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Eroica Fenice

La Tag: salotto culturale contiene 96 articoli

Culturalmente

Scavi di Pompei, rinvenuto un affresco con due gladiatori

Grandi novità e ritrovamenti dagli scavi di Pompei Pompei, la città sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., è più viva che mai e continua a sorprendere con sensazionali scoperte; l’ultima in ordine cronologico è stata fatta dal progetto di recupero nell’ambito della Regio V e ha portato alla luce un affresco, nel quale sono perfettamente rappresentati due gladiatori al termine di un combattimento; .  L’affresco di circa 1,12 mt x 1,5mt, rinvenuto in un ambiente alle spalle dello slargo di incrocio tra il Vicolo dei Balconi e il vicolo delle Nozze d’Argento, ha forma trapeizoidale, poiché collocato nel sottoscala, presumibilmente di una bottega. Si intravede al di sopra della pittura, l’impronta della scala lignea che molto probabilmente decorava un ambiente frequentato da gladiatori, forse una bettola dotata di un piano superiore, destinato ad alloggio dei proprietari dell’esercizio commerciale o come di frequente, soprattutto vista la presenza di gladiatori, destinato alle prostitute. I due gladiatori sono raffigurati su uno sfondo bianco, delimitato su tre lati da una fascia rossa, nella quale si sviluppa la scena di combattimento. Il primo, appare sulla sinistra, è un “Mirmillone” appartenente alla categoria degli “Scutati” e impugna l’arma di offesa, il gladium (spada corta), un grande scudo rettangolare (scutum) ed indossa un elmo largo dotato di visiera con pennacchi. L’altro, che soccombe all’attacco, è un “Trace”. Gladiatore della categoria dei “Parmularii”, con lo scudo a terra e viene raffigurato con elmo (galea), a tesa larga ed una larga visiera a protezione del volto, sormontato da un alto cimiero. Scavi di Pompei, le dichiarazione di Massimo Osanna “La Regio è la V, non molto lontana dalla caserma dei gladiatori da dove, provengono la maggior parte delle iscrizioni graffite riferite a questo mondo. Nell’affresco ritrovato, di immenso interesse storico e culturale, di particolare interesse è la rappresentazione estremamente realistica delle ferite, come quella al petto del gladiatore soccombente, che lascia fuoriuscire il sangue, bagnando i gambali. Non si sa quale sia l’esito finale di quel combattimento, ma in questo caso, c’è un gesto singolare che il combattente ferito fa con la mano, probabilmente per chiedere venia e implorare la propria salvezza. Un gesto generalmente compiuto dall’imperatore o dal generale per concedere la grazia”. Queste le dichiarazioni del direttore generale degli Scavi di Pompei, Massimo Osanna. Gli scavi dell’ambiente all’interno del quale è stato rinvenuto l’affresco, devono ancora terminare quindi potrebbe offrire ancora grosse sorprese. Pompei non smetterà mai di stupirci, con tasselli che emergendo a poco a poco, come un puzzle che pian piano si compone, regalano ogni volta dei meravigliosi pezzi di storia che affascinano sempre più.  

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Culturalmente

Teoria del piacere: un’indagine sulla felicità dell’uomo

Giacomo Leopardi, celebre poeta, scrittore, filologo italiano, nacque a Recanati nel 1798, ed è una delle personalità più studiate ed analizzate, del panorama letterario italiano. Tra le innumerevoli e meravigliose opere della produzione leopardiana, spicca, lo Zibaldone, una raccolta di pensieri, nella quale è enunciata la famosa teoria del piacere, così come egli stesso la denomina. La celebre teoria, è racchiusa in circa venti pagine, scritte tra il 12 e il 23 luglio del 1820. La teoria del piacere sviluppata da Giacomo Leopardi, si fonda su un principio cardine, ossia: ciò che muove le azioni degli uomini, è il raggiungimento del piacere. La vita dell’uomo è caratterizzata dalla presenza quasi costante di desideri, tendenzialmente infiniti, poichè, l’individuo vorrebbe che non finissero mai. In realtà, è bene precisare che, l’inclinazione o tendenza al piacere non conosce limiti perché essa stessa è connaturata all’esistenza. Tuttavia, al contrario, gli strumenti con i quali l’uomo può soddisfare i propri piaceri, tendendo alla felicità, sono limitati, effimeri e ciò crea una distanza incolmabile tra il desiderio del piacere e l’impossibilità di soddisfarlo. Nel pensiero leopardiano, l’uomo in quanto essere finito, è infelice, perché la felicità è identificata esclusivamente con il piacere materiale, che è infinito. La teoria del piacere, elaborata nello Zibaldone, si collega secondo gli studiosi, alla prima parte del pessimismo leopardiano, dell’esistenza intesa come sofferenza e quindi come impossibilità di appagare i propri desideri. Teoria del piacere: un’indagine sull’infelicità dell’uomo Giacomo Leopardi, dopo aver preso consapevolezza della vanità delle cose che caratterizzano la quotidianità, e l’impossibilità di soddisfare i piaceri dell’animo umano, definisce questi due importanti aspetti, gli “assiomi” della teoria del piacere, quindi causa e contesto in cui e per mezzo di quali, si sviluppa la teoria stessa. Essa si identifica quindi come una vera e propria indagine sull’infelicità dell’uomo. In questa visione, la felicità è identificata con il piacere; ogni uomo, per sua natura desidera il piacere, che però è infinito e quindi sostanzialmente irraggiungibile. A causa di queste motivazioni, nel corso dell’esistenza, l’individuo continua a provare sofferenza per l’incapacità di soddisfare i propri piaceri, che si tramutano in desideri non appagati e quindi in pessimismo. Secondo Loepardi, la vita è un continuo alternarsi di desidero di piacere e insoddisfazione e quindi dolore per il mancato raggiungimento. L’uomo, anche nel momento di pieno piacere, continuerà incessantemente a sentirsi insoddisfatto e inappagato, preso dal desiderio di appagare altri piaceri. Teoria del piacere e felicità: un legame indissolubile Lo scopo primario della vita dell’uomo è il piacere e quindi l’appagamento individuale. Come è scritto in un passo della “teoria del piacere”, – l’uomo non esisterebbe se non provasse questo desiderio – infatti, in riferimento a ciò, si determina uno degli aspetti principali del pensiero leopardiano, il piacere come sinonimo di felicità, raccolti in un legame indissolubile. Ogni individuo, grazie al desiderio, può sentirsi vivo, poiché una vita senza piacere non sarebbe vera esistenza; è dunque esso che rende gli uomini vivi e al contempo infelici. Un desiderio soddisfatto corrisponde ad un altro desiderio da […]

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Mito Pandora: quel vaso da cui uscirono tutti i mali

Nella mitologia greca, Pandora è la prima donna mortale, creata da Efesto su ordine di Zeus. Il mito Pandora è legato a quello del celebre quanto nefasto vaso, che lo stesso Zeus le avrebbe affidato intimandole di non aprirlo mai, perché la sua apertura avrebbe liberato tra gli uomini tutti i mali in esso racchiusi. Come racconta Esiodo sia nella “Teogonia” sia ne “Le opere e i giorni“, racconti risalenti all’VIII secolo avanti Cristo circa, c’era un tempo in cui gli uomini potevano frequentare gli dèi e sedere con loro allo stesso tavolo. Creati dal titano Prometeo (“colui che riflette prima“) e dotati di memoria e intelligenza, erano creature considerate quasi semi-divine. Poi un giorno funesto Prometeo rubò il fuoco divino scatenando le ire di Zeus, il Padre di tutti gli dèi. Questi non solo decise di punire il ladro in maniera esemplare – Prometeo fu incatenato per sempre a una roccia e condannato a vedersi mangiare ogni giorno il fegato da un’aquila – ma sfruttò anche l’occasione per portare devastazione presso gli uomini. Ma come portare la sciagura tra gli uomini senza poter essere etichettato come un dio crudele? Zeus risolse il problema così: l’avrebbe fatta portare tra gli uomini da un uomo stesso, anzi… da un esemplare femmina di uomo, una donna. La divinità diede quindi mandato al figlioccio Efesto – il dio inventore del fuoco, della tecnologia, dell’ingegneria, della scultura e della metallurgia – di creare una femmina umana di bellezza, grazia e doti straordinarie. Efesto eseguì l’ordine, facendosi aiutare da altre divinità: ognuna di esse donò qualcosa alla ragazza. A questa fanciulla così ricca di qualità venne dato il nome di Pandora (“colei che ha tutti i doni“). Zeus ordinò a Ermes di portare la fanciulla tra gli uomini e di farla incontrare con Epimeteo (“colui che si accorge in ritardo“), il titano fratello di Prometeo. Epimeteo era stato avvisato dal fratello di non accettare alcun dono che provenisse dagli dèi (e da Zeus in particolare) ma era impossibile resistere a una tale bellezza: il titano s’invaghì subito di Pandora e decise di sposarla. Al seguito della fanciulla c’era anche un misterioso dono divino: uno scrigno dal contenuto sconosciuto. Chi glielo aveva regalato, Zeus, era stato molto chiaro a riguardo: quello scrigno (vaso) doveva restare sempre chiuso e nessuno avrebbe mai dovuto guardare al suo interno. Epimeteo nascose il regalo nuziale e se ne dimenticò. Ma Pandora era curiosa. Tanto curiosa. Un giorno non riuscì più a resistere: si mise a cercare l’agognato oggetto e lo trovò. Una volta che il vaso fu tra le sue mani, aprirlo e poterne conoscere il contenuto per Pandora fu un gesto naturale. E così per l’Uomo cominciarono i problemi. Sì, perché all’interno di quel vaso erano state rinchiuse cose come la fatica, la malattia, l’odio, la vecchiaia, la pazzia, l’invidia, la passione, la violenza e la morte. Queste, liberate dallo scrigno ormai aperto, si diffusero immediatamente tra gli uomini, mutando per sempre la loro esistenza. Il mondo cambiò, diventando un luogo poco ospitale, desolato, duro. E gli uomini divennero individui molto diversi […]

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Aspasia: il mito di una donna indipendente

Aspasia, donna celebrata da poeti e filosofi antichi e moderni, è un esempio di donna intraprendente e libera, le cui notizie biografiche sono intessute in sparute testimonianze letterarie, motivo per il quale risulta essere una sorta di fantasma mitico che ricompare negli scritti di importanti uomini del tempo, quali Plutarco, Platone, Senofonte e Aristofane. Scopriamo insieme l’intrigante vicenda biografica di una donna che fa discutere ancora a distanza di secoli, come tutte le donne brillanti. La discussa vita di  Aspasia, una donna-mito Aspasia nasce a Mileto nel V secolo a.C., probabilmente da una famiglia mediamente benestante. Le notizie biografiche che la riguardano sono alquanto contrastanti, e si alternano testimonianze che la vedono legata all’uomo politico più importante del tempo, ovvero Pericle, ad altre che collegano la sua indipendenza al suo essere un’etera, ovvero una cortigiana acculturata, forse sinonimo di un pregiudizio maschilista che non conosce tempo, non potendo incasellare Aspasia nella perfetta categoria di femminilità del tempo: una donna silente e taciturna, che si occupa dei figli e del marito, oltre che delle faccende domestiche. Aspasia rompe gli schemi, essendo, se diamo per vera la prima ipotesi, la compagna di un influente uomo politico, che però aveva rotto il suo precedente matrimonio per lei, e con il quale conviveva, senza essere sposata. Pericle aveva inoltre promulgato una legge sul diritto di cittadinanza che la vedeva non solo straniera ad Atene, ma che le impediva inoltre di avere una progenie legittima. Nonostante ciò Aspasia diede a Pericle un figlio, chiamandolo come il padre. Nella Vita di Pericle, Plutarco ci racconta di Aspasi, e di quanto il compagno l’amasse e lo dimostrasse anche in pubblico, senza però riuscire a spiegarsi cosa trovasse di così fuori dal comune nella donna. Aspasia non è infatti ricordata per la sua bellezza straordinaria, bensì per il suo fascino e il suo carisma in grado di incantare alcuni dei più grandi filosofi del tempo quali Socrate e Senofonte, che la ricordano nelle loro opere con una sorta di venerazione dovuta al suo spirito libero e indipendente. Sono invece i poeti comici ad attaccarla e a rappresentarla come un’etera e una cortigiana ammaliatrice. Da Cratino, in una satira, è definita “Giunone libertina”. Gli attacchi non saranno però meramente letterari: la donna verrà portata in tribunale con l’accusa di empietà e lenocinio e solo le lacrime di Pericle potranno salvarla. Alla morte di Pericle, sopraggiunta qualche anno dopo, la donna non si perderà d’animo sposando Lisicle, uomo meno importante del primo, ma comunque in grado di garantirle una certa stabilità. La sua memoria sopravvive inoltre nei dialoghi socratici di Eschine e Antistene. In nessun caso Aspasia risulta essere una donna priva di risorse e sembra uscire vittoriosa anche dagli avvenimenti più infausti. Il suo amore per Pericle assurge a modello di amore indipendente e più forte di qualsiasi necessità di legittimazione, e forse è proprio in questo che si esplica la carica di modernità e di indipendenza di una donna che per queste due sole caratteristiche è sopravvissuta al […]

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Culturalmente

Fernando Pessoa: le inquietudini e i segreti

Se si volesse provare a raccontare il genio di Fernando Pessoa, si dovrebbe cominciare proprio dal suo cognome. “Pessoa” in portoghese significa persona. In effetti attraverso la penna di Pessoa vissero e si conquistarono l’immortalità letteraria più persone: Fernando António Nogueira Pessoa (questo il nome completo) amava scindersi in tanti eteronimi, ovvero le varie persone a cui affidava il suo io tormentato e scomposto. Dichiarava di vivere da solo con se stesso e di aver individuato nell’isteria l’origine delle tante persone cui dava voce, forse per sopperire alla mancanza di un centro nella propria essenza. Misterioso, complesso, introverso e perennemente insoddisfatto: il portoghese Fernando Pessoa era questo e tanto altro. Il lascito della sua letteratura è denso di misteri e di significati difficili da decifrare ma nei quali ogni lettore ritrova un po’ delle proprie inquietudini più recondite. Fernando Pessoa: la vita, i sogni, la morte dello scrittore portoghese Riconosciuto come il più significativo poeta moderno del Portogallo, per i più Fernando Pessoa è la rappresentazione letteraria perfetta del Ventesimo secolo. Originario di Lisbona, dove trascorse la maggior parte della sua vita, durante il suo trasferimento a Durban in Sudafrica, a seguito della morte del padre, apprese impeccabilmente la lingua inglese, sebbene egli stesso dichiarasse che “la mia patria è la lingua portoghese”. A Lisbona abbandonò presto l’Università e cominciò a lavorare come corrispondente commerciale, giornalista per diverse riviste, animatore dei circoli letterari di Lisbona e traduttore. Ma la letteratura, la poesia e la divulgazione culturale furono la grande vocazione di una vita intera: addirittura Pessoa cercava di concentrare i propri impegni lavorativi in soli due giorni della settimana per poter dedicare i restanti alla propria passione. Morì in una clinica di Lisbona nel 1935 a causa di una crisi epatica, probabilmente causata da un abuso di alcool. La sua vita, caratterizzata da eventi poco significativi e sempre vissuti con discrezione, fa da sfondo a una produzione letteraria universale e folgorante. L’unico libro pubblicato in vita da Pessoa, quello che si fa più specchio della persona di Pessoa, è Mensagem (Il Messaggio). Una letteratura di evanescenza e enigmi La sua curiosa spersonalizzazione, insieme all’enigmaticità del suo stile, all’insoddisfazione esistenziale e all’affinità con il misticismo e l’occultismo, rendono Pessoa una delle figure culturali più influenti del Modernismo e della Letteratura europea in genere. Conoscere Fernando Pessoa è conoscere i suoi eteronimi, uno dei tratti più singolari della sua produzione poetica: in un universo di caos, frammentarietà, dispersione e disarmonia come quello che Pessoa riportava sulla pagina, egli si sentiva altrettanto privo di un centro, pluridimensionale, spezzato. Tra gli eteronimi più conosciuti si ricordano quelli di Ricardo Reis, Bernando Soares, Alberto Caeiro. 27.543 gli scritti inediti pervenuti in un baule dopo la sua morte, avvenuta silenziosamente come egli aveva vissuto. Il suo verso sciolto testimonia l’influenza di Walter Whitman. Un sottofondo di dolore, la sfiducia verso l’umanità e il mondo, lo spessore psicologico, un senso perenne di noia, la sua insaziabile ricerca, la concezione della letteratura come maniera di impaginare tutte le […]

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Culturalmente

Dulce et decorum est pro patria mori: i due volti della guerra

Dulce et decorum est pro patria mori è l’icastica esortazione al coraggio incastonata nell’ode 2 del III libro dei Carmina di Orazio. L’ode ripropone un tema già caro alla lirica greca di età arcaica e in particolare all’elegia dello spartano Tirteo. L’ode oraziana, così come l’elegia contenuta nel frammento 10 West, propone una visione della guerra che affonda le sue radici nella cultura spartana e che si è rafforzata nei secoli di guerre che Roma ha combattuto per proteggere ed espandere i propri confini, per affermare se stessa e il proprio dominio su buona parte del mondo conosciuto: la patria richiede il sangue e il sacrificio dei suoi cittadini e quindi “dulce et decorum est pro patria mori” (dolce e bello è morire per la patria). A chi fugge davanti al pericolo, a chi abbandona la sua patria nella speranza di mettere in salvo se stesso e i propri cari dalla guerra spetta solo la vergogna, colui che, vile, nega il proprio sacrificio alla patria: “insozza la sua stirpe, guasta la figura, ogni infamia lo segue, ogni viltà” (Tirteo, fr. 10 West). Questo tipo di retorica ha senso in un tipo di società, come quella spartana o romana, in cui fare la guerra è un diritto che spetta solo a chi è cittadino a pieno titolo, in cui il coraggio è uno status, la più importante delle virtù e la viltà una colpa imperdonabile, una macchia indelebile. Allora “Giacere morto è bello, quando un prode lotta per la sua patria e cade in prima fila” tuona Tirteo (fr. 10 West) e secondo Orazio “raro antecedentem scelestum deseruit pede Poena claudo” (raramente la Pena, seppur zoppa, lascia scappare lo scellerato che fugge). Questo messaggio rimbalza nei secoli e attraversa varie epoche. Durante la Rivoluzione francese o il Risorgimento italiano questa retorica conserva intatta la sua potenza pur riempendosi di contenuti diversi: morire per la patria è bello quando c’è da difendere un ideale, da combattere per la libertà. Quando però, agli inizi del ‘900, a chiamare al sacrificio saranno il colonialismo più avido e il nazionalismo superbo e aggressivo, allora la poesia non sarà più propaganda esortativa, ma lamento, canto di morte, testimonianza dell’orrore. Da Tirteo a Owen, la vecchia bugia del dulce et decorum est pro patria mori Sul finire del primo conflitto mondiale che ha stroncato vite, versato sangue, strappato figli alle proprie madri, mariti alle proprie mogli, padri ai propri figli, Wilfred Owen, in un testo pubblicato postumo nella raccolta Poems, sbatte in faccia alla fanatica militarista Jessie Pope quanto dulce et decorum est pro patria mori sia una old lie, una vecchia bugia.  E lo fa nel modo più efficace possibile: scolpendo con le parole l’immagine della morte più atroce possibile, l’asfissia da gas. Dal verde appannato di una maschera antigas Owen ci descrive un compagno che muore annegato nel gas, gli “occhi bianchi contorcersi nel suo volto,/il suo volto abbassato, come un diavolo stanco di peccare […] il sangue/ che arriva come un gargarismo dai polmoni rosi […]

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Riflessioni culturali

Azazel: enigmatico angelo caduto tra mistero e tradizione

Azazel è da sempre fonte di mistero, di curiosità, di interrogativi. Non è un caso se, ancora oggi, gli studiosi non sono ancora d’accordo su nessun aspetto che lo riguarda. Azazel, in aramaico רמשנאל, ebraico עזאזל, Aze’ezel, ‘ăzaz’ēl ed in arabo عزازل, Azazil, è un nome enigmatico citato nei testi sacri ebraici e in quelli apocrifi. Etimologia e morfologia L’etimologia è alquanto discussa: è presente nelle varianti Azael, Aziel, Asiel e anche con gli appellativi Rameel e Gadriel, in babilonese è detto anche Zazel, Samyaza, Samyazazel, Shamgaz, Shemyaza/Shamyaza/Shemihazah/Shamash in sumero Utu o Babbar, in accadiano Samas, Ashur in assiro. Il nome Azazel, con cui è diffuso maggiormente, si crede significhi “Colui che è più potente di Dio“, dall’ebraico ‘ăzaz (“è forte“), ed ’ēl, (“Dio“). Un’altra teoria usa ‘āzaz nella sua forma più metaforica di “sfrontato” o “impudente” e quindi “impudente verso Dio“. Altri studiosi sono convinti che le genesi del nome vada ricercata nella parola ebraica asasèl che a sua volta deriva da es, “capra”, e dal verbo asàl, “andarsene”, e che rimanda alla vicenda biblica del capro inviato nel deserto dal sommo sacerdote nel Giorno delle Espiazioni (Levitico XVI, 3-31). Ci troviamo, pertanto, catapultati nella dimensione dello spirituale, dell’occulto quando, per qualsivoglia motivo, ci imbattiamo nel nome “Azazel”. Come per il nome anche la fisionomia di Azazel, derivata da varie interpretazioni, è mutata nel corso degli anni. Nel Dictionnaire Infernal di J.A.S. Collin de Plancy (Parigi 1818), esso è rappresentato come un demone morfologicamente simile a un capro che impugna uno stendardo. Azazel: tradizioni e varianti Azazel è il “demone dei deserti” nella mitologia ittita, mesopotamica e mazdea ed è anche considerato nel satanismo spirituale il “dio della giustizia e della vendetta”, maestro di arti nere e protettore dei viaggiatori. Nella demonologia moderna, oltre ad essere il capo messaggero dell’armata infernale, è incaricato della sicurezza degli inferi. Si può dedurre, con cognizione di causa, che sia quindi uno dei demoni più potenti ed alcuni lo identificano come uno dei primi angeli caduti che ha seguito il ben più celebre Lucifero. La prima apparizione del nome “Azazel” si trova nel “Libro dei vigilanti“, la prima parte del Libro di Enoch, testo apocrifo di origine giudaica, non accolto negli attuali canoni biblici ebraico o cristiano. Il Libro narra che Azazel, uno dei capi degli angeli ribelli prima del diluvio, insegnò agli uomini i segreti della stregoneria e corruppe i costumi; insegnò loro la guerra e la costruzione di spade e coltelli, mentre alle donne l’ornamento del corpo, l’acconciatura dei capelli e il trucco per il viso. Per questo Dio mandò l’arcangelo Raffaele a punirlo affinché si pentisse ma ciò non accadde. Nell’apocrifo, si legge inoltre che sul Monte Hermon, nel settentrione di Israele, c’era un luogo di ritrovo di demoni, in cui ritroviamo Azazel. “Tutta la terra è stata corrotta dalle opere insegnate da Azazel e ogni peccato va attribuito a lui”(1 Enoc 2:8) Nella Genesi si racconta che la stirpe di Adamo, alla decima generazione, era enormemente cresciuta. Mancando il sesso femminile, gli angeli (“i figli di Dio”), trovarono mogli tra le belle “figlie dell’uomo”. Dall’unione di queste differenti creature sarebbero dovuti […]

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Culturalmente

La Grotta Chauvet: pitture rupestri e arte preistorica

Viaggio nella Grotta Chauvet La Grotta Chauvet si trova nel Midi della Francia, dipartimento Ardèche, presso la pittoresca località di Vallon-Pont-d’Arc; è un sito preistorico dichiarato patrimonio dell’UNESCO. Si tratta di una delle caverne più importanti e meglio conservate della quotidianità risalente a trentaseimila anni fa. L’ingresso della splendida Grotta, fu ostruito a seguito di uno smottamento, motivo per il quale essa è rimasta sconosciuta per tanto tempo, celata in una sorta di oblio che l’ha resa ancora più interessante. Nel dicembre del 1994 tre appassionati speleologi la scoprirono, trovandosi dinnanzi ad uno spettacolo inatteso e maestosamente meraviglioso, dalla valenza storica estremamente rilevante. Ben ottocento metri di gallerie e sale, un tempo abitate, e migliaia di disegni raffiguranti animali di varie specie, dai leoni delle caverne ai mammut, ma anche rinoceronti ed orsi, e altre creature estinte dalla glaciazione; animali rari, che purtroppo però, non possono essere ammirati dai tanti curiosi che vorrebbero visitare la Grotta. I dipinti infatti, tipici dell’arte rupestre del Paleolitico, sono a rischio conservazione, motivo per il quale nessuno può accedere all’interno del sito preistorico. La decisione di chiudere al pubblico la Grotta Chauvet, rappresenta una misura di sicurezza necessaria per proteggere le opere da eventuali batteri che potrebbero causare la proliferazione di alghe e funghi sulle pitture, le incisioni e i disegni e portare al deterioramento e alla sparizione dell’importante patrimonio artistico. Tuttavia, in Francia, è stato realizzato un sito archeologico che replica in scala naturale la Grotta, poco distante dal sito originale, con le stesse cromie, luci, angolazioni e profondità. All’interno della Grotta, appare un repertorio artistico di centinaia di animali, fra gli elementi di spicco e di maggior interesse del sito. Tra questi, ciò che sorprende maggiormente, è il carattere “tridimensionale” delle splendide pitture, elementari ma al tempo stesso complesse. Un quadro rappresentante dei cavalli, ad esempio, li mostra disegnati frontalmente, ma, spostandosi di qualche centimetro, sembrerà che essi si muovano, in un disegno dinamico che conferisce movimento alla raffigurazione. Tutto ciò rende quasi surreali quei disegni; è come rivivere quella realtà, una quotidianità ovviamente lontana, ma resa viva dalle raffigurazioni che “abbracciano” quelle pareti irregolari seguendone perfettamente il perimetro. Per quanto concerne la datazione cronologica della Grotta Chauvet, essa sarebbe riconducibile all’Età della Pietra, ma tutt’oggi, le caverne, ma anche i fossili ritrovati al suo interno, sono sottoposti a continue analisi, per inserirle in una collocazione storica precisa. Le opere artistiche risalgono quindi all’Aurignaziano (40.000-30.000) e le ultime tracce dei visitatori al Gravettiano. Oggi i pochissimi studiosi autorizzati ad entrare all’interno della caverna per motivi di ricerca, sfruttano l’accesso già esistente che fu utilizzato dai tre speleologi che inaspettatamente la scoprirono, mentre quello preistorico originario è ancora ostruito dai massi litici. Oltre alla bellezza strabiliante della Grotta, dei disegni, delle linee dinamiche e prospettiche che li caratterizzano, un aspetto che rende tutto ancora più significativo, è la presenza all’interno di una delle sale più fitte e buie, di un grosso masso, sul quale è stato rinvenuto il teschio di un orso. Il masso ha […]

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Culturalmente

6 detti antichi e la loro origine

Sei detti antichi: una riflessione culturale per conoscerne l’origine. Innumerevoli sono le frasi che entrano a far parte del nostro linguaggio comune, di cui però non conosciamo affatto l’origine. Detti antichi, proverbi, modi di dire: tutti li utilizziamo comunemente per dare forza a un’espressione o per enfatizzare un’opinione. Ma da dove provengono? Oltre agli specialisti del mestiere, pochi sapranno che moltissimi detti antichi, oggi diventati celebri e sulla bocca di tutti, provengono da opere letterarie o dalla riflessione filosofica di noti autori dell’antichità. Tramandati per iscritto, permangono con forza nell’oralità quotidiana. Vediamone alcuni insieme. “Omnia vincit amor”: alla scoperta di alcuni detti antichi Facilmente traducibile in “L’amore vince su tutto”. Tutti, innamorati e non, abbiamo sentito almeno una volta questa frase. Ebbene, non tutti sanno che si tratta di un passo delle Bucoliche del famoso Virgilio, maestro e guida di Dante, che l’autore fa pronunciare a Cornelio Gallo; in seguito a una delusione amorosa, egli afferma la sua volontà di abbandonare la poesia elegiaca. Ma il verso finale è una presa di coscienza della potenza dell’amore contro ogni cosa, al quale tutti cediamo, nessuno escluso. La forza di questo verso risuona tutt’ora nei nostri cuori, tanto da diventare una vera e propria locuzione proverbiale, anche nella sua veste latina. “Gutta cavat lapidem” “La goccia scava la roccia”. Tra i detti antichi, questa locuzione latina, utilizzata per mettere in rilievo il fatto che la forza di volontà può farci arrivare a conquistare mete impensabili, è attestata in Ovidio e in altri famosi autori dell’antichità. Può assumere al contempo un significato negativo, ovvero volto a rappresentare il fatto che anche un’azione apparentemente di poco conto, se continua e costante, può condurre a risultati talvolta disastrosi. “In medio stat virtus” “La virtù sta nel mezzo”. Espressione idiomatica utilizzata presso numerosi autori latini, tra i quali Orazio, volta a disdegnare qualsiasi eccesso e a riportare ogni cosa al giusto equilibrio. Si diffonde nel Medioevo con i filosofi scolastici ma è attestata ancor prima in Aristotele e nell’Etica Nicomachea. Oggi è utilizzata nel quotidiano per dirimere ogni tipo di controversia e talvolta in senso non del tutto positivo, per non schierarsi affatto, finendo per ribaltare il suo significato originario. “De gustibus non est disputandum” “Non si discute riguardo ai gusti” è una locuzione latina volta a salvaguardare l’inoppugnabile varietà dei gusti. Comunemente utilizzata da tutti noi, al fine di sostenere la nostra tesi durante una discussione, l’espressione era attribuita da alcuni a Cesare, da altri a Cicerone. E’ in realtà una locuzione di origine medievale. “Mens sana in corpore sano” “Mente sana in corpo sano”. Questa espressione trae origine dalla satira decima di Giovenale, dove si afferma che l’uomo dovrebbe ambire a queste sole due cose: la sanità del corpo e quella dell’anima, non ai beni materiali, vani ed effimeri, anche se perseguiti da tutti. Tale frase, divenuta proverbiale, ha assunto oggi un significato leggermente differente, ponendo l’accento sulla maggiore attenzione alla cura del proprio corpo, nonché della propria salute psicofisica. “Verba volant, scripta manent” “Le parole volano via, lo scritto rimane” è una citazione di Caio […]

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Poesie sulle donne: le più belle scelte da noi

Poesie sulle donne scelte dalla nostra redazione Da sempre la poesia è lo strumento atto a concretizzare i sentimenti. Oltre a celebrare l’amore, in ogni tempo la poesia rende onore alla bellezza, in tutte le sue forme. Tema centrale di innumerevoli celebrazioni liriche è dunque la donna. Descritta nelle sue fattezze, con occhi come stelle, guance associate ai fiori più belli, il suo splendore è pari a quello delle bellezze angeliche. Essa assurge a soggetto privilegiato delle rime di tutti i tempi. Il poeta celebra il suo amore o esorta l’amata a ricambiare il suo sentimento, e si scontra spesso con bellezze evanescenti e sdegnose. Vi proponiamo di seguito alcune delle poesie sulle donne.   Dante Alighieri – Tanto gentile e tanto onesta pare Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua deven tremando muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare. Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d’umiltà vestuta; e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare. Mostrasi sì piacente a chi la mira, che dà per li occhi una dolcezza al core,  che ’ntender no la può chi non la prova: e par che de la sua labbia si mova un spirito soave pien d’amore, che va dicendo a l’anima: Sospira. Come non citare Dante, il padre della lingua italiana, fondatore del Dolce stil novo. Con una delle sue poesie più belle, attribuisce alla sua donna i caratteri tipici di un angelo sceso in terra. Beatrice è infatti una sorta di concretizzazione terrena dell’ultraterreno, del divino. È lei infatti che, grazie alla sua bellezza sovrannaturale, avvicina l’uomo a Dio. Una donna enfatizzata in ogni sua peculiarità, aleatoria e idilliaca che, col solo sguardo e con un semplice cenno del volto reca salute al poeta, sebbene non contraccambi il suo sentimento amoroso. Montale riprenderà il concetto dell’amore stilnovistico e della donna angelicata in una chiave differente. La donna è per lui angelo, in quanto lo allontana dalla crudele realtà storica, ferita dalla guerra e dal terrore, per condurlo verso una dimensione ultraterrena, che non è però la salvezza divina; semplicemente altro rispetto all’orrore. Nelle sue ultime raccolte, invece, si esplica la sua esigenza di un ritorno alla realtà e anche in questo caso il tramite sarà la donna, capace di leggere ciò che la circonda, vicinissima alla contingenza e alla realtà più di quanto il poeta sia mai riuscito ad essere, e dunque si incarnerà negli animali più improbabili; la moglie sarà infatti donna-mosca. Il poeta, in versi magistrali e impressi nella memoria di tutti, ci mostra la sua necessità di guardare il mondo solo attraverso le pupille offuscate dell’amore della sua vita. Il vuoto lasciato dalla donna amata è concretamente percepibile dalla lettura dei suoi versi. Ho sceso dandoti il braccio – Montale Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, né […]

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