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Eroica Fenice

La Tag: salotto culturale contiene 187 articoli

Culturalmente

Maledizione di Tutankhamon: la leggenda legata alla tomba del Faraone

La Maledizione di Tutankhamon è una presunta maledizione, più che altro una leggenda, che si ipotizza abbia colpito coloro che parteciparono alla spedizione di ricerca dell’archeologo Howard Carter, che portò alla scoperta della tomba del Faraone nel 1922. Proprio questa scoperta si dice abbia infastidito il defunto Faraone che, come castigo per la violazione del luogo di sepoltura, abbia fatto morire tutti loro. Si narra che però questa storia fosse più che altro una trovata pubblicitaria dell’epoca, soprattutto perché vi furono date pochissime notizie in merito che trapelavano sia per la lentezza delle operazioni di ”svuotamento” della tomba (dato che il corpo di Tutankhamon fu analizzato solo tre anni dopo la scoperta), sia per l’esclusiva mondiale data al Times di Londra da Lord Carnarvon (finanziatore del ritrovamento), che tagliò fuori tutti gli altri quotidiani dell’epoca da ogni informazione, innescando così una violenta campagna denigratoria nei confronti della scoperta. Maledizione di Tutankhamon: la morte colpirà chi disturba il sonno del Faraone La Maledizione del Faraone, dunque, doveva colpire con la morte tutti quelli che erano entrati nella sua tomba. L’equipe finanziata da Lord Carnarvon era composto da: Howard Carter, capo della spedizione, morto diciassette anni dopo la scoperta; Arthur Cruttenden Mace, collaboratore, morto sei anni dopo; Alfred Lucas, chimico, morto ventitré anni dopo; Harry Burton, fotografo, morto diciotto anni dopo; Arthur R. Callender, ingegnere e disegnatore, morto quattordici anni dopo; Percy Newberry, egittologo, morto ventisette anni dopo; Alan H. Gardiner, egittologo filologo, morto quarantuno anni dopo; James H. Breasted, egittologo storico, morto tredici anni dopo; Walter Hauser, architetto, morto trentasette anni dopo; Lindsley Foote Hall, architetto, morto quarantasette anni dopo e Richard Adamson, poliziotto, morto sessanta anni dopo. Analizzando, quindi, tutti i componenti della squadra iniziale, solo la morte di Lord Carnarvon potrebbe coincidere con la scoperta della tomba, nonostante il fatto che anche quella avvenne per cause naturali poiché nel febbraio 1923, tre mesi dopo la scoperta, egli fu punto da un insetto e, dato che il clima egiziano è caldo e umido e la salute del nobile era già cagionevole a causa di un incidente, l’infezione gli risultò fatale. Dopo pochissimo venne costretto a letto da una fortissime febbre che presto si trasformò in polmonite ed egli morì, dopo una lunga agonia, il 5 aprile del 1923 al Cairo. Solo lui morì poco tempo dopo l’apertura ed altri due entro dieci anni, ma il resto degli studiosi e specialisti presenti trascorse la sua vita tranquillamente. A distanza di quasi cento anni, dunque, è possibile affermare che la famosissima storia che per quasi un secolo ha affascinato turisti e creato un’aura di mistero attorno alla tomba del celebre Faraone, è in realtà una semplice leggenda metropolitana. Fonte immagine: https://pixabay.com/photos/ancient-egypt-golden-mask-egyptology-1290752/

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Culturalmente

Epidemie nella storia: dalla peste di Atene al COVID-19

Le epidemie hanno caratterizzato la storia dell’uomo, causate dai nuovi patogeni veicolati da guerre, invasioni, esplorazioni e commerci. L’attuale pandemia di COVID-19 sta mettendo in luce l’incidenza delle malattie infettive anche nell’era della medicina moderna, rendendo evidente quanto l’onnipresenza di virus e batteri abbia caratterizzato la storia dell’uomo. Il loro dilagare è connesso ai contatti e alla mobilità prodottisi nel tempo a causa di guerre, invasioni, esplorazioni, esperienze coloniali e relazioni commerciali. Il continuo migliorare delle condizioni economiche ed igieniche delle popolazioni mondiali ha fortemente contribuito al dileguarsi di molte epidemie che costituirono una terribile minaccia per l’uomo nei secoli scorsi, come il tifo, il vaiolo, la peste, il colera, mentre restano ancora molto diffuse le infezioni da malattie virali tra cui soprattutto l’influenza. In particolare, epidemie di forte intensità nella storia europea sono state per lo più causate da zoonosi, ovvero dal passaggio di specie dagli animali all’uomo, in situazioni di stretta prossimità con gli animali e condizioni sanitarie precarie. Epidemie, dalla peste di Atene all’Ottocento La prima epidemia di rilevanza storica, descritta da Tucidide, si data al V secolo a.C., quando ad Atene divampò un morbo durante il secondo anno della guerra del Peloponneso, che decimò la popolazione e si diffuse in gran parte del Mediterraneo orientale, colpendo anche il grande stratega Pericle; la malattia è stata tradizionalmente considerata un focolaio di peste bubbonica, ma recentemente si è avanzata l’ipotesi che si trattasse di una febbre tifoide. Seguirono la peste antonina nella Roma del III secolo d.C., causata presumibilmente dal vaiolo, che provocò 30.000 morti, e la peste di Giustiniano, la prima peste bubbonica prodotta dal batterio yersinia pestis, che dilagò da Costantinopoli a Roma nel VI secolo d.C.; una seconda ondata del medesimo morbo, plausibilmente legata all’assedio tartaro di una colonia genovese in Crimea, ritornò otto secoli dopo, allorquando la peste nera di cui narra Boccaccio provocò all’incirca 30 milioni di morti, estendendosi dall’Italia a tutta l’Europa. Nei primi decenni del Cinquecento, i conquistadores spagnoli portarono in Sudamerica vari agenti patogeni sconosciuti ai sistemi immunitari delle popolazioni autoctone, come vaiolo, morbillo e febbre emorragica virale, producendo una vera e propria ecatombe nel numeroso esercito azteco di Montezuma e nella popolazione del Messico. Inoltre, il tifo nei secoli XV e XVI ebbe il suo epicentro dapprima in Spagna, poi in Italia, sterminando ancora nell’Ottocento l’esercito di Napoleone durante la campagna di Russia. Dal Novecento a oggi Nell’era moderna, l’epidemia influenzale “spagnola”, dall’elevata mortalità, falcidiò fra il 1918 e il 1920 decine di milioni di individui nel mondo, riducendo drasticamente l’aspettativa di vita dell’inizio del XX secolo. Negli anni Cinquanta, l’epidemia da poliomelite si estese in particolare nel Nord Europa e negli Stati Uniti, colpendo soprattutto i bambini sotto i cinque anni di età, provocandone la paralisi. Un episodio endemico di colera in Italia negli anni Settanta interessò il Sud, forse causato dal consumo di cozze crude contaminate dal vibrione, e fu scongiurato da un’operazione di profilassi attuata mediante l’uso di siringhe a pistola messe a disposizione dalla flotta […]

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Saartjie Baartman: la terribile storia della “Venere Ottentotta”

La disumana storia di Saartjie Baartman, una giovane donna di etnia khoikhoi vissuta tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, è una storia di derisione ed annichilimento, a cominciare dal nome stesso della popolazione indigena dell’Africa australe cui apparteneva, gli Ottentotti: i coloni olandesi insediatisi per primi nel XVII secolo intorno al Capo di Buona Speranza, infatti, schernirono i suoni avulsivi del linguaggio locale, così lontani dalla sonorità delle lingue europee, mediante il nomignolo hot-ten-tot, che pare significasse “balbuziente” nel dialetto dei Boeri. Nata nell’odierno Sudafrica, la giovane rimase orfana fin da piccola, scampata agli eccidi delle guerriglie fra i Boeri e le tribù dei Boscimani; fu, pertanto, assegnata ad una famiglia di Città del Capo e relegata in una condizione di semi-schiavitù all’interno di una fattoria. Tale status di asservimento rese semplice ai suoi sfruttatori ingannarla con la prospettiva di un riscatto sociale, se si fosse imbarcata con loro alla volta del Vecchio Continente per offrirsi alla curiosità degli Europei. Saartjie destava l’attenzione di tali avventurieri europei per le caratteristiche della sua fisicità: come tutte le ottentotte, aveva le natiche ipertrofiche e sporgenti, unitamente ai genitali esterni particolarmente sviluppati e pendenti, definiti “grembiule ottentotto” dagli anatomisti dell’epoca. Erano queste le caratteristiche su cui i due sfruttatori contavano di arricchirsi, costringendola ad esibirsi nelle fiere come fenomeno da baraccone. Saartjie a Londra e le esibizioni nei freak shows Sbarcata in Inghilterra nel 1810, Saartjie entrò nel circuito dei freak shows, spettacoli a pagamento particolarmente in voga tra la seconda metà del XIX secolo e la prima metà del XX, consistenti nell’esibizione di persone dall’aspetto inusuale o anomalo, come l’altezza o la presenza di deformità. Come attestano alcune locandine pubblicitarie del tempo, essa doveva apparire una selvaggia e lasciva “Venere nera”, sottoposta alla malsana curiosità del pubblico: fu, a tal fine, esibita seminuda in una gabbia accompagnata da un domatore munito di frusta. Terminata la sua esperienza inglese negli anni dell’abolizione della schiavitù, Saartjie fu venduta ad un impresario francese che la espose a Parigi in qualità di monstrum, ovvero di un fenomeno vivente della natura da sottoporre agli illustri anatomisti dell’epoca, che la ritrassero in numerose illustrazioni: all’epoca, infatti, l’antropologia era ancora in parte erede delle classificazioni del secolo precedente, che prevedevano anche l’identificazione da parte di Linneo di un Homo sapiens monstruosus. Gli anni parigini e l’incidenza di Cuvier Negli anni parigini, Saartjie aveva destato la curiosità del celebre anatomista George Cuvier, che ne richiese la convocazione allo scopo di esaminare a fondo la sua peculiare anatomia, alla stregua degli esemplari animali sui quali aveva costruito la sua fama di padre dell’anatomia comparata. Riuscì, però, a farlo solo alla sua morte: Saartjie, infatti, non sopravvisse al rigido inverno del 1816, logorata dal freddo, dall’alcool e plausibilmente dalla sifilide, o dal vaiolo, a soli 25 anni. Il suo corpo venne dissezionato e dal suo cadavere furono asportati apparato riproduttivo e cervello, immersi nella formaldeide e conservati in teche di vetro. Tali resti, insieme al suo scheletro e a […]

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Perbenisti: l’etimologia di una parola molto frequente nella società attuale

Perbenisti: parola che significa atteggiamento, modo di vivere di chi desidera apparire una persona raccomandabile secondo la morale borghese, comportandosi perlopiù in modo conformista. Deriva dalla parola ”perbenismo”, che a sua volta indica la persona perbene, “che è retta”. Nonostante questo significato originale, la parola perbenisti è mutata molto durante i tempi, poiché oggi non è usata per descrivere una persona soltanto onesta, seria e morale, ma è utilizzata principalmente per indicare chi assume questo atteggiamento in maniera negativa, ipocrita, ambigua e non sincera. Perbenisti e l’influenza nella società antica ed attuale Come si è visto, quindi, la parola perbenisti ha avuto una parziale evoluzione dalla sua etimologia iniziale; con la trasformazione di significato, la persona a cui viene attribuito questo aggettivo esprime un atteggiamento perbenista per ”mostrare” di avere qualcosa che “è giusto” agli occhi del contesto sociale e culturale ma che in sostanza non possiede o di “essere” parte della società anche comportandosi in maniera non sincera. Questo modo di fare, nel passato, lo si ritrovava principalmente negli ambienti nobili o in quelli borghesi, in cui una persona cercava di mostrare il suo volto migliore e cercava di nascondere dietro una parrucca, dietro un trucco particolare, dietro un finto sorriso da alta nobiltà/borghesia tutto quello che era il “marcio”. Secoli fa il perbenismo era usato anche per ingraziarsi il re, per avere il suo favore, cercando di dare a vedere le qualità migliori e alle volte anche per trarre in inganno lo stesso sovrano. Nella società attuale, invece, il perbenismo è, sì, usato ”a tu per tu”, ovvero in un dialogo faccia a faccia tra due o più persone ma, dato che nel corso degli anni c’è stato un progresso a livello soprattutto tecnologico, con l’avvento degli smartphone e dei social, gran parte della vita di ogni persona è anche mostrata sul proprio profilo Instagram, Facebook, Twitter etc… in cui ognuno cerca di mostrare il lato migliore di sé, con tutto il ”finto perbenismo” che ne deriva, postando determinate foto o frasi e cercando di apparire in un determinato modo. Come se una bacheca Facebook o Instagram si fosse trasformata in una serata di gala dei tempi antichi in cui ognuno sfuma o nasconde quella che è la realtà. Con l’arrivo dei social, infatti, questo modo di fare si è accentuato, anche se non è sempre detto che su queste piattaforme siano tutti perbenisti, nonostante sia davvero molto frequente.   Fonte immagine: Google immagini

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Culturalmente

Modena City Ramblers, intervista a Franco D’Aniello

Modena City Ramblers : intervista a Franco D’Aniello, musicista e flautista di Forlì (aa. 2017/2018) Genere: FOLK, COMBAT FOLK, FOLK ROCK, ROCK Ampia formazione emiliana nata nel 1991 che guarda all’Irlanda e rinnova tutto il vigore politico del combat-folk. Cosa vi ha spinto a interessarvi alla musica e com’è nata l’idea di mettere su una band? La spinta ad interessarsi alla musica inizialmente è sempre un fatto personale. Io fin da bambino ero appassionato di musica e iniziai con il flauto. I Modena City Ramblers verranno tanti anni dopo, in età adulta. Alcuni ragazzi che facevano parte di una band che suonava musica anni ’80 fecero un viaggio in Irlanda e furono folgorati dalla sua musica e dal modo di suonarla. Senza sovrastrutture, senza bisogno di dover apparire bravi per forza. Il lato puramente estetico nella musica irlandese è un fattore secondario. La stessa folgorazione che avevo avuto io tanti anni prima durante un viaggio in Irlanda. Ci conoscemmo e iniziammo a suonare esclusivamente per divertimento, passando di pub in pub. L’idea era quella di passare belle serate insieme ad amici che ci seguivano ovunque. Non avevamo nessuna velleità di sfondare e non immaginavamo che questo sarebbe poi diventato un lavoro vero e proprio. Mi parli della scelta del vostro nome. Il nome “Modena City Ramblers” è preso dai “Dublin City Ramblers”, un gruppo irlandese di folk simile al liscio. Significa “I girovaghi, vagabondi della citta di Dublino”. Ma ci sono anche i “Galway City Ramblers”, che sono un’altra band simile. Dovevamo suonare in un locale a Modena e allora ci siamo inventati questo nome che era molto musicale. Da allora non l’abbiamo più cambiato. Quanto conta per una band creare un proprio stile/identità? Per una band rock l’identità musicale è tutto, l’originalità sta alla base della musica pop/rock. Noi musicalmente abbiamo attinto dai gruppi folk-rock, soprattutto dai “Pogues”. Nel folk è molto più facile e soprattutto accettato l’essere molto vicini ad un’altra band. Nel nostro caso, però, ci siamo costruiti una vera identità nei contenuti. Fin da subito ci siamo interessati ai temi sociali e ci piace raccontarli nelle nostre canzoni. La resistenza, la lotta alla mafia sono quelli che ci hanno maggiorente ispirato nella nostra carriera. Grandi e piccole storie, spesso dimenticate o poco conosciute. Soprattutto storie di persone che hanno fatto la storia. Vicende di partigiani, di chi combatte la mafia e la vive sulla propria pelle ogni giorno. Sono queste le cose che ci interessano di più. Il brano che rappresenta i Modena City Ramblers? Il brano che rappresenta di più i Modena City Ramblers è sicuramente i “Cento Passi”, la storia di Peppino Impastato. Incarna tutto quello che dei giovani vorrebbero essere ma che purtroppo è difficile da conseguire. La libertà, in tutte le sue accezioni. La libertà di pensiero, di parola, di stile di vita. Quello che ci ha dovuto “insegnare” la storia di Peppino, che si prese letteralmente tutte queste libertà in un ambiente in cui, invece, non avrebbe dovuto. La mafia è […]

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Attualità

Cento anni dalla nascita di Gianni Rodari

Cento anni fa, il 23 ottobre del 1920, nasceva Gianni Rodari, l’unico scrittore Italiano della storia ad aver vinto il Premio Andersen. Uno scrittore geniale, con la missione di divertire con la fantasia i più piccini, commuovere gli adulti e ispirare gli artisti. Per i suoi cento anni, si mobilita il mondo dei social (ma non solo). L’edizione 2020 della Settimana della Lingua Italiana nel mondo – come ha ricordato il Ministro per i Beni Culturali, Dario Franceschini – è stata dedicata proprio al rapporto tra la parola e l’immagine, di cui Gianni Rodari, con le sue opere e con i suoi insegnamenti, è stato precursore. In più, le Biblioteche di Roma offriranno un ricco pacchetto di iniziative, eventi e mostre per festeggiare lo scrittore; al Lucca Changes (nuova edizione del Lucca Comics & Game, in corso dal 29 ottobre al 1° novembre), si terrà una mostra dedicata al centenario di Rodari con un variegato programma di attività, spettacoli e conferenze online; a Reggio Emilia (fino al 25 ottobre) si tengono i “Rodari Days”, in presenza e online, tra mostre, narrazioni, atelier e videointerviste; a partire dal 24 ottobre, sul sito www.archivioaperto.it, saranno visibili una serie di video inediti, tratti dall’Archivio audiovisivo Franco Cigarini, che ripercorrono, tra le altre cose, la visita di Rodari alla scuola dell’infanzia Diana di Reggio Emilia, dove lo scrittore – seduto su una piccola sedia circondato dai bambini – raccontò la storia de “Il Re dei Topi”. Alle differenti celebrazioni, si è poi aggiunta l’emissione di un nuovo francobollo Italiano dedicato proprio ai cento anni dalla nascita di Rodari. Il francobollo mostra un disegno realizzato dalla stesso scrittore: un bambino con un palloncino che reca la scritta “Omegna”, sua città natale, in Piemonte, dove – in sua memoria – è stato realizzato nel 2002 il “Parco della Fantasia”. Ma Rodari non fu soltanto lo strepitoso inventore di favole e filastrocche per bambini. Fu un giornalista, poeta, partigiano. Trasferitosi in provincia di Milano da bambino, frequentò prima il seminario e, poi, si diplomò come maestro, lavorando anche come precettore privato. Iniziò gli studi universitari presso l’Università Cattolica di Milano, ma li abbandonò presto. Esonerato dal servizio militare durante la Seconda guerra mondiale, partecipò alla Resistenza, disertando la Repubblica di Salò e avvicinandosi al Partita Comunista Italiano. La sua attività di giornalista iniziò ufficialmente nel 1945, in particolare all’Unità (dove fondò “La domenica dei piccoli”), e poi con Paese Sera. Già nel 1952, però, quando più di trecento operai restarono chiusi per oltre un mese nella miniera di zolfo più grande d’Europa, a Cabernardi e Percozzone, in provincia di Ancona, in segno di protesta contro le ottocentosessanta lettere di licenziamento ricevute, Gianni Rodari raccontò in un reportage ai lettori di “Vie nuove” quest’esperienza di lotta sindacale con la stessa sensibilità e intelligenza che lo avrebbero poi contraddistinto come scrittore per l’infanzia. Le sue prime pubblicazioni di libri per ragazzi furono Manuale del pioniere, Il libro delle filastrocche e Il romanzo di Cipollino. Fu presto notato dalla Einaudi, che cominciò a pubblicare […]

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Culturalmente

Cover più belle del mondo: 10 incredibili successi

Tantissimi sono i brani musicali che hanno fatto la storia della musica italiana e internazionale. Successi intramontabili, divenuti autentiche colonne sonore della nostra vita, pezzi di ricordi, di storie d’amore sbocciate o naufragate. Molti di questi brani sono inimitabili, eppure diversi artisti si son cimentati nella rischiosa impresa di riproporli, modificandone un po’ il testo o semplicemente l’arrangiamento, dando vita così alle cover più belle del mondo. Vediamo insieme la nostra classifica. Cover più belle del mondo. Top 10 Tra le cover più belle e meglio riuscite, va annoverata senza dubbio Knockin’ On Heaven’s Door dei Guns N’ Roses. Si tratta di una reinterpretazione in chiave hard rock del famoso successo di Bob Dylan, realizzato nel 1973 come colonna sonora del film Pat Garrett e Billy Kid. Un testo poetico e impegnato, che pone al centro la vita di un soldato che si sta spegnendo: sono gli anni della guerra in Vietnam, un contesto che poneva in ginocchio l’America e le sue forze armate. Non è casuale dunque la scelta di un soldato come protagonista, così come la figura materna, reiterata nel testo come anafora. Un brano già fortemente riuscito, e ancor più valorizzato dalla penna e dalla voce della band statunitense Guns N’ Roses nel 1992, contribuendo ulteriormente al successo della canzone, aggiungendo una strofa che si discosta un po’ dal significato originario del brano. Evidente inoltre il tocco rock nella cover – rispetto allo stile di Bob più poetico e contenuto – che infonde al testo maggiore energia, grazie anche agli intermezzi strumentali con chitarra, che fanno levitare. Tra le cover più belle si menziona con orgoglio I Will Always Love You. Ebbene, il brano raggiunge l’apice del successo, grazie alla straordinaria voce di Whitney Huston. Tale popolarità giunge nel 1992, quando la cantante statunitense reinterpreta il brano come colonna sonora del film Guardia del corpo, recitando lei stessa accanto a Kevin Costner. Il singolo fu il più venduto nella storia di un’artista femminile, con oltre sedici milioni di copie. Ma forse pochi sanno che I Will Always Love You è un successo antecedente alla Huston, firmato Dolly Parton. La cantautrice statunitense compose la canzone nel 1974, dedicandola a Porter Wagoner, suo socio, in riferimento alla fine della loro partnership, amichevole e professionale. Questa versione originale si presenta con uno stile marcatamente country, con intermezzi di chitarra, più contenuto e con arrangiamento più scarno. Whitney Huston, diciotto anni dopo, fa proprio quel brano; particolarissimo l’inserimento del sax a metà canzone, suonato da Kirk Whalum. Fu un successo internazionale, facendo schizzare alle stelle la fama della Huston. Una dichiarazione d’amore, seppur semanticamente più distante dall’originale, in una versione ancor più romantica, dai toni più struggenti ed intensi, il tutto accompagnato dallo straordinario timbro di Whitney e il fantastico arrangiamento. La protagonista di Guardia del corpo attacca a cantare a cappella, e da lì brividi ed emozione pura! Tra le cover più complesse, sia nell’interpretazione, sia nel significato, che nell’arrangiamento riproposto dai vari artisti, si annovera senza dubbio Hallelujah. Scritta […]

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Mario Bambea: un dualismo perfetto nella società odierna

L’intellettuale Mario Bambea conquista il web, e sono sempre più numerosi coloro che riflettono su una figura così enigmatica e interessante al tempo stesso. Dov’è Mario (Bambea)? La serie si compone di quattro puntate, scritte da Guzzanti e Mattia Torre e dirette da Edoardo Gabbriellini, trasmesse lo scorso maggio, di martedì. Più che una commedia, quella di Guzzanti è stata definita una “serie lunga” e sul web c’è chi ha definito Mario Bambea “un insopportabile intellettuale di sinistra”, altri invece lo hanno adorato, o meglio, in realtà impazzivano per Bizio, l’altra faccia della medaglia, il comico coatto che, tra le altre cose, nutre un profondo odio per i centri commerciali. Mario Bambea, interpretato da Corrado Guzzanti, è l’alter ego di Bambea, un rozzo comico romano ironico e tremendamente volgare, reduce da uno sdoppiamento della personalità, che si palesa a seguito di un incidente stradale. Secondo la dinamica, probabilmente a causa di un improvviso colpo di sonno, l’intellettuale Mario Bambea, rimane vittima di un incidente stradale, mentre rincasava, dopo un convegno. Bambea non è esclusivamente un intellettuale, la sua figura racchiude in sé, anche l’identità del filosofo, del politico, dello scrittore e anche dell’opinionista, naturalmente polemico. Un uomo molto intelligente, considerato di sinistra, a tratti insopportabilmente coerente, troppo, in crisi con se stesso e con i propri ideali, quelli in cui con convinzione crede ma che al contempo sono pressoché labili, specchio della società culturale attuale. Dopo l’incidente in cui è coinvolto, Bambea, entra in coma, anche se non si sa per quale preciso motivo, gli amici (o presunti tali) lo credono già morto, come se fosse assente. Trascorso relativamente poco tempo, l’intellettuale pignolo e polemico, si risveglia, ma deve fare i conti con un aspetto ben radicato nel suo ego, qualcosa che non poteva considerare, Bizio. Il personaggio dal nome buffo, rappresenta la sua perfetta contrapposizione, tutto ciò che egli in realtà non è, o meglio, probabilmente crede di non essere. I suoi atteggiamenti, considerati strani dalla famiglia, vengono fuori di notte, quando Fabrizio, ossia Bizio Capoccetti, girovaga per Roma, nelle vesti di un comico notevolmente apprezzato. Naturalmente tutto ciò prende vita da una patologia nota, ossia, lo sdoppiamento della personalità, con la quale, l’amato e odiato protagonista, oramai scisso in due entità diverse, deve fare i conti. Un particolare da non sottovalutare, all’interno di questa vera e propria commedia dai toni intellettuali e dalle sfumature socio-culturali, è che solo Dragomira, l’infermiera che segue la riabilitazione di Mario Bambea, è a conoscenza della doppia vita dell’intellettuale e prova a tenerla nascosta, soprattutto agli occhi dell’opinione pubblica. Una vera e propria “commedia sociale” Una commedia pungente con un protagonista altrettanto tale, sia nelle sue vesti “normali”, sia tramutato in ciò che probabilmente non è mai venuto fuori della propria personalità. Per la caratterizzazione dell’intellettuale, nel corso delle riprese, tra il mondo intellettuale e quello comico, più dispersivo e ovviamente meno serio, i critici hanno notato una possibile somiglianza fisica (non voluta e del tutto casuale) con Vittorio Sgarbi, che rende il […]

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Ercole e Lica: la scultura di Canova che ha proclamato la sua grandezza

Ercole e Lica è un gruppo scultoreo in marmo eseguito da Antonio Canova tra il 1795 e il 1815, conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Qui, il mito, la realizzazione e varie curiosità. La realizzazione e l’ardua vendita dell’ Ercole e Lica Era il 1795 quando la statua canoviana di Venere e Adone giunse a Napoli e fu collocata nel giardino del palazzo Berio. Ebbe cosi tanto successo che il marchese Francesco Berio dovette vietarne la visita al pubblico. Tale consenso di pubblico, tuttavia, non fu la chiave della fama di Antonio Canova, poiché le sue prodezze artistiche gli valsero l’appellativo di “scultore grazioso”. Negli ambienti accademici di quegli anni essere definiti graziosi significava avere uno stile “sdolcinato, debole ed effeminato”. Nel breve soggiorno a Napoli, il conte Onorato Gaetani dell’Aquila D’Aragona, durante una cena, suggerì una strategia per eliminare dalle opere canoviane quella fastidiosa etichetta. Fu così che don Onorato propose ad Antonio D’Este, veneziano coetaneo di Canova, di commissionare all’artista una scultura che rappresentasse Ercole furioso che getta in mare Lica. Questa sorta di scommessa fu accettata di buon grado dallo scultore che appena tornato a Roma fece dell’opera un bozzetto in cera. La scultura sarebbe stata fatta prima in gesso e poi trasformata in marmo; nello specifico sarebbe stata creata una scultura di quasi tre metri e mezzo, dal costo di tremila zecchini d’oro, prezzo che avrebbe pagato don Onorato in tre rate. Per un anno e mezzo l’opera rimase incompiuta, fino a quando Onorato Gaetani ritirò la sua offerta, complici le vicende militari che tediavano il paese. Una nuova opportunità cambiò le sorti del Canova quando l’esercito austriaco sconfisse le truppe francesi. I Veronesi erano così entusiasti per quella vittoria che vollero installare un grosso monumento in memoria del successo militare e della liberazione. Fu in quel momento che il critico d’arte Giovanni de Lazara si rivolse a Tiberio Roberti, caro amico di Canova, per proporre allo scultore la realizzazione di una grande opera. Canova pensò che la scultura Ercole e Lica potesse essere congeniale alla richiesta. Dopo un fitto scambio epistolare con la municipalità veronese, si siglò l’accordo: Ercole e Lica fu venduta per tremila zecchini. Ancora una volta, però, l’incarico venne nuovamente arrestato da una serie di vicende politiche. La vendita finale fu aggiudicata a Giovanni Torlonia, che acquistò l’Ercole e Lica per 18.000 scudi. Nel 1815 la scultura fu terminata definitivamente ed esposta in una sala rotonda appositamente costruita dal Valadier, con cupola a luce zenitale. In occasione dell’inaugurazione, si registrò un grande successo dei visitatori. L’opera, che era nata per una scommessa ed aveva vissuto varie tribolazioni durante la sua costruzione, fu la chiave principale per trasformare l’arte canoviana da graziosa ad eroica. Il significato dell’ Ercole e Lica Il momento che viene rappresentato è quello in cui Ercole sta scagliando in aria Lica, il quale aveva consegnato all’eroe una tunica da parte di sua moglie Deianira. Quando il centauro Nesso tentò di rapire Deianira, Ercole lo uccise con una freccia […]

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Napolitudine: a smania ‘e turnà

Una strana malinconia, accompagnata da una dolce nostalgia e da quel pizzico di gioia. Una sensazione che riempie cuore, mente, anima e sensi. Un’emozione speciale, che racchiude un universo in un unico termine: “napolitudine”. Non è semplicissimo spiegare cosa sia la napolitudine, ma son riusciti egregiamente nell’impresa lo scrittore, regista e filosofo partenopeo Luciano De Crescenzo, insieme all’umorista, comico, attore e scrittore napoletano Alessandro Siani, attraverso il libro Napolitudine. Dialoghi sulla vita, la felicità e la smania ‘e turnà, edito da Mondadori. Cosa esprime dunque questo sentimento così unico e straordinario? Napolitudine. Cos’è «E moro pe’ ‘sta smania ‘e turnà a Napule…» (Da Munasterio’e Santa Chiara di Roberto Murolo). Proprio questo indica la napolitudine. È una smania che ribolle nelle vene e che fa fremere corpo e mente per il desiderio di tornare, sentito ardentemente da chi, per motivi disparati, è costretto a lasciare l’amata Napoli. È una sensazione di malinconia, mista a quella nostalgia propria del distacco da ciò che si ama, da ciò che è parte di sé. Ed è una sensazione così inedita e particolare da essere provata persino dai napoletani che la città non l’hanno mai lasciata. I portoghesi la chiamano “saudade”, ma il sentimento è il medesimo: la malinconia, appunto, quella smania ‘e turnà – come recita l’intramontabile canzone di Murolo – che attanaglia i partenopei, costretti a lasciare la città per lavoro, o i turisti, che ne hanno subìto il fascino e pertanto amareggiati nel ripartire, lasciando la terra dei misteri e delle meraviglie. La verità è che Napoli è una terra uguale solo a se stessa, diversa da qualsiasi altra città al mondo. Descritta, apprezzata ed amata da poeti e scrittori, e rappresentata in film, opere teatrali e canzoni. Lo scrittore tedesco Goethe, durante il suo tour, così appuntava nei suoi diari: «Vedi Napoli e poi muori». Sì, perché è impensabile ed assurdo non gustarne i sapori, non percepire l’arte e la cultura che la animano, non osservarne la bellezza che delizia i sensi e la mente. È impossibile esistere, calpestare questa terra e non vivere Napoli, almeno una volta nella vita! Ebbene Napolitudine nasce dall’incontro di due generazioni distanti un cinquantennio, entrambi napoletani e con un medesimo sentimento da condividere. Seduti al tavolino di un bar cominciano a scambiarsi varie considerazioni, le stesse che alimenteranno il libro, partendo dal concetto di felicità, per giungere poi alle differenze tra nord e sud. De Crescenzo e Siani fanno appunto riferimento alla già citata malinconia, che funge da collante tra i termini “Napoli” e “latitudine”. E quell’incontro, quelle chiacchierate amichevoli ispirano la copertina di Napolitudine. Si tratta di un disegno di De Crescenzo, che ritrae due vecchi pini di Napoli, quelli che un tempo ne adornavano il panorama da Posillipo. Per la copertina i pini vengono umanizzati e si parlano, proprio come due vecchi amici, come Luciano e Alessandro. Qui emerge il senso di Napolitudine, ossia un dialogo su quella sorta di inspiegabile nostalgia «perché a me Napoli manca sempre, persino quando sono lì. Io […]

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