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Eroica Fenice

Libri

L’amore ai tempi del colera di Gabrìel Garcìa Màrquez

L’amore ai tempi del colera e l’odore delle mandorle amare «Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati» queste le parole che aprono uno dei romanzi più belli dello scrittore Gabrìel Garcìa Màrquez e uno dei capolavori indiscussi della letteratura del Novecento.  L’amore ai tempi del colera: la trama in breve Florentino Ariza si innamora di Fermina Daza in un pomeriggio qualunque e continuerà ad amarla per tutta la vita, perché «quello sguardo causale fu l’origine di un cataclisma d’amore che mezzo secolo dopo non era ancora terminato». Adolescenti, acerbi e ancora ignari dei processi dell’amore, Florentino e Fermina, intraprendono una relazione segreta fatta di lettere continue e appassionate, che viene bruscamente interrotta dal padre di lei che sogna per sua figlia un matrimonio con un uomo appartenente ad un ceto sociale più alto. I due innamorati, separati ancora prima che quell’amore potesse sbocciare a pieno, conducono due vite separate per cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, quando poi il destino, o la caparbia di Florentino, o un amore mai sopito del tutto, o probabilmente tutti questi elementi messi insieme decidono di collaborare per dare loro un’altra possibilità.  Un amore che vince contro il tempo Quello che prova Florentino per Fermina è un sentimento che, sin dal suo nascere, lo corrode dall’interno con i suoi effetti devastanti, i sintomi propri di una malattia: gli stessi effetti del colera. È un amore che non riesce a dimenticare, pur allontanandosi, pur cercando il piacere – e a volte l’amore – in altre donne, in tante diverse donne. E così, senza rendersene conto, i giorni, i mesi, gli anni trascorrono nell’illusione, nella speranza, nel ricordo dell’odore delle mandorle amare. E l’età avanza: Florentino diventa uomo, poi adulto, infine vecchio. Una vita intera spesa ad amare un’unica donna. Fermina dal canto suo trascorre la sua vita da sposa e poi anche da madre, e quando di rado  il ricordo di quell’amore infantile e lontano veniva a disturbarla impiegava pochissimi istanti per cancellarlo e relegarlo in un angolo del cuore. Sesso, romanticismo, nostalgia si intrecciano nelle pagine di L’amore ai tempi del colera e raccontano la storia di un amore durato mezzo secolo, un amore come tanti o come pochi, come quelli che durano anche oltre, o come quelli di cui resta soltanto il ricordo lontano dell’odore delle mandorle amare.    

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Cinema & Serie tv

Rizzoli and Isles, quando poliziesco e amicizia si intrecciano in una serie tv

Rizzoli and Isles è una serie tv statunitense di sette stagioni trasmessa dal 2010 (in Italia dall’anno successivo) al 2016. Ispirata ai romanzi della scrittrice Tess Gerritsen, la serie è basata sul genere poliziesco e vede come protagoniste principali due donne: Jane Rizzoli (interpretata da Angie Harmon) e Maura Isles (l’attrice Sasha Alexander apparsa in altre serie tv, quali Dawson’s Creek e NCIS). Rizzoli and Isles: l’amicizia tra due donne Gli episodi di Rizzoli and Isles, ambientati a Boston, si concentrano sui casi polizieschi e investigativi da risolvere, e sul bellissimo rapporto di amicizia tra le due protagoniste: la detective Jane e il medico legale Maura. Un’amicizia disinteressata, fatta di battute ironiche, dove il sarcasmo è pungente ma mai offensivo. Un rapporto in cui si mescolano amicizia e lavoro, senza che mai l’uno interferisca nell’altro.  Il rapporto tra colleghi nell’ambiente di lavoro Sul posto di lavoro non è sempre facile instaurare veri rapporti di amicizia con i colleghi, perché si tende quasi sempre a voler scavalcare l’altro per raggiungere la vetta superiore. In Rizzoli and Isles questo non accade: indipendentemente dal grado o dalla qualifica, i personaggi si muovono tutti sullo stesso piano e, al rapporto strettamente lavorativo, hanno associato quello di intima familiarità, per cui ci si può permettere di scherzare, senza la preoccupazione che l’altro fraintenda. Questo accade tra tutti i personaggi principali: il partner di Jane, Barold Frost (Lee Thompson Young), Vince Korsak, primo partner di Jane (Bruce McGill) e Frankie Rizzoli (Jordan Bridges). Rizzoli and Isles: una bella serie tv Rizzoli and Isles è un appuntamento durante la settimana,  non si segue con il fiato sospeso, né tanto meno con quell’ansia di vederne tante (troppe!) puntate al giorno, ma come un’abitudine pacata. I casi polizieschi sono interessanti, avvincenti in alcuni episodi, i rapporti interpersonali ti fanno entrare in un mondo non troppo distante dalla realtà, fatto di relazioni genuine e positive. Ciò che risalta in primo piano è l’amicizia tra Jane e Maura: due donne unite soltanto dall’affetto che provano l’una verso l’altra, due colleghe appassionate del proprio lavoro, due amiche che hanno instaurato un rapporto al pari tra sorelle. Tutti buoni motivi per trascorrere qualche ora nel mondo di Rizzoli and Isles, perché a volte ciò di cui si ha bisogno è soltanto fermarsi in un bar, stappare una birra e raccontare alla propria migliore amica la giornata appena trascorsa. 

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Voli Pindarici

Lettera ad un’ombra che ha smarrito se stessa su sentieri dissestati

Ti vedo come un’ombra smarrita Cara Ombra, hai smesso di essere te stessa. Non so bene quando sia accaduto, non credo sia avvenuto in un momento preciso: tanti piccoli segnali, minuscoli passetti, giorno dopo giorno. Avrei potuto rendermene conto, te lo concedo. È l’età, mi dicevo. E invece no, stavi lasciando, a poco a poco, il tuo corpo per diventare un’ombra. Così quando mi sono decisa ad agire, era troppo tardi. Eh sì, troppo tardi. E allora a nulla sono bastate le ore, i giorni, i mesi, addirittura  gli anni, a parlare, a ragionare insieme, perché tu non sei più te stessa. Solo un’ombra di ciò che eri. E quella che sei ora non è che non vada bene a me, perché per me tu andrai sempre più che bene, qualsiasi persona vorrai decidere di essere. Il problema è che non vai bene per te, per la vita che hai condotto negli ultimi tempi, per le strade che hai intrapreso, per quelle che vorrai intraprendere, per quei sentieri che proprio non ti decidi a cambiare, anche se così dissestati, così pieni di ciottoli e dossi fastidiosi. Ti vuoi mostrare forte, adulta e invece sei fragile, lo sei talmente tanto da non rendertene conto. Quella poca stima che, incomprensibilmente, hai di te stessa ti ha portato a credere di valere zero, quando poi in realtà vali cento, ti ha portato a credere di poter vivere come un’ombra. E invece di percorrere strade lisce e agevoli ti sei andata ad inerpicare su quei sentieri dissestati, e sei caduta, oh quante volte sei caduta e ti sei fatta male, e tu non sei tornata indietro, non hai svoltato a destra o a sinistra o semplicemente sei rimasta a terra. No, hai continuato a camminare e hai perso te stessa. Vorrei aiutarti a ritrovare, ma non so come fare. Lo so, tu non vuoi essere ritrovata, questo l’ho capito bene. Non fai altro che ripeterlo a gran voce. Tu che credi di essere forte, tu che sei così fragile. Un giorno se ne renderà conto, mi dicevo. Continuo a dirmelo. Solo che ora non ci credo più. Prima riuscivo ancora a vederti, in lontananza, su quei sentieri dissestati. Ora faccio fatica a scorgerti, solo un’ombra, sempre più indistinta. Non importa quanto io corra verso di te, sei più veloce, cadi, cadi mille volte, e ti rialzi e corri più veloce di prima e io, per quanto corra, non riesco a starti dietro. E ti vedo sempre più lontana, solo un’ombra, su quei sentieri dissestati.

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Libri

A cavallo di un protone, il libro di esordio di Simone Baroni

A cavallo di un protone è il libro di esordio di Simone Baroni, professore di fisica e matematica e ricercatore presso varie università, pubblicato dall’editore Aracne lo scorso giugno (qui le informazioni). A cavallo di un protone: la trama in breve Giulia e il fratellino Luca attraverso la lettura di un libro di scienze appartenente alla madre si addentrano nel mondo della fisica e, con l’aiuto di un pastello magico e del maestro di scuola Saverio, intraprendono un’avventura che li porterà a scoprire i misteri e le meraviglie dell’universo. Attraverso i disegni che realizzano e che prendono vita grazie ad un pastello, Giulia e Luca si incuriosiscono al mondo circostante e i termini che prima risultavano loro ostici e incomprensibili quali protoni, muoni, elettroni, ora si materializzano davanti ai loro occhi.  La curiosità della scoperta: il parallelo con Dante «Se per qualsiasi ragione non doveste finire il disegno, non avrete mai il dono della curiosità e vi trasformerete in due persone senza voglia di capire, di crescere o di esplorare. Pensate che triste sarebbe la vita senza la voglia di scoprire come funziona il mondo che ci circonda, senza l’istinto di vedere sempre più lontano». Con queste parole il maestro Saverio incita i due bambini ad essere avidi di conoscenza e di sapere, a tenere sempre allenate le loro menti e a non rischiare di diventare grigi e vivere un’esistenza passiva, senza curiosità verso ciò che li circonda.  Il discorso fatto ai due fratelli sembra riportare alla mente le parole di Ulisse verso i suoi compagni di viaggio: «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza».  A cavallo di un protone: tra disegni e viaggi nell’universo I due fratelli tra esperimenti in laboratorio, viaggi nell’universo, spettacoli di aurore boreali, vivono un’avventura che li porterà a scoprire di cosa è fatto il mondo, di cosa sono fatti loro stessi. Simone Baroni, tramite le spiegazioni semplici ed elementari che Saverio utilizza per far sì che Luca e Giulia comprendano ciò che vedono, porta il lettore nel mondo della fisica e della chimica. Il libro è costellato di tanto in tanto delle illustrazioni di Fernando Aliste Sunkel, chiare, sobrie ed essenziali, che arricchiscono la storia e aiutano ad addentrarsi maggiormente in ciò che si sta leggendo. Un libro piacevole quello di Simone Baroni, adatto sia ad un pubblico adulto che di ragazzi, che ha un duplice obiettivo a mio avviso: quello di rendere meno ostico l’ambito della fisica, e quello di incitare le persone a non smettere mai di imparare, di guardare con curiosità ogni cosa perché non c’è nulla di più triste di una vita grigia.  

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Cinema & Serie tv

Frequency, una nuova serie tv che mescola fantascienza e poliziesco

Frequency è una serie tv statunitense (qui il trailer) apparsa sugli schermi americani nell’anno 2016  e su quelli italiani il 18 aprile scorso. Interamente ispirata al film diretto da Gregory Hoblit: Frequency– il futuro è in ascolto, probabilmente non si rinnoverà per un prosieguo, e la si vedrà conclusa con la sola prima stagione di tredici episodi. Frequency: la trama in breve Nel 2016 il detective Raimy Sullivan (Peyton List) scopre, in una serata temporalesca, che una vecchia radio appartenente al padre morto anni prima emette dei suoni attraverso un’unica frequenza ancora funzionante. Proprio attraverso quella radio Raimy riesce a mettersi in collegamento con un altro periodo temporale: il 1996 e a comunicare con il detective Frank Sullivan (Riley Smith), suo padre. Insieme i due collaboreranno per risolvere il caso di un serial killer che dopo tanti anni è rimasto ancora irrisolto. Frequency, i salti temporali e il rapporto tra un padre e sua figlia Frequency ruota intorno a due temi principali: i cambiamenti dettati da scelte diverse e il rapporto tra padre e figlia. Entrambi detective e dediti al proprio lavoro Raimy e Frank trascorrono le loro giornate – uno nel 1996, l’altra nel 2016 – a risolvere un caso che è iniziato dieci anni prima e che nel futuro di Raimy ancora resta irrisolto. Attraverso le comunicazioni quotidiane con il padre, che è rimasto ucciso quando era ancora una ragazzina, Raimy riscopre un uomo diverso da quello che credeva fosse Frank e stabilisce con lui un rapporto spezzato troppo presto.  Tutta la serie è basata sui continui salti temporali tra il passato e il presente e sulle scelte diverse che i due compiono per poter cambiare una o più parti del futuro, per poi rendersi conto che ogni minimo cambiamento effettuato nel passato stravolge radicalmente la vita futura. Dramma, fantascienza e poliziesco Tre sono i generi su cui si basa Frequency e che si mescolano l’uno con l’altro in ogni puntata: il dramma di una perdita importante o di un cambiamento estremo, la comunicazione tra due periodi temporali, i casi polizieschi da risolvere.  Frequency è una serie tv piacevole da seguire, che riprende un tema già usato diverse volte anche in altre serie tv (si pensi a Being Erika, o Outalnder, per citarne qualcuna), ma che sempre avvince il pubblico, e che lascia un duplice messaggio: in alcuni casi le scelte derivate dal passato ti cambiano la vita, in altri casi, qualsiasi decisione tu prenda, alcune cose sono destinate inevitabilmente ad accadere.

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Viaggi e Miraggi

Le dieci cose da vedere nella meravigliosa città di Firenze

Firenze: il bellissimo capoluogo della Toscana Quando si visita una città nuova, e questa ci colpisce, possiamo trascorrere giorni interi a descriverne la bellezza, oppure possiamo decidere di non condividerla con nessuno e custodirla gelosamente in un angolo di cuore. Con Firenze non ho potuto fare a meno di fare entrambe le cose. Capoluogo della Toscana, Firenze, sin dal Medioevo è un importante centro culturale, economico e commerciale, due volte capitale: del Granducato di Toscana in età moderna e dell’Italia dal 1865 al 1871 (dopo Torino e prima di Roma). Ad oggi Firenze è una delle città più visitate d’Europa e tra le più belle del mondo. Firenze bisogna esplorarla interamente: dal centro storico, al Lungo Arno, dai numerosi musei e le tante basiliche, alla zona multietnica in prossimità del Mercato Nuovo. Ma se si riescono a trascorrere solo pochi giorni nella città, allora bisogna necessariamente fare una cernita. Le dieci cosa da vedere a Firenze Cattedrale di Santa Maria in Fiore. Nota anche con il nome di Duomo di Firenze, domina maestosa l’omonima piazza: tra le più belle del centro storico fiorentino. Quattro i punti da visitare: la Cattedrale stessa (vasta, luminosa e sobria), il Battistero (ricco di elementi che ricordano l’antica Roma), la Cupola di Brunelleschi (realizzata ad affresco dal Vasari e da Zuccari), il Campanile di Giotto (dalla cui altezza, oltre ad ammirare le raffigurazioni religiose e astrologiche, le statue dei profeti, dei re e delle sibille, si può contemplare l’intera Firenze). Chiesa di Santa Maria Novella. La basilica sorge nella piazza che reca lo stesso nome ed è ricca di affreschi e decorazioni; comprende, inoltre, tre chiostri monumentali (Chiostro Verde, Chiostro dei Morti e il Cappellone degli Spagnoli) e il Cimitero degli Avelli (che reca la sepoltura delle più importanti famiglie fiorentine). Galleria degli Uffizi. Creata in origine per volere di Cosimo I de ‘Medici per raccogliere gli uffici amministrativi e giudiziari (uffizi, appunto), è diventato oggi uno dei musei più importanti al mondo. Non importa se non si conoscono gli stili artistici, o la vita di Michelangelo, se non si capisce nulla di tecnica pittorica, perché si resta ugualmente stupiti davanti alla bellezza dei dipinti. Palazzo Vecchio. Risalente al XIII secolo, fu la residenza di Cosimo I de‘ Medici. Attraverso le statue, gli affreschi e i dipinti si intraprende un viaggio tra storia, mitologia e segreti di famiglia. La visita al Palazzo si può fare anche di sera, quando tutto è avvolto da un’atmosfera magica e misteriosa. È posto nella piazza, a mio avviso, più bella di Firenze: piazza della Signoria, festosa di giorno, romantica di notte. Palazzo Pitti. Costruito dalla famiglia Pitti, da cui prende il nome, divenne la residenza ufficiale dei Medici; comprende, oltre agli appartamenti reali, tre musei al suo interno: Galleria Palatina, Galleria dell’Arte Moderna, Museo degli Argenti. Il Palazzo è immerso in uno dei giardini più belli di Firenze: il Giardino di Boboli. Il Giardino di Boboli. Chilometri di natura e storia nel cuore della città, si percorrono i viali silenziosi e ci si perde […]

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Libri

Il tuo nome è una promessa, il nuovo libro di Ibrahimi

Il tuo nome è una promessa: l’ultima pubblicazione di Ibrahimi «Anilda Ibrahimi sa raccontare i legami di sangue spezzati dalla Storia dimostrandoci che, in fondo, tra fuga e ritorno non c’è alcuna differenza». Con queste parole Diego De Silva ha descritto il nuovo libro della scrittrice Anilda Ibrahimi. E sono proprio questi i due temi – i legami e gli eventi storici, appunto – che riempiono le pagine de Il tuo nome è una promessa, pubblicato da Einaudi. Due periodi temporali: il passato e il presente. Due i protagonisti principali: la Storia e le donne. Nel passato Abigail e sua sorella Esther, che trascorrono la propria infanzia fuggendo dalla patria a causa della follia nazista, senza perdere il sorriso, né l’innocenza che solo i bambini della loro età conservano ancora, fin quando non si cresce, o quando le vicende politiche e storiche, che sembrano così lontane dalla loro esistenza, le costringono a scontrarsi con una realtà tragica che non possono comprendere.  Nel presente Rebecca decide di allontanarsi dalla sua città per fuggire da un matrimonio che sembra sul punto di spezzarsi e accetta un incarico di lavoro a Tirana, lo stesso paese che in un’altra epoca, in un altro periodo storico, accolse una famiglia con due bambine piccole: sua madre Esther e la sorella Abigail. Il tuo nome è una promessa, il legame indissolubile tra passato e presente Sullo sfondo delle strade albanesi, vengono raccontate le vite di tre donne, ad unirle il legame di sangue e il bisogno di fuggire dal passato, di dimenticare il dolore, e al tempo stesso, il desiderio di ritrovare qualcosa perduto per sempre. Perché la vita di Rebecca, come quelle di Esther e Abigail, «come la vita di tutti, è una ringhiera di ricordi su cui rimanere appoggiata. Se la abbattesse crollerebbe tutto, trascinando via non solo il male ma anche il bene. Forse bisogna scavalcarla, saltare dall’altra parte, andare più lontano che si può. Ma alla fine nessuno vorrebbe una vita senza passato, anche se si sostiene spesso il contrario. Si dice: “Se potessi cancellare tutto e iniziare ora, qui”. Perché è poetico, ecco. Ci rende simili ai personaggi di un romanzo. Ma chi è che poi scavalca davvero quella ringhiera?» Anilda Ibrahimi con Il tuo nome è una promessa conquista ancora una volta il lettore (come con tutti i suoi romanzi, tra cui l’ indimenticabile “L’amore e gli stracci del tempo“) attraverso il suo stile scorrevole, la sua penna fluida, e il suo narrare in maniera delicata e forte al tempo stesso la vita delle persone. Ibrahimi ha due punti forza che la rendono una scrittrice eccellente: sa mescolare tanto sapientemente la Storia e l’esistenza quotidiana, e riesce ad entrare dritto nel cuore dei suoi lettori ponendoli, ogni volta, a riflettere su quanto i drammi e le tragedie storiche influiscano drasticamente sulla vita degli uomini. Perché accade sempre così: dietro ad ogni grande guerra, alle spalle di una scrivania si muovono fili, pedine, si segnano luoghi su una cartina e si decide di rovinare l’umanità. Si decide, con un solo […]

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Viaggi e Miraggi

Verona: la bellissima città scaligera del Triveneto

Verona, la città scaligera del Veneto Il Triveneto (noto anche come le Tre Venezie) raccoglie diverse bellissime città, meritevoli di almeno una visita. Tra queste si eleva, signorile e superba, Verona. Verona, seconda città per popolazione della cosiddetta Venezia Euganea, è stata abitata fin dal Neolitico e ha raggiunto il suo massimo splendore sotto l’imperatore Vespasiano. Quando l’intera Italia, a metà del 200, affrontava il passaggio dal Comune alla Signoria, a Verona si stabilì il potere degli Scaligeri, di cui ancora oggi se ne conservano le tracce. Arte, storia, letteratura e atmosfera fanno di Verona una delle più belle città d’Italia Per tutto il tempo che ho visitato Verona, ho avuto dentro di me un binomio di sensazioni contrastanti: da un lato la voglia di vedere tutto e subito, di scoprire ad ogni vicoletto, in ogni piazza, qualcosa che mi lasciasse estasiata (e così è stato); dall’altro il desiderio di godermi quell’atmosfera placida e serena, che si è mantenuta tale nonostante ad ogni ora aumentasse la folla di turisti e cittadini. Tante le cose da vedere, dai monumenti alle piazze, i mercatini e i porticati, le chiese e il castello, i corsi principali e i vicoletti secondari. Tutti con una propria caratteristica, tutti consapevoli di colpire il cuore del viaggiatore. L’Arena, il monumento senza dubbio più conosciuto della città, domina una delle piazze più belle d’Italia: Piazza Bra. La sua costruzione risale al I secolo quando la città, che aveva raggiunto i 25.000 abitanti, necessitava di un edifico più grande per far sì che tutti suoi cittadini potessero partecipare agli spettacoli. Dalle lotte tra i gladiatori che avvenivano negli anfiteatri romani, l’Arena è diventata oggi un teatro lirico, il più grande all’aperto del mondo. La casa di Giulietta è l’altro grande monumento per cui è nota Verona. I versi di William Shakespeare hanno catturato studiosi, critici, semplici lettori di tutto il mondo, e la tragica storia d’amore spinge ogni anno milioni di turisti a visitare il balcone da cui furono pronunciate le famose parole: “O Romeo, Romeo ma perché sei tu Romeo?”, la prova di un amore impossibile. I Montecchi e i Cappelletti (modificato dall’autore inglese in Capuleti) sono due famiglie veronesi realmente esistite. (La casa dei Montecchi, diventata La casa di Romeo, è anch’essa oggetto di numerose visite). La casa di Giulietta si trova a pochi passi da un’altra bellissima piazza: Piazza delle Erbe, la più antica della città, sovrastata dalla Torre dei Lamberti – alta ben 84 metri – dalla cui altezza è possibile ammirare un panorama che lascia a bocca aperta. Un’altra particolare caratteristica della piazza è l’agglomerato di case ricoperte di  affreschi (Case Mazzanti) che valsero alla Verona del passato l’epiteto di urbs picta. La piazza offre anche una facciata più moderna, rappresentata dai porticati e dai numerosi localini che vi si affacciano. Forse è la zona di Verona che meglio fonde passato e presente. Piazza delle Erbe è collegata, attraverso il cosiddetto Arco della Costa (sotto cui pende la costola di una balena risalente probabilmente al XVII secolo), a Piazza […]

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Viaggi e Miraggi

Rovereto e Riva del Garda: due paesini del Trentino

La regione autonoma del Trentino Alto-Adige è divisa in due province, autonome a loro volta: Trento e Bolzano. Vari sono i comuni che fanno parte delle due amministrazioni territoriali e, tra questi, spiccano per l’atmosfera tranquilla e lo scenario paesaggistico, Rovereto e Riva del Garda. Entrambi piccoli, turistici e quieti, l’uno incastonato tra alte montagne e il torrente Leno, l’altro tra i rocciosi monti e lo sconfinato Lago di Garda. Rovereto: la Città della Quercia L’epiteto Città della Quercia sorge per motivi toponomastici: la parola Rovereto deriva dal latino Roboretus e il termine romano Roboretum indicava una selva di querce, pianta effettivamente molto diffusa nella Vallagarina, comunità di valle del Trentino, di cui Rovereto ne è il capoluogo. La storia di Rovereto risale al Medioevo, quando un’antica famiglia nobile, i Castelbarco, vi si stabilì; essendo questi legati alla dinastia veronese Della Scala, i rapporti tra le due città si mantennero per secoli molto stretti, anche dal punto di vista giuridico. Tra il 1400 e il 1500 fu un’altra importante città italiana a controllare l’amministrazione di Rovereto: Venezia. Ad oggi questo paese del Trentino rappresenta un importante centro industriale, turistico e culturale, grazie ai vari monumenti e ad un caratteristico centro storico: un agglomerato di piazze, archi, scalini e chiese. Le due piazze più belle e caratteristiche sono Piazza Rosmini e Piazza delle Erbe. La prima ha al centro l’omonima fontana (dedicata al filosofo Antonio Rosmini, nato a Rovereto) con un getto principale alto tre metri e vari secondari che danno origine a diversi giochi d’acqua; la piazza è circondata da localini all’aperto, e antichi e maestosi palazzi. Piazza delle Erbe, più piccola, è ugualmente centrale e si presta durante l’anno, ogni martedì mattina, per il mercatino settimanale (quello biologico di sabato mattina) e nel periodo natalizio per i famosi e caratteristici mercatini. Tra i monumenti più importanti meritano una visita: il Castello e la Campana dei Caduti; il primo sovrasta Piazza Podestà ed è sito su un dosso roccioso a destra del cristallino Torrente Leno e fu edificato nel Medioevo dai Castelbarco, ma l’attuale forma pentagonale risale alla dominazione della Serenissima. La Campana dei Caduti fu realizzata su commissione del sacerdote Antonio Rossaro per commemorare i caduti della primo conflitto mondiale. Posta sul colle di Miravalle, ogni sera, se ne sentono i rintocchi, in memoria di uno dei periodi storici più drammatici. A circa trenta chilometri da Rovereto si trova un altro caratteristico luogo del Trentino: Riva del Garda, collegato anche da una pista ciclabile, per chi ama godersi appieno il contatto con la natura. Riva del Garda: un tipico paesino di lago del Trentino La storia di Riva del Garda risente di varie dominazioni (dei Romani, Goti, Longobardi, Franchi, Veneziani, Austriaci) e dopo la Seconda Guerra Mondiale diventa parte di un’entità territoriale comprendente le province di Trento, Bolzano e Belluno. Il centro storico di Riva è un insieme di negozi tipici e palazzi dai colori pastello, bar alla moda e monumenti storici. Tra questi emergono la Torre Apponale (a Piazza III Novembre), costruzione del XIII secolo per controllare il porto, il Palazzo […]

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Libri

Fides, il nuovo libro dello scrittore partenopeo Ivan Zippo

Dopo il successo ottenuto da Campania mortis (2014) in cui Ivan Zippo descrive la drammatica situazione della, oramai conosciuta, “Terra dei fuochi“, lo scrittore partenopeo ritorna con un nuovo romanzo, sebbene affronti una tematica completamente diversa da quella del suo penultimo libro. Fides è il titolo della sua ultima pubblicazione, edito il mese scorso da La strada per Babilonia. Fides, la trama e la struttura Fides, appunto Fede, è la storia di un soldato che ha deciso di vivere la sua esistenza mettendo in primo piano la fede verso il proprio esercito. Lincoln Morse è il nome del protagonista, IDA (International Defence Army) è la forza armata per cui lavora: l’unico esercito su tutto il pianeta che ha il compito di coadiuvare la pace tra le nazioni. Lincoln, da semplice sergente, viene assoldato dalla IDA per partecipare ad una missione di addestramento sulla Luna, un incarico di cui non è dato sapere nulla, né i tempi della durata, né il motivo per cui viene ingaggiato. Eppure lui decide di partire, sceglie di volare sul satellite e salutare Kelly, la donna che ama. Sceglie di lanciarsi in una missione sconosciuta per difendere il mondo da una terribile minaccia.  Fides è diviso in due parti: la prima verte sulla missione sulla Luna, due anni prima rispetto al presente; tempo della seconda parte, invece, il momento del ritorno di Lincoln sulla Terra. Il periodo temporale in cui si svolge la vicenda è quello di un futuro, nemmeno troppo distante, in cui la tecnologia e la scienza hanno fatto ancora passi avanti, quello in cui si può anche ritornare alla vita, perché in fondo «l’uomo non vuole morire. Anche se mangia cibo sempre più scadente, conduce stili di vita inadatti e segue modelli deleteri, l’assioma è che l’uomo non vuole morire». Fides, un romanzo da leggere d’un fiato Le pagine di Fides si leggono avidamente, non soltanto per scoprire come termina la missione di Lincoln, ma per comprendere se abbia avuto un senso aver rinunciato a tutto ciò che aveva per quella missione. Perché c’è un momento, che vivono sia Lincoln che il lettore, in cui crollano le difese della mente e si rivede il volto di qualcuno di importante, un momento in cui l’anima si chiede se ne sia valsa la pena.  La parte più sorprendente è l’ultimissimo capitolo di Fides, quando si scopre la verità, quella celata così bene dallo scrittore in tutto il romanzo, da lasciare spiazzati. Lo sconcerto dura solo qualche attimo, rimpiazzato subito dopo dalla consapevolezza di quanto sia credibile e vicina quella verità,  dalla presa di coscienza di un’umanità da troppo tempo avida di potere, ricchezza e conquista, un’umanità che di umano ha oramai troppo poco. Fides è in offerta su Amazon. Per acquistarlo, clicca qui.

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Libri

Roberto Bracco, un drammaturgo ingiustamente condannato all’oblio

I ‘grandi’ della letteratura italiana e internazionale sono ampiamente conosciuti, vuoi anche solo per la notorietà del nome, si pensi a Dario Fo, De Filippo, Villani, Goldoni, Serao (solo per citarne alcuni). Roberto Bracco, un drammaturgo nell’oblio A cavallo tra l’800 e il 900 troviamo Roberto Bracco, il cui nome appare sconosciuto ai più, pena la quasi totale assenza sui libri scolastici. Eppure Bracco è stato uno dei drammaturghi più importanti nel panorama, non soltanto italiano, ma anche internazionale. La sua unica colpa è stata quella di aver vissuto nel periodo dell’Italia fascista e di non aver abbracciato il pensiero, la politica, la società di quel tempo, condannando se stesso all’oblio. Il «caso Bracco», il saggio di Francesco Soverina Lo scrittore Francesco Soverina, attraverso il saggio Il «caso Bracco». Una ferita non sanata, ha voluto «rendere ‘giustizia’ ad un esponente rilevante della cultura italiana tra ‘800 e ‘900 che ha saputo unire a un indubbio talento letterario e teatrale il coraggio civile del rifiuto inflessibile di ogni forma di violenza e sopraffazione». Il volume è stato pubblicato il mese scorso dalla casa editrice Alessandro Polidoro, che ha in programma un progetto culturale per rendere omaggio alle opere di Roberto Bracco, partendo dal suo ultimo lavoro: I pazzi, che fu sottoposto a censura preventiva (come rende noto Leopoldo Zurlo, censore unico dal 1931 al 1943) dietro sollecitazione di Nicola De Pirro (plenipotenziario della Direzione Generale per il Teatro). Nel suo saggio, Soverina, attraverso quattro punti (L’alterna fortuna di un grande drammaturgo, Successi e notorietà all’estero, L’umanitarismo antimilitarista di Roberto Bracco, L’antifascismo di Bracco e il mancato conferimento del Nobel nel 1926), passa in rassegna le vicende politiche e sociali che hanno portato Roberto Bracco a cadere nel dimenticatoio. Ingiustamente, questo bisogna precisarlo, dal momento che a rendergli gloria sono stati anche nomi degni di nota, quali Croce («[…] ha saputo commuovere e divertire e appassionare con la varia e ricca opera sua ora tragica ora gioiosa gli spettatori non solo in Italia, ma anche in paesi stranieri») o Francesco Flora («Poeta dialettale, critico, novelliere, scrittore sempre ricco di ingegnose invenzioni»). Non a caso attrici come Tina Di Lorenzo, Virginia Reiter, le sorelle Gramatica, le migliori del loro tempo, hanno preso parte alle sue opere, che sono state rappresentate, con successo, in ben ventisei paesi europei. Infatti, se in Italia il nome di Bracco è quasi sconosciuto, non si può dire lo stesso per i paesi esteri, basti sapere che a New York fu fondato un circolo filodrammatico che recava il suo nome. L’opera di Roberto Bracco avrebbe dovuto essere messa al pari delle personalità importanti del secolo scorso, ma ha commesso l’errore di voler portare in scena il ‘teatro della libertà‘, in un periodo in cui l’Italia cercava il servilismo verso il potere. E chissà se forse verrà il giorno in cui verrà dato il giusto valore ed omaggio ad un drammaturgo di indubbia fama, il giorno in cui, il motivo che ha ideato la perifrasi il caso Bracco, non avrà più ragione di esistere. Il «caso Bracco» è in offerta su […]

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Interviste

Elephant Claps, intervista alla band milanese in prossimità del primo disco

Il 14 aprile vedrà la luce Elephant Claps, primo disco dell’omonima band milanese (qui la pagina fb per poterli seguire). Il gruppo, che comincia a farsi conoscere a Milano e nei dintorni nel 2015, è composto da sei componenti: Mila Trani (soprano), Serena Ferrara (mezza soprano), Naima Faraò (contralto), Gianmarco Trevisan (tenore), Matteo Rossetti (bass) e André Michel Arraiz Rivas (beat box). Elephant Claps: un disco di sole  voci Il disco consta di nove brani eseguiti esclusivamente attraverso le voci dei componenti della band, senza alcuna necessità di strumenti. «I nostri pezzi nascono spesso da un’idea ritmica, o da una frase senza senso, e prendono forma dopo lunghe improvvisazioni e infinite risate. In fase compositiva abbiamo imparato ad ascoltarci, a comunicare e a creare un nostro sound. Quando improvvisiamo incolliamo le nostre voci, sappiamo anticipare quello che farà l’altro e ci inseriamo laddove manca qualcosa, per creare equilibrio». Noi di Eroica Fenice abbiamo scambiato quattro chiacchiere con gli Elephant Claps Come nasce la vostra band e cosa vi accomuna, oltre all’ovvia passione per la musica? Dal nucleo di Mila e Serena la ricerca si è orientata verso cantanti con un’affinità nell’attitudine musicale. Ognuno di noi ha sviluppato individualmente la necessità di spaziare a più livelli con il proprio strumento e da parte di tutti c’è stata la volontà di creare musica solo con la voce. Abbiamo anche in comune una certa propensione all’ilarità.. Il nome del vostro gruppo ha un significato particolare? Ci piaceva l’idea di essere sei parti che compongono un’unità così abbiamo cercato tra gli animali e il grosso e docile elefante ci è sembrato perfetto: ama stare in gruppo e in differenti culture ha significati molto affascinanti tra cui saggezza, pazienza e fortuna. I claps si sono aggiunti per marcare il fatto che il groove per noi è fondamentale, il nostro pachiderma ha un gran senso del ritmo. Quali sono gli artisti a cui vi ispirate maggiormente? Zap mama, Bobby Mc Ferrin, Manhattan Transfer per parlare di artisti che hanno messo la voce al centro della loro ricerca. Poi le influenze spaziano tra band che ci fanno ballare e voci che ci affascinano…da Miriam Makeba ai Cypress Hill, da Jamiroquai a Nina Simone… Ad aprile uscirà il vostro primo album che reca il nome omonimo della vostra band. Perché questa scelta? È come il primo figlio che si chiama col nome dei genitori: è una tradizione, una sorta di rito. Se doveste descrivere il vostro disco con una sola parola, quale scegliereste? Energia, senza dubbio. Ogni artista afferma di avere una propria canzone nel cuore. Qual è la vostra? Essendo in sei è molto difficile trovare un solo brano che possa rappresentarci ma direi blackbird perché è la prima e unica cover che abbiamo cantato arrangiata per sole voci. Grazie per l’intervista.

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Libri

Ogni orizzonte della notte, il nuovo libro di Maurizio Vicedomini

Il 24 marzo scorso la casa editrice AUGH! Edizioni pubblica Ogni orizzonte della notte, il nuovo libro di Maurizio Vicedomini, giovane scrittore partenopeo che già vanta una serie di pubblicazioni di successo. Ogni orizzonte della notte, una raccolta di racconti Undici sono i racconti che compongono la raccolta, in cui vengono narrati ricordi e frammenti di vita. Chi narra utilizza la prima persona, ma decide di restare nell’anonimato, senza svelare il proprio nome, la propria identità. Ogni racconto ha un protagonista diverso, ma potrebbe tranquillamente trattarsi della stessa persona che, senza un’esatta cronologia o un filo logico, regala frammenti di sé. Il titolo di ogni racconto reca un significato ben preciso che affiora man mano che si va avanti nella lettura e non ha mai una sola accezione. Nel primo capitolo, ad esempio, intitolato Nova ritroviamo piccole schegge di vita, che in un modo o nell’altro, hanno a che fare con il misterioso mondo delle stelle: l’interrogazione a scuola sulla supernova, una ragazza di nome Maia (stella della costellazione del Toro), la visione di un cielo stellato con una ragazza che di stelle ne capisce poco o semplicemente se ne importa poco. Ogni orizzonte della notte: passato e presente I racconti sembrano tanti flashback, episodi di un passato che, certe volte, trasmette la sensazione di essere troppo lontano, così distante che diventa difficile afferrarlo e rendere nitidi i ricordi. Incontri misteriosi, una sorella perduta, un Bonne nuit smarrito tra le onde del mare, un vicoletto squallido, un drink durante una pausa dal lavoro. Sono tutte storie di vita che emergono dal passato e si fondono col presente, che affiorano di notte e si smarriscono quando sorge l’alba. Insieme agli avvenimenti raccontati scorrono tra le pagine di Ogni orizzonte della notte, mitologia, letteratura, fantasy. Il numero nove e il diretto rimando a Dante Alighieri e alla Vita Nova; il nome della dea lunare, Selene, che si intreccia alla descrizione del mito greco; Ifrit, l’eone di Yuna che ben l’afferra chi è appassionato dei giochi di genere fantasy.  La nostalgia di ognuno di noi Nostalgia. Questo traspare dall’opera di Vicedomini. La nostalgia di un matrimonio fallito, di genitori perduti, di qualcuno che non c’è più. La nostalgia di una canzone suonata alla chitarra, di una figlia che dorme in un letto d’ospedale, di una palla da otto che decide al posto tuo. Ogni orizzonte della notte, attraverso l’amore, l’amicizia, il rapporto tra un padre e suo figlio, regala frammenti di ognuno di noi. Per questo chi narra non si palesa, non si presenta. Perché potrei essere anche io la protagonista di quel racconto, potrebbe essere lo stesso Vicedomini, o la studentessa che segue il corso all’università, il collega con cui prendi il caffè. Potrebbe essere ogni uomo, perennemente in bilico, tra l’attrazione verso la notte e l’oblio, e la voglia di restare svegli per vedere l’alba. Ogni Orizzonte della notte è in offerta su Amazon. Per acquistarlo, clicca qui.

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Cinema & Serie tv

Dark Angel: futuro e fantascienza nella serie tv di James Cameron

Dark Angel è una serie tv americana (qui il trailer), ideata da James Cameron (è superfluo citarne i capolavori) e Charles Eglee (sceneggiatore della terza stagione della serie Dexter). Negli Stati Uniti la serie è andata in onda dal 2000 al 2002, l’anno successivo ha avuto il suo debutto sugli schermi italiani. Nonostante i buoni ascolti della prima stagione di Dark Angel, Fox decise di trasmettere gli episodi della seconda stagione il venerdì sera, giorno noto in America con l’epiteto di Friday night death slot (la serata televisiva meno seguita dal pubblico americano). Ovviamente ci fu un crollo degli ascolti che portò alla cancellazione della serie, che si concluse con solo due stagioni. La critica non è stata però unanime, lo dimostrano i vari premi e riconoscimenti ottenuti, e lo spinoff ideato dallo scrittore Max Allan Collins che, tra il 2002 e il 2003, ha pubblicato una trilogia di romanzi tratti dalla serie (i primi due sono stati editi anche in lingua italiana, l’ultimo soltanto in lingua originale: Dark Angel: Prima della alba, Dark Angel: Skin Game, Dark Angel: After the Dark), dando così un finale ad una serie tv che non meritava una conclusione affrettata. Dark Angel: la trama in breve Nell’anno 2009 un centro di ricerca statunitense, chiamato Progetto Manticore, crea attraverso la manipolazione genetica esseri umani potenziati per addestrali come soldati; undici bambini del gruppo riescono però ad evadere e a fuggire. L’ambientazione si sposta, nel 2019, a Seattle (ma la serie è girata a Vancouver, in Canada) dove vive una degli undici bambini fuggiti quella notte di dieci anni prima: Max Guevara (la bellissima Jessica Alba, premiata come migliore attrice per la serie da Saturn Award, Golden Globe, Teen Choice Award). Max lavora come corriere della Jam Pony, ma il salario basso la costringe a rubare di notte e, proprio durante un tentato furto, si introduce nella casa di Logan Cale (Michael Manning Weatherly). Logan, ricco idealista, è un hacker che denuncia i crimini e le illegalità, attraverso l’interruzione dei programmi televisivi e la trasmissione di video accusatori.  Dark Angel, quando una serie tv non merita la cancellazione  Fantascienza, senso di giustizia e ribellione animano gli episodi della serie; se a questo si aggiunge l’amore che sempre ha il potere di trascinare (anche quando è ostacolato in ogni modo) e un cast di attori impeccabili nei ruoli assegnati, allora non si spiega il motivo per cui cancellare una serie tv e accontentare i pochi (?) telespettatori con un finale tutt’altro che conclusivo. Nonostante la non esaustività dell’episodio finale, Dark Angel merita di essere seguita per il tema trattato (non più così ipotetico e surreale), per i valori che vuole trasmettere (primo fra tutti un senso di giustizia, sempre più disilluso nella nostra società) e per la storia d’amore (in fondo ad alcuni batte ancora il cuore quando si tratta di sentimenti). Dopotutto, chi volesse un vero finale potrebbe sempre ricorrere ai romanzi di Collins!

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Libri

Intoccabili. Un medico italiano nella più grande epidemia di Ebola della storia

Intoccabili, l’epidemia di Ebola in Africa. Il 9 marzo scorso l’editore Marsilio pubblica Intoccabili. Un medico italiano nella più grande epidemia della storia di Valerio La Martire. Si tratta di un racconto dell’epidemia che nel 2014 ha colpito i paesi occidentali dell’Africa, e contiene la testimonianza diretta di un medico in missione. Il 14 marzo dell’anno 2014 un’epidemia di Ebola penetra nel continente africano, in particolare in Guinea, e nel giro di pochissimo tempo uccide centinaia di persone. L’associazione Medici senza frontiere (abbreviato in MSF) parla di un’ epidemia senza precedenti. Roberto è uno degli operatori sanitari che lavora per MSF e quando gli viene proposta la missione accetta, perché è anche questo che fa un medico: mettere la vita degli altri al di sopra della propria. Così parte per Monrovia, la capitale della Liberia, per portare il suo supporto medico e il suo sostegno umano, in un continente da troppo tempo bistrattato. “Non ci si può toccare”, questa è la prima cosa che dicono a Roberto quando mette piede sul suolo africano, questa la frase che continuano a ripetergli. Sin dai primi momenti si rende conto che quella malattia ha reso l’Africa occidentale il paese degli Intoccabili, perché «L’Ebola è così. Ti insegna a creare trincee sul tuo corpo. A non fidarti nemmeno delle tue mani, che diventano nemiche, a volerti un po’ meno bene di prima». La missione di un operatore sanitario Un mese è durata la missione di Roberto, la prima. Perché lui decide di ritornarci ancora per una seconda missione, poi per una terza. Nonostante la consapevolezza del rischio di contagio, nonostante la famiglia che lo aspetta in Italia, ci ritorna perché lui non fa il medico per lavoro, lui è un medico per vocazione. E quando si è tali, allora sì, si sceglie anche di salutare una figlia per un po’, per andare a salvare i figli di qualcun altro, i figli di un mondo calpestato dalla povertà, dalle malattie, dalla fame. I figli di un continente che, nonostante tutto, trovano ancora la forza e il coraggio di dire Grazie e di sorridere. Intoccabili è un unico racconto, senza alcuna divisione in capitoli, dalla trama fluida e scorrevole. È la visione oculare della morte, la testimonianza diretta di un medico che, pur sapendo di trovarsi nel paese degli Intoccabili, deve concentrarsi per frenare l’istinto di un abbraccio. È la missione di Roberto che, pur essendo consapevole di non aver subito il contagio, sa che il suo cuore non ne è uscito illeso. «So che l’Ebola ha cambiato il modo in cui vedo la vita, per quello che mi ha fatto, per come ha distrutto chi ha toccato, per l’impatto che ha avuto su tutti». Intoccabili è in offerta, per acquistarlo clicca qui.

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Cinema & Serie tv

Once upon a time: il mondo delle favole in una serie tv

Once upon a time: tutte le favole concentrate in una serie tv Tutti da piccoli (qualche volta anche da grandi) ci siamo immersi nel meraviglioso mondo delle favole, quello delle principesse e delle matrigne cattive, dei nani, degli animali parlanti, del bacio del vero amore e della magia. Adam Horowitz e Edward Kitsis hanno trasportato tutto questo in una serie tv: Once upon a time, in onda dal 2011. Storybrooke, il paese delle favole Il titolo richiama il classico inizio a cui le fiabe ci hanno abituato: C’era una volta, per un rimando immediato a qualcosa di lontano, nel tempo e nello spazio. Eppure la straordinarietà della serie è resa dal fatto che l’ambientazione non è affatto lontana: le vicende si svolgono nel recentissimo anno 2010 a Storybrooke. Questo piccolo paesino, intriso al tempo stesso di mistero e familiarità, nella realtà cinematografica si trova nel Maine, a quattro ore da Boston, invece nel mondo reale è un villaggio canadese: Steveston. Il nome del paese Storybrooke, inventato, è un’evidente allusione al termine inglese storybook, ovvero: il libro delle favole. Once upon a time: la trama in breve Nel mondo delle favole la Regina cattiva (Lana Parrilla) vuole vendicarsi di Biancaneve (Ginnifer Goodwin) che, a causa di un errore involontario, causò la morte del grande amore della Regina. Per vendicarsi progetta un sortilegio che trasporta i personaggi delle favole nella realtà, appunto nella cittadina di Storybrooke, ma nessuno di loro ricorda la propria vera identità, a parte la Regina stessa ed Henry (Jared S. Gilmore), un ragazzino di dieci anni che, attraverso la lettura del libro delle favole, scopre di dover cercare la sua madre naturale: Emma Swan (Jennifer Morrison), l’unica in grado di far risvegliare i ricordi degli abitanti. Gli intrecci tra i personaggi di diverse fiabe Tutte le fiabe che conosciamo (Biancaneve, La bella addormentata, Cenerentola, La Bella e la Bestia, Frozen, solo per citarne alcune) sono presenti in Once upon a time, alcune in maniera identica all’originale, altre rivisitate in parte o del tutto. A differenza delle favole originali, che hanno un inizio e una fine ben precisa e delimitata all’interno della stessa favola, qui tutti i personaggi appaiono intrecciati in qualche modo, le storie di ognuno e le dinamiche di ogni singola fiaba sono strettamente collegate ad una (o più) favole. Ciò che rende unica la serie tv Once upon a time non è solo la trasposizione delle favole nella realtà, (d’altronde una formula impiegata sempre più spesso nel mondo del cinema) ma proprio l’intreccio tra personaggi appartenenti a fiabe diverse e la spiegazione logica di alcuni episodi delle favole originali. Once upon a time, la magia nel mondo reale Sono vari gli insegnamenti che, attraverso fantasia e realismo, Once upon a time vuole trasmettere: tra i tanti, il fatto che non sempre c’è un lieto fine, che anche i cattivi possono redimersi e diventare buoni e soprattutto  l’esistenza della magia. Una magia che non svanisce quando si chiude il libro, ma continua ad esserci intorno a noi, nella nostra realtà, quella […]

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Libri

Nel campo dei fiori recisi. Scampoli di Olocausto: il libro di Francesco Belluomini

Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera Il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per mezzo pane Che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, Senza capelli e senza nome Senza più forza di ricordare Vuoti gli occhi e freddo il grembo Come una rana d’inverno. (Primo Levi) Nel campo dei fiori recisi. Scampoli di Olocausto, edito lo scorso gennaio da Aracne Editrice, è un romanzo storico di Francesco Belluomini. Il romanzo è il frutto della testimonianza della stessa protagonista: Sonia Contini, la cui storia comincia nel marzo del 1944, quando, insieme alla sua famiglia, viene strappata dalla propria quotidianità, per diventare una degli ebrei deportati ad Auschwitz. Nel campo dei fiori recisi: la trama Le protagoniste dirette del romanzo sono Sonia e sua sorella Daniela, che, al momento della cattura, erano due ragazzine di soli tredici e undici anni, ma attraverso il racconto conosciamo anche la sorte e la vicenda del resto della famiglia Contini: la madre, il padre e il fratello delle due ragazze. Divisi, fin da subito, uomini e donne, Sonia e Daniela furono strappate al padre e al fratello, ma in compenso poterono beneficiare della presenza della madre, la cui speranza era quella di riunire la famiglia e di riuscire a salvarsi da quell’inferno. Attraverso un racconto minuzioso e dettagliato, Belluomini descrive la vicenda delle due sorelle, dal lunghissimo viaggio nei vagoni del treno, all’arrivo nel campo di Birkenau, in cui fanno da protagonisti squallore, degrado fisico e morale e fetore; alla perquisizione delle Kapo; ai pasti a base di patate e carote; ai lavori a cui i tedeschi li sottomettevano, come quello di spulciare gli indumenti degli ebrei giunti prima di loro e poi uccisi, per trovare eventuali “bottini”.  Sonia e Daniela, dopo otto mesi di reclusione, vengono tirate fuori dal campo da un ventenne tedesco e per loro inizia un nuovo e lungo percorso, prima di ritornare finalmente a casa. Sono le uniche superstite della famiglia Contini e per tutta la vita hanno provato un’amara e sgradevole sensazione: la colpa di essere riuscite a salvarsi. Una colpa che le abbandonerà soltanto con la morte, «la quale varrà come strumento efficace di pacificazione interiore». Una testimonianza per non dimenticare Nel campo dei fiori recisi espone la vicenda in maniera così minuziosa da sembrare che il tempo, all’interno del romanzo, si dilati all’infinito. La narrazione, che sembra quasi seguire le linee di un diario privato, pone il lettore davanti all’ennesima testimonianza delle atrocità commesse in quel terribile 1944, mai così lontano da poterlo rimuovere dalla memoria. Mai così sbiadito da poter dimenticare cosa accadde in quel campo, quello dai fiori recisi. “Nel campo dei fiori recisi” è in offerta su Amazon. Per acquistarlo, clicca qui

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