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Guida alla letteratura russa e dell’est: classici e grandi autori

🖋️ I punti chiave dell’anima slava

I romanzi dell’Est Europa non sono mai stati scritti per il semplice intrattenimento. Sono opere ruvide, che graffiano l’anima. Dai canti epici dei cavalieri medievali e dalle lettere furiose degli zar del Cinquecento, passando per i grandi capolavori dell’Ottocento di Tolstoj e Dostoevskij, la letteratura russa ha sempre usato la penna come una lama. Un vero e proprio atto di ribellione contro la censura e la dittatura, culminato nel coraggio clandestino del Samizdat durante gli anni bui del regime sovietico.

Inchiostro ghiacciato. Neve calpestata da stivali militari. Il rumore metallico di una macchina da scrivere clandestina nascosta in una soffitta di Mosca. La narrativa russa e dell’Est Europa pretende coraggio da chi la legge. Esplorare i libri nati al di là degli Urali significa calarsi in un mondo estremo in cui la fede si scontra con la follia, dove l’amore brucia e la burocrazia stritola i cittadini senza pietà.

In queste terre, scrivere non è mai stato un lusso borghese. Sotto i sovrani moscoviti prima, e sotto il regime sovietico poi, la letteratura è stata spesso l’unica forma di libertà concessa a milioni di persone. Prima di iniziare questo lungo viaggio attraverso i secoli, ti suggeriamo di appuntarti i 5 scrittori russi da conoscere assolutamente, per poi sfogliare i 6 classici della letteratura russa da non perdere. Una vera e propria palestra per lo spirito, riassunta perfettamente in queste citazioni dei classici russi tra guerra, amore e vita.

Visual sulla letteratura russa
I romanzi russi non si limitano a descrivere il mondo: lo incidono a fuoco.

Mappa concettuale: le epoche principali

Per non perderti nella complessità di questa materia che abbraccia secoli di storia, invasioni e rivoluzioni, abbiamo riassunto le correnti fondamentali in questa tabella. Usala come bussola prima di scendere nel dettaglio delle varie epoche.

Epoca e Corrente Caratteristiche e Autori Fondamentali
Medioevo Slavo (XI – XIII sec.) Tradizione orale, difensori valorosi (i Bogatyry) e cronache monastiche. L’opera più famosa è il Canto della schiera di Igor’.
Epoca Moscovita (XIV – XVII sec.) Dominazione tartara e ascesa di Mosca. Letteratura epistolare violenta e prime autobiografie. Autori: Ivan il Terribile, Arciprete Avvakum.
Settecento dei Lumi Occidentalizzazione forzata, nascita della grammatica russa moderna e Sentimentalismo. Autori: Lomonosov, Deržavin, Karamzin.
Il Primo Ottocento Nasce il Romanticismo, il mito dell'”uomo inutile” e il realismo grottesco. Autori: Puškin, Lermontov, Gogol’.
I Giganti del Realismo (Secondo Ottocento) Indagine profonda della psiche umana, grandi conflitti morali e sociali. Autori: Dostoevskij, Tolstoj, Turgenev, Čechov.
Modernismo e Avanguardie Il Futurismo ribalta le regole. Molti autori scappano in esilio a Parigi o Berlino. Autori: Majakovskij, Nabokov, Kafka, Belyj.
Dissenso e Gulag (Novecento) I libri vengono banditi dal regime comunista e stampati in segreto (Samizdat). Autori: Bulgakov, Cvetaeva, Grossman, Solženicyn.

Il Medioevo: fiabe, demoni e cavalieri della Rus’

La cultura dell’Est Europa non nasce nei salotti eleganti, ma nei villaggi innevati e nel misticismo dei monasteri ortodossi. Le fiabe russe tradizionali (le Skazka) ci mostrano un mondo duro e spietato. Qui non ci sono fatine con la bacchetta magica, ma fitte foreste e streghe inquietanti come la famosa Baba Jaga, che vive in una capanna poggiata su zampe di gallina. È un immaginario primordiale, popolato da antiche leggende russe in cui la vecchia magia slava convive a fatica con la religione cristiana appena arrivata.

Tra l’XI e il XIII secolo, il cuore politico e culturale è la Rus’ di Kiev. In questo periodo nascono le grandi canzoni epiche orali (le byliny), che cantano le gesta dei Bogatyry, i massicci cavalieri slavi che difendevano i confini dalle invasioni dei popoli nomadi. L’opera più importante di questa fase è il Canto della schiera di Igor’: un poema di guerra, fango e onore, scritto originariamente su frammenti di corteccia di betulla e tramandato dai monaci nei loro scriptorium.

L’epoca moscovita: l’invasione tartara e la furia di Ivan il Terribile

Nel XIII secolo, un cataclisma stravolge i territori dell’Est. L’Orda d’Oro mongola (i temibili tartari) invade e mette a ferro e fuoco Kiev. Per quasi trecento anni, la Russia viene sottomessa e tagliata fuori dallo sviluppo culturale del resto d’Europa. Mentre in Italia fiorisce il Rinascimento, nelle steppe si lotta semplicemente per la sopravvivenza. La scrittura si rifugia quasi unicamente nei monasteri, dove si fissa e si tramanda lo studio dell’alfabeto cirillico attraverso la composizione di testi sacri e vite dei santi.

Con il passare del tempo, una nuova città inizia a raccogliere potere, tasse e sangue: Mosca. Nel Cinquecento, con l’assestarsi del dominio moscovita (che si autoproclama “Terza Roma”), la scrittura si trasforma improvvisamente in un’arma politica. Lo zar Ivan IV (noto a tutti come Ivan il Terribile) è il protagonista di uno degli scambi epistolari più feroci della storia letteraria. Quando il suo generale e consigliere fidato, il principe Kurbskij, lo tradisce fuggendo in Lituania, lo Zar inizia a inviargli lunghe lettere pubbliche. Non usa affatto un tono freddo e distaccato. Ivan il Terribile insulta, deride, usa citazioni religiose altissime mescolandole a minacce spietate e insulti popolari. È la prima volta che il potere assoluto russo si sveste dell’ufficialità e si mette a nudo sulla pagina scritta, rivelando una voce d’autore estremamente umana e collerica.

Il vero capolavoro di ribellione di questo periodo intermedio arriva però nel Seicento. La Chiesa Ortodossa decide di modificare alcuni dogmi e rituali, scatenando un violento scisma (lo Scisma dei Vecchi Credenti). Il leader incontrastato dei ribelli tradizionalisti è l’Arciprete Avvakum. Condannato all’esilio e incarcerato in una fossa gelata prima di essere bruciato vivo sul rogo, Avvakum scrive la sua clamorosa autobiografia. È un testo letteralmente esplosivo. Per la prima volta in assoluto, la sacralità della lingua ecclesiastica si mischia al russo volgare, alle parolacce, al sudore e alla parlata della strada. La letteratura slava della ribellione, quella che sfida l’autorità accettando anche la morte pur di dire la verità, nasce esattamente qui, nel buio di una prigione di fango. Sarà questa l’eredità ribelle che verrà raccolta prima dell’ascesa definitiva della dinastia dei Romanov.

Il Settecento: Pietro il Grande e il Secolo dei Lumi

Il Settecento si apre con un trauma sociale senza precedenti. Lo zar Pietro il Grande decide che la Russia è rimasta un paese troppo arretrato, oscuro e “asiatico”. Con una forza inaudita e crudele, impone l’occidentalizzazione del suo popolo: obbliga i nobili a tagliarsi le lunghe barbe tradizionali, a vestire abiti francesi e, soprattutto, a trasferirsi nella nuova, sfarzosa capitale costruita sulle paludi del Baltico a costo della vita di migliaia di operai: San Pietroburgo.

Questo stravolgimento è un colpo di frusta. Le élite russe smettono improvvisamente di parlare la propria lingua madre, preferendo esprimersi nei salotti esclusivamente in francese. Il russo rischia concretamente di diventare solo un dialetto riservato ai servi della gleba e ai contadini. La letteratura del Settecento diventa quindi uno sforzo titanico per costruire a tavolino una “lingua russa colta” capace di competere con il resto d’Europa. Il pioniere di questa impresa è Michail Lomonosov: un genio assoluto, scienziato e poeta, che mette in ordine la grammatica e inventa uno stile solenne, perfetto per le Odi di corte.

Le riforme proseguono e culminano con l’ascesa al trono di Caterina II, la zarina insolita che flirta con le idee dell’Illuminismo europeo e scambia lunghe lettere filosofiche con intellettuali come Voltaire e Diderot. Tuttavia, quando lo scrittore Aleksandr Radiščev pubblica nel 1790 il libro “Viaggio da Pietroburgo a Mosca”, in cui denuncia apertamente e per la prima volta le atrocità subite dai servi della gleba, Caterina getta subito la maschera illuminista, fa bruciare le copie del libro e condanna l’autore all’esilio in Siberia.

Verso la fine del secolo, però, i toni rigidi e distaccati della letteratura di corte si ammorbidiscono. Nikolaj Karamzin introduce in Russia il movimento del “Sentimentalismo”. Nel suo famosissimo racconto La povera Liza, non si parla più di imperatori, doveri di Stato o grandi battaglie gloriose, ma della dolcissima e tragica storia d’amore tra una giovane contadina ingenua e un nobile scialacquatore. Per la prima volta, i lettori russi scoprono con commozione che “anche le contadine sanno piangere”. È un cambio di paradigma totale. È il seme prezioso da cui nascerà tutta la profonda empatia e l’indagine psicologica della grande letteratura del secolo successivo.

Il primo Ottocento: Puškin, Gogol’ e il grottesco

Puškin
Aleksandr Puškin, il padre della letteratura romantica russa.

L’inizio dell’Ottocento infiamma i cuori e riempie i cimiteri di poeti uccisi in duello. Il Romanticismo russo non è solo poesia d’amore, ma un urlo di frustrazione contro il potere assoluto degli zar e la noia della vita di provincia. Prende forma un personaggio letterario indimenticabile: l’uomo inutile (o superfluo). Parliamo di un nobile intelligente e ricco, ma annoiato e paralizzato dall’apatia, incapace di trovare uno scopo.

Aleksandr Puškin è il primo a descrivere perfettamente questo stato d’animo. Basta leggere l’analisi dell’Evgenij Onegin per vedere come questo dandy arrogante, per pura noia, distrugga la donna che lo ama e uccida il suo migliore amico in un duello (esattamente come morirà, anni dopo, lo stesso Puškin). Michail Lermontov porterà questo cinismo al limite in Un eroe del nostro tempo, con un protagonista che manipola i sentimenti degli altri per sfuggire al proprio vuoto interiore.

Poi arriva Nikolaj Gogol’. Con lui, i libri smettono di parlare di ricchi conti e scendono nei vicoli sporchi di Pietroburgo. Gogol’ inventa il realismo grottesco: nei suoi racconti, i nasi dei funzionari si staccano dalla faccia per andarsene a spasso in carrozza, e poveri impiegati si lasciano morire di freddo per il furto di un misero cappotto. Le sue storie fanno ridere, ma di un umorismo nero che mette a nudo tutta l’assurdità e la spietatezza della burocrazia zarista.

💡 Lo sapevi che…?

La noia mortale e l’apatia dei nobili russi ha un nome clinico: Oblomovismo. Il termine è nato grazie al romanzo “Oblomov” scritto da Ivan Gončarov nel 1859. Nel libro, il protagonista passa quasi cento pagine solo per trovare la forza di alzarsi dal letto. Da allora, la parola indica uno stato di paralisi esistenziale cronica e pigrizia che impedisce di prendere decisioni sulla propria vita, simbolo di una nobiltà vecchia e inutile.

I giganti della prosa: Dostoevskij, Tolstoj e Turgenev

Dostoevskij
Fëdor Dostoevskij, l’indagatore più spietato dell’animo umano.

Nella seconda metà dell’Ottocento, il romanzo russo raggiunge la vetta del mondo. È il momento dei pesi massimi. Leggere le opere di Fëdor Dostoevskij è un’esperienza che scuote i nervi. Lo scrittore, sopravvissuto a una finta esecuzione e ai lavori forzati in Siberia, porta nelle sue storie l’omicidio, il senso di colpa, l’epilessia e la ricerca ossessiva di Dio in un mondo corrotto.

I suoi cinque capolavori maturi (conosciuti come il pentateuco dostoevskiano) sono pilastri irrinunciabili. Basti pensare a Raskolnikov, il protagonista di Delitto e Castigo, che uccide a colpi di scure solo per testare una teoria di superiorità, finendo divorato dal rimorso. O al dolcissimo Principe Myškin de L’Idiota, la cui purezza viene distrutta da una società cinica. Dostoevskij scrisse ad un ritmo forsennato anche per ripagare i debiti causati dalla sua ludopatia (raccontata senza filtri nel libro Il giocatore), salvato solo dalla pazienza di Anja, la sua eroica stenografa e futura moglie.

Dostoevskij ci trascina inoltre nell’oscurità delle nevrosi urbane con le sue celebri Memorie dal sottosuolo, dipinge l’illusione amorosa de Le notti bianche, analizza il gelo della violenza coniugale nel breve racconto La mite e svela i meccanismi stritolanti della burocrazia in Un cuore debole.

Mentre Dostoevskij guarda dentro l’anima, Lev Tolstoj guarda il mondo dall’alto, come in un gigantesco film epico. Nel suo monumentale romanzo Guerra e Pace, intreccia i salotti pettegoli di Mosca con le sanguinose battaglie contro l’esercito di Napoleone. Tolstoj demolisce anche il mito del matrimonio perfetto borghese, esponendo tutta l’ipocrisia dell’epoca in opere come Anna Karenina e Felicità domestica.

A fare da ponte tra i vecchi valori nobiliari e i nuovi giovani ribelli ci pensa Ivan Turgenev. Nel suo capolavoro Padri e figli, lo scrittore ci presenta per la prima volta il termine “Nichilismo”: ovvero il rifiuto totale, logico e scientifico, di tutte le tradizioni, delle religioni e dell’autorità statale. Verso la fine del secolo, infine, Anton Čechov regala al mondo il suo tocco delicato. Se leggi i 5 racconti di Čechov più famosi, ti renderai conto che il dramma non avviene mai in primo piano. Il dolore sta nell’attesa, nei silenzi e nelle vite sprecate di chi non sa reagire al mondo che cambia.

Il sangue dei versi: l’Età d’Argento della poesia

Se la prosa russa racconta la società, la poesia russa è l’urlo del popolo. L’inizio del Novecento in Russia è chiamato Età d’Argento. All’inizio c’è spazio per atmosfere sognanti: le poesie d’amore russe mantengono una purezza e una dolcezza assolute. Ma poi arrivano la guerra mondiale e le piazze in rivolta, e le vecchie regole metriche vengono distrutte.

Le fabbriche e gli operai in rivoluzione trovano la loro voce in Vladimir Majakovskij, il gigante del Futurismo. Le poesie di Majakovskij non sono delicate: usano parole metalliche, ritmi simili a marce militari per incitare alla sollevazione. È un’illusione giovanile e violenta, che si spegnerà nella delusione portando lo stesso poeta a togliersi la vita.

Sotto la dittatura di Stalin, la poesia diventa clandestina e intima. È una resistenza silenziosa, spesso portata avanti da donne fortissime. L’opera di Anna Achmatova testimonia lo strazio delle madri in fila fuori dalle carceri segrete per avere notizie dei figli. Altrettanto tragiche e potenti sono le poesie di Marina Cvetaeva. Questa dolorosa scia di disillusione attraverserà tutta la storia sovietica, chiudendosi con le riflessioni metropolitane degli anni ’90 nei versi de la poesia di Boris Ryžyj.

Mitteleuropa, Modernismo e l’esilio di Nabokov

Con la vittoria dei comunisti, molti artisti fuggono verso Ovest, rifugiandosi a Parigi o Berlino. Qui il modernismo russo si mischia alle culture europee, creando opere uniche. Nascono romanzi bizzarri e legati alla magia nera come Il colombo d’argento di Andrej Belyj, o storie struggenti scritte tra i fumi dei bistrot francesi, come le indimenticabili Strade di notte di Gazdanov.

Ma il re indiscusso degli scrittori in esilio è Vladimir Nabokov. Fuggito in America, impara l’inglese a un livello così alto da produrre uno dei capolavori più geniali e scandalosi del Novecento: Lolita, un libro che usa una trama disturbante per demolire la facciata perbene degli Stati Uniti. Molti decenni dopo, lo stesso spirito provocatorio e ribelle si incarnerà nella vita vissuta a cento all’ora da Eduard Limonov. Anche in esilio, la letteratura slava non ha mai perso il suo interesse per la teologia oscura, come dimostra l’inquietante e moderna figura de l’Anticristo descritta dal filosofo Solov’ev.

💡 Lo sapevi che…?

In Unione Sovietica è nato il più grande sistema di editoria clandestina della storia, chiamato “Samizdat” (che in russo significa “edito in proprio”). Poiché la polizia del KGB censurava qualsiasi libro ritenuto non in linea col partito, i cittadini ricopiavano di notte i romanzi vietati usando macchine da scrivere e fogli di carta carbone. Passarsi queste copie sottobanco era un reato che poteva costare fino a dieci anni di campo di lavoro in Siberia.

Il Novecento: la censura sovietica e il Samizdat

All’interno della Russia sovietica, il clima è letteralmente asfissiante. Il regime obbliga tutti a scrivere secondo le regole del “Realismo Socialista”: le storie dovevano esaltare le fabbriche, i campi di grano e i sorrisi dei contadini felici. La vera letteratura è costretta a nascondersi. Michail Bulgakov decide di deridere la censura usando il potere della magia e del grottesco: nel suo romanzo più famoso, Il Maestro e Margherita, fa scendere il Diavolo in persona a passeggiare nella Mosca atea e comunista, creando il caos tra i piccoli e mediocri burocrati di partito.

Le ferite della dittatura staliniana non si cancellano. Quando la censura inizia a cedere, affiorano i racconti dei sopravvissuti ai Gulag (i campi di concentramento sovietici). Vasilij Grossman consegna al mondo la sua testimonianza cruda nel libro Tutto scorre, che è un monumento al dolore e alla resistenza umana. L’impronta lasciata dai servizi segreti e dal controllo governativo è così forte che oggi perfino i romanzi di fantascienza ucraina, come quelli scritti da Marina e Sergej Djacenko, parlano apertamente di costrizione mentale e abusi di potere, come si legge perfettamente nella recensione di Vita Nostra: tentativi ed errori.

Per provare a comprendere appieno il peso di questa letteratura gigantesca, ti invitiamo a salvare la lista dei 10 capolavori della letteratura russa da leggere assolutamente. Sfogliare i grandi russi non è solo leggere un romanzo, ma accettare di scendere nei sotterranei più bui e luminosi dell’animo umano.

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