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Eroica Fenice

La Tag: recensioni contiene 89 articoli

Eventi/Mostre/Convegni

Mimma Russo, l’esposizione a Castel Sant’Elmo

Aperta al pubblico da Giovedì 31 maggio, nel museo del Novecento a Napoli a Castel Sant’Elmo, l’esposizione di Mimma Russo. La mostra è stata inaugurata Mercoledì 30 Maggio ed è stata realizzata dal Polo museale della Campania unita allo Studio Trisorio. L’obiettivo è volto a mostrare opere dei maestri della collezione, che saranno donate a conclusione della mostra. L’esposizione di Mimma Russo L’artista espone otto delle sue opere inedite realizzate tra il 2013 e il 2018. Il nero è il colore utilizzato quasi esclusivamente nelle sue composizioni, oggetto di numerose ricerche. Grazie ad esse, la tinta in uso si avvicina al vantablack la più scura sostanza conosciuta, che assorbe fino al 99% delle radiazioni luminose. Quest’ultima dà vita a superfici profonde e riflettenti, che unita ad elementi traslucidi o specchianti contrastano il colore matto del vantablack per dargli un’aspetto vibrante e tridimensionale. Mimma Russo, biografia di un’artista Artista con molti interessi, Mimma Russo si è dedicata alla realizzazione di scenografie per spettacoli teatrali e televisivi (Rai-Tv); ha diretto gli Incontri Internazionali d’Arte dal 1981 al 1984 ad Anacapri e pubblicato il foto-libro dal titolo Una volta, una storia. Per il giubileo del 2000 realizzò un istallazione permanente presso il santuario della Madonna dell’Arco a Napoli. Oltre ad essere un’artista di fama nazionale, la Russo raggiunge anche il traguardo internazionale con le mostre Premio Micchetti e partecipò all’International Experimental Art-Exhibition di Budapest. I suoi lavori fanno parte di importanti collezioni private quali: Het Museum voor Schoene-Kunsten a Gand; International Concrete Poetry Collection a Oxford; The Poetic Collection, Buffalo, N.Y., Tyringham Istitute Massachussets, Museo Novecento a Napoli, Castel Sant’Elmo, Napoli, Università degli Studi Federico II, Napoli. Si fece notare, ancora studentessa d’Accademia, alla decima Quadriennale d’Arte La Nuova Generazione al palazzo delle esposizioni di Roma nel 1975. In quegli anni la politica la spinse a realizzare opere a tema contemporaneo come la strage di Bologna del 1974 e ad attività di gruppi post-femministi come Immagine/creatività, con Rosa Panaro e Bruna Sarno. In seguito abbandonò la pittura dedicarsi alla tridimensionalità. Cominciò a realizzare opere in ferro, cartapesta e legno (materiale che privilegerà). Con i materiali modellò figure geometriche attraverso il ritaglio di queste in forme concave o convesse, fornendo così all’osservatore diversi punti di vista. Come già detto, decide di utilizzare il nero come unico colore, che a seconda dei pigmenti utilizzati può mostrare differenti cromature. Dagli smalti alla grafite, all’acrilico, ne fuoriescono colorazioni cromatiche mai viste prima a seconda della luce che volta per volta illumina le sculture. Nel 2013, la Russo espose nella Galleria Trisorio (Riviera di Chiaia) una mostra nella quale compaiono suddetti materiali e nuovi, come gusci d’uovo uniti al legno. Geometrie complesse elaborate con precisione scrupolosa di tensioni, tagli e torsioni al variare del punto d’osservazione e della fonte di luce.

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Concerti

Gli Eugenio in Via Di Gioia entusiasmano la Casa Della Musica

Gli Eugenio in Via Di Gioia sono approdati, ieri 24 Maggio, alla Casa Della Musica per realizzare il primo concerto nella città partenopea, in occasione del tour del loro nuovo album Tutti su per terra. Noi di Eroica eravamo lì per potervelo raccontare. Eugenio in Via Di Gioia, il concerto A giudicare dalle foto postate sulle pagine social della band torinese ci si sarebbe aspettati una grande affluenza o, quanto meno, un pubblico abbastanza folto. Invece, già dalla fila ai cancelli, si intuiva che saremmo stati davvero pochi e così è stato. Ma poco importa, il numero esiguo non ha di certo influito negativamente sulla riuscita dello spettacolo che anzi, del calore e della stravaganza dei pochi presenti, ha sicuramente giovato. È come se fosse stato un raduno tra vecchi amici, in campo tanta allegria e voglia di divertirsi. Il concerto inizia alle 22, gli Eugenio in Via Di Gioia si presentano sulle note di Silenzio. Una breve presentazione e subito hanno l’occasione di interagire con il pubblico. Doveroso menzionare un bizzarro ma simpaticissimo ragazzo che, presentatosi come Gigi D’Alessio, per tutta la durata del concerto, ha esternato il suo amore per la band con frasi piene d’amore e carnalità. Il tutto, mentre la sua fidanzata, rigorosamente presentata come Anna Tatangelo, cercava inutilmente di trattenerlo. Un’atmosfera divertentissima e anche abbastanza surreale che ha rallegrato non poco i presenti. Il concerto va avanti e il gruppo continua attingendo a brani tratti da tutto il loro repertorio: Prima di tutto ho inventato me stesso, Giovani illuminati, Emilia, Selezione Naturale, Sette camicie, Ho perso, Pam, Obiezione, Egli, La punta dell’iceberg… E anche due piccoli tributi a due pezzi da novanta della storia della musica: Beethoven e Gigi D’Agostino. A colpire il grande entusiasmo e soprattutto la  complicità che c’è tra gli “Eugenii” che, tra un brano e l’altro, ma anche durante i brani, danno vita a numerosi scherzi e siparietti, aggiungendo tanta teatralità allo spettacolo. Dopo Chiodo fisso e il lancio di una prugna (no, non è il nome di una canzone, hanno davvero lanciato una prugna sul palco), scendono dal palco, radunando in cerchio gli spettatori. Il concerto finisce proprio così, con gli Eugenio in Via Di Gioia letteralmente abbracciati dai loro fan mentre suonano Perfetto uniformato e Re fasullo d’Inghilterra. Eugenio in Via Di Gioia, considerazioni sulla band e sul concerto Gli Eugenio in Via Di Gioia stupiscono non solo per la vitalità sul palco ma anche per le scelte musicali e testuali delle loro canzoni. Propongono un nuovo folk, ripescando strumenti un po’ dimenticati come la fisarmonica, conciliandolo con sonorità decisamente più moderne. A completare il tutto, testi con un imprinting molto scherzoso e giocoso, quasi fiabesco, che offrono però tantissimi spunti di riflessione su temi incentrati sul rapporto uomo-tecnologia e uomo-natura. Proponendo delle interessanti chiavi di lettura con le quali interpretare il nostro mondo.  

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Libri

Roberto Lombardi e la sua nuova raccolta poetica: Vita

Roberto Lombardi, recensione di “Vita” Roberto Lombardi, giovane scrittore avellinese nato ad Atripalda nel 1988, scrive e pubblica poesie per varie antologie. Finalista in numerosi concorsi, con la raccolta di poesie intitolata “Vita”, giunge alla sua seconda pubblicazione. Dottore in musicologia, è attualmente in procinto di laurearsi in Scienze della produzione multimediale e dello spettacolo ad Avellino, città in cui vive. Esser poeti non è roba da poco. Poeti non si nasce e poeti non si diventa: poeti lo si è. Non si è poeti a causa delle rime baciate che si è in grado di incolonnare su carta o grazie alle figure retoriche che si riesce ad adoperare scrivendo. Non si è poeti perché si è capaci di impiegare un lessico forbito o perché si conosce bene l’arte della retorica. Non si diventa poeti leggendo la poesia altrui, non s’impara a scuola la poesia. Roberto Lombardi, una vita per la poesia La poesia nasce e basta. Esce fuori dalle viscere, senza neppure esser capaci di spiegarsi il perché. In qualche modo è come la defecazione: mangi, ingurgiti grandi o minime quantità di cibo, non puoi non liberarti, alla lunga moriresti. Vivi, senti: non puoi non svuotarti scrivendo, moriresti dentro, in qualche modo. Mangi l’aria, gli alberi. Ingerisci la gente che ti circonda, gli occhi, i volti, le mani che tocchi. Ingoi i luoghi che vivi, digerisci i passi che percorri. Hai sullo stomaco le emozioni indigeste, scivolano nell’intestino quelle che hai ben masticato. La vita che è al di fuori di te, è dentro di te. Ed è ciò che fa il giovane autore attraverso le sue pagine ricche di pathos: spaziando di tematica in tematica, fa sì che i suoi versi liberi, privi di metrica e di rime, giungano dritti all’animo del lettore travolgendolo nelle emozioni intense che lo scrittore vive e trasmette attraverso le sue parole semplici, dirette, delicate. Roberto Lombardi dedica componimenti alla vita, all’amore, a sua madre, a Rita. Scrive della sua terra, di Avellino. Compare una poesia in lingua inglese, dedica versi a Kandinsky. Ricerca la poesia nelle montagne, nei fiumi, nel cielo, nella terra. “Niente ti appartiene davvero, se non le azioni”, scrive. Parla dell’amore perduto, dell’amore perdonato, dell’amore ritrovato. Dice che non è questo il suo mondo, non è questa la sua casa e non sono suoi neppure gli orologi che vogliono conformarlo al gioiello e a chi non è come lui. È sua la vita, i pensieri, la vecchia gioventù, il fieno che l’accoglie, il sole. Questa è la sua la poesia. Roberto Lombardi su Amazon

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Musica

Il debutto discografico degli Alfabeto Runico

Alfabeto Runico, un ottimo debutto “Due contrabassi, un violino e un paio di corde vocali” si presentano così sulla loro pagina Facebook gli Alfabeto Runico, trio foggiano che lo scorso 30 Marzo ha pubblicato il suo primo omonimo album targato Apogeo Records. Composto da Marta Dell’Anno (voce, viola, violino), Andrea Resce e Nicola Scagliozzi (contrabasso entrambi), il gruppo unisce e mescola sonorità di mondi e culture molto diversi tra loro: dall’atmosfere classiche a quelle tradizionali del Sud Italia, richiamando anche quelle fredde e magniloquenti del Nord Europa (come d’altronde suggerisce  il loro nome). Un lavoro di pregiata fattura, di indubbia ricerca tecnica, che risulta, nonostante questo, molto genuino e dall’ impatto emotivo immediato. Noi di Eroica, per l’occasione, li abbiamo intervistati e fin da subito hanno confermato questa nostra impressione: “Il trio è nato per una esigenza di fare musica insieme, siamo tre musicisti di formazione classica ma lontani dal mondo Accademico, frequentatori di feste popolari e di anziani cantori” Alfabeto Runico, l’album Registrato quasi interamente in presa diretta nella suggestiva cornice della Chiesa di San Severo alla Sanità (Napoli) e composto da 13 tracce, questo disco unisce immaginari culturali e musicali diversi non soltanto attraverso le scelte musicali ma anche attraverso l’uso di più lingue: dialetto ( Beddha ci stai luntano, Montanara di carpino, La via delle fontanelle, L’America, Ninna Nanna di San Marco la Catola), italiano (Perdo, Drops, Nutrimi), spagnolo (Abuela), inglese ( Fluid, Limes) e francese ( Ambulance). Marta ce lo racconta così: “Il disco è venuto fuori da un riarrangiamento di alcuni brani miei (di Marta ndr) che avevo scritto precedentemente per un mio progetto solista ma con gli Alfabeto hanno preso una veste completamente nuova. Ci sono canzoni tradizionali del Sud Italia ma riarrangiate e due pezzi inediti scritti a sei mani: L’Ambulance e Nutrimi. I brani sono scritti in lingue diverse non per una esigenza, è stato un percorso naturale. Spesso mi capita di pensare ad un brano già in una lingua e mi piace poi coglierne le diverse sfumature. Ogni lingua racchiude un proprio mondo ed è questo che noi cerchiamo di sfruttare nei nostri brani. L’obiettivo ed evoluzione della nostra musica è EMOZIONARE. Fare musica emozionante.” Alfabeto Runico, considerazioni Gli Alfabeto Runico ci regalano un album raffinato, di classe, attraverso un approccio alla musica puro e genuino, senza alcun filtro. È inoltre un album dal grande impatto immaginativo che, con le sue melodie, può far viaggiare la mente dell’ascoltatore attraverso numerosi paesaggi: dalle imponenti lande nordiche al quelle calorose del Sud Italia.  

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Libri

Alla ricerca della vita di Giovanni Nebuloni

  Giovanni Nebuloni, vive e lavora a Milano. È il fondatore della corrente letteraria Fact-Finding Writing, ovvero di una sorta di scrittura conoscitiva, equiparabile al saggismo filosofico e scientifico (scrivere per conoscere). Autore di vari romanzi, la sua prima pubblicazione risale al 2007 con La polvere eterna, al quale ne seguono altre di notevole spessore culturale. Alla ricerca della vita, edito dalla casa editrice 13Lab, è l’opera più recente dello scrittore. Nel romanzo l’autore affronta la tematica dello studio e della ricerca circa le cellule staminali e di Luca (Last Universal Common Ancestor), ultimo comune antenato universale, ossia il primo essere vivente. La sede della casa farmaceutica è in Sudafrica ed è proprio lì che si intrecciano due storie parallele. Due ricercatori italiani vengono improvvisamente colpiti da un morbo sconosciuto che condurrà loro alla morte ma che colpirà anche molti altri malcapitati che ne resteranno però immuni. Carcinoma squamocellulare trasmissibile, la causa del loro decesso. Alla ricerca della vita Il cancro dal nostro punto di vista e dal punto di vista dell’organismo che ne viene assalito è visto come la ricerca della morte. Ma dal punto di vista delle cellule cancerose, il suo sviluppo è la vita, certamente non la morte. “Il cancro vuole vivere”, scrive per l’appunto l’autore. Vivere, espandersi, ricercare la vita. Il romanzo è carico di suspense e di pathos sin dalle prime pagine. La narrazione inizia con un omicidio che nulla lascia presagire degli eventi che accadranno in seguito. Notevole la maestria dell’autore nel raccontare la vicenda che mai appare lenta o noiosa ma che, al contrario, si sviluppa con un ritmo rapido e incalzante. Molteplici dialoghi presenti nel testo, lessico chiaro e di facile comprensione. Tematiche interessanti si intrecciano ad un racconto che invoglia il lettore a giungere in breve tempo alla conclusione della lettura del romanzo. Nelle ultime pagine si alternano descrizioni tecniche e dettagliate circa il cancro e riflessioni profonde sulla vita e sulla malattia.

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Libri

Breve storia di un dipinto, il romanzo storico – artistico di Salvatore Puzella

Salvatore Puzella, nato a Benevento nel 1988, si è laureato a Roma, città in cui vive e lavora, in Storia dell’Arte. Ha scritto saggi critici per vari cataloghi di mostre, scrive anche per riviste specializzate nel settore artistico e collabora con l’Accademia di Belle Arti di Roma. Nel 2015 ha scritto il suo primo libro Investire in arte e collezionismo, che è stato uno dei libri più venduti nel 2016 nel settore Economia dell’arte. Breve storia di un dipinto, ultimo libro dell’autore, pubblicato ad ottobre 2017 dalla Ferrari editore, è un racconto che ruota intorno alla vendita di un dipinto del pittore veneziano Canaletto, uno dei più grandi artisti del Settecento. La trama, dallo sfondo giallo, narra di accadimenti realmente avvenuti ed ha per protagonisti personaggi esistiti, come lo storico dell’arte Berenson, il mercante inglese Joseph Duveen e Cornelius Gurlitt, l’erede dei capolavori appartenuti al padre Hildebrand e noto come il ladro d’arte di Hitler. Una tela, apparentemente di Canaletto, in realtà lavoro del suo allievo Cimaroli, viene venduta come opera dipinta dalla mano del pittore veneziano. Tra Duveen e Berenson c’è un’alleanza professionale che li lega da anni, ragion per cui lo storico dell’arte chiede al mercante inglese di vendere al signor Rothschild, che cercava disperatamente un’opera del pittore, il quadro di Canaletto. I due stipulano un accordo per cui avrebbero spacciato la tela del Cimaroli per opera del suo maestro, vendendola ad una cifra elevata, dividendone così il ricavato. Duveen però decide di giocare sporco, di contattare egli stesso Rothschild in modo da ottenere l’intero guadagno senza dover dividere con Berenson. La vicenda però prenderà una piega inaspettata. Breve storia di un dipinto, non solo per esperti d’Arte Breve storia di un dipinto può essere definito un romanzo storico-artistico, diviso in due parti composte rispettivamente da cinque e tre capitoli di breve lunghezza. Nonostante sia ispirato a fatti realmente accaduti, le storie sono da considerarsi interamente frutto della fantasia dell’autore. Il testo è decisamente scorrevole, lineare, di semplice lettura; sono presenti dialoghi ed epistole all’interno della narrazione. Il racconto, come lascia intendere il titolo del libro, è una breve e affascinante storia, rivolta in maniera particolare a chi è amante del genere e dell’arte in generale, visti i molteplici riferimenti a collezionisti, mercanti d’arte e artisti. Vista la brevità del testo e l’elegante stesura da parte dell’autore, la lettura risulta interessante e piacevole anche per chi non è esperto del settore.  Si affronta il tema dell’arte non solo in quanto all’arte stessa, ma soprattutto in riferimento ai retroscena e agli intrighi che spesso ruotano intorno al commercio delle opere di artisti famosi e non.

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Libri

Il pittore fulminato: Fazi e César Aira ci portano nel Sudamerica

Dal 1° marzo sarà in tutte le librerie Il pittore fulminato di César Aira per la collana Le strade della Fazi Editore, con una introduzione di Roberto Bolano e traduzione di Raul Schenardi. È annoverato tra gli scrittori sudamericani più influenti del momento, addirittura paragonato a Calvino e Nabokov per il suo stile inconfondibile e per la maestria nella scrittura. In Italia sono stati pubblicati anche altri suoi lavori come Il marmo e I fantasmi in edizioni SUR. Il pittore fulminato, percorso nella bellezza “Mi è rimasto negli occhi si dice comunemente. Perché solo negli occhi? Anche in tutta la faccia, nelle braccia, nelle spalle, nei capelli, nei talloni… Nel sistema nervoso” Siamo ben lontani dal realismo magico caratteristico di molti scrittori dell’America Latina, sebbene un pizzico di sovrannaturale aleggi tra le pagine della storia, rendendola incredibile. Il noto pittore tedesco Rugendas e l’amico Krause decidono di compiere un viaggio in Argentina, alla ricerca di paesaggi da imprimere sulla tela bianca, di colori vivaci e forti, ma anche per disegnare gli indios, popolazione tanto selvaggia quanto primitiva dagli usi che tutt’ora affascinano la mentalità dell’ uomo europeo. Un viaggio, dunque, nelle terre esotiche del Sudamerica, in contrasto evidente con il clima, la civilizzazione,le usanze del Vecchio Mondo. La scoperta della bellezza violenta di questa terra sarà il filo conduttore che avrà tuttavia un risvolto amaro: in una delle esplorazioni intraprese durante un giorno di forte temporale, Rugendas viene colpito da un fulmine insieme al suo cavallo. A partire da quel momento, la sua esperienza sarà percorsa da una rivoluzione del tutto silenziosa, che coinvolge soprattutto l’anima: il volto deformato, insieme alle atroci sofferenze che ne derivano, darà vita ad uno sconvolgimento interiore che tuttavia non porrà fine all’immenso amore che Rugendas nutre nei confronti della pittura. Il suo handicap gli darà una forza nuova e commovente e di conseguenza, una sensibilità ancora più acuita. Già Roberto Bolano si espresse in maniera positiva sul romanzo brevissimo di Aira e lo si può leggere all’interno delle pagine introduttive dell’edizione Fazi: “Se c’è un autore contemporaneo che sfugge alle classificazioni, è Cesar Aira. Una volta che cominci a leggere Aira non vuoi più smettere. Egli è sicuramente un eccentrico, ma è anche uno dei tre o quattro migliori scrittori in lingua spagnola di oggi”.  In effetti lo scrittore César Aira è stato capace in poco meno di 100 pagine di imbastire una vicenda avvincente, una storia di coraggio, di delicata amicizia, ma anche di viaggio, di passione viscerale per l’arte. Sembra di poter leggere un dipinto in cui fanno da padroni i colori accesi e le linee che contornano sfumatamente lo spirito umano e a cui è impossibile rimanere indifferenti.

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Libri

Io sono qui di Michelle Grillo: Abbandonarsi per ritrovarsi (Recensione)

Io sono qui, la nostra recensione del primo romanzo di Michele Grillo Io sono qui. Ma qui dove? E chi sei tu, che prorompi nella mia vita così improvvisamente, dopo avermi abbandonata, dopo aver preferito costruire la tua vita altrove? «Perché ci si sente sempre un po’ sbagliati quando un genitore va via». Queste e innumerevoli altre domande confondono il lettore nella spasmodica ricerca della verità, la stessa agognata da Céline, protagonista del primo romanzo di Michelle Grillo, Io sono qui. La scrittrice francese, in passato giornalista per la Repubblica-l’Espresso e attualmente parte della direzione artistica del bistrot letterario Freadom Book & Music, si misura qui per la casa editrice Alessandro Polidoro Editore con il mondo interiore di una protagonista tormentata dai fantasmi del passato e dagli spettri del presente, nessuno realmente in grado di svelarle il mistero della scomparsa improvvisa della madre. Io sono qui di Michelle Grillo si apre con una telefonata, una telefonata fatale. Céline viene a conoscenza della morte della madre, Simone, ormai da quattordici anni divenuta una sconosciuta. «Una volta davanti alla porta di casa mi aveva detto che mamma era andata via, che non l’avremmo mai più rivista. Non aveva cercato parole diverse, mi aveva detto le cose come stavano. Eravamo entrati dentro, la casa mi era sembrata buia ed enorme». La notizia della sua morte è in ogni caso accolta con un velo di malinconia, nella consapevolezza della distanza fisica e psichica che ormai intercorre fra queste due anime tormentate. Il tormento è la chiave di lettura, ma Céline, accecata dall’ira tutta rivolta alla sua assente genitrice, non lo capirà facilmente. I funerali si tengono a Parigi e così Céline è costretta a sradicarsi dalla sua quotidianità, quella in cui il suo essere autosufficiente l’aveva allontanata da profondi legami umani. «Sono abituata a caricarmi dei miei pesi». La sua psiconarrazione è affollata di oggetti, la muraglia entro la quale si è barricata dopo che il contatto con l’altro le ha arrecato solo ferite. Da qui, la sua tendenza a non attaccarsi mai alle persone, come fanno i gatti, perennemente randagi. Ma a mano mano il suo racconto in prima persona si affollerà di ricordi della madre, della loro vita insieme. Abituata all’assenza, Céline rivela il malessere della solitudine, il dolore causato dal non lasciarsi mai alleggerire dal peso che la opprime. Un personaggio duro nel tono della voce, «con i capelli rasati e la giacca di pelle nera», ma debole una volta a letto, la sera, in preda all’insonnia. Il viaggio di Io sono qui sarà per lei una bildung, una formazione. La scoperta della vera identità e del vero passato della madre avrà qualcosa a che fare con la scoperta di sé. Avevano imparato a bastarsi da soli, suo padre e Céline. «Una posata. Un bicchiere». Eppure, qualcosa ancora sfuggiva a quell’egocentrismo emozionale. Io sono qui, tu dove sei? L’intreccio avvincente di Michelle Grillo Io sono qui di Michelle Grillo con il suo intreccio avvincente e una prosa minimalista propone la strada verso la redenzione, […]

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Libri

L’odore dei ragazzi affamati di Peeters e Phang

L’odore dei ragazzi affamati (titolo originale L’odeur des garçons affamés) è una graphic novel creata dal fumettista Frederik Peeters e dalla scrittrice e sceneggiatrice Loo Hui Phang, tradotta da Maria Teresa Segat e pubblicata dalla BAO Publishing (già editrice di Macerie prime e La giusta mezura). Un’opera in cartonato, di 112 pagine, a colori: le tinte sono forti e vivide, i colori si contrappongono nelle accese tonalità del rosso o dell’azzurro, a seconda che ci si trovi sul piano reale o su quello onirico. I disegni sono accurati, meticolosi, espliciti. «Esci dall’acqua e rimettiti quegli stracci. È strano parlare con una persona nuda quando si è vestiti.» «Perché?» «A me dà fastidio. O si è entrambi nudi, o entrambi vestiti. Si chiama parità.» «…E non c’è niente di più bello dell’odore dei ragazzi affamati» A fare da sfondo un’ambientazione western post secessionista, nel polveroso e desertico Texas. I protagonisti sono tre, un gruppo male assortito di individui di cui (se dovessero malauguratamente sparire) non si sentirebbe la mancanza: sono stati ingaggiati da uno sconosciuto multimiliardario per svolgere uno studio approfondito sulla comunità di nativi americani Comanche. Ognuno di loro (Milton, Oscar e il Signor Stingley) nasconde un segreto profondo e porta con sé una quantità poco invidiabile di demoni. Stingley sottolinea quanto il loro gruppo sia una società in scala ridotta, di cui lui sarebbe l’elemento primario con potere decisionale e depositario del sapere tecnico, Oscar Forrest l’elemento secondario con funzione esecutiva e Milton quello terziario, che non deterrebbe alcun sapere e il cui ruolo sarebbe “puramente domestico”. Anche nelle più strutturate società, però, bisogna tener conto delle individualità e delle proprie capacità, spesso tenute nascoste fino alla necessità di doverle manifestare, magari per amore. Allo stesso modo non bisogna sottovalutare un altro importantissimo elemento: l’”immenso, insolente, innegabile” desiderio che pervade l’essere umano, che muove i protagonisti e il mondo stesso, condizionandolo costantemente nelle sue scelte e nelle sue azioni. E non importa che si indentifichi strettamente nella sessualità o più largamente nell’avidità e nel desiderio di possesso. I protagonisti impareranno a conoscersi, affronteranno moltissimi pericoli, sfuggiranno a un cacciatore di taglie e dovranno sopravvivere a una mandria imbizzarrita di mustang diretta verso di loro. Dovranno stringersi forte o imparare a riconoscere chi tenere lontano, mentre scopriranno moltissime verità indagando su se stessi e sulle proprie pulsioni. «Siamo ancora vivi?» «Più vivi che mai»

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Libri

La ghostwriter di Babbo Natale di Alice Basso

La ghostwriter di Babbo Natale (Garzanti), uscito lo scorso dicembre, è il racconto di Natale della scrittrice Alice Basso, autrice dei romanzi “Scrivere è un mestiere pericoloso” (2016),“Non ditelo allo scrittore”(2017) e “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome”(2015) che hanno tutti Vani Sarca come protagonista, che di lavoro fa la ghostwriter per una casa editrice, cioè per chi non lo sapesse, scrive libri per conto di altri. E non solo: malgrado sia una persona restia ad intrattenere relazioni umane, per non definirla completamente asociale, Vani Sarca ha un intuito fuori dal comune nel comprendere gli altri, una sorta di empatia innata che mal si concilia con la sua personalità. Dote che le consente non solo di scrivere in maniera impeccabile, intuendo la personalità degli autori, ma anche di collaborare con la polizia, in particolare con il commissario Berganza che ha grande fiuto per queste cose. Vani trascorrerebbe le sue giornate standosene a casa a leggere da sola, si veste totalmente di nero ed è abbastanza intollerante verso il prossimo, chiunque esso sia. Ha solo un punto debole: una ragazzina, Morgana, che in questo racconto è ancora una bambina. La ghostwriter di Babbo Natale, sinossi Vani Sarca e il Natale, due elementi che mal si conciliano. Lo sanno bene i fan della ghostwriter ma lo dimentica ogni anno la sua famiglia di origine che, puntualmente,  organizza la cena di Natale e si aspetta che Vani vi prenda parte con gioia ed allegria. Quest’anno però, arriva l’influenza e Vani spera di trascorrere il Natale a modo suo, da sola, in pigiama a casa sua. Soprattutto da sola. Invece non sarà così. Per fortuna, però, complice una bimba di sette anni,  la sua vicina di casa Morgana, si impegnerà a risolvere un mistero che avrà proprio Babbo Natale come protagonista. E le toccherà fargli anche da  ghostwriter. La ghostwriter di Babbo Natale, considerazioni  La ghostwriter di Babbo Natale è un racconto simpatico,un’appendice carina ai suoi romanzi, piacevolissimo da leggere. Come tutte le sue opere, il racconto è ben scritto ed è ricchissimo di citazioni letterarie. Ma non solo, La ghostwriter di Babbo Natale è un regalo che la scrittrice Alice Basso ha fatto ai suoi lettori, in tutti i sensi: infatti è possibile  scaricarlo gratuitamente. Un nuovo progetto per Alice Basso Il suo prossimo romanzo, “La scrittrice del mistero” uscirà, sempre per Garzanti, il prossimo aprile. Attendiamo con grande piacere le prossime avventure di Vani Sarca, questa volta alle prese con un nuovo caso con il commissario Berganza, la stesura di un nuovo libro e forse, un nuovo amore.

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