Medea (Gianmarco Cesario), storia di una donna | Recensione

Medea (Gianmarco Cesario), storia di una donna | Recensione

Recensione di Medea, spettacolo con la regia di Gianmarco Cesario, andato in scena al Tin (Teatro Instabile Napoli).

I piedi scalzi sulla sabbia. I granelli che si muovono spostati dai passi e dal vento. Una voce si alza, un mesto coro la segue. La tragedia è dietro l’angolo. La sciagura è un divenire sempre più presente.
Si apre così, con il canto della nutrice e delle donne di Corinto, Medea, spettacolo teatrale andato in scena il 23 settembre al Tin di Napoli. Quinto appuntamento della riuscitissima rassegna In-stabilestate, la pièce ha visto in scena Rosalba Di Girolamo, affiancata da Gianni Sallustro, Nicla Tirozzi, Ciro Pellegrino, Tommaso Sepe, Stefania Vella, Nancy Pia De Sinone, Roberta Porricelli, Noemi Iovino, Carlo Paolo Sepe, Lucia Saviano, Sara Ciccone, Domenico Nappo, Enrico Annunziata, Giovanni Menna e Rachele Ambrosio.

Trama (Medea di Seneca)

Giunto nella Colchide presso il Tempio del Sole alla ricerca del Vello d’oro che qui era custodito, accompagnato dagli arditi e valorosi Argonauti, Giasone incontra Medea, figlia di Eeta, re della Colchide, e di Idia.

Dopo aver ascoltato il motivo dell’impresa dell’eroe greco, folgorata dalla sua bellezza, la donna è disposta a tutto pur di aiutarlo, lo ravvisa, quindi, sulla crudeltà del padre e gli promette di mostrargli il modo per conquistare il vello senza rischiare la vita.

Medea uccide poi il terribile drago custode e, conquistata la desiderata preda, Giasone la fa sua sposa per poi scappare. Ma seguiti da Eeta, per avere maggior tempo a disposizione, Medea fa in mille pezzi suo fratello Apsirto spargendo i resti delle sue membra dietro di sé, così da ostacolare il cammino del padre fino a indurlo a cessare di rincorrerla.

Imbarcatasi sulla nave Argo insieme al marito e agli Argonauti, Medea giungerà a Corinto dove vivrà insieme al consorte con cui avrà due figli. Dopo alcuni anni, Creonte, Re di Corinto, vuole concedere sua figlia Glauce in sposa a Giasone, dando a quest’ultimo il diritto di salire al trono. Giasone decide di sposare la giovane e ripudiare Medea, resosi conto di non poter contare su di lei come moglie e in nome dell’amore per i suoi figli.

Il dolore del tradimento acceca Medea e alimenta la sua atroce vendetta. Intimata da Creonte a lasciare Corinto, chiede al re di concedergli un ultimo giorno presso la città per poter dire addio ai figli avuti con Giasone. Fingendosi rassegnata, Medea dapprima si vendica di Glauce inviandole come dono nuziale, per mezzo dei suoi due figli, dei gioielli infettati di “magici veleni”.

Ignara di ciò, la novella sposa li indossa morendo tra gli spasmi. Analoga sorte spetta al padre Creonte, che corso in suo aiuto, perisce avvelenato. Ma a Giasone spetta il male peggiore. L’ultima scelleraggine viene compiuta: Medea uccide prima uno e poi l’altro figlio. Infine, a bordo del Carro del Sole fugge ad Atene.

Medea al Tin

Portare in scena la Medea è un atto politico, prima che drammaturgico. Questo perché le vicende della colchide, personaggio complesso e controverso, sono specchio di storture e paradossi societari spesso antitetici, che la donna incarna in maniera umanamente imperscrutabile. Ritrarla, quindi, è estremamente complesso, soprattutto nel suo rapporto con Giasone, di cui tanto si è detto, soprattutto in ottica protofemmista. Ed è per questo che è estremamente interessante ed apprezzabile il lavoro fatto sul testo – o meglio sui due testi – da Gianmarco Cesario. Il regista ha, infatti, trovato un compromesso tra la versione di Euripide e quella di Seneca, regalando agli spettatori un personaggio a tutto tondo. La Medea di Cesario ha la complessità psicologica di quella di Euripide, ed è meno cieca e furente di quella dell’autore latino, che probabilmente aveva attinto da Ovidio. Dalla tragedia senechiana troviamo però il finale, più climatico e cruento.
Il risultato di questo lavoro filologico è una rappresentazione ben bilanciata, in cui non mancano elementi legati alla modernità. A questo proposito, risulta vincente la scelta dei costumi e dei brani eseguiti dal coro che annullano, di fatto, le distanze spazio temporali. Accompagnare lo spettacolo con il canto di brani popolari di Rosa Balistreri, una figura emblematica della Sicilia, aggiunge un elemento di autenticità e connessione alle radici del personaggio di Medea. Balistreri, come Medea, ha sperimentato la colpa di essere donna in un mondo dominato dagli uomini, e la sua musica è il ponte invisibile tra il passato e il presente. Presente garantito anche dai costumi di Rosa Ferrara. Le donne di Corinto, infatti, indossano abiti che rimandano alle tradizioni siciliane, mentre gli uomini sfoggiano un look vicino a quello dei trapper.

Medea, la fragilità di un “mostro”

Medea emerge come un figura dominante sulla scena, con un dolore che si trasforma in rabbia e sete di vendetta. Il suo tormento, causato dalla sua emarginazione come straniera e intelligenza indomita in una società patriarcale, è affascinante e commovente. Giasone, tradendo la “fides”, tradendo il “letto”, l’ha resa straniera in terra e nemica in patria. Esule e abbandonata, tradita e spogliata della sua identità di donna e di madre, Medea si ritrova senza freni che la separino dalla pazzia, neanche l’amore per la prole è abbastanza potente da placare la sua disperazione.
La sua vendetta, sebbene terribile, è l’emblema stoico della determinazione al non piegarsi alla società che la emargina. È suicidio eroico atto a ledere e privare l’eroe degli Argonauti di ogni briciolo di felicità, conducendolo, quasi per analogia dantesca, alla stessa disperazione.
Sul ruolo di Giasone nell’economia del testo, invece, è interessante notare come, in entrambi le versioni del mito, egli venga visto come il polo positivo tra i due, come quello benevole e coraggioso. Come il giusto, il padre di famiglia premuroso e un marito, in un certo senso, protettivo. La verità, come sempre, è molto più complessa, patriarcato o no, in visione femminista o meno. Quello che è certo, però, è il silenzio degli dei. Assenti e mute, le divinità, solitamente così coinvolte nelle vicende umane, in questa vicenda tacciono impietose.

Un finale che convince

Per quanto concerne il finale, a cui sono seguiti prevedibili e meritatissimi applausi (tutto il cast è stato all’altezza delle aspettative, Rosalba Di Girolamo in primis), Cesario stupisce ancora, proponendo, come già accennato in precedenza, il finale di Seneca. Arrivata al culmine della follia, Medea uccide la figlia davanti al marito, già prostrato e distrutto per la morte del primo figlio. E prima di scappare sul carro del sole, la donna compie la sua vendetta, lasciandolo sulla scena sangue e lacrime, che bagnano di sconforto quella sabbia che ne poteva esserne il rifugio.
Un ultimo canto. Poi il buio, il silenzio. Sipario.

La rassegna In-stabilestate proseguirà giovedì 28 settembre alle ore 20.00 e domenica 1 ottobre ore 18.30 debutta lo spettacolo Vietato ai migliori, diretto e interpretato da Mario Brancaccio. Con Brancaccio in scena ci saranno Patrizia Spinosi, Enzo Barone, Simona Esposito, Michele Boné, e Fortuna Liguori. Lo spettacolo mette in risalto tutto il repertorio cabarettistico che ha avuto in Europa fino agli anni ’40 una sua omogeneità ed una sua identità spaziando da Petrolini a Viviani fino al tedesco Valentin.
Sabato 30 settembre ore 18.30, invece, torna Orgoglio ’43. Lo spettacolo, che nasce da un’idea dello storico Guido D’Agostino, è inserito nelle celebrazioni degli ottanta anni delle Quattro giornate di Napoli organizzate del Comune di Napoli. In scena Gianni Sallustro, Antonio Masullo, Francesca Fusaro, Tommaso Sepe, Vincenza Granato, Nancy Pia De Simone, Antonella Montanino, Noemi Iovino, Roberta Porricelli, Maria Crispo, Carlo Paolo Sepe. La regia è di Gianni Sallustro.

Fonte immagine: ufficio stampa 

A proposito di Marcello Affuso

Direttore di Eroica Fenice | Docente di italiano e latino | Autore di "A un passo da te" (Linee infinite), "Tramonti di cartone" (GM Press), "Cortocircuito", "Cavallucci e cotton fioc" e "Ribut" (Guida editore)

Vedi tutti gli articoli di Marcello Affuso

Commenta