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Eroica Fenice

La Tag: salotto culturale contiene 88 articoli

Culturalmente

6 detti antichi e la loro origine

Sei detti antichi: una riflessione culturale per conoscerne l’origine. Innumerevoli sono le frasi che entrano a far parte del nostro linguaggio comune, di cui però non conosciamo affatto l’origine. Detti antichi, proverbi, modi di dire: tutti li utilizziamo comunemente per dare forza a un’espressione o per enfatizzare un’opinione. Ma da dove provengono? Oltre agli specialisti del mestiere, pochi sapranno che moltissimi detti antichi, oggi diventati celebri e sulla bocca di tutti, provengono da opere letterarie o dalla riflessione filosofica di noti autori dell’antichità. Tramandati per iscritto, permangono con forza nell’oralità quotidiana. Vediamone alcuni insieme. “Omnia vincit amor”: alla scoperta di alcuni detti antichi Facilmente traducibile in “L’amore vince su tutto”. Tutti, innamorati e non, abbiamo sentito almeno una volta questa frase. Ebbene, non tutti sanno che si tratta di un passo delle Bucoliche del famoso Virgilio, maestro e guida di Dante, che l’autore fa pronunciare a Cornelio Gallo; in seguito a una delusione amorosa, egli afferma la sua volontà di abbandonare la poesia elegiaca. Ma il verso finale è una presa di coscienza della potenza dell’amore contro ogni cosa, al quale tutti cediamo, nessuno escluso. La forza di questo verso risuona tutt’ora nei nostri cuori, tanto da diventare una vera e propria locuzione proverbiale, anche nella sua veste latina. “Gutta cavat lapidem” “La goccia scava la roccia”. Tra i detti antichi, questa locuzione latina, utilizzata per mettere in rilievo il fatto che la forza di volontà può farci arrivare a conquistare mete impensabili, è attestata in Ovidio e in altri famosi autori dell’antichità. Può assumere al contempo un significato negativo, ovvero volto a rappresentare il fatto che anche un’azione apparentemente di poco conto, se continua e costante, può condurre a risultati talvolta disastrosi. “In medio stat virtus” “La virtù sta nel mezzo”. Espressione idiomatica utilizzata presso numerosi autori latini, tra i quali Orazio, volta a disdegnare qualsiasi eccesso e a riportare ogni cosa al giusto equilibrio. Si diffonde nel Medioevo con i filosofi scolastici ma è attestata ancor prima in Aristotele e nell’Etica Nicomachea. Oggi è utilizzata nel quotidiano per dirimere ogni tipo di controversia e talvolta in senso non del tutto positivo, per non schierarsi affatto, finendo per ribaltare il suo significato originario. “De gustibus non est disputandum” “Non si discute riguardo ai gusti” è una locuzione latina volta a salvaguardare l’inoppugnabile varietà dei gusti. Comunemente utilizzata da tutti noi, al fine di sostenere la nostra tesi durante una discussione, l’espressione era attribuita da alcuni a Cesare, da altri a Cicerone. E’ in realtà una locuzione di origine medievale. “Mens sana in corpore sano” “Mente sana in corpo sano”. Questa espressione trae origine dalla satira decima di Giovenale, dove si afferma che l’uomo dovrebbe ambire a queste sole due cose: la sanità del corpo e quella dell’anima, non ai beni materiali, vani ed effimeri, anche se perseguiti da tutti. Tale frase, divenuta proverbiale, ha assunto oggi un significato leggermente differente, ponendo l’accento sulla maggiore attenzione alla cura del proprio corpo, nonché della propria salute psicofisica. “Verba volant, scripta manent” “Le parole volano via, lo scritto rimane” è una citazione di Caio […]

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Poesie sulle donne: le più belle scelte da noi

Poesie sulle donne scelte dalla nostra redazione Da sempre la poesia è lo strumento atto a concretizzare i sentimenti. Oltre a celebrare l’amore, in ogni tempo la poesia rende onore alla bellezza, in tutte le sue forme. Tema centrale di innumerevoli celebrazioni liriche è dunque la donna. Descritta nelle sue fattezze, con occhi come stelle, guance associate ai fiori più belli, il suo splendore è pari a quello delle bellezze angeliche. Essa assurge a soggetto privilegiato delle rime di tutti i tempi. Il poeta celebra il suo amore o esorta l’amata a ricambiare il suo sentimento, e si scontra spesso con bellezze evanescenti e sdegnose. Vi proponiamo di seguito alcune delle poesie sulle donne.   Dante Alighieri – Tanto gentile e tanto onesta pare Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua deven tremando muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare. Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d’umiltà vestuta; e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare. Mostrasi sì piacente a chi la mira, che dà per li occhi una dolcezza al core,  che ’ntender no la può chi non la prova: e par che de la sua labbia si mova un spirito soave pien d’amore, che va dicendo a l’anima: Sospira. Come non citare Dante, il padre della lingua italiana, fondatore del Dolce stil novo. Con una delle sue poesie più belle, attribuisce alla sua donna i caratteri tipici di un angelo sceso in terra. Beatrice è infatti una sorta di concretizzazione terrena dell’ultraterreno, del divino. È lei infatti che, grazie alla sua bellezza sovrannaturale, avvicina l’uomo a Dio. Una donna enfatizzata in ogni sua peculiarità, aleatoria e idilliaca che, col solo sguardo e con un semplice cenno del volto reca salute al poeta, sebbene non contraccambi il suo sentimento amoroso. Montale riprenderà il concetto dell’amore stilnovistico e della donna angelicata in una chiave differente. La donna è per lui angelo, in quanto lo allontana dalla crudele realtà storica, ferita dalla guerra e dal terrore, per condurlo verso una dimensione ultraterrena, che non è però la salvezza divina; semplicemente altro rispetto all’orrore. Nelle sue ultime raccolte, invece, si esplica la sua esigenza di un ritorno alla realtà e anche in questo caso il tramite sarà la donna, capace di leggere ciò che la circonda, vicinissima alla contingenza e alla realtà più di quanto il poeta sia mai riuscito ad essere, e dunque si incarnerà negli animali più improbabili; la moglie sarà infatti donna-mosca. Il poeta, in versi magistrali e impressi nella memoria di tutti, ci mostra la sua necessità di guardare il mondo solo attraverso le pupille offuscate dell’amore della sua vita. Il vuoto lasciato dalla donna amata è concretamente percepibile dalla lettura dei suoi versi. Ho sceso dandoti il braccio – Montale Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, né […]

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Hans Arp, pittore dadaista… e non solo

Hans Arp: un viaggio nel suo animo d’artista Hans Arp nacque a Strasburgo nel 1887 e, come suggerisce il nome, ebbe origini franco-tedesche, motivo per il quale fu conosciuto anche col nome di Jean. Partecipò all’esposizione espressionista della corrente Der Blaue Reiter nel 1912. L’artista attraversò tutta quella stagione che dal cubismo arriva al surrealismo, con l’intento di allontanarsi da quella che è la realtà circostante, per arrivare a nuove forme del reale. Fu inoltre tra i fondatori del dadaismo. Nonostante ciò, la sua cultura si alimentò e nacque in accademia. Durante la prima guerra mondiale, per sfuggire alle armi, si rifugiò a Zurigo, dove incontrò la sua anima gemella, nonché sua futura moglie e artista anch’ella, Sophie Taeuber. Con quest’ultima sperimentò l’arte dei collages, (qui un esempio), e più avanti sviluppò le “configurazioni”, nonché arazzi con motivi astratti. Le sue opere non furono prettamente quadri, bensì nel periodo zurighese si dedicò anche alla scultura, con la realizzazione di opere in materiali vari, anche rifiuti, policromi, che venivano fissati, senza ottenere una fluidità complessiva. Tornato in Germania al termine del conflitto mondiale Hans Arp fondò il gruppo dei dadaisti di Colonia con Max Ernst e Johannes Theodor Baargeld, nel 1916. Dagli anni ’30 si allontanò dai surrealisti per avvicinarsi ad altri movimenti tra i quali l’astrattismo, partecipando a varie mostre. Si dedicò inoltre alla scultura, con forme essenziali e levigate. I temi prevalentemente trattati erano quello erotico sensuale e quello magico, derivante dall’arte arcaica. I cosiddetti papiers déchirés (carte strappate) rappresenteranno un rinnovamento dei collages (come si può vedere qui). L’arte di Hans Arp arriverà poi alle “concrezioni”, con le quali vi è un superamento della distinzione tra oggetto dadaista e scultura. L’ arte allusiva e simbolica di Hans Arp ha dunque l’intento di ricondurre l’uomo alla sua spontaneità primordiale. La natura poliedrica dell’artista si esplicitò anche nella scrittura. Compose infatti poesie nelle quali la sua teoria artistica si esplica nel non-senso portato avanti da un lucido anti-intelletto. Esse verranno raccolte in un’opera complessiva nel secondo dopoguerra, con il titolo de “Le Siège de l’Air”. Con la fine del conflitto mondiale, Hans Arp ottenne un enorme successo, grazie anche alle mostre di Parigi e New York, nonché alla realizzazione di opere monumentali per grandi enti pubblici, tra i quali la Harvard University. Negli anni ’50 del Novecento ricevette numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui quello della Biennale di Venezia e del MOMA di New York. Hans Arp: la legge del caso in Hans del dadaismo L’arte dell’Hans pittore dadaista si basa sulla cosiddetta legge del caso: egli l

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Alcmena, madre di Ercole e modello di fedeltà

Alcmena, la madre di Ercole, è una figura poco conosciuta all’interno del vasto panorama della mitologia greca. Figlia di Elettrione e Anasso, secondo altri invece di Euridice, fu la moglie di Anfitrione. Di quest’ultima si sa ben poco,  è famosa principalmente per essere stata la madre del semidio Eracle (o Ercole), conosciuto per la sua straordinaria forza. Fu scelta da Zeus, il re degli dei che, ancora una volta, a causa del suo animo altalenante, giocò con la pazienza e benevolenza di sua moglie Era, essendosi invaghito di Alcmena, probabilmente per le sue innumerevoli doti, tra le quali è indubbio vi fosse la fedeltà al marito, Anfitrione, nonché alla sua famiglia.  Infatti, rifiutò di sposare Anfitrione fino a quando egli non avesse vendicato l’uccisione dei fratelli. Secondo alcune leggende, il marito causò involontariamente la morte del padre di Alcmena, Elettrione, ma non per questo ella smise di amarlo. Le leggende su Alcmena, madre di Ercole Si narra che Zeus, per poter giacere con Alcmena, assunse le sembianze del marito, tanta era la sua fedeltà, approfittando della sua partenza per una spedizione contro i Teleboi. Nel talamo nuziale Zeus le narrò delle imprese che avrebbe dovuto compiere Anfitrione e, dunque, la donna fu convinta che si trattasse del marito. La loro unione, che portò Zeus ad allungare la durata della notte di due o tre volte, condusse alla nascita di un bambino, Eracle, che si dimostrò sin da subito prodigioso. Fu il protagonista delle dodici fatiche, in quanto la sua nascita aizzerà le ire e la gelosia della moglie del re degli dei, Era. La leggenda di Alcmena, madre di Ercole, fu trasmessa dai tragici greci e latini tra cui Sofocle, Accio, Euripide e Eschilo. La storia di Alcmena fu inoltre parodiata da Plauto. Il frutto del tradimento di Zeus con la saggia e dolce Alcmena sarà, come anticipato, soggetto dell’insaziabile sete di vendetta di Era, moglie di Zeus, che, nonostante le innumerevoli cure prestate ad Eracle dalla madre Alcmena, tenterà di ucciderlo nella culla con l’invio di serpenti, che prontamente il bambino affronterà e ucciderà, (scena soggetto di numerose iconografie) dando prova sin dalla culla della sua straordinaria forza. Alcmena, madre di Ercole, è dunque una figura ingiustamente occultata all’interno della mitologia greca, in quanto scelta appositamente da Zeus per le sue doti e virtù, e forse non a caso diventò la madre dell’uomo più forte di tutti. Pur avendo tradito il marito, è diventata, paradossalmente, simbolo per eccellenza di fedeltà, avendo agito pensando fosse Anfitrione stesso, dunque inconsapevole di tutto. Ciò, comunque, non bastò a frenare la rabbia di Anfitrione, che la condannò a morte. Fu salvata da Zeus, attraverso una pioggia prodigioso che spensero le fiamme del suo rogo. Anfitrione infine perdonò Alcmena e crebbe con amore sia Eracle che il figlio legittimo Ificle. Le doti di Alcmena sono indubbie, essendo stata scelta dal re degli dei, forse proprio a causa del suo porsi a modello di fedeltà e amore nei confronti del marito. Alla morte del figlio Eracle […]

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Culturalmente

Errori ortografici: i più comuni e la rispettiva correzione

La lingua italiana, come ogni sistema linguistico, per funzionare, ricorre a norme che ne regolarizzano l’uso. Ma, se è vero che ogni regola ha la sua eccezione, anche il sistema più perfetto presenta le sue falle. Gli errori ortografici ne sono un esempio lampante ed evidente. Questi non sono del tutto avvertibili nel parlato, ma lo sono nello scritto. Il termine “ortografia” deriva infatti dal greco, e significa “scrittura corretta”: scrivere bene non è, però, sempre scontato. In effetti tali errori sono il sintomo di cedimenti del sistema, che creano confusione anche nei parlanti madrelingua. Ma quali sono gli errori ortografici più comuni e commessi nella lingua italiana? Scopriamone insieme qualcuno, e sveliamone il giusto esito. Gli errori ortografici più comuni Alcuni errori ortografici, comunissimi nello scritto, riguardano l’uso delle doppie; spesso infatti nel parlato avviene che, a causa di influssi del dialetto o dell’accento d’origine, alcune parole vengono pronunciate con una sillaba raddoppiata o scempiata, e questo comporta la riproposizione dell’errore anche nello scritto. Per esempio: scrivere “robba” piuttosto che “roba”. Tale errore ortografico è molto comune anche nelle parole che terminano in -zione, -gione, -bile che, grammaticalmente non richiedono il raddoppiamento della prima consonante, tranne per alcune specifiche eccezioni. Un altro errore comunissimo nello scritto è la vicendevole confusione nell’uso dell’accento e dell’apostrofo: “qual è”, che va scritto senza apostrofo, è sicuramente tra i più comuni, forse perché confuso con la forma “quale”; in realtà va associato al pronome “tal”, che va scritto così come “qual”, senza aggiunta di apostrofo. Un caso contrario invece è quello di “un po’“, scritto con l’apostrofo e non con l’accento, perché risultato di un troncamento, (po’>poco), spesso scritto scorrettamente con l’accento, *pò. L’uso dell’apostrofo che segue l’articolo indeterminativo “un” presenta un ulteriore oggetto di dubbio. Se esso è posto dinnanzi ad un sostantivo femminile, richiede l’apostrofo (un’amica), ma non lo richiede nel caso di un sostantivo maschile (un amico); questo perché nel primo caso l’articolo “un” deriva da “una”, e la “a” cade per elisione davanti alla vocale del termine successivo. Nel secondo caso invece la “o” di “uno” cade per troncamento, indipendentemente da come inizia il vocabolo successivo, e dunque non richiede l’apostrofo, come nel caso di qual. Errore ortografico molto diffuso è relativo all’uso dell’accento. Esso infatti è spesso posto indiscriminatamente su parole monosillabiche; va invece è utilizzato solo per distinguere parole omografe, ci0é che si scrivono allo stesso modo, ma che hanno significati diversi, come nel caso di “dà” verbo, distinto da “da” preposizione semplice, o “là” avverbio differente da “la” articolo. L’utilizzo della consonante “h” è allo stesso tempo confusionario. A trarre in inganno sono spesso le parole che, essendo omofone, ovvero pronunciate allo stesso modo, a causa del fatto che il suono “h” è sempre muto in italiano,  vengono rese nello scritto omettendo la “h” dove in realtà ci vorrebbe, come nel comunissimo caso della declinazione del verbo avere (hanno>anno, ho>o). Errore ortografico molto comune è quello che coinvolge la sillaba -sce, che di norma non richiede […]

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Cinema e Serie tv

I film più belli di Audrey Hepburn, meravigliosa attrice senza tempo

Scopriamo insieme la nostra selezione dei film più belli di Audrey Hepburn, questa meravigliosa attrice senza tempo, nonché le curiosità legate a questi ultimi. Audrey Kathleen Ruston, conosciuta come Hepburn, dal cognome della nonna materna, è stata sicuramente una delle attrici più conosciute e amate di tutti i tempi. Vincitrice dei più ambiti premi cinematografici, tra i quali due premi Oscar, diversi Golden Globe, Emmy, Grammy, BAFTA e David di Donatello, è stata inoltre annoverata sul podio delle più grandi star della storia del cinema. In seguito al successo ottenuto negli anni ’50, ha lavorato al fianco dei più grandi attori dell’epoca, tra i quali Gregory Peck, Humphrey Bogart, Gary Cooper, Cary Grant, Sean Connery ed altri. Alcune scene dei suoi film, nonché gli abiti da lei indossati (anche in seguito al sodalizio con la raffinata casa di moda fracese Givenchy), sono divenute topiche e hanno segnato la memoria degli appassionati, nonché un vero e proprio codice di bellezza che si rivoluziona: un viso pulito, con due occhi enormi e scuri, come i capelli che lo incorniciano, che risulta bello qualsiasi espressione ella assuma. Nasce come ballerina, ma i suoi ruoli prima teatrali e in seguito cinematografici non possono che dare lustro alle sue indiscutibili doti di attrice carismatica ed elegante. Sarà la scrittrice Colette a volerla a tutti i costi come protagonista della versione teatrale del suo romanzo “Gigi”, e da qui la sua ascesa fu formidabile. La sua ultima apparizione sul grande schermo sarà negli anni ’80, e in seguito a tale scelta l’attrice si dedicherà alla famiglia, oltre che all’assiduo lavoro umanitario, ottenendo la nomina di ambasciatrice dell’UNICEF, grazie al suo instancabile ruolo nel sostegno delle popolazioni meno fortunate. I film più belli di Audrey Hepburn Vacanze Romane (1952) Oltre ad essere il film che sancirà il debutto dell’attrice nel panorama hollywoodiano, la sua interpretazione le valse la vittoria del premio Oscar come migliore attrice protagonista. La Hepburn interpreta il ruolo di una principessa che, stanca del suo ruolo nobiliare, decide di immergersi nella caotica vitalità romana, dove incontrerà un giornalista che ben presto si scoprirà innamorato di lei, ma che dovrà decidere se salvarsi la carriera, a scapito dell’innamorata. Topica è l’immagine della Hepburn in giro per le stradine della capitale sulla vespa guidata dal meraviglioso Gregory Peck, che ha fatto sognare intere generazioni, e continua a farlo. La magia della città eterna è lo scenario perfetto per l’interpretazione dei due magistrali attori, e la Hepburn dimostra ben presto la sua facilità nell’interpretare un volto regale, grazie alla sua finissima bellezza. Sabrina (1954) Un successo sembra incalzare l’altro, e la Hepburn, poco dopo il film di debutto, interpreterà l’indimenticabile Sabrina, figlia dell’autista di una famiglia abbiente, diverrà ben presto l’oggetto del desiderio nonché della disputa di entrambi i fratelli della famiglia, per arrivare poi a scegliere quello dei due che meno ci si sarebbe aspettati.  In questo film è affiancata da Humphrey Bogart e William Holden e i meravigliosi abiti indossati dall’artista sono targati Givenchy. Questa volta […]

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Culturalmente

Calipso, la misteriosa dea greca innamorata di Ulisse

Calipso fu la dea che, nel V libro dell’Odissea di Omero, accolse Ulisse sulla sua isola, Ogigia, tenendolo “nascosto” in questo paradiso perduto per sette anni. Nell’etimologia greca del nome è infatti racchiuso il suo ruolo all’interno della vicenda omerica: Calipso deriva dal verbo “nascondere”; per amore, trattenne Ulissa sull’isola contro la sua volontà, fino al definitivo abbandono dovuto a un comando dato direttamente dal padre degli dèi, Zeus, il quale va solo assecondato, come affermerà Ermes, il messaggero, incaricato di avvertire la dea innamorata dell’infausta decisione divina. Le incerte origini di Calipso e la misteriosa dimora La dea Calipso, secondo quanto tramandato da Omero, fu la figlia di Atlante e Pleione. Altre leggende la vogliono invece dea del mare, o Nereide, ma in alcuni appare anche tra le Oceanine, figlie del titano Oceano e della titanide Teti. Le vicende della dea sembrano prendere spunto dal topos del viaggiatore che, lontano dalla patria, gode dell’amore di una figura sovrannaturale, come avviene anche con la maga Circe. Ma Calipso, date anche le scarse apparizioni letterarie, sembre essere un’invenzione omerica, più che una leggendaria figura divina. La stessa dimora della dea, l’isola di Ogigia non è facilmente localizzabile. La narrazione suggerisce la sua collocazione nell’ignoto mar occidentale, forse nei pressi di Ceuta o Gibilterra, in un luogo remoto e lontano dagli uomini, e ciò fa pensare a una sorta di luogo d’esilio e di castigo per qualche peccato commesso dalla ninfa. L’isola però viene descritta da Omero come una sorta di Eden, grazie alla rigogliosa natura che l’adorna, dove troviamo Calipso spesso intenta a tessere, ma al contempo diviene paradossalmente la gabbia dorata della dea, secondo alcuni a causa del fatto che si schierò dalla parte del padre nella Titanomachia. L’arrivo di Ulisse e l’amore non corrisposto All’inizio del V libro dell’Odissea, Ulisse approda sulle sponde dell’isola, unico superstite in seguito alla perdita dei compagni di viaggio, puniti per aver trasgredito all’ordine divino di non uccidere le vacche sacre della Trinacria. Qui, l’eroe incontra la dea che se ne innamora. Le sorti di Calipso sembrano però essere destinate a una continua e infinita sofferenza; oltre a vivere in questo luogo incantato, ma desolato, non viene ricambiata dall’eroe, che anzi non desidera altro che tornare in patria, dalla moglie. In questo modo Calipso risulta essere sicuramente un’amante instancabile, che non si arrende e per sette lunghi anni continua ad amare un uomo, nonostante i suoi rifiuti. Al contempo però è un personaggio destinato all’infelicità. Gli dèi riunitisi, infatti, stabiliscono che Ulisse è pronto a tornare in patria, e inviano il loro messaggero Ermes, che pur malvolentieri, reca l’infausta notizia alla dea. Calipso non nasconde la sua sorpresa di fronte all’insolito arrivo di Ermes e non perde occasione per lamentare l’ingiusto maschilismo degli dèi che non consentono le unioni, seppur fedeli, di dee con esseri umani, ma per i quali non vale lo stesso divieto.  Ulisse, per quanto caparbio e deciso a voler tornare in patria, arrivando a rifiutare il dono dell’immortalità concessogli dall’innamorata […]

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Lyrical Ballads: la nascita del romanticismo inglese

Lyrical Ballads e Romanticismo inglese Le Ballate Liriche, meglio conosciute come “Lyrical Ballads” sono una raccolta di poesie pubblicate in Inghilterra da William Wordsworth e Samuel T. Coleridge nel 1798. In seguito Wordsworth pubblicò nel 1800 una prefazione che è divenuta il manifesto per antonomasia del Romanticismo inglese, e segna una vera e propria rivoluzione nel panorama poetico precedente, coniugando due visioni differenti di una poetica comune. La poesia per William Wordsworth Al centro della poetica di Wordsworth vi è sicuramente una visione panteistica della natura, e una necessità di ritorno all’innocenza primordiale, talvolta al periodo dell’infanzia, quando le emozioni erano più vive e sincere, in contrapposizione all’attuale società corrotta dalla civiltà; Wordsworth nella prefazione delle Lyrical ballads afferma che i sentimenti umani, riportati ad uno stato rurale, e dunque alla loro originaria natura, possano esprimersi con maggiore semplicità ed essere dunque enfatizzati perché analizzati più da vicino, perché soggetti a minori costrizioni, quelle che invece troviamo nella cosiddetta civiltà. Al poeta spetta dunque il compito di mettere in luce le affinità che riscontra tra natura e uomo. Le Lyrical Ballads rappresenteranno il caposaldo del romanticismo inglese per un ulteriore aspetto rivoluzionario; è messo in discussione il precedente ruolo del poeta all’interno della società. Wordsworth afferma infatti di essere un uomo come gli altri, che parla piuttosto che scrivere; le capacità di espressione del poeta sono dovute a una sensibilità spiccata che gli permette di vedere al di là delle cose; egli vuole però parlare a tutti gli uomini, e per questo il soggetto è l’uomo comune. Non la sola nobiltà prende la parola all’interno delle poesie, e questa è la più grande rivoluzione; per arrivare a tutti, il poeta parla come la gente comune, perché ognuno è in grado di sentire e percepire a suo modo. Il linguaggio utilizzato dal poeta sarà dunque quello comune, lontano da quello settecentesco, stereotipato per l’eccessiva ricercatezza. Ciò non sarà facile da mettere in pratica, né tantomeno facilmente accettato. Una ulteriore rivoluzione all’interno del panorama poetico è segnato dal concetto di poesia come “libero fluire di sentimenti” filtrati dal ricordo, dunque come espressione di ciò che l’uomo prova dentro, degli stati d’animo; ciò rivoluzionerà il concetto classico di poesia, e l’avvicinerà a ciò che essa rappresenta oggi. La poesia, secondo Wordsworth, non nasce nel momento in cui si prova l’emozione, bensì quando essa è rivissuta nel ricordo, quando tale forma è filtrata e dunque purificata. Compito del poeta è dunque quello di rendere evidente questa purificazione, affinché l’uomo comune ne tragga giovamento per una personale ascesa morale e spirituale. La poesia per Samuel Taylor Coleridge Samuel T. Coleridge ha contribuito alla raccolta delle Lyrical Ballads con un numero inferiore di componimenti, che si distanziano dalla poetica di Wordsworth. Se quest’ultimo infatti può essere considerato il poeta dell’ordinario, Coleridge al contrario è il poeta del sovrannaturale. Poema emblematico di tale concezione è “La ballata del vecchio marinaio”, tra i testi più famosi delle Lyrical Ballads, nel quale è evidente la teoria poetica sviluppata dall’autore, […]

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Maudit: i poeti maledetti sulla soglia della modernità

Con il termine maudit si intende una serie di poeti, amici del poeta francese Paul Verlaine, che li identificò con l’appellativo “maledetti” in una sua opera datata 1884. Ad accomunarli, lo spirito di ribellione nei confronti di una società, quella di fine 800, nei cui ideali questi ultimi non si riconoscono più. Il poeta, in tale società, perde il ruolo assegnato ai suoi predecessori di “vate”, per diventare un uomo qualunque, anzi un isolato, un incompreso. La poesia non ha più il ruolo di guida della società, se i poeti non si riconoscono nei valori che la società propina. Per questo motivo l’atteggiamento assunto dai maudit è provocatorio e sregolato, talvolta ai limiti della legalità. L’angoscia che provano, legata al mancato riconoscimento all’interno della realtà, li porta a ricercare forme sovrannaturali e surreali nelle quali immergersi, anche con l’aiuto di sostante stupefacenti. La poesia diviene dunque il terreno di queste nuove sperimentazioni, una sorta di fuga da un mondo cupo e soffocante. È solo nella rottura col mondo circostante e coi legami razionali, che il poeta ritrova il contatto con l’”assoluto”, attraverso la sua poesia, che di conseguenza non è sempre di facile lettura. Immergiamoci dunque insieme nel mondo dei cosiddetti maudit, per conoscerli meglio e comprenderne la poetica. Charles Baudelaire, il Maudit per eccellenza A modello del poeta maudit vi è sicuramente il francese Charles Baudelaire. Quest’ultimo è considerato il capostipite dei poeti maledetti che seguiranno, nonché precursore della modernità, per la sua vita sregolata e vissuta sempre in bilico, nonché per i motivi e lo stile delle sue poesie. La sua stessa opera “Le Fleurs du mal” subì un processo per oltraggio alla morale e fu bannata, per assumere solo molto tempo dopo il valore di capolavoro indiscusso dell’ottocento francese e europeo. Il titolo emblematico congiunge in un ossimoro il male, il negativo a qualche cosa di seducente e attraente, il fiore appunto, affermando sin dalla soglia il valore del male come qualcosa da scrutare, che attrae, piuttosto che allontanare. Lo scandalo è avvertibile sin dal titolo. Le poesie di Baudelaire propongono un viaggio che, attraverso i “paradisi artificiali” conduce il poeta ed il lettore stesso verso una realtà altra, che è ben lontana da quella che circonda il poeta. Le atmosfere surreali e il linguaggio ermetico del maudit per eccellenza ne sono la concretizzazione. Tutto ciò nella speranza di un illusorio conforto in una realtà che è altro. La vacuità della fuga fa si che il poeta possa confidare infine solo nell’ignoto.  L’opinione di Verlaine Sulla scia della poetica proposta da Baudelaire, Paul Verlaine, nella sua opera che dà il nome a questi poeti, si propone l’intendo di rendere loro giustizia, in un tempo che non conferisce a questi ultimi il ruolo che meritano. Verlaine attribuisce l’appellativo di maudit a Tristan Corbière, Marcelline Desbordes-Valmore unica donna maudit; Villiers de l’Isle-Adam, a se stesso, con lo pseudonimo di Pauvre Lelian, nonché ai più famosi Arthur Rimbaud e Stéphan Mallarmé.  Tali poeti, non riconoscendosi nella realtà nella quale vivono, tentano […]

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Luis Sepulveda, uno scrittore dalla vita avventurosa

Luis Sepulveda, scrittore cileno nato nel 1949, è una figura particolarmente interessante nel panorama sudamericano e non solo. Lo spirito avventuroso che caratterizza lo scrittore era infatti proprio dell’intera famiglia, e sarà la cifra stilistica delle sue opere, che spaziano tra stili molto diversi tra loro, non perdendo il carattere forte e sfrontato dell’autore. Conosciamo insieme la storia dello scrittore.  Una vita avventurosa Luis cresce con il nonno paterno, un anarchico andaluso stabilitosi in America del sud, e lo zio, in quanto i genitori erano in fuga a causa di una denuncia ricevuta dal nonno materno. La sua passione per la scrittura, e soprattutto per la letteratura avventurosa, Conrad, Salgari e Melville tra i suoi preferiti, è precoce, e sin dalle scuole superiori Luis inizia a scrivere per un giornale, e a soli vent’anni riceve il suo primo premio letterario. Si iscrive inoltre alla Gioventù comunista, oltre a ricevere una borsa di studio per l’università di Mosca. La sua esperienza sovietica però dura pochi mesi; viene infatti espulso a causa di “atteggiamenti contrari alla morale proletaria”. Inizia un periodo di spostamenti continui, ed è di nuovo in Cile, dove viene espulso dalla Gioventù comunista. Si sposta poi in Bolivia, dove prende parte all’esercito di Liberazione Nazionale. In Cile termina gli studi teatrali e continua a scrivere racconti. Si iscrive al Partito Socialista, e arriva a far parte della guardia personale del presidente Allende. Con il colpo di stato di Pinochet del 1973, Sepulveda viene arrestato e torturato, e poi rinchiuso in una cella minuscola. Grazie all’intervento di Amnesty International viene liberato. Il suo perseguire le proprie idee anche nei suoi spettacoli teatrali gli costò un secondo arresto che si concluse inizialmente in una condanna all’ergastolo, che gli fu commutata in una pena all’esilio. Dovendosi recare in Svezia, al primo scalo a Buenos Aires fuggì alla volta dell’Uruguay, e da lì peregrinò per vari paesi dell’America Latina. Si stabilì infine in Ecuador, dove riprese a fare teatro e si dedicò a una campagna UNESCO, stando a contatto per vari mesi con la comunità degli Indios Shuar per studiare gli effetti della civiltà sulle abitudini di questi popoli; da qui nasce il suo interesse per le tematiche ambientali e l’amore per la natura, riversato nel libro che l’ha consacrato sulla scena mondiale “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” insieme al suo amore per la lettura. Si unì in seguito alle brigate internazionali Simon Bolivar per la guerra in Nicaragua. Si dedicò in seguito al giornalismo, e si stabilì in Europa, tra la Germania e la Francia. Si unì all’organizzazione ecologista Greenpeace. Tornò per un breve periodo in Cile, per stabilirsi alla fine in Spagna. La vita avventurosa di Sepulveda sarà fonte diretta per alcuni dei suoi romanzi, tra i quali “La fine delle storia” e “Il mondo alla fine del mondo”. I mille orizzonti della letteratura di Luis Sepulveda I generi letterari nonché gli stili toccati dall’autore risentono della sua vita avventurosa, del suo sguardo poliedrico sul mondo, dei mille orizzonti interiorizzati […]

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