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Eroica Fenice

La Tag: salotto culturale contiene 111 articoli

Culturalmente

Endimione: il giovane stretto nel sonno dalla Luna

Endimione e Selene incarnano, con la loro storia, uno degli episodi più delicati e toccanti della mitologia classica. Una grande storia d’amore, di quelle che lasciano l’amaro in bocca ma che non esitano a gettare, nel cuore di ognuno, un germe di speranza per cui i due protagonisti si possano, un giorno, ricongiungere nuovamente per vivere il loro amore in maniera totale e senza ostacoli. Mitologia di un amore Lei, dea della luna piena, diversamente da Artemide, che è personificazione della luna crescente, e da Ecate, la luna calante. Figlia dei Titani Iperione e Teia, Selene era sorella di Elios, il Sole, e di Eos, l’Aurora. Il suo culto si diffuse soprattutto in Elide ma, con il tempo, venne associata, per alcuni aspetti, ad Artemide-Diana, dea della caccia legata alla Luna e sorella di Apollo, dio del Sole. I romani la chiamavano semplicemente Luna e le avevano dedicato due templi, uno sull’Aventino e l’altro sul Palatino. Iniziava il suo tragitto nel cielo nel preciso istante in cui tramontava il Sole, suo fratello. Percorreva la volta celeste su un carro trainato da cavalli bianchi, oppure su un toro, un mulo o un cervo, secondo le diverse tradizioni del mito. Endimione (in greco antico: Ἐνδυμίων, Endymíōn), invece, è un personaggio della mitologia greca di dubbia identità, a seconda delle regioni da cui provenivano le fonti, con varie storie e vari miti che riportano il suo nome, riconducendolo, sempre, a lei, a Selene. Il suo nome significa “uno che si trova dentro”, stretto dalla sua amante. Il nome è anche riconducibile a ἐνδύ(ν)ω, che significa “mi rivesto”, “entro dentro”, “mi immergo“. Alcune fonti lo ritengono figlio di Etlio e di Calice. Secondo queste versioni, sposò la naiade Ifianassa da cui ebbe Etolo, Peone ed Epeo ed una figlia di nome Euricida. Secondo Pausania il nome della moglie era diverso e poteva essere Asterodia, Cromia od anche Hyperippe. Egli, per alcuni, è un pastore dell’Anatolia che porta spesso a pascolare il suo gregge nelle valli ai piedi del monte Latmio, nella Caria, un cacciatore della tribù degli Eoli per altri o, come è riportato ne La Biblioteca dello Pseudo-Apollodoro,  un condottiero, di origine carica ed eolico di razza, che strappò il trono a Climeno, come narra Pausania nella sua Periegesi della Grecia, aggiungendo che lì era conservata una sua statua nel tesoro di Metaponto, e che usava spesso addormentarsi ai piedi di un monte, divenendo  quel principe che si diceva vivesse nella zona circostante dell’Elide. Endimione e Selene Secondo la versione più famosa, quella di Apollonio Rodio, una calda notte d’estate, il giovane Endimione s’abbandonò al sonno in un boschetto del monte Latmio, al riparo dagli alberi. Qui un fascio di luce pallida illuminò il suo volto e Selene, che lo aveva scorto dal suo carro lunare, scese sulla terra per ammirarlo più da vicino. La dea s’innamorò perdutamente di quel giovane, e da allora, ogni notte, scendeva dal cielo per dormire accanto a lui finché si presentò a Zeus, chiedendogli di rendere immortale il suo giovane amante. Il padre degli dèi propose al ragazzo di scegliere tra una vita normale, senza […]

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Culturalmente

Ate, figlia di Eris. La dea dell’inganno che fu cacciata dall’Olimpo

Ate, figlia di Eris. Cosa ci racconta la mitologia greca sulla dea dell’inganno. Figlia maggiore di Zeus ed Eris, dea della discordia, così viene definita Ate da Omero: « Antica figlia di Zeus, Ate rovinosa, che tutti acceca. » Il suo nome in greco antico significa inganno, rovina, scelleratezza. Ancora secondo Omero, ed anche secondo Esiodo, Ate sconvolge l’animo umano turbandolo con inganni, incubi e immagini sconcertanti. Perfino Zeus ne subì il colpo. Ate fa infatti parte della schiera di divinità minori che abitano l’Olimpo. O meglio, abitavano l’Olimpo, visto che Zeus decise di punirla cacciandola definitivamente dal monte degli dei. Ma cosa aveva fatto Ate per meritarsi una punizione del genere? Ate, figlia di Eris: il mito Tutto avvenne la notte della nascita di Eracle, figlio di Zeus e della mortale Alcmena (nipote di Perseo), quando il re dell’Olimpo si vantò che il nascituro, primo discendente della stirpe di Perseo, avrebbe regnato su Argo e sugli argivi, con la totale supremazia. Zeus fu però persuaso da Ate, sotto istigazione di Era, a trasformare quel vanto in giuramento. Così Era, viola d’invidia per essere stata tradita con Alcmena, tramite Ilizia, dea delle parti, fece sì che a nascere per primo non fosse più Eracle, di cui ritardò la nascita di tre mesi, ma Euristeo, ancora al settimo mese del concepimento. Euristeo, nato prematuramente e quindi primo nipote di Perseo, giovò della promessa di Zeus. Eracle fu invece a lui sottomesso e obbligato a compiere le “dodici fatiche”. Zeus, venuto a sapere della verità e colto da una collera furiosa, si scagliò contro Ate che lo aveva reso cieco all’inganno della moglie Era, poi la prese per i capelli e la scaraventò sulla terra, esiliandola per sempre dall’Olimpo. Stando a quello che racconta Apollodoro, Ate fu scagliata su una collina in Frigia, in una località che prese il suo nome. Nello stesso luogo Zeus vi scaraventò Palladio e Ilo vi fondò Troia. Da allora Ate vaga sulla terra, i suoi piedi non toccano il suolo, ella cammina sul capo dei mortali e come un angelo cattivo inosservata persuade e inganna gli uomini per indurli in errore. L’istante in cui domina Ate, la mente umana è offuscata, cieca e irrazionale, mossa appunto da una forza superiore. Tuttavia Zeus non le lasciò campo libero. Per contrastare i suoi danni, il dio dell’Olimpo generò le Preghiere; le così dette Litai avevano il compito di prendersi cura dei mortali compromessi da Ate. Coloro che si rivelavano sordi alle Preghiere venivano, per mezzo di Zeus, fatti perseguitare dalla stessa dea Ate. Spesso Ate viene confusa con Eris. Per alcuni non fu Eris, ma Ate a lasciar cadere durante il banchetto di nozze di Peleo e Teti, la mela d’oro destinata “alla più bella”. Sappiamo che con la mela della discordia nacque la disputa tra Era, Atena e Afrodite e che la mela andò a quest’ultima per mezzo del parere di Paride. Si erano gettate le premesse per la guerra di Troia. Il peccato di Hybris Il […]

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Parole difficili: i vocaboli più evitati della lingua italiana

Le cosiddette parole difficili della lingua italiana sono tantissime, e quotidianamente può capitare d’imbattersi in termini sconosciuti o spesso non utilizzati. Innumerevoli parole, alcune semplici, altre antiche, o specifiche di una determinata area geografica e quindi proprie di un determinato dialetto. Ovviamente, le varie parole sono utilizzate in base ai contesti nei quali il parlante si trova, permettendogli di attivare un processo cognitivo nuovo, dato da nozioni mentali diverse ed ignorate. Ogni persona acquisisce sin da bambino un patrimonio verbale costituito da vocaboli di base che permettono di comunicare efficacemente, dopodiché può imparare e quindi scegliere di utilizzare dei linguaggi specifici che possono essere costituiti da parole difficili. In un vocabolario base sono contenute circa 160.000 parole, usate frequentemente e in modo semplice, nel quotidiano. Discorso nettamente diverso per le parole classificate come “difficili” di cui non tutti si avvalgono, soprattutto nel linguaggio di tutti i giorni e che necessitano, dal punto di vista prettamente linguistico e sintattico, di un’analisi più approfondita. Alcune parole difficili che potrebbe essere importante conoscere sono: fellone, incunambolo, espungere, asindeto, bolso, ma anche, epodo, menarca, omeostasi e altre ancora, si potrebbe continuare all’infinito in una lista ricca di termini desueti (escludendo ovviamente quelli tecnici). Le parole elencate, oltre ad essere considerate difficili, sono onomatopeicamente belle, almeno secondo quanti le hanno commentate sul web e risultano tra le più digitate sul web. Conoscere una parte cospicua, o tante parole difficili, permette al parlante di arricchire le proprie conoscenze, ma anche di classificare i vocaboli in base a vari criteri, tra i quali quelli legati ai problemi di comprensione e pronuncia. La linguistica è una disciplina affascinante, ma è al contempo piuttosto complicata. Continua ad affascinare la sempre più ricca gamma di vocaboli nuovi, grazie ai quali è possibile esprimersi. Spesso le cosiddette parole non utilizzate quotidianamente, e quindi difficili, vengono messe da parte o semplicemente ignorate, come una sorta di sconfitta a prescindere. Proprio in riferimento a ciò, sarebbe sufficiente, cercare e quindi imparare termini sconosciuti e ritenuti potenzialmente complicati, con curiosità, divertendosi a cercare tra le varie parole quelle che suscitano più interesse. In fondo, provare non costa nulla e utilizzare parole nuove in sostituzione ai termini usati quotidianamente consente di arricchire non solo il proprio bagaglio culturale ma anche il significato e il valore stesso della comunicazione. Ricordiamo inoltre che il processo mediante il quale si memorizzano parole nuove (ritenute e denotate spesso come difficili) si chiama mnemotecnica; essa si basa sulla visualizzazione e quindi sulla trasformazione delle parole in immagini, scomponendole poi in più parti. Un ‘trucchetto’ utile, soprattutto agli studenti che spesso temono di non ricordare parecchi vocaboli, anche se considerati difficili. In italiano tra le parole più difficili,  soprattutto da ricordare, spiccano:  sicofante, ampolloso, saccente, retrogrado e almanaccare, ma anche, foriero, entropia, areteico, tatofobia, avulso. Tutti i vocaboli della lingua italiana sono importanti, sia quelli considerati semplici e diretti, sia quelli considerati difficili e quindi abbandonati a se stessi; nonostante ciò, ogni parola, seppur complicata e apparentemente non pronunciabile, consente di arricchire il proprio bagaglio culturale e linguistico e conoscerne […]

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Fratelli di Zeus, chi sono e i loro miti più famosi

L’Olimpo greco, una delle più conosciute famiglie divine. Tra libri, fumetti, film e videogiochi dubitiamo che non abbiate mai sentito parlare dei personaggi che popolano il Pantheon e soprattutto i fratelli di Zeus: Ade, Poseidone, Era e Demetra. Figure che personificano gli elementi della natura, ma anche protagonisti di storie che sono giunte fino a noi con il loro fascino senza tempo. Dunque non indugiamo e (ri)scopriamo assieme la loro storia. L’origine dei fratelli di Zeus : la guerra contro Crono Stando a quanto racconta Esiodo nella Teogonia, in origine il mondo era governato da Urano (il cielo) e Gea (la terra). La coppia mise al mondo alcuni figli che Urano fece recludere negli abissi del Tartaro, spaventato dall’idea che qualcuno di loro potesse spodestarlo. Questi erano i Centimani (giganti con cento braccia e cinquanta teste), i Ciclopi e i Titani, tra i quali c’era Crono. Fu proprio lui a ribellarsi alla tirannia del padre e a tendergli un’imboscata. Approfittando della sua discesa sulla terra durante la notte per unirsi con Gea, Crono lo bloccò e lo evirò con una falce costruita dalla madre stessa. Urano fuggì via e iniziò così il non meno distopico regno di Crono. Anche lui era infatti terrorizzato dal pensiero di un “colpo di stato” ai suoi danni e, dopo aver liberato i Titani e aver scelto Rea come sua sposa, divorò i figli da lei generati: Poseidone, Ade, Demetria ed Era. Soltanto Zeus riuscì a sfuggire alla furia cannibale del padre poiché Rea gli dette da mangiare un masso avvolto in fasce, mettendo il figlio al sicuro nell’isola di Creta e dandolo in custodia al re e alle sue figlie. Passarono gli anni e Zeus, divenuto adulto, affrontò Crono. Gli fece bere una bevanda che lo costrinse a vomitare tutti i fratelli e assieme a loro gli dichiarò guerra. I Titani si schierarono ovviamente con Crono ed erano opposti a Zeus, che avevano stabilito il  “quartier generale” suo e dei suoi fratelli sul Monte Olimpo. Il conflitto fu lungo ed ebbe fine solo quando Zeus liberò i Ciclopi, che fabbricarono le folgori divenute poi la sua arma principale (e uno dei suoi simboli) e i Centimani, che con le loro mani scagliavano i massi contro Crono e i suoi alleati. Alla fine Zeus trionfò in quella che fu chiamata Titanomachia e Crono e i Titani furono esiliati nel Tartaro. Il passo successivo per i fratelli di Zeus fu quello di spartirsi il potere dividendolo in tre regni. A quello che i Romani chiamarono Giove andò il dominio dei cieli, a Poseidone quello del mare e ad Ade il regno dell’oltretomba. I fratelli di Zeus. Poseidone e Ade Prima di essere dio dei mari Poseidone era associato ai terremoti (Ennosigeo, uno dei suoi epiteti, significa proprio “scuotitore della terra“) e soltanto in seguito fu associato all’elemento dell’acqua. Viene rappresentato come un uomo alto e possente, con una lunga barba e con l’inseparabile tridente in una mano. Alcune volte lo si può vedere a bordo di […]

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Culturalmente

Scultori famosi: un viaggio da Michelangelo a Canova

Gli scultori nel tempo hanno manifestato uno spiccato senso visivo, creando quelle che conosciamo come opere d’arte, con materiali quali: legno, metallo, argilla, pietra. Nel corso dei secoli, ogni scultore si è distinto per personalità, bravura, e soprattutto per la bellezza che scaturisce ancora oggi da tante opere. Per quanto riguarda la tradizione scultorea occidentale, essa ebbe inizio nell’Antica Grecia, soprattutto durante il periodo Classico. Ovviamente, nel corso dei secoli, i metodi scultorei sono mutati, arricchendosi di nuovi elementi, basati su nuove tendenze o linee di espressione. Tra gli scultori universalmente riconosciuti, una menzione di merito spetta sicuramente a Michelangelo Buonarroti. Considerato un genio artistico per eccellezna, fu uno scultore, pittore e architetto tra i più apprezzati, conosciuto soprattutto per “Il David” e “La Pietà”. Secondo Buonarroti, la scultura era già presente nel blocco di , il compito dello scultore era appunto quello di farla emergere, liberandola dal materiale in eccesso. Secondo questa teoria, il lavoro dello scultore, si traduce in due fasi, quella nella quale tramuta l’immagine che ha concepito mentalmente in un piccolo mondo e poi quella in cui trasferisce la forma nella pietra, fino a darle vita. Tutto ciò, secondo un canone che non si distaccasse mai troppo dalla realtà, dalla linearità e dalla classicità. Rientra in questa prospettiva “Il David”, una scultura in marmo, che rappresenta un giovane in postura fiera è concentrata sul gesto bellico contro il gigante Golia. L’aspetto è quello dell’eroe classico e infatti è scolpito nudo e muscoloso. “Il David”, col suo atteggiamento fiero e forte al tempo stesso, così realistico, diventò ben presto il simbolo di Firenze. Gli arti della scultura sembrano flettersi e distendersi in una configurazione posturale tipica della Grecia classica. Per questa scultura Michelangelo utilizzò un unico blocco di marmo. Un altro nome che figura tra gli scultori famosi, è Donatello, considerato il padre della scultura rinascimentale, abile con pietra, bronzo, marmo, stucco e argilla, dominando però anche il genere del bassorilievo. Famoso il suo “David”, ma anche “Giuditta e Oloferne”. Per quanto riguarda “Il David“, il personaggio è un giovane re e pastore che divenne il simbolo delle virtù civiche della Repubblica di Firenze.  Donatello fu un grande amico di Filippo Brunelleschi, col quale ideò di nuovi stili e linguaggi artistici. Non smise mai di sperimentare e seppe rinunciare in alcune sue composizioni alla perfezione dell’arte classica per creare delle immagini realistiche, quasi brutali nella loro essenza. Ovviamente, in questa prospettiva, è bene precisare, che l’antico non rappresentò mai un modello assoluto per gli scultori finora menzionati, bensì una strada maestra da seguire. Tra gli scultori famosi, va ricordato Antonio Canova, artista neoclassico ed esponente di una concezione dell’arte dalla valenza universale. Lo sculture di Canova è molto apprezzata, soprattutto per “Amore e Psiche”, di cui realizzò due versioni. L’opera si rifà al racconto contenuto nell’Asinus aureus di Apuleio. La maestosa scultura ha rappresentato un vero e proprio esempio nel corso degli anni, per diversi artisti, specie durante il periodo neoclassico. La bellezza dei due soggetti rappresentati, appare come se fosse […]

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Culturalmente

Frasi d’amore in francese: parole attraverso la lingua del romanticismo

Se c’è una lingua che più di tutte si presta a parlare d’amore e ad esprimere sentimenti ed emozioni romantiche, quella lingua è il francese. Molti scrittori, poeti ed intellettuali, nel corso degli anni, hanno usato il francese per esprimere i loro messaggi d’amore. Ecco una serie di frasi d’amore in francese, aforismi che contengono all’interno di quelle parole tutta la passione e la dedizione tratte dai più celebri personaggi di tutti i secoli. Frasi d’amore in francese: le più intense e toccanti Toi que j’aime, je t’aime sans passé, je t’aime sans connaitre l’avenir, mais je t’aime comme je respire. (Ti amo, ti amo senza passato, ti amo senza conoscere il futuro, ma ti amo come respiro), Xavier de Montépin. Depuis que je t’aime, ma solitude commence à deux pas de toi. (Da quando ti amo la mia solitudine inizia a due passi da te), Jean Giraudoux. Aimez, aimez; tout le rest n’est rien. (Amate, amate; tutto il resto non conta), Jean De La Fontaine. Je t’aime mille et mille fois mieux qu’on n’a jamais aimé. (Ti amo mille e mille volte meglio di quanto non si sia mai amato), Eléonore de Sabran. C’est à partir de toi que j’ai dit oui au monde. (É a partire da te che ho detto sì al mondo), Paul Eluard. Partons, dans un baiser, pour un monde inconnu. (Partiamo, in un bacio, per un mondo sconosciuto), Alfred de Musset. Elle disait je t’aime et je disais je t’aime! Elle disait toujours et je disais toujours. (Lei diceva ti amo ed io dicevo ti amo. Lei diceva sempre ed io dicevo sempre), Victor Hugo. Aime-moi, car, sans toi, rien ne puis, rien ne suis. (Amami, perché, senza te, niente posso, niente sono), Paul Verlaine Je n’ai qu’un instant. Je t’envoie l’éternité dans une minute, l’infini dans un mot, tout mon coeur dans: je t’aime. (Ho solo un momento. Ti mando l’eternità in un minuto, l’infinito in una parola, tutto il mio cuore in questo ”ti amo”), Victor Hugo. Des milliers et des milliers d’années ne sauraient suffire pour dire la petite seconde d’éternité où tu m’as embrassé, où je t’ai embrassée. (Milioni e milioni di anni non mi daranno ancora abbastanza tempo per descrivere quel piccolo istante dell’eternità in cui mi abbracciasti ed io ti abbracciai), Jacques Prévert. Vous qui pénétrez dans mon coeur, ne faites pas attention au désordre. (Tu che entri nel mio cuore, non far caso al disordine), Jean Rochefort. Rappelle-toi toujours que je t’aime pour l’éternité. (Ricorda sempre che ti amo per l’eternità), Maxime Du Camp. Je ne sais où va mon chemin, mais je marche mieux quand ma main serre la tienne. (Non so dove vada la mia strada, ma cammino meglio quando la mia mano stringe la tua), Alfred du Musset. Mais ce qu’a lié l’amour même, le temps ne peut le délier. (Ciò che ha legato l’amore, il tempo non lo può slegare), Germain Nouveau. Je t’aime si tendrement que jamais tu ne pourras m’oublier. (Ti […]

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Culturalmente

Detti Toscani: tra simpatia e saggezza

Oggi parleremo dei detti toscani! Curiosi? A ben ragione. Premettendo che è già molto simpatica la spirantizzazione, detta anche gorgia, delle consonanti (specialmente la C: la famosissima Hoha Hola), i toscani non hanno nulla da invidiare alla fantasia e alla concretezza delle immagini delle espressioni campane. Anzi, possiamo affermare che l’umorismo di entrambi sia molto affine e lascia un sorriso sardonico sul volto degli ascoltatori. La corporeità dei detti è da rintracciare nell’utilizzo che se ne fa, infatti capita a chiunque di dire o di sentire almeno una volta al giorno questa bomba di saggezza verace lanciata al momento opportuno. Ma prima che qualcuno ci dia dei “bischeri”, ecco a voi cinque detti toscani che abbiamo selezionato: C’ha più garbo un ciuco a bere a boccia. Letteralmente vuol dire “è più aggraziato un asino a bere dalla bottiglia”. Con questa espressione ci si riferisce e ci si appella di solito a quel tipo di persona che non è molto precisa nel portare a termine una mansione, o se ci prova, non lo fa con eleganza, ma con estrema goffaggine. Più chiaro di così! Se la mi nonna aveva le ruote era un carretto. Ed ecco il parallelismo! Questo detto vi ricorda qualcosa? Un periodo ipotetico dell’irrealtà molto efficace e diretto. Chi di gallina nasce, convien che razzoli. Abbiamo trovato molto interessate questo detto. È un modo per indicare l’importanza dell’ambiente famigliare, in quanto l’educazione ricevuta condiziona profondamente il comportamento delle persone. In questo caso l’espressione ha in sé un’accezione non proprio positiva. Infatti metaforicamente chi è figlio di una gallina, e quindi proveniente da un’estrazione sociale non proprio alta, l’unica cosa che può fare è razzolare e non ambire a cambiare il proprio status. Il grano del Diavolo va tutto in crusca. La crusca è un sottoprodotto della cariosside e la sua macinazione ha un valore minore rispetto a quello del grano. Detto ciò, possiamo già avere un’idea del significato di questa espressione. Con questo detto ci si riferisce alla disonestà delle persone, i cosiddetti diavoli. Il frutto della loro disonestà finirà per ritorcersi contro di loro. Una definizione di karma alla toscana. Se ‘un si va all’Arno, ‘un si vede l’Arno. “Se non vai all’Arno, non puoi vedere l’Arno”. L’Apostolo Tommaso e gli gnostici avrebbero acconsentito. Questa frase vuol dire che prima di credere a qualcosa, c’è la necessità di verificare di persona per poi poterle valutare e giudicare. Siamo giunti alla conclusione di questo breve viaggio illuminante tra le colline toscane. Possiate far tesoro di queste piccole perle che, tra una risatina e l’altra, raccontano semplici verità. Fonte immagine: pixabay.com

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Cucina e Salute

Il sistema circolatorio (apparato cardio-vascolare): scopriamolo insieme

Il sistema circolatorio (definito anche apparato cardio-vascolare) è uno fra i più importanti sistemi dell’organismo atto al mantenimento delle funzioni vitali. Il sistema circolatorio è costituito dal muscolo cardiaco – il cuore – a cui afferiscono arterie e vene – i vasi sanguigni – deputate al trasporto del sangue verso le sedi principali e periferiche dell’organismo; il sistema circolatorio cardio-vascolare si trova in stretta correlazione con altri due fondamentali sistemi dell’organismo che sono il sistema linfatico (deputato al trasporto della linfa) e il sistema nervoso (cervello, midollo spinale, organi di senso, tessuti nervosi): essi, sotto le strette influenze degli ormoni, regolano anche a livello emotivo le risposte dell’organismo a determinati stimoli esterni. Il sistema circolatorio e l’effetto delle emozioni Troppo spesso alla prova dei fatti si riscontra che una purtroppo nutrita schiera di operatori medici tende a sottovalutare il rischio delle emozioni negative su cuore, cervello e drenaggio linfatico; liquidata come “stress”, la sindrome da somatizzazione è in realtà fenomeno molto preoccupante per la salute dell’organismo. Per somatizzazione si intende la manifestazione fisica reale di stati di malessere e disturbi vari che alla prova diagnostica non presentano anomalie, però è semplice comprendere come, la somatizzazione, non è un problema fisico (ma nella maggior parte dei casi può essere spia di un gravissimo disagio psicologico, quindi per nulla trascurabile o da sottovalutare), può degenerare in disturbo fisico grave: ciò che gran parte della classe medica sembra, purtroppo, alla prova dei fatti ignorare, infatti, è l’influenza che le emozioni negative generano, a volte come stille silenti di veleno, all’interno del corpo umano. Il sistema circolatorio: cenni sulla costituzione Il sistema circolatorio è costituito da vasi (arterie e vene) che trasportano il sangue sia dal muscolo cardiaco verso le aree periferiche (organi e tessuti) del corpo sia dalle zone periferiche al centro, ossia nel muscolo cardiaco; nel primo caso, i vasi deputati al trasporto di sangue (ricco d’ossigeno) sono le arterie (per questo motivo si parla di sangue arterioso), nel secondo caso, i vasi deputati al trasporto di sangue (deossigenato e in prevalenza ad anidride carbonica) sono le vene cave (per questo si parla di sangue venoso). Il cuore, attraverso movimenti euritmici, alterna rilassamenti diastolici a contrazioni sistoliche; diastole e sistole avvengono all’interno degli atri e dei ventricoli (due atri e due ventricoli che fanno del cuore un muscolo “quadripartito”) e permettono al sangue di attraversare le cosiddette valvole cardiache: battiti normali del cuore permettono l’attraversamento delle valvole (distinte in tricuspide, mitrale, polmonare, aortica) da parte del sangue, in maniera tale da impedire – tramite un meccanismo di corretta apertura-chiusura – il ristagno di sangue nelle valvole o il traboccamento di esso in senso “antianatomico”. La forza con cui il cuore pompa sangue attraverso i movimenti sincroni di sistole e diastole, definisce la pressione arteriosa; quando misuriamo la pressione con fonendoscopio e sfigmomanometro, tracciamo i risultati della pressione sistolica (pressione arteriosa massima) e della pressione diastolica (pressione arteriosa minima): i valori di “massima” e “minima” forniscono dati utili (seppure non esaustivi) sulla salute […]

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Culturalmente

Preposizione articolata: come si forma

La preposizione, in grammatica, è una parte invariabile di un discorso che crea un legame tra le parole e le frasi. La parola preposizione deriva dal latino “praeponere”, ossia porre davanti. In italiano, le preposizioni si dividono in: semplici e articolate. Le preposizioni articolate si ottengono unendo le preposizioni semplici con gli articoli determinativi. Dunque, per formarle, alle cosiddette preposizioni semplici (di, a, da, in, con, su, per, tra, fra) si aggiunge un articolo determinativo, che poi andrà a formare, la preposizione articolata. Ricordiamo che alcune di esse cambiano, altre restano invece invariate; ciò significa che, con l’articolo determinativo la preposizione può fondersi e creare una terza parola, oppure si otterranno semplicemente due parole separate, costituite da: preposizione e articolo determinativo. Attenzione a non confondere la preposizione articolata di più articolo con l’articolo partitivo, che non introduce un complemento indiretto. Ad esempio, nella frase: vorrei del pane, – del pane è complemento oggetto o diretto. Come si formano le preposizioni articolate Bisogna anzitutto precisare che solo alcune delle preposizioni semplici, formano, unite ad un articolo determinativo una preposizione articolata. Tra queste: di, a, da, in, su, per, più un articolo determinativo, (il, lo, la, i, gli, le). L’accostamento tra preposizione semplice e articolo determinativo, rappresenta una sorta di addizione, dalla quale si avrà poi un risultato, dato appunto, dalle preposizioni articolate. Anche con, per, te e fra, possono essere seguite da un articolo ma in questo caso preposizione e articolo non si uniscono. Preposizione articolate: come si sceglie correttamente l’articolo determinativo da aggiungere Capire quale sia l’articolo determinativo giusto da accostare alla preposizione semplice per ottenere quella articolata, è piuttosto semplice; ciò avviene in relazione al nome o all’aggettivo che segue la preposizione. Ovviamente ciò diventa ancor più facile, conoscendo le regole che caratterizzano in grammatica, nella lettura e nella scrittura, la lingua italiana. Ad esempio, è risaputo, lo insegnano a scuola sin da piccoli che l’articolo la si utilizza davanti a nomi femminili singolari che cominciano per consonante. Nel caso specifico delle preposizioni articolate “di più la” diventa  della. Per quanto riguarda invece “di più i”, in questo caso cambia leggermente la preposizione che diventa dei, utilizzata davanti ai nomi maschili al plurale che cominciano per consonante: “dei ragazzi molto simpatici” ad esempio. Ricordiamo che le preposizioni sono delle particelle invariabili, che possono essere seguite da un nome, un pronome o da un verbo all’infinito e hanno diversi usi e significati a seconda del contesto in cui si impiegano. Le preposizioni articolate svolgono le medesime funzioni delle preposizioni semplici, infatti hanno la stessa valenza, anche se non è semplice, non solo per un non italofono, capire come e quando utilizzarle e quindi farne buon uso. Il problema fondamentalmente è che non è possibile stabilire una regola precisa per il loro utilizzo ma esistono alcune tendenze, precedentemente indicate. Ripassare le preposizioni  Volendo dare uno sguardo alle preposizioni semplici (ricordiamo che esse non vanno mai accentate) e articolate, si può fare riferimento allo schema riportato, che semplicemente, e in modo chiaro, menziona il passaggio da preposizione semplice ad […]

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Riflessioni culturali

Cos’è il pH: fra acidi, basi e soluzioni

Cos’è il pH? Con la notazione chimica di pH si indica la grandezza di misura dell’acidità e della basicità di una soluzione acquosa. Cos’è il pH e come si misura la potenza d’idrogeno Il pH esprime, precisamente, l’attività degli ioni d’idrogeno ed è rappresentata dalla formula pH= -log [H+]; in base alla concentrazione di tali ioni all’interno delle soluzioni acquose è possibile distinguere, tramite potenziometro (detto anche “piaccametro”, da pHmetro) tra soluzioni neutre (il cui pH è uguale a 7), tra soluzioni acide (il cui pH è minore di 7) e tra soluzioni basiche (il cui pH è maggiore di 7). Il motivo per cui il numero 7 diviene numero di riferimento per la distinzione e il calcolo del pH delle soluzioni risiede nel fatto che si prende come riferimento il seguente prodotto ionico dell’acqua (che nella sostanza acquosa pura presenta bilanciamento della concentrazione degli ioni di idrogeno con la concentrazione degli ioni di idrossido): [H+]= 10-7. Il pH nell’attività macrocellulare e nell’uomo La misurazione del pH risulta di fondamentale importanza – essendo la potenza d’idrogeno responsabile di varie attività macrocellulari e cellulari – anche nella conoscenza medica dell’uomo e nella farmacologia. Nell’uomo il pH non è uguale in valore unitario, ciò vuol dire che in base alla regione dei corpo da studiare, la concentrazione degli ioni è diversa, in seguito alla pluralità dei processi biologici e chimici che avvengono all’interno delle cellule umane; inoltre, il pH risulta essere variabile da individuo a individuo poiché suscettibile a fenomeni tanto endogeni quanto esogeni; il calcolo e la valutazione del pH, quindi, in alcuni casi è cosa assolutamente e strettamente personale, in altri casi si può ragionare per grandi linee e per gruppi. Quando dall’analisi potenziometrica il pH, in un determinato soggetto e per un periodo più o meno variabile, differisce dai valori di riferimento, si parla di alterazione di pH e, rispetto al valore di riferimento, quel determinato ambiente biochimico risulterà ad alterazione acida o basica, a seconda dell’alterazione (minore o maggiore del valore preso come riferimento); ad esempio, di norma, la pelle ha un pH che oscilla fra valori acidi e valori neutri, il sangue ha un pH alcalino (sue alterazioni provocano l’acidosi ematica e l’alcalosi ematica, entrambe nocumento per la salute umana e potenzialmente ferali), e alcalino risulta anche, in condizioni salutari, il pH dei tessuti dell’organismo. Al fine del proprio corretto funzionamento, l’organismo attua meccanismi automatici di equilibrio acido-base che è necessario per la salute umana: squilibri in tal senso, si diceva, portano a problemi di salute di varia intensità che, se alterano il valore di 7,4 del pH ematico, causano gravissime condizioni patologiche, quali l’acidosi metabolica e l’alcalosi metabolica. Il “pH delle emozioni” Cos’è il pH delle emozioni? Partendo dalla definizione di acido – sostanza che, dissociandosi, fornisce ioni idrogeno, oppure che è capace di aumentare la concentrazione degli ioni di idrogeno – e dalla definizione di base – sostanza che, dissociandosi, fornisce ioni idrossile, oppure che è capace di aumentare la concentrazione degli ioni idrossile – si […]

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