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Eroica Fenice

Cinema & Serie tv

Una miniserie dal gusto ipermoderno: The Slap

In un’epoca in cui sembrano essere crollate definitivamente certezze e credenze del passato, incombente domanda è: cosa ne è rimasto della cara vecchia famiglia? Come molti esperti di pedagogia potrebbero affermare con certezza, parlare di famiglia al singolare sarebbe anacronistico. Ci sono così tante tipologie di famiglie, che ci si preoccupa di quale possa essere il tipo di educazione da loro impartita. Anche per quello si dovrà parlare al plurale? Cos’è l’educazione? Le etimologie di spicco sono due: educare, dal latino ex ducere, portare fuori qualcosa di potenzialmente già covato in noi, un etimo dunque maieutico che riesuma il buon vecchio Michelangelo; d’altro canto, non si può trascurare la nostalgica definizione di educare come allontanare dal sé. Il discente è disperso in questa condizione di astrazione, in un mondo altro, migliore. L’educazione è ciò che ci rende umani, aggiungerebbe Françoise Dolto. Definizioni accorte, lirismo pedagogico. Ma quando il mondo reale imperversa, tu da che parti stai? Questo l’interrogativo lanciato dalla miniserie della NBC The Slap. Trasmessa in Italia nel 2016, The Slap è il remake di una miniserie australiana omonima, tratta a sua volta dal bestseller Lo schiaffo dell’autore Christos Tsiolkas. La nuova versione è tinteggiata da nomi illustri nel suo cast, a partire dall’attrice e modella Uma Thurman fino a Brian Cox, attore presente in più occasioni nelle opere di Spike Jonze e Woody Allen. Tutto inizia con una festa, il tipico party americano nel quale il festeggiato Hector (Peter Sarsgaard) si sente imbottigliato, incastrato, in una vita che non sembra soddisfarlo pienamente. Riuniti nella sua casa, ci sono tutti i membri della famiglia Apostolou, dal nome riconoscibilmente greca, pian piano adattatasi alla realtà americana. Allo stesso tavolo siedono dunque tre generazioni diverse: i nonni Apostolou, con il loro attaccamento ai figli, timorosi di essere gettati in un polveroso dimenticatoio, e pronti quindi a non perderli mai di vista; le nuove coppie, quelle che hanno dato vita alle loro famiglie americane; i figli delle nuove famiglie, frutti di scelte educative assai differenti le une dalle altre. Si parla di famiglie, perché sono tutte diverse, e così i loro figli. Universo infantile e genitoriale si intrecciano, fino a quel fatidico gesto. Un gesto che cambierà le vite di tutti gli invitati, che porterà a galla problemi assopiti o semplicemente ben celati. Latenti, ma pronti a zampillare. Un gesto, quello di The Slap, che segnerà lo spettatore, inerte di fronte all’inevitabile. The Slap: una ferita difficile da rimarginare, che segnerà la famiglia per sempre Il tema familiare sembra ossessionare la realtà televisiva, una riflessione che ha portato anche alla ribalta la serie TV più citata agli Emmy Awards 2017: Big Little Lies. Le problematiche degli universi dell’infanzia e della cosiddetta adultità schiacciano i protagonisti, tutti presenti al momento fatidico, il momento motore della trama. Da una condizione di calma apparente, di perfezione esterna, un gesto scuote gli animi di tutti gli invitati, colti ora da istinti irrazionali, ora dalla voglia di ribellarsi a questa sorta di determinismo generazionale. Gli otto episodi sono […]

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Recensioni

Il cantautore Luca Bash si racconta “Oltre le quinte”

«Di notte silenziosamente la mia penna va controcorrente». Recita così Controtempo, uno dei quindici brani del nuovo album del cantautore Luca Bash, Oltre le quinte. Silenziosamente il flusso musicale gli scorreva nelle vene, quando non era in grado di esprimerlo. Lo aveva avvertito già prima, più precisamente all’inizio degli anni ’90, alla scuola di musica dove aveva fatto un patto con il suo violino, per poi spingersi alla poligamia sposando la chitarra che ancora lo accompagna. Per consolidare questo legame si iscrive all’UM, l’Università della Musica di Roma. Da lì la ricerca fluisce spasmodica, verso il suo singolo Dear John  (il primo a essere reso pubblico) e la band BASH. L’attenzione che il cantautore ripone nei suoi amici nasce da qui. Dalla sensazione di star creando qualcosa insieme, di poter gioire e fallire insieme. Ma i giovani sognatori presto sono adulti: le difficoltà della vita, le necessità lavorative, e tutto ciò che ha il sapore di futuro dividono Luca Bash dal resto della band, ogni componente costretto a viaggiare. Ma il nostro cantautore ricorda quel periodo come una cesura ancora più netta. Nel 2013 Luca Bash subisce un duro colpo, un incidente che lo costringe a cinque giorni di coma e a molti mesi di debilitazione. La possibilità che la ripresa gli ha dato è ciò che più conta però: potrà riabbracciare presto la sua chitarra, e ricominciare a sognare. Non che avesse mai smesso! Quello che ha provato sulla sua pelle, l’impatto con la motocicletta, il dolore della perdita, il pensiero di non poter più tornare a suonare. Tutte queste le molle che lo fanno arrivare più in alto, che non tradiscono la limpidità della sua voce, ma la lasciano fluire. E oggi come da allora, continua a votare la sua vita alla musica, e a dedicare la sua musica alla vita. Oltre le quinte è un progetto discografico multiforme, prodotto in due lingue (inglese e italiano) e dal doppio titolo. Oltre le quinte in italiano, mentre Keys of mine in inglese. L’artista ha spiegato così la sua scelta: «“Keys of mine” è un gioco di parole: i mie amici in inglese si dice “Friends of mine”, ma loro sono le chiavi di questo disco, dedicato a loro. Da qui il titolo. In italiano invece questo gioco di parole non era possibile, e il titolo sta semplicemente ad indicare che “oltre le quinte” del teatro di tutti i giorni che mi vede attore e spettatore esiste tutto ciò che si può trovare ascoltando questo LP». Ma multiforme è anche il suo interesse musicale, che sguazza nell’indie spaziando da una base funk del singolo Giorni così, alla ballata rock di Candide bugie, fino alla nostalgica Il tuo domani che lo vede in duetto con una decisa voce femminile. Decisa è anche la sua voce, che anche quando esprime rabbia come in Per non dire no, resta salda nella sua limpidità. Il suo essere cantautore imprime sui testi una densità di parole e significato che rispecchiano efficacemente il suo intento, quello […]

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Recensioni

I Paradisi minori di Megan Mayhew Bergman

Gioia Guerzoni, traduttrice ormai da vent’anni, navigando sui social ha avuto la fortuna di imbattersi nell’opera della scrittrice del Vermont Megan Mayhew Bergman, Birds of a Lesser Paradise. Una volta divorato, non ha potuto fare a meno di proporre la sua traduzione all’NNEditore, già attiva nella scoperta della scrittrice americana, come di tante voce emergenti, definendosi una casa lettrice. «Le parole di Megan Mayhew Bergman sono così forti e delicate insieme, e vanno maneggiate con cura e rispetto. Spero di esserci riuscita», si augura Gioia Guerzoni. L’opera finita è Paradisi minori, pubblicato a inizio settembre. La nostra traduttrice ha notato tra le righe di Megan Mayhew Bergman assonanze con Kurt Vonnegut, un artista poliedrico, uno scrittore di fantascienza, satira, valori umanitari che incontrano l’ecologia. L’uomo e la natura. Due mondi che talvolta sembrano incompatibili, con lo sfruttamento del secondo da parte del primo. «Siamo animali terribili. Penso che il sistema immunitario della Terra stia cercando di sbarazzarsi di noi, e farebbe soltanto bene», afferma Vonnegut. Natura e uomo sono i protagonisti di Paradisi minori I racconti di questa prima raccolta di Megan Mayhew Bergman vedono voci femminili, continui io immersi nelle afflizioni del cuore. Il cuore è in grado di unire quei due mondi così complessi, un cuore condiviso da animale e uomo, insieme ai suoi misteri. I personaggi femminili analizzano i proprio sentimenti mettendosi a paragone con i comportamenti animali. La scelta delle loro professioni è infatti indicativa della loro capacità di comprendere la realtà ferina. Sono veterinarie, lavorano allo zoo, sono in contatto con la terra e l’orto, o grandi animaliste. «Di notte tutto sembra enorme – procioni, scoiattoli, un cervo spaventato. Ma nulla era più feroce e selvaggio di me. Ero furiosamente viva». Spesso sono gli uomini, i loro compagni, a non comprenderle, a costringerle a scelte complesse, scelte che molti personaggi si trovano ad affrontare, a dover pensare di lasciar andare il cuore, immergendosi fino ad annegare. Ma alcuni uomini sono belve. Ed è in questo che la linea sottile tra uomo e animale si spezza. «Certo, si potevano vestire bene e mettere belle parole in bocca, ma sotto la cravatta di seta e la camicia stirata c’era sempre un animale. Un animale affamato, territoriale, ansioso di soddisfare i propri bisogni». Nei Paradisi minori le specie animale e umana si assomigliano, sono gli istinti ad accumunarle L’assonanza tra il cuore della donna e il cuore animale si palesa quando si parla di prole. Donne che non riescono a realizzare il proprio sogno, o donne che hanno figli che non riescono a stringere. «Siamo le madri cattive, l’alce e io – io perché bevo, l’alce perché ha abbandonato i suoi piccoli per badare all’ultimo nato». Spesso, invece, il rapporto contrastato non è con il proprio uomo o con i propri figli, ma con le proprie madri. Perché quando si parla del cuore, si parla anche delle mille facce dell’amore. «La verità è che siamo pazzi, malati d’amore, tutti quanti». Come ha affermato David James Poissant, il vero significato […]

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Teatro

Dita di dama: il volto del coraggio per il Teatro Deconfiscato

Termina con Dita di dama la seconda edizione di Teatro Deconfiscato, format ideato da Giovanni Meola, personalità immersa nel mondo della cultura teatrale. Si tratta di arte, non solo di intrattenimento, di alta formazione per territori che soffrono una denutrizione culturale notevole, ma che hanno a disposizione ettari ed ettari di terra nei quali farla rifiorire. È suggestivo pensare come  un luogo che ha visto le scorribande camorristiche e la fiorente vita dei vari clan sia lo scenario di spettacoli che trasmettono speranza per un futuro migliore. La Masseria Ferraioli è una sfida: una sfida economica, ma soprattutto umana e politica. Umana perché un luogo come la Masseria può rivivere grazie ai suoi cittadini, ai quali questi dodici ettari di terra sono restituiti nella speranza di un futuro migliore. Politica perché le istituzioni in questo senso hanno un’ampia voce in capitolo. «La Masseria è la stella cometa del nostro grande lavoro e di tutta la fatica» afferma il sindaco di Afragola Domenico Tuccillo. Dal momento che il teatro non è solo una forma di intrattenimento, il Teatro Deconfiscato ha organizzato una novità per quest’anno: incontri con personalità che dei problemi trattati dalle varie rappresentazioni vivono tutte le difficoltà, ogni giorno, nella loro lotta per il futuro. Così, a introdurre Dita di dama, un dibattito tra personalità forti: Mirella Armiero, responsabile delle pagine culturali del Corriere del Mezzogiorno, collaboratrice del Corriere della Sera e, per questo 14 settembre, intervistatrice della nota giornalista Luisella Costamagna, seconda ospite del dibattito. Questo nome è eloquente ed esplicativo della tematica della serata: la donna. Noi che costruiamo gli uomini è uno degli scritti della Costamagna. La cura è sempre delegata alle donne nella nostra società. O almeno, questo è ciò che impone la convenzione. Si parla di una liberazione femminile che non c’è: nel lavoro la donna non gode degli stessi diritti degli uomini; i casi di violenza sulle donne straripano dalle colonne giornalistiche; le donne non hanno un ruolo preminente nella rappresentanza politica. «Ci riempiamo la bocca di parole, ma evidenti sono l’indulgenza giudiziaria, le diffide inascoltate, storie decennali di denunce». Ma in Noi che costruiamo gli uomini ci sono anche storie di coraggio, donne che negli anni ’50 si sposavano al Comune e facevano le attrici. «Le ho conosciute, le ho cercate». Grazie a Dita di dama, anche noi abbiamo conosciuto donne forti e le abbiamo amate Opera tratta dall’omonimo libro di Chiara Ingrao, e riadattata da Massimiliano Loizzi e Laura Pozone (anche attrice principale), Dita di dama è una storia di crescita. Sulla scena, ai poli estremi del palco, due luci: una calda, accogliente, la luce del focolare materno, la luce della fanciullezza, di ciò che conosciamo come i palmi delle nostre mani, quelle mani che, afferma Maria, protagonista sulla scena, non sono «mani da operaia», ma «Dita di dama», come le ama chiamare la sua più stretta confidente Francesca; dall’altro lato, un freddo neon che illumina uno sgabello, che Maria contro la sua volontà dovrà riscaldare ogni giorno con il peso della sua […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Premio Positano Léonide Massine: la danza tra amore e speranza

«Il silenzio era infranto solo dal mormorio del mare e da qualche grido di gabbiano. Sapevo che in quel luogo avrei trovato la solitudine che cercavo, un rifugio dalle pressioni estenuanti della carriera che avevo intrapreso. Decisi dunque, proprio lì e in quel momento, che un giorno avrei acquistato l’isola e ne avrei fatto la mia casa». Nella sua autobiografia Léonide Massine, famoso ballerino e coreografo di origine russa, parla così della sua prima visita alle Li Galli. L’arcipelago del comune di Positano lo stregò così, per fortuna. Già, perché se Léonide Massine non avesse avuto questo fatidico incontro nel 1917, non sarebbe stata possibile la nascita nel 1969 del famoso Premio Positano, a lui intitolato a seguito della sua morte. Positano Premia la danza – Léonide Massine: una storia d’amore e di speranza. Amore. Perseguiamo ciò che amiamo, perché è linfa. E se dobbiamo soffrire per amore, allora lo facciamo. Se dobbiamo svegliarci presto per arrivare a ciò che amiamo, allora impostiamo la sveglia alle sei. Se ciò che amiamo ci fa cadere più e più volte, allora ci rialziamo. Se l’amore vuol dire una ferita o un callo di troppo sulle dita dei piedi, allora li fasceremo. Speranza. Spero di esserne all’altezza. Spero che tutte quelle giornate di prova diano i loro frutti. Spero che al pubblico piaccia quello che faccio. La curva delle mie gambe sarà abbastanza perfetta? Ci spero. Amore e speranza che convergono in una passione: la danza. Quello di Positano è il premio di danza più antico del mondo, e quest’anno potrà avvalersi della collaborazione del Teatro San Carlo, in gemellaggio con Mosca e Cannes. Dunque, non solo un vanto per la Campania, come afferma il sindaco di Positano Michele De Lucia, «ma per l’Italia intera nel mondo». Il debutto della sua 45esima edizione avverrà il 9 settembre alle ore 21.00 presso la Spiaggia Grande di Positano. Un evento che ha una ricorrenza particolare, quella dei centenario della prima esecuzione di Igor’ Fëdorovič Stravinskij al Teatro San Carlo. Segno questo di una continuità di intenti e passioni perpetuata di generazione in generazione, comportando un impegno costante. Una continuità che anche il figlio di Léonide Massine, il maestro Lorca, prospetta: «Il Premio Positano lascia spazio ai giovani, sconosciuti danzatori. È il momento di premiare loro! L’arte non finisce con noi». Due giovanissimi inoltre tra i premiati di quest’anno, vanto partenopeo: Valeria Galluccio e Luigi Crispino, le nostre nuove speranze. L’obiettivo è indicare loro delle linee guida in un percorso spesso così impervio, un filo d’Arianna per ritrovare la strada verso il loro amore. Eppure, il presidente della giuria Alfio Agostini ci tiene a sottolineare, che ciò che conta nell’arte non è di certo l’età. «Ciò che importa è il valore». In questo modo il Premio Positano si fa anche ponte tra vecchie e nuove generazioni. Tanto hanno da imparare i nuovi ballerini dai grandi del passato, grandi che avranno modo di incontrare il 9 settembre. Tradizione consolidata e innovazione. Una divulgazione di anime, fonte di […]

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Recensioni

Augustus di John Williams, un fregio del potere

La Fazi Editore non apre la nuova stagione editoriale spegnendo la calura estiva, bensì facendola ribollire tra le pagine più roventi della storia dell’umanità. A settembre i lettori, in cerca di un fresco alito di vento, «all’ombra dei cipressi» interrogheranno le urne dei grandi del passato, ancora in grado di intrigare con le loro vite, immortalate dai loro ritratti, busti imponenti che incorniciano Roma. Con esattezza, è proprio a Roma che i loro volti sono incastonati nel marmo, in quel fregio che ognuno di noi ha imparato a conoscere sui libri di storia dell’arte, e che qualcuno ha avuto la fortuna di vedere. È l’Ara Pacis, probabilmente il più eloquente manifesto del periodo augusteo. Proprio Augusto è il dono della penna dello scrittore americano John Williams. Incantato dalla verità storica, ma spesso frenato dall’incertezza delle fonti, l’autore ha dedicato il suo lavoro di ricerca e un periodo di pausa dall’insegnamento al suo nuovo scritto: Augustus. John Williams ha tenuto a precisare la difficoltà ad astenersi da una simile tematica, di così forte impatto nella sua vita (e questa passione pulsa tra le pagine del suo Augustus). Ma precisa «sarò grato a quei lettori che accoglieranno il libro per ciò che intende essere: un’opera d’immaginazione». Tanti gli spunti storici, ma inevitabili gli intervalli di pura invenzione. Divisa in tre sezioni, l’opera è una raccolta di carteggi, memorie, senatoconsulti, spesso parafrasati, che si pongono l’obiettivo di mostrare le tante sfaccettature di eventi che per chi guarda la storia da lontano sarebbero sintetizzabili in semplice date. Guerre, nascite, matrimoni combinati. Ognuno in Augustus vuole dire la propria, e lo fa rovesciando i propri sentimenti in comunicazioni epistolari o sotto forma di diario. Il punto di partenza è Giulio Cesare, quello di arrivo suo figlio adottivo. Ottavio, poi Ottaviano, poi Cesare Augusto. Quella di Augustus, una scalata turbolenta al potere che è anche una metafora delle tre età della vita. L’ingenuità della fanciullezza, con le campagne militari che sembrano più scampagnate fra amici, tra risate e belle donne. L’età adulta, segnata dal primo contatto con la morte e la desolazione che ne deriva. Da questo momento, la parola chiave è sacrificio. Un sacrificio che anche il princeps dovrà vivere. Intorno a lui fluttuano a mano a mano figure nuove, perché la vita prosegue, e da essa nasce nuova vita. Un personaggio fra tutti, che nessun lettore potrà dimenticare, è Giulia, figlia di Augusto. Grazie alle sue parole e alle sue esperienze, comprendiamo il travagliato percorso verso la senilità e la saggezza. Nell’ultima sezione, un ripiegamento degno di un occhio maturo, ma un ripiegamento amaro, per chi ha vissuto di potere. Dopo tutto questo percorso, dopo tutta questa vita, è davvero impensabile che sia tutto indelebile? John Williams tratteggia con cura le personalità dei suoi personaggi, alla maniera del ritratto indiretto di Tacito. Ma, come si è detto, Williams non ha le pretese di uno storico. La sua documentazione e la sua prosa sono però in grado di restituire al lettore un’immagine verosimile del mondo […]

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Recensioni

Vissi d’arte al TRAM a Napoli: Incontri a Murnau

Vissi d’arte, il titolo della rassegna. Vissi d’arte, l’esalazione dei personaggi in movimento sulla scena. Un movimento anche solo accennato, si siedono, si alzano, scambiano degli sguardi. Ma il movimento è posto in secondo piano quando a inondare la scena sono le parole. Poche quelle del piccolo Franz, ancora poco esperto della vita, ma curioso indagatore che con la sua torcia nel buio ritorna a tentoni nel passato, toccando prima il dorso delle cose, poi scoprendole, in una camera polverosa in cui da tempo nessuno mette più piede. Una cascata di parole quella di Gabriele Münter, le parole dell’esperienza. Un dialogo che intesse con suo nipote Franz, ma anche con un oggetto che tra le sue mani si fa cosa, ricordando la lezione di Remo Bodei, un oggetto desueto che preserva l’impronta della vita, rammentando, ancora, Francesco Orlando: il suo diario di ragazza. Il piccolo Franz udendo le sue parole vede materializzarsi nel nero fitto della camera polverosa, personaggi di cui ha sempre sentito parlare, che forse studierà sui libri di scuola. Per la zia invece, un tempo, uomini fin troppo veri: Vasilij Kandinskij e Arnold Schönberg. Come le vite di tempi andati e quelli di tempi presenti possano sfiorarsi. Questi, sono gli Incontri a Murnau. Cittadina sulle alpi svizzere, Murnau è un luogo di slancio creativo, che Gabiele rievoca nei suoi tempi d’oro, quando i tavoli non erano ancora ricoperti da tele di ragno, le finestre sempre spalancate. I tempi di quando lei e il suo maestro Kandinskij si rifugiavano nella loro arte, nel loro amore. Un amore nato alla scuola d’arte Phalanx di Monaco, non molto frequentata da donne a quel tempo. Con la sua forza d’animo, l’insistenza che trapela dalle pagine del suo diario, Gabriele convince i genitori che quella è la sua strada, e non in una delle solite scuole in cui «l’arte è al pari dell’uncinetto». No, Gabriele non è fatta per divenire l’angelo del focolare, anzi, si meraviglia che qualcuno sia stato anche solo in grado di concepire una professione simile. Sotto quell’albero a Murnau, durante una delle sedute en plein air, il maestro Kandinskij mutò la sua vita, dandole il suo primo bacio. La Münter, interpretata da Nina Borrelli, porta in superficie ricordi che avrebbe voluto celare, ma che la curiosità del nipotino (Vincenzo Giordano) la costringe a svelare. Quella stessa curiosità che ha lo spettatore, che a mano mano scorge, come partoriti dall’oscurità della camera, due personaggi mai visti, ma dalle movenze familiari. Sono tra noi, dopo la lunga gestazione del tempo, e nella mente del piccolo Franz si sostituiscono alla voce della zia, la interpretano. Sono i due artisti Kandinskij (Marco Palumbo) e Schönberg (Fabio Rossi), il cui legame tormentato è entrato nella storia. Il genio del primo fu colpito dalla musica del secondo, una musica che riusciva a tradurre in forme, colori, danze. Kandinskij doveva dirlo a Schönberg, doveva discutere con lui della sua idea di arte, di come entrano in contatto le forme di comunicazione più elevate, la musica […]

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Recensioni

L’inquietante vita della mente: Bruges la morta e il genio di Rodenbach

Il 1892 è stato un anno a dir poco propizio per il mondo culturale di fine secolo. Un mondo in continuo rinnovo, un mondo in cui le varie forme artistiche rompono definitivamente le barriere dei cosiddetti compartimenti stagni in cui erano precedentemente rinchiuse. Un’arte antica quale quella della scrittura è finalmente in contatto con una nuovissima forma d’arte (o non-arte, volendo considerare l’aperta diatriba che imperversava proprio in quel periodo): la fotografia. Questo coniugium da molti definito imperfetto vede come celebrante Georges Rodenbach, scrittore belga. La sede di tali nozze è il romanzo che lo ha reso famoso: Bruges la morta. Malinconico, grigio in volto, ormai privo di qualsiasi interesse se non quello della cura del reliquiario conservato nella sua grande villa. Troppo grande per lui, troppo, da quando ha perso la sua Ofelia. Protagonista del romanzo, Hugues Viane, vedovo. Con la moglie aveva visitato Bruges, cittadina fiamminga, nella quale un tempo non avrebbe mai considerato possibile rispecchiarsi. Una città ricca di rivoli d’acqua, una città riflessa. Ma dove lui non aveva trovato se stesso quando ancora poteva accarezzare la chioma folta della moglie, una chioma viva. Adesso che è solo, però, quella chioma è tornata a Bruges, conservata in una teca, come un tesoro, lunga e ben curata, nessuna avversità deve distruggerla. La teca è adesso nel reliquiario, quello che Hugues ha creato per sua moglie, nella grande villa di Bruges. Quella stessa Bruges che è diventata a suoi occhi incredibilmente simile a lui. Hugues passeggia per le sue strade, girovaga senza meta, per quei luoghi che il lettore può vedere a fronte, girando le pagine. Luoghi in bianco e nero, perché in bianco e nero è adesso la sua vita. Fino a quando, la sua amata Ofelia, defunta, sembra camminare di fronte a lui. «Un lampo, poi la notte!» direbbe Charles Baudelaire. Quella alta visione non può essere sua moglie. Ma Hugues la segue, scoprendo a mano a mano la sua identità. E all’Ofelia, morta, morta come Bruges, si affianca Jane, viva. È difficile inserire il romanzo di Rodenbach in un genere preciso, si svincola in tutti i modi che può dalle etichette, fino a rendere necessario crearne una nuova: il fotoromanzo. Lo scorrere delle parole è affiancato da quello dell’acqua nei canali di Bruges, che sono resi visibili da fotografie dell’epoca. La fotografia ha molteplici funzioni in quest’opera densissima. A suo modo, è indipendente dal testo, è addirittura in grado di ampliarne il senso, quando ad esempio non riporta fedelmente ciò che è descritto dalle parole di fianco. Da un lato, dunque, la fotografia ci parla con la sua propria voce. Dall’altro, invece, rispecchia ciò che Rodenbach scrive, rendendo ancora più partecipe il lettore di ciò che sta avvenendo a Hugues, effettivo protagonista della storia. Le fotografie, però, fanno in modo che al protagonista umano si affianchi l’anima della città. Bruges diventa personaggio principale della narrazione Nel suo ventre tutto accade, la vita scorre come l’acqua nei suoi canali. La vita scorre, o si ferma. Hugues ha […]

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Recensioni

La Fazi Editore per Valentino Zeichen: Le poesie più belle

«Presumibilmente, / sembro un poeta di elevata rappresentanza / sebbene la mia insufficienza cardiaca / ha per virtù medica il libro “cuore”.» Così si definisce in una delle sue poesie di avviamento lo scrittore Valentino Zeichen, che la Fazi Editore ha voluto ricordare a un anno dalla sua scomparsa con la raccolta antologica Le poesie più belle. Vincitore del premio Il Fiore e del Premio alla carriera nel 2015, è stato poeta quanto autore di romanzi. La raccolta offre al lettore quasi un autore satirico. La satira, nel suo senso etimologico, si rispecchia nell’opera di Zeichen nella sua capacità di spaziare tra le singole venature del suo percorso di vita. Un percorso che tocca le sfaccettature dell’animo, l’amore, l’autoritratto, i luoghi che lo hanno forgiato. La raccolta così si presenta come divisa a fette, fette di poesie o brevi citazioni.

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Eventi/Mostre/Convegni

Un cammino per la Certosa: percorsi dell’anima tra Napoli, Capri e Padula

«Interroga i tempi trascorsi», recita il Deuteronomio. Il tempo scorre, il passato va in cenere, e noi guardiamo avanti a un futuro che sembra chiudere le porte a tutto ciò che è trascorso. Il grande cambiamento non deve necessariamente portare noi, abitanti di un presente che ogni secondo di più diventa futuro, a strappare le pagine di un passato considerato retrogrado. Il Deuteronomio in questo ci insegna: interroga, dialoga con il passato. Pronti a difendere questa citazione a spada tratta, quasi come un motto intramontabile, gli ideatori de Il cammino delle Certose, un sistema articolato di mostre che ha visto nel 21 luglio la data di nascita, e che vedrà nei prossimi mesi una verde prosperità. Le tre protagoniste, le Certose di San Martino a Napoli, San Giacomo a Capri e San Lorenzo a Padula, il cui coordinamento è stato magistralmente permesso da Fernanda Capobianco. Il giorno dell’inaugurazione ha visto echeggiare nel polo museale della Certosa di San Martino le voci di Anna Imponente, direttore e curatore della mostra, e quella di Rita Pastorelli, direttore della Certosa di Napoli. La mostra è dallo stampo del tutto nuovo, un collegamento inedito tra le tre Certose, dove un tempo con silenzio e meditazione i monaci si prodigavano all’edificazione della loro personale Gerusalemme. Opere necessarie per la comunità furono effettuate da questi centri religiosi, a partire dalla bonifica del territorio paludoso permessa dai certosini di Padula. Il loro monastero è tra i più grandi d’Europa, nonché tra i più antichi. La seconda grande Certosa del Regno di Napoli è quella di San Martino, la cui spezieria è testimonianza della prodigalità dei monaci. La Certosa di Capri è terza per data di nascita, ma prima per data di morte sotto la mano asfissiante del regime napoleonico. Il gusto biblico è alimentato dalle mostre de I percorsi dell’anima. Un certo cono d’ombra sulla cristianità viene già gettato dall’opera protagonista della Certosa di San Martino, un affresco nella Cappella del Tesoro realizzato da Luca Giordano, opera nella quale spicca la figura di Giuditta, dal volto trionfante. Tra le mani, la testa di Oloferne. Un episodio così tanto citato dagli artisti di età moderna e contemporanea, controverso quasi quanto il pio Enea. Molti infatti hanno avuto la tentazione di additare Enea di empietà quando, alla fine dell’opera di Virgilio, non ascolta le preghiere di Turno, infliggendogli il colpo mortale. Così Giuditta assassina il re Oloferne, un assassinio cruento, permesso dalla sua ammaliante bellezza, che aveva portato l’uomo a ospitarla nella sua tenda, a preparare le candide lenzuola sul letto, non immaginando di vederle dopo poco tinte del suo stesso sangue. Ma sia Enea che Giuditta hanno dalla loro parte la giustizia. Enea uccide Turno perché ricorda le parole di Anchise: il ruolo del pio è giustiziare i superbi. E Giuditta, d’altro canto, è il simbolo della città che trova riscatto non contro un re qualsiasi, bensì contro un tiranno. La mostra alla Certosa di San Martino narra tutto questo, la forza di una donna, ma la violenza […]

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Teatro

Il Teatro Bolivar libera l’arte nel cuore di Napoli

La famiglia De Luca è lieta di presentare il frutto di un duro lavoro, di gioia e di lacrime: la nuova stagione teatrale al Teatro Bolivar del quartiere Materdei. Una scommessa, la decima per l’esattezza, dopo che per quarant’anni le luci della ribalta sono rimaste spente, e le assi del palco senza crepa alcuna. Nel quartiere però ora c’è un angolo di arte. Non un garage, non un centro scommesse. «Adesso il Teatro Bolivar è una realtà», afferma orgogliosamente Romina De Luca. Un luogo di ritrovo e di passione, di contagio di arte e cultura, vivificato dal senso dell’avventura dei tanti attori che fanno riecheggiare le loro voci tra quelle poltrone rosse. Il 13 luglio già ha visto un po’ esibire le personalità di spicco di questa nuova stagione teatrale. A presentare i vari spettacoli, Michelangelo Iossa, direttore artistico della stagione musicale, dalla parlantina efficace ed entusiasta, e i due attori, nonché direttori artistici della stagione teatrale, Ciro Esposito e Ivan Boragine, che hanno dato un tocco di comicità a ogni presentazione. Il loro motto: «Libera l’arte nel cuore di Napoli». Il quartiere di Materdei, spesso percepito come chiuso e difficile, è proprio il cuore di Napoli. La sua posizione centrale fa sì che i vicoli in salita che a mano a mano permettono di arrivarci, lascino fluire il soffio vitale dell’arte a tutte le altre membra della città. Grande novità al Teatro Bolivar è il doppio cartellone, tra il mondo teatrale e quello musicale Questo il ricco cartellone musicale, con cui si aprirà la stagione: 10 NOVEMBRE 2017_ Sabba e gli Incensurabili suonano Battisti | theatrical version 24 NOVEMBRE 2017 _ Quanno Good Good in concerto – Omaggio a Pino Daniele [evento speciale _ 1997 / 2017: venti anni di musica… Sotto il segno di Pino!] 15 DICEMBRE 2017 _ Incontro d’Autore “10 fotogrammi” con Mimmo di Francia … Per brindare a un incontro [con ospiti speciali] 22 DICEMBRE 2017 _ Genny Vella Show Me la canto , me la rido, me la suono…anche a Natale! 26 DICEMBRE 2017 _ James Bond Christmas Show 12 GENNAIO 2018 _ Incontro d’Autore “10 fotogrammi” con Lino Vairetti Il lungo viaggio nella ‘prog family’ del fondatore degli Osanna [con ospiti speciali] 26 GENNAIO 2018 _ Gennaio 1958 / Gennaio 2018: sessant’anni di VOLARE! Omaggio a Domenico Modugno con il ‘cantattore’ Marco Francini 10 MARZO 2018 _ Concerto-evento con la Beatle-band I Sottomarini 1998-2018: venti anni di Beatlemania! [con ospiti speciali] 23 MARZO 2018 _ Salotto Francini presenta Siamo tutti Mina – Omaggio a Studio Uno Ed ecco il cartellone teatrale: 1-2-3-8-9-10 DICEMBRE 2017_ Vorrei un Bacio, regia di Luigi Russo Spettacolo sul delicato argomento dell’assistenza sessuale ai disabili, trattato in modo romantico e poetico. Un argomento coraggioso non ancora molto trattato in Italia. 5-6-7 GENNAIO 2018_ Sotto lo stesso tetto, regia di Gianni Parisi Rilettura dell’omonima commedia di Luca Giacomozzi, con protagonisti tre fratelli riuniti dalla morte del padre, toccando le corde dell’animo umano. 19-20-21 GENNAIO 2018_ Che Dio ce la mandi… […]

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Comunicati stampa

In Vino Veritas! Il NeapolitanTrips tra enologia e cinema

In Vino Veritas è intitolato il terzo appuntamento di Food Track, che per la sua versione estiva mercoledì 12 luglio alle ore 20 si sposta sulla terrazza del NeapolitanTrips Hostel and Bar in Via dei Fiorentini 10, Napoli. Format ideato da Antonia Fiorenzano e dall’allegra brigata del web magazine inFOODation, notizie di gusto, si rivolge a un pubblico di appassionati cinefili, cultori musicali, spettatori occasionali e chiunque desideri unire il piacere del palato con le emozioni date dalla settima arte. Il cibo, la cucina e i suoi sapori diventano una lente da cui osservare il mondo e i suoi accadimenti. Un’enogastronomia non solo protagonista ma anche regista, che col suo sguardo leggero apre la mente, inebriandola di una dolce essenza. Per questa tranche organizzata da un team tutto al femminile, Food Track si affida alle suggestioni di canzoni, score originali e scene cult tratte dai film in cui il vino è protagonista assoluto, ispirando così una degustazione enologica con formaggi guidata dalla nostra sommelier e maestra assaggiatrice di formaggi Valeria Vanacore che punta sulla qualità di aziende vinicole della Campania. Un percorso sensoriale e antropologico che si intreccia al cinema e alle sue note in cui i formaggi dell’Azienda Agricola Savoia saranno abbinati a tre etichette: Sogno di Rivolta, fiore all’occhiello della pluripremiata Fattoria La Rivolta; il Lacryma Christi bianco di Cantine Matrone; il Piedirosso dell’Azienda Agricola Mario Portolano. La convivialità e l’interazione tra il pubblico restano gli ingredienti vincenti di Food Track grazie al divertentissimo game al quale i partecipanti, suddivisi in squadre, si scateneranno per tastare la loro conoscenza cinematografica. Conduttrici del quiz, dove Facebook ha un ruolo fondamentale nello svolgimento della competizione a premio, sono le giornaliste Marta Cattaneo e Monica Iacobucci che sotto l’ebrezza dionisiaca porteranno i giocatori-degustatori in California, Francia, Spagna e in tutti quei setting di pellicole che omaggiano o evocano il poetico ed elettrizzante universo enoico, svelandone anche curiosità e aneddoti. Il costo del biglietto è di 15 euro. Per coloro che prenoteranno è previsto uno sconto di 2 euro. In caso di maltempo, per non deludere i partecipanti già con l’acquolina in bocca, l’evento si svolgerà nella sala interna del NeapolitanTrips. E dove non è vino non è amore; né alcun altro diletto hanno i mortali. (Euripide)  

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Attualità

Absence di Chiara Panzuti: il mistero dell’identità

Hai mai pensato di sparire così, all’improvviso senza lasciare più traccia né ricordi, semplicemente di non esserci più, o almeno non esserci più agli occhi degli altri? In questa ipotetica distopia tu urli a gran voce ma nessuno ti ascolta, nessuno ti vede. Eppure la vera domanda è un’altra. «Pensi davvero che ti vedessero… prima?» A porre questo interrogativo dal peso di un macigno, la giovane scrittrice Chiara Panzuti nel suo nuovo libro della collana lainYA della Fazi Editore e tra gli scaffali delle librerie dal 1° giugno: Absence. Faith, sedicenne ma dal tono già maturo, sa bene cosa vuol dire cambiar vita, ricostruire un’identità. Il trasloco non è per lei una nuova esperienza, ma questa volta ha un sapore diverso, un sapore migliore. Condimento perfetto, la sferica pancia della madre, sulla quale ama appoggiare la testa per percepire quella che prima era solo speranza, ma adesso è presenza. Quella stessa presenza che Jared percepisce come ingombrante, incontrollabile. Suo fratello non fa che mettersi nei guai, e lui è sempre lì, a supportarlo, anche se questa volta ha bisogno di attaccarsi alla bottiglia per dimenticare quanta sofferenza si celi nel dover diventare, nel medesimo istante, orfano e genitore. Una figura forte, quella di Jared, apparentemente più di Christabel, che non crede nelle sue potenzialità di nuotatrice, che per poter proseguire spedita ha bisogno di certezze, quelle che forse non riceverà più. Scott vorrebbe imparare ad amare, gli serve solo la spinta giusta, ma come gli altri, in bilico tra la vita di un tempo e un futuro agognato, non avrà modo di gustare nulla se non l’amarezza dell’assenza. «Mi sentivo inconsistente. Per tutta la vita, tante energie finalizzate a nulla, tanta fatica per poi perdere, cambiare, e perdere ancora. Quello che restava era soltanto amarezza». Absence, Assenza Ognuno di loro è sballottato in una strana circostanza in cui la sensazione di non essere diviene certezza di non esserci. «Perché quella realtà mi aveva improvvisamente sputata fuori? Mi toccavo e sentivo il mio corpo, al tatto ogni cosa appariva al suo posto». Ma niente era davvero in ordine e nemmeno urlare smuoverà gli animi della madre, del fratello, della migliore amica o della bella ragazza incontrata in un locale. I quattro protagonisti sono soli. O forse, sono soli insieme. Chiara Panzuti con il primo libro della trilogia Absence – Il gioco dei quattro è in bilico sul filo sottile che separa il fantascientifico e il genere psicologico. Una condizione emblematica quella del non essere, e quale grande riflessione si profila già tra le prime battute dei quattro personaggi! Il soprannaturale che cela un dubbio esistenziale lascia spazio a domande continue sull’identità. «Cosa contava davvero? Quello che loro mostravano o quello che io sapevo esserci?». Non più solo l’eterno quesito dell’essere e dell’apparire, ma un dubbio: si può dire di essere davvero? Ma si parla di essere davvero agli occhi degli altri, perché i personaggi riescono a sentire il battito del loro cuore, sanno di essere vivi, quella certezza che i loro cari non […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Renato Quaglia: l’ultimo protagonista delle Conversazioni Cromatiche

Con l’incontro del 13 giugno si è giunti al termine del ciclo di incontri della terza edizione delle Conversazioni Cromatiche su Napoli a cura di Benedetta de Falco. È ancora una volta lei a moderare l’incontro nella sede dell’Intragallery, con la malinconia negli occhi ma già pronta ad annunciare con entusiasmo la ripresa di questa fantastica iniziativa, che nel 2018 vedrà la straordinaria apertura sotto la benedizione di Mauro Felicori, direttore della Reggia di Caserta. L’ospite di un afoso martedì pomeriggio è  Renato Quaglia, famoso per aver ricoperto illustri ruoli nell’ambito della coordinazione delle istituzioni culturali. Davanti ai presenti si figura un uomo dalla voce pacata, che viene annunciato dalla moderatrice come un «appassionato» di Napoli. Ebbene, lui ribatte così: «Non sono appassionato di Napoli, io sono fulminato da Napoli». Eppure, prima del 2008 non avrebbe immaginato di vivere un’esperienza tanto forte. Friulano di origine, ha lavorato a Udine nell’impresa dello spettacolo, per poi arrivare nel 1998 alla prestigiosa Biennale di Venezia, ricoprendo l’arduo incarico di direttore organizzativo. A questi primi attimi Renato Quaglia attribuisce due colori: il rosso e il giallo. La sua scelta è frutto di un’acuta erudizione, che lo ho portato ad appassionarsi a personaggi come Vasilij Kandinskij e Max Lüscher. Il primo, famoso pittore russo, l’altro psicoterapeuta interessato all’espressione che i colori riescono a dare a uno stato d’animo. Secondo Lüscher, infatti, il rosso sarebbe indicativo di una condizione di build up finalizzata a gettare le basi di un entusiasmante futuro. Il giallo, invece, è il colore del cambiamento. Un cambiamento vissuto da Renato Quaglia dopo nove anni alla Biennale. Nel 2007 infatti la sua esperienza lì si opacizza, per poi trovare rossore solo un anno dopo, nel fatidico viaggio della vita. Nel 2008, infatti, a Quaglia viene affidata la direzione del Napoli Teatro Festival, in corso proprio in questo periodo. Ricorda felicemente quel periodo di serenità lavorativa, ma anche della scoperta della Città, a partire dalle mete “ovvie” fino a meandri della multiforme Napoli. «Avevo la sensazione che Napoli fosse una città di città». Renato Quaglia come Marco Polo ne Le città invisibili di Italo Calvino Nelle sue Lezioni Americane, Calvino aveva dato una chiave interpretativa della sua opera che Quaglia ha fatto sua: Marco Polo non fa che descrivere sempre la stessa città, ma da punti di vista sempre nuovi, che portano quella a essere una città di città. «Non a caso, Napoli è plurale, non come Milano, Venezia, Roma. Napoli è una città al plurale». Questa pluralità della Città si esprime nella sua «teatralità», intesa come autenticità della comunicazione, elemento ormai perduto nelle città che nascono nel solco dell’omologazione. Ma ancora gli è difficile dare un colore a Napoli. Forse perché, secondo Quaglia,  Napoli è come un quadro di Jackson Pollock. L’artista americano vedeva le gocce di pittura direzionarsi verso la tela, e prendere forma propria. Quegli schizzi di pittura che sembrano non condividere nulla, finiscono per colmare lo stesso spazio comune della bianca tela. Questo fenomeno è ben spiegato, secondo il nostro […]

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Viaggi e Miraggi

Magna via Francigena: un percorso per il pellegrino del domani

Sotto un caldo sole estivo, il viandante camminava alla ventura. Il bastone fra le mani, ora alzato ora saldamente piantato a terra, per reggere il peso sempre più ingente del corpo. Le gambe stanche, indolenzite, ma il cuore così leggero. Non era un viandante qualunque, era un pellegrino. Sapeva da dove provenisse la sua voglia di camminare, ma non era sicuro che le forza fisica lo avrebbe sorretto fino al traguardo. Ma si sa, il pellegrino è sospeso tra la dura terra e il limpido cielo. Era proprio quel pensiero a continuare a spingerlo per quelle strade tortuose, verso la risurrezione dell’animo. Quest’estate, vuoi essere pellegrino anche tu? Il Comune di Castronovo in Sicilia per noi pellegrini del futuro ha già designato un percorso che vedrà la luce nel mese di giugno. Il pellegrino più audace nel 1000 avrebbe percorso il famoso Cammino di Santiago di Compostela, che da sempre freme sotto i piedi dei turisti. Ma dal mese prossimo, anche le pietruzze della Magna Via Francigena scricchioleranno sotto i piedi di milioni di visitatori, inebriati dalle solari bellezze della Sicilia. La strada di riferimento è Magna, perché imponente; Francigena, dalla antichissima origine del suo battesimo, avvenuto per mano della famiglia d’Altavilla, di cui sicuramente ricorderemo il nome di Costanza, madre di Federico II. Il loro progetto di ri-cristianizzare il territorio siciliano ancora immerso nell’esotismo arabo portò alla costruzione di stupefacenti cattedrali, tra le quali quella più famosa, proprio in apertura di uno dei vari percorsi proposti dal progetto della Magna Via: la Cattedrale di Palermo. Questa è già di per sé sintomatica della missione dei normanni: cattedrale cristiana nata sullo scheletro di un antico tempio musulmano. Ma entrambe le realtà potranno essere respirate nei percorsi per il pellegrino del domani, tutti magistralmente presentati sul sito ufficiale della Magna Via Francigena. Ogni percorso è descritto nei minimi particolari: durata, pendenza dei sentieri, e persino la sua difficoltà. Sempre restando nello spirito del pellegrino desideroso del suo cammino, ma anche del giusto ristoro. La strada, che collega Agrigento a Palermo, ha visto impegnati infatti anche i privati, che hanno messo a disposizione le loro case come luoghi di ospitalità per restare il più vicini possibile allo spirito dell’XI secolo. In alternativa, parrocchie, ostelli o alberghi di lusso, senza però tradire la spiritualità del percorso. Obiettivo finale: Agrigento e la sua cattedrale. Questa perla del turismo religioso ha la sua forza nella comprensione di ogni tipologia di pellegrino. Le otto tappe, o percorsi alternativi, sono infatti la parcellizzazione del completo cammino da Palermo proprio verso Agrigento. Chi non vorrà seguirlo tutto, avrà dunque la possibilità di spezzettarlo, non perdendo però l’occasione di prenderne parte. Cosa deve portare il pellegrino nella bisaccia? L’equipaggiamento è essenziale da curare, a maggior ragione per chi dovesse scegliere di percorrere l’intero cammino. Il sito ufficiale del progetto riporta i consigli della guida ambientale ed escursionista Cristina Menghini, la quale ha stilato una lista completa e accurata di cosa portare a seconda delle necessità del pellegrino. Indumenti differenziati per […]

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Recensioni

Stranieri su un molo, il nuovo libro di Tash Aw

Marzo ha visto l’uscita per la addEditore della nuova opera del malese Tash Aw: Stranieri su un molo (link Amazon). Autore famoso per una grande attenzione nei confronti della natura ambigua dell’ identità, origini problematiche hanno consentito le sue meditazioni, forgiando il suo animo e portandolo alla composizione del primo romanzo, La vera storia di Johnny Lim, nel 2005. Romanzi, racconti brevi e saggi lo hanno seguito nella sua carriera verso la collaborazione come esperto di arte e cultura orientale per la BBC. Ancora una volta, l’identità è al centro di una nuova storia, a forti tinte autobiografiche. Un io parlante che si confonde con l’io-Tash. I due sono accomunati dal senso della riflessione su di sé, quella che trova spunto da eventi della vita quotidiana, che inesorabilmente lasciano sulla pelle segni indelebili. La sua riflessione parte dalla semplice osservazione del suo volto. Spesso si dice che il turista lo si riconosce dalla faccia, dagli occhi chiari che è tedesco, dai tratti morbidi che è del sud Italia. Ma il protagonista di Stranieri su un molo non si riconosce in nessun tratto somatico dell’ambiente in cui ha vissuto tutta la vita. L’unica soluzione dunque, è parlare con un membro della sua famiglia, con suo padre ad esempio. Ma al solo porre il quesito, «fragilità nell’aria». Parlare del passato crea un legame fra individui di generazioni differenti, a tratti contrastanti, fino a quel momento quasi estranei. Si sollevano pian piano i «veli della memoria». È importante fare quel passo però, perché altrimenti si finisce per far parte del gruppo degli «smemorati». Chi sono? Coloro che dimenticano o sotterrano volontariamente il passato, coloro che vivono in un «conveniente punto zero». Per l’io protagonista è difficile ascoltare le storie del passato, i motivi di quel volto che nessuno comprende, di quella fisionomia infallibile che tradisce le sue certezze di vita fino ad allora. Ascoltare però lo aiuta a scoprire l’identità di quegli Stranieri sul molo che ogni giorno anche noi fissiamo, in movimento dietro lo schermo della televisione. Stranieri su un molo: quasi in un tempo altro, in un altro mondo, e li inseriamo nelle statistiche, dimentichi della loro identità. Ma oltre la storia, oltre i numeri, ci si ricorda degli individui, e di quelle «piccole manie che danno vita alla persone». L’io-Tash scopre la sua identità con difficoltà. Il nostro mondo di apparenze sembra non poter abbracciare questa novità, il protagonista quasi non ha voglia di spiegare il dolore che si cela nel passato della sua famiglia. Sembra forse cedere ai dettami di una vita all’insegna di un editing ufficiale. «A volte fingo semplicemente di essere ciò che gli altri credono, qualunque cosa sia». Ma per quanto ancora potrà resistere? Quel percorso che lo aveva portato dalla curiosità per le sue origini fino al timore scaturito dalla conoscenza della risposta, potrà mai terminare con l’ennesimo sotterrare la verità? «Erano tuttavia legati a un tempo e a un luogo che davano loro un’identità solida, radicata». La traduzione di Martina Prosperi rispecchia il linguaggio […]

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Attualità

Oltre il buio: Blind Vision per l’Istituto Colosimo di Napoli

«Più nel buio l’anima è divina» Recita così la scritta sulla porta d’ingresso dell’Istituto “Paolo Colosimo” di Napoli, una struttura vissuta,  dall’arredo ottocentesco ma arricchita da qualcosa di cui ancora oggi può farsi vanto. Procedendo verso l’ala est del complesso, si entra in una sala su cui vegliano gli occhi attenti del busto di Tommasina Colosimo. È stata posta lì quella materna figura a protezione di un tesoro che merita grande cura, quella stessa che ancora oggi si richiede a gran voce. L’Istituto “Paolo Colosimo” è un centro di assistenza per non vedenti o ipovedenti; questo potrebbe cambiare drasticamente la nostra prospettiva: in quella sala, protette in teche sicure, ci sono le testimonianze di vita e di lavoro dei convittori dell’istituto: tornitori, ceste di vimini, tessuti dai disegni variegati. Per non parlare dei loro numerosissimi trofei in vari sport. Cosa proviamo? Tenerezza nei confronti di coloro che vengono quasi isolati dalla società? Tristezza per questa assenza che incombe sulle loro vite? «Più nel buio l’anima è divina». La cecità è per noi immersione nel buio, un buio che possiamo solo vagamente immaginare quando a prima mattina apriamo gli occhi e le tapparelle sono tutte abbassate, e torniamo bambini imparando nuovamente a camminare, tastando il pavimento o allungando le mani per non urtare lo spigolo di turno. Ma cosa vuol dire davvero? A interessarsi a questi e ad altri interrogativi l’artista napoletana Annalaura di Luggo, da sempre interessata all’osservazione di sguardi nella loro fattezza estetica così come nella loro capacità di dare luce: da questa ha trovato la spinta creativa per un lavoro che ormai porta avanti da anni, e le sue mostre e istallazioni sono in varie parti del mondo. Mancava però ancora un tassello a quel suo percorso artistico già arduo, ed è proprio quello che ha cambiato il suo modo di vedere il mondo. Quando ha pensato al progetto di fotografare gli sguardi di coloro che per la società uno sguardo non hanno, era consapevole del grande passo che stava per compiere, ma solo quando ha conosciuto le meravigliose persone che lei con orgoglio oggi chiama amiche ha compreso che quell’assenza di percezione visiva non voleva dire apatia nei confronti del mondo. Il suo progetto Blind Vision, presentato il 27 Aprile e riproposto ancora il 10 maggio con la collaborazione di Wine&Thecity, è il frutto di fiumi di parole, di sensazioni olfattive, uditive tramite le quali è stato possibile instaurare un rapporto di complicità con giovani e non dell’istituto. Forte della sua vivacità, Annalaura ha immerso in quello che credeva buio pesto le sue mani sicure, le stesse mani con le quali ha accarezzato il volto di Michela, una delle voci giovanili di questa esperienza, o con le quali ha applaudito Ivan Dalia, pianista, ma non vedente. Non vedente ma non nel buio. Ecco la cecità. Per noi il buio, l’assenza, la disabilità. Per le voci di Blind Vision luce, presenza, diversa abilità. Il buio è difficile da esorcizzare, così come il senso dell’assenza. Annalaura risponde a questo modificando […]

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