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Eroica Fenice

Libri

La scrittura come vita: Jimmy l’Americano di Roberto Todisco

Perché scriviamo? Perché «mi viene naturale», perché «mi aiuta sfogare i problemi su carta», perché «poi sto meglio». Solo alcune delle risponde tradizionali a questo quesito di non facile risoluzione. Roberto Todisco ci ha riflettuto molto: un viaggio interiore, e non poca esperienza alle spalle, oggi lo portano a rispondere con una certa fermezza. Roberto scrive perché «scrivere è una maniera di vivere tante vite, una vita duplicata all’infinito». Quando scrive, entra nella parte, nel mondo da lui creato, un universo che si affaccia su epoche diverse, dalle quali trarre tanto le verità della grande Storia, quanto le piccole sfaccettature della vita di ogni giorno. In questa prospettiva Roberto Todisco, giovane scrittore napoletano, ha presentato con il supporto di Deborah Divertito della cooperativa di promozione editoriale Se.Po.Fa. e Martina Romanello dell’associazione Gioco, immagine e parole il suo romanzo d’esordio nel mondo editoriale nazionale: Jimmy l’Americano. Ad accompagnare la presentazione, varie sezioni di reading dei passi memorabili dell’opera di Roberto, vestito per l’occasione come tutti gli altri relatori in tema anni ’30. Ma facciamo un passo indietro. Chi è Roberto Todisco? Debuttante nel circolo letterario nazionale, il nostro autore napoletano ha rapporti con la scrittura fin dalla folgorazione, avvenuta sfogliando i Racconti di Hermann Hesse. L’esercizio della lettura lo ha condotto nei primi anni di liceo all’approccio alla poesia. La tensione continua alla riscrittura mentale dei romanzi che leggeva ha alimentato il percorso dalla semplice immaginazione di finali alternativi alla realizzazione di opere di stampo totalmente personale, non perdendo mai d’occhio l’obiettivo della scrittura: parlare agli altri. Non concorda Roberto con la corrente di pensiero di coloro che scrivono unicamente per se stessi (se davvero ci sono). È grazie alla sua spinta alla comunicazione che oggi abbiamo di Roberto Todisco esperienze editoriali come Pareva un destino, racconti brevi, vincitore della menzione speciale nella raccolta Radici emergenti, e una raccolta di poesie. Il 9 dicembre si è festeggiato con una presentazione all’avanguardia il debutto del suo primo grande romanzo, pubblicato dalla casa editrice romana Elliot. I contatti ottenuti con la casa editrice di spicco, sono il frutto di un’ulteriore menzione speciale, per la quale Roberto Todisco dovrebbe essere considerato un vanto del panorama culturale napoletano, finalista dell’edizione 2017 del Premio Letterario “Italo Calvino“. Jimmy l’Americano: l’opera Dopo un lungo e intenso lavoro di editing, iniziato immediatamente dopo la premiazione, in questi giorni ha visto la luce Jimmy l’Americano. L’opera si ambienta negli anni trenta del ‘900, per quanto sia ricca di riferimenti dinamici nei periodi storici precedenti e successivi. Il carattere storico è la cornice dei suoi personaggi, tra i quali spicca Giacomo, detto Jimmy o l’Americano per il suo sogno, quello di trovare finalmente un luogo che rispecchi il suo modo di essere, da lui rintracciato nel Nuovo Continente. Un sogno che si rispecchia in un’accesa determinazione in ogni aspetto della vita, anche nell’amore, quell’amore che porta allo struggimento, o, come poi comprenderà dai suoi studi di medicina, alle extrasistoli. Jimmy è piacente, è cucito nella trama di un amore impossibile […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Il viaggio di luce di Annalaura di Luggo: Blind Vision a Piazza dei Martiri

Dopo l’esperienza di forte impatto impressa nelle menti e nei ricordi di coloro che hanno vissuto almeno una volta il percorso di Blind Vision presso l’Istituto “Paolo Colosimo” di Napoli durante il periodo del Maggio dei Monumenti, Annalaura di Luggo, artista napoletana di fama internazionale torna a stupire la popolazione della sua città. L’avevamo incontrata e conosciuta come l’archeologa dell’animo umano, nei suoi scavi attraverso gli occhi dei non vedenti, oltre il buio. Blind Vision, mostra tenutasi all’Istituto per non vedenti e ipovedenti presso Santa Teresa degli Scalzi, è un percorso che non può essere descritto, solo vissuto. Dopo l’immersione in un microcosmo nascosto agli occhi superficiali di un qualunque passante, Annalaura di Luggo aveva mostrato ai visitatori della mostra un documentario della sua esperienza con i non vedenti dell’Istituto. Una raccolta di toccanti interviste dalle quali traspariva quanto si cela nell’animo umano, quanto abbiano da dirci coloro che spesso per timore non abbiamo coraggio di interrogare. L’esperienza che ha segnato le menti e i cuori di coloro che ne abbiano anche solo sentito parlare, torna con un’inedita installazione a Piazza dei Martiri dal 7 dicembre fino alla fine delle festività natalizie. Grazie al supporto di quanti credono a questo progetto, dell’Assessorato alla Cultura, dell’Assessorato allo Sport, Patrimonio e Pubblica Illuminazione e dell’Assessorato ai Giovani, le ore di buio potranno essere illuminate da fari nuovi, quelli che consideriamo spenti da tempo, quelli che nascondono un prisma variopinto. Il passante, incuriosito dall’installazione in un light design alternativo alle consuete luci di Natale, avrà la possibilità di addentrarsi in un mondo di cui non avrebbe mai potuto avere percezione, interagendo direttamente con i protagonisti indiscussi dell’arte di Annalaura di Luggo. L’iride cela per l’artista tutta l’immensa potenzialità dell’individuo, ha trascorso la sua vita a fotografarlo. Dagli attori di Hollywood, ai grandi nomi della politica e dello spettacolo italiano. Famosa in America quanto in Europa, la sua attenzione si è progressivamente spostata lì dove i fari non erano mai accesi, perché in quei volti si vedeva solo buio. Annalaura di Luggo è entrato in quel buio, imparando a conoscerlo. E come rosa colta e poi donata, questo buio è offerto a noi oggi, nella speranza di poter comprendere quali grandi potenzialità si celino in esso. Come è cambiato il suo modo di osservare il mondo dall’esperienza con coloro che non possono guardarlo? Ho imparato a guardare con occhi diversi. Ho capito che i non vedenti siamo noi cosiddetti normodotati. Ho imparato tenacia, forza e determinazione nella difficoltà, ma soprattutto ho scoperto che la luce prima che fuori è dentro di noi. In che modo pensa che questa esperienza da lei offerta ai cittadini napoletani e non influirà sulla sensibilizzazione all’inclusione? Il presidente dell’UICI Mario Mirabile ha dichiarato: «noi vogliamo essere cittadini fra i cittadini». È per questa ragione sono scesa in piazza con loro e per loro… Sono sicura che durante le corse frenetiche dello shopping natalizio, questa installazione possa stimolare i passanti ad una riflessione più profonda sul senso della vita e […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Da Raymond Carver a Gregor Samsa: un reading per l’Animale borghese

«Animale borghese» diventa quasi espressione polirematica nella prospettiva degli studiosi che il giorno 6 dicembre si sono fatti portatori di un’audace istanza al Complesso dei Santi Marcellino e Festo di Napoli. Audace perché riguarda ciò che non vorremmo mai sentirci dire: la verità brutale del perché siamo fatti così, spesso la motivazione prima delle nostre scelte e delle nostre azioni. Eppure, la Chiesa è gremita di gente, anche gli imponenti affreschi porgono l’orecchio ad ascoltare la storia dell’uomo. David Foster Wallace e Raymond Carver: Quale animale è il borghese? Steve Cutts, autore del cortometraggio Happiness, proiettato quale introduzione alle relazioni e al reading di questo pomeriggio di studi, risponde a questo interrogativo: il topo. Cavia da laboratorio per antonomasia, il topo nel video del disegnatore britannico non è più in una gabbia costantemente controllata, ma non si può di certo dire libero. Il topo è incravattato, immobilizzato tra la folla in attesa della metro, chiuso in una logica di tempi stretti e spazi angusti. Infine, il topo è nella sua decappottabile sommerso da una pioggia che lo rattrista, ed è lì che gli viene prescritta la sua dose di felicità. La giusta carica per continuare a sgobbare al computer o a mordere la coda del primo contendente di turno nel giorno del Black Friday. Francesco de Cristofaro e Giovanni Maffei, docenti di critica letteraria presso l’Università di Napoli “Federico II”, indagano da più di un anno insieme a menti affermate o in formazione in quello che è da loro definito «un lavoro nascosto, nell’ombra» sul delicato tema della borghesia. La loro analisi ha dato vita a opere di spicco, quali Il borghese fa il mondo, Borghesia. Approssimazioni (di recentissima pubblicazione), ispirati dalle analisi di Franco Moretti, e alla raccolta di saggi Borghesia disambientata. Per quanto la loro analisi sia fortemente incentrata sulla condizione borghese dell’Ottocento, l’incontro di presentazione si apre nell’eco di due grandi della letteratura di fine ‘900: David Foster Wallace e Raymond Carver. Guardando i topolini di Cutts, non si può fare a meno di riflettere su quella che Wallace ha definito «modalità predefinita». L’espressione “naturalmente” stampata sul nostro volto è quella del disappunto, della noia, della rabbia. Questo io e continuamente io è enfatico del nostro modo di stare al mondo, in luoghi claustrofobici, nella fitta folla, ma sempre soli con il nostro io. Nel suo discorso Questa è l’acqua Wallace proponeva una via di fuga, il coraggio di alzare lo sguardo e interfacciarci con l’alterità. Raymond Carver è nella mente del professore Francesco de Cristofaro quando si parla di Honoré de Balzac, dipinto in un suo scritto nella forma più animalesca, «con la testa che gli fuma» e la camicia attaccata alle cosce pelose. Balzac è animalesco, quasi come le figure da lui descritte nella Commedia umana, summa della sua esperienza letteraria. La società è fatta di tanti tipi diversi, quante sono le specie animali, l’umanità è un grande zoo. Ecco così spiegato l’«animale borghese» Il professore Giovanni Maffei illustra come Thierry Poncelet, artista della nostra contemporaneità, […]

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Libri

La ferina levità di Certe stanze di Anna Marchitelli

Volendo utilizzare le parole dello scrittore Massimiliano Virgilio, Anna Marchitelli, «poetessa-scurpiona» nella sua prima raccolta di poesie Certe stanze ha realizzato uno «zodiaco di parole». I lettori, «disarmati e nudi», come al momento viscerale della nascita, devono vagare in questa realtà oscura, dal gusto misterico, spesso macchiata di sangue, sudicia di fango, cercando di decifrare segnali, immagini bestiali che poco avranno delle feroci fiere di Dante o degli animali guida dei racconti fantastici. L’uomo è bestiale in quanto simile a questi animali, gli animali sono sempre più bestiali perché ricordano l’uomo. Il lettore che abbia conosciuto Anna Marchitelli e la sua raccolta poetica Certe stanze all’incontro di presentazione avvenuto nell’angolo letterario di LaterzAgorà presso il Teatro Bellini, non potrà che ricordare la grande interpretazione degli attori, con l’accompagnamento musicale, e quello dell’autrice stessa. Le loro voci risuonano nella mente nella lettura di ogni poesia. La forza di Anna Marchitelli risiede però nella capacità di comporre una raccolta che di per sé ha già una voce acuta, disarmante, piena, che ingombra le pagine di per sé quasi spoglie, fatta eccezione per le composizioni di una maggiore estensione. I versi vengono recepiti come urlati, un grande grido alla vita, all’amore, al mistero che si cela nelle nostre viscere, alla profondità intesa non solo come spessore psicologico, ma anche come spessore cutaneo, quello che è dentro di noi è analizzato dalla prospettiva anatomica. «Corpi concavi, accoglienti e ferini, voluttuosi e feroci, come può essere il corpo di una donna», citando ancora la Prefazione di Massimiliano Virgilio. L’attenzione riposta nella figura femminile e nel suo corpo come caverna, probabilmente dettata dalle vicissitudini biografiche della Marchitelli, cornice e causa di quel periodo della sua vita, parte dalla visione predominante nelle prime composizioni della raccolta, quella della Grande Madre, alla ricerca della Grande Madre che risiede in una donna piccola piccola, quella stessa donna che ha sposato un cavallo, come recita una poesia dell’ultima sezione della raccolta. La divisione in quattro sezioni non prevede un riferimento tematico netto. Il primo impatto è quello con la ferinità, quella che non conosce genere o età, ma che alberga in ognuno. La nostra unica possibilità di conoscenza completa di noi stessi è quella di immergerci nei nostri umori, superando l’epidermide e penetrando nelle viscere. La sintonizzazione con la natura è progressivamente illustrata nella prima sezione, Ferina Levità, nella quale non mancano rifermenti espliciti alla natura che circonda immediatamente la scrittrice: quella di Napoli. «Messo a bollire il sangue nel Vesuvio/l’ha riversato nelle arterie» scrive Anna Marchitelli Il virtuosismo della Marchitelli sta nel non citare mai in modo esplicito la città, ma nel ricollegarsi a essa con elementi che la caratterizzano, creando quasi un linguaggio in codice che solo chi abbia vissuto sulla propria pelle la Città potrà davvero recepire. La pelle salata dalle acque del Golfo, salsedine tra capelli di «sirena e seni scoperti», bollore della lava nelle vene di strega, ma anche nel sangue della sacralità profana di San Gennaro. Napoli si nasconde tra le pieghe, se ne […]

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Eventi/Mostre/Convegni

La geografia dell’anima di Allegra Hicks

Solo un parlante di un’altra regione coglie il nostro modo di parlare. Percepisce le nostre vocali costantemente chiuse, le cadenze e i modi di dire differenti. Il suo dire “scuola” non sarà mai come il nostro, il suo dialogare sarà forse meno colorito dal continuo gesticolare. Come per la lingua, le particolarità della città si riconoscono meglio dal di fuori. Dal 2002 fino a oggi, Allegra Hicks ha avuto modo di comprendere cosa rappresentasse la città per lei, proiettando in quelle trame settecentesche che adornano le pareti della galleria d’arte contemporanea Intragallery i colori della sua essenza. Quelle carte che sono rappresentazioni geografiche della città, e la sua espressione artistica che ne è rappresentazione umana. La commistione di scelte artistiche, di interiorità ed esteriorità, è tutta nella mostra d’arte La geografia dell’anima. La Intragallery, galleria di arte contemporanea sita in Via Cavallerizza a Chiaia, ospita fino al 27 Gennaio la splendida mostra messa a punto dall’artista Allegra Hicks, torinese di nascita, londinese d’adozione, napoletana acquisita. La sua essenza multiforme si rispecchia nell’ardente spinta a sezionare il reale. Questo scavo finisce in realtà per essere maieutica di se stessa. Nell’alterità si trova così tanto confronto quanto specchio. La galleria accoglie il visitatore con tele e lightboxes. «Ognuno di noi ha il suo vocabolario creativo» afferma l’artista Allegra Hicks Il suo vocabolario è una commistione di contrari, come le sue scelte artistiche. «Il ricamo è lento, l’acquerello è veloce». Queste le due scelte realizzate nella galleria. Le sue prime opere d’arte sono in tessuto, in cotone o lana, perché il loro aspetto muta alla luce. Questa sottigliezza si è estesa dal tessuto alla scelta tematica, di forte impatto nella sua nuova creazione. Le tele sono adesso una commistione di contrari, perché il ricamo è lento e la pittura è veloce. I due tempi si combinano, con pittura di sfondo e tessuto in rilievo. I livelli delle tele si tripartiscono: alla base una stampa connessa a un carattere della geografia napoletana, geografia anche culturale, come nell’immagine della Grande Madre, viscerale origine del mondo; la pittura, talvolta stesa e talvolta grumosa; il tessuto, in rilievo, reso ancora più palpabile dal colore che lo caratterizza, più scuro per distinguerlo dalla pittura. Il motivo napoletano alla base delle tele è esplicitamente trasmesso da riproduzioni della pianta della città e dell’imponente Vesuvio del Settecento. La novità sono i colori che le costeggiano, che le sovrastano, i colori dell’anima. Dalla geografia urbana a quella tutta interiore, appunto. Napoli è punteggiata, con colori cerulei, distinti in modo detto da un rosso non vivace, ma delle viscere, uno tutto interiore, perché la città è riconosciuta come luogo dell’anima. Un’anima femminile, di cui lei vive il sentore nell’origine stessa della città, donna nata da donna. La femminilità è tutta nella sua imponenza, nel suo essere Magna Mater, nel guidarci nella conoscenza di noi, nel cullarci, ma anche nella sua estrema forza. Il ricamo è il miglior modo di rappresentare questo intreccio, perché il ricamo è donna, nella sua tradizione e nella […]

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Libri

La tenebrosa realtà di Wilkie Collins: Uomo e donna

Voci misteriose, scricchiolii molesti, passi martellanti, sempre più vicini. Pane quotidiano di Wilkie Collins, uno dei massimi narratori di storie di fantasmi. Pane, «una cosa piccola ma buona» alla maniera di Raymond Carver, condiviso come un’eucarestia con il compagno e rivale di sempre, Charles Dickens, la voce degli indigenti. Lui che ha fatto emozionare con la scena del «Please sir, I want some more» di Oliver Twist, un bambino che di pane ne avrà in abbondanza solo alla fine di un tunnel apparentemente senza via d’uscita. Due scrittori inglesi a contatto, perché Oliver, o Pip, o perfino Scrooge hanno tanto da condividere con i fantasmi. Romanzo poco noto del nostro Collins è Uomo e donna, pubblicato dalla Fazi Editore per la collana Le strade. Scelta oculata quella della Fazi Editore. Un romanzo apparentemente inusuale per l’autore che può considerarsi padre fondatore del poliziesco, tessitore di misteri resi intricati dalla sua abilità di cucire nella trama falsi indizi. Wilkie Collins in Uomo e donna consegna la parte di sé più vicina al compagno inseparabile Dickens: l’attenzione al sociale. Il mistero non è cancellato però dalla sua abilità narrativa, la stessa che lo aveva portato alla stesura del primo fair-play La pietra di Luna, un romanzo che è un intreccio di enigmi che il lettore a mano a mano è portato a risolvere, non senza le grandi difficoltà dovute ai trabocchetti dell’autore. Wilkie Collins in Uomo e donna dà voce a chi è costretto al silenzio Fin dalle prime impressioni, la figura femminile di Mrs Vanborough è piena di vita, ma di una vita stroncata sul nascere da un marito severo che «non guardava mai, nemmeno di sfuggita, verso la moglie». La ricerca dell’espressione nella dicotomia marito-moglie sarà una tematica in gran voga agli albori dell’isteria dilagante. L’isteria: quel grande contenitore, una categoria ripostiglio alla quale appellarsi in qualsiasi caso di psicosi femminile. L’impossibilità della comunicazione è infatti protagonista delle pagine de La mite di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, nelle quali a mano a mano il silenzio si fa arma di distruzione, lasciando spazio a un’afasica edificazione del Giudizio Universale. Questa prima figura femminile del romanzo di Wilkie Collins ci ricorda proprio quelle parole stroncate a mano a mano da una violenza inaudita, prima di tutto psicologica. Questa è una delle ragioni addotte dall’autore per motivare la sua decisione di raccontare questa storia. «Si prospetta finalmente la possibilità di stabilire legalmente il diritto di una donna sposata a disporre del proprio patrimonio e ad essere padrona dei propri guadagni». In questo clima di speranza, però, «il teppista con la pelle pulita e la giacca buona è facilmente rintracciabile in ogni grado della società inglese, nel ceto medio e nell’alto». Wilkie Collins osserva un reale tenebroso, linfa della sua ispirazione di scrittore criptico ed enigmatico, grande autore tanto di incalzanti azioni quanto di ardenti emozioni. Così, alla tenera scena delle piccole Anne e Blanche si accosta il sorriso beffardo di un legale in carriera, Mr Delamayn, che con il suo sguardo sembra affermare «Ho […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Nasce una poetessa: Certe stanze di Anna Marchitelli

Il Teatro Bellini è un luogo dalle grandi suggestioni. Un gioco di colori caldi accoglie il visitatore all’ingresso, in uno spazio dal gusto architettonico classico, tipicamente teatrale. La sua accoglienza invita a procedere, fino a un lungo corridoio in discesa che culmina in una stanza dallo stile moderno, ornata dalle fotografie del progetto Resilienza. Una volta entrati, siamo tutti invitati alla resilienza. Questo termine di non frequente uso, in realtà cela un messaggio di grande forza. Resilienza è resistenza. Atto di resistenza quello di godere della benefica boccata d’aria sedendosi a teatro o in una buona libreria. Letteratura e spettacolo hanno celebrato nozze solenni allo spazio Laterzagorà, e luna di miele sono le tappe degli incontri di discussione culturale che hanno preso piede il 7 novembre. Ieri la seconda meta ha previsto uno scavo interiore nei meandri del sogno con Anna Marchitelli e la sua prima raccolta di poesie: Certe stanze. Note musicali alla tastiera di Mario Autore hanno dato inizio all’incontro di presentazione della raccolta. Note a cui si accavallano parole, spasmodiche e continue, grazie alle voci di Ettore Nigro e Lorenza Sorino. Parole di dirompente forza, che rammentano uno stato di grazia primordiale, e con la poetessa ci si rannicchia nella terra, ci si lascia travolgere dal mare di Napoli. Anna Marchitelli con le sue parole ha svelato un nuovo aspetto di sé nascosto anche alle persone con le quali condivide i giorni di lavoro alla redazione del Corriere del Mezzogiorno. Il direttore Enzo D’Errico infatti, non cela la sua meraviglia di fronte all’ardente carnalità dei versi della Marchitelli, «una donna piccola, dai modi riservati». Il suo linguaggio è corposo, i versi diventano palpabili, con elementi che si rincorrono di continuo. La sua poesia è dallo statuto ossimorico, parole violente ma dalla grande dolcezza. Il primo tratto, quello della potente violenza, si coagula nel bestiario, animalità che Anna Marchitelli ha rintracciato nelle varie componenti della sua vita, anche (e soprattutto) in se stessa. Queste sue mani hanno vagato per tanto tempo tastando solo il dorso delle cose, fino però poi a cadere insieme a tutto il suo corpo in un abisso oscuro, nei meandri misteriosi del suo inconscio. L’evento scatenante è stato il parto, portare alla vita un essere che fino a quel momento era nelle sue stesse viscere, rannicchiato come sotto terra. E questo sangue, questa carne e questa polvere sono le tinte del suo animo ormai. Il suo collega Massimiliano Virgilio nella prefazione al suo scritto si è soffermato soprattutto sulla sua femminilità scurpiona, e su questo bestiario che vanta le sue origini addirittura nel manto celeste che può essere letto con la lente dell’astrologia. Gli animali sono simboli eterni, simboli di un atavismo misterico. Ma la fonte primaria da cui derivano, prima ancora che dalle teorie celesti, è l’inconscio, è il mondo dei sogni. Secondo tratto, paradossalmente visceralmente legato al primo, è quello di una maturità poetica che trova terreno fertile nella vita quotidiana. Il laboratorio di scrittura di Anna Marchitelli è un appartamento al […]

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Recensioni

Il giardino di Elizabeth von Arnim per la Fazi Editore

Alla fine dell’‘800, al tempo della borghesia come metafora di vita, dei salotti di vita mondana, c’è qualcuno che riesce ancora a sognare terre lontane di solitudine e silenzio, terre di contemplazione e ripiegamento. Un locus amoenus al quale appellarsi, nel quale rifugiarsi di nuovo. Il giardino infatti, che per il suo aspetto si configura come una selva incontaminata, è l’incarnazione di questo sogno per Elizabeth von Arnim. Scrittrice australiana, il suo primo libro del 1898 Il giardino di Elizabeth è strutturato come pagine di un diario, o come lettere spedita a se stessa. Spesso infatti Elizabeth von Arnim parla tra sé e sé quando succede qualcosa che la turba. Il turbamento è sintomatico del ritorno sui propri passi. Il suo rifugio è etimologicamente un luogo del ritorno. Il senso della ripetizione è insito nelle sue attività quotidiane, che diventano tali solo perché è la sua passione a necessitare questo tipo di meccanicità nei movimenti, al contrario del senso grigio del quotidiano dei giorni in città, nel mondo borghese. Ora, nel suo universo incantato del giardino, nessuna convenzione conta più, non ci sono più vestiti ampi da mostrare, nessuna ostentazione. Solo le mani nude immerse nella terra. Tutto questo è recuperato dalla Fazi Editore per la collana Le strade, con la traduzione di Sabina Terziani del primo scritto pubblicato da Elizabeth von Arnim. Il suo contatto così diretto con quel mondo incontaminato provoca ancora più scalpore considerando la natura di questa donna: un’artista che vede colore ed eccitazione in ogni dove. «Ora che si è sparsa la voce che passo le giornate fuori casa con un libro in mano, tutti sono convinti che io sia, per dirlo in modo educato, eccessivamente eccentrica, e non c’è anima viva che mi abbia visto ancora cucire o spignattare». Tutto sotto il controllo dell’Uomo della Collera. È così che con la sua ironia canzona suo marito. Un tono sarcastico che Elizabeth von Arnim non dedica solo al suo consorte. La città era stata la meta necessaria per il lavoro di suo marito, e adesso, sempre seguendo le necessità dell’Uomo della Collera, Elizabeth si trova in questo mondo fatato, nel quale dovrà trascorrere l’inverno, periodo di grandi balli e feste mondane in città. Così non è raro che la nostra eroina si ritrovi a battibeccare con grandi signore che quasi la compatiscono per la sua condizione di «brava mogliettina» costretta a una vita nella natura. Nessuno sa cosa si celi in questo fuoco di donna. Il giardino è luogo di scherzo, ma anche di un’ascesi religiosa che avviene in queste brughiere, perché «attraversarle con il viso rivolto al sole che tramonta è come trovarsi al cospetto di Dio». Sono questi i momenti solenni di contemplazione, perché è qui che inizia la vita vera, in questo luogo in cui ci si consacra alla natura, in cui si è felici come nel tempo dell’inconsapevolezza. Come una bambina, Elizabeth non teme di sporcarsi nel terreno, sul quale gioca con le sue bambine, come in un idillio matissiano, alla […]

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Food

Tre Bicchieri 2018: la degustazione al Palazzo Caracciolo

Il 24 ottobre si è tenuto presso il Palazzo Caracciolo di Napoli l’esclusivo evento Tre Bicchieri 2018. Un tranquillo martedì sera trasformatosi in un delirio di sapori, in uno dei centri artistici maggiormente pulsanti di cultura di tutta Napoli. Una Napoli intrisa di storia, tra passato e modernità. La struttura è una commistione di opposti: l’architettura dagli imponenti pilastri in piperno, le sale interne dallo spiccato stile contemporaneo. Il gioco cromatico porta immediatamente all’occhio del visitatore il rosso, un colore emblematico per la serata. L’evento Tre Bicchieri 2018 vede infatti protagonisti i massimi esperti nell’ambito enogastronomico, selezionati appositamente dal Gambero Rosso, più che una rivista ormai un’istituzione. Protagonisti indiscussi della serata sono i top wine italiani consultabili nella guida Vini d’Italia del Gambero Rosso. Un mondo dalla delicata ebbrezza, dai sapori imperdibili. Preminente anche qui la sfumatura del rosso, con il suo gusto diverso per ogni regione, che scivola lungo il palato o vi rilascia quell’increspatura di vissuto, un vino giovane o un vino maturo, ma sempre un vino di ottima selezione. O un vino che si tinge di bianco, dal gusto deciso o talvolta frizzantino. Questo il profilo degli ospiti d’onore della serata, presentati professionalmente dai sommelier dietro i loro lunghi banconi, templi della consapevolezza e del culto del palato. Per ogni regione una selezione accurata di vini da gustare e apprezzare: questo lo spirito della serata Tre Bicchieri 2018 Girando nel chiostro del Palazzo Caracciolo, lungo le oasi degli esperti sommelier, qualcosa di più si è riuscito a trarre del calice di vino in sé. Il vino è ciò che è diventato per l’ardore che ancora si prova nel raccontarlo. Una minuzia di particolari, la percezione dell’invisibile. Dietro il bianco Sylvaner della Cantina Produttori Valle Isarco dell’Alto Adige, per esempio, c’è al contempo un gusto deciso, ma delicato sul palato. Nel Soave Calvarino si intravede tutta la cultura enogastronomica del Veneto, il vino più rappresentativo della sua regione, dal retrogusto fruttato. Il Friuli Venezia Giulia si presenta con vini della portata del Collio Bianco, delicato ma dalla punta alcolica, con i suoi ’16 gradi di magniloquente prestazione. Verso il centro Italia già si percepisce il vino maturo, con un vecchio Orma toscano, che dimostra una gradazione più elevata di quanto il suo curriculum dia a vedere. Ma ancora giovane in confronto al Quater siciliano, cresciuto in barile per dieci mesi. Un sapore legnoso, che fa risalire la sua freschezza ai tempi della lavorazione, della cura con la quale il vino annualmente viene imbottigliato e a noi presentato. Un amore antico, inebriante, che ancora oggi permette la godibilità di serate di degustazione di questo calibro Momenti di degustazione e dialogo hanno accompagnato il visitatore dell’evento Tre Bicchieri 2018. Con il calice di vino al collo, ha vagato tra la dolcezza (o l’asprezza) del vino. al gusto dei latticini. Gusto vero dei formaggi è quello dei prodotti Sogni di Latte, all’insegna della modernità con il cosiddetto finger food. Ad accompagnare l’immediata degustazione di vini, la presenza di gustose scaglie di parmigiano, […]

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Cinema & Serie tv

Una miniserie dal gusto ipermoderno: The Slap

In un’epoca in cui sembrano essere crollate definitivamente certezze e credenze del passato, incombente domanda è: cosa ne è rimasto della cara vecchia famiglia? Come molti esperti di pedagogia potrebbero affermare con certezza, parlare di famiglia al singolare sarebbe anacronistico. Ci sono così tante tipologie di famiglie, che ci si preoccupa di quale possa essere il tipo di educazione da loro impartita. Anche per quello si dovrà parlare al plurale? Cos’è l’educazione? Le etimologie di spicco sono due: educare, dal latino ex ducere, portare fuori qualcosa di potenzialmente già covato in noi, un etimo dunque maieutico che riesuma il buon vecchio Michelangelo; d’altro canto, non si può trascurare la nostalgica definizione di educare come allontanare dal sé. Il discente è disperso in questa condizione di astrazione, in un mondo altro, migliore. L’educazione è ciò che ci rende umani, aggiungerebbe Françoise Dolto. Definizioni accorte, lirismo pedagogico. Ma quando il mondo reale imperversa, tu da che parti stai? Questo l’interrogativo lanciato dalla miniserie della NBC The Slap. Trasmessa in Italia nel 2016, The Slap è il remake di una miniserie australiana omonima, tratta a sua volta dal bestseller Lo schiaffo dell’autore Christos Tsiolkas. La nuova versione è tinteggiata da nomi illustri nel suo cast, a partire dall’attrice e modella Uma Thurman fino a Brian Cox, attore presente in più occasioni nelle opere di Spike Jonze e Woody Allen. Tutto inizia con una festa, il tipico party americano nel quale il festeggiato Hector (Peter Sarsgaard) si sente imbottigliato, incastrato, in una vita che non sembra soddisfarlo pienamente. Riuniti nella sua casa, ci sono tutti i membri della famiglia Apostolou, dal nome riconoscibilmente greca, pian piano adattatasi alla realtà americana. Allo stesso tavolo siedono dunque tre generazioni diverse: i nonni Apostolou, con il loro attaccamento ai figli, timorosi di essere gettati in un polveroso dimenticatoio, e pronti quindi a non perderli mai di vista; le nuove coppie, quelle che hanno dato vita alle loro famiglie americane; i figli delle nuove famiglie, frutti di scelte educative assai differenti le une dalle altre. Si parla di famiglie, perché sono tutte diverse, e così i loro figli. Universo infantile e genitoriale si intrecciano, fino a quel fatidico gesto. Un gesto che cambierà le vite di tutti gli invitati, che porterà a galla problemi assopiti o semplicemente ben celati. Latenti, ma pronti a zampillare. Un gesto, quello di The Slap, che segnerà lo spettatore, inerte di fronte all’inevitabile. The Slap: una ferita difficile da rimarginare, che segnerà la famiglia per sempre Il tema familiare sembra ossessionare la realtà televisiva, una riflessione che ha portato anche alla ribalta la serie TV più citata agli Emmy Awards 2017: Big Little Lies. Le problematiche degli universi dell’infanzia e della cosiddetta adultità schiacciano i protagonisti, tutti presenti al momento fatidico, il momento motore della trama. Da una condizione di calma apparente, di perfezione esterna, un gesto scuote gli animi di tutti gli invitati, colti ora da istinti irrazionali, ora dalla voglia di ribellarsi a questa sorta di determinismo generazionale. Gli otto episodi sono […]

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Recensioni

Il cantautore Luca Bash si racconta “Oltre le quinte”

«Di notte silenziosamente la mia penna va controcorrente». Recita così Controtempo, uno dei quindici brani del nuovo album del cantautore Luca Bash, Oltre le quinte. Silenziosamente il flusso musicale gli scorreva nelle vene, quando non era in grado di esprimerlo. Lo aveva avvertito già prima, più precisamente all’inizio degli anni ’90, alla scuola di musica dove aveva fatto un patto con il suo violino, per poi spingersi alla poligamia sposando la chitarra che ancora lo accompagna. Per consolidare questo legame si iscrive all’UM, l’Università della Musica di Roma. Da lì la ricerca fluisce spasmodica, verso il suo singolo Dear John  (il primo a essere reso pubblico) e la band BASH. L’attenzione che il cantautore ripone nei suoi amici nasce da qui. Dalla sensazione di star creando qualcosa insieme, di poter gioire e fallire insieme. Ma i giovani sognatori presto sono adulti: le difficoltà della vita, le necessità lavorative, e tutto ciò che ha il sapore di futuro dividono Luca Bash dal resto della band, ogni componente costretto a viaggiare. Ma il nostro cantautore ricorda quel periodo come una cesura ancora più netta. Nel 2013 Luca Bash subisce un duro colpo, un incidente che lo costringe a cinque giorni di coma e a molti mesi di debilitazione. La possibilità che la ripresa gli ha dato è ciò che più conta però: potrà riabbracciare presto la sua chitarra, e ricominciare a sognare. Non che avesse mai smesso! Quello che ha provato sulla sua pelle, l’impatto con la motocicletta, il dolore della perdita, il pensiero di non poter più tornare a suonare. Tutte queste le molle che lo fanno arrivare più in alto, che non tradiscono la limpidità della sua voce, ma la lasciano fluire. E oggi come da allora, continua a votare la sua vita alla musica, e a dedicare la sua musica alla vita. Oltre le quinte è un progetto discografico multiforme, prodotto in due lingue (inglese e italiano) e dal doppio titolo. Oltre le quinte in italiano, mentre Keys of mine in inglese. L’artista ha spiegato così la sua scelta: «“Keys of mine” è un gioco di parole: i mie amici in inglese si dice “Friends of mine”, ma loro sono le chiavi di questo disco, dedicato a loro. Da qui il titolo. In italiano invece questo gioco di parole non era possibile, e il titolo sta semplicemente ad indicare che “oltre le quinte” del teatro di tutti i giorni che mi vede attore e spettatore esiste tutto ciò che si può trovare ascoltando questo LP». Ma multiforme è anche il suo interesse musicale, che sguazza nell’indie spaziando da una base funk del singolo Giorni così, alla ballata rock di Candide bugie, fino alla nostalgica Il tuo domani che lo vede in duetto con una decisa voce femminile. Decisa è anche la sua voce, che anche quando esprime rabbia come in Per non dire no, resta salda nella sua limpidità. Il suo essere cantautore imprime sui testi una densità di parole e significato che rispecchiano efficacemente il suo intento, quello […]

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Recensioni

I Paradisi minori di Megan Mayhew Bergman

Gioia Guerzoni, traduttrice ormai da vent’anni, navigando sui social ha avuto la fortuna di imbattersi nell’opera della scrittrice del Vermont Megan Mayhew Bergman, Birds of a Lesser Paradise. Una volta divorato, non ha potuto fare a meno di proporre la sua traduzione all’NNEditore, già attiva nella scoperta della scrittrice americana, come di tante voce emergenti, definendosi una casa lettrice. «Le parole di Megan Mayhew Bergman sono così forti e delicate insieme, e vanno maneggiate con cura e rispetto. Spero di esserci riuscita», si augura Gioia Guerzoni. L’opera finita è Paradisi minori, pubblicato a inizio settembre. La nostra traduttrice ha notato tra le righe di Megan Mayhew Bergman assonanze con Kurt Vonnegut, un artista poliedrico, uno scrittore di fantascienza, satira, valori umanitari che incontrano l’ecologia. L’uomo e la natura. Due mondi che talvolta sembrano incompatibili, con lo sfruttamento del secondo da parte del primo. «Siamo animali terribili. Penso che il sistema immunitario della Terra stia cercando di sbarazzarsi di noi, e farebbe soltanto bene», afferma Vonnegut. Natura e uomo sono i protagonisti di Paradisi minori I racconti di questa prima raccolta di Megan Mayhew Bergman vedono voci femminili, continui io immersi nelle afflizioni del cuore. Il cuore è in grado di unire quei due mondi così complessi, un cuore condiviso da animale e uomo, insieme ai suoi misteri. I personaggi femminili analizzano i proprio sentimenti mettendosi a paragone con i comportamenti animali. La scelta delle loro professioni è infatti indicativa della loro capacità di comprendere la realtà ferina. Sono veterinarie, lavorano allo zoo, sono in contatto con la terra e l’orto, o grandi animaliste. «Di notte tutto sembra enorme – procioni, scoiattoli, un cervo spaventato. Ma nulla era più feroce e selvaggio di me. Ero furiosamente viva». Spesso sono gli uomini, i loro compagni, a non comprenderle, a costringerle a scelte complesse, scelte che molti personaggi si trovano ad affrontare, a dover pensare di lasciar andare il cuore, immergendosi fino ad annegare. Ma alcuni uomini sono belve. Ed è in questo che la linea sottile tra uomo e animale si spezza. «Certo, si potevano vestire bene e mettere belle parole in bocca, ma sotto la cravatta di seta e la camicia stirata c’era sempre un animale. Un animale affamato, territoriale, ansioso di soddisfare i propri bisogni». Nei Paradisi minori le specie animale e umana si assomigliano, sono gli istinti ad accumunarle L’assonanza tra il cuore della donna e il cuore animale si palesa quando si parla di prole. Donne che non riescono a realizzare il proprio sogno, o donne che hanno figli che non riescono a stringere. «Siamo le madri cattive, l’alce e io – io perché bevo, l’alce perché ha abbandonato i suoi piccoli per badare all’ultimo nato». Spesso, invece, il rapporto contrastato non è con il proprio uomo o con i propri figli, ma con le proprie madri. Perché quando si parla del cuore, si parla anche delle mille facce dell’amore. «La verità è che siamo pazzi, malati d’amore, tutti quanti». Come ha affermato David James Poissant, il vero significato […]

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Teatro

Dita di dama: il volto del coraggio per il Teatro Deconfiscato

Termina con Dita di dama la seconda edizione di Teatro Deconfiscato, format ideato da Giovanni Meola, personalità immersa nel mondo della cultura teatrale. Si tratta di arte, non solo di intrattenimento, di alta formazione per territori che soffrono una denutrizione culturale notevole, ma che hanno a disposizione ettari ed ettari di terra nei quali farla rifiorire. È suggestivo pensare come  un luogo che ha visto le scorribande camorristiche e la fiorente vita dei vari clan sia lo scenario di spettacoli che trasmettono speranza per un futuro migliore. La Masseria Ferraioli è una sfida: una sfida economica, ma soprattutto umana e politica. Umana perché un luogo come la Masseria può rivivere grazie ai suoi cittadini, ai quali questi dodici ettari di terra sono restituiti nella speranza di un futuro migliore. Politica perché le istituzioni in questo senso hanno un’ampia voce in capitolo. «La Masseria è la stella cometa del nostro grande lavoro e di tutta la fatica» afferma il sindaco di Afragola Domenico Tuccillo. Dal momento che il teatro non è solo una forma di intrattenimento, il Teatro Deconfiscato ha organizzato una novità per quest’anno: incontri con personalità che dei problemi trattati dalle varie rappresentazioni vivono tutte le difficoltà, ogni giorno, nella loro lotta per il futuro. Così, a introdurre Dita di dama, un dibattito tra personalità forti: Mirella Armiero, responsabile delle pagine culturali del Corriere del Mezzogiorno, collaboratrice del Corriere della Sera e, per questo 14 settembre, intervistatrice della nota giornalista Luisella Costamagna, seconda ospite del dibattito. Questo nome è eloquente ed esplicativo della tematica della serata: la donna. Noi che costruiamo gli uomini è uno degli scritti della Costamagna. La cura è sempre delegata alle donne nella nostra società. O almeno, questo è ciò che impone la convenzione. Si parla di una liberazione femminile che non c’è: nel lavoro la donna non gode degli stessi diritti degli uomini; i casi di violenza sulle donne straripano dalle colonne giornalistiche; le donne non hanno un ruolo preminente nella rappresentanza politica. «Ci riempiamo la bocca di parole, ma evidenti sono l’indulgenza giudiziaria, le diffide inascoltate, storie decennali di denunce». Ma in Noi che costruiamo gli uomini ci sono anche storie di coraggio, donne che negli anni ’50 si sposavano al Comune e facevano le attrici. «Le ho conosciute, le ho cercate». Grazie a Dita di dama, anche noi abbiamo conosciuto donne forti e le abbiamo amate Opera tratta dall’omonimo libro di Chiara Ingrao, e riadattata da Massimiliano Loizzi e Laura Pozone (anche attrice principale), Dita di dama è una storia di crescita. Sulla scena, ai poli estremi del palco, due luci: una calda, accogliente, la luce del focolare materno, la luce della fanciullezza, di ciò che conosciamo come i palmi delle nostre mani, quelle mani che, afferma Maria, protagonista sulla scena, non sono «mani da operaia», ma «Dita di dama», come le ama chiamare la sua più stretta confidente Francesca; dall’altro lato, un freddo neon che illumina uno sgabello, che Maria contro la sua volontà dovrà riscaldare ogni giorno con il peso della sua […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Premio Positano Léonide Massine: la danza tra amore e speranza

«Il silenzio era infranto solo dal mormorio del mare e da qualche grido di gabbiano. Sapevo che in quel luogo avrei trovato la solitudine che cercavo, un rifugio dalle pressioni estenuanti della carriera che avevo intrapreso. Decisi dunque, proprio lì e in quel momento, che un giorno avrei acquistato l’isola e ne avrei fatto la mia casa». Nella sua autobiografia Léonide Massine, famoso ballerino e coreografo di origine russa, parla così della sua prima visita alle Li Galli. L’arcipelago del comune di Positano lo stregò così, per fortuna. Già, perché se Léonide Massine non avesse avuto questo fatidico incontro nel 1917, non sarebbe stata possibile la nascita nel 1969 del famoso Premio Positano, a lui intitolato a seguito della sua morte. Positano Premia la danza – Léonide Massine: una storia d’amore e di speranza. Amore. Perseguiamo ciò che amiamo, perché è linfa. E se dobbiamo soffrire per amore, allora lo facciamo. Se dobbiamo svegliarci presto per arrivare a ciò che amiamo, allora impostiamo la sveglia alle sei. Se ciò che amiamo ci fa cadere più e più volte, allora ci rialziamo. Se l’amore vuol dire una ferita o un callo di troppo sulle dita dei piedi, allora li fasceremo. Speranza. Spero di esserne all’altezza. Spero che tutte quelle giornate di prova diano i loro frutti. Spero che al pubblico piaccia quello che faccio. La curva delle mie gambe sarà abbastanza perfetta? Ci spero. Amore e speranza che convergono in una passione: la danza. Quello di Positano è il premio di danza più antico del mondo, e quest’anno potrà avvalersi della collaborazione del Teatro San Carlo, in gemellaggio con Mosca e Cannes. Dunque, non solo un vanto per la Campania, come afferma il sindaco di Positano Michele De Lucia, «ma per l’Italia intera nel mondo». Il debutto della sua 45esima edizione avverrà il 9 settembre alle ore 21.00 presso la Spiaggia Grande di Positano. Un evento che ha una ricorrenza particolare, quella dei centenario della prima esecuzione di Igor’ Fëdorovič Stravinskij al Teatro San Carlo. Segno questo di una continuità di intenti e passioni perpetuata di generazione in generazione, comportando un impegno costante. Una continuità che anche il figlio di Léonide Massine, il maestro Lorca, prospetta: «Il Premio Positano lascia spazio ai giovani, sconosciuti danzatori. È il momento di premiare loro! L’arte non finisce con noi». Due giovanissimi inoltre tra i premiati di quest’anno, vanto partenopeo: Valeria Galluccio e Luigi Crispino, le nostre nuove speranze. L’obiettivo è indicare loro delle linee guida in un percorso spesso così impervio, un filo d’Arianna per ritrovare la strada verso il loro amore. Eppure, il presidente della giuria Alfio Agostini ci tiene a sottolineare, che ciò che conta nell’arte non è di certo l’età. «Ciò che importa è il valore». In questo modo il Premio Positano si fa anche ponte tra vecchie e nuove generazioni. Tanto hanno da imparare i nuovi ballerini dai grandi del passato, grandi che avranno modo di incontrare il 9 settembre. Tradizione consolidata e innovazione. Una divulgazione di anime, fonte di […]

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Recensioni

Augustus di John Williams, un fregio del potere

La Fazi Editore non apre la nuova stagione editoriale spegnendo la calura estiva, bensì facendola ribollire tra le pagine più roventi della storia dell’umanità. A settembre i lettori, in cerca di un fresco alito di vento, «all’ombra dei cipressi» interrogheranno le urne dei grandi del passato, ancora in grado di intrigare con le loro vite, immortalate dai loro ritratti, busti imponenti che incorniciano Roma. Con esattezza, è proprio a Roma che i loro volti sono incastonati nel marmo, in quel fregio che ognuno di noi ha imparato a conoscere sui libri di storia dell’arte, e che qualcuno ha avuto la fortuna di vedere. È l’Ara Pacis, probabilmente il più eloquente manifesto del periodo augusteo. Proprio Augusto è il dono della penna dello scrittore americano John Williams. Incantato dalla verità storica, ma spesso frenato dall’incertezza delle fonti, l’autore ha dedicato il suo lavoro di ricerca e un periodo di pausa dall’insegnamento al suo nuovo scritto: Augustus. John Williams ha tenuto a precisare la difficoltà ad astenersi da una simile tematica, di così forte impatto nella sua vita (e questa passione pulsa tra le pagine del suo Augustus). Ma precisa «sarò grato a quei lettori che accoglieranno il libro per ciò che intende essere: un’opera d’immaginazione». Tanti gli spunti storici, ma inevitabili gli intervalli di pura invenzione. Divisa in tre sezioni, l’opera è una raccolta di carteggi, memorie, senatoconsulti, spesso parafrasati, che si pongono l’obiettivo di mostrare le tante sfaccettature di eventi che per chi guarda la storia da lontano sarebbero sintetizzabili in semplice date. Guerre, nascite, matrimoni combinati. Ognuno in Augustus vuole dire la propria, e lo fa rovesciando i propri sentimenti in comunicazioni epistolari o sotto forma di diario. Il punto di partenza è Giulio Cesare, quello di arrivo suo figlio adottivo. Ottavio, poi Ottaviano, poi Cesare Augusto. Quella di Augustus, una scalata turbolenta al potere che è anche una metafora delle tre età della vita. L’ingenuità della fanciullezza, con le campagne militari che sembrano più scampagnate fra amici, tra risate e belle donne. L’età adulta, segnata dal primo contatto con la morte e la desolazione che ne deriva. Da questo momento, la parola chiave è sacrificio. Un sacrificio che anche il princeps dovrà vivere. Intorno a lui fluttuano a mano a mano figure nuove, perché la vita prosegue, e da essa nasce nuova vita. Un personaggio fra tutti, che nessun lettore potrà dimenticare, è Giulia, figlia di Augusto. Grazie alle sue parole e alle sue esperienze, comprendiamo il travagliato percorso verso la senilità e la saggezza. Nell’ultima sezione, un ripiegamento degno di un occhio maturo, ma un ripiegamento amaro, per chi ha vissuto di potere. Dopo tutto questo percorso, dopo tutta questa vita, è davvero impensabile che sia tutto indelebile? John Williams tratteggia con cura le personalità dei suoi personaggi, alla maniera del ritratto indiretto di Tacito. Ma, come si è detto, Williams non ha le pretese di uno storico. La sua documentazione e la sua prosa sono però in grado di restituire al lettore un’immagine verosimile del mondo […]

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Vissi d’arte al TRAM a Napoli: Incontri a Murnau

Vissi d’arte, il titolo della rassegna. Vissi d’arte, l’esalazione dei personaggi in movimento sulla scena. Un movimento anche solo accennato, si siedono, si alzano, scambiano degli sguardi. Ma il movimento è posto in secondo piano quando a inondare la scena sono le parole. Poche quelle del piccolo Franz, ancora poco esperto della vita, ma curioso indagatore che con la sua torcia nel buio ritorna a tentoni nel passato, toccando prima il dorso delle cose, poi scoprendole, in una camera polverosa in cui da tempo nessuno mette più piede. Una cascata di parole quella di Gabriele Münter, le parole dell’esperienza. Un dialogo che intesse con suo nipote Franz, ma anche con un oggetto che tra le sue mani si fa cosa, ricordando la lezione di Remo Bodei, un oggetto desueto che preserva l’impronta della vita, rammentando, ancora, Francesco Orlando: il suo diario di ragazza. Il piccolo Franz udendo le sue parole vede materializzarsi nel nero fitto della camera polverosa, personaggi di cui ha sempre sentito parlare, che forse studierà sui libri di scuola. Per la zia invece, un tempo, uomini fin troppo veri: Vasilij Kandinskij e Arnold Schönberg. Come le vite di tempi andati e quelli di tempi presenti possano sfiorarsi. Questi, sono gli Incontri a Murnau. Cittadina sulle alpi svizzere, Murnau è un luogo di slancio creativo, che Gabiele rievoca nei suoi tempi d’oro, quando i tavoli non erano ancora ricoperti da tele di ragno, le finestre sempre spalancate. I tempi di quando lei e il suo maestro Kandinskij si rifugiavano nella loro arte, nel loro amore. Un amore nato alla scuola d’arte Phalanx di Monaco, non molto frequentata da donne a quel tempo. Con la sua forza d’animo, l’insistenza che trapela dalle pagine del suo diario, Gabriele convince i genitori che quella è la sua strada, e non in una delle solite scuole in cui «l’arte è al pari dell’uncinetto». No, Gabriele non è fatta per divenire l’angelo del focolare, anzi, si meraviglia che qualcuno sia stato anche solo in grado di concepire una professione simile. Sotto quell’albero a Murnau, durante una delle sedute en plein air, il maestro Kandinskij mutò la sua vita, dandole il suo primo bacio. La Münter, interpretata da Nina Borrelli, porta in superficie ricordi che avrebbe voluto celare, ma che la curiosità del nipotino (Vincenzo Giordano) la costringe a svelare. Quella stessa curiosità che ha lo spettatore, che a mano mano scorge, come partoriti dall’oscurità della camera, due personaggi mai visti, ma dalle movenze familiari. Sono tra noi, dopo la lunga gestazione del tempo, e nella mente del piccolo Franz si sostituiscono alla voce della zia, la interpretano. Sono i due artisti Kandinskij (Marco Palumbo) e Schönberg (Fabio Rossi), il cui legame tormentato è entrato nella storia. Il genio del primo fu colpito dalla musica del secondo, una musica che riusciva a tradurre in forme, colori, danze. Kandinskij doveva dirlo a Schönberg, doveva discutere con lui della sua idea di arte, di come entrano in contatto le forme di comunicazione più elevate, la musica […]

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L’inquietante vita della mente: Bruges la morta e il genio di Rodenbach

Il 1892 è stato un anno a dir poco propizio per il mondo culturale di fine secolo. Un mondo in continuo rinnovo, un mondo in cui le varie forme artistiche rompono definitivamente le barriere dei cosiddetti compartimenti stagni in cui erano precedentemente rinchiuse. Un’arte antica quale quella della scrittura è finalmente in contatto con una nuovissima forma d’arte (o non-arte, volendo considerare l’aperta diatriba che imperversava proprio in quel periodo): la fotografia. Questo coniugium da molti definito imperfetto vede come celebrante Georges Rodenbach, scrittore belga. La sede di tali nozze è il romanzo che lo ha reso famoso: Bruges la morta. Malinconico, grigio in volto, ormai privo di qualsiasi interesse se non quello della cura del reliquiario conservato nella sua grande villa. Troppo grande per lui, troppo, da quando ha perso la sua Ofelia. Protagonista del romanzo, Hugues Viane, vedovo. Con la moglie aveva visitato Bruges, cittadina fiamminga, nella quale un tempo non avrebbe mai considerato possibile rispecchiarsi. Una città ricca di rivoli d’acqua, una città riflessa. Ma dove lui non aveva trovato se stesso quando ancora poteva accarezzare la chioma folta della moglie, una chioma viva. Adesso che è solo, però, quella chioma è tornata a Bruges, conservata in una teca, come un tesoro, lunga e ben curata, nessuna avversità deve distruggerla. La teca è adesso nel reliquiario, quello che Hugues ha creato per sua moglie, nella grande villa di Bruges. Quella stessa Bruges che è diventata a suoi occhi incredibilmente simile a lui. Hugues passeggia per le sue strade, girovaga senza meta, per quei luoghi che il lettore può vedere a fronte, girando le pagine. Luoghi in bianco e nero, perché in bianco e nero è adesso la sua vita. Fino a quando, la sua amata Ofelia, defunta, sembra camminare di fronte a lui. «Un lampo, poi la notte!» direbbe Charles Baudelaire. Quella alta visione non può essere sua moglie. Ma Hugues la segue, scoprendo a mano a mano la sua identità. E all’Ofelia, morta, morta come Bruges, si affianca Jane, viva. È difficile inserire il romanzo di Rodenbach in un genere preciso, si svincola in tutti i modi che può dalle etichette, fino a rendere necessario crearne una nuova: il fotoromanzo. Lo scorrere delle parole è affiancato da quello dell’acqua nei canali di Bruges, che sono resi visibili da fotografie dell’epoca. La fotografia ha molteplici funzioni in quest’opera densissima. A suo modo, è indipendente dal testo, è addirittura in grado di ampliarne il senso, quando ad esempio non riporta fedelmente ciò che è descritto dalle parole di fianco. Da un lato, dunque, la fotografia ci parla con la sua propria voce. Dall’altro, invece, rispecchia ciò che Rodenbach scrive, rendendo ancora più partecipe il lettore di ciò che sta avvenendo a Hugues, effettivo protagonista della storia. Le fotografie, però, fanno in modo che al protagonista umano si affianchi l’anima della città. Bruges diventa personaggio principale della narrazione Nel suo ventre tutto accade, la vita scorre come l’acqua nei suoi canali. La vita scorre, o si ferma. Hugues ha […]

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