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Eroica Fenice

Teatro

Play Strindberg al Teatro Bellini dal 5 al 10 dicembre

Un buio netto, di quelli che tagliano l’atmosfera e coprono le palpebre di scuro e scintille. Un’atmosfera che sa di fiaba drammatica, di danza macabra e di tensioni stridenti come violini impazziti: Play Strindberg inizia così, con un titolo aspro che si frantuma in gola e che richiama qualche favola nordica o qualche danza dai contorni onirici, con una scenografia che sa di quadro fiammingo. Il perimetro della scena è recintato dal filo spinato di un ring familiare, che va a delineare i contorni di un microcosmo matrimoniale che sa di silenzi e sfoghi urlati a gran voce. A ogni atto, i protagonisti si avvicinano al ring, si pongono al cospetto del pubblico e scandiscono l’inizio di ogni sezione dello spettacolo: minimale e allucinata, la scenografia richiama, come già ribadito, quella di un quadro fiammingo. Play Strindberg, nata nel 1969 dalla penna dello svizzero-tedesco Friederich Dürrenmatt, in occasione della messinscena di “Danza Macabra” del drammaturgo svedese August Strindberg presso il Teatro di Basilea, si proponeva di essere una rielaborazione delle opere di quest’ultimo ed è poi divenuta, a sua volta, un classico sull’analisi spietata e sarcastica del microcosmo familiare. Play Strindberg: Franco Però dirige i magistrali Maria Paiato, Franco Castellano e Maurizio Donadoni Poltrone, divani, tavoli e pianoforte: non elementi di tappezzeria, ma veicoli su cui si annida il pulviscolo e la polverina dell’odio familiare, delle frasi urlate a gran voce da un marito e una moglie, che non si risparmiano nel vomitarsi copiosamente addosso le reciproche frustrazioni. La moglie Alice, capelli grigi ordinati in un geometrico caschetto e lungo vestito rosso di velluto, interpretata da una magistrale Maria Paiato, sembra uscita da una tela di Jan Van Eyck: minuziosa e tagliente nell’accusare suo marito, usa le sue dita affusolate non solo per tracciare a mezz’aria i fallimenti della propria vita coniugale, ma anche per pigiare furiosamente i tasti del pianoforte e modulare la sua Canzone di Solveig. Alice, attrice prima di sposarsi, accusa suo marito di averla rapita, di essersi mangiato la sua dote e averla catapultata in un inferno coniugale di infelicità chiaroscurale, così come suo marito Edgar,  austero, corpulento “scrittore di cose militari” ossessionato dal rigore guerresco e dalla disciplina, la accusa di non dargli più nemmeno uno spiraglio di affetto e di essersi inacidita e avvizzita come la tappezzeria della propria casa. Play Strindberg è il dramma della famiglia, del ping pong emotivo tra un’accusa che rimbalza di bocca in bocca: frequenti sono stati i momenti di tensione viscerale in cui i due coniugi si sono ritrovati a fronteggiarsi con rabbia millimetrica, l’uno di fronte alla bocca dell’altra, per sillabarsi vicendevolmente il proprio rivoltante disprezzo, vomitando l’uno nelle labbra dell’altro il torrente dell’infelicità coniugale, tra epiteti offensivi e scatti di ira pressoché incontrollabili. L’uomo, affetto da alcune crisi che lo portano a svenire e ad accasciarsi sulla sedia o sul divano come in catalessi nei momenti più inopportuni e imprevedibili, è tutto preso a simulare una parvenza di successo, salute, vigore e floridezza, in conformità al […]

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Recensioni

Lo Strafaust di Massimo Maraviglia approda al teatro Tram di Napoli

Strafaust approda al Teatro di Ricerca, Arte e Musica di Napoli dal 30 novembre al 3 dicembre 2017 Strafaust: questo gioco di consonanti aspre e crude rimanda all’erede degenere di tutti i Faust della letteratura che si sono avvicendati prima di esso, alla sue tinte fosche e cupe. Rimanda al profilo del Dottor Faustus seicentesco di Christopher Marlowe e al monumentale Faust di Goethe, con echi e suggestioni de  Il Maestro e Margherita di Bulkagov: un calderone infernale, una miscela composita di echi demoniaci che danno vita alla parabola dell’intramontabile uomo che vende la propria anima al diavolo per travalicare i confini della conoscenza. Faust è un moderno Ulisse dantesco, che viene seppellito da litri d’acqua dopo aver provato a valicare i confini del mondo conosciuto. Un Ulisse che però non si affida ai remi del proprio ingegno multiforme ma a un patto demoniaco che lo porterà a penetrare i limina dell’intellegibile. Faust desidera ardentemente superare i confini della conoscenza per possedere nel palmo della propria mano tutto lo scibile umano, ma cosa accade nel momento in cui Faust ha già ottenuto tutto e non ha più nulla da rivendicare né a se stesso né al demonio? Il Faust di Massimo Maraviglia, portato in scena al TRAM (Teatro di Ricerca, Arte e Musica di Napoli) dal 30 novembre al 3 dicembre 2017, è un Faust che ha penetrato ogni confine materiale, che ha ottenuto qualsiasi cosa e non ha più bisogno di chiedere nulla, è straniero sia al demonio che a se stesso, è strafatto, stralunato, stravaccato, è un pallido simulacro che non ha da anelare nulla. Non un singulto fuoriesce dalla bocca di Faust, non una richiesta, non un sentore dal vago sapore desiderante. Strafaust: quando Faust non ha più nulla da desiderare Il Faust di Maraviglia è ridotto quasi a un’ombra, appiattito nel proprio barlume di indolenza, una sagoma biancheggiante e pallida che svetta tra le tinte fosche e rossastre che dipingono il palcoscenico; non un bianco che illumina col proprio pallore, ma il bianco sporco e smorto di chi non riesce neppure a farsi tentare dal demonio Mefisto. In Faust non vi è più appetito, non vi sono brame sessuali o smanie di potere e conoscenza: la libertà illimitata di cui è detentore è una trappola per topi che lo tiene saldamente nella sua morsa, prigioniero delle sue infinite possibilità e del suo sconfinato potere di scelta. Mefisto e Margherita, il diavolo e una ragazza che ha i tratti della fanciulla del romanzo russo, provano in ogni modo a tentarlo, a fare leva sulle sue debolezze e a salvarlo dalla stessa trama in cui è impelagato. Mefisto,  disturbante e macchiettistico, ha una verve quasi caricaturale, si aggira sul palco come afflitto dal morso di una tarantola, delirando nel tentativo di “salvare” Faust; nemmeno la procacità di Margherita riesce a sortire sul protagonista l’effetto sperato. L’elisir di lunga vita ha già fatto effetto, e a Faust non rimane che la landa desolata di un’eternità da riempire. Lo spettacolo è giocato […]

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Recensioni

“La vita ferma” approda al Piccolo Bellini

La vita ferma: dramma sul dolore del ricordo approda dal 28 novembre al 3 dicembre 2017 al Teatro Piccolo Bellini di Napoli. La vita ferma. Una vita che rimane ferma e silenziosa come lo strato di terra che gettiamo addosso ai nostri morti, quando li copriamo di marmo e lapidi e non possono più sentirci. La vita ferma di chi rimane, di chi fissa la polvere della terra o un marmo glaciale, provando sulla propria pelle la spaccatura dell’incomunicabilità; la vita ferma e sospesa di chi si ritrova a partorire quel processo straziante che si chiama elaborazione del lutto, di chi deve elaborare la morte fisica di chi prima era così quotidiano, così caldo, così presente, così vivo. La vita rimane ferma, fissata, cristallizzata nella terra di mezzo tra la mancata accettazione e il ricordo bruciante di un volto, di un inarcarsi di sopracciglia e una piega di un labbro. La vita ferma: dramma sul dolore del ricordo, scritto e diretto da Lucia Calamaro, porta in scena la frequentazione interiore dei morti in tre atti; assistere a questo spettacolo non è un processo indolore per lo spettatore, è come passare un guanto ruvido su un’abrasione che non si è mai placata, nonostante il morso risolutore degli anni. La platea si ritrova orfana: ognuno degli spettatori si riscopre orfano del proprio papà, della propria madre, di un amico o di un parente, ognuno degli astanti scoperchia il proprio vaso di vulnerabilità e fissa immobilizzato il palco, respirando e mordendo il dolore più antico dell’uomo. La morte, la zona neutra in cui non ci si è più, in cui si smette di essere, la voragine buia e fredda che ci porterà a non respirare, a non sentir più fluire sangue nelle vene e a non avvertire più i rintocchi del cuore; la caverna umida e buia, che ha rapito i nostri cari e ci ha lasciati in una landa desolata a fissare una lastra di marmo col nome e il cognome delle persone che amiamo. La vita ferma di Simona, Riccardo e Alice Il dolore di non esserci più, che ci rende conchiglie senza suono e senza energia, come se un mare ci ricoprisse d’acqua nera e ci seppellisse con i suoi litri di silenzio; la morte, quella di Simona, moglie di Riccardo e madre di Alice, che non c’è più ma continua ad essere presenza fissa sul palco. L’assenza di Simona è presenza martellante nei ricordi di Riccardo e Alice: Simona stesa sul terrazzo al sole, Simona nei suoi bizzarri vestiti a fiori, Simona che continua a parlare con Riccardo e a chiedergli di scegliere il vestito adatto per quando morirà e verrà esposta ai visitatori durante la veglia funebre. Simona che continua a visitare la sua casa, a osservare Riccardo mentre ripone i suoi libri e i suoi oggetti negli scatoloni, suggerendogli cosa buttare e cosa tenere, Simona che chiede insistentemente a Riccardo di ricordarla, di non dimenticarla, e Riccardo che chiede un po’ di collaborazione alla moglie defunta. – “Se […]

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Concerti

Labrano e Dragotto aprono la rassegna del Be Quiet al Piccolo Bellini

Labrano e Dragotto inaugurano la rassegna del Be Quiet al Piccolo Bellini Buio. Impreziosito da luci che affiorano colpendo volti e svelando silenzi, tra la penombra e il chiaroscuro. Il piccolo corpo vibrante e raccolto della platea sussulta, diventa un’unica cosa con l’evanescenza del palco, la tappezzeria ricamata, le locandine storiche che costellano l’ambiente e il rosso delle sedie. Il buio e i giochi di luce disegnano punti luminosi sul piccolo corpo della platea del Piccolo Bellini, che respira quasi dallo stesso stomaco degli artisti, così vicini alla pelle del pubblico da poterla sfiorare. Il 23 novembre sono stati due gli artisti che hanno giocato con le penombre e i chiaroscuri dell’animo del pubblico, Nicola Dragotto e Luciano Labrano, che hanno inaugurato la rassegna del Be Quiet al Piccolo Bellini. Labrano e Dragotto, che cos’è il Be Quiet ?  Ingabbiare un concetto nei codici retorici o nelle gabbie della parola è un’operazione ardua, specie se si tenta di incapsulare un’idea nelle strette maglie dei nostri codici linguistici: Be Quiet è un agglomerato di sinapsi, processi creativi e condivisione partecipativa. Un movimento sorto nel 2012 dal magma della scena underground napoletana da un’idea dell’artista Giovanni Block, che, tra i tanti riconoscimenti di cui si fregia, ha ricevuto la Targa Siae/Club Tenco del Premio Tenco come miglior autore emergente e il primo premio assoluto del Festival Musicultura, nonché un premio speciale dall’Università delle Marche per il miglior testo, oltre a tanti altri premi, progetti e iniziative che lo rendono un componente davvero prezioso della scena musicale odierna. Be Quiet è un circuito che ingloba e raccoglie una rete di pubblico, appassionati, addetti ai lavori, musicisti e cultori della musica d’autore e ha trovato, da due anni a questa parte, la propria casa di penombre, luce e chiaroscuri al Piccolo Bellini. Il corpo fremente e musicale che ribolle nelle nudità di Napoli viene così sviscerato, portato alla ribalta e messo in diretta comunicazione col pubblico, giacché ognuno di loro, a rotazione e nel corso della rassegna, calcherà il palco per esternare se stesso e le proprie contraddizioni. Labrano e Dragotto, lo spettacolo Giovedì 23 novembre, Nicola Dragotto è stato il primo artista a salire sul palco: trovarsi a diretto contatto con un artista del genere è come fronteggiare una di quelle personalità che sembrano nate dalle scintille dei migliori personaggi goldoniani, con una spruzzata di fascino brillante alla Paolo Conte. Figura  senz’altro carismatica, quella di Dragotto, che è salito sul palco tenendo in pugno il pubblico senza far calare mai l’attenzione: si è svelato e denudato, pur rimanendo in pantaloni, camicia, maglia e scarpe, spogliandosi del proprio mestiere di avvocato, stracciando le vesti dell’inquadramento sociale e mostrando la sua carne pura, in una sorta di processo di disvelamento pirandelliano. Dragotto canta le tracce del suo album L’Ultima Causa (lo sentite anche qui il pirandellismo?), e porta al Piccolo Bellini una ventata di resistenza, perché resistere è l’imperativo categorico del cantautore, che ha parlato al pubblico di fuga (ma dove si va? dove si […]

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Musica

Francesco Di Bella alla Federico II: guardare la città dando le spalle al mare

Francesco di Bella alla Federico II: dai 24 Grana alla Nuova Gianturco. Cosa è cambiato? Magrolino, piccolo e con un timbro rauco, graffiato e inconfondibile. L’andatura sempre uguale, del resto lui non è mai cresciuto, come cantava in Vesto sempre uguale. La risata fresca da eterno guaglione del centro storico napoletano e di Piazza San Domenico: Francesco Di Bella, ex leader dei 24 Grana, si porta addosso, come un aroma delicato, una napoletanità malinconica e ombrosa, con negli occhi i fasti e la distruzione di un’epoca che non tornerà più, che si è consumata tra i vicoli, le notti sudate e le note dissonanti di un centro storico che non è stato mai tanto fertile e fecondo come in quegli anni lì. Il ventre del centro storico. Se quelle piazze potessero parlare, racconterebbero la storia dei 24 Grana, degli anni d’oro di Metaversus, Ghostwriters, del K Album, di quella musica che attingeva a piene mani dal ventre della città  senza toccarne gli organi interni: sì, perché Di Bella e soci hanno sfiorato la pelle della musica napoletana rifondandola e sovvertendola, creando-senza esserne consapevoli- una sorta di Neapolitan Power che è stato, paradossalmente, riscoperto dopo anni nella sua piena portata storica. Di tutto ciò ce ne ha parlato lo stesso Francesco Di Bella, il pomeriggio del 22 novembre all’incontro presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II: l’appuntamento con l’ex leader dei 24 Grana è stato il primo del ciclo di incontri e dei dibattiti con le voci che hanno caratterizzato il sound napoletano dagli anni ’60 fino ad oggi, e si spera possano seguirne altri altrettanto soddisfacenti e proficui, come ha puntualizzato il professor Enrico Careri, docente di Musicologia presso l’ateneo federiciano. Una chiacchierata intima e confidenziale: ecco cosa è stato l’incontro di Francesco Di Bella con gli studenti della Federico II; non sono mancati i momenti di confessione e neppure quelli in cui ha imbracciato la chitarra per suonare alcuni dei classici dei 24 Grana e del suo album da solista, Nuova Gianturco. Anni di fermento controculturale: la Napoli dell’Officina 99 La Napoli di Di Bella sputa fumo, dub, postpunk e sonorità scheggiate: non è la Napoli tinta di mille colori di Pino Daniele, non è la Napoli che sa del sugo delle pizze a portafoglio mangiate sulle gradinate, e non è neppure la Napoli delle sirene e dei miti. È  una Napoli che sa di tumulti intestini, dell’aria della notte del centro antico e di officine dove -senza saperlo- si stava creando un serbatoio di controcultura (dal quale si sarebbe abbeverata più di una generazione di gruppi musicali, cantautori, menestrelli o aspiranti tali). I maestri di Di Bella non sono canonici, come ci ha raccontato: per lui molto preziose sono state le sonorità del gruppo operaio di Pomigliano D’Arco E’ Zezi, rispetto a quelle di Pino Daniele.  Allo stesso modo il cantautorato classico italiano non ha impresso la sua influenza in lui in modo rivelante. Molto più importanti per Di Bella sono stati Lou Reed e la sua inquietudine […]

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Musica

Mogol e i linguaggi della creatività

Mogol e i linguaggi della creatività: il paroliere di Battisti fa tappa a Napoli Provate a ricordare il testo de “I giardini di marzo”, “Il Mio Canto Libero”, “Un’Avventura”. E anche di “Pensieri e Parole”. O forse non c’è nemmeno bisogno che li ricordiate, perché sono ben fissati nella tavolozza dei primi ricordi musicali, come un odore che c’è sempre stato e che ha da sempre impregnato l’aria, il vento e tutto ciò che c’è attorno a noi, con la sua fragranza che ha la consistenza delle stanze di casa o del cortile dei nonni. I primi ricordi musicali della maggior parte di noi, i ricordi più semplici e più “popolari”, hanno le fattezze, le vocali e le consonanti di questi testi, dal campo di grano al carretto che passava, fino alle praterie dove corrono dolcissime le malinconie. Lo sanno tutti che la penna da cui questi testi sono scaturiti è quella famosa di Giulio Rapetti, in arte Mogol, classe 1936, pseudonimo arroccato in maniera inespugnabile nell’immaginario della cosiddetta cultura pop. Produttore discografico, scrittore, ma soprattutto sodale di Lucio Battisti: dal loro fortunato sodalizio, consolidato verso la fine degli anni Sessanta, sono nate alcune delle canzoni ascrivibili a pieno titolo nella cultura di massa che rientrano a pieno titolo nelle vette siderali della musica leggere italiana. In quella cultura pop insita nel nostro patrimonio genetico musicale prima ancora che si formi una vera e propria coscienza critica individuale. Mogol e Battisti raccolsero le gemme del loro lavoro congiunto in un cofanetto “Le avventure di Lucio Battisti e Mogol”, cofanetto dal retrogusto vintage e molto beat, tappa d’approdo del loro forte legame che li portò a perdersi assieme nei meandri della natura, della vita e della creatività, viaggiando a cavallo insieme da Milano fino a Roma, passando per La Spezia e Sarzana. Un fermento artistico, dicevamo, dal sapore molto beat, giacché Mogol ha incentivato anche il traghettamento di molti artisti in Italia, primo fra tutti il premio Nobel Bob Dylan, di cui tradusse la maggior parte dei testi, David Bowie, i Mamas & Papas, (direttamente dalla Summer of Love dell’epopea hippie americana), di cui portò in Italia “Sognando California”, calco di “California dreamin’”, e i Procul Harum. Il suo sguardo lungimirante ha scrutato lo srotolarsi del tappeto della cultura musicale negli anni, ma anche delle varie controculture, dai movimenti progressive italiani (non dimentichiamo che sua è anche la preziosa “Impressioni di Settembre” della Premiata Forneria Marconi, interpretata poi dai Marlene Kuntz), alla cultura hippie e poi folk, dal cantautorato di qualità fino alla musica leggera di Mina, Gino Paoli, Luigi Tenco, Battisti, Adriano Celentano e il più recente Mango. La sua attività è stata capillare, instancabile e da stakanovista, e la si può soltanto contemplare con la stessa ammirazione di chi è consapevole di trovarsi di fronte a un arazzo meraviglioso, intessuto dei suoi testi che hanno valore di fili preziosi annodati tra loro e pregni di un intrinseco valore letterario.   Mogol a Napoli, a parlare di musica e creatività […]

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Interviste

Nel mondo di Emanuele Montesano, tra vita, musica e origini

Emanuele Montesano: nell’universo di un cantautore cilentano che ha scelto di rimanere a fare musica nella sua terra Origine, Cilento, musica, terra, mare e tramonti. Rimanere a far musica in Cilento è una scommessa, un atto d’amore estremo e liberatorio verso una terra dai risvolti amari. Basta immaginare un tramonto per entrare nell’universo di Emanuele Montesano, tra le sonorità della sua musica e il cielo di Sapri, il suo paese natio. Emanuele, classe ’87, dapprima militante in vari gruppi e infine solista, racconta e si racconta, dalle sue radici fino al suo lavoro “Origine”, guidandoci alla volta di un viaggio tra le note del microcosmo cilentano.   Innanzitutto, come ti presenteresti e come ti descriveresti se ora fossimo seduti davanti a un tramonto di Sapri? Chi è Emanuele Montesano e cosa cerca da dire attraverso la sua musica? Beh, sono un ragazzo semplice ma con un forte carattere. Il fatto che stiamo parlando davanti ad un tramonto descrive in pieno il mio esser molto riflessivo. Attraverso la mia musica cerco di esprimere i miei stati d’animo, quello che penso e che mi succede attorno, storie quotidiane, personali e non. .   Quali sono state le tue influenze e le tue radici? I tuoi padri da amare e da uccidere? Le mie influenze musicali sono variate nel corso degli anni: da piccolissimo con Ramazzotti, poi quando ho iniziato a studiare musica sono passato a Mango e agli  Afterhours per gli italiani e  agli Oasis e i  Pink Floyd come stranieri. Attualmente sto sperimentando sia come ascolto che come inediti propri.   Che rapporto hai con il Cilento, la tua terra d’origine? È davvero così tutto da buttare o c’è qualche spiraglio di speranza? Sono tanti i musicisti in Cilento, cosa ne pensi della scena musicale cilentana? Il Cilento è meraviglioso e potrebbe esserlo ancor di più se, chi dovrebbe, facesse il suo. Amo il Cilento, ecco perché quando mi chiedono come mai non tenti fuori mi sento triste, se ce ne andiamo tutti morirà questa terra. Quello che dico io mi viene sempre criticato fortemente, e “la difficoltà maggiore è rimanere,non prendere tutto e tentare la città”. La musica cilentana nel corso degli anni è cresciuta parecchio (naturalmente non mi ci metto in questo gruppo eh, io sono solo una “goccia che cade in uno stagno”) ed anche lo spazio che le viene dato è aumentato.    Origine è anche il nome del tuo lavoro. Cosa è che ti fa risalire all’origine e ai primordi delle cose?  ”Origine” perché dopo aver avuto tante band con cui ho realizzato anche degli album, ho deciso di cambiare rotta e dar libero sfogo al mio “estro” senza condizionamenti. Ecco, questo per me è ritornare alle “origini”.   Che consiglio daresti a un giovane che decide di intraprendere la carriera musicale in Italia? E quali sono i tuoi progetti futuri? Consiglierei di credere sempre in ciò che fa, in qualsiasi campo. Voler diventare famoso con la musica è la premessa sbagliata per entrarci, mentre sentirsi […]

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Riflessioni culturali

Estate 2017: cosa vale la pena ricordare?

“L’Estate sta finendo…e un anno se ne va”, cantavano qualche anno fa (un bel po’, a dire il vero), dei tizi che non avevano nulla in comune con  tutti i guerriglieri delle hit estive che ogni anno vengono puntualmente scongelati ai primi tepori di aprile o maggio, dopo aver passato un anno in banco frigo. L’estate sta finendo, o forse è finita già, come sembra preannunciare l’aria che si è fatta già più elettrica, l’odore della pioggia che suggerisce fantasie di plaid, tazze di tisane che ti bruciano la gola, maratone di film e serie TV, passeggiate nei boschi a respirare l’aroma delle foglie secche e della natura che comincia a ripiegarsi verso una sorta di raccoglimento interiore e intimo. L’autunno è la stagione più intima di tutte: c’è un’intimità sofferta e primordiale nello spegnersi lentamente della vegetazione e negli slanci che portano a mescolare gradazioni e tonalità di colore. Quasi come se il grande corpo della natura accogliesse il desiderio di ristoro, equilibrio e raccoglimento dell’anima, cullandola con carezze dalle sfumature calde e dalle screziature arancioni. I ritmi forsennati dell’estate sono ormai lontani come l’ultimo eco di Despacito, settembre si è già intrufolato nelle pieghe della quotidianità e ci conduce a fare quella cosa odiosissima per cui l’essere umano non si sente mai pronto: i bilanci. Nessun bilancio colmo di rimpianti, melodrammi e isterie, nessun accenno al peso corporeo, a nostalgie improbabili o rimpianti di dubbia qualità. Cosa ricorderemo di questa estate che s’è appena dileguata? Cosa resterà dell’Estate 2017? Di alcune cose non sentiremo la benché minima mancanza, diciamoci la verità. Nemmeno una punta di nostalgia sciocca da discount. Non sentiremo la mancanza di nessuno dei tormentoni estivi, nonostante il rapporto viscerale che noi comuni mortali instauriamo con queste entità mitologiche che sembrano programmate per sfornare hit sempre uguali ogni anno. Rapporto viscerale sì, perché prima li odi in modo bellicoso, meditando la soluzione alla Van Gogh pur di non prestare più l’orecchio a nessun Pasito o Suavecito, ma poi ti ritrovi a ripetere e cantare meccanicamente quelle stesse canzoni che avevano provocato in te cinquanta sfumature di vituperio. Un po’ come i  The Jackal nel loro famoso video. Poi, Sarahah. Inizialmente, sembrava che tutti i contatti presenti sulla Home avessero fuso all’unisono il nome Sarah e la trascrizione di una risata alquanto sguaiata, ma non si capiva cosa fosse. Una risata uscita male? Una tizia di nome Sarah che suscitava particolare ilarità a tutto il popolo di Facebook? E invece no, era l’ennesima app meteora: infatti è durata meno di un gatto in tangenziale. Per due, massimo tre giorni (volendo essere clementi), Facebook è diventata una vetrina di messaggi anonimi, di offese ignote, complimenti improbabili e ammiratori segreti dell’ultima ora. Desiderio di ricevere attenzioni, voglia di emulare gli altri che avevano già installato l’app e febbrile curiosità di sapere cosa gli altri pensino del prossimo sono stati gli ingredienti che hanno determinato il boom di Sarahah che originariamente era nata come strumento per ricevere critiche costruttive sul posto di lavoro. Peccato che su […]

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Culturalmente

Vinicio Capossela, il Paese dei Coppoloni e la sacralità dell’Alta Irpinia

Vinicio Capossela e la dimensione sacrale dell’Irpinia: Il Paese Dei Coppoloni C’è una sacralità nella natura, fatta di fronde selvatiche, campi rosicchiati dal sole ed altari pagani. L’altare che la natura erige nei suoi boschi ha i suoi santi e le sue personalissime divinità. L’Alta Irpinia ha i suoi martiri, i Coppoloni, gli abitanti del paese di Cariano, così chiamati per via delle grandi coppole di panno poggiate sul capo: i coppoloni abitano molti metri sul livello del mare, alla stessa altezza delle aquile e della vegetazione di montagna, e sono costretti a coprirsi il capo per proteggerlo dalle intemperie e dal vento. Ma quella coppola consente anche di spiccare il volo, come i rapaci: i coppoloni abitano in un perenne limbo, sono sospesi tra la terra e le altezze siderali del cielo, tra l’isolamento e la comunicazione ancestrale con i riti più profondi della natura. Vinicio Capossela conosce bene i tratti somatici degli irpini, poiché nasce in Germania nel 1965 da emigranti della provincia di Avellino, precisamente di Calitri, (scenario dello Sponz Fest, manifestazione artistica da lui creata nel 2013) così come conosce bene la fisionomia di un territorio zeppo di montagne e contraddizioni. L’Irpinia appare come una landa segnata dai pannelli fotovoltaici e dalle pale eoliche, dallo spopolamento selvaggio e, negli ultimi anni, anche dalle malattie psichiche, ma è anche teatro di miti primordiali e racconti biblici: l’album di Vinicio “Canzoni della Cupa” è un inno biblico alla polvere e all’ombra (due facce della stessa gemma), ai riti di iniziazione che ti portano ad ingoiare polvere e sputare perdizione, a sporcarti le ali come l’arcangelo della luce, una delle figure che costituisce il grande bestiario fisico, animale e divino di Vinicio. Nel 2015 “Il Paese dei Coppoloni” usciva in libreria, dopo una complessa gestazione di diciassette anni, e l’anno dopo tutto ciò si è tramutato in un documentario (anche se sfugge ad ogni tassonomia) diretto da Stefano Obino ed ambientato nei luoghi che hanno ispirato l’mmaginazione letteraria di Capossela. Vinicio e i riti di iniziazione, viandante verso la Cupa. Nel segno dello Sponz Fest L’opera letteraria di Vinicio si trasmuta dalla carta ai fotogrammi e lo vede nei panni di viandante che calpesta i sentieri nodosi e brulicanti di erba cotta dal sole o dalla luce lunare. Nel suo cammino di pellegrino incontra i riti di iniziazione della terra del frumento, ascolta le voci di musicisti, eremiti, uomini di religione, sibille cumane e oracoli di Delfi, canta il rapporto fraterno con gli animali della terra (un pezzo delle Canzoni della Cupa è dedicato al mulo, al mulo e alle percosse sulla sua pelle tesa come un tamburo) e il mistero dei campi. Svela e nasconde allo stesso i segreti di una realtà ormai smembrata dalla modernità e dall’emigrazione (i coppoloni non erano solo vicini al cielo, ma anche al mare, data la loro fama di emigranti) e crea un personale sistema mitologico tutto irpino e, in particolare, calitrano. Ogni ciottolo, sasso e volto umano è sezionato e riqualificato […]

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Interviste

La stella luminosa Pasqualino e la luce del suo cuore, Silvia Mazzieri

Pasqualino e la sua luce: due chiacchiere con la stella del sorriso appassionata di stelle del cinema Lui si chiama Pasqualino Esposito, vive a Casavatore vicino Napoli ed ha una simpatia travolgente ed una purezza d’animo che lo rendono trasparente e cristallino come una bella giornata d’estate: lui è inverno e primavera insieme, è saggezza e leggerezza, lui è la risata che nasce nel bel mezzo di una stagione arida. Pasqualino è affetto da osteogenesi imperfetta, detta anche malattia delle ossa di vetro: la sua malattia gli porta grave fragilità alle ossa, malformazione degli arti, difficoltà respiratorie a causa della gabbia toracica malformata e gli è quindi essenziale l’aiuto della ventilazione meccanica. Il cinema è la stella polare della sua quotidianità, la sua scappatoia ed isola felice, e questa passione lo ha portato a divenire una stella del sorriso che ha incontrato stelle in carne ed ossa: i suoi idoli cinematografici.  Pasqualino può infatti vantare tantissimi incontri con svariate stelle del cinema, attori di fiction e nomi di spicco della scena nostrana e internazionale, nonché la partecipazione a numerosi eventi e festival. Il suo festival preferito è La Festa del Cinema di Roma, a cui ha partecipato due volte: ha anche instaurato un forte legame con il direttore Antonia Monda e con Valeria Allegritti. La passione può salvare una vita e renderla degna di essere vissuta, può dare respiro e leggerezza alla sofferenza, e Pasqualino ci affida un grande messaggio: la realtà non è quella che si vede. Lo diceva Eugenio Montale nei suoi versi, e Pasqualino si fa testimonianza viva di queste parole. Ma solo per chi avrà la sensibilità adatta per coglierle e farle proprie, per chi saprà dilatare le proprie pupille e il proprio cuore. Ciao Pasqualino. Come nasce la tua passione per il cinema? Come ti è venuta l’idea di girare i principali eventi e conoscere i tuoi idoli da vicino? Ho sentito parlare, tramite i telegiornali, di vari festival del cinema che prevedevano gli incontri degli attori con il pubblico, e ho trovato subito l’energia di provare anche io questa esperienza. Ho cercato su Internet qualche festival che si trovasse più nella mia zona, tra Napoli e Roma, e ho deciso quindi di andarci. Sono andato per la prima volta ad un festival nel 2010, e mi è piaciuta molto l’atmosfera e tutto il contesto. Ho conosciuto tantissimi attori, ho cominciato a seguirli in televisione e mi è venuto spontaneo appassionarmi al cinema. Quali sono i generi cinematografici che ti piacciono di più e chi sono i tuoi attori preferiti? Amo in particolare i film horror e di avventura. Degli horror mi piace l’emozione, il panico e le forti sensazioni, invece per quanto riguarda i film d’avventura, li scelgo perché mi piace sorridere nel vivere le storie. La mia attrice italiana preferita in assoluto si chiama Silvia Mazzieri, protagonista della fiction “Il paradiso delle signore”, poi ci sono Elisabetta Pellini e Benedetta Gargari. Come attrici straniere invece amo Nicole Kidman e Jessica Alba. Silvia Mazzieri la […]

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Viaggi e Miraggi

Appunti di viaggio dalla Norvegia: memorie di fiordi e di troll

La Norvegia: una grande madre di pietra, quarzo, acqua e granito La Norvegia è una donna di pietra, di quarzo e roccia dura. Ha gli occhi pieni di sfumature di verde, dal verde brillante dei prati di Hellesylt a quello cupo delle sue foreste fitte. Sul suo corpo si arrampicano i troll, creature magiche dei boschi, e dai suoi capelli zampillano cascate che si aprono come le risate delle fate. Il suo corpo si allarga e si schiude nei fiordi, che creano curve e valli e tagliano l’acqua come se fossero spade vichinghe. In Norvegia il sole d’estate non tramonta mai: il grande Dio Sole, celebrato nei boschi e nelle foreste, rimane a fissarti oltre mezzanotte, creando luci che accarezzano i laghi e i fiumi che disseminano la sua schiena. Invece, d’inverno, il sole non compare, e tutto è buio come il fogliame e gli alberi. Non si può spiegare la Norvegia, perché visitarla crea spaccature dentro di te, perché l’aria magica che si respira in una terra del genere ti insegna la solitudine e il suono dell’acqua, delle cascate, delle foreste millenarie e della sacralità della natura. L’unico rumore che potrai sentire in Norvegia è quello dei troll che si divertono a inventare altri mondi, tra i ghiacciai di Geiranger e la valle di Flåm. Non appena si inizia il viaggio costellato dai fiordi, si ha l’impressione di varcare la soglia di una dimensione sacrale, una verginità fatta di foglie scure e montagne che si affiancano superandosi l’una con l’altra, ospitando cascate che sembrano lacrime di creature magiche. Prima tappa in Norvegia: Hellesylt, Geiranger e Stryn Hellesylt è un villaggio nel cuore della Norvegia, di appena seicento abitanti e si trova su uno dei bracci delle diramazioni dello Storfjord, un fiordo circondato da valli dal verde brillante e accecante e da un’acqua purissima. Le cascate di Hellesylt sono proprio vicino al porto, e si stagliano sulla via che porta al Geirangerfjord. Hellesylt è un caratteristico villaggio norvegese, fatto di casette dai tetti spioventi, montagne che foderano l’ambiente e che ricoprono tutto di sfumature verdi e specchi d’acqua: è uno scalo tecnico per ripercorrere il fiordo il senso inverso e arrivare a Gerainger, vera e propria perla artica. Stryn è un altro villaggio vicino al famoso fiordo di Geirangerfjord, è un paesino rinomato per la moltitudine di fiori selvatici e delicatissimi che punteggiano le sue valli: proprio per questo motivo viene chiamata la Bella Stryn, e nei suoi pressi troneggia il lago di Hornindal, il lago più profondo d’Europa con i suoi 514 metri. Trovarsi di fronte al lago di Hornindal vuol dire abituare l’occhio umano alla profondità incommensurabile di uno specchio d’acqua che affonda negli organi interni della terra e che smette improvvisamente d’essere liquido, poiché si tinge della consistenza del verde brillante delle valli e acquista gradazioni gialle come i papaveri che crescono tutto intorno. In Norvegia i papaveri sono gialli e carnosi, anche le more sono gialle, e da esse è possibile ricavare una marmellata dal sapore deciso […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Nell’archivio storico del Banco di Napoli con Maldestro: “La Storia e la Bellezza”

L’archivio storico del Banco di Napoli è nascosto nell’ombelico del corpo di Napoli che, come una sirena ingorda e materna, lo trattiene tra il suo seno e la pancia. Lo protegge tra i vicoli bui e luminosi, avvolgendolo tra strati di panni stesi, pietruzze, palazzi e viscere, come una gemma levigata e selvatica. L’archivio storico si trova nella Fondazione del Banco di Napoli, racchiuso in via dei Tribunali, nel cinquecentesco palazzo Ricca e nel vicino Palazzo Cuomo, ed è la più grande raccolta archivistica di documentazione bancaria esistente al mondo: 330 stanze dense e impregnate di documenti bancari, 330 stanze odorose di libri, manoscritti e inchiostro che scorre bruciante come lava, documentazioni bancarie catalogate con minuzia da amanuense e brulicanti bocconi di storie economiche, ritratti sociali ed artistici dalla metà del 1500 fino ad oggi. Accarezzando i documenti, si ha quasi l’impressione di sentirli urlare sussurri dall’oltretomba o forse dal tempo presente: la pagina ingiallita e accarezzata dalle mani di uomini dei secoli passati, chiede all’osservatore di oggi di essere spogliata e svelata per rivelare la sua storia. Non la storia classica, canonica e inanellata in date consequenziali sui manuali, ma la storia sbirciata da dietro le quinte. Dietro il sipario, vi è il sottobosco dei pagamenti, dei profili economici degli esseri umani, dei loro debiti, di ogni loro minimo movimento o spostamento di moneta: ogni piccolo mutamento di denaro è registrato fedelmente sulla pelle dei manoscritti. Fissato lì per sempre, in quelle pagine apparentemente così fragili, ma dalle fondamenta più forti dei palazzi. Esplorando l’archivio storico, si apre un mondo lussureggiante quanto insolito, fatto dal chilo di frutta comprato dalle fanciulle del Seicento fino al pagamento di un’opera di Caravaggio, descritta in tutta le sue misure e ordinata dal suo committente, passando anche per gli stupratori di altre vite e secoli che si compravano l’immunità, cercando di ricucire una verginità sociale fittizia. Sussurri di carta nell’archivio storico del Banco di Napoli, tra la voce di Maldestro e l’eco delle storie passate Un ritratto economico che si dispiega voracemente nell’archivio storico, che percorre la carne dei documenti ingialliti, catalogati e scritti a mano, e nello stesso tempo la carne degli esseri umani di secoli fa, che si offrono allo spettatore moderno nelle proprie debolezze e nei propri crolli emotivi e finanziari. Come valorizzare e rendere fruibile e popolare tutto ciò? Come offrire nel modo migliore tutto ciò all’osservatore di oggi, in modo da guidarlo in modo ottimale in questo sottobosco? Proprio da questi quesiti nasce il Cartastorie, Museo dell’archivio storico del Banco di Napoli. Un percorso multimediale e interattivo, Kaleidos, si snoda tra gli ottanta chilometri degli scaffali pieni di documenti, fino a raggiungere il proprio apice in una stanza al cui centro troneggia un libro multimediale, che lo spettatore può toccare liberamente: dal tocco della mano si dispiegano le storie, modellate in tutta la loro drammaticità teatrale e carica emotiva: dai numeri e dai pagamenti si passa alle storie individuali, intrecciate al sale del mare scuro, alla lava del […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Scoprire Napoli giocando: caccia al tesoro al centro storico

Scoprire il grande corpo di Napoli in modo insolito? Magari divertendosi anche? Si può fare. Si può esplorare nei modi più disparati, strani e bizzarri, e il 25 giugno sarà possibile scoprire e denudare il corpo della bella Partenope risolvendo enigmi ed indovinelli. L’idea della caccia al tesoro rievoca in ognuno di noi ricordi ancestrali e infantili, solletica il lato giocoso sepolto negli adulti che rappresentiamo e portiamo a spasso con noi. Giacché in questo momento sarebbe altamente banale scomodare Pascoli e il suo fanciullino, ci limiteremo a dire che il gioco non è prerogativa soltanto dei bambini, ma che può sollecitare le facoltà di tutti, coinvolgendo le corde più sensibili e tenere che ci stringono il cuore. Caccia al tesoro nell’ambito della rassegna “Giugno degli eventi 2017” Proprio in occasione della rassegna “Giugno degli eventi 2017“, ideata e organizzata dall’Assessorato Giovani, Politiche Giovanili, Creatività ed Innovazione del Comune di Napoli, il Touring Giovani del Touring Club Italiano ha deciso, in collaborazione col corpo consolare della Regione Campania, di svelare poco a poco tutte le facce della città di Napoli che magari d’estate vengono dimenticate o oscurate, puntando sulla valorizzazione di tutte le sfumature artistiche e storiche che punteggiano il suo grande corpo di madreperla. Una delle attività previste è appunto la caccia al tesoro al centro storico, e chiunque lo abbia calcato almeno una volta, sa quanta energia creatrice, arte e cultura sprigionino quelle viuzze affascinanti da far male. La finalità è quella di viverlo, quel centro storico, a trecentosessantagradi e anche in modo insolito, facendo conoscere ogni sua pietruzza o vicoletto e le sue eccellenze storiche e culinarie. In una modalità sostenibile per l’ambiente anche. La competizione non sarà serratissima, giacché la gara sarà a punti e non a tempo, e i partecipanti dovranno raggiungere dei determinati posti risolvendo i seguenti enigmi: tre attività salate, tre attività da bere, tre attività dolci e 5 location culturali (bonus). Ad ogni indovinello risolto tra questi, i partecipanti potranno proseguire con l’enigma successivo, documentando la risoluzione degli stessi con un selfie da postare sulla pagina Facebook Touring Giovani-Regione Campania. I premi in palio? Per il primo posto una smart boxe, per il secondo pubblicazione e maglia Touring Club Italiano e per il terzo pubblicazione Touring Club Italiano. Ogni partecipante riceverà dei gadget targati Touring Club e un attestato di partecipazione. Vi è venuta voglia di partecipare? Prenotatevi inviando una mail a giovani.tci.campania@gmail.com e provate a risolvere gli enigmi percorrendo le pietruzze e le piazze di uno dei centri storici più belli d’Italia!

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Napoli & Dintorni

Digital Music Forum a San Marcellino a Napoli, tra Maldestro e nuovi orizzonti

Il 29 maggio il complesso universitario di San Marcellino ha vestito i panni di quartier generale della discografia italiana e il grande corpo di Napoli ha ospitato per la quarta volta le contaminazioni di un orizzonte sempre in via di sviluppo e mutamento, accogliendone i sussulti e le vibrazioni. La chiesa dei santi Marcellino e Festo, gemma di sacra bellezza immersa nel ventre del Centro Storico di Napoli, con i suoi marmi policromi e luccicanti e i suoi legni intagliati, si è resa teatro d’eccezione dell’evento: il Digital Music Forum ha visto l’organizzazione della Campania Music Commission (CMC) e si è configurato come una vera e propria tavola rotonda scaturita dalla sinergia tra docenti universitari, addetti ai lavori, studenti ed artisti. Dalla Beat Generation di Kerouac e soci alla Bit Generation: il bit ovviamente è quello informatico, sgorgato da una miriade di dati trasmessi, plasmati e riconvertiti da un universo all’altro, in una società liquida dai contorni sempre più evanescenti e in via di ridefinizione. Ogni cosa sfuma verso un’altra, disegnando infiniti mondi da esplorare, e ciò non è sfuggito ai vari temi dell’evento: i mutamenti dell’era digitale stanno infatti ridisegnando i consumi culturali, la vita sociale e la nuova frontiera della fruizione musicale. Digital Forum a Napoli, con Benji e Fede e Maldestro: i nuovi orizzonti di un panorama in perenne mutamento Napoli, da sempre relegata ai margini di ciò che siamo soliti chiamare Impero musicale (che ha il suo quartier generale a Milano), veste per un giorno i panni di una nuova maliarda tra Oriente e Occidente, un po’ musa e un po’ sirena, perché il sound napoletano, la potenza evocativa e demiurgica della sua musica non possono non essere neppure annoverati in una tassonomia o categorizzazione degna di rappresentare la realtà. La musicalità napoletana, la forza creatrice della parola e il rumore frantumato del silenzio hanno da sempre ispirato generazioni di naviganti e di Ulisse di tutto il mondo, creando una miscela sapiente e di tutto rispetto, tra la schiuma e le onde della nostra penisola. Ma non vi è soltanto la musica più propriamente cantata e godibile dal pubblico, ma anche il lato dell’astro che in cielo non si vede: quello degli addetti ai lavori e dei tecnici del suono, e la politica deve interrogarsi su come formare i ragazzi che vogliono lavorare e costruire un futuro in questo settore, così come bisogna che ci sia una regolamentazione sempre aggiornata, per contrastare fenomeni come la pirateria. È intervenuto anche Enzo Mazza, presidente della FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana), per discutere del cambiamento e del rimescolamento delle etichette; è intervenuta anche Stefania Ercolano di SIAE per porre l’accento sulle leggi sul diritto d’autore e sulla creatività degli artisti. Sempre la SIAE e il MIBACT hanno ritenuto opportuno promuovere una Start Up innovativa, “Start Up Music Lab“, che avrà luogo negli spazi del Dipartimento di Scienze Sociali della Federico II, in collaborazione con l’Osservatorio Territoriale Giovani e i Contamination Lab Napoli: a coordinare il tutto sarà il professore […]

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Culturalmente

Chris Cornell: il buco nero del grunge e della vita

Chris Cornell: una delle pietre miliari del grunge, dalla musica alla vita Questa è la storia di un ragazzo di 24 anni che calcava il palco a torso nudo, divorando il pubblico e il microfono con un timbro di voce che riecheggiava nel grigiore di una Seattle paranoica ma estremamente produttiva. Questa è la storia di un buco nero che squarcia il sole, come recita la più famosa canzone del gruppo di quel ragazzo dai capelli lunghi, che ha scritto la storia del grunge prima ancora che le pagine ingiallissero e cominciassero a raggrinzire: quel buco nero Chris Cornell se lo portava dentro, così come se lo portavano dentro Kurt Cobain dei Nirvana, Layne Staley degli Alice in Chains, Andrew Bone dei Mother Love Bone e Scott Weiland degli Stone Temple Pilots. Ad aprirsi è la storia di Seattle: lo sentite l’odore della metà degli anni ’80, la puzza del Teen Spirit, l’aroma penetrante dei boschi e della provincia americana? Grunge è una parola che si arrotola cruda in bocca, che ferisce quasi la lingua con la sola pronuncia: un ammasso di consonanti che sputa in bocca il sapore di una chitarra distorta, di accordi tradizionali spazzati via e ideali sgualciti come la svalutazione di ogni valore sociale. Il Grunge in principio fu l’etichetta musicale Sub Pop, e la culla furono gruppi come Melvins, Mudhoney, Mother Love Bone: nel loro alveo si inserirono le urla strazianti di Bleach dei Nirvana, il caos equilibrato del leggendario album Ten dei Pearl Jam, il tormento degli Alice in Chains e i Soundgarden. I Soundgarden nacquero nel 1984 proprio dal corpo vivo di Seattle, giacché presero il nome da un’installazione artistica della città che produceva suoni al soffio del vento. Chris Cornell fu da subito il tipico antieroe del classico romanzo di formazione grunge: un’adolescenza e una giovinezza costellate dalla depressione, due genitori in contrasto tra loro e la nausea pungente di una Seattle immersa nel nichilismo. Gli ingredienti per fare di Cornell una sagoma perfettamente cristallizzata nelle strette maglie di un canone ci furono tutti, fin dal principio; ma alle etichette sfuggì subito il grunge dei Soundgarden: ibrido, pieno di venature heavy metal e lontane dal noise di Bleach dei Nirvana, con una voce preponderante e  vicina al timbro di Robert Plant dei Led Zeppelin. Chris Cornell: perfetto antieroe di un’epoca che non tornerà più Ci furono i fasti con Badmotorfinger, un album trascinato da singoli come Rusty Cage e Jesus Christ Pose, nello stesso anno, il 1991, in cui Nevermind dei Nirvana giganteggiava  sul Seattle Sound. Ci fu Black Hole Sun, il brano più conosciuto di Cornell e compagni, diventato un’istituzione anche per va del suo videoclip, allucinato e visionario (vincitore dell’MTV Video Music Award), con eclissi sparse, una Barbie consumistica che si muove meccanicamente e una bambina che si sbrodola, più emblematica della bambina Ku Klux Klan del video di Heart Shaped Box dei Nirvana. Chris Cornell si impose fin da subito come uno dei numi di questo genere musicale e di vita, un perfetto antieroe che raggiunse subito una maturità limpida, lucida e trasparente. Poi ci fu il progetto parallelo Temple of The Dog, che Cornell stesso definì supergruppo in memoria dell’amico […]

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Culturalmente

Rubato un manoscritto di J.K. Rowling: facciamo chiarezza

Quando si parla di J.K. Rowling e dell’universo di Harry Potter, i contorni della vicenda iniziano sempre ad essere fluttuanti e misteriosi, come se il mondo di Hogwarts tingesse tutto con le sue tonalità tremendamente suggestive. Già la parola manoscritto sembra aprire strade affascinanti, giacché evoca proprio l’inchiostro magico con cui la Rowling ha plasmato le storie del maghetto e dei suoi amici, e soprattutto ci permette di immaginare la sua mano che ha intrecciato con sapienza e genialità una saga che ha emozionato, cresciuto e salvato più di una generazione di lettori, che con Harry sono rimasti fin proprio alla fine. Il mistero del manoscritto di J.K. Rowling rubato: facciamo un po’ di chiarezza Da qualche giorno, su bacheche e schermi di tutto il mondo, rimbalza la notizia di un furto di un racconto scritto dalla Rowling di suo pugno. Tante sono state le notizie fagocitate da un web sempre più affamato di informazioni, in una giungla di titoli sensazionalistici e costruiti ad hoc per scatenare il clic compulsivo: c’è chi afferma che ad essere stato rubato sarebbe una sorta di fantomatico prequel da consegnare al più presto e in gran segreto, così come c’è chi ha azzardato l’ipotesi di un nuovo libro in uscita imminente e dalla trama rigorosamente tenuta nascosta. Ma qual è la verità? Facciamo chiarezza, immaginando di pronunciare un bel Lumos Maxima per illuminare i contorni di una vicenda alquanto nebbiosa, e partiamo dal principio. Pronti con l’incantesimo? Qualche giorno fa, a Birmingham, è stato rubato un racconto che J.K. Rowling aveva scritto per un’asta di beneficenza organizzata nel 2008 dalla catena di librerie Waterstone’s, con ricavato da destinare all’associazione Dyslexia Action e alla divisione inglese dell’organizzazione letteraria Pen International. All’asta non aveva partecipato solo il racconto della Rowling, ma tredici racconti brevi scritti su fogli autografati A5 da tredici diversi autori: il racconto della Rowling era stato venduto per venticinquemila sterline a un presidente di una compagnia di consulenza finanziaria. Ma cosa c’era scritto in quel racconto? Ciò che sappiamo per certo è che il racconto non parlava di Harry, ma di suo padre, James Potter, e dell’inseparabile amico (nonché suo fedele compagno e malandrino) Sirius Black. Come in un ritratto in seppia, il racconto si apre narrando le vicende di due giovanissimi James e Sirius in sella ad una motocicletta e in fuga dalla polizia babbana, dopo aver superato il limite di velocità: tutto ciò non tradirebbe il topos che vedrebbe James e Sirius come due avventurieri sprezzanti delle regole. Molte pagine e molti siti Internet hanno interpretato male la vicenda del furto, credendo che addirittura la Rowling avesse scritto recentemente questo racconto per proporlo ad un editore, e che fosse tenuto sotto chiave prima di diventare il nuovo prequel ufficiale della storia di Harry Potter, magari l’inizio di una nuova saga ambientata prima della nascita di Harry ed incentrata sulle avventure del gruppo dei Malandrini James Potter, Sirius Black, Remus Lupin e Peter Minus. In realtà la rapina non è avvenuta ai danni di J.K. Rowling, ma del proprietario del racconto, ossia colui che se […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Cristiano De André al MANN, tra Faber e introspezione

“Così son diventato mio padre, ucciso in un sogno precedente”, cantava Fabrizio De André nella sua Canzone del Padre, sputando brandelli di carta e storie di impiegati crocifissi tra la realtà e il folle ghigno della storia. Ed è proprio l’alone ectoplasmatico di Fabrizio che si agita nelle pupille di Cristiano De André, il riflesso di un padre da amare ed uccidere, da superare e da dimenticare, o forse da ricordare o esorcizzare, come nelle migliori tragedie greche che ci restituiscono le pennellate più fosche dei rapporti tra figli e genitori. Cristiano De André al MANN: il Festival si chiude con “La Versione di C.”, intenso memoriale del figlio d’arte più controverso degli ultimi tempi Fabrizio ha accompagnato Cristiano tra le sale del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il 25 aprile, nell’ultimo giorno di chiusura del Festival MANN/Muse al Museo: lo ha accompagnato tenendolo per mano, proprio come quando Cristiano era un bambino che suonava Il pescatore imbracciando una chitarrina, e lo ha scrutato con lo sguardo di un uomo che osserva un suo pari. Faber avrà osservato Cristiano con clemenza paterna o l’avrà giudicato spietatamente come il famigerato giudice, arbitro in terra del bene e del male? La nuda essenza di questo quesito è resa dagli occhi, dalla gestualità e dalla voce di Cristiano, somigliante a Fabrizio in modo impressionante: suo padre giganteggia nel timbro inconfondibile e profondo della voce, nel ciuffo che copre gli occhi, nel modo di scostarsi i capelli, persino nel modo di fumare la tanto attesa sigaretta dopo essere uscito dalla Sala Letteratura del Museo. Fabrizio è stato appiccicato alle dita di Cristiano, quando lui ha aperto le sue mani al pubblico assieme a Ilaria Urbani per consegnare una versione di se stesso ai limiti della psicanalisi. Tra le statue e gli affreschi, il pubblico ha raccolto le confessioni di Cristiano, che ha raccontato il suo libro, “La Versione di C.” , un’opera che ha il sapore di un memoriale scritto per perdonare e per perdonarsi: è la versione di Cristiano scritta dallo stesso Cristiano, dopo una miriade di versioni scritte da altre, non sempre coerenti e veritiere, e per la maggior parte non autorizzate. Abbiamo seguito un flusso di coscienza che ci ha portati dapprima nel substrato onirico dell’infanzia, dove un piccolo Cristiano, con le sue domande sognanti da bimbo, contribuiva a dare al suo papà l’idea per la canzone Oceano, per poi catapultarci nella Londra dei Pink Floyd, dove un giovane figlio d’arte provava a raccogliere brandelli di sé tra musica e cocci di identità. Il filo rosso del racconto si è poi riannodato alla pagina più torbida della storia dei De André, quella del sequestro. Cristiano ci ha raccontato della tragica fatalità per cui i rapitori avrebbero preso Dori Ghezzi assieme a Faber, anziché proprio lo stesso Cristiano, come avevano organizzato, e dello sciacallaggio di chi si nascondeva dietro l’anonimato per spaventarlo dicendogli che suo padre ormai era in un bidone della spazzatura. Gli occhi di Cristiano, vitrei e cangianti come le nuvole barocche o forse come gli incubi, si sono fatti seri al momento di parlare del […]

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