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Eroica Fenice

La Tag: salotto culturale contiene 128 articoli

Culturalmente

Tradizioni giapponesi: la storia di un popolo tra ieri e oggi

Conoscere la cultura giapponese vuol dire conoscere il Giappone e i suoi abitanti. Si propone qui un viaggio attraverso le tradizioni giapponesi. Ancora oggi le tradizioni giapponesi restano alla base della vita del suo popolo, ma in un mondo multiculturale. Infatti, anche l’occidente sembra aver aperto le sue frontiere ad usi e costumi esteri, come quelli del Giappone. Tradizioni giapponesi: le più famose Una delle caratteristiche più iconiche del Giappone è la cosiddetta cerimonia del tè, chiamata “Sado” o “Cha no yu”. La storia della cerimonia risale a più di 1000 anni fa. Generalmente essa viene fatta con il Matcha o il Sencha, entrambi derivati dal tè, ma con foglie diverse: il primo deriva dal tè verde, mentre il secondo da foglie comuni di tè. La cosa più importante della cerimonia del tè è senz’altro come essa viene svolta. Esistono infatti due modi: “Omoto Senke” e “Ura Senke”. La differenza sostanziale è il modo in cui si tiene la tazza (chawan) e come si beve il tè. Durante la cerimonia sono in genere serviti anche dei dolci tipici (wagashi). È importante ricordare che alla cerimonia è possibile partecipare solo indossando un kimono. Un’altra tradizione importante è quella della disposizione dei fiori (Ikebana oppure Kado). La tradizione sembrerebbe risalire al VII secolo. Ad oggi ci sono più di 1000 scuole in tutto il mondo che la insegnano. I fiori vengono disposti in un vaso e tenuti insieme con una sorta di spilla (Kenzan), tenendo conto di colori, linee e forme. Questa tradizione, insieme a quella del tè in genere viene insegnata per lo più alle giovani spose prima del matrimonio. A proposito di matrimonio, esso viene celebrato con il rito shintoista. La cerimonia si svolge presso il santuario o la casa dello sposo. Ad ufficializzare il rito è un sacerdote con abiti tradizionali (veste bianca, cappello di taffettà e uno scettro). La sposa indossa il solito abito bianco o un colorato kimono ricamato. La donna in genere indossa anche un voluminoso copricapo di seta bianca, che simboleggia calma ed obbedienza. Lo sposo invece indossa un kimono cerimoniale con gonna-pantalone, un sotto kimono e un kimono con gli stemmi di famiglia. Prima di iniziare il rito, gli sposi e i parenti necessitano di una purificazione nell’acqua delle fontane all’ingresso del tempio. Durante la cerimonia gli sposi sono invitati a bere tre sorsi di sakè (bevanda alcolica al riso) da tre tazze di dimensioni diverse poste sull’altare, insieme a riso, frutta e sale. Anche i genitori degli sposi dovranno bere tale bevanda. Per ultimo, la coppia prima di recarsi al ricevimento, deve fare un’offerta agli dèi. Anche il judo rientra nelle tradizioni orientali. È da ricordare che esso compare nello sport olimpico ufficiale, oltre che essere una delle arti marziali più famose del Giappone. Esso viene praticato da uomini e donne, ed è fitto di tecniche e regole chiamate anche “waza”. L’arte della calligrafia chiamata anche “Shodo” è famosa in tutto il mondo. Diverse sono le scritture esistenti, ma le più famose restano […]

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Voli Pindarici

Diario di una quarantena. Il signor Peppe

Il Signor Peppe, storia di un uomo “strano” Un cappello di paglia con un nastro colorato (sembrerebbe blu), una sedia di quelle da spiaggia in tela verde, un sigaro e una salopette di jeans. Dal mio balcone vedo il “Signor Peppe”, così lo chiamano tutti, un uomo sulla settantina che ogni pomeriggio siede fuori al terrazzo di casa sua e fischietta, osservando chissà cosa. Qualcuno lo dà per matto, qualcun altro invece lo guarda di nascosto con curiosità in quella sua posa quasi scultorea, mentre i tiepidi raggi di sole di questa stagione strana e contaminata lo riscaldano. Il Signor Peppe è solito dare confidenza a nessuno. Non chiacchiera, non incrocia gli sguardi. Se ne sta lì, solo, a osservare e ad ascoltare sempre nella stessa posizione, in perfetta solitudine. L’altro giorno, per caso, i nostri sguardi si incrociarono e in un attimo mi parve di vedere il mare. Due grandi occhi chiari, color acqua, la carnagione scura, i capelli bianchi appoggiati delicatamente sulle spalle. Mi chiese una sigaretta, mostrandomi il suo pacchetto vuoto. Senza pensarci su mi avvicinai con discrezione e gliene porsi una. Lui accennò un timido sorriso, facendo cenno di sedermi su un muretto ricoperto di maioliche scolorite, accanto a lui. Trascorsero dei lunghi minuti in silenzio riempiti da sorrisi accennati, rapidissimi secondi durante i quali mi lasciai coinvolgere dai mille colori e suoni della natura primaverile, lasciandomi trasportare da tutto ciò che mi circondava. Minuti semplici e puri, che allontanarono dalla mia mente la paura del Coronavirus. Il virus c’è, esiste e purtroppo miete vittime: tante, troppe. Ma a volte, per stare bene, basterebbe accontentarsi di poco. Oltrepassare la soglia del proprio portone e catapultarsi altrove, dove solo l’immaginazione può arrivare. Il Signor Peppe mi ha concesso l’immensa possibilità di godere del proprio tempo, provando l’ebrezza di un nuovo sapore: quello della semplicità. Mi ha rassicurata senza parlare, con distacco, ma con lo sguardo di chi vorrebbe dire tante cose pur tacendo. Il Signor Peppe è sempre stato descritto come “n’omm stran”. Un uomo strano, seppur la maggior parte della gente sa poco di lui. Poiché casa mia è posizionata più su rispetto alla sua, l’ho sempre osservato dall’alto. Ho sempre aspettato che si girasse e non lo ha mai fatto, ma l’altro giorno improvvisamente ha scelto di dedicarmi il proprio tempo: un’occasione di crescita personale. In questi giorni ho ripensato più volte a quell’episodio, al motivo di quell’apertura nei miei confronti. Mi è capitato di leggere dei libri e improvvisamente riscoprire l’immagine del Signor Peppe, che si materializzava in quelle parole. Sembra quasi un personaggio di quelli che s’incontrano nei libri. Sarà per questo che, decisa a leggere Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, ho subito notato un uomo con cappello di paglia e salopette blu raffigurato sulla copertina. «Coincidenze», ho pensato. Proseguendo nella lettura dal mio balcone, quando il meteo lo permette e con il Signor Peppe, sempre nella propria posa statuaria, ho ritrovato un biglietto con un nome e una data: 1991, […]

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Culturalmente

Lanterninosofia. Il tentativo disperato di ascoltare le voci dell’oltre

Lanterninosofia: che cos’è e come possiamo comprenderla appieno attraverso la scrittura e i personaggi di Luigi Pirandello. Per dare un titolo a questo articolo di approfondimento sulla Lanterninosofia abbiamo preso in prestito le parole di Sergio Campailla, che nell’introduzione al romanzo Il Fu Mattia Pascal (edizione Grandi Tascabili della Newton Compton Editori), fa un’analisi critica complessa del romanzo e sintetizza poeticamente – e in maniera affascinante – il concetto filosofico della Lanterninosofia come «il tentativo disperato di ascoltare le voci dell’oltre». La parola “tentativo”, in questo caso indistricabile dalla parola “ascoltare”, è parola chiave della ricerca antropologica nell’abisso dell’animo umano, onnipresente nella poetica pirandelliana e mai abbandonata dallo scrittore siciliano; ricerca che, al contrario, tradisce, o meglio rispecchia, il senso che Pirandello dà agli uomini e alla loro esistenza: il tentativo ripetuto, che dura una vita, di spalancare le porte chiuse dell’incomunicabilità (ben oltre il semplice concetto di maschera) per dare voce all’infinito “io” che ci portiamo dentro e che bussa per essere ascoltato. Lanterninosofia: la teoria delle illusioni ne Il Fu Mattia Pascal Prova di vocazione al romanzo, a colmare la mediocrità di Pirandello nel comporre versi, Il Fu Mattia Pascal, apparso dapprima a puntate sulla rivista Nuova Antologia, viene pubblicato nel 1904. Capolavoro dell’umorismo, il romanzo finalmente abbandona lo schermo della terza persona e insieme ad esso il femminile de La Capinera (Romanzo d’esordio di Pirandello, costruito per intero al femminile) invertendo la declinazione de L’esclusa. L’escluso è in questo caso un uomo, la voce che dice «Io» è quella di Mattia Pascal, escluso dalla vita. Come e perché? Accadono a Mattia Pascal due casi straordinari: vince al casinò di Montecarlo un’ingente somma di denaro e nel mentre viene ritrovato al suo paese il corpo di un suicida che la moglie e la suocera si affrettano a riconoscere come il suo cadavere. Allora questo personaggio tragicomico ne approfitta per fare qualcosa che forse tutti nella vita, almeno una volta, abbiamo sognato di fare: si crea una nuova identità, continua a vivere oltre la morte anagrafica, reincarnandosi in Adriano Meis. Ma la nuova vita si palesa presto come una impietosa esclusione: la morte anagrafica diventa morte effettiva, poiché un uomo senza identità, alienato dal mondo, che non possiede che un nuovo nome, non ha diritto ad alcun legame, nemmeno possedere un cane da compagnia. Alla condizione di esiliato, sentimento comune a tutti i personaggi pirandelliani condannati all’alienazione, si affianca ne Il Fu Mattia Pascal quella dell’illuso. L’illusione che erode Adriano Meis, quella della sopravvivenza – la sua invenzione aleatoria di essere diventato un altro – si estende all’intera umanità. Ecco che allora l’espediente dell’illusione, nel capitolo tredicesimo, viene delineato da Anselmo Pelari che introduce la disciplina da lui definita, neologisticamente, come lanterninosofia. Il Signor Pelari, cultore di fenomeni spiritici e appassionato speculatore filosofico, accoglie provvisoriamente in casa sua Adriano Meis il quale, per coronare la sua strategia di fuga, ha subito un’operazione all’occhio strabico che lo ha costretto a un isolamento di quaranta giorni al buio. Per consolare il […]

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Culturalmente

Aforismi filosofici: 10 da conoscere

L’esistenza umana tende continuamente a nutrirsi di filosofia. Quanto spesso capita di interrogarsi sul senso del tempo, dell’amore, della vita! Persino nelle cose più semplici e quotidiane, la filosofia interviene saggia e sinuosa a risolvere interrogativi o porne di altri. E così ogni azione, pensiero, decisione trova riscontro nella miriade di aforismi filosofici, autentiche massime di vita per far luce sull’esistenza e infondere attenzione e serenità. Di seguito verranno descritte e analizzate dieci tra le massime più conosciute. Aforismi filosofici. Dieci tra i più saggi ed attuali « Per vivere con onore bisogna lottare, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttare via tutto, e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell’anima » (Lev Tolstoj) Il noto filosofo e scrittore russo del XIX° secolo esprime un concetto tanto saggio quanto attuale. Non abbiamo mistero della viltà dell’animo. Quanto poco coraggio si impiega per vivere, per vivere davvero! Si è così impegnati a gestire e sopravvivere. Impegnati a lottare per non soccombere, per non fallire. Ma è questa la vera lotta? È qui che fiorisce la vitalità che scaccia l’inerzia? Ebbene no. Si è così poco abituati a perdere, riscoprendosi più fragili di quel che si crede. Sì. Perché la vera forza non risiede nel camminare senza inciampare mai, bensì nella capacità inedita di rialzarsi ad ogni caduta, di riprendere il volo dopo essere scivolati nel precipizio. Non è affatto semplice “mutare pelle, cuore e mente ad ogni stagione” ma è parte essenziale dell’essere umani. Non è onorevole resistere di fronte all’errore e ai sentieri impervi. È onorevole perdersi per ritrovarsi migliori di prima, più completi e consapevoli. È saggio ricominciare a sorridere, soprattutto quando la vita non sembra offrire la possibilità di farlo con gusto e voluttà. Ma se ci si abbandona alla pigrizia dell’anima, la viltà prenderà il sopravvento sul coraggio. Pertanto, occorre non smettere mai di mettersi in gioco e alla prova. E ad ogni gradino scalato e ad ogni ruscello saltato, il cuore sarà più vicino alla maturità e un punto sempre più prossimo alla felicità.  « Non cercare di sapere, interrogando le stelle, che cosa Dio ha in mente di fare: quello che decide su di te, lo decide sempre senza di te » (Lucio Anneo Seneca) Lo stoico filosofo romano del I° secolo esprime in uno dei nostri aforismi filosofici il connubio tra filosofia e fede. Spesso la nostra quotidianità è pervasa da detti che ben sostengono il concetto di Seneca, come ad esempio “Lascia fare a Dio”, che richiamano il fatalismo o la divina provvidenza, secondo la morale manzoniana. Ma quanto saggia e rassicurante è questa fede! Certo, gli agnostici storcerebbero il naso, ma per chi ha fede e crede in un “macro progetto” – che molto probabilmente non combacerà con la miriade di “micro progetti” che l’uomo testardamente costruisce – sarà giusto abbandonarsi al volere superiore, a quell’Àgape che è l’amore assoluto e incondizionato. Un amore che ha a cuore il nostro vero bene, quello che […]

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Riflessioni culturali

Lingua napoletana: 6 imperdibili curiosità

La lingua napoletana, riconosciuta idioma dall’UNESCO, affascina da sempre filologi e studiosi, per la perfetta commistione tra suono e significato. La lingua napoletana è l’identità di Napoli e degli abitanti della città. Ma al contempo, rappresenta un incommensurabile patrimonio che si arricchisce di sfumature e soprattutto di curiosità differenti e al contempo utili. La lingua napoletana: curiosità Tra le prime curiosità, ricordiamo che il napoletano, così come l’italiano, deriva dal latino e dal greco. Le parole che compongono la lingua napoletana, hanno un legame profondo con il latino medievale. Proprio questa identità storica così importante, rimanda alla seconda curiosità sulla lingua napoletana, ossia, una notizia che rende orgogliosi: l’Università di Buenos Aires ha inserito nel proprio corso di studi, uno che si basa proprio sulla conoscenza del napoletano come lingua. Tutto ciò inteso come possibilità per gli studenti argentini di conoscere un idioma il cui lessico è molto simile allo spagnolo. La lingua napoletana, ha subito molteplici influenze, mantenendo però la propria forma originaria, la propria identità. Col trascorrere degli anni, la lingua napoletana è diventata principale componente, protagonista di opere artistiche, come le più famose canzoni di Murolo, Pavarotti, Ranieri, Villa. Canzoni, ancora oggi cantate in tutto il mondo e che insegnano quanto una lingua possa in realtà oltrepassare i confini, con semplicità, arrivando dritta al cuore. Sempre dal punto di vista prettamente linguistico, un’altra curiosità riguarda l’aspetto fonetico della lingua napoletana. Infatti, sembrerebbe esserci un accostamento con la fonetica tedesca. Il fenomeno potrebbe risalire all’influsso della breve denominazione austriaca dal 1707 al 1733. Si tratta della consonante – S che posizionata prima di determinate consonanti assume la pronuncia di sch. La quarta curiosità riguardante la lingua napoletana è l’esistenza di alcune parole intraducibili, ossia delle locuzioni ideologiche, dei proverbi o modi di dire di uso comune, appartenenti alla tradizione profondamente radicate nell’identità storica di una comunità. Tra queste, “intalliarsi”, che non ha una vera e propria definizione, ma significa perdere tempo, non fare ciò che si dovrebbe. Un’altra simpatica curiosità, che però fa riflettere molto, è quanto affermato in un’intervista dell’agosto del 2019, a Napoli, dalla diplomatica Mary Ellen Countryman, console degli Stati Uniti: «Il napoletano mi piace perché sembra che ti dia la possibilità di esprimere intere situazioni in pochissime parole. È molto sintetica. Ma l’elemento che mi attrae di più è la musicalità, resa famosa in tutto il mondo dalle canzoni».  Ricordiamo come ultima curiosità che l’Accademia della Crusca, dopo aver attentamente selezionato i termini chiave della lingua napoletana, ha preso in esame la redazione di un vocabolario, attualmente in commercio, e consultabile da tutti. Ciò a dimostrazione che la lingua dei napoletani, il dialetto, è qualcosa che non smette di affascinare ed incuriosire, e soprattutto è in costante aggiornamento. Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/vectors/uomo-cerca-parole-libro-black-29749/

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Culturalmente

Linguaggio forbito e come usarlo: le parole più ricercate

Linguaggio forbito: partiamo dalle etimologie. Pochi sono a conoscenza del fatto che l’aggettivo qualificativo forbito, associato di frequente a un linguaggio che si vuole colto, raffinato e accuratamente studiato, sia in realtà il participio passato di un verbo assai meno conosciuto di origine germanica, forbire. Il suo significato è quello di ‘lustrare, lucidare, restituire brillantezza’ in riferimento alle armi: da qui l’odierno significato di linguaggio letteralmente lustrato, brillante. Il linguaggio verbale non è solo il mezzo di comunicazione che caratterizza l’essere umano, ma anche espressione della sua cultura. Gli studi sociolinguistici sottolineano la correlazione tra la varietà linguistica adottata dal parlante e lo status socio-culturale d’appartenenza dello stesso. Dunque ricorrere a un linguaggio forbito è considerato da molti italiani indispensabile per ostentare un livello culturale elevato. È dunque interesse di molti italiani quello di imparare a scrivere e a parlare avvalendosi di un linguaggio forbito, considerandolo un efficace biglietto da visita e valido veicolo di una posizione culturale e socio-economica di prestigio. Curioso di sapere quali siano le parole ritenute più ricercate, per utilizzare un linguaggio il più possibile forbito? Oppure sei solo interessato ad arricchire il tuo lessico? Di seguito riporteremo le parole più caratteristiche di un linguaggio forbito. Linguaggio forbito: le parole da utilizzare Utilizzare un linguaggio forbito significa scrivere e parlare con uno stile linguistico innanzitutto grammaticalmente corretto, ma anche accurato, ricco, compito. Abbiamo selezionato parole ricercate, dal fascino desueto, parole spesso dimenticate, ma assolutamente da conoscere se si vuole adottare un linguaggio colto e forbito. Obnubilare: coprire, oscurare, celare. Verbo ormai desueto ma assai affascinante, uno dei suoi sinonimi ancora una volta appartenenti a un linguaggio forbito è, per esempio, ottundere. Meditabondo: detto di persona con stato d’animo pensieroso e riflessivo, assente dal mondo circostante perché assorto nei propri pensieri. I suoi sinonimi più conosciuti e tipici di un linguaggio più semplice e colloquiale sono sicuramente pensieroso o assorto. Disamina: sostantivo femminile con il significato di esame attento e puntuale di qualcosa, esso non è un termine molto usato al giorno d’oggi, ma ancora perfetto se si vuole ricorrere a un lessico e a un linguaggio forbito. Procrastinare: verbo ancora in uso ma appartenente a un linguaggio più altolocato e forbito, il suo significato è quello di rimandare, temporeggiare. Bistrattato: sinonimo del molto più ricorrente maltrattato, ha varie sfumature di significato, tra cui quella di rovinato, utilizzato senza riguardo, o duramente criticato. Lezioso: aggettivo qualificativo, da considerarsi arcaico nel significato di grazioso o piacente, è rimasto nell’uso con la sfumatura di affettato, stucchevole o svenevole. Un bell’aggettivo per chi ama curare il linguaggio. Preconizzare: verbo transitivo non comune; in senso stretto indica l’atto di annunciare solennemente, in senso più esteso può essere utilizzato come sinonimo di profetizzare, predire. Non basta ricorrere a un lessico che risulti ricco e colto per l’adozione di un parlare forbito: anche la capacità di articolazione del pensiero, il corretto e fluido utilizzo della sintassi con una spiccata predilezione per l’ipotassi e padronanza linguistica risultano essenziali a questo scopo. Si può dire […]

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Culturalmente

Tallone d’Achille: un mito che ancora oggi è sulla bocca di tutti

L’espressione “tallone d’Achille” oggi indica il punto debole di una persona, ma le sue origini hanno radici più profonde. L’iconico modo di dire deriva dal mito di Achille, uno dei personaggi più famosi della mitologia greca, e dell’Iliade. Achille, nacque dall’unione tra il mortale Peleo, re della Tessaglia, e la ninfa Teti. La ninfa, che desiderava rendere suo figlio totalmente immortale, decise di immergere tre volte il bambino nel fiume infernale chiamato Stige. Esso aveva una particolarità precisa: rendeva invulnerabile qualsiasi essere vivente. Il bagno ebbe effetti sorprendenti, ma Achille, che non era stato immerso completamente, fu vittima di una distrazione. Sua madre Teti, infatti, sorreggendolo dal tallone, lasciò fuori dal fiume quella parte del corpo, di fatto l’unico punto debole di suo figlio. Riguardo l’epilogo della storia, la questione è controversa. Secondo una versione, Achille avrebbe affrontato e ucciso Ettore in duello. Paride, che intendeva vendicarsi, sfruttando il fatto che Achille fosse innamorato di Polissena, la figlia di Priamo, gli tese un tranello. Nella falsa lettera d’amore, c’era infatti indicato un luogo per un appuntamento, ma ad attenderlo non fu la bella Polissena ma Paride, che con il suo arco lo colpì al tallone e lo ferì mortalmente. Un’altra versione, racconta che un oracolo profetizzò a Teti che Achille sarebbe rimasto ucciso durante una guerra che si sarebbe combattuta contro Troia. La madre decise di nascondere suo figlio presso la corte di Licomede, re si Sicro, ma quando i Greci proseguirono la loro guerra contro Troia, sotto consiglio dell’indovino Calcante, trovarono e uccisero Achille. Si dice che Teti supplicò più volte il Destino, affinché esso mutasse, ma esso propose due finali per la vita di Achille: o una vita lunga senza meriti o una morte gloriosa. Fu lo stesso Achille a decidere la seconda tragica fine. Il corpo e l’armatura di Achille si narra furono oggetto di grande contesa. Il primo fu protetto da Aiace Telamonio e portato via da Odisseo sul suo carro. Invece le armi di Achille furono contese tra Telamonio e Odisseo. Quest’ultimo ebbe la meglio, considerato più astuto e scaltro, quindi degno di quel regalo. Le vicende di Achille non sono tuttavia narrate solo nell’Iliade di Omero. Infatti esistono numerosi altri miti sulla storia dell’eroe, come l’uccisione della regina delle Amazzoni Pentesilea, o lo scontro con Memnone re di Persia e dell’Etopia. Il tallone d’Achille nell’arte Diverse sono le raffigurazioni dell’eroe: durante il periodo arcaico, Achille è rappresentato come un guerriero armato e con la barba, in età classica si presenta come un giovane dallo sguardo limpido, e in epoca ellenistica ha i capelli sciolti e il carattere impetuoso. La sua figura inoltre è presente in diverse opere d’arte, come le opere nel palazzo di Achilleion nell’isola di Corfù a Gastouri (Grecia). È citato inoltre nella Divina Commedia da Dante Alighieri e la sua storia è narrata anche nel film italo-francese La Guerra di Troia degli anni ’60. Per quanto l’espressione “tallone d’Achille” venga usata anche in ambito giornalistico o medico (tendinite di Achille), la […]

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Culturalmente

Nižinskij: il genio della danza, autore de Il Diario

Vaslav Nižinskij  (o Nijinsky) è un mito della danza, ballerino e coreografo ricordato per la sua genialità trasformatasi poi in pazzia, in una ricerca maniacale di dialogo con Dio. Considerato uno dei ballerini più dotati della storia, uno degli esseri più osannati e idolatrati d’Europa, divenne celebre per la sua straordinaria leggerezza e la sua prodigiosa elevazione. Entrambe divenute leggendarie. Vaclav Fomič Nižinskij nacque a Kiev il 28 dicembre 1889. Durante una tournée dei genitori di origine polacca emigrati in Ucraina, anch’essi ballerini, venne definito con una iperbole che rispecchia la sua vita: “il genio della danza”. Nonostante un’infanzia povera e segnata dagli stenti, venne accolto nella scuola di ballo imperiale di San Pietroburgo. Assieme a lui era la sorella Bronislava Nižinskaja, che lo seguì per parte della sua carriera, diventando anch’essa grande ballerina e coreografa. Nel 1907 superò il durissimo esame e venne accolto nel Balletto Imperiale. Il punto di svolta nella vita di Nižinskij fu il suo incontro con Sergej Djagilev, membro dell’élite di San Pietroburgo, che promuoveva le arti visive e musicali russe all’estero. Nižinskij e Djagilev diventarono amanti e il ricco mecenate prese in mano la direzione della carriera artistica di Nižinskij. Nel 1909 ballò in una elaborazione orchestrale delle musiche di Chopin, la Chopiniana, e si recò a Parigi con la compagnia di ballo messa insieme da Diaghilev, Les Ballets Russes, che il coreografo Michel Fokine renderà una delle più famose dell’epoca, dove danzò nei balletti Le Papillon d’Armide, Cleopatre e nel divertissement Le Festin. Un anno dopo, si esibì in Giselle a San Pietroburgo con Anna Pawlowa e nei balletti Il carnevale e Shéhérazade. Divenne membro fisso della compagnia di Djagilev, le cui realizzazioni furono da quel momento centrate sulle sue capacità. Fu così protagonista dei nuovi allestimenti di Fokine, Le Spectre de la rose, Petruška, Les Orientales. In autunno la compagnia fu ospite a Londra con un’edizione in due atti de Il Lago dei Cigni. Col supporto e l’incoraggiamento di Djagilev, che ne intuì da subito il potenziale nel settore, Nižinskij iniziò a lavorare egli stesso come coreografo e produsse tre balletti, Il pomeriggio di un fauno (L’après-midi d’un faune), Jeux, su musica di Claude Debussy, e La sagra della primavera, su musica di Stravinskij. Nei suoi spettacoli Nižinskij si allontanò dallo stile del balletto dell’epoca introducendo radicali movimenti angolari, figure plastiche inedite, nuove posizioni degli arti. Queste novità causarono disordini al teatro degli Champs-Élysées quando La sagra della primavera debuttò a Parigi il 29 maggio 1913 ma dopo lo stupore, anzi lo scandalo iniziale, s’imposero sul pubblico. In quell’anno la compagnia de Les Ballets Russes partì per un tour in America del Sud senza Djagilev. Galeotto fu questo viaggio, in cui Nižinskij conobbe e successivamente sposò a Buenos Aires Romola de Pulszky, una contessa ungherese. Romola è stata successivamente criticata per le maniere pragmatiche e decise che spesso si scontravano con la natura sensibile dell’artista: molti videro in questo un contributo allo scivolamento di Nižinskij nella follia. Nel suo Diario Nižinskij annotò che “mia moglie è una stella che non splende…“. Al ritorno in Europa furono immediatamente licenziati da Djagilev in preda alla gelosia. Nižinskij cercò di fondare una propria compagnia […]

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Libri

Le creature di Massimiliano Virgilio: bambini invisibili

Creatura è un termine che in italiano significa “tutto ciò che è stato creato, vicino al creatore”. In napoletano, invece, questo termine  indica nello specifico i bambini, per antonomasia gli esseri più puri e incontaminati. Una carta bianca sulla quale gli adulti, nonché la società che li circonda, segna con inchiostro indelebile le tracce che comporranno la loro storia. Cosa avviene però se quei segni diventano marchi per quei bambini abbandonati a se stessi, che hanno sì un tetto sulla testa, e qualche volta qualcosa nello stomaco, ma nessuno che li abbracci, che se ne prenda cura? Massimiliano Virigilio lo racconta  nel suo nuovo romanzo Le creature edito per Rizzoli. Storie di periferia, come vengono definite durante la presentazione dell’11 febbraio presso la Feltrinelli di Pomigliano d’Arco, ma una periferia dell’anima cucita addosso a questi bambini e senza precisi riferimenti geografici . L’intento dell’autore e giornalista napoletano infatti è proprio quello di scrivere un racconto universale perché universalmente valido; non solo perché ambientato in un posto che potrebbe essere tranquillamente un altro, nel quale varrebbero le stesse regole, ma soprattutto perché parla indistintamente di ogni bambino, mostrando come, proprio attraverso le reciproche differenze, di colore e di “regolarità”, essi vivono comunemente la condizione di sradicamento e d’imperfezione che alla fine è propria di ogni individuo. Le creature, la storia La pensione si trova nei pressi dell’aeroporto di Capodichino e il rumore dei motori di chi viene e va si sente forte da lì. Qui i figli degli irregolari, mai clandestini per Virgilio, (tutti siamo clandestini per qualcun altro), vengono lasciati da genitori che non possono crescerli. Fiori senza radici, ma che si ostinano ad aggrapparsi alla vita con tutte le proprie forze. Han è un bambino cinese. La mamma lo porta alla pensione, paga, e la Leonessa dice che i soldi basteranno fino a Ferragosto. Tornerà, dice. Han spegne il cuore, aspettando un messaggio che non arriverà. La Leonessa la chiamano così perché è vistosa e violenta, come tutte le creature che nascondono un dolore non risolto. E chi non si lascia attraversare dal dolore diventa spaventoso, ripete Virgilio. La sua cicatrice mai rimarginata è il gemello che ha perso quando era solo un bambino. Quello che sopravvive va in carcere. L’autore ci svela che la storia della leonessa si ispira a una donna che ha incontrato molti anni prima; aveva perso un bambino, il dolore forse più grande, e da allora non riusciva a rivolgere la parola a nessun altro bambino. Allo stesso modo la Leonessa aveva aperto la pensione, senza però mai occuparsi realmente dei bambini che accoglieva. Non cucinava mai. Così questi figli di nessuno, i fantasmini, (nome che riecheggia i calzini estivi, fastidiosi e invisibili) si aggirano per le strade della città come cani randagi in cerca di cibo, frequentando i posti più squallidi, vivendo come possono, come nessuno gli ha insegnato a fare. E per quanto la violenza e la crudezza non viene risparmiata mai, il libro di Massimiliano Virigilio non accusa ma denuncia e, attraverso la parola, avvicina […]

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Culturalmente

Uomini del bosco: scopriamo queste figure sospese tra mito e realtà

Spesso il mito si confonde con la realtà, fino a dimenticare dove inizia l’uno e termina l’altra. Così è avvenuto per i cosiddetti uomini del bosco, o uomini selvatici, miticamente conosciuti per essere delle creature schive e scontrose che vivono nei boschi, lontano dalla civiltà, allo stato brado. Spesso viene loro conferita una dimensione quasi divina; nelle favole, infatti, le creature del bosco hanno caratteristiche magiche o spaventose, legate al loro vivere appartate, avvolte da un alone di mistero e oscurità, attributi tipici del bosco archetipo, luogo dell’incognita ma anche dell’avvicinamento alla natura originaria e ancestrale. Ma scopriamo insieme quali sono le caratteristiche di queste emblematiche figure, che si muovono spesso tra realtà e leggenda. Uomini del bosco, tra realtà e tradizione mitica Gli uomini del bosco sono figure topiche presenti in numerose culture; in quella europea, per esempio, popolerebbero le Alpi italiane, svizzere e austriache, ma anche i monti polacchi e catalani. Anche nella cultura asiatica sono presenti creature simili, quali lo Yeti (tibetano), nonché nel Nord America (Bigfoot) e in Oceania, anche se non sempre questi personaggi assumono le caratteristiche tipiche dell’uomo selvatico, bensì divengono veri e propri primati poco evoluti. Nella cultura europea, invece, hanno un loro antenato nel fauno della cultura romana, personaggio mitico dell’ambiente agreste, o nel satiro, che però si avvicina maggiormente ad un animale. Le caratteristiche tipiche degli uomini del bosco si stabilizzano nel Medioevo, diventando archetipiche per le tradizioni successive. Nei poemi dei classici latini, tra cui le opere di Orazio e di Virgilio, queste figure assumono caratteristiche positive, diventando simili a protettori, più vicine al mito del buon selvaggio, che diverrà determinante con la teoria del Primitivismo e poi durante il Romanticismo, in particolare nelle opere di Jean Jaques Rousseau. Secondo il filosofo francese, in particolare, il “selvaggio” è un modello positivo, inteso come creatura incontaminata e pura, in stretto contatto con la natura, ma soprattutto non corrotta dal progresso. Via via tale figura va assumendo caratteristiche stereotipate, comuni nelle differenti culture. Caratteristiche tipiche Gli uomini del bosco vanno configurandosi come immagini simboliche tipicamente distaccate dalla civiltà, che vivono in maniera selvaggia e primitiva, isolati da tutti o in clan, ovvero gruppi di individui con i quali condividono le abitudini di vita. Le caratteristiche fisiche degli uomini del bosco sono accentuate dal contatto con la natura, mentre l’isolamento porta le qualità psichiche ad una progressiva attenuazione. La loro immagine è imbarbarita, la pelle è ricoperta di peluria simile al manto degli animali. Non hanno una dimora fissa, sono nomadi e, in condizioni atmosferiche avverse, si riparano in rifugi naturali o di fortuna. Spesso si specializzano, però, nella lavorazione e nella coltivazione di alcuni alimenti, oltre che nella caccia. Personaggi di questo genere diventano topici in letteratura. In Francia spesso assumono connotazioni positive più che negative: nel romanzo Yvain di Chrétien de Troyes, per esempio, l’uomo che si allontana dalla corte diventa selvaggio e vive nel bosco allo stato brado ma è proprio questa esperienza a permettergli di ridiventare un uomo degno […]

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