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Raffaello torna in vita a Capodimonte

Pensare a Raffaello vuol dire immergersi in un mare di armonia, delicatezza e intimità. Non a caso il pittore rappresenta un profilo unico e iconico all’interno della storia dell’arte italiana e mondiale. In occasione dei cinquecento anni dalla sua morte, prenderà vita dal 10 giugno al 13 settembre una mostra, con lo scopo di valorizzare il patrimonio raffaellesco del Museo, intitolata: “Raffaello a Capodimonte: l’officina dell’artista”. Essa è a cura di Angela Cerasuolo e Andrea Zezza a cui, com’è stato più volte ricordato alla conferenza stampa del 10 giugno, va integrato un valore aggiunto: si tratta del lavoro interdisciplinare e intersettoriale che ha accompagnato, e accompagna tutt’ora, la mostra. L’evento, infatti, ha coinvolto numerosi profili lavorativi, tra cui ricordiamo storici, chimici e restauratori. Per quanto riguarda l’intersettorialità, invece, sottolineiamo la presenza di diversi enti, come musei e università. Così facendo il Museo di Capodimonte risulta essere un laboratorio, una fucina sempre accesa e dinamica. E in effetti anche l’aria che si respira già all’interno del cortile ne risente positivamente, assumendo una sfumatura che sa di ritorno, seppur parziale, alla normalità. La piccola grande mostra, come l’ha definita il direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte Sylvain Bellenger, si articola in tre sale, ciascuna delle quali rappresenta una sfumatura diversa del genio Raffaellesco. Si parte, nella prima sala, dai maestri a cui un diciassettenne Raffaello guarda con attenzione e, a tal proposito, citiamo le parole che Giorgio Vasari, pittore e storico dell’arte, gli dedica: “Raffaello da Urbino, il quale studiando le fatiche de’ maestri vecchi e quelle de’ moderni, prese da tutti il meglio, e fattone raccolta, arricchì l’arte della pittura di quella intera perfezzione, che ebbero anticamente le figure di Apelle e di Zeusi e più”. Passando poi alla seconda sala, vero nucleo delle opere raffaellesche del Museo di Capodimonte, si entra in contatto con la straordinaria versatilità dell’artista, col suo continuo sperimentare e con il lungo cammino percorso nella sua breve e folgorante carriera. A pochi metri l’uno dall’altra, dunque, si possono ammirare i frammenti di una pala d’altare (la Pala di San Nicola da Tolentino), il Ritratto di Alessandro Farnese, un quadro da stanza (la Madonna del Divino Amore) e, infine, il cartone preparatorio del Mosè e il roveto ardente. L’ultima sala si snoda fra opere e falsi. In particolare ricordiamo la Madonna della gatta, attribuita inizialmente a Raffaello per poi essere considerata il capolavoro di Giulio Romano, suo allievo alla bottega. Le indagini diagnostiche, altro valore aggiunto della mostra, hanno portato alla luce la particolare stratificazione dell’opera e le diverse tappe del complesso iter compositivo: radiografie, riflettografie e MA-XRF ci mostrano l’evoluzione del quadro. Un esempio è dato dai volti dei personaggi principali, già dipinti negli strati inferiori per poi essere completamente trasformati nella stesura finale. C’è inoltre un dettaglio nella Madonna della gatta che ci fa capire l’elevata preparazione di Giulio Romano e la sua meticolosità nella cura dei dettagli. Non ve lo sveliamo, perché siamo sicuri che lo troverete osservando l’opera! Vi lasciamo con […]

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