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Eroica Fenice

La Tag: TRAM contiene 10 articoli

Teatro

Al TRAM, In fondo agli occhi dà nuova luce alla cecità

In fondo agli occhi in scena al TRAM sabato 15 e domenica 16 febbraio. Leggi qui la nostra recensione! Sabato 15 e domenica 16 febbraio il teatro TRAM ha presentato lo spettacolo “In fondo agli occhi” della prestigiosa compagnia Berardi Casolari, che vanta la presenza del vincitore del Premio UBU come “Miglior attore” nel 2018 con la regia di César Brie (Promo dello spettacolo). La storia racconta della cecità bipartita tra Tiresia (il cui nome dell’indovino cieco dell’Antigone), ipovedente, inscenato da Gianfranco Berardi, non vedente nella realtà, e Italia, interpretata da Gabriella Casolari, una barista delusa dalla sua vita, amante dell’uomo. L’invalidità di Tiresia-Gianfranco è da subito capovolta: salta, balla e canta, inneggiando allo “spoliticamente scorretto”, invitando il suo pubblico ad approfittare di questa situazione per cedere all’istintività animalesca del giudizio e del disprezzo, vanta tutta la sua fragilità e sventola a testa alta il terzo dito, simbolo della sua autonomia. Deride se stesso per deridere gli altri, tutti quelli che credono di vedere solo perché dotati di occhi. Ma nel mondo attuale, l’universo virtuale, quello costruito sulle impression e sui like, i cechi sono gli unici che ci vedono, capaci di oltrepassare il buio accecante e di camminare a tentoni, con le mani in avanti, senza paura degli spigoli. La malattia non è più in fondo agli occhi. È tutta nelle cose che ci circondano. E così pervade anche Italia-Gabriella, che schiacciata dalla sua storia, dai suoi rapporti e dalla sua posizione, lamenta continuamente di voler scappare ma di non essere in grado di trovare una via d’uscita, incapace di ambire anche solo alla mediocrità. Questa donna in crisi è l’incarnazione del nostro paese, rappresentato in tutta la sua immobilità, decantatore dell’amore vigliacco per la libertà. Così, ancora una volta il teatro TRAM dimostra che sensibilità e attenzione sono alla base del loro progetto: “Il percorso artistico e biografico di Berardi e Casolari rappresenta bene il valore della ricerca teatrale, di quanto sia importante essere se stessi e continuare ad esserlo anche dopo aver raggiunto il successo – commenta Mirko Di Martino, direttore artistico della sala di via Port’Alba -. Il TRAM si muove in questa linea, ospitando le compagnie teatrali con l’identità artistica più coerente. Siamo felici che questo incontro con Berardi e Casolari, a cui abbiamo lavorato a lungo con pazienza e perseveranza, sia stato possibile”. “In fondo agli occhi” è una storia reale, che grida forte e si fa sentire; una storia attuale che evita la retorica ed arriva diretta e con sincerità; è una storia che ci lascia il giusto spazio per riconoscerci, di volta in volta, nei due personaggi e nei loro problemi. Ed è una storia che arriva nella miglior maniera possibile: facendoci ridere e piangere senza delicatezza, ma invadendoci e rendendoci partecipi. Il vero messaggio, l’inno che risuona fino all’ultima scena dello spettacolo è la speranza: non perde la luce chi possiede l’amore e chi, con coraggio, attraversa le proprie invalidità, fisiche e, soprattutto, mentali. Fonte immagine: Ufficio Stampa.

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Teatro

Ad occhi chiusi: le inquietanti sfumature della verità al TRAM

Dal 6 al 9 febbraio è in scena al teatro TRAM “Ad occhi chiusi”, scritto e diretto da Luca Pizzurro, in cui Andrea Fiorillo veste i panni di un inquietante criminale. L’allestimento della piccola sala ospitata da un antico palazzo di Port’Alba immerge subito i suoi ospiti nella penombra, filo conduttore di tutto lo spettacolo. La storia alterna luci ed ombre, quelle delle sfumature della vita di Bruno, un siciliano che rimpiange il cielo della sua terra da quando si è trasferito a Roma. Il protagonista, nonché l’unico attore, ci accoglie in pantofole, a casa sua, mentre sorseggia il caffè, svolgendo i rituali mattutini comuni a tutti noi. Poi legge un libro, lavora alle sue fotografie, racconta della sua famiglia, del trasferimento e degli abbondanti pranzi romani della domenica. Da subito presenta sé stesso rivolgendosi al pubblico, come guardandosi allo specchio, cercandosi negli occhi dei suoi spettatori. Così, ci trasporta all’interno della sua mente, tirandoci sempre più a fondo. Parla di un punto di non ritorno, di un confine che, una volta oltrepassato, ti segna per sempre. E ce lo fa vivere tutto, quel momento, perché il suo racconto diventa reale, e Bruno compie nuovamente le sue azioni. È pervaso completamente. Si mette a nudo e svela i suoi segreti: la sua passione irrefrenabile, la sua perversione, l’amore incontinente, prodotti di una repressione mentale che porta alla degenerazione. La vita si svolge “ad occhi chiusi”, in maniera distorta e spaventosa. Quell’uomo comune è in realtà un carnefice che, in questo modo, ci rende testimoni brutali e spettatori inermi e ci offre un punto di vista destabilizzante, che ci tocca nel profondo, come chiunque abbia realmente vissuto un’esperienza del genere. Lo spettacolo è stato ripresentato dieci anni dopo il suo debutto, a testimoniare la sua contemporaneità e la sua necessità di far luce, di urlare e denunciare l’incomprensibilità della violenza. “AD OCCHI CHIUSI risponde perfettamente alla necessità che ho quando scrivo, di trovare una storia che sento il bisogno di raccontare – spiega Luca Pizzurro – e la storia di Bruno, protagonista del mio spettacolo, si riesce a raccontare soltanto se ti abita dentro, o perché l’hai vissuta o perché l’hai conosciuta. Ciò su cui mi sono interrogato in occasione di questo nuovo allestimento è perché ritornare tra le pagine di quel copione dopo dieci anni dal suo debutto. E la risposta è stata semplicemente tragica, perché è una storia, ancora oggi, terribilmente attuale. Una storia ruvida da toccare, difficile da guardare, e che non può lasciare indifferente”. E non lascia indifferente soprattutto l’interpretazione di Andrea Fiorillo, completamente immerso, frustrato dai limiti del suo personaggio, rassicurato dalla sua facciata apparente, che soffre e suda tutte le pene del suo ruolo, con un’interpretazione emozionante, da pelle d’oca. “Ad occhi chiusi”, così, concede di superare il confine e permette a noi, dopo esserci immersi nell’oscurità, di guardare alla luce con occhi diversi. Sergio Siano PH.

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Teatro

Mamma mà, il TRAM si veste di comicità

Mamma mà, in scena al TRAM dall’8 al 10 novembre  Chi te vo bene chiù d’a mamme, te n’ganne. È risaputo che, al sud, la mamma è una colonna portante, una creatura quasi mitologica. La potenza del vincolo materno è tale da diventare modo di dire: mammamà, espressione che il napoletano utilizza per indicare stupore, noia, meraviglia. Insomma, nella città partenopea ogni occasione è buona per invocare mammà. E proprio questo ruolo, croce e delizia di una donna, è al centro del monologo di Massimo Andrei, Mamma mà (regia Gennaro Silvestro). A dare voce alle battute di Andrei una meravigliosa Daniela Ioia, la cui veracità napoletana straborda prepotente, nelle movenze, nelle parole, negli sguardi. In una parola, esilarante. La vediamo ora in camice e ciabatte armata di detersivi e straccio, ora in abiti più sobri, ora in tutina attillata e tacchi vertiginosi, divise d’ordinanza di tre donne molto diverse tra loro con un comune denominatore: la maternità. C’è chi la attende con ansia, consultando medici e invocando santi. C’è chi i figli ce li ha già e con quella eccessiva premura in cui le mamme del sud sono maestre, cerca di metterli in guardia sugli errori e sulla presunta ignorantità del mondo: il fidanzato può essere pure marrò, che mica è colpa sua, l’importante è che porta i soldi a casa e che non tiene cento mogli. E poi c’è chi, abbandonata dal marito, combatte il tempo che avanza con aderenza e scollature e colma i suoi vuoti ingombrando la vita dei figli. Ansie, sfoghi, ammiccamenti, il tutto in una stanza con uno scrittoio sulla destra e una sedia di fronte: lo studio di uno psicologo. Tre napoletane. Tre donne. Tre madri. E la proiezione mentale di una donna con in mano un test di gravidanza: aspetto un bambino? Sì? Che madre sarò? Mamma, mà! Un campionario di donne napoletane, napoletanissime che Daniela Ioia interpreta con tale naturalezza, che quasi ci abbagliano i neon bianchi degli ospedali, che quasi vediamo il basso in cui qualcuno annega i suoi problemi in un secchio pieno d’acqua con una mazza in mano. Che quasi ci troviamo nella palestra in cui qualcuno ammicca cercando nello sguardo degli uomini la sicurezza di cui il marito l’ha privata.  Mamma, mà, un monologo pungente, che ironizza sui luoghi comuni in maniera mai banale. E se è vero che, De Filippo docet, far ridere è molto più difficile che far piangere, non resta che dire Chapeau a Daniela Ioia e Massimo Andrei. Andatelo a vedere! Come? Sono finite le repliche al TRAM? E cercatelo altrove, tanto che tenite ‘a fà? Mamma, mà!  Fonte immagine: www.ilmonito.it

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Teatro

FABER al TRAM, in scena Bocca di rosa | Recensione

Dopo due date sold out ad agosto, nel Chiostro di San Domenico Maggiore di Napoli, il concerto-spettacolo intitolato “Bocca di rosa” e dedicato al nostro Faber è tornato in scena venerdì 4 e sabato 5 ottobre al teatro TRAM. A vent’anni dalla morte di Fabrizio De Andrè, il gruppo artistico composto da Francesco Luongo (voce e direzione artistica), Giuseppe Di Taranto (voce e chitarra), Laura Cuomo (voce) e Davide Maria Viola (violoncello), con l’ospite Francesco Santagata (voce e chitarra), hanno srotolato nell’aria l’universo musicale e poetico di Faber, attraverso la lettura di brevi brani e poesie e la presentazione in chiave contemporanea delle canzoni più celebri del cantautore genovese. Stiamo parlando di una formazione eccezionale, caratterizzata dalla voce accogliente e corposa di Giuseppe in simbiosi con la nobiltà del suono della sua chitarra, dalla voce profonda di Laura che ben si sposa con il suono caldo e armonioso del violoncello di Davide, intento tutto il tempo a ingioiellare il teatro di magia, e dalla carezzevole voce di Francesco, oltre che dalle sue abilità creative e organizzative. Un’insapettata sorpresa si è incarnata in Francesco Santagata e nella sua versione acustica de “La guerra di Piero”, distante dall’originale ma non per questo priva di appeal, la quale ha suscitato grande energia e suggestioni che banalizzerei soltanto se provassi a verbalizzare. Il vuoto che Faber ha lasciato nella musica italiana fa ancora e farà sempre troppo male, ma il sodalizio di questi artisti lo ha ricordato con professionalità, passione e, soprattutto, delicatezza. Senza fare rumore. Il concerto-spettacolo “Bocca di rosa” ha abbracciato le diverse sfaccettature di Faber, nel rispetto della sua grandezza e poliedricità culturale. Il concerto-spettacolo che ha reso omaggio a Faber Le luci del TRAM si spengono dappertutto, tranne che sulla scena. Il colore del teatro è quello della notte. Il tempo si fa lungo e dilatato. Il buio separa la platea dal palco anni-luce e il pubblico si fa sempre più piccolo e inesistente di fronte all’immensità dell’universo di Faber. Sembra di stare in riva al mare, a guardare le stelle. Pare di aver appena disteso una coperta sulla sabbia e di aver alzato lo sguardo al cielo. È come aver staccato da tutto per concentrarsi sul firmamento. La musica si fa balsamo per i sentimenti, poi catarsi, liberazione. A partire dall’impulso dell’invidia delle comari di un paesino fino a quella di “Un giudice” perseguitato da tutti, evolutasi poi in sete di potere e di vendetta, il gruppo artistico prende delicatamente la nostra mano e cammina con noi tra le macerie che si lascia alle spalle il clima di competitività e rivalità. Si tratta di un tema maledettamente attuale: quel tentativo dell’uomo di misurarsi continuamente con gli altri che Faber analizzò mirabilmente a suo tempo, soffermandosi sulla vis non convenzionale, l’umanità e la portata allegorica della galleria dei suoi ritratti umani. Alcune note iniziali di una canzone esplodono, in seguito, in una miriade di stelle cadenti. I più cinici della platea li immagino pensare a una “sagra delle illusioni”, mentre […]

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Teatro

13 assassine: i nuovi episodi in programma al TRAM

13 assassine è una rassegna di 13 spettacoli della durata di 25 minuti circa in scena al TRAM di Napoli dal 2 al 14 aprile. Ogni sera sono in scena 4 spettacoli diversi, che hanno come protagoniste assassine che hanno macchiato di rosso la cronaca nera italiana, dalle origini fino ai nostri giorni. Una missione esplorativa all’interno dell’animo femminile dalle mille contraddizioni, nei meandri nascosti in cui si insidia la follia e un io tormentato che non si dà tregua. 13 assassine: Rina Fort, Beatrice Cenci, Pia Bellentani, il delitto di Chiavenna e la strage di Erba Da vittime a carnefici. Questo è ciò che accomuna tutti i delitti andati in scena sabato 6 aprile. Donne, mogli, figlie, amanti, che dalla vita non hanno avuto che sofferenza e patimenti e che hanno sfogato la loro rabbia compiendo atti scellerati, al limite della comprensibilità. Si parte da Rina Fort, interpretata da Elena Fattorusso per la regia di Angela Rosa D’Auria. Rina aveva alle spalle anni e anni di sofferenze e finalmente trovò l’amore della sua vita in un uomo già sposato e con tre figli. Decise di ammazzare la famiglia di lui con una spranga una sera di novembre nel 1946, per l’eccessiva gelosia o perché il suo amore l’aveva portata ad una follia cieca e feroce. Il secondo spettacolo ha come protagonista Beatrice Cenci, che nel 1598 uccise suo padre insieme alla matrigna a colpi di martellate. Cristina Missere, attrice e interprete sulla scena, immagina Beatrice davanti a un tribunale, il suo fantasma rigonfio di odio nei confronti del padre. Ci racconta i fatti in maniera cruda: viene giustiziata davanti alla folla, augurandosi di scendere all’inferno e uccidere all’infinito la persona che abusava di lei ripetutamente davanti alla matrigna. Autrice e regista della storia Ramona Tripodi. Pia Bellentani durante una serata mondana nel 1948 uccise il suo amanti davanti a tutti gli invitati. Leda Conti è la contessa e Sergio Di Paola è il medico che la tiene in cura, oltre ad essere il regista del racconto. La contessa era perdutamente innamorata di Carlo Sacchi, il quale, quella maledetta notte, l’aveva umiliata in pubblico. Così Pia uccide il suo amante con un colpo di pistola alla testa. Una pazza o vittima della follia d’amore? Arianna Cristillo, inoltre, ci presenta la sua riscrittura del delitto avvenuto a Chiavenna nel 2000. Tre giovani adolescenti ammazzarono suor Maria Laura Mainetti durante un rito satanico. Le tre presentano una personalità borderline, avvezze fin da piccole a gesti sventati ed eccessivi. Complice la noia di un paesino piccolo, che con la sua monotona quotidianità ha indotto le tre a trovare in passatempi sui generis una via di fuga e un mezzo di divertimento. Infine, La strage di Erba, uno dei delitti che ha più scosso l’opinione pubblica negli ultimi tempi. Nel 2006 Rosa Bazzi e Olindo Romano uccidono la loro vicina di casa, suo figlio e il cane. Lo spettacolo è un percorso emotivo che ripercorre le cause del raptus di Rosa, e le rintraccia […]

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Teatro

Break on Through: la storia di Jim Morrison al Tram

Tra dischi in vinile, luci psichedeliche e poesie su fogli stropicciati si svolge Break on Through, il nuovo spettacolo teatrale messo in scena al Teatro TRAM di Napoli dal 29 al 31 Marzo, scritto da Bruno Barone e Valerio Bruner, con gli attori Amanda Sanni e Bruno Barone. In Break on Through si narrano le fasi più significative della vita di Jim Morrison, poeta e cantante del gruppo rock statunitense The doors. La scenografia dello spettacolo spinge il pubblico ad immergersi nella vita e prospettiva del famoso frontman nella sua tridimensionalità, grazie anche alla ricerca di interazione da parte degli attori. Nella rappresentazione non viene solo raccontato il personaggio nella figura di rockstar, associato alle influenze della rivoluzione culturale degli anni’60, ma vengono messi in rilievo in una chiave di lettura umana, le fragilità, i fantasmi e le visioni che perseguitano la persona Jim Morrison. Break on Through, fama e fantasmi Il Jim Morrison di Break on Through si confronta dall’inizio della sua vita fino alla fine con le voci fuori campo che si identificano in personaggi sempre diversi, partendo dalla voce del padre con il quale ha un conflitto, poi quella della sua ragazza storica Pamela Courson, la voce dei giornalisti, poi quella dei suoi colleghi della band The doors. Questo insieme di voci risuonano ridondati talvolta nella mente tormentata di Morrison alle quali lui cerca di sfuggire. Per non parlare dell’eco delle sue ossessioni, in particolare quella della morte, che lo perseguiterà per tutta la vita in seguito a un evento: era il 1947 quando Jim Morrison, che aveva all’incirca quattro anni, era in viaggio con la sua famiglia e mentre attraversavano il deserto, egli vide degli indiani sparpagliati e moribondi per terra a causa di un incidente. L’accaduto ha inciso molto sulla sua vita, tant’è che lui si sentiva, da quel momento legato allo spirito di uno sciamano. Altra figura peculiare è quella di Pam, definita ”musa”, alla quale infatti molto spesso l’artista si ispira, è la donna che lo accompagnerà fino alla morte. La loro relazione è caratterizzata dall’incapacità di trovare un equilibrio, un amore che vive negli eccessi, il che non potrebbe essere altrimenti, per due personaggi così controversi. Tra i simbolismi e le immagini oniriche si alternano gli esordi del cantante sul palco in cui avviene una trasformazione, da un animo fragile segue uno spirito rivoluzionario al contempo profondo, impegnato ad esortare il pubblico ad abbattere gli schemi sociali, è questo il messaggio che sta molto a cuore a Jim Morrison, soprattutto nella sua poetica. Nella rappresentazione teatrale infatti predomina la sua figura poeta affascinato dalla cultura classica e dalle figure mitologiche, che sono state il risultato di influenze di letture giovanili come quelle di Nietzsche e Rimbaud, in cui risale l’importanza di trasgredire le regole morali a favore della scoperta della vera natura dell’uomo.

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Recensioni

Yerma. ‘A Yetteca: l’opera di Federico Garcìa Lorca approda al TRAM

Yerma. ‘A Jetteca approda al teatro TRAM, tra le suggestioni di Federico Garcìa Lorca e il viscerale linguaggio napoletano, roco e sensuale Dal 14 al 17 marzo 2019 al TRAM, Teatro di Ricerca, Arte e Musica di Port’alba, è in scena “Yerma. ‘A Yetteca”, cerebrale e palpitante rivisitazione dell’opera “Yerma” dello spagnolo Federico Garcìa Lorca, con la regia di Silvio Fornacetti e Fabio Di Gesto e le interpretazioni di Chiara Vitiello, Diego Sommaripa, Francesca Morgante, Maria-Grazia Di Rosa e Gennaro Davide Niglio. “Yerma” è la seconda delle tre grandi tragedie lorchiane, e si inserisce tra “Nozze di sangue” (1933) e “La casa di Bernarda Alba”. Yerma, parola ruvida che rimane annidata sulle papille gustative senza sciogliersi in zucchero, significa “sterile”: un tronco su cui non s’innesta fiore, frutto che non germoglia, polline che non si diffonde nell’aria. Le immagini evocate dalla penna lorchiana, inzuppata nel sangue torbido degli incubi visionari del poeta, vengono stemperate sul palco del TRAM in uno sfondo nero come il velluto del dramma. Dal nero si parte, e nel nero si sprofonda come in una tragedia che smorza le lingue e buca i fiati. E di nero sono tinti gli occhi e il grembo della protagonista, interpretata da una convulsa e febbricitante Chiara Vitiello che penetra violentemente il vuoto onirico con le sue vesti bianchi e drappeggiate, che la fanno somigliare ad una vestale riemersa dalle cavità del proprio personale Ade. Chiara Vitiello è delicata come un giunco ma scalmanata come una baccante, e le sue visioni prendono corpo in napoletano, lingua impastata di sangue e calcestruzzo, di sale e di terrore, di vita e salsedine: lo spagnolo lorchiano si trasfigura nella lingua delle piazze e dei vasci, nella lingua dei popoli, degli scugnizzi e dei femminielli, regalando a Yerma l’intensità sguaiata di una vaiassa e la regalità di una dea con le ali sgualcite e annerite. Il dramma coniugale di Yerma, le pressioni della gente e le sue visioni folli e sfrenate: un modo estremo di raccontare il dramma della sterilità Il microcosmo di Yerma si nutre in primis del rapporto ambivalente, contraddittorio e quasi formale con suo marito Juan che qui diventa Giovanni, interpretato intensamente da Diego Sommaripa, che veste la scena in modo mimetico e arguto, muovendosi in modo camaleontico e dando corpo e voce a un contraltare maschile di grande spessore. L’intimità del microcosmo coniugale di Yerma è continuamente stuprata dalle lingue della gente, la gente pettegola dei vasci che aspetta ossessivamente la nascita del bambino, che si chiedono come e perché una donna non sia ancora in attesa, giocando al lotto le sorti di un grembo che diviene proprietà comune e popolare. Il grembo di Yerma diviene spazio comune e democratico, spartito gelosamente dalle manacce del popolo, interpretato da tre visioni che si stagliano con prepotenza sul palco, che sembrano demoni linguacciuti, avidi e sadici. Tre sono le visioni del popolo, tre sono le Grazie di Canova e sono anche le Marie, tre sono le proiezioni della gente che solleticano con punte acuminate il […]

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Teatro

Frida Kahlo di Mirko Di Martino al TRAM: la solitudine della colomba messicana

Sarà in scena fino a domenica 24 al TRAM di Napoli lo spettacolo Frida Kahlo, scritto e diretto da Mirko di Martino e prodotto dal Teatro dell’Osso. Le vite della celebre pittrice messicana e del suo compagno, marito e amante Diego Rivera rivivono sul palco grazie alla magistrale interpretazione di Titti Nuzzolese e Peppe Romano.   Frida, una vita dedicata alla pittura “In nove mesi di agonia scoprii la pittura e una nuova ragione per vivere”. L’incontro fatale con i pennelli per la giovane Frida avviene durante un periodo di degenza forzata causato da un incidente che le provocò la frattura della spina dorsale. Frida Kahlo era una studentessa dell’Accademia di Arti di Città del Messico, accesa come un lume splendente nello spirito e nello sguardo. Diego Rivera ne notò subito la straordinaria tempra e predisposizione artistica.  Il seduttore, genio e orco della pittura messicana si innamorò di quella minuscola figura femminile che negli occhi neri come la notte conservava tutta l’energia della loro patria, il Messico. Il matrimonio tra “la colomba e l’elefante” è l’inizio di un connubio artistico che ispirerà Frida ma che le porterà anche troppo dolore da sopportare. “Se Diego non è felice io non riesco a stare tranquilla”. Quando l’arte della Kahlo irrompe e cattura l’attenzione della scena internazionale, la coppia si divide moralmente. “I surrealisti si sono convinti che la mia pittura sia surrealista – dice Frida – Io non lo sapevo finché Breton non è venuto in Messico. Ma non ho fatto altro che dipingere la mia realtà”. La solitudine di una donna che porta in se l’orgoglio e l’amore per il Messico si trasforma in arte incredibilmente comunicativa. Il travaglio per un rapporto che spesso appare a senso unico è la materia prima per la sua ispirazione. Lo spettacolo di Mirko Di Martino tra narrazione recitativa e realismo scenico Due sono le caratteristiche che rapiscono maggiormente l’attenzione del pubblico nello spettacolo di Mirko Di Martino. Una è la narrazione nella narrazione inscenata dagli stessi personaggi. Nessuna voce fuori campo ma solo Frida e Diego che, di quadro in quadro, di anno in anno, raccontano al pubblico cosa accade nel loro rapporto, nella loro arte e nei loro pensieri. L’incredibile somiglianza della Nuzzolese con la pittrice messicana è resa ancor più realistica grazie ai costumi di scena indossati che sembrano essere stati cuciti proprio in Messico. La solitudine germogliata nell’infanzia e nutrita durante l’età adulta rende Frida una figura femminile fuori dagli schemi, di ardua comprensione ma di facile compassione. I dipinti citati nella rappresentazione scenica sono illustrati a parole dal personaggio che ci trasporta nella sua arte e nelle ragioni emotive dei quadri che dipinge. Osserviamo così con la mente il dipinto Solo Qualche Coltellata (ideato a causa dei continui tradimenti di Diego), La colonna rotta (specchio della frattura interna che l’artista porta nei suoi giorni) e Ford Hospital (creato in seguito all’aborto spontaneo che Frida subì dopo il sesto mese di gravidanza). La gloria della fama minacciata dalle ferite domestiche della vita […]

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Teatro

This is not what it is in scena al TRAM

This is not what it is è lo spettacolo andato in scena al TRAM dal 15 al 17 febbraio. Di e con Marco Sanna e Francesca Ventriglia, This is not what it is è un omaggio ironico e tagliente all’Otello di Shakespeare, ma anche alla noia, al trash, alla stupidità e alla spazzatura che ogni giorno ci troviamo ad affrontare. This is not what it is, non sei più ciò che sei I due attori sono soli sulla scena; un’isola, Cipro,  la loro location immaginaria, metafora in cui si condensa il raccoglimento e la concentrazione dell’attore durante la messa a punto di uno spettacolo, luogo di studio e di fatica interiore. Marco Sanna più volte cerca di iniziare un monologo ispirato all’Otello, più volte diminuisce la distanza che si crea tra il suo corpo e il microfono, ma altrettante molteplici volte la sua partner sul palco, Francesca Ventriglia, lo deride, lo interrompe, ridicolizzando il suo tentativo di costruire una piece “impegnata” e “impegnativa”. L’esigenza di parlare con parole semplici, derivanti dal quotidiano, che si immergono nel fango volgare della lingua colloquiale, si accompagna all’urgenza di lasciare da parte questioni troppo difficili e incomprensibili. “La gente vuole vedere e sentire cose più leggere” sembra essere il Leitmotiv dello spettacolo. E in effetti This is not what it is è un calderone pieno di temi attuali, che vanno dalla banalizzazione del tutto che stiamo vivendo nei giorni d’oggi, passando al desiderio dell’affermazione di sé, arrivando infine alla parodia della cultura di massa che ci porta lentamente alla spersonalizzazione dell’individuo. Così, in un’ora, si toccano motivi di riflessione in maniera vorticosa, stravagante e al limite del nonsenso, attraverso un linguaggio vivo e quotidiano, plasmato con giochi di parole e scambi, talmente esplosivo da poter essere considerato un terzo protagonista sulla scena insieme ai due attori. Shakespeare e il suo Otello sono i testimoni muti di una cultura ormai troppo vecchia, smessa e lasciata giacere inerte come un soprabito troppo vecchio e démodé per essere ancora indossato. Le passioni vorticose e folli raccontate nell’Otello sono oramai troppo lontane dagli amori tiepidi a cui ci si è abituati gradualmente. Insomma This is not what it is è uno spettacolo vivo, indomabile e indomato, proprio come l’uomo d’oggi che corre sempre più veloce e non ha il tempo di aprire gli occhi, fermarsi e riflettere. Fonte immagine: https://www.meridianozero.org/this-is-not-what-it-is/  

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Recensioni

“Pulcinella Morto e Risorto” di Alessandro Paschitto al TRAM | Recensione

Cosa accadrebbe se potessimo tornare sulla Terra dopo la nostra morte? Ultima replica questa sera al teatro TRAM di Napoli  per lo spettacolo Pulcinella Morto e Risorto. Scritta e diretta da Alessandro Paschitto, l’opera mette in scena le disavventure della maschera Pulcinella proiettate nell’epoca contemporanea. Pulcinella, così maldestro che non trova pace nemmeno all’Inferno Nemmeno da morto trovi pace, dice l’ex fidanzata a Pulcinella. La sorpresa di rivederlo piombato sulla Terra, lì dove l’aveva lasciata e abbandonata, suscita nella donna felicità e fastidio. Pulcinella, infatti, conduce una vita così maldestra da ritrovarsi all’improvviso morto e schiavo di Lucifero. Ma nemmeno il Signore dell’Inferno riesce a sopportare “la banale sprezzatura” di quella maschera fanciullesca. E così lo rimanda nel mondo dei vivi. Qui dovrà confrontarsi con la realtà, crescere e provare a dare un senso alla propria vita. Immatricolarsi all’Università sarà la chiave del suo successo. Un lasciapassare per quella società che lo ha sempre rifiutato. In quale disciplina desidera erudirsi? Basta che me date ‘o piezzo ‘e carta!  Il Vesuvio nero come la morte troneggia al centro del palco mentre la farsa energica di Pulcinella incanta gli spettatori, catturando il loro sguardo. Toccherà allo scrittore Felice Sciosciammòcca dare un senso logico alla trama. Lui che ormai ha perso la sua vena poetica troverà un finale degno e compiuto per la storia della maschera napoletana per eccellenza. Un trio di attori affiatati e magnetici diretti da Alessandro Paschitto A dare vita alle vicende di Pulcinella sono Alessandro Paschitto (nei panni di Lucifero e Felice Sciosciammòcca), Mario Autore (Pulcinella) e Raimonda Maraviglia (San Michele, il carabiniere e la fidanzata di Pulcinella). Un trio affiatato e a dir poco magnetico. La veemenza dell’espressione verbale e l’energia del movimento dei loro corpi rendono lo spettacolo attraente ed insolito. C’è tutto il mondo della Napoli caotica sul palco. Dei sentimenti del nostro popolo, le contraddizioni di uno stile di vita unico nel suo genere. L’importanza della parola è al centro dell’intrattenimento. Il bianco e il rosso richiamano i colori della pizza e quelli della passione dell’essere napoletano. Lo studio, il posso fisso, le relazioni instabili, lo smarrimento generazionale sono i colori di una identità che si sente perduta. Meglio stare all’Inferno che vivere il Paradiso sulla Terra? La commedia dell’arte ci insegna ancora una volta ad interpretare la realtà che ci circonda attraverso l’espediente della metamorfosi. Il tempo scorre e il futuro sembra nero. Il passato è fugace. Ci resta solo la possibilità di vivere il presente. “Nuje vulesseme truvà pace…”.

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