavera, prima che l’assalto dei  turisti abbia inizio. In questo modo si potrà ancora godere delle passeggiate per le stradine stratte del paese e assaporare la pace del posto. Durante i mesi estivi la strada principale si riempie di turisti ma con essa anche le strade più interne e solitamente vuote. La città sembra invece inabitata nelle ore diurne durante il Ramadan. La città è facilmente raggiungibile in auto e sono disponibili anche diversi parcheggi gratuiti. In treno può essere raggiunta tramite la linea ferroviaria TGM (Tunis-Goulette-Marsa), che parte da Tunisi e giunge a La Marsa. Il villaggio di Sidi Bou Said è molto piccolo e le strade del paese sono visitabili in due o tre ore a piedi. Sicuramente le stradine strette caratteristiche del luogo sono la prima cosa da vedere di questa città. Le case bianche con tetti e le finestre blu, segno particolare di questo villaggio arroccato su una collina, conducono ad una splendida vista sul Mar Mediterraneo e sulla baia di Tunisi. I monumenti da visitare sono: Ennejma Ezzahra: si tratta dell’ex palazzo del barone Rodolphe d’Erlanger e ora è […]

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Mito di Narciso: non si può possedere se stessi

Il mito di Narciso: un riflesso che viene da lontano “Un mito è un modo per dare un senso a un mondo senza senso, un modello narrativo  che dà un significato alla nostra esistenza” (Rollo May) Accade talvolta che il mito, poesia, metafora, narrazione precedente alla storia scritta, che assurge a carattere sacrale, in quanto racconta le origini del mondo ed in quanto considerato verità assoluta, entri prepotentemente nella storia dell’uomo, evidenziandone valori, difetti, potenza, tormenti. Questo è ciò che sicuramente si è manifestato per il mito di Narciso, il bellissimo giovane che si innamora della sua immagine riflessa, caratteristica che ben si presta a sottolineare una delle caratteristiche umane per eccellenza: l’amore per se stessi. Varie sono le versioni del mito giunte fino ai giorni nostri. La prima fonte in assoluto sarebbe quella proveniente dai papiri di Ossirinco, forse opera dello scrittore Partenio. Un’altra si trova nelle Narrazioni di Conone, greco contemporaneo di Ovidio, conservato nella Biblioteca di Fozio e datata fra il 36 a.C. e il 17 d.C. La fonte greca più attendibile sarebbe però l’opera di Pausania, Periegesi della Grecia (II secolo d.C.) mentre quella che, da sempre è riconosciuta come più autorevole in assoluto, è Ovidio con le sue Metamorfosi. Il mito di Narciso “Né vasto tratto di mare, né lungo cammino, né monti, né mura di città con porte sbarrate, ci separano, bensì siamo disgiunti da poca acqua” (Le metamorfosi, Ovidio). La storia ha degli aspetti comuni a tutte le versioni. Narciso è figlio di Cefiso, una divinità fluviale, e di Liriope, una ninfa (o secondo un’altra versione di Selene ed Endimione). La madre, però, preoccupata per aver dato alla luce un bambino bellissimo, si reca dall’oracolo Tiresia, che le consiglia di non fargli mai conoscere se stesso. Il bambino cresce e diventa un adolescente di cui tutti si innamorano ma egli respingeva tutti, forse per orgoglio, per crudeltà o per una forte personalità. Versione ellenica del mito di Narciso La versione greca del mito è una sorta di racconto morale, nella quale il superbo Narciso viene punito dagli dèi per aver respinto tutti i suoi pretendenti e, in un certo qual senso, per aver rifiutato lo stesso Eros. Il mito ellenico narra che Narciso aveva molti innamorati, che lui costantemente respingeva fino a farli desistere ma un giovane, Aminia, non si arrendeva ed allora Narciso gli donò una spada affinché si uccidesse perché non corrisposto. Aminia, obbedendo alla sfida di Narciso, si trafisse l’addome davanti alla sua casa, invocando gli dèi, prima del suo folle gesto, per ottenere una giusta vendetta. La vendetta si compì quando Narciso, contemplando il suo riflesso in una fonte, restò incantato dalla sua immagine riflessa, innamorandosi perdutamente di se stesso. Preso dalla disperazione per l’impossibilità del suo amore, Narciso prese la spada donata ad Aminia e si uccise trafiggendosi il petto. Dalla terra sulla quale fu versato il suo sangue, si dice che spuntò per la prima volta l’omonimo fiore. Versione di Ovidio del mito di Narciso Secondo Ovidio, invece, quando raggiunse il sedicesimo anno di età, Narciso era un giovane di tale bellezza che ogni abitante della città, uomo o […]

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Porto di Napoli: un rapporto di interdipendenza con la città

Il Porto di Napoli è uno dei più importanti d’Europa, con i suoi 12 km di estensione dal centro della città verso la sua parte orientale. Il Porto di Napoli è delimitato a ponente dall’antico Molo San Vincenzo, volto alla difesa del porto, e a levante dalla diga foranea Emanuele Filiberto duca d’Aosta. Le prime opere portuali risalgono al Medioevo nell’ambito del porto romano di Vulpulum, seguite poi nei secoli dalla costruzione di numerose opere foranee. Storia del Porto di Napoli La fondazione del Porto di Napoli s’inserisce nell’ambito della colonizzazione greca. Il periodo più florido, e quindi lo sviluppo vero e proprio del porto in età greca, si ebbe alla metà del V secolo a.C. periodo durante il quale, grazie all’influenza ateniese, divenne uno dei più importanti del Mediterraneo. Per quanto concerne l’età romana, è certificata la presenza di un grande bacino ben protetto che occupava l’area di piazza Municipio. Infatti, proprio in quell’area, recentemente sono state rinvenute cinque imbarcazioni e l‘antica banchina portuale durante gli scavi per la realizzazione della stazione Municipio. Con lo svilupparsi della dominazione normanna, il porto conobbe un periodo di grande splendore; ma il periodo di massimo splendore si ebbe con l’avvento degli Angioini, nella seconda metà del XIII secolo, sotto il regno di Carlo I d’Angiò, grazie al quale il Porto di Napoli si ampliò, arricchendosi di nuovi edifici parallelamente allo sviluppo della città. Sotto il Regno dei Borbone (XVIII secolo) il Porto di Napoli si afferma come uno dei più attrezzati e forti a livello europeo. A Napoli attraccavano navi veneziane, genovesi, inglesi, turche, danesi ed altre. Anche la flotta militare mercantile, affidata all’intervento del ministro Acton, fu resa molto più potente. Fu il governo del ventennio a conferirgli l’importanza sempre crescente con la quale è giunto ed è conosciuto tutt’oggi. Il Porto di Napoli oggi Il Porto di Napoli rappresenta, come dice l’accezione stessa, una sorta di porta di ingresso della città partenopea, attraversata quotidianamente da innumerevoli turisti e cittadini, dove lavoratori e merci s’intrecciano. Attualmente la maggior parte dei traffici marittimi sono concentrati nei due moli principali: il Molo Angioino, il Molo Beverello, dove attraccano gli aliscafi che collegano Napoli con le isole del Golfo (Capri, Ischia, Procida) e Calata di Massa, da dove partono i traghetti e le navi veloci. Dal Porto di Napoli, essendo esso centrale, sono raggiungibili alcuni dei principali punti di interesse della città; tra questi, il Palazzo reale, il Maschio Angioino, Piazza Municipio, la Galleria Umberto e il Vomero, tutte facilmente raggiungibili a piedi. Ricordiamo che, il mare, nel tempo, ha rappresentato la principale risorsa per le città portuali, strumento fondamentale per gli scambi tra popolazioni, genti, culture e tradizioni. Grazie ai vari Porti, si sono innescati diversi processi di sviluppo locale e soprattutto una continua trasformazione degli approdi, degli elementi naturali e dell’ambiente costruito. Esistono città che, nel corso del tempo sviluppano un rapporto di interdipendenza con i propri porti, una tra queste è sicuramente Napoli; infatti, è proprio in questa ottica che il Porto di […]

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Tesoro di San Gennaro: culto e devozione di un popolo

Il Tesoro di San Gennaro è unico nel suo genere.  Ha una storia di ben settecento anni ed è diventato immenso grazie alle numerose donazioni. Si è  mantenuto intatto senza mai subire spoliazioni e senza che i suoi preziosi fossero venduti. A proteggerlo, la Deputazione della Real Cappella del Tesoro, organizzazione laica voluta da un voto della Città di Napoli il 13 gennaio 1527 deputata prima alla sovrintendenza sulla costruzione della Cappella dedicata al Santo nel Duomo di Napoli, poi alla difesa della collezione da minacce esterne. Ancora oggi formata da dodici famiglie che rappresentano gli antichi “seggi” di Napoli. San Gennaro è il Santo più venerato e conosciuto al mondo, con numerosissimi devoti, e un tesoro a lui dedicato, unico e meraviglioso; fu nominato ufficialmente vescovo e martire patrono di Napoli, nel 1980 da Papa Giovanni Paolo II. Il Tesoro di San Gennaro rappresenta la storia di Napoli, un ambito quasi infinito che va al di là di ogni religiosità, e che colora di entusiasmo il popolo partenopeo. Per capirne l’immensa portata e valore, storico, religioso e culturale, basti pensare che il Tesoro di San Gennaro è più ricco delle collezioni reali di Russia e Inghilterra. Il fulcro di cotanta bellezza inizia dal “busto d’oro e d’argento” che custodisce le ossa del cranio, voluto da Carlo II d’Angiò, e dalla teca che conserva le ampolle del suo sangue, chiesta esplicitamente da Roberto d’Angiò. Ai due capolavori citati, si sono poi aggiunte, nel corso del tempo, altre meravigliose opere; tra queste la “mitra gemmata”  realizzata dall’orafo Matteo Treglia nel 1713; la mitra è un copricapo vescovile, realizzato con rubini, smeraldi e diamanti con un peso complessivo di ben diciotto chili. Altro oggetto di straordinaria bellezza è la leggendaria “collana” creata da Michele Dato nel 1679 e arricchitasi fino al 1879 di altre pietre preziose con le donazioni di regnanti di tutta Europa. Entrambe le opere furono fatte su commissione della Deputazione della Cappella del Tesoro di San Gennaro per il busto Reliquiario del Santo. Meritano d’esser menzionati anche il “Manto di San Gennaro”, ricoperto e impreziosito con pietre preziose e smalti raffiguranti le insegne araldiche del casato, e il “calice” con coperchio chiamato “Pisside” in argento dorato. Peculiarità e caratteristica unica del tesoro di San Gennaro è che esso, così come le ampolle contenenti il sangue del Santo, appartengono esclusivamente alla città di Napoli e dunque al popolo, che ne è custode e garante, e lo conserva intatto da secoli. A tal proposito infatti, un documento del 1527, attesterebbe un “patto” che il popolo napoletano, stipulò con San Gennaro. Il patto prevedeva la costruzione di una Cappella, in onore del Patrono di Napoli, una volta cessata la terribile epidemia di peste che si era diffusa in tutto il regno. Trascorsi parecchi secoli, accanto alla Cappella, fu realizzata un’altra struttura, che contenesse tutto l’immenso patrimonio devoluto al Santo, ossia il Museo del Tesoro di San Gennaro. San Gennaro, definito dai napoletani “faccia gialla“, denominazione che nasce dal colore appunto giallo, del busto-reliquia; […]

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Georg Simmel: il denaro come simbolo di modernità

Georg Simmel è stato un filosofo e sociologo tedesco; egli nacque a Berlino il 1° marzo del 1858. La sua opera principale è intitolata “Filosofia del denaro”, risalente al 1900; nell’opera, Georg Simmel, pone al centro del discorso, il denaro, come simbolo dell’epoca moderna. I riferimenti sono rivolti alla società del tempo, caratterizzata da rapporti umani pressoché distaccati, analizzati da Simmel nella prima parte dell’opera, per poi trattare, nell’ultima parte, le conseguenze di questa realtà fredda e basata sulla riduzione dei valori qualitativi e quantitativi. Una filosofia strettamente collegata alla psicologia, nella quale, la visione del mondo, si lega alla vita degli individui, mutando con il mutare di questa. La filosofia, secondo Simmel, non è oggettiva, in quanto ogni persona, in questo caso, il filosofo, analizza un “tipo”, ossia un modello personalizzabile alla ricerca di una verità, non assoluta, ma che evolve in base al contesto nel quale essa stessa si sviluppa e cresce. La visione del mondo e dell’uomo di Georg Simmel non è esclusivamente di tipo filosofico, essa si ricollega anche ad un ambito prettamente sociologico. Alcune delle più importanti riflessioni di Simmel, riguardano proprio l’ambito sociologico, in particolare nell’opera intitolata “Metropoli e personalità”, nella quale egli analizza alcuni dei caratteri fondamentali della metropoli del proprio tempo, fornendo degli importanti sputi di interpretazione applicabili alla società attuale. Le sue osservazioni circa la metropoli sono sia di carattere economico sia di carattere neuro-psicologico, collegabili ad una spiegazione psicologica e filosofica al tempo stesso; all’interno di queste due visioni, differenti tra loro, l’uomo – definito “metropolitano” – si muove, per adattarsi all’ambiente nel quale vive, sviluppando però un organo di difesa volto a proteggerlo dagli eccessivi stimoli. Quest’organo è l’intelletto, spesso contrapposto al cuore. L’uomo, in una visione di tipo economico, nella quale domina il denaro, sviluppa l’intelletto per reagire a tutto ciò e per acquisire un atteggiamento misurabile, in parte controllato, grazie al quale può rapportarsi con i suoi simili, utilizzando uno strumento che gli consenta di capire ciò che succede intorno a sé, monitorandolo e accettando esclusivamente determinati stimoli. Il denaro è la fonte e l’espressione della razionalità e dell’intellettualismo metropolitano ed è qualcosa di assolutamente impersonale, è un livellatore e riduce qualsiasi valore qualitativo ad una base quantitativa, portando quindi al determinarsi dell’ipertrofia della cultura oggettiva e all’atrofia della cultura soggettiva. Georg Simmel era uno studioso, filosofo e sociologo, spesso definito curioso e versatile; versatilità, spesso criticata, poiché definita mancanza di rigore. Simmel era un filosofo attento ai dettagli, capace di inserirli in una dimensione ampia, ossia la società metropolitana, nella quale ogni uomo cercava di sopravvivere. Una visione definibile “moderna”, riconducibile ai giorni nostri, che permette di collegare fenomeni distanti a stimoli, relazioni, esposizioni, dettagli, con vigore analogico. La modernità, quella che Georg Simmel già analizzava in passato, può essere paragonata ad una costellazione costituita da fenomeni ed elementi molteplici, non ordinati gerarchicamente, nella quale il passato si collega al presente, talvolta ripiombando in una dimensione nuova e al contempo il presente, si collega spesso al […]

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I 14 punti di Wilson: aspirazione alla pace universale

I 14 punti di Wilson: il Presidente americano che intendeva promuovere una “pace senza vincitori”, basata sull’eguaglianza delle nazioni, sull’autogoverno dei popoli, sulla libertà dei mari, su una riduzione generalizzata degli armamenti. Con l’entrata nella Prima Guerra Mondiale degli Stati Uniti al fianco della Triplice Intesa, nel 1917, l’andamento generale prese immediatamente una piega più chiara, profilandosi l’impotenza dell’Alleanza (ormai non più Triplice, ma Duplice col passaggio dell’Italia all’altro fronte) di resistere agli attacchi con un tale dispiegamento di forze, ben fornite di ogni tipo di materiale. Ma il Presidente americano Wilson sapeva benissimo che una guerra non finisce semplicemente con una vittoria e con la dichiarazione di fine delle ostilità: per essere certi che il periodo successivo porti effettivamente ad un periodo di pace e tranquillità, è necessario avere un’ampia visione delle prospettive. Ecco dunque che l’8 gennaio 1918, il Presidente degli Stati Uniti d’America Wilson espose in un discorso tenuto davanti al Congresso il suo progetto per ristabilire la pace internazionale dopo la guerra mondiale che si avviava alla conclusione (sarebbe terminata nel novembre dello stesso anno). Le sue idee furono raccolte nei famosi “14 punti di Wilson”. Di questi, otto sono dedicati alla risoluzione di questioni geopolitiche specificamente legate al contesto internazionale dell’epoca ed hanno, dunque, oggi, un’importanza perlopiù storica. I restanti sei, invece, contengono la base di un progetto di pace democratica universale e sono quindi di grande interesse anche a un secolo di distanza. Prima di affrontare concretamente i 14 punti di Wilson, è necessario capire bene quali idee sono alla base del pensiero che guidò il Presidente nella loro formulazione. Prima di tutto, egli aveva ben presente che una pace stabilita dai soli vincitori, così come era accaduto al Congresso di Vienna del 1815, seguito alla sconfitta di Napoleone, crea semplicemente le basi per nuove guerre. Quindi, l’idea fondamentale era un tavolo di pace aperto a vincitori e vinti, dalla stessa parte del tavolo delle trattative. La seconda idea chiave molto cara al pensiero di Wilson era l’affermazione senza se e senza ma, del concetto di Nazionalità. La nazione, cioè l’insieme di individui legati e collegati da una stessa storia, lingua, religione, usi, costumi e tradizioni, non può e non deve essere divisa, sfruttata, oppressa in quanto sarebbe la strada migliore per una nuova guerra. I 14 punti di Wilson enunciavano: Pubblici trattati di pace, stabiliti pubblicamente e dopo i quali non vi siano più intese internazionali particolari di alcun genere, ma solo una diplomazia che proceda sempre francamente e in piena pubblicità. Assoluta libertà di navigazione per mare, fuori delle acque territoriali, così in pace come in guerra, eccetto i casi nei quali i mari saranno chiusi in tutto o in parte da un’azione internazionale, diretta ad imporre il rispetto delle convenzioni internazionali. Soppressione, per quanto è possibile, di tutte le barriere economiche ed eguaglianza di trattamento in materia commerciale per tutte le nazioni che consentano alla pace, e si associno per mantenerla. Scambio di efficaci garanzie che gli armamenti dei singoli stati saranno ridotti al minimo compatibile con la sicurezza interna. […]

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Maudit: i poeti maledetti sulla soglia della modernità

Con il termine maudit si intende una serie di poeti, amici del poeta francese Paul Verlaine, che li identificò con l’appellativo “maledetti” in una sua opera datata 1884. Ad accomunarli, lo spirito di ribellione nei confronti di una società, quella di fine 800, nei cui ideali questi ultimi non si riconoscono più. Il poeta, in tale società, perde il ruolo assegnato ai suoi predecessori di “vate”, per diventare un uomo qualunque, anzi un isolato, un incompreso. La poesia non ha più il ruolo di guida della società, se i poeti non si riconoscono nei valori che la società propina. Per questo motivo l’atteggiamento assunto dai maudit è provocatorio e sregolato, talvolta ai limiti della legalità. L’angoscia che provano, legata al mancato riconoscimento all’interno della realtà, li porta a ricercare forme sovrannaturali e surreali nelle quali immergersi, anche con l’aiuto di sostante stupefacenti. La poesia diviene dunque il terreno di queste nuove sperimentazioni, una sorta di fuga da un mondo cupo e soffocante. È solo nella rottura col mondo circostante e coi legami razionali, che il poeta ritrova il contatto con l’”assoluto”, attraverso la sua poesia, che di conseguenza non è sempre di facile lettura. Immergiamoci dunque insieme nel mondo dei cosiddetti maudit, per conoscerli meglio e comprenderne la poetica. Charles Baudelaire, il Maudit per eccellenza A modello del poeta maudit vi è sicuramente il francese Charles Baudelaire. Quest’ultimo è considerato il capostipite dei poeti maledetti che seguiranno, nonché precursore della modernità, per la sua vita sregolata e vissuta sempre in bilico, nonché per i motivi e lo stile delle sue poesie. La sua stessa opera “Le Fleurs du mal” subì un processo per oltraggio alla morale e fu bannata, per assumere solo molto tempo dopo il valore di capolavoro indiscusso dell’ottocento francese e europeo. Il titolo emblematico congiunge in un ossimoro il male, il negativo a qualche cosa di seducente e attraente, il fiore appunto, affermando sin dalla soglia il valore del male come qualcosa da scrutare, che attrae, piuttosto che allontanare. Lo scandalo è avvertibile sin dal titolo. Le poesie di Baudelaire propongono un viaggio che, attraverso i “paradisi artificiali” conduce il poeta ed il lettore stesso verso una realtà altra, che è ben lontana da quella che circonda il poeta. Le atmosfere surreali e il linguaggio ermetico del maudit per eccellenza ne sono la concretizzazione. Tutto ciò nella speranza di un illusorio conforto in una realtà che è altro. La vacuità della fuga fa si che il poeta possa confidare infine solo nell’ignoto.  L’opinione di Verlaine Sulla scia della poetica proposta da Baudelaire, Paul Verlaine, nella sua opera che dà il nome a questi poeti, si propone l’intendo di rendere loro giustizia, in un tempo che non conferisce a questi ultimi il ruolo che meritano. Verlaine attribuisce l’appellativo di maudit a Tristan Corbière, Marcelline Desbordes-Valmore unica donna maudit; Villiers de l’Isle-Adam, a se stesso, con lo pseudonimo di Pauvre Lelian, nonché ai più famosi Arthur Rimbaud e Stéphan Mallarmé.  Tali poeti, non riconoscendosi nella realtà nella quale vivono, tentano […]

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La tragedia greca: origine ed aspetti di un genere immortale

Nel panorama delle forme culturali dell’antichità trasmesse alle epoche successive, la tragedia costituisce il modello fondamentale con cui tutta la tradizione occidentale ha dovuto inesorabilmente misurarsi. La natura, la storia e l’evoluzione della tragedia pongono problemi sui quali la critica non ha cessato d’interrogarsi: mirando a seguire lo sviluppo “biologico” del genere tragico, Aristotele riteneva che la tragedia fosse sorta dal ditirambo (canto lirico in onore di Dioniso eseguito da un coro) e dai cortei fallici, per poi acquisire da questa caratterizzazione una graduale solennità, fino all’affermazione del parlato sulla danza. Effettivamente, il ditirambo tra VI e V secolo si aprì a contenuti diversi da quelli strettamente attinenti al culto dionisiaco e arrivò ad assumere forme narrative anche di carattere dialogico: si può, dunque, ipotizzare che la voce solista tendesse gradualmente a divenire indipendente dal gruppo e fare uso del parlato. Altre ipotesi interessanti derivano dall’indagine etimologica del termine tragodìa, che è unanime nell’individuare i due elementi costitutivi del composto, tràgos “capro” e odé “canto”, tuttavia è divisa sulla sua corretta interpretazione: “canto dei capri”, cioè eseguito da satiri travestiti da capri, che nel mito rappresentavano il corteggio di Dioniso, o “canto per il capro”, dove l’animale è inteso come premio-sacrificio di una gara di cantori. In ogni caso, le fonti sembrano convergere sul riconoscimento della dimensione rituale e corale delle primitive performances, da cui trassero origine le forme drammatiche satiresca e tragica. La tragedia ad Atene: il teatro di Dioniso e l’apparato scenico La tragedia è l’espressione più caratteristica della cultura ateniese del V sec. a.C. Ad Atene le rappresentazioni teatrali più significative avevano luogo durante le Dionisie cittadine, l’evento annuale di maggiore rilievo della vita comunitaria della polis, in virtù del loro significato fortemente ideologico, finalizzato a rendere manifesta l’egemonia politica, economica e culturale della polis. In occasione di questo evento, avevano luogo gli agoni di poeti ditirambici, tragediografi e commediografi nel teatro di Dioniso. La complessità dell’organizzazione degli agoni e della procedura di sorteggio dei giudici era finalizzata a coinvolgere i rappresentanti di tutta la comunità cittadina. Il teatro era dotato di un apparato scenico, che constava di pitture su pannelli lignei mobili, e di macchine sceniche, come il bronteion, la macchina del tuono, e la mechanè, la macchina del volo, usata frequentemente da Euripide per far planare dall’alto le divinità nei finali di varie tragedie – da cui la locuzione deus ex machina. La maschera, eredità del rituale dionisiaco, nella prassi teatrale aveva una funzione pratica: grazie a essa lo stesso attore poteva svolgere più ruoli, poiché gli attori parlanti non potevano superare le tre unità nella tragedia, inoltre consentiva che i ruoli di tutti i personaggi sia maschili che femminili fossero affidate ad attori maschi, gli unici ai quali era concesso di recitare nel teatro greco. Il significato dell’esperienza teatrale  Tre tragediografi si distinsero per il contributo apportato allo sviluppo del genere tragico: Eschilo, ancora legato alla dimensione arcaica e corale, la cui caratteristica costante è la tensione massima del pathos tragico; Sofocle, ritenuto già […]

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