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Eroica Fenice

La Tag: salotto culturale contiene 239 articoli

Culturalmente

La Libertà che guida il popolo. Il simbolico dipinto di Delacroix

La Libertà che guida il popolo è forse il più celebre dipinto a olio su tela (260×325 cm) realizzato dal pittore francese Eugène Delacroix nel 1830 all’età di trentadue anni. Attualmente conservato al Museo del Louvre di Parigi, il capolavoro dalla forte carica simbolica celebra il popolo francese in rivolta, guidato dalla giovane personificazione della libertà. E cosa c’è di più attuale oggi! Oggi che si ha tanta sete di libertà e rivoluzione, in alcuni Paesi più che in altri, come l’Afghanistan, che vive momenti drammatici per l’oppressione di minoranze dispotiche e per la barbarie utilizzata come strumento per usurpare quella libertà, quella “normalità” conquistata con lotte e coraggio. E da questo punto di vista, la Francia ha insegnato tanto nel percorso storico, e da insegnare ha ancora tanto alle menti e agli animi pigri e riluttanti! Ma tornando al dipinto di Delacroix, sarà opportuno analizzarne il contesto storico, la rappresentazione e il simbolismo per comprenderne appieno il significato. La Libertà che guida il popolo. Contesto storico ed esposizione L’opera nasce in relazione ad un evento contemporaneo all’autore, a cui, attraverso l’arte, decide di partecipare appassionatamente, piuttosto che evadere dalla realtà. «Ho cominciato un tema moderno, una barricata… e, se non ho combattuto per la patria, almeno dipingerò per essa…» (Eugène Delacroix in una lettera al fratello riferendosi a La Libertà che guida il popolo). Nel 1829 il nuovo re di Francia Carlo X di Borbone affida il nuovo governo clerical-reazionario al capo della Congregazione Jules de Polignac, adottando una politica spiccatamente autoritaria ed emanando una serie di provvedimenti legislativi con i quali viene ristabilita la censura. Ciò scatena la legittima furia dei parigini che, dal 27 al 29 luglio 1830, si ribellano contro l’autorità regia, alzando le barricate nelle strade di Parigi, le cosiddette “Tre Gloriose Giornate”. Con il trionfare dell’insurrezione, Carlo X licenzia i suoi ministri, revoca le ordinanze emesse, fino ad abdicare, riparando in Inghilterra. I moti rivoluzionari in effetti portano in soli tre giorni al rovesciamento del regno di Carlo X e all’instaurazione della monarchia costituzionale sotto Luigi Filippo d’Orléans. È proprio questo il cruciale episodio storico che Delacroix decide di immortalare nel suo dipinto La Liberté guidant le peuple. Esposta al Salon nel 1831, l’idea del nuovo governo è quella di esporla, dopo l’acquisto per 3.000 franchi, nella Sala del Trono del Palazzo del Lussemburgo quale monito del “Re Borghese” Luigi Filippo, asceso al trono dopo la fuga di Carlo X. Tuttavia l’opera, ritenuta estremamente pericolosa e “rivoluzionaria”, viene invece prudentemente confinata in un attico, precipitando nell’oblio. La sua esposizione vede nuovamente la luce solo nel 1848, in occasione della Terza Rivoluzione, e nel 1855 all’Esposizione Universale di Parigi, trovando la sua definitiva collocazione presso il Museo del Louvre solo a partire dal 1874, dove è tutt’oggi esposta. La Libertà che guida il popolo. Descrizione e confronti L’opera è allegorica e reale insieme, in quanto fonde elementi inventati, ossia personificazioni, e personaggi reali. Vediamo in che modo. La Libertà che guida il popolo rappresenta tutte […]

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Culturalmente

Poesie sulla Luna: 7 tra le più belle, magiche, profonde ed evocative

Poesie sulla luna, le nostre preferite La Luna. Quest’incantevole, incostante e meraviglioso satellite! Musa ispiratrice di poeti, racconti, sceneggiature e canzoni. Testimone d’amore, d’intrighi, di solitudine, malinconia e sogni. Fortemente connessa con gli stati emotivi dell’anima e influente sulle maree naturali e umane. La Luna diviene pertanto protagonista di una miriade di versi, che regalano straordinarie poesie sulla Luna. Da Alda Merini a Giacomo Leopardi, passando per aforisti e cantori di musical, fino all’irriverente Charles Bukowski. Analizziamole! Poesie sulla Luna. Paura, speranza, consapevolezza, evasione Cominciamo con una poesia autobiografica, che si districa tra buio e luce, tra paura e speranza. È Canto alla luna di Alda Merini. «La luna geme sui fondali del mare, o Dio quanta morta paura di queste siepi terrene, o quanti sguardi attoniti che salgono dal buio a ghermirti nell’anima ferita.   La luna grava su tutto il nostro io e anche quando sei prossima alla fine senti odore di luna sempre sui cespugli martoriati dai mantici dalle parodie del destino.   Io sono nata zingara, non ho posto fisso nel mondo, ma forse al chiaro di luna mi fermerò il tuo momento, quanto basti per darti un unico bacio d’amore» È un pathos quasi disperato, arroccato nel buio che troppo spesso caratterizza la condizione umana, soprattutto se a guidarlo è la malattia, il morbo che chiama la morte. Ma anche l’oscurità può essere illuminata dalla luce della speranza, che da flebile può divenire persino forte. È ciò che si evince nell’ultima parte della poesia, in cui si comprende come un’anima afflitta dal tetro destino possa ancora brillare sotto la luce della Luna, che segue ogni cosa, l’anima, i sensi e i sentimenti dialettici. E quella luce guida all’amore, che ancora riesce a sollevare il cuore turbato dell’autrice. E anche se si sente una zingara, una nomade errante nel mondo e nella vita, la luce della Luna, che è luce d’amore, riesce, seppur per un tempo limitato e fugace, a riportarla in vita, rischiarando le tenebre di una lenta morte dell’anima e fisica. Se nella poesia di Alda Merini si evince una dimensione dialettica, passando dalla disperazione alla speranza, in Canto notturno di un pastore errante dell’Asia emerge tutta la consapevolezza della drammaticità della condizione umana, ben espressa dal profondo poeta pessimista Giacomo Leopardi. Si riportano di seguito alcuni dei versi più significativi di questo Canto immortale. «Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti; indi ti posi. Ancor non sei tu paga? di riandare i sempiterni calli? Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga di mirar queste valli? Somiglia alla tua vita la vita del pastore. Sorge in sul primo albore move la greggia oltre pel campo, e vede greggi, fontane ed erbe; poi stanco si riposa in su la sera: altro mai non ispera. Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?»   […]

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Musica

Cuccurucucù Paloma: il mondo grigio e blu di Battiato

Cuccurucucù Paloma è uno dei brani più celebri di Franco Battiato. Più che una canzone, come succede spesso per il cantautore, è un vero e proprio testo poetico, dal significato profondo. Il titolo deriva dall’onomatopea del verso delle colombe in lingua spagnola; il significato della canzone si basa sulla perdita di una persona amata e sulla sofferenza ad essa collegata. La canzone fu scritta dal cantautore messicano Tomás Méndez nel 1954. Nel corso degli anni, il brano è stato utilizzato come colonna sonora in svariate opere cinematografiche. Cuccurucucù Paloma: significato, temi e filosofia di vita La canzone è una sorta d’elegia liceale, un romanzo di formazione “de minimis”, uno scorcio dell’io giovane, che esprime una profonda vocazione per la persona (l’io poetico) e poi per amore (Paloma). Nelle canzoni, la primogenitura del richiamo colombale appartiene al messicano Mendez (1954), seguita qualche anno dopo dal più noto song di Harry Belafonte, il re del calypso. Il Cuccuruccucù di Franco Battiato rappresenta il primo e riuscito esempio di rivisitazione del testo conciniano. La rivoluzionaria rielaborazione del Maestro catanese Ovviamente nel caso di Franco Battiato, si tratta, così come per altri celebri testi, di canzoni filosofiche. L’illimitato è associato, tramite un parallelismo e attraverso la metafora, all’Infinito Leopardiano, in un susseguirsi di concetti che richiamano alla mente diverse suggestioni; in questo modo si crea, nel caso del cantautore italiano, un rapporto sospeso tra narratore ed ascoltatore. È come se fossero annunciati più concetti contemporaneamente, e non si riesce mai a comprendere quale sia quello principale. Tanti i temi che s’intrecciano tra loro, e difficilmente se ne viene a capo; forse è proprio questa la bellezza infinita della musica di Battiato. Tutto ciò contribuisce a rendere le canzoni dell’autore incommensurabili, con parole che sfiorano i caratteri insiti nell’io, con filosofia e raziocinio. Una connessione con l’universo, di cui Cuccurucucù Paloma rappresenta il fulcro di un’indagine narrativa e stilistica, nel modo in cui avviene nella poesia. Ricordiamo che Franco Battiato, super conosciuto e molto apprezzato nell’ambito musicale non solo italiano, era un artista impossibile da etichettare, così come accade in questa canzone. Anche in Cuccurucucù Paloma viene fuori l’immagine di un intellettuale che ha sempre guardato la società e il mondo da un punto di vista personale e originale. Chi non ricorda Battiato? Chi non ne conserva le note in mente? Chi non si lascia ancora suggestionare dalle amabili note che proferiva il cantautore? E ancora i suoi testi volutamente ermetici, evocativi ed irriverenti, se non spensieratamente e (solo apparentemente) paradossali. Se Cuccurucucù Paloma nasce come un fonema evocativo, il testo ricorda gli anni della giovinezza, quella che ancora rievoca ascoltandola oggi. Il testo, celebre e reinterpretato da numerosi artisti attuali, è un racconto per immagini, ma anche elementi tra loro dissociati, talvolta strani, inconciliabili, immersi in precisi contesti storici. Le note del basso e della batteria sono talmente affascinanti e coinvolgenti che rendono la canzone quasi comprensibile a tutti. Cuccurucucù Paloma non è una canzone che s’impara a memoria, come si è soliti fare con i testi della musica moderna, […]

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Fun e Tech

I videogiochi sono debitori verso Italo Calvino e James Joyce ?

Videogiochi, Italo Calvino e James Joyce; quando il mondo videoludico è fortemente debitore alla letteratura novecentesca Gli attuali videogiochi di ultima generazione, con trame  sviluppate e una maggior cura per i dialoghi e per le scenografie oltre che per la progettazione, vengono sempre più spesso accostati a prodotti artistici al pari di canzoni o film. Per quanto sembri assurdo, esiste un sottile legame che collega la letteratura, quella modernista e post-modernista, all’industria videoludica e questo sembra sempre più evidente, infatti molti videogames recenti hanno caratteristiche in comune con alcune tecniche narrative di molti romanzi novecenteschi e alcuni scrittori hanno anticipato l’avvento del mondo digitale. Videogiochi e letteratura; i molti esempi di adattamento da testi letterari Diversi videogiochi sono tratti da opere letterarie; è il caso della serie Ubisoft Rainbow Six tratta dall’omonima serie di romanzi dello scrittore di thriller Tom Clancy (autore di best-seller come La grande fuga dell’Ottobre Rosso e Senza Rimorso), la serie The Witcher tratta dai romanzi fantasy dell’autore polacco Andrej Sapkowski, la serie di avventure grafiche di Sherlock Holmes della Frogwares tratta dai racconti e romanzi di Arthur Conan Doyle oppure Dante’s Inferno come riadattamento della Divina Commedia in chiave fantasy e horror. Non mancano i casi di influenze meno palesi: Assassin’s Creed risente dell’influenza del romanzo Alamut che narra le vicende della Setta dei Nizariti, oppure la serie God of War si ispira alla mitologia greca e a quella nordica. Altrimenti abbiamo casi di videogiochi storici ambientati in determinate epoche perfettamente ricostruite con l’aiuto di storici, il caso della trilogia di Prince of Persia: le sabbie del tempo ambientato nella Persia medievale oppure Ghost of Tsushima nel Giappone feudale durante le invasioni dei Mongoli. James Joyce, lo scrittore irlandese che ha predetto l’era digitale con le sue opere Uno dei primi scrittori ad aver predetto il mondo dei videogiochi è l’irlandese James Joyce. Autore della raccolta di racconti Gente di Dublino (1914), dei romanzi L’Ulisse (1922) e Finnegan’s Wake (1939), il giornalista e autore modernista ha anticipato l’era informatica e la nuova comunicazione nei suoi romanzi. L’esempio più palese è proprio nell’Ulisse, dove Joyce cerca di adottare diversi linguaggi espressivi nel narrare la vicenda di Stephen Dedalus, Leopold Bloom e Molly. Nell’episodio di Circe, l’autore utilizza la forma di sceneggiatura teatrale, nell’episodio di Eolo si riprende il modello di scrittura giornalistica mentre quello delle Mandrie del Sole risente dell’intera produzione letteraria inglese dal Medioevo ai primi del Novecento. L’intento di Joyce col suo romanzo è di rappresentare la modernità che ha cambiato la realtà circostante e la sua percezione. D’altronde le scoperte di Albert Einstein in merito alla Teoria della relatività e quelle di Sigmund Freud sulla psiche hanno ribadito che l’uomo non ha una conoscenza certa della realtà circostante, la quale appare mutevole. Una crisi che ha distrutto l’individuo provocandogli nevrosi a cui si aggiunge l’imminente arrivo del moderno (cinema, telefoni, treni a vapore, automobili, luci delle città) che ha l’effetto di amplificare lo shock. Proprio come un videogioco alterna fasi interattive a cut-scene (quelle non […]

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Culturalmente

Batracomiomachia, topi e rane in guerra

Batracomiomachia: titolo di un poemetto divertente in cui si narra della guerra tra topi e rane, ma è anche un termine ironico molto ricercato. Immaginate di trovarvi nel bel mezzo di una discussione. Una di quelle discussioni inutili, dove i vostri fratelli stanno litigando per accaparrarsi l’ultima polpetta al ragù rimasta nella pentola o dove i vostri due coinquilini si scambiano insulti riguardo a chi tocca lavare la montagna di piatti alta quanto il grattacielo di Dubai che si erge dal lavello della cucina. Nel caso doveste trovarvi in mezzo a una di queste situazioni, avete due possibilità: o applicare la sempreverde legge del “tra i due litiganti, il terzo gode” avventandovi sull’ultima polpetta o sgattaiolando fuori di casa pur di non dovervela vedere con tre giorni e più di piatti sporchi oppure, con un bel carico di compostezza, potete uscirvene dicendo “Piantatela con questa batracomiomachia!”. Se doveste scegliere la seconda opzione, aspettatevi di vedere stampata sul volto di chi vi sta attorno un’aria perplessa nel chiedervi cosa sia mai una “batracomiomachia”. Per evitare figuracce (e anche per darvi un’aria da intellettuali, che ogni tanto non fa male), vi parleremo proprio della Batracomiomachia. Con la B maiuscola perché è il titolo di un poemetto eroicomico attribuito (anche se non se ne ha la certezza) a Omero, in cui si narra di una guerra tra topi e rane. Batracomiomachia, trama Sulle rive di uno stagno il re delle rane Gonfiagote si imbatte in Rubamolliche, principe dei topi appena sfuggito dalle grinfie di un gatto. Gonfiagote convince il roditore a salire sul suo dorso per visitare il lago, garantendogli che non correrà alcun pericolo. Ma nel bel mezzo del tragitto i due vengono assaliti da una biscia e Gonfiagote, spinto dall’istinto, si immerge nell’acqua dimenticandosi del povero Rubamolliche il quale, non sapendo nuotare, muore annegato. La notizia giunge alle orecchie di Rodipagnotta, re dei topi e padre di Rubamolliche, il quale incita i sudditi a prendere le armi e a marciare verso lo stagno. Ha così inizio la guerra tra rane e topi alla quale assistono addirittura gli dèi che, come da tradizione epica, sono spettatori neutrali. A un certo punto Zeus prova compassione per il destino delle rane decimate da Scavizzolabriciole, il più valoroso tra i soldati-topo. Così il dio dei fulmini, deus ex-machina, invia in soccorso dei poveri anfibi orde di granchi che fanno strage di topi, costringendo i superstiti alla ritirata. La guerra si è conclusa e le rane hanno trionfato. Parodia della poesia epica Se si legge questo poemetto di soli 303 versi non è difficile comprendere come sia una presa in giro dei più solenni poemi omerici, in particolare dell’Iliade. Se la guerra tra achei e troiani durò dieci anni, quella tra rane e topi si consuma nell’arco di una sola giornata. Ma la messa in ridicolo della poesia epica e della sua solennità non si limita soltanto alla trama. L’autore della Batracomiomachia adopera elementi stilistici tipici del genere come il catalogo degli eroi, la rassegna dei […]

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Napoli e Dintorni

La Valle Telesina e l’Abbazia del Santo Salvatore

Incastonata nell’antica e fertile Valle Telesina, poco distante dal pittoresco Parco del Rio Grassano, sorge la suggestiva Abbazia Benedettina del Santo Salvatore, protettore della città di San Salvatore Telesino. La struttura, nonostante le trasformazioni operate, non sempre felicemente, dal tempo e dalla storia, oggi appare restaurata e valorizzata, senza tradire lo spirito originario del luogo, e funge da importante punto di riferimento identitario per gli abitanti e i visitatori della Valle Telesina. La Valle Telesina e l’antica Telesia Parlare della Valle Telesina, di San Salvatore Telesino e della vicina città termale di Telese, rimanda preliminarmente alle profonde radici storiche dell’antica città preromana di Telesia (Toulosium), di origine osca, come testimonia il ritrovamento di una moneta che ne riporta in caratteri oschi il nome. L’importanza della città è testimoniata anche in epoca romana, per la resistenza che essa oppose alla rapina operata dai cartaginesi di Annibale nel 217 a. C., da Tito Livio: «Annibal ex Arpini in Samnium transit, Beneventanum depopulatur agrum, Telesiam urbem capit» (Ab Urbe condita, lib. XXII, cap. X). Dopo queste ed altre devastazioni la città è tornata più volte all’originario splendore, grazie anche all’attestata federazione con l’Urbe. Nel VII secolo funse da circoscrizione amministrativa legata al governo longobardo, ma le tracce furono definitivamente perdute con l’invasione saracena dell’860 d. C.; nonostante questo, i sopravvissuti alle scorrerie saracene, onde non abbandonare la natia Valle Telesina, deliberarono di stabilirsi a poca distanza da Telesia, ovvero presso quello che sarebbe stato il nucleo originario dell’Abbazia Benedettina del Santo Salvatore (X-XI secolo): in questo si realizzò il primo passo verso la costituzione dell’odierno comune di San Salvatore Telesino. L’Abbazia Benedettina del Santo Salvatore Sono ancora incerte, date le ipotesi contrastanti di vari studiosi antichi e moderni (Libero Petrucci, Angelo Michele Iannacchino, Dante Marocco, Luigi Cielo), le circostanze della costruzione del complesso abbaziale del Santo Salvatore. Unico dato certo, dunque fuor di ipotesi, è il primo riferimento storico dell’esistenza dell’Abbazia: l’attestazione della presenza dell’abate Leopoldo di San Salvatore al Sinodo indetto dall’Arcivescovo di Benevento nel 1075. Si tratta di un luogo di storia e di storie, nelle quali, entrando, si è immediatamente proiettati: l’Abbazia, in cui sono raccolti reperti archeologici grazie alla Pro Loco, funge da raccordo storico tra identità passate presenti e anche chi non possiede dirette radici con l’antico luogo della Valle Telesina riesce a riconoscersi come parte di una trama storica e umana più antica, la stessa di cui è intessuto l’immaginario di ognuno. Le tre navate dell’Abbazia, costruita sulla scorta, pare, del modello benedettino di Montecassino, l’abside e il transetto, inoltre, ospitano il percorso didattico Telesia Antiquarium, che testimonia l’incontro tra epica cristiana e precristiana: agli affreschi raffiguranti San Benedetto, la gemella Santa Scolastica e cortei apostolici affiancano l’esposizione di reperti più antichi: vi si possono ammirare, infatti, statue ed epitaffi d’epoca romana (prove dell’importanza rivestita al tempo da Telesia), nonché esempi di corredi funerari di origine precristiana, alcuni anche di recente ritrovamento. Questi ultimi, in particolare, dipingono negli occhi immagini sfocate di vite che vissero in un […]

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Culturalmente

Pomerio in Piazza Augusto: emerge un raro cippo

A Roma, in piazza Augusto Imperatore, è recentemente riaffiorato il cippo che marcava il pomerio, ovvero perimetro “sacro” della città, posizionato da Claudio nel 49 d.C. per delimitare i confini dell’Urbe. Il monumentale reperto in travertino dopo duemila anni è riemerso perfettamente conservato in piena falda acquifera, incassato nel suo terreno d’origine, nel corso di alcuni lavori di riqualificazione della piazza per la realizzazione di un nuovo sistema fognario. Si tratta di un reperto assai raro per l’archeologia romana, soprattutto per le condizioni di integrità dell’iscrizione. Il cippo, secondo la ricostruzione degli archeologi della Sovrintendenza capitolina guidati dallo studioso Claudio Parisi Presicce, in sinergia con la Soprintendenza speciale di Roma, presieduta dalla studiosa Daniela Porro, è stato attribuito con assoluta certezza all’intervento voluto dall’imperatore Claudio, erede di Tiberio e Caligola, allorquando nel 49 d.C. stabilì di estendere il pomerio, ossia il perimetro sacro, civile e militare della città di Roma. In totale sono stati rinvenuti dieci cippi, l’ultimo cento anni fa, ma solo tre sono riemersi nei luoghi originari: uno fuori Porta del Popolo, uno a Testaccio e l’altro all’inizio della via Salaria nuova. «Ci sono studi che hanno ipotizzato il percorso e che i cippi dovessero essere 142 o 143. Non parliamo di una linea pensata a tavolino, ma di includere o lasciare fuori alcuni monumenti», spiega Parisi Presicce. È possibile ammirare il cippo pomeriale, che misura 193 centimetri di altezza per 74,5 di larghezza per uno spessore di 54 centimetri, nella Sala Paladino del Museo dell’Ara Pacis, dove è collocato anche il calco della statua dell’imperatore Claudio, ma verrà poi valorizzato all’interno del Mausoleo di Augusto. «Si tratta di un ritrovamento eccezionale – spiega la sindaca Virginia Raggi, che ha presentato la scoperta insieme ai membri della Sovrintendenza, che hanno collaborato al lavoro di recupero – giacché nel corso del tempo sono stati rinvenuti solo altri dieci cippi relativi all’epoca di Claudio e il più recente, fino ad oggi, è stato ritrovato nel 1909, dunque oltre 100 anni fa. È emozionante un tuffo nel passato della nostra città, che è straordinaria». Che cos’è il pomerio e perché Claudio volle estenderlo Il pomerio era il limite, ritenuto sacro, che divideva l’Urbs, ovvero la città in senso stretto, dall’ager, il territorio esterno: uno spazio corrente lungo le mura, consacrato e definito da cippi di pietra, non attraversabile armati e nel quale non era consentito arare, abitare ed innalzare costruzioni. «Le fonti antiche – specifica Daniela Porro – sono contraddittorie sul significato, la funzione e i vari ampliamenti del pomerio, che oggi consideriamo il recinto sacro che circondava le città latine ed etrusche e al cui interno non si poteva entrare armati né si potevano fare sepolture. Al pomerio è legata la leggenda della fondazione di Roma: secondo alcune fonti, quando Romolo traccia intorno al Palatino il solco sacro, il pomerio appunto, Remo lo oltrepassa armato profanando il territorio della città. Una colpa gravissima e per cui deve essere messo a morte». Il fautore di rinnovamenti all’interno della compagine cittadina si […]

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Culturalmente

Caserta da scoprire tra itinerari ed escursioni

Caserta e i suoi dintorni presentano variegate opzioni di escursionismo lungo cammini mozzafiato, custodendo luoghi incantevoli, paesaggi incontaminati e itinerari naturali spesso non a tutti conosciuti, la cui salvaguardia costituisce non solo il fondamento di un sentimento di appartenenza per le comunità che vi vivono ma anche il presupposto per una reale consapevolezza del valore del patrimonio culturale locale: vi proponiamo, pertanto, una panoramica delle mete preferite dagli appassionati dell’avventura e del trekking. Caserta da scoprire: Roccamonfina e il suo Parco Il Parco Regionale Area Vulcanica di Roccamonfina e Foce Garigliano, ubicato nel cuore della provincia di Caserta, si estende per circa 11.000 ettari, fino al confine con il basso Lazio. Esso è sovrastato dall’apparato vulcanico del Roccamonfina, la cui passata attività oggi lascia spazio a coltivazioni di castagni, uliveti e vigneti, favoriti dalla composizione mineralogica dei suoli lavici. Il Parco ospita altresì una ricca avifauna di montagna, tra cui si annoverano esemplari di grande interesse, come l’airone rosso, la poiana e il gheppio, testimoni della funzionalità dell’ecosistema dell’area. La bellezza del luogo è amplificata da ruderi di antichi mulini e frantoi sparsi per il territorio, e dai resti delle “ferriere”, piccole fabbriche che hanno lavorato il ferro fino all’epoca borbonica.  La suggestiva cascata di Conca della Campania All’interno del Parco di Roccamonfina è possibile visitare i molti borghi presenti nell’area, luoghi caratteristici e carichi di sapori e tradizioni popolari: tra di essi figura Conca della Campania, le cui bellezze naturali ed architettoniche rappresentano un unicum nel panorama regionale e nazionale. Il territorio di Conca è particolarmente ricco di boschi cedui di castagno; inoltre nell’area vegetano il carpino bianco, l’acero campestre, la robinia, il pungitopo, la felce aquilina, il bucaneve e le primule. Il Rivo di Conca, che nasce alle falde del cratere spento del Roccamonfina, si tuffa in un alto dirupo, inarcandosi in una splendida cascata; nei pressi del fossato si trovano due antichi mulini ad acqua, ai quali si arriva attraversando una rete di viottoli ed un suggestivo ponte in pietra. Tora e Piccilli: le Ciampate del diavolo Si tratta di un’area, sita nel comune di Tora e Piccilli, in località Foresta, nelle vicinanze del Vulcano di Roccamonfina, in cui sono presenti delle impronte umane fossili, attribuite dalla tradizione popolare a un presunto demone che le avrebbe impresse nella lava ancora calda. Tali orme appartengono all’Homo heidelbergensis, ominide che viveva nella zona circa 350.000 anni fa: pertanto, questa datazione le aveva rese – fino alla successiva scoperta delle impronte di Happisburgh in Inghilterra – le impronte più antiche mai ritrovate di un ominide al di fuori dell’Africa. Nello specifico, esse sembrerebbero appartenere a un gruppo di tre individui disceso lungo il fianco della montagna, formato da fanghiglia calda, in seguito asciugato dal vento secco, che le ha preservate fino ai nostri giorni. Pietravairano, Teatro-tempio sannita: la perla della provincia di Caserta Scoperto nel 2000 sulla sommità dei Monte San Nicola, alle spalle del piccolo borgo di Pietravairano, è uno dei più belli e rari esempi di impianti del […]

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Culturalmente

Nizariti, alla scoperta della leggendaria Setta degli Assassini

Nizariti, alla scoperta della leggendaria Setta degli Assassini, che ha ispirato la serie di videogiochi Assassin’s Creed e il romanzo Alamut “Lo Veglio è chiamato in loro lingua Aloodin. Egli avea fatto fare tra due montagne in una valle lo piú bello giardino e ’l piú grande del mondo. Quivi avea tutti frutti (e) li piú begli palagi del mondo, tutti dipinti ad oro, a besti’ e a uccelli; quivi era condotti: per tale venía acqua a per tale mèle e per tale vino; quivi era donzelli e donzelle, li piú begli del mondo, che meglio sapeano cantare e sonare e ballare. E facea lo Veglio credere a costoro che quello era lo paradiso. E perciò ’l fece, perché Malcometto disse che chi andasse in paradiso, avrebbe di belle femine tante quanto volesse, e quivi troverebbe fiumi di latte, di vino e di mèle. E perciò ’l fece simile a quello ch’avea detto Malcometto; e li saracini di quella contrada credeano veramente che quello fosse lo paradiso. E in questo giardino non intrava se none colui cu’ e’ volea fare assesin[o]. A la ’ntrata del giardino ave’ uno castello sí forte, che non temea niuno uomo del mondo. Lo Veglio tenea in sua corte tutti giovani di 12 anni, li quali li paressero da diventare prodi uomini. Quando lo Veglio ne facea mettere nel giardino a 4, a 10, a 20, egli gli facea dare oppio a bere, e quelli dormía bene 3 dí; e faceali portare nel giardino e là entro gli facea isvegliare.” In questo passo tratto dal quarantesimo capitolo del Milione di Marco Polo (dell’edizione curata da Antonio Lanza per l’Unità-Editori Liberi nel 1982), il viaggiatore veneziano menziona una setta maschile e militare legata al mondo dell’Islam che ebbe un ruolo importante nell’Oriente del Basso Medioevo. Si tratta dei Nizariti o Setta degli Assassini, un gruppo musulmano che continua ad affascinare il mondo occidentale; è il caso del romanzo storico Alamut di Vladimir Bartol oppure della celebre saga di videogiochi Assassin’s Creed della Ubisoft. Quali sono le origini di questo gruppo religioso e perché sono entrati nell’immaginario collettivo ? Il Medio Oriente del IX secolo, uno scontro religioso e politico Le origini dell’ideologia dei Nizariti risalgono alla forte scissione che ha diviso la fede islamica in due gruppi, da una lato i Sunniti e dall’altro gli Sciiti. Il primo gruppo ha come testo sacro anche la Sunna oltre il Corano e crede che il califfo possa essere un qualsiasi islamico dotto mentre il secondo crede che il leader religioso dell’Islam debba essere un parente di Maometto. Il movimento nizarita nasce nel IX secolo da una corrente messianica dell’Islam sciita, i filosofi e i pensatori che abbracciavano tale dottrina credevano nell’arrivo di un madhi e dell’imminente fine del mondo. Tale gruppo riuscì a impadronirsi dell’Egitto per poi conquistare anche la Libia, l’Algeria, il Marocco, la Sicilia, le coste dell’Arabia bagnate dal Mar Rosso e i territori della Palestina contesi con i Crociati provenienti dall’Europa: così iniziò il governo […]

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Culturalmente

Spiagge più belle di Procida: quali vedere assolutamente

Spiagge più belle di Procida: un iter mozzafiato Procida è la più piccola delle isole del Golfo di Napoli. Meno caotica e cara di Ischia e di Capri, è una vera e propria perla fatta di case colorate e spiagge caratteristiche; l’ideale per una vacanza all’insegna della tranquillità e del relax. Anche se piccole e raccolte, le spiagge di quest’isola di origine vulcanica sono molto belle e vale davvero la pena visitarle. Ecco quali sono le spiagge più belle di Procida da vedere. Spiagge più belle di Procida: Chiaiolella e Ciraccio Una delle spiagge più belle e conosciute di Procida è la spiaggia della Chiaiolella, il cui “vero” nome è Ciracciello. Compresa tra Punta Serra e il promontorio di Santa Margherita Vecchia, la Chiaiolella è il litorale più lungo e frequentato dell’isola, grazie anche ai suoi fondali bassi che permettono di nuotare in sicurezza. La costa è caratterizzata dalla presenza di aree rocciose e da altre ricoperte da una rigogliosa macchia mediterranea. La Spiaggia della Chiaiolella è separata da quella più grande di Ciraccio – di cui costituisce il prolungamento naturale – da due caratteristici faraglioni tufacei, che si sono formati a seguito di una frana del costone roccioso che in origine delimitava le due spiagge. Da qui è possibile godere di un panorama unico sulla vicina riserva naturale dell’Isolotto di Vivara e sull’isola d’Ischia. Alle spalle della spiaggia c’è anche una darsena su cui affacciano numerose strutture turistiche, bar e ristoranti. Una passeggiata in questi luoghi, soprattutto la sera, permette di godere dell’atmosfera magica di questo angolo dell’isola. Inoltre, per via della sua posizione geografica favorevole ai venti, questa è l’unica spiaggia che offre la possibilità di praticare il windsurf. La spiaggia di Ciraccio, più appartata e tranquilla rispetto alla Chiaiolellla, costituisce il tratto sabbioso più lungo di tutta l’isola di Procida e pertanto il più ricco di stabilimenti, anche se non manca la spiaggia libera. La Spiaggia della Corricella Insieme alla Chiaiolella, la spiaggia della Corricella, adiacente il ponte che collega Procida con la riserva naturale di Vivara, è tra le più note dell’isola capitale italiana della cultura 2022 , nonché una delle più riparate dal vento. Questa lingua di spiaggia sabbiosa è raggiungibile a piedi seguendo un sentiero fatto di scalinate scavate nella pietra verde caratteristica di quest’isola, oppure con una barca a noleggio direttamente dalla terraferma. Dalla spiaggia della Corricella, con una passeggiata, è possibile accedere anche alla fortezza di Terra Murata, una costruzione storica aperta per le visite guidate. Spiaggia della Silurenza Vicino al porto di Marina Grande, in via Roma (lato Grotte), sorge un’altra bellissima spiaggia di Procida, la Silurenza. Comoda e facilmente raggiungibile a piedi (percorrendo via Roma) ed in auto, la Silurenza è la spiaggia ideale per le famiglie con bambini. Tuttavia, è amata e frequentata anche da turisti che preferiscono tuffarsi dalla “Roccia Cannone” senza paura. La Silurenza offre uno stabilimento balneare e un bar-ristorante. Inoltre, a pochi metri è presente una pensione. Nella lista delle spiagge più belle di Procida […]

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