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La Tag: salotto culturale contiene 4 articoli

Riflessioni culturali

Albero del Bene e del Male (il punto di vista di un alieno) | Riflessioni

L‘Albero del Bene e del Male nelle riflessioni di un alieno. L’Albero della Conoscenza del Bene e del Male del libro della Genesi rappresenta la Conoscenza Universale riservata a Dio. Nell’Eden si distinguono due alberi: l’Albero della Vita e l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male. Il primo dona l’immortalità e il secondo viene posto da Dio per dare l’opportunità ad Adamo ed Eva di scegliere se obbedirgli o meno, dal momento in cui dice loro di non mangiare il suo frutto. Per essere davvero liberi, Adamo ed Eva devono fare una scelta. Questo racconto è alla base della vera natura della realtà, che è fatta di infinite possibilità. Tutto ciò che vediamo dipende da una coscienza in grado di concettualizzare. L’Albero della Conoscenza del Bene e del Male spiegato da un alieno  Aspetto vagamente umano, nessuna sporgenza in mezzo al volto, testa abnorme, orecchie a punta e pelle blu; vengo dallo spazio. Sono stordito dal tripudio di colori e forme di questo pianeta. Ho alle mie spalle scogliere di velluto verde e fiumi scintillanti, mentre osservo le cime delle montagne raschiare il cielo. Il tramonto è una cosa bella. Per qualche istante si fermano gli ingranaggi della Terra e i pensieri volano via insieme ai gabbiani. Sorrido nel seguire la discesa sfavillante del Sole verso la fine della sua corsa. Mi ricorda gli umani. Il mondo è una cosa bella. È che piove poco e i laghi si seccano. Un virus aggressivo invade la Terra e la distrugge di giorno in giorno. Lo chiamano “male”. Ho visto gli uomini ricoprirsi di stoffa per la vergogna di mostrare il proprio corpo. Li ho visti prendersi gioco dell’amore. Li ho visti litigare, perché non hanno tutti lo stesso colore della pelle. Li ho visti farsi la guerra per portare la pace. Ho visto truffe. Ingiustizie. Lucchetti. Grate. Prigioni. Una volta, degli esseri umani si presentarono a me come “cristiani” e mi raccontarono di un Dio e due alberi, l’Albero del Bene e del Male e l’Albero della Vita. C’erano anche un serpente e una coppia, Adamo ed Eva. Mi dissero che si trattava della “storia del peccato originale”. Dio il Signore ordinò all’uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai». (Genesi 2:16-17) La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza; prese del frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e s’accorsero che erano nudi; unirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture. (Genesi 3:6-7) Adamo ed Eva scelsero di disobbedire a Dio e, da quel momento in poi, il male afflisse il mondo. Mi allontanai dai cristiani e colsi un’arancia. Aveva un colore caldo e intenso, la forma sferica e la buccia ruvida. L’assaggiai, […]

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Culturalmente

Nyx, dea greca della notte: curiosità sul mito

Nyx, dea greca della notte, era una delle divinità primordiali della mitologia greca e, come raccontano gli antichi miti, anche Zeus ne aveva paura: la potenza ed il mistero che l’avvolgevano erano la sua veste più preziosa. Secondo la tradizione, Nyx percorreva i cieli avvolta nel suo mantello scuro, su un carro trainato da quattro cavalli neri. Esiodo sostiene che viveva nel Tartaro; per la mitologia greca la sua dimora si trovava, invece, oltre il paese di Atlante, nell’estremo Occidente, al di là delle Colonne d’Ercole, là dove i Greci ritenevano che il mondo avesse termine e ci fosse solo l’Oscurità, la Notte. Il nome della dea, Nyx (in greco antico: Nύξ, Nýx, “notte“), descrive come la luce scura, da lei incarnata, cada dalle stelle e si imponga sugli uomini e sugli dèi. Nella cosmogonia orfica era citata quale figlia di Phanes (la Luce), divinità primigenia della procreazione e dell’origine della vita; nelle Fabulae, Igino la definisce figlia di Caos (il Vuoto, l’Abisso) e di Caligine. La discendenza esatta del Nyx non è conosciuta in maniera certa: alcune fonti parlano di lei come figlia di Eros (dio dell’Amore fisico e del Desiderio) mentre altre definiscono lei ed Eros figli del Caos. Figura nella Theogonia di Esiodo come una delle più antiche personalità di carattere cosmico. Essendo Nyx la personificazione della Notte Terrestre, esprimeva una condizione intermediaria tra le potenze oscure e quelle dell’ordine e della luce, insieme ad Erebo suo fratello, che rappresentava la Notte nel mondo Infernale. Sempre secondo Esiodo, era inoltre contrapposta ai suoi figli Etere (la potenza divina del Cielo superiore e più puro, dell’Aria che solo gli dèi respirano) ed Emera (il Giorno). La progenie mitica di Nyx, dea greca della notte Nyx fu madre di alcune divinità primordiali e anche di numerose altre figure della mitologia greca, perlopiù daimones (o “personificazioni”). Esiodo riporta che uno dei suoi figli fosse Urano (il Cielo) e che, senza controparte maschile, generò Apate (l’Inganno), le Arai (le tre dee della Vendetta), Eris (la Discordia), le Esperidi (le custodi dell’albero delle mele d’oro), Geras (la Vecchiaia), Ipno (il Sonno), Ker (la Morte violenta, solitamente dei guerrieri) e le keres (Tenebre), le Moire (le Parche, che tessevano il filo del destino dei mortali), Momo (dio della presa in giro, del sarcasmo, dell’accusa infame e della censura),  Moros (il Fato), Nemesi (la Vendetta e la Compensazione), Acli (la Tristezza e il Lamento), gli Oneiroi (i Sogni), Philotes (la Grazia), Tanato (la Morte) e Oizys (la Miseria). Orfeo la definisce madre del Cosmo e di Eros dall’Uovo cosmico. Anche Igino le attribuisce più o meno la stessa progenie, ma generata con Erebo, con l’aggiunta di Philotes (l’Amicizia), Lisimele (Amore), Sofrosine (la Continenza), Epafo, Epifrone (la Prudenza), Eufrosine (una delle tre Grazie, che personifica la Gioia), Eleos (la Misericordia), Hybris (la Petulanza), Porfirione (uno dei Giganti) e Styx (la dea dell’omonimo fiume infernale dello Stige, personificazione dell’Odio). Cicerone le attribuisce, sempre con Erebo, Eros, Dolus (il Dolore), Labor/Ponos (la Fatica), Metus/ Fobos (il Terrore suscitato dalla guerra), Morbus/Nosos (la Malattia), Pertinacia  (la Pertinacia). Secondo l’Eracle di Euripide la dea greca della notte fu la madre di Lissa (dea della Rabbia e del Furore cieco), concepita quando venne a […]

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Dante non smette di stupire: una missiva ne ridata l’esilio

La scoperta che potrebbe rivoluzionare la biografia di Dante Alighieri giunge da un docente dell’Università di Verona  Stando ad un recente studio accademico del prof. Paolo Pellegrini, docente di Filologia e linguistica italiana presso l’Università di Verona, plausibilmente un intero capitolo della biografia dantesca potrebbe necessitare di una robusta riscrittura: è, infatti, possibile che il Sommo Poeta avesse prolungato il suo soggiorno quale esule a Verona, il che renderebbe la città scaligera la sede in cui Dante, dopo Firenze, dimorò più a lungo. Tale datazione è stata desunta da una missiva, inviata nel 1312 da Cangrande della Scala, signore di Verona, al nuovo imperatore Enrico VII, che potrebbe essere inglobata nel corpus letterario di Dante: infatti, come chiarisce il prof. Pellegrini, «la lettera proviene da una raccolta di testi del buon scrivere, che il notaio e maestro di ars dictaminis Pietro dei Boattieri, attivo a Bologna tra Due e Trecento, aveva incluso in un codice confluito più tardi in un manoscritto oggi conservato alla Biblioteca Nazionale di Firenze, il Magliabechiano II IV 312. In essa Cangrande denunciava a Enrico VII i gravi dissensi sorti all’interno dei sostenitori dell’Impero, Filippo d’Acaia, nipote dell’imperatore e vicario imperiale di Pavia, Vercelli e Novara, e Werner von Homberg, capitano generale della Lombardia, e manifestava tutta la propria preoccupazione, invitandolo a riportare la pace e la concordia prima che altre membra del corpo imperiale si sollevassero le une contro le altre armate». Le prove proposte a sostegno della paternità dantesca della lettera  Dunque, trattandosi di una lettera dal notevole contenuto, è possibile che Cangrande si sia servito per la sua stesura dell’ausilio di Dante: si ricordi, infatti, il legame di amicizia dei due e l’encomio che a questi il Poeta riservò nel XVII canto del Paradiso, il più sentito e suggestivo che sia stato dedicato dall’Alighieri ad un vivente. Ebbene, il prof. Pellegrini, a sostegno di questa ipotesi, adduce una serie di motivazioni stilistiche e linguistiche che renderebbero davvero alta la probabilità che sia stato proprio Dante l’autore dell’importante missiva.  In particolare, in essa è presente un riferimento ai passi di due Variae di Cassiodoro, già impiegate da Dante: nella cosiddetta “arenga” del 1306, ovvero l’exordium, articolato e retoricamente sostenuto, dell’atto di pace stipulato in Lunigiana tra i marchesi Malaspina – dei quali Dante rappresentava il procuratore – e il vescovo-conte di Luni, in cui con appassionato vigore si condannano fermamente le discordie che affliggono la Lunigiana e che vengono ricondotte alla diabolica azione del Maligno, e nell’Epistola “Ai signori d’Italia”; inoltre, i perfidi autori dei dissidi imperiali sono denominati vasa scelerum, sintagma che non ha riscontro nella produzione latina di età medievale, ma indubbiamente richiama il“vasel d’ogni froda” che Dante attribuisce a frate Gomita nel XXII canto dell’Inferno. «Certamente – aggiunge il prof. Pellegrini – la consistenza dei richiami intertestuali dovrà accompagnarsi a capillari verifiche sulle concordanze dantesche e sui più ampi corpora della latinità medievale; ma, a mio avviso, tutto ciò non farà altro che confermare quanto appare chiaro sin da questi primi assaggi: dovendo scrivere una lettera delicatissima […]

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Storie romantiche: le 4 da conoscere assolutamente

Quali sono le storie romantiche da conoscere assolutamente? Tanto si è scritto sull’amore, ma si sa, le storie non sono tutte uguali. Le emozioni che riescono a farci vivere dipendono dal modo in cui vengono raccontate e da quanto riescono a coinvolgere chi le ascolta o chi le legge. “L’amor che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso XXXIII, v. 145): basterebbe solo questo verso, l’ultimo della terza cantica della Divina Commedia di Dante Alighieri, ed anche l’ultimo dell’intero capolavoro, ad esprimere pienamente la forza motrice del sentimento più intenso che possa travolgere l’essere umano ed ispirare le sue azioni. Raccontato in tutte le sue sfaccettature dalla letteratura italiana e straniera di tutti i tempi, l’Amore, quello con la A maiuscola, ha appassionato milioni di lettori che si sono emozionati con i protagonisti delle sue storie, fino ad immedesimarsi in loro, soffrendo delle loro sventure o gioendo della loro felicità. Molte sono, infatti, le storie romantiche che ancora oggi sanno condurre il lettore in un mondo di magia. Alcuni di questi amori, poi, si sono radicati talmente nella cultura collettiva da finire per rappresentare, ormai da secoli, la passione per antonomasia, diventando dei veri e propri miti. È dunque indispensabile dover conoscere i più suggestivi, i più controversi, i più emozionanti. 4 storie romantiche indimenticabili Vediamo quali sono le 4 storie romantiche più celebri ed i loro protagonisti. Romeo e Giulietta “Oh Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome! O, se non lo vuoi, tienilo pure e giura di amarmi, ed io non sarò più una Capuleti!”. Con queste parole, la dolce Giulietta immaginava di rivolgersi al suo Romeo, quando affacciata al celeberrimo balcone della sua stanza sognava il suo amato, disperandosi per via dell’odio che le loro famiglie condividevano e che ostacolava il loro amore. Una passione talmente grande da resistere a tutto, anche alla morte, che purtroppo porta via entrambi proprio a causa della sua forza disperata. Tra le storie romantiche per eccellenza, i due veronesi incarnano la coppia più famosa, il mito assoluto. Il capolavoro shakespeariano ha ispirato tantissimi altri racconti letterari e cinematografici e ancora oggi Romeo e Giulietta rappresentano un’icona tra le storie più romantiche di tutte le epoche. Amore e Psiche Scritta nel II secolo d.C. da Apuleio nelle sue Metamorfosi, questa leggenda racconta di una bellissima fanciulla di nome Psiche e di Amore (Cupido), figlio di Venere. La dea della bellezza, invidiosa della ragazza, chiese a suo figlio di colpirla con una delle sue frecce affinché si innamorasse dell’uomo più brutto della Terra. Alla vista della giovane, però, Amore restò folgorato e, distratto dall’emozione, rimase colpito proprio da una sua freccia, innamorandosi perdutamente di Psiche. Essendo un dio, non poté rivelare la sua identità, ma quando la ragazza, spinta dalla curiosità, ne venne a conoscenza, l’amato fu costretto a fuggire e Venere, per punirla, la sottopose a varie prove. Di queste, l’unica che Psiche non superò fu quella della discesa agli inferi per chiedere alla dea […]

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