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Eroica Fenice

La Tag: galleria toledo contiene 3 articoli

Teatro

Il Quarto Vuoto alla Galleria Toledo: il dramma della solitudine

Andare a vedere “Il Quarto Vuoto” alla Galleria Toledo è un’esperienza che stordisce, riempie per poi svuotare nuovamente. È un cammino che diventa sempre più intimo e si insinua nei posti più bui, quasi dimenticati, del nostro pensiero. Allo stesso tempo si ricollega anche alla parte sensoriale, istintiva, animale dell’essere umano. Il teatro-danza non poteva che essere il veicolo di espressione più adatto per raccontare la storia senza tempo dello spettacolo, carico di allegorie, simboli e gesti primordiali collegati alle parole e ai discorsi frammentati della voce narrante di Andrea Lavagnino. Cos’è il quarto vuoto? L’idea della regista Gina Merulla nasce dopo un viaggio nel deserto,  il Rubʿ al-Khālī, il secondo deserto più esteso al mondo che ricopre un quarto della Penisola Arabica, soprannominato “il quarto vuoto”. Sconfinato come il paesaggio del deserto, si presenta così anche la scenografia completamente assente dello spettacolo. Uno spazio libero che però viene subito riempito dalla presenza irresistibile e magnetica dei performers. “Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria e l’ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici”. Ed è con le parole di Blaise Pascal che si va in scena. Le luci si accendono e inizia la danza spasmodica dell’esistenza umana. I veli del pressapochismo esistenziale vengono mano a mano tolti, non limitandosi a lasciare una carne nuda, ma andando ben oltre fino a toccare il nocciolo nascosto e indifeso della solitudine. Alle maschere sorridenti e sorprese di Sabrina Biagioli, Massimo Secondi, Fabrizio Facchini e Mamadou Dioume (attore e collaboratore di Peter Brook) si sostituiscono visi nascosti nei palmi delle mani, corpi chiusi in loro stessi, movimenti scomposti e scattanti delle membra seguiti da voci strozzate, lamenti antichi e dolorosi. Durante lo spettacolo si raggiunge quasi la consapevolezza di come in realtà sia semplicissimo essere soli anche se circondati da una grande folla di persone. “Non posso amarti da così lontano” – dice la voce di Lavagnino ad un tratto, forse perché il luogo della solitudine è isolato da tutto il resto  e in apparenza nemmeno l’amore è in grado di raggiungere quelle lande desolate. Persi, confusi, fragili. Ci ritroviamo a camminare nel buio con i palmi protesi verso il vuoto. Tocchiamo corpi, li viviamo e ci fondiamo con essi per sentirci meno soli. Ma nemmeno il sesso sembra poter placare la fame. E allora la fame prende forma in una scena di cannibalismo dettata dal desiderio di sentirsi pieni, pieni di persone, pieni del loro amore. Proprio nel momento in cui tutto sembra essere perduto, quando ormai con difficoltà si riesce a marcare il confine tra umanità e mostruosità, Dioume si erge possente sul palco e con infinita delicatezza prende tra le sue braccia il corpo rimpicciolito dalle paure di Sabrina Biagioli forse ricordando che per quanto si presenti oscuro e tenebroso il cammino della solitudine, alla fine si può trovare salvezza  nell’incontro e nella condivisione con il prossimo. Per maggiori informazioni sulla stagione teatrale della Galleria Toledo, consultare il seguente link   Ph.  © Violetta Canitano  

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Teatro

Murder Ballad- Omicidio in Rock alla Galleria Toledo

Murder Ballad- Omicidio in Rock alla Galleria Toledo di Napoli. Leggi qui la nostra recensione! La vita è fatta di bivi, scelte che ci condurranno a percorrere delle strade. Molte volte si ha paura, si sceglie una via pensando che sia quella giusta, che in realtà si rivela poi un dolce compromesso. Oppure è la nostra insicurezza a portarci a battere via già percorse, sicure, rinunciando ai nostri sogni. Ebbene queste sono solo alcune delle tematiche affrontate da Murder Ballad- Omicidio in Rock, produzione Off Brodway che sbarca in Italia grazie a WorkinMusical. In questi giorni i ragazzi, diretti da Ario Avecione, si sono esibiti a Napoli, presso il Teatro Stabile Galleria Toledo. Murder Ballad, un musical, sfacciatamente musical, dalla prima all’ultima scena, che si rivela una piacevole sorpresa La trama ha un incipit piuttosto semplice, per poi articolarsi in un vero e proprio rompicapo. Sarah e Tom sono due giovani artisti che vivono a New York, e inseguono i propri sogni. Dopo un litigio, Tom decide di lasciare Sarah, pensando a lei solo come un limite al suo potenziale. Sarah, ferita, troverà conforto tra le rassicuranti braccia di Michael, il suo insegnante di filosofia. Pensando di star sprecando la sua vita ad inseguir fantasie, la ragazza decide di sistemarsi e con lui ha una figlia Frankie. Ma il richiamo della libertà sarà forte per Sarah che tornerà fra le braccia di Tom, creando un pericoloso triangolo amoroso. Ma qualcuno morirà… La narrazione passa da toni scanzonati e orecchiabili a momenti quasi “aggressivi”, dai toni forti e passionali, fino ad arrivare a vere e proprie atmosfere oniriche. Dopo un inizio apparentemente tranquillo quasi scontato, la storia prende una piega molto interessante, divenendo complessa, toccando punte emotive in cui è difficile non immedesimarsi. Originale è il modo di raccontare la storia, utilizzando un narratore esterno particolarmente misterioso la cui figura è avvolta da un curioso mistero. Le chitarre accompagnano i personaggi nel loro incedere, distorte o pulite. In questo senso la direzione musicale di Cosimo Zannelli risulta particolarmente riuscita. Anche i testi, riadattati e tradotti da Ario Avecione, Fabrizio Cecchacci, Fabio Fantini, Arianna Bergamaschi e Myriam Somma, sono incisivi e si lasciano seguire volentieri. I pezzi sono interpretati e cantati magistralmente da Ario Avecione (Tom), nella doppia veste di regista e attore che rende bene l’idea del passionale teppistello in cerca di guai, barcollando ubriaco e struggendosi dal desidero dell’amata. Fabrizio Voghera (Michael), con la sua fisicità massiccia, dona al  suo personaggio un’aria ancor più responsabile, dell’uomo premuroso e razionale. Arianna Bergamaschi (Sarah) invece, è sensuale, tormentata, quasi camaleontica con repentini cambi d’abito in scena, ma mirabile è anche l’interpretazione di Myriam Somma nei panni della narratrice che agisce come deus ex machina, personaggio enigmatico, a cui presta la voce ma sopratutto il volto, passando da sorrisi impertinenti a smorfie di dolore. Onnipresenti, eppure sempre discreti Valentina Naselli e Jacopo Siccardi, nei panni della Libertà e del Destino. La loro presenza dona allo spettacolo una componente allegorica molto particolare, di non immediata […]

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Teatro

Medea di Portamedina, la Galleria Toledo si tinge di rosso

Tratta dall’omonimo romanzo di Francesco Mastriani, la Medea di Portamedina, in scena alla Galleria Toledo dal 15 al 24 novembre, regia di Laura Angiulli. Una scena quasi vuota e suppellettili di casa pendenti. Pendenti, come la verità, l’amore, le promesse, la vita. A rompere il silenzio Coletta Esposito (Alessandra D’Elia): una donna del popolo, capace di grandi sentimenti.  Coletta è infiammata dall’amore. Lei, figlia ra maronna, trascorre la sua infanzia fra le mura dell’Annunziata. Lei, figlia di nessuno, nutre nell’animo una straziante fame d’amore. E sarà tra le braccia, sulla bocca, negli occhi di Cipriano Barca (Pietro Pignatelli) che scoppia la sua passione  quasi tirannica. Amplessi su amplessi. Voglie su voglie. Ossessioni su ossessioni. Violenza su violenza. Coletta è dilaniata dalla gelosia. Dalla relazione clandestina con Cipriano (Coletta è di fatto sposata), nasce una bambina. L’attrazione di lui si affievolisce, l’amore di lei si infittisce. Ma lui di quel vicolo cieco e di quel matrimonio promesso non ne vuole sapere. Coletta, avvelenata dall’ossessione del possesso, dimentica persino di essere madre. Lei, che una madre non l’ha mai avuta, rivive le mura dell’Annunziata, il morbo dell’abbandono. Domande su domande. Attese su attese. Speranze su speranze. Manìe su manìe.  Coletta è accecata dall’odio. Il matrimonio non si compie, Cipriano ha deciso di sposare la giovane Teresina. Straziata, furente, spietata Coletta, non farlo! Ma la donna di via Portamedina, eroina tragica, Medea, ha deciso. E nel giorno del matrimonio di Cipriano e Teresina la chiesa si tinge di rosso.  Note di regia: Come in Euripide, la narrazione di Mastriani usa straordinaria acutezza a penetrare il labirinto delle emozioni e delle angosce della protagonista e delle forze oscure da quel velenoso groviglio generate e alimentate, ma quel conflitto fra razionale e irrazionale che è tra i tratti distintivi della Medea euripidea e che costituiscono la dorsale del pathos drammatico dell’evento, non trovano luogo. In Coletta nessun tentennamento interviene nella spinta verso un definitivo rituale di sangue, che è anzi inequivocabilmente cercato e compiuto in tutta lucidità. Nemmeno un tremore, un accenno di pietà, un estremo fremito d’emozione. Alla coscienza di Coletta, figlia negata e bambina malamente allevata, mancano le coordinate per una humanitas di classica memoria. 

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