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Eroica Fenice

Recensioni

L’inquietante vita della mente: Bruges la morta e il genio di Rodenbach

Il 1892 è stato un anno a dir poco propizio per il mondo culturale di fine secolo. Un mondo in continuo rinnovo, un mondo in cui le varie forme artistiche rompono definitivamente le barriere dei cosiddetti compartimenti stagni in cui erano precedentemente rinchiuse. Un’arte antica quale quella della scrittura è finalmente in contatto con una nuovissima forma d’arte (o non-arte, volendo considerare l’aperta diatriba che imperversava proprio in quel periodo): la fotografia. Questo coniugium da molti definito imperfetto vede come celebrante Georges Rodenbach, scrittore belga. La sede di tali nozze è il romanzo che lo ha reso famoso: Bruges la morta. Malinconico, grigio in volto, ormai privo di qualsiasi interesse se non quello della cura del reliquiario conservato nella sua grande villa. Troppo grande per lui, troppo, da quando ha perso la sua Ofelia. Protagonista del romanzo, Hugues Viane, vedovo. Con la moglie aveva visitato Bruges, cittadina fiamminga, nella quale un tempo non avrebbe mai considerato possibile rispecchiarsi. Una città ricca di rivoli d’acqua, una città riflessa. Ma dove lui non aveva trovato se stesso quando ancora poteva accarezzare la chioma folta della moglie, una chioma viva. Adesso che è solo, però, quella chioma è tornata a Bruges, conservata in una teca, come un tesoro, lunga e ben curata, nessuna avversità deve distruggerla. La teca è adesso nel reliquiario, quello che Hugues ha creato per sua moglie, nella grande villa di Bruges. Quella stessa Bruges che è diventata a suoi occhi incredibilmente simile a lui. Hugues passeggia per le sue strade, girovaga senza meta, per quei luoghi che il lettore può vedere a fronte, girando le pagine. Luoghi in bianco e nero, perché in bianco e nero è adesso la sua vita. Fino a quando, la sua amata Ofelia, defunta, sembra camminare di fronte a lui. «Un lampo, poi la notte!» direbbe Charles Baudelaire. Quella alta visione non può essere sua moglie. Ma Hugues la segue, scoprendo a mano a mano la sua identità. E all’Ofelia, morta, morta come Bruges, si affianca Jane, viva. È difficile inserire il romanzo di Rodenbach in un genere preciso, si svincola in tutti i modi che può dalle etichette, fino a rendere necessario crearne una nuova: il fotoromanzo. Lo scorrere delle parole è affiancato da quello dell’acqua nei canali di Bruges, che sono resi visibili da fotografie dell’epoca. La fotografia ha molteplici funzioni in quest’opera densissima. A suo modo, è indipendente dal testo, è addirittura in grado di ampliarne il senso, quando ad esempio non riporta fedelmente ciò che è descritto dalle parole di fianco. Da un lato, dunque, la fotografia ci parla con la sua propria voce. Dall’altro, invece, rispecchia ciò che Rodenbach scrive, rendendo ancora più partecipe il lettore di ciò che sta avvenendo a Hugues, effettivo protagonista della storia. Le fotografie, però, fanno in modo che al protagonista umano si affianchi l’anima della città. Bruges diventa personaggio principale della narrazione Nel suo ventre tutto accade, la vita scorre come l’acqua nei suoi canali. La vita scorre, o si ferma. Hugues ha […]

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Recensioni

La Fazi Editore per Valentino Zeichen: Le poesie più belle

«Presumibilmente, / sembro un poeta di elevata rappresentanza / sebbene la mia insufficienza cardiaca / ha per virtù medica il libro “cuore”.» Così si definisce in una delle sue poesie di avviamento lo scrittore Valentino Zeichen, che la Fazi Editore ha voluto ricordare a un anno dalla sua scomparsa con la raccolta antologica Le poesie più belle. Vincitore del premio Il Fiore e del Premio alla carriera nel 2015, è stato poeta quanto autore di romanzi. La raccolta offre al lettore quasi un autore satirico. La satira, nel suo senso etimologico, si rispecchia nell’opera di Zeichen nella sua capacità di spaziare tra le singole venature del suo percorso di vita. Un percorso che tocca le sfaccettature dell’animo, l’amore, l’autoritratto, i luoghi che lo hanno forgiato. La raccolta così si presenta come divisa a fette, fette di poesie o brevi citazioni.

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Eventi/Mostre/Convegni

Un cammino per la Certosa: percorsi dell’anima tra Napoli, Capri e Padula

«Interroga i tempi trascorsi», recita il Deuteronomio. Il tempo scorre, il passato va in cenere, e noi guardiamo avanti a un futuro che sembra chiudere le porte a tutto ciò che è trascorso. Il grande cambiamento non deve necessariamente portare noi, abitanti di un presente che ogni secondo di più diventa futuro, a strappare le pagine di un passato considerato retrogrado. Il Deuteronomio in questo ci insegna: interroga, dialoga con il passato. Pronti a difendere questa citazione a spada tratta, quasi come un motto intramontabile, gli ideatori de Il cammino delle Certose, un sistema articolato di mostre che ha visto nel 21 luglio la data di nascita, e che vedrà nei prossimi mesi una verde prosperità. Le tre protagoniste, le Certose di San Martino a Napoli, San Giacomo a Capri e San Lorenzo a Padula, il cui coordinamento è stato magistralmente permesso da Fernanda Capobianco. Il giorno dell’inaugurazione ha visto echeggiare nel polo museale della Certosa di San Martino le voci di Anna Imponente, direttore e curatore della mostra, e quella di Rita Pastorelli, direttore della Certosa di Napoli. La mostra è dallo stampo del tutto nuovo, un collegamento inedito tra le tre Certose, dove un tempo con silenzio e meditazione i monaci si prodigavano all’edificazione della loro personale Gerusalemme. Opere necessarie per la comunità furono effettuate da questi centri religiosi, a partire dalla bonifica del territorio paludoso permessa dai certosini di Padula. Il loro monastero è tra i più grandi d’Europa, nonché tra i più antichi. La seconda grande Certosa del Regno di Napoli è quella di San Martino, la cui spezieria è testimonianza della prodigalità dei monaci. La Certosa di Capri è terza per data di nascita, ma prima per data di morte sotto la mano asfissiante del regime napoleonico. Il gusto biblico è alimentato dalle mostre de I percorsi dell’anima. Un certo cono d’ombra sulla cristianità viene già gettato dall’opera protagonista della Certosa di San Martino, un affresco nella Cappella del Tesoro realizzato da Luca Giordano, opera nella quale spicca la figura di Giuditta, dal volto trionfante. Tra le mani, la testa di Oloferne. Un episodio così tanto citato dagli artisti di età moderna e contemporanea, controverso quasi quanto il pio Enea. Molti infatti hanno avuto la tentazione di additare Enea di empietà quando, alla fine dell’opera di Virgilio, non ascolta le preghiere di Turno, infliggendogli il colpo mortale. Così Giuditta assassina il re Oloferne, un assassinio cruento, permesso dalla sua ammaliante bellezza, che aveva portato l’uomo a ospitarla nella sua tenda, a preparare le candide lenzuola sul letto, non immaginando di vederle dopo poco tinte del suo stesso sangue. Ma sia Enea che Giuditta hanno dalla loro parte la giustizia. Enea uccide Turno perché ricorda le parole di Anchise: il ruolo del pio è giustiziare i superbi. E Giuditta, d’altro canto, è il simbolo della città che trova riscatto non contro un re qualsiasi, bensì contro un tiranno. La mostra alla Certosa di San Martino narra tutto questo, la forza di una donna, ma la violenza […]

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Teatro

Il Teatro Bolivar libera l’arte nel cuore di Napoli

La famiglia De Luca è lieta di presentare il frutto di un duro lavoro, di gioia e di lacrime: la nuova stagione teatrale al Teatro Bolivar del quartiere Materdei. Una scommessa, la decima per l’esattezza, dopo che per quarant’anni le luci della ribalta sono rimaste spente, e le assi del palco senza crepa alcuna. Nel quartiere però ora c’è un angolo di arte. Non un garage, non un centro scommesse. «Adesso il Teatro Bolivar è una realtà», afferma orgogliosamente Romina De Luca. Un luogo di ritrovo e di passione, di contagio di arte e cultura, vivificato dal senso dell’avventura dei tanti attori che fanno riecheggiare le loro voci tra quelle poltrone rosse. Il 13 luglio già ha visto un po’ esibire le personalità di spicco di questa nuova stagione teatrale. A presentare i vari spettacoli, Michelangelo Iossa, direttore artistico della stagione musicale, dalla parlantina efficace ed entusiasta, e i due attori, nonché direttori artistici della stagione teatrale, Ciro Esposito e Ivan Boragine, che hanno dato un tocco di comicità a ogni presentazione. Il loro motto: «Libera l’arte nel cuore di Napoli». Il quartiere di Materdei, spesso percepito come chiuso e difficile, è proprio il cuore di Napoli. La sua posizione centrale fa sì che i vicoli in salita che a mano a mano permettono di arrivarci, lascino fluire il soffio vitale dell’arte a tutte le altre membra della città. Grande novità al Teatro Bolivar è il doppio cartellone, tra il mondo teatrale e quello musicale Questo il ricco cartellone musicale, con cui si aprirà la stagione: 10 NOVEMBRE 2017_ Sabba e gli Incensurabili suonano Battisti | theatrical version 24 NOVEMBRE 2017 _ Quanno Good Good in concerto – Omaggio a Pino Daniele [evento speciale _ 1997 / 2017: venti anni di musica… Sotto il segno di Pino!] 15 DICEMBRE 2017 _ Incontro d’Autore “10 fotogrammi” con Mimmo di Francia … Per brindare a un incontro [con ospiti speciali] 22 DICEMBRE 2017 _ Genny Vella Show Me la canto , me la rido, me la suono…anche a Natale! 26 DICEMBRE 2017 _ James Bond Christmas Show 12 GENNAIO 2018 _ Incontro d’Autore “10 fotogrammi” con Lino Vairetti Il lungo viaggio nella ‘prog family’ del fondatore degli Osanna [con ospiti speciali] 26 GENNAIO 2018 _ Gennaio 1958 / Gennaio 2018: sessant’anni di VOLARE! Omaggio a Domenico Modugno con il ‘cantattore’ Marco Francini 10 MARZO 2018 _ Concerto-evento con la Beatle-band I Sottomarini 1998-2018: venti anni di Beatlemania! [con ospiti speciali] 23 MARZO 2018 _ Salotto Francini presenta Siamo tutti Mina – Omaggio a Studio Uno Ed ecco il cartellone teatrale: 1-2-3-8-9-10 DICEMBRE 2017_ Vorrei un Bacio, regia di Luigi Russo Spettacolo sul delicato argomento dell’assistenza sessuale ai disabili, trattato in modo romantico e poetico. Un argomento coraggioso non ancora molto trattato in Italia. 5-6-7 GENNAIO 2018_ Sotto lo stesso tetto, regia di Gianni Parisi Rilettura dell’omonima commedia di Luca Giacomozzi, con protagonisti tre fratelli riuniti dalla morte del padre, toccando le corde dell’animo umano. 19-20-21 GENNAIO 2018_ Che Dio ce la mandi… […]

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Comunicati stampa

In Vino Veritas! Il NeapolitanTrips tra enologia e cinema

In Vino Veritas è intitolato il terzo appuntamento di Food Track, che per la sua versione estiva mercoledì 12 luglio alle ore 20 si sposta sulla terrazza del NeapolitanTrips Hostel and Bar in Via dei Fiorentini 10, Napoli. Format ideato da Antonia Fiorenzano e dall’allegra brigata del web magazine inFOODation, notizie di gusto, si rivolge a un pubblico di appassionati cinefili, cultori musicali, spettatori occasionali e chiunque desideri unire il piacere del palato con le emozioni date dalla settima arte. Il cibo, la cucina e i suoi sapori diventano una lente da cui osservare il mondo e i suoi accadimenti. Un’enogastronomia non solo protagonista ma anche regista, che col suo sguardo leggero apre la mente, inebriandola di una dolce essenza. Per questa tranche organizzata da un team tutto al femminile, Food Track si affida alle suggestioni di canzoni, score originali e scene cult tratte dai film in cui il vino è protagonista assoluto, ispirando così una degustazione enologica con formaggi guidata dalla nostra sommelier e maestra assaggiatrice di formaggi Valeria Vanacore che punta sulla qualità di aziende vinicole della Campania. Un percorso sensoriale e antropologico che si intreccia al cinema e alle sue note in cui i formaggi dell’Azienda Agricola Savoia saranno abbinati a tre etichette: Sogno di Rivolta, fiore all’occhiello della pluripremiata Fattoria La Rivolta; il Lacryma Christi bianco di Cantine Matrone; il Piedirosso dell’Azienda Agricola Mario Portolano. La convivialità e l’interazione tra il pubblico restano gli ingredienti vincenti di Food Track grazie al divertentissimo game al quale i partecipanti, suddivisi in squadre, si scateneranno per tastare la loro conoscenza cinematografica. Conduttrici del quiz, dove Facebook ha un ruolo fondamentale nello svolgimento della competizione a premio, sono le giornaliste Marta Cattaneo e Monica Iacobucci che sotto l’ebrezza dionisiaca porteranno i giocatori-degustatori in California, Francia, Spagna e in tutti quei setting di pellicole che omaggiano o evocano il poetico ed elettrizzante universo enoico, svelandone anche curiosità e aneddoti. Il costo del biglietto è di 15 euro. Per coloro che prenoteranno è previsto uno sconto di 2 euro. In caso di maltempo, per non deludere i partecipanti già con l’acquolina in bocca, l’evento si svolgerà nella sala interna del NeapolitanTrips. E dove non è vino non è amore; né alcun altro diletto hanno i mortali. (Euripide)  

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Attualità

Absence di Chiara Panzuti: il mistero dell’identità

Hai mai pensato di sparire così, all’improvviso senza lasciare più traccia né ricordi, semplicemente di non esserci più, o almeno non esserci più agli occhi degli altri? In questa ipotetica distopia tu urli a gran voce ma nessuno ti ascolta, nessuno ti vede. Eppure la vera domanda è un’altra. «Pensi davvero che ti vedessero… prima?» A porre questo interrogativo dal peso di un macigno, la giovane scrittrice Chiara Panzuti nel suo nuovo libro della collana lainYA della Fazi Editore e tra gli scaffali delle librerie dal 1° giugno: Absence. Faith, sedicenne ma dal tono già maturo, sa bene cosa vuol dire cambiar vita, ricostruire un’identità. Il trasloco non è per lei una nuova esperienza, ma questa volta ha un sapore diverso, un sapore migliore. Condimento perfetto, la sferica pancia della madre, sulla quale ama appoggiare la testa per percepire quella che prima era solo speranza, ma adesso è presenza. Quella stessa presenza che Jared percepisce come ingombrante, incontrollabile. Suo fratello non fa che mettersi nei guai, e lui è sempre lì, a supportarlo, anche se questa volta ha bisogno di attaccarsi alla bottiglia per dimenticare quanta sofferenza si celi nel dover diventare, nel medesimo istante, orfano e genitore. Una figura forte, quella di Jared, apparentemente più di Christabel, che non crede nelle sue potenzialità di nuotatrice, che per poter proseguire spedita ha bisogno di certezze, quelle che forse non riceverà più. Scott vorrebbe imparare ad amare, gli serve solo la spinta giusta, ma come gli altri, in bilico tra la vita di un tempo e un futuro agognato, non avrà modo di gustare nulla se non l’amarezza dell’assenza. «Mi sentivo inconsistente. Per tutta la vita, tante energie finalizzate a nulla, tanta fatica per poi perdere, cambiare, e perdere ancora. Quello che restava era soltanto amarezza». Absence, Assenza Ognuno di loro è sballottato in una strana circostanza in cui la sensazione di non essere diviene certezza di non esserci. «Perché quella realtà mi aveva improvvisamente sputata fuori? Mi toccavo e sentivo il mio corpo, al tatto ogni cosa appariva al suo posto». Ma niente era davvero in ordine e nemmeno urlare smuoverà gli animi della madre, del fratello, della migliore amica o della bella ragazza incontrata in un locale. I quattro protagonisti sono soli. O forse, sono soli insieme. Chiara Panzuti con il primo libro della trilogia Absence – Il gioco dei quattro è in bilico sul filo sottile che separa il fantascientifico e il genere psicologico. Una condizione emblematica quella del non essere, e quale grande riflessione si profila già tra le prime battute dei quattro personaggi! Il soprannaturale che cela un dubbio esistenziale lascia spazio a domande continue sull’identità. «Cosa contava davvero? Quello che loro mostravano o quello che io sapevo esserci?». Non più solo l’eterno quesito dell’essere e dell’apparire, ma un dubbio: si può dire di essere davvero? Ma si parla di essere davvero agli occhi degli altri, perché i personaggi riescono a sentire il battito del loro cuore, sanno di essere vivi, quella certezza che i loro cari non […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Renato Quaglia: l’ultimo protagonista delle Conversazioni Cromatiche

Con l’incontro del 13 giugno si è giunti al termine del ciclo di incontri della terza edizione delle Conversazioni Cromatiche su Napoli a cura di Benedetta de Falco. È ancora una volta lei a moderare l’incontro nella sede dell’Intragallery, con la malinconia negli occhi ma già pronta ad annunciare con entusiasmo la ripresa di questa fantastica iniziativa, che nel 2018 vedrà la straordinaria apertura sotto la benedizione di Mauro Felicori, direttore della Reggia di Caserta. L’ospite di un afoso martedì pomeriggio è  Renato Quaglia, famoso per aver ricoperto illustri ruoli nell’ambito della coordinazione delle istituzioni culturali. Davanti ai presenti si figura un uomo dalla voce pacata, che viene annunciato dalla moderatrice come un «appassionato» di Napoli. Ebbene, lui ribatte così: «Non sono appassionato di Napoli, io sono fulminato da Napoli». Eppure, prima del 2008 non avrebbe immaginato di vivere un’esperienza tanto forte. Friulano di origine, ha lavorato a Udine nell’impresa dello spettacolo, per poi arrivare nel 1998 alla prestigiosa Biennale di Venezia, ricoprendo l’arduo incarico di direttore organizzativo. A questi primi attimi Renato Quaglia attribuisce due colori: il rosso e il giallo. La sua scelta è frutto di un’acuta erudizione, che lo ho portato ad appassionarsi a personaggi come Vasilij Kandinskij e Max Lüscher. Il primo, famoso pittore russo, l’altro psicoterapeuta interessato all’espressione che i colori riescono a dare a uno stato d’animo. Secondo Lüscher, infatti, il rosso sarebbe indicativo di una condizione di build up finalizzata a gettare le basi di un entusiasmante futuro. Il giallo, invece, è il colore del cambiamento. Un cambiamento vissuto da Renato Quaglia dopo nove anni alla Biennale. Nel 2007 infatti la sua esperienza lì si opacizza, per poi trovare rossore solo un anno dopo, nel fatidico viaggio della vita. Nel 2008, infatti, a Quaglia viene affidata la direzione del Napoli Teatro Festival, in corso proprio in questo periodo. Ricorda felicemente quel periodo di serenità lavorativa, ma anche della scoperta della Città, a partire dalle mete “ovvie” fino a meandri della multiforme Napoli. «Avevo la sensazione che Napoli fosse una città di città». Renato Quaglia come Marco Polo ne Le città invisibili di Italo Calvino Nelle sue Lezioni Americane, Calvino aveva dato una chiave interpretativa della sua opera che Quaglia ha fatto sua: Marco Polo non fa che descrivere sempre la stessa città, ma da punti di vista sempre nuovi, che portano quella a essere una città di città. «Non a caso, Napoli è plurale, non come Milano, Venezia, Roma. Napoli è una città al plurale». Questa pluralità della Città si esprime nella sua «teatralità», intesa come autenticità della comunicazione, elemento ormai perduto nelle città che nascono nel solco dell’omologazione. Ma ancora gli è difficile dare un colore a Napoli. Forse perché, secondo Quaglia,  Napoli è come un quadro di Jackson Pollock. L’artista americano vedeva le gocce di pittura direzionarsi verso la tela, e prendere forma propria. Quegli schizzi di pittura che sembrano non condividere nulla, finiscono per colmare lo stesso spazio comune della bianca tela. Questo fenomeno è ben spiegato, secondo il nostro […]

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Viaggi e Miraggi

Magna via Francigena: un percorso per il pellegrino del domani

Sotto un caldo sole estivo, il viandante camminava alla ventura. Il bastone fra le mani, ora alzato ora saldamente piantato a terra, per reggere il peso sempre più ingente del corpo. Le gambe stanche, indolenzite, ma il cuore così leggero. Non era un viandante qualunque, era un pellegrino. Sapeva da dove provenisse la sua voglia di camminare, ma non era sicuro che le forza fisica lo avrebbe sorretto fino al traguardo. Ma si sa, il pellegrino è sospeso tra la dura terra e il limpido cielo. Era proprio quel pensiero a continuare a spingerlo per quelle strade tortuose, verso la risurrezione dell’animo. Quest’estate, vuoi essere pellegrino anche tu? Il Comune di Castronovo in Sicilia per noi pellegrini del futuro ha già designato un percorso che vedrà la luce nel mese di giugno. Il pellegrino più audace nel 1000 avrebbe percorso il famoso Cammino di Santiago di Compostela, che da sempre freme sotto i piedi dei turisti. Ma dal mese prossimo, anche le pietruzze della Magna Via Francigena scricchioleranno sotto i piedi di milioni di visitatori, inebriati dalle solari bellezze della Sicilia. La strada di riferimento è Magna, perché imponente; Francigena, dalla antichissima origine del suo battesimo, avvenuto per mano della famiglia d’Altavilla, di cui sicuramente ricorderemo il nome di Costanza, madre di Federico II. Il loro progetto di ri-cristianizzare il territorio siciliano ancora immerso nell’esotismo arabo portò alla costruzione di stupefacenti cattedrali, tra le quali quella più famosa, proprio in apertura di uno dei vari percorsi proposti dal progetto della Magna Via: la Cattedrale di Palermo. Questa è già di per sé sintomatica della missione dei normanni: cattedrale cristiana nata sullo scheletro di un antico tempio musulmano. Ma entrambe le realtà potranno essere respirate nei percorsi per il pellegrino del domani, tutti magistralmente presentati sul sito ufficiale della Magna Via Francigena. Ogni percorso è descritto nei minimi particolari: durata, pendenza dei sentieri, e persino la sua difficoltà. Sempre restando nello spirito del pellegrino desideroso del suo cammino, ma anche del giusto ristoro. La strada, che collega Agrigento a Palermo, ha visto impegnati infatti anche i privati, che hanno messo a disposizione le loro case come luoghi di ospitalità per restare il più vicini possibile allo spirito dell’XI secolo. In alternativa, parrocchie, ostelli o alberghi di lusso, senza però tradire la spiritualità del percorso. Obiettivo finale: Agrigento e la sua cattedrale. Questa perla del turismo religioso ha la sua forza nella comprensione di ogni tipologia di pellegrino. Le otto tappe, o percorsi alternativi, sono infatti la parcellizzazione del completo cammino da Palermo proprio verso Agrigento. Chi non vorrà seguirlo tutto, avrà dunque la possibilità di spezzettarlo, non perdendo però l’occasione di prenderne parte. Cosa deve portare il pellegrino nella bisaccia? L’equipaggiamento è essenziale da curare, a maggior ragione per chi dovesse scegliere di percorrere l’intero cammino. Il sito ufficiale del progetto riporta i consigli della guida ambientale ed escursionista Cristina Menghini, la quale ha stilato una lista completa e accurata di cosa portare a seconda delle necessità del pellegrino. Indumenti differenziati per […]

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Recensioni

Stranieri su un molo, il nuovo libro di Tash Aw

Marzo ha visto l’uscita per la addEditore della nuova opera del malese Tash Aw: Stranieri su un molo (link Amazon). Autore famoso per una grande attenzione nei confronti della natura ambigua dell’ identità, origini problematiche hanno consentito le sue meditazioni, forgiando il suo animo e portandolo alla composizione del primo romanzo, La vera storia di Johnny Lim, nel 2005. Romanzi, racconti brevi e saggi lo hanno seguito nella sua carriera verso la collaborazione come esperto di arte e cultura orientale per la BBC. Ancora una volta, l’identità è al centro di una nuova storia, a forti tinte autobiografiche. Un io parlante che si confonde con l’io-Tash. I due sono accomunati dal senso della riflessione su di sé, quella che trova spunto da eventi della vita quotidiana, che inesorabilmente lasciano sulla pelle segni indelebili. La sua riflessione parte dalla semplice osservazione del suo volto. Spesso si dice che il turista lo si riconosce dalla faccia, dagli occhi chiari che è tedesco, dai tratti morbidi che è del sud Italia. Ma il protagonista di Stranieri su un molo non si riconosce in nessun tratto somatico dell’ambiente in cui ha vissuto tutta la vita. L’unica soluzione dunque, è parlare con un membro della sua famiglia, con suo padre ad esempio. Ma al solo porre il quesito, «fragilità nell’aria». Parlare del passato crea un legame fra individui di generazioni differenti, a tratti contrastanti, fino a quel momento quasi estranei. Si sollevano pian piano i «veli della memoria». È importante fare quel passo però, perché altrimenti si finisce per far parte del gruppo degli «smemorati». Chi sono? Coloro che dimenticano o sotterrano volontariamente il passato, coloro che vivono in un «conveniente punto zero». Per l’io protagonista è difficile ascoltare le storie del passato, i motivi di quel volto che nessuno comprende, di quella fisionomia infallibile che tradisce le sue certezze di vita fino ad allora. Ascoltare però lo aiuta a scoprire l’identità di quegli Stranieri sul molo che ogni giorno anche noi fissiamo, in movimento dietro lo schermo della televisione. Stranieri su un molo: quasi in un tempo altro, in un altro mondo, e li inseriamo nelle statistiche, dimentichi della loro identità. Ma oltre la storia, oltre i numeri, ci si ricorda degli individui, e di quelle «piccole manie che danno vita alla persone». L’io-Tash scopre la sua identità con difficoltà. Il nostro mondo di apparenze sembra non poter abbracciare questa novità, il protagonista quasi non ha voglia di spiegare il dolore che si cela nel passato della sua famiglia. Sembra forse cedere ai dettami di una vita all’insegna di un editing ufficiale. «A volte fingo semplicemente di essere ciò che gli altri credono, qualunque cosa sia». Ma per quanto ancora potrà resistere? Quel percorso che lo aveva portato dalla curiosità per le sue origini fino al timore scaturito dalla conoscenza della risposta, potrà mai terminare con l’ennesimo sotterrare la verità? «Erano tuttavia legati a un tempo e a un luogo che davano loro un’identità solida, radicata». La traduzione di Martina Prosperi rispecchia il linguaggio […]

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Attualità

Oltre il buio: Blind Vision per l’Istituto Colosimo di Napoli

«Più nel buio l’anima è divina» Recita così la scritta sulla porta d’ingresso dell’Istituto “Paolo Colosimo” di Napoli, una struttura vissuta,  dall’arredo ottocentesco ma arricchita da qualcosa di cui ancora oggi può farsi vanto. Procedendo verso l’ala est del complesso, si entra in una sala su cui vegliano gli occhi attenti del busto di Tommasina Colosimo. È stata posta lì quella materna figura a protezione di un tesoro che merita grande cura, quella stessa che ancora oggi si richiede a gran voce. L’Istituto “Paolo Colosimo” è un centro di assistenza per non vedenti o ipovedenti; questo potrebbe cambiare drasticamente la nostra prospettiva: in quella sala, protette in teche sicure, ci sono le testimonianze di vita e di lavoro dei convittori dell’istituto: tornitori, ceste di vimini, tessuti dai disegni variegati. Per non parlare dei loro numerosissimi trofei in vari sport. Cosa proviamo? Tenerezza nei confronti di coloro che vengono quasi isolati dalla società? Tristezza per questa assenza che incombe sulle loro vite? «Più nel buio l’anima è divina». La cecità è per noi immersione nel buio, un buio che possiamo solo vagamente immaginare quando a prima mattina apriamo gli occhi e le tapparelle sono tutte abbassate, e torniamo bambini imparando nuovamente a camminare, tastando il pavimento o allungando le mani per non urtare lo spigolo di turno. Ma cosa vuol dire davvero? A interessarsi a questi e ad altri interrogativi l’artista napoletana Annalaura di Luggo, da sempre interessata all’osservazione di sguardi nella loro fattezza estetica così come nella loro capacità di dare luce: da questa ha trovato la spinta creativa per un lavoro che ormai porta avanti da anni, e le sue mostre e istallazioni sono in varie parti del mondo. Mancava però ancora un tassello a quel suo percorso artistico già arduo, ed è proprio quello che ha cambiato il suo modo di vedere il mondo. Quando ha pensato al progetto di fotografare gli sguardi di coloro che per la società uno sguardo non hanno, era consapevole del grande passo che stava per compiere, ma solo quando ha conosciuto le meravigliose persone che lei con orgoglio oggi chiama amiche ha compreso che quell’assenza di percezione visiva non voleva dire apatia nei confronti del mondo. Il suo progetto Blind Vision, presentato il 27 Aprile e riproposto ancora il 10 maggio con la collaborazione di Wine&Thecity, è il frutto di fiumi di parole, di sensazioni olfattive, uditive tramite le quali è stato possibile instaurare un rapporto di complicità con giovani e non dell’istituto. Forte della sua vivacità, Annalaura ha immerso in quello che credeva buio pesto le sue mani sicure, le stesse mani con le quali ha accarezzato il volto di Michela, una delle voci giovanili di questa esperienza, o con le quali ha applaudito Ivan Dalia, pianista, ma non vedente. Non vedente ma non nel buio. Ecco la cecità. Per noi il buio, l’assenza, la disabilità. Per le voci di Blind Vision luce, presenza, diversa abilità. Il buio è difficile da esorcizzare, così come il senso dell’assenza. Annalaura risponde a questo modificando […]

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Attualità

La sezione teatrale della Certosa di San Martino: un nuovo allestimento

Il 20 aprile di ormai cento anni fa, su un calessino per le alture partenopee, Pablo Picasso e i suoi compagni ammiravano un panorama mozzafiato, dall’azzurro mare e dal limpido cielo, vicini quasi a confondersi, e naturalmente dall’imponente Vesuvio, pur sempre attraente agli occhi dell’artista spagnolo. L’allegra combriccola non poteva che fare una sosta su quella terrazza alla quale nulla è proibito, tutto è in evidenza: le stradine della città, le voci altisonanti, persino il profumo delle sue prelibatezze. È lì che Picasso afferma di aver conosciuto il vero Pulcinella, di aver affondato le mani nella materia popolare, e Parade ci insegna quanto sia riuscito a plasmare. Questo incontro quasi esoterico con il mondo popolare napoletano è avvenuto al Museo della Certosa di San Martino, dove ieri 21 aprile, un centinaio di anni dopo, ci si riunisce nel Refettorio per ricordare ancora quel momento, l’inizio di una prospettiva artistica dalle tinte vivaci, le stesse che ornano la sezione teatrale. Ad aprire l’incontro la direttrice del polo museale della Campania, Anna Imponente. Il suo ruolo è quello di preservare i tesori del museo, tutto ciò che lei definisce fragile. L’amore per la fragilità è il motore per la cura del patrimonio, non solo storico e artistico, ma anche etno-antropologico. Questo ha spinto alla cura della sezione teatrale, la quale nel tempo si è arricchita sempre più. E in quest’area della Certosa aleggia un patrimonio immateriale intramontabile: il teatro. Teatro come palco, maschere e costumi di scena, ma anche battute brillanti, espressioni del viso, e tanto senso di appartenenza. Il teatro napoletano ha i suoi grandi nomi, tutti celebrati all’interno di questa sezione, oggi più ricca grazie alle direttrice del museo Rita Pastorelli e alla curatrice Silvia Cuccurullo. La Cuccurullo, grazie al suo fervore culturale, ha lavorato molto soprattutto alla restaurazione di alcuni pupi tutti napoletani, donati alla sezione nel 1970. La sezione teatrale è un po’ all’insegna del dono, ed è proprio una donazione ad essere celebrata in questo pomeriggio alla Certosa. Presente è Stelio Di Bello, a lungo professore di Estetica presso due delle più prestigiose università del territorio, l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e “l’Orientale”. Quando era piccolo, ricorda, amava andare ogni domenica alla Villa Comunale di Napoli, dove si tenevano i famosi spettacoli della guarettelle, le marionette più famose, come il tanto amato Pulcinella. Non conosceva il significato profondo di quelle rappresentazioni quando era piccolo, ma con gli anni, e con un crescente ardore per la cultura napoletana, riuscì a comprendere ciò che da bambino guardava con occhi scintillanti. «Il caso nella vita ha un grande valore, per chi cerca. Ma se queste casualità si ripetono, si incomincia a pensare che ci sia una regia occulta, e si può conoscere un’opera che non si pensava si potesse incontrare». Così afferma Stelio, il quale ne ha vissute di esperienze singolari in quanto a ritrovamenti. Una domenica, quando era ancora molto giovane, non vide più il burattinaio alla Villa Comunale, e venne a sapere della sua morte. Passeggiando […]

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Cinema & Serie tv

Un uomo e il suo sogno: I am Heath Ledger

«Ciao! Stiamo partendo per una missione proprio adesso. Verrete con me? Oh, ma certo che verrete!». Queste sono solo alcune delle parole sorridenti e contagiose che sentirete nelle sue registrazioni. Video imbarazzanti, divertenti, in giro per il mondo nei suoi viaggi. Mai avrebbe potuto lasciare la videocamera chiusa nel cassetto. Il suo mondo era lì, e doveva essere immortalato, perché ogni giorno era una gioia più grande, un obiettivo raggiunto, nella consapevolezza di aver tanto ancora da provare, sentire, toccare con mano nuda, assaporando la forza travolgente della vita. Sono le parole di un uomo che non ha potuto che lasciare un vuoto incolmabile nella vita delle persone contagiate dalla sua forza e dalla sua risata. Quelle persone a cui con coraggio ogni giorno ribadiva: I am Heath Ledger. Quasi impossibile non conoscere almeno uno dei film che lo hanno visto personaggio essenziale, per la maggior parte protagonista. Australiano, già da piccolo immerso nel mondo della recitazione, portò il suo talento dal palco di teatro alla televisione, con il debutto in Sweat, una soap-opera australiana. Chi ha seguito la sua carriera dei primi anni ha probabilmente notato i capelli biondi, sguardo intenso, un sorriso a dir poco ammaliante. Ed è questo il ruolo che ha ricoperto nei primi anni, da cui così difficilmente ha cercato di svincolarsi. Da attore pin-up, idolo delle teenager, ha compreso dal primo momento di non potersi chiudere nella staticità di un ruolo, che la sua carriera sarebbe andata molto più avanti di così. Il decollo di Heath Ledger Le telecamere hanno immortalato questa crescita. La sua energia creativa lo ha portato a ricoprire i ruoli più vari, dal gradasso dal cuore d’oro di 10 cose che odio di te, al Patriota al fianco di Mel Gibson. Con parole sincere nelle prime interviste non ha potuto che parlare di un sogno avverato, al fianco di un suo idolo dell’infanzia. «Non l’avrei immaginato nemmeno tra mille anni». La sua spinta a dimostrare di aver più di un bel faccino lo portano a rifiutare un ruolo ambito quale quello di Spiderman, e a impegnarsi in film di produzione indipendente. Il vero obiettivo non è il premio, ma è il toccare con mano ogni possibilità, aprire tutte le porte del mondo della recitazione. Può essere chiunque, e allora perché lasciarsi intrappolare da un personaggio solo, perché essere riconosciuto come “l’attore di Spiderman”? Tanti i desideri espressi e realizzati dai suoi lavori cinematografici. Aveva voglia di divertirsi, così ha indossato i panni di Casanova. Voleva plasmare un personaggio indimenticabile, così eccolo sulle scene di Brokeback Mountain. Questo il film che gli ha cambiato la vita, e non solo per le delicate tematiche e per l’impegno richiesto dal regista Ang Lee. Lì sul set, ha incontrato l’amore, Michelle Williams. In alcune interviste di quel periodo la domanda ricorrente posta alla coppia era: «quanto è stato strano recitare insieme?». Heath con limpida sincerità ha sempre ribadito quando fosse stata imbarazzante la situazione, ma quanto fosse stato fortunato. Michelle invece: «vorrei fare qualsiasi film […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Conversazioni Cromatiche su Napoli: Riccardo Dalisi si racconta

Il 19 aprile si tiene nella galleria di arte contemporanea Intragallery il secondo incontro del ciclo Conversazioni Cromatiche su Napoli. Nuovamente in apertura le parole dell’organizzatrice Benedetta de Falco, ma con una novità: al suo fianco l’architetto, disegnatore, designer e amico Riccardo Dalisi. Questa personalità poliedrica – afferma Benedetta – è un membro della squadra che ogni anno cerca di accrescere con questo ciclo di incontri. Il criterio di scelta delle personalità chiave per il suo team vincente? La capacità di donare: tutti coloro che non hanno saccheggiato, sfruttato o violentato Napoli bensì le hanno fatto dono del loro carisma ma soprattutto della loro umanità, tutti loro hanno come tratto distintivo il senso del fare per gli altri. Riccardo Dalisi non poteva essere escluso da questa cerchia. La sua biografia è densissima, assai difficile da sintetizzare in poche battute. Un napoletano per adozione, nasce a Potenza nel 1931, caratterizzato fin dai tempi dei primi studi da spirito stravagante e vivace. Dalla cattedra universitaria di Architettura presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II ha spaziato nel design, vincendo per il suo progetto di ricerca sulla caffettiera il premio Compasso d’Oro, solo il primo di una carriera che lo portò, per la sua attenzione alle condizioni più complesse della Campania, a essere premiato nuovamente. Famose le sue attività di supporto per anziani e bambini di zone quali il Rione Traiano, il Rione Sanità e Scampia. Tutto questo donarsi è stato coniugato al valore vivificante che da sempre l’Arte ha per lui. I bambini, i carcerati, i migranti con cui Dalisi è entrato in contatto sono stati illuminati dalla luce della sua creatività, e con lui hanno lavorato con materiali di risulta, partendo dall’informe per generare gioia. Tutto ciò è stato formativo per la sua personalità disinvolta e spregiudicata nei confronti dell’Arte. Del resto, «dipingere è un modo di stare al mondo» afferma «Dipingere è il tuffo nella felicità più piena». Prima di cominciare la conversazione su un proiettore scorrono le immagini di alcune sue opere, trionfo di colore e di fantasia. A scorrere ci sono anche alcune riflessioni che lo hanno accompagnato nella sua vita, come quella emblematica per il perseguimento del suo obiettivo, «andare fino in fondo al mistero dei colori». La mano li accompagna, e lui si fa come seminatore di vernice, lancia il colore ma in modo accorto, come nella cura di un orto. I soggetti sono frutto dei vari periodi della sua vita. Quando era piccolo amava disegnare il presepe, o i cavalli, ma la sua attenzione si sposta in continuazione, «disegno libero, colore libero». Perché il colore può essere tutto. Sente dentro di sé una forza creativa, ma è una realtà al di là che solo tramite il colore può raggiungere. Il colore è come la vita, è luce, ed è l’espressione del suo essere. Difficile affermare quale sia la tonalità predominante della sua vita. A periodi di grigiore si alternano quelli rossi di passione. Una volta una casa assediata d’aerei, un’altra i volti di due amanti, vicini quasi […]

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Libri

Viaggio nella Giovane Vita di Valeria Catuogno

«Com’erano nel quaderno con i cuoricini così sono state pubblicate». Con emozione nella voce la scrittrice esordiente Valeria Catuogno parla così della sua vita messa a nudo, un atto non inconsueto per chi come lei impugna la penna e riversa su carta ciò che ha dentro. Valeria lo fa ormai da quando aveva 13 anni, quando per la sua sensibilità già edificava un’essenza amigdalica. «Ho scelto la poesia perché è il mio modo d’essere. La poesia è una dote innata». La Giovane Vita di Valeria Catuogno Giovane Vita, raccolta di poesie ormai pubblica dal 7 aprile, si prefigura come un diario in cui ogni pagina è scandita da una poesia. Ogni verso è intriso di esperienza ed è un’esplorazione di ogni angolo della personalità che l’ha composto: amicizia, amore, matrimonio, la sua bambina, sono solo alcune delle tematiche che accompagnano il Lettore pagina dopo pagina. È un percorso quello di Giovane vita che non può escludere l’ardore dell’Autrice per l’esplorazione della mente: infatti Valeria Catuogno è una biotecnologa medica e anche questo ce lo dice la sua raccolta, in cui si profilano inusuali poesie sulla biologia. É una giovane vita vissuta nel ripiegamento ma anche nell’apertura verso le persone più varie, i volti della quotidianità, migliori amici o conoscenti perfino. Di tutti si indagano i momenti cruciali  – e in un certo senso le “ragioni” – per i quali Valeria ha deciso di far scorrere la sua penna blu sulle pagine di diario dedicando loro versi. Anche la morte è parte della vita e tematica di un petalo della sua memoria; mentre dalla sua prospettiva di Marano di Napoli non può mancare un riferimento alla città partenopea. Eppure – afferma Valeria durante la chiacchierata che ci ha concesso alla presentazione del volume, tenutasi a l teatro ALI di Villaricca – «le poesie nascono da dentro», crede nella folgorazione, nell’istinto ferino che porta a trascorrere nottate sulla pagina bianca per riempirla di colore. Poesia che nasce da dentro ma che è scaturita da ciò che viviamo, dalla macchia indelebile che il solo alzarsi la mattina lascia su di noi. Cambia il mondo, ma cambiano anche gli occhi per scrutarlo, e di questo la raccolta Giovane Vita ne è testimone. Seguire il viaggio di Valeria comporta leggere le poesie dalla loro struttura più genuina fino a un enigmatico uso di metafore tipico di una scrittura più recente e matura. A questo scopo le poesie sono riportate fedelmente in ordine cronologico, per camminare mano nella mano con Valeria nei meandri del suo mondo. «Dall’amichetta del cuore all’essere madre». La scelta della pubblicazione non poteva essere delle più ardue. È distante l’essere piegati sul diario e scrivere tutto ciò che passa per la mente dal farlo leggere pubblicamente. Da sempre le sue amiche, leggendo i suoi scritti  l’avevano ricoperta di elogi per quel suo modo tutto naturale di esporsi e di parlare di sé ma in questa raccolta c’è tutta se stessa, tutto ciò che aveva percorso la sua mente e ricoperto i fogli bianchi. Per questo […]

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Napoli & Dintorni

La bottega delle parole di Miryam Gison: «La bella sensazione di non sentirsi soli»

Sei anni fa, dall’iniziativa di menti vivaci, laboriose e sensibili a ciò che l’uomo fa di buono in questo mondo difficile, nasceva l’associazione culturale La bottega delle parole. Il gruppo, che in questi anni si è occupato di editoria, ha incarnato l’ideale del team vincente. Una singola mente da una scelta individuale ha levato la sua voce con un passo ancora più audace: una voce che oggi chiede di essere ascoltata, una voce che riecheggia tra scaffali realizzati con cassette di frutta e un bancone in pallet. Questa è la voce di Miryam Gison, che quel 13 dicembre 2014 ha attraversato per la prima di tante volte la soglia della sua libreria, e oggi divertita afferma: «una follia!». Miryam, laureata in Filosofia («e non avrei potuto fare altro!») non aveva mai lavorato in questo genere di attività, ma con il suo peculiare arredamento già si rese famosa per le scelte coerenti a un’etica precisa. L’obiettivo di allora è lo stesso di oggi: creare un ambiente che non abbia il volto della libreria convenzionalmente riconosciuta ma una bottega, “La bottega delle parole” appunto (omonima dell’associazione della quale Miryam fa ancora parte), dove chiunque abbia la sensazione di essere a casa, al sicuro e in buona compagnia. Molte le attività di tipo associativo, come il laboratorio di lettura per piccini di 2-3 anni per il pre-inserimento scolastico ed in cantiere il progetto di lettura per le neomamme e i loro figli. I bambini amano questi incontri perché qui si impara costruendo, si tocca con mano ciò di cui si sente parlare nei tanto temuti libri di scuola e, con la fantasia, si costruisce il sistema solare o il cavallo di Troia. Miryam sa cosa succede in quelle ore magiche: «ciò che passa per il libro si muove dentro di loro e genera bellezza». Questo perché «se il libro è mostrato nel giusto modo diventa compagno di vita». Altro che temibili manuali di scuola! Nonostante le attività, le spese sono troppe. La “follia” del primo giorno di apertura porta Miryam bruscamente alla realtà. Al momento positivo dell’apertura, soprattutto considerando che si tratta dell’unica libreria del territorio di San Giorgio a Cremano, segue nei due anni di vita dell’attività un lento declino. «Ho avuto un istinto di sfiducia, ero intenzionata a chiudere, per quel peso addosso». Qualcosa è cambiato quando quel macigno sulle spalle di Miryam, costretta a faticare sulla strada in salita che è la vita, è stato condiviso. La scelta di pubblicare un post su internet nel quale parlare della situazione della libreria non è stata affatto facile. Quando si pensa di aver a carico un impegno si fa di tutto per superare da soli qualsiasi ostacolo. Ma adesso Miryam sa che a esser messo in gioco è il luogo in cui ha allietato tante vite perché «la libreria è diventata di tutti, e stiamo lottando». Ecco l’io che è diventato un noi: «La bella sensazione di non sentirsi soli». Tappe importanti di questa mobilitazione sono il crowdfunding così come l’incontro previsto sabato 8 aprile in […]

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Napoli & Dintorni

Gourmeet: dal 7 aprile un connubio di sapore e comicità

«Lo si schiaccia dolcemente tra lingua e palato; lentamente fresco e delizioso, comincia a fondersi: bagna il palato molle, sfiora le tonsille, penetra nell’esofago accogliente e infine si depone nello stomaco che ride di folle contentezza». Così scriveva Gustave Flaubert a proposito del vino. Inebriato da un’esperienza emozionale, quel gesto quasi elementare si aggiudica un peso in più, e il bere diviene gustare. E quale gioia nello stomaco, che personificato ride follemente: gusto e riso fusi in un attimo di estasi. Uno squarcio di luce nella grigia vita di tutti i giorni, in quel tornare a casa dopo il lavoro, stanchi, senza più pensare a quale grande piacere possa procurare quel momento di quasi disdicevole godimento offerto dallo stare a tavola. Come rimediare a questa inerzia quotidiana? A porsi questo interrogativo è stato Antonio Lucisano, amante della tavola e della risata. Grazie a lui e al suo staff, il Gourmeet, locale multifunzionale di una delle zone più suggestive di Napoli, sarà teatro di un imperdibile spettacolo sensoriale tra sapori e risate. L’obiettivo è insaporire la vita di chi abbia voglia di uscire dalla monotonia e passeggiare nel centro di Chiaia, raggiungendo dopo pochi passi, guidato da accattivanti profumi (e dal languorino serale), il Gourmeet. Coppia vincente, piatti di qualità e comicità offerta dai comici di Made in Sud, la trasmissione di cabaret amata in tutta Italia. Alla fine della cena o di un aperitivo in compagnia, il pubblico potrà ridere di gusto agli sketch dei comici più amati. Enzo e Sal, Paolo Caiazzo e Mariano Bruno saranno solo alcune delle personalità presenti a questi incontri primaverili. «Sono contenta perché sono una buona forchetta… E perché non sto a dieta!» Questa la rivelazione di Maria Bolignano, comica di Made in Sud che aprirà il ciclo di spettacoli venerdì 7 aprile. E continua: «la cucina, come la comicità, crea felicità». Obiettivo di ogni uomo è essere felice, e il cibo mette di certo di buon umore. Una delle iniziative di questo stesso periodo presso il Gourmeet è quella di una cucina tutta al femminile, con chef pluristellate non solo napoletane, che si alterneranno alla cucina di cuore della chef resident Antonella Rossi. In questo la Bolignano vede un connubio interessante, perché nel cabaret, come nella cucina, ci vuole sempre un tocco femminile. Le delizie non finiscono, perché a soddisfare i clienti ci saranno prodotti di elevata qualità, come la pasta di Gragnano del Pastificio Di Martino, e GUAPPA, quest’ultimo quasi ancora sconosciuto, un liquore tutto campano prodotto con latte di bufala. La rassegna sarà dunque un confronto fra eccellenze campane, in uno spazio lontano dal rumore della strada e dalle preoccupazioni di ogni giorno, con incontri dalla cadenza infrasettimanale, dando così al tutto un respiro europeo. Il sogno di Gourmeet Alla base del progetto c’è il desiderio di creare un luogo confortevole, dove coccolare il cliente tra delizie di ogni tipo. È questo il punto di arrivo di un’attività che nasce come supermercato, ma proiettata già per i suoi eccellenti prodotti alla […]

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Eventi/Mostre/Convegni

“Abbi cura della tua fertilità”: Daniela Dale tra salute e amore

L’argomento fertilità è uno dei più delicati per una coppia. La decisione dell’atto d’amore che è dare la vita impegna riflessione, sacrificio… ma quale grande gioia negli occhi della nuova creatura! Ce lo insegna Niccolò Fabi: «hai paura che il tempo non stia più al tuo guinzaglio, hai paura che il gioco adesso sia finito». Di vitale importanza il fattore tempo, soprattutto per un duo che sceglie di divenire un trio. La fertilità sotto questo aspetto ha dei limiti e affrontarli diviene spesso traumatico, scoprendo di aver raggiunto un’età in cui ci sono molti più problemi da considerare rispetto a quelli prefigurati. L’aiuto degli specialisti parte da qui, dal supporto medico e psicologico, di corpo e mente, per affrontare una decisione di così gran peso. È questa responsabilità ad aver spinto la dottoressa Daniela Dale a scrivere il libro pubblicato dalla GrausEditore Abbi cura della tua fertilità. Nella sua opera la Dale afferma che prima di essere una dottoressa è una donna e questo la motiva alla sensibilizzazione di problematiche spesso oscurate dai taboo della società di oggi, che quasi argina a ora di ricreazione l’educazione sessuale nelle scuole, o che impallidisce accostandosi ad argomenti di così preziosa delicatezza. Abbi cura della tua fertilità: la presentazione La dottoressa Dale è stata la protagonista dell’incontro di presentazione tenutosi il 22 marzo presso il Museo delle Arti Sanitarie del Complesso degli Incurabili di Napoli in collaborazione col professore Gennaro Rispoli, il quale ha compreso il valore di questo luogo, che lui e un gruppo di volontari hanno deciso di rendere accessibile a tutti, tra antichi oggetti desueti della medicina, un tempo vitali innovazioni. Questo però è anche il luogo della prima scuola italiana di ostetricia: dunque quale posto migliore per ospitare la presentazione della guida in undici capitoli della dottoressa Dale? Proprio oggi, 23 marzo, cade l’anniversario della fondazione di questa istituzione preziosa, avvenuta nel 1522. “L’embriologia è complessa” afferma il professor Rispoli “ma è la base per comprende la dinamica di tutto, portando avanti la ricerca che insaporisce la vita“. La scelta degli studi della dottoressa Dale è improntata proprio su questo e la sua indagine l’ha portata a una verità: la fertilità è data per scontata. Ci sono molte complicazioni che hanno influenzato la sua scrittura, tra le quali l’esperienza giornaliera con persone che non conoscono il proprio corpo, non avendo avuto l’adeguata educazione; senza parlare degli innumerevoli miti da sfatare, tra i quali la stessa demonizzazione di alcune tecniche da lei considerate valide, come il cosiddetto “utero in affitto” o la fertilità assistita di cui si occupa quotidianamente presso il CFA di Napoli. La riserva follicolare necessaria per la riproduzione comincia già a ridursi intorno ai 30-35 anni. “Questa verità è come un atto di morte” afferma Daniela Dale. La sua attenzione non è ricaduta solo sulle problematiche di fertilità femminile, significativamente connesse all’età: nel suo libro si parla molto di sterilità maschile, o quantomeno dei problemi che causano l’infertilità, come l’assunzione o l’esposizione a sostanze chimiche, una cattiva alimentazione, infezioni e […]

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