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Eroica Fenice

La Tag: salotto culturale contiene 220 articoli

Cinema e Serie tv

Alberto Angela racconta le Meraviglie di Ischia

Alberto Angela, il noto paleontologo e divulgatore scientifico, al timone di Ulisse, riparte per la nuova stagione di Meraviglie, da Ischia, dal Castello Aragonese, l’antico e suggestivo maniero dell’isola. La prima tappa dopo il Covid-19, una vera e propria ripartenza. Si torna sul set, con una puntata, che secondo le prime indiscrezioni, sarà carica di bellezze. La penisola dei tesori andrà in onda il prossimo autunno partendo dalle bellezze di Ischia. Alberto Angela, con Meraviglie, accompagna i telespettatori in un viaggio alla scoperta delle “Meraviglie” italiane. Un itinerario fra arte e bellezze naturali nei siti riconosciuti dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. Le bellezze d’Italia, i tantissimi musei, luoghi d’arte, cultura, i siti archeologici, ma anche le tante meraviglie naturali ed ambientali, architettoniche ed artistiche, non smettono di stupire; il noto ed amatissimo divulgatore, Alberto Angela, lo ha più volte sottolineato, durante i programmi condotti, ed infatti, anche ai giornalisti dell’isola d’Ischia, ha dichiarato: «Sono contento di ripartire, dopo un anno di stop, terribile, proprio dalle perle del Golfo di Napoli; tra queste appunto Ischia: un posto che fa sognare e dà anche molta voglia di buttarsi in mare anche se noi siamo qui per lavorare.» Alberto Angela e l’amore per la Campania Ricordiamo che il noto divulgatore, figlio dell’altrettanto celebre Piero Angela, ha sempre dichiarato il proprio amore per Napoli e la Campania, raccontandone le bellezze e la storia con intensità e bravura. Non è un caso, infatti, che lo stesso Alberto Angela, su proposta del sindaco Luigi de Magistris, abbia ricevuto la cittadinanza onoraria. Durante le scorse settimane, la tappa ad Ischia; sul Pontile aragonese, che conduce poi al Castello, ad Ischia Ponte, Alberto Angela, non si è sottratto all’abbraccio dei tanti, tantissimi fans. Con gentilezza e profonda umiltà, ha accettato di farsi fotografare, in una splendida location, all’ombra del Castello Aragonese e con le onde del mare in sottofondo. Il celebre presentatore televisivo, ma anche scrittore, paleontologo, da sempre affascina milioni di telespettatori, regalando perle di saggezza e storia, in un unicum che non smette mai di ammaliare. Alberto Angela è ritenuto un vero e proprio “simbolo” del palinsesto culturale Rai, volto noto sin dal 1993. Diffondere analiticamente e al contempo in modo semplice la cultura scientifica vuol dire garantire consapevolezza in chi guarda o ascolta. Sicuramente nel corso del tempo, il ruolo della tecnologia e delle cosiddette forme di comunicazione di massa ha influito, condizionandola, la diffusione scientifica, divenuta più minuziosa, attenta e ricca di particolari. Oltre alla bellezza, oggettivamente visibile, di un determinato luogo, ciò che importa è scoprirne gli aspetti culturali, le fondamenta storiche e le radici su cui esso si fonda. È così anche per Ischia, dove Alberto Angela, ha girato la puntata che i telespettatori vedranno in autunno. Non sarà solo la bellezza del Castello Aragonese ad affascinare, ma quanto quelle immagini, quelle riprese, grazie alla magistrale bravura di Angela, riusciranno sicuramente ad evocare. Meraviglie non mostrerà soltanto dei luoghi belli, ma quegli elementi che rappresentano la nostra identità; è un po’ come mettere una […]

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Riflessioni culturali

Perché iscriversi al Liceo classico: motivi e falsi miti

Iscriversi al Liceo classico è una scelta che riguarda sempre più studenti; infatti, secondo alcuni studi recentemente realizzati, tra i ragazzi intervistati, una percentuale piuttosto alta rivela di aver scelto tale indirizzo di studio o di averlo frequentato. Si tratta di una scuola superiore di secondo grado che, grazie allo studio di materie umanistiche e scientifiche, rappresenta un connubio perfetto per riscoprire la storia, rintracciando i segni del passato nel presente. Ma perché iscriversi al Liceo classico?  In questo momento, sembrerebbe che proprio tale indirizzo di studio sia quello che meglio aiuti i ragazzi a prepararsi alle sfide che li attendono. Grazie all’insegnamento della filosofia, ma anche le tantissime ore dedicate allo studio dell’italiano, gli studenti che scelgono il liceo classico riescono ad ottenere una preparazione ad ampio spettro. Inoltre, sono tanti gli insegnanti che sottolineano quanto lo studio delle materie classiche aiuti a ridimensionare la propria visione del mondo, aprendo a nuovi orizzonti. La scuola costituisce un immenso patrimonio culturale e pedagogico, di notevole spessore e quindi la scelta, soprattutto della scuola secondaria, è di particolare importanza. Indipendentemente dalla scelta, un istituto superiore di secondo grado dev’essere in grado di coinvolgere ed invogliare gli studenti ad apprezzare l’enorme rilevanza della cultura, dal linguaggio alla lettura, dalla matematica alla fisica, all’italiano, dalle materie artistiche all’educazione fisica. Ovviamente, va da sé che ogni scuola possa presentare dei livelli di complessità differenti, come nel caso del suddetto liceo classico. Una volta iscritti, il liceo (in questo caso classico) diventerà una sorta di “seconda casa”, in un percorso sicuramente dinamico ed impegnativo. Inoltre, sarà possibile svolgere una serie di materie extra-scolastiche, che daranno vita ad un percorso di studio ancor più interessante e stimolante. Liceo classico: tra falsi miti e modernità Uno dei luoghi comuni più diffusi è la convinzione che al Liceo classico non si studi la matematica. Nulla di più errato: l’insegnamento di tale materia è ovviamente previsto, anche se si affianca alle materie tradizionali, quindi a quelle di indirizzo: latino e greco antico. Il Liceo Classico è sicuramente la scelta migliore per chi ama le materie umanistiche, ma durante il percorso di studi sono presenti anche scienze, matematica e fisica, oltre alle lingue straniere come l’inglese. Tante materie, molte discipline mnemoniche che però diventeranno sempre più apprezzate. Iscrivendosi al Liceo classico, ovviamente, la mole di studio aumenterà rispetto ad un altro istituto superiore, ma si raggiungeranno degli obiettivi sorprendenti; esercitando molto la mente, infatti, tutto diventerà ponderato, ragionato e qualsiasi situazione o scelta che si paleserà ai nostri occhi potrà apparire più semplice. Comprovato è che studiando il greco e il latino, e in particolare traducendo le cosiddette versioni, si abitua il cervello all’attenzione al dettaglio e alla risoluzione di problemi complessi. Dunque, grazie allo studio approfondito ed analitico del latino e del greco (verso i quali spesso converge la maggior parte dei dubbi circa la scelta di questo indirizzo di studio), delle materie letterarie e della storia si scoprirà la vera identità dell’essere umano, lontano da come lo si vede […]

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Culturalmente

Diamanti di Gould: gli uccelli dai colori dell’arcobaleno

I diamanti di Gould sono piccoli uccelli passeriformi, apprezzatissimi per la vivace livrea dai colori dell’arcobaleno. Appartenente alla famiglia degli Estrildidae, il nome autentico, proprio della sua tassonomia, è Erythrura gouldiae. Tale esemplare viene scoperto infatti dall’ornitologo e naturalista britannico John Gould, nel corso dei suoi viaggi in Australia insieme a sua moglie Elizabeth dal 1838 al 1840. Proprio a lei dedica il nome, onorandola dopo la sua morte, battezzando così l’uccellino caleidoscopico più bello che avesse mai visto. Il diamante di Gould è l’uccello esotico per antonomasia, considerato dalla maggior parte degli appassionati e degli ornicoltori il più bell’uccello esotico del mondo, il più elegante e il più colorato. Diamanti di Gould. Caratteristiche, habitat e riproduzione Le piccole e affascinanti creature australiane misurano all’incirca 15 cm di lunghezza, compresa la coda, e pesano circa 15 grammi. Le femmine della specie generalmente si presentano più piccole e snelle rispetto ai maschi. L’aspetto è vistoso, con becco conico e tozzo. Ma è sicuramente la colorazione della livrea a destare maggiore interesse e stupore per i diamanti di Gould: nella forma ancestrale il dorso, le ali e la nuca sono tinti di verde brillante, il petto è viola, il ventre è giallo, il sottocoda è bianco, la faccia presenta una sorta di mascherina di colore rosso con orlo nero a formare una bavetta sotto il becco, e un ulteriore bordo di colore azzurro che sfuma nel verde del dorso. La coda è nera, il becco è color perla negli esemplari maschi e grigio nelle femmine, spesso con punta nera o gialla. Le zampe di color carnicino e gli occhi bruno scuro. Generalmente il sesso di tali esemplari si riconosce proprio per i caratteristici colori: nei maschi risultano molto brillanti, con petto ampio e mascherina estesa; nelle femmine il viola del petto si presenta invece tenue e sfocato, e gli stacchi da un colore all’altro sono meno evidenti e marcati rispetto ai maschi. Inoltre le femmine sono prive delle due timoniere filiformi allungate alla coda, tipiche invece del maschio. Tutti gli altri colori caratterizzanti i diamanti di Gould e le loro combinazioni, che esulano da quelli descritti, sono frutto di selezione umana in cattività. Il canto dei diamanti di Gould è molto raffinato, leggero e godibile. Proprio come i colori del piumaggio gli donano importanza e particolarità, ciò vale anche per il carattere, talvolta stravagante e lunatico, specie nel periodo dell’accoppiamento. Ciononostante, il diamante di Gould ha generalmente un carattere abbastanza tranquillo, risultando inoltre di indole socievole. Tende infatti a vivere in gruppi numerosi, talvolta anche in comunità con altre specie. Gli stormi si muovono tra le foreste e il suolo, se alla ricerca di nutrimento. Comunque sono generalmente stanziali, dal momento che i loro spostamenti avvengono in aree circoscritte (circa 40 Km quadrati) e lasciandole solo se c’è penuria di acqua e nutrimento. Il diamante di Gould è un uccello prevalentemente granivoro, nutrendosi di tutti i piccoli semi che il forte becco è in grado di tagliuzzare. Durante la stagione delle piogge […]

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Culturalmente

Satanismo razionalista. Caratteristiche e fondamenti

Si è parlato spesso di satanismo e delle pratiche occulte e liturgiche ad esso connesse. Meno forse di “satanismo razionalista”. Ma procediamo per grado. Col termine “satanismo” si intende un atteggiamento di ribellione a Dio, alla Chiesa e ai suoi dogmi, tradotto nell’adorazione della figura dell’Anticristo per eccellenza: Satana. Tale venerazione viene praticata da piccoli gruppi organizzati in forma di movimenti (conosciuti spesso come “sette”), attraverso pratiche culturali e cerimoniali, in netta opposizione all’osservanza dei precetti cattolici, che pertanto non vengono seguiti, commettendo i peccati che Dio maledice. Ma esistono diverse tipologie di satanismo, tutte accomunate dal medesimo rifiuto del controllo della propria vita da parte di terzi, abbracciando invece la concezione di una vita vissuta in maniera responsabile e autonoma, mirando alla realizzazione e alla libertà. Ciò che invece differenzia sostanzialmente le tipologie di satanismo è il diverso modo di concepire la figura di Satana. Per il “Satanismo occultista” è un’entità spirituale preternaturale, protagonista della corrente più “nera” del satanismo. La tendenza comune è quella di venerare Satana compiendo rituali magici finalizzati ad ottenere il suo aiuto e la sua protezione. Viene considerato invece come una divinità a tutti gli effetti nel “Satanismo spirituale”, che simpatizza per le religioni pagane, in particolare quelle sumero-babilonesi, rifiutando quelle ebraica e cristiana. Viene qui esaltata la meditazione, la cartomanzia, la numerologia, l’utilizzo dell’ouija e la pratica voodoo, propedeutiche per l’unificazione a Satana. Ancora, questi viene considerato come archetipo di uno stato di coscienza superiore dell’uomo nel “Satanismo gnostico”. Qui Satana è concepito come una divinità che ha dato all’uomo la capacità di evolversi, tornando al suo stato divino originario. E l’ignoranza, dunque, intesa come assenza di conoscenza, è concepita come peccato, condizione da cui l’uomo ha il dovere di riscattarsi, mediante lo studio approfondito e facendo tesoro delle esperienze di vita. E alcuni di tali princìpi risultano molto simili a quelli predicati e propugnati dal “Satanismo razionalista”, secondo la cui visione Satana non rappresenta una reale divinità da adorare e servire, ma il simbolo di autodeterminazione personale. Andiamo ad approfondire il concetto. Satanismo razionalista. Definizione e caratteristiche Il satanismo razionalista, meglio noto come “Satanismo di LaVey” o “Satanismo laveyano”, è una particolare visione del mondo e della vita, ufficialmente praticata dalla Chiesa di Satana, fondata dal teorizzatore esoterista, scrittore e musicista statunitense Anton Szandor Artur LaVey, vero nome Howard Stanton Levey, da cui il movimento trae nome. A capo dell’organizzazione c’è un “sommo sacerdote”, assistito dalla “gran sacerdotessa” legatagli sentimentalmente, e il sacerdote fu ovviamente LaVey dal 1966 al 1997. Attualmente è Peter Howard Gilmore, insieme alla moglie Peggy Nadramia. Tale Chiesa di Satana non fa affatto mistero della propria esistenza, tanto che il 6 giugno 2006 ha tenuto il suo primo rituale pubblico a Los Angeles. Il satanismo razionalista è ateo e concepito in chiave materialista, edonista, anticristiana e umanista. Si concentra sulla conoscenza, sull’esperienza diretta, sulla fiducia e sul sostegno delle scienze empiriche, sul libero pensiero, sulla creatività e la libertà personale, insieme alla crescita autonoma dell’individuo. Ma la differenza […]

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Culturalmente

Tafofobia. La paura dell’essere sepolti vivi

Le paure che ci angosciano sono tante e ognuno di noi vi reagisce in modo diverso. C’è chi ha paura dei ragni, chi degli spazi stretti e chi dei clown. Ma nessuna di queste potrebbe competere per livelli di angoscia e di terrore con la paura di essere seppelliti vivi: la tafofobia. Il terrore di ritrovarsi chiusi all’interno di una bara e seppelliti sotto cumuli e cumuli di terra in stato di coscienza ha sfiorato più di una volta i nostri pensieri e ha stimolato l’immaginario culturale e popolare. Basti pensare a La sepoltura prematura, racconto di Edgar Allan Poe del 1844 in cui vengono elencati esempi di uomini e donne sepolti ancora vivi e creduti morti. Chi ricorda poi Uma Thurman seppellita sotto metri di terra e chiusa in una bara che riesce a sfondare tramite una serie di pugni in Kill Bill: Volume 2? Ci sarà inoltre capitato di leggere sui giornali i tragicomici racconti di persone che si sono ritrovate in uno stato di morte apparente e che si sono svegliate durante il loro funerale, con tanto di parenti e amici affranti che si spaventano per lo stupore e l’incredulità. Tafofobia, invenzioni per contrastare la “morte apparente” Per evitare questi episodi spiacevoli fin dal diciannovesimo secolo sono state brevettate una serie di bare di sicurezza, dette anche safety coffin. La prima risale al 1790 e fu inventata per il duca Ferdinando di Brunswick. Era provvista di una finestra verso l’esterno, dalla quale passava la luce, e di un tubo per respirare. Venivano poi inserite due chiavi, una per la bara e l’altra per la tomba, nella tasca del sepolto. Nel 1822 Adolf Gutsmuth, medico tedesco, inventò una bara di sicurezza e decise di testarla su sé stesso, facendosi seppellire per un numero importante di ore. Essa era prevista di un condotto dal quale riceveva del cibo dall’esterno, riuscendo così a sopravvivere. Sette anni dopo il dottor Johann Gottfried Taberger brevettò un modello in cui mani, piedi e testa del defunto venivano legati a un sistema di corde, a sua volta collegato con un sistema di campane all’esterno che si sarebbero messe a suonare nel caso della presenza di una persona viva all’interno della tomba. Tuttavia l’invenzione si rivelò inutile, poiché la decomposizione naturale dei cadaveri provocava l’azionamento delle campane. Anche il medico statunitense Timothy Clark Smith si interessò all’argomento, essendo proprio affetto da tafofobia. A lui si deve l’invenzione di una cripta dal gusto decisamente “macabro”: la testa del defunto veniva lasciata verso l’esterno ed era coperta soltanto da una finestrella di vetro, in modo che il sepolto potesse avvisare i passanti della sua presenza. Curiosamente il dottor Smith, morto nel 1893, fu interrato proprio all’interno della sua invenzione visibile ancora oggi all’Evergreen Cemetery di New Heaven, nel Vermont. Sempre nell’800 il ciambellano russo Michel de Karnice inventò una tomba che porta il suo nome, la “Karnice”. Una sfera di vetro veniva collegata a una molla posizionata sul petto del sepolto e questa, a sua volta, era […]

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Libri

Blu, il nuovo romanzo di Giorgia Tribuiani

Blu è il nuovo romanzo dell’autrice Giorgia Tribuiani, edito da Fazi Editore. Trama “Blu è in realtà Ginevra, una diciottenne intrappolata in un circolo vizioso fatto di scaramanzie e rituali ossessivi. La ragazza è fidanzata, ma in realtà proprio quell’amore lei non riesce a sopportarlo e, divorata dai sensi di colpa, non lascia quella persona. L’unico suo vero amore è nei confronti dell’arte, con e attraverso la quale riesce ad esprimersi pienamente, senza nascondersi, oscurando qualsiasi mania o gesto ripetitivo”. Blu è blu, ma in realtà non lo è. Ha diciassette anni ma in realtà ne potrebbe avere anche otto. È una giovane donna, ma anche una bambina. “Questo” o “quello” non esistono: convivono, in un romanzo estremamente interessante e scattante. Piano piano il lettore imparerà a conoscere Blu, personaggio fuori dal comune, non semplice da capire, raccontato in seconda persona da qualcuno di cui non si conosce l’identità. Il libro può essere definito un vero e proprio “romanzo di formazione”, magari di difficile comprensione, almeno nei primi capitoli. Blu: un romanzo il cui filo psicologico è simile alla narrativa di Italo Svevo Sicuramente occorre una buona dose di concentrazione nella lettura, forte attenzione ad ogni minimo dettaglio, descrizione, frammento; solo così si riuscirà a progredire insieme alla protagonista del romanzo. Ricordiamo che uno dei dogmi su cui pone le basi il “romanzo di formazione” è quello della crescita personale di uno o più personaggi, attraverso il superamento di varie prove. Possiamo sicuramente dire che per il lettore accade una cosa simile: inizialmente Blu sembrerà un libro un po’ fuori dagli schemi, inusuale. Però la narrazione, pagina dopo pagina, troverà un proprio senso, insieme alla protagonista principale che vivacizza il tessuto narrativo. Leggendo Blu, viene fuori un vero e proprio universo artistico, quasi pittorico, all’interno del quale la protagonista, seppur con manie e fisime, si muove con leggiadria. Al contempo questo elemento si mescola alla visione femminile, o meglio, verso uno stile poetico femminile. È come se l’autrice si sdoppiasse per raccontare i disturbi di Blu, che magari alla fine del romanzo sarà chiamata in un altro modo, o assumerà un’altra dimensione personale. Un anelito di mistero e suggestione, abbraccia le parole del fitto romanzo, grazie alla bravura dell’autrice Giorgia Tribuiani. Raccontare i problemi di una ragazza la cui mente è piena zeppa di ossessioni, non è semplice. Comprenderli ancora meno. Potrebbe però accadere che proprio una narrazione, così ricca e vivace e così contrastante e a tratti dilaniante, risulti utile a chi soffre di una patologia simile, fungendo da supporto o conforto. Alla maniera di Italo Svevo, potremmo dire, l’autrice ripercorre cosa si nasconde dietro a quei gesti ossessivi, ripetitivi, ostinatamente perfetti. Così come ne La Coscienza di Zeno, in Blu si evidenzia una condizione psicologica che non ha una propria dimensione, strana, ma al tempo stesso affascinante, che si pone al limite tra passato, presente e un futuro incerto. Blu è tutto ciò: l’identità di una ragazzina appassionata d’arte, ripetutamente sbilanciata, afflitta da un disturbo di cui è […]

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Culturalmente

La Teoria della finestra rotta: studio sulla criminalità

La Teoria della finestra rotta è uno studio di carattere criminologico, secondo il quale i segni chiari del crimine, ma anche del comportamento antisociale e dei disordini civili, creano un ambiente urbano che incoraggia ulteriormente criminalità e disordine. Teoria della finestra rotta: gli ambienti degradati favoriscono la criminalità L’importante Teoria fu introdotta nel 1982 in un articolo basato sullo studio delle scienze sociali e demografiche a cura di James Q. Wilson e George L. Kelling. Cosa succede se si rompe un vetro di una finestra di un edificio (seppur fatiscente) e non viene riparato? La conseguenza è che probabilmente presto saranno rotti anche tutti gli altri. Lo stesso concetto può essere applicato alla società, o meglio, ad una comunità. Se quest’ultima presenta segni di disfacimento e degrado, senza che nessuno agisca, lasciando che tutto vada nel verso sbagliato, si genera criminalità. Prima dell’affermazione e lo sviluppo della tesi vera e propria, furono numerosi gli esperimenti e condotti sul campo soprattutto in America, e anche le ipotesi susseguitesi nel tempo. Diversi studi scientifici e di tipo psicologico, avvalorano la teoria della finestra rotta. È stato infatti sottolineato che un esempio di disordine, come ad esempio i graffiti o i rifiuti, può incoraggiarne altri come, ad esempio, il furto, o altri reati più gravi, dunque atteggiamenti inclini alla criminalità. In realtà, la teoria della finestra rotta, stabilisce che non sono gli ambienti in sé a determinare un atteggiamento di tipo criminale, ma la presenza in questi luoghi, di elementi “deleteri”, “fuori dal comune”, da emulare. In questo senso tutti quei fattori di degrado urbano e disfacimento e disordine sociale, contribuiscono e talvolta peggiorano la situazione, configurandosi come elementi da seguire ed imitare. La Teoria della finestra rotta ha sempre affascinato gli studiosi di ogni parte del mondo e ancora oggi ci si interroga sui vari fattori scatenanti, per provare a capirne di più e sulle considerazioni (opinabili e soggettive) che da essi scaturiscono. Nel corso del tempo sono stati condotti esperimenti di vario tipo, proprio per provare a capire bene in cosa consista tale Teoria. Uno degli esperimenti principali riguarda un parcheggio di biciclette accanto ad un recinto con un vistoso avviso “No Graffiti”. Ad ognuna delle biciclette parcheggiate viene appiccicato un volantino, in modo tale che il proprietario debba rimuoverlo per usare la bicicletta.  Se sul recinto non vi sono graffiti, il 33% getterà a terra il volantino; ma se invece vi sono graffiti, la percentuale salirà al 69%. Questo è solo uno degli esperimenti condotti, ma anche gli altri sono svolti su questa falsariga, alternando comportamenti corretti, moralmente e socialmente giusti, in luoghi degradati. Sicuramente si tratta di “prove sociali” basate su una forte impronta di tipo psicologico, oltre che comportamentale. Gli atteggiamenti di violenza e criminalità, secondo i due studiosi che svilupparono la Teoria della finestra rotta, creano un circolo vizioso, all’interno del quale le persone si dividono in due categorie: coloro che decidono di sottostare al sistema e quindi subiscono e coloro che invece ne fanno parte. In questo […]

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Culturalmente

Il carnevale degli animali: la celebre opera di Camille Saint-Saens

Il carnevale degli animali è un’opera molto celebre, composta da Camille Saint-Saens nel 1886, durante un periodo di riposo del compositore a Vienna. Camille Saint-Saens, fu un compositore, pianista e organista francese; la sua celebre opera fu eseguita pubblicamente per la prima volta nel 1922 diretta da Gabriel Pierné. Il carnevale degli animali: fascino senza tempo L’opera venne eseguita per la prima volta nel 1887, in forma strettamente privata, in occasione del martedì grasso. In realtà, l’idea di realizzarla in tale modo fu dell’autore stesso, il quale desiderava che l’opera fosse realizzata in pubblico solo dopo la sua morte. Secondo il compositore stesso e i critici del tempo, ma anche attuali, Il carnevale degli animali si contraddistingue per l’ironia e la forte retorica con cui paragona celebri artisti parigini a vari animali. L’opera si compone di quattordici brani, relativamente brevi e molto suggestivi, ciascuno dedicato ad un animale. Il primo componimento, La marcia reale del leone, descrive l’andamento sicuro e deciso dell’animale, sottolineato da accordi molto intensi. Il leone si prospetta come un animale fiero e forte, superiore agli altri, sui quali predomina. Con musicalità nettamente marcata si alternano archi e pianoforte. Il secondo brano che costituisce l’opera è Galline e galli. La musica rende orecchiabile anche lo starnazzare delle galline che chiassosamente cercano di farsi notare dai galli. Tutto è perfettamente reso con pianoforte, violini, viola e clarinetto. Il terzo brano è dedicato agli Emioni (degli animali velocissimi, asini e cavalli). La corsa veloce degli asini selvatici è resa dalla melodia sinfonica di due pianoforti, che con andamento rapido conducono agli arpeggi finali, altrettanti tali. Tartarughe è il simulacro dell’ironia propria dell’opera; quella nota simpatica e retorica soprattutto che la contraddistingue, rendendola immortale. Camille Saint-Saens sceglie il celebre Can-can dell’Orfeo all’Inferno di Jacques Offenbach, originariamente un travolgente balletto, proposto in versione lenta, in un certo senso adattato all’andatura di certo non rapida, delle tartarughe. Non manca un altro riferimento famoso nel quinto brano; si tratta de La Danza delle silfidi di Hector Berlioz, che anche in questo caso conferisce ironia al brano. Il protagonista è l’elefante che ovviamente è contrapposto alla leggiadria delle silfidi, creature leggiadre ed aggraziate: l’opposto rispetto al grande, goffo e simpatico elefante. Il sesto componimento è dedicato ai Canguri, i cui salti scattanti sono realizzati grazie a brevi successioni di note dei pianoforti; tutto è caratterizzato da un anelito di mistero e suggestione che accompagna e quasi “presenta” il brano successivo. Fraseggi, alpeggi, ma anche gli archi ed i pianoforti, accompagnano in un misterioso ed affascinante acquario, che dà il nome al settimo componimento. Gli strumenti scelti conferiscono briosità al brano, esprimendo musicalmente il suono onomatopeico delle bollicine che si intravedono nell’acqua, in un’atmosfera quasi onirica. Gli asini sono i protagonisti dell’ottavo componimento, il cui raglio è reso dall’alternanza tra note acute e basse, dei violini. Il titolo: Personaggi dalle orecchie lunghe può essere letto in chiave metaforica. Si allude ai critici che spesso si presentano con chiave saccente e saputa. A loro si riferisce il celebre […]

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Culturalmente

Donna etrusca, libertà ed emancipazione nel mondo antico

Non tutte le donne del mondo antico erano recluse in casa. La donna etrusca era ricca, libera e aveva gli stessi diritti degli uomini. «Le donne etrusche, a differenza di Penelope e Andromaca, non si accontentavano di attendere pazientemente a casa il ritorno degli sposi, ma prendevano legittimamente parte a tutti i piaceri della vita». Le parole dello storico francese Jean-Paul Thullier riassumono perfettamente la condizione particolare della donna etrusca, in un mondo non propriamente woman-friendly come quello antico. La libertà di cui godeva rappresenta l’eccezione in un contesto dove, in gran parte delle società antiche, alla donna venivano assegnati compiti che la escludevano dalla vita pubblica. Va però chiarito che questo scenario non si presentava in tutte le comunità etrusche (soprattutto in quelle a stretto contatto con la civiltà greco-romana, dove vigeva il modello della famiglia patriarcale), ma in Etruria, la vasta zona comprendente la Toscana, L’Umbria e l’Alto Lazio il cui sviluppo economico del VI secolo a.C. favorì la nascita di condizioni favorevoli all’ emancipazione femminile. Donna etrusca, le testimonianze storiche L’immagine di una donna libera ed emancipata provocava scandalo e ribrezzo presso gran parte dei contemporanei, che non si risparmiavano in giudizi spietati. Un esempio su tutti? Teopompo di Chio (IV secolo a.c.), storico greco che descriveva le donne etrusche con queste parole: «Le donne etrusche curano molto il loro corpo, spesso fanno ginnastica anche con gli uomini, e a volte da sole; non hanno vergogna a mostrarsi nude. E non banchettano con i propri mariti, ma accanto a chi capita e bevono alla salute di chi vogliono; sono anche grandi bevitrici e di bell’aspetto […] Non è riprovevole per i Tirreni abbandonarsi ad atti sessuali in pubblico o talora circondando i loro letti di paraventi fatti con rami intrecciati, sui quali stendono dei mantelli». Le parole di Teopompo, trascritte dallo scrittore di età imperiale Ateneo di Naucrati all’interno de I deipnosofisti, pur aiutando a comprendere la condizione “democratica” di cui godevano le donne etrusche, rasentano il moralismo più becero possibile, ma non solo: si possono considerare anche un ottimo esempio di fake news dell’età antica (un altro storico, Cornelio Nepote, definì Teopompo un «maldicente»), volte a sostenere come giusta l’immagine di una donna che invece doveva essere tagliata fuori dalla vita pubblica e dedita soltanto alla cura della casa e dei figli. La realtà era invece ben diversa, come dimostrano le tante testimonianze artistiche lasciate dal popolo etrusco. I nomi e i cognomi Di gran parte delle donne etrusche conosciamo i nomi. A differenza di quanto succedeva a Roma, dove la donna veniva identificata soltanto con il nome della famiglia (gens), in Etruria queste possedevano sia un nome che un cognome. A testimonianza di ciò ci sono le iscrizioni e le epigrafi non soltanto sulle tombe, ma anche su oggetti di uso quotidiano. Nel Museo Gregoriano Etrusco, all’interno dei Musei Vaticani, è conservata un’olletta, un recipiente che serviva a contenere gli alimenti, su cui si trova trascritta questa frase: “Io sono di Ramutha Kansinai”.  Un altro […]

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Culturalmente

Ulisse e Dante nel XXVI canto dell’Inferno

In netto contrasto con i gruppi di dannati, rappresentanti di un’umanità mediocre e volgare, che popolano le bolge precedenti, spicca per la sua isolata grandezza, al centro dell’ottava bolgia, la figura di Ulisse. Il nome di Ulisse giungeva alla cultura medievale come quello d’un uomo famoso per la sua abile arte oratoria e, insieme, per gli inganni che aveva ordito: un personaggio contraddittorio, magnanimo e calcolatore, certo più vicino all’avventuroso protagonista dell’Odissea che non all’eroe dell’Iliade. Ulisse prima di Dante Nel canto XXVI dell’Inferno, che accoglie nella sua seconda parte l’incontro di Dante con Ulisse, l’eroe è fiamma che brucia tra i consiglieri di frode, insieme a Diomede. Le ragioni di tale pena sono brevemente ricordate da Virgilio: l’inganno del cavallo di legno per entrare nella città di Troia e concludere così il lungo assedio; l’inganno ai danni di Achille, dalla madre Teti celato in abiti femminili alla corte di Licomede, re di Sciro, ma di lì strappato da Ulisse e Diomede giunti travestiti da mercanti; e il furto del Palladio, la piccola statua di Atene dal potere prodigioso, trafugata da Ulisse e Diomede introdottisi nottetempo in città sotto mentite spoglie (Eneide, II, 162 sgg.), per indurre i Troiani a ritenere di non esser più protetti dagli dèi. L’autore antico che, per così dire, consegna a Dante questo Ulisse, è Virgilio, che lo definisce scelerum inventor, cioè inventore-ideatore di azioni delittuose. Sulla tradizione classica dell’eroe greco, demone dell’inganno, Dante innesta il suo Ulisse, che ha generato, a sua volta, una fascinosa tradizione di scienziato e di esploratore, costante nei secoli, e giunta fino ai nostri tempi. La sete di conoscenza e la sua ambiguità Nell’Odissea sono presenti due temi che avranno grande risalto nell’episodio dell’Ulisse dantesco: il primo è quello della conoscenza del tutto (la tentazione delle Sirene, alla quale, se libero, Ulisse non resisterebbe); l’altro è quello del viaggio per mare che l’eroe avrebbe compiuto in età avanzata e della morte che gli sarebbe giunta sempre dal mare. Ebbene, l’Ulisse di Omero non è dimenticato da Dante, ma interpretato in modo nuovo: dinanzi ad egli, l’alternativa fra ammirazione e condanna si fa più forte in quanto, attraverso la storia di lui, il poeta affronta il problema della conoscenza, che sente centrale nella vita dell’uomo e, di conseguenza, costituisce il nodo essenziale del suo poema. E proprio la sete di conoscenza, l’ardore di svelare con la propria intelligenza tutti gli aspetti della natura umana e delle varie forme del creato fa di Ulisse il simbolo del mondo antico nella sua coscienza più alta. Ulisse, però, non ha il contemplativo distacco degli «spiriti magni» del Limbo, ma appare travolto da una passione che cancella in lui la necessità di controllare le doti naturali: sicché assume un significato profondo l’immagine della fiamma, che lo avvolge e lo tormenta. L’ansia di conoscere, che porta Ulisse alla sua epica e tragica fine, si traduce poeticamente nel solenne monologo, in cui il protagonista racconta il suo ultimo viaggio: dalla partenza alla descrizione dell’itinerario interno al […]

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