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Eroica Fenice

La Tag: salotto culturale contiene 174 articoli

Culturalmente

Storia del teatro greco, la società è di scena

La storia del teatro greco va di pari passo con quella della polis di Atene, dove assume il ruolo di palestra della democrazia. Il teatro rappresenta una delle tante eredità donateci dalla civiltà greca. Un luogo e un’occasione di crescita civile e culturale, volta a formare il cittadino come individuo attivo della vita della polis di Atene e alla cui storia è strettamente legato. Storia del teatro greco, le origini Il periodo d’oro del teatro greco va collocato nel V secolo a.c., in quella che nei libri di storia è nota come “età classica”. Sotto il comando del generale Pericle Atene visse un boom economico e sociale, con la città che divenne un porto felice per la nascita delle istituzioni democratiche e una calamita culturale che attirò a sé poeti, artisti, filosofi e intellettuali. In realtà la storia del teatro greco ha inizio un secolo prima, nel VI a.c., quando il tragediografo Tepsi, figura a metà strada tra storia e leggenda, allestì con il suo “carro di Tepsi” (la prima compagnia itinerante dell’antichità) il suo primo spettacolo durante la sessantunesima Olimpiade (535 – 532 a.c.). Stando a quanto si legge nella Suda, un’enciclopedia bizantina risalente al X secolo, in quell’occasione Tepsi avrebbe introdotto il prologo, la maschera, il primo attore e altri elementi che avrebbero distinto la rappresentazione teatrale da ciò che era stato fino a quel momento: un insieme di canti corali che erano il culmine delle processioni in onore di Dioniso e scritti in ditirambo, un verso irregolare che dava l’idea dell’ebrezza provocata dal vino (elemento associato a Dioniso). La nascita dei teatri Nel V secolo il teatro venne  istituzionalizzato con la costruzione di strutture dette, per l’appunto, teatri (da theatron, “luogo in cui si osserva”). Il più importante è il Teatro di Dioniso, situato nell’Acropoli di Atene. L’edificio era costituito dall’orchestra, un palco dove si trovavano gli attori e il coro. Alle loro spalle si ergeva la skené, una costruzione in pannelli di legno dove veniva dipinta l’ambientazione dell’opera. In cima dovevano esserci una pedana rialzata detta theologeion, utile per rappresentare l’apparizione degli dèi e una gru, la mechanè, che serviva a sollevare l’attore da terra per farlo volare. Dall’orchestra si stagliava la cavea, una struttura circolare costituita da scalinate ricavate dalla roccia dove venivano posti sedili in legno e a cui gli spettatori accedevano attraversando due corridoi situati lungo l’orchestra. Infine vi era l’ekkyklema, una piattaforma con delle ruote che veniva azionata per scoprire l’interno dell’edificio scenico. Il teatro, una scuola di civiltà aperta a tutti Ma come viveva l’esperienza del teatro un cittadino ateniese? Di sicuro in modo differente da come lo viviamo noi. Se al giorno d’oggi lo spettacolo teatrale equivale a una semplice occasione di svago, nell’Atene del V secolo un pensiero del genere era inconcepibile e sicuramente provocherebbe un coccolone a qualche redivivo cittadino ateniese. Il teatro era un rito civile e religioso, un evento collettivo che riuniva persone differenti per classe sociale nel segno del coinvolgimento emotivo per le vicende narrate. […]

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Culturalmente

Peter Pan: la vera storia tra luci ed ombre

Peter Pan: scopriamo insieme la vera storia del personaggio creato da James Matthew Barrie “Tutti i bambini, tranne uno, crescono. Lo sanno presto che cresceranno e Wendy lo seppe a questo modo. Un giorno, quando aveva due anni, giocando in un giardino, colse un fiore e lo portò di corsa a sua madre. C’è da pensare che la bimba, in quell’atteggiamento, sembrasse deliziosa poiché la signora Darling appoggiò le mani al cuore ed esclamò: «Oh, perché non puoi restare così per sempre?» Questo fu tutto quanto passò tra di loro sull’argomento ma, da allora, Wendy seppe che sarebbe dovuta crescere. Tutti, dopo i due anni, scopriamo questa verità. I due anni sono il principio della fine” (James Barrie) È la Disney ad aver confezionato perfettamente l’immagine di Peter Pan. Scanzonato, casinista e divertente. Tutti conosciamo da sempre il bambino che non voleva crescere e le sue imprese favolose contro Capitan Uncino, con al seguito i cosiddetti “bambini sperduti” e Wendy, la bambina londinese che gli racconta le favole. Eppure il personaggio di Peter Pan nasconde diverse ombre, momenti tragici che in pochi conoscono e che si annidano in modo profondo anche nella vita del suo ideatore: James Matthew Barrie. L’ispirazione per Peter Pan gli sovvenne mentre era seduto su una panchina dei giardini di Kensigton (vicino Hyde Park, a Londra). Barrie, a quei tempi, nutriva una profonda simpatia per i cinque figli di una coppia locale, i Davies, con cui era solito giocare ai pirati ed anche loro concorreranno alla genesi di questo straordinario personaggio. Il coronamento del suo intuito letterario avvenne all’inizio del XX secolo, quando pubblicò la sua prima opera “L’uccellino bianco” nel 1902 e successivamente “Peter Pan, il ragazzo che non voleva crescere”. Il pubblico accolse le avventure del ragazzo volante in maniera così positiva ed energica che lo scrittore non vi pose fine, tanto che pubblicò ancora due opere sul suo beniamino: “Peter Pan nei giardini di Kensington” nel 1906 e “Peter e Wendy” nel 1911. Quest’ultima opera rimane tutt’ora la più celebre, aiutata anche dall’adattamento Disney. Le origini malinconiche di Peter Pan Nei Kensington Gardens a Londra fu installata nel 1912 un’opera realizzata dallo scultore George Frampton, sotto strette direttive di Barrie. Il giorno dell’inaugurazione, in mezzo a tanti bambini ed adulti, fu Barrie a sottolineare un grande problema: «In questa scultura non traspare il demone che è in Peter Pan», suscitando non poco sconcerto da parte dello scultore, la cui risposta fu: «Peter Pan un demone? Mai accostamento sarebbe più sbagliato». A dispetto di ciò che ha realizzato la Disney, invece, la storia di Peter Pan non è così dolce e divertente come ci è stata raccontata durante l’infanzia e il suo ideatore lo sapeva bene. La prima edizione della storia, infatti, era riservata ad un pubblico di soli adulti. Le vicende si svolgono proprio nei Kensington Gardens, all’interno dei quali Barrie si immaginò l’esistenza di un lago chiamato “l’isola degli uccelli” (idea iniziale grazie alla quale nascerà l’isola che non c’è). Questa oasi […]

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Libri

Un giro di giostra: il romanzo di Roberto Colantonio

Un giro di giostra è il nuovo libro dello scrittore Roberto Colantonio, edito da GM Press. Un giro di giostra: sinossi del libro “Novembre 1992. La Prima Repubblica sta morendo sotto i colpi di “Mani Pulite”. Inizia lo sciopero dei dipendenti del Monopolio di Stato sui tabacchi; è l’epoca d’oro del contrabbando delle “bionde”, agevolato dal continuo stato di guerra nei Balcani, sull’altra sponda dell’Adriatico. Niente e nessuno sarebbe stato più come prima dopo questo gigantesco giro di giostra. Giuseppe, detto Jo, torna a Lava, il suo paese natale, alle pendici del Vesuvio, dopo aver inutilmente tentato la fortuna altrove. Rincontra il suo amore di sempre, Maria, che ha sposato il suo migliore amico. Insieme, i tre tenteranno il colpo che gli permetterebbe di lasciarsi Lava alle spalle.” https://www.gmpress.it/prodotto/un-giro-di-giostra/ “Fu come uno sparo”, si legge in un passo del breve ma intenso libro di Roberto Colantonio; una narrazione semplice, scorrevole che entra nella mente, conducendo inevitabilmente a riflettere. Le parole che compongono le pagine del libro sono quasi come degli “spari” che uno dopo l’altro, quasi a raffica, si posizionano lì, in una scrittura che abilmente racconta di un ragazzo tornato al proprio paese di origine, in Campania. Lava, il paesino dagli orrendi fili di plastica colorati posizionati davanti alle porte d’ingresso a fare da tenda e a togliere l’aria. La sensazione era quella di trovarsi in un grande zoo, col mostro (il Vesuvio) che dall’alto osservava tutto. Il protagonista di “Un giro di giostra”, Giuseppe, detto Jo, è piuttosto controverso, si potrebbe definire ermetico nel suo modo d’essere e comportarsi. Osserva quel paesino dal quale partì, con lo spirito di chi vorrebbe rivoluzionare tutto. Un paese buio, in cui tutto è spento, ma non le descrizioni minuziose dell’autore, Roberto Colantonio. Jo non chiede consigli, sembra quasi non voler agire e pensa, tanto, spesso e intensamente con rammarico a ciò che è stato e ciò che probabilmente non potrà più essere. Il titolo del libro probabilmente rappresenta un po’ la metafora dell’esistenza, una giostra che fin quando gira, diverte e riesce a cancellare, seppur per poco tempo, i pensieri, i problemi, i rimorsi, quasi confondendo la mente per poi fermarsi e far ritorno alla realtà, bella o brutta che sia. Una giostra sulla quale si decide di salire e dalla quale necessariamente bisogna poi scendere. Un po’ come le situazioni che Jo, il protagonista del libro, vive con gli altri personaggi, che gli fanno da spalla, in un ambiente che pullula di emozioni, suggestioni e rimembranze. La redazione di Eroica Fenice ha avuto il piacere di intervistare l’autore del libro intitolato “Un giro di giostra“, Roberto Colantonio, che con gentilezza e premura ha risposto a qualche domanda. L’intervista all’autore Roberto Colantonio Salve Signor Roberto Colantonio, innanzitutto complimenti per il libro. Come prima cosa Le chiedo, da cosa e come nasce l’ispirazione di scrivere un libro breve ma così ricco di significato, con una storia così “particolare”? “La ringrazio per le belle parole. Il libro ha avuto una gestazione molto lunga ed […]

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Culturalmente

Tristano e Isotta: l’amore nel Medioevo

La leggenda di Tristano e Isotta, un amore medievale oltre i confini di qualsiasi stereotipo e luogo comune narrata da Thomas La leggenda di Tristano e Isotta, nonostante l’importanza basilare per la lirica moderna, ci è giunta solo in uno stato frammentario. Tramandata da Thomas nella cosiddetta versione cortese (1170-1180) e da Bèroul nella versione comune (1180 circa), è stata ricostruita nel suo complesso attraverso integrazioni con le versioni straniere che ne sono derivate. La versione di riferimento nella mia analisi sarà quella di Thomas.[1] La storia di Tristano e Isotta L’amore che lega Tristano e Isotta, l’uno nipote di re Marco di Cornovaglia e l’altra, sua promessa sposa, è un amore tipicamente illecito; essi infatti, durante la traversata che avrebbe dovuto condurre Isotta la Bionda dal re, bevono incautamente il filtro preparato dalla madre della fanciulla, che avrebbe dovuto far sbocciare l’amore tra gli sposi. Il filtro non assume in Thomas il ruolo di cagione vera dell’amore. Il sentimento tra i due cresce indipendente dal filtro, che risulta essere esclusivamente l’elemento che sancisce il passaggio dalla fin’amor all’amore carnale.[2] La passione che li travolge li spinge a dimenticare ogni morale e ogni inibizione. Nonostante ciò il comportamento degli amanti volge in due diverse direzioni. Isotta la Bionda sposa infatti il re quando Tristano è ancora a corte, nonostante i suoi sentimenti e il suo corpo siano legati a quest’ultimo, ma giura fedeltà all’amato, fedeltà che è già stata profanata ancor prima di essere stata siglata. Anche Tristano si sposa, ma è un matrimonio che avviene lontano dall’amata Isotta, una volta scappato per evitare la condanna essendo stata scoperta dal re la passione illecita. Le sue nozze si svolgono proprio in nome dell’amata: Tristano spera, attraverso una nuova Isotta, dalle mani bianche e bella quanto la prima, di riuscire a dimenticarla. Ma il matrimonio si rivela fin da subito una scelta sbagliata: il ricordo della promessa di fedeltà fatta a Isotta la Bionda, attraverso l’anello donatogli prima della partenza, è per Tristano un ostacolo tale da non permettergli di consumare il matrimonio con la nuova Isotta. Alla novella sposa dirà che è impossibilitato a causa di una ferita; ometterà il fatto che si tratta di una ferita del cuore, non del corpo. Il ricordo di Isotta la Bionda è così forte da spingere Tristano a riprodurne una statua che collocherà in una caverna adornata, cristallizzandone l’assenza e alla quale confesserà le sue pene, come non può fare con l’amata lontana. Confessione che può avvenire, dunque, solo in assenza di quest’ultima. Neanche questo espediente sarà sufficiente: Tristano arriverà a travestirsi da lebbroso al fine di avvicinare l’amata, che lo riconoscerà. Verrà però ben presto allontanato e si ridurrà a una vita di stenti. Isotta riuscirà a contattarlo ma, dopo una notte d’amore, Tristano ritornerà dalla sua sposa. L’ultima impresa consisterà in una battaglia in nome dell’amore. Non a caso sarà un cavaliere dal suo stesso nome a indurlo a combattere con lui contro chi gli ha strappato la sua amata; questo […]

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Culturalmente

Lucifero (secondo Dante): tra paura e solennità

La letteratura, nel corso dei secoli, ha fornito le più svariate raffigurazioni del diavolo: con il Lucifero (secondo Dante), assistiamo, come ha detto ironicamente il filosofo Emil Cioran, alla «maggiore riabilitazione del Diavolo che un cristiano abbia intrapreso». Vexilla regis prodeunt inferni Il canto XXXIV dell’Inferno inizia con l’unica frase tutta in latino della cantica: significa “si avvicinano le insegne del re dell’inferno” ed è una citazione del celebre inno di Venanzio Fortunato, dove al posto delle insegne della vera croce, per le quali fu composto entrando poi nella liturgia della Settimana Santa, Dante aggiunge “inferni”, per introdurre la visione di Lucifero. Data la complessa stratificazione plurilinguistica della Commedia, possiamo dedurre, azzardando, che l’uso del latino servisse a conferire solennità al personaggio, ipotesi suffragata dal fatto che la citazione riprendesse un inno religioso. Ci ritroviamo così, da subito, in un clima di orrore religioso e di magnificenza. Secondo una tradizione medievale di esegesi biblica, Lucifero era uno dei Serafini, l’angelo più bello e luminoso del Creato (il nome latino vuol proprio dire “portatore di luce”, in quanto derivante da lucifer, composto di lux –luce- e ferre –portare-). Egli aspirava orgogliosamente ad essere al pari di Dio e per tale peccato di superbia, primo di tutti i tradimenti, fu scagliato a testa in giù dal Cielo verso la Terra: essa, spaventata, inorridita, si ritrasse da lui, dando origine alla voragine infernale nell’emisfero nord, e alla montagna del Purgatorio in quello sud. Lucifero (secondo Dante): la descrizione del canto XXXIV dell’Inferno Lucifero (secondo Dante), imperador del doloroso regno (espressione chiaramente opposta all’imperador che là sù regna, con cui il Sommo Poeta si riferisce a Dio nel primo canto della Commedia), è gigantesco: le sue dimensioni gli conferiscono sì una natura esclusivamente materiale, priva di qualsiasi spiritualità (e infatti a Dante appare, in lontananza, come una macchina, simile a un mulino a vento), ma anche una sua grandiosità. Dante lo descrive direttamente nel canto XXXIV dell’Inferno, come un’enorme e orrida creatura, pelosa, dotata di tre facce su una sola testa e tre paia d’ali di pipistrello. Lucifero è confitto dalla cintola in giù nel ghiaccio del Cocito, nel fondo dell’Inferno, punto più lontano da Dio, ed emerge solo il suo lato superiore; in ognuna delle tre bocche maciulla un peccatore. Sono i peccatori supremi, traditori delle due istituzioni che, se funzionanti, avrebbero assicurato, secondo Dante, la felicità umana, ovvero l’Impero e la Chiesa: le bocche laterali maciullano i corpi di Bruto e Cassio, traditori e uccisori di Cesare, mentre la bocca centrale maciulla il traditore direttamente responsabile dell’arresto e della morte in croce di Cristo, Giuda Iscariota. Le tre teste sono di diverso colore: quella al centro è vermiglia (rossa), quella a destra è tra il bianco e il giallo, quella a sinistra è simile al colore della pelle degli Etiopi (nera). I tre colori sono stati variamente interpretati, così come le tre facce, ma nessuna ipotesi è pienamente convincente. Il rosso rappresenterebbe la violenza sanguinaria, ma anche il sangue versato di Cristo e la vergogna. Il nero rappresenterebbe la paura e il buio che ottenebra la coscienza. Il giallo rimanderebbe all’invidia. Il mostro sbatte le ali, producendo un vento freddo che […]

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Culturalmente

Poesie da leggere in estate: un mare di parole

In estate aumenta il tempo libero a disposizione e gli appassionati lettori ne approfittano per leggere qualcosa in più, immergendosi in dimensioni letterarie fatte di poesie e romanzi. I versi che caratterizzano una poesia, posizionati uno dopo l’altro, rappresentano l’identità perfetta della lettura senza eccessi. È pur vero che il genere poetico non piace a tutti: c’è infatti tra i lettori chi lo ritiene troppo essenziale e poco coinvolgente e altri ancora dichiarano di aver difficoltà a comprendere i versi. Per gli amanti delle poesie, invece, con l’arrivo della “bella stagione” si apre un mondo. Poesie da leggere in estate: il vasto patrimonio poetico italiano Per quanto concerne la letteratura italiana, Giovanni Pascoli decantò la bellezza e la suggestione estiva con una breve poesia, osservando fuori dalla propria finestra gli elementi naturali e caratterizzanti della bella stagione, quasi essenziali nella loro delicatezza immensa. Il componimento in questione si intitola “La Rosa delle siepi” e rimanda ad un verso prettamente estivo, ricco di parole semplici ma coinvolgenti dalle quali lasciarsi rinfrescare, immaginando nella propria mente lo scenario descritto. Proprio il paesaggio citato, con la presenza di una finestra ed una bicicletta, richiama un’immagine estiva, con la calura che imperversa e la lettura a dare nuova linfa ed energia vitale. Sempre nell’ambito della letteratura italiana, ricchissima di autori e poeti, anche il grande Salvatore Quasimodo dedicò una propria menzione all’estate in una poesia omonima, attraverso il richiamo ad un animale caratteristico della stagione: le cicale. In essa, il celebre poeta italiano affermò di nascondersi con le cicale per osservare le stelle, all’ombra di un pioppo che quasi ostruiva tutta la visuale. Naturalmente le due poesie citate sono testi brevi, che potrebbero andar bene e dunque piacere a chi si approccia per la prima volta al genere poetico. Gli appassionati lettori disporranno sicuramente di una propria raccolta di poesie preferite, indipendentemente dalla lunghezza delle stesse. Una cosa è certa: serve ispirazione per scrivere poesie e gli autori del passato ne hanno dato grande prova, con capolavori ancora oggi apprezzatissimi e, soprattutto, oggetti di studio tra i banchi di scuola, come segno rappresentativo di un Paese ricco di storia e cultura. Tuttavia, anche per leggere, soprattutto poesie, occorre una forte sensibilità o inclinazione che dir si voglia; prediligere questo genere non è da tutti e non tutti ne trovano giovamento. A tal proposito, come non ricordare Gabriele D’Annunzio che nel 1903 pubblicò i primi tre libri, intitolati Maia, Elettra e Alcyone, delle Laudi del cielo della terra del mare e degli eroi. Una catarsi attraverso le bellezze della natura, le sinfonie sprigionate dagli elementi che contraddistinguono l’ambiente, in cui s’intrecciano i versi delle cicale e degli uccelli ed i suoni di alberi, fiori, cespugli, che risuonano sotto alla pioggia. Un perfetto simbolismo accompagna il lettore, in una sorta di antropormorfizzazione della natura. La natura è amata soprattutto d’estate, quindi citare la forte intensità della poesia di D’Annunzio era quasi necessario in una sfera che rimanda alla bella stagione. Dalla natura si trae beneficio, così […]

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Culturalmente

Lingue del sì: l’italiano come affermazione di unità

L’italiano fa parte delle cosiddette lingue del sì, in riferimento ad una tripartizione delle lingue romanze, ad opera del Sommo Poeta Dante Alighieri, che nel De vulgari eloquentia, operò una distinzione tra tre filoni in base alla loro particella affermativa: • Lingua d’oïl, diffuso nella Francia del nord, antecedente al francese attuale; • Lingua d’oc, diffuso nella Francia del sud, progenitore dell’occitano; • Lingua del sì, ossia l’italiano. La nascita dell’Italiano L’italiano, come le altre lingue romanze, deriva dal latino volgare. Con la caduta dell’Impero Romano, il latino venne utilizzato esclusivamente come lingua scritta, mentre, in riferimento alle diverse varietà di latino parlato nelle tante regioni appartenenti all’Impero, nacquero lingue diverse. Ricordiamo che la lingua latina, infatti, era stata in un certo senso “imposta”, dai Romani, come lingua dell’Impero, andandosi però a sovrapporre alle altre lingue già esistenti e formando dei substrati linguistici. In Italia, notevolmente frammentata, nacquero diversi volgari (alcuni dei quali ancora oggi si possono identificare con i dialetti utilizzati nelle diverse aree geografiche del Paese) che da lingue esclusivamente parlate, cominciarono ad essere utilizzate anche in forma scritta. I primi documenti volgari in Italia, sono: L’Indovinello veronese, dell’800 circa, è un documento scritto in pergamena spagnola; all’interno del testo è possibile leggere un volgare ancora in fase di sviluppo; infatti, a tal proposito, nell’ambito delle “lingue del sì”, i filologi e i linguisti si dividono tra coloro che vedono nel documento un primo esempio di volgare e chi invece, un’attestazione del tardo latino. Altra testimonianza importantissima è L’Iscrizione di Commodilla, o meglio il Graffito di Commodilla; esso si trova nelle omonime catacombe a Roma e risale al IX secolo: è considerato la prima testimonianza di una lingua intermedia tra latino e volgare. Ed infine I Placiti Capuani: risalenti al 960 d.C., rappresentano il primo documento scritto in volgare italiano ad oggi pervenuto a noi. Queste tre menzioni costituiscono i primi esempi di quella lingua che sarà poi l’italiano, e rientrano quindi nelle lingue del sì. Per quale motivo l’italiano rientra nelle lingue del sì? Le cosiddette lingue del sì erano così menzionate, per il modo di intendere e quindi pronunciare, l’affermazione –sì – nelle rispettive lingue. L’italiano era quella più aggraziata, più dolce e dunque, molto probabilmente, per questo motivo è detta “del (dolce) sì”. In realtà, la particella sì, linguisticamente è rimandabile a Dante Alighieri, non a caso definito un vero e proprio linguista;  il Sommo Poeta, nella Divina Commedia, parla dell’italiano come lingua del sì. Precisamente nella Cantica de l’Inferno, ad un tratto si legge: “Il ‘bel pese là dove il sì suona’ è l’Italia”. Era quella la definizione che Dante Alighieri attribuiva all’Italia, a partire da quell’unico e dolcissimo suono dell’affermazione, diventata poi simbolo di appartenenza e vanto, propri della cultura italiana. Ricordiamo che la Divina Commedia è in realtà un insieme di tentativi linguistici, dal dialetto fiorentino, dalle parole volgari, alle parole derivanti dal francese, tant’è che è il registro linguistico proprio della celebre opera letteraria è stato definito una sorta di “risemantizzazione” […]

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Culturalmente

Locus Amoenus. Da Teocrito al ‘900

Nella letteratura si è fatto spesso uso di un motivo denominato locus amoenus. Tale definizione, che significa “luogo sereno/piacevole” indica una località immersa nella natura e priva di legami temporali e spaziali, dove gli uomini vivono sereni e lontani dai clamori e dai disordini della vita cittadina. Locus amoenus. Teocrito e Virgilio Questo topos letterario ha i suoi natali nel mondo classico, dove il primo ad adoperarlo fu il poeta greco Teocrito nei suoi Idilli. Dei 30 componimenti che costituiscono l’opera, 8 sono riconducibili alla poesia bucolica, un genere che ha come tema l’Arcadia: un mondo pastorale caratterizzato da una campagna verdeggiante e allegra, con fiumi che scorrono e animali che pascolano, dove i protagonisti sono pastori (bukòloi, per l’appunto) che trascorrono il loro tempo cimentandosi in tenzoni poetiche, senza preoccuparsi dei problemi che affliggono gli abitanti delle città. Virgilio contribuisce a far conoscere quel mondo a Roma con le Bucoliche, raccolta di dieci ecloghe composte tra il 42 e il 39 a.C. Fin dal titolo, latinizzazione del greco boukólos, si avverte il desiderio di comporre una poesia ispirata a una dimensione di simbiosi tra uomo e natura, ma con le dovute distanze dal modello originale. Si veda la prima ecloga dove si assiste a un dialogo tra Titiro e Melibeo, due pastori segnati da due diversi destini. Mentre il secondo si vede sottratte le proprie terre ed è costretto a tornare in città, un riferimento all’esito della battaglia di Filippi del 42 a.C., dove l’imperatore Ottaviano Augusto ricompensò i soldati veterani dando loro terre confiscate ai latifondisti (e di tale provvedimento fu vittima lo stesso Virgilio), il primo potrà continuare a vivere nelle sue grazie all’intercessione di un “dio”, (deus) dai critici identificato con lo stesso Augusto. Interessante è anche la decima di egloga dove protagonista è Cornelio Gallo, poeta e amico di Virgilio che si rifugia nel mondo bucolico per sfuggire alle pene d’amore causate dalla lontananza dell’amata Licoride. Egli pensa che il dedicarsi a una vita di lavori agricoli e di canti con la lira sotto l’ombra di un albero riuscirà ad alleviare le proprie sofferenze. Ma a Gallo basta nominare continuamente il nome della ragazza per sentenziare una frase emblematica: «omnia vincit Amor; et nos cedamus Amori» (“Amore vince tutto e all’Amore cediamo”). Chiudendo la propria opera con questo componimento, Virgilio ammette che il locus amoenus è soltanto una soluzione temporanea, che non può alleviare il dolore degli uomini totalmente. Ma soprattutto rinuncia al clima spensierato e pacifico di Teocrito, aggiungendo note malinconiche e riferimenti alla vita pubblica e politica di Roma. Il locus amoenus nel Medioevo Nell’età dei “secoli oscuri” sono stati molti i poeti che hanno adoperato nelle loro opere questo motivo. Le canzoni dei trovatori provenzali sono spesso caratterizzate da quello che viene chiamato “esordio stagionale”, che consiste nella descrizione di un paesaggio primaverile, in similitudine o in contrasto con l’animo del poeta che si accinge a scrivere versi d’amore. Altri due autori medievali hanno usato il locus amoenus in modo interessante. Il primo […]

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Culturalmente

Attrici italiane: da Eleonora Duse a Monica Bellucci

Le attrici italiane sono tante e, soprattutto quelle del passato, hanno lasciato un’eredità importante che percorre due direzioni differenti: una riguarda l’elaborazione di elementi recitativi precorritori connotati dal genere, mentre l’altra la capacità di intrattenere il pubblico. Sicuramente ogni attrice possiede in sé l’arte di piacere, data dalla commistione di diversi elementi tra i quali, la bravura, la spontaneità, la propensione alla recitazione, l’interpretazione. Le prime attrici di fama, da Carlotta Marchionni ad Eleonora Duse Le attrici italiane che hanno fatto la storia del Paese sono tante, a partire dal Settecento con Carlotta Marchionni. Ella inaugurò il paradigma dell’attrice moderna, con tutte le caratteristiche umane e psicologiche collegate alla recitazione e quindi all’interpretazione. Ma le menzioni si arricchiscono con Giacinta Pezzana nell’Ottocento, esponente del tardo Romanticismo, considerata l’attrice più propensa e vicina all’emancipazione, fortemente impegnata anche nel sociale e con una ricca carriera. Infine come non citare, tra le attrici italiane del passato che hanno fortemente condizionato il mondo dello spettacolo attuale, Eleonora Duse, figura innovativa di attrice-artista, da molti considerata piuttosto controversa e ricca di sfumature diverse. Ricordiamo che il mondo dello spettacolo, il cinema e il teatro, hanno subito nel corso del tempo, dei notevoli sviluppi, a passo con il progresso tecnologico e collegabili al forte impatto di tipo psicologico, sociale e culturale che un’attrice può avere sul pubblico. Oggi chi recita è consapevole dell’aurea e delle responsabilità che riversa in un certo modo, sullo spettatore. Le interpretazioni sono ricche di pathos, di sentimento, e talvolta toccano temi importanti. C’è da dire che sicuramente il ruolo della donna-attrice è mutato nel tempo, anche grazie agli effetti dell’emancipazione femminile, che ha permesso di interpretare ruoli diversi da quelli canonici di figlia, moglie o sorella sempre “sottomessi” o “nascosti” dietro ad una figura maschile. I canoni artistici e la bellezza delle attrici italiane del passato Tra le attrici italiane più conosciute abbiamo Sophia Loren, Gina Lollobrigida e Virna Lisi, che risultano essere le più menzionate sia sul web che nell’ambito di classifiche o interviste; meravigliose donne del passato che ancora oggi portano alla mente, grazie alle vecchie pellicole, ricordi di un mondo lontano, semplice e puro, senza troppi fronzoli. Sophia Loren rispecchia una filosofia definibile pragmatica, di tipo neorealista, che va al di là di ogni bellezza estetica, per approdare alla tradizione vera e propria, cruda nei suoi dettagli più veri. Gina Lollobrigida è ricordata come la “bersagliera” in Pane, Amore e Fantasia. Vincitrice di numerosi premi, tra i quali il Golden Globe nel 1961 con il film Torna a Settembre. La “Lollo”, così come oggi è giocosamente chiamata, ha attraversato ogni arte e in ognuna di esse ha lasciato il segno. Ecco perché, quando si parla di lei, non c’è gossip che tenga: ciò che veramente conta è la sua grandezza immensa. In questa sede è impossibile non citare anche la grande Anna Magnani, definita da Totò “donna di cappa e spada”: una donna di grande forza, che amava improvvisare. Tra le sue caratteristiche principali la voracità e l’autoironia […]

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Culturalmente

I migliori romanzi storici: classici, italiani, esteri, uno per tutti i gusti

I migliori romanzi storici: la nostra selezione! Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha sognato di abbandonarsi ad un’altra esistenza, in un’altra epoca, altri posti, circostanze differenti. La possibilità di evadere leggendo le pagine di un’opera narrativa a partire dalla quale è possibile ricostruire atmosfere, usi, costumi, mentalità e abitudini di vita dei secoli trascorsi ha sempre esercitato un impatto affascinante. Ecco perché, inevitabilmente, tutti prima o poi hanno avuto tra le mani un romanzo storico, categoria ancora oggi molto apprezzata sia livello mondiale, sia nostrano. I romanzi storici rappresentano un genere tipico del Romanticismo, trovando origine dal lavoro di Walter Scott, che aprì il vero e proprio filone narrativo. Diffusosi in tutta Europa, con la fine del Romanticismo subì una crisi, a vantaggio del romanzo psicologico e sociale, che aveva monopolizzato il gusto letterario dalla fine dell’Ottocento ai primi del Novecento. Ritornati prepotentemente in auge, i romanzi storici attuali hanno perso la filosofia di fondo delle origini, pur conservandone la predilezione per “l’affresco sociale”, l’ambientazione, l’amore per il dettaglio e l’alternanza di personaggi storicamente vissuti o inventati. Gli scrittori dei nostri giorni scelgono i romanzi storici per dimostrare che i problemi ed i valori fondamentali sono sempre gli stessi, oggi come in passato e che tutto cambia anche se nulla si modifica realmente. Abbiamo, quindi, selezionato venti tra i migliori romanzi storici che consigliamo di leggere. I migliori romanzi storici: i classici all’estero e in Italia Iniziamo questa carrellata con Waverley (1814) di Sir Walter Scott, considerato il primo, vero romanzo storico, in cui l’autore scozzese narra le avventure del nobile inglese Waverley che, nel 1745, si ritrova in Scozia in occasione dello sbarco ad Eriskey del pretendente al trono di Gran Bretagna, Carlo Edoardo Stuart. Waverley sceglie di combattere con gli scozzesi ma le truppe inglesi hanno la meglio a Culloden e il protagonista riesce con un colpo di fortuna a non farsi condannare per alto tradimento. Segue Ivanhoe, del 1819, sempre di Scott, la cui vicenda si colloca, invece, nell’Inghilterra del XII secolo sullo sfondo dei contrasti tra sassoni e normanni e vede il sassone Ivanhoe amare, riamato, lady Rowena, promessa ad un normanno per riportare la stirpe sassone sul trono. Ivanhoe partecipa alla crociata di Riccardo Cuor di Leone e, al suo ritorno, i nobili normanni lo fanno prigioniero. Ivanhoe dovrà quindi liberarsi e salvare la sua famiglia e la sua amata ma l’intervento di Riccardo e di Robin Hood gli sarà d’aiuto. Dalla Gran Bretagna ci spostiamo in Italia dove, nel 1827 viene dato alle stampe I promessi sposi di Alessandro Manzoni, il libro che ha accompagnato tutti noi -talvolta tediato, altre volte incantato- negli anni delle superiori.  Con esso Manzoni colma la lacuna dell’assenza di un grande romanzo storico nazionale nel panorama letterario italiano. Manzoni sceglie una vicenda personale, le travagliate nozze tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, a partire dalla quale ricava un affresco storico che ci racconta la Lombardia della metà del Seicento sotto la dominazione spagnola, tra peste, Lanzichenecchi, ambiguità della Chiesa e personaggi del popolo. […]

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