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Eroica Fenice

Interviste

Nel mondo di Emanuele Montesano, tra vita, musica e origini

Emanuele Montesano: nell’universo di un cantautore cilentano che ha scelto di rimanere a fare musica nella sua terra Origine, Cilento, musica, terra, mare e tramonti. Rimanere a far musica in Cilento è una scommessa, un atto d’amore estremo e liberatorio verso una terra dai risvolti amari. Basta immaginare un tramonto per entrare nell’universo di Emanuele Montesano, tra le sonorità della sua musica e il cielo di Sapri, il suo paese natio. Emanuele, classe ’87, dapprima militante in vari gruppi e infine solista, racconta e si racconta, dalle sue radici fino al suo lavoro “Origine”, guidandoci alla volta di un viaggio tra le note del microcosmo cilentano.   Innanzitutto, come ti presenteresti e come ti descriveresti se ora fossimo seduti davanti a un tramonto di Sapri? Chi è Emanuele Montesano e cosa cerca da dire attraverso la sua musica? Beh, sono un ragazzo semplice ma con un forte carattere. Il fatto che stiamo parlando davanti ad un tramonto descrive in pieno il mio esser molto riflessivo. Attraverso la mia musica cerco di esprimere i miei stati d’animo, quello che penso e che mi succede attorno, storie quotidiane, personali e non. .   Quali sono state le tue influenze e le tue radici? I tuoi padri da amare e da uccidere? Le mie influenze musicali sono variate nel corso degli anni: da piccolissimo con Ramazzotti, poi quando ho iniziato a studiare musica sono passato a Mango e agli  Afterhours per gli italiani e  agli Oasis e i  Pink Floyd come stranieri. Attualmente sto sperimentando sia come ascolto che come inediti propri.   Che rapporto hai con il Cilento, la tua terra d’origine? È davvero così tutto da buttare o c’è qualche spiraglio di speranza? Sono tanti i musicisti in Cilento, cosa ne pensi della scena musicale cilentana? Il Cilento è meraviglioso e potrebbe esserlo ancor di più se, chi dovrebbe, facesse il suo. Amo il Cilento, ecco perché quando mi chiedono come mai non tenti fuori mi sento triste, se ce ne andiamo tutti morirà questa terra. Quello che dico io mi viene sempre criticato fortemente, e “la difficoltà maggiore è rimanere,non prendere tutto e tentare la città”. La musica cilentana nel corso degli anni è cresciuta parecchio (naturalmente non mi ci metto in questo gruppo eh, io sono solo una “goccia che cade in uno stagno”) ed anche lo spazio che le viene dato è aumentato.    Origine è anche il nome del tuo lavoro. Cosa è che ti fa risalire all’origine e ai primordi delle cose?  ”Origine” perché dopo aver avuto tante band con cui ho realizzato anche degli album, ho deciso di cambiare rotta e dar libero sfogo al mio “estro” senza condizionamenti. Ecco, questo per me è ritornare alle “origini”.   Che consiglio daresti a un giovane che decide di intraprendere la carriera musicale in Italia? E quali sono i tuoi progetti futuri? Consiglierei di credere sempre in ciò che fa, in qualsiasi campo. Voler diventare famoso con la musica è la premessa sbagliata per entrarci, mentre sentirsi […]

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Riflessioni culturali

Estate 2017: cosa vale la pena ricordare?

“L’Estate sta finendo…e un anno se ne va”, cantavano qualche anno fa (un bel po’, a dire il vero), dei tizi che non avevano nulla in comune con  tutti i guerriglieri delle hit estive che ogni anno vengono puntualmente scongelati ai primi tepori di aprile o maggio, dopo aver passato un anno in banco frigo. L’estate sta finendo, o forse è finita già, come sembra preannunciare l’aria che si è fatta già più elettrica, l’odore della pioggia che suggerisce fantasie di plaid, tazze di tisane che ti bruciano la gola, maratone di film e serie TV, passeggiate nei boschi a respirare l’aroma delle foglie secche e della natura che comincia a ripiegarsi verso una sorta di raccoglimento interiore e intimo. L’autunno è la stagione più intima di tutte: c’è un’intimità sofferta e primordiale nello spegnersi lentamente della vegetazione e negli slanci che portano a mescolare gradazioni e tonalità di colore. Quasi come se il grande corpo della natura accogliesse il desiderio di ristoro, equilibrio e raccoglimento dell’anima, cullandola con carezze dalle sfumature calde e dalle screziature arancioni. I ritmi forsennati dell’estate sono ormai lontani come l’ultimo eco di Despacito, settembre si è già intrufolato nelle pieghe della quotidianità e ci conduce a fare quella cosa odiosissima per cui l’essere umano non si sente mai pronto: i bilanci. Nessun bilancio colmo di rimpianti, melodrammi e isterie, nessun accenno al peso corporeo, a nostalgie improbabili o rimpianti di dubbia qualità. Cosa ricorderemo di questa estate che s’è appena dileguata? Cosa resterà dell’Estate 2017? Di alcune cose non sentiremo la benché minima mancanza, diciamoci la verità. Nemmeno una punta di nostalgia sciocca da discount. Non sentiremo la mancanza di nessuno dei tormentoni estivi, nonostante il rapporto viscerale che noi comuni mortali instauriamo con queste entità mitologiche che sembrano programmate per sfornare hit sempre uguali ogni anno. Rapporto viscerale sì, perché prima li odi in modo bellicoso, meditando la soluzione alla Van Gogh pur di non prestare più l’orecchio a nessun Pasito o Suavecito, ma poi ti ritrovi a ripetere e cantare meccanicamente quelle stesse canzoni che avevano provocato in te cinquanta sfumature di vituperio. Un po’ come i  The Jackal nel loro famoso video. Poi, Sarahah. Inizialmente, sembrava che tutti i contatti presenti sulla Home avessero fuso all’unisono il nome Sarah e la trascrizione di una risata alquanto sguaiata, ma non si capiva cosa fosse. Una risata uscita male? Una tizia di nome Sarah che suscitava particolare ilarità a tutto il popolo di Facebook? E invece no, era l’ennesima app meteora: infatti è durata meno di un gatto in tangenziale. Per due, massimo tre giorni (volendo essere clementi), Facebook è diventata una vetrina di messaggi anonimi, di offese ignote, complimenti improbabili e ammiratori segreti dell’ultima ora. Desiderio di ricevere attenzioni, voglia di emulare gli altri che avevano già installato l’app e febbrile curiosità di sapere cosa gli altri pensino del prossimo sono stati gli ingredienti che hanno determinato il boom di Sarahah che originariamente era nata come strumento per ricevere critiche costruttive sul posto di lavoro. Peccato che su […]

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Culturalmente

Vinicio Capossela, il Paese dei Coppoloni e la sacralità dell’Alta Irpinia

Vinicio Capossela e la dimensione sacrale dell’Irpinia: Il Paese Dei Coppoloni C’è una sacralità nella natura, fatta di fronde selvatiche, campi rosicchiati dal sole ed altari pagani. L’altare che la natura erige nei suoi boschi ha i suoi santi e le sue personalissime divinità. L’Alta Irpinia ha i suoi martiri, i Coppoloni, gli abitanti del paese di Cariano, così chiamati per via delle grandi coppole di panno poggiate sul capo: i coppoloni abitano molti metri sul livello del mare, alla stessa altezza delle aquile e della vegetazione di montagna, e sono costretti a coprirsi il capo per proteggerlo dalle intemperie e dal vento. Ma quella coppola consente anche di spiccare il volo, come i rapaci: i coppoloni abitano in un perenne limbo, sono sospesi tra la terra e le altezze siderali del cielo, tra l’isolamento e la comunicazione ancestrale con i riti più profondi della natura. Vinicio Capossela conosce bene i tratti somatici degli irpini, poiché nasce in Germania nel 1965 da emigranti della provincia di Avellino, precisamente di Calitri, (scenario dello Sponz Fest, manifestazione artistica da lui creata nel 2013) così come conosce bene la fisionomia di un territorio zeppo di montagne e contraddizioni. L’Irpinia appare come una landa segnata dai pannelli fotovoltaici e dalle pale eoliche, dallo spopolamento selvaggio e, negli ultimi anni, anche dalle malattie psichiche, ma è anche teatro di miti primordiali e racconti biblici: l’album di Vinicio “Canzoni della Cupa” è un inno biblico alla polvere e all’ombra (due facce della stessa gemma), ai riti di iniziazione che ti portano ad ingoiare polvere e sputare perdizione, a sporcarti le ali come l’arcangelo della luce, una delle figure che costituisce il grande bestiario fisico, animale e divino di Vinicio. Nel 2015 “Il Paese dei Coppoloni” usciva in libreria, dopo una complessa gestazione di diciassette anni, e l’anno dopo tutto ciò si è tramutato in un documentario (anche se sfugge ad ogni tassonomia) diretto da Stefano Obino ed ambientato nei luoghi che hanno ispirato l’mmaginazione letteraria di Capossela. Vinicio e i riti di iniziazione, viandante verso la Cupa. Nel segno dello Sponz Fest L’opera letteraria di Vinicio si trasmuta dalla carta ai fotogrammi e lo vede nei panni di viandante che calpesta i sentieri nodosi e brulicanti di erba cotta dal sole o dalla luce lunare. Nel suo cammino di pellegrino incontra i riti di iniziazione della terra del frumento, ascolta le voci di musicisti, eremiti, uomini di religione, sibille cumane e oracoli di Delfi, canta il rapporto fraterno con gli animali della terra (un pezzo delle Canzoni della Cupa è dedicato al mulo, al mulo e alle percosse sulla sua pelle tesa come un tamburo) e il mistero dei campi. Svela e nasconde allo stesso i segreti di una realtà ormai smembrata dalla modernità e dall’emigrazione (i coppoloni non erano solo vicini al cielo, ma anche al mare, data la loro fama di emigranti) e crea un personale sistema mitologico tutto irpino e, in particolare, calitrano. Ogni ciottolo, sasso e volto umano è sezionato e riqualificato […]

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Interviste

La stella luminosa Pasqualino e la luce del suo cuore, Silvia Mazzieri

Pasqualino e la sua luce: due chiacchiere con la stella del sorriso appassionata di stelle del cinema Lui si chiama Pasqualino Esposito, vive a Casavatore vicino Napoli ed ha una simpatia travolgente ed una purezza d’animo che lo rendono trasparente e cristallino come una bella giornata d’estate: lui è inverno e primavera insieme, è saggezza e leggerezza, lui è la risata che nasce nel bel mezzo di una stagione arida. Pasqualino è affetto da osteogenesi imperfetta, detta anche malattia delle ossa di vetro: la sua malattia gli porta grave fragilità alle ossa, malformazione degli arti, difficoltà respiratorie a causa della gabbia toracica malformata e gli è quindi essenziale l’aiuto della ventilazione meccanica. Il cinema è la stella polare della sua quotidianità, la sua scappatoia ed isola felice, e questa passione lo ha portato a divenire una stella del sorriso che ha incontrato stelle in carne ed ossa: i suoi idoli cinematografici.  Pasqualino può infatti vantare tantissimi incontri con svariate stelle del cinema, attori di fiction e nomi di spicco della scena nostrana e internazionale, nonché la partecipazione a numerosi eventi e festival. Il suo festival preferito è La Festa del Cinema di Roma, a cui ha partecipato due volte: ha anche instaurato un forte legame con il direttore Antonia Monda e con Valeria Allegritti. La passione può salvare una vita e renderla degna di essere vissuta, può dare respiro e leggerezza alla sofferenza, e Pasqualino ci affida un grande messaggio: la realtà non è quella che si vede. Lo diceva Eugenio Montale nei suoi versi, e Pasqualino si fa testimonianza viva di queste parole. Ma solo per chi avrà la sensibilità adatta per coglierle e farle proprie, per chi saprà dilatare le proprie pupille e il proprio cuore. Ciao Pasqualino. Come nasce la tua passione per il cinema? Come ti è venuta l’idea di girare i principali eventi e conoscere i tuoi idoli da vicino? Ho sentito parlare, tramite i telegiornali, di vari festival del cinema che prevedevano gli incontri degli attori con il pubblico, e ho trovato subito l’energia di provare anche io questa esperienza. Ho cercato su Internet qualche festival che si trovasse più nella mia zona, tra Napoli e Roma, e ho deciso quindi di andarci. Sono andato per la prima volta ad un festival nel 2010, e mi è piaciuta molto l’atmosfera e tutto il contesto. Ho conosciuto tantissimi attori, ho cominciato a seguirli in televisione e mi è venuto spontaneo appassionarmi al cinema. Quali sono i generi cinematografici che ti piacciono di più e chi sono i tuoi attori preferiti? Amo in particolare i film horror e di avventura. Degli horror mi piace l’emozione, il panico e le forti sensazioni, invece per quanto riguarda i film d’avventura, li scelgo perché mi piace sorridere nel vivere le storie. La mia attrice italiana preferita in assoluto si chiama Silvia Mazzieri, protagonista della fiction “Il paradiso delle signore”, poi ci sono Elisabetta Pellini e Benedetta Gargari. Come attrici straniere invece amo Nicole Kidman e Jessica Alba. Silvia Mazzieri la […]

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Viaggi e Miraggi

Appunti di viaggio dalla Norvegia: memorie di fiordi e di troll

La Norvegia: una grande madre di pietra, quarzo, acqua e granito La Norvegia è una donna di pietra, di quarzo e roccia dura. Ha gli occhi pieni di sfumature di verde, dal verde brillante dei prati di Hellesylt a quello cupo delle sue foreste fitte. Sul suo corpo si arrampicano i troll, creature magiche dei boschi, e dai suoi capelli zampillano cascate che si aprono come le risate delle fate. Il suo corpo si allarga e si schiude nei fiordi, che creano curve e valli e tagliano l’acqua come se fossero spade vichinghe. In Norvegia il sole d’estate non tramonta mai: il grande Dio Sole, celebrato nei boschi e nelle foreste, rimane a fissarti oltre mezzanotte, creando luci che accarezzano i laghi e i fiumi che disseminano la sua schiena. Invece, d’inverno, il sole non compare, e tutto è buio come il fogliame e gli alberi. Non si può spiegare la Norvegia, perché visitarla crea spaccature dentro di te, perché l’aria magica che si respira in una terra del genere ti insegna la solitudine e il suono dell’acqua, delle cascate, delle foreste millenarie e della sacralità della natura. L’unico rumore che potrai sentire in Norvegia è quello dei troll che si divertono a inventare altri mondi, tra i ghiacciai di Geiranger e la valle di Flåm. Non appena si inizia il viaggio costellato dai fiordi, si ha l’impressione di varcare la soglia di una dimensione sacrale, una verginità fatta di foglie scure e montagne che si affiancano superandosi l’una con l’altra, ospitando cascate che sembrano lacrime di creature magiche. Prima tappa in Norvegia: Hellesylt, Geiranger e Stryn Hellesylt è un villaggio nel cuore della Norvegia, di appena seicento abitanti e si trova su uno dei bracci delle diramazioni dello Storfjord, un fiordo circondato da valli dal verde brillante e accecante e da un’acqua purissima. Le cascate di Hellesylt sono proprio vicino al porto, e si stagliano sulla via che porta al Geirangerfjord. Hellesylt è un caratteristico villaggio norvegese, fatto di casette dai tetti spioventi, montagne che foderano l’ambiente e che ricoprono tutto di sfumature verdi e specchi d’acqua: è uno scalo tecnico per ripercorrere il fiordo il senso inverso e arrivare a Gerainger, vera e propria perla artica. Stryn è un altro villaggio vicino al famoso fiordo di Geirangerfjord, è un paesino rinomato per la moltitudine di fiori selvatici e delicatissimi che punteggiano le sue valli: proprio per questo motivo viene chiamata la Bella Stryn, e nei suoi pressi troneggia il lago di Hornindal, il lago più profondo d’Europa con i suoi 514 metri. Trovarsi di fronte al lago di Hornindal vuol dire abituare l’occhio umano alla profondità incommensurabile di uno specchio d’acqua che affonda negli organi interni della terra e che smette improvvisamente d’essere liquido, poiché si tinge della consistenza del verde brillante delle valli e acquista gradazioni gialle come i papaveri che crescono tutto intorno. In Norvegia i papaveri sono gialli e carnosi, anche le more sono gialle, e da esse è possibile ricavare una marmellata dal sapore deciso […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Nell’archivio storico del Banco di Napoli con Maldestro: “La Storia e la Bellezza”

L’archivio storico del Banco di Napoli è nascosto nell’ombelico del corpo di Napoli che, come una sirena ingorda e materna, lo trattiene tra il suo seno e la pancia. Lo protegge tra i vicoli bui e luminosi, avvolgendolo tra strati di panni stesi, pietruzze, palazzi e viscere, come una gemma levigata e selvatica. L’archivio storico si trova nella Fondazione del Banco di Napoli, racchiuso in via dei Tribunali, nel cinquecentesco palazzo Ricca e nel vicino Palazzo Cuomo, ed è la più grande raccolta archivistica di documentazione bancaria esistente al mondo: 330 stanze dense e impregnate di documenti bancari, 330 stanze odorose di libri, manoscritti e inchiostro che scorre bruciante come lava, documentazioni bancarie catalogate con minuzia da amanuense e brulicanti bocconi di storie economiche, ritratti sociali ed artistici dalla metà del 1500 fino ad oggi. Accarezzando i documenti, si ha quasi l’impressione di sentirli urlare sussurri dall’oltretomba o forse dal tempo presente: la pagina ingiallita e accarezzata dalle mani di uomini dei secoli passati, chiede all’osservatore di oggi di essere spogliata e svelata per rivelare la sua storia. Non la storia classica, canonica e inanellata in date consequenziali sui manuali, ma la storia sbirciata da dietro le quinte. Dietro il sipario, vi è il sottobosco dei pagamenti, dei profili economici degli esseri umani, dei loro debiti, di ogni loro minimo movimento o spostamento di moneta: ogni piccolo mutamento di denaro è registrato fedelmente sulla pelle dei manoscritti. Fissato lì per sempre, in quelle pagine apparentemente così fragili, ma dalle fondamenta più forti dei palazzi. Esplorando l’archivio storico, si apre un mondo lussureggiante quanto insolito, fatto dal chilo di frutta comprato dalle fanciulle del Seicento fino al pagamento di un’opera di Caravaggio, descritta in tutta le sue misure e ordinata dal suo committente, passando anche per gli stupratori di altre vite e secoli che si compravano l’immunità, cercando di ricucire una verginità sociale fittizia. Sussurri di carta nell’archivio storico del Banco di Napoli, tra la voce di Maldestro e l’eco delle storie passate Un ritratto economico che si dispiega voracemente nell’archivio storico, che percorre la carne dei documenti ingialliti, catalogati e scritti a mano, e nello stesso tempo la carne degli esseri umani di secoli fa, che si offrono allo spettatore moderno nelle proprie debolezze e nei propri crolli emotivi e finanziari. Come valorizzare e rendere fruibile e popolare tutto ciò? Come offrire nel modo migliore tutto ciò all’osservatore di oggi, in modo da guidarlo in modo ottimale in questo sottobosco? Proprio da questi quesiti nasce il Cartastorie, Museo dell’archivio storico del Banco di Napoli. Un percorso multimediale e interattivo, Kaleidos, si snoda tra gli ottanta chilometri degli scaffali pieni di documenti, fino a raggiungere il proprio apice in una stanza al cui centro troneggia un libro multimediale, che lo spettatore può toccare liberamente: dal tocco della mano si dispiegano le storie, modellate in tutta la loro drammaticità teatrale e carica emotiva: dai numeri e dai pagamenti si passa alle storie individuali, intrecciate al sale del mare scuro, alla lava del […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Scoprire Napoli giocando: caccia al tesoro al centro storico

Scoprire il grande corpo di Napoli in modo insolito? Magari divertendosi anche? Si può fare. Si può esplorare nei modi più disparati, strani e bizzarri, e il 25 giugno sarà possibile scoprire e denudare il corpo della bella Partenope risolvendo enigmi ed indovinelli. L’idea della caccia al tesoro rievoca in ognuno di noi ricordi ancestrali e infantili, solletica il lato giocoso sepolto negli adulti che rappresentiamo e portiamo a spasso con noi. Giacché in questo momento sarebbe altamente banale scomodare Pascoli e il suo fanciullino, ci limiteremo a dire che il gioco non è prerogativa soltanto dei bambini, ma che può sollecitare le facoltà di tutti, coinvolgendo le corde più sensibili e tenere che ci stringono il cuore. Caccia al tesoro nell’ambito della rassegna “Giugno degli eventi 2017” Proprio in occasione della rassegna “Giugno degli eventi 2017“, ideata e organizzata dall’Assessorato Giovani, Politiche Giovanili, Creatività ed Innovazione del Comune di Napoli, il Touring Giovani del Touring Club Italiano ha deciso, in collaborazione col corpo consolare della Regione Campania, di svelare poco a poco tutte le facce della città di Napoli che magari d’estate vengono dimenticate o oscurate, puntando sulla valorizzazione di tutte le sfumature artistiche e storiche che punteggiano il suo grande corpo di madreperla. Una delle attività previste è appunto la caccia al tesoro al centro storico, e chiunque lo abbia calcato almeno una volta, sa quanta energia creatrice, arte e cultura sprigionino quelle viuzze affascinanti da far male. La finalità è quella di viverlo, quel centro storico, a trecentosessantagradi e anche in modo insolito, facendo conoscere ogni sua pietruzza o vicoletto e le sue eccellenze storiche e culinarie. In una modalità sostenibile per l’ambiente anche. La competizione non sarà serratissima, giacché la gara sarà a punti e non a tempo, e i partecipanti dovranno raggiungere dei determinati posti risolvendo i seguenti enigmi: tre attività salate, tre attività da bere, tre attività dolci e 5 location culturali (bonus). Ad ogni indovinello risolto tra questi, i partecipanti potranno proseguire con l’enigma successivo, documentando la risoluzione degli stessi con un selfie da postare sulla pagina Facebook Touring Giovani-Regione Campania. I premi in palio? Per il primo posto una smart boxe, per il secondo pubblicazione e maglia Touring Club Italiano e per il terzo pubblicazione Touring Club Italiano. Ogni partecipante riceverà dei gadget targati Touring Club e un attestato di partecipazione. Vi è venuta voglia di partecipare? Prenotatevi inviando una mail a [email protected] e provate a risolvere gli enigmi percorrendo le pietruzze e le piazze di uno dei centri storici più belli d’Italia!

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Napoli & Dintorni

Digital Music Forum a San Marcellino a Napoli, tra Maldestro e nuovi orizzonti

Il 29 maggio il complesso universitario di San Marcellino ha vestito i panni di quartier generale della discografia italiana e il grande corpo di Napoli ha ospitato per la quarta volta le contaminazioni di un orizzonte sempre in via di sviluppo e mutamento, accogliendone i sussulti e le vibrazioni. La chiesa dei santi Marcellino e Festo, gemma di sacra bellezza immersa nel ventre del Centro Storico di Napoli, con i suoi marmi policromi e luccicanti e i suoi legni intagliati, si è resa teatro d’eccezione dell’evento: il Digital Music Forum ha visto l’organizzazione della Campania Music Commission (CMC) e si è configurato come una vera e propria tavola rotonda scaturita dalla sinergia tra docenti universitari, addetti ai lavori, studenti ed artisti. Dalla Beat Generation di Kerouac e soci alla Bit Generation: il bit ovviamente è quello informatico, sgorgato da una miriade di dati trasmessi, plasmati e riconvertiti da un universo all’altro, in una società liquida dai contorni sempre più evanescenti e in via di ridefinizione. Ogni cosa sfuma verso un’altra, disegnando infiniti mondi da esplorare, e ciò non è sfuggito ai vari temi dell’evento: i mutamenti dell’era digitale stanno infatti ridisegnando i consumi culturali, la vita sociale e la nuova frontiera della fruizione musicale. Digital Forum a Napoli, con Benji e Fede e Maldestro: i nuovi orizzonti di un panorama in perenne mutamento Napoli, da sempre relegata ai margini di ciò che siamo soliti chiamare Impero musicale (che ha il suo quartier generale a Milano), veste per un giorno i panni di una nuova maliarda tra Oriente e Occidente, un po’ musa e un po’ sirena, perché il sound napoletano, la potenza evocativa e demiurgica della sua musica non possono non essere neppure annoverati in una tassonomia o categorizzazione degna di rappresentare la realtà. La musicalità napoletana, la forza creatrice della parola e il rumore frantumato del silenzio hanno da sempre ispirato generazioni di naviganti e di Ulisse di tutto il mondo, creando una miscela sapiente e di tutto rispetto, tra la schiuma e le onde della nostra penisola. Ma non vi è soltanto la musica più propriamente cantata e godibile dal pubblico, ma anche il lato dell’astro che in cielo non si vede: quello degli addetti ai lavori e dei tecnici del suono, e la politica deve interrogarsi su come formare i ragazzi che vogliono lavorare e costruire un futuro in questo settore, così come bisogna che ci sia una regolamentazione sempre aggiornata, per contrastare fenomeni come la pirateria. È intervenuto anche Enzo Mazza, presidente della FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana), per discutere del cambiamento e del rimescolamento delle etichette; è intervenuta anche Stefania Ercolano di SIAE per porre l’accento sulle leggi sul diritto d’autore e sulla creatività degli artisti. Sempre la SIAE e il MIBACT hanno ritenuto opportuno promuovere una Start Up innovativa, “Start Up Music Lab“, che avrà luogo negli spazi del Dipartimento di Scienze Sociali della Federico II, in collaborazione con l’Osservatorio Territoriale Giovani e i Contamination Lab Napoli: a coordinare il tutto sarà il professore […]

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Culturalmente

Chris Cornell: il buco nero del grunge e della vita

Chris Cornell: una delle pietre miliari del grunge, dalla musica alla vita Questa è la storia di un ragazzo di 24 anni che calcava il palco a torso nudo, divorando il pubblico e il microfono con un timbro di voce che riecheggiava nel grigiore di una Seattle paranoica ma estremamente produttiva. Questa è la storia di un buco nero che squarcia il sole, come recita la più famosa canzone del gruppo di quel ragazzo dai capelli lunghi, che ha scritto la storia del grunge prima ancora che le pagine ingiallissero e cominciassero a raggrinzire: quel buco nero Chris Cornell se lo portava dentro, così come se lo portavano dentro Kurt Cobain dei Nirvana, Layne Staley degli Alice in Chains, Andrew Bone dei Mother Love Bone e Scott Weiland degli Stone Temple Pilots. Ad aprirsi è la storia di Seattle: lo sentite l’odore della metà degli anni ’80, la puzza del Teen Spirit, l’aroma penetrante dei boschi e della provincia americana? Grunge è una parola che si arrotola cruda in bocca, che ferisce quasi la lingua con la sola pronuncia: un ammasso di consonanti che sputa in bocca il sapore di una chitarra distorta, di accordi tradizionali spazzati via e ideali sgualciti come la svalutazione di ogni valore sociale. Il Grunge in principio fu l’etichetta musicale Sub Pop, e la culla furono gruppi come Melvins, Mudhoney, Mother Love Bone: nel loro alveo si inserirono le urla strazianti di Bleach dei Nirvana, il caos equilibrato del leggendario album Ten dei Pearl Jam, il tormento degli Alice in Chains e i Soundgarden. I Soundgarden nacquero nel 1984 proprio dal corpo vivo di Seattle, giacché presero il nome da un’installazione artistica della città che produceva suoni al soffio del vento. Chris Cornell fu da subito il tipico antieroe del classico romanzo di formazione grunge: un’adolescenza e una giovinezza costellate dalla depressione, due genitori in contrasto tra loro e la nausea pungente di una Seattle immersa nel nichilismo. Gli ingredienti per fare di Cornell una sagoma perfettamente cristallizzata nelle strette maglie di un canone ci furono tutti, fin dal principio; ma alle etichette sfuggì subito il grunge dei Soundgarden: ibrido, pieno di venature heavy metal e lontane dal noise di Bleach dei Nirvana, con una voce preponderante e  vicina al timbro di Robert Plant dei Led Zeppelin. Chris Cornell: perfetto antieroe di un’epoca che non tornerà più Ci furono i fasti con Badmotorfinger, un album trascinato da singoli come Rusty Cage e Jesus Christ Pose, nello stesso anno, il 1991, in cui Nevermind dei Nirvana giganteggiava  sul Seattle Sound. Ci fu Black Hole Sun, il brano più conosciuto di Cornell e compagni, diventato un’istituzione anche per va del suo videoclip, allucinato e visionario (vincitore dell’MTV Video Music Award), con eclissi sparse, una Barbie consumistica che si muove meccanicamente e una bambina che si sbrodola, più emblematica della bambina Ku Klux Klan del video di Heart Shaped Box dei Nirvana. Chris Cornell si impose fin da subito come uno dei numi di questo genere musicale e di vita, un perfetto antieroe che raggiunse subito una maturità limpida, lucida e trasparente. Poi ci fu il progetto parallelo Temple of The Dog, che Cornell stesso definì supergruppo in memoria dell’amico […]

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Culturalmente

Rubato un manoscritto di J.K. Rowling: facciamo chiarezza

Quando si parla di J.K. Rowling e dell’universo di Harry Potter, i contorni della vicenda iniziano sempre ad essere fluttuanti e misteriosi, come se il mondo di Hogwarts tingesse tutto con le sue tonalità tremendamente suggestive. Già la parola manoscritto sembra aprire strade affascinanti, giacché evoca proprio l’inchiostro magico con cui la Rowling ha plasmato le storie del maghetto e dei suoi amici, e soprattutto ci permette di immaginare la sua mano che ha intrecciato con sapienza e genialità una saga che ha emozionato, cresciuto e salvato più di una generazione di lettori, che con Harry sono rimasti fin proprio alla fine. Il mistero del manoscritto di J.K. Rowling rubato: facciamo un po’ di chiarezza Da qualche giorno, su bacheche e schermi di tutto il mondo, rimbalza la notizia di un furto di un racconto scritto dalla Rowling di suo pugno. Tante sono state le notizie fagocitate da un web sempre più affamato di informazioni, in una giungla di titoli sensazionalistici e costruiti ad hoc per scatenare il clic compulsivo: c’è chi afferma che ad essere stato rubato sarebbe una sorta di fantomatico prequel da consegnare al più presto e in gran segreto, così come c’è chi ha azzardato l’ipotesi di un nuovo libro in uscita imminente e dalla trama rigorosamente tenuta nascosta. Ma qual è la verità? Facciamo chiarezza, immaginando di pronunciare un bel Lumos Maxima per illuminare i contorni di una vicenda alquanto nebbiosa, e partiamo dal principio. Pronti con l’incantesimo? Qualche giorno fa, a Birmingham, è stato rubato un racconto che J.K. Rowling aveva scritto per un’asta di beneficenza organizzata nel 2008 dalla catena di librerie Waterstone’s, con ricavato da destinare all’associazione Dyslexia Action e alla divisione inglese dell’organizzazione letteraria Pen International. All’asta non aveva partecipato solo il racconto della Rowling, ma tredici racconti brevi scritti su fogli autografati A5 da tredici diversi autori: il racconto della Rowling era stato venduto per venticinquemila sterline a un presidente di una compagnia di consulenza finanziaria. Ma cosa c’era scritto in quel racconto? Ciò che sappiamo per certo è che il racconto non parlava di Harry, ma di suo padre, James Potter, e dell’inseparabile amico (nonché suo fedele compagno e malandrino) Sirius Black. Come in un ritratto in seppia, il racconto si apre narrando le vicende di due giovanissimi James e Sirius in sella ad una motocicletta e in fuga dalla polizia babbana, dopo aver superato il limite di velocità: tutto ciò non tradirebbe il topos che vedrebbe James e Sirius come due avventurieri sprezzanti delle regole. Molte pagine e molti siti Internet hanno interpretato male la vicenda del furto, credendo che addirittura la Rowling avesse scritto recentemente questo racconto per proporlo ad un editore, e che fosse tenuto sotto chiave prima di diventare il nuovo prequel ufficiale della storia di Harry Potter, magari l’inizio di una nuova saga ambientata prima della nascita di Harry ed incentrata sulle avventure del gruppo dei Malandrini James Potter, Sirius Black, Remus Lupin e Peter Minus. In realtà la rapina non è avvenuta ai danni di J.K. Rowling, ma del proprietario del racconto, ossia colui che se […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Cristiano De André al MANN, tra Faber e introspezione

“Così son diventato mio padre, ucciso in un sogno precedente”, cantava Fabrizio De André nella sua Canzone del Padre, sputando brandelli di carta e storie di impiegati crocifissi tra la realtà e il folle ghigno della storia. Ed è proprio l’alone ectoplasmatico di Fabrizio che si agita nelle pupille di Cristiano De André, il riflesso di un padre da amare ed uccidere, da superare e da dimenticare, o forse da ricordare o esorcizzare, come nelle migliori tragedie greche che ci restituiscono le pennellate più fosche dei rapporti tra figli e genitori. Cristiano De André al MANN: il Festival si chiude con “La Versione di C.”, intenso memoriale del figlio d’arte più controverso degli ultimi tempi Fabrizio ha accompagnato Cristiano tra le sale del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il 25 aprile, nell’ultimo giorno di chiusura del Festival MANN/Muse al Museo: lo ha accompagnato tenendolo per mano, proprio come quando Cristiano era un bambino che suonava Il pescatore imbracciando una chitarrina, e lo ha scrutato con lo sguardo di un uomo che osserva un suo pari. Faber avrà osservato Cristiano con clemenza paterna o l’avrà giudicato spietatamente come il famigerato giudice, arbitro in terra del bene e del male? La nuda essenza di questo quesito è resa dagli occhi, dalla gestualità e dalla voce di Cristiano, somigliante a Fabrizio in modo impressionante: suo padre giganteggia nel timbro inconfondibile e profondo della voce, nel ciuffo che copre gli occhi, nel modo di scostarsi i capelli, persino nel modo di fumare la tanto attesa sigaretta dopo essere uscito dalla Sala Letteratura del Museo. Fabrizio è stato appiccicato alle dita di Cristiano, quando lui ha aperto le sue mani al pubblico assieme a Ilaria Urbani per consegnare una versione di se stesso ai limiti della psicanalisi. Tra le statue e gli affreschi, il pubblico ha raccolto le confessioni di Cristiano, che ha raccontato il suo libro, “La Versione di C.” , un’opera che ha il sapore di un memoriale scritto per perdonare e per perdonarsi: è la versione di Cristiano scritta dallo stesso Cristiano, dopo una miriade di versioni scritte da altre, non sempre coerenti e veritiere, e per la maggior parte non autorizzate. Abbiamo seguito un flusso di coscienza che ci ha portati dapprima nel substrato onirico dell’infanzia, dove un piccolo Cristiano, con le sue domande sognanti da bimbo, contribuiva a dare al suo papà l’idea per la canzone Oceano, per poi catapultarci nella Londra dei Pink Floyd, dove un giovane figlio d’arte provava a raccogliere brandelli di sé tra musica e cocci di identità. Il filo rosso del racconto si è poi riannodato alla pagina più torbida della storia dei De André, quella del sequestro. Cristiano ci ha raccontato della tragica fatalità per cui i rapitori avrebbero preso Dori Ghezzi assieme a Faber, anziché proprio lo stesso Cristiano, come avevano organizzato, e dello sciacallaggio di chi si nascondeva dietro l’anonimato per spaventarlo dicendogli che suo padre ormai era in un bidone della spazzatura. Gli occhi di Cristiano, vitrei e cangianti come le nuvole barocche o forse come gli incubi, si sono fatti seri al momento di parlare del […]

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Eventi/Mostre/Convegni

“Nun sapite che v’aspetta” al Mates Festival, dal 1° al 3 giugno

“Nun sapite che v’aspetta!”, recita  Genny Savastano di Gomorra, l’attore Salvatore Esposito, in un video web dedicato al profilo sinuoso della sua Napoli, alle curve del suo centro storico e alle bellezze che solcano il suo volto da donna ammaliatrice, maliarda e affascinante, alla sua arte dell’improvvisazione e agli sbuffi che dipingono i suoi fianchi. Non sappiamo cosa ci aspetta, è vero,  ma lo scopriremo presto: basterà aspettare l’inizio del mese di giugno, per toccare con mano le novità del “Mates Festival”. Lo sfondo che incornicerà l’iniziativa sarà il Parco dell’Ippodromo di Agnano, e ospiterà un caleidoscopio di colori, amicizia, musica e cultura dalle mille sfaccettature, il tutto condito da uno spirito di humanitas verso il Sud. Non amore scontato né affetto campanilistico, ma amore viscerale verso un Mezzogiorno che sprigiona arte e trasuda cultura da tutti i pori, proprio come una donna che ti fa ubriacare ed inebriare tra i suoi fianchi e le sue risate cristalline. “Mates Festival”, workshop, gastronomia e musica Dal 1° al 3 giugno Napoli si trasformerà in un porto ospitale e libero, solcato dalle onde del buonumore e della solidarietà internazionale: Napoli è rivoluzione, resistenza, un baluardo di ribellione, una terra viva e scalpitante percorsa da fremiti continui e sussultanti, una perla selvaggia e levigata da cogliere tra la sabbia e le erbe selvatiche, e sarà la cornice ideale di un evento che fa della libertà la propria conditio sine qua non e della cooperazione tra popoli la propria cifra essenziale. Le giornate del “Mates Festival” verranno arricchite da vari workshop e panel a cura delle Università Federico II di Napoli e Luiss di Roma, e a farla da padrona saranno temi quanto mai attuali e interessanti, come il bullismo, specie nella sua declinazione virtuale, le realtà imprenditoriali giovanili, start up innovative e idee fresche. A irrorare la folla di vitalità ci sarà tanta ottima musica: dj dal respiro internazionale come Bob Sinclair, Ingrosso, Axwell e Daddy’s Groove calcheranno il palco del festival. Saranno seguiti da rapper come Sfera Ebbasta e Izi e tanti altri validi artisti. Il festival è organizzato da Wonder Manage Nmk e Med Music Corporate, favorirà l’accesso agli studenti e promuoverà anche iniziative ispirate al principio “mens sana in corpore sano”: non mancheranno momenti di promozione dell’alimentazione bio e della purificazione di anima e fisico, così come non mancheranno momenti ludici e di sano svago, grazie alla Nintendo. E, dulcis in fundo, le prelibatezze della nostra terra, capitanate dalla pizza e dai baluardi della dieta mediterranea, allieteranno ulteriormente un evento che è un inno alla meridionalità nella sua accezione più pura e rivoluzionaria, un urlo di ribellione e gioia di vivere tutta mediterranea.

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Culturalmente

Pompei e Grecia: un conubium perfetto

Un conubium perfetto. la fusione tra Pompei e la Grecia  Le strade e le curve che solcano il grande corpo sinuoso di Pompei diventeranno una tela su cui dipingere sbuffi di leggenda e storie antiche ed eterne. “Pompei e i Greci” prenderà forma nella Palestra Grande degli scavi di Pompei dal 12 aprile al 27 novembre, e avrà il compito di celebrare un sodalizio tanto misterioso quanto emblematico e suggestivo, quello tracciato dal sincretismo tra Pompei e la Grecia. Il sincretismo tra la cultura ellenica e le colonie del sud Italia è stratificato a livello sociale, linguistico, artistico, letterario, poetico, filosofico, creando una parabola particolare e unica che svela tutte le pieghe del Mediterraneo e delle sue influenze più o meno decisive. Tante sono le gocce di Grecia, zampillanti proprio come un profumo o un unguento speziato sul grande corpo della città di Pompei: un profumo che non ha mai intaccato l’odore naturale di una città che ha sempre conservato i suoi caratteri originari, senza però rinunciare all’ascendenza greca. L’aroma della Grecia ha sempre modellato e accarezzato il corpo della città sepolta dall’eruzione del 79 d.C, dissolvendosi e condensandosi in una moltitudine di scie e figure: i  filosofi arcaici, quando pronunciavano la parola natura, physis, masticavano il mito e abbracciavano tutta l’eternità, al di là del tempo e dello spazio. La stessa physis dei Greci è la stessa natura che sfiora il Mediterraneo e il paesaggio campano, in una fusione pànica tra ambiente, foglie, acqua e divinità. Pompei e Grecia: uno speculum che trascende i secoli Come un grande specchio che non ha mai deformato il reale, ma l’ha raccolto e inglobato nelle sue viscere, la cultura greca ha da sempre permeato la città vesuviana: basta chiudere gli occhi per pensare agli artigiani con la loro tèchne, ai decoratori, pittori e incisori, ai loro preziosissimi manufatti, agli oggetti particolarissimi e finissimi importanti dall’Oriente. L’alito della Grecia si incarna nell’atmosfera pompeiana tra i volti della gente, nelle risate dolci ed amare delle prostitute, nel passo degli schiavi, nei graffiti e nelle incisioni che costellano le vie e nelle parole greche miste a quelle etrusche e latine. La mostra che partirà il 12 aprile avrà la finalità di narrare l’epopea di questa influenza sottile e penetrata sotto la pelle di Pompei, e lo farà servendosi di più di seicento reperti provenienti dai principali musei nazionali ed europei, divisi in tredici sezioni, provenienti da Pompei, Stabiae, Ercolano, Cuma, Metaponto, Torre di Satriano e Poseidonia.  Agli occhi dell’osservatore curioso si presenteranno sculture, ceramiche, armi e stili decorativi, che srotoleranno la testimonianza di ciò che la mente può solo vagamente immaginare, rendendolo tangibile e vero. Il progetto è stato curato dal direttore generale della Soprintendenza di Pompei, Massimo Osanna e da Carlo Rescigno, dell’Università Luigi Vanvitelli, mentre invece l’allestimento nella Palestra Grande degli scavi è opera dell’architetto svizzero Bernard Tschumi. Oltre alle sculture e alle ceramiche e ad una moltitudine di stili decorativi, vi saranno anche argenti e sculture greche riprodotte in età romana, nonché installazioni audiovisive curate dallo studio canadese GeM (Graphic eMotion). Verso il tema […]

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Culturalmente

Eddie Vedder a Firenze il 24 giugno 2017

Eddie Vedder in Italia il 24 giugno 2017: fine delle voci e spazio alla certezza È ufficiale: Eddie Vedder approderà in Italia il 24 giugno 2017, sul palco della Visarno Arena, uno dei due ippodromi fiorentini che accoglierà anche Radiohead e Arcade Fire. Il nome di Vedder è uno dei tanti gioielli incastonati in questa rassegna, assieme ai Placebo, Aerosmith e System of a Down, e prima di lui si esibiranno anche i Cranberries. Il concerto di Eddie a Firenze ha il sapore della prima volta, perché mai l’artista era approdato in Italia senza i suoi Pearl Jam: ci si può già dilettare a fantasticare su quale scaletta sceglierà, quali brani modellerà con la sua inconfondibile voce intensa e introspettiva. I toni di Vedder sono di una bellezza struggente che scuote anche le ultime corde della nostra anima, le fibre posizionate tra gli ultimi brandelli del nostro essere. Quelle che pensavamo di aver dimenticato in soffitta, tra la polvere e gli oggetti smarriti. La sua voce si moltiplica e si scompone in mille ricordi incastonati nella nostra memoria sensoriale ed uditiva, ci rimanda agli odori acri del grunge di Seattle, alle spiagge desolate di Into The Wild e alle urla strazianti che partono dal centro dello stomaco: descrivere le mille profondità di un artista come Eddie Vedder significherebbe seguire il corso di una pennellata ruvida che strappa la tela e la ricompone al tempo stesso. La voce di Eddie Vedder è una pennellata ruvida al centro dell’ombelico, che fa male e salva nel medesimo istante. In principio furono i Pearl Jam: Ten e l’Olimpo del Grunge In principio furono i Pearl Jam. Seattle, boschi, profumo di ribellione e di muschio, i ruggenti anni ’90 del grunge, dei Soundgarden, degli Alice in Chains, dei Mudhoney, degli Smashing Pumpkins, dei Nirvana. L’esordio del gruppo di Vedder non ha avuto i toni furiosi degli altri gruppi di Seattle: non ci furono gli esordi disperati, viscerali e distruttivi dei Nirvana col loro Bleach nel 1991, o i colpi serrati degli Alice in Chains e dei Soundgarden. I Pearl Jam sono sempre stati il caos calmo di Seattle: la disperazione modulata è sempre stata la loro cifra, sublimata nella voce di Vedder, che persino quando impazziva sul palco lo faceva con un apparente controllo di sé. Come dimenticare il live di Black a Pinkpop del 1992? Questa canzone è una delle perle più selvagge incastonate in Ten, album del ’91 che li ha spediti direttamente sull’Olimpo del grunge: la voce di Eddie in quest’album, non acerba, ma lirica e potente, ricorda quella di Tim Buckley, e dipinge magistralmente brani foschi e meravigliosi come Even Flow, Alive, Jeremy, Garden, Oceans e appunto Black.  Eddie non aveva mai voluto fare di quella canzone un singolo, perché in Black c’è il cuore nero di Eddie, quel black ripetuto con le consonanti masticate di chi sa cosa vuol dire avere un organo tatuato e tinto di nero. In quel famoso live del ’92, Eddie è molto diverso da oggi: ha i capelli lunghi e  i fasti del teen spirit ancora stampati tra le ciglia […]

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Culturalmente

Apollineo e Dionisiaco: Giorgio de Chirico approda in Campania

L’arte emblematica ed enigmatica di De Chirico in scena in Campania fino al 18 marzo Sarà una chiesa sconsacrata a ospitare le opere emblematiche di Giorgio De Chirico a Nola fino al 18 marzo: la mostra “Apollineo e Dionisiaco” porterà in Campania i toni e la trascendenza della pittura metafisica del XX secolo, valorizzando le opere di De Chirico realizzate tra il 1933 e il 1974. La mostra è stata curata dall’organizzazione artistica Friarte, con Pasquale Lettieri, Ermenegildo Frioni e Marcello Palmintieri, e si svolgerà all’insegna della compenetrazione tra i toni sfumati e misteriosi della Chiesa sconsacrata dei Santi Apostoli e i guizzi trascendentali delle tele di De Chirico. La Campania e la pittura metafisica di De Chirico, tra trascendenza e gusto mediterraneo La Campania sembra aderire perfettamente ai contorni della pittura metafisica di De Chirico: fornisce una collocazione ottimale alle opere di un artista che amava catturare il pulviscolo atmosferico della luce naturale delle città mediterranee, bloccandolo nelle sue tele. Il polso di De Chirico imprimeva sulle sue tele una musica emblematica, quasi spettrale e stridente, che si sublimava nelle tonalità del cobalto, del verde e dell’arancio quasi sanguinante. I colori di De Chirico sembrano quasi gocciolare dai bordi del quadro per colpire violentemente (e placidamente al tempo stesso) l’osservatore, con delle tonalità che hanno la stessa disperazione calma dei tramonti. I colori delle sue opere sono fatti per colpire senza lasciare abrasioni, ma solo un senso di straniamento o un leggero capogiro. Il capogiro di trovarsi improvvisamente calati tra nature morte e paesaggi, tra pezzi di scultura e teste giganti, architetture e colori a tempera. De Chirico dà il meglio di sé quando conduce l’occhio umano all’interno di spazi circoscritti e trascendenti, illuminati dalla luce del giorno che copre la superficie in modo drammatico: i raggi solari non illuminano, ma aderiscono allo spazio come ragnatele infuocate. L’ossessione dell’artista per le architetture essenziali e per gli ambienti non realistici, gli conferiscono un’aura di misticismo che sconfina nelle sfumature oltremare: s’interessò anche alla scenografia, all’incisione, alla scultura in bronzo e alla litografia a colori. La mostra “Apollineo e Dionisiaco” ospiterà circa 40 tele: olii su tela, incisioni, litografie, tra classicità, toni emblematici e suggestioni mistiche. Gli orari saranno i seguenti: dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 17:30 alle 20:30, e il sabato e la domenica dalle 10 alle 13 e dalle 17:30 alle 21.

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Attualità

Dove il Sì suona: la società Dante Alighieri premia a Sanremo

La fiumana incandescente del festival di Sanremo ha incendiato i primi giorni di febbraio, riunendo e spaccando l’Italia al tempo stesso: la musica si è infiltrata tra le pieghe dei siparietti, dei fiori e degli accesi dibattiti, che hanno animato la kermesse rendendola, come ogni anno, fenomeno sociale e antropologico. Una sorta di enorme buco della serratura da cui spiare non solo lo stato di salute della musica leggera italiana, ma anche una lente privilegiata per cogliere le increspature della società e le contraddizioni che oscillano sul palco come i vestiti drappeggiati che brillano sulle scale dell’Ariston. Anche la società Dante Alighieri e il Laboratorio Itals dell’Università Ca’ Foscari hanno rivolto la loro attenzione al 67° Festival di Sanremo, con la prima edizione del premio “Dove il Sì suona” Con questo titolo, il riconoscimento rimanda a un celebre verso della Divina Commedia, (“Le genti del bel paese là dove ‘l sì suona”, Inferno, XXXIII, vv.79-80), con il quale Dante si rivolge direttamente a quell’Italia ancora in fieri, che vedeva nel “sì” il perno attorno a cui far ruotare un’identità linguistica fortemente aggregante, un filo rosso da allacciare fortemente ai corpi di tutte le genti della penisola, non per avvilupparli, ma per guidarne con fermezza i passi. Ed è proprio dal concetto di unitarietà che germoglia l’iniziativa della società Dante Alighieri, che ha voluto scavare nella nuda essenza della musica, quella lontana dagli strass e dai lustrini del palcoscenico di Sanremo, quella lontana dalle classiche diatribe televisive, per estrarne la linfa viva e fremente: la creatura fatta di parole e testi da analizzare e scarnificare, per ricavarne la polpa del significato, la materia che sottende al testo e che si annida tra le pieghe della comprensione. Il riconoscimento, che ha il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e che vanta tra i membri della giuria illustri personalità della linguistica e della glottodidattica, tra cui Luca Serianni, Giuseppe Antonelli e Gabriella Cartago, viene assegnato alla canzone il cui significato si mostri capace di veicolare all’estero i valori italiani. Rintracciare dei valori  italiani in una “società liquida” che si frammenta, si sbriciola e si scompone nel caleidoscopio della relatività e dei punti di vista è opera assai ardua: la soggettività e le personali debolezze individuali rendono difficile riunire una moltitudine di concetti sotto il vessillo del Made in Italy, ma un punto d’approdo rimane. Il più antico punto d’approdo: la vita. La giuria ha deciso di premiare all’unanimità il testo della canzone “Che sia benedetta“, cantata da Fiorella Mannoia a Sanremo. La riflessione sulla vita, tema sviscerato in innumerevoli modi e accarezzato da litri d’inchiostro, apparentemente banale, trito e ritrito e ripetitivo, costituisce il più antico punto d’approdo e punto di sutura di tanti valori stridenti tra loro e contrastanti. Il valore dell’istinto di sopravvivenza, che ci accompagna dal nostro primo vagito fuori dal ventre materno, il carattere sacro della vita che “è perfetta, e se cadi ti aspetta”, come ha cantato Fiorella Mannoia a Sanremo. La lingua italiana, capace di modellarsi e plasmarsi in modo camaleontico, riesce […]

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Culturalmente

Frida Kahlo: sofferenza e arte al Museo delle Culture di Milano

Quando Frida amava, lo faceva con tutto il suo corpo e le sue viscere da femmina terrestre, aveva l’anima posizionata tra la bocca dello stomaco e l’ombelico. Quando Frida amava Diego, lo amava fino alla punta dei suoi capelli, trasfigurandolo tra la carta, le poesie e i suoi fluidi corporei. Frida amava con violenza e con delicatezza, incorporando tutti i contrasti del mondo nel suo grembo. Non si definiva una surrealista, lei era semplicemente Frida, era un corpo di femmina latina, era un grido di sofferenza e un pennello grondante di sangue rosso come un campo di papaveri. E di lacrime. Così ha plasmato i suoi quadri, come se fossero state creature viventi, e la sua parabola sarà protagonista indiscussa della mostra curata da Diego Sileo presso il Museo delle Culture di Milano, dal 1 febbraio al 3 giugno 2018. Narrare la storia di Frida equivale a tenere tra le mani materia viva e scottante, e si rischia di provocarsi bruciature ed ustioni: il Museo delle Culture ha deciso di regalare un ruolo di primo piano a quest’artista, per farla conoscere ancora meglio al pubblico, raramente indifferente alle pulsioni e alla vita di questa donna. Per gli osservatori delle sue tele è impossibile trattenere un tremore o un sussulto di fronte alla sua arte, perché tanti sono stati i temi affrontati, tutti convertiti secondo la sua personale visione della vita, drammatica e delicata al tempo stesso, come un fiore bruciante poggiato su una ferita. Frida Kahlo al Museo delle Culture a Milano il prossimo anno, tra arte, sofferenza e amore Il MUDEC di Milano (Museo delle Culture) è uno spazio che fa dell’originalità il suo principio cardine e fondante, giacché nasce dall’utilizzo di fabbriche dismesse dell’ex zona industriale dell’Ansaldo. Ex fabbriche che diventano spazi di cultura, aggregazione e partecipazione, fornendo lo scenario per le espressioni più disparate. E nel 2018 sarà la volta di Frida Kahlo, grazie all’allestimento di una mostra che si configura come un percorso fatto di pennellate, luci e ombre di una donna, del suo Messico e della sua sofferenza. La sofferenza è stata la cifra della vita di Frida, che ebbe due gravi incidenti nella sua vita, un tram e Diego. L’incidente che la colpì, la crocifisse ad un grande letto a baldacchino, come una farfalla dalla luce accecante ma dalle ali carbonizzate. Ma quel letto a baldacchino divenne il luogo dove imparò a fabbricarsi, dolorosamente, le ali che aveva perduto sotto le rotaie. I genitori le regalarono colori, pennelli e tele, e Frida riprese a respirare man mano che il pennello solcava la ruvidità della tela: ogni pennellata sembrò ridefinire i contorni di quel corpo martoriato, sanare le ferite e rendere il sapore del sangue meno crudo, ogni schizzo di colore sembrò ridare forma a quell’anima sformata dall’urlo del dolore. Frida dipingeva se stessa, perché era il soggetto che conosceva meglio. Frida amava la vita, nel suo sentore di morte e nelle sue bufere, amava il sesso, amava l’amore, amava il cibo, amava l’idea di essere […]

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